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	<title>Nazione Indiana &#187; Campo dei Fiori</title>
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		<title>17 febbraio 1600, rogo a Campo dei Fiori</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Feb 2008 06:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/duchampbruno.jpg" title="duchampbruno.jpg"></a><br />
d u c h a m p d e i f i o r i (cortesia di effeffe)</p>
<p>Il 20 gennaio 1600 Ippolito Aldobrandini, eletto papa della chiesa di Roma dal conclave del gennaio 1592 col nome, che poco gli convenne, di Clemente VIII, ordinò che l’imputato eretico “impenitente”, “pertinace” e “ostinato”, Giordano Bruno, nativo di Nola, fosse consegnato al braccio secolare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/17/17-febbraio-1600-rogo-a-campo-dei-fiori/">17 febbraio 1600, rogo a Campo dei Fiori</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/duchampbruno.jpg" title="duchampbruno.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/duchampbruno.thumbnail.jpg" alt="duchampbruno.jpg" /></a><br />
d u c h a m p d e i f i o r i (cortesia di effeffe)</p>
<p>Il 20 gennaio 1600 Ippolito Aldobrandini, eletto papa della chiesa di Roma dal conclave del gennaio 1592 col nome, che poco gli convenne, di Clemente VIII, ordinò che l’imputato eretico “impenitente”, “pertinace” e “ostinato”, Giordano Bruno, nativo di Nola, fosse consegnato al braccio secolare. Frase che indicava il delizioso <em>escamotage</em> con il quale la suddetta chiesa si lavava le mani (la formula era “Ecclesia abhorret a sanguine”) dalla necessità di eseguire la sentenza già pronunciata su un condannato, affidandone invece l’esecuzione materiale al “braccio secolare”, cioè alle istituzioni dello stato che prevedevano appunto il reato di eresia.<br />
Il giorno 8 febbraio dello stesso anno Giordano Bruno ascoltò la pubblica lettura della sentenza, alla presenza dei testimoni e della congregazione del S. Uffizio, nella casa del cardinale Madruzzi.<br />
Giovedì 17 febbraio esattamente 408 anni fa, Giordano Bruno venne arso vivo in piazza Campo dei Fiori, con l’ovvia precauzione della “lingua in giova”, bavaglio o blocco, dato che diceva &#8220;bruttissime parole&#8221;, e invano gli porsero da guardare l&#8217;immagine del Crocefisso, dalla quale “volse fieramente lo sguardo.”<br />
<span id="more-5370"></span><br />
&#8220;Giovedì mattina – si leggeva nell&#8217;<em>Avviso di Roma</em> due giorni dopo – in Campo di Fiore fu abbrugiato vivo quello scelerato frate domenichino di Nola&#8230;: heretico ostinatissimo, et havendo di suo capriccio formati diversi dogmi contro nostra fede, et in particolare contro la Santissima Vergine et Santi, volse ostinatamente morir in quelli lo scelerato; et diceva che moriva martire et volentieri, et che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo in paradiso. Ma hora egli se ne avede se diceva la verità.”<br />
Tutte le sue opere furono poste all&#8217;<em>Indice</em> [1]  con un decreto del 1603 e tuttavia circolarono  abbondantemente per gli ambienti della cultura europea in tutto il &#8217;600 e nei secoli successivi.</p>
<p>Aggiungo solo la notizia che la personale ferocia del sunnominato Aldobrandini era già tristemente nota dalla recente vicenda di Beatrice <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Beatrice_Cenci">Cenci</a>, la quale, vittima di stupri paterni e accusata di parricidio dal tribunale ecclesiastico, fu fatta appunto giustiziare, per esplicita volontà dello stesso, pochi mesi prima, l’11 settembre 1599. Di lei così scrive Stendhal nelle <em>Cronache italiane</em>: &#8220;Il mio unico dispiacere è di dover parlare, ma così vuole la verità, contro l&#8217;innocenza della povera Beatrice Cenci, adorata e rispettata da tutti coloro che l&#8217;hanno conosciuta, quanto il suo orribile padre era odiato ed esecrato.”</p>
