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	<title>Nazione Indiana &#187; Bolzaneto</title>
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		<title>Tortura di Stato</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Mar 2008 15:23:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>(Dal <a href="http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/g8-genova-2/notte-democrazia/notte-democrazia.html">sito di &#8220;Repubblica&#8221;</a>)</em><br />
<strong><br />
Le violenze impunite del lager Bolzaneto</strong></p>
<p>di <strong>GIUSEPPE D&#8217;AVANZO</strong><br />
C&#8217;ERA anche un carabiniere &#8220;buono&#8221;, quel giorno. Molti &#8220;prigionieri&#8221; lo ricordano. &#8220;Giovanissimo&#8221;. Più o meno ventenne, forse &#8220;di leva&#8221;. Altri l&#8217;hanno in mente con qualche anno in più.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/17/tortura-di-stato/">Tortura di Stato</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Dal <a href="http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/g8-genova-2/notte-democrazia/notte-democrazia.html">sito di &#8220;Repubblica&#8221;</a>)</em><br />
<strong><br />
Le violenze impunite del lager Bolzaneto</strong></p>
<p>di <strong>GIUSEPPE D&#8217;AVANZO</strong><br />
C&#8217;ERA anche un carabiniere &#8220;buono&#8221;, quel giorno. Molti &#8220;prigionieri&#8221; lo ricordano. &#8220;Giovanissimo&#8221;. Più o meno ventenne, forse &#8220;di leva&#8221;. Altri l&#8217;hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di &#8220;sospensione dei diritti umani&#8221;, ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell&#8217;amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere &#8220;buono&#8221; diceva ai &#8220;prigionieri&#8221; di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell&#8217;acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.<br />
<span id="more-5520"></span><br />
Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato &#8211; contro i 45 imputati &#8211; che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 &#8220;fermati&#8221; e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.</p>
<p>Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista&#8230;). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che &#8220;soltanto un criterio prudenziale&#8221; impedisce di parlare di tortura. Certo, &#8220;alla tortura si è andato molto vicini&#8221;, ma l&#8217;accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.</p>
<p>Il reato di tortura in Italia non c&#8217;è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo &#8211; né avvertito il dovere in venti anni &#8211; di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell&#8217;Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d&#8217;uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l&#8217;abuso di ufficio, l&#8217;abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell&#8217;indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).</p>
<p>Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa &#8220;degli altri&#8221;, di quelli che pensiamo essere &#8220;peggio di noi&#8221;. Quel &#8220;buco&#8221; ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che &#8211; per tre giorni &#8211; ci è già appartenuta.</p>
<p>Nella prima Magna Carta &#8211; 1225 &#8211; c&#8217;era scritto: &#8220;Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese&#8221;. Nella nostra Costituzione, 1947, all&#8217;articolo 13 si legge: &#8220;La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà&#8221;</p>
<p>La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un&#8217;accorta gestione, si sono voluti cancellare i &#8220;luoghi della vergogna&#8221;, modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l&#8217;idea di farne un &#8220;Centro della Memoria&#8221; a ricordo delle vittime dei soprusi. C&#8217;è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i &#8220;carcerieri&#8221; accompagnavano l&#8217;arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come &#8220;Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!&#8221;, cori di &#8220;Benvenuti ad Auschwitz&#8221;.</p>
<p>Dov&#8217;era il famigerato &#8220;ufficio matricole&#8221; c&#8217;è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come &#8220;Morte agli ebrei!&#8221;, ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.</p>
<p>Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l&#8217;ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l&#8217;ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).</p>
<p>A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: &#8220;Allora, non li vuoi vedere tanto presto&#8230;&#8221;. A un&#8217;altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l&#8217;avvocato. Minacciano di &#8220;tagliarle la gola&#8221;. M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: &#8220;Vengo a trovarti, sai&#8221;. Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti &#8211; gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra &#8211; e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni &#8220;per accertare la presenza di oggetti nelle cavità&#8221;.</p>
<p>Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i &#8220;prigionieri&#8221; di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono &#8211; 55 &#8220;fermati&#8221;, 252 &#8220;arrestati&#8221; &#8211; sono approssimativi. Meno imprecisi i &#8220;tempi di permanenza nella struttura&#8221;. Dodici ore in media per chi ha avuto la &#8220;fortuna&#8221; di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia &#8220;media&#8221; &#8211; prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera &#8211; è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all&#8217;ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.</p>
<p>È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le &#8220;posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa&#8221;. La &#8220;posizione del cigno&#8221; &#8211; in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro &#8211; è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell&#8217;attesa di poter entrare &#8220;alla matricola&#8221;. Superati gli scalini dell&#8217;atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della &#8220;posizione&#8221; peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella &#8220;posizione della ballerina&#8221;, in punta di piedi.</p>
