<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Nazione Indiana &#187; Bolivia</title>
	<atom:link href="http://www.nazioneindiana.com/tag/bolivia/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.nazioneindiana.com</link>
	<description>versione beta 3.0</description>
	<lastBuildDate>Sun, 12 Feb 2012 18:19:59 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator>
		<item>
		<title>El boligrafo boliviano 20</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/12/28/el-boligrafo-boliviano-20/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/12/28/el-boligrafo-boliviano-20/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 28 Dec 2008 07:30:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[neve]]></category>
		<category><![CDATA[nuoto]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Mignano]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=12906</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>Trovate il perimetro dell’allegria,<br />
la superficie della libertà,<br />
il volume della felicità&#8230;<br />
Quest’altro poi<br />
è un po’ troppo difficile per noi:<br />
Quanto pesa una corsa in mezzo ai prati?</em></p>
<p>Gianni Rodari, <em>problemi di stagione</em></p>
<p><em>11 giugno 2008</em></p>
<p>Il taglio della mano precipita, coltello opaco che fende il fluido, generando un’esplosione silenziosa di sfere tralucenti che mi vengono incontro, catturando e sparandomi in faccia la luce obliqua dell’ultima parte del giorno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/28/el-boligrafo-boliviano-20/">El boligrafo boliviano 20</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/fiocco-2.jpg" alt="" title="fiocco-2" width="227" height="201" class="alignleft size-full wp-image-12907" />di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>Trovate il perimetro dell’allegria,<br />
la superficie della libertà,<br />
il volume della felicità&#8230;<br />
Quest’altro poi<br />
è un po’ troppo difficile per noi:<br />
Quanto pesa una corsa in mezzo ai prati?</em></p>
<p>Gianni Rodari, <em>problemi di stagione</em></p>
<p><em>11 giugno 2008</em></p>
<p>Il taglio della mano precipita, coltello opaco che fende il fluido, generando un’esplosione silenziosa di sfere tralucenti che mi vengono incontro, catturando e sparandomi in faccia la luce obliqua dell’ultima parte del giorno. Quattro, la destra, la sinistra, cinque, la destra, la sinistra, sei, torsione dello sternocleidomastoideo, la bocca si apre a cercare l’aria, l’arco della bracciata segue il disegno del compasso e affonda davanti ai miei occhi, subito raggiunto – o meglio, sostituito – dall’altro avambraccio. <span id="more-12906"></span><br />
Seguo la linea gialla della corsia tracciata sul fondo azzurro della piscina. È la quarantesima vasca, sbaffi di nuvole biaccose sul ceruleo pulito oltre le vetrate della cupola piramidale da Louvre, polvere in sospensione sulle diagonali di luce che attraversano l’ambiente riscaldato, umidità piacevole, appena stagnante, sui dorsi delle quattro o cinque persone che si riposano in costume sulle piastrelle del bordo.<br />
Altre bollicine, mazzi di perline iridescenti che fioccano dal basso verso l’alto e in orizzontale, puntando alle clavicole. Come una strana nevicata liquida.</p>
<p>Neve a quattromila metri, una cosa normalissima a pensarci bene, tanto più che sta entrando l’inverno. Neve abbondante sul Gran Paradiso, sul Plateau Rosa, primi fiocchi sui passi dolomitici, chiusi il Gavia e lo Stelvio, transitabili con uso di catene il Rolle e il San Pellegrino.<br />
Qui un po’ meno, sull’altopiano tropicale. Più su, dove le montagne vere – sembra assurdo fare questa distinzione – si arrampicano fino a cinquemila e poi a seimila, seimilacinquecento, luccicano per tutto l’anno nevai compatti, glassa zuccherosa che ci osserva da lontano e scuote il capo in sincronia con lo sviluppo dei miti, Illimani il Signore dell’Acqua, Wayna Potosí il Signore della Pietra, Illampu il Signore della Luce, e Mururata, il dio ribelle dalla testa mozzata.<br />
Oggi invece ci siamo svegliati con i fiocchi che cadevano spessi e compatti su tutto il pianoro di El Alto: ce l’hanno raccontato, a noi che viviamo quasi nel fondo dell’avello che precipita giù lungo i gironi de La Paz e non abbiamo avuto la fortuna di vederli di persona. Le notizie scendono, scivolano a valle, parlano di una città, lassù, trasformata in un campo bianco che trasfigura l’architettura altegna, copre la polvere delle strade, incornicia le casette di mattoni a vista, disegna ville e sentieri sulle aiole e gli spartitraffico stopposi.<br />
I contrafforti della nevicata ci sfiorano, rocce spolverate di zucchero a velo incombono a bordo valle che sembra quasi di poterle toccare, come la testa di ghiacciai morenici. Il telegiornale apre con la notizia, evidentemente inconsueta: mostra colonne di pacegni che vanno in pellegrinaggio sui passi andini che chiudono l’imbuto della città, per ammirare da vicino la neve, mescolandosi ai turisti che scendono dai pullman o dalle grosse jeep.<br />
La vecchietta che vende pochi pacchetti di gomma da masticare, biscotti al cioccolato e qualche torrone, stendendo la mercanzia su un telo poggiato per terra, all’angolo della nostra piazzetta, se ne sta accoccolata, rinchiusa dietro un usbergo di coperte e mantelle, la testa piccola nascosta da un cappello di lana, la fronte incartapecorita e bruciata dal gelo.<br />
«Fa molto freddo», osservo passandole accanto e chiedendole un pacchetto di gomme, «Come fa a resistere?».<br />
«Sì, mi’hijo, si gela, però hai visto la neve, hai visto com’è bella? La bellezza, mi’hijito, è la bellezza la cosa più importante. E’ un regalo della Pachamama, e che cosa te ne importa di tutto il resto, scusa?».<br />
(Non deve aver mai letto Keats, non ne ha bisogno).</p>
<p>Adesso sono quarantaquattro vasche, se stiro il collo tra una bracciata e l’altra lo sguardo davanti a me arriva fino in fondo alla piscina, un tubo di tante sfumature azzurre, oltremare, cobalto, cianotiche, indaco, esplosioni di luce bianca, l’ombra del mio corpo sotto di me, un siluro o un’otaria allungata, sfratta in pezzi di materialità smontata.<br />
Era un’altra lontananza, più profonda, quella che sperimentavo nel mare dell’infanzia o in quello della maturità, il Tirreno o il Caribe, la vista che rifiutava di fermarsi e scappava metri e metri davanti al petto e alle spalle protese, proiettandosi sul tappeto di velluto della sabbia, grigi ocra che perdevano la loro guerra con il verde più profondo, e allora dalla steppa di smeraldo, Veronese, vescica o cinabro ci si aspettava che prendesse corpo un mostro, la sagoma di un pesce spada o di un barracuda, e invece ne usciva fuori appena un’ombrina o un piccolo banco di pesci angelo, incuriositi dalla nostra goffaggine mammifera.</p>
<p>Timmy si chiama proprio così, un nome nordamericano, da cartone americano, come quello dei Padrini magici che ha visto qualche volta, a casa di una zia che vive in centro e che ha una televisione decente. Però, nome a parte, Timmy ha una faccia inequivocabilmente quechua-aymara e viene da Achachicala, un quartiere arrampicato in verticale a metà dell’autostrada che porta all’aeroporto di El Alto, senza strade asfaltate, dove ci si sposta soprattutto lungo scalinate ripide e strette su cui si affacciano i numeri civici delle stamberghe di legno, di adobe e quando va bene di mattoni rossi.<br />
Timmy è riuscito a salire fin quassù, alla Cumbre, dove la città si perde a cinquemila metri e non si capisce se ci si trovi più su o più giù dell’altopiano, smarriti nella vertigine dell’imbuto in basso e del massiccio del Wayna Potosí in alto, oltre il laghetto di melma grigioverde e il grande arco scuro della diga.<br />
Timmy è un bambino delle Ande ma non aveva mai visto la neve, prima d’ora. Come del resto non ha mai visto il mare. Però sa che cosa siano, l’una e l’altro, gliene parlano a scuola, quando riesce ad andarci, di solito nel turno serale, dopo aver lavorato in plaza San Francisco lucidando le scarpe per un boliviano alla volta. Non è nemmeno proprietario della cassetta di legno con le spazzole e le creme, quelle appartengono all’imprenditore che le distribuisce in affitto, in cambio della metà dei guadagni.<br />
Affonda le mani annerite nella neve, Timmy, ridendo sotto lo sguardo incuriosito di una coppia di svedesi biondi. Adesso ha visto anche la neve, gli manca il mare, quello che ancora appartiene ai boliviani, come gli hanno insegnato a scuola, anche se è stato perso in una guerra centoventinove anni fa.<br />
Per fortuna Timmy non conosce nemmeno la guerra.<br />
Il mare almeno può provare a immaginarlo, da quella parte, oltre le Ande, una massa di fluido azzurro che si spande come la macchia di lucido da scarpe nero sulla neve, e che si spacca in gorgoglii tralucenti, come quando la mano cade di taglio sulla corsia della piscina, ferita dalle lame dell’ultimo sole.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/28/el-boligrafo-boliviano-20/">El boligrafo boliviano 20</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/10/12/el-boligrafo-boliviano-19/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 19'>El boligrafo boliviano 19</a> <small> di Silvio Mignano 29 maggio 2008 Oltre la terrazza...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/13/el-boligrafo-boliviano-17/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 17'>El boligrafo boliviano 17</a> <small>di Silvio Mignano 13 novembre 2007 Ovvero: io e le...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/04/15/el-boligrafo-boliviano-15/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 15'>El boligrafo boliviano 15</a> <small> di Silvio Mignano 12 agosto e 7 ottobre 2007...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/10/15/el-boligrafo-boliviano-10/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 10'>El boligrafo boliviano 10</a> <small> di Silvio Mignano 21 luglio 2007 Il cammino da...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/04/12/el-boligrafo-boliviano-1/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 1'>El boligrafo boliviano 1</a> <small>Una nota di Gianni Biondillo sul diario andino di Silvio...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/12/28/el-boligrafo-boliviano-20/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>8</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>El boligrafo boliviano 19</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/10/12/el-boligrafo-boliviano-19/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/10/12/el-boligrafo-boliviano-19/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 12 Oct 2008 07:30:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Mignano]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=9103</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/armando-e-pimpa.jpg"></a>  di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>29 maggio 2008</em></p>
<p>Oltre la terrazza c’è solo l’Illimani, che ti sembra di poterlo toccare, e invece sotto, invisibile finché non ti avvicini al bordo, c’è lo sprofondo della città, le vie non asfaltate, laccate di polvere, la bottega senza vetrine con davanti i sacchi panciuti di cereali, spessi riccioli bianchi, rigatoni di grana giallastra, la rotonda con al centro un giardinetto di erba secca e le ringhiere arrugginite e sventrate, un tronco senza rami, senza foglie e privo di gemme, nessuna macchina che giri attorno all’aiola, adesso sì, solo un camioncino alla rovescia, sottosopra per noi che lo osserviamo da quassù, con le ruote in alto come le zampette di Gregorio Samsa, il goffo arrancare dell’autista abbarbicato al volante che non si capisce se spinga o trascini.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/12/el-boligrafo-boliviano-19/">El boligrafo boliviano 19</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/armando-e-pimpa.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/armando-e-pimpa.jpg" alt="" title="armando-e-pimpa" width="180" height="163" class="alignnone size-full wp-image-9105" /></a>  di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>29 maggio 2008</em></p>
<p>Oltre la terrazza c’è solo l’Illimani, che ti sembra di poterlo toccare, e invece sotto, invisibile finché non ti avvicini al bordo, c’è lo sprofondo della città, le vie non asfaltate, laccate di polvere, la bottega senza vetrine con davanti i sacchi panciuti di cereali, spessi riccioli bianchi, rigatoni di grana giallastra, la rotonda con al centro un giardinetto di erba secca e le ringhiere arrugginite e sventrate, un tronco senza rami, senza foglie e privo di gemme, nessuna macchina che giri attorno all’aiola, adesso sì, solo un camioncino alla rovescia, sottosopra per noi che lo osserviamo da quassù, con le ruote in alto come le zampette di Gregorio Samsa, il goffo arrancare dell’autista abbarbicato al volante che non si capisce se spinga o trascini.<span id="more-9103"></span><br />
Di qua un birillo di legno giallo scappa via – o vorrebbe, perché Claudio lo afferra privandolo della libertà centrifuga, ma le dita non trattengono, volutamente lo spingono via, sostituito adesso da due birilli rossi che volteggiano finché il giallo non rientra e prepotente li scaccia.<br />
«Il giallo è dispettoso, si mette sempre in mezzo come vuole lui», osserva con una smorfia il giocoliere con i baffi grigi sotto un naso lungo e arrotondato come quello del padrone della Pimpa, la camicia a righine rosse commentata da un farfallino dello stesso colore.<br />
I bambini ridono, seduti per terra in circolo o in piedi, ottocento scolari in uniforme azzurra, in un cortile di cemento spaccato e sbiadito da un sole impietoso, a quattromila metri, poco più in basso dell’orlo di El Alto, tre lati dello spiazzo racchiusi da ballatoi cadenti su cui si affacciano le aule della scuola República de Italia e sul quarto il regalo immenso, insperato dell’Illimani.<br />
Adesso roteano le torce incendiate, tre, quattro, cinque, sei, Consuelo si abbassa, passa sotto le gambe di Claudio e gliele ruba mentre ancora girano, senza farne cadere nessuna, poi gliele lancia una per una, invitandolo a spegnerle. Il giocoliere con il papillon rosso ubbidisce, ma poi mette le torce spente per terra accanto a quelle ancora accese, e la fiamma si ravviva.<br />
«Nooooo!», gridano i bambini, divertiti e sorpresi che un adulto così abile non riesca a capire una faccenda tanto elementare.<br />
«¡Allí, allí, déjala allí!», gli suggeriscono esasperati, piegati in due dalle risate, dandosi manate sulla fronte, incoraggiati dalla giocoliera in abito verde, calze a righe multicolori, grembiule bianco, cappello rosso, scarpe grosse da pagliaccio.<br />
Non capisce niente, vero, lasciano intendere le sue smorfie, ah, questi uomini, bambine mie, tutti uguali, a qualsiasi latitudine.</p>
<p>Siamo qui da qualche ora, in una scuola grande e desolata, nel quartiere più povero della città. Ho ancora davanti agli occhi i bambini seduti in silenzio nel cortile mentre gli leggo una favola di Franco Enna, una storia di orchi e pastori della Barbagia, una terra così lontana e diversa, montagne aspre al centro di un’isola al centro di un mare, ma qui, al centro di un cortile al centro di un dirupo nel cuore di un’isola di terra senza mare, a questi scolari interessano solo le eterne storie, l’orco che divora la famiglia della bambina, l’eroe che fa giustizia e riceve il meritato guiderdone, e tutti, proprio tutti, vissero felici e contenti.</p>
<p>Il direttore dice che ci sarebbe tanto bisogno di una copertura di zinco per il cortile. Il sole e la pioggia sono troppo violenti per gli allievi. In realtà la lista delle cose che mancano è una litania senza fine.<br />
All’interno i corridoi sono enormi e bui, due ragazzini sfrecciano inseguendo un pezzo di legno che fa da pallone, il loro duplice dribbling è perfetto, ci sfiorano appena prima di sparire dietro un angolo.<br />
Le aule sono cubi ampi e nudi, quasi nessun poster o cartellone alle pareti scrostate, lavagne verdi sui quali i gessetti scivolano lasciando tracce granulose, che si leggono a fatica. Banchi di legno assortiti quasi a caso, ma tutti invariabilmente stretti e scomodi.<br />
Danilo e Franco dirigono un seminario al quale partecipano tutti i maestri della scuola e qualcun altro venuto da altri istituti del quartiere. Nell’aula acanto Iole sta facendo un test con i bambini più piccoli, di cinque o sei anni. Distribuisce dei fogli bianchi e li invita a disegnare una figura umana e il ritratto ideale della loro famiglia. Mi accomodo anch’io a fatica in uno dei minuscoli banchi per partecipare all’esperimento: incurvato sulla sediolina guardo gli scolari che disegnano. Loro, incuriositi, si lasciano appena distrarre da questo strano compagno di classe. Una bambina con un cappello rosa a tesa larga calcato sulla fronte, gli spessi occhiali da miope ingentiliti da un laccetto rosso, si morde il labbro di sotto mentre le dita abbracciano la matita, cercando di farsi strada tra il groviglio di linee.<br />
E penso che in questa scuola la cosa incredibile non è che non si usino i computer, non è che non siano ancora arrivate le fotocopiatrici, non è che le lavagne siano ancora quelle del secolo scorso – altroché i pannelli di plastica bianca con i pennarelli delebili – non è che non ci siano nemmeno le penne e si debba andare avanti con le matite: no, la cosa incredibile è che perfino le matite sono un lusso, e alla fine del test la vera gioia, per questi bambini, è scoprire che possono tenersi quella con cui hanno lavorato, qualcuna nuova, altre ridotte a mozziconi con i segni dei dentini che scolpiscono umide corone sul legno giallo.</p>
<p>La scopa è rimasta in piedi da sola, prima che il giocoliere la inviti a ballare, facendola lievitare tra due bastoncini come una principessa fatta d’aria – l’aria rarefatta delle pendici andine.<br />
È un miracolo, ma oggi ci stiamo abituando ai miracoli, come queste file ordinate di ottocento studenti e scolari che aspettano di ricevere un libro in regalo: bambini piccolissimi, ragazzini, liceali nella divisa verde, un poco seriosa, dei maturandi (una di loro mi ha appena esposto al pubblico ludibrio, invitandomi coram populo a esibirmi in una cueca di Tarija con lei: tra la musica e i battimani della scolaresca ho dapprima cercato di svicolare, poi di offrire una prestazione appena più decente di quella che ci si aspetterebbe da un orso ammaestrato).<br />
Poco fa hanno cantato l’inno di Mameli a memoria, con una pronuncia a dir poco perfetta, ora sono in piedi, emozionati, le mani già tese a seconda dell’età verso le copie tascabili delle favole o dei <em>Paesi tuoi</em> di Pavese, dei racconti di Malaparte o delle poesie di Pascoli, ansiosi di leggere versi e storie che parlano di luoghi che probabilmente non conosceranno mai nella loro vita, se non attraverso questa scrittura.<br />
Stringono al petto le copertine colorate, accarezzano il taglio bianco delle pagine, ridono increduli e si scambiano informazioni, mostrandosi l’un l’altro il libro che gli è toccato in sorte. La disciplina comincia a mostrare le prime felici crepe, qualcuno si insinua nella coda di chi non ha avuto ancora la sua copia. Vorremmo fermarli, fargli capire gentilmente che bisogna prima assicurarsi che tutti ne abbiano almeno una, ma come arginare questa marea che si gonfia e si accalca sempre più asfissiante attorno alle scatole di cartone?<br />
Eccole, all’uscita, due ragazze dell’ultimo anno, che sorridono indecise se nascondere dietro la schiena il doppio bottino o mostrarlo maliziosamente per vantarsi del piccolo insignificante inganno che ha permesso loro di avere ben due preziosi volumetti.<br />
«Forse, se gli italiani ritornano, riesco a completare l’intera serie», dice una delle due alla sua amica, e ammicca verso di noi.<br />