<p>Desidero qui semplicemente proporvi, al fine di ricordare ancora e ostinatamente sempre Bruno, che, come molti altri, subì dalla chiesa di Roma, ingiustizia gravissima, sia un paio di testi suoi, sia un passo di un libro su di lui che ritengo tra i più belli che io abbia visto (Frances A. Yates, <em>Giordano Bruno e la tradizione ermetica</em>, Laterza, Bari 1969, ed. orig. 1964) sia, come puro omaggio a questo straordinario personaggio, l’elenco delle sue opere, che furono molte e dedicate agli argomenti più vari, fisica compresa. In molti sensi infatti egli fu un precursore di Galileo, cui quest’ultimo assai probabilmente si ispirò per scrivere il suo <em>Dialogo sopra i due massimi sistemi del  mondo, Tolemaico e Copernicano</em>, senza poi citarlo, come suo deplorevole costume era.</p>
<p>[1]  <em>Indice dei libri proibiti</em>, creato da Paolo IV nel 1559 ed eliminato solo nel 1966 da Paolo VI; sopravvive tuttavia, aggiornato al 2003, sotto forma di guida bibliografica, da parte dell&#8217;<em>Opus Dei</em>, prelatura personale della chiesa cattolica.</p>
<p>Passi da opere di Giordano Bruno:<br />
Il primo passo è tratto dall’opera <em>De l’infinito, universo e mondi</em>, e mostra una notevole coscienza della relatività del moto:</p>
<p>«Fracastoro: Vorrei sapere se, dopo ch&#8217;arrete ben considerato, giurareste questo corpo unico (che tu intendi come tre o quattro corpi, e non capisci come membri di medesimo composto) non esser mobile cossì come gli altri astri mobili, posto che il moto di quelli non è sensibile perché ne siamo oltre certa distanza rimossi, e questo, se è, non ne può esser sensibile, perché, come han notato gli antichi e moderni veri contemplatori della natura e come per esperienza ne fa manifesto in mille maniere il senso, non possiamo apprendere il moto se non per certa comparazione e relazione a qualche cosa fissa: perché, tolto uno che non sappia che l&#8217;acqua corre e che non vegga le ripe, trovandosi in mezzo l&#8217;acqui entro una corrente nave, non arrebe senso del moto di quella. Da questo potrei entrare in dubio ed essere ambiguo di questa quiete e fissione; e posso stimare che, s&#8217;io fusse nel sole, nella luna ed altre stelle, sempre mi parrebe essere nel centro del mondo immobile, circa il quale tutto il circostante vegna a svolgersi, svolgendosi però qual corpo continente in cui mi trovo, circa il proprio centro. Ecco come non son certo della differenza di mobile e stabile.»</p>
<p>Secondo passo tratto da <em>La Cena de le ceneri</em>; parla Teofilo, che con un’immagine davvero efficace, spiega (prima di Galileo e di Cartesio) in che consista l’inerzia:</p>
<p>«Or, per tornare al proposito, se dunque saranno dui, de&#8217;quali l&#8217;uno si trova dentro la nave che corre, e l&#8217;altro fuori di quella, de&#8217; quali tanto l&#8217;uno quanto l&#8217;altro abbia {\rm la mano circa il medesmo punto} de l&#8217;aria, e da quel medesmo loco nel medesmo tempo ancora l&#8217;uno lascie scorrere una pietra e l&#8217;altro un&#8217;altra, senza che gli donino spinta alcuna, quella del primo, senza perdere punto n\&#8217;e deviar da la sua linea, verrà al prefisso loco, e quella del secondo si trovarrà tralasciata a dietro. Il che non procede da altro, eccetto che la pietra, che esce dalla mano de l&#8217;uno che è sustentato da la nave, e per consequenza si muove secondo il moto di quella, ha tal virtù impressa, quale non ha l&#8217;altra, che procede da la mano di quello che n&#8217;è di fuora; benché le pietre abbino medesma gravità, medesmo aria tramezzante, si partano (e possibil fia) dal medesmo punto, e patiscano la medesma spinta. Della qual diversità non possiamo apportar altra raggione, eccetto che le cose, che hanno fissione [l'esser fissate] o simili appartinenze nella nave, si muoveno con quella; e la una pietra porta seco la virtù del motore il quale si muove con la nave, l&#8217;altra di quello che non ha detta participazione. Da questo manifestamente si vede, che non dal termine del moto onde si parte, né dal termine dove va, né dal mezzo per cui si move, prende la virtù d&#8217;andar rettamente; ma da l&#8217;efficacia de la virtù primieramente impressa dalla quale dipende la differenza tutta. E questo mi par che basti aver considerato quanto alle proposte di Nundinio.»</p>