<p>Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato &#8220;entro stasera vi scoperemo tutte&#8221;; agli uomini, &#8220;sei un gay o un comunista?&#8221; Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: &#8220;viva il duce&#8221;, &#8220;viva la polizia penitenziaria&#8221;. C&#8217;è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un &#8220;trauma testicolare&#8221;. C&#8217;è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza. A.</p>
<p>D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella &#8220;posizione della ballerina&#8221;. Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano &#8220;di rompergli anche l&#8217;altro piede&#8221;. Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. &#8220;Comunista di merda&#8221;. C&#8217;è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di &#8220;non picchiarlo sulla gamba buona&#8221;. I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.</p>
<p>Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: &#8220;Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?&#8221;. S. D. lo percuotono &#8220;con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi&#8221;. A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: &#8220;Troia, devi fare pompini a tutti&#8221;, &#8220;Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte&#8221;. S. P. viene condotto in un&#8217;altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e &#8220;a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania&#8221;. J. S., lo ustionano con un accendino.</p>
<p>Ogni trasferimento ha la sua &#8220;posizione vessatoria di transito&#8221;, con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C&#8217;è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.</p>
<p>In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l&#8217;altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: &#8220;I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone&#8221;. Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni. P.</p>
<p>B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: &#8220;E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci&#8221;. Poi un&#8217;agente donna gli si avvicina e gli dice: &#8220;È carino però, me lo farei&#8221;. Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell&#8217;unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all&#8217;accompagnatore. Che sono spesso più d&#8217;uno e ne approfittano per &#8220;divertirsi&#8221; un po&#8217;.</p>
<p>Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, &#8220;arrangiandosi così&#8221;. A. K. ha una mascella rotta. L&#8217;accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto &#8220;se è incinta&#8221;. Nel bagno, la insultano (&#8220;troia&#8221;, &#8220;puttana&#8221;), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: &#8220;Che bel culo che hai&#8221;, &#8220;Ti piace il manganello&#8221;.</p>
<p>Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché &#8220;puzzano&#8221; dinanzi a medici che non muovono un&#8217;obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato &#8220;strattonato e spinto&#8221;.</p>
<p>Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con &#8220;questo è pronto per la gabbia&#8221;. Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di &#8220;trofei&#8221; con gli oggetti strappati ai &#8220;prigionieri&#8221;: monili, anelli, orecchini, &#8220;indumenti particolari&#8221;. È il medico che deve curare L. K.</p>
<p>A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un&#8217;iniezione. Chiede: &#8220;Che cos&#8217;è?&#8221;. Il medico risponde: &#8220;Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!&#8221;. G. A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All&#8217;arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c&#8217;è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due &#8220;fino all&#8217;osso&#8221;. G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede &#8220;qualcosa&#8221;. Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare.</p>
<p>Per i pubblici ministeri, &#8220;i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria&#8221;.</p>
<p>Non c&#8217;è ancora un esito per questo processo (arriverà alla vigilia dell&#8217;estate). La sentenza definirà le responsabilità personali e le pene per chi sarà condannato. I fatti ricostruiti dal dibattimento, però, non sono più controversi. Sono accertati, documentati, provati. E raccontano che, per tre giorni, la nostra democrazia ha superato quella sempre sottile ma indistruttibile linea di confine che protegge la dignità della persona e i suoi diritti. È un&#8217;osservazione che già dovrebbe inquietare se non fosse che &#8211; ha ragione Marco Revelli a stupirsene &#8211; l&#8217;indifferenza dell&#8217;opinione pubblica, l&#8217;apatia del ceto politico, la noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si sono macchiate di quei crimini appaiono, se possibile, ancora più minacciose delle torture di Bolzaneto.</p>
<p>Possono davvero dimenticare &#8211; le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato &#8211; che per settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la &#8220;dimensione dell&#8217;umano&#8221; di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre &#8220;con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l&#8217;etica, con l&#8217;identica allergia alla coerenza&#8221;?</p>
<p><em>(17 marzo 2008)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/17/tortura-di-stato/">Tortura di Stato</a></p>
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		<title>Genova non è finita 2</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/10/26/genova-non-e-finita-2/</link>
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		<pubDate>Fri, 26 Oct 2007 13:20:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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<p>di <strong>Blicero</strong></p>
<p>Sapevo che ottobre non sarebbe stato un mese entusiasmante per seguire i processi genovesi, ma saperlo non aiuta a reprimere le emozioni che ascoltare ogni martedì e ogni venerdì i pubblici ministeri Anna Canepa e Andrea Canciani mi provoca.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/26/genova-non-e-finita-2/">Genova non è finita 2</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/genova.jpg" /></p>
<p>di <strong>Blicero</strong></p>
<p>Sapevo che ottobre non sarebbe stato un mese entusiasmante per seguire i processi genovesi, ma saperlo non aiuta a reprimere le emozioni che ascoltare ogni martedì e ogni venerdì i pubblici ministeri Anna Canepa e Andrea Canciani mi provoca. Il mese di ottobre è stato il mese che i pm si sono presi per rileggere i fatti di Genova a modo loro, per riuscire a presentare al mondo la loro versione della storia, la loro versione della verità, dei torti e delle ragioni. Non c&#8217;è bisogno di dire che non è la stessa che ho vissuto io. O voi.<span id="more-4675"></span><br />
