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	<title>Nazione Indiana &#187; bompiani</title>
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		<title>L’amore a due</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Sep 2008 05:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
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<p style="text-align: center;">Christoph Willibald Gluck, “Philémon &#38; Baucis”<br />
Ditte Andersen,  Aria <em>Il Mio Pastor Tu Sei</em></p>
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<p>Tra le tante storie raccontate nelle Metamorfosi ovidiane ce n’è una in particolare che stranisce e turba: sta nell’ottavo libro delle Metamorfosi dove si narra la vegetale trasformazione dei due anziani sposi Filemone e Bauci: “A un tratto Bauci vide Filemone mettere fronde, mentre il vecchio Filemone, dal canto suo, vedeva le membra di Bauci irrigidirsi e metter fronde anch’esse.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/16/l-amore-a-due/">L’amore a due</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Linnio Accorroni</strong></p>
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<p style="text-align: center;"><small>Christoph Willibald Gluck, “Philémon &amp; Baucis”</small><br />
<small>Ditte Andersen,  Aria <em>Il Mio Pastor Tu Sei</em></small></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p>Tra le tante storie raccontate nelle Metamorfosi ovidiane ce n’è una in particolare che stranisce e turba: sta nell’ottavo libro delle Metamorfosi dove si narra la vegetale trasformazione dei due anziani sposi Filemone e Bauci: “A un tratto Bauci vide Filemone mettere fronde, mentre il vecchio Filemone, dal canto suo, vedeva le membra di Bauci irrigidirsi e metter fronde anch’esse. Intanto che la cima degli alberi cresceva, i due sposi si scambiavano parole di saluto, fino a quando fu loro possibile.&#8221;<em>Addio, sposo mio</em>&#8221; si dissero a un tempo. In quello stesso momento le loro labbra scomparvero sotto la corteccia”. Così vedevano realizzarsi, in finale di vita, il loro desiderio: essere trasformati in una quercia ed in un tiglio, uniti per il tronco perché insieme avevano trascorso tutta la vita: “<em>che io non debba vedere il sepolcro della mia sposa, né essere da lei sepolto</em>”. <span id="more-8217"></span>Riletto oggi, nell’epoca in cui i rapporti di coppia si sciolgono con l’ineludibile obbligatorietà di un rito di passaggio, questo mito pare, più degli altri, come avvolto da un alone di follia e di insensatezza che esula da ogni logica corrente. Un affresco che magari suscita commozione, ma è comunque incastonato in un tempo remotissimo, non assimilabile al nostro, in cui tutto (anche i rapporti sentimentali) deve essere consumato in maniera convulsa e spasmodica. “Au suivant”- Avanti un altro, come in quella canzone di Brel . L’amore a due è, oggi, una moneta che suona falsa: nel <em>recto</em> le melensaggini infinite di Moccia &#038; C, nel <em>verso</em>, quasi per contrappeso, la ferocia tranchant di giudizi cinici e sentenziosi. Molti ricorderanno, per esempio, quello spietato di Cioran che individua nella miseria della contabilità ragionieristica del do ut des la base di ogni rapporto duale: &#8220;il dubbio travaglia a tal punto gli esseri umani che per rimediarvi essi hanno inventato l&#8217;amore, patto tacito tra due infelici per sopravvalutarsi, per elogiarsi sfacciatamente”. “Mistificando”(?) Cioran, ho sempre ritenuto che in questo aforisma si celasse invece una specie di sotterranea empatia verso quella allegria di naufraghi che induce un uomo ed una donna (o due uomini o due donne) a mettere insieme, per un tempo più o meno lungo, i pezzi scomposti delle loro individuali solitudini, i frammenti della loro infelicità al singolare. Questa stessa ossimorica allegria di naufraghi agisce da basso continuo nelle pagine di due libri usciti recentemente e molto diversi fra loro, ognuno dei quali, a suo modo, esalta ciò che di più impermanente e caduco esista