<p>Altri testi di Bruno <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/13/etere-2-i-secoli-bui-e-anche-no/">qui</a>.</p>
<p>Da: Frances A. Yates, <em>Giordano Bruno e la tradizione ermetica</em>, Laterza, Bari 1981, pp. 384-85:</p>
<p>“Poiché Bruno nel suo rifiuto finale di ritrattare alcunché comprese tutto ciò che aveva detto o scritto, la sentenza finale probabilmente tenne conto delle molte e svariate questioni sollevate in tutti gli interrogatori succedutisi negli anni di prigionia, oltre che degli otto punti, qualunque essi fossero. Gaspare Scioppio, che fu testimone della morte di Bruno e che probabilmente udì pronunciare allora la sentenza, fornisce un elenco molto eterogeneo di capi per cui Bruno venne condannato: esistono mondi innumerevoli; la magia è cosa buona e lecita; lo spirito santo è l&#8217;anima mundi; Mosè compì i suoi miracoli grazie alla magia in cui era più esperto degli Egiziani; Cristo era un mago. Ci sono inoltre altre affermazioni, ugualmente incoerenti. Il fatto è che non abbiamo prove sufficienti (il processo essendo andato perduto) sulla cui base ricostruire la vicenda giudiziaria e la condanna di Bruno.<br />
Se il movimento della Terra fu uno dei punti per cui Bruno venne condannato, da questo punto di vista il suo caso è completamente diverso da quello di Galileo, anch&#8217;egli costretto a ritrattare l&#8217;affermazione circa il movimento della terra. Le opinioni di Galileo erano basate su genuini studi matematici e meccanici; egli visse in un diverso clima intellettuale rispetto a Giordano Bruno, in un clima in cui le «intenzioni pitagoriche» e i «sigilli ermetici» non entravano affatto e in cui lo scienziato raggiungeva le sue conclusioni su un terreno genuinamente scientifico. La filosofia di Bruno non può essere separata dalla sua religione. Essa era la sua religione, la «religione del mondo», che egli vedeva in questa forma dilatata dell&#8217;universo infinito e dei mondi innumerevoli, come una gnosi più vasta, una nuova rivelazione del di¬vino nelle «vestigia». Il copernicanesimo fu un simbolo della nuova rivelazione che doveva significare un ritorno alla religione naturale degli Egiziani, ed alla sua magia, entro un contesto che Bruno così stranamente suppose di poter identificare con quello del cattolicesimo. [Firpo (nell’opera <em>Il processo di Giordano Bruno</em>, Napoli, 1940, p. 112) osserva in Bruno, alla fine, un grave senso di ingiustizia, come se le sue intenzioni non fossero state capite. Dobbiamo rammentare che in questa <em>fin de siècle</em> era diffuso un senso generale di vasti e imminenti cambiamenti religiosi; quando questa situazione storica sarà stata più compiutamente ricostruita il problema di Bruno potrà essere compreso più a fondo. Troppo spesso si fa l'errore di giudicare gli uomini del XVI secolo come se essi fossero a conoscenza di ciò che solo noi sappiamo, che cioè non sarebbe avvenuto nessun grande e generale cambiamento religioso].</p>
<p>Perciò la leggenda secondo cui Bruno venne perseguitato come pensatore filosofico e venne messo, al rogo per le sue temerarie opinioni sui mondi innumerevoli o sul movimento terrestre non regge più. Questa leggenda è già stata compromessa dalla pubblicazione del <em>Sommario</em>, [resoconto sommario del processo] in cui si mostra quanta poca attenzione venisse dedicata negli interrogatori a questioni di carattere filosofico o scientifico, oltre che dagli scritti di Corsano e di Firpo in cui viene posto l&#8217;accento sulla missione religiosa di Bruno. È mia speranza che questo studio abbia messo in evidenza ancor più chiaramente questo aspetto di missione e la sua natura e che abbia altresì sottolineato come la filosofia di Bruno, ivi compreso il supposto eliocentrismo copernicano, rientrasse nella missione. Completamente assorbito com&#8217;era nell&#8217;ermetismo, Bruno non era in grado di concepire una filosofia della natura, il numero, la geo¬metria, un diagramma, senza infondervi significati divini. Egli è perciò veramente l&#8217;ultima persona da prendersi come rappresentativa di una filosofia distinta dal divino. [. . .]<br />