Mi accorgo ancora una volta di essere atterrato in un’altra epoca e che la distanza da casa si misura in decenni più che in chilometri – e non so se ho davvero voglia di tornare indietro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/12/el-boligrafo-boliviano-19/">El boligrafo boliviano 19</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/27/el-boligrafo-boliviano-18/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 18'>El boligrafo boliviano 18</a> <small> di Silvio Mignano 20 gennaio e 4 maggio 2008...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/13/el-boligrafo-boliviano-17/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 17'>El boligrafo boliviano 17</a> <small>di Silvio Mignano 13 novembre 2007 Ovvero: io e le...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/06/14/el-boligrafo-boliviano-16/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 16'>El boligrafo boliviano 16</a> <small> di Silvio Mignano 8 novembre 2007 «Come si chiama...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/03/16/el-boligrafo-boliviano-14/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 14'>El boligrafo boliviano 14</a> <small> di Silvio Mignano 13 ottobre 2007 Sono tornato a...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/10/15/el-boligrafo-boliviano-10/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 10'>El boligrafo boliviano 10</a> <small> di Silvio Mignano 21 luglio 2007 Il cammino da...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/10/12/el-boligrafo-boliviano-19/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>El boligrafo boliviano 18</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/27/el-boligrafo-boliviano-18/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/27/el-boligrafo-boliviano-18/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 27 Aug 2008 06:30:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[Los Titanes del Ring]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Mignano]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=6318</guid>
		<description><![CDATA[<p> di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>20 gennaio e 4 maggio 2008</em></p>
<p>L’oscurità, di per sé tutt’altro che assoluta, è perforata da tremolanti luci aranciate, che si riflettono sulle pareti sporche come lingue d’acqua in una piscina asciutta. La folla si apre a ventaglio, in mezzo agli stridenti rumori delle seggiole trascinate sul pavimento di linoleum.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/27/el-boligrafo-boliviano-18/">El boligrafo boliviano 18</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/cobarde.jpg" alt="" title="cobarde" width="198" height="277" class="alignnone size-full wp-image-6319" /> di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>20 gennaio e 4 maggio 2008</em></p>
<p>L’oscurità, di per sé tutt’altro che assoluta, è perforata da tremolanti luci aranciate, che si riflettono sulle pareti sporche come lingue d’acqua in una piscina asciutta. La folla si apre a ventaglio, in mezzo agli stridenti rumori delle seggiole trascinate sul pavimento di linoleum. Il rimbombo di una musica di chiesa, un basso stonato che dovrebbe richiamare Bach o il Requiem di Mozart e fatica invece a elevarsi al di sopra di un confuso agitarsi di crome e biscrome, un involontario rap per voci ed organo. <span id="more-6318"></span><br />
Ecco, si vede adesso un cappuccio nero appuntito, poi due. Una coppia di flagellanti spagnoli, o i boia dei nostri incubi, monatti infilati in tuniche scure e un po’ lacere. Reggono l’estremità di lunghi pali di pino, e una seconda coppia li segue, vestita allo stesso modo. In mezzo a loro, su un’improvvisata barella, una bara di legno lucido.<br />
Avanzano a passo lento, con una solennità malriuscita, sporcata continuamente da impercettibili scivoloni, un’accelerazione fuori luogo, un sorriso di troppo nel pubblico, uno scossone al feretro. Salgono una corta scaletta e cercano goffamente di infilare il loro bagaglio tra le corde flosce del ring.<br />
Il sarcofago è al centro del quadrato, i quattro tristi figuri si inchinano in direzione del pubblico e si allontanano, reggendo davanti a sé i ceri ancora accesi. Una musica bassa e ossessiva continua a risuonare in sottofondo, commentando il movimento del coperchio che si alza un po’ per volta e alla fine cade con un sordo rumore sul piancito grezzo.<br />
Poi dalla bara esce una figura, snodandosi un segmento per volta, come un pupazzo gigante. E pupazzo è davvero, e gigante. Sarà alto uno e novanta, forse di più, ed è avvolto in stretti giri di fasce bianche, se può definirsi bianco questo grigiastro sporco.<br />
«Ed ecco a voi, signore e signori, la mummia reale di Ramsete II», proclama lo speaker ufficiale.<br />
Ma non è una cosa seria: la mummia, che dovrebbe essere spaventevole, espone un cuore rosso, disegnato proprio a cuore, all’altezza del cuore, e un paio di reni dello stesso colore, proprio con la sagoma a fagiolo, che gli pendono in basso sulla schiena. I suoi movimenti a scatti, le braccia tese in avanti, sono un’involontaria parodia di un B Movie degli anni trenta. Bela Lugosi, mi viene in mente.<br />
Però El Cobarde trema vistosamente dinanzi allo spettacolo, anche se cerca di non darlo a vedere dietro lo schermo di battute da sbruffone. Del resto, che cosa ci si può attendere da uno che sceglie il nome d’arte del vigliacco?</p>
<p>C’è una fila enorme, all’ingresso del palazzetto polifunzionale di El Alto, a quattromila e cento metri. Uno striscione giallo recita: Los Titanes del Ring, come se si trattasse di uno spettacolo del WWF, inteso come World Wrestling Federation e non World Wildlife Fund. La gente però è qui per una cosa sola: assistere al combattimento delle cholitas. In attesa, qualsiasi antipasto o aperitivo va bene.<br />
Dentro c’è la folla delle grandi occasioni. Chi ha pagato cinquanta boliviani ha potuto occupare le tre file di sedioline di plastica bianca attorno al ring, con il diritto a un pacchetto di pop corn e a una lattina di birra o coca cola, gli altri sono assiepati sugli spalti, assi di legno incastrate su impalcature di tubi di metallo. Un gruppo di donne di El Alto, gonne ampie e mantiglie di lana, forma una claque rumorosa ed entusiasta. Vogliono azione e colpi proibiti e lo lasciano intendere a suon di cori e insulti irripetibili.<br />
Entrano i due speaker, improbabile coppia in giacca e cravatta, caricatura ben riuscita dei giornalisti a bordo del quadrato negli innumerevoli Rocky cinematografici. Tocca a loro introdurre il primo combattimento: in scena El Picudo, un tipo alto e magro che inalbera uno strano becco di carta argentata e un costume da che cosa? condor?, picchio?, piccione spiumato? Accanto a lui un tipo grande e grosso, nientemeno che El Rayo Azteca, reduce – come ci spiega infervorato uno dei presentatori – da mesi di trionfale tournée nel suo Messico natale.<br />
Ora fa il suo ingresso da dietro le tende che conducono agli spogliatoi l’arbitro dell’incontro, subissato di fischi non appena viene presentato: si chiama Ramiro, è un ciccione tutto stretto nella sua divisa a righe bianche e nere più adatta a un referee da baseball, il faccione olivastro quasi deserto, a stento abitato da un piccolo naso a patata, da una boccuccia molle e da due occhietti insabbiati nello spessore delle palpebre.<br />
Si capisce subito perché la folla non lo ami: appena monta sul ring, Ramiro va dritto dal Picudo e lo abbraccia calorosamente. Poi si avvicina al Rayo Azteca e ignora la sua mano tesa, controllandogli invece minuziosamente la suola delle scarpe, sincerandosi che non porti anelli né braccialetti e facendogli una misteriosa ramanzina. A partire da quel momento lo scontro sarà impari, con l’arbitro che impedirà qualsiasi mossa del Rayo e permetterà palesi scorrettezze al Picudo.<br />
Il pubblico ulula, echeggiano i fischi. Le donne sono le più incarognite, soprattutto quelle vestite da cholita, con tanto di borsalino in testa. Sembrano prenderla molto sul serio, senza il minimo dubbio che possa trattarsi di una recita. Protestano, insultano Ramiro, mimano le ingiustizie che stanno accadendo sul quadrato, esprimendo con una mimica facciale esasperata il disgusto e la disperazione per le sorti avverse del nobile azteca. L’arbitro allora si arrampica sulle corde e mostra al pubblico il medio di entrambe le mani, con un ghigno di grassa soddisfazione.<br />
E fa di peggio: in un momento in cui il Rayo Azteca è finalmente riuscito a stendere l’avversario al suolo, ecco che Ramiro scatta e salta con tutto il suo peso sul malcapitato lottatore, liberando El Picudo e invitandolo a dare il colpo di grazia al buon messicano. L’indignazione sugli spalti sale d’intensità: due contro uno, con l’arbitro che tradisce nel modo più sfacciato la sua imparzialità: è troppo, piovono lattine e buste di pop corn sul ring.<br />
«No podemos comprender su actitud», intervengono i cronisti, che in teoria dovrebbero essere qui per spiegarcelo.<br />
El Rayo lotta generosamente, si libera una, due, tre volte dalla doppia morsa, torna alla carica a testa bassa, cercando di far prevalere la propria tecnica superiore, ma il rozzo Picudo usa tutti i colpi bassi che il giudice di gara gli concede, e quando non basta lo convoca accanto a sé per ricomporre l’oscena coppia. Ramiro si accanisce preferibilmente sul basso ventre, ricavando un sadico piacere da calci e strizzate. Poi si gira ed ecco, di nuovo il doppio dito medio alla volta degli spalti.<br />
Liquidato il primo incontro, sfilano il Ninja Boliviano contro Atlas, la Fiera contro Jade Lee, la Araña Atómica contro El Muñeco Diabólico, e ogni volta da dietro le cortine rispunta Ramiro, sommerso dalle urla del pubblico, e sempre più mette in mostra la sua slealtà, immergendosi nel pieno della lotta, prendendo partito sempre per il meno tecnico e più odiato dal pubblico. E puntualmente vincono i cattivi, per i buoni non sembra esserci scampo.<br />
Finché il troppo stroppia ed entra in campo un quartetto. El Halcón de Plata e il Caballero Tigre, si capisce subito, sono nobili ed eleganti, a cominciare dai loro costumi, scintillante di piume argentate il primo, inguainato in una pelliccia maculata il secondo, con tanto di coda pelosa. La seconda coppia è quanto di peggio possa immaginarsi: Damián el Guerrero, maliziosamente chiamato Lulú dai due cronisti a bordo ring, era l’assistente dell’arbitro nei match precedenti, e si era distinto per le sue malefatte e per una insopprimibile tendenza a darsela a gambe quando il gioco si faceva duro. Il suo compare è Comando Zavala, un ridicolo marine con gli occhiali a specchio, la tuta mimetica, un chewingum tra i denti, che si rivolge subito sprezzantemente al pubblico gridando «¡Sarnas, sarnas!», l’equivalente di «spine», «rospi», «zanzare», il peggior repertorio del nonnismo da caserma.<br />
I tre, arbitro compreso, provano a ripetere il copione, e per un po’ ci riescono. Ramiro permette la permanenza dei due compari contemporaneamente sul ring e impedisce l’ingresso del giaguaro anche quando il falcone, stremato, chiede il cambio. Ogni tanto si intromette anche lui e ci si trova spesso in tre contro uno. Le cholitas sugli spalti impazziscono di furia, lanciano di tutto, il coraggioso Damián si scaglia un paio di volte contro le prime file, raggiunte anche da qualche sputo del militare, che a un certo punto sale di corsa i gradini della tribuna e va a picchiare un’inerme signora (sarà tutta scena? Anche il sangue che le esce dal naso, e che probabilmente era contenuto in una fialetta da teatranti?).<br />
Lulú alias El Guerrero, favorito dall’arbitro, recupera ogni sorta di strumento da sotto il quadrato, manco si trattasse del suo ripostiglio. Tira fuori un fascio di tubi al neon e li fracassa sulla testa del malcapitato Halcón (questi sono veri, non c’è dubbio: nell’intervallo gli inservienti impiegheranno un quarto d’ora a spazzare le pericolose schegge). Comando invece afferra la pala di un fico d’India e la spiattella con tutte le spine (saranno vere?) sulla guancia del Caballero Tigre.<br />
Poi qualcosa si rompe, i due buoni riescono a rovesciare le sorti dell’incontro, prendono letteralmente a calci Ramiro, dopo che questi aveva cercato di dichiarare la dubbia vittoria dei suoi complici, impedito dalle urla del pubblico e dall’intervento dei due cronisti. Adesso Zavala e Damián sentono di non avere scampo, Lulú viene umiliato e inseguito attorno al quadrato, fin quasi sulle tribune, mentre il soldato, steso sulla pancia, subisce un’irridente sculacciata con lo stesso cactus di prima. È il trionfo, la folla è in delirio.</p>
<p>Pessimi combattenti, guitti di avanspettacolo, los Titanes del Ring sono tuttavia magnifici atleti: si vede lontano un miglio che i pugni e i calci non arrivano a bersaglio (è così in tutti gli spettacoli di wrestling, ma ai professionisti americani va riconosciuta la capacità di avvicinarsi alla perfezione della veridicità), ma tuffi carpiati, salti, capriole dalla sommità delle corde, giravolte e piroette sono autentici e durano decine di minuti, a quattromilacento metri di quota.<br />
Il resto è kitsch, o <em>cursi</em>, o <em>chojcho</em>, come si dice a La Paz: ma quel kitsch tutto speciale che sfiora il sublime.</p>
<p>Il piatto forte, che tutti attendono, è la lotta delle cholitas. Questa volta a dire il vero ce n’è una sola, la celebre e amatissima Claudina, una bella signora giovane intabarrata nei suoi tanti strati di gonne plissettate gialle. Oggi a sfidarla c’è la versione femminile di Comando Zavala, Jennifer la Loca, Jennifer Doble Cara: una specie di joker di Batman in gonnella, o meglio in calzamaglia tutta buchi, stretta attorno alle forme generose, con la faccia dipinta in due metà longitudinali, bianco farinoso a destra, viola a sinistra, un rossetto nero, i capelli tinti di verde, arancio, giallo fosforescente.<br />
Accanto a lei torna in campo El Picudo, mentre Claudina è aiutata da una seconda cholita, che però è una nana, alta forse un metro, la testa e il busto pressoché normali, le gambette due bastoncini corti e grassottelli.<br />
Jennifer è odiosa – oltre che pazza – ma è una splendida atleta, salta come una cavalletta, si avventa sul pubblico, esplode in risate oscene e vomita volgarità da trivio, afferra la nanetta per le caviglie e la fa roteare come una clava sulla testa di Claudina. La crudeltà della scena riscatta in qualche modo la banalità della serata, è quasi una metafora della vita sull’altopiano, arida, a volte spietata, dura nella sua sottile gentilezza.<br />
Claudina, anche lei, monta sulle corde, si lancia, effettua capriole impeccabili e atterra sul dorso degli avversari, per niente ostacolata dall’ingombro delle gonne, che si aprono invece come mongolfiere, membrane di scoiattoli volanti, ali di una fata rotonda.<br />
E vince, alla fine, sbaragliando da sola, mentre la nana resa immobile al centro del ring, la triplice alleanza di Ramiro, Jennifer e Picudo. Le sue compagne sugli spalti intonano canti di esultanza, lei fa il giro d’onore e il suo volto indio è bellissimo, illuminato dalla mezzaluna di un sorriso.</p>
<p>Resta ancora la sfida del Cobarde, che una settimana fa aveva dichiarato al pubblico di voler riscattare il suo vergognoso nomignolo combattendo contro la spaventosa mummia di Ramsete II.<br />
Eccolo, tutto tremante, nel buio che è sceso sul quadrato, paralizzato dinanzi alla sagoma imponente avvolta nelle bende. All’improvviso uno degli inservienti gli porge una torcia accesa e il codardo, incredibile dictu, dà fuoco alla mummia, che per un attimo si trasforma in una pira (anche questo non può non essere vero: il tizio sotto le fasce deve indossare una tuta ignifuga, non c’è altra spiegazione), prima che un getto d’acqua spenga le fiamme.<br />
Resta l’incendio del sole, oltre le vetrate del decrepito palazzetto dello sport, l’incendio di questo pianeta perso a quattromila e rotti, tra le bande di musicisti che all’esterno soffiano nelle tube e nei tromboni, le venditrici di torrone accoccolate sui talloni, i ragazzi con i pantaloni enormi e il rap che esplode nei radioloni anni Settanta, i vagabondi che strascinano le scarpe ciabattanti, arrivano all’orlo della valle, guardano nella vertigine in basso e si chiedono perché e per chi sia stata creata la dolorosa bellezza che si accende luccicante tutt’intorno.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/27/el-boligrafo-boliviano-18/">El boligrafo boliviano 18</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/13/el-boligrafo-boliviano-17/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 17'>El boligrafo boliviano 17</a> <small>di Silvio Mignano 13 novembre 2007 Ovvero: io e le...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/04/15/el-boligrafo-boliviano-15/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 15'>El boligrafo boliviano 15</a> <small> di Silvio Mignano 12 agosto e 7 ottobre 2007...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/03/16/el-boligrafo-boliviano-14/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 14'>El boligrafo boliviano 14</a> <small> di Silvio Mignano 13 ottobre 2007 Sono tornato a...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/10/15/el-boligrafo-boliviano-10/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 10'>El boligrafo boliviano 10</a> <small> di Silvio Mignano 21 luglio 2007 Il cammino da...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/04/12/el-boligrafo-boliviano-1/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 1'>El boligrafo boliviano 1</a> <small>Una nota di Gianni Biondillo sul diario andino di Silvio...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/27/el-boligrafo-boliviano-18/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>El boligrafo boliviano 17</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/13/el-boligrafo-boliviano-17/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/13/el-boligrafo-boliviano-17/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 13 Aug 2008 06:30:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Mignano]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=6316</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>13 novembre 2007</em></p>
<p><strong>Ovvero: io e le sciampiste.</strong></p>
<p>Tutto è cominciato nel mio secondo viaggio a Potosí, quando abbiamo consegnato ai minatori del Cerro Rico l’ambulanza e l’apparecchiatura per i raggi X che avevamo promesso loro a marzo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/13/el-boligrafo-boliviano-17/">El boligrafo boliviano 17</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/forbici.jpg" alt="" title="forbici" width="300" height="199" class="alignnone size-full wp-image-6317" />di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>13 novembre 2007</em></p>
<p><strong>Ovvero: io e le sciampiste.</strong></p>
<p>Tutto è cominciato nel mio secondo viaggio a Potosí, quando abbiamo consegnato ai minatori del Cerro Rico l’ambulanza e l’apparecchiatura per i raggi X che avevamo promesso loro a marzo.<br />
È stata una cerimonia toccante, come a quanto pare succede sempre, quassù. La brigata dei volontari di soccorso schierata nel cortile del piccolo ospedale a quattromilaseicento metri, tutti con le loro belle tute rosse fiammanti e i caschi nuovi di zecca, impettiti sull’attenti accanto allo stendardo, come se mi stessero presentando le armi, solo che questi uomini e queste donne non portano armi, per fortuna, se non un coraggio e una nobiltà d’animo in grado di commuovere l’orco delle favole. <span id="more-6316"></span><br />
Questi uomini e queste donne: perché ci sono anche tre volontarie, ed è una novità. Le donne non sono ben viste nei cunicoli allucinanti delle miniere, contro di loro vige una maledizione non dissimile da quella che valeva a bordo delle navi. Solo Azucena, la bella assistente sociale, è stata ammessa senza problemi nel ventre del Cerro Rico, in segno di rispetto per il lavoro che fa insieme alla nostra cooperazione. E Dania, quando è venuta con me.<br />
Guardo le tre volontarie. Due sono molto vecchie, o forse la fatica e le condizioni disumane di questa montagna hanno accumulato sulla loro pelle rughe, ferite e un grigiore che non corrispondono alla loro vera età. La terza è una ragazzina, e mi chiedo che cosa ci faccia quassù, se non abbia alternative nella sua vita.<br />
È proprio lei a inseguirmi mentre mi allontano, a cerimonia finita. Mi volto, penso che voglia ringraziarmi ancora una volta, tutte queste manifestazioni di gratitudine mi imbarazzano, vorrei far capire a queste persone che non sono io ad aiutarle, o almeno non io da solo, e che soprattutto sono loro gli eroi, loro le eroine, loro che danno a tutti noi qualcosa che non siamo nemmeno in grado di apprezzare e meritarci.<br />
Il servizio di sicurezza però mi spinge letteralmente dentro la macchina, ricacciando indietro la ragazza. Le sorrido, le faccio un cenno di saluto, ma resto con l’impressione che volesse dirmi qualcosa.<br />
Ci sono altri giri da fare in città, incontri con varie istituzioni, visite a diversi progetti. Ogni tanto intercetto Lorenzo, il più giovane dei miei collaboratori, che risponde a una chiamata sul cellulare, mal celando un certo imbarazzo. Alla quarta volta gli chiedo che cosa succeda e lui mi dice che è la ragazza della miniera. Vuole assolutamente parlarmi, ma non devo preoccuparmi, c’è lui a fare da filtro. È una magnifica persona, Lorenzo, un ragazzo in gamba e in più ha un cuore d’oro. Saprà quello fa, penso.</p>
<p>Alle sei rientriamo in albergo. Ci vediamo alle sette nella hall per andare a cena, dico a Lorenzo, poi salgo su in camera.<br />
