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	<title>Nazione Indiana &#187; canzoni</title>
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		<title>C&#8217;è tutto un mondo intorno</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jan 2009 11:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/monina.jpg"></a> <strong>Michele Monina</strong>, <em><a href="http://www.noreply.it/pag/tracks/mondointorno.html?fuseaction=blog.view&#038;friendID=380656061&#038;blogID=409836216">C&#8217;è tutto un mondo intorno</a></em>, No Reply, 2008, 300 pag., 14 euro.<br />
Da Lucio Battisti a Fabrizio De André a Renato Zero, fino a Vasco e Mondo Marcio, senza escludere i cantanti e le canzoni impresentabili per un tradizionale critico musicale, come Mietta o Max Pezzali.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/23/ce-tutto-un-mondo-intorno/">C&#8217;è tutto un mondo intorno</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/monina.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/monina-198x300.jpg" alt="" title="monina" width="198" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-13637" /></a> <strong>Michele Monina</strong>, <em><a href="http://www.noreply.it/pag/tracks/mondointorno.html?fuseaction=blog.view&#038;friendID=380656061&#038;blogID=409836216">C&#8217;è tutto un mondo intorno</a></em>, No Reply, 2008, 300 pag., 14 euro.<br />
Da Lucio Battisti a Fabrizio De André a Renato Zero, fino a Vasco e Mondo Marcio, senza escludere i cantanti e le canzoni impresentabili per un tradizionale critico musicale, come Mietta o Max Pezzali. Michele Monina in <em>C’è tutto un mondo intorno</em> stila la sua classifica, senza risparmiare giudizi – professionali, ma anche personali – sui grandi protagonisti della musica italiana. </p>
<p>Ne parliamo, io e Michele, alla <a href="http://www.lafeltrinelli.it/fcom/it/home/pages/puntivendita/negozi/trova/lombardia/Libri-e-Musica-Milano-Piemonte.html">Feltrinelli Libri e Musica </a>di Piazza Piemonte, 2 &#8211;  Milano, Mercoledì 28 Gennaio 2009 dalle ore 18:30.<br />
In nostra compagnia ci saranno <a href="http://www.malikaayane.com/">Malika Ayane</a> e <a href="http://www.l-aura.com/">L&#8217;Aura</a>, che per l&#8217;occasione si esibiranno in uno showcase inedito.<br />
[Quella che segue è una cosa scippata dalla pagina di facebook di Michele Monina, scritta d'impulso in prossimità dello scorso Natale. In un certo senso è il capitolo che manca, l'ultimo, di <em>C'è tutto un mondo intorno</em>. G.B.]<br />
<span id="more-13635"></span><br />
LAST NIGHT A SINGER SAVED MY LIFE</p>
<p>di <strong>Michele Monina</strong></p>
<p>Questi sono periodi strani. Non solo per il mondo, in generale, ma anche per me. Succede che uno arriva alla fine dell&#8217;anno carico di stanchezze e aspettative. Un anno iniziato con un mese a letto con la polmonite, perché, come mi aveva detto pochi giorni prima la mia amica Paola, avevo ancora Saturno contro (e già mi vedevo, come Luca Argentero riverso su un tavolo, con gli amici allibiti intorno). Un anno proseguito con un inaspettato programma televisivo, con Ambra. Un anno che giugneva a metà con due libri da finire, da consegnare, da pubblicare. Un anno con nuovi amici trovati, alcuni conosciuti proprio qui, con pochi altri persi. E le stanchezze, le aspettative. Le ansie. Quelle della crisi generale e di quella più infida, che cova dentro. La paura di non trovare nuove strada, proprio io, che di nuove strade vivo.<br />
Poi ieri, dopo la recita natalizia di mia figlia Lucia, un gioia per il cuore, ho ricevuto una telefonata di un&#8217;amica, che voleva fare quattro chiacchiere con me, condividere una brutta notizia appena ricevuta. Ma non avevo modo di parlare, perché stavo guidando e non ho capito. Lei ha detto, &#8220;Non era niente di importante, ne parliamo un&#8217;altra volta&#8221;. Sarei dovuto essere lì, ma non c&#8217;ero. Non per una scelta precisa, ma non c&#8217;ero lo stesso.<br />
