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	<title>Nazione Indiana &#187; bosnia erzegovina</title>
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		<title>Train de Vie</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jan 2010 10:58:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/potoshoperògobet.jpeg"></a><br />
di<br />
<strong>Azra Nuhefendic</strong></p>
<p>La linea ferroviaria tra Belgrado e Sarajevo venne interrotta all’inizio della guerra in Bosnia. Dopo diciotto anni è partito di nuovo il treno che collegava le due città. La locomotiva ha trainato tre vagoni con solo quindici passeggeri.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/22/train-de-vie-2/">Train de Vie</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/potoshoperògobet.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/potoshoperògobet-300x225.jpg" alt="" title="potoshoperògobet" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-29074" /></a><br />
di<br />
<strong>Azra Nuhefendic</strong></p>
<p>La linea ferroviaria tra Belgrado e Sarajevo venne interrotta all’inizio della guerra in Bosnia. Dopo diciotto anni è partito di nuovo il treno che collegava le due città. La locomotiva ha trainato tre vagoni con solo quindici passeggeri. La breve composizione del convoglio rispecchia la situazione politica attuale, cioè la divisione in atto in quel Paese: un vagone delle ferrovie della Republika Srpska, uno di quelle della Federazione della Bosnia Herzegovina e il terzo appartenete alle ferrovie della Serbia.<br />
Mi ritenevo una persona adulta, una donna emancipata. Eppure, come l’ultima deficiente, portavo i miei vestiti sporchi una volta al mese a Sarajevo, perché la mia mammina me li  lavasse. Da maggio all’inizio d’ottobre viaggiavo con l’aereo, poi con il treno perché la nebbia o la neve in Bosnia rendevano incerto il viaggio aereo.<br />
All’epoca, tra Sarajevo e Belgrado circolavano tre treni al giorno più uno notturno. Mi sono imbarcata, come al solito, su quello notturno che partiva da Belgrado intorno a mezzanotte. Quella volta, a parte il solito bagaglio sporco, portavo una grande valigia piena dei libri in russo che mia sorella mandava da Mosca a Sarajevo  per metterli al sicuro.<br />
<span id="more-29069"></span><br />
Ben chiusa a chiave nello scompartimento mi addormentavo cullata dal vagone letto. Il viaggio durava circa sette ore e la mattina presto si arrivava a Sarajevo. Quella volta mi sono svegliata con la sensazione che era troppo presto per essere arrivati alla meta. Dall’esterno s’udivano voci diverse da quelle pronunciate dai conducenti e dai conduttori dei treni notturni che, solitamente, parlano a voce bassa per rispetto dei passeggeri. Ho sbirciato da dietro la tendina del finestrino: eravamo fermi in mezzo alla campagna. Dopo ho saputo che eravamo vicino a Vinkovci, un nodo ferroviario a circa due ore da Belgrado, sul territorio dell’allora repubblica jugoslava della Croazia. Fuori c’erano tanti uomini armati. Malgrado indossassero delle uniformi, non sembravano militari regolari. Disordinati, con le camice sbottonate, camminavano ciondolando come ubriachi trascinandosi dietro le loro cinture, alcuni stavano seduti per terra. Attorno al binario c’erano tantissime bottiglie di birra vuote. Gridavano e imprecavano. Mi assicurai che la porta del mio scompartimento fosse ben chiusa e aspettai. Gli uomini erano gli ZENG, ovvero dei paramilitari croati, unità formate dalle autorità croate. </p>
<p>Bussando alla porta, qualcuno con voce rabbiosa mi chiese di aprire. Puuuf, una ventata di alcool mi assalì. Quello mi chiese di fargli vedere la carta di identità. “Hmmm”, bisbiglia e domanda dove sia mio marito. “Non ho marito”, rispondo. “Ha ha ha”, ride e commenta: “Non mi dire che alla tua età non sei ancora sposata!”  Poi domanda cosa trasporto nella valigia grande. “Libri”, rispondo. “Apri, vediamo”, ordina. Quello prende un libro, lo gira, lo apre e lo guarda capovolto. Non sa leggere il cirillico. “Pfui, leggi serbo!”, mi dice con una smorfia sul viso che dovrebbe mostrare la sua ripugnanza. ”È russo”, rispondo con disprezzo. ”È la stessa m….”, dice quello, butta il libro sul letto e se ne va.<br />