Le loro conclusioni sono più eloquenti di ogni altra cosa: &#8220;chiamiamo genova per quello che è stata, devastazione e saccheggio.&#8221; In termini di richiesta di condanna vuol dire pene dai 6 ai 16 anni per le 25 persone che l&#8217;accusa di Genova ha ritenuto responsabili di tutto ciò che è accaduto a Genova. Vuol dire che persone che sono ritratte in decine di foto mentre non fanno nulla o tutt&#8217;al più lanciano due sassi dovrebbero essere condannate secondo l&#8217;accusa di Genova a tanti anni quanto la Franzoni per aver ammazzato suo figlio piccolo. Il bello è che mentre parlano i pm si vede che si sentono i portatori di una nuova morale nelle lande devastate e saccheggiate della storia italiana.<br />
Una nuova interpretazione del diritto che si riassume nella frase: &#8220;la responsabilità morale in questi casi è più importante della responsabilità materiale&#8221;. Quanti di voi si sentono &#8220;moralmente&#8221; responsabili di Genova? o anche solo &#8220;politicamente responsabili&#8221;? Ecco, tutti noi, tutti, secondo questi pm dovremmo essere imputati di un reato che risale all&#8217;anteguerra e che dovrebbe portarci anni in galera. Tanti anni.<br />
Una nuova interpretazione della storia e del buon senso quando Canepa e Canciani si soffermano su quei giorni: &#8220;le persone hanno deliberatamente scelto di proseguire gli scontri. Dopo la prima carica contro le tute bianche, ad esempio, che comunque e&#8217; stata breve e non particolarmente violenta, potevano sempre tornarsene indietro e eventualmente denunciare le violenze di cui sono stati testimoni&#8221;. Oppure: &#8220;le forze dell&#8217;ordine possono aver sbagliato a decidere la carica, ma quando hanno deciso, hanno agito coerentemente e non particolarmente male&#8221;. E ancora: &#8220;alla fine dobbiamo ricordare che i cassonetti le persone li hanno messi in strada ben prima che i blindati caricassero a folle velocità, cosa che comunque è avvenuta solo due o tre volte&#8221;. I pm, gli uomini nuovi della verità e della giustizia, stanno minimizzando tutto quello che hanno combinato le forze dell&#8217;ordine in una delle loro più note e più terribili debacle.<br />
Il colmo lo raggiungono quando per lavarsi la coscienza, i pm si auspicano che &#8220;la medesima severità che stiamo chiedendo sia usata nei confronti dei massacri compiuti dalle forze dell&#8217;ordine e che vanno condannati&#8221;. Penso che il problema sia di intendersi sul termine massacro, e forse anche sul termine ordine. Perché secondo i pm quelli compiuti sotto i portici di via Gastaldi a Genova, o nel cortiletto della Metalfer, o durante la carica di via Tolemaide, o il sabato pomeriggio sul lungo mare, non sono massacri, ma legittime cariche per disperdere i facinorosi. E sempre secondo i pm &#8220;tutela dell&#8217;ordine pubblico&#8221; vuol dire anche quello che si è fatto a genova, &#8220;forse era meglio lasciare tutto in mano ai manifestanti, qualcuno ci vorrà dire!&#8221; &#8211; ha gridato Canciani. Io penso per un&#8217;istante che se fosse stato lasciato fare ai manifestanti ci si sarebbe limitati a un po&#8217; di reati contro il patrimonio. E continuo a pensare che qualche vetrina spaccata, qualche auto bruciata, non valgano la vita di una persona.<br />
Perché continuo ad arrovellarmi e non riesco a capire come si possa mettere le cose sullo stesso piano. Come sia possibile che i pm che hanno raccolto la testimonianza di Placanica, continuino a ritenere legittimo quell&#8217;atto e non la resistenza di centinaia di migliaia di persone. Come sia possibile che uno dei pm chiamati mentre si stava procedendo alla operazione alla Diaz, abbia il coraggio di chiedere giustizia per quella notte. Perché poi il vero problema è che questi pm sanno benissimo che i reati con cui si stanno imputando i poliziotti nel processo Diaz si prescriveranno nel 2009, come anche quelli del processo di Bolzaneto, mentre il reato dell&#8217;articolo 419 del codice penale, devastazione e saccheggio, si prescriverà nel 2024. E sanno anche che non esiste il reato di massacro, o anche solo la volontà di trasformare delle condanne in qualcosa di realistico e politicamente significativo.<br />
Per settimane ho passato e ripassato questi pensieri, accorgendomi che tutti intorno a me continuano a pensare che un delitto contro una cosa è peggio di un delitto contro una persona, e che per questo 25 persone, prese a caso tra 300.000 manifestanti paghino per tutti.<br />
Chiamiamo Genova per quello che è stata: una rivolta; qualcosa che ha gelato il sangue nelle vene del potere. E l&#8217;acrimonia dei pm nella loro requisitoria finale, la loro voglia di passare alla storia e di punire severamente chi sono riusciti a trovarsi per le mani, è la testimonianza più efficace della voglia di vendetta che anima chi si sente il cuore e il guardiano di un sistema che chi era a Genova voleva combattere.<br />
Non è ancora troppo tardi per far sentire la nostra voce e dimostrare che Genova non è finita.</p>
<p>[<em>un appello <a href="http://www.supportolegale.org/?q=node/1164">qui</a></em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/26/genova-non-e-finita-2/">Genova non è finita 2</a></p>
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		<title>Genova non è finita 1</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Oct 2007 11:03:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>[<em>ho chiesto a Blicero, di</em> <a href="http://supportolegale.org">Supportolegale</a>, <em>un aggiornamento (più o meno) settimanale sui processi che si stanno svolgendo a Genova sui noti fatti del G8. Questo è il suo primo dispaccio. G.B.</em>]</p>
<p></p>
<p>di <strong>Blicero</strong></p>
<p>Sono passati sei anni dal G8 di Genova, e ogni volta parlarne per cercare di dare un&#8217;idea di quello che ha significato e di quello che significa ancora oggi diventa sempre più difficile.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/01/genova-non-e-finita-1/">Genova non è finita 1</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>ho chiesto a Blicero, di</em> <a href="http://supportolegale.org">Supportolegale</a>, <em>un aggiornamento (più o meno) settimanale sui processi che si stanno svolgendo a Genova sui noti fatti del G8. Questo è il suo primo dispaccio. G.B.</em>]</p>
<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/pestaggio.jpg' alt='pestaggio.jpg' /></p>
