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	<title>Nazione Indiana &#187; boicottaggio</title>
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		<title>Se parlassimo di autoproduzione e responsabilità dei lettori?</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 04:37:28 +0000</pubDate>
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<p>[La prima parte di questo post è uscita su "il manifesto" del 5/09/2010]</p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="padding-left: 330px;">di <strong>Andrea Inglese</strong><em> </em></p>
<p style="padding-left: 330px;"><em>Battaglia politica e battaglia culturale: una confusione.</em></p>
<p>Il grande tema di fine estate (“Scrittori e lettori Mondadori: che fare?”), capace di suscitare massicce discussioni in rete e sulla carta stampata non è certo nuovo né scoperto da Vito Mancuso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/08/la-vera-alternativa-e-lautoproduzione/">Se parlassimo di autoproduzione e responsabilità dei lettori?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/rodefer-210_170_B-ULTIMISSIMA1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-36565" title="rodefer-210_170_B-ULTIMISSIMA1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/rodefer-210_170_B-ULTIMISSIMA1-300x129.jpg" alt="" width="300" height="129" /></a></p>
<p>[La prima parte di questo post è uscita su "il manifesto" del 5/09/2010]</p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="padding-left: 330px;">di <strong>Andrea Inglese</strong><em> </em></p>
<p style="padding-left: 330px;"><em>Battaglia politica e battaglia culturale: una confusione.</em></p>
<p>Il grande tema di fine estate (“Scrittori e lettori Mondadori: che fare?”), capace di suscitare massicce discussioni in rete e sulla carta stampata non è certo nuovo né scoperto da Vito Mancuso. Difficile, certo, definirlo questo tema, che deve la sua forza catalizzatrice forse al suo carattere ambiguo: questione politica, etica, letteraria, o di costume? Di certo, questa volta, esso ha suscitato prese di parola da parte dei più diversi e autorevoli tra scrittori, critici, intellettuali, oltre che da parte di una combattiva popolazione di commentatori in rete. Nonostante alcuni effetti di spossante monotonia, sono state dette, in tale occasione, anche cose interessanti, intelligenti, a volte persino molto divertenti (la scena di Luca Casarini accolto a Segrate rimarrà memorabile, quanto i primi passi di Marcel nel salotto dei duchi di Guermantes).<span id="more-36535"></span></p>
<p>Sacrificando molte sfumature, verrebbe da dire che il dibattito ruota sull’opportunità o no di boicottare da parte di scrittori ad essa affiliati la casa editrice Mondadori. Alcuni si spingono a sostenere un boicottaggio nei confronti di ogni prodotto editoriale Mondadori (purché il consiglio di classe del loro figlio non adotti il libro di matematica o italiano di una casa editrice scolastica facente capo a Segrate!). Se si parla di boicottaggio, si parla di una campagna politica. Un boicottaggio, per avere senso, deve darsi degli obiettivi pratici, ben definiti e ad esso adeguati.</p>
<p>Immagino io, che se si lancia una campagna contro la Mondadori, essa fa parte della più ampia battaglia politica che una fetta importante di italiani ha ingaggiato contro il governo e la politica di Silvio Berlusconi, una battaglia che ha un chiaro obiettivo: non farlo rieleggere, sottrargli quei poteri politici, che gli permettono, ad esempio, di creare leggi per depenalizzare frodi fiscali che qualche sua azienda ha potuto o potrebbe realizzare. Questa battaglia politica si può concretizzare di volta in volta in campagne specifiche: la campagna per il ritiro della legge-bavaglio, la campagna contro i tagli alla scuola e alla ricerca universitaria proposti dalla riforma Gelmini, e così via. Di ogni campagna politica, così come della battaglia più generale in cui essa confluisce, si può chiaramente dire 1) se abbia raggiunto o meno i suoi scopi; 2) se abbia adottato o meno le forme più efficaci e adeguate per essere perseguita. Quali sono gli scopi verosimili, plausibili, di una campagna per il boicottaggio della Mondadori propugnata da autori che, fino a ieri, erano nel suo catalogo? L’indebolimento (magari il crack) dell’impero economico di Berlusconi? Ma il rendere Berlusconi un po’ meno ricco, non sembra un obiettivo politico, a meno di immaginare che le pressioni esercitate dalla campagna di boicottaggio su una delle sue aziende non lo inducano ad abbandonare il governo o a cambiare politica. Tattica alquanto tortuosa e, date le circostanze, poco realistica nei suoi esiti.</p>
<p>Ma qualcuno dirà che, in effetti, non si tratta di una campagna politica, bensì di una campagna moralizzatrice. Non contano più gli obiettivi concreti, conta la capacità degli autori Mondadori di fare dei gesti esemplari, che hanno valore in sé, in quanto testimoniano di un’opposizione intransigente, capace di giungere sino al sacrificio di vantaggi materiali. Qui sembra che il nemico non sia più Berlusconi, ma “il berlusconismo”, ossia il lato Berlusconi di ognuno di noi. Il significato di una campagna moralizzatrice è grosso modo questo: se Berlusconi ha vinto è perché <em>tutti noi</em> (elettori o meno di Berlusconi) abbiamo ceduto al “berlusconismo”. Qui siamo passati, però, dalla battaglia politica (non fare rieleggere Berlusconi, bloccare i provvedimenti del suo governo) a una battaglia culturale (cacciare fuori dalla nostra pelle e dalle nostre menti il “berlusconismo”). Ma che cos’è questo “berlusconismo”? Non è la forma propriamente italiana, quella più aggiornata, della mercificazione sempre più estesa della vita che tutti i paesi del capitalismo avanzato conoscono? O meglio, il “berlusconismo” non è che uno dei nomi di questa cultura da tutti condivisa – una volta si diceva “ideologia dominante” – in quanto essa, nonostante le differenze negli stili di vita, ha permeato la nostra formazione o il nostro invecchiamento sociale sia a destra che a sinistra. Non siamo tutti quanti a bagno nella merce, sia essa solida o digitale, in forma di beni o di servizi? Così va il nostro mondo, nell’epoca in cui siamo venuti al mondo. E questo non significa certo né che questa cultura del tardo capitalismo sia l’unica cultura di riferimento né che sia impossibile, per noi che vi siamo nati in mezzo, sottoporla a critica anche radicale.</p>
<p>Se comunque è questa la battaglia culturale in cui siamo ingaggiati, è evidente che è altamente difficile definire obiettivi circoscritti e verificabili. A questo punto diventa arduo decidere se sia più opportuno ed efficace, per uno scrittore, realizzare la sua battaglia contro la mercificazione abbandonando la casa editrice Mondadori o scrivendo per la Mondadori un libro che manifesta, nell’onda lunga della ricezione, altri valori, altre possibilità di vita più degne e umane di quelle offerte dalla società presente. L’esemplarità riguarda sia il gesto concreto di un individuo, al cospetto del gruppo sociale che ne legge il senso, sia il messaggio complesso e stratificato di un testo letterario che agisce sulla visione del mondo di ogni lettore.</p>
<p>Molti scrittori, intervenuti nel dibattito in corso, si sono mostrati convinti, pur in maniera diversa, che boicottare la Mondadori non è un passo decisivo nella battaglia culturale per una società meno mercificata. (L’argomento più sensato fatto al riguardo segnala gli svantaggi di un tale atteggiamento: accelerare un processo di omogeneità ideologico-culturale forse già avviato ai vertici dell’azienda.) Io aggiungerei una cosa soltanto. Boicottare l’editoria capitalista sarebbe un passo decisivo in questo senso, dedicandosi interamente a forme di editoria digitale autoprodotta e finanziata da lettori altrettanto impegnati in tale boicottaggio. Se esistono scrittori, che hanno convinzioni anticapitalistiche radicali, essi senz’altro staranno battendo questa strada. Un gesto davvero utopico e di sfida non potrà limitarsi, per chi è un autore noto, al passaggio da un’azienda del capitalismo tracotante ad un’azienda del capitalismo temperato. Dove starebbero, in tal caso, il coraggio e il sacrificio esemplari? Che un autore da 50.000 copie decida di autoprodursi il proprio libro in rete, finanziandosi con una sottoscrizione di lettori, questo sì che sarebbe un gesto capace di scuotere le coscienze e di sconvolgere le odierne pratiche editoriali.</p>
<p><em>Autonomia dello scrittore e logica di mercato</em></p>
<p>La confusione tra battaglia politica e campagna moralizzatrice (o battaglia culturale) fa girare non poco a vuoto la discussione. Se il problema della Mondadori è Berlusconi, allora il conflitto deve giocarsi chiaramente sul terreno politico. (E questo vuol dire salvaguardare ogni voce dissenziente, tanto più se viene da autori dell’azienda di cui è Berlusconi è proprietario.) Se il problema della Mondadori riguarda una serie di atteggiamenti, riconducibili alla logica dell’odierna azienda culturale, che pone il profitto e i mezzi per realizzarlo al di sopra di qualsiasi altra considerazione, allora la Mondadori non è l’unico problema, in quanto tutte le grandi case editrici adottano la medesima logica. La campagna moralizzatrice, nata intorno alle peggiori ombre che si addensano sulla casa editrice di Berlusconi (casa editrice fraudolenta, monopolista, acquisita illegalmente, macchina ulteriore di consenso), dovrà investire alla fine lo statuto più generale dello scrittore al cospetto del mercato editoriale e porgli la domanda cruciale: tu che sei giunto ad un vasto pubblico grazie a una casa editrice che riconosce economicamente il tuo mestiere, ti permette di essere presente nelle librerie e ti offre una sufficiente pubblicità, sei nonostante tutto <em>autonomo</em>, <em>indipendente</em>, <em>libero</em> in quello che scrivi?</p>
<p>Questione non di poco conto, perché è sicuramente vero che lo scrittore, in un certo senso, è responsabile solo delle sue parole, ma ciò non va inteso in maniera riduttiva. Non credo sia sufficiente dire: “Nel mio libro non c’è stata censura, nel mio libro dico peste e corna del capo del governo”, ecc. Questo discorso vale finché si parla di battaglia politica, ma se la battaglia in cui uno scrittore degno di questo nome è ingaggiato riguarda soprattutto la cultura dominante e la mentalità che essa favorisce, allora vale l’osservazione che fece Giulio Mozzi in un’intervista su NI proprio sul tema della responsabilità dell’autore: “mi convinco che la tendenza verso un’industrializzazione crescente dell’editoria non solo frena la pubblicazione di opere non adatte a essere pubblicate da un’editoria caratterizzata da una tendenza verso un’industrializzazione crescente, ma ne frena addirittura l’apparizione, e prima ancora il concepimento, e prima ancora il desiderio”.</p>
<p>La campagna moralizzatrice contro il “berlusconismo” si scontra qui con la battaglia solitaria che ogni aspirante scrittore realizza, fin da giovanissimo, per adeguare la sua vocazione agli standard della merce editoriale di largo consumo, in quanto è l’assimilazione di tali standard che promette di ridurre ampiamente i rischi di rifiuto editoriale. Ciò non deve stupirci, in quanto una battaglia culturale è sempre una battaglia contro un nemico che è innanzitutto <em>interno</em>: un habitus mentale e pratico.</p>
<p>Il grande sospetto che la compagna moralizzatrice suscita verte su questo inevitabile compromesso tra scrittore e mercato del libro. Pur di raggiungere il pubblico, e confezionare come gli è richiesto un prodotto commerciale, e trarne tutti i vantaggi conseguenti, lo scrittore non rischia di rinunciare alla propria opera, alle proprie ossessioni, alla propria sintassi, al proprio pensiero? Possibile che un tale sospetto cada solo su quegli scrittori che pubblicano per Mondadori, e che potrebbero autocensurarsi nel momento in cui stanno utilizzando o hanno utilizzato una figura come “nano peronista”?</p>
<p>Gli effetti di censura di carattere politico, quando davvero esistono sulla scrittura di un autore contemporaneo, almeno in Italia, sono senz’altro quantitativamente molto limitati rispetto agli effetti di censura che derivano da altri imperativi, come quello della vendibilità e della leggibilità, della leggerezza e della facilità. Peggio di un libro scomodo politicamente, che vende bene, c’è solo un libro, politicamente indecifrabile, che non vende.</p>
<p>Ora, se davvero si vuole porre in modo radicale la questione dell’<em>autonomia dell’autore</em>, non si può fare a meno di legarla alla questione dell’<em>autoproduzione</em>. Ma ciò tira in ballo non più solo lo scrittore e la sua “coscienza”, ma anche il <em>lettore</em> e le sue <em>responsabilità</em>. Tutto questo risulta chiaro per chi sia familiare con il genere della poesia. La poesia è un tipo di scrittura che non riesce ad elevarsi al cielo della merce editoriale. Poiché gli estimatori di poesia non costituiscono un numero sufficiente di compratori per essere qualificati come pubblico, si dice che la poesia non ha pubblico. Ed è vero che un poeta può avere, in certe circostanze, non più di otto o dieci lettori. Questi lettori non saranno tanti quanto quelli di cui un editore ha bisogno per pubblicare un libro senza perderci, ma possono essere sufficienti a legittimare l’esistenza del genere poetico e, in alcuni casi, di opere poetiche molto importanti. Mi rendo conto che è divenuto impossibile ai più concepire l’idea che qualcosa valga, nell’ambito dell’arte della parola scritta, anche se non interessa immediatamente (nel giro di sei mesi) un numero cospicuo di persone. Chi si trova a frequentare l’universo delle scritture poetiche è portato più facilmente di altri a infrangere il tabù che assegna valore a un testo scritto in proporzione alla quantità di pubblico che è disposto ad acquistarlo in forma di libro. (Naturalmente nessuno si sogna di difendere l’idea che sia vera l’equazione inversa: meno pubblico = più valore. Forse le equazioni di questo tipo non sono semplicemente pertinenti.) [Si veda su questo argomento, quanto scritto <a href="http://slowforward.wordpress.com/2010/09/04/precisando/ ">qui</a> da Marco Giovenale, poeta e, come altri poeti, impegnato in forme di autoproduzione.]</p>
<p>Se esiste qualcosa come l’autonomia di uno scrittore, deve poter consistere anche nel voler scrivere un testo, nonostante si corra il rischio che esso non corrisponda a un prodotto editoriale immediatamente vendibile (i famosi sei mesi). E qui l’esame di coscienza degli autori – è ciò cui abbiamo assistito durante queste settimane –, pur non essendo inutile non è sufficiente. L’esame di coscienza lo facciano anche i <em>lettori</em> e partendo dalla stessa questione: che cosa favorisce l’autonomia, in ambito culturale e letterario?</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>La responsabilità dei lettori </em></p>
<p>L’onda lunga delle battaglie politiche altermondialiste, inaugurate a Seattle nel 1999, ha preso la forma di una campagna moralizzatrice, che ha influito sulle abitudini pratiche e mentali dei cosiddetti consumatori. Gli obiettivi politici più ambiziosi come la Tobin tax sono rimasti per ora lettera morta, ma alcuni obiettivi culturali sono stati realizzati: dalle forme di commercio equo e solidale alle pratiche inerenti allo Slow Food. Insomma, una fetta di consumatori si è fatta <em>responsabile</em> almeno quando mangia o acquista una lavatrice. Non sarebbe possibile estendere questa responsabilità anche al consumo dei prodotti culturali? Il tema della <em>bibliodiversità</em> dovrebbe essere all’ordine del giorno, quando si discute di scrittori e di editoria oggi. Ma facciamo un passo avanti: può questo discorso ricadere esclusivamente sulle spalle degli autori più intransigenti e innovativi, o degli editori indipendenti e audaci? Il discorso sulla bibliodiversità è ovviamente complesso e tira in causa diversi fattori, da quello della produzione del libro sino a quello della sua distribuzione e vendita. Oggi, inoltre, ampliando la visuale a tutto il mondo occidentale, nuovi giganti del monopolio (Amazon e Google) si affacciano sul mercato editoriale, pronti ad occuparlo nella sua forma più avanzata, elettronica e telematica.</p>
<p>Una cosa è certa. Qui ed ora esistono pratiche che permettono l’estensione dell’indipendenza e dell’autonomia dello scrittore, e degli stessi progetti editoriali. Ma tale estensione non può che farsi in forma di reale cooperazione tra i diversi soggetti implicati: autori, editori, traduttori, grafici, lettori. Il lettore che voglia “far la morale” è poi disposto, lui per primo, a cambiare alcune abitudini, a compiere qualche sacrificio?</p>
<p>Voglio concludere questa riflessione con due casi molto concreti, uno riguarda un autore francese che in Italia è quasi sconosciuto, l’altro riguarda Nazione Indiana. In entrambi i casi, le scelte e il coinvolgimento dei lettori è decisivo per promuovere l’autonomia e l’indipendenza degli autori.</p>
