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	<title>Nazione Indiana &#187; calcio</title>
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		<title>Recensione a un libro non letto</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Mar 2011 07:30:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/Perdisa.jpg"></a> di <strong></strong><strong>Marino Magliani</strong></p>
<p>Sono, ero, un appassionato di calcio. Sono, ero, un grande appassionato di calcio, ma strano, uno di quelli che non andavano allo stadio. Ci sono entrato poche volte nella vita. Una per tutte: mi trovavo in Spagna, un amico argentino mi convinse a investire in una partita, comprammo una decina di biglietti per rivenderli il giorno della partita (giocava il Barcelona contro El Real) sarebbe stato un gioco.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/15/recensione-a-un-libro-non-letto/">Recensione a un libro non letto</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/Perdisa.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/Perdisa.jpg" alt="" title="Perdisa" width="160" height="240" class="alignleft size-full wp-image-38419" /></a> di <strong></strong><strong>Marino Magliani</strong></p>
<p>Sono, ero, un appassionato di calcio. Sono, ero, un grande appassionato di calcio, ma strano, uno di quelli che non andavano allo stadio. Ci sono entrato poche volte nella vita. Una per tutte: mi trovavo in Spagna, un amico argentino mi convinse a investire in una partita, comprammo una decina di biglietti per rivenderli il giorno della partita (giocava il Barcelona contro El Real) sarebbe stato un gioco. Una cosa facile, il mio amico ne era sicuro. Era l&#8217;autunno, avremmo saldato un debituccio che avevamo entrambi col padrone della pensione. Ci andò male, il giorno in cui giocarono pioveva e Maradona rimase in tribuna per infortunio. Col mio amico andammo allo stadio e ci sedemmo, distanti, le braccia larghe a occupare i posti che ci erano rimasti. Partite non ne vedevo, alla tele sì, o a parlarne, che è un po&#8217; come vederle, forse, rigiocarle. Ore e ore a parlare di calcio. Se sapessi parlare di letteratura come lo so, lo sapevo, fare di calcio, sarei direttore di <em>ttl</em>. <span id="more-38418"></span><br />
Quando parlavo con qualcuno di calcio mi rendevo subito conto se valeva la pena e se era il caso di abbassare l&#8217;asticella. Ho arricchito la mia conoscenza sul calcio vivendo un anno in Argentina e parecchi anni in Spagna e lungo tempo in Olanda. Quando si dice che gli argentini il calcio ce l&#8217;hanno nel sangue non si mente. Tra un locutor di radio argentino o un giornalista sportivo argentino e un giornalista italiano di quelli che passano nella tv nostrana o scrivono sui giornali rosa non c&#8217;è paragone. I giornalisti argentini a quelli italiani gli pisciano in culo e gli fanno credere che piove. Il linguaggio, la fantasia, le onde della prosa latina, non c&#8217;è paragone. In Olanda peggio, i giornalisti sportivi, tolta l&#8217;intelligenza di Wim Kieft, fanno pena, continuamente in difficoltà, si giustificano o tentano di nascondere la loro inadeguatezza insultandosi. Perché parlare di calcio non è mica facile, si può romanticizzare, raccontare la solitudine del portiere come quella del dj in discoteca o quella dell&#8217;ala, la robustezza sfigato onesta del mediano, la cattiveria del difensore centrale. Ma poi occorre parlare di calcio.<br />
C&#8217;è una persona, un amico &#8211; e questa recensione a un libro che non ho letto la scrivo perché lui è un amico perché se non fosse un amico non potrei dire queste cose, perché sono stato a sentirlo tante volte come si sta a sentire un amico, perché uno diventa amico quando lo stai a sentire volentieri, anche &#8211; un amico che vive a Milano e che incontro di rado ormai, che di calcio sa molto, e racconta le cose come un locutor de radio argentino e staresti a sentirlo parlare di calcio fino all&#8217;alba, è un amico che<a href="http://www.gruppoperdisaeditore.it/Catalogo/Perdisa-pop/Arrembaggi/La-passione-del-calcio.aspx"> ha scritto un libro sul calcio</a>, l&#8217;avete capito, e io quel libro non l&#8217;ho letto, ve l&#8217;ho detto, ma sono sicuro che chi ama il calcio deve leggerlo, e chi non l&#8217;ama più come me, leggendolo ricorderà le cose, i numeri che portavano una volta i giocatori, il 4 il mediano, il 10 la mezz&#8217;ala o quella che chiamavano la mezza punta, il 9 l&#8217;ariete, l&#8217;11 il mingherlino genio e sregolatezza, puro zurdo, il 5 che picchiava l&#8217;attaccante avversario fin dentro gli spogliatoi, lo seguiva nella doccia e lo picchiava fin quando non gli dicevano che la partita era finita, i numeri già&#8230; E Franz Krauspenhaar, l&#8217;amico che ha scritto il libro sul calcio che non ho letto ma sono sicuro che è bellissimo perché lui Franz ha questo nome nordico ma parla di calcio come gli argentini, Franz ora questo libro l&#8217;ha scritto. E sono sicuro che un libro così lo ama anche chi odia il calcio, perché ora può capire perché è così bello odiare il calcio. Il libro dovrebbe uscire per l&#8217;editore Perdisa, per quale collana me lo farò dire, e non so neanche quanto costa, spero meno di 15 euro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/15/recensione-a-un-libro-non-letto/">Recensione a un libro non letto</a></p>
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		<title>TRITTICO INTERISTA</title>
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		<pubDate>Mon, 10 May 2010 17:38:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[altobelli]]></category>
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		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
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		<category><![CDATA[poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>IL BAR DELL’INTER</p>
<p>E quasi ti vedo dentro il fegato<br />
La milza i due polmoni<br />
Che sobbalzano eretti separati<br />
Ad ogni passo mentre ti avvicini.</p>
<p>Perché vieni da Matera<br />
Più vera, e sai di bar dell&#8217;inter,<br />
Lavorato mangiato,<br />
Scoppi come una gemma.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/10/trittico-interista/">TRITTICO INTERISTA</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>IL BAR DELL’INTER</p>
<p>E quasi ti vedo dentro il fegato<br />
La milza i due polmoni<br />
Che sobbalzano eretti separati<br />
Ad ogni passo mentre ti avvicini.</p>
<p>Perché vieni da Matera<br />
Più vera, e sai di bar dell&#8217;inter,<br />
Lavorato mangiato,<br />
Scoppi come una gemma.<span id="more-33975"></span></p>
<p>REWIND</p>
<p>Roberto io vorrei<br />
Non essere lì per cena<br />
Da tua moglie e da te.<br />
E in sala poter non entrare<br />
Se no tua madre ti sgrida.<br />
Ma solo nella stanza<br />
Coi chiodi alle pareti<br />
Il coltello l’inter<br />
Le cartine.<br />
Se stai in porta<br />
Domani<br />
Li freghiamo.</p>
<p>RESIPISCENZA</p>
<p>Resipiscenza ancora e poi di nuovo<br />
Del tremendo che mi cerca per amarmi,<br />
Un troppo pieno come nelle cassette<br />
Muove il livello l&#8217;asta<br />
Oscilla il galleggiante.<br />
Esorcizzare fare finta di non avere paura<br />
Faccia al cemento ancora fresco al segno<br />
Di una gomma di bicicletta, di un vivainter<br />
Spillo sei alto e bello.</p>
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		<title>La bacchetta magica</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 07:30:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Ricci]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[San Siro]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/san-siro.jpg"></a><br />
di <strong>Luca Ricci</strong></p>
<p>Io per sei giorni su sette inscatolo nella ditta di stoccaggio dove mi hanno assunto, vicino ai Navigli, un posto di merda siamo in tre quando uno si ammala si lavora in due però il numero di inscatolamenti rimane quello.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/15/la-bacchetta-magica/">La bacchetta magica</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/san-siro.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/san-siro.jpg" alt="" title="san siro" width="454" height="323" class="alignnone size-full wp-image-31685" /></a><br />
di <strong>Luca Ricci</strong></p>
<p>Io per sei giorni su sette inscatolo nella ditta di stoccaggio dove mi hanno assunto, vicino ai Navigli, un posto di merda siamo in tre quando uno si ammala si lavora in due però il numero di inscatolamenti rimane quello. Ma quei sei giorni lì, a inscatolare nella ditta di stoccaggio, non contano nulla, io esisto solo un giorno alla settimana, il settimo, alla domenica che vado allo stadio a tifare per il Milan.<br />
All’inizio scavalcavo, che non è difficilissimo. Tu te ne vai dietro, punti un piede sul basello della remata, ti tiri su, e sei dall’altra parte. Poi corri. I controllori e la sicurezza lo sanno, lo mettono in preventivo che ogni cento duecento paganti c’è il portoghese. Se ne sbattono di rincorrerti. Non ti cagano proprio. Io andavo nella sud e lo stadio mi si apriva di fronte e mi sentivo il re del mondo. In realtà non contavo un cazzo di niente perché me ne stavo per tutta la partita schiacciato nella mia cesta, non mi ritenevo neanche buono a cantare.<br />
<span id="more-31684"></span><br />
A quei tempi il mio coro preferito era: FORTE DESAILLY, FORTE DESAILLY, FORTE DESAILLY. Io zitto, ai margini della curva, fuori dal rebelot. Però inizio a conoscere tutto: facce, atteggiamenti, gruppi. Una volta mentre corro su per le scale, dopo aver scavalcato, mi sento trattenere per la collottola del giubbetto, cazzo è dico, che qui lasciano sempre passare, mi volto c’è uno enorme che controlla i biglietti mi tiene appeso per il giubbetto, allora io gli faccio un nome e lui mi lascia andare. Perché se conosci i nomi giusti entri sempre. E dentro c’era la squadra più forte del mondo mica cazzi, che nel 1993 s’è fatto anche il double scudetto-champions, trovamene un’altra di squadra italiana che c’è riuscita in tempi recenti. Poi alla fine di una partita mi arriva un calcio in culo. Mi giro e impallidisco. Mi dice cazzo fai il mio nome a quelli giù. Io zitto. Lui altro calcio in culo, che ho pensato adesso mi massacra perché capitava spesso che i capi ammazzassero di botte qualcuno, punirne uno per educarne cento dicevano. Mi dice porcozzio, non ti conosco nemmeno. Porcozzio, non t’ho mai visto a una trasferta e a malapena t’ho visto qui. Ho beccato altri calci in culo poi m’hanno detto o prendi la tessera della Fossa o se torni ti ammazziamo di botte. Ho preso la tessera ma ho continuato a saltare le trasferte. Cioè ogni tanto andavo, ma a me mi piaceva soprattutto il Milan a Milano nella Scala del calcio. A me il calcio non mi piace, per me starei girato tutto il tempo dando le spalle alla partita, come fanno loro, i capi curva, ma il problema è che non contavo un cazzo e dovevo guardare la partita e cantare. Adesso, con la tessera, che poi era la tessera del gruppo ultras storico della sud, e c’avevo anche un regolare abbonamento grazie alla tessera ultras, cantavo a squarciagola. Intanto il Milan s’era seduto sugli allori, si guardava allo specchio, un anno non arrivammo neppure in UEFA. Cantavamo: DONNE E MOTORI GLI UNICI VALORI. Marcel Desailly si mise a piangere e Capello, quello che infilò quattro petardi nel culo al Barcellona di Cruijff, se ne andò dalla nostra vita.<br />
Faccio 1800 scatole al giorno circa. Cosa ci sia dentro neanche mi preoccupo di saperlo. Potrebbero essere surgelati, schede integrate per pc, profilattici. La roba ci arriva già inscatolata. Noi dobbiamo mettere la scatola dentro a un’altra scatola. Proprio così, da non crederci che cazzo di lavori esistano. Vabbè c’è anche la parte del raggruppamento, fissaggio e stoccaggio, ma essenzialmente io faccio 1800 scatole al giorno per sei giorni e il settimo vado allo stadio.<br />