Quando scendo, dopo un’ora, è tutto troppo veloce. Attraverso il bellissimo cortile coloniale, sfiorando la fontana, infilandomi nelle arcate bianche, e faccio appena in tempo a scorgere Lorenzo che mi fa segni disperati, come a dirmi di tornare indietro, che io non ci sono, non ci sono per nessuno. Poi, una frazione di secondo più tardi, il campo visivo si apre e lo vedo attorniato da una decina di ragazze, sedute a raggiera sui divanetti della minuscola reception. Sorrido, chissà che cosa sta combinando il ragazzo, ma ormai mi hanno visto, una delle sconosciute si alza ed esclama: eccolo, ma allora c’è, non è mica vero che era uscito.<br />
È lei, la volontaria di stamattina.<br />
Lorenzo mi guarda sconsolato, allarga le braccia, ho fatto tutto quello che potevo, sembra voler dire.<br />
D’accordo, adesso mi spiegate con calma che cosa sta succedendo. Forza, tirate fuori tutto quello che c’è da dire, non vi mangio mica.<br />
Lei tentenna, improvvisamente imbarazzata, poi racconta: non è una minatrice, sua madre è una <em>palliri</em>, una delle donne autorizzate a raccogliere i resti dei minerali all’esterno delle miniere, ed è anche una delle due volontarie più anziane che ho visto sul Cerro Rico. Lei, la figlia, studia in un istituto tecnico e solo di tanto in tanto va su ad aiutare la madre. Visto che è giovane e sveglia, ha pensato anche di dare una mano al servizio di pronto soccorso.<br />
Loro sono tutte mie compagne di scuola, aggiunge, abbracciando con un gesto della mano le altre ragazze. Ci sono anche due bimbi piccoli, avranno si è no quattro anni, si rotolano tra le poltrone e i tavolini giocando a rimpiattino. E un ragazzo, che guarda a terra, sopraffatto dall’esuberanza delle coetanee, nonostante i suoi piercing al naso e al sopracciglio e il taglio da reggaeton che dovrebbe conferirgli un’aria aggressiva di cui è invece desolatamente privo.<br />
Molto bene, e che cosa studiate?<br />
Siamo allieve di un corso superiore per parrucchiere, interviene una delle nostre ospiti. Cominciano a parlare di loro, a turno, sopraffacendosi a vicenda, interrompendosi, togliendosi la parola, sovrapponendo le frasi fino a renderle incomprensibili. La scuola, il lavoro, le famiglie, la vita da adolescenti a Potosí. I bimbi sono figli della volontaria e di una sua amica. Ma a quanti anni li avete avuti, benedette ragazze? A quindici, forse quattordici. E i padri? Il padre del mio bambino è lui, dice una bella ragazza ricciuta, indicando lo sperduto ballerino di reggaeton. Il mio invece, sospira la figlia della palliri, si è dato alla fuga appena ha saputo che ero incinta. Che razza di storie, mi viene da dire, ma voglio capire che cosa c’entro io con tutto questo.<br />
Ecco, adesso interviene una terza studentessa, abbiamo quasi finito gli studi e tra un mese ci sarà la cerimonia della consegna dei diplomi. Faremo una grande festa di fine corso e abbiamo bisogno di un padrino.<br />
Il padrino, da questa parte del mondo, è colui che adotta un intero corso di laurea o di diploma, offre la cerimonia e viene immortalato nella foto ufficiale, quella che ogni studente porterà con sé per il resto della sua vita, come ricordo del momento in cui le sue speranze e le sue ambizioni avevano toccato il punto più alto (per precipitare, il più delle volte, in un futuro grigio, alla ricerca della sopravvivenza o poco più).<br />
Insomma, riprende la parola la nostra amica, per noi sarebbe un grande onore averla come nostro padrino. Anzi, l’abbiamo già nominato, e srotolano sotto i miei occhi un cartiglio che mi dichiara con parole pompose padrino della promozione dell’<em>Instituto de Belleza Poly</em>, riportando il mio nome in belle lettere calligrafate. Lorenzo svia lo sguardo, temendo occhiatacce che non arrivano: travolto dalle telefonate di questo pomeriggio non è riuscito a nascondere il mio nome e la sua sillabazione tutt’altro che scontata, per le ispanofone. Penso al fastidio che si sono date, per tutta la giornata, e alla cura che hanno messo nel preparare la mia designazione, e mi intenerisco.<br />
«E che cosa possiamo fare?», dico rivolto al mio collaboratore, «Mi sembra che in fondo se lo siano meritato, con tutta la fatica che hanno fatto».<br />
«Vuol dire che lo farà?».<br />
«Ma certo, avete vinto».<br />
Esultano, si abbracciano. Qualcuna ride.<br />
È così che sono diventato padrino di un gruppo di sciampiste.<br />
No, dico, potrebbe mai capitarmi una cosa normale, che so, offrire la festa per un liceo o per un corso di laurea in ingegneria? Niente affatto, mi tocca un istituto di parrucchiere.<br />
Ci mettiamo d’accordo su come fargli arrivare il mio contributo. E la foto, non dimentichi una sua bella foto da inserire nel nostro quadro ricordo.<br />
Alla fine mi invitano a visitare la loro scuola. Lorenzo prova a dissuaderle, adesso basta, ragazze, avete già avuto quello che volevate, non insistete oltre. Loro però non si danno per vinte, mi lasciano l’indirizzo. Non posso promettervelo, farò il possibile, le congedo.</p>
<p>Il giorno dopo, terminati gli incontri e le riunioni, mi concedo una passeggiata da solo per le vie del centro storico. Dov’è la calle Bolívar, chiedo a un uomo. Me la indica. Quasi quasi. In fondo, che ho da perdere? Ho già promesso di finanziare la loro festa di fine corso, fammi almeno vedere com’è.<br />
Sotto un’arcata buia un cartello disegnato a mano, molto colorato, invita a passare alla bottega di taglio e pettinatura per signore, nonché istituto superiore per parrucchiere. Ci sono due nomi, uno lo conosco già, è l’<em>Instituto de Belleza Poly</em>, l’altro mi strappa un involontario sorriso: <em>Peluquería Pussycat</em>.<br />
All’interno, un cortile distante anni luce dall’idea peccaminosa suggerita da quel nome – e non escludo nemmeno che ne ignorino il significato. Una scala diroccata sale a un ballatoio che occupa metà del piano alto. La ringhiera è arrugginita e si stacca in più punti dai supporti di cemento, minacciando di crollare. Dove vai, mi dice un bambino (forse è uno di quelli di ieri sera). Vieni da noi, vero?<br />
Su una porta a vetri incorniciata da infissi di legno stinto hanno incollato un foglio di carta con il nome dell’istituto. All’interno un corridoio buio, ingombro di scaffalature e mobiletti a vetro ricolmi di fogli e fascicoli. Del resto è una scuola. Tre stanze si aprono lungo la parete. Apro la porta della seconda ed entro in un vasto salone occupato da cinque poltrone da barbiere. Non ce n’è una uguale all’altra, i caschi da parrucchiere sembrano residui prebellici, i lavandini sono sbreccati, per quanto puliti, almeno a prima vista. Mobiletti di fornica ospitano pettini, forbici e strumenti spaiati. Vecchie foto di attrici e modelle, dalle pettinature ormai scolorite, sono incollate alle pareti che perdono l’intonaco. Un calendario della birra Paceña rimanda al 1997 e in un panorama dell’Illimani metà del cielo è diventato verde.<br />
Un coro di urli mi riscuote. È venuto, è venuto davvero, gridano le ragazzine, applaudendo.<br />
«Ragazze, comportatevi», le richiama una signora che sembra uscita dal ritaglio di una rivista americana degli anni sessanta.<br />
Ha i capelli cotonati, di un bianco che vira insistentemente all’azzurro, un ceruleo violetto, direi. Avrà settant’anni e cerca di mantenere una posa di austera dignità, infilata in un tailleur liso ma ordinato. Muove le mani dalle dita lunghe e nodose con severità, o almeno questo sarebbe il suo obiettivo, ma il risultato è che le sue studentesse la sopraffanno scavalcandola e accerchiandomi.<br />
«Le nostre allieve ci hanno parlato di lei, la ringraziamo per il suo gesto», dice adesso con pomposità il direttore della scuola, un altro figurino scappato dalle pagine di un vecchio numero di Life: alto e magro, i baffetti grigi molto curati, le rughe ordinate orizzontalmente sulla fronte come fascicoli su uno scaffale, i capelli – va da sé –impeccabili, il blazer blu con i bottoni dorati sui pantaloni di flanella grigia. Il tutto dev’essere stato lavato e stirato mille volte, negli ultimi lustri, ma regge ancora bene.<br />
«Qui alle nostre alunne impartiamo non solo le nozioni tecniche di cui avranno bisogno per la loro professione, ma anche i lineamenti di cultura generale e soprattutto lezioni di stile e di moralità», riprende l’insegnante cotonata, con una voce sottile ma scandita.<br />
«Resti, resti, le facciamo i capelli, anzi, no, la barba», insistono le ragazze.<br />
«Su, per favore, non disturbate il signore», cerca di imporsi il direttore.</p>
<p>Quando riesco ad andarmene si è fatto quasi buio. Sul pianerottolo della casona coloniale, prima di scendere la scala diroccata, guardo oltre i tetti di Potosí. Il triangolo rossastro del Cerro Rico splende stagliandosi sul cielo trasparente, troppo leggero a queste altitudini. C’è un silenzio assoluto, come se ogni rumore fosse stato pompato via da un sifone idraulico. Pallide luci verdastre brillano sui fianchi della montagna, tradendo di certo le casette dei minatori.<br />
Sorrido. Che cos’altro potrei fare?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/13/el-boligrafo-boliviano-17/">El boligrafo boliviano 17</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/12/28/el-boligrafo-boliviano-20/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 20'>El boligrafo boliviano 20</a> <small>di Silvio Mignano Trovate il perimetro dell’allegria, la superficie della...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/27/el-boligrafo-boliviano-18/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 18'>El boligrafo boliviano 18</a> <small> di Silvio Mignano 20 gennaio e 4 maggio 2008...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/04/15/el-boligrafo-boliviano-15/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 15'>El boligrafo boliviano 15</a> <small> di Silvio Mignano 12 agosto e 7 ottobre 2007...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/10/15/el-boligrafo-boliviano-10/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 10'>El boligrafo boliviano 10</a> <small> di Silvio Mignano 21 luglio 2007 Il cammino da...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/04/12/el-boligrafo-boliviano-1/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 1'>El boligrafo boliviano 1</a> <small>Una nota di Gianni Biondillo sul diario andino di Silvio...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/13/el-boligrafo-boliviano-17/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>El boligrafo boliviano 16</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/14/el-boligrafo-boliviano-16/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/14/el-boligrafo-boliviano-16/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 14 Jun 2008 06:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[ñatita]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Mignano]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=6131</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/la_paz-natita.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>8 novembre 2007</em></p>
<p>«Come si chiama il suo, signora?».<br />
«Vicky, si chiama Vicky».<br />
«Ah, è una femmina, dunque, o sbaglio?».<br />
«No, non sbagli, caro, è una femmina», dice la signora Mariam accarezzando dolcemente la testa della sua Vicky.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/14/el-boligrafo-boliviano-16/">El boligrafo boliviano 16</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/la_paz-natita.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-6132" title="la_paz-natita" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/la_paz-natita.jpg" alt="" width="454" height="214" /></a></p>
<p>di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>8 novembre 2007</em></p>
<p>«Come si chiama il suo, signora?».<br />
«Vicky, si chiama Vicky».<br />
«Ah, è una femmina, dunque, o sbaglio?».<br />
«No, non sbagli, caro, è una femmina», dice la signora Mariam accarezzando dolcemente la testa della sua Vicky.<br />
«E non le dispiace che rimanga sola? Non ha mai pensato di presentarle qualcuno?».<br />
«Sì, ci ho pensato. Ma poi ho deciso che sta bene così, da sola con me. Non ha bisogno di nessuno. Se poi cambierà idea me lo farà sapere lei direttamente, e allora si deciderà».<br />
<span id="more-6131"></span><br />
Vicky non è la bambina di Mariam.<br />
Non è nemmeno un cagnolino o un gattino.<br />
Anche se a quanto pare le fa compagnia come e meglio di un figlio o di un animale domestico.<br />
Vicky è una ñatita.</p>
<p>Carlos e Alicia si guardano attorno, circospetti ma non troppo preoccupati. Il buio è morbido, rotto in continuazione dai riflessi caldi della città arrampicata dovunque, oltre il muro di cinta, e dal chiarore diffuso in alto, proiettato sulla nuvolaglia sfrangiata. Quasi si riescono a leggere i nomi sulle lapidi, anche se in molti casi le lettere sono sbiadite e smangiate dal tempo, dai licheni e dal fango rappreso.<br />
L’uomo è in piedi, a due passi da loro, e li guarda fisso, senza muoversi, le mani infilate nelle tasche di un cappotto scuro e troppo largo. Solo un piede si muove impercettibilmente, raspando il terreno e sollevando nuvolette di polvere secca. Non piove da mesi, anche se tutti si aspettano da un momento all’altro l’inizio di una stagione di inondazioni.<br />
Oltre la cancellata la strada fa un’ampia curva in salita ed è piena di gente, considerando che la mezzanotte è passata da un pezzo. Una ragazza e un uomo sui quaranta si abbracciano seduti su un muretto, lei pesca con un cucchiaino da un bicchiere di plastica sormontato da un cappuccio di panna macchiato da spirali di rosso rubino, come gelatina di amarena. A ridosso della parete di fronte le donne si stringono nei mantelli di lana, accoccolate sui lenzuoli stesi per terra, attente a non perdere di vista la mercanzia esposta, pochi cespi di verdura, un mucchietto di arance, una mezza dozzina di ceri, alcune croci di ottone, sacchetti di cereali. Negozi ancora aperti, i riquadri degli usci rimandano una luce giallastra. Una licorería è protetta dall’inferriata, la signora all’interno passa una bottiglia a un vecchio attraverso le sbarre. Un microbus si ferma, l’uomo e la ragazza lo guardano, lui si alza, lei lo prende dolcemente per un braccio e lo costringe a sedersi di nuovo, non è ancora il momento di andarsene o di separarsi, chissà.<br />
Adesso Carlos e Alicia si sono avvicinati allo sconosciuto, da quest’altra parte del recinto. Lei tende una mano e gli dà un fascio di biglietti, difficile capire se siano dollari o boliviani, né quanti siano. Dalla smorfia che si è formata sul volto di Carlos deve trattarsi di una bella somma. L’uomo con il cappotto sorride, ho l’impressione che mastichi qualcosa, la mandibola si muove ritmicamente, formando una piega nervosa due centimetri sotto l’orecchio destro. Ma il gesto più importante è un altro. Si volta, raccoglie un fagotto che fino ad ora era rimasto nascosto  alle sue spalle, confuso tra le ombre delle tombe. Lo solleva con le due mani, come se si trattasse di un bambino: non pesa molto, ma dentro ci dev’esere qualcosa di fragile o almeno di molto prezioso.<br />
Carlos e Alicia hanno il sorriso dolce e malinconico di due genitori un po’ in là con gli anni che hanno avuto un figlio quando già non ci speravano più, e che ora osservano l’ostetrica timidamente, sperduti nel bianco di un corridoio d’ospedale, senza osare avvicinarsi alla loro creatura, senza sapere com’è che ci si deve comportare in un’occasione così importante.<br />
Poi accettano il fagotto e si allontanano solenni.</p>
<p>Carlos e Alicia hanno avuto una coppia, maschio e femmina.<br />
Adesso li tengono a casa, nel salotto buono, se la parola è adatta a descrivere un ambiente umido e ombroso, quattro metri per quattro, un’unica finestra impolverata all’esterno, protetta da un’inferriata che un tempo dev’essere stata celeste. Un grande quadro occupa la parete di fondo, la riproduzione di una scena di caccia disegnata a colori accesi, senza rispetto per le proporzioni, incorniciata da listelli dorati. Le poltrone sono ricoperte di velluto beige, liso e sfilacciato sui braccioli e dove le gambe si sfregano contro il bordo del sedile. Il tavolo è coperto da un foglio di plastica trasparente costellato di buchi e macchioline scure. Sulla credenza una Vergine di Copacabana, sotto la sua campana di vetro, e le due ñatitas.<br />
María Paula e Tomás. Sono i nomi che gli daranno questa notte, quando le riporteranno al cimitero dove li aspetta il parroco per il battesimo. Poi torneranno a casa tutti insieme, per sempre.<br />
Le ñatitas sono parte di un rito di celebrazione della morte che ha forse eguali solo in Messico. A cominciare dagli altari imbanditi per la ricorrenza del due novembre, immense tavole ricoperte da tovaglie ricamate e ricolme di biscotti, dolci, bevande, ciotole di cereali e granaglie, oggetti di argento, statuette, ceri, candele, fiori colorati, veri, di carta o di plastica. Straordinarie installazioni popolari che danno allegria solo a vederle, anche se a pensarci bene è quell’allegria inquieta che ospita un tarlo, un baco gelido insinuatosi in un angolo del nostro cervello, pronto a scivolare giù e a occupare la fronte per intero, dandoci all’improvviso tutto il senso dell’angoscia.<br />
E al centro degli altari, tra i dolci di marzapane a forma di omini e donnine, con i tratti del volto disegnati da linee sottili di zucchero bianco, campeggeranno le ñatitas.<br />
Per averle si può andare al cimitero, o prendere appuntamento con gli specialisti che sanno come fare queste cose. Ti vendono i teschi che hanno trafugato chissà dove, nel migliore dei casi scavando nelle fosse comuni abbandonate da anni, forse da secoli. Di solito la gente ne compra due, per avere la coppietta, maschio e femmina. Come si fa a capire quale sia il maschio e quale la femmina non lo so, e nessuno ha saputo dirmelo.<br />
Poi bisogna battezzarli. Il sacerdote, che è un autentico prete cattolico, celebra la cerimonia di notte, in un angolo nascosto del cimitero. Meglio non farsi vedere troppo, anche se nessun poliziotto si sognerebbe mai di interrompere il rito. I proprietari – pardon, i genitori – comunicano i nomi che hanno scelto e finalmente le ñatitas possono dirsi davvero venute alla luce, con la loro personalità completa. A partire da questo momento dovranno essere accudite senza risparmio di cure e di energie.<br />
Possono essere una benedizione, se uno le tratta come si deve: custodiscono la casa, difendono la loro famiglia adottiva e contribuiscono a far realizzare i desideri più sentiti e profondi. Per questo ogni 8 novembre devono essere benedette, possibilmente portate in gita al cimitero, fatte incontrare con altre ñatitas. Potrebbero anche nascerne amicizie, fidanzamenti, matrimoni. Di tanto in tanto la ñatita fuma, una sigaretta di buon tabacco stretta nella bocca senza labbra, tra i denti anneriti e quasi calcinati. Porta bene, così mi hanno detto.</p>
<p>María Paula e Tomás hanno dei bei cuscinetti di fiori nelle orbite, il punto debole di ogni teschio che si rispetti: arancio per lei, un giallo acceso per lui.<br />
Vicky invece ha solo due tamponi di ovatta ed è piuttosto malmessa, ma Mariam non sembra curarsene troppo. È una santera e ha studiato a Cuba e a Salvador de Bahía, o almeno così giura. Sulle scale che portano al suo appartamento, vicino il carcere di San Pedro, incrocio una ragazza e un uomo sui quarant’anni che scendono commentando a voce bassa. Lei lo ha preso sotto braccio e sorride, si vede che la consulta è andata bene. Lui invece è perplesso, le chiede qualcosa e la ragazza gli passa le mani tra i capelli, come per rassicurarlo.<br />
L’anticamera è un’accozzaglia di piccoli caimani impagliati, enormi gusci di testuggine, vecchie riviste sparse sul tavolino, come dal dentista. Un vaso di ceramica laccata contiene a stento una pianta tropicale. Nello studio di Mariam la Vergine di Copacabana campeggia su una mensola, tra diplomi incomprensibili e ritagli di giornale incollati direttamente sull’intonaco. Bottigliette piene di liquidi colorati occhieggiano tra una statua di Santa Barbara e una di Sant’Antonio di Padova. Sul tavolino Vicky ci osserva paziente.<br />
Mariam – ampia veste gialla di simil-broccato, patacche di anelli che le stringono le dita grassocce, collane spesse che si avvolgono come spire attorno al collo pieno di rughe – confonde i tarocchi, chiama ruota dell’amore quella della fortuna e viceversa. Forse non sa che io capisco il francese, o non sembra curarsene. Cerca di leggere nei miei occhi alla ricerca di indizi, ma lo fa in un modo svogliato, come se in fondo le interessasse poco il mio giudizio. Vorrebbe vendermi un unguento, mi dice che può farmi fabbricare un amuleto potente, basta che le dica il mio nome e il mio segno astrologico. Sarà un talismano con tanto di calamita, aggiunge. Per fare che cosa, le chiedo, servirà per caso per influenzare la sorte, per attirare i pensieri di qualcuno? No, risponde pacata, è che così puoi attaccarlo al frigorifero, o al cruscotto della tua macchina.<br />