Dopo un po’ il treno riparte, passa il ponte sul fiume Sava ed entra in Bosnia. A Doboj, ci svegliano di nuovo. Questa volta le voci sono dei ferrovieri, i quali, gentili e preoccupati, ci chiedono di prendere i nostri bagagli e di lasciare il treno. La ferrovia è interrotta.<br />
Nella notte buia, sotto le luci fioche di una piccola stazione nella provincia  più profonda, la gente trascinava valige e borsoni lungo i binari, le madri portavano i bambini semi addormentati, qualcuno aiutava un vecchio o una donna. È tutto accadeva senza parole, neanche i bambini piangevano, si udiva solo il rumore dei passi e dei bagagli trascinati. Nessuno protestava per quello che ci stavano facendo. Il silenzio era la parola chiave. Zitti accettavamo quello che ci ordinavano, ci spostavamo senza opporci, aprivamo loro le nostre porte senza ribellarci, ascoltavamo quando loro mentivano. Noi, la gente comune, eravamo più numerosi, eppure ubbidivamo a quelli che ci toglievano, uno dopo l’altro, tutti i nostri diritti. Quello che ci facevano non aveva niente a che fare né con l’etnia né con la religione. Semplicemente stracciavano i nostri dritti umani e civili. </p>
<p>Un breve  tratto di strada lo percorremmo con gli autobus, poi ci fecero salire su di un treno, un convoglio che era giunto con altri passeggeri da Sarajevo, e che si era fermato dall’altra parte della ferrovia interrotta.<br />
Per il resto del viaggio non si chiuse occhio, zitti e preoccupati fissammo i nostri sguardi fuori dai finestrini. Nel buio di una notte umida e nebbiosa, una notte bosniaca, cercavamo una spiegazione ragionevole per quello che ci stava accadendo.<br />
La linea ferroviaria fu interrotta e per diciotto lunghi anni i treni non circolarono più tra Belgrado e Sarajevo. Dopo s’interruppero altre ferrovie, altre strade, cessarono i collegamenti, i rapporti si estinsero. Ci costringevano a stare in territori sempre più piccoli, dentro confini sempre più stretti, a non muoverci, a interrompere i contatti non solo fisici ma anche mentali, finche la rottura non fu completa, fino a che l’isolamento non si trasformò in assedio.<br />
La ferrovia rappresentò l’immagine dello sviluppo nella Jugoslavia socialista più di qualsiasi altra cosa. Le tappe più importante della vita di questo Paese si possono ripercorrere tramite la costruzione delle sue tratte ferroviarie. La prima vittoria dell’uomo nuovo socialista (cosi ufficialmente si definivano le nuove conquiste della società) fu la costruzione di ferrovia  Brčko-Banovići. Quella leggendaria ferrovia fu costruita nel 1947 in soli sei mesi di lavoro e contava 220 kilometri, una tempistica che, ancora oggi, è un record mondiale. Ci lavorarono le brigate dei giovani volontari da tutta la Jugoslavia e molti anche dall’estero. Si decise di fare quel tratto perché nell’immediato dopo guerra c’era bisogno di trasportare il carbone dalle miniere di Banovici verso le grande città e i centri industriali.</p>
<p>A quell’epoca il treno rappresentava l’unico mezzo per i grandi trasferimenti della popolazione. Dalle regioni povere come la Lika, in Croazia e l’Erzegovina, le autorità jugoslave traslocarono interi villaggi in Vojvodina, in quella pianura vasta e fertile. I coloni, cosi chiamavano quelli che arrivavano in Vojvodina, entravano nelle case vuote dei cosiddetti folksdojčer, la minoranza tedesca che ci viveva prima. Dopo la seconda guerra mondiale, i folksdojčer furono accusati di collaborazionismo con i nazisti, e in circa trecentomila dovettero lasciare la Jugoslavia. Su quell’evento fu fatto un film “Vlak bez voznog reda”, (Il treno senza orario), un’opera epica che ci istruiva sulla storia eroica del popolo Jugoslavo.<br />