Però da quando c’avevo la tessera ultras e l’abbonamento alla sud io anche lì era tutto un obbedire, un servire una causa che non mi apparteneva. E canta, e salta, e segui le trasferte. E i ragazzi di qua e i ragazzi di là, che i calciatori li chiamano ragazzi. Quello non sta bene, quello ancora non rientra dall’infortunio al crociato, quello sta sul cazzo allo spogliatoio, quello ha messo incinta la donna del capitano. Si doveva sapere tutto, tenersi aggiornati. Ma io allo stadio mica ci andavo per quello porcoddio. Io ci andavo per sentirmi libero, per guardare l’erba dall’alto e pisciarci sopra e loro invece volevano comandarmi a bacchetta. Cioè io già ero un operaio, che gli operai esistevano ancora solo che non andavano più di moda, tutti parlavano dei call center o dei giargianesi clandestini che volavano giù dai tetti dei cantieri, e dovevo fare l’operaio anche alla partita?<br />
Non esiste mi sono detto. Allora ho respirato bene e mi son chiesto cosa volessi veramente dalla mia domenica e mi sono fatto due conti in tasca. Mi sono fatto ancora un paio di stagioni in curva perché dovevo mettere da parte i soldi, ma la mia decisione l’avevo già presa. L’abbiamo messo nel culo alla Juventus in coppa campioni, che noi l’Europa ce l’abbiamo nel dna, e poi ancora abbiamo vinto uno scudetto facendo mangiare la polvere a Totti e compagnia. Cantavamo ai romani trucidi: SIETE VOI SIETE VOI LA VERGOGNA DELL’ITALIA SIETE VOI. Dopo, mi sono messo da parte abbastanza soldi, praticamente non avevo più speso niente, andavo avanti ad arance e avevo un paio di pantaloni soltanto. Insomma, io mi sono fatto l’abbonamento nei distinti. Primo anello, poltroncine rosse. Vaffanculo. La prima volta che ci sono entrato, invece di passare dalla sud che mi tornava meglio ho fatto il giro lungo, sono passato dalla nord perché avevo paura qualcuno mi riconoscesse. Avevo tagliato le basette, che io per tutta la curva ero Fulmine per via che una domenica mi ero presentato con la basetta tagliata aggressiva a punta, e poi mi ero comprato dei vestiti nuovi. Roba leggera, lino quelle robe lì. C’avevo riflettuto, mica potevo andare al primo anello rosso vestito come un pezzente. Solo le partite casalinghe, fanculo le trasferte da poveri sfigati a puzzare di treno e a beccarsi le bombe carta negli stadi e le manganellate nelle stazioni. Potevo sentire l’odore del prato appena tagliato tanto ero vicino al campo. Primo anello rosso, settore R, roba da 150 € a partita, 2000 € all’anno. D’inverno mi son preso un paltò di lana blu, da signore, mi son messo una sciarpetta argento al collo e l’ho abbinata a maglioncini, camicettine e pantoloncini tutti di pregio, velluto, cashmere.<br />
Lo stadio è lo specchio delle classi sociali. Ci sono i poveracci stipati nelle curve verde e blu che non vedono un cazzo, c’è la gradinata arancio di fronte che vorrebbe ma non può, per vedere vedono bene, ma gli manca il nostro lusso, la tribuna stampa e autorità. Il tutto diviso su tre anelli, quelli del terzo, non c’è colore che tenga, son tutti degli stronzi minorati mentali. Cazzo ci vai a fare allo stadio per recitare consapevolmente la parte del gregario. Non lo sai, che è proprio grazie a te, anello terzo del cazzo, che la gente come me quando va alla partita si sente bene perché si guarda intorno prima del fischio d’inizio e pensa io sto al primo non al terzo? Quelli del terzo pagano per dare piacere a noi del primo. Pagano per essere inferiori e per farci sentire superiori. Ma alla fine anche i curvaioli, o quelli di gradinata, son tutti lì in questa messinscena del cazzo per noi gente abbiente, di un certo livello.<br />
Allora ho preso una botta, sembravo drogato. Mi son fatto l’orologio d’oro, che quando mancavano pochi minuti dovevo farlo vedere ai miei vicini con cui ogni tanto scambiavo qualche parola scazzato, scazzato perché fa snob. Sono sempre da solo, penseranno che mia moglie la domenica preferisce andare a qualche vernissage, o starsene sul divano con le sue amiche ricche altrettanto troie delle ragazze in curva, ma a cui bisogna dare del lei. Anche mentre le chiavi magari. Non so com’è, non ci sono mai andato forte con la figa. Niente dané niente figa. In curva c’era una, puffetta si chiamava, che la dava a tutti dicevano. Dicevano che se tu le mettevi una mano sul culo durante la partita, alla balaustra della curva, lei ci stava con tutti. Puffava con tutti, dicevano, a presa di culo. Una volta gliel’ho messa anch’io la mano sul culo. Puffetta s’è girata e ha detto oh cazzo fai, vedi di filare. Meno male che doveva puffare con tutti. Ce n’era un’altra che mi piaceva. Si chiamava Sheva perché quando Sheva prima di andarsene al Chelsea venne in curva, riuscì ad abbracciarlo e grazie a quel gesto andò anche sui giornali. Ma non mi ha mai cagato zero. Puntava in alto Sheva. Voleva andare coi capi, non le importava niente delle mezze seghe come me, soldati semplici. Se solo ora potesse vedermi la domenica, ma le nostre zone sono troppo distanti per distinguere le facce. Sheva non può vedere la nuova versione di Fulmine, la gente sogna in piccolo cazzarola, a lei le basta farsela coi vertici della curva di merda, non capisce, forse non sa, che oltre quella curva c’è tutto un mondo di gente superiore. Vaffanculo.<br />
Poi ho voluto esagerare. Mi son detto ma perché accontentarsi del primo anello rosso quando posso andare in tribuna? Un piccolo sforzo economico in più, la cinghia tirata per tutta la settimana e si può fare. E l’ho fatto, una cosetta da più o meno 3500 € a stagione. E poi non basta pagare. Devi conoscere bene, devi aver frequentato bene. Io non conoscevo nessuno e non avevo frequentato nessuno perché tranne che per quelle due ore allo stadio io quella gente lì potevo vederla solo col binocolo, ma ho avuto una botta di culo che quelli vicino a me volevano fare il passaggio allora praticamente io mi sono accodato ho detto sempre con quel fare scazzato che fa snob ma ci pensate voi?, loro hanno detto eh sì ci pensa la Giulia, che la Giulia era la moglie di quello vicino a me. Son riuscito a entrare nelle alte, altissime sfere. Lì in quella tribuna c’ho visto tutti. Il mago Oronzo, Antonella Elia, Diego Abatantuono, Emilio Fede, Valentino Rossi, Teo Teocoli. Ogni volta che vedevo qualcuno d’importante mi veniva da ridere e pensavo alla ditta di stoccaggio. Inscatolami sto cazzo, pensavo tra me e me. E pensavo la stessa cosa quando l’anno scorso quei coglioni della sud stavano al gelo sotto casa di Kakà a urlare: NON SI VENDE KAKA NON SI VENDE KAKA. E lui s’era anche affacciato dalla finestra sventolando una sciarpa rossonera, neppure il Papa avrebbe osato tanto. Ma non lo vedevano quelli della sud che andando oltre l’apparenza di essere tutti milanisti, Kakà era ricco e loro erano poveri? Kakà è un fighetto di buona famiglia avrebbe potuto fare il dentista con lo stesso successo del calciatore, stare lì a San Paolo a fare le pulizie dei denti e a dare a tutti la fattura.<br />
Poi ho raggiunto il top. Quando sei nel giro anche se effettivamente non conosci nessuno, non parli con nessuno e nessuno ti parla, basta vedersi, così, tutte le domeniche. E allora ho fatto richiesta, perché bisogna proprio far richiesta, di passare alla tribuna d’onore rossa con parcheggio interno nel ventre di San Siro. Uno scherzo da 4000 € l’anno. E poi ci voleva la macchina ma per quella ho risolto in maniera brillante. Prendo a nolo mezza giornata una mercedes color canna di fucile, vetri oscurati, tutti i comfort, super accessoriata, non si va oltre i 100 € di solito. Al noleggio c’è un amico di un mio collega che inscatola insieme a me e allora ho strappato un prezzo di favore. Non spiego che ci devo fare con una mercedes la domenica pomeriggio sono cazzi miei, il mio collega e il suo amico pensano che ci vada a caricare le troie, o i trans, o i viados. Che voglia fare il bauscia con le mignotte, che teste di cazzo, che mente limitata hanno. Non la noleggio tutte le domeniche, la maggior parte delle volte vado ancora in tram, vestito bene ma in tram, però è bello arrivare in macchina per le partite di cartello, i postici notturni, con quelli di Sky che hanno una troupe anche nel parcheggio. Oppure una volta che dietro di me c’era Massimo Moratti e io gli ho fatto il gesto dell’ombrello, anche se non penso m’abbia visto.<br />
Così col mio arrivo nella tribuna d’onore rossa sono entrato di diritto nell’orbita della dirigenza. Che quando la dirigenza entra, Braida, Galliani e Berlusconi, senti come una vibrazione di tutti gli altri. Non so che cazzo è, se ammirazione, invidia o altro. So che tutti anche se fanno finta di nulla si girano a guardarli, e sono orgogliosi del fatto che nella vita sono arrivati a tanto così da loro. Il massimo mi è successo qualche settimana fa, nell’intervallo della partita contro la Roma. Stavamo perdendo 2 a 0, una brutta prestazione davvero dei ragazzi, sugli spalti e anche lì da noi erano solo musi lunghi, tirava aria di contestazione. Il più sconvolto di tutti sembrava proprio Galliani. Allora non ci crederete, lo vedo farsi largo tra la gente, stringere la mano a uno, fare un autografo a un altro. Poi ce l’ho praticamente davanti, mi guarda una frazione di secondo, mi stima all’altezza di raccogliere una sua domanda, e io mi dico che dovrò rispondere più scazzato che posso perché fa chic ma intanto penso inscatolatemi tutti questo cazzo, insomma è proprio Galliani in persona, con la cravatta gialla porta fortuna delle grandi occasioni, che mi chiede: Lei ce l’ha la bacchetta magica?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/15/la-bacchetta-magica/">La bacchetta magica</a></p>
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		<title>Fuori ( gioco )</title>
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		<pubDate>Mon, 11 May 2009 07:35:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>Racconto  per i miei compagni di squadra della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Osvaldo_Soriano_Football_Club">Nazionale Scrittori Osvaldo Soriano Football Club</a><br />
 <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/tenu10m.png"></a></em></p>
<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Quella che valeva di più era la figurina di Dino Zoff. Per averla bisognava sborsare almeno quaranta giocatori, nessun doppione e soprattutto sperare che in banda non ci fosse qualcuno disposto a giocare al rilancio e a batterti sul tempo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/11/fuori-gioco/">Fuori ( gioco )</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Racconto  per i miei compagni di squadra della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Osvaldo_Soriano_Football_Club">Nazionale Scrittori Osvaldo Soriano Football Club</a><br />
 <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/tenu10m.png"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/tenu10m.png" alt="tenu10m" title="tenu10m" width="500" height="525" class="alignnone size-full wp-image-17563" /></a></p>
<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Quella che valeva di più era la figurina di Dino Zoff. Per averla bisognava sborsare almeno quaranta giocatori, nessun doppione e soprattutto sperare che in banda non ci fosse qualcuno disposto a giocare al rilancio e a batterti sul tempo.<br />
Un po&#8217; come quando cerchi di affittare un appartamento a Valbeneunamessa, vero e proprio periplo e psicanalisi dello spazio. Il proprietario infatti ha convocato quarantacinque persone per quella stessa ora. Li passa uno ad uno in rivista senza tralasciare alcun dettaglio. La postura, il modo in cui sono vestiti, la nazionalità ma soprattutto le buste paga. Poco importa quanto ti sembrino di sinistra, loro i proprietari, un bancario o meglio ancora un commercialista vale più di te. E hai come l&#8217;impressione di trovarti davanti a tuo padre nell&#8217;atto di soffocare miserabilmente dietro un &#8221; </em><em>ecco un altro che non ha saputo che farsene della vita</em>&#8221;<br />
<span id="more-17558"></span><br />
Eppure c&#8217;era un altro modo per procurasela la figurina ed era al gioco. Quattro le discipline: il cuppulone, la calamita, la pizzica e il <strong>pée</strong>.<br />
Dietro una tale suddivisione si nascondeva una visione del mondo che mi sarebbe servita per sempre come punto di riferimento nel difficile mondo degli adulti. Come lo svolgimento di quattro modalità distinte di destino in cui il genere umano si sarebbe trovato incasellato, una volta raggiunta l&#8217;età della ragione. </p>