Tuttavia, sul piano morale, la posizione di Bruno resta incrol¬labile. Egli fu infatti il discendente dei Magi rinascimentali e si batté per la dignità dell&#8217;uomo nel senso della libertà, della tolle¬ranza, del diritto dell&#8217;uomo a difendere le proprie idee in qua¬lunque paese e a dire ciò che pensa, senza riguardo verso alcuna barriera ideologica. E Bruno, come mago, si schierò per l&#8217;amore, in contrasto con ciò che i pedanti di ogni specie avevano fatto del Cristianesimo, la religione dell&#8217;amore.”</p>
<p>La bibliografia su Bruno è vastissima, segnalo, oltre al libro della Yates, Hilary Gatti, <em>Giordano Bruno e la scienza del Rinascimento</em>, Raffaello Cortina, Milano 2001; e Michele Ciliberto, <em>Giordano Bruno</em>, Laterza, Bari 1992, con ampia bibliografia.</p>
<p>Opere pervenuteci di Giordano (Filippo) Bruno, nato presso Nola nel 1548.<br />
(Alcune opere, da lui in seguito menzionate sono andate smarrite).<br />
1582. De umbris idearum; Ars memoriae; Cantus Circaeus; De compendiosa architectura et complemento artis Lulli; il Candelaio<br />
1583: Ars reminiscendi; Explicatio triginta sigillorum; Sigillus sigillorum<br />
1584: La cena de le ceneri; De la causa, principio et uno; De infinito, universo et mondi; Spaccio de la bestia trionfante<br />
1585: Cabala del cavallo pegaseo con l’aggiunta dell’asino cillenico; De gl’eroici furori.<br />
1586: Figuratio aristotelici physici auditus; Dialogi duo de Fabricii Mordentis salernitani prope divina adinventione ad perfectam cosmimetriae praxim; Idiota triumphans; De somnii interpretatione; Centum et viginti articuli de natura et mundo adversus peripateticos.<br />
1587: De lampade combinatoria lulliana; De progressu et lampade venatoria logicorum; Artificium perorandi; Animadversiones circa lampadem lullianam; Lampas triginta statuarum.<br />
1588: vari commenti ad Aristotele, pubblicati poi sotto il titolo complessivo: Libri physicorum Aristotelis explanati; De lampade combinatoria R. Rullii; De lulliano specierum scrutinio; Articuli centum et sexaginta adversus huius tempestatis mathematicos atque philosophos.<br />
1589: De magia; De magia mathematica; Theses de magia; De rerum principiis et elementi et causis; Medicina lulliana.<br />
1590: De triplici minimo et mensura ad trium speculativarum scientiarum et multarum activarum artium principia libri V; De monade, numero et figura liber consequens quinque de minimo magno; De innumerabilibus, immenso et infigurabili, seu de universo et mundis libri octo.<br />
1591: Summa terminorum philosophicorum; Praxis descensus seu applicatio entis; De imaginum, signorum et idearum compositione ad omnia inventionum, dispositionum et memoriae genera libri tres; De vinculis in genere; Praelectiones geometricae; Ars deformationum.</p>
<p>Il 23 maggio 1592 Bruno venne arrestato su denuncia per eresia del patrizio veneziano Giovanni Mocenigo, che lo ospitava.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/17/17-febbraio-1600-rogo-a-campo-dei-fiori/">17 febbraio 1600, rogo a Campo dei Fiori</a></p>
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		<title>Etere 2: i secoli &#8220;bui&#8221; e anche no.</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Feb 2008 06:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di  <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/campodeifiori.jpg" title="campodeifiori.jpg"></a></p>
<p>Dopo un <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/28/etere-1-l%e2%80%99antichita/">inizio</a> all’insegna della poesia, l’etere s’inoltra proteiforme nelle tenebre dei cosiddetti secoli bui, che bui non furon poi tanto,  intrufolandosi negli scritti degli scienziati e dei filosofi, parole a quei tempi davvero equivalenti. Questi secoli vanno dall’ottavo al quattordicesimo, molto approssimativamente dico, perché distinguere il buio dalla luce non è agevole per nessuno, con quella retina poi così limitata che abbiamo tutti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/13/etere-2-i-secoli-bui-e-anche-no/">Etere 2: i secoli &#8220;bui&#8221; e anche no.</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di  <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/campodeifiori.jpg" title="campodeifiori.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/campodeifiori.thumbnail.jpg" alt="campodeifiori.jpg" /></a></p>