Però alla fine Mariam mi guarda fisso per qualche secondo, stirando il sorriso all’inverosimile, mentre i suoi polpastrelli giocano con un pendaglio a forma di stella a sei punte, e mi dice:<br />
«Non ho mica capito da dove vieni e in quanti posti hai vissuto, ma stai sicuro che qui ci resti. Una parte di te, non so quale, rimarrà in Bolivia».</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/14/el-boligrafo-boliviano-16/">El boligrafo boliviano 16</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/27/el-boligrafo-boliviano-18/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 18'>El boligrafo boliviano 18</a> <small> di Silvio Mignano 20 gennaio e 4 maggio 2008...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/13/el-boligrafo-boliviano-17/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 17'>El boligrafo boliviano 17</a> <small>di Silvio Mignano 13 novembre 2007 Ovvero: io e le...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/04/15/el-boligrafo-boliviano-15/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 15'>El boligrafo boliviano 15</a> <small> di Silvio Mignano 12 agosto e 7 ottobre 2007...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/03/16/el-boligrafo-boliviano-14/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 14'>El boligrafo boliviano 14</a> <small> di Silvio Mignano 13 ottobre 2007 Sono tornato a...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/04/12/el-boligrafo-boliviano-1/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 1'>El boligrafo boliviano 1</a> <small>Una nota di Gianni Biondillo sul diario andino di Silvio...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/14/el-boligrafo-boliviano-16/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>3</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>El boligrafo boliviano 15</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/04/15/el-boligrafo-boliviano-15/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/04/15/el-boligrafo-boliviano-15/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 15 Apr 2008 10:09:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[sapo]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Mignano]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/04/15/el-boligrafo-boliviano-15/</guid>
		<description><![CDATA[<p> di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>12 agosto e 7 ottobre 2007</em></p>
<p>La pallina rimbalza con uno schiocco secco, <em>tac</em>, ciottolo o dado d’osso, sbatte contro l’interno del palo, un <em>toc </em>sordo, ed entra in porta con un rimbombo gutturale, ingoiata dal rettangolo buio.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/15/el-boligrafo-boliviano-15/">El boligrafo boliviano 15</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/sapomouth1.jpg' alt='sapomouth1.jpg' /> di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>12 agosto e 7 ottobre 2007</em></p>
<p>La pallina rimbalza con uno schiocco secco, <em>tac</em>, ciottolo o dado d’osso, sbatte contro l’interno del palo, un <em>toc </em>sordo, ed entra in porta con un rimbombo gutturale, ingoiata dal rettangolo buio. I giocatori, incardinati sulle sbarre di metallo già tutto arrugginito, hanno divise a strisce gialle e nere o tutte celesti, dipinte alla meno peggio, uno sbaffo color tuorlo d’uovo si arrampica sulla nuca del centromediano metodista, tagliandogli in due la capigliatura scura aderente al cranio un po’ oblungo. Attorno, pubblicità della Coca-Cola o dei telefoni Entel, tracciate da una mano che a un certo punto, si vede, si è fatta più incerta, tradita dalla stanchezza, dalla ripetitività, o da un’imprevista emozione.<span id="more-5658"></span><br />
Le gambe di legno sono squadrate e gridano con i colori puri, giallo e celeste, verde e rosso, e magari sui fianchi del tavolino si leggono i nomi delle squadre: The Strongest, quelli a righe giallonere, altrimenti chiamati dai loro tifosi El Tigre; e il Bolívar, azzurro cielo, come questo qui in alto, nel quale rischio di precipitare a testa in su. È il derby de La Paz che si ripete due, tre, dieci, forse cinquanta volte in questa piazza circolare oggi occupata per metà da una distesa di calciobalilla artigianali che stanno già perdendo i pezzi, i pali delle porte fatti in fil di ferro verniciato di bianco si piegano sotto il peso del vuoto che soffia su El Alto, la città più giovane, il mercato più grande, un labirinto nel quale mi smarrisco a quattromila, quattromilacento metri.<br />
(Dove ho già scritto che sono prigioniero in questo universo degli anni Cinquanta, al punto che mi sembra di ascoltare il rimbombo dei Platters e che non trovo nemmeno strano questo schema due-cinque-tre delle formazioni inchiavardate sul campo del calcetto?).</p>
<p>Arrivo dalla città in basso, avanzando sempre più a fatica man mano che mi avvicino al mercato 16 de Julio e la folla si infittisce, assediando alla fine la jeep, che galleggia accerchiata dalle ondate di teste, di cappelli e di mantelle a strisce colorate. Resto forse venti minuti immobile, prima di raggiungere un varco nello spartitraffico di cemento, ai piedi di una colossale pennellessa rossa, alta forse venti metri, che pubblicizza una marca di vernici. Faccio una svolta a U e parcheggio sotto il muro di cinta di una caserma. Due aviatori in divisa si sporgono da una specie di torretta medievale intonacata di giallo di Napoli, con tanto di merli a coda di rondine, e lanciano <em>piropos </em>alle ragazze che affrettano il passo verso la fiera.<br />
Altre donne, meno giovani, popolano i primi metri della traversa centrale, perpendicolare alla strada che viene da La Paz, e vendono frutta, verdura, erbe e boccette di medicinali su enormi tovaglie o lenzuola bianche stese sull’asfalto o sui marciapiedi. Alle loro spalle una cholita gira spingendo un carretto con dei bicchieri ricolmi di una sostanza bianca spumosa, lacerata da macchie porpora brillante (i colori: questa di oggi, comincio a pensare, è una storia di colori). Gelati morbidi, semifreddi, yogurt, non so cosa siano e onestamente non me la sento di mettere alla prova il mio senso del gusto, perciò resto nel dubbio. Un uomo la incrocia spingendo un altro marchingegno montato su ruote, un perno conico di metallo su cui infilza le arance, la lascia girare toccandole appena con la punta di un coltello affilato e srotola come per magia un ricciolo di buccia, un tirabaci cadmio acceso, oplà, gli spicchi sono nudi e un attimo dopo non ci sono più, condensati nel liquido di una spremuta. Questa la provo ed è davvero buona, vorrei ripeterla ma il tizio è sparito, lo vedo ogni tanto spuntare come una trottola dietro gli angoli di bancarelle e chioschi, Marcel Marceau o Charlot indigeno, equilibrista di Magritte in perenne fuga.<br />
Il mercato dovrebbe avere la forma di un castrum, con i suoi cardi e decumani, ma l’ortogonalità della ragione evapora sotto il soffio di un disordine caldo e magico, che rimescola le carte, nasconde i luoghi, gli oggetti e le persone e li ridistribuisce a caso. Insomma, mi perdo.<br />
(Mi perdo come mi era successo solo un’altra volta, in quell’altro mercato di quell’altra mia vita, sui bordi della rotonda di Westlands, una normale rotatoria al centro di Nairobi, non lontano da un modernissimo centro commerciale. Lì, come sulle sponde di un lago incantato, si apriva un mercato fatto di vicoli angusti tracciati sulla terra, e man mano che mi addentravo le stradicciole e le bancarelle si moltiplicavano, vittime di una clonazione maligna, e la gemmazione di maschere congolesi, scudi angolani, sirene e leopardi di bronzo del Benin mi faceva ruotare come un involontario derviscio e mi trovavo smarrito negli stessi angoli, finché apparve come un trionfo dell’assurdo una cabina telefonica londinese, rossa con le finestrelle quadrate, e mi guidò, piantata in un’improvvisata piazzola, come ago di una bussola verso l’uscita).<br />
Dovrebbe esserci una logica nella distribuzione dei settori, e almeno all’inizio regge. Qui a destra si aprono decine di viuzze di venditori di vestiti usati, made in China, made in Taiwan, made in Corea, misti a mantelli e maglioni di lama e alpaca, giacche di pelle conciate a El Alto con il cuoio di Santa Cruz, improbabili linee di alta moda di Giorgio Armoni e Gianni Veracce. La donna di questa bancarella ha tirato fuori uno specchio verticale e mi incoraggia a provare un bomber nero con i bottoni di metallo, manco fosse anche lei parte della congiura che mi vuole gettare nel tombino del tempo, convincendomi che sono proprio gli anni del rockabilly. Sorrido, lei sorride. Qui nessuno ti tira per un braccio, nessuno alza la voce, nessuno ti viene dietro per convincerti (spingerti) a comprare. Non ho mai visto un mercato così immenso, così denso di caos e così docilmente silenziosamente rispettoso. Voci basse, gesti e movimento delle labbra e dei muscoli mimici. Il trionfo del sottinteso, la quieta navigazione che attraversa la giornata.<br />
Più avanti il cardo si apre a un’altra sequela di decumani: lucchetti, chiavi, chiavistelli, tubi cromati, bulloni grandi come il pugno di Mike Tyson, attrezzi per scavare, tagliare, segare, perforare, spirali serpentiformi o serpentine a spirale, giganteschi cappelli da cuoco di alluminio, alti fino a due metri: anemometri, o qualcosa del genere. Ne ho visti tanti, in cima agli edifici in mattone nudo di El Alto, ruotare assecondando il vento che passa attraverso le scanalature sinusoidali. Girasoli di latta per il giardino di un mago di Oz che, ne sono certo, prima o poi spunterà.<br />
Dall’altra parte pile di copertoni, interi isolati di pneumatici di ogni dimensione disegnano una curva di autodromo. Bambini fanno capolino da dentro le ruote, padroni temporanei di un parco giochi che hanno appena inventato, almeno finché una delle venditrici non si alzerà lentamente dal suo guscio intessuto, attraverserà con maestosa lentezza i cinque metri che la separano dal marciapiedi e li allontanerà con lo scaccino fatto con un sorriso dolce o ironico. Proprio mentre sto passando, e lei allora muovendo appena le labbra – e un gioco di rughe e screpolature nere guizza mobile attorno alla bocca, disegnando arabeschi più eloquenti di una stele di Rosetta – mi chiede se voglio comprare una delle gomme. Per fare che, sto per dirle, ma mi accorgo che dei due sono io l’assurdo, e taccio, ringraziandola con un cenno.<br />
Centinaia di biciclette pendono dai ganci, il sole che adesso brilla pizzica di barbagli e gibigiane i viola e i lilla delle carrozzerie, le cromature dei manubri e dei pedali, replicando il fiorone gotico delle raggiere mille volte sull’asfalto grigio, dove adesso i bambini – gli stessi? – giocano alla rayuela saltando a pie’ pari tra le ombre circolari.<br />
Sono entrato nel regno dell’automobile, o in quel che resta della sua dispersione: file di fari, colonne di volanti, pile di balestre, ventagli di batterie, fascicoli di portiere e parabrezza, collane di maniglie, corolle di casse del cambio, foreste di alberi motore. Riconosco la carrozzeria di una Simca 2000 verde pisello, chi mai l’avrà portata sull’altopiano e quando è stata smembrata ed esposta come il carapace di una testuggine del Cambriano?<br />
Le bancarelle sono sempre più fitte, piene adesso di tessuti, ricami semitrasparenti come quelli di Gand, tabelle didattiche di cartone con le parti anatomiche, il sistema solare o la geografia dell’America del Sud, libri squadernati, giornaletti ingialliti, trenini, orsi e aviogetti di plastica e di legno, congregazioni di Winx e Barbie, ingorghi di automobiline, pettini colorati, telefoni cellulari e pantaloni mimetici. I bambini si affacciano di nuovo, adesso che non stanno inventando nulla ma sono davvero al cospetto dei veri giocattoli sembrano aver perso il sorriso, una smorfia di malinconia attraversa le loro fronti come una pettinatura mossa dalla brezza. La banda che mi ha seguito da lontano, come guerrieri arawak nascosti oltre la boscaglia, si disperde adesso in una ritirata che fa male a me, l’ex assediato.</p>
<p>Un brusio sale dalle bancarelle, misto a vampe di calore e suffumigi aromatici. Cucinano, apparecchiano tavole, mangiano e bevono, ridono e chiacchierano – adesso sì, le voci progressivamente si alzano. Alcune tende nascondono frammenti di Oktoberfest in corpo minore, tavolacci e banchi di legno con tovaglie a quadri, polli che girano allo spiedo, birra e <em>refrescos </em>gassati, cuochi rotondetti che passano scodellando piatti, pescando in pentoloni di riso, mais, <em>quinua </em>e patate.<br />
In un altro vicolo, una donna mangia da sola in fondo al suo chiosco, accoccolata in un angolo tra scaffali precari ricolmi di CD e DVD clonati. Quando mi affaccio si ritrae infastidita. Ha ragione. Sto invadendo un’intimità esposta, ma pur sempre meritevole di essere protetta. Due bambini se ne stanno seduti a terra e guardano le immagini di un video di reggaeton scorrere su un piccolo schermo. Oltre la parete di stoffa, in un’altra bottega, una piccola folla osserva assorta gli sviluppi di una complessa trama hollywoodiana (<em>Ocean’s Thirteen</em>?). In mezzo si è formato un corridoio in fondo al quale, addossata a un muro, una bimba sta pettinando il fratellino, ridendo senza aprire la bocca, come se si trattenesse.</p>
<p>I passaggi che si insinuano tra le bancarelle seguono adesso percorsi tortuosi, binari paralleli, imbuti nei quali si precipita tra afrori e fiammate di luce, finché si sbocca nella piazza circolare, una rotonda che all’inizio scambio per quella di Nairobi, solo che qui la terra è più secca e non si stacca dal suolo per essere portata dal vento a chilometri di distanza.<br />
Ed è lì che giace la distesa sterminata di calciobalilla, la macchina dei sogni inventata – come poteva essere altrimenti? – da un poeta, il gallego Alejandro Finisterre, il quale ebbe la geniale intuizione nell’ospedale dove giaceva immobile dopo un bombardamento franchista su Madrid, nel 1936. Ed è una poesia questa scena, il ripetersi verso per verso dei gialli neri azzurri rossi e verdi, i rettangoli uno dopo l’altro, Rothko o forse Donald Judd, adesso immobili, ma che se chiudo gli occhi si animano con centinaia di giocatori chiassosamente aggrappati alle maniglie che qui sono di ferro nudo o al massimo rivestite di plastica grezza. Sogno il concerto dei toc, tac, toc, le scale armoniche o le dissonanze sapide dei colpi e delle grida, il roteare dei pupazzetti attorno a un asse dal quale forse vorrebbero evadere (il mio amato Gianni Rodari e le sue Marionette in libertà!).</p>
<p>E le monete volano. Volano e finiscono inghiottite da un grande rospo.<br />
Nella favola surreale di El Alto non poteva mancare il gioco del sapo: appunto, del rospo. Un tavolino di metallo pieghevole sul cui ripiano sono ricavate fessure sottili. I giocatori si dispongono a una certa distanza e lanciano le monete, cercando di farle entrare nei buchi. Quelli più lontani, ovviamente, garantiscono un punteggio più alto, ma se riuscite a imboccare il grande rospo accoccolato al centro il gioco è finito, avete sbancato e sconfitto tutti gli altri.<br />
Lo compro, non posso farne a meno. È facile portarlo via, mi dice la signora, si piega e diventa una valigetta. Il marito la guarda e non parla. Lei con poche secche parole lo invita a darsi una mossa, smonta il sapo, José, e allora lui si gratta la pelata e comincia a dire che ci vorrebbe una chiave, ma quella che lui ha non corrisponde alle viti, e improvvisamente l’operazione non sembra più così facile. Poi tutto si risolve, o si fa per dire, perché le gambe del tavolino restano intere e sono costretto a mettermele sotto il braccio. Che cosa non si fa per un batrace.<br />
È lo stesso rospo della fiera delle alasitas, un mostriciattolo seduto sulle zampe posteriori con questa boccaccia spalancata e gli occhi sbarrati che guardano verso di voi e vi promettono fortuna. Eppure sembra che voglia burlarsi di voi, che da quelle mascelle esca fuori la lingua viscosa per favi un sonoro sberleffo e rimandarvi a casa, dalle vostre certezze e dalle vostre convinzioni. Riportarvi dove avete i piedi per terra, mica quassù, con la testa tra le nuvole, nel mondo magico e nella poesia folle di El Alto, Bolivia, quattromila e passa. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/15/el-boligrafo-boliviano-15/">El boligrafo boliviano 15</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/27/el-boligrafo-boliviano-18/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 18'>El boligrafo boliviano 18</a> <small> di Silvio Mignano 20 gennaio e 4 maggio 2008...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/13/el-boligrafo-boliviano-17/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 17'>El boligrafo boliviano 17</a> <small>di Silvio Mignano 13 novembre 2007 Ovvero: io e le...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/06/14/el-boligrafo-boliviano-16/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 16'>El boligrafo boliviano 16</a> <small> di Silvio Mignano 8 novembre 2007 «Come si chiama...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/03/16/el-boligrafo-boliviano-14/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 14'>El boligrafo boliviano 14</a> <small> di Silvio Mignano 13 ottobre 2007 Sono tornato a...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/04/12/el-boligrafo-boliviano-1/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 1'>El boligrafo boliviano 1</a> <small>Una nota di Gianni Biondillo sul diario andino di Silvio...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/04/15/el-boligrafo-boliviano-15/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>El boligrafo boliviano 14</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/03/16/el-boligrafo-boliviano-14/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/03/16/el-boligrafo-boliviano-14/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 16 Mar 2008 06:30:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[copacabana]]></category>
		<category><![CDATA[quechua]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Mignano]]></category>
		<category><![CDATA[Vergine Morena]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/03/16/el-boligrafo-boliviano-14/</guid>
		<description><![CDATA[<p><br />
di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>13 ottobre 2007</em></p>
<p>Sono tornato a Copacabana.<br />
La prima cosa che ho fatto è stato girare come niente fosse tra le bancarelle dei fiori e delle statue della Vergine, guardando di sottecchi oltre la cortina di oggetti e colori.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/16/el-boligrafo-boliviano-14/">El boligrafo boliviano 14</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/copacabana.jpg' alt='copacabana.jpg' /><br />
di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>13 ottobre 2007</em></p>
<p>Sono tornato a Copacabana.<br />
La prima cosa che ho fatto è stato girare come niente fosse tra le bancarelle dei fiori e delle statue della Vergine, guardando di sottecchi oltre la cortina di oggetti e colori. No, la lettrice di Proust non c’era. Ho sperato che fosse a scuola, ma no, era sabato. Ho sperato che stesse a casa a riposarsi dopo aver passato con successo l’esame, o forse lo stava ancora preparando. Certo, le scuole finiscono tra un paio di mesi, deve essere immersa nei libri, ripetendo affannata le lezioni, immaginando le domande che le faranno come abbiamo fatto tutti prima di lei, decennio dopo decennio, a ogni latitudine. Chissà i suoi insegnanti come avranno accolto la sua scelta di Proust come esempio di innovatore dell’umanità. Perché non Isacco Newton, Galileo Galilei o Alessandro Volta, avranno pensato.<span id="more-5386"></span></p>
<p>Siamo venuti qui per chall’are la nostra macchina. Il rito è complesso e non si può trascurare nessuno dei dettagli previsti dal protocollo. Mettiamo la grande Ford in coda; siamo arrivati presto e ci tocca quasi il posto in prima fila. Accanto a noi un furgoncino vecchio, con la vernice bianca che si stacca – si direbbe – sugli orli, accanto ai cardini delle portiere, intorno alla guarnizione di gomma nera, lungo la curva del parafango. Il proprietario gli dà una pacca sul dorso, come fosse un mulo antico ma ancora degno di affetto e attenzione, e lo premia con una doppia serie di corone di fiori.<br />