Successivamente ci spostavamo con i treni per ragioni ben diverse, non per andare “trbuhom za kruhom”, cioè alla ricerca di lavoro e pane, ma per imparare. La Jugoslavia era una nazione giovane e l’educazione era un vincolo categorico. Ogni giorno i treni portavano migliaia di giovani verso i centri universitari. Anche quello venne immortalato. Il poeta serbo Vlado Divjak scrisse una bellissima poesia su una piccola stazione ferroviaria nella Bosnia centrale, Podlugovi. Narra di una ragazza con i capelli biondi, che portava il berretto sulla testa e che ogni tanto lo toglieva per ripulirlo dalla neve. Tutto succedeva tra i treni che ci portavano o ci strappavano l’amore. Quei versi vennero musicati e la canzone “Podlugovi”, che canta Zdravko Čolić, ancora oggi ci fa nostalgia e, se nel mezzo c’e pure un bicchiere di vino, capitano anche le lacrime.<br />
Un’altra canzone è “Selma” del mitico gruppo rock “Bijelo Dugme” (“Il bottone bianco”). Nei suoi versi ci sono le parole “treno”, “valigia”, ”finestrino”, e neanche una volta si menziona la parola “amore”. Eppure la considero tra le canzoni più sentimentali in assoluto. Selma se ne va, e lui, nel momento dell’addio, invece di dirle tutte quello che desiderava sull’amore, riesce a pronunciare un’unica frase banale: ”Selma, non sporgerti dal finestrino”. È veramente da tagliarsi le vene, come definivamo le canzone struggenti.</p>
<p>Arsen Dedić, il popolare cantautore zagabrese, cantava “Brzim preko Bosne”, (“Con il rapido attraverso la Bosnia”). Erano gli anni settanta e ottanta quando, felici e spensierati, ci attaccavamo ai treni che a tutta forza ci portavano verso Sud, al mare. In quei convogli, a prescindere da quanto fossero lunghi, non ci stavamo mai tutti. Nei mesi di luglio e agosto, assomigliavano ai treni indiani pieni di gente dentro e fuori. Le nostre vacanze cominciavano già con l’incarrozzamento. Come nei film, pieni di luoghi comuni, c’era sempre la chitarra, la bottiglia di vino, e si cantava seduti per terra nei corridoi.<br />
La ferrovia tra Sarajevo e Belgrado era una delle tre linee principali: da Belgrado verso Zagabria,  Lubiana e poi l’Europa. L’altra da Belgrado a Sud, verso Skopje e la Grecia, oppure via Sofia verso Istanbul e il Medio Oriente.<br />
Una volta usavamo il treno anche per esportare il nostro “avere”, e per scambiarlo per l’“apparire”. Tre o quattro treni arrivavano ogni giorno a Trieste dalla Jugoslavia, insieme con centinaia di autobus pieni di gente che non vedeva l’ora di spendere i propri risparmi per comperare vestiti. </p>
<p>Con l’amico Toni ho viaggiato in treno una notte d’aprile per comprare a Trieste solo un paio di stivali. Con gli altri passeggeri abbiamo chiacchierato e condiviso i nostri panini e le bibite. Glie li offrivamo con tanto di “prego.. un assaggino.. si.. grazie.. è buono .. chi l’ha fatto.. la prego, ancora un boccone”. Ma dopo un paio di ore quelli hanno tirato fuori le loro cibarie. Mangiavano senza offrirci nulla. Toni e io facevamo finta di niente, fissavamo nel buio fuori dal finestrino vergognandoci per la scorrettezza di quegli sconosciuti.<br />
Negli altri Paesi il defunto si sposta su una limousine oppure su carri cerimoniali trainati da cavalli. Invece da noi, quando morì il presidente Tito, l’ultimo viaggio l’ha fatto con il suo treno blu, cosi si chiamava ufficialmente il convoglio con il quale si spostava per il paese. Le sue spoglie furono trasportate da Lubiana a Belgrado in treno, un viaggio lungo circa settecento kilometri. Quello che ricordo dalle immagini trasmesse in televisione, non è tanto la gente che si radunava lungo i binari per salutare per l’ultima volta l’amato presidente, ma l’imponente locomotiva che trascinava il treno senza fermarsi. Rallentava un po’ dove c’era gente e rilasciava un fischio forte e risoluto, come a voler sottolineare che la morte è una cosa certa e inevitabile e che il destino non si può né mutare, né fermare.<br />