<p>Partiamo da Paul Jorion. Jorion ha una formazione multidisciplinare, in antropologia e filosofia, ma anche nelle scienze cognitive e nell’economia. Unisce riflessione teorica ed esperienza sul campo. È autore di diversi libri importanti, quali  <em>Investing in a Post-Enron World </em>(McGraw-Hill 2003), <em>La crise du capitalisme américain </em>(La Découverte 2007), <em>La crise. </em><em>Des subprimes au séisme financier planétaire</em> (Fayard 2008) e <em>Comment la vérité et la réalité furent inventées </em>(Gallimard 2009). Sul mondo della finanza statunitense, Jorion ha conoscenze di prima mano. Dal 2005 al 2007, ad esempio, ha lavorato presso Countrywide, l’azienda principale dei prestiti ipotecari negli USA. Dal 2007 Jorion dirige un <a href="http://www.pauljorion.com/blog/">blog,</a> attraverso il quale ha realizzato una sorta di diario della crisi finanziaria statunitense ed europea giorno per giorno, spostandosi continuamente dal piano dell’attualità a quello dell’analisi critica. Ma gli argomenti in esso trattati spaziano dalla filosofia della scienza all’ecologia, dalla letteratura all’intelligenza artificiale.</p>
<p>A mio parere Paul Jorion incarna la figura di quello che definirei un intellettuale post-universitario, riallacciandomi ad una riflessione fatta in <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/20/voci-sulla-scomparsa-dell’intellettuale/">questo articolo</a> sull’eclissi dell’intellettuale universitario. Jorion, pur avendo insegnato in diverse università (Bruxelles, Cambridge, Paris VIII, l’Università di Californie a Irvine), ha deciso alla fine di collocarsi al di fuori dell’istituzione accademica. I materiali del blog, che confluiscono nei suoi libri, hanno per certi versi le caratteristiche di corsi universitari. Rispondono ad una doppia esigenza: quella di far circolare dei saperi, impegnandosi in un lavoro serio di esposizione e divulgazione, e quella di approfondire questi saperi, nel rispetto del rigore scientifico e di una piena indipendenza intellettuale.</p>
<p>Ciò che permette al lavoro di Jorion di realizzarsi in completa autonomia sono le libere sottoscrizioni dei suoi lettori. In una sezione del blog intitolata “Donazione”, l’autore scrive: “Voi avete la bontà di affittare la mia indipendenza: non lavoro infatti per un’azienda, non insegno neppure più, né voglio beneficiare della pubblicità. Vivo esclusivamente dei miei diritti d’autore e dei vostri contributi. Rifiuto di operare tra di voi una selezione in funzione dei soldi: voglio che l’accesso ai miei testi resti gratuito, perché continuerò a rivolgermi a coloro per i quali tutto ciò che non è gratuito è troppo caro. E ciò mi obbliga a contare su altri, che potrebbero contribuire di più, ma su una base strettamente volontaria. Perché non ci sia abuso da parte mia, pubblicherò i miei conti tutti i mesi, in modo che possiate valutare come utilizzo i miei fondi.”</p>
<p>Jorion ha anche chiarito che la cifra mensile ottimale, che gli permette di dedicarsi interamente al suo lavoro, è pari a 2.000 euro mensili. Tutto ciò che raccoglie in più, è utilizzato per finanziare altri autori indipendenti, associandoli al suo progetto. Abbiamo qui una pratica realmente alternativa di produzione e circolazione del sapere, che è interamente funzionale a rafforzare l’autonomia e l’indipendenza dell’autore. Essa si basa sulla cooperazione instaurata con i lettori, che gli permette di salvaguardare il principio etico della gratuità e la necessità materiale di finanziare le proprie ricerche e il proprio lavoro. Il blog di Jorion continua ad essere a tutt’oggi attivo e a richiamare un pubblico deciso a scegliere come spendere il denaro in strumenti di conoscenza del mondo.</p>
<p>Veniamo ora a Nazione Indiana. Le motivazioni che animano un blog collettivo come il nostro possono essere diverse, ma tra di esse la spinta a realizzare uno spazio di espressione autonomo e indipendente si è rivelata nel tempo fondamentale. Questa autonomia si è per altro rafforzata nel confronto spesso rude e impietoso con i gruppi di commentatori, che nel contesto orizzontale della rete non si ponevano certo in un atteggiamento di ricezione passiva e docile. Va però chiarito meglio in che senso un blog letterario come il nostro amplia gli spazi di pensiero autonomo. Spesso si tende a sottolineare che i membri di un blog investono tempo ed energie, cioè lavoro, al fine di proporre dei materiali d’interesse collettivo, e ciò avviene gratuitamente, in una forma che ricorda il volontariato o la militanza politica. Tutto ciò è vero. Dietro ogni post di Nazione Indiana c’è del lavoro, e del lavoro non remunerato. Ma il punto cruciale non è ancora questo. La maggior parte di noi, anche al di fuori degli articoli nati esclusivamente per il blog, nelle collaborazioni a riviste specializzate, convegni, o addirittura pagine culturali sui quotidiani, ha scritto molto spesso, e in molti casi continua a scrivere, gratuitamente o quasi. Il problema è generale: i soldi investiti nella cultura sono pochi, e quei pochi, quando ci sono, possono ridurre drasticamente gli spazi di autonomia. La novità del blog non sta quindi nel lavoro gratuito che lo tiene in piedi, ma nel lavoro gratuito <em>autogestito</em> dagli autori, fuori dalle mediazioni e dai vincoli imposti dalle redazioni, dalle firme autorevoli, da qualche autore influente o redattore privilegiato. Questa situazione ha rotto parecchi equilibri, almeno su due fronti: quello delle riviste specializzate, molte delle quali legate all’università, e quello delle pagine culturali dei quotidiani o di altri periodici nazionali. Entrambe queste realtà, che funzionano in base a gerarchie abbastanza rigide, sono state costrette a fare i conti con una serie di soggetti, che si sono costituiti un’identità culturale e un’autorevolezza soprattutto in rete, nel confronto diretto con i lettori.</p>
<p>Non tutti i membri di un blog come Nazione Indiana possono essere considerati dei <em>parvenu</em>, dei nuovi arrivati, in quanto molti autori sono presenti anche in contesti diversi e più tradizionali, come appunto redazioni di riviste specializzate o pagine culturali di quotidiani. Ciò che però li accomuna è una certa insofferenza verso questi contesti, e la convinzione che il lavoro in rete sia in qualche modo più appagante e più libero, <em>a parità di svantaggi materiali</em>.</p>
<p>Oggi però il nostro blog si propone di realizzare un passo ulteriore, richiamando anche i suoi lettori ad un esercizio di responsabilità. La decisione di inaugurare <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/27/murene-la-collana/">“Murene”</a>, ossia una collana legata al blog e inizialmente autofinanziata dai suoi membri, auspica una piccola rivoluzione nel rapporto con i fruitori del blog. Anche in questo caso diverse sono state le motivazioni a spingerci su così perigliosa china. Di certo le nostre ambizioni non sono quelle di creare una nuova piccola casa editrice. L’aver poi optato, invece che per un e-book, per il vero e proprio libro, con tutta la cura e l’arte (di Mattia Paganelli) che ciò comporta, credo sia da ascrivere ad uno spirito provocatorio. Non vogliamo prendere scorciatoie tecnologiche, ma accettare la sfida di produrre il più classico degli oggetti culturali: il libro. E non ci accontentiamo soltanto del fatto che il libro sia materialmente bello, vogliamo anche che sia espressione di un’arte della parola intransigente, audace, intelligente, come quella che esercitano i primi tre autori da noi scelti. (Non proponiamo pane, ma brioches. E brioches a prezzi popolari.)</p>
<p>Qual è il senso ultimo di questa provocazione? Io, rispondendo anche per gli altri indiani, lo riassumerei in una frase: <em>smettiamola con il lamento, e cominciamo a costruire la nostra autonomia</em>. Ma un progetto come questo non può funzionare senza la complicità e il sostegno dei lettori. È un progetto rischioso, ma assolutamente realistico. Con 200 abbonamenti copriamo le spese di stampa e spedizione. Oggi siamo a quota 87, e questo è un segnale già molto positivo; 87 persone hanno contribuito a realizzare una pratica culturale inedita. Una pratica che è parte della battaglia contro il “berlusconismo”, i monopoli editoriali, la mercificazione estrema della nostra vita. Sottoscrivere un abbonamento di 20 euro per tre titoli è un atto di fiducia, ma fondamentalmente un atto di fiducia nei confronti della nostra autonomia di scelta. Vi proponiamo dei testi che nascono da un innamoramento forte, e che giungono a voi passando per il difficile corpo a corpo della traduzione. Abbiamo infatti privilegiato autori stranieri, sempre più convinti che il confronto con altre lingue esperienze culture sia per noi, oggi, fondamentale. Infine, abbiamo scelto di dare spazio a generi diversi, quali la poesia, il saggio e il racconto, consapevoli della complessità del fatto letterario, che tende ad essere ricondotto troppo spesso all’unico genere redditizio per il mercato editoriale, ossia il romanzo.</p>
<p>Aggiungo solo che la nostra piccola proposta, pur andando nella direzione dell’autoproduzione, resta imperfetta riguardo ad un’importante questione. Se raggiungiamo i 200 abbonamenti la nostra scommessa è vinta. Significa che non esiste solo “il lettore medio”, il “pubblico”, “il mercato del libro”, ma che esistono singoli lettori consapevoli e capaci di modificare le loro abitudini, di sperimentare forme di produzione culturali diverse e indipendenti. Ciò nonostante non abbiamo ottenuto ancora quella situazione pienamente soddisfacente, per cui la forza-lavoro intellettuale presente in un prodotto culturale viene adeguatamente ricompensata. Affinché si riuscissero non solo a coprire le spese di stampa e spedizione, ma anche a retribuire il lungo lavoro dei traduttori e curatori (in questo caso Raos, Rizzante, Zangrando), gli abbonamenti dovrebbero almeno raggiungere il numero di 400. Ma <em>a parità di svantaggi materiali</em>, la proposta di una collana attraverso degli abbonamenti per sottoscrizione ci sembra davvero il modo migliore per buttare la palla nel campo di voi lettori e di misurare anche la vostra di responsabilità.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/08/la-vera-alternativa-e-lautoproduzione/">Se parlassimo di autoproduzione e responsabilità dei lettori?</a></p>
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		<title>Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (2)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/09/24/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper-2/</link>
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		<pubDate>Thu, 24 Sep 2009 06:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
<em>[La prima parte di questa intervista è apparsa <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/17/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper">qui</a>]</em></p>
<p>a cura di <strong>Lorenzo Galbiati</strong> &#8211; traduzione di <strong>Daniela Filippin</strong></p>
<p><strong><br />
Jeff Halper</strong>, ebreo israeliano di origine statunitense (è nato nel Minnesota nel 1946), è urbanista e antropologo, e  insegna all’Università Ben Gurion del Negev.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/24/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper-2/">Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (2)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/jeff-halper-11-300x261.jpg" alt="jeff-halper 1" title="jeff-halper 1" width="300" height="261" class="aligncenter size-medium wp-image-22726" /><br />
<em>[La prima parte di questa intervista è apparsa <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/17/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper">qui</a>]</em></p>
<p>a cura di <strong>Lorenzo Galbiati</strong> &#8211; traduzione di <strong>Daniela Filippin</strong></p>
<p><strong><br />
Jeff Halper</strong>, ebreo israeliano di origine statunitense (è nato nel Minnesota nel 1946), è urbanista e antropologo, e  insegna all’Università Ben Gurion del Negev.<br />
In Israele ha fondato nel 1997 l’ICAHD, <em>Israeli Committee Against House Demolitions</em> ( <a href="http://www.icahd.org">www.icahd.org</a> ), associazione di persone che per vie legali e con la disobbedienza civile si oppongono alla demolizione delle case palestinesi, e che  forniscono supporto economico e materiale per  la loro ricostruzione.<br />
<strong><br />
Quali responsabilità ha l&#8217;Europa verso la condizione dei palestinesi di Gaza e l&#8217;attuale situazione politica che si è venuta a creare in Israele? Se non possiamo aspettarci molto in futuro dai nostri politici in relazione al raggiungimento di una soluzione pacifica, giusta e dignitosa per la questione israelo-palestinese, che cosa possiamo fare noi cittadini europei?</strong></p>
<p>Halper: “Di seguito trovate dei commenti che ho fatto recentemente in Germania riguardo a questo argomento.”<br />
<span id="more-22722"></span><br />
<strong>REDIMERE ISRAELE E L&#8217;EUROPA ATTRAVERSO I DIRITTI UMANI</strong><br />
(Pensieri di Jeff Halper alla ricezione del Premio 2009 Kant World Citizen, presso Friburgo in Germania)</p>
<p>Il mondo dell&#8217;attivismo politico è molto diverso da quello accademico (sebbene si spererebbe in una maggiore integrazione di questi due mondi). Prendendo in considerazione la rilevanza di Immanuel Kant per il nostro lavoro di pacifisti, la questione non riguarda se i suoi concetti, argomenti o proposte siano &#8220;datati&#8221;, la maggiore preoccupazione degli ambienti accademici. Piuttosto riguarda se possano portare a delle analisi che possano a loro volta poi essere applicate a situazioni nuove, comprese quelle politiche. Alla luce di questo, il lavoro di Kant &#8211; e per i nostri scopi, il suo trattato del 1795, &#8220;Per la pace perpetua&#8221; in particolare &#8211; può essere molto utile come guida. Fra le altre cose, Kant individua due principali questioni di grande rilevanza anche per i nostri tempi, questioni con le quali noi che cerchiamo la pace in Israele/Palestina facciamo i conti quotidianamente: (1) come fare in modo che gli stati accettino le proprie responsabilità nel perseguire la giustizia e opporsi alle ingiustizie; (2) come mobilitare la società civile nella causa della giustizia. </p>
<p><strong>L&#8217;irresponsabilità degli stati</strong></p>
<p>Nella mia esperienza di quasi mezzo secolo come attivista nella società civile, gli stati, sebbene possiedano la responsabilità e l&#8217;autorità del sistema mondiale moderno, non faranno la cosa giusta se lasciati a decidere per sé. Anche nei casi in cui la pace mondiale viene palesemente minacciata o quando esiste un&#8217;ingiustizia che influisce sulle vite di milioni di persone, i governi troveranno dei pretesti per perseguire qualche propria agenda politica, una combinazione di interessi interni e internazionali, che non hanno granché da spartire con il bene né dei cittadini (anche se poi le campagne sono invariabilmente impostate in quel modo), né per il bene della comunità globale. Il fatto che Israele ignori, e che gli sia permesso dagli stati amici di ignorare i diritti umani, le leggi internazionali, dozzine di risoluzioni ONU e una Corte di Giustizia Internazionale che sentenzia contro la costruzione del Muro durante l&#8217;occupazione degli ultimi 43 anni, la dice lunga sui fallimenti dei governi (in questo caso, quelli europei con quello americano alla loro guida). Racconta del loro fallimento nel costringere Israele a rispettare i propri obblighi. Se in agosto del 2008 ho dovuto rischiare la mia vita per portare una vecchia barca da pesca da Cipro a Gaza, sfidando la Marina Israeliana per rompere il crudele ed illegale assedio di due anni imposto ad una popolazione già impoverita e traumatizzata, era solo perché i governi, il cui lavoro dovrebbe essere di far rispettare le leggi internazionali e garantire un ordine mondiale pacifico, hanno abdicato nei confronti delle proprie responsabilità.</p>
<p>Il nostro pericoloso viaggio ha rappresentato ciò che viene chiamata la &#8220;politica della vergogna&#8221;, cioè il cercare di imbarazzare i governi mettendoli in una posizione di dover per forza fare il proprio dovere. Kant ipotizza una struttura sociale per la &#8220;pace perpetua&#8221; che, in effetti, contiene molti degli elementi del sistema mondiale attuale: stati liberi con costituzioni repubblicane come ideale condiviso da molti e, in molti luoghi, come realtà politica; una federazione di stati sovrani; infine, l&#8217;importanza assoluta della legge internazionale. Ma nell&#8217;ordine razionale di Kant manca l&#8217;elemento della buona fede da parte degli stati, che dovrebbe essere imposta dai cittadini organizzatisi in una società civile.  </p>