<p>Dopo un <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/28/etere-1-l%e2%80%99antichita/">inizio</a> all’insegna della poesia, l’etere s’inoltra proteiforme nelle tenebre dei cosiddetti secoli bui, che bui non furon poi tanto,  intrufolandosi negli scritti degli scienziati e dei filosofi, parole a quei tempi davvero equivalenti. Questi secoli vanno dall’ottavo al quattordicesimo, molto approssimativamente dico, perché distinguere il buio dalla luce non è agevole per nessuno, con quella retina poi così limitata che abbiamo tutti. Limitata realmente perché mentre è in grado di percepire i meravigliosi colori dell’iride, è invece del tutto cieca a tutte le altre radiazioni elettromagnetiche, infrarosso, ultravioletto, e su su fino ai raggi X, raggi gamma, e, d’altra parte, alle onde radio di tutte le frequenze possibili. Del resto pensate che spavento se la retina “vedesse” le onde radio, le UHF e tutto il resto, non vivremmo più – la televisione in diretta continua. Ma ancor più limitata metaforicamente, perché come facciamo a percepire le sconosciute latitudini dei pensieri di uomini così lontani da noi, se già facciamo così fatica a percepire quelli di chi ci sta a due passi.<span id="more-5337"></span><br />
Vi ricordate che l’etere, in qualche modo era la materia del cielo, fin dai tempi del vecchio macedone, Aristotele – maestro di Alessandro Magno, giova non dimenticarlo – era quell’impalpabile rugiada che riempiva della sua opalescenza tutti i cieli, qualcosa che nessuno vedeva, ma della cui esistenza ognuno era certo.  Ed essendo una questione sulla quale Aristotele s’era appunto affannato, è naturale che i commentatori medioevali si siano dati pena di chiosare e precisare.</p>
<p>Nicole d’Oresme fu l’intellettuale prediletto da Carlo V il Saggio, re di Francia dal 1364 al 1380, che gli fece avere svariati uffici e cariche, da ultimo quella di vescovo di Lisieux, ma soprattutto gli impose di tradurre in francese, spiegandole esaurientemente, le opere più importanti di Aristotele, tra le quali appunto il <em>De Cælo</em>. Oresme  si mise d’impegno e scrisse <em>Le livre du ciel et du monde</em>, opera nella quale accennò anche all’etere, non dandogli però questo nome, ma chiamandolo semplicemente “ciel”: guardate qua cosa scrisse: <em>C’est le ciel que l’en apelle la quinte essence, qui est plus divine et plus precieuse pour ce qu’elle est plus haut que les elemens</em>, vedete dunque, ancora la quintessenza, tanto più divina e preziosa in quanto sta più in alto degli altri elementi.</p>
<p>Ma il testo più interessante è forse quello di un altro dei “fisici di Parigi”, Jean Buridan, sì, Buridano – quello dell’asino che non sapeva decidersi tra due mucchi di fieno identici e morì quindi di fame – , che  scrisse nelle <em>Quaestiones super libris quattuor De caelo et mundo</em>, aderendo all’interpretazione averroista di Aristotele, queste parole: <em>Ritengo che esprima il pensiero di Aristotele e di Averroè, e che corrisponda a verità, l’assunto secondo il quale il cielo non possiede materia, di modo che non è una sostanza composta di materia e di forma sostanziale inerente a quella materia. Essi fondano questa conclusione sulla considerazione che il cielo non è generabile, né corruttibile, mentre tutto ciò che è dotato di materia è generabile e corruttibile, perché la materia che esiste sotto una forma è per sua natura in potenza ad altre forme e le desidera naturalmente</em></p>