Dopo diciotto anni, l’altro giorno è partito un treno da Belgrado a Sarajevo. C’era poca gente, il convoglio era corto, tre vagoni trascurati, sembrava un treno locale che si trascina più per inerzia che per effettivo bisogno. Dentro rari passeggeri, principalmente anziani, senza quella tipica febbre dei viaggiatori. Nei loro sguardi non c’era eccitazione, ma preoccupazione, sui loro volti ho riconosciuto l’espressione che mi ricordava quella notte nella quale la ferrovia fu interrotta.<br />
Noi non sappiamo ancora dove siamo diretti, né quali saranno le fermate.</p>
<p>Articolo che è possibile leggere anche <a href="http://www.osservatoriobalcani.org/">qui</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/22/train-de-vie-2/">Train de Vie</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Fard Times and War Crimes</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/02/11/fard-times-and-war-crimes/</link>
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		<pubDate>Wed, 11 Feb 2009 09:25:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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di<br />
<strong> Azra Nuhefendic</strong></p>
<p>Ci vedevamo una volta a mese, regolarmente, per anni. Da Vera, l&#8217;estetista  ci andavo per curare i brufoli, lei invece per conservarsi bella. Alta, silouhette elegante, capelli biondi, occhi azzurri. Bella. La tradiva lo sguardo, tagliente e severo e che le aveva  procurato il soprannome di <em>Lady di ferro</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/11/fard-times-and-war-crimes/">Fard Times and War Crimes</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/speculo1.jpg" alt="speculo1" title="speculo1" width="600" height="532" class="alignnone size-full wp-image-14318" /><br />
di<br />
<strong> Azra Nuhefendic</strong></p>
<p>Ci vedevamo una volta a mese, regolarmente, per anni. Da Vera, l&#8217;estetista  ci andavo per curare i brufoli, lei invece per conservarsi bella. Alta, silouhette elegante, capelli biondi, occhi azzurri. Bella. La tradiva lo sguardo, tagliente e severo e che le aveva  procurato il soprannome di <em>Lady di ferro</em>.</p>
<p>Dall&#8217; estetista, come dal parrucchiere, si chiacchierava, si parlava, si pettegolava. Lei, invece, solo “buongiorno” e “arrivederci”. Se le capitava di dire qualcos&#8217;altro lo faceva con una voce nasale, come una che si sforzasse di parlare con comuni mortali. Aveva l&#8217;aria altera, di una che dà lezioni.</p>
<p>Infatti, Biljana Plavšić era professoressa. Insegnava biologia all&#8217;Università di Sarajevo. Specializzazione: genetica.<br />
<span id="more-14306"></span><br />
<object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/ebF40FFPyac&#038;hl=it&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/ebF40FFPyac&#038;hl=it&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>E’ l&#8217;unica donna tra  più di 100 persone accusate o condannate dal Tribunale dell&#8217; Aia, per  crimini di guerra e contro l’umanità nelle guerre in ex Iugoslavia. La carriera politica, Biljana Plavšić l&#8217;ha fatta  nel periodo più buio in Europa dai tempi della seconda guerra mondiale. Da 1992 al 1996, fu  stretta collaboratrice di Radovan Karadžić. Quando Karadžić fu costretto a  ritirarsi, lei diventò presidente della Repubblica Serba. Ha partecipato, ai massimi livelli, alla campagna di smembramento della BiH e alla messa in atto della  pulizia etnica in vaste zone del suo territorio.</p>
<p>Fu una sorpresa per me vederla nel 1992 alla TV. La guerra in BiH (Bosnia ed Erzegovina) non era “ufficialmente” cominciata (l&#8217;inizio vero e proprio fu l’attacco a Sarajevo ) quando Biljana Plavsić si fece vedere sullo schermo. A Bijeljina, una città della Bosnia nord- orientale, abbracciava e baciava l’infame criminale di guerra Zeljko Ražnatović Arkan.<br />