<p><strong><br />
Mobilitare la società civile</strong></p>
<p>L&#8217;irresponsabilità degli stati non è mai stata così evidente come col conflitto israelo-palestinese, che già da 60 anni sarebbe dovuto essere risolto, risparmiando in tutti questi anni decine di migliaia di vite e di case, e contemporaneamente evitando l&#8217;attuale tensione e polarizzazione fra relazioni islamiche e occidentali, portando dunque ad un crescente senso d&#8217;insicurezza percepito da tutti nel mondo. Quindi l&#8217;assioma che ho appena proposto &#8211; che gli stati di loro iniziativa non faranno la cosa giusta &#8211; ha una clausola: a meno che non vengano punzecchiati, spinti e, alla fin fine, costretti dalla gente ad agire. Ma come si fa a fare in modo che la gente spinga, e poi nella direzione giusta? Dopotutto, la società civile nel suo insieme è lontana dall&#8217;essere progressista. E&#8217; il contrario, se si considerano i governi che vengono spesso eletti. Israele è un esempio perfetto. Il 1948 segna il nostro anno d&#8217;indipendenza. Cosa importa se è anche l&#8217;anno della <em>nakba</em>, una catastrofe per il popolo palestinese, anno nel quale più di 700 000 abitanti indigeni che non presero parte ai combattimenti (almeno la metà della popolazione palestinese) furono cacciati dalle proprie case, che vennero poi demolite. Questa fu vista dagli ebrei come una cosa buona, e tutto ciò solo tre anni dopo l&#8217;olocausto. Oggi si testimonia come in Israele un&#8217;occupazione durata senza tregua per più di quattro decenni possa essere trasformata in una non-questione. Vien fuori che la gente, non meno i governi, ha la capacità di guardare l&#8217;ingiustizia dritta negli occhi e continuare comunque a negarla o minimizzarla, persino giustificarla o non vederla affatto. Questa capacità ricorda l&#8217;evocativa descrizione di Ralph Ellison su come i neri d&#8217;America furono resi invisibili:</p>
<p><em>Sono l&#8217;uomo invisibile&#8230; invisibile, capiscimi, semplicemente perché la gente si rifiuta di vedermi. E&#8217; come se io fossi circondato da specchi di duro vetro distorto. Quando mi si avvicinano vedono solo ciò che mi circonda, se stessi o immagini provenienti dalle loro immaginazioni. In effetti, vedono tutto e qualsiasi cosa fuorché me&#8230;</em><br />
 <br />
Questa descrizione potrebbe essere applicata ai palestinesi, per non parlare dei miliardi di altri poveri, immigrati e persone &#8220;illegali&#8221; sparite dalla vista.</p>
<p>Dunque, perché non mobilitare l&#8217;Europa? Non è un compito facile, soprattutto visto che è un continente ancora tormentato dai sensi di colpa per l&#8217;olocausto e risucchiato dagli interessi politici di una grande potenza mondiale, Israele. Io non ho mai capito come l&#8217;espiazione per l&#8217;olocausto, che tutt&#8217;oggi sussiste in molte parti d&#8217;Europa, sia collegata alla nascita di un&#8217;Europa nella quale la lezione sia stata appresa &#8211; in particolare, che nell&#8217;ambito della politica estera sia resa una priorità assoluta alla traduzione sotto forma di leggi per il rispetto per i diritti umani e degli accordi internazionali a protezioni dei popoli. Questo è un punto cruciale, visto che l&#8217;Europa avrà un ruolo costruttivo nel risolvere il conflitto israelo-palestinese. Se l&#8217;Europa confonderà il sostegno per le politiche di occupazione d&#8217;Israele con l&#8217;espiazione, diventerà al contrario un ostacolo alla pace. </p>
<p>L&#8217;Europa, con la Germania logicamente in testa, è davvero arrivata lontano in ciò che io chiamo un processo di &#8220;redenzione&#8221;, fase che ogni stato precedentemente coloniale e oppressivo dovrebbe attraversare. Ha riconosciuto la terribile ingiustizia inflitta al popolo ebraico (fra gli altri) ed ha accettato le proprie responsabilità. La comunità internazionale ha riconosciuto che la Germania nazista ed i suoi alleati avessero perpetrato questi crimini; sotto forma di giustizia ristoratrice, la nuova Europa si è ricostituita come unione democratica assumendo un ruolo di responsabilità negli affari mondiali. L&#8217;Europa ha anche offerto un notevole sostegno ad Israele dal giorno della sua concezione (sebbene a volte sia stata persino troppo notevole, come nel caso della Germania che ha provveduto a far avere ad Israele dei sottomarini trasportatori di testate nucleari). L&#8217;Europa costituisce il principale compagno di scambi commerciali, donando ad Israele uno status privilegiato. Tuttavia, ad un certo punto del processo di redenzione, un paese, un continente dovrebbe raggiungere un momento nel quale poi evolvere, momento in cui il bisogno di provare sensi di colpa per passate azioni sia poi sostituito dall&#8217;assunzione di un ruolo negli affari internazionali, in cui le lezioni apprese e le responsabilità accettate saranno tradotte nel contributo a perseguire un ordine mondiale più giusto e basato sui diritti umani.</p>
<p>Scegliere di aiutare Israele a districarsi da un conflitto sempre più in deterioramento, che mette sempre di più a repentaglio la propria stessa sicurezza, suggerirebbe il più vero e significativo atto di espiazione e redenzione. Un atto di tale portata e significato richiederebbe, tuttavia, che l&#8217;Europa indirizzi con fermezza, ma anche con spirito costruttivo le violazioni di diritti umani subite dai palestinesi per mano israeliana. In effetti, la redenzione di Israele e dell&#8217;Europa dipende allo stesso modo dal riuscire a far raggiungere l&#8217;autodeterminazione palestinese. Per i primi perché risolverebbe una volta per tutte le paure per la sicurezza d&#8217;Israele, rimuovendo proprio la fonte delle proprie paure, cioè l&#8217;oppressione dei palestinesi da parte di Israele. Per i secondi perché l&#8217;Europa avrebbe finalmente mantenuto le promesse fatte al mondo intero dopo l&#8217;Olocausto: che avrebbe assicurato la giustizia, la riconciliazione fra i popoli e un ordine mondiale pacifico. Assicurarsi del bene di Israele e contemporaneamente assumere un ruolo centrale come voce post-Olocausto per una moralità degli affari politici si avvicina alla visione di Kant della Germania e anche dell&#8217;Europa, una forza motrice dietro ad un nuovo ordine politico dedicato alla pace perpetua. </p>
<p>Ma Israele deve ancora iniziare il suo processo di redenzione, assumendosi la responsabilità per la terribile distruzione della società palestinese e la sua perpetua occupazione, durante la quale ha distrutto 24 000 case di civili innocenti (le case NON vengono distrutte per motivi di sicurezza!). Al contrario, Israele si trova ancora in uno stato di esaltazione nel suo tentativo di imporre uno stato esclusivamente ebraico sull&#8217;intero territorio d&#8217;Israele &#8211; cioè la Palestina &#8211; con crimini perpetui di pulizia etnica, occupazione, guerra e oppressione per i quali dovremmo prima o poi cercare la redenzione. Dunque, questa diventerebbe l&#8217;Europa dall&#8217;approccio diverso che io, come ebreo israeliano, spero di poter vedere, portando la pace fra la mia gente ed i palestinesi. Suggerisco quindi all&#8217;Europa che se ha davvero un &#8220;rapporto speciale&#8221; con Israele, non più basato sul ricatto dell&#8217;Olocausto, occupi dunque una posizione privilegiata per aiutarci a superare la sua ideologia dell&#8217;occupazione, aiutandoci ad adottare i valori post-Olocausto di rispetto per i diritti umani.</p>
<p>Anche Israele deve chiudere con l&#8217;Olocausto. Nelle mani di cinici politici, che lo usano per giustificare le proprie politiche di oppressione e ammutolire qualsiasi critica, soprattutto quella europea, il retaggio stesso dell&#8217;Olocausto diventa un pericolo da non sottovalutare, dissacrare o distorcere. Quanto sarebbe orribile se i giovani, in Israele, Europa e altrove venissero a considerare l&#8217;Olocausto come poco più che un pretesto per impedire ogni critica mossa contro Israele, svuotandolo del reale significato e potenziale per crescere come popolo. Come Avraham Burg, un ex speaker del parlamento israeliano e capo della Jewish Agency asserisce nel titolo del suo recente libro: <em>L&#8217;Olocausto è finito: solleviamoci dalle sue ceneri</em>. </p>
<p>Marc Ellis, un teologo della liberazione, ebreo, asserisce che l&#8217;ebraismo moderno è definito da ciò che ci è avvenuto durante l&#8217;Olocausto e ciò che stiamo facendo ai palestinesi. Questo si potrebbe dire anche dell&#8217;Europa. La prova per vedere se essa ha veramente superato il suo passato olocaustiano si determina constatando se sta sostenendo Israele nel suo compito più urgente, cioè quello di mettere fine a ogni conflitto con i palestinesi. Ecco come riconcilierebbe le responsabilità che le sono state imposte dall&#8217;Olocausto col suo ruolo di difensore e fautore dei diritti umani e della legge internazionale. Affinché la visione di Kant per una federazione di stati repubblicani sostenitori della Legge delle Nazioni possa avere un significato, la comunità internazionale &#8211; guidata dall&#8217;Europa, che si è mossa per redimersi dal proprio passato &#8211; deve salvare Israele da se stesso. Lo spettro dello stato ebraico che impone qualcosa che somigli anche solo vagamente ad un olocausto (o semplicemente a uno stato di oppressione permanente) su una popolazione palestinese indifesa è semplicemente troppo orribile da immaginare. Eppure gli ebrei israeliani eleggono ripetutamente dei governi che non solo espandono e rafforzano l&#8217;occupazione di Israele, ma senza fare di loro iniziativa ciò che sarebbe necessario per cessare il conflitto. Risolvere il conflitto israelo-palestinese richiederà una ferma asserzione di volontà e primato dei diritti umani da parte della comunità internazionale. L&#8217;Europa sarà fondamentale nel portare avanti le proprie responsabilità verso Israele e la comunità internazionale, o alternativamente tradirà e fraintenderà i propri obblighi post-Olocausto verso il popolo ebraico, sostenendo le politiche di occupazione di Israele a detrimento di tutti i coinvolti, prima di tutti gli ebrei israeliani stessi. Questo è il Categorico Imperativo Kantiano del giorno.   <br />
<strong><br />
Come valuti la pratica del boicottaggio verso Israele? E, se la sostieni, quali tipi di boicottaggio auspichi? </strong>  </p>
<p>Halper: “Noi dell&#8217;ICAHD sosteniamo il Boicottaggio/Disinvestimento/Sanzioni (BDS); in effetti, siamo stati il primo gruppo israeliano ad appoggiarlo. Ecco la nostra dichiarazione.”</p>
<p>27 gennaio, 2005</p>
<p><strong>SANZIONI CONTRO L&#8217;OCCUPAZIONE ISRAELIANA: SAREBBE ORA</strong></p>
<p>Dopo anni di sforzi diplomatici e politici atti a indurre Israele a interrompere la propria occupazione, mentre al contrario la si osserva diventare più forte e radicata, ICAHD sostiene un&#8217;articolata campagna di strategiche sanzioni contro Israele <em>finché non cesserà l&#8217;occupazione</em>; in altre parole, una campagna che prenda di mira l&#8217;occupazione israeliana e non Israele stesso.  Noi crediamo che nella maggior parte dei casi, semplicemente applicare leggi esistenti, internazionali ma anche interne, renderebbe l&#8217;occupazione inattuabile e porterebbe Israele in linea con gli accordi sui diritti umani. Noi favoriamo anche un selettivo disinvestimento e boicottaggio come strumenti di pressione economica e morale.</p>
<p>Visto che le sanzioni sono un mezzo potente, non-violento e popolare per contrastare l&#8217;occupazione, una campagna di sanzioni ci sembra il prossimo e più logico passo da compiere fra i tentativi internazionali per far cessare l&#8217;occupazione. Sapendo che il processo sarà articolato nel tempo, attualmente l&#8217;ICAHD sostiene i seguenti elementi:<br />
Vendita e trasferimento di armi ad Israele devono essere condizionati dall&#8217;uso che ne verrà fatto e in modo che non perpetrino l&#8217;occupazione o violino i diritti umani e le leggi umanitarie internazionali, violazioni che sarebbero interrotte se il governo applicasse leggi e regolamenti esistenti riguardanti l&#8217;uso delle armi, in concordia coi diritti umani;  <br />
Le sanzioni di commercio contro Israele dovute alle sue violazioni dell&#8217;“Association Agreements”, firmato con l&#8217;UE, che proibisce la vendita di prodotti fabbricati negli insediamenti come “Made in Israel”, come anche per le violazioni di altre clausole sui diritti umani; <br />
Disinvestimento da compagnie che traggono profitto dal proprio coinvolgimento nell&#8217;occupazione. In questa vena l&#8217;ICAHD dà il proprio sostegno a iniziative come quelle della Chiesa Presbiteriana degli USA, che prende di mira le aziende offerenti contributi materiali verso l&#8217;occupazione. Certamente sosteniamo la campagna contro i bulldozer Caterpillar, che demoliscono migliaia di case palestinesi. <br />
Boicottaggio dei prodotti provenienti dagli insediamenti e delle aziende che danno alloggio ai coloni o che hanno un ruolo di rilievo nel perpetrare l&#8217;occupazione; <br />
Boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane che non hanno adempiuto alle proprie responsabilità per sostenere la libertà d&#8217;espressione dei loro omologhi palestinesi, comprese le università, le facoltà e gli studenti. Il nostro invito ad un boicottaggio accademico delle università israeliane si oppone all&#8217;organizzazione di conferenze accademiche internazionali in Israele e collaborazioni internazionali in progetti di ricerca. Non si applica però al boicottaggio di studiosi individuali o ricercatori.<br />
Individui quali politici e amministratori, personale militare che obbedisce ad ordini altrui, ma personalmente responsabili per violazioni di diritti umani, compresi processi davanti a tribunali internazionali e proibizioni a viaggiare in altri paesi.   </p>
<p>L&#8217;ICAHD lancia un appello alla comunità internazionale: i governi, i sindacati, le comunità universitarie, religiose e più in generale la società civile deve fare tutto il possibile per far gravare il peso della responsabilità dell&#8217;occupazione su Israele. Mentre invitiamo anche le autorità palestinesi ad aderire alle convenzioni per i diritti umani, la nostra campagna per l&#8217;applicazione di sanzioni selettive contro l&#8217;occupazione si concentra in particolar modo su Israele, che da solo ha il potere di mettere fine all&#8217;occupazione ed è il solo a violare le leggi internazionali riguardo alle responsabilità che spettano ad una potenza colonizzatrice.  </p>
<p>Noi crediamo che una delle più efficaci mire del BDS dovrebbe essere quella del commercio di armi fra i Paesi di tutto il mondo e Israele. Se i popoli del mondo potessero vedere fino a che punto i loro governi e le loro corporazioni sono coinvolte nell&#8217;aiutare Israele a mantenere militarmente l&#8217;occupazione, e soprattutto quante armi e tattiche di &#8220;contro-insorgenza&#8221; sviluppate e sperimentate da Israele nel proprio &#8220;laboratorio palestinese&#8221; arrivano anche ad essere applicate dalle forze dell&#8217;ordine dei propri Paesi, ne sarebbero sconvolti. Questo è un modo efficace per rendere il conflitto una questione anche propria, locale, mostrando come penetri anche all&#8217;interno delle proprie comunità, minacciandone le libertà civili. </p>
<p><strong>In quali modi la diffusione del sionismo dalla creazione di Israele in poi ha cambiato la percezione della propria identità di ebreo negli ebrei appartenenti alle comunità della diaspora? E in quali modi, di conseguenza, ha cambiato le forme di partecipazione degli ebrei diasporici alla vita civile e politica europea e americana?</strong></p>
<p>Halper: “Di seguito riporto l&#8217;articolo scritto dopo che mi fu negato il permesso di parlare in una sinagoga di Sydney, Australia. Parla esattamente degli argomenti di cui chiedi.”<br />
<strong><br />
GLI EBREI DELLA DIASPORA DEVONO SMETTERLA DI IDEALIZZARE ISRAELE</strong><br />
Jeff Halper<br />
(Pubblicato nel <em>Sydney Morning Herald</em>, 10 Aprile, 2009)</p>
<p>Una cosa buffa mi è accaduta mentre mi dirigevo verso la sinagoga di Sydney; la conferenza in programma è stata annullata. Lo scandalo alla sola idea che io parlassi di fronte ad una comunità ebraica in Australia, risultava veramente scioccante per un israeliano. Se è assai vero che io sono molto critico dell&#8217;occupazione da parte d&#8217;Israele e che metto in discussione la soluzione dei due stati (considerando fino a dove si estendono gli insediamenti israeliani), non è comunque una giustificazione per la demonizzazione a cui sono stato sottoposto nelle pagine dell&#8217;altrimenti rispettabile <em>Australian Jewish News</em>. Dopotutto, opinioni simili alle mie si possono prontamente trovare nei maggiori media israeliani. In effetti, io stesso scrivo spesso per la stampa israeliana e parlo regolarmente alla TV e la radio israeliane.</p>