Anche noi facciamo lo stesso. Chiedo alle donne delle bancarelle quali debbano essere gli ornamenti giusti, non sia mai la Ford si offendesse e decidesse di piantarci in asso sul più bello o sul più brutto, mentre percorriamo lo stretto cornicione di una strada che scende giù a valle, o scivoliamo come pattinatori sulle lastre a specchio di un deserto di sale. Compra queste, señor, mi dicono, e sciorinano ghirlande multicolori, corolle a campana con i pistilli eretti, petali sanguigni o delicati, quasi trasparenti, come ali di un lepidottero che si ha paura di tenere tra i polpastrelli. Si girano tutte verso di me, le venditrici, e io, smarrito, non faccio in tempo a dire di no, non faccio quei due passi indietro che preludono alla fuga – ma non è più tempo di fuggire, mi dico, e raccolgo bracciate floreali e festoni di carta come un sarchiatore nei vecchi manifesti delle campagne autarchiche.<br />
Cominciamo a sistemarli torno torno il parabrezza, sul muso ancora caldo del motore, sulla calandra argentata. Non basta, naturalmente: ci vogliono i petardi, la famiglia che ci precede li sta facendo esplodere sul cofano di un minibus, i bambini saltano di qua e di là ridendo, uno si infila quasi sotto la nostra macchina, fingendo uno spavento che non può trovare cittadinanza nei suoi occhi spalancati, allagati di allegria liquida. Bene, torno alle bancarelle e le signore mi sorridono, hanno un modo tutto loro di avvolgerti nelle spire della vendita, non urlano, non ti sommergono di proposte e offerte, non ti tirano la manica della giacca né ti palpano le spalle, non ti spingono né ti strattonano. No, loro ti guardano fisse negli occhi, il sorriso, quel sorriso a labbra stirate, un po’ storte, una specie di burla affettuosa, vediamo un po’ adesso, <em>joven</em>, vediamo che cosa hai in mente, di che cosa hai bisogno perché la tua anima non sbandi né il tuo corpo si perda nell’altipiano alla mercé degli spazi desolati.<br />
È così che i <em>kallawalla</em>, i <em>curanderos </em>miracolosi della tradizione quechua, addomesticano le malattie, ipnotizzano l’infermo convincendo le une a uscire dal corpo dell’altro, sollevandoti da terra e costringendoti a rimetterti in cammino. È così che partivano con la sacca in spalla, l’<em>aguayo</em> multicolore al collo, e risalivano le Ande fino a Panama e oltre, portando in giro le boccette di creta piene di unguenti, le foglie di piante amazzoniche, i ciottoli che sembrano ossa o gli ossi che rotolano come pietruzze, il suono del flauto e il sorriso delle venditrici, lo stesso che permette loro di riempirmi le mani di bastoncini ripieni di polvere pirica senza che io riesca a oppormi, né a dir loro che sono troppi, non ne ho mica bisogno di così tanti.<br />
Va bene, adesso tocca procurarsi lo spumante, o la champaña, come qui la chiamano pomposamente. Un vinello leggero, quasi una gazzosa sbiadita, ma tanto che importa, serve solo a chall’ar, a benedire il bove meccanico – anzi, è l’ingrediente indispensabile. Per quello che costa, due euro a bottiglia, decidiamo di scialare e di comprarne un bel po’. Non può proprio lamentarsi, la nostra Ford.<br />
E naturalmente il sacerdote. Andiamo a chiamare il parroco del Santuario della Vergine Morena di Copacabana, ma ci ha già pensato qualcuno dei tanti che adesso sono in fila dietro di noi, attorno a noi, camion giganteschi, pullman a due piani, microbus, fuoristrada, berline goffe e bitorzolute. Il prete ci sta già venendo incontro, arriva di corsa reggendosi il bordo della sottana con una mano, e a me ricorda un vecchio fotogramma di Fernandel.<br />
I rito è un altro omaggio al sincretismo, dopo i tanti che ho visto a Cuba e in Africa: l’acqua benedetta segna una serie di croci sulla carrozzeria, mentre dai gruppi in attesa salgono novene andine ad accompagnarci. E subito dopo i colpi a ripetizione della nostra esagerata batteria di petardi. Il fumo avvolge la macchina come vapore denso, nascondendola per un attimo allo sguardo, finché riemerge il caleidoscopio di colori forti dei fiori e delle ghirlande di cartapesta. E lo spumante scorre copioso sul metallo e sui vetri, perché la cerimonia possa dirsi davvero conclusa: con l’epilogo dei bicchierini di carta e il poscritto dei pochi sorsi dai quali non possiamo esimerci. La cosa più bella è passarli ai vicini, a quelli che aspettano il loro turno o a chi sta semplicemente curiosando e accompagnandoci con il cuore. Decidiamo di comprare una cassa di birra e di farla girare tra i presenti, per siglare un muto patto di amicizia, tra gente che forse non si incontrerà mai più, pronta a mettere in moto e schizzare verso le piste dell’altopiano.</p>
<p>(Due giorni dopo sono a Roma e salgo sul taxi all’uscita dall’aeroporto. Man mano che ci avviciniamo a Prati l’autista si smarrisce, si ferma due o tre volte per controllare il navigatore, si volta verso di me e si scusa gentilmente: sa, sono nuovo, sono pochi giorni che faccio questo lavoro. Forse si rende conto del mio stupore, visto che l’uomo deve avere i suoi buoni sessant’anni, e allora aggiunge, a mo’ di giustificazione: ho appena cambiato, prima facevo il rappresentante di commercio, ma lei sa, la crisi, alla fine ho deciso di provare con quest’altro mestiere, ma è dura, è dura, alla mia età verrebbe voglia di piantare tutto, lo sa dov’è che vorrei andare? Lo sa quel lago, il più alto del mondo, quello che studiavamo a scuola, immagino anche ai suoi tempi? Come si chiama? Il Titicaca, già, bravo, il Titicaca. Io darei qualsiasi cosa per andare a vivere laggiù, o lassù, faccia lei).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/16/el-boligrafo-boliviano-14/">El boligrafo boliviano 14</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/13/el-boligrafo-boliviano-17/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 17'>El boligrafo boliviano 17</a> <small>di Silvio Mignano 13 novembre 2007 Ovvero: io e le...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/06/14/el-boligrafo-boliviano-16/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 16'>El boligrafo boliviano 16</a> <small> di Silvio Mignano 8 novembre 2007 «Come si chiama...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/02/19/el-boligrafo-boliviano-13/' rel='bookmark' title='El Boligrafo Boliviano 13'>El Boligrafo Boliviano 13</a> <small> di Silvio Mignano 18 agosto 2007 Ognuno porta con...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/10/15/el-boligrafo-boliviano-10/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 10'>El boligrafo boliviano 10</a> <small> di Silvio Mignano 21 luglio 2007 Il cammino da...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/04/12/el-boligrafo-boliviano-1/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 1'>El boligrafo boliviano 1</a> <small>Una nota di Gianni Biondillo sul diario andino di Silvio...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/03/16/el-boligrafo-boliviano-14/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>6</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>El Boligrafo Boliviano 13</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/02/19/el-boligrafo-boliviano-13/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/02/19/el-boligrafo-boliviano-13/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 19 Feb 2008 06:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[copacabana]]></category>
		<category><![CDATA[la paz]]></category>
		<category><![CDATA[lago titicaca]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/02/19/el-boligrafo-boliviano-13/</guid>
		<description><![CDATA[<p><br />
di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>18 agosto 2007</em></p>
<p>Ognuno porta con sé il paesaggio che sa, che ricorda, rimpiange o paventa. A me sembra un tratto della costiera tra Sperlonga e Gaeta, con meno alberi e senza gli ombrelli protettori dei pini marittimi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/19/el-boligrafo-boliviano-13/">El Boligrafo Boliviano 13</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/detailed_titicaca.gif' alt='detailed_titicaca.gif' /><br />
di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>18 agosto 2007</em></p>
<p>Ognuno porta con sé il paesaggio che sa, che ricorda, rimpiange o paventa. A me sembra un tratto della costiera tra Sperlonga e Gaeta, con meno alberi e senza gli ombrelli protettori dei pini marittimi. Graziano propende per la Riviera ligure, Marco oscilla tra il Lago di Garda e il Salento di Santa Maria di Leuca. Tutti siamo comunque vittime del miraggio interiore, prede della metamorfosi che vive in ogni luogo.<br />
<span id="more-5279"></span><br />
Siamo partiti da La Paz, abbiamo risalito la scodella rovesciata e attraversato l’altipiano. Sotto la corona della Cordigliera Reale, in vista delle prime colline, un movimento sulla nostra sinistra, più giù del ciglio della strada: immaginate sulla terra rossa con il contrappunto lontano di un rettangolo di azzurro cobalto – avvisaglie del Lago Titicaca – immaginate una schiera di musicisti vestiti di tutto punto in completo bianco, scarpe bianche, borsalini bianchi, che soffiano in gigantesche tube smaltate di bianco, in mezzo a case di mattoni e cemento grezzo, in un cortile polveroso, unici spettatori il vicinato e una coppia di cani randagi.<br />
Scendiamo dalla macchina appena in tempo per ascoltare le ultime note e vedere i musicisti che slacciano le cinghie e appoggiano le tube per terra, allineate l’una accanto all’altra, pastelli bianchi di un Gulliver andino. </p>
<p>Poi si arriva al Titicaca, uno dei luoghi che contribuiscono a formare la mitologia boliviana, il lago più alto al mondo, un’estensione pari a quella dell’Umbria di blu intenso, incorniciato di terre senesi e di canneti di un verde smorto: piante di totora, le stesse che disseccate e intrecciate sono utilizzate per costruire imbarcazioni e addirittura piccole isole galleggianti.<br />
La macchina monta su una zattera di legno grezzo, le assi traballano quando le ruote anteriori le calpestano, scricchiola per un attimo l’intera struttura, poi recupera stabilità. Il barcaiolo è un vecchio col naso adunco, magnifiche rughe verticali sulle guance, una giacca di fustagno grigia e il cappello a tesa larga ben calcato sulla fronte. Spinge l’imbarcazione con una lunga pertica dandole l’abbrivio, prima di mettere in moto il fuoribordo.<br />
Si attraversa il punto più stretto del lago, tra i villaggi di San Pedro e San Pablo, un viaggio breve in mezzo agli apostoli eretti a colonne d’Ercole.<br />
Sulla nostra destra due denti di roccia spuntano a pochi metri dalla costa. Proprio una coppia di faraglioni, presagio della geografia mutevole che oggi ci accompagnerà.<br />
E a metà percorso mi capita di guardare dalla parte opposta. L’Illimani spunta come una luna dalla linea perfettamente retta dell’acqua. Il condor bianco e lo specchio metallico, una fitta all’immaginazione, un rimprovero per la tentazione di sedersi sulle consuetudini e sul déjà vu: Magritte.</p>
<p>Appunto, la strada costiera che ritaglia la sponda opposta, verso il Perú. Quella che a ciascuno di noi ricorda un pezzo diverso della nostra memoria, Gaeta o Garda, Puglia o Liguria, pini scomparsi, rocce scabre, scogliere a picco sull’acqua, pastore con i suoi lama, due muli senza uomo, asfalto senza macchine, prati rovesciati, burroni da risalire, il panettone che si proietta nel lago, Copacabana.<br />
Questa, pochi lo sanno, è la Copacabana originale, un paesino grazioso cresciuto attorno a una baia perfettamente semicircolare e dominata da un promontorio oblungo, più che altro a forma di mezzo sfilatino. Narrano le leggende che un marinaio brasiliano, nel pieno di una tempesta di fronte alla costa di Rio de Janeiro, avesse fatto un voto alla Vergine Morena di Copacabana, di questa Copacabana boliviana. Di lì venne il nome dell’altra, quella carioca.<br />
Le strade strette corrono verso il lago, affiancate da case basse perlopiù verniciate di bianco. E si concentrano tutte verso un punto preciso, la piazza che dà sul santuario. Un patio immenso presidiato da pochi mendicanti che se ne stanno immobili, avvolti nei mantelli rossi, la mano tesa, lo sguardo sempre basso. Nel centro del cortile due grosse costruzioni, a destra un cubo aperto, con arcate a tutto sesto su ogni lato, a sinistra un parallelepipedo, una specie di campanile interrotto. Il tutto di un bianco accecante, ossessivo, come il corpo centrale della chiesa. Accanto all’entrata Tito Yupanqui, l’indio che vide per primo la Vergine Morena, gigantesco in bronzo; dentro, un’unica navata stretta, l’altare coloniale incastonato d’oro, i fedeli silenziosi, apparentemente spettatori di una funzione invisibile.<br />
Di nuovo fuori, nella piazza, decine di veicoli in fila, a motore spento, inghirlandati di fiori come tori condotti alla fiera del paese. A coppie, a piccoli gruppi, gli autisti e i loro familiari innaffiano il muso e il parabrezza di birra. Rivoli di spuma corrono lungo le guarnizioni di gomma, scivolano sul cristallo esplodendo in minuscole bolle trasparenti, gocciolano sull’asfalto, raccogliendosi in pozze dall’odore intenso. Ride senza denti la signora che si stringe nella mantiglia ricamata, appoggiando il palmo della mano sulla griglia del radiatore. Ride l’uomo che è con lei, riempiendo i bicchieri di carta, che poi passa alla donna – moglie? madre? – e a noi, invitandoci a vuotarli d’un colpo. Ride, alle sue spalle, una ragazza appoggiata al cofano di un camioncino, mentre una bambina con la cuffietta di lana si affaccia al finestrino, incastrata più che incorniciata dallo sportellino scorrevole. Ride il grassone baffuto che spruzza birra sul suo furgone, saltando a destra e a sinistra sulle punte, come un giullare troppo cresciuto.<br />
Stanno ch’allando, offrendo alcol alla Vergine o alla Pachamama, a entrambe o a una sola. È un rituale quechua, immune alle divisioni artificiali dettate dalle frontiere. Perciò molti degli autisti vengono dall’altra parte del lago, da Puno o da altre città peruviane.<br />
Qualcuno suona il clacson per festeggiare, mentre in fondo alla strada in salita che viene dalla riva del lago si accalcano centinaia di veicoli, un gioioso ingorgo che chiude ogni varco.<br />
Bevete, bevete, dice adesso lo spilungone magro e sghembo che tira fuori una bottiglia dopo l’altra dal cruscotto del suo pulmino, lustrando con la manica della camicia le cromature della calandra e lo stemma ovale della Ford che riluce sbronzo sotto il sole.<br />
Ai lati, lungo i marciapiedi, ridono tra i colori le donne sedute dietro le bancarelle di fiori gialli, fiori rossi, fiori lilla buganvillea, fori bianchi, candele, fazzoletti ricamati, bambole di pezza, lama di lana, rullini della Kodak, gomme da masticare, quinua in busta, aranciata gassata e succhi di mango. Ridono tutte, come se ci stessero circondando, senza lasciarci via di scampo, ostaggi dell’allegria.</p>
<p>Ancora nel cortile del santuario, sulla fiancata sinistra, due donne scivolano quasi di nascosto in una porta stretta. L’entrata anonima e si direbbe clandestina di una cappella disadorna, un corridoio angusto e buio che si allunga all’interno come una trincea o un tunnel. Attorno a un lungo tavolo di pietra, incavato come il bancone di una pescheria o la lettiga di una morgue, decine di persone accendono candele e le sistemano diritte, sul ripiano lievemente concavo. Lo fanno con gesti misurati, muovendosi appena, in un silenzio che è l’illusione acustica di un mormorio inesistente.<br />
I loro profili si disegnano incerti al tremolio giallastro delle fiamme. Sono loro ad accendere le candele, eppure sono le candele a creare le loro figure, altrimenti invisibili, perciò inesistenti. Altri fedeli avvicinano le candele alle pareti di pietra umida, sciolgono la cera e modellano sul muro con i polpastrelli figure semplici, una casetta, un cuore, le lettere di un nome. Tracciano questi disegni corrugando la fronte, aggiungendoli all’affresco pallido che scorre in orizzontale, tra le nuche e i nasi, i menti e gli zigomi. Poi biascicano una preghiera o un voto e restano ad attendere.</p>
<p>Lungo la calle 6 de agosto che scende al lago si aprono ristoranti con bei giardini, alberghi, sportelli di cambiavalute, bancarelle di ponchos e cd contraffatti. Tra l’una e l’altra, acciambellati sui marciapiedi, strani personaggi intrecciano collanine di semi e le sistemano su stuoie di totora o lenzuoli bianchi. Ragazzi pallidi e dimagrati, i capelli acconciati in treccioline simil-rasta. Ragazze bionde o fulve, emaciate, il corpo d’acciuga perso in camicioni di lino, le gambe infilate in calzoni troppo larghi, a righe verticali. Piedi nudi o sandali francescani, pietre dure e Bob Marley a palla dal radiolone naufrago di un tempo senza i-pod.<br />
Mi fanno tenerezza, prima che tristezza: reduci di altri decenni di protesta, che adesso sono scappati via e li hanno abbandonati qui. Nessuno li ha avvisati che la guerra degli hippy è sfiorita trent’anni fa, che la ribellione contro la placenta delle case e delle patrie passa ormai per i blog e per youtube e non si fa più sbattendo la porta, uno zaino in spalla, l’autostop per strade polverose, i chili perduti lungo il cammino, il peyote o gli acidi, le costole che assediano la cresta iliaca, lo sguardo svuotato di forza, orgogliosamente fisso sulla parete di fronte.</p>
<p>In una delle bancarelle della piazza mi incanto davanti a una scultura della Vergine di Copacabana. Sarà alta quasi un metro, tutta rivestita di organza blu, una corona di stelle dorate, la mezzaluna o barchetta pure d’oro, il volto da antica bambolina di porcellana, il velo ricamato, la base di legno con i due piccoli indios in adorazione. Delicato equilibrio tra il kitsch e il sublime.<br />
Chiedo il prezzo alla venditrice. Duecento bolivianos, venti euro. La ringrazio e mi allontano, preso da un improvviso pudore. Giro a largo, poi torno sui miei passi, fingo di ammirare le altre statue, più piccole, le vesti bianche, gialle, rosse. Tiro avanti, nella seconda bancarella una ragazza ignora gli acquirenti, legge un libro e prende note su un quaderno. Più in là ci sono le fioraie, nascoste dalla selva di rose margherite orchidee gigli bocche di leone.<br />
Torno per la terza volta e non ci penso più. Ecco i soldi, è deciso, la compro. La donna, felice, imballa alla perfezione la Vergine nelle pagine di un giornale, smonta la corona, non prima di avermi mostrato come riassemblarla, e depone ogni cosa in una scatola di cartone che ha contenuto frutta in conserva. Afferro il mio trofeo e lo porto alla macchina, indifferente ai lazzi a stento trattenuti dei miei amici.<br />
La ragazza della seconda bancarella ha seguito la scena con un sorriso. Le chiedo che cosa stia studiando. Lei dice che frequenta l’ultimo anno delle superiori e che deve fare una relazione su una delle figure che più hanno apportato innovazioni a beneficio dell’umanità. Bene, commento, e tu chi hai scelto? Galileo Galilei, Newton, Alessandro Volta? No, risponde: Marcel Proust.<br />
Mi mostra il quaderno, vezzosamente scritto con penne di diverso colore ed evidenziatori gialli, verdi e arancioni, fitto di note e commenti sulla Recherche. E da sotto sfila un libro e me lo fa vedere: una versione spagnola della Parte di Swann.<br />
Le faccio gli auguri e ci rimettiamo in viaggio, lungo la strada costiera, verso il lago, le zattere, i Santi Pietro e Paolo, l’altopiano, portando con noi la Vergine Morena e l’immagine miracolosa di una lettrice di Proust.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/19/el-boligrafo-boliviano-13/">El Boligrafo Boliviano 13</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/03/16/el-boligrafo-boliviano-14/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 14'>El boligrafo boliviano 14</a> <small> di Silvio Mignano 13 ottobre 2007 Sono tornato a...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/13/el-boligrafo-boliviano-17/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 17'>El boligrafo boliviano 17</a> <small>di Silvio Mignano 13 novembre 2007 Ovvero: io e le...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/06/14/el-boligrafo-boliviano-16/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 16'>El boligrafo boliviano 16</a> <small> di Silvio Mignano 8 novembre 2007 «Come si chiama...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/09/21/el-boligrafo-boliviano-9/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 9'>El boligrafo boliviano 9</a> <small> di Silvio Mignano Venerdì 8 giugno 2007 La piazza...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/04/12/el-boligrafo-boliviano-1/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 1'>El boligrafo boliviano 1</a> <small>Una nota di Gianni Biondillo sul diario andino di Silvio...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/02/19/el-boligrafo-boliviano-13/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>8</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>El Boligrafo Boliviano 12</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/01/15/el-boligrafo-boliviano-12/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/01/15/el-boligrafo-boliviano-12/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 15 Jan 2008 11:28:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/01/15/el-boligrafo-boliviano-12/</guid>