<p>di <strong>Blicero</strong></p>
<p>Sono passati sei anni dal G8 di Genova, e ogni volta parlarne per cercare di dare un&#8217;idea di quello che ha significato e di quello che significa ancora oggi diventa sempre più difficile. I giorni di Genova e le loro conseguenze sono un evento estremamente complesso, dai chiaroscuri ancora tutti da definire, un pezzo di storia ancora poco digerito sia da chi lo ha vissuto sia da chi vorrebbe assumersi la responsabilità di includerlo o escluderlo dalle storiografie ufficiali.<br />
Genova è ancora viva, non solo nella nostra memoria, che dimentica fin troppo in fretta, ma anche nel lavoro quotidiano che diverse persone &#8211;  sempre troppo poche – svolgono quotidianamente seguendo i processi che rappresentano una delle responsabilità più gravose di quei giorni.<br />
I processi stanno arrivando alla loro conclusione (intorno a questo inverno). Questo primo dispaccio vuole essere un modo per familiarizzare i lettori di questo blog con la densità che gli eventi di Genova ancora hanno nella nostra vita di tutti i giorni.  Genova è tutti i giorni. <span id="more-4537"></span></p>
<p><em>Lunedì</em>.<br />
Mi sveglio alle sei e mezza, prendo il treno da Milano per Genova alle sette e dieci, in mezzo a pendolari con l&#8217;aria stralunata, e gente che torna da una notte insonne di lavoro più o meno legale e disperato. Nonostante la tratta sia di soli centoventi chilometri, ogni volta chi prende quei vagoni deve subire la frustrazione di venti minuti minimo di ritardo all&#8217;arrivo, inspiegabili e inspiegati dagli addetti delle ferrovie dello stato. Litigare non ha più neanche senso quando capisci che è un problema strutturale. Almeno ho l&#8217;abbonamento, penso con rassegnazione.<br />
Arrivato a Principe prendere il 35 e scendere in De Ferrari o farsi a piedi tutta via Balbi fino all&#8217;Annunziata, via Cairoli e Fontane Marose, fino a sfruttare il passaggio pedonale dietro il teatro, sono più o meno equivalenti dal punto di vista cronometrico. Alla fine la decisione ha sempre una forte componente gastrometereologica. Per le nove e trenta entro in Tribunale a Genova, di fronte alla statua del Balilla che lancia un sasso contro le soverchianti forze della repressione, e scendo negli inferi dell&#8217;aula bunker, praticamente prenotata in pianta stabile per i processi del G8.<br />
Oggi c&#8217;è la prima udienza del processo sui fatti di Bolzaneto, dopo i due mesi di ferie di giudici e avvocati: 45 persone tra poliziotti, agenti della DIGOS, agenti della penitenziaria, medici, infermieri, generali dell&#8217;Arma dei Carabinieri (e all&#8217;elenco solo per la solita solidarietà di casta manca anche un magistrato) sono chiamati a rispondere di lesioni, abuso d&#8217;ufficio, falso ideologico e tortura, se il codice penale italiano avesse recepito le richieste europee per l&#8217;istituzione di questo reato. Nella caserma di Bolzaneto trecento persone, fermate in molti casi senza un reale motivo – le testimonianze del processo raccontano di persone rastrellate mentre camminano lungo un marciapiede – sono state sottoposte a sevizie mentali e fisiche per ore, in alcuni casi per quasi un giorno intero: pestaggi gratuiti, minacce di violenze sessuali, gente a cui è stata lacerata una mano tirando da parti opposte medio e anulare, organizzazione di cori sui motivetti del Duce per rieducare le “zecche rosse”. Ovviamente i singoli agenti che hanno commesso questi delitti non sono mai stati identificati e le persone che sono chiamate a processo denunciano di non aver visto, di non aver sentito, di non aver ordinato. Altrettanto naturalmente nessuno degli indagati è stato sospeso per accertamenti, o punito in alcun modo, ma ha continuato la sua serie di promozioni senza alterazioni nell&#8217;iter burocratico.<br />
L&#8217;udienza finisce subito, perché uno degli imputati (un poliziotto) si rifiuta di rispondere. Come se avesse qualcosa da nascondere. Come se si vergognasse. Sarebbe già un passo avanti rispetto alla boria con cui altri affrontano le accuse che gli vengono mosse. Intanto io sono a Genova, scrivo il comunicato stampa, lo passo a uno dei miei soci per spammarlo a mille giornalisti che non scriveranno manco una riga. Passo nella segreteria legale, per vedere come va avanti il lavoro di consulenza per il processo Diaz, poi alle tre riprendo il treno e torno a Milano. Arrivo alle sei tra un ritardo e l&#8217;altro. Vado a casa, mangio, e poi ho tutta la sera per lavorare. </p>
<p><em>Martedì</em>.<br />
Altra sveglia alle sei e mezza. Altro treno alle sette e dieci. Altro ritardo. Altra corsa per arrivare in tempo in aula. Oggi non è nell&#8217;aula bunker sotterranea, ma al quinto piano (che in realtà è il primo, ma vai a capire come hanno numerato i pianerottoli del Tribunale di Genova). D&#8217;altronde nel processo contro 25 manifestanti non ci sono trecento parti civili e relativi avvocati come nel caso dei processi contro le forze dell&#8217;ordine: i danni li chiede il comune e un paio di poliziotti, pochi altri. Tutti i negozianti disperati che riempirono i tg nei giorni subito successivi non si sono curati di seguire il processo: hanno fatto le loro testimonianze retoriche e qualunquiste, e si sono fatti dare i soldi dalla provincia. Mi siedo dietro i nostri difensori, accendo il pc e inizio a trascrivere fedelmente quello che si dice in aula, anche le frasette a mezza voce che non entrano nel verbale ufficiale dell&#8217;udienza, ma che fanno capire il clima. Il processo ormai aspetta solo le arringhe di accusa e difesa, e l&#8217;atmosfera è molto più distesa. I pm sentono avvicinarsi il momento in cui si potranno gloriare di aver condannato 25 persone a 10 anni di carcere per un reato chiamato “devastazione e saccheggio” che è stato pensato per frenare i saccheggi durante la seconda fase della seconda guerra mondiale e che ora viene usato per poter punire persone che si ritengono presenti a una manifestazione che degenera in scontri, senza avere l&#8217;onere di accusare ognuno di loro di quello che hanno esattamente fatto o meno. “Compartecipazione psichica e morale all&#8217;evento criminoso”: in pratica eri lì, mentre succedeva il delirio, mentre un ragazzo moriva per strada, mentre diecimila persone venivano caricate, mentre la porta di un carcere prendeva fuoco dopo che i coraggiosissimi carabinieri a difesa della struttura erano scappati a gambe levate davanti a qualche decina di persone a volto coperto. Eri lì e quindi eri d&#8217;accordo. Eri lì e quindi meriti di fare la galera. Poco importa che questa sentenza sia antistorica rispetto al senso di Genova, alla sua simbologia come possibilità di resistenza a un mondo che sta andando a rotoli. Poco importa. Hai fatto il tuo mestiere, pm, hai trovato la tua verità e vuoi che il tribunale la santifichi.<br />