<p>Qual è dunque il motivo per questa reazione isterica? Perché sono stato bandito dal tempio Emmanuel di Sydney, una sinagoga auto-definita progressista? Perché io, un israeliano, dovrei indirizzarmi alla comunità ebraica da una chiesa? Perché sono stato invitato a parlare in ogni università dell&#8217;Australia orientale eppure, alla Monash University, la cosiddetta università ebraica d&#8217;Australia, ho dovuto tenere una riunione clandestina con i professori ebrei in una stanza buia, lontano dalle sale dei discorsi degli intellettuali? E poi, perché gli israeliani che hanno partecipato alle mie conferenze, assieme agli ebrei australiani, quando i capi delle comunità ebraiche condannavano me e le mie posizioni, hanno al contrario espresso apprezzamento per il fatto che un &#8220;vero&#8221; israeliano stesse finalmente rendendo accessibile agli australiani le proprie vedute, anche nel momento in cui non le condividevano? Tutto ciò solleva delle domande inquietanti sul diritto degli ebrei della diaspora di poter ascoltare vedute divergenti sul conflitto degli israeliani con i palestinesi, i punti di vista spesso sostenuti dagli stessi israeliani. Questo è un fenomeno di censura che gli israeliani critici sopportano da parte degli auto-eletti paladini dell&#8217;ebraicità in altre parti del mondo.</p>
<p>La controversia australiana solleva una questione ancora più grave, comunque. Quale dovrebbe essere la natura del rapporto degli ebrei della diaspora con Israele? Ho il sospetto che qualsiasi genere di minaccia io possa rappresentare, ha meno a che fare con Israele e tutto a che vedere con la paura che io possa mettere in discussione l&#8217;immagine idealizzata d&#8217;Israele, che io chiamo l&#8217;immagine “Leon Uris” d&#8217;Israele che, ammesso che sia mai esistita, certamente non esiste oggi. Ma loro vi si aggrappano con trasporto, direi anche disperazione, nonostante ciò che appare nei notiziari. Può sembrare una strana cosa da dirsi, ma non credo che gli ebrei della diaspora abbiano elaborato il fatto che Israele è un paese a loro straniero, lontano dalla loro versione idealizzata quanto l&#8217;immagine dell&#8217;Australia come un&#8217;unica, allegra terra dei canguri. </p>
<p>I paesi cambiano, evolvono. Cosa penserebbero i padri fondatori dell&#8217;Australia, persino quelli che fino al 1973, perseguendo una politica per un&#8217;Australia bianca, potessero vedere la società multi-culturale che è diventata oggi l&#8217;Australia? Beh, si dà il caso che quasi il 30% di cittadini israeliani non siano ebrei, e potremmo ben aver incorporato altri quattro milioni di palestinesi (i residenti dei territori occupati). Per di più, è chiaro che la stragrande maggioranza degli ebrei del mondo non emigrerà in Israele. Questi dati di fatto, in aggiunta al bisogno urgente che Israele faccia pace coi suoi vicini, vogliono dire qualcosa. Vogliono dire che Israele deve cambiare con modi che Ben Gurion e Leon Uris non avevano previsto, anche se è difficile da accettare per gli ebrei della diaspora. </p>
<p>Il problema pare essere che gli ebrei della diaspora usano Israele come pilastro della propria identità etnica, diffondendo l&#8217;immagine di un Israele perseguitato come modo di mantenere intatta la comunità. Ma questo non crea presupposti per delle relazioni sane. Israele non può continuare a essere concepito come un voyeuristico ideale da un popolo che, sebbene professi un impegno affinché Israele sopravviva, in realtà necessita di un Israele in guerra per la sopravvivenza interna della propria comunità. Ecco perché io, in qualità di israeliano critico, appaio così minaccioso. Posso sia concepire un Israele molto diverso dallo &#8220;stato ebraico&#8221; così affettuosamente accarezzato a distanza dagli ebrei della diaspora, sia concepirne uno pacifico. Paradossalmente, è proprio l&#8217;idea di uno stato normale che viva in pace coi propri vicini che pare così minaccioso agli ebrei all&#8217;estero, perché li lascia senza una causa esteriore contro cui galvanizzarsi.</p>
<p>Ma Israele non può incarnare questo ruolo. Gli ebrei della diaspora devono costruirsi una vita propria, rivalorizzare la cultura della diaspora (che il sionismo ha scaricato come effimera e superficiale), ritrovare dei reali, affascinanti motivi per i quali i loro figli dovrebbero voler restare ebrei. Sostenere ciecamente le politiche militari di estrema destra d&#8217;Israele non è affatto il modo di ottenere tutto ciò. Questo sostegno privo di qualsiasi forma di critica è in contraddizione con i valori liberali che definiscono l&#8217;essere ebreo della diaspora, allontanando la nuova generazione di ebrei pensanti.</p>
<p>Ecco la minaccia che io rappresento. Ciò che mi è accaduto in Australia è solo un minuscolo episodio in una triste saga di reciproco sfruttamento a danno sia degli ebrei della diaspora, che di Israele. Le lezioni sono tre: gli ebrei della diaspora devono lasciare andare Israele, costruirsi una vita (ebraica) indipendente, e tornare ad assumere un impegno storico a favore della giustizia sociale e dei diritti umani. Possono augurare il meglio a Israele, ma sperando in una cessazione dell&#8217;occupazione, sperando in una giusta pace per i palestinesi. Per quel che mi riguarda, io torno a casa mia a Gerusalemme per continuare la giusta lotta.</p>
<p>Jeff Halper, 24 luglio 2009</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/24/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper-2/">Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (2)</a></p>
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		<title>Israele: boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 07:09:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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di <strong>Naomi Klein</strong> &#8211; <a title="l'articolo originale in inglese" href="http://www.thenation.com/doc/20090126/klein">the Nation</a> &#8211; via <a title="la traduzione intaliana originale" href="http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&#38;op=viewarticle&#38;artid=8517">Megachip</a></p>
<p>È ora. Un momento che giunge dopo tanto tempo. La strategia migliore per porre fine alla sanguinosa occupazione è quella di far diventare Israele il bersaglio del tipo di movimento globale che pose fine all&#8217;apartheid in Sud Africa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/israele-boicottaggio-ritiro-degli-investimenti-e-sanzioni/">Israele: boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni</a></p>
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di <strong>Naomi Klein</strong> &#8211; <a title="l'articolo originale in inglese" href="http://www.thenation.com/doc/20090126/klein">the Nation</a> &#8211; via <a title="la traduzione intaliana originale" href="http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&amp;op=viewarticle&amp;artid=8517">Megachip</a></p>
<p>È ora. Un momento che giunge dopo tanto tempo. La strategia migliore per porre fine alla sanguinosa occupazione è quella di far diventare Israele il bersaglio del tipo di movimento globale che pose fine all&#8217;apartheid in Sud Africa.</p>
<p>Nel luglio 2005 <a href="http://www.bdsmovement.net/?q=node/52#Italian">una grande coalizione di gruppi palestinesi</a> delineò un piano proprio per far ciò. Si appellarono alla «gente di coscienza in tutto il mondo per imporre ampi boicottaggi e attuare iniziative di pressioni economiche contro Israele simili a quelle applicate al Sudafrica all&#8217;epoca dell&#8217;apartheid». Nasce così la campagna “Boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni” (<a href="http://www.bdsmovement.net/">Boycott, Divestment and Sanctions</a>), BDS per brevità.<span id="more-13266"></span></p>
<p>Ogni giorno che Israele martella Gaza spinge più persone a convertirsi alla causa BDS, e il discorso del cessate il fuoco non ce la fa a rallentarne lo slancio. Il sostegno sta emergendo persino tra gli ebrei israeliani. Proprio mentre è in corso l&#8217;assalto, circa 500 israeliani, decine dei quali artisti e studiosi rinomati, hanno inviato una <a href="http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&amp;op=viewarticle&amp;artid=8516">lettera</a> agli ambasciatori stranieri di stanza in Israele. La lettera chiede «l&#8217;adozione immediata di misure restrittive e sanzioni» e richiama un chiaro parallelismo con la lotta antiapartheid. «Il boicottaggio del Sud Africa fu efficace, Israele invece viene trattato con guanti di velluto&#8230;. Questo sostegno internazionale deve cessare.»</p>
<p>Tuttavia, molti ancora non ci riescono. Le ragioni sono complesse, emotive e comprensibili. E semplicemente non sono abbastanza buone. Le sanzioni economiche sono gli strumenti più efficaci dell&#8217;arsenale nonviolento. Arrendersi rasenta la complicità attiva. Qui di seguito le maggiori quattro obiezioni alla strategia BDS, seguita da contro-argomentazioni.</p>
<p><strong>1. Le misure punitive alieneranno anziché convincere gli israeliani.</strong> Il mondo ha sperimentato quello che si chiamava “impegno costruttivo”. Ebbene, ha fallito in pieno. Dal 2006 <strong>Israele accresce costantemente la propria criminalità</strong>: l&#8217;espansione degli insediamenti, l&#8217;avvio di una scandalosa guerra contro il Libano e l&#8217;imposizione di <strong>punizioni collettive</strong> su Gaza attraverso un blocco brutale. Nonostante questa escalation, Israele non ha dovuto far fronte a misure punitive, ma anzi, al contrario: armi e <strong>3 miliardi di dollari annui in aiuti</strong> che gli Stati Uniti inviano a Israele, tanto per cominciare. Durante questo periodo chiave, Israele ha goduto di un notevole miglioramento nelle sue relazioni diplomatiche, culturali e commerciali con moteplici altri alleati. Ad esempio, nel 2007, Israele è diventato il primo paese non latino-americano a firmare un accordo di libero scambio con il Mercosur. Nei primi nove mesi del 2008, le esportazioni israeliane verso il Canada sono aumentate del 45%. Un nuovo accordo di scambi commerciali con l&#8217;Unione europea è destinato a raddoppiare le esportazioni di Israele di preparati alimentari. E l&#8217;8 dicembre i ministri europei hanno “rafforzato” <strong>l&#8217;Accordo di Associazione UE-Israele</strong>, una ricompensa a lungo cercata da Gerusalemme.</p>
<p>È in questo contesto che i leader israeliani hanno iniziato la loro ultima guerra: fiduciosi di non dover affrontare costi significativi. È da rimarcare il fatto che in sette giorni di commercio durante la guerra, l&#8217;indice della Borsa di Tel Aviv è salito effettivamente del 10,7 per cento. Quando le carote non funzionano, i bastoni sono necessari.</p>
<p><strong>2. Israele non è il Sud Africa.</strong> Naturalmente non lo è. La rilevanza del modello sudafricano è che dimostra che tattiche BDS possono essere efficaci quando le misure più deboli (le proteste, le petizioni, pressioni di corridoio) hanno fallito. Ed infatti permangono <a title="da The Indipendent, Israeli occupation reminiscent of apartheid" href="http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/civil-rights-group-claim-israeli-occupation-is-reminiscent-of-apartheid-1056546.html">reminiscenze dell&#8217;apartheid</a> profondamente desolanti: documenti di odentità con codici colorati e permessi di viaggio, case rase al suolo dai bulldozer e sfollamenti forzati, strade per soli coloni. Ronnie Kasrils, eminente uomo politico sudafricano, ha detto che l&#8217;architettura della segregazione da lui vista in Cisgiordania e a Gaza nel 2007 è “<a title="Israeli occupation in 2007 worse than apartheid" href="http://www.mg.co.za/article/2007-05-21-israel-2007-worse-than-apartheid">infinitamente peggiore dell&#8217;apartheid</a>”.<strong></strong></p>
<p><strong>3. Perché mettere all&#8217;indice solo Israele, quando Stati Uniti, Gran Bretagna e altri paesi occidentali fanno le stesse cose in Iraq e in Afghanistan?</strong> Il boicottaggio non è un dogma, è una tattica. La ragione per cui la strategia BDS dovrebbe essere tentata contro Israele è pratica: in un paese così piccolo e così dipendente dal commercio potrebbe effettivamente funzionare.<strong></strong></p>
<p><strong>4. Il boicottaggio allontana la comunicazione, c&#8217;è bisogno di più dialogo, non di meno.</strong> A questa obiezione risponderò con una mia storia personale. Per otto anni i miei libri sono stati pubblicati in Israele da una casa editrice commerciale chiamata Babel. Ma quando ho pubblicato “Shock Economy” ho voluto rispettare il boicottaggio. Su consiglio degli attivisti BDS, ho contattato un piccolo editore chiamato <a title="Andalus publishing" href="http://www.andalus.co.il/">Andalus</a>. Andalus è una casa editrice attivista, profondamente coinvolta nel movimento anti-occupazione ed è l&#8217;unico editore israeliano dedicato esclusivamente alla traduzione in ebraico di testi scritti in arabo. Abbiamo redatto un contratto che garantisce che tutti i proventi vadano al lavoro di Andalus, e nessuno per me. In altre parole, io sto boicottando l&#8217;economia di Israele, ma non gli israeliani.</p>
<p>Mettere in piedi questo programma ha comportato decine di telefonate, e-mail e messaggi istantanei, da Tel Aviv a Ramallah, a Parigi, a Toronto, a Gaza City. A mio avviso non appena si dà vita ad una strategia di boicottaggio il dialogo aumenta tremendamente. D&#8217;altronde, perché non dovrebbe? Costruire un movimento richiede infinite comunicazioni, come molti nella lotta antiapartheid ricordano bene. L&#8217;argomento secondo il quale sostenendo i boicottaggi ci taglieremo fuori l&#8217;un l&#8217;altro è particolarmente specioso data la gamma di tecnologie a basso costo alla portata delle nostre dita. Siamo sommersi dalla gamma di modi di comunicare l&#8217;uno con l&#8217;altro oltre i confini nazionali. Nessun boicottaggio ci può fermare.</p>
<p>Proprio riguardo ad ora, parecchi orgogliosi sionisti si stanno preparando per un punto a loro favore: forse io non so che parecchi di quei giocattoli molto high-tech provengono da parchi di ricerca israeliani, leader mondiali nell&#8217;Infotech? Abbastanza vero, ma mica tutti. Alcuni giorni dopo l&#8217;assalto di Israele a Gaza, Richard Ramsey, direttore di una società britannica di telecomunicazioni, ha inviato una e-mail alla ditta israeliana di tecnologia MobileMax. «A causa dell&#8217;azione del governo israeliano degli ultimi giorni non saremo più in grado di prendere in considerazione fare affari con voi né con qualsiasi altra società israeliana.»</p>
<p>Quando è stato interpellato da The Nation, Ramsey ha affermato che la sua decisione non è stata politica. «Non possiamo permetterci di perdere neppure uno dei nostri clienti: è stata pura logica difensiva commerciale.»</p>
<p>È stato questo tipo di freddo calcolo che ha portato molte aziende a tirarsi fuori dal Sud Africa due decenni fa. Ed è proprio questo tipo di calcolo la nostra più realistica speranza di portare giustizia, così a lungo negata, alla Palestina.</p>
<p>Traduzione di Manlio Caciopo per <a href="http://www.megachip.info">Megachip</a> 10 gennaio 2009<br />
Articolo orginale del 7 gennaio 2009: <a href="http://www.thenation.com/doc/20090126/klein">http://www.thenation.com/doc/20090126/klein</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/israele-boicottaggio-ritiro-degli-investimenti-e-sanzioni/">Israele: boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni</a></p>
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		<title>L&#8217;arte di boicottare le olimpiadi</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Aug 2008 06:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/dscf3901.jpg"></a></p>
<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Mi rendo conto che “olimpiadi” e “diritti umani” sono una coppia di concetti indissolubili. Mi rendo conto che l’avvento delle olimpiadi si accompagna in modo costante con la preoccupazione dei diritti umani. Mi chiedo, per altro, perché non si proponga di fare olimpiadi tutti gli anni, in modo da tenere più desta l’attenzione del mondo sullo stato dei diritti umani.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/18/larte-di-boicottare-le-olimpiadi/">L&#8217;arte di boicottare le olimpiadi</a></p>