		<description><![CDATA[<p><br />
di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>2 febbraio 2007</em></p>
<p>Il container delle nostre masserizie è ancora in viaggio, lo immagino perso nel vuoto dell’oceano, come quei minuscoli graffi schiumosi che si scorgono all’improvviso nel cobalto omogeneo guardando dal finestrino dell’aereo, e che a me piace figurarmi come balene – ma non so mica se da lassù si vedrebbe davvero una balena.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/15/el-boligrafo-boliviano-12/">El Boligrafo Boliviano 12</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/mosca.gif' alt='mosca.gif' /><br />
di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>2 febbraio 2007</em></p>
<p>Il container delle nostre masserizie è ancora in viaggio, lo immagino perso nel vuoto dell’oceano, come quei minuscoli graffi schiumosi che si scorgono all’improvviso nel cobalto omogeneo guardando dal finestrino dell’aereo, e che a me piace figurarmi come balene – ma non so mica se da lassù si vedrebbe davvero una balena.<span id="more-5094"></span><br />
Il ritardo mi preoccupa unicamente per Beatriz. Noi siamo sufficientemente vaccinati per cavarcela, e in fondo con che coraggio lamentarci, la nostra è una condizione da gitani di lusso. Edoardo poi è troppo piccolo per risentirne, per lui ogni luogo – immagino, certamente sbagliando – è la prosecuzione del precedente, un unicum abitato dalle sue fantasie. Ma Beatriz ogni tanto ricorda i suoi giocattoli, i suoi libri, Cicciobello, i cartoni animati. Buona com’è, lo fa senza troppo protestare, ma con tristezza, come si parlerebbe di ricchezze possedute un tempo e ormai sfumate. Come se non dovesse rivederle mai più, le sue cose, senza nemmeno capire perché le ha perdute e chi o che cosa gliele ha portate via.<br />
Le dico che stanno arrivando e che presto le riavrà tutte.<br />
Mi guarda e risponde: «Ah, sì, il signore, il signore le porta in aereo», ma so che non ci crede e che lo dice per farmi contento, per tranquillizzarmi, lei a me. Ed è questo che mi fa male.</p>
<p><em>5 febbraio 2007</em></p>
<p>Per Beatriz è il primo giorno di scuola, nella petite section de maternelle, nel Colegio Franco-Boliviano. Ormai scuola, perché per lei l’asilo sarà per sempre quello di Basilea, dove le parlavano rigorosamente in schwitzer-deutsch. Vestita con la sua tutina grigia, una borsetta a tracolla con Minni e dentro acqua, succo di frutta, biscotti e fazzolettini, si lascia accompagnare all’entrata del collegio e poi su su, lungo le scale e i corridoi, fino all’aula individuata attraverso scrupolosi elenchi affissi fuori. Mamme eleganti, troppo eleganti, bimbi e soprattutto bimbe molto sicure di sé.<br />
Beatriz non piange, sorride sempre con quell’aria che ormai ho imparato a conoscere di chi voglia rassicurare, lei a noi, mai il contrario. Ci saluta ed entra in una casetta giocattolo, mettendosi già all’opera. So bene che all’inizio non parlerà con anima viva, che è timida almeno quanto lo ero io alla sua età, ma qualcosa mi dice che sopravviverà meglio di suo padre. </p>
<p>Nel pomeriggio è la prima volta di Edoardo. La prima volta che cammina da solo, senza aiuto di sostegni. Sul tappeto del salone, un salone che non è nostro e che appartiene allo stato italiano, fa decine di passetti brevi e scattanti, come un buffo pupazzetto a molla, le braccine in alto, i gomiti piegati e i pugni stretti, senza perdere l’equilibrio, e intanto ride di gusto e continua a camminare, da una stanza all’altra, incapace di fermarsi, di interrompere il nuovo gioco. Io penso solo che doveva accadere in Bolivia, a diecimila chilometri da casa, a quattromila metri d’altezza.<br />
Dania piange.</p>
<p><em>9 febbraio 2007</em></p>
<p>Forse lo stupore appartiene ai primissimi mesi di vita. Mi chiedo se quello di Beatriz non sia ormai già qualcos’altro, curiosità, intelligenza, fantasia, desiderio di scoprire, comprendere, soprattutto inventare.<br />
Mentre lo stupore, il marchio di fabbrica del poeta, è nel faccino di Edoardo, seduto al seggiolone, che si accorge di una mosca che vola tra i piatti e socchiude la boccuccia, corruga la fronte, si fa domande che io non so nemmeno come formulare.<br />
Avrà già visto delle mosche prima d’ora, in Svizzera? Chissà, potrebbe essere perfino la prima volta.</p>
<p><em>18 febbraio 2007</em></p>
<p>Nella plaza 16 de Julio un gruppo di ragazzini gioca a qualcosa di simile al rubabandiera. Due squadre in fila indiana, due sedie all’altro lato dei giardinetti, ogni concorrente corre con un palloncino, arriva in fondo, lo sistema, ci si siede sopra e lo fa scoppiare con il peso del proprio corpo, poi torna alla base, passa il testimone a un compagno e così via. Tutto qui, con la semplicità densa di significato di una <em>rayuela </em>cortazariana.<br />
Le voci argentine, maschili e femminili, arrivano fino alle mie finestre, in un’atmosfera ancora bagnata dalla pioggia di questa mattina. La luce del tardo pomeriggio rimbalza sul mattonato fattosi specchio tra le aiole, e mi chiedo una volta ancora se non sia questa la felicità che inseguiamo da sempre e che si ostina ad abitare nei luoghi estranei, nelle vite degli altri.</p>
<p><em>27 febbraio 2007</em></p>
<p>Su un muro in avenida 6 de agosto: «Alquilo corazón, dos plazas».</p>
<p><em>28 febbraio 2007</em></p>
<p>In calle Federico Zuazo: «No tenemos líneas, somos pura curvas».</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/15/el-boligrafo-boliviano-12/">El Boligrafo Boliviano 12</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/13/el-boligrafo-boliviano-17/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 17'>El boligrafo boliviano 17</a> <small>di Silvio Mignano 13 novembre 2007 Ovvero: io e le...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/03/16/el-boligrafo-boliviano-14/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 14'>El boligrafo boliviano 14</a> <small> di Silvio Mignano 13 ottobre 2007 Sono tornato a...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/02/19/el-boligrafo-boliviano-13/' rel='bookmark' title='El Boligrafo Boliviano 13'>El Boligrafo Boliviano 13</a> <small> di Silvio Mignano 18 agosto 2007 Ognuno porta con...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/11/30/el-boligrafo-boliviano-11/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 11'>El boligrafo boliviano 11</a> <small> di Silvio Mignano 15 agosto 2007 Vertigine. Guardando le...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/10/15/el-boligrafo-boliviano-10/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 10'>El boligrafo boliviano 10</a> <small> di Silvio Mignano 21 luglio 2007 Il cammino da...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/01/15/el-boligrafo-boliviano-12/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>8</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>El boligrafo boliviano 11</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/11/30/el-boligrafo-boliviano-11/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/11/30/el-boligrafo-boliviano-11/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 30 Nov 2007 11:10:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[Wayna Potosí]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2007/11/30/el-boligrafo-boliviano-11/</guid>
		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>15 agosto 2007</em></p>
<p>Vertigine. Guardando le murate oblique del Wayna Potosí, perfetta piramide di roccia e ghiaccio, triangolo di formaggino che si innalza a seimila metri nella Cordigliera Reale, qui sull’altopiano, così vicino che allunghi la mano e lo copri e ne modelli i fianchi con i polpastrelli, spinto dalla voglia di essere lo scultore cui è toccato in sorte crearlo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/11/30/el-boligrafo-boliviano-11/">El boligrafo boliviano 11</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/potosi.jpg' alt='' /></p>
<p>di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>15 agosto 2007</em></p>
<p>Vertigine. Guardando le murate oblique del Wayna Potosí, perfetta piramide di roccia e ghiaccio, triangolo di formaggino che si innalza a seimila metri nella Cordigliera Reale, qui sull’altopiano, così vicino che allunghi la mano e lo copri e ne modelli i fianchi con i polpastrelli, spinto dalla voglia di essere lo scultore cui è toccato in sorte crearlo. <span id="more-4634"></span>Vertigine, precipizio abrupto che mescola in un’unica sensazione il tempo e lo spazio, quando in sole due ore scendi dai quasi cinquemila metri del passo andino ai novecento della valle di Zongo, due ore fa eri in Tibet e adesso sei in Africa o nel Caribe, calpestavi una steppa arida, di un giallo stopposo senza confini, spezzato dal ruscellare di acque gelide che spezzano le pietre e le trascinano fattesi ciottoli in balia delle morene, e ora sudi copiosamente e il tuo sudore si mescola al vapore caldo che sale dalle felci giganti e si condensa sotto le foglie dei manghi, dei banani e degli alberi della gomma, o si fa monile di perline sulla groppa sgraziata e arrovesciata di un bradipo.<br />
La nostra vertigine: mia, di Miguelón, Danilo, Marco e Graziano, quattro scrittori e un fotografo, quattro italiani e un cubano, sperduti in questa caduta diagonale lunga quattromila metri e profonda centinaia di chilometri di valli strette, oppresse da pareti tappezzate di verde a perdita d’occhio.<br />
Adesso però guardiamo i nostri due pneumatici che sono morti l’uno dopo l’altro, sfortuna che si accanisce ma non si arrende, propensa a sua volta a cedere a continue metamorfosi: facendosi buona sorte quando incrociamo il furgoncino rosso con quei due tecnici dell’impresa che gestisce le idroelettriche sparse lungo tutto il corso dello Zongo. Ci caricano a bordo, due nella cabina, tre di noi sul cassone, aggrappati a un tubo di metallo, in balia di ceffoni di polvere e insetti, schiaffeggiati dal sole a picco, strattonati dalle raffiche di un vento che da gelido man mano si fa tiepido e poi scotta, insidiati dall’orrido profondo centinaia di metri che si apre a trenta, a venti centimetri dall’orlo delle ruote, a ogni curva di questa pista sinuosa di terra e sassi. Esaltati da un sentimento di assenza che confina con la felicità e poi vi cade dentro, allagandosi di un’insana ilarità – quella vertigine, dunque, che ci insegue fin quaggiù, a fondo valle, già nel tropico, gli occhi catapultati contro voglia nel baratro, un vuoto denso all’altezza dello sterno ogni volta che l’autista, disgraziato gentile amico, decide di frenare un attimo più tardi del terrore, di sterzare un centimetro prima dell’angoscia, eppure schiacciandoci contro l’improvviso volo di una rondine selvatica, il frullare di un altro uccello assurdo, coda gialla di metallo, ali color nocciola e nero assoluto, addosso l’afrore di una papaya improvvisamente matura.<br />
In fondo alla valle di Zongo non c’è nulla, Huay non è il villaggio che ci avevano preannunciato, ci sono soltanto gli edifici di un’ennesima centrale idroelettrica e le abitazioni del personale. Nel silenzio irreale sibilano le resistenze e i cavi d’acciaio, sciaguatta la spugna con cui tre uomini cercano di lavar via la polvere dalla carrozzeria di una vecchia automobile, arenata a metà sul greto del torrente. L’odore di frutta marcescente mi riporta a un Caribe senza mare.<br />
Risalendo, il cuore in gola ad ogni curva troppo stretta, ci fermiamo in una baracca appesa al costato di un burrone. Nel patio lastricato di cemento ruvido, tappezzato di piantine di caffè e strofinacci stesi, un bimbetto con gli occhi tibetani e le guance rosse sgambetta sgattaiolando dentro e fuori da uno sgabuzzino, affacciandosi per sorriderci e scomparendo non appena salta fuori l’occhio buio di una macchina fotografica.<br />
Dentro ci sono due file di tavoli rustici e dappertutto, sulle pareti macchiate d’umido, i soliti calendari delle birre boliviane, sventole dalle gambe levigate coperte da scarsi centimetri di tessuto rosso, tacchi a spillo trasparenti, sguardo ammiccante senza traccia di Ande e tropico. Sugli scaffali poche bottiglie di rum e <em>singani</em>, la grappa di Tarija. Una radio spenta e una televisione che manda le scene di una telenovela, mezzi piani statici, giacche troppo stirate e zigomi di plastica. A Cuba saremmo in un paladar, qui nella sperduta valle di Zongo non so dove si sia, immagino in un ristorante per camionisti.<br />
La birra è sigillata eppure quando la stappiamo ne escono fuori dei moscerini, chissà se vivi, morti o storditi dall’alcol. Ci buttiamo sulla coca-cola e sul piatto unico, filetto con riso e verdura.<br />
Ancora non so se la desolazione possa confinare con la bellezza.</p>
<p>Torniamo allora al massiccio del Wayna Potosí, alla nostra macchina ferma con una ruota a terra, davanti a un lago latteo, fatto d’acqua spessa, incapace di mostrare il fondo né una qualche trasparenza, ottusità quanto la montagna, all’altro capo, è fatta invece di lacca, velatura bianca, convessità e gioco di diagonali intersecate.<br />
Camminiamo un po’, oltre il crinale ocra, raggiungendo un dorso in preda alla polvere, qua e là un afflato di gramigne indigeste. La nostra allucinazione ci obbliga a raffigurare una città di nani, un formicaio di casupole che affollano le rocce nel silenzio, se pure è silenzio questo soffiare del vento, il fischio dentro un’ancia semiotturata.<br />
Non è una città, o a modo suo lo è. È un cimitero smarrito a questa altitudine indigesta ai vivi, forse meno ai morti. Centinaia di piccole costruzioni di pietra e intonaco bianco, come case di bambole, alcune con tanto di tegole rosse, altre coronate da un accenno di cupola o dalla linea ondulata di un cornicione spagnolesco. Accalcate l’una sull’altra, arrampicate sul costato delle vicine o addossate ai tetti, si sorreggono o sgomitano cercando di emergere sull’indistinto brulicare delle tombe. Croci arrugginite, smangiate dai secoli o piegate da una slavina, pareti ripiegate su se stesse, pietre e mattoni che escono dalle slabbrature della calce. Però è una città, non ci eravamo ingannati, e se non lo è fa di tutto per diventarlo, e se ci si inginocchia si può ascoltare un passeggio spettrale nell’unico sentiero che si incammina verso la collina.<br />
Una delle casette ha una finestra vuota con un balconcino, e sulla piccola terrazza un’unica scarpa, la misura di un bambino. Nera, scalcagnata, la tomaia deformata, la vernice che viene via, screpolata, impolverata, bisognosa chissà da quanto tempo di una passata di lucido come si deve. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/11/30/el-boligrafo-boliviano-11/">El boligrafo boliviano 11</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/13/el-boligrafo-boliviano-17/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 17'>El boligrafo boliviano 17</a> <small>di Silvio Mignano 13 novembre 2007 Ovvero: io e le...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/03/16/el-boligrafo-boliviano-14/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 14'>El boligrafo boliviano 14</a> <small> di Silvio Mignano 13 ottobre 2007 Sono tornato a...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/02/19/el-boligrafo-boliviano-13/' rel='bookmark' title='El Boligrafo Boliviano 13'>El Boligrafo Boliviano 13</a> <small> di Silvio Mignano 18 agosto 2007 Ognuno porta con...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/01/15/el-boligrafo-boliviano-12/' rel='bookmark' title='El Boligrafo Boliviano 12'>El Boligrafo Boliviano 12</a> <small> di Silvio Mignano 2 febbraio 2007 Il container delle...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/10/15/el-boligrafo-boliviano-10/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 10'>El boligrafo boliviano 10</a> <small> di Silvio Mignano 21 luglio 2007 Il cammino da...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2007/11/30/el-boligrafo-boliviano-11/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>El boligrafo boliviano 10</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/10/15/el-boligrafo-boliviano-10/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/10/15/el-boligrafo-boliviano-10/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 15 Oct 2007 10:20:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[Cochabamba]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Mignano]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2007/10/15/el-boligrafo-boliviano-10/</guid>
		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>21 luglio 2007</em></p>
<p>Il cammino da La Paz a Cochabamba abbandona l’altopiano prima di Oruro e sale fino ai cinquemila metri, tra montagne spezzate, dove il deserto è interrotto da una chiesa del Seicento, tozza pietra color tufo, una trachea tarchiata per campanile, o da un emporio di legno e lamiera.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/15/el-boligrafo-boliviano-10/">El boligrafo boliviano 10</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/misicuni.jpg" alt="misicuni.jpg" /></p>
<p>di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>21 luglio 2007</em></p>
<p>Il cammino da La Paz a Cochabamba abbandona l’altopiano prima di Oruro e sale fino ai cinquemila metri, tra montagne spezzate, dove il deserto è interrotto da una chiesa del Seicento, tozza pietra color tufo, una trachea tarchiata per campanile, o da un emporio di legno e lamiera. Dentro poche varietà di biscotti e aranciate frizzanti in bottiglie di plastica. Fuori, un bambino di un anno aspetta davanti all’ingresso, su una stuoia stesa nell’erba, e guarda fisso davanti a sé, ogni tanto crollando il capo con un sorriso che si ripercuote su di me o sul rubizzo delle sue guance.<span id="more-4497"></span><br />
Poi la strada scende ripida verso i duemilaseicento di Cochabamba, infilando una sequela di tornanti tutto sommato ampi e comodi, di un asfalto che tende a sbriciolarsi ai bordi, come il cornicione di una crostata mezzo bruciaticcia. A ogni curva c’è un cane che aspetta, sonnecchiante. Quando arriva una macchina si alza e abbaia composto, sperando di ricevere dei resti da mangiare, un pezzo di pane, se è festa perfino un cartoccio preparato apposta. È il suo lavoro. Ogni cane ha un tornante assegnato e nessuno sbaglia mai di posto né si sogna di invadere il territorio altrui, nemmeno se è più redditizio (forse la distribuzione è avvenuta per ordine di anzianità o di precedenza, dubito per mero accidente del caso). A sera rientrano tutti alle loro case, nei villaggi di pastori sparsi sulle montagne. Il mattino dopo eccoli di nuovo lì, puntuali al loro posto di lavoro.</p>
<p>All’alba la periferica di Cochabamba, nella direzione di Vinto e Quillacollo, è un viale lungo e spettrale attraversato da passaggi pedonali vuoti. Lampeggiano ancora le insegne dei motel, <em>Eros Motel</em>, <em>refugio para tus sentidos</em>, <em>The Love Time Stop</em> abnorme cuore al neon rosso trafitto da freccia viola tremolante, installazione non so bene se più sublime nel suo kitsch o <em>cursi </em>elevato a esigenza della carne e dello spirito, o triste presagio dell’abbandono che dappertutto emana, su questo nastro d’asfalto commentato dalle assurde palme a quota duemilaseicento.</p>
<p>Poi questa diventa una storia d’acqua. Salendo verso la valle di Misicuni, dove costruiremo una diga per rifornire un milione di cochabambini, un ponticello di legno scavalca il río San Miguel. Decine di persone affollano le rive, inginocchiate sulla pietraia, e sbattono strizzano immergono magliette pantaloni camicie calze biancheria. Che fanno, chiedo.<br />
Lavano i vestiti dei morti, è la risposta.<br />
È un’antica usanza quechua, o almeno dei quechua di questa regione. Parenti e amici raccolgono fino all’ultimo capo appartenuto al defunto e si danno appuntamento sulle sponde del San Miguel. Poi, quando tutto si è asciugato al sole, steso sui massi, ci si spartisce il guardaroba tra tutti. Gli abiti, perfettamente puliti, continueranno a camminare per il mondo.<br />
Guardo la folla che si affanna ginocchioni, i gruppi chiaramente separati l’uno dall’altro, a perdita d’occhio. Devono essere morti in tanti, nelle ultime ore.</p>