<p>Vero è che si dovrebbe parlare di sotto categorie. La prima divisione toccava ovviamente alla differenza di classe, in parole povere tra i ricchi e noi. Vale la pena aggiungere infatti che un album Panini perfettamente riempito da uno dei ragazzi di parco Gabriella non aveva lo stesso impatto dello stesso album di Tonino De Lucia. Il nome derivava probabilmente dal fatto che si dovessero mettere le mani a forma di cupola e consisteva nel colpire con tutte le forze accanto al mazzo di figurine i cui occhi restavano fissi e rivolti al cielo. Le si piazzavano per terra, sull&#8217;asfalto di strade che cambiavano il volto della città e le pietruzze nere ti si ficcavano nella mano arrossata o in qualche caso sanguinante.<br />
Ho visto con i miei occhi Alfonso Valentino riuscire a sollevarne un mazzo di sessanta con la sola forza delle dita. Lo schianto sugli scalini del portone aveva sottratto la portiera Carmela dal sonno pomeridiano spingendola ad inseguirci fino all&#8217;angolo di strada; l&#8217;unico che potesse reggere il confronto con lui era Giampo Brancaccio. </p>
<p>La calamita invece era un gioco assai meno pericoloso. Come lo suggerisce il nome, bisognava rovesciare il pacchetto delle figurine grazie alla rapidità con cui la mano, a ventosa, avrebbe sollevato i giocatori. Se nel cuppulone non si poteva barare, nella calamita c’era, me lo ricordo bene, Raffaele Madonna, solo per fare un nome, che di nascosto si umettava le dita per riuscire nell’impresa.<br />
Un volta capitò che le figurine gli rimasero incollate alla mano suscitando l’ilarità dei presenti e l’incazzatura del contendente.<br />
La pizzica &#8211; in realtà aveva un altro nome ma proprio non me lo ricordo – si riduceva ad una tecnica puramente meccanica. Bisognava mettere il pacchetto sul bordo del tavolo, o di uno scalino, in modo che un buon quarto restasse sospesa in aria. Con il pollice, trattenuto dall’indice e poi lasciato scattare come una molla, si colpiva il bordo del pacchetto in modo da far girare i giocatori. </p>
<p>Perché lo scopo del gioco era quello di rovesciare le figurine . Se il colpo del giocatore andava a segno, e invece delle facce dei “calciatori”, e delle maglie della squadra appariva il dorso della figurina, giallastro col numero corrispondente al posto nell’album, quelle erano sue. Made in Panini, le edizioni.<br />
Ecco che allora, se il cuppulone era la prova più dura – nessuna concessione era lasciata ai giocatori, e quale che fosse la superficie in marmo o di pietra, su cui si metteva il pacchetto &#8211; il pée era il più vigliacco, buono solo per i figli di papà, i chiattilli (i fichetti).</p>
<p>In effetti il pacchetto era messo alla stesso modo del cuppulone con la sola variante che invece di mandare al diavolo tutte le articolazioni che fanno di una mano, una mano e l’uomo un animale intelligente, ci si limitava , in questo caso, ad appoggiare le labbra sul pacchetto per poi soffiare con un’aria ebete, lasciandosi scappare “Pée” , da cui il nome.<br />
Colui o coloro che appartenevano alla prima categoria, per quella del cuppulone, erano dei ragazzi che in svariate occasioni avevano dato prova del proprio coraggio. Erano saltati dai muretti più alti cadendo sempre in piedi , baciato per primi una ragazza , rubato cioccolata e palle da tennis nei grandi magazzini, senza mai rompersi un a gamba, farsi beccare dai controllori della Standa o dell’Upim e soprattutto farsi respingere dalle ragazze.</p>
<p>Antonio de Renzis mi ricordo era uno che poteva farsi un isolato intero su una suola ruota di bicicletta, e Marco Decimo, soprannominato Sandokan, era scappato a una volante che lo aveva sorpreso nel lancio di cachi (‘o kakìs) dall’albero più alto di via G.M.Bosco sulle macchine più belle . Poi c’era Muller, Giggino, e tanti che non riesco nemmeno a immaginare cosa siano diventati. L’unica cosa che so per certa è che gli anni che seguirono furono assai duri.<br />
A un grado leggermente più basso c’erano i “calamitosi”. Mi fa allora sorridere il pensiero e a come l’appartenenza alla tribù della “calamita” si traducesse spesso con fallimenti sentimentali, l’interdizione d’ingresso in qualsiasi negozio e una collezione di fratture degna del più sfigato sciatore.<br />
Eppure erano simpatici, faceva tenerezza la loro aria di eterni perdenti, loosers con sempre una nuova sfida piantata in una tasca scucita dei pantaloni<br />
I praticanti della Pizzica, invece, erano del genere grandi calcolatori. Sempre prudenti, al momento giusto nel posto giusto. Mai beccati, ma se è per questo nemmeno esposti mai, al rischio di una grande impresa fuorilegge o a un qualsiasi gioco che andasse oltre le righe. Sempre apprezzati, raccomandati, portati, da capi e padroni su un palmo di mano e da ragazze di buona famiglia, pronte a offrire loro la verginità riconquistata di un futuro radioso.</p>
<p>Di quelli che facevano parte dei pée, e già, la grande famiglia, la più grande tra noi ragazzini, una famiglia silenziosa, maggioritaria, pronta a gridare allo scandalo, a farsi moralisti nella sfortuna degli altri, pèe, meglio tacere.<br />
Talvolta, per sfortuna spesso, li senti gridare nel mezzo di grandi cortei, il nome del nuovo padrone, e lamentarsi, sempre, di questa assurda idea di democrazia, contro zingari e omosessuali.</p>
<p>E io? Chi ero io? E con chi? Con gli uni, i cuppuloni, eroi per un giorno solo, forse tutta un’infanzia, dalle mani sporche, o i sinistrati dagli affetti, i savi o…tutti quegli altri<br />
Bah, Io non stavo né con gli uni né con gli altri. Io ero solo una ragazza.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/11/fuori-gioco/">Fuori ( gioco )</a></p>
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		<title>E&#8217; festa!</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Nov 2008 09:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>un consiglio di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Questo fine settimana artisti, scrittori, registi, architetti, fotografi, ma soprattutto, associazioni culturali, frequentatori della rete, oratori, biblioteche, scuole, campi sportivi e gli abitanti dei quartieri Bovisa e Quarto Oggiaro fanno una festa.<br />
L&#8217;abbiamo chiamata <a href="http://www.milanopen.com/">MilanOpen</a>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/20/e-festa/">E&#8217; festa!</a></p>
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<p>un consiglio di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Questo fine settimana artisti, scrittori, registi, architetti, fotografi, ma soprattutto, associazioni culturali, frequentatori della rete, oratori, biblioteche, scuole, campi sportivi e gli abitanti dei quartieri Bovisa e Quarto Oggiaro fanno una festa.<br />
L&#8217;abbiamo chiamata <a href="http://www.milanopen.com/">MilanOpen</a>.<br />
Venerdì c&#8217;è l&#8217;inaugurazione della restaurata villa Scheibler (e tutta una serie di tagli di nastri e convegni). Da sabato mattina parte la festa popolare. Mi piacerebbe che anche gli altri abitanti di Milano vengano in questi quartieri e si divertano. Il programma è fitto, gli eventi sono tutti gratuiti, e per chi non sa come raggiungerci (?!?) può sempre andare o in Centrale o a Cadorna dove due servizi navetta dell&#8217;ATM (gratuitissimi!) li porteranno a destinazione.<br />
Mettete per una volta al centro una periferia.</p>
<p>(il sottoscritto gironzolerà un po&#8217; ovunque, ma mi trovate di certo, come da programma, sabato mattina alle 11.30 e domenica pomeriggio alle 15.00)<br />
<span id="more-11309"></span><br />
<strong>Venerdì 21 Novembre 2008<br />
QUARTO OGGIARO &#8211; VILLA SCHEIBLER</strong><br />
<em>Via Orsini, 21 &#8211; dalle 9:30 alle 19:30</em><br />
“OPEN CITY. WHICH URBAN DESIGN FOR THE PUBLIC CITY?”<br />
Convegno internazionale Programma Urban II Milano<br />
9.30-10.30 Introducono:<br />
Carlo Masseroli, Assessore allo sviluppo del territorio del Comune di Milano<br />
Mariolina Moioli, Assessore alla famiglia, scuola e politiche sociali del Comune di Milano<br />
Franco Sarbia, Assistenza tecnica all’elaborazione e allo sviluppo del Programma Urban II Milano<br />
Giovanni Oggioni, Direttore settore pianificazione urbanistica generale Comune di Milano<br />
11.00 – 13.00 LA CITTA’ DEL FUTURO TRA NUOVE REGOLE E PROGETTO URBANO – MODELLI DI SVILUPPO URBANO IN EUROPA E NEGLI U.S.A.<br />
Paolo Simonetti, Direttore centrale direzione sviluppo del territorio del Comune di Milano<br />
Olympia Kazi, Urban Design New York<br />
Jeroen Ruitenbeek, Urban Design Rotterdam &#8211; Studio Palmboon &#038; Van der Bout<br />
14.00 – 16.00 URBAN FUTURO &#8211; TAVOLO TECNICO: MODELLI DI ATTUAZIONE DEL PIANO DI GOVERNO DEL TERRITORIO: I FONDI DI SVILUPPO URBANO (URBAN, UE, MINISTERO, BUONE PRATICHE, BEI)<br />
Franco Sarbia, Assistenza tecnica all’elaborazione e allo sviluppo del Programma Urban II Milano<br />
Ivano Ilardo, Direttore Generale BNL Fondi Immobiliari SGR p.A.<br />
Alberto Mutti, Capo Servizio Progettazione del Comune di Ravenna<br />
Gianni Carbonaro, European Investment Bank – BEI<br />
Loredana Campagna, Ministero delle Infrastrutture<br />
Sebastiano Zilli, Commissione Europea, DG Regio<br />
16.00 &#8211; 18.00 PENSARE GLI SPAZI PUBBLICI DEL FUTURO: L’EUROPA.<br />
Luca Molinari Studio / Milano<br />
Metrogramma / Milano<br />
A12 Associati / Milano<br />
Ecosistema Urbano / Madrid<br />
Beckmann-N’Thepe / Parigi</p>
<p>18:30<br />
Inaugurazione “MilanOpen chiama milanouel!w”<br />
Mostra fotografica a cielo aperto con scatti del gruppo di Flickr Milanouel!W<br />
Istantanee di Scalo Farini, Bovisa, Quarto Oggiaro, Villapizzone e Villa Scheibler<br />
Inaugurazione mostra “Check-in Architecture”<br />
progetto di Mario Flavio Benini a cura di Andrea Lissoni, Luca Martinazzoli, Luca Molinari</p>
<p><strong>Sabato 22 Novembre 2008<br />
QUARTO OGGIARO &#8211; VILLA SCHEIBLER</strong><br />
<em>Via Orsini, 21 &#8211; dalle 9:30 alle 19:30</em></p>
<p>10:00 Visita guidata in Villa Scheibler<br />
“Da “Viviamo il Parco” a Vill@perta”<br />
Mostra fotografica degli eventi realizzati dalle Associazioni di Quarto Oggiaro finanziati dal Progetto Urban II Milano (2006-2008). A cura di: Associazione Vill@perta</p>
<p>“Check-in Architecture”<br />
progetto di Mario Flavio Benini a cura di Andrea Lissoni, Luca Martinazzoli, Luca Molinari</p>
<p>“MilanOpen chiama milanouel!w”<br />
Mostra fotografica a cielo aperto con scatti del gruppo di Flickr Milanouel!W<br />
Istantanee di Scalo Farini, Bovisa, Quarto Oggiaro, Villapizzone e Villa Scheibler</p>
<p>15:00 Visita guidata in Villa Scheibler</p>
<p>dalle 16:00 alle 19:30<br />
“Tutti al GAS”<br />
Risparmiamo insieme facendo la spesa. Stand con assaggi di prodotti di qualità del territorio. A cura di: Circolo ACLI S. Lucia in collaborazione con QuartoGAS, GAS Pascarella e Gruppo Missionario Pentecoste</p>
<p><strong>QUARTO OGGIARO</strong><br />
9:30- 18:30 <em>Fondazione C. Perini</em> &#8211; Via Aldini 72<br />
Mostra fotografica<br />
”La memoria storica dei quartieri Quarto Oggiaro, Vialba, Musocco, Villapizzone e Bovisa”</p>
<p>11:30 <em>Biblioteca Quarto Oggiaro</em> &#8211; Via Otranto (ang. Via Carbonia)<br />
<em>”Improvvisazioni d’autore &#8211; L’Arte visiva di strada” </em>Ospiti: Gianni Biondillo, Stefano Massaron e Cosimo Argentina alla “lavagna”. A cura dell’<em>Associazione Amici delle Biblioteche </em>in collaborazione con <em>No Reply</em></p>
<p>14:30 <em>Chiesa S.Lucia</em> – Via Federico De Roberto, 20<br />
“Le Vetrate di Santa Lucia”<br />
Narrazione di Elvis Pinna sulle vetrate della chiesa da lui realizzate agli inizi degli anni ‘80.<br />
Seguirà l’itinerario presso le chiese del quartiere:<br />
. Chiesa della Pentecoste, Via Graf 29<br />
. Chiesa dei SS. MM .Nazaro e Celso, Via Aldini, 33<br />
. Chiesa di Sant’Agnese, Via Arsia, 3<br />
. Ex Chiesa dei SS. Agricola e Vitale, via Orsini<br />
. Chiesa della Resurrezione, Via Longarone, 5</p>
<p>15:00 -18:00 <em>Istituto Comprensivo Trilussa </em>- Via Trilussa, 10 &#8211; Via Graf, 70 &#8211; Via Graf, 74<br />
“Open Day”<br />
Durante l’ “Open Day Trilussa” all’interno di ciascun plesso scolastico verrà allestito un laboratorio creativo-interattivo sul tema “I bambini/ragazzi e la città”</p>