nel mondo, ovverosia l’amore a due. Il primo, edito da Sellerio, è ‘Lettera a D.’ dove D. sta per Dorine, compagna di Andrè Gorz (nom de plume di Gerhard Hirsch che, da giornalista, si faceva chiamare Michel Bosquet), filosofo esistenzialista, direttore di ‘Le temps modernes’ e fondatore di ‘Le Nouvelle Observateur’, allievo ed intimo di Sartre, ebreo austriaco, archetipo novecentesco della figura del ribelle. Questo suo libro (che, come dice il sottotitolo ‘Recit’, è, contemporaneamente, una narrazione ed un bilancio) si differenzia, per stile e contenuto, dalla fluviale retorica dei suoi ponderosi saggi filosofici. È infatti una lettera d’amore coniugale scritta alla sua compagna, colpita da una malattia degenerativa delle ossa. Un tragico calvario di dolori e sofferenze che solo la morte avrebbe placato: “Stai per compiere 82 anni. Sei rimpicciolita di 6 centimetri, non pesi che 45 chili e sei sempre bella, elegante e desiderabile. Sono 58 anni che stiamo insieme e ti amo più che mai”. A tormentare Gorz c’era poi la ricorrenza di un sogno in cui lui vedeva un uomo dietro una carro funebre: “quell’uomo sono io. Sei tu che il carro funebre trasporta. Non voglio assistere alla cremazione, non voglio ricevere un vaso con le tue ceneri”. Nella soffitta parigina dove vivevano però non c’erano né Zeus, né Eros a regalare per loro un’uscita di scena clamorosa quale quella riservata a Filemone e Bauci. Meglio allora il veleno per tutti e due, alcune lettere per gli amici, un cartello in cui si diceva alla domestica di avvisare la polizia. Era il 22 settembre 2007. Due giorni dopo su ‘Le Monde’ un annuncio non firmato, ma sicuramente redatto da loro, in cui si comunicava il decesso e l’appuntamento per coloro che avrebbero voluto assistere all’ incinerazione. Ma anche se vi fosse stato un altro finale, magari meno ultraromantico, magari meno eros/thanatos, questo ‘Lettera a D.’ colpisce perché è una lucida meditazione su come un’esistenza, irriducibilmente ‘singolare’, si possa trasformare in ‘duale’. L’altro libro è ‘Tempi supplementari’ di Grytzko Mascioni (Bompiani), poeta, narratore e saggista di razza. I ‘tempi supplementari’ del titolo consistono in pochi mesi di vita, quelli che l’autore è riuscito a strappare dopo un trapianto di fegato, atto terminale di una dolorosa odissea ospedaliera di speranze, attese, delusioni. Il carcinoma maligno epatocellulare che gli era stato diagnosticato non consentiva altre soluzioni. Il 22 settembre 2002 l’intervento: l’esito positivo gli permette di sbrigare alcuni ‘impicci’ prima della morte: un libro, un matrimonio, qualche conferenza,&#8230; Un anno dopo, il 13 settembre 2003, appare sul  ‘Corriere della sera’ questo necrologio in cui eleganza, stile, cultura, riserbo e stoicismo sembrano darsi convegno tutt’assieme: “A cose fatte Grytzko Mascioni avverte amici e conoscenti di non esserci più. A chi gli ha voluto bene assicura che la vita che si è lasciato alle spalle è stata così ricca ed avventurosa che a dispetto di ogni guaio, ostilità e noncuranza, non vale la pena compiangerla”. Anche in questo libro che, a modo suo, è come ‘Lettera a D.” un’elegia del rapporto di coppia, c’è una figura femminile che, nonostante appaia quasi sempre di sguincio, domina la scena in virtù della grazia, del pudore, del decoro con cui questa donna ha saputo accompagnare il suo amato in quello scorcio d’esistenza che gli era stato concesso. Per lei Mascioni scrisse questa poesia testamento di cui val la pena citare almeno la parte finale: “[…] : tu che vai nel sole,/ ricorderai le bizze dei delfini, / l’orso polare, i passeri d’Apollo, / Delfi e il castello nerofumo a Praga,/ ogni tratto di strada. Ancora a lungo/ sarò con te come il foulard che svola/ dal collo nella brezza che il profilo/ ti carezza gentile: e tu, polena,/ frangi altro mare, vai, / non ti voltare.”.  Per D., invece, Gorz aveva scritto nelle ultime righe di “Lettera a D.”: “Ci siamo spesso detti che se, per assurdo, avessimo un seconda vita, vorremmo trascorrerla insieme”.</p>