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<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Mi rendo conto che “olimpiadi” e “diritti umani” sono una coppia di concetti indissolubili. Mi rendo conto che l’avvento delle olimpiadi si accompagna in modo costante con la preoccupazione dei diritti umani. Mi chiedo, per altro, perché non si proponga di fare olimpiadi tutti gli anni, in modo da tenere più desta l’attenzione del mondo sullo stato dei diritti umani. Insomma, l’equazione dovrebbe funzionare: più olimpiadi, più diritti umani. Non credo che ciò potrebbe dispiacere agli sponsor. E’ anche vero che le lunghe chiacchierate preventive da parte di statisti e opinionisti occidentali sull’opportunità o meno di boicottare le olimpiadi, si sono risolte in piccoli gesti ma estremamente significativi: pare che alcuni atleti europei, nel chiasso della cerimonia di apertura, abbiano ripetuto tra i denti “Free Tibet”. Devo comunque ammettere che, per una strana indolenza, non ho seguito le vicende dei sostenitori del boicottaggio, ammesso che esistano. Se quindi essi hanno messo in campo strategie specifiche, forme di resistenza peculiari, ne sono del tutto all’oscuro. Però a conti fatti, mi sono reso conto che dalla cerimonia di apertura, che non so bene in quale esatto giorno collocare, non ho letto nessun articolo a stampa che parli delle olimpiadi, non ho visto nessuna immagine televisiva delle olimpiadi, non ho discusso con nessuno di olimpiadi, ho ascoltato qualche minuto di resoconto delle gare sportive su France Info, radio pubblica francese, e cinque minuti di una trasmissione su Radiopopolare dedicata alle olimpiadi.<br />
<span id="more-7244"></span><br />
Mi è venuto allora il dubbio che senza rendermene conto io stia effettivamente, nel mio piccolo, boicottando le olimpiadi. Non so se l’idea di boicottaggio si accompagni con un’idea di sforzo di volontà, di minimo sacrificio, ma nel caso lo fosse, io sono &#8211; in quanto boicottatore &#8211; un eccezione: il boicottaggio mi viene spontaneo, senza programma, strategia, riflessione. Forse il mio è un boicottaggio su larga scala, che si rivolge contro la Cina ma anche contro tutti gli altri paesi che partecipano ai giochi. Un boicottaggio ampio e preventivo, o retrospettivo: tiene in conto i diritti violati e violabili ogni giorno di ogni essere umano del pianeta da parte di qualsiasi stato. Ma tiene anche conto dei diritti di ognuno di non farsi invadere la mente, il linguaggio, la retina, da una quantità di cose che non lo riguardano minimamente, come gli “ori” da portare a casa. Non so bene se questi “ori” siano i braccialetti della nonna, che qualcuno le ha sottratto, per portarseli a Pechino o dintorni. Ma io sono del parere che posate e bracciali della nonna rimangano pure dove sono. Io, almeno, ne riuscirò a fare a meno. E non mi si dica: “intellettuale snob”. Io boicotto, signori! Boicotto a mia insaputa, addirittura. Boicotto spontaneamente, preventivamente, restrospettivamente. E senza il minimo sforzo.</p>
<p>[immagine A Inglese]</p>
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		<title>Variazioni Meridiano &#8211; 7: Andrea Raos</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Apr 2008 05:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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<p>(Questa storia da ridere si svolgeva tanti, tanti anni fa:)</p>
<p>Alcuni Stati stranieri si rifiutavano persino di utilizzare il nome ufficiale, Ytalya, e insistevano a chiamarla “l’entytà maffiosa”, semplicemente, come a negarne l’esistenza.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/02/variazioni-meridiano-7-andrea-raos/">Variazioni Meridiano &#8211; 7: Andrea Raos</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/falcone2.jpg" title="falcone2.jpg"><img border="0" width="140" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/falcone2.jpg" alt="falcone2.jpg" height="190" /></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/arafat.jpg" title="arafat.jpg"><img border="0" width="140" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/arafat.jpg" alt="arafat.jpg" height="190" /></a><strong> “L’entytà maffiosa”. Una storia da ridere. (KarmaRoma remix)</strong></p>
<p>(Questa storia da ridere si svolgeva tanti, tanti anni fa:)</p>
<p>Alcuni Stati stranieri si rifiutavano persino di utilizzare il nome ufficiale, Ytalya, e insistevano a chiamarla “l’entytà maffiosa”, semplicemente, come a negarne l’esistenza. Insistevano bene su ogni sillaba nel pronunciare quel nome, fino a farlo soffiare come un serpente in trappola. Il fatto stesso che la “democrazia” detta “Ytalya” esistesse era per loro – quelle democrazie compiute, perfette in virtù del fatto stesso di essere coscienti della propria imperfezione – una “catastrofe”. Si fregiavano di buoni sentimenti nei confronti di un pugno di dannati, di straccioni, che alla nascita di quello Stato si erano visti espropriati delle loro terre e gettati a marcire in qualche <em>no man’s land</em> dalle condizioni di vita indicibili. Rifiutavano di ammettere che quei quattro pulciosi erano loro i primi a disprezzarli, a odiarli, a ignorarli (salvo farsene una bandiera, nel caso, trasformandoli nell’oggetto di una strumentalizzazione politica delle più abiette).</p>
<p>Ma d’altra parte:<span id="more-5549"></span></p>
<p>Era sotto gli occhi di tutti che la “maffia” era il vero motore del Paese-Ytalya, che lo governava e pensava per lui. Peraltro, in alcune regioni addirittura era stata democraticamente eletta; l’opposizione vi vivacchiava fra sogni di gloria e interminabili lotte intestine.</p>
<p>Strano Paese, sospiravano all’estero, negli ambienti meglio informati.</p>
<p>Strano Paese, analizzavano nelle cerchie intellettuali, in cui l’illegalità è il vero valore fondante dello Stato e dove, ciononostante, i rari oppositori non si impegnano in una semplice denuncia integrale, 24 ore su 24, dell’intollerabile scandalo che è, in fondo, la loro stessa esistenza, e insistono malgrado tutto a disperdersi in azioni palesemente inutili quali la scrittura di romanzi, di poesie (“sperimentali”, certo, fondate sul rovesciamento dei valori fondanti della società) e di altre finzioni non immediatamente finalizzate all’azione diretta.</p>
<p>Era quella la prova del loro FASCISMO profondo, sapevano i critici letterarî distaccati presso la stampa di tutti i regimi, il culturame parcheggiato in una qualche università, in prepensionamento mentale dall’età di trent’anni, i balbuzienti (“opposizione frontale!”) a spese del contribuente, quelli, insomma, per cui la vita degli uomini è solo un aspetto degli ETERNI DISCORSI sulla politica internazionale (il <em>must</em> di qualunque <em>dinner party</em> che si rispetti), e la politica a malapena un ramo minore dell’Albero delle lettere (nel corso dei <em>brunch</em> più esclusivi). Persone come voi e come me.</p>
<p>A volte, gli oppositori emigravano. Si allontanavano dall’Ytalya, si rifugiavano leggeri, felici, in Paesi vicini e ben più civili; c’erano molti <em>dinner parties</em>, anche lì. Quale non era il loro stupore, all’inizio, come descrivere in seguito la loro delusione, la loro amarezza, quando constatavano che il malcelato disprezzo che circondava il loro Paese era destinato anche a loro.</p>
<p>Erano diversi, ma come spiegarlo? In quante parole dire sé stessi, quando non si hanno a disposizione che trenta secondi tra un salatino e l’altro, o venti minuti appena di fronte al pubblico distratto di un giovedì sera di pioggia? Si vedevano quindi respinti loro malgrado nelle trincee di un’identità nazionale, un’etichetta quale che fosse. “Tutti maffiosi, vero? Tutti usciti dalla maledetta entytà! Tutti complici!”. Il volto oscuro di quello stesso spettro identitario che li inseguiva dalla nascita. E tutto ciò ti veniva detto con il sorriso complice di quello che ti fa l’onore di ammetterti alla tavola dei Giusti. Constatavano la povertà intellettuale, l’incapacità di autoanalisi, di coloro che avrebbero dovuto salvarli dalla rovina. Scoprivano che il problema concreto che avevano affrontato fino ad allora – l’abnorme e incessante presenza nelle loro vite dell’”entytà maffiosa” che li aveva visti nascere – era solo un velo gettato a nascondere, e con quale goffaggine!, una questione ben più seria, più radicale ancora: perché essere in <em>questo</em> mondo, e come? A quanta buona coscienza avrebbe dovuto rinunciare, a quale lucidità senza crepe (a che disperazione integrale e serena, dunque) sarebbe stato destinato colui che, proveniente da un qualunque Paese, avesse scelto di portare sempre su di sé lo scandalo della non-appartenenza?</p>
<p>(Perché tanto poi, sai, in Occidente nessuno ti ammetterà mai da nessuna parte; mai un Occidentale rinuncerà ad essere ciò che è, cioè a dire il centro del mondo, nevvero, con tutta l’arroganza intellettuale che sta alla base del diritto di bombardare, opprimere, affamare e <em>al tempo stesso</em> essere la coscienza critica di questi stessi atti; non sarai mai niente di più della foglia di fico, della prova supplementare del loro integralismo illuminato: il maffioso “buono” che capisce di cosa si parla quando in sua presenza si discute di lui, dei suoi amici, della sua infanzia, del suo (non-)futuro).</p>
<p>Ma non bastava mai: la non-appartenenza stessa era un inganno, una negazione istintiva e primaria dei processi storici e delle complessità del campo politico. Il vero dramma essendo, in fondo, che malgrado tutto bisognava vivere. Che – <em>the age demanded!</em> – bisognava essere Ytalyani, parte integrante di questa onnipresente “entytà”.</p>
<p>E lì, due strade si aprivano:</p>
<p>Alcuni restavano all’estero. Si integravano poco a poco, imparavano la nuova lingua, dimenticavano, meticciavano la propria, sviluppavano gli anticorpi al pensiero unico (alle certezze sia di destra che di sinistra, al razzismo dei buoni sentimenti) che solo i veri esiliati – e sono pochi – possono avere. Si condannavano a capirsi soltanto fra di loro, e nemmeno del tutto – perlomeno da vivi. Ne andavano fieri, e facevano bene. Scrivevano libri minoritarî, esploravano piste inattese, non scrivevano neanche una frase come si deve. Oppure si lanciavano nella più febbrile delle paratassi, nella crisi di rabbia, nel pamphlet. O non parlavano di “quello”, o parlavano soltanto di “quello”. In Ytalya, gli oppositori interni all’”entytà maffiosa” li rispettavano senza davvero leggerli (ma è già qualcosa, il rispetto, non è vero?, è già essere qualcosa, è un’”entytà”).</p>
<p>Altri tornavano nel loro Paese. Il doppio ricatto dell’identità nazionale e dell’appartenenza al “corpo” intellettuale aveva agito molto in profondità su di loro. L’affermazione e la negazione del “dover essere”, della sensazione di doversi fissare in un atteggiamento da avere nei confronti di una questione concreta, presente fino all’ossessione, coabitavano in loro in un’identità duale, una normalità schizofrenica, una fragilità di ogni giorno. Il che andava ad aggiungersi al rapporto normalmente conflittuale con il mondo che ogni scrittura implica, ogni scrittura essendo alla base un conflitto con sé stessa, con la sintassi in quanto potere: poter scrivere, poter dire. Essere in un’attitudine di contraddizione nei confronti della necessità di sempre contraddire la contraddizione: questo era, in sintesi, il loro compito quotidiano. Non dei più riposanti, ammetterete.</p>
<p>Alcuni di loro avevano successo. “Si vendono, le mie scribacchiature!”. La trappola mondana – la tenaglia del mondo – si richiudeva su di loro. I loro libri si somigliavano sempre di più, tutto vi diventava sottile all’infinito: un dettaglio qui, una virgola lì. La tentazione del Libro (il dramma borghese, l’allegoria dagli echi pesantemente metafisici, il poliziesco) diventava sempre più forte. Si dicevano: “Non saranno forse la normalità della creazione, il bacio glaciale della Norma, a custodire la possibilità, per un artista, di sfuggire al <em>compito in classe</em> del faccia a faccia con un’identità nazionale nata come cenere, come rovina, come crimine? Perché noi? Perché <em>io</em>?”. Ebbene, dato che la loro opera per questo motivo diventava sempre più, e frontalmente, monolitica e muta, è lì che nasceva e permane la necessità imperiosa per chiunque di ascoltarli. Perché il silenzio delle loro migliaia di pagine aveva il sentore, una volta e per sempre, della negazione assoluta. Era il gelo intersiderale di un’arte che, a forza di ripetere i proprî presupposti ideologici, finisce col non dirli più, col renderli inaudibili, sommersi – che paradosso! – dal piccolo rumore bianco (come una “piccola musica”) della saliva al momento della loro emissione sonora. In poltiglia i carcami dei lupi del Verbo scesi in mute dalle montagne, come anche le colate di lava dell’odio per l’altro che racchiudevano – anche loro, anche noi – in sé.</p>
<p>Ascoltarli leggere le loro pagine era ascoltare i rumori infinitesimali prodotti da un Muro che, man mano che il denaro e la cecità degli uomini lo innalzavano più alto e più forte, si incrinava come sabbia secca.</p>
<p>Il <em>loro</em> Muro di merda, non certo il nostro, che stamattina ancora, al contrario, ci incantava con le sue sonorità di albero cavo e le sue trasparenze di diamante.</p>
<p><small>[“Il meridiano locale, o impropriamente meridiano, è il cerchio massimo della volta celeste passante per i poli celesti e per i poli dell’orizzonte.” (Wikipedia)</small></p>
<p><small>E così il mio meridiano è stato <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/12/lentyta-maffiosa-une-histoire-drole/">scrivere in francese</a>, e poi tradurre in italiano, questa storiella da ridere.]</small></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/02/variazioni-meridiano-7-andrea-raos/">Variazioni Meridiano &#8211; 7: Andrea Raos</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;altra faccia di Israele (una lista di autori)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/03/21/laltra-faccia-di-israele/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/03/21/laltra-faccia-di-israele/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 21 Mar 2008 11:45:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[boicottaggio]]></category>
		<category><![CDATA[discriminazione]]></category>
		<category><![CDATA[Fiera del libro]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><em>(Questa vuole essere una proposta di un dossier dedicato alla dissidenza intellettuale in Israele. Di esso fanno già parte alcuni pezzi postati su NI &#8211; <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/19/dossier-israele-paese-ospite-della-fiera-del-libro-di-torino/">qui</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/06/vattimo-sul-dibattito/">qui</a>.)</em></p>
<p>Di <strong>Francesco Forlani</strong>, <strong>Lorenzo Galbiati</strong>, <strong>Daria Giacobini</strong>, <strong>Diego Ianiro</strong>, <strong>Andrea Inglese</strong>, <strong>Fabio Orecchini</strong>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/21/laltra-faccia-di-israele/">L&#8217;altra faccia di Israele (una lista di autori)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Questa vuole essere una proposta di un dossier dedicato alla dissidenza intellettuale in Israele. Di esso fanno già parte alcuni pezzi postati su NI &#8211; <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/19/dossier-israele-paese-ospite-della-fiera-del-libro-di-torino/">qui</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/06/vattimo-sul-dibattito/">qui</a>.)</em></p>
<p>Di <strong>Francesco Forlani</strong>, <strong>Lorenzo Galbiati</strong>, <strong>Daria Giacobini</strong>, <strong>Diego Ianiro</strong>, <strong>Andrea Inglese</strong>, <strong>Fabio Orecchini</strong>.</p>
<p>È passato più di un mese dalla proposta – pubblicata <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/13/ancora-sulla-fiera-del-libro-di-torino/">qui </a>su Nazione Indiana – che intendeva essere un’alternativa sia al pieno sostegno della Fiera del libro di quest’anno sia al suo boicottaggio. Da allora non molto è cambiato se si eccettua l’escalation della violenza fuori e dentro gli incerti confini del Paese ospite della Fiera. Violenza che fa rumore e scuote solo quando raggiunge certi picchi ciclici di mostruosità, ma che lascia generalmente indifferenti nel suo costante – e del tutto asimmetrico – stillicidio quotidiano.</p>
<p>Violenza che giorno dopo giorno ha reso quella proposta  anacronistica e, per certi versi, quasi offensiva, se non si finge di considerare il carico di morte e di lutto che un mese e più ha lasciato a un pugno di famiglie israeliane e a decine e decine di famiglie palestinesi, già provate dalla sistematica distruzione fisica e morale della loro esistenza.<br />
<span id="more-5542"></span><br />
Mentre noi si discuteva, si precisava l’azione, a Gaza si crepava trasportando Qassam artigianali a dorso di mulo, perché di benzina non ce ne sta più neanche una goccia. Peggio, si crepava magari solo perché il rifugio scelto era quello sbagliato: ma dove scappare quando si è in una prigione? Circa centodieci vittime civili in un giorno solo non sono poche, in effetti.</p>