<p>16:30 &#8211; 18:00 <em>Oratorio della Parrocchia SS. MM. Nazaro e Celso in Quarto Uglerio</em> &#8211; Via Aldini, 33<br />
“Figli delle stelle. Per coperta il cielo”(2007).<br />
Proiezione del film di G. Patricola. Sarà presente il regista.</p>
<p>21:00 <em>Chiesa di SS. MM. Nazaro e Celso in Quarto Uglerio</em> &#8211; Via Aldini, 33<br />
“Un gioiello a Quarto Oggiaro. L’organo V. Mascioni, 1904”<br />
Incontro con brani organistici eseguiti da padre Gianmario Monza, introduce Fausto Moretti, agronomo ed esperto di storia del territorio locale.</p>
<p>21:00 – 23:00 <em>CAM &#8211; Centro Aggregativo Multifunzionale</em>, Via Lessona 20<br />
Proiezione di cortometraggi realizzati dagli allievi della Scuola di Cinema, Televisione e Nuovi Media:<br />
- Milano Città Fantasma di Francesca Fuso<br />
- Un’esile incrinatura di Tomas Tezzon<br />
- Il CT delle onde di Daniela Paternostro<br />
- Milano Settanta di Davide Fois<br />
- La superficie delle cose di Dario Antonioli<br />
- Viaggio intorno a Miracolo a Milano di Sanela Baijric<br />
Sarà presente il Direttore della scuola Daniele Maggioni</p>
<p><strong>Sabato 22 Novembre 2008<br />
BOVISA</strong><br />
10:00 <em>Blitz </em>- Via Enrico Cosenz, 44/4<br />
Incontro con Andrea Branzi “Un lavoro di ricerca nell’ambito dell’università”</p>
<p>12:00 <em>Blitz </em>- Via Enrico Cosenz, 44/4<br />
Incontro con Francesco e Alessandro Mendini. In caso di bel tempo: a spasso con Francesco e Alessandro Mendini attraverso i luoghi dei cantieri dell’atelier Mendini:<br />
- Tara gialla (ex campari), via Schiaffino<br />
- Tara rossa (ex I.C.I.), via Cosenz, via Durando<br />
- Senio (ex Ronchi), via Guicciardi, via Carnevali</p>
<p><strong>Domenica 23 Novembre 2008<br />
QUARTO OGGIARO &#8211; VILLA SCHEIBLER</strong><br />
<em>Via Orsini, 21 &#8211; dalle 9:30 alle 19:30</em></p>
<p>10:00 Visita guidata in Villa Scheibler</p>
<p>“Da “Viviamo il Parco” a Vill@perta”<br />
Mostra fotografica degli eventi realizzati dalle Associazioni di Quarto Oggiaro finanziati dal Progetto Urban II Milano (2006-2008). A cura di: Associazione Vill@perta</p>
<p>“Check-in Architecture”<br />
progetto di Mario Flavio Benini a cura di Andrea Lissoni, Luca Martinazzoli, Luca Molinari</p>
<p>“MilanOpen chiama milanouel!w”<br />
Mostra fotografica a cielo aperto con scatti del gruppo di Flicker Milanouel!W<br />
Istantanee di Scalo Farini, Bovisa, Quarto Oggiaro, Villapizzone e Villa Scheibler</p>
<p>Ore 10:00 “Alla scoperta del parco di Villa Scheibler”<br />
Visita guidata del parco in compagnia di un agronomo.Ritrovo c/o l’entrata di Villa Scheibler Via Orsini. Durata del tour 90 min ca. &#8211; Presentarsi con calzature idonee<br />
A cura di: Associazione Vill@perta</p>
<p>15:00 Visita guidata in Villa Scheibler</p>
<p>dalle 15:30 alle 17:30 “Il lavoro che cambia”<br />
Selezione di filmati cine video corti dedicata agli autori di opere Cine-Video amatoriali che hanno partecipato al Concorso Nazionale Perini 2008 &#8211; A cura di: Fondazione C. Perini</p>
<p>dalle 15:30<br />
“La Ludoteca &#8211; Spazio di creatività e mostra giochi”<br />
A cura di: Associazione Asso.Ge.20</p>
<p>21.00 &#8211; c/o <em>Chiesetta SS. Agricola e Vitale </em>Complesso di Villa Scheibler<br />
“La Corale Graf per Quarto”<br />
Coro: a cura dell’Associazione Corale Graf<br />
Accompagnamento musicale: fisarmonica<br />
Programma: brani corali tratti da colonne sonore di cinema, musica sacra, musica popolare italiana e<br />
straniera</p>
<p><strong>QUARTO OGGIARO</strong><br />
9:30 Appuntamento in <em>Piazza Pompeo Castelli</em><br />
Itinerario attraverso i quartieri Mangiagalli I e II, realizzati a cavallo degli anni ‘50 (1946-1952)<br />
curato da Federico Bucci, storico dell’architettura e docente del Politecnico di Milano. In caso di maltempo l’appuntamento si terrà nello spazio ALER &#8211; Via Concilio Vaticano II, 2</p>
<p>9:30- 18:30<br />
<em>Fondazione C. Perini </em>- Via Aldini 72<br />
Mostra fotografica<br />
”La memoria storica dei quartieri Quarto Oggiaro, Vialba, Musocco, Villapizzone e Bovisa”</p>
<p>11:00 – 17:00<br />
<em>Campo di calcio dell’Associazione Quarto Oggiaro Vivibile</em><br />
Trofeo di calcio <em>&#8220;la pace tra i popoli&#8221;</em> Torneo interetnico Italia &#8211; Egitto &#8211; Marocco organizzato dall’Associazione Quarto Oggiaro Vivibile – Vill@perta</p>
<p>15:00 – 17:30 <em>Salone Teatro Santa Lucia,</em> Parrocchia Santa Lucia &#8211; Via Federico De Roberto, 20<br />
Proiezione dei film di Fabio Martina “A due calci dal paradiso” (2006) e “Ascolto il tuo cuore, Milano” (2007).<br />
Saranno presenti il regista Fabio Martina e lo scrittore e architetto Gianni Biondillo</p>
<p>21:00 -23:00 <em>CAM &#8211; Centro Aggregativo Multifunzionale</em> &#8211; Via Lessona 20<br />
Proiezione del film “I luoghi di Christian” di E. Annese e R. Monteleone,<br />
progetto coordinato da Ermanno Olmi “Bovisa ‘89. Postazione della Memoria”<br />
Sarà presente il regista Elvio Annese.<br />
Seguirà un’intervento dal titolo “Le ragioni di Bovisa. Note di un racconto sulla goccia di Milano”<br />
di Leonardo Cascitelli, urbanista e direttore area tecnica e marketing territoriale Aler Milano.</p>
<p><strong>Domenica 23 Novembre 2008<br />
BOVISA</strong><br />
11:00 Piazza Bausan<br />
Francesco Radino: la Bovisa raccontata attraverso la visione di un fotografo.<br />
Francesco Radino trasformerà l’itinerario in un work in progress realizzando un reportage fotografico durante il percorso.</p>
<p>14:00 Chiesa Santi Giovanni e Paolo – Via Marco Porcio Catone, 10<br />
“Un fortino tra le architetture industriali”<br />
Visita alla Chiesa si SS. Giovanni e Paolo degli Arch. L. Figini, G. Pollini (1964) condotta da Maria Vittoria Capitanucci, storico dell’architettura e docente presso il Politecnico di Milano</p>
<p><em>Come raggiungerci:</em><br />
QUARTO OGGIARO<br />
Servizio navetta dedicato ATM in partenza da Cadorna<br />
e Stazione Centrale (sabato e domenica)<br />
Ferrovie Nord Milano (Quarto Oggiaro)<br />
Tram 12, 19 / Bus 40, 57<br />
BOVISA<br />
Ferrovie Nord Milano (Bovisa)<br />
Passante ferroviario (Bovisa)<br />
Tram 3 / Bus 92, 82</p>
<p>La partecipazione agli eventi e l’ingresso alle mostre sono liberi e gratuiti.<br />
Sul <a href="http://www.milanopen.com/">sito ufficiale</a> troverete il programma, e tutta una serie di documenti da scaricare.</p>
<p><strong>MILANOPEN LAB</strong><br />
<em>Responsabile scientifico:</em> Luca Molinari<br />
<em>Contenuti e rapporto con il territorio</em>: Gisella Bassanini, Gianni Biondillo, Maria Vittoria Capitanucci<br />
<em>Coordinamento generale:</em> Francesca Raffa, Milena Sacchi</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/20/e-festa/">E&#8217; festa!</a></p>
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		<title>I morti</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Mar 2008 11:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/fine-del-picnic-krauser.bmp" title="fine-del-picnic-krauser.bmp"></a></p>
<p>di <strong>Nadia Agustoni</strong></p>
<p>Ricordo case come querce e i campetti di calcio, un paese nudo con il tempo disteso e la luce a sera presa di foschie. C’era un freddo più intero a ottobre, più compatto nel mutarsi dei colori e il cielo era di alta nuvolaglia e di dura tramontana.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/17/i-morti/">I morti</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/fine-del-picnic-krauser.bmp" title="fine-del-picnic-krauser.bmp"><img width="365" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/fine-del-picnic-krauser.bmp" alt="fine-del-picnic-krauser.bmp" height="244" style="width: 318px; height: 217px" /></a></p>
<p>di <strong>Nadia Agustoni</strong></p>
<p>Ricordo case come querce e i campetti di calcio, un paese nudo con il tempo disteso e la luce a sera presa di foschie. C’era un freddo più intero a ottobre, più compatto nel mutarsi dei colori e il cielo era di alta nuvolaglia e di dura tramontana. I muretti gelavano al primo trimestre scolastico e selvatica la pioggia, neanche cadeva, veniva avanti a giornate, sembrava sciolta sulla terra e brucava l’aria. In disparte, appena certa di noi, c’era la muraglia degli stabilimenti, un crollo sui nostri crolli. <span id="more-5485"></span>E’ rimasto l’odore di cose che han bruciato. C’è un salto che gli occhi riempiono di anni e m’accorgo che non ci sono bambini in giro, ma sono io a far pensiero grosso di abitudini finite. Il 13 dicembre ci salvava entrando dai camini e dalle finestre. Scendeva un asino dal cielo, dalle stelle, da un posticino lassù e portava una santa con i regali. Alle nove non c’era chi fiatasse e ciotole d’acqua e latte erano a tutte le porte perché si dava noi pure qualcosa. Spavento era parlare di carbone, ma poi succedeva altrove, in case di cattivi pensieri. Il carbone era per i bambini cattivi e mai si sapeva a chi toccasse se non per rimproveri vaghi. L’ultima sirena delle fabbriche alle dieci di sera faceva quasi fumo, era un pensiero denso. Tutto si fermava. Tutto era riempito dal tempo ma senza ci accorgessimo di giorni lunghi o corti. La noia era pigra, migravamo nei campi e dai campanili batteva non l’ora, ma una soglia che cedeva tra terra e azzurro. C’era un silenzio di frasi taciute e una lingua per i morti. I morti erano sempre ricordati. Erano in un mondo vicino, forse lo stesso nostro mondo e se erano soli si facevano sentire. Brutta cosa “quando danno segno”, ma a rispondere ci pensavano in molti e mettevano sentiero come di sassolini con voci e requiem di donne e vecchi. I morti si salvavano sempre secondo i vecchi. “ C’è qualcosa”, dicevano, “ che li tiene qui”. A volte “ succede un’ingiustizia e loro aspettano chi metta pace, chi aggiusti le cose rotte, perché va riparato quel che deve essere riparato, che non va bene altrimenti e loro aspettano”. Se invece erano cattivi “ fanno segno a chi li capisce dei suoi, che bisogna facciano mostra di aggiustare al meglio per chi non può più, il male fatto “. Le cose rotte e aggiustate come cicatrici. I fatti rimessi in sesto magari tardivamente perché ci fossero meno vuoti, meno luoghi d’entrata al dolore. I morti erano segni, la loro attesa aveva vita, sonno e veglia. Andavano anche a dormire, me lo dicevano con certezza i lumini dei cimiteri. Ceri rossi di una volta che di notte erano confine. I morti erano anche i morti di lavoro. Poteva esserci una frustata nell’aria che era la stessa sirena di chiamata d’ogni giorno, ma veniva all’improvviso. C’erano questi morti che nessuno sapeva il perché. File di biciclette sulle rastrelliere e due o tre o quattro non venivano tolte che da mani pietose dopo uno stretto tempo di lutto. Come se il lutto finisse riportando le biciclette alle mogli. Quelli che morivano come a un colpo di sfortuna sembravano più toccati dalla vita che dalla morte. E’ rimasto indietro il gesto di chi li andava a prendere quasi fossero i caduti su un campo di guerra. Gesto di memoria e di conoscenza che li ricomponeva in una coperta. I morti di tutti . Era una morte che non finiva da sola.</p>
<p><em>(Frammenti da: Con vista sul tempo. Immagine: Krauser &#8211; Fine del picnic, 2000)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/17/i-morti/">I morti</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>E Calloni la butta dentro</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Mar 2008 06:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/calloni.bmp" title="calloni.bmp"></a> </p>
<p>di <strong>Matteo Ongari</strong></p>
<p>Il momento concordato era l’intervallo tra il primo e il secondo tempo.<br />
Appena l’arbitro fischiava e nello spazio aperto tra la tribuna e il cemento dei gradoni quel fischio diventava un lamento, ci alzavamo.<br />
Scendevamo al bar, quello sotto la tribuna centrale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/14/e-calloni-la-butta-dentro/">E Calloni la butta dentro</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/calloni.bmp" title="calloni.bmp"><img width="227" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/calloni.bmp" alt="calloni.bmp" height="360" style="width: 190px; height: 295px" /></a> </p>
<p>di <strong>Matteo Ongari</strong></p>