<p>Vedete dove siamo arrivati: il cielo non possiede materia, un modo elegante per non aver da spiegare di che tipo di materia si trattasse, e di non dover poi spiegare come mai essa non fosse corruttibile. Il che non significa, attenzione, che l’etere non c’è, ma che la sua natura non è assimilabile a quella della materia: comincia così a manifestarsi  una nuova linea teorica nell’interpretazione della natura dell’etere: questo qualche cosa che riempie i cieli comincia a rivelare una natura intermedia, <em>inter-media</em>: d’ora in poi svariati saranno i tentativi di utilizzare l’etere come ente mediatore tra realtà assai differenti.</p>
<p>Alcuni decenni prima il padre Dante, che certo non può mancare in questa medioevale carrellata, aveva scritto il Paradiso, si direbbe il luogo naturale dell’etere, anzi, dell’<em>etera</em>: è il canto XXVII, quello dell’invettiva dell’apostolo Pietro contro la chiesa tesa ad arricchirsi e a perseguitare (<em>né che le chiavi che mi fuor concesse, / divenisser signaculo in vessillo / che contra battezzati combattesse; / né ch&#8217;io fossi figura di sigillo / a privilegi venduti e mendaci,</em>), nel quale lo stesso Pietro invita Dante, una volta tornato nel mondo, ad “aprir la bocca” e denunciare tutta quella corruzione. Ma appena finita l’invettiva, Dante si dà a contemplare il panorama, e vede questo:</p>
<p><em>Sì come di vapor gelati fiocca<br />
in giuso l&#8217;aere nostro, quando &#8216;l corno<br />
de la capra del ciel col sol si tocca,<br />
in sù vid&#8217; io così l&#8217;etera addorno<br />
farsi e fioccar di vapor trïunfanti<br />
che fatto avien con noi quivi soggiorno.</em></p>
<p>Non è proprio male questa similitudine che paragona il fioccare della neve all’in giù nell’atmosfera invernale (la <em>capra del ciel</em> è ovviamente la costellazione del Capricorno), con il fioccare dei beati che si erano trattenuti intorno a Dante e Beatrice, all’in su, adornando così l’etera (che in altro passo del Paradiso è detto poi tondo, come conviene al suo ruotare attorno alla Terra). E del resto Dante poco dopo ascenderà anch’egli alle più alte sfere, verso l’Empireo, attirato in su, in una delle sue migliori prestazioni, dallo straordinario potere dello sguardo di Beatrice (<em>E la virtù che lo sguardo m&#8217;indulse,/ del bel nido di Leda mi divelse, / e nel ciel velocissimo m&#8217;impulse.</em>).</p>
<p>Facciamo ora un bel salto fuori da questi secoli come si vede per nulla bui, fino a Giordano Bruno, che dal 1889 – Leone XIII regnante e recalcitrante – ci guarda dall’alto, tutte le volte che ci sediamo ai tavolini di piazza Campo dei Fiori; la piazza dove fu arso il 17 febbraio di 408 anni fa. Fu lui che propose ai suoi contemporanei una assai innovativa cosmologia, che per la prima volta con tale forza annuncia un universo infinito, nel quale l’elemento chiamato etere assume un ruolo fondamentale. Nel <em>De l&#8217;infinito, universo e mondi</em>, scritto durante il soggiorno londinese di Bruno, nel 1584, l&#8217;etere è nominato fin dalla <em>proemiale epistola</em>, ma è meglio definito e spiegato nel seguito dell&#8217;opera. Ecco un passo che aiuta a capire l&#8217;ampiezza della concezione cosmologica di Bruno: è tratto dal quinto dialogo, entra nel merito della natura di un tale elemento, rivelandone aspetti che verranno in varie occasioni ripresi dalla scienza del secolo che a Bruno non fu dato di vedere. Guardate che la prosa di Bruno non è accattivante come quella di Galileo, è aspra, come il suo carattere poco pieghevole, bisogna conoscerla un po’ alla volta, con calma.</p>
<p><em>“Oltre gli quai quattro elementi che vegnono in composizion di questi, è una eterea regione, come abbiam detto, immensa, nella qual si muove, vive e vegeta il tutto. Questo è l&#8217;etere che contiene e penetra ogni cosa; il quale, in quanto che si trova dentro la composizione (in quanto, dico, si fa parte del composto), è comunmente nomato aria, quale è questo vaporoso circa l&#8217;acqui ed entro il terrestre continente, rinchiuso tra gli altissimi monti, capace di spesse nubi e tempestosi Austri ed Aquiloni. In quanto poi che è puro, e non si fa parte di composto, ma luogo e continente per cui quello si muove e discorre, si noma propriamente etere, che dal corso prende denominazione. Questo benché in sustanza sia medesimo con quello che viene essagitato entro