Ogni volta che trascrivo le udienze di questo processo assurdo guardo gli imputati e ascolto le parole dei testimoni dell&#8217;accusa, ripasso mentalmente le sensazioni dei giorni di Genova, e mi viene voglia di spaccare tutto. Poi mi fermo e ricomincio a colpire i tasti del portatile, nella speranza che quello che facciamo riesca a fare emergere il senso tutto politico di questi processi.<br />
L&#8217;udienza ci delizia con un quinto della requisitoria del pm. Sono le sei di sera e si rinvia al venerdì per continuare. Esco, corro verso una connessione a Internet. Intanto telefono a uno dei miei soci di supportolegale per dirgli cosa mettere nel comunicato stampa che va spammato al più presto a giornalisti che non scriveranno una riga, se non per citare qualche nome famoso o per accondiscendere alla richiesta dell&#8217;avvocato di questo o quel poliziotto molto conosciuto. Gli dico di telefonare anche all&#8217;avvocato B. oppure a D. della segreteria legale per sapere come è andata l&#8217;altra udienza che c&#8217;è il martedì, quella di Bolzaneto. Finalmente collego il pc a Internet, pubblico la trascrizione sul sito di supportolegale, mando mail a destra e a manca per avvisare della cosa, scarico le mail e mi viene da piangere a pensare alle altre quattromila cose che dovrei fare. Mangiamo qualcosa al volo e poi chiamo A. per farmi ospitare stanotte a dormire. Alle dieci e mezza sono uno straccio e svengo nel suo letto. </p>
<p><em>Mercoledì</em>.<br />
Mi alzo felice che non siano le sei e mezza, ma le otto e mezza. Colazione, giornale, Tribunale. Di nuovo aula bunker. Però oggi è il turno del processo Diaz. La notte del 21 luglio, quando ormai era tutto finito, e la disfatta della gestione da parte delle forze del (dis)ordine era evidente, i dirigenti più capaci della polizia italiana decidono di fare una perquisizione nelle scuole dove c&#8217;erano gli uffici del Genoa Social Forum, degli avvocati, di indymedia, e dei sanitari. A chiunque non abbia le fette di salame sugli occhi è evidente che si tratta di una vendettina schiumante rabbia, nel tentativo di raddrizzare la situazione da un punto di vista comunicativo: andiamo lì, arrestiamo i capi del black bloc, dimostriamo che erano tutti culo e camicia con Agnoletto, e facciamo andare un po&#8217; le mani che così facciamo sfogare i ragazzi. Peccato che: l&#8217;operazione finisce per sfuggire di mano e si ritrovano decine di televisioni e radio che riprendono le scene di violenza e terrore su un centinaio di ragazzi e ragazze che dormivano pacifici dentro una delle due scuole, la Diaz-Pertini; tutti notano immediatamente che la perquisizione del media center non ha fondamento legale e che serve solo a impedire che qualcuno filmi l&#8217;irruzione – anche se almeno un paio di persone di indymedia riescono a farlo lo stesso dal tetto &#8211; e a rastrellare le testimonianze dei pestaggi avvenuti nei giorni precedenti e degli avvocati disposti a curarne le denunce; nel giro di pochi giorni le accuse contro tutti e 93 i fermati di resistenza aggravata e associazione sovversiva finalizzata alla devastazione e saccheggio vengono archiviate.<br />
Comincia così il processo contro 29 poliziotti equamente divisi tra dirigenti di un nucleo speciale di Roma del Reparto Mobile accusati di non aver evitato che i propri uomini massacrassero persone inermi, e alti dirigenti della polizia italiana tra cui il capo delle squadre mobili Francesco Gratteri, il catturatore di Provenzano Calderozzi, il capo di tutte le DIGOS Luperi accusati di aver falsificato le prove che nel verbale di arresto accusato i 93 fermati. Le armi trovate sono in realtà attrezzi da cantiere, nessuno ha potuto rilevare una resistenza che i poliziotti hanno usato come scusa per i pestaggi, uno degli agenti che ha affermato di essere stato aggredito con un coltello viene smentito dai RIS, e &#8211; dulcis in fundo &#8211; due bottiglie molotov trovate alla Diaz si scoprono essere reperti sequestrati il pomeriggio dai poliziotti stessi in Corso Italia: in un video si vedono tutti i dirigenti che con in mano il sacchetto con le molotov si apprestano a posizionarle nella scuola Diaz per poi accusarne i fermati.<br />
L&#8217;indagine di questo processo e il suo svolgimento sono il paradigma di Genova: non si sa quali agenti hanno partecipato all&#8217;operazione, non si sa chi la dirigeva, non si riescono a ottenere le foto dei partecipanti, le dichiarazioni di tutti i poliziotti si contraddicono e si autoaccusano, tanto che il capo della polizia Gianni De Gennaro e l&#8217;ex questore Colucci vengono iscritti nel registro degli indagati per aver indotto e aver reso falsa testimonianza, rispettivamente.<br />
Il clima in aula è forse il peggiore: gli avvocati delle forze dell&#8217;ordine sono solidali con i propri assistiti e non si risparmiano il sarcasmo e l&#8217;ironia di fronte alle testimonianze della gente massacrata e all&#8217;evidenza di quello che i propri assistiti hanno combinato. In assenza di altro se la prendono con pm e avvocati delle parti civili, insultandoli e denigrandoli ricordandomi i collaborazionisti nei film sulla resistenza. E&#8217; molto difficile resistere alla tentazione di spaccare tutto. Ma resisto.<br />
L&#8217;udienza finisce alle quattro, solita corsa per pubblicare la trascrizione, solita corsa per scrivere un comunicato stampa che non servirà a molto, soprattutto dopo che durante tutte le ore passate in tribunale vedi i giornalisti di ansa, secolo xix e via dicendo che tubano con gli avvocati delle forze dell&#8217;ordine, una faccia, una razza. Quella dell&#8217;establishment a tutti i costi.<br />
Alle sei prendo il treno e torno a Milano. Ho un&#8217;altra assemblea. Corro per arrivare in tempo. Poi non ho testa per seguirla, e mi perdo metà delle discussioni. Poi vado a letto. Mi aspettano ancora giovedì e venerdì.</p>
<p><em>Giovedì</em>.<br />
Sveglia alle sei e mezza. Treno, ritardo, corsa, entrata in tribunale. Oggi c&#8217;è il processo Perugini, ma anche quello per la Diaz continua. Dato che il processo Perugini ha un&#8217;udienza ogni due mesi decido di saltare l&#8217;altro: mi farò dare gli audio dai ragazzi di Radio Radicale e poi in qualche modo trascriveremo le testimonianze. Poi al massimo chiamo gli avvocati per sapere come è andata e fare il comunicato stampa.<br />