“<em>Io bacio solo gli eroi</em>”, spiegava Biljana Plavšić mostrandoci, fin d&#8217;allora, la sua ai più ignota sensibilità. Poi, ha precisato: ”<em>Quando ho visto quello che Arkan ha fatto a Bijeljina, mi sono detta che lui è un vero serbo. Questo è il tipo di eroi di cui abbiamo bisogno</em>”.</p>
<p>Anche il resto del mondo poteva capire che razza di uomini apprezzasse la professoressa Biljana Plavšić. I principali media mondiali, compreso la copertina del settimanale americano Time, mostravano la foto shock scattata a Bijeljina: un paramilitare serbo, membro della brigata Tigri, unità paramilitare che comandava Arkan, prendeva a calci la testa di una donna musulmana uccisa e stesa per la terra.  </p>
<p>L’assalto a Bijelina fu la prova generale di quello che sarebbe successo  in BiH, nei primi sei mesi di guerra, quando i nazionalisti serbi occuparono il 75 percento del territorio: attacchi ai villaggi e alle città indifese, esecuzioni dei civili, saccheggio, stupri, campi di concentramento e  pulizia etnica. Quest’ultima fu favorito da Biljana Plavsić. “<em>Preferirei ripulire completamente la BiH occidentale dai musulmani…. E’ un fenomeno perfettamente naturale che loro (l’Occidente) hanno definito pulizia etnica e considerandolo come   crimine di guerra</em>” (Svijet, Novi Sad, 1993).<br />
M.me Plavšić è tra le poche persone a cui, il sogno, di importanza storica senza precedenti, si è avverato. La Bosnia occidentale è completamente ripulita dai musulmani bosniaci.</p>
<p>Il Tribunale dell’Aia ha incriminato Bljana Plavšić per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Lei si è costituita volontariamente, ha patteggiato la pena con il Tribunale e si è dichiarata colpevole per i crimini contro l’umanità evitando l’imputazione di genocidio. Il pubblico ministero  ha richiesto 25 anni di carcere, ma Biljana Plavšić fu condannata, nel 2003, a 11 anni di carcere.</p>
<p>“<em>Se mettessimo tutto il  dolore e la sofferenza di tutte le vittime, da una parte, dall&#8217;altra, quanti anni di carcere ci vorrebbero per fare giustizia?</em>&#8220;, si chiedeva il premio Nobel Elie Wiesel, uno dei testimoni al processo di Biljana Plavšic, e  lui stesso sopravvissuto ai campi di morte nazisti.</p>
<p>La condanna, Biljana Plavšić la sta scontando nel carcere Svedese di Hisenberg. “Ah, meno male”, ho pensato, appena l&#8217;ho saputo. Perché il carcere femminile Hisenberg ha la sauna, il centro massaggi e altre comodità. </p>
<p>Tra i vertici politici dei serbi bosniaci M.me Plavšić si distingueva per il suo ultra nazionalismo. “<em>Il mio radicalismo non lo ritengo affatto negativo</em>” diceva. L’assedio di Sarajevo per lei era ”<em>soltanto la difesa delle case dei serbi</em>”. I Musulmani bosniaci? “<em>Originalmente serbi, ma geneticamente deformati perché si sono convertititi all’ islam</em>”, affermava la professoressa, esperta in genetica.<br />
Non si fidava delle trattative politiche e preferiva “<em>una bella guerra per mettere fine a tutto</em>”. Poi, fedele al soprannome di <em>Lady di ferro,</em> dichiarava: “<em>Ci sono 12 milioni di serbi. Anche se ne uccidessero sei milioni, altri sei potrebbero vivere decentemente</em>”.<br />
Qualche volta, perfino agli occhi degli altri nazionalisti serbi, le posizioni di Plavšic erano esagerate. L’ex presidente della Serbia Slobodan Milosević le aveva  proibito di venire in Serbia dicendo: “ i<em>l suo posto e in manicomio</em>”. Sua moglie Mira la definiva “ <em>Mengele al  femminile</em>”.<br />
A Sarajevo Biljana Plavšić la chiamavano “signorina”, perché non era sposata. Per i nazionalisti serbi bosniaci, che portavano i suoi poster sui carri armati, era “l’imperatrice serba” o “la regina di ghiaccio”. “<em>Ne sono fiera</em> ”, aveva detto Biljana Plavšić ricambiando l’amore dei suoi ammiratori.  </p>
<p>“<em>Lei è la più pazza di tutti”</em>, sosteneva il giornalista e scrittore americano David Rieff. ”<em>Quando, durante l’assedio, gli animali nello zoo di Sarajevo morivano di fame, la signora Plavšić diceva che li stavano cibando con i neonati serbi</em>”.<br />