Mi sono sentito abbastanza una merda, lo ammetto. Come spesso mi capita in casi del genere. Credo sia nel mio karma, questa cosa qui: l&#8217;aver paura di non esserci quando c&#8217;è bisogno di me. La mia vita è costellata di occasioni del genere, alcune irrimediabili. Cattivo karma.<br />
Fortunatamente la serata prospettava una delle rare uscite che con mia moglie ci concediamo, una volta ogni tanto: c&#8217;era una serata del festival delle Bastiane al Ragoo, cantava Malika Ayane.<br />
Ora, potrei stare qui a raccontarvi cosa è successo a questo punto, una volta che le luci metaforicamente si sono spente e Malika ha cominciato a cantare. Potrei, ma se non c&#8217;eravate non potreste capire. Non sono in grado di rendere quello che è successo a parole. So solo che, di colpo, io che ho sempre pensato che l&#8217;arte abbia il nobile compito di aprire ferite, quelle ferite che servono a farci respirare, ho provato il sollievo che solo una buona cura può dare. Ho sentito tutte le mie ferite curate. Malika ha malikizzato un repertorio quantomai vario, dai Radiohead (le sue versioni di <em>No surprises </em>e <em>High and Dry </em>avrebbero fatto rimanere a bocca aperta, e sguardo sghembo Thom Yorke) al David Bowie di <em>Life on Mars</em>, via via passando per Nina Simone, Frank Sinatra fino alla conclusiva <em>I Will Survive </em>di Gloria Gaynor. La sua voce ha preso note che non chiedevano altro che di essere acchiappate e portate in terra, dono natalizio in anticipo di qualche giorno. La musica ha espresso quello che in passato avrebbero chiamato potere taumaturgico, abbracciando tutti noi lì presenti, facendoci respirare senza bisogno di aprire nuove ferite, anzi curando quelle già esistenti. Le ansie, per una sera, sono rimaste chiuse fuori, tenute a distanza da un buttafuori con le cuffie e i pettorali cresciuti con amore.<br />
Last night a singer saved my life, mi è venuto in mente mentre tornavo a casa.<br />
Se dio sapesse cantare, ne sono sicuro, avrebbe la voce di Malika Ayane.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/23/ce-tutto-un-mondo-intorno/">C&#8217;è tutto un mondo intorno</a></p>
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		<title>Il punto vulnerabile</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Nov 2008 09:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos-1-jpg.jpg" target="_blank"></a></p>
<p><strong>di Nikos Kachtitsis</strong></p>
<p><em>Non voglio l’eternità,<br />
ho solo chiesto tempo</em><br />
Demetrios Capetanakis</p>
<p><strong>La pianta del loto e il loto</strong></p>
<p>Tu sei la pianta mistica<br />
che mi ha condotto fin qui<br />
nel mezzo del crudele<br />
febbraio.<br />
La pianta che mi ha nutrito<br />
con il suo latte innocente<br />
l’anno scorso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/">Il punto vulnerabile</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos-1-jpg.jpg" target="_blank"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos.jpg"/></a></p>
<p><strong>di Nikos Kachtitsis</strong></p>
<p><em>Non voglio l’eternità,<br />
ho solo chiesto tempo</em><br />
Demetrios Capetanakis</p>
<p><strong>La pianta del loto e il loto</strong></p>
<p>Tu sei la pianta mistica<br />
che mi ha condotto fin qui<br />
nel mezzo del crudele<br />
febbraio.<br />
La pianta che mi ha nutrito<br />
con il suo latte innocente<br />
l’anno scorso.</p>
<p>Tu sei la pianta del loto<br />
e io sono il loto<br />
che matura lentamente<br />
ma una volta maturo<br />
muore di disgusto.<span id="more-10997"></span></p>