Il processo Perugini è il primo per il quale si è avuta una condanna contro le forze dell&#8217;ordine: Giuseppe De Rosa, un DIGOS di Milano, ha patteggiato l&#8217;accusa di lesioni ed è stato condannato a 20 mesi di carcere con la condizionale e 10.000 euro di multa. Oltre a lui ci sono altri 5 funzionari DIGOS di Genova (tra cui l&#8217;ex vicecapo dell&#8217;ufficio Alessandro Perugini) che attendono la sentenza. Queste sei persone sono indagate come responsabili del pestaggio di una decina di ragazzini che sabato pomeriggio al margine della manifestazione di trecentomila persone erano seduti in terra e canzonavano le forze dell&#8217;ordine: avete presente la scena in cui c&#8217;è un ragazzino (minorenne all&#8217;epoca) che grida in una telecamera mostrando il proprio zigomo spostato qualche centimetro fuori dalla sua faccia? Ecco quella scena lì. Fortunatamente in questo caso nessuno ha dubbi su come finirà il processo. Però è interessante sentire cosa dicono i poliziotti coinvolti: “secondo noi stavano resistendo perché erano seduti al di qua della zona che noi interpretavamo come proibita”; “un poliziotto come me che ha partecipato alla liberazione del generale Dozer sa che non si va per il sottile, stavano resistendo e li abbiamo arrestati; non ho mai avuto così tanta paura come in quei giorni” (di un quattordicenne disarmato e seduto in terra?). Bella figura la polizia italiana.<br />
L&#8217;udienza è rapida e fastidiosa, ma il processo è quasi finito. Faccio in tempo a scendere nell&#8217;aula bunker e trascrivere anche un pezzo dell&#8217;udienza Diaz.<br />
Alle quattro finito tutto, altra girandola: Internet, doppio comunicato stampa, pubblicazione sul sito, quattro chiacchiere in segreteria legale e con gli altri di supportolegale. Alle otto riesco a prendere il treno e tornare a Milano.</p>
<p><em>Venerdì</em>.<br />
Di nuovo: sei e mezza, sette e dieci, nove e venti, nove e trenta. I tempi del mio calvario di prima mattina. Oggi dovrei andare a sentire l&#8217;altra udienza del processo contro i 25 manifestanti per devastazione e saccheggio, ma decido di farmi aggiornare dagli avvocati e dalla segreteria legale sui processi per i cosiddetti “fatti di strada”: in pratica centinaia di persone sono state fermate nei giorni di genova e picchiate; alcune di esse hanno sporto querela per arresto illegale e lesioni. In molti casi il processo contro i fermati è ancora in corso, mentre la causa civile per chiedere i danni per l&#8217;illegalità della condotta delle forze dell&#8217;ordine è ancora in alto mare. Ultimamente ci sono stati un po&#8217; di casi confortanti in questo senso: tre persone hanno ottenuto dei risarcimenti dallo Stato per i pestaggi subiti ingiustamente. Speriamo si continui così. Finito di farmi aggiornare chiamo a Cosenza, che oggi c&#8217;è anche quel processo lì: un processo contro 13 persone avviato dopo che i carabinieri hanno questuato in tutte le procure italiane un pm che credesse alla serie di panzane che avevano messo insieme i militari per accusare gli imputati di associazione sovversiva. Anche qui la compartecipazione psichica, anche qui messaggi ironici via mail scambiati per piani di battaglia, telefonate in diretta alla radio interpretate come forma organizzata di coordinamento tra manifestanti. Una farsa che farebbe molto ridere se i 13 imputati non rischiassero vent&#8217;anni di galera. Ma si sa, i carabinieri e i pm a loro compiacenti hanno un senso dell&#8217;umorismo tutto loro.<br />
Oggi finisco presto. A mezzogiorno mangio un&#8217;insalatona a tre euro e mezzo in piazza delle cinque lampade e faccio addirittura in tempo a meravigliarmi per la differenza del costo della vita tra la città ligure e Milano, dove l&#8217;avrei pagata tra i sette e gli otto euro. Prendo il treno e torno su. Ritarda e arrivo a casa alle cinque.<br />
Quasi non ci credo che ho il venerdì per bermi una virgin colada e stare tranquillo.</p>
<p><em>Sabato. Domenica</em>.<br />
Riposo? Dipende. A volte c&#8217;è una presentazione. A volte c&#8217;è una trasmissione radio. A volte c&#8217;è un&#8217;emergenza anche per processi a Milano, un corteo, una scadenza politica. A volte c&#8217;è la vita di tutti i giorni, a volte c&#8217;è la sfiga. A volte invece tutto bene. Non sempre però. Il problema è l&#8217;atterraggio, no?</p>
<p><em>Supportolegale era un gruppo di lavoro della rete di Indymedia Italia, ora è un collettivo autonomo da altre strutture che si è sempre occupato, da quando è nato nel 2004, di raccogliere fondi per le spese legali relative ai processi per il G8 di Genova e per altri processi importanti per i movimenti, nonché di offrire supporto tecnico e comunicativo a tutti coloro che sono coinvolti nella lunga coda di eventi legali e repressivi del G8 di Genova. Inoltre Supportolegale vorrebbe dare una prospettiva politica diversa sulle operazioni di repressione e controllo che quotidianamente dominano la vita dei movimenti italiani e non solo. Unico principio: si difendono tutti i manifestanti, senza alcuna distinzione. Tutti coloro che a Genova hanno resistito e lottato meritano di essere difesi e sostenuti: Genova non sono 25 sovversivi o 29 mele marce nella polizia. Genova sono trecentomila sovversivi che possono oliare il meccanismo collettivo della memoria e rivelare le menzogne con cui la storia sociale che ci appartiene vorrebbe essere coperta da chi ha organizzato l&#8217;operazione Genova-G8</em>.</p>
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		<title>Manca un tassello</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Nov 2003 22:31:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dario voltolini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Bolzaneto]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Lodoli</strong></p>
<p>Al dibattito sulla strage di Nassiriya a mio avviso manca un tassello importante, che stranamente nessuno ha voglia di piazzare. Molto è stato scritto &#8211; forse a cuor troppo leggero, stabilendo nessi avventati &#8211; sulle truppe coloniali italiane, sui carabinieri protagonisti prima dell&#8217;orrido episodio della caserma Bolzaneto e poi dell&#8217;occupazione in Irak, e via così.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/11/21/manca-un-tassello/">Manca un tassello</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Lodoli</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/wood.jpg" alt="wood.jpg" align="left" border="1" height="125" hspace="4" vspace="2" width="160" />Al dibattito sulla strage di Nassiriya a mio avviso manca un tassello importante, che stranamente nessuno ha voglia di piazzare. Molto è stato scritto &#8211; forse a cuor troppo leggero, stabilendo nessi avventati &#8211; sulle truppe coloniali italiane, sui carabinieri protagonisti prima dell&#8217;orrido episodio della caserma Bolzaneto e poi dell&#8217;occupazione in Irak, e via così.<br />