<p>Il momento concordato era l’intervallo tra il primo e il secondo tempo.<br />
Appena l’arbitro fischiava e nello spazio aperto tra la tribuna e il cemento dei gradoni quel fischio diventava un lamento, ci alzavamo.<br />
Scendevamo al bar, quello sotto la tribuna centrale.<br />
Mio padre si faceva un caffè, l’ennesimo, o magari sorseggiava un mignon di Borghetto fumandosi una sigaretta. Io ne approfittavo per fare un salto al bagno.<br />
La domenica, quando ero piccolo, sembrava scorrere secondo un preciso ordine.<br />
Alla mattina mi mettevo a fare i compiti, approfittando del silenzio, del fatto che il mulino finalmente tacesse e i macchinari fossero in riposo. Mia madre rigovernava, mio fratello andava a messa con gli amici, sempre che non accompagnasse mio padre, e quest’ultimo partiva abbastanza presto, prima delle dieci, diretto al mercato.<br />
Mi piaceva la mezza stagione, per lo stadio. Ma anche l’inverno aveva il suo fascino: i terreni pesanti, il fiato solidificato oltre la bocca, gli enormi fari che illuminano il campo già alle quattro, il naso gocciolante, il freddo che si infilava dappertutto e il viaggio di ritorno fatto con le mani arrossate poggiate alle bocchette del riscaldamento, la ventola al massimo e la radio sintonizzata su Ameri e compagnia.<span id="more-5464"></span><br />
C’erano due cose che aspettavo con trepidazione alla fine dei primi quarantacinque minuti: i risultati delle avversarie del Mantova, nomi impronunciabili e da me geograficamente poco identificabili come Pergocrema, Cremonese, ProVercelli, Novara, Alessandria, ma soprattutto quando lo speaker, lo stesso che annunciava tra i boati degli ultrà la formazione di casa scandendo i nomi come fossero campioni di razza, prima dell’inizio dell’incontro, quando ancora c’era l’omaggio floreale e le squadre sfilavano verso il cerchio di metà campo, comunicava quasi al termine dei quindici minuti i risultati completi della serie A.<br />
Sì, perché andavo a vedere il Mantova, in C/1 girone A con mio padre, ma il cuore mi pulsava a palpiti rossoneri.<br />
Tutto era predisposto come un rito, quando il Mantova giocava in casa.<br />
Aspettavo il pranzo sempre giocando in disparte. Andavo in mulino a pattinare tra le pile di sacchi e nei corridoi sbarrati dai carrelli lasciati volontariamente in giro, come paletti di slalom improvvisati; il più delle volte immaginavo invece sfide tra il mio Milan e altre compagini colpendo le biglie tra gli scalini ricoperti di moquette brunita del sottoscala. Stavo rintanato là di sopra e il tempo assumeva contorni sfumati: si restringeva, le ore passavano in istanti. Aspettavo la voce di mamma, prima di ficcare tutte le mie colorate sfere magiche nel loro astuccio – in realtà un tubo di medicinali del nonno che avevo riadattato – e scendere. Di solito la voce grossa di mio padre aveva già fatto capolino nell’andito, era il segnale che aveva sbrigato i suoi affari coi contadini in piazza a Suzzara.<br />
Prima di sentirne la presenza, odoravo l’aria e capivo che era già rientrato; il puzzo delle sue Stop senza filtro lo superava per velocità e propagazione, arrivando fin di sopra.<br />
Anche mangiare, la domenica, significava qualcosa di particolare. Durante la settimana non si pranzava mai assieme, ma ognuno con i propri orari. Prima mio padre e i nonni, a mezzogiorno spaccato perché poi c’era da lavorare; poi io al rientro dalle elementari. Mio fratello era l’ultimo, quando arrivava la corriera delle scuole medie. Mia madre impiantava la cucina alle undici e fino alle due non smontava le tende.<br />
Invece alla festa ci si sedeva tutti assieme, e siccome succedeva di rado, le donne – mia madre e la nonna – mangiavano poggiandosi sul divano o in piedi contro i fornelli.<br />
Tra noi bastava un cenno, un’intesa.<br />
Mio padre mi chiedeva, di solito, guardandomi come chi sa già la risposta: &#8211; Allora, vieni?<br />
Annuivo con la testa, sorridendo.<br />
Non serviva replicare, usare semplici parole che ormai conoscevamo bene tutti e due.<br />
Nelle pupille che mi brillavano lui leggeva una convinzione assoluta.<br />
Credo che fosse gratificante, la mia disponibilità a seguirlo. In fondo era l’unica attività che ci univa veramente. Difatti mio padre non si interessava di certo alla mia educazione scolastica, né alle mie solitarie divagazioni ludiche.<br />
Appassionato del Mantova fin dai tempi d’oro del piccolo Brasile, era rimasto legato ai biancorossi anche durante il declino cominciato negli anni settanta.<br />
Prima la serie B e poi la retrocessione nei meandri dei gironi danteschi della C.<br />
Ma la sua passione per il calcio non aveva conosciuto scosse. Fin da bambino aveva avuto una predilezione speciale per l’Internazionale di Milano. Adesso anche lui seguiva la squadra della nostra città con curiosità, più che per vero attaccamento. Si era ritagliato nel corso degli anni sfortunati una grossa infatuazione per i nerazzurri e per quello ogni settimana tra noi due era un po’ come giocare un derby, un prenderci in giro sui risultati avversi delle nostre favorite.<br />
Per fortuna aveva me, fosse stato per mio fratello avrebbe di sicuro smesso con le partite.<br />
Quello aveva in testa tutto meno che il calcio. Usciva con gli amici e truccava motorini per sgasare, per rincorrere le ragazzine, altro che una palla.<br />
In me invece vedeva la possibilità di un futuro calciatore, comunque un estimatore del gioco del pallone. Sperava in una mia riuscita, e avrebbe continuato per molto incoraggiandomi e accompagnandomi alle partite della squadra giovanile.<br />
Quando finivamo di mangiare ero già attivo. Non davo tempo a mio padre nemmeno di digerire, mi vestivo e aspettavo borbottando che anche lui fosse pronto. Sfogliavo <em>Topolino</em> ma il fremito emozionale sembrava impadronirsi anche dei fumetti.<br />
Mia madre si arrabbiava, di solito. Diceva che non facevo nemmeno un riposino, che era inutile partire così presto e che lo stadio mica scappava. A lei dava fastidio metterci tanto amore nel cucinare per tutti, sempre piatti molto elaborati come i cappelletti o le lasagne verdi, e che poi scappassimo via col boccone tra i denti nemmeno fossimo dei ladri.<br />
Mio padre in macchina parlava sempre poco. Apriva a metà il suo finestrino, anche se fuori c’era una tormenta di neve, e accendeva la sigaretta. Fumava pensieroso, probabilmente faceva già il programma di lavoro del lunedì. In una giornata consumava due pacchetti.<br />
Io non chiedevo mai nulla, mi bastava quella divagazione domenicale diversa, differente da quelle dei miei compagni di scuola che al massimo venivano portati al cinema.<br />
Vicino al Martelli, lo stadio di Mantova, non c’erano parcheggi. Lasciavamo la macchina in un quartiere oltre la ferrovia, che si chiamava Tigrai. La zona mi è rimasta impressa per quel suono onomatopeico, “le Tigri del Tigrai” come dicevo io, che da vero appassionato del Sandokan televisivo associavo ad una specie di costola di Mompracem, una giungla di cemento dove Yanez si muoveva sornione a caccia di felini. Senza contare che quelle bestie feroci facevano presa viva nella mia fervida immaginazione di bambino curioso. Oltre a ciò, lì sorgevano fitti e alti certi palazzoni, dipinti a murales, che non esistevano in paese. Erano condomini, mi aveva spiegato mio padre, era il segno inequivocabile della presenza della città.<br />
Attraversavamo di fianco al passaggio a livello e ci mettevamo in coda al botteghino, una casupola verde quasi all’ingresso della zona preposta a luna park.<br />
Mio padre era un abitudinario. Comprava sempre il biglietto per lo stesso settore e già sapevo che dovevamo tornare indietro fino alle tribune laterali ovest, proprio accanto alla curva degli ospiti.<br />
Immancabilmente salivamo le due rampe di scale, incastrate tra le strutture metalliche della tettoia, quando gli altoparlanti sparavano ancora pubblicità locali a tutto volume. Molta gente era già dentro, specialmente nella curva del Mantova e sotto la tribuna centrale. Di fronte, nella enorme dentatura dei distinti, sparute figure intrepide facevano capolino anche se pioveva. Quando c’era caldo e si stava bene, lo stadio sembrava ripopolarsi in maniera più consistente e uniforme, come un fiore che schiude i petali. L’unica zona che restava vuota o quasi, con l’esclusione di alcuni striscioni, era la curva avversaria.<br />
Mio padre preferiva quello spicchio di tribuna; sapeva che da lì non avrebbe avuto seccature dal resto del tifo organizzato, tanto pochi erano i supporter rivali.<br />
La pubblicità si interrompeva, con lo strappo di un disco tolto in fretta, a cinque minuti dall’inizio della partita. Allora subentrava la voce maschile che annunciava le formazioni.<br />
Del nostro Mantova ricordo solo due nomi: portiere e centravanti, che poi erano quelli che nel mio immaginario ricorrevano più spesso. Per gli altri nove undicesimi non saprei dire quanti giocatori si siano alternati in quegli anni, ma credo moltissimi.<br />
In porta c’era Zaninelli, saracinesca che equiparavo al portiere milanista Albertosi; col numero nove schieravamo Sauro Frutti, bomber tra i più prolifici della serie C. Era il mio nume, lo seguivo durante il riscaldamento non perdendolo mai di vista. E quanto avrei voluto assomigliargli, quando giocavo! Lo paragonavo all’altro mio idolo, questa volta indiscusso, che governava il centro dell’attacco rossonero: Egidio Calloni.<br />
Ci sono state partite belle, esaltanti e altre meno, oserei dire incolori. Ricordo soprattutto le voci della gente quando il Mantova perdeva o giocava male, magari non esprimeva tutto il potenziale di cui era capace. Le urla e le imprecazioni rivolte a giocatori e arbitro si sprecavano ed erano in genere non riferibili a casa. Mi piaceva anche il pessimismo nelle facce tirate delle persone ingobbite sulle scalinate, le sigarette che lasciavano salire il fumo verso il cielo e gli occhi degli spettatori concentrati sul rettangolo verde.<br />
Di una cosa ero invidioso: i raccattapalle.<br />
A dir la verità, che fioccasse la neve, che il gelo ricoprisse le righe di gesso o che la pioggia battesse sulle panchine coperte, loro erano sempre al loro posto, immancabili, posizionati a gruppi di due dietro le porte, a singoli in vari punti del terreno, seduti sulle panchine con i paramedici o in piedi dietro i tabelloni pubblicitari.<br />
Fare il recupera palloni allo stadio sarebbe stata la mia aspirazione, in quegli anni.<br />
Intanto per un paio di semplici motivi: in primis avrebbe significato essere dei pulcini o dei giovanissimi del Mantova, la stessa squadra per cui ci sfegatavamo io e mio padre, e quindi giocare nella compagine più prestigiosa e vittoriosa dell’intera provincia e non nel modesto Villa Saviola come accadeva nella realtà; secondo perché avrei avuto l’ opportunità di guardarmi le partite a bordo campo, di vivere ogni singolo istante, un’azione rocambolesca o il tiro più fenomenale direttamente da dentro. E comunque loro avevano una funzione preziosa per lo svolgimento della gara, senza contare che si poteva chiedere l’autografo e conoscere di persona tutti i giocatori della rosa. E anche, cosa non trascurabile, vestirsi obbligatoriamente con la tuta ufficiale della prima squadra.<br />
Lo so, detto così sembra un ragionamento banale e semplicistico, ma io avevo dieci anni e per me rappresentava un discorso filante e pieno di significati.<br />
E in più ai raccattapalle era concesso anche di divertirsi, prima della partita e nell’intervallo: se ne stavano tutti raggruppati dietro la curva Te (quella dei tifosi locali) e giocavano a tirare in porta oppure a torello.<br />
Covavo la mia invida semplicemente ignorando le parole di mio padre, &#8211; <em>ti piacerebbe essere là, vero?</em> Che ogni volta, da vero perfido, doveva ricordarmelo. Purtroppo non ho mai avuto la possibilità di fare un provino per il Mantova, ragion per cui nemmeno c’era la minima speranza di correre ai bordi del campo a recuperare palloni per i miei beniamini.<br />
Approfittavo del riposo per andare in bagno.<br />