<p><strong>Qui giace</strong></p>
<p>Mi guardo attorno come se<br />
fossi appena tornato<br />
da un funerale<br />
con il fazzoletto impregnato<br />
di profumi acri.<br />
Non seppelliscono<br />
i loro morti?<br />
Non ci sono cimiteri qui<br />
né cipressi<br />
né oleandri<br />
né mirti</p>
<p><strong>Morte sotto chiave</strong></p>
<p>La mia controparte,<br />
un collezionista di chiavi<br />
medievali,<br />
vive altrove,<br />
in Lituania, penso,<br />
o forse a Samarcanda.</p>
<p>Non commetterà<br />
un suicidio<br />
finché non ci incontreremo di nuovo<br />
a Edimburgo</p>
<p><strong>Sradicato</strong></p>
<p>Ricordi, lasciatemi in pace!</p>
<p>L’umida,<br />
terra ostile odora<br />
come la fossa<br />
appena scavata<br />
della pallida fanciulla<br />
dei nostri ricordi.</p>
<p>La salamandra<br />
compone la canzone<br />
della timidezza<br />
e io raccolgo foglie rosse, insetti e fiori selvaggi<br />
per il tuo album</p>
<p><strong>Abbandonato</strong></p>
<p>Non posso camminare più a lungo<br />
su questo viale del Tempo<br />
senza indossare<br />
i miei guanti gialli<br />
e la maschera della severità.<br />
Poiché ci sono migliaia<br />
di occhi sospettosi<br />
che mi osservano<br />
da dietro i cespugli.</p>
<p>Sono stato gettato<br />
nell’era sbagliata,<br />
ma attendo pieno di speranza<br />
che venga il giorno<br />
in cui i girasoli<br />
e le magnolie<br />
fioriranno per sempre.</p>
<p>Quel giorno dovrò punire<br />
il serpente che ha iniettato<br />
il suo veleno nella mia carne</p>
<p><strong>La sinfonia della nebbia</strong></p>
<p>Amo essere amico<br />
della nebbia,<br />
sebbene senta<br />
un chiaro fardello<br />
di disgusto in gola<br />
quando parlo con lei.</p>
<p>Eppure, quando si ritira,<br />
in silenzio, a passi svelti e evasivi<br />
tra le rovine,<br />
è il momento in cui soffro<br />
davvero,<br />
e in ansia attendo<br />
che ritorni<br />
con nuove visioni<br />
e una nuova musica</p>
<p><strong>L’uomo con il cilindro</strong></p>
<p>Sono sempre più sicuro<br />
che durante una notte triste,<br />
mentre vagabondavo da solo<br />
in una strada immersa nella nebbia,<br />
una mano si è sporta<br />
dal finestrino di un taxi nero,<br />
gettandomi<br />
in un fatale,<br />
irreparabile errore.</p>
<p>Ma quell’errore<br />
forse è stata la cosa più bella<br />
della mia vita,<br />
la migliore<br />
e l’ultima<br />
esperienza</p>
<p><strong>Ospedali vuoti</strong></p>
<p>Il crepuscolo è grigio<br />
nella squallida via Aftoktonias.<br />
Tutte le banderuole<br />
indicano la tomba<br />
dell’usignolo<br />
che è stato ucciso la notte scorsa<br />
e sono prese da attacchi isterici.</p>
<p>C’è un occhio terrestre<br />
in un angolo remoto di questo<br />
desolato parco che spia<br />
le statue d’acciaio<br />
e le figure solitarie<br />
che s&#8217;aggirano senza scopo<br />
lungo i sentieri nebbiosi<br />
fischiettando canzoni funebri.</p>
<p>Quando mi sbarazzerò<br />
di questo testimone<br />
dovrò comprare una pistola<br />
per uccidere il fantasma<br />
che è appollaiato sul mio cranio<br />
e che mi accusa quando sono assente.</p>
<p>A mezzanotte i poveri poeti,<br />
con i manoscritti nelle tasche<br />
dei loro frusti abiti neri,<br />
stanno intorpiditi dal gelo<br />
sulla banchina di marmo<br />
del porto<br />
in attesa disperata dell’Uomo<br />
che viene da un luogo misterioso<br />
e che non giungerà mai<br />
perchè non esiste.</p>
<p>Quando ero giovane<br />
odiavo una ragazza magra<br />
e avrei voluto torturarla tutto il tempo<br />
dentro il mio giardino.</p>
<p>Dopo un terribile terremoto<br />
che ha scosso l’ospedale<br />
e l’intera città,<br />
i vetri delle finestre dell’edificio vuoto,<br />