<p>L’acqua riempirà la conca di Misicuni, quassù, tra due anni, se i tempi tecnici saranno rispettati. Una laguna lunga otto chilometri, larga uno e mezzo e profonda fino a duecento metri. Osservo le pareti rocciose, la frattura a V che sarà saldata dalla diga di centoventi metri, nel punto in cui oggi sfilano dei lama grossi, lenti, i ricci spessi di lana nera e marrone, il labbro inferiore proteso a formare una smorfia che sembra di nausea.<br />
Decine di villaggi saranno sommersi, ma eccoli, miracolosamente ricostruiti trecento metri più su, alcuni minuscoli, sette-otto case adesso dipinte di verde o di blu, a seconda del versante cui appartengono, secondo una regola che mi sfugge. Pulite, ordinate e vuote, paiono città giocattolo, miniature disposte in un plastico, ciascuna con un campo di calcio regolamentare, più numerosi delle squadre che potranno calpestarli, a giudicare dalle ridotte dimensioni della popolazione. E chiesette altrettanto pronte e deserte, cattoliche e qualcuna anche evangelica (i protestanti guadagnano terreno, mi spiega l’ingegnere che dirige l’impresa Misicuni, perché i pastori, con una moglie accanto, sopportano la solitudine delle Ande molto meglio dei sacerdoti condannati al celibato, e la gente poi diffida meno di una famiglia <em>normale</em>: il prete che vive tutto solo sa un po’ troppo di latente omosessuale, una possibilità ancora difficile da accettare nella cultura quechua).</p>
<p>E l’acqua dentro il tunnel di Misicuni, venti chilometri in linea retta da una parte all’altra della montagna con appena ottanta metri di dislivello e una pendenza dello 0,4 %. Il corso del fiume viene rivoltato a rovescio, dal versante amazzonico viene deviato verso Cochabamba, dove lo aspetta quel famoso milione di abitanti che uno immagina con la mano continuamente appoggiata sui rubinetti, in attesa di sentire finalmente il rimbombo gorgogliante delle tuberie.<br />
Venti centimetri d’acqua sul fondo della galleria. Avanziamo nel buio pesto, rastrellando il fondo con gli stivali impermeabili al ginocchio, sollevando una sottile pellicola di mota, un riflesso improvviso, gamberetti fosforescenti o una trota infilatasi nei chiusini. Facciamo cento metri, giusto per un assaggio, oppure duecento, o almeno fino al punto in cui la sezione ad arco diventa un cerchio perfetto, l’impronta della talpa-scavatrice che fa riaggallare alla memoria le vecchie storie di Zio Paperone e degli artefatti costruitigli da Archimede. Alla fine percorriamo un chilometro intero, e al ritorno si va controcorrente, inzuppandoci inesorabilmente fino al tessuto interno dei pantaloni, col rischio di congelarci ai sei gradi sottozero che ci aspettano all’esterno.</p>
<p>Tornando a Cochabamba, la sera, riattraversiamo il río San Miguel. C’è un nuovo gruppo intento a fare il bucato, movimenti misurati, espressioni serene, perfino qualche sorriso.<br />
Con un brivido mi rendo conto che stanno lavando i vestitini di un bimbo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/15/el-boligrafo-boliviano-10/">El boligrafo boliviano 10</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/12/28/el-boligrafo-boliviano-20/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 20'>El boligrafo boliviano 20</a> <small>di Silvio Mignano Trovate il perimetro dell’allegria, la superficie della...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/13/el-boligrafo-boliviano-17/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 17'>El boligrafo boliviano 17</a> <small>di Silvio Mignano 13 novembre 2007 Ovvero: io e le...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/04/15/el-boligrafo-boliviano-15/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 15'>El boligrafo boliviano 15</a> <small> di Silvio Mignano 12 agosto e 7 ottobre 2007...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/03/16/el-boligrafo-boliviano-14/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 14'>El boligrafo boliviano 14</a> <small> di Silvio Mignano 13 ottobre 2007 Sono tornato a...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/04/12/el-boligrafo-boliviano-1/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 1'>El boligrafo boliviano 1</a> <small>Una nota di Gianni Biondillo sul diario andino di Silvio...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2007/10/15/el-boligrafo-boliviano-10/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>10</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>El boligrafo boliviano 9</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/21/el-boligrafo-boliviano-9/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/21/el-boligrafo-boliviano-9/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 21 Sep 2007 08:39:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[Santa Cruz de la Sierra]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2007/09/21/el-boligrafo-boliviano-9/</guid>
		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>Venerdì 8 giugno 2007</em></p>
<p>La piazza della Cattedrale è un quadrato immenso nel centro di Santa Cruz de la Sierra, la più grande città boliviana, al centro a sua volta di un poligono di fiumi, savane e foreste tropicali.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/21/el-boligrafo-boliviano-9/">El boligrafo boliviano 9</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/puerto-almacen.jpg' alt='puerto-almacen.jpg' /></p>
<p>di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>Venerdì 8 giugno 2007</em></p>
<p>La piazza della Cattedrale è un quadrato immenso nel centro di Santa Cruz de la Sierra, la più grande città boliviana, al centro a sua volta di un poligono di fiumi, savane e foreste tropicali.  Davanti al sagrato di San Lorenzo sedili moderni, blocchi di marmo rosso incastrati ad elle. Più all’interno panchine tradizionali, a listelli di legno. Tutte occupate, tanta gente comodamente spaparanzata contro la spalliera ricurva, mentre quelle altre, scomodissime solo a guardarle, sono desolatamente vuote. <span id="more-4140"></span><br />
I bambini corrono come matti tra folate di piccioni che sgomitano a colpi d’ala per contendersi il becchime venduto in sacchetti di plastica dai lustrascarpe (Beatriz ne ha paura, all’inizio, come di qualsiasi cosa che sia più grande di una formica, soprattutto se vola: per lei ognuno di questi esseri è una misteriosa <em>mariposa</em>, ma le <em>mariposas</em>, le farfalle vere, compiono ampi circoli aerei attorno a questa magica piazza, sbattendo le ali arancioni, gialle o azzurro fosforescente, e passano sopra le nostre teste, sul vecchietto che legge la pagina sportiva seduto sul trono di legno, sul suo coetaneo che dà sapienti colpi di pezza alle scarpe dell’altro, dopo averle spazzolate con un lucido nero, sulle famose crucegne dalle gambe lunghe che attraversano i viali in diagonale e si incrociano sotto la statua di Simón Bolivar, e ho l’impressione che da un momento all’altro il <em>libertador </em>girerà la testa di bronzo per seguirle con lo sguardo. Poi però Beatriz ha già preso confidenza e perseguita un piccione più lento degli altri, o semplicemente più rigonfio di granaglie. L’uccello si affretta goffo sulle zampe larghe, poi caracolla come un cargo sulla pista di decollo e solo allora si ricorda che sa volare).<br />
Il cielo sta facendo le prove del tramonto, fasce zigzaganti di porpora e viola, colori e disegni che vengono dall’altra parte, oltre i grandi viali ad anelli, il primo, il secondo, il terzo anello, oltre i tetti di tegole e le periferie senza asfalto, il settimo, l’ottavo, il decimo anello, oltre le casette che si fanno catapecchie, le catapecchie che si fanno capanne, le capanne che si fanno terra, canna da zucchero tagliata, giacigli di juta. Più oltre ci sono le baracche che vendono birra e <em>empanadas </em>sulla riva del fiume, jeep e grosse moto parcheggiate sul greto, ragazzi che sono venuti a piedi e si abbracciano seminudi, rubando la luce dei fari e la musica delle baracche, e poi la savana, e ancora più lontano il grido di un animale.<br />
Tutto questo attraversano i colori del tramonto prima di arrivare sulla piazza e stendere un unico velo di compartito languore su tutti noi.<br />
Adesso un’ombra grigia attraversa un vialetto e va verso la strada, lenta, incredibilmente lenta. Due braccia lunghissime strisciano a fatica come nuotando a stile libero sul mattonato. L’essere volta la testa e ci osserva con due occhi malinconici, un muso scuro come incrostato di concrezioni ossee, in contrasto con il pelo lungo che gli incornicia gli occhi e il volto. Un vecchio hippie che si trascina sconfitto. Più banalmente un bradipo che è sceso da uno dei grandi alberi della piazza e non sa dove andare. Non riuscirà mai ad attraversare l’incrocio, sarà travolto dalle automobili. Un poliziotto arriva di corsa, lo afferra sotto le ascelle, come un gigantesco pesante bambino, o un peluche sproporzionato. Poi cerca di sistemarlo sul tronco liscio, grigio come l’animale. Quest’ultimo non se ne dà per inteso, scivola lentamente verso il basso. Si accoccola intimidito nell’aiuola e poi riprende il suo crawling disperato. L’agente è sempre lì che lo aspetta per riportarlo indietro, scuotendo la testa divertito.<br />
Povero Sisifo smarrito, condannato a strisciare fino al bordo dell’asfalto e a tornare indietro. Chissà che cosa pensa di questo punto sperduto nell’immensa savana in cui sono spuntati arbusti di cemento e stucco, fiumi di catrame nero, strani bovini con gli occhi illuminati da fari gialli, bipedi bamboleggianti sui tacchi a spillo o appollaiati su scranni di legno a tendere gli zoccoli verso una pezza sporca di fuliggine. </p>
<p><em>Sabato 9 giugno 2007</em></p>
<p>Noi intanto siamo preoccupati per la crisi di Suez, mentre Elvis Presley sta spopolando con un nuovo disco, <em>Loving You</em>, e in Italia la scomparsa del Grande Torino non è stata ancora assorbita. Adesso sono tutti entusiasti di Skoglund e del trio Gre-No-Li, e qualcuno trepida per le imprese del Legnano, della Spal e della Pro Patria di Busto Arsizio.<br />
No, non sto dando i numeri. Sono semplicemente piombato in una piazzetta di una città americana di provincia degli anni Cinquanta, senza rendermene conto. Una città del sud, uno di quei posti meravigliosamente inquietanti, pigramente congelati in una stasi apparente, sotto la cui corteccia tuttavia il sangue pulsa, raccontate da Faulkner o da Jim Thompson.<br />
Trinidad, la capitale del Beni, nel pieno della Foresta delle Amazzoni. Cuadras ritagliate da portici che si reggono su colonne scrostate, su cui si affacciano case basse, le finestre protette da sbarre arrugginite, l’umidità che scolla l’intonaco dalle facciate, a livello dei marciapiedi. Una canaletta corre per tutta lungo le strade raccogliendo acqua piovana e scoli domestici. In periferia, se di periferia può parlarsi, un’infinità di botteghe, stanzoni che danno sulla strada, ricoperti di stoffe, scarpe e vestiti di seconda mano o di marche contraffatte, giocattoli di plastica e prodotti per il bagno, quasi tutta merce che viene dal vicino Brasile, attraversando la frontiera fatta di fiume e di giungla, immune a qualsiasi imposta o controllo fiscale. E centinaia di studi legali, uno ogni dieci metri, in una città di centomila abitanti di cui almeno sessantamila abitano in case senza acqua corrente.<br />
Al centro, quest’altra piazza, di fronte alla Cattedrale bianca, Nuestra Señora de La Paz, con due torri squadrate. Di giorno ci sono quasi solo uomini, seduti sulle panchine a passarsi l’un l’altro i fogli dello stesso giornale, a chiacchierare lentamente, senza nemmeno girare la testa, le camicie a righine incollate sulle pance dall’umidità, o a guardare fissi davanti a sé senza dire una parola, immaginando o ricordando chissà che cosa. Mi sorprendo a pensare che per molti di loro l’universo finisce ai confini di questa piccola capitale, o al massimo dei suoi dintorni, e non so se questo pensiero mi faccia male o mi provochi un insondabile senso di invidia.<br />
Quando scende il tramonto la piazza cambia volto. Ronde di ragazze e ragazzi girano incessantemente attorno alla piazza in sella a motociclette e soprattutto motorini. In due su ogni sellino, continuano il loro carosello senza fermarsi, apparentemente senza obiettivo. Nella piazza altri coetanei li guardano, forse qualcuno li ammira, forse no, sono semplicemente abituati a questa messa in scena. Sono spuntati carretti che vendono gelati o pop-corn ed eccoli, a coppie o a piccoli gruppi, fare struscio con i coni o i cartocci, eccoli sedersi alle panchine, attorno a una strana statua che sembra fatta di plastilina bianca rassodata. Un gruppo di soldati che si arrampicano sui contrafforti delle Ande, così lontani da questa città amazzonica, impugnando le baionette e con gli zaini squadrati sulle spalle. Attorno, a ridosso delle aiole e delle palme, altre figure dello stesso materiale lucido e plastico, soldati indigeni con l’arco e le frecce, esploratori, eroi sconosciuti. Più al centro, una fontana con i delfini di fiume che gettano acqua a rivoli risicati.<br />
(Sono tornato qui tre mesi dopo le grandi inondazioni e ho ancora negli occhi la pianura completamente immersa, le cime dei grandi alberi e i tetti delle capanne che affioravano sull’acqua, le zattere che scivolavano lente con intere famiglie strette attorno a cumuli di coperte, bacinelle di plastica, una sedia di legno con una vecchia seduta sopra, malinconica regina circondata dalle onde rigonfie di fango marrone su cui galleggiavano rami secchi, frutta, un vestito celeste sfuggito chissà a chi).<br />
Una bimba corre sorreggendo quattro coni gelato, due per mano. La madre l’aspetta davanti alla chiesa, le passa un braccio sulle spalle e si allontana con lei. Alcune donne sciorinano sul mattonato giocattoli di plastica e bigiotteria. Nessuno compra niente, in tutto il tempo in cui resto a osservare la scena.<br />
A un vertice della piazza c’è una gelateria. I sedili lunghi di finta pelle color nocciola, slabbrati in più punti, i tavolini verdi di metallo inchiodati al pavimento, le due pareti ad angolo retto completamente aperte, uno spazio vuoto che dà direttamente sulla strada. Le pareti interne ricoperte di piastrelle consunte agli spigoli, cu cui sono appese vecchie tabelle con nomi e immagini di gelati che difficilmente troverò disponibili. Sono finito in una cremeria americana degli anni Cinquanta e tanto vale sprofondare contro la spalliera e in questo viaggio nel tempo.<br />
Guardiamo le palline di cioccolato smarrite negli alti bicchieri di vetro spesso, e non ci sembrano troppo invitanti. Però a due tavoli dal nostro è seduta una famiglia con i vestiti della festa, e la bimba ha appena ricevuto una coppa grande, con due o tre di quelle stesse palline di cioccolato e una spruzzata di panna, e adesso spalanca la bocca, fa smorfie buffissime in direzione dei genitori, sgranando gli occhioni di catrame per esprimere la propria indicibile felicità. Prende la ciliegia con la punta del cucchiaino e la cede al padre, poi affronta con lentezza il gelato, raschiandolo via sui lati, con parsimonia, come quando da piccoli si giocava in spiaggia scavando le falde di una montagnola di sabbia senza far cadere lo stecchino piantato sulla sommità. Non so se in Italia i bambini giochino ancora così, e se accolgano con lo stesso grato stupore una coppa di panna e cioccolato.</p>
<p><em>Domenica 10 giugno 2007</em></p>
<p>Puerto Almacén è un piccolo villaggio di pescatori a cinque chilometri dal centro di Trinidad, sul fiume Ibare, che a valle sfocia nel grande Mamoré, uno dei principali affluenti del Río delle Amazzoni. Il Mamoré, grandioso e terribile, la maestosa placida avenida d’acqua che pochi mesi fa è impazzita ed ha provocato il dramma delle inondazioni.<br />
Baracche di legno attorno a una stradina di fango grasso e perennemente umido. Due ristoranti che si fronteggiano. Piatti a base di surubí, un gigantesco pesce amazzonico che può sfiorare i tre metri di lunghezza e i cento chili di peso. Pavimento in terra battuta, tavolacci e sedie di legno scompagnate, grandi cartelloni dipinti a mano con immagini ingenue del mostro preso all’amo. Un maialino attraversa il borgo zampettando veloce, salutato dai bambini come la mascotte di tutti. Barconi di legno trasformati in case beccheggiano pigramente tra le canne e la riva bassa, pavesando panni stesi al sole come bandiere di un’armata pacifica e multicolore. Raggiungiamo la lancia del Papacho, il pescatore che ci accompagnerà sull’Ibare, più dentro che potremo, nel mezzo dell’Amazzonia.<br />
Il fiume scende lentissimo, quasi immobile, passando tra le radici pensili delle mangrovie e le fronde aggettanti degli alberi del Paradiso, della gomma o dei castagni tropicali. Le grida stridule di una tribù di scimmie <em>titi</em> dal mantello verde oliva, le lunghe sottili code ritorte sui dorsi, che si inseguono sui tronchi obliqui della giungla. Un airone enorme dal piumaggio grigio si stacca dall’invisibilità che lo avvolgeva sulla riva e attraversa il largo corso d’acqua, le lunghe zampe tese in orizzontale, il collo a zeta che sfiora la corrente come una forbice pronta al taglio. Quattro, cinque, sei bastoncini scuri emergono dall’acqua e al nostro passaggio si trasformano in altrettanti colli di anatre, seguiti dai corpi degli uccelli che si allontanano starnazzando lievi. Impalpabile alla vista, graffiante al tuffo, un martin pescatore aggiunge smalto d’azzurro al tono di fango del río Ibare.<br />
A tratti, sulle radici semisommerse, file ordinate di tartarughe si offrono immobili al sole, tendendo il collo rugoso perché gli occhietti rossi possano guardarsi attorno, in permanente allarme. Ed eccole che si tuffano, l’una dopo l’altra, già scomparse in un borbogliare di bollicine.<br />
E all’improvviso un colpo sordo, violento, sotto la chiglia piatta della lancia (di nuovo la memoria dei miei tempi africani, la meraviglia tinta di timore di fronte alla massa impressionante degli ippopotami, quando gli sfilavamo accanto in barca: ma qui non possono esserci ippopotami).<br />
Un guizzo mostruoso, l’ennesimo inverarsi di una leggenda alla quale fino ad oggi quasi non avevo osato credere. Perché è un’anaconda, una bestia antidiluviana che misurerà non meno di tre metri e mezzo e che nuota come un siluro cacciando un piccolo caimano, lungo forse un metro. Non c’è lotta, i nostri occhi umani fanno appena in tempo a cogliere l’immagine che già il mostro ha soffocato nelle sue spire l’altro rettile. Poi si dedica a inghiottirlo e digerirlo avvolto su se stesso, tra le spesse mangrovie.<br />
Finché, irritato dalla nostra presenza, esplode nuovamente nel trasformismo estremo, sciogliendo le sue curve, facendosi adesso osceno oboe con la massa intera del povero caimano a metà del tubo e la testa che sorprende per quant’è minuta e quasi cesellata, adesso minacciosa incantatrice, disposta a ipnotizzare prima d’essere ipnotizzata, infine violenta scintilla, fulmine sincopato che attraversa i duecento metri dall’una all’altra sponda nel tempo che a Michael Phelps sarebbe stato appena sufficiente a staccarsi dai blocchi di partenza.<br />
Ed è sparito, inghiottito a sua volta dalla foschia del mito che l’ha generato.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/21/el-boligrafo-boliviano-9/">El boligrafo boliviano 9</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/10/12/el-boligrafo-boliviano-19/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 19'>El boligrafo boliviano 19</a> <small> di Silvio Mignano 29 maggio 2008 Oltre la terrazza...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/27/el-boligrafo-boliviano-18/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 18'>El boligrafo boliviano 18</a> <small> di Silvio Mignano 20 gennaio e 4 maggio 2008...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/13/el-boligrafo-boliviano-17/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 17'>El boligrafo boliviano 17</a> <small>di Silvio Mignano 13 novembre 2007 Ovvero: io e le...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/06/14/el-boligrafo-boliviano-16/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 16'>El boligrafo boliviano 16</a> <small> di Silvio Mignano 8 novembre 2007 «Come si chiama...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/03/16/el-boligrafo-boliviano-14/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 14'>El boligrafo boliviano 14</a> <small> di Silvio Mignano 13 ottobre 2007 Sono tornato a...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/21/el-boligrafo-boliviano-9/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>El boligrafo boliviano 7</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/06/29/el-boligrafo-boliviano-7/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/06/29/el-boligrafo-boliviano-7/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 29 Jun 2007 12:10:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[Sucre]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2007/06/29/el-boligrafo-boliviano-7/</guid>