Molte volte avevo le mani talmente dure, e l’emozione ancora in petto, che anche orinare diventava un’impresa. In più i gabinetti erano tutti in fila, come pappagalli all’ospedale, nell’unica stanza aperta su un lato. O ti mettevi alla pari con gli altri e aprivi la patta, tirando fuori ciò che rimaneva dal gelo, oppure te la facevi addosso se dovevi aspettare che si liberasse uno dei due cessi chiusi col catenaccio.<br />
Dal locale male illuminato si sentivano i rumori della tribuna in maniera distorta, dilatata. Stavo dentro giusto il tempo necessario, visto l’odore pungente che aleggiava in quella camera, e poi piantonavo la scalinata nell’attesa che mio padre tornasse dal caffè.<br />
Non mi comperava mai nulla, rare le occasioni in cui aveva un pensiero per il suo bambino. D’altronde già ero fortunato ad accompagnarlo, e mentre lo aspettavo mi guardavo attorno con aria assorta, rapita dalla varia umanità che popolava quelle strisce di cemento.<br />
Poi arrivava lui, tranquillo e infagottato nel giubbone, le mani nelle tasche dei pantaloni. Quando si fermava di fronte a me aspettavamo di salire ai nostri posti – di solito non c’era nessuno che si prendesse la briga di fregarceli – e lui si accendeva un’altra Stop.<br />
Estraeva dalla tasca il pacchetto morbido e ne tirava fuori una, picchiettandola sull’accendino, un Bic ricaricabile, poi accendeva aspirando il più a lungo possibile.<br />
Lasciavo trascorrere almeno un minuto, in cui lui mandava la brace a metà sigaretta, e poi tornavamo in alto, giusto accanto alle cabine della stampa.<br />
L’unica cosa che facevamo era commentare i risultati: non tanto quelli della C/1, ma quelli della serie A. Molto spesso ci sedevamo vicini a persone che poggiavano la radiolina all’orecchio. Origliavamo, ma con discrezione. All’interno del Martelli era come se si giocassero più partite simultaneamente. Non era raro sentire mormorii o veri e propri boati dell’intera tifoseria non tanto per qualcosa che stava avvenendo lì, ma per gol e altri fatti, magari rigori da discutere, che riguardavano le partite importanti.<br />
Era più facile che ci fosse un’esplosione di gioia o un mormorio di disapprovazione per una rete annullata alla Juve che per un fuorigioco dell’ala del Mantova solo davanti al portiere.<br />
Quando mancavano ancora cinque minuti di gioco era il momento di partire. Mio padre era come animato da una strana frenesia. Temeva che, uscendo con l’intera massa dallo stadio, ci saremmo imbottigliati nel traffico cittadino e per questo evitava di alzarsi all’ultimo istante godendosi lo spettacolo dei minuti di recupero.<br />
Ci incamminavamo sulla passerella e osservavamo lo scorrere dell’azione fino a trovarci quasi alla pari con i giocatori in campo. Poi svicolavamo dietro la curva e uscivamo dal primo cancello. Delle volte si vedevano le persone assiepate fino alla cima delle curve e l’intero stadio sembrava rimbombare. Mi dispiaceva uscire così prematuramente, ma non potevo non assecondare i voleri di mio padre. Certo che in molte occasioni, poi in macchina, mi sono chiesto se il risultato fosse mai cambiato in quei minuti finali.<br />
Lui camminava svelto anche fuori, per strada. Battevo i piedi e quando c’era nebbia quel suo incedere veloce mi aiutava a sgranchire le gambe.<br />
Poi, una volta sull’Alfetta verde, sembrava riprendere la calma. Si accendeva una Stop e uscivamo piano dai semafori prima che arrivassero i vigili in moto a dirigere il traffico.<br />
Sulla strada verso Cerese avevo già acceso la radio. Non potendo ascoltare i risultati finali, mentre le ossa si sgelavano, sintonizzavo su Radio1 in attesa dei commenti a <em>Tutto il calcio minuto per minuto</em>. Vivevamo così i riassunti degli incontri più importanti della giornata. Nonostante il passaparola e le frasi intercettate allo stadio, quello era il momento per scoprire i risultati e la classifica del campionato.<br />
Correvamo così verso casa ascoltando rapiti i racconti dei radiocronisti, emozionati come ci trovassimo ancora in tribuna a trepidare. Aspettavo con ansia il servizio sul Milan, soprattutto per sapere se anche Calloni l’aveva buttata dentro. Certo di gol se ne mangiava, così come accadeva spesso a Sauro Frutti bomber in miniatura, ma sbagliare era umano. Poi succedeva che nel corso di una partita, almeno una palla Calloni la prendesse bene e gonfiasse la rete, sia di testa che col suo sinistro velenoso.<br />
Noi lanciavamo l’Alfetta sulla provinciale, avvolti nell’oscurità, diretti di corsa verso casa cercando di anticipare Paolo Valenti e la sigla di <em>Novantesimo minuto</em>.<br />
Del Mantova, ormai, sinceramente ci fregava poco. La frenesia portava verso altre immagini, sempre da stadi di calcio, ma di ben altro spessore rispetto al piccolo Martelli dove eravamo stati, a riempire la vera attesa della domenica calcistica.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/14/e-calloni-la-butta-dentro/">E Calloni la butta dentro</a></p>
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		<title>Il calcio di Grazia</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2004 07:17:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Tiziano Scarpa</strong> intervista <strong>Giuliana Olivero</strong></p>
<p><strong>Il calcio di Grazia</strong> di <strong>Giuliana Olivero</strong> racconta la storia di un’invasione. L’invasa è Grazia, che diventa molto più che tifosa di calcio. Ha avuto un’infanzia crudele, e non solo quella. Ma da grande inizia a seguire gli allenamenti della <strong>Juventus</strong>, si affeziona, si innamora, fa regalini e manda telegrammi chilometrici ai calciatori, lettere, biglietti, cravatte, fazzoletti, raccolte di foto ritagliate fedelmente dai giornali per anni, fiori.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/04/06/il-calcio-di-grazia/">Il calcio di Grazia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Tiziano Scarpa</strong> intervista <strong>Giuliana Olivero</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/8884904641.jpg" alt="8884904641.jpg" align="left" border="0" height="297" hspace="4" vspace="2" width="200" /><strong>Il calcio di Grazia</strong> di <strong>Giuliana Olivero</strong> racconta la storia di un’invasione. L’invasa è Grazia, che diventa molto più che tifosa di calcio. Ha avuto un’infanzia crudele, e non solo quella. Ma da grande inizia a seguire gli allenamenti della <strong>Juventus</strong>, si affeziona, si innamora, fa regalini e manda telegrammi chilometrici ai calciatori, lettere, biglietti, cravatte, fazzoletti, raccolte di foto ritagliate fedelmente dai giornali per anni, fiori. Grazia si infervora per <strong>Marco Tardelli</strong>, per <strong>Michel Platini</strong>, poi per <strong>Sergio Brio</strong>, per <strong>Pasquale Bruno</strong>, infine per un allenatore, <strong>Francesco Guidolin</strong>.</p>
<p>Li segue con discrezione e con spavalderia, li stana negli alberghi dove dormono durante le trasferte, ma senza mai molestarli con qualcosa di più di una telefonata una volta ogni tanto, o un mazzo di fiori fatti consegnare in camera. Guadagna poco assistendo di notte vecchi e invalidi, spende tutto in viaggi per seguire l’idolo del momento, anche quando cambia squadra: a <strong>Firenze</strong>, a <strong>Lecce</strong>, fino in <strong>Scozia</strong>&#8230; L’invasore è il calcio, che si è annesso un intero popolo: in questo romanzo l’<strong>Anschluss</strong> si compie anche sulla parte femminile dell’Italia, che solo fino a pochi anni fa sbuffava al marito in poltrona davanti alla partita, e ora invece urla nella fossa degli ultrà.</p>
<p>Per <strong>Nazione Indiana</strong> ho fatto qualche domanda all’autrice, <strong>Giuliana Olivero</strong>.<br />
<span id="more-363"></span><br />
<strong>Cominciamo dalla frase di prammatica, “Fatti e personaggi di questo romanzo ecc.”, che però tu hai variato in maniera significativa: “I personaggi del romanzo sono realmente esistenti ma l’intreccio e le situazioni narrate sono frutto della fantasia dell’autrice”. Ti sei inventata proprio tutto? Perché hai scelto quei calciatori e non altri? </strong></p>
<p>No, non mi sono affatto inventata tutto, al contrario, la storia che racconto nel mio romanzo è vera, <strong>Grazia </strong>esiste realmente, è una persona che ho conosciuto per caso, e la sua vicenda mi ha folgorata (da tempo stavo scrivendo o tentando di scrivere altre cose, ma questa storia si è assolutamente imposta!). I calciatori personaggi del romanzo sono quelli di cui la protagonista si è veramente innamorata, e anche molti dei fatti sono veri, mentre altri li ho inventati. Soprattutto, appunto, l’“intreccio”, cioè il montaggio di situazioni che sono praticamente tutte uguali, un’ossessione che si rincorre senza trama, e poi, ancora di più, la voce: mi sono completamente discostata dalla persona vera per costruire la sua identità di personaggio. La frase di rito concepita in quel modo dovrebbe servire a evitare eventuali querele da parte dei calciatori citati, che, come rilevi anche tu, ne escono abbastanza male. Tengo invece a precisare che la persona che ha ispirato la protagonista Grazia, oltre a sapere che scrivevo un romanzo su di lei (e a desiderarlo ardentemente!), ne è stata pienamente soddisfatta.</p>
<p><strong>Mi ha colpito l’inadeguatezza umana dei calciatori, spesso scorbutici, a volte sgarbati e addirittura violenti verso la povera Grazia, che cerca solo un po’ di affetto, di riconoscimento: un saluto, un sorriso la soddisferebbero. È come se questi uomini adulti non si rendessero conto di impersonare in realtà un simbolo più grande di loro, che ha una presa fortissima sulla gente. Non sanno come comportarsi, sono scandalosamente puerili, maschilisti, vigliacchi…</strong></p>
<p>Avevo dei forti pregiudizi verso il calcio nel suo insieme, prima di questa avventura che è stata per me una vera e propria esplorazione, dato che ho scoperto un universo che non conoscevo affatto. Che mi irritava per la sua pervasività, per la sua superficialità eletta a questione vitale, per il rumore di fondo che produce dal quale non si salva nessuno. Calandomici dentro, da una parte l’ho demonizzato un po’ meno, ho colto i meccanismi per cui appassiona tante persone, e assai diverse fra loro, con il suo grado alto di drammaticità e la richiesta di un’adesione diretta, ma dall’altra parte molti dei miei pregiudizi si sono rafforzati come giudizi. Uno di questi è proprio sulla figura dei calciatori. Sono eroi la cui immagine è mitizzata da un’enorme rilevanza massmediatica, ma che al tempo stesso sono anche “veri” e, illusoriamente, raggiungibili: i corpi maschili quasi nudi che, ormai tutti i giorni, danno mostra di sé in un confronto-scontro fisico visibile da una distanza di pochi metri possono poi essere incontrati, salutati, toccati, durante tutta quella sequela di occasioni ritualizzate che sono la vita delle tifoserie. Per di più, sempre il filtro dei media, che conferisce ai giocatori questo status di protagonisti assoluti, è lo stesso che consente ai tifosi – e alle tifose – di vivere un’ulteriore illusione di vicinanza, perché, a forza di apparizioni televisive, sembra quasi che questi divi, questi oggetti di desiderio siano seduti di fianco a te in salotto. Ma è appunto una totale, deviante illusione. In realtà i calciatori, o almeno la maggior parte, sono persone tendenzialmente dotate – per così dire – di scarsi o nulli strumenti culturali, catapultate in questo ruolo pressoché mitologico in grado di scatenare le reazioni più inconsulte, che poi non sono affatto in grado di gestire. Meno che mai quando si trovano davanti una donna fragile ma tremenda come Grazia, la quale è vero che in fondo chiede poco, ma incarna un’idealizzazione dell’amore così totale da far letteralmente paura. Una paura a cui chi non è precisamente un lord inglese risponde come può&#8230;</p>
<p><strong>Mi ha divertito la tua scelta di trascinare nel romanzo l’allenatore Guidolin, che alla fine, pur non concedendo molta confidenza, perlomeno non prende Grazia a male parole. In tivù Francesco Guidolin sembra una persona un po’ allucinata, è come se provasse un certo disgusto e vergogna quando lo intervistano. Ha un’aria un po’ da prete, e guarda sempre altrove, oltre la telecamera, oltre l’intervistatore, oltre l’orizzonte…</strong></p>