<p>Ma non è quello che fa montare la rabbia, che spinge a desistere nelle proposte, nei tentativi di conciliazione – a fronte di un’amarezza soverchiante. Sconfortano i dettagli dell’invasione israeliana di Gaza, quegli eventi sul campo che difficilmente sfondano nei media il muro spettacolare che il sangue delle vittime di morte violenta garantisce sempre e comunque: l<a href="http://www.forumpalestina.org/news/2008/Marzo08/07-03-08MessaggioDiPace.htm">’uso delle scuole palestinesi</a> come postazioni militari israeliane, per esempio; la violazione di spazi, cultura, memoria e fiducia dei bambini che si tradurrà giocoforza in odio verso quel nemico alieno in divisa; odio che, in mancanza di esperienze di contatto umano presaghe d’un futuro di pace, sfocerà poi nella corsia preferenziale della vendetta futura.</p>
<p>Qualsiasi entusiasmo verso la nostra proposta è ora destinato a scemare e a spegnersi, per manifesta impotenza nell’opporsi a una catena di eventi che appare ineluttabile e inarrestabile, ma che in verità potrebbe essere fermata se intervenissero i garanti del diritto internazionale in modo appropriato nei confronti delle violazioni dei diritti umani, e dei crimini contro l’umanità, che continuano a perpetrarsi. Quei garanti sono colpevolmente ciechi, sordi e muti – oggi più che mai.</p>
<p>Per continuare a credere a un dibattito a tutto tondo, alla Fiera del libro, sul sionismo, sulla democrazia in Israele, e sulla questione israelo-palestinese, si può mantenere una certa dose di lucidità solo se ci si rende conto che gli eventi dell’ultimo mese non sono l’eccezione ma la norma (in scala più visibile di altre occasioni), e che la nostra proposta avrebbe voluto rompere le regole di questa situazione mettendo in luce chi dall’interno percepisce quanto le radici di questa “normalità” insensata e folle affondino in “equilibri” storici, economici e geo-politici che vanno ben oltre la geografia attuale di Israele e di quella terra sempre più esigua che chiamiamo Palestina.</p>
<p>Avremmo voluto che alla Fiera ci fosse spazio per tutti quei poeti, scrittori, intellettuali e giornalisti israeliani realmente critici nei confronti del sionismo e in grado di riconoscere – fuori dalla propaganda – l&#8217;emergenza democratica di uno stato, lo “stato ebraico”, che volendo configurarsi in base a una precisa appartenenza identitaria, tende ad escludere dal pieno riconoscimento di diritti e doveri una parte consistente di popolazione presente sul suo territorio, nonché l’intera popolazione imprigionata su quello che ancora occupa, in spregio al diritto internazionale.</p>
<p>Ma questi autori per lo più non avranno spazio, sopratutto in occasioni ufficiali come le Fiere del Libro, e continueranno ad essere assenti dai dibattiti sulla stampa italiana ogniqualvolta si discute di Israele e si documenta il punto di vista di qualche scrittore o intellettuale israeliano.</p>
<p>Avremmo voluto inaugurare, con il supporto di alcuni redattori/lettori di NI e dei promotori del boicottaggio, la mobilitazione per l&#8217;inclusione, nel contesto della Fiera, di tutte quelle voci ebraiche nate, cresciute o residenti in Israele che sono messe a tacere da una precisa strategia di marketing politico che mette in vetrina gli scrittori organici alle politiche sioniste presentandoli, però, come critici dell’operato del governo, e magari anche come progressisti laici e pacifisti, al fine di mostrarci un solo volto di Israele, quello moderno, buono e luccicante di &#8220;unica democrazia del Medioriente&#8221;.</p>
<p>Gli eventi dell’ultimo mese, e il silenzio della maggior parte dei soggetti che volevamo coinvolgere, non ci hanno permesso di inaugurare la mobilitazione, e crediamo sia troppo tardi, ora, per sperare che si concretizzi.</p>
<p>Però nulla vieta a Nazione Indiana di fare in modo che il presente articolo, con relativa lista di autori, dia il via a un dossier che voglia rendere visibile la letteratura e il giornalismo israeliani critici del sionismo.</p>
<p>Da parte nostra è stato aperto, con l&#8217;apporto fondamentale di  Hawiyya, <a href="http://othersideofisrael.blogspot.com">un sito</a> per continuare a far luce su questa faccia pochissimo conosciuta, almeno qui in Europa, di Israele, e abbiamo ultimato la lista delle principali personalità che riteniamo avrebbero dovuto essere degne d’attenzione, al pari delle altre ufficialmente invitate, da parte della Fiera del Libro di Torino.</p>
<p>ECCO LA LISTA (e perdonateci per quanto puo&#8217; essere lacunosa.)</p>
<p><strong>Roy Arad</strong><br />
Poeta e musicista israeliano, nato nel 1977. Tra i fondatori del periodico letterario Maayan, ha pubblicato tre libri tra cui “The nigger”. Il suo stile poetico, chiamato “Kimo”, è stato definito “l’adattamento ebraico degli haiku giapponesi”. Autore di una canzone contro la guerra in Libano, Arad è un attivista per i diritti civili dei palestinesi.<br />
Una sua poesia, scritta per l&#8217;esposizione dell&#8217;artista Michal Helfman alla Biennale di Venezia del 2003, è disponibile in inglese <a href="http://www.geocities.com/chickyplus/owle.doc">qui</a>.</p>
<p><strong>Gilad Atzmon</strong><br />
Nato a Gerusalemme nel 1963 da famiglia dalle &#8220;solide e orgogliose convinzioni sioniste&#8221;, Atzmon comincia un lungo e<br />
complesso percorso di &#8220;allontanamento&#8221; dal sionismo grazie alla musica:<br />
&#8220;Scoprire che Parker era nero è stata una rivelazione: nel mio mondo, le cose buone erano involontariamente associate solo ad ebrei. Bird è stato l&#8217;inizio del viaggio&#8221;.<br />
Nel 1982 si trovò a combattere in Libano durante il servizio militare obbligatorio: l&#8217;esperienza maturò nel distacco dal suo paese, che lasciò definitivamente nel 1993, in una sorta di autoesilio. Oggi vive a Londra con la sua famiglia, e si autodefinisce &#8220;palestinese di lingua ebraica&#8221;.<br />
Atzmon è un sassofonista e compositore jazz di fama internazionale: con il gruppo <em>The Orient House Ensemble</em> ha realizzato sei album, l&#8217;ultimo dei quali è uscito a fine 2007. Ma è conosciuto anche come scrittore e attivista politico, una delle voci più critiche nei confronti del governo israeliano e dell&#8217;ideologia sionista, al vertice delle &#8220;balck list&#8221; stilate dai gruppi ultraortodossi (e non solo). Il suo è un attacco frontale all&#8217;artificio identitario di cui il sionismo è stato vettore attraverso una rifondazione posticcia dell&#8217;ebraismo confessionale:</p>
<p>&#8220;Il Sionismo ha fondato una lingua (l’ebraico), ha fornito l’ebreo di una concreta dimensione geografica (Eretz Israel), ha trasmesso l’immagine di una cultura (il nuovo folklore ebraico) ed è riuscito persino a presentare una falsa immagine di una polarizzazione politica ed etica (sinistra e destra). Se i fondatori del Sionismo tentarono di salvare l’ebreo diasporico dalla sua condizione anomala, ebbene dobbiamo ammettere che allora il Sionismo è riuscito nei suoi intenti e ha adempiuto alla sua missione. Il successo del Sionismo non ha nulla a che vedere con l’ideologia, la politica o le sue pratiche devastanti. Ovviamente, non sono molti gli ebrei che comprendono che cosa rappresenti il Sionismo (ideologicamente, politicamente, eticamente e praticamente). Non sono molti gli ebrei diasporici che cedono apertamente alla scuola di pensiero sionista e alla sua prassi amorale. Al contrario, essi aderiscono al “folklore israeliano”, alla bizzarra parola ebraica, al falafel e all’humus che erroneamente identificano con Israele (piuttosto che con la Palestina). Cantano al ritmo di musica israeliana, che si tratti di Hava Nagila, Yafa Yarkoni o Yeuda Poliker. Per quelli che non comprendono, la “cultura israeliana” è un diretto prodotto del progetto sionista. Ovviamente, la cultura ebraica moderna è riuscita a depredare il mondo del simbolismo ebraico. Il Sionismo ha fondato una nuova forma di affiliazione tribale ebraica.&#8221; [da <em>Lo Tzabar (Sabra) e il Sabbar (Fico d’india): riflessione su Memoria e Nostalgia</em>, tradotto da <strong>Diego Traversa</strong> <a href="http://www.tlaxcala.es/pp.asp?lg=it&amp;reference=4429">qui</a>].<br />
Atzmon è autore di due romanzi (mai tradotti in italiano)  di &#8220;satira fantapolitica&#8221; dal discreto successo: <em>A Guide to the Perplexed</em> (Serpent&#8217;s Tail, 2002), tradotto in molte lingue, e <em>My One and Only Love</em> (Saqi Books, 2004). La versione ebraica di <em>A Guide to the Perplexed </em>fu vietata in Israele poche settimane dopo l&#8217;uscita (2001), anche se oggi ne è disponibile una nuova ristampa.<br />
Un&#8217;intervista a Gilad Atzmon tradotta in italiano: http://<a href="http://www.kelebekler.com/occ/talens.htm">www.kelebekler.com/occ/talens.htm</a><br />
Il sito ufficiale: http://<a href="http://www.kelebekler.com/occ/talens.htm">www.gilad.co.uk</a></p>
<p><strong>Meron Benvenisti</strong><br />
Nato nel 1934 a Gerusalemme da padre sefardita e madre ashkenazita, è uno scienziato e uomo politico israeliano. Svolse mandati amministrativi a Gerusalemme fra il 1971 e il 1978, con particolare riferimento alla zona Est e alle sue vicinanze arabe. E&#8217; un critico acuto della politica israeliana riguardo la Striscia di Gaza, e più in generale della linea Sharon. Sostiene l&#8217;idea di uno stato &#8220;binazionale&#8221;, scrive per <em>Ha&#8217;aretz</em>, <em>The guardian</em> e <em>Le Monde Diplomatique</em> e ha pubblicato diversi libri sul tema: <em>West Bank Data Project: A Survey of Israel&#8217;s Policies</em> (1984), <em>Intimate Enemies: Jews and Arabs in a Shared Land</em>(1995), <em>City of Stone: The Hidden History of Jerusalem</em> (1996). L&#8217;ultimo è <em>Sacred Landscape: Buried History of the Holy Land Since 1948</em> (University of california press, 2002) più la recentissima autobiografia <em>Son of the Cypresses: Memories, Reflections, and Regrets from a Political Life</em> (2007).<br />
Con Benny Rubenstein ha pubblicato <em>The West Bank Handbook: a Political Lexicon</em> (1986).<br />
Da un articolo del <em>Manifesto</em> di M. Giorgio (24/11/2006):<br />
&#8220;Meron Benvenisti […] punta l&#8217;indice contro il pacifismo di maniera. Benvenisti, in un commento su <em>Haaretz</em>, ha accusato Grossman di aver parlato a nome di quella parte della popolazione ashkenazita, laica, nazionalista e vagamente socialista &#8211; che continua a pensare che il modello israeliano era perfetto ma si è rovinato dopo l&#8217;occupazione di Cisgiordania e Gaza nel 1967. L&#8217;intellettuale ha sottolineato che Grossman non ha condannato la decisione del governo Olmert di scatenare una guerra contro il Libano (nella quale peraltro lo scrittore ha perduto un figlio, Uri) ma la sua gestione. «In ciò la sinistra si è unita a coloro che lamentano la perdita della capacità di deterrenza, in modo da preparare Israele per nuovo round di battaglie», ha scritto Benvenisti. «Dove era (nel discorso di Grossman) l&#8217;appello alla lotta contro l&#8217;ingiustizia provocata dal muro, dall&#8217;assedio attuato con posti di blocco in Cisgiordania e contro Gaza, dove era l&#8217;appello contro l&#8217;uccisione di donne e bambini, la distruzione delle istituzioni dell&#8217;Anp, la deportazione di famiglie palestinesi perché prive di documenti?», ha concluso.&#8221;<br />
<strong><br />
Avraham Burg</strong><br />
Nato presso Gerusalemme nel 1955, sua madre fu tra i sopravvissuti del massacro di Hebron del 1929. Ha ricoperto la carica di Speaker alla Knesset (equivalente pressappoco al nostro Presidente della Camera) dal 1999 al 2003, ed è stato presidente dell&#8217;Agenzia Ebraica per Israele; oggi è parlamentare laburista. Nel 2007 ha scritto <em>Lenazeach et Hitler</em> (Vincere Hitler), testo con cui si &#8220;congeda&#8221; dal sionismo, sottolineando la contraddizione nel definire uno Stato contemporaneamente &#8220;ebraico&#8221; e &#8220;democratico&#8221;, cosa che lo porta a individuare nel paese &#8220;la versione contemporanea della Germania degli anni &#8217;30&#8243;. Online è disponibile un suo articolo in italiano <em><a href="http://www.hakeillah.com/4_03_16.htm">La morte del sionismo</a></em>. Dati e commenti in italiano, qui: http://<a href="http://www.metaforum.it/forum/showthread.php?t=1172%20.">www.metaforum.it/forum/showthread.php?t=1172 .</a></p>
<p><strong>Uri Davis</strong><br />
Nato a Gerusalemme nel 1943, è un intellettuale e attivista israeliano. I suoi interessi principali sono l&#8217;apartheid e la democrazia nel Medio Oriente e in Israele; si è distinto per la lotta a favore dei diritti umani in Palestina. E&#8217; stato vicepreseidente della <em>Israeli League for Human and Civil Rights </em>e ha pubblicato numerose opere di geopolitica, fra cui <em>Israel: An Apartheid State</em> (1987), <em>Citizenship and the State in Middle East</em> (2000) e <em>Apartheid Israel: Possibilities for the Struggle Within</em> (2003). Membro del <em>Palestine National Council</em>, si descrive come &#8220;Ebreo palestinese antisionista&#8221;. È disponibile online il suo <a href="http://www.canpalnet-ottawa.org/Uri%20Davis%20Canada%20Park%2024.9.04.pdf">Apartheid in Israele and the jewish national fund of Canada</a>.</p>
<p><strong>Lev Luis Grinberg</strong><br />
Nato a Buenos Aires nel 1953. Sociologo ed economista, è direttore dell&#8217;<em>Humphrey Institute per la Ricerca Sociale</em> alla Ben Gurion University. Nel 2004 ha esortato la comunità europea ad intervenire direttamente per fermare il &#8220;genocidio simbolico&#8221; dei palestinesi e &#8220;salvare&#8221; Israele da se stesso:<br />
&#8220;Incapable of getting beyond the trauma of the Shoah and the insecurity that it caused, the Jewish people, supreme victim of genocide, is currently inflicting a symbolic genocide on the Palestinian people. Because the world will not permit a total elimination, it is a partial annihilation that is going on. As a child of the Jewish people, and as an Israeli citizen, I condemn this abominable act and appeal to the international community to save Israel from itself; specifically, I exhort the European community to intervene in a direct and forceful manner to stop this blood bath. The complex ties between the Jewish people and Europe have not yet been severed, and it is time to act; not because Europe should exorcize its guilt, but indeed because it is also responsible for the future of the world&#8221;.<br />
Autore dello studio sulle politiche del lavoro e del mercato in Israele <em>Split Corporatism in Israel</em> (SUNY Series in Israeli Studies, 1991). In Italia è stato pubblicato un suo articolo nel volume <em>Parlare con il nemico. Narrazioni palestinesi e israeliane a confronto</em> (Bollati Boringhieri, 2004).</p>
<p><strong>Jeff Halper</strong><br />
Jeff Halper, ebreo nato negli Stati Uniti, è stato attivista per i diritti umani sin dagli anni ’60-’70 (contro la guerra del Vietnam) ;  si è trasferito in Israele nel 1973, dove oggi vive con la famiglia. Urbanista, antropologo, già docente alla<br />
Ben Gurion University, nel 1997 è il co-fondatore (oggi coordinatore) dell&#8217;<em>Icahd</em>, il <em>Comitato israeliano contro la demolizione delle case dei palestinesi</em>. Per questo suo immenso lavoro di raccolta fondi e ricostruzione l’ AFSC lo ha nominato per il Nobel per la Pace nel 2006.<br />
Per saperne di più sull’ ICAHD: http://<a href="http://www.icahd.org/eng/">www.icahd.org/eng/</a><br />
Nel suo libro più conosciuto, <em>Obstacles to Peace: A Reframing of the Palestinian-Israeli Conflict</em> (Paperback, April, 2005), Halper fornisce un’analisi sul campo di come l’avanzata degli insediamenti israeliani, abitazioni e vie di comunicazione, stia soffocando la vita, le aspirazioni del popolo palestinese, riducendo al minimo la prospettiva di sicurezza nell’area. E al tempo stesso è il superamento della teoria enunciata nel 2003 all’Onu di un solo stato ebraico e palestinese. Di imminente pubblicazione <em>An Israeli in Palestine: Resisting Dispossession, Redeeming Israel</em> (PlutoPress, 2008)</p>
<p><strong>Yitzhak Laor</strong><br />
Yitzhak Laor è nato nel 1948 a Padres Hannah, in Palestina, un anno prima che diventasse territorio israeliano. Si è laureato all&#8217;Università di Tel Aviv in Letteratura e Teatro. Lavora e scrive a Tel Aviv, come poeta, drammaturgo, romanziere. È critico letterario del quotidiano <em>Haaretz</em>. Ha pubblicato più di dieci volumi di poesia, commedie e novelle; il suo lavoro è tradotto in più di nove lingue, tra cui l&#8217;arabo. Nel 1972 ha scontato sei mesi di detenzione, per diserzione dalle armi (<em>refusing</em>), durante le azioni di occupazione militare. Negli anni &#8217;80 ha scritto una poesia che condanna la guerra israeliana in Libano.<br />
Nel 1985 la censura israeliana ha impedito la diffusione del suo lavoro <em>Ephraim Goes Back to the Army</em>. Laor ha portato il caso alla Corte Suprema dello Stato d&#8217;Israele, che disporrà all&#8217;istituto <em>Film and Play Censorship Board</em> la cancellazione del provvedimento. Nel 1990 il primo ministro Yitzhar Shamir ha rifiutato di firmare il <em>Prime Minister&#8217;s Prize of Poetry</em>, che sarebbe stato vinto da Laor.<br />