		<description><![CDATA[<p><br />
di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>Sabato 24 marzo 2007</em></p>
<p>A mezz’ora di automobile dal Cerro Rico, scendendo di due o trecento metri, ci si trova in una valle lunga e stretta ed è come passare dall’inferno al Paradiso. Un fiumicello si snoda a coda di serpente tra i prati, fiancheggiato da salici piangenti e perfino da cipressi toscaneggianti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/06/29/el-boligrafo-boliviano-7/">El boligrafo boliviano 7</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/05/sucre001.jpg' alt='sucre001.jpg' /><br />
di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>Sabato 24 marzo 2007</em></p>
<p>A mezz’ora di automobile dal Cerro Rico, scendendo di due o trecento metri, ci si trova in una valle lunga e stretta ed è come passare dall’inferno al Paradiso. Un fiumicello si snoda a coda di serpente tra i prati, fiancheggiato da salici piangenti e perfino da cipressi toscaneggianti. Vacche da latte al pascolo, piccole fattorie, un pastore che spinge a bordo strada un gregge di lama.<span id="more-3932"></span><br />
Entriamo nel cortile di una finca del XVI secolo, appartenuta per un certo tempo a una famiglia italiana. Oggi l’ultimo erede è un tedesco, un certo Schulz o qualcosa del genere, un omino tracagnotto con un gran nasone e folti peli che gli escono dalle narici. Ci fa visitare la casa come se si trattasse di un museo. Quadri spagnoli e fiamminghi del Seicento, affreschi italiani dell’Ottocento, una biblioteca fitta soprattutto di antichi testi di diritto romano ed ecclesiastico.<br />
«Lei è stato in Africa, vero?», mi dice, «Torni a trovarmi con più tempo, le racconterò le mie storie di caccia grossa».<br />
«Davvero?», rispondo, «E dove è stato, esattamente?».<br />
Il tedesco ride, con uno sguardo da vecchio satiro.<br />
«In realtà non mi sono mai mosso da qui. Però le assicuro che ho fatto molti safari. Caccia superiore. E caccia inferiore», e disegna nell’aria con le mani due generose curve ad anfora.<br />
In una sala nel sottotetto sono raccolte alcune armature dell’epoca coloniale, forse gli oggetti di maggior valore della collezione. L’omino stacca dalla parete uno spadone, lo impugna, poi mi passa una specie di daga cortissima e mi sfida all’impari duello. Sto al gioco e mi lascio disarmare, crollando a terra come un consumato attore.<br />
Il tedesco è raggiante, si volta verso Beatriz ed esclama: «Messere, è solo per gli occhi di questa bimba che non le do il colpo di grazia».<br />
Scendiamo nel salone e in mezzo a una serie di cactus da esposizione Schulz rivela la sua ammirazione per l’Italia: «Il suo paese ha dato all’umanità alcuni tra i più grandi tesori dell’umanità. Claudia Cardinale, ad esempio. E più tardi Ornella Muti».<br />
Al momento di congedarci il nostro anfitrione ha quasi gli occhi umidi.<br />
«Sa», mi dice, mentre si accarezza il petto carenato e una canottiera ingiallita fa capolino sotto il maglione di lana, «Prima di morire vorrei visitare Roma. Vedere la fontana di Trevi dove fece il bagno Anita Ekberg. Andare a comprarmi uno di quei meravigliosi completi che indossava Marcello Mastroianni».<br />
Ci salutiamo.<br />
Il vecchio Schulz, in piedi sotto l’arco d’ingresso del cortile, agita la mano e continua a mormorare: «Marcello Mastroianni».</p>
<p><em>Domenica 25 marzo 2007</em></p>
<p>Davanti ai cancelli del cimitero monumentale di Sucre, la vera capitale della Bolivia, una stola di fiori di un rosso intenso e di un lilla profondo si srotola sulle bancarelle delle venditrici. Una vecchia si affaccia dietro un carretto di frittelle, il suo naso adunco sporge dallo spigolo di latta bianca e disegna un quadro di Kandinsky. Una bimba di tre anni attraversa il viale sgusciando tra i camion e le jeep, avvolta in un’immunità misteriosa, come se fosse intoccabile, incurante di una materia alla quale non appartiene.<br />
Un ragazzino mi si avvicina e mi propone di farmi da guida per la visita. Rifiuto gentilmente l’offerta, di solito non mi piace affidarmi a nessuno, preferisco guardare le cose con i miei occhi, forte delle notizie che ho già letto, chiudendomi in fondo in un solipsismo di cui faccio fatica ad accorgermi. Poi ci ripenso, spinto da chissà quale istinto, e torno sui miei passi. Un altro ragazzo, più intraprendente, mi taglia la strada e mi strattona, spingendomi verso l’arco neoclassico sormontato dalla grande scritta HODIE MIHI CRAS TIBI. Il primo è rimasto indietro e protesta timidamente, quasi con le lacrime agli occhi. Gliel’avevo chiesto prima io, dice con un filo di voce. Mi scuoto. Ha ragione, confermo. Allora lui sorride e mi raggiunge di corsa, mentre l’usurpatore batte in ritirata. </p>
<p>Entriamo nel cimitero. Lunghi viali diritti, siepi curate, alberi secolari, file di cappelle e mausolei, statue in marmo di Carrara che fanno capolino dietro le ringhiere in ferro battuto. Un bambino cammina a fatica, quasi sbandando sotto il peso di un’altissima scala a pioli che afferra con le manine e porta in giro come uno stendardo. Due vecchie quechua si danno le spalle, sedute sulla stessa panchina, masticando lentamente da due cartocci identici di banane fritte.<br />
La mia intuizione si è rivelata preziosa. Il ragazzino è straordinario. Sceglie con sicurezza un punto nella geografia delle tombe, si mette quasi sull’attenti, gli occhi socchiusi, il mento proteso, aspira profondamente, poi snocciola una serie di notizie con voce ispirata, in uno stile delizioso, a metà tra la pomposa retorica di uno storico risorgimentale e la narrazione di un cantastorie antico che abbia fatto in tempo a conoscere i capolavori del realismo magico.<br />
«Nel primo mausoleo riposano le spoglie mortali del presidente della bella Repubblica di Bolivia don Aniceto Arce Álvarez Ruiz, morto un 14 di agosto del 1906. Sposatosi con donna Amalia Argan de Arce, sorella del principe Francisco Argandoña. Don Aniceto Arce Álvarez Ruiz nacque a Tarija un 17 aprile del 1824. Fu un importante industriale minerario e volle realizzare una via ferrata che unisse le miniere boliviane al porto di Arica, nel perduto litorale della bella Repubblica di Bolivia, e all’inaugurarla pose un ultimo chiodo di oro zecchino, e la ferrovia risplendette. Fece edificare presso la città di Cochabamba un ponte che ancora reca il suo nome. Don  Aniceto Arce Álvarez Ruiz fu il ventiduesimo Presidente della bella Repubblica di Bolivia dal 15 agosto 1888 all’11 agosto 1892. Nacque a Tarija un 17 di aprile del 1824 e morì un 14 di agosto del 1906. Le sue spoglie mortali riposano eternamente nel cimitero monumentale della città di Sucre, la cità bianca, capitale costituzionale della Bolivia».<br />
Serio, compreso nel suo ruolo, il ragazzo abbassa la testa e si mette in marcia come un soldatino, imboccando il vialetto che dà su un catafalco di bronzo e granito: «Questo monumento accoglieva le spoglie mortali del Generale Manuel Ascencio Padilla, eroe dell’indipendenza boliviana, che oggi riposano in un’urna nel Palazzo della Libertà, qui, nella città di Sucre chiamata anche Chuquisaca o la città bianca, capitale della bella Repubblica di Bolivia. Don Manuel Ascencio Padilla nacque a Chayanta un 28 settembre del 1774, fu eroe indomito insieme alla moglie, la fiera e affascinante donna Juana Azurduy, che egli sposò a Chuquisaca, oggi Sucre, nell’anno 1805. Il Generale Ascencio Padilla combatté nelle più importanti battaglie tra il 1811 e il 1816, gettando nello sconforto l’esercito colonialista a Guaqui, Tucumán e Salta. Caduto in battaglia a El Villar in un triste 14 settembre del 1816, donna Juana Azurduy continuò a combattere sguainando la sciabola del generale e correndo tra le file nemiche con la testa dell’ineguagliabile sposo sotto il braccio, così incutendo rispetto e seminando terrore tra i soldati dell’esercito del Re di Spagna. Le spoglie dell’eroe sono state trasportate l’11 marzo 2006 nel Palazzo della Libertà, e lì possano riposare insieme ai resti della sposa. Il Generale Manuel Ascencio Padilla nacque un 28 settembre del 1774 e morì un 14 settembre del 1816».</p>
<p>Dopo altre tombe, altre sculture, altri eroi e Presidenti, dopo aver pagato con piacere il ragazzino, mi avvio verso l’uscita. Lo vedo ancora in piedi al centro di un viale allagato dal sole che a duemilaottocento metri è meno crudele che sull’altopiano. Un’ombra sagomata si disegna ai suoi piedi, mentre un barbaglio violento rimbalza da una statua di bronzo.<br />
Mi volto. Mi sembra che dai vialetti laterali un esercito di personaggi severi e dignitosi prenda corpo e mi venga incontro. Brandiscono sciabole, soppesano chiodi dorati sul palmo della mano, aprono enormi libri o scuotono la polvere da alti cappelli a cilindro. Mi giro ancora. Il ragazzino non c’è più, al suo posto una donna cieca avanza guidandosi con il lungo bastone bianco e stringendo nell’altra mano due coni gelato alla vaniglia.</p>
<p>Sucre, la città bianca. Strade ordinate, parchi puliti, begli edifici coloniali, una successione di arcate torrette guglie porticati. A sera sono salito sui tetti del convento di San Filippo Neri. Passeggiando sulle tegole rosse, attento a non perdere l’equilibrio, ho aspettato che il sole scendesse dietro i contrafforti delle Ande, verso Potosí, e che un verdazzurro perlaceo operasse una magica metamorfosi sulla materia dei campanili e delle balaustre, mentre in alto sorgeva una luna piccola, come un palloncino perdutosi troppo lontano, forse la stessa luna che mi aveva seguito a Basilea, tra i ponti sul Reno. L’intonaco bianco si è fatto alabastro traslucido, cristallo di zucchero, guscio di ciprea, pietra pomice, affilato osso di balena. Mi sono afferrato al miraggio, pensando che a volte la speranza è nell’equivoco. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/06/29/el-boligrafo-boliviano-7/">El boligrafo boliviano 7</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/12/28/el-boligrafo-boliviano-20/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 20'>El boligrafo boliviano 20</a> <small>di Silvio Mignano Trovate il perimetro dell’allegria, la superficie della...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/04/15/el-boligrafo-boliviano-15/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 15'>El boligrafo boliviano 15</a> <small> di Silvio Mignano 12 agosto e 7 ottobre 2007...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/02/19/el-boligrafo-boliviano-13/' rel='bookmark' title='El Boligrafo Boliviano 13'>El Boligrafo Boliviano 13</a> <small> di Silvio Mignano 18 agosto 2007 Ognuno porta con...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/09/21/el-boligrafo-boliviano-9/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 9'>El boligrafo boliviano 9</a> <small> di Silvio Mignano Venerdì 8 giugno 2007 La piazza...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/04/12/el-boligrafo-boliviano-1/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 1'>El boligrafo boliviano 1</a> <small>Una nota di Gianni Biondillo sul diario andino di Silvio...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2007/06/29/el-boligrafo-boliviano-7/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>El boligrafo boliviano 1</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/12/el-boligrafo-boliviano-1/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/12/el-boligrafo-boliviano-1/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 12 Apr 2007 13:07:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[Diario]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Mignano]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2007/04/12/el-boligrafo-boliviano-1/</guid>
		<description><![CDATA[<p><em>Una nota di</em> Gianni Biondillo <em>sul diario andino di</em> <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p>Ho conosciuto Silvio Mignano in una di quelle manifestazioni di provincia dedicate agli scrittori che, ho scoperto nel tempo, sono sempre più un modo non solo per farsi conoscere ai lettori ma anche un modo per conoscersi a vicenda.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/04/12/el-boligrafo-boliviano-1/">El boligrafo boliviano 1</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Una nota di</em> Gianni Biondillo <em>sul diario andino di</em> <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p>Ho conosciuto Silvio Mignano in una di quelle manifestazioni di provincia dedicate agli scrittori che, ho scoperto nel tempo, sono sempre più un modo non solo per farsi conoscere ai lettori ma anche un modo per conoscersi a vicenda. Io di lui non avevo letto nulla. Silvio, non me l’ha mai confessato, sono certo che già mi avesse letto, ma per evitare di mettermi in una situazione imbarazzante ha fintamente ammesso di non conoscermi. A tavola, dopo l’incontro pubblico, abbiamo chiacchierato un po’ di tutto. Così nel volgere di poche ore è nata una simpatia naturale per questo mio coetaneo dall’accento indefinibile (ed io ho una certa ossessione per gli accenti, i dialetti, le parlate), e dai romanzi curiosi, ambientati in Africa, nel Centro America, in posti così poco usi dalla nostra letteratura… “E’ che sono sempre in giro per lavoro”, mi ha detto, come fosse un rappresentante di chissà quale azienda. C’era anche sua moglie, una bella e dolce ragazza, incinta, che teneva a bada una bimba graziosissima. Si è parlato di figli. Cosa così rara fra gli scrittori che appena ne conosco uno con prole dimentico di parlare di libri e passo immantinente ai pannolini!<br />
&#8220;Ma si può sapere che lavoro fai&#8221;, gli ho chiesto, ad un certo punto. Quasi intimidito ha ammesso di essere un diplomatico. Prima è stato in Kenia, poi a Cuba dove ha conosciuto sua moglie, ora era a Basilea. A fare che? “Il console”, con un sorriso imbarazzato.<span id="more-3590"></span><br />
Pochi mesi dopo ci siamo rivisti, proprio a Basilea, invitato ad un incontro pubblico. Ho portato con me la mia famiglia, abbiamo pranzato assieme, con le bimbe che saltellavano in giro per la casa. Silvio ha regalato un libro di fiabe scritto da lui, e da lui illustrato, a mia figlia. E poi a me una sua raccolta di poesie. La sua scrittura, intendo proprio la calligrafia, sapeva di antico, di nobile.<br />
Nei mesi appresso ci siamo scritti, nei limiti degli impegni di tutti noi. Mi sono felicitato per la nascita del suo secondogenito, ci siamo mandati gli auguri di Natale. Poi, come nulla fosse, con quella semplicità che gli invidio, col suo modo sussurrato, mi ha comunicato il cambio di indirizzo email. “Ma dove diavolo l’hanno mandato”, mi sono chiesto, leggendo il dominio curioso della nuova email. Gliel’ho chiesto. “In Bolivia”, mi ha detto. Accidenti. Insomma, quasi estorcendoglielo, mi ha  confessato di essere il nuovo ambasciatore italiano in Bolivia. Non solo, aggiungo io. Il più giovane ambasciatore della storia repubblicana nazionale (questa è una cosa che, ora che l’ho scritta, so che lo farà arrossire).<br />
Da qualche mese manda dei “bollettini boliviani” ad una stretta cerchia di amici. Un suo diario, un suo modo di tenere la barra, di fare memoria, per un uomo che non ha più, da anni, una casa dove tornare, la sera.<br />
Quello che ho capito, nel tempo, è che a Silvio le cose gliele devi un po’ strappare di mano. L’ho fatto. Gli ho chiesto il permesso di pubblicare questo suo diario su Nazione Indiana, a puntate. C’è una tradizione di diplomatici letterati in Italia (il primo che mi viene in mente è il mio adorato Dossi) che Mignano sta mantenendo viva e che mi fa piacere condividere con voi.<br />
Qui di seguito c&#8217;è la prima puntata.</p>
<p><em><strong>El boligrafo boliviano</strong></em>
<ol>
<em>20 gennaio 2007</em></ol>
<p>Eccoci a La Paz, atterrati all&#8217;aeroporto del Alto alle 23,50 di venerdì 19 gennaio dopo un defatigante viaggio Basilea-Zurigo-Madrid-Lima. Bellissima l&#8217;immagine che ci ha accolti al Callao, la flotta peschereccia, le grandi sagome inquadrate dal finestrino dell&#8217;aereo tra la spiaggia grigia, le onde piatte del Pacifico, il disco rosso del sole morente. Invece le luci de La Paz, viste dall&#8217;aereo in discesa notturna (una delle mie fissazioni), non sono poi così diverse da quelle di qualsiasi altra città del mondo, nel loro consueto alternarsi di arancio e biancoblù su un monotono fondo nero che nulla rivela.<br />
Quando il portellone si è aperto, abbiamo fatto tutto quello che ci era stato raccomandato in questi mesi: alzarsi lentamente, camminare con cautela, attraversando il corridoio dell&#8217;aereo come farebbe un anziano in quello di una casa di riposo, aspettare prima di compiere sforzi bruschi, ad esempio afferrare dalla cappelliera il solito bagaglio a mano pieno zeppo di libri.<br />
Ma non è successo niente, nemmeno un mal di testa, nulla più di quanto ci si potesse aspettare dopo quindici ore di volo.<br />
La macchina dell&#8217;ambasciata ha attraversato le vie del Alto ancora illuminate da lampioni aranciati, da un bagno di luna e da un soffuso chiarore che sembrava generarsi dall&#8217;acciottolato fitto delle strade. Sfilavano case basse quasi tutte uguali, facciate di mattoni rossi incompiute, una città vagamente spettrale ma soffusa &#8211; come dirvi? &#8211; di un&#8217;aria buona che emanava dalla gente (tanta) ancora in piedi a quell&#8217;ora di notte, alcuni attorno a carretti che vendevano da mangiare, altri seduti davanti alle porte di casa o sul bordo basso del marciapiedi. Slogan politici tracciati a mano sui muri, insegne casarecce di officine, tavole calde, rivendite di auto o di pollame, pochi manifesti. Pulizia, un&#8217;impressione onesta e vagamente triste di pulizia.<br />
Quattromila ottanta metri, mi ripetevo.<br />
Poi la strada si è messa a scendere brusca, come il movimento dell&#8217;acqua nel sifone di un lavabo. Ampie curve in senso antiorario ci trascinavano verso il fondo della valle. A un certo punto uno scorcio panoramico, l&#8217;immagine mozzafiato della città capovolta, caduta nella conca sette-ottocento metri più giù.<br />
E&#8217; strano essere accompagnati nella vettura numero uno dell&#8217;ambasciata, sentirsi chiamare ambasciatore a ogni pie&#8217; sospinto, a cominciare dal secondo segretario del Cerimoniale boliviano che ci ha accolti in aeroporto. E&#8217; strano arrivare in residenza, aspettare che il poliziotto dia il via libera all&#8217;apertura del cancello e venga poi a congedarsi e a farsi dire che tutto era perfetto, muchísimas gracias. E&#8217; strano trovare il personale di casa che ti attende schierato in uniforme come la forza di una caserma che presenti le armi.<br />
Alla fine della nottata, prima di andare a dormire, ci siamo bevuti il nostro primo mate di coca.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/04/12/el-boligrafo-boliviano-1/">El boligrafo boliviano 1</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/10/03/intervista-a-giancarlo-de-cataldo/' rel='bookmark' title='Intervista a Giancarlo De Cataldo'>Intervista a Giancarlo De Cataldo</a> <small> di Gianni Biondillo [allego qui la versione estesa di...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/12/19/larte-della-dimenticanza/' rel='bookmark' title='L&#8217;arte della dimenticanza'>L&#8217;arte della dimenticanza</a> <small> di Andrea Inglese Io ho sempre voluto dimenticare. Il...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/11/05/parlando-di-scrittura-con-john-banville/' rel='bookmark' title='Parlando di scrittura con John Banville'>Parlando di scrittura con John Banville</a> <small> di Gianni Biondillo [Questa chiacchierata con John Banville, che...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/04/15/el-boligrafo-boliviano-15/' rel='bookmark' title='El boligrafo boliviano 15'>El boligrafo boliviano 15</a> <small> di Silvio Mignano 12 agosto e 7 ottobre 2007...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/02/25/la-vita-immaginaria/' rel='bookmark' title='La vita immaginaria'>La vita immaginaria</a> <small> di Sergio Soda Star a gucci sono preda delle...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/12/el-boligrafo-boliviano-1/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>19</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

<!-- Dynamic page generated in 2.662 seconds. -->
<!-- Cached page generated by WP-Super-Cache on 2012-02-12 20:06:35 -->
<!-- Compression = gzip -->