<p>Come per gli altri personaggi, <strong>Guidolin</strong> dentro al romanzo non l’ho trascinato io, ma Grazia! Io ho cercato di far risaltare il contrasto che mi sembra interessante fra un personaggio carnale e solare, pur nella sua brutalità, come <strong>Pasquale Bruno</strong> detto ’o animale, e uno così nevrotico. Che non la tratta male, è vero, ma in fondo interagisce con lei molto meno di quelli che la mandano al diavolo, è il più murato di tutti. Il fatto è che, anche se quelli di Grazia sono amori a senso unico, alimentati solo dal suo bisogno, funzionano come tutti gli altri amori: non si sa perché ci si innamora di uno piuttosto che di un altro!</p>
<p><strong>Una cosa che mi ha un po’ intristito è la mancanza di solidarietà fra tifose: le ragazze e le donne che attendono per ore i calciatori per scambiare un “ciao” si fanno ciascuna i fatti propri, non legano fra loro. Solo verso la fine salta fuori qualche amica con cui Grazia può sfogare un po’ la sua amarezza.</strong></p>
<p>Credo che sia dovuto ai giochi della competizione, quella femminile purtroppo si manifesta spesso così. E quello della tifoseria non è un ambiente dei più accoglienti, ci sono ruoli fissi, gerarchie, ordini da rispettare. Tutte cose che non fanno per Grazia, che in più si traducono spesso in confronti con altre donne che le creano sofferenza. Lei, poi, è persa dentro il suo tormento amoroso, i rapporti con le tifose o i tifosi non la interessano granché, sono rapporti poco più che funzionali al suo muoversi dentro quell’universo, soprattutto quando è più giovane. È anche vero, però, che tutte le sue relazioni sociali e di amicizia originano nell’ambito delle tifoserie. Ma il tratto più forte di questo personaggio è un’assoluta autoreferzialità.</p>
<p><strong>Hai immerso la tua protagonista in un ambiente e una vicenda durissima: violentata da piccola, un padre ladruncolo e menefreghista, una madre prostituta, un patrigno prevaricatore… Vuoi dire che solo chi ha un disastro esistenziale su tutta la linea si butta sull’idolatria, cercando surrogati dell’amore negli idoli popolari? Ma se è così, allora tutta l’Italia sta vivendo un disastro esistenziale profondo, visto che gli italiani sono invasati per i loro idoli da quattro soldi, mediaticamente e simbolicamente potentissimi, ma sostanzialmente inadeguati, farlocchi…</strong></p>
<p>Della storia vera di Grazia ho persino sfumato certe durezze, mai come in questo caso ho constatato la verità del trito luogo comune per cui la realtà supera la fantasia. In effetti mi sono domandata – ma a questo non ho voluto dare una risposta mia nel romanzo – fino a che punto una tale sublimazione sia frutto di un delirio solitario e non, invece, la conseguenza dello stare ai margini, una reazione al sentirsi in qualche modo condannati, tagliati fuori dai valori dominanti di una società a causa di una “partenza” sfavorevole. Certo, Grazia nel suo desiderio vissuto come impossibilità raggiunge un grado estremo, però, allargando il discorso alle moltitudini, mi sono fatta un po’ l’idea che più il tifo è qualcosa di divorante, più è sintomo di ferite che non si sono rimarginate. So che è un terreno instabile, questo, di una psicologia che rischia di sfociare nella chiacchiera di portineria, però non mi sembra esagerato dire che in generale, non solo in Italia, si viva immersi in un, se non disastro, almeno disagio esistenziale profondo. E il calcio è una delle consolazioni/distrazioni più facili da abbracciare, più condivisibili, più a portata di mano: il ciuccio della domenica, dice un mio amico, il recupero settimanale dell’infanzia, dice <strong>Marías</strong>, e <strong>Hornby</strong> in <strong>Febbre a 90</strong> arriva a dire, ironicamente quanto vuoi, che se i suoi genitori non si fossero separati in una maniera traumatica quando lui aveva dieci anni, non sarebbe diventato il tifoso assatanato che è. Questo però è un aspetto sul quale i miei pregiudizi si sono bloccati prima di diventare giudizi.</p>
<p><strong>Che ne pensi delle ultime vicende della bancarotta di molte squadre, delle violenze durante il derby di Roma, qualche domenica fa, del presidente del consiglio che voleva condonare miliardi di tasse evase per evitare – parole sue – la rivoluzione? Sei d’accordo con Berlusconi? La società italiana esploderà per cause calcistiche?</strong></p>
<p>Innanzitutto tengo a precisare che io, d’accordo con <strong>Silvio Berlusconi</strong>, non lo sono su nulla <em>a priori</em>. Nell’elenco delle nefandezze connesse al calcio peraltro hai dimenticato il doping, che non è una cosa da poco. La bancarotta era inevitabile, lo sapevano tutti da un bel po’, è ovvio che non mi fa piacere l’idea di finanziare con le tasse, che io pago, l’evasione altrui, come del resto già avviene, che sia quella delle squadre di calcio o delle imprese di Berlusconi medesimo o di svariate migliaia di altri. Come si suol dire, il discorso sarebbe lungo, comunque non credo che la società italiana esploderebbe, se davvero qualche società venisse esclusa dalle competizioni per i debiti, però <strong>Berlusconi</strong> – forse – perderebbe le elezioni!</p>
<p>____</p>
<p>Giuliana Olivero, <strong>Il calcio di Grazia</strong>, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2004, pagg. 188, 12,60 euro.</p>
<p>________________________________________________</p>
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		<title>Un calcio alla guerra</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Mar 2003 14:41:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Tiziano Scarpa</strong></p>
<p>L’unico giornale che ho comprato ieri, all’indomani dello scoppio della guerra in Iraq, è stato La Gazzetta dello Sport. Volevo vedere fino a che punto la realtà riusciva a non lasciare traccia su queste pagine che diffondono la peggiore ideologia della nostra epoca in mezzo milione di copie al giorno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/03/23/un-calcio-alla-guerra/">Un calcio alla guerra</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tiziano Scarpa</strong></p>
<p>L’unico giornale che ho comprato ieri, all’indomani dello scoppio della guerra in Iraq, è stato La Gazzetta dello Sport. Volevo vedere fino a che punto la realtà riusciva a non lasciare traccia su queste pagine che diffondono la peggiore ideologia della nostra epoca in mezzo milione di copie al giorno.<br />
<span id="more-6"></span><br />
Il titolo principale in prima pagina della Gazzetta dello Sport di ieri 22 marzo 2003 era: “Notte da grandi”. L’aggettivo era da intendersi al femminile: “le” grandi erano le squadre del Milan e della Juventus, che stavano per affrontarsi quella sera stessa. A sinistra, in posizione di editoriale, sotto l’occhiello con la dicitura “Tempo di guerra” e il piccolo titolo “Lasciateci il giocattolo”, un quadratino ospitava l’inizio di un articolo del giornalista e romanziere Gianni Riotta.</p>
<p>Ne riporto le prime righe, giusto il pezzo che appariva in prima pagina:</p>
<p>“Il calcio al tempo della guerra. Come occuparsi del litigio tra Hector Cuper e Bobo Vieri quando la polemica tra il presidente americano George W. Bush e il suo collega francese Jacques Chirac lacera il nostro mondo? E’ possibile concentrarsi sulla rivalità sportiva tra Marcello Lippi e Carlo Ancelotti, mentre la coalizione angloamericana si impegna per liberare l’Iraq dalla dittatura di Saddam Hussein?”</p>
<p>Domande retoriche, Riotta: quaranta pagine di Gazzetta dello Sport dimostrano che è possibile eccome concentrarsi su Milan e Juve mentre la coalizione angloamericana “si impegna” eufemisticamente a “liberare l’Iraq”.</p>
<p>Riassumo la parte centrale del pezzo: Riotta rileva che gli appassionati di calcio, abituati agli schemi di gioco, in questi giorni vedono lo stesso genere di disegnini impiegati per indicare non dribbling e azioni di gioco ma manovre territoriali degli eserciti. Termini come “attacco, difesa, vittoria e sconfitta” non sono più metafore. Non si combatte più per guadagnare tre punti in classifica, la posta in gioco è “la vita di innocenti civili irakeni, la sorte dei figli di mamma adolescenti americani, la libertà di Bagdad, la scelta unilaterale degli americani, il prezzo di un barile di petrolio, il destino dei rifugiati, la stabilità del mondo.” Riotta è disturbato dal fatto che alcuni commentatori politici incitano al combattimento come se esortassero una squadra di calcio a vincere. La guerra fa rimpiangere le polemiche da bar, le discussioni sulla moviola, le liti scherzose fra tifosi.</p>
<p>Trascrivo la parte finale del pezzo di Riotta:</p>
<p>“La nostra vita quotidiana, di cui lo sport è tanta gagliarda parte, si ferma davanti al rischio della morte, dei massacri, dei bombardamenti, del terrorismo. Ricordiamocene. Ricordiamo come le piccole cose che diamo per scontate, gridare gol!, accendere la tv, comprare un giornale, siano ancora negate in tanta parte del pianeta. Molto giocatori irakeni hanno raccontato di essere stati imprigionati e torturati da Uday, il figlio di Saddam Hussein che presiede il comitato olimpico in Iraq, per una partita perduta. Questo è il mondo che non vogliamo.<br />
Nello stadio di Santiago del Cile, 1973, il dittatore Pinochet rastrellò gli oppositori. Nello stadio di Kabul, pagato con i soldi di noi europei, i Talebani fucilavano alla nuca le donne. Un mondo in cui negli stadi si giochi solo al pallone ci pare, ogni lunedì, normale, ed è invece straordinario. Ricordiamocene, in attesa di una prossima partita Usa-Iraq, con applausi e scambi di maglia tra giocatori”.</p>
<p>Cari menefreghisti che non volete che una guerra guasti la vostra serata di calcio, state tranquilli: il calcio è il simbolo della libertà, nei paesi liberi si gioca a calcio, nelle dittature si torturano i calciatori. Anche stasera iniettatevi con la coscienza pulita la vostra dose di calcio, che è dose quotidiana di civiltà. Non sentitevi in colpa, oggi, nel leggere le quaranta pagine di questo giornale, perché un giornale come questo si trova solo nelle edicole dei paesi liberi. Vi si parla per 24 pagine di calcio, 3 di ciclismo, 4 di automobilismo, 1 di basket, 6 di altri sport, e, a pagina 39, la penultima, sopra il prospetto dei programmi televisivi, si dedicano 133 righe alla situazione bellica in Iraq.</p>
<p>A me pare che impiegare tali callide argomentazioni per giustificare il totalitarismo monoteista calcistico del lettore della Gazzetta sia uno degli esempi più clamorosi di prostituzione dell’intellettuale.</p>
<p>Che cos’è lo sport, oggi?<br />
Se nelle cose che accadono distinguiamo fra eventi e prodotti, lo sport fa parte degli eventi che vengono regolamentati e prodotti. Per capirci: è un evento cinematografico il fatto che sia girato e proiettato nelle sale un capolavoro, mentre è un prodotto che ogni anno siano assegnate le statuette degli Oscar, gli Orsi d’argento, i Leoni d’Oro. Per spiegarmi ancora meglio: anche se ogni anno in Italia vengono comunque assegnati i premi Strega, Viareggio e Campiello, non è detto che ogni anno in Italia vengano pubblicati capolavori.</p>
<p>Lo sport sostituisce gli eventi del mondo con una serie di eventi-prodotti, eventi che vengono prodotti da una serie di regole ludiche e da una macchina economico-spettacolare che li rende visibili e li commercializza.</p>
<p>Nella Gazzetta dello Sport e nei giornali sportivi il mondo è “non pervenuto”. E’ molto divertente (è molto tragico) confrontare la prima pagina dei giornali con quella della Gazzetta ogni giorno: alluvioni al sud?, crescita dell’inflazione?, una ragazza ha fatto fuori la sua famiglia?, gli Usa attaccano l’Iraq? “Non mi risulta”, dice la Gazzetta dello Sport, “a me risulta che stasera il Milan deve giocare contro la Juve”.</p>
<p>Si potrebbe obiettare che è ingenuo scandalizzarsi, perché questo fa parte della regola del gioco dell’informazione, che si specializza in settori e generi di eventi, al punto che la Gazzetta stessa dichiara con molta onestà la sua natura tutta peculiare, addirittura stampando le sue notizie su una carta di colore diverso. Vorrei far notare tuttavia che mentre in tutti i giornali generalisti lo sport occupa ormai una notevole quantità di pagine quotidiana, il contrario non avviene: in altre parole: per i giornali lo sport fa parte del mondo, per la Gazzetta dello Sport, quotidiano diffuso ogni giorno in mezzo milione di copie e presente capillarmente nelle edicole e nei locali pubblici di tutta Italia, il mondo non fa parte dello sport.</p>