le viscere de la terra, porta nulla di meno altra appellazione; come oltre, si chiama aria quello circostante a noi; ma, come in certo modo fia parte di noi o pur concorrente nella nostra composizione, ritrovato nel pulmone, nelle arterie ed altre cavitadi e pori, si chiama spirto. Il medesimo circa il freddo corpo si fa concreto in vapore, e circa il caldissimo astro viene attenuato, come in fiamma; la qual non è sensibile, se non gionta a corpo spesso, che vegna acceso dall&#8217;ardor intenso di quella. Di sorte che l&#8217;etere, quanto a sé e propria natura, non conosce determinata qualità, ma tutte porgiute da vicini corpi riceve, e le medesime col suo moto alla lunghezza dell&#8217;orizonte dell&#8217;efficacia di tai principii attivi trasporta.”</em></p>
<p>Vedete dunque, nella complessa concezione bruniana, che molteplicità di ruoli l’etere riveste a seconda del contesto in cui si trova, sono questi i registri che verranno in seguito ripresi e approfonditi sia sul versante più propriamente cosmologico sia su quello medico &#8211; anatomico.</p>
<p>Dal canto suo, poche decine d’anni più tardi, Galileo, nella Prima giornata del <em>Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo</em>, prende le mosse, come i fisici di Parigi di cui s&#8217;è detto prima, da una discussione degli argomenti impostati nella prima parte del <em>De Caelo</em> aristotelico, tra cui, naturalmente la questione della ‘materia del cielo’:</p>
<p>“<em>E perché, collocando il Copernico la Terra tra i corpi mobili del cielo, viene a farla essa ancora un globo simile a un pianeta, sarà bene che il principio delle nostre considerazioni sia l&#8217;andare esaminando quale e quanta sia la forza e l&#8217;energia dei progressi peripatetici nel dimostrare come tale assunto sia del tutto impossibile; attesoché sia necessario introdurre in natura sustanze diverse tra di loro, cioè la celeste e la elementare, quella impassibile ed immortale, questa alterabile e caduca.</em>”</p>
<p>La discussione occupa in vario modo gran parte della prima giornata del Dialogo, e fornisce tra l’altro spunti per argomentare su parecchie questioni di cinematica. Ma, per cominciare, l&#8217;opinione (aristotelica) di Simplicio sull&#8217;incorruttibilità della materia del cielo viene – come d’uso – ridicolizzata così:</p>
<p><em>SIMPL.: [...]convengo con voi in una parte, e nell&#8217;altra dissento; convengo nel giudicar il corpo della Luna solidissimo e duro, come la Terra, anzi più assai, perché se da Aristotile noi caviamo che il cielo sia di durezza impenetrabile, e le stelle parti più dense del cielo, è ben necessario che le siano saldissime ed impenetrabilissime.<br />
SAGR.: Che bella materia sarebbe quella del cielo per fabbricar palazzi, chi ne potesse avere, così dura e tanto trasparente!<br />
SALV.: Anzi pessima, perché sendo, per la somma trasparenza, del tutto invisibile, non si potrebbe, senza gran pericolo di urtar negli stipiti e spezzarsi il capo, camminar per le stanze.<br />
SAGR.: Cotesto pericolo non si correrebbe egli, se è vero, come dicono alcuni Peripatetici, che la sia intangibile; e se la non si può toccare, molto meno si potrebbe urtare.<br />
SALV.: Di niuno sollevamento sarebbe cotesto; conciosiaché, se ben la materia celeste non può esser toccata, perché manca delle tangibili qualità, può ben ella toccare i corpi elementari; e per offenderci, tanto è che ella urti in noi, ed ancor peggio, che se noi urtassimo in lei. Ma lasciamo star questi palazzi o per dir meglio castelli in aria, e non impediamo il signor Simplicio.<br />
</em><br />
Lasciamo star questi palazzi, direi ironicamente anch’io, con Galileo, che, quando si trattava di sostenere le proprie posizioni, non risparmiava ironia ad alcuno, soprattutto se, come in questo caso, le sue argomentazioni non avevano in sé una forza irresistibile. Con ben diverso spessore il problema etere sarà infatti affrontato dagli scienziati e dai medici dei due secoli successivi. Per lo che dovete però attendere la prossima puntata.</p>
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