Tra i suoi scritti, <em>Reflection on the Study of History</em> è un  saggio satirico sul perché i generali responsabili della prima guerra in Libano non dovrebbero più partecipare ad altre azioni militari; il testo è stato scritto nel 2006, quattro mesi prima dell’ultima, devastante guerra di Israele in Libano.</p>
<p><strong>Smadar Lavie</strong><br />
Smadar Lavie si definisce un&#8217;ebrea araba residente in Israele. Vive a Tel Aviv dove studia e denuncia gli elementi di discriminazione  all’interno dell&#8217;ideologia sionista. Nel 1990 scrive un classico dell&#8217;antropologia, <em>The Poetics of Military Occupation</em> (University of California Press, 1990) e nel 1996 pubblica, insieme a Ted Swedenburg, <em>Displacement, Diaspora and Geographies of Identity</em> (Duke University Press). Dal 1994 al 1996 tiene la cattedra di Antropologia e Teoria critica all&#8217;Università di Denver che abbandona, poi, per questioni personali.<br />
Tornata in Israele è bandita dal sistema universitario che reputa  &#8220;incompatibili&#8221; con le proprie linee interne i suoi studi sul sionismo  come sistema discriminatorio basato sull&#8217;intreccio di classe, razza e genere. E’ membro della direzione nazionale del gruppo <em>Ahoti</em>, movimento  femminista formato da donne ebree arabe di colore (<em>mizrahim</em>) che si battono per il riconoscimento pubblico delle colpe dello stato di  Israele contro le comunità immigrate dai paesi arabi, per la parità di  diritti tra tutti i cittadini dello Stato, contro ogni discriminazione in base al genere, alla provenienza e al colore della pelle.</p>
<p><strong>Yael Lerer</strong><br />
Yael Lerer nasce a Tel Aviv. Si è specializzata in Storia e Cultura israeliana presso l&#8217;Università di Tel Aviv e ha studiato Lingua Araba  e Letteratura moderna all&#8217;Università Americana del Cairo. E&#8217; stata, inoltre, portavoce ufficiale del filosofo palestinese Azmi Bishara, membro del Parlamento israeliano (Knesset).<br />
Nel 2001 fonda la casa editrice Al-Andalus che si occupa di tradurre in ebraico testi di  letteratura araba come quelli della scrittrice libanese Hoda Barakat o del marocchino Mohammed Choukri.<br />
Nel 2006 l&#8217;esperieza di Al-Andalus si conclude con due soli successi di pubblico: tremila copie vendute di Bab el Shams, la Porta del Sole di Elias Khouri, e  poco più di mille copie per il libro di versi del poeta palestinese Mahmoud al Darwish.<br />
&#8220;Da noi vige un apartheid culturale. Un muro delle menti molto più  alto di quello di cemento armato che ormai corre nella Cisgiordania e attorno a Gerusalemme&#8221;. Y.L.</p>
<p><strong>Gideon Levy</strong><br />
Giornalista israeliano per il quotidiano <em>Ha’aretz</em>, di cui è membro del comitato di redazione. Nato nel 1955 a Tel Aviv, ha dichiarato che da adolescente era membro a pieno titolo dell&#8217;orgia religiosa nazionalista del suo paese. E&#8217; stato portavoce di Shimon Peres per quattro anni, dal 1978 al 1982, dopo i quali ha iniziato a lavorare per <em>Ha’aretz</em>, sulle cui colonne, dal 1986, descrive in modo approfondito che cosa significhi per i palestinesi vivere sotto l&#8217;occupazione militare israeliana. Il quotidiano francese <em>Le Monde</em> lo ha definito &#8220;una spina nel fianco di Israele&#8221;.<br />
Levy considera il suo lavoro di informazione come un modesto contributo affinché il popolo israeliano non si trovi nella condizione di dire: &#8220;Non sapevamo&#8221;. Un tema ricorrente nei suoi articoli è la descrizione della &#8220;cecità morale&#8221; della società israeliana di fronte alle conseguenze degli atti di guerra e di occupazione militare verso i palestinesi. Levy ha criticato il suo governo per il rifiuto di fermare la costruzione di insediamenti israeliani in terra palestinese, e ha giudicato la sua politica “l&#8217;impresa più criminale” nella storia di Israele. Nei suoi articoli, Levy sostiene che nella società e nella stampa israeliane si rifletta un atteggiamento di sistematica disumanizzazione dei popoli vicini a Israele. Come soluzione per la questione israelo-palestinese, Levy ha proposto il ritiro unilaterale dell&#8217;esercito israeliano dai territori occupati, senza alcuna richiesta di concessioni:<br />
&#8220;Israel is not being asked &#8220;to give&#8221; anything to the Palestinians; it is only being asked to return &#8211; to return their stolen land and restore their trampled self-respect, along with their fundamental human rights and humanity. This is the primary core issue, the only one worthy of the title, and no one talks about it anymore. No one is talking about morality anymore. Justice is also an archaic concept, a taboo that has deliberately been erased from all negotiations. Two and a half million people &#8211; farmers, merchants, lawyers, drivers, daydreaming teenage girls, love-smitten men, old people, women, children and combatants using violent means for a just cause &#8211; have all been living under a brutal boot for 40 years. Meanwhile, in our cafes and living rooms the conversation is over giving or not giving. . . . Just as a thief cannot present demands &#8211; neither preconditions nor any other terms &#8211; to the owner of the property he has robbed, Israel cannot present demands to the other side as long as the situation remains as it is. &#8221; (Gideon Levy, ‘Demands of a thief,’ <em>Ha’aretz</em>, 25/11/2007)</p>
<p><strong>Moshe Machover</strong><br />
Nato a Tel Aviv nel 1935, fu uno dei fondatori del Matzpen, la storica &#8220;Organizzazione Socialista Israeliana&#8221; famosa per il suo antisionismo dichiarato, nel 1962. Attualmente insegna filosofia (e logica matematica) al King&#8217;s College di Londra. Con una formazione &#8220;matematica&#8221;, Machover si occupa di &#8220;econofisica&#8221;, branca sperimentale della ricerca economica che applica modelli statistici e dinamica non lineare alle scienze politiche, sociali ed economiche. Le sue pubblicazioni in merito sono molto numerose. La sua posizione in merito alla questione israelopalestinese è definita molto bene in <a href="http://www.labournet.net/other/0205/moshe1.html">questo articolo del 2002</a>. Machover è contro l&#8217;ipocrisia della soluzione &#8220;a due stati&#8221; ritenendo indispensabile la creazione di un solo stato democratico.<br />
Oltre alla sua vasta produzione scientifica, Machover ha scritto alcuni volumi insieme ad <strong>Akiva Orr</strong> ed un gran numero di articoli sulla politica israeliana e il sionismo. Online è disponibile <em><a href="http://www.amielandmelburn.org.uk/articles/moshe%20machover%20%202006lecture_b.pdf">Israelis and Palestinians: Conflict and Resolution</a></em> del 2006.<br />
E’ attivista del movimento <em>HOPI</em>, “Hands off the people of Iran!” (http://<a href="http://www.hopoi.org/index.html">www.hopoi.org/index.html</a>).</p>
<p><strong>Susan Nathan</strong><br />
Scrittrice israeliana nata in Inghilterra (1949) da padre sudafricano.<br />
Ha dapprima lavorato come <em>counselor</em> dei malati di AIDS, poi, da convinta sionista, nel 1999 decide di andare a vivere in Israele, condividendo così la legge israeliana del diritto al ritorno, l&#8217;<em>Aliyah</em>. Nel 2003 si sposta da Tel Aviv a Tamra, città israeliana abitata da soli arabi, per vedere &#8220;l&#8217;altra faccia di Israele&#8221;. Da lì prende forma la sua presa di posizione fortemente critica verso le pratiche discriminatorie della società israeliana nel libro: <em>The Other Side of Israel: My Journey Across the Jewish/Arab Divide</em> (2005), pubblicato in Italia con il titolo <em>Shalom fratello arabo</em> dalla Sperling &amp; Kupfer (2005 e, in versione economica, nel 2007).<br />
In questo testo, Nathan ci fornisce una testimonianza importante su come gli spazi vitali in Israele, già ristretti, siano distribuiti in modo di penalizzare la popolazione araba, a cui spesso sono negati servizi e possibilità. Ma la scrittrice non ha mai smesso di pensare che ebrei e arabi sono figli della stessa terra, e che l&#8217;unica strada verso l&#8217;armonia sia &#8220;riconoscere se stesso nell&#8217;altro&#8221;. Secondo Rabbi Eliyahu di Gerusalemme, &#8220;lei sta mettendo in atto la forma più estrema di giudaismo &#8230; il suo comportamento racchiude l&#8217;intima essenza della nostra fede&#8221;.<br />
Ecco uno stralcio del libro <em>Shalom fratello arabo</em>, in cui la voce narrante è quella di un soldato israeliano: &#8220;&#8230;Quel mattino a Hebron è arrivato un gruppo piuttosto numeroso, composto da una quindicina di ebrei provenienti dalla Francia, tutti osservanti. Erano di buonumore, si stavano divertendo e ho trascorso il mio intero turno di servizio a seguirne gli spostamenti e a cercare di evitare che distruggessero la città. Se ne andavano in giro raccogliendo pietre e lanciandole contro le finestre delle abitazioni arabe; oppure rovesciavano qualunque cosa capitasse loro sulla strada. Non è successo nulla di orrendo: non hanno dato la caccia a qualche arabo uccidendo o altre cose del genere, ma a disturbarmi era l&#8217;idea che qualcuno aveva parlato loro dell&#8217;esistenza di un luogo in cui un ebreo può sfogare la sua rabbia contro il popolo arabo e lasciarsi andare ad ogni intemperanza, recarsi in una città palestinese e fare qualsiasi cosa gli passi per la testa, tanto ci saranno i soldati israeliani ad appoggiarli. Perché quello era il mio lavoro, proteggerli e fare in modo che non succedesse loro niente&#8221;.</p>
<p><strong>Adi Ophir</strong><br />
Nato nel 1951, Ophir insegna filosofia alla Tel Aviv University.<br />
La sua opera principale è <em>The Order of Evils &#8211; Toward an ontology of morals</em>  (MIT Press/Zone books, 2005). Ophir ha messo al centro della sua &#8220;ontologia della morale&#8221; la riflessione sul male, che ha natura sociale e politica. Gli estremi storici da cui si muove il discorso di Ophir sono la Shoah da un lato e l&#8217;occupazione della Palestina dall&#8217;altro.<br />
Una sua citazione in merito all&#8217;&#8221;anomalia democratica&#8221; di Israele:<br />
&#8220;&#8230;Questo corrisponde al ruolo ideologico del discorso filosemita: la costruzione di un muro linguistico intorno ad Israele, la sola democrazia &#8211; non del Medio Oriente, ma del mondo intero &#8211; in cui più di un terzo di quelli che dipendono dal suo governo non ne sono cittadini&#8230;.&#8221; (da &#8220;Le nouveau philosémitisme&#8221; in <em>De l&#8217;autre côté</em>, La fabrique, 2006)</p>
<p><strong>Akiva Orr</strong><br />
Nato a Berlino nel 1931. Scampato alla Shoah, ha combattuto giovanissimo per la costituzione dello stato d&#8217;Israele nel &#8217;48. Vive a Tel Aviv dove conserva un vasto archivio di memorie. Marxista nel movimento <em>Matzpen</em>, ha maturato una profonda riflessione sulla democrazia, quella diretta in particolare, poi confluita nel saggio <em>La politica senza i politici</em> (fruibile integralmente in italiano qui: http://<a href="http://www.abolish-power.org/pwp_italy.html">www.abolish-power.org/pwp_italy.html</a>).<br />
Autore insieme a <strong>Moshe Machover</strong> di <em>Peace, Peace and No Peace</em> (1962). Autore di T<em>he unJewish State: The Politics of Jewish Identity in Israel</em> (1983) e dello studio <em>Israel: Politics, Myths and Identity Crisis</em> (Pluto Press, 1994). E&#8217; scaricabile online il suo ultimo <em><a href="http://www.world-wide-democracy.net/books/DIY-final.pdf">Revolution, The D.I.Y. Version</a> </em>(2007).</p>
<p><strong>Ilan Pappe</strong><br />
Nato a Haifa nel 1954, figlio di ebrei tedeschi, ha studiato storia all´Università ebraica di Gerusalemme e quindi a Oxford, dove si è laureato con una tesi sulla guerra di “indipendenza” del 1948. Su questo tema ha pubblicato vari studi, sostenendo, contrariamente alla versione canonica del sionismo, che quella guerra fu un&#8217;autentica operazione di pulizia etnica, con l´espulsione della stragrande maggioranza della popolazione palestinese dai villaggi distrutti, per guadagnare territori allo Stato d´Israele. In base a quelle ricerche, Ilan Pappe è giunto alla convinzione, duramente osteggiata nel suo Paese, che Israele debba ammettere la responsabilità di quella spoliazione, riconoscendo il &#8220;diritto al ritorno&#8221; dei profughi palestinesi come presupposto alla pace.<br />
Docente di storia mediorientale all´università di Haifa, è stato protagonista di uno scandalo per aver aderito al boicottaggio del mondo accademico britannico contro le università di Haifa e di Bar-Ilan, a causa delle vessazioni e discriminazioni dei due atenei ai danni di Teddy Katz, autore di una tesi sul massacro nel 1948 degli abitanti di Tantura (ndr. un villaggio palestinese vicino Haifa). Tanto è bastato ad alimentare forti pressioni in Israele per l´espulsione dello stesso Pappe dall´università. Ma a Pappe è giunto il sostegno degli ambienti accademici europei e statunitensi, dove il suo prestigio ha basi solide (a chi desideri conoscere il suo rigore intellettuale raccomando il suo libro<em> A History of Modern Palestine. One Land, Two Peoples</em>, Cambridge University Press 2004, tradotto in italiano come <em>Storia della Palestina moderna. Una terra, due popoli</em>, Einaudi 2005). Pappe,  attivista del Partito comunista, nel suo libro affianca le narrazioni degli sfruttatori (israeliani) e degli sfruttati (palestinesi) con il suo metodo rigoroso (basato su documenti originali in ebraico e arabo), non mancando di sottolineare che oppressi e oppressori non possono mai essere messi sullo stesso piano. Il suo ultimo libro, che verrà tradotto in italiano quest’anno,  è <em>The ethnic cleansing of palestine</em>, uscito nel 2007.<br />
Una <a href="http://www.hawiyya.org/wordpress/2007/05/27/una-reinterpretazione-della-storia-disraele-di-ilan-pappe/">intervista in italiano</a>.<br />
Il sito ufficiale: http://<a href="http://Il%20sito%20ufficiale:%20http://www.ilanpappe.org">www.ilanpappe.org</a></p>
<p><strong>Nurit Peled-Elhanan</strong><br />
Nata nel 1949 in Israele, scrittrice, attivista per la pace e professoressa di “Linguaggio ed educazione” alla Hebrew University, è diventata una pensatrice critica verso Israele e l’occupazione della West Bank dopo la morte della figlia Smadari, nel 1997, vittima di un attentato suicida palestinese. Secondo Peled-Elhanan sua figlia è stata uccisa a causa dell’oppressione e dell’umiliazione che ogni giorno devono subire milioni di palestinesi sotto occupazione, tanto da reagire con gesti disumani quali gli attentati suicidi, che dal punto di vista morale possono essere paragonati al comportamento di un soldato israeliano dislocato nella West Bank che costringa una donna palestinese a partorire e a perdere il bambino in un check point.<br />
Come docente di Linguaggio ed educazione, Peled-Elhanan ha pubblicato vari studi su come alcuni libri scolastici israeliani dipingano in modo stereotipato e negativo gli arabi o descrivano le colonie in Giudea e Samaria come parti integranti dello stato di Israele.<br />
Nurit Peled-Elhanan ha vinto nel 2001 il premio Sakharov per i diritti umani e la libertà di parola assegnato dal Parlamento europeo.</p>
<p><strong>Danny Rubenstein</strong><br />
Nato nel 1937 a Gerusalemme, è editorialista e membro del direttivo del quotidiano <em>Ha&#8217;aretz</em>. Insegna presso il dipartimento di storia mediorientale dell&#8217;Università Ben Gurion. Si è dedicato allo studio del mondo arabo-palestinese fin dalla guerra del 1967 e di Arafat quasi ogni giorno negli ultimi trent&#8217;anni della sua vita incontrandolo e intervistandolo varie volte, da cui il libro, tradotto in italiano, <em>Il Mistero Arafat </em>(UTET, 2003).<br />
Il 30 agosto 2007 Rubenstein dichiarò,  nel corso di una conferenza sponsorizzata dalle Nazioni Unite, che Israele è uno &#8220;Stato d&#8217;apartheid&#8221;.</p>
<p><strong>Shlomo Sand</strong><br />
Il Prof. Sand insegna all’ Università di Tel Aviv. Il suo libro, <em>Quando e come fu inventato il popolo ebraico?</em> (pubblicato in ebraico da Resling), vuole sostenere l’idea per cui Israele dovrebbe essere “uno stato con tutti i suoi cittadini – ebrei, arabi e altri – al contrario della sua dichiarata identità di stato ‘Ebraico e democratico’.”<br />
Con le parole di Tom Segev (Un&#8217;invenzione chiamata &#8216;popolo ebraico&#8217;, http://<a href="http://www.infopal.it/testidet2.php?id=7793">www.infopal.it/testidet2.php?id=7793</a> ): secondo lo storico Shlomo Sand “non c’è mai stato un popolo ebraico, ma una religione ebraica, e anche l’esilio non è mai avvenuto – pertanto non ci fu ritorno. Sand rifiuta la maggior parte delle storie sulla formazione di un’identità nazionale della Bibbia, compreso l’esodo dall’Egitto, ancor di più, gli orrori della conquista di Giosuè.<br />