<span id="more-210"></span><br />
Ci siamo presi le nostre responsabilità e le nostre autobombe, e quasi quasi pare, a leggere i siti più scafati, che in fondo ci siamo meritati questa punizione. L&#8217;impulsivo Genna, la sera dell&#8217;attentato, ha scritto che non provava alcun dispiacere per quanto era accaduto, semmai solo per non aver denunciato per primo le malefatte dei carabinieri italiani. Insomma, ci stiamo strappando tutte le pagliuzze dagli occhi, ma forse è il caso, se ci rimane un briciolo di vista, di guardare anche il trave che ha accecato intere popolazioni e che ormai ruota incandescente verso di noi. Abbiamo completamente dimenticato i centomila (dico: centomila) morti ammazzati in Algeria? Donne e bambini scannati senza pietà dalla furia islamica.</p>
<p>I processi agli omosessuali egiziani, le torture nei carceri siriani, la persecuzione e gli assassinii degli scrittori e dei musicisti magrebini sono già caduti nel dimenticatoio? L&#8217;intellettuale iraniano condannato a morte per aver avanzato qualche dubbio sul Corano, l&#8217;abbiamo già cancellato? E i giornalisti accoppati come cani, sempre in Iran, li abbiamo sbianchettati così in fretta? E non abbiamo proprio niente da dire sulle chiese bruciate nelle zone mussulmane dell&#8217;Africa, sulle discoteche e sui bar fatti esplodere a Bali e in Marocco? Eppure i morti sono stati tanti, persone innocenti che volevano solo passare un&#8217;ora pregando o ubriacandosi. Davvero non vi fa per niente paura l&#8217;avanzata dell&#8217;integralismo islamico, non vi pare giusto preoccuparsi per la sua spaventosa violenza che vediamo all&#8217;opera ogni giorno? Noi che scriviamo sui giornali e su Internet, che pubblichiamo libri, li leggiamo, andiamo al cinema, corteggiamo le donne sulle spiagge e alle feste, votiamo, scendiamo in piazza, incontriamo chi ci pare, noi che possiamo essere atei, buddisti, testimoni di Geova, anarchici, niente, non proviamo un pizzico di solidarietà per chi può solo tacere e obbedire, tacere e temere? Si parla tanto del pensiero unico occidentale eppure, all&#8217;interno di questo recinto, io posso essere di sinistra e fare lo scrittore, mio fratello può essere di destra e fare l&#8217;avvocato, mia nipote se vuole può essere qualunquista e mignotta: ognuno ha ancora discreti margini di libertà per scegliersi le proprie idee e il proprio percorso, può almeno protestare se qualcuno prova a ostacolarlo. Ma nel pensiero unico islamico non si può fare niente, neanche bersi un peroncino al bar o lasciarsi scappare una bestemmia. Forse è il caso, dopo aver criticato duramente i soldati di Bush, di Blair e di Berlusconi, di cominciare a dedicare un po&#8217; di attenzione a chi ogni giorno soffre per una libertà ormai perduta, per la violenza subita nel corpo e nella mente. Insomma, togliamoci per bene tutti i sassolini dalle scarpe, ma non dimentichiamoci di chi muore dilaniato dalle bombe, lapidato, sgozzato, in galera, in eterno silenzio.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/11/21/manca-un-tassello/">Manca un tassello</a></p>
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		<title>Non con voi</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Nov 2003 11:22:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Bolzaneto]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Dite: “Ora è il momento della solidarietà, il momento di essere tutti uniti, in quanto italiani, al di là delle divisioni e delle polemiche, il momento di rendere onore alle nostre istituzioni, all’Arma e all’Esercito. Ora siamo un paese solo, ora piangiamo assieme i nostri morti, ora rendiamo omaggio al dolore dei parenti.”<br />
Vi rispondo semplicemente che <strong>il paese non è unito</strong>, gli italiani non sono solidali tra di loro, gli italiani si disprezzano tra di loro, non si riconoscono, non hanno più linguaggi e valori comuni.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/11/19/non-con-voi/">Non con voi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Dite: “Ora è il momento della solidarietà, il momento di essere tutti uniti, in quanto italiani, al di là delle divisioni e delle polemiche, il momento di rendere onore alle nostre istituzioni, all’Arma e all’Esercito. Ora siamo un paese solo, ora piangiamo assieme i nostri morti, ora rendiamo omaggio al dolore dei parenti.”<br />
Vi rispondo semplicemente che <strong>il paese non è unito</strong>, gli italiani non sono solidali tra di loro, gli italiani si disprezzano tra di loro, non si riconoscono, non hanno più linguaggi e valori comuni.<br />
<span id="more-207"></span><br />
Ma possono sempre fingere che non sia così, possono rimuovere i traumi che li dividono, possono ignorare le ferite non sanate che si sono inflitti. Possono dire di volersi bene, in fondo, e commuoversi assieme. Ma non serve a nulla. Non sono le emozioni che ci potranno avvicinare. Non quelle di oggi almeno. Tutto l’orrore che io ho e tanti altri abbiamo covato dentro dopo Genova, chi è stato capace di condividerlo con noi? E quanti gli orrori che diversi gruppi di italiani sono stati costretti a covare da soli, in silenzio, senza che pubblicamente si dicesse una parola per loro? Quanti morti, in Italia, sono stati seppelliti senza il giusto omaggio, quello della <strong>verità sulla loro morte</strong> e quello della <strong>giustizia nei confronti dei colpevoli</strong>?<br />
Prendiamo fiato allora, prima di piangere ora questi morti, prima di seppellirli in fretta, prima di confondere tutti i nostri morti in un unico pianto liberatorio. Prima di rendere omaggio a questi morti, a queste sepolture, ognuno faccia il conto degli altri, di quelli sepolti male, nell’ignoranza dei loro carnefici, nell’assoluzione dei loro carnefici. Ognuno faccia il conto delle stragi, il conto degli italiani morti sul lavoro, a causa del lavoro, il conto di tutte quelle vittime innocenti che nessuno di noi ha mai pianto pubblicamente, ma in privato, ma in gruppo chiuso, come fosse una questione di <strong>alcuni</strong> e non di tutti.<br />
Pensate voi che piangendo assieme ora, su queste vittime, tutte le vecchie ferite, tutto ciò che ci divide e allontana, ci potrà miracolosamente riunire? Io non lo credo.<br />