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		<title>Gli autori mondo</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jan 2007 18:13:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong> Christian Raimo </strong></p>
<p>Tempo di bilanci per i libri del 2006? Va bene, e direi positivi. Niente passatismo per favore, niente invocazione dei tempi che furono in cui la letteratura italiana era sì forte e gagliarda. Eppure pare che la questione critica sia sempre un po’ questa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/08/gli-autori-mondo/">Gli autori mondo</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Christian Raimo </strong></p>
<p>Tempo di bilanci per i libri del 2006? Va bene, e direi positivi. Niente passatismo per favore, niente invocazione dei tempi che furono in cui la letteratura italiana era sì forte e gagliarda. Eppure pare che la questione critica sia sempre un po’ questa. Che cos’è che manca agli scrittori italiani d’oggi? Non li trovate tutti un po’ gracilini e imbelli? Nell’anno appena passato, l’ha espresso chiaramente Antonio Scurati in un pamphlet per Bompiani, <em>La letteratura dell’inesperienza</em>: manca il contenuto, manca l’esperienza che preme per diventare testimonianza (così era per il neorealismo, no?), manca il Novecento, manca l’attrito con la tradizione. <span id="more-3087"></span>Carla Benedetti aveva cercato di definire quest’impasse con più complessità qualche anno fa nell’<em>Ombra lunga dell’autore</em> (Feltrinelli, 1998). Rispetto a un Foucault che mostrava come l’autore fosse diventato come mai prima “questione” e rispetto a un Barthes che lo dava direttamente per morto, la letteratura aveva risposto con i suoi anticorpi. Facendosi meta-letteratura, più o meno. Aggirando il vicolo cieco, cercando un effetto straniato che desse a chi scrive un’aura minima di credibilità, visto che: autenticità, responsabilità, possibilità di incidere sul mondo nel frattempo erano diventati obiettivi lontani. Al tempo stesso, mostrava Benedetti, anche l’editoria ha mostrato i suoi muscoli, e invece di morire l’autore oggi è più vigoroso che mai, viagrizzato dalle strategie promozionali. Magari non è uno scrittore di professione e fa di mestiere lo psicologo da salotto o il cantante, ma ha la sua foto che occupa tutta la quarta di copertina se non la copertina direttamente. Oppure magari vorrebbe fare lo scrittore di professione (ossia: vorrebbe che valesse la sua opera e non la sua faccia), ma si deve accontentare di quello che passa il mercato editoriale, e ritrovarsi dentro “un’identità molto forte che non gli corrisponde” o addirittura in un’“identità editoriale vuota”.</p>
<p>Ma il problema più acuto, ricordava sempre Benedetti, era sempre quello della legittimazione artistica, che da Hegel in poi, pare che debba passare soltanto da una fruizione mediata e consapevole, e allora Benedetti si chiedeva: “Può esistere creazione dove si dà scelta? Può esistere l’arte senza un margine di irriflesso, di spontaneità, di non dominato concettualmente?”. Cosa vuol dire essere scrittori senza compilatori di un senso comune?</p>
<p>Quest’anno (l’ultimo) sono usciti due libri che non sono dei capolavori – sono libri senza equilibrio, eccessivi o difettosi nella lingua e nella costruzione narrativa – ma sono due libri importantissimi, fondamentali: <em>Gomorra </em>di Roberto Saviano e <em>Troppi paradisi </em>di Walter Siti. Che a queste varie impasse, a queste all’erta sullo stato di postumità della letteratura, hanno risposto con un’arma spiazzante, truccata: l’autore-mondo. Non posso più incidere con le mie parole sul reale? Il reale è diventato uno schermo? Al posto del mio nome in copertina ci potrebbe essere qualcun altro? E io inverto la tendenza. Divento impudico, esibisco il mio corpo tutto sulla pagina, faccio del mio corpo il territorio dove far accomodare la realtà, fittizia, deformata, brutale, sciatta, quella che è, neanche me ne rendo più conto di ciò che mi