Secondo Sand, i Romani non esiliarono l’intero popolo, e alla maggior parte degli Ebrei fu permesso di rimanere nel territorio. Coloro che furono esiliati erano al massimo decine di migliaia. Quando la regione fu conquistata dagli Arabi, molti ebrei si convertirono all’Islam e si mescolarono con gli invasori. Ne consegue che gli antenati degli arabi palestinesi siano ebrei. Sand non si è inventato questa teoria; trent’anni prima della Dichiarazione di Indipendenza, fu esposta da David Ben-Gurion, Yitzhak Ben-Zvi e altri.<br />
Se la maggior parte degli ebrei non sono stati esiliati, come mai se ne trovano molti quasi in ogni parte del mondo? Sand sostiene che siano emigrati di loro spontanea volontà oppure, se erano tra coloro che furono esiliati a Babilonia, scelsero di rimanerci. Al contrario di quel che comunemente si crede, l’ebraismo ha cercato convertire seguaci di altre fedi, il che spiega come mai ci siano milioni di ebrei nel mondo.<br />
Come è riportato nel Libro di Esther: “Molti appartenenti ai popoli del paese si fecero Giudei perchè il timore dei Giudei era piombato su di loro”.<br />
Sand cita molti studi attuali, alcuni dei quali condotti in Israele ma messi da parte nelle discussioni importanti. Parla molto anche del regno ebraico di Himyr a sud della penisola arabica e degli Ebrei berberi in Nord Africa. La comunità ebraica in Spagna discendeva dagli Arabi, i quali divennero Ebrei e giunsero con gli eserciti che sottrassero la Spagna ai Cristiani e ad altre genti di origine europea che si erano convertite a loro volta all’ebraismo.<br />
Il primo ebreo di Ashkenaz (Germania) non proveniva dalla Terra di Israele e non raggiunse l’Europa dell’Est dalla Germania, bensì divenne ebreo nel Regno di Khazar nel Caucaso. Sand spiega le origini della cultura Yiddish: non fu importata dagli ebrei in Germania, ma fu il risultato delle relazioni tra i discendenti dei kuzari e dei tedeschi che viaggiarono verso l’est, alcuni dei quali come mercanti.<br />
Ha notato poi che un gran numero di persone di nazionalità e razze diverse si è convertito all’ebraismo. Secondo Sand, il bisogno sionista di pensare per queste persone un’etnicità condivisa e una continuità storica ha prodotto una lunga serie di artifici e invenzioni, accanto all’invocazione di teorie razziste. Alcune furono architettate da coloro che avevano ideato il movimento Sionista, altre furono presentate come i risultati di studi genetici condotti in Israele.”<br />
Su <em>Haaretz</em> del 10 ottobre 2000, nell’articolo “To Whom Does the State Belong?”, Shlomo Sand ha scritto: “The very definition of the state as a Jewish state is inherently an anti-egalitarian, alienating factor. It is doubtful that it can sustain a properly functional liberal democracy. Certainly, in the historical conditions prevailing in 1948, three years after the Holocaust, it is understandable why the Declaration of Independence was formulated as the declaration of the Jewish people. However, we must recognize that 52 years later the rigidly Jewish identity of the state has become an anachronistic, permanent and dangerous anomaly. According to this definition, the state belongs to an anti-Zionist rabbi in New York much more than to an Arab member of the Knesset, and even more than to the Druze soldier who died … [in the battle at] Joseph’s Tomb.”<br />
<strong><br />
Tom Segev</strong><br />
Nato a Gerusalemme nel 1945. Storico e giornalista israeliano. I genitori lasciarono la Germania nazista nel 1935 e si stabilirono in Palestina, dove il padre fu ucciso nel 1948 durante la guerra tra Israele e i paesi arabi. Segev si è laureato in storia all&#8217;Università ebraica di Gerusalemme e ha preso il dottorato all&#8217;Università di Boston; fa parte del gruppo di storici di sinistra chiamato &#8220;Nuovi storici&#8221; (<em>New Historians</em>), che ha prodotto tante pubblicazioni controverse su Israele e il sionismo. Ha scritto vari libri, tra cui il molto discusso <em>The Seventh Million: The Israelis and the Holocaust</em>, (Holt Paperbacks, 2000), l&#8217;unico pubblicato in Italia (<em>Il settimo milione. Come l&#8217;Olocausto ha segnato la storia di Israele</em>, Mondadori, 2001), in cui esprime giudizi molto critici verso il comportamento degli ebrei di Palestina durante la seconda guerra mondiale. Il suo ultimo libro è <em>1967: Israel, the War and the Year That Transformed the Middle East</em> (Metropolitan Books, 2006). Come giornalista, Segev scrive per il quotidiano di sinistra <em>Ha’aretz</em>, dalle cui colonne, durante l&#8217;ultima guerra tra Israele e Libano ha così giudicato l&#8217;appello che Grossman, Oz e Yehoshua lanciarono per chiedere un cessate il fuoco bilaterale, pur ribadendo la legittimità della guerra da parte di Israele: &#8220;I tre scrittori hanno preparato il loro appello come se stessero lavorando nell&#8217;ufficio legale del Ministero degli Esteri&#8221; (&#8220;The three writers worded their ad as though they were working in the legal department of the Foreign Ministry&#8221;, <em>Ha’aretz</em>, 2006/08/11, &#8220;Someone to fight with&#8221; by Tom Segev).</p>
<p><strong>Aharon Shabtai</strong><br />
Nato nel 1939 è uno dei maggiori poeti israeliani contemporanei. Ha studiato Greco e Filosofia alla Hebrew University, alla Sorbona e a Cambridge. Insegna letteratura ebraica all’Università di Tel Aviv. Shabtai, il più accreditato traduttore di drammi greci in ebraico, ha ricevuto nel 1993 il premio del Primo Ministro per la Traduzione. Dal suo primo volume di versi apparso nel 1966, Shabtaï ha pubblicato più di sedici libri di poesia. Influenzato da fonti diverse, come William Carlos Williams e la mitologia greca, è un poeta che ha spesso mescolato reale e irreale. Egli prende ispirazione dalla filosofia, dagli eroi e dall’immaginario erotico greco per esprimere uno dei suoi temi ricorrenti: l’esaltazione e la totalità sono raggiunti attraverso la morte e la profanazione. Traduzioni dei suoi lavori in inglese sono apparsi in numerose riviste, incluse la “American Poetry Review”, la “London Review of Books”, e “Parnassus in Review”; un’ampia selezione delle sue poesie, <em>Love and Other Poems</em>, è stata pubblicata in lingua inglese nel 1997 da Sheep Meadow Press. Nel 2003, per le edizioni New Directions, è uscita la traduzione inglese del volume intitolato<em> J’Accuse</em>, vincitore del premio del PEN American Center. Molte delle poesie contenute in <em>J’Accuse</em> sono state pubblicate precedentemente nel supplemento letterario settimanale del quotidiano israeliano <em>Ha’aretz</em> e hanno provocato lettere di sdegno all’editore e minacce di cancellazione degli abbonamenti. Richiamandosi alla famosa lettera in cui Emile Zola denunciava l’antisemitismo del governo francese durante l’affare Dreyfus, in <em>J’Accuse</em> Shabtai accusa il suo Paese di crimini contro l’umanità, rifiutando di abbandonare la sua fede nei valori morali della società Israeliana e di tacere di fronte agli atti di barbarie. Pur essendo uno dei quaranta scrittori israeliani invitati alla Fiera del libro di Parigi nel 2008, Shabtaï si è rifiutato di essere presente. In un’intervista concessa a Silvia Cattori e pubblicata sul sito francese <em>Free Palestine</em>, Shabtaï afferma: “Questo salone del libro, così come ogni altro tipo di manifestazioni dove lo Stato d’Israele è invitato, non è un mezzo per promuovere la pace in Medio Oriente, né un mezzo per portare la giustizia ai Palestinesi. Si tratta solamente di propaganda, che mira a dare di Israele un’immagine di paese liberale e democratico”. Non è la prima volta che il poeta boicotta una manifestazione culturale israeliana per ragioni politiche. Atteggiamento simile ebbe anche nel 2006, quando rifiutò di partecipare al <em>Poetry International Festival</em>, che si tenne a Gerusalemme. In quell’occasione scrisse pubblicamente: “Io mi oppongo a un festival internazionale di poesia in una città dove gli abitanti arabi sono sistematicamente e brutalmente oppressi”.</p>
<p><strong>Avi Shlaim</strong><br />
Nato a Baghdad nel 1945, ha cittadinanza israeliana e britannica.<br />
Storico appartenente al gruppo dei cosiddetti &#8220;Nuovi Storici&#8221; (di cui facevano parte Pappé e Morris), scrive regolarmente su <em>The Guardian</em>. Sostiene che attualmente il sionismo sia il vero e unico &#8220;nemico&#8221; degli ebrei.<br />
Il suo ultimo libro è <em>Lion of Jordan: The Life of King Hussein in War and Peace</em> (2007). In italiano è disponibile <em>Il muro di ferro. Israele e il mondo arabo</em> (Casa Editrice Il Ponte, 2003), che descrive come l&#8217;opzione &#8220;muro di ferro&#8221; (&#8220;secondo la quale ogni negoziato con gli arabi avrebbe dovuto essere condotto da una posizione di forza militare&#8221;) sia il filo conduttore di tutte le &#8220;trattative&#8221; israeliane. A cura di Shlaim il volume <em>La guerra per la Palestina. Riscrivere la storia del 1948</em> (Casa Editrice Il Ponte, 2004).<br />
<strong><br />
Ella Habiba Shohat</strong><br />
Nata in Israele da famiglia di ebrei iracheni. Professoressa alla New York University e autrice del saggio <em>The Mizrahim in Israel. Zionism from the perspective of its Jewish victims</em> ripubblicato in <em>Dangerous Liaisons: Gender, Nation, and Postcolonial Perspectives</em> (University of Minnesota Press, 1997). I suoi studi si concentrano sulla ricostruzione/ridefinizione dell&#8217;identità degli ebrei di cultura &#8220;araba&#8221; (i Mizrahim) nella vulgata eurocentrica apportata dal sionismo all&#8217;intero ebraismo. Tra gli articoli scientifici da segnalare: &#8220;The Invention of the Mizrahim&#8221; del 1999.<br />
<strong><br />
Michel Warschawski</strong><br />
Ebreo di origine francese nato nel 1949, Michel (alias Mikado) Warschawski ha ricevuto un’educazione ebrea ortodossa dal padre rabbino. Cresciuto a Strasburgo, nel 1965 va a Gerusalemme, dove studia in un seminario talmudico; nel 1967 è al lavoro al kibboutz Sha Alvin e quando scoppia la &#8220;Guerra dei sei giorni&#8221;, assiste all&#8217;esodo palestinese. Dopo la guerra aderisce a un gruppo di estrema sinistra, &#8220;Matzpen&#8221;, prima organizzazione israeliana a opporsi apertamente all&#8217;occupazione. Completati gli studi di filosofia e scienze politiche, organizza incontri tra universitari israeliani e palestinesi, dal <em>Comité de Solidarité de l&#8217;Université Bir Zeit </em>di Ramallah, al <em>Comité anti-guerre du Liban</em>. Diviene poi un attivista di primo piano dell’AIC, <em>Alternative Information Center</em> (<a href="http://www.alternativenews.org">www.alternativenews.org</a>), un&#8217;organizzazione israelo-palestinese contraria all’occupazione israeliana, che diffonde informazione, ricerca e analisi politica sulle società palestinese e israeliana e sul conflitto israelo-palestinese. L’AIC, inoltre, promuove una cooperazione tra palestinesi e israeliani sulla base della giustizia sociale e della solidarietà, e fornisce sostegno diretto alla popolazione palestinese e ai Refuseniks israeliani. Nel 1988, dopo aver organizzato manifestazioni pubbliche israelo-palestinesi in memoria dei massacri nei campi palestinesi di Sabra e Chatila, Warschawski viene arrestato dal Shin Beth e, dopo un processo di quattro anni, condannato a 30 mesi di carcere.<br />
Tra i suoi libri tradotti in italiano, ricordiamo: <em>Sionismo e questione ebraica. Storia e attualità</em> (con <strong>Moscato Antonio</strong>, <strong>Taut Jakob</strong>), Ed. Sapere 2000 Ediz. Multimediali, 1983; <em>Israele Palestina. La sfida binazionale. Un «sogno andaluso» del XXI secolo</em>, Ed. Sapere 2000 Ediz. Multimediali, 2002; <em>Sulla frontiera</em>, Ed. Città aperta, 2003; <em>A precipizio. Crisi della società israeliana</em>, Boringhieri, 2004.<br />
Da “Israele-Palestina. La sfida binazionale”:<br />
&#8220;Il Terzo Millennio vedrà la nascita di uno stato palestinese. La cosiddetta Seconda Intifada non è altro che la guerra d’indipendenza palestinese, così come la violenza commessa dall’esercito israeliano e dai coloni non è che l’espressione sanguinaria dell’odio coloniale e vendicativo di fronte ad una rivoluzione di cui ben conosciamo gli inevitabili risultati. E non è la prima volta in mezzo secolo che una forza occupante si rivela sconfitta”.</p>
<p><strong>Shmuel Yerushalmi</strong><br />
Nato a Bila Tserkva in Ucraina nel 1972, vive in Israele dal 1988. Yerushalmi è coinvolto nel &#8220;foro Civile&#8221; di Hadash, mirante a sollecitare la nascita di un&#8217;identità civile non-sionistica israeliana (da Wikipedia: http://<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Hadash">en.wikipedia.org/wiki/Hadash</a>). Scrive e pubblica poesie in ebraico, gestisce un sito personale: http://<a href="http://www.kvistrel.page.tl/">www.kvistrel.page.tl/</a>.</p>
<p><strong>Oren Yiftachel</strong><br />
Dal 1994 è professore di geografia e politica pubblica alla Ben Gurion University del Negev a Beer-Sheva, in Israele. Autore di svariate pubblicazioni scientifiche, tra le quali <em>Planning a Mixed Region in Israel: The Political Geography of Arab-Jewish Relations in the Galilee</em> (Avebury, Gower Publishing Limited, Aldershot, Hampshire, UK, 1992) e <em>Ethnocracy: Land, and the Politics of Identity Israel/Palestine </em>(PennPress &#8211; the University of Pennsylvania, 2005). Un suo saggio, &#8220;&#8216;Etnocrazia&#8217;: la politica della giudaizzazione di Israele/Palestina&#8221;, fa parte del volume collettaneo <em>PARLARE CON IL NEMICO. Narrazioni palestinesi e israeliane a confronto</em>, curato da Jamil Hilal e Ilan Pappe (Bollati Boringhieri, Torino 2004, pagg. 96-131). Ha insegnato presso la Pennsylvania University e la Columbia University, negli Stati Uniti. Dal 1999 al 2003 e&#8217; stato preside del Dipartimento di geografia della Ben Gurion University. Ha fondato e dirige la rivista &#8220;Hagar/Hajer: International Social Science Review&#8221;. In <em>Etnocrazia</em>, l&#8217;autore propone lo studio comparato dei regimi etnocratici, ossia quei regimi che fanno prevalere l&#8217;appartenenza etnica sulla cittadinanza, e che subordinano a tale appartenenza la distribuzione di risorse e potere. I regimi etnocratici risultano dalla combinazione di tre elementi: il colonialismo, l&#8217;etnonazionalismo e la logica etnica del capitale. Regimi di questo tipo si trovano in Estonia, in Sri Lanka, e in Malesia. Anche il caso di Israele illustra questo processo di fabbricazione di uno stato etnocratico, attraverso il lungo processo di giudeizzazione del territorio.<br />
Alcune pubblicazioni online qui: http://<a href="http://www.geog.bgu.ac.il/members/yiftachel/papers.html">www.geog.bgu.ac.il/members/yiftachel/papers.html</a></p>
<p><strong>Benny Ziffer</strong><br />
Nato a Tel Aviv nel 1953 da famiglia di origini turche. Ha studiato letteratura francese e scienze politiche, è l&#8217;attuale responsabile della rubrica letteraria del quotidiano Ha&#8217;aretz. Ha scritto un volume di poesie, <em>Tsipor Mekanenet Ba-bait</em> (&#8220;A bird nests at home&#8221;, Martef 1978), e tre romanzi: <em>Marsh Turki </em>(Am Oved 1995), <em>Tziffer U-Bnei Mino</em> (&#8220;Ziffer and his Kind&#8221;, Am Oved 1999) e <em>The Literary Editor&#8217;s Progress</em> (2005). Nei suoi romanzi affronta il tema dell&#8217;omosessualità nella società israeliana. Tra i principali attivisti contro la costruzione del muro nel villaggio palestinese di Bil&#8217;in, è autore di numerosi articoli estremamente critici nei confronti della politica e della società israeliana.<br />
<strong><br />
Moshe Zuckermann</strong><br />
Nato a Tel Aviv nel 1949, insegna sociologia e storia all&#8217;Università della stessa città.  Dal 2000 al 2005 ha diretto il dipartimento di Storia Tedesca. Zuckermann studia da anni le forme e le modalità di costruzione dei miti identitari, nello specifico del caso israeliano, per comprendere come si sia potuta creare una &#8220;etnocrazia colonizzatrice e  segregazionista&#8221;. Uno dei suoi ultimi lavori, <em>Zweierlei Holocaust</em> (&#8220;Il doppio Olocausto&#8221;,  Göttingen 1998) affronta di petto il tema della Shoah nella sua doppia qualità di memoria mitica e sapere storico, incrocio che lo pone al di là dell&#8217;analisi &#8220;razionale&#8221; e che spinge all&#8217;indifferenza verso altri tipi di sofferenza (quella palestinese).<br />
La maggior parte dei suoi testi principali sono pubblicati in tedesco, come <em>Gedenken und Kulturindustrie. Ein Essay zur neuen deutschen Normalität</em> (Berlin u. Bodenheim b. Mainz 1999). In italiano è pubblicato l&#8217;articolo &#8220;Aspetti dell&#8217;Olocausto nella cultura politica israeliana&#8221; nel volume collettivo <em>Parlare con il nemico </em>(Bollati Boringhieri 2004).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/21/laltra-faccia-di-israele/">L&#8217;altra faccia di Israele (una lista di autori)</a></p>
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