<p>Tutto questo può sembrare irrilevante. Può darsi.<br />
Il nostro capo del governo ha basato una parte della sua popolarità sui successi sportivi come presidente del Milan, e continua a riferirsi ancora oggi al suo ingresso nella politica partitica con la metafora calcistica “sono sceso in campo”, e ha dato il nome al suo partito con un sintagma esortativo preso dagli striscioni che si espongono negli stadi: “Forza Italia!”</p>
<p>Vuole la leggenda che quando l’industriale automobilistico statunitense Henry Ford venne in visita a Torino, Giovanni Agnelli senior lo portò allo stadio a vedere una partita della Juventus: gli operai, gli immigrati, gli impiegati della fabbrica tifavano con tutta la loro passione per la squadra del padrone. Ford trovò questa tattica populistica geniale, e la esportò negli Stati Uniti fondando squadre di basket e baseball.</p>
<p>La retorica calcistica mi ha sempre interessato. Mi concedo il permesso di ricopiare qui un paragrafo che faceva parte di una vecchia versione di un mio racconto. Il narratore protagonista a un certo punto se ne usciva con questa sparata:</p>
<p>“Io ho capito perché la gente legge la Gazzetta dello Sport. Quando gioca la nazionale, il giorno dopo sulla Gazzetta ci sono delle parole mai viste. Per esempio eroismo, storico, leggenda, epico, gloria, se ha vinto. Disperazione, vergognoso, disastro, farabutti, disgrazia, se ha perso. Queste parole sono in coma per tutto l’anno, sono depresse, nessuno le usa mai, di rado, pochissimo. Poi un giorno gioca la nazionale, arriva il direttore della Gazzetta e fa entrare nei discorsi queste parole che nessuno ha il coraggio di usare, mai. Certe volte le mette grandi come tutta la pagina, grassissime, con l’inchiostro obeso, i punti esclamativi, perfino. È come fare una festa dove inviti un re o una principessa, ma non vestiti in giacca e cravatta o in tallieur, proprio con lo scettro e la corona di brillanti. A proposito, lo scettro e la corona di brillanti sarebbero i punti esclamativi. Alle feste aziendali non si possono invitare un re o una principessa. D’accordo che non verrebbero loro per primi, ma non andrebbe bene anche se venissero, è esagerato. Ci sono queste popolazioni aristocratiche di parole depresse, ma la gente ha bisogno di queste parole nella vita. Sono le belle addormentate delle parole, o anche le brutte addormentate, e solo la Gazzetta dello Sport le fa svegliare, sa qual’è il momento giusto per dare il bacio anti-sonnifero. Io nella mia vita non le ho incontrate spesso, e non so se vorrei una vita dove ce ne sono molte di parole così. Ma ogni tanto sì, ce n’è bisogno.”</p>
<p>In uno scatolone dove conservo un fascio di giornali c’è la Gazzetta dello Sport del 19 giugno 2002.<br />
Il titolo recita: “Vergogna!” a caratteri enormi. Il 18 giugno 2002 l’Italia era stata eliminata dai Mondiali perdendo con la Corea del Sud, anche grazie al fazioso arbitraggio dell’arbitro ecuadoriano Aldemar Byron Ruales Moreno.</p>
<p>Trascrivo l’incipit dell’articolo in prima pagina di Candido Cannavò, intitolato “L’infamia e il peccato”:</p>
<p>“Alla fine della storia, dopo aver sfogato ira, collera, sdegno, dopo aver gridato all’ingiustizia, alla vergogna e coperto d’insulti questa porca organizzazione mondiale fondata sull’affarismo, dopo esserci liberati di tutti i rospi….”</p>
<p>In seguito, l’articolo metteva in fila termini come: “famigerata, mostro, paura, killeraggio, popolo ferito, fiume dell’infamia, ammorba, diritto di verità, di cronaca e di storia” eccetera. Mi sono limitato a raccogliere queste parole dalle righe in prima pagina, anche se il climax retorico raggiunge il suo orgasmo nella continuazione dell’articolo, a pagina 13: “In una visione biblica, il nostro calcio ha scontato, dinanzi al mondo, i suoi tanti anni di peccati: arroganza, immoralità, superficialità, odi e risse tra dirigenti, squallidi tradimenti, congenite incapacità”.</p>
<p>Niente di sorprendente, si dirà, questi sono giornalisti che fanno il loro mestiere. Ma gli intellettuali tout court prestati al giornalismo, e i giornali non specializzati in cose sportive, come si comportano quando parlano di calcio?</p>
<p>Nei miei vecchi file c’è uno sfogo, una lettera non inviata alla redazione dell’Unità, scritta quasi un anno fa in seguito a un articolo del critico letterario Massimo Onofri che commentava il derby Roma-Lazio. Ve la ricopio:</p>
<p>Scusa, Massimo Onofri, ma ho letto su “l’Unità” di lunedì 29 aprile 2002 “La partita delle partite si approssima all’epica”, questo articolo di un tuo omonimo, e mi è venuto spontaneo segnalartelo perché tu andassi a leggerlo.</p>
<p>A dire la verità, la prima cosa che ho pensato è che fosse ironico, ma è chiarissimo che non lo è: non sei mai stato così serio e letterale. La seconda cosa che ho pensato è che esistono pirati informatici che riescono a entrare nei computer dei giornali e a inserire nell’impaginazione di un quotidiano “di sinistra” articoli di sabotaggio, un po’ come si diceva succedesse al quotidiano “La Notte” che, poche settimane prima di chiudere, usciva in edicola con un sacco di parolacce infilate a caso tra le frasi. Poi mi sono rassegnato all’evidenza, e la altre cose che ho pensato te le scrivo.</p>
<p>Probabilmente succede così: l’essere umano in certi campi si trattiene. Il superego e i doveri professionali gli impediscono di lasciarsi andare (nella critica letteraria, per esempio). Lo stesso essere umano, però, appena fa una gita fuori dai suoi soliti discorsi professionali, getta la maschera, si mette a nudo e balla scosciato dimenando tristissimi scroti.</p>
<p>Lo spurgo mitografico che sei riuscito a farti pubblicare dall’“Unità” sul derby Roma-Lazio è più enfatico persino dei pensierini naif di Candido Cannavò: candido davvero, al tuo confronto, il Cannavò, un innocuo bassotuba scoreggione. Nei suoi editoriali sulla “Gazzetta”, Cannavò mette furbescamente in fila flatulenti folate di parole che in altri contesti sono ritenute impronunciabili: “gloria”, “eroismo”, “epopea”.</p>
<p>Quando leggo Cannavò sulla Gazzetta dello Sport, mi sembra di capire che il calcio è soprattutto questo: ha la capacità di produrre discorsi magniloquenti, è una zona iperretorica, eroga paroloni. Nel Discorso-Calcio hanno corso parole che si ha pudore a usare altrove. Addirittura si gridano, parole che in altri contesti ci si vergognerebbe a sussurrare, si scrivono in corpo tipografico enorme parole che altrove si metterebbero fra mille virgolette.</p>
<p>Non c’è più eroismo, non c’è più gloria, non c’è più epopea: che ci sia almeno nel campionato più bello del mondo: questo è l’avvilito dogma che predicano e razzolano gli ideologi del calcio, i talebani del pallone gonfio dei loro fetidi miasmi. Cupa antropologia: presuppone un’idea di essere umano che necessiti di idoli, e che questi idoli sia disposto a vederli e costruirli a qualsiasi costo, impastandoli di nulla. Presuppone una vita di merda, cieca all’eroismo, alla gloria, all’epopea dell’esistenza reale.</p>
<p>Complimenti per la tua apologia dell’ineluttabile violenza tribale ematospermatica, congratulazioni per la tua broda mitologica in cui (ti cito) “l’odio fratricida è più forte di tutto”.</p>
<p>“La logica del calcio &#8211; e del derby &#8211; è bellica, non può che odorare di polvere da sparo” scrivi: sembri uno dei peggiori fautori della “bella morte” ritratti da Furio Jesi in <em>Cultura di destra</em>.</p>
<p>Ti invito a rileggere le graziose espressioni che hai ammassato in una sequenza vertiginosa: “atroce fraticidio”, “Roma, caput mundi”, “una folta schiera di popoli”, “eroi del passato”, “il derby ci sospinge nel pantheon delle sacre memorie”, “s’approssima all’epica”, “e più fulgidamente risplendono nel cielo del mito le imprese del tempo che fu”, “ogni saga di dei e di semidei ha le sue liturgie di sangue, i suoi ganimedi strappati alla vita e alla gloria nel fiore dell’età, le sue morti attonite e illacrimate, tanto furono atroci e improvvise” … Sono appena a metà del tuo articolo, ma le mie dita si rifiutano di ricopiare oltre.</p>
<p>Ci credo che per il calcio valga la pena di sgozzare e stuprare, spargere sangue e sperma: se il calcio è quello che tu decanti, e alla quale entusiasticamente aderisci, perché non si dovrebbe sprangare, spaccare, ammazzare e violentare per un mito così lussureggiante?</p>
<p>Non è innata la logica tribale del calcio. Non è irrelato il suo paesaggio antropologico e sociale. Non è un irrimediabile e fatale surrogato “là dove tutte le ideologie latitano, là dove i valori declinano”.</p>
<p>Oggi più che mai, il calcio è uno strumento di propaganda e manipolazione delle masse, sfrutta la debolezza del sistema simbolico individuale e collettivo ormai completamente fottuto da decenni di pseudocultura pop (prevalentemente anglofona) e di idolatrie dell’effimero, titilla il suo godimento perverso, incita le sue oscene leggi non scritte, blandisce l’immoralità del maschio occidentale, sistematicamente e scientificamente reso immorale dal pieno (non dal vuoto!) di valori occidentali nazipoptelevisivi: il conflitto di classe traslocato e mascherato nel conflitto fra tifoserie, negli scontri tra ultrà e carabinieri, il mito del successo, i compensi folli a calciatori, i giornalisti sportivi televisivi esperti di puttanate (i nuovi intellettuali organici!), le fighette di contorno felici di leggere la classifica del campionato per guadagnarsi un’inquadratura e un ingaggio senz’altro più succulento di una coetanea professoressa di matematica: la nuova nomenklatura di facce di culo.</p>
<p>Altro che “logica tribale”! Sveglia, intellettuale Onofri! A ritroso, devo essere io a strofinarti sul muso le pagine di Zizek, Foucault, Adorno, Canetti, Arendt, Bataille, Weil, Gramsci, Simmel? Il calcio non è il rigurgito gutturale di una tribù di fratricidi, è un raffinatissimo leviatano.</p>
<p>Il calcio è sommamente funzionale al potere. Gli fa gioco, è il suo gioco. Devo ricordarti io i nomi dei presidenti delle squadre di serie A di tutta Europa e le loro carriere politiche? Devo ricordarti io quanto pervade ogni giornata, ogni serata dei palinsesti esistenziali europei? Quanti milioni di dollari e di anime fattura?</p>
<p>Qualsiasi manifestazione “politica” viene repressa con ben maggiore severità dei pazzeschi scontri fra tifosi che mettono a ferro e fuoco interi quartieri, e che il giorno dopo lasciano tante graziose tracce, fra le quali ci sono le simpatiche scritte che ti fanno sorridere col compiacimento del critico letterario che plaude alla loro sagacia aforistica.</p>
<p>Il calcio è talmente epico ai tuoi occhi che fa diventare epici, per magia di contatto, anche la letteratura, anche scrittori che in sede di critica letteraria non sembravano procurarti altrettanto godimento. Ecco infatti che Aurelio Picca, in quanto racconta di calcio, nel tuo articolo improvvisamente appartiene alla “nobiltà volsca”. Incredibile: se si tratta di calcio, il critico Massimo Onofri gode persino con la letteratura contemporanea!</p>
<p>Così si chiudeva la mia lettera mai inviata alla redazione dell’Unità.</p>
<p>Per chiudere questo mio intervento, invece, riferisco una cosa che mi hanno detto l’anno scorso in uno dei miei giri di letture di poesia. Dove? In Italia.</p>
<p>“Qui siamo circa sessantamila abitanti, tutto sommato questa non è una città piccolissima. Alle ultime elezioni comunali si sono trovati con questo giovane di ventisette anni che aveva avuto uno sproposito di voti, i pezzi grossi del partito erano in imbarazzo, gli hanno dovuto dare per forza una carica nella giunta, lo hanno fatto Assessore alla Cultura con la delega allo Sport e ai Giovani. Sai com’è, con la Cultura fai meno danni, è un assessorato secondario… Il problema è che qualche incarico glielo dovevano pur dare, questo qua aveva fatto il pieno di preferenze, era il capo della curva degli ultrà della squadra di calcio”.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/03/23/un-calcio-alla-guerra/">Un calcio alla guerra</a></p>
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