attraversa. Non tralascio però il dato che ogni malessere oggi è psicosomatico. Non più incarnato, elaborato, trasformato in esperienza, ma sintomatizzato! Nella mia autobiografia multiforme ci metto dentro reality show, traffici internazionale, e – letteralmente nel caso di Siti – il mio buco del culo. Inglobo le voci narranti, caricando su di me responsabilità e conivolgimento – come fa Saviano, che non specifica quanto di quello che racconta con la verità della prima persona sia effettivamente stato agito da lui. “Mi chiamo Walter Siti, come tutti”, come dichiara senza mezze misure voi immaginate chi.</p>
<p>Ma la cosa notevole è che questi due titoli non sono mosche bianche nel panorama sterilizzato della nuova narrativa. Quest’idea dell’autore-mondo, dell’autobiografia inclusiva non la trovavamo già in <em>Lunar Park </em>di Bret Easton Ellis, che comincia proprio riraccontando di un se stesso titanico e alla deriva dietro i suoi romanzi? Non c’era qualcosa di simile nel racconto di David Foster Wallace, “Caro vecchio neon” in <em>Oblio</em> in cui a parlarci c’è un narratore che si chiama David F. Wallace e che alla prima riga scrive: “Per tutta la vita sono stato un impostore”? E l’ultimo libro di Franzen? E <em>Il velo nero </em>di Rick Moody? E i libri di Philippe Forest? E, in Italia, <em>Rondini sul filo </em>di Michele Mari? E il <em>Kamikaze d’occidente </em>di Tiziano Scarpa? E i <em>Cani del nulla </em>ma soprattutto i due libri su Roma e sull’India di Emanuele Trevi? E i racconti sul fallimentare apprendistato da scrittore di <em>Io odio John Updike</em> di Giordano Tedoldi? E <em>Il ventisettesimo anno </em>e <em>Last love parade </em>di Marco Mancassola? E non è un tale Massimiliano Parente il protagonista del prossimo romanzo di Massimiliano Parente?</p>
<p>Un paio d’anni fa era uscita un articolo polemico di Franco Cordelli che etichettava questo tentativo di esibire se stessi, viscere comprese, come una scorciatoia stilistica: l’autenticismo. Quest’anno, sempre Cordelli ha fatto le pulci a Siti, accusandolo di avere usato il suo ego smisurato per costruire un romanzo ancora non adulto.</p>
<p>L’idea che io e mondo abbiano molti confini comuni è un’idea che hanno i bambini, è vero. Ma, se crescendo si continua a pensarla così, si fa della vita una continua e non selettiva sperimentazione, si vive con una sorta di <em>disperata vitalità</em>. Ecco. È chiaro quanto – quanto esplicitamente, quanto narcisisticamente – Pier Paolo Pasolini sia, almeno per l’Italia, il modello di questi autori-mondo. Per Saviano che scrive una scena oltre il limite del retorico nel libro, raccontando la sua visita-pellegrinaggio alla tomba in Friuli. Per Siti, curatore editoriale dell’opera, che si immerge a fino al fondo della trasformazione antropologica che Pasolini profetizzava, che si identifica con la società dei consumi, che afferma: “Io sono l’Occidente”. Pasolini, l’uomo geneticamente senza figli, è il padre di questi scrittori italiani, è lui la tradizione. Lui il padre da uccidere. Lui la forza del passato.</p>
<p>È significativo allora che proprio quanto a confronto con i padri genetici, i due, Saviano e Siti, liquidino la faccenda con un senso di impotenza che riesce a risultare tragico proprio per la ridicolaggine. Roberto Saviano racconta senza pietà l’incontro con il padre sotto il sole di Roma: il padre con la sua nuova compagna e un fratellino che fin adesso non aveva conosciuto. Non hanno niente da dirsi, non hanno nemmeno da litigare. Walter Siti scrive una scena altrettanto fastidiosa da leggere. Il padre muore, e lui da solo sul treno dice: Ecco questa famosa scena primaria, è tutta qui; poi piange un po’, ma è solo stanchezza, si schermisce.</p>
<p>Ecco, come dire, nella letteratura italiana, un po’ d’aria nuova si respira, le cose sembrano cambiare. E, forse, non è che l’inizio.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/01/08/gli-autori-mondo/">Gli autori mondo</a></p>
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