L’unica differenza tra lei e altri, secondo il portavoce delle forze internazionali in BiH (UNPROFOR), Alexander Ivanko, e che lei è una “<em>nazista onesta</em>”. </p>
<p>Talvolta Biljana Plavšić si mostrava generosa: “<em>Ai musulmani (bosniaci), si potrebbe dare il 30 percento del territorio della BiH, dove possono organizzare la propria vita senza darci fastidio… Non gli auguro niente di buono. Ma per mettere l&#8217; anima in pace, dobbiamo dargli qualcosa</em>” ragionava così Biljana Plavšić.</p>
<p>Cosa aiutava a professoressa Plavšić a mettersi l&#8217;anima in pace?</p>
<p>“<em>Nella fossa comune, a Suha, vicino a Bratunac, Bosnia orientale, i resti di 38 persone, tutti uccisi con una arma di fuoco. I corpi ben conservati. Cinque donne con i bambini nel braccio, di età tra sei mesi e alcuni anni; in ciascuna dei due sacchi, due bambini abbracciati, una donna giovane incinta al nono mese . “Era un maschio</em>”, ha constatato il patologo Zdenko Cirhlaz.<br />
Oppure,<br />
“<em>…un giorno, nel’aprile 1992, le guardie hanno interrogato una madre di fronte agli altri detenuti nel campo di concentramento Manjaća, vicino a Banja Luka. Poi i guardiani hanno stuprato la figlia di sette anni, davanti alle altre detenute. La bambina morì subito dopo</em>” (testimonianza depositata preso il Dipartimento dello Stato Americano).<br />
Oppure,<br />
“<em>…in quel mucchio, in quella catasta di cadaveri che non sembravano persone….solo una pila di carne a pezzi … emerse un essere umano….per la precisione era un bambino di cinque o sei anni. Un essere umano viene fuori e cominciò a muoversi verso il sentiero dove gli uomini con i fucili automatici stavano facendo il loro lavoro. E questo bambino camminava verso di loro…e diceva &#8221; babbo dove sei</em>” (testimonianza di un serbo, autista di camion che portava gli approvvigionamenti per l’esercito serbo-bosniaco,  all’epoca del genocidio di Srebrenica,da, Carla Del Ponte, “<strong>La Caccia</strong>&#8220;)</p>
<p>Recentemente, e per la terza volta da quando è in prigione, Bljana Plavšić ha chiesto la grazia.<br />
Il Primo Ministro della Repubblica Serba, Milorad Dodik l’ha visitata nel carcere, in agosto scorso, l’ha trovata “<em>in ottima salute fisica e mentale</em>”. Dodik  ha promesso che “<em>farà di tutto per aiutarla</em>”.<br />
In Repubblica Serba hanno creato un comitato che ”nel nome della giustizia universale, nel nome di morale cristiano e umanità” supplica il Tribunale di ridurre la penna e liberare dal carcere Biljana Plavšić.</p>
<p>Durante il processo, davanti alla Corte, Biljana Plavšić si è dichiarata colpevole per  crimini contro l’umanità, e ha affermato ”<em>che accetta la propria colpevolezza per migliaia di vittime civili, musulmani e croati, vittime di un’azione organizzata e sistematica per ripulire territori che i Serbi ritenevano di propria appartenenza</em>”.<br />
Leggendo la sua dichiarazione scritta, signora Plavšić non ha manifestato nessun <em>dispiacere</em>, nè dichiarato in nessun caso scusa alle vittime.<br />
“<em>Non c’era niente di umano nelle sue parole</em>” ha detto, Emir Suljagić, sopravvissuto al genocidio di Srebrenica. </p>
<p>Infatti, Biljana Plavšić stessa,  ha in seguito  confermato che la sua dichiarazione davanti al Tribunale non era frutto di pentimento, ma puro calcolo. </p>
<p>Richiamata davanti al Tribunale di Aia per testimoniare nei processi agli altri imputati “<em>nega ogni conoscenza dei crimini, r si presenta come una vittima delle circostanze…. E’ comincia a dichiarare la sua innocenza</em>”, scrive nel suo libro l&#8217; ex capo Procuratore generale del Aia, Carla Del Ponte. A quel punto Del Ponte chiede l&#8217;annullamento della sentenza  per  processare di nuovo la signora Plavsić. Per le regole del Tribunale la procedura era impossibile.<br />
Intervistata dalla Tv Alternativa di Banja Luka, (2005),  Biljana Plavšić sottolinea “<em>di aver mentito davanti all’Tribunale perché non poteva accettare la sua innocenza</em>”. </p>