Ogni volta che un trauma irrompe nella nostra vita collettiva, ogni volta che ci ritroviamo divisi, nemici, ogni volta che scorre tra di noi del sangue, è l’inchiesta giudiziaria che si propone di cicatrizzare, con i suoi tempi lunghi, spingendo le scorie del nostro essere verso un limbo indifferenziato, verso quelle sentenze tarde, incomprensibili, inutili, assolutorie. Ma li abbiamo davvero elaborati assieme i nostri traumi, siamo riusciti a ritrovarci dopo la divisione, o abbiamo solo dimenticato tutto, e ci siamo semplicemente incrociati per strada, indifferenti ed educati?<br />
Dovremmo rendere <em>pubblicamente</em> omaggio alle nostre istituzioni?<br />
Ma quante volte ci siamo sentiti <strong>traditi</strong> da esse?<br />
Quante volte siamo stati traditi dalle istituzioni che dovrebbe difenderci (polizia, carabinieri, esercito, servizi segreti)?<br />
Le nostre istituzioni non hanno chiesto scusa quando Carlo Giuliani è stato ucciso, non hanno chiesto scusa per quei gruppi di poliziotti o carabinieri che in cinque o sei prendevano a calci manifestanti isolati, caduti a terra, a Genova, non hanno chiesto scusa per quella ragazza ha cui hanno rotto i denti a calci nella scuola Diaz, non hanno chiesto scusa per le sevizie di Bolzaneto. Non hanno neppure chiesto scusa per le finte bombe molotov, piazzate nella Diaz, per il finto taglio sul giubbotto, per tutte le bugie e le mezze verità.<br />
E ha chiesto scusa il governo di questo paese per aver irriso pubblicamente coloro che hanno manifestato contro la guerra? Ha chiesto scusa per aver trattato coloro che lo contestano in modo non violento e civile da fiancheggiatori del terrorismo?<br />
E vi domando, l’Esercito ha chiesto scusa alle famiglie di quei soldati giovani che sono già morti, in seguito alla loro missione in Serbia e Kosovo? Ha chiesto scusa di non aver preteso dalle autorità statunitensi di conoscere i luoghi contaminati? E ha chiesto scusa per quelli che sono tornati ammalati, a causa dei vaccini, o dell’uranio impoverito, e che sono condannati a morte, come lo sono stati diecimila reduci della Prima Guerra del Golfo, negli Stati Uniti?<br />
E infine, abbiamo cuore per piangere questi nostri morti, dopo che non abbiamo pianto per i tanti morti degli altri, che sono sparsi nei nostri mari, per quelle sagome scure già sbranate dai pesci, sparse per i fondali, oppure scaricate a Lampedusa o in Sicilia? Abbiamo ancora la capacità di piangere sui dei morti, dopo tanti mesi, anni, di impassibilità nei confronti di altri morti, ugualmente vicini, prossimi, malgrado non siano in divisa, non parlino italiano, e non abbiano la pelle bianca?<br />
Questi ultimi morti, questi carabinieri, soldati e civili uccisi a Nassiriya, non li piangerò in pubblico, assieme a voi, né renderò omaggio alle istituzioni per le quali lavoravano. Li conterò assieme agli altri, assieme anche a Carlo, a quelli nella funivia che precipitarono grazie alle bravate di un pilota statunitense, e a tanti altri, mal sepolti, pianti in privato. Se li piangessi con voi, credereste che io abbia di nuovo fiducia nelle istituzioni, nei mie concittadini, nelle persone che ci governano, nello loro scelte politiche internazionali. Ma non è vero. Io vi temo, mi fate paura. Non abbasserò la guardia ora. Non smetterò di vigilare adesso, di guardarmi le spalle. E solo quando sarete in grado di contare <strong>tutti</strong> i morti, di seppellirli degnamente, in giustizia e verità, allora potremmo condividere queste emozioni, questo dolore.</p>
<p>Mi trovavo ad agosto in una piccola caletta di Cefalonia. A luglio c’era stata Genova. Ora l’incubo era lontano. Non svanito, ma lontano. Nella caletta si giungeva attraverso una strada ripidissima e nascosta. Oltre a me e alla mia ragazza, vi erano solo un paio di greci, che abitavano nel paesino in cima al monte. Giunse un piccolo motoscafo, condotto da due cinquantenni. Erano italiani. Penetrarono dentro la caletta, fermandosi a pochi metri dalla riva. Uno dei greci li apostrofò, indicandogli un grande cartello, che proibiva alle barche di avvicinarsi a riva. Il cartello era visibile e chiaro. Gli italiani gli risposero male. Ricordo che dissero “Ma non è mica tuo il mare!”. Poi però si spostarono, allontanandosi sufficientemente dalla spiaggia. Appena i due greci se ne andarono, accesero il motore e si diressero nuovamente verso riva. Il fondale era profondo e gli consentiva di penetrare nella caletta. Ce ne stavamo andando anche noi. Io avevo in testa un cappellino dalla foggia araba. Anch’io li apostrofai. Urlai, fingendomi greco, in un miscuglio di lingua inventata e di parole dal suono assimilabile a quello di “polizia”. Si innervosirono e mi risposero male, in un inglese stentato. Poi mi ignorarono. Io insistevo nel mio gergo e facevo gesti col braccio, indicando loro la via che dovevano prendere. Si fecero minacciosi, e si avvicinarono ancora di più a riva. Stavolta mi insultavano in italiano. Passai anch’io all’italiano allora. Era inevitabile. “È vietato entrare qui in motoscafo, dovete allontanarvi.” Dissi anche che non me ne sarei andato, finché non si fossero decisi e che altrimenti avrei avvisato la guardia costiera. Prima mi chiesero che cosa poteva fregarmene a me di quello che loro facevano. Poi cercarono di spaventarmi, passando e ripassando con il loro motoscafo sempre più vicino a riva. Avevano l’aria di due imprenditori del nord, un veneto e un lombardo, una perfetta caricatura. Abbronzati, con i loro occhiali da sole costosi e le innocue canne da pesca. Ma non c’era nulla da ridere. Uno dei due, guardandomi bene disse: “Tu devi senz’altro essere uno di quelli che sono stati a Genova. Sì, sì, dì la verità che ci sei stato! E vi hanno fatto un bel culo, eh! Hanno proprio fatto bene.”<br />
Alla fine sacramentando se ne andarono. Questi sono i miei concittadini. Anche questi. Questi che siccome hanno il motoscafo nuovo, si sentono fuorilegge, padroni del mondo. Questi per cui le norme sociali non valgono nulla, appena entrano in contrasto con il loro più estemporaneo capriccio. Questi che ridacchiavano a casa loro, vedendo le facce insanguinate di manifestanti che avevano la loro età o l’età dei loro figli più giovani. Che non si sono neppure per un attimo sentiti a disagio di fronte a quello che era successo in quei giorni. Con questi signori io dovrei venire, oggi, a piangere i carabinieri di Nassiriya?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/11/19/non-con-voi/">Non con voi</a></p>
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