<p>In un&#8217;unica intervista rilasciata a un giornale svedese “Vi”, (2009), ritiene “<em>che non ha fatto niente di sbagliato</em>” e “<em>che si era volontariamente sacrificata</em>”.</p>
<p>Oggi Biljana Plavšić di anni ne ha 78. Dalla prigione femminile Hisenberg si lamenta per la vita in carcere che “condivide con criminali comuni, prostitute, assassine, ladre,  drogate”.<br />
Si crede migliore dei criminali comuni Biljana Plavšić, colpevole per migliaia di morti, e responsabile di tanta incommensurabile sofferenza di innocenti, della distruzione di un paese.<br />
“È questo un esempio di malafede, un ingannare se stesso, congiunto a un&#8217;enorme stupidità? O è semplicemente l&#8217;eterna storia del criminale che non si pente, del criminale che non può vedere la realtà perché il suo crimine è divenuto una parte di essa?&#8221;,  si chiedeva Hannah Arendt, al momento del processo, a Gerusalemme, di Adolf Eichmann?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/11/fard-times-and-war-crimes/">Fard Times and War Crimes</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Srebrenica 2009 appunti su un genocidio 24-25/1 Olginate LC</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jan 2009 06:26:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<category><![CDATA[bosnia erzegovina]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/img_7886.jpg"></a></p>
<p>Un evento dedicato, in occasione della Giornata della Memoria 2009, al ricordo del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Srebrenica">genocidio</a> di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Srebrenica">Srebrenica</a> (luglio 1995) e delle guerre balcaniche degli anni &#8217;90.</p>
<p>Sabato 24 gennaio 2009 ore 21.00 e domenica 25 gennaio 2009 dalle ore 11.00 a <a href="http://maps.google.com/maps?f=q&#38;hl=it&#38;geocode=&#38;q=Olginate+LC,+Italia&#38;sll=45.786741,9.366407&#38;sspn=0.034834,0.061283&#38;ie=UTF8&#38;g=Olginate+LC,+Italia&#38;s=AARTsJqZ2Y6n4sKLcRW1kC_IQB1q6ZDwSg&#38;view=map">Olginate (Lecco)</a><br />
</p>
<blockquote cite="http://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Srebrenica"><p>Il massacro di Srebrenica fu un genocidio e crimine di guerra, consistito nel massacro di migliaia di musulmani bosniaci nel luglio 1995 da parte delle truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladić nella zona protetta di Srebrenica che si trovava al momento sotto la tutela delle Nazioni Unite.</p>&#8230;</blockquote><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/22/srebrenica-2009-appunti-su-un-genocidio-24-251-olginate-lc/">Srebrenica 2009 appunti su un genocidio 24-25/1 Olginate LC</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/img_7886.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-13350" title="img_7886" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/img_7886.jpg" alt="" width="450" height="299" /></a></p>
<p>Un evento dedicato, in occasione della Giornata della Memoria 2009, al ricordo del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Srebrenica">genocidio</a> di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Srebrenica">Srebrenica</a> (luglio 1995) e delle guerre balcaniche degli anni &#8217;90.</p>
<p>Sabato 24 gennaio 2009 ore 21.00 e domenica 25 gennaio 2009 dalle ore 11.00 a <a href="http://maps.google.com/maps?f=q&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=Olginate+LC,+Italia&amp;sll=45.786741,9.366407&amp;sspn=0.034834,0.061283&amp;ie=UTF8&amp;g=Olginate+LC,+Italia&amp;s=AARTsJqZ2Y6n4sKLcRW1kC_IQB1q6ZDwSg&amp;view=map">Olginate (Lecco)</a><br />
<span id="more-13349"></span></p>
<blockquote cite="http://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Srebrenica"><p>Il massacro di Srebrenica fu un genocidio e crimine di guerra, consistito nel massacro di migliaia di musulmani bosniaci nel luglio 1995 da parte delle truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladić nella zona protetta di Srebrenica che si trovava al momento sotto la tutela delle Nazioni Unite.</p>
<p>È considerato uno dei più sanguinosi stermini di massa avvenuti in Europa dai tempi della seconda guerra mondiale: secondo fonti ufficiali le vittime del massacro furono circa 7.800, sebbene alcune associazioni per gli scomparsi e le famiglie delle vittime affermino che furono oltre 10.000. <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Srebrenica">Wikipedia</a></p></blockquote>
<p>Programma<br />
Sabato 24 gennaio 2009 &#8211; ANTEPRIMA ore 21.00 &#8211; Cinema Jolly, <a title="carta geografica" href="http://maps.google.com/maps?f=q&amp;source=s_q&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=via+Don+Gnocchi+13,+Olginate&amp;sll=45.800517,9.415137&amp;sspn=0.009873,0.021629&amp;g=Piazza+Marchesi+d%27Adda,+Olginate&amp;ie=UTF8&amp;ll=45.800249,9.412086&amp;spn=0.009873,0.021629&amp;z=16&amp;iwloc=addr">via Don Gnocchi 13</a><br />
Proiezione del film-documentario <a href="http://www.cinemaitaliano.info/ratanecebiti">RATA NECE BITI! (Non ci sarà la guerra) di Daniele Gaglianone</a></p>
<p>Domenica 25 gennaio 2009 ore 11.00 &#8211; Villa Sirtori, <a title="carta geografica" href="http://maps.google.com/maps?f=q&amp;source=s_q&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=Piazza+Marchesi+d%27Adda,+Olginate&amp;sll=37.0625,-95.677068&amp;sspn=45.688268,88.59375&amp;ie=UTF8&amp;z=16&amp;iwloc=addr">piazza Marchesi d’Adda</a><br />
Inaugurazione mostra fotografica “Srebrenica 1995-2007: 12 anni dopo“.<br />
ore 14.00 &#8211; Cinema Jolly<br />
Visione del film “Inventario Balcanico” ed intervento di Federico Rossin, critico cinematografico.</p>
<p>ore 16.00 &#8211; Sala consiliare, <a title="carta geografica" href="http://maps.google.com/maps?f=q&amp;source=s_q&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=Piazza+Roma,+Olginate&amp;sll=45.800249,9.412086&amp;sspn=0.009873,0.021629&amp;g=via+Don+Gnocchi+13,+Olginate&amp;ie=UTF8&amp;ll=45.801685,9.411871&amp;spn=0.009873,0.021629&amp;z=16&amp;iwloc=addr">piazza Roma</a><br />
Conferenza storica: “Frammenti del conflitto in Bosnia-Erzegovina” Relatori:<br />
* Michele Nardelli, Responsabile delle Relazioni Internazionali di Osservatorio sui Balcani<br />
* Luca Rosini, regista e giornalista</p>
<p>ore 19.00 &#8211; Villa Sirtori<br />
Aperitivo balcanico.</p>
<p>ore 19.30 &#8211; Villa Sirtori<br />
Concerto dei Circo Abusivo.</p>
<p>ore 21.00 &#8211; Cinema Jolly<br />
“A come Srebrenica”. Spettacolo teatrale di e con Roberta Biagiarelli.</p>
<p>Organizzato da <a href="http://www.srebrenica2009.org/dinamo-culturale/">Associazione Dinamo Culturale</a> con il patrocinio di <a href="http://www.osservatoriobalcani.org/">Osservatorio sui Balcani</a>, Comune di Olginate, Provincia di Lecco e<a href="http://www.lescultures.it/f"> Les cultures</a>.</p>
<p>La fotografia &#8220;Due bambini dentro l&#8217;Hotel Domàvia&#8221; è di Luca Cicchello 2007 ed è tratta dalla <a href="http://www.srebrenica2009.org/2008/12/mostra-fotografica/">mostra fotografica</a> anticipata sul sito degli organizzatori.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/22/srebrenica-2009-appunti-su-un-genocidio-24-251-olginate-lc/">Srebrenica 2009 appunti su un genocidio 24-25/1 Olginate LC</a></p>
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<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/01/17/di-mostrare-lorrore/' rel='bookmark' title='Di-mostrare l&#8217;orrore'>Di-mostrare l&#8217;orrore</a> <small>di Gianni Biondillo Ci sto pensando da alcuni giorni &#8211;...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/07/11/lanniversaire/' rel='bookmark' title='L&#8217;anniversaire'>L&#8217;anniversaire</a> <small>di Azra Nuhefendic Neira, undici anni, mingherlina, capelli lisci, biondissimi,...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
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