gli specchi, i vasi,<br />
ogni cosa giace frantumata in mille pezzi<br />
e il vento porta<br />
bare di ferro dall’orizzonte.</p>
<p>Qualcuno tende la mano giallognola<br />
per afferrare dal piatto un’arancia sbucciata&#8230;<br />
ma invano: non può raggiungerla</p>
<p><strong>Il punto vulnerabile</strong></p>
<p>Da un capo all’altro di questo vasto<br />
palmo di Tempo<br />
la superficie terrestre ha cominciato<br />
a sgretolarsi a causa della corrosione,<br />
mentre la sua orbita continua<br />
a sibilare furiosamente<br />
nel Caos.</p>
<p>E non smetterà mai,<br />
a meno che un architetto<br />
non martelli la Terra<br />
sul suo punto più vulnerabile.</p>
<p>Ma fino ad allora<br />
c’è tempo in abbondanza,<br />
gli edifici sono costruiti<br />
con ossa umane<br />
senza finestre,<br />
la gente rompe gli orologi<br />
per fermare il tempo<br />
e si spalma sul volto<br />
creme variopinte<br />
per proteggersi<br />
dal caldo incipiente.</p>
<p>Così gli anni passano,<br />
si cresce nel terrore<br />
ma illudendosi sempre di più<br />
che si sopravviverà<br />
al disastro finale. </p>
<p>(traduzione di Massimo Rizzante)</p>
<p><strong>Nota</strong><br />
Nikos Kachtitsis, scrittore greco, nasce nel 1926. Tra il 1949 e il 1952, durante il servizio militare, scrive in inglese la sua unica raccolta poetica, <em>Vulnerable Point </em>(la plaquette, formata da 14 poesie, sarà pubblicata da Kachtitsis per la sua stessa casa editrice Anthelion Press di Montréal nel 1968). Dopo il 1952 è in Africa. Ritornato ad Atene, riparte nel 1956 per Montréal, dove vivrà, insegnando il francese e l’inglese e lavorando come interprete giudiziario fino alla morte, avvenuta nel 1970. Il suo primo racconto è del 1959. Seguono due altri racconti e nel 1964 esce il suo primo romanzo <em>O exostis</em> (tradotto in francese con il titolo <em>Hôtel Atlantique</em>, Hatier, 1995). Il suo secondo romanzo <em>O eroes tes Gandes</em> (<em>L’eroe di Gand</em>) esce nel 1967. Sebbene la sua creazione sia composta da poche opere, scritte lontano da ogni consorteria o scuola letteraria, Kachtitsis ha tenuto lunghi scambi epistolari con i più importanti scrittori e poeti greci del suo tempo (della sua corrispondenza sono già stati pubblicati in Grecia due volumi). Oggi occupa un posto solitario nella letteratura del suo paese.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/">Il punto vulnerabile</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Dialoghetto tra un principe e un filosofo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/06/22/dialoghetto-tra-un-principe-e-un-filosofo/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2006/06/22/dialoghetto-tra-un-principe-e-un-filosofo/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 22 Jun 2006 04:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[canzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Palasciano]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[Vico]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em><a class="imagelink" title="veneto2.gif" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/veneto2.gif"></a>Nove intermezzi per un concerto di canzoni napoletane<br />
</em></p>
<p>di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/05/16/la-restaurazione-3/"><strong>Marco Palasciano</strong></a> (inedito)</p>
<p align="center"><em>Personæ</em></p>
<p>Il giovane ma saturnino <strong>principe</strong> (che tende – per fuggire il dolore spirituale – a rifugiarsi nell’astrazione, quasi castrazione). Veste di nero. Ha in mano una maschera da Pulcinella a mo’ di teschio di Yorick.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/06/22/dialoghetto-tra-un-principe-e-un-filosofo/">Dialoghetto tra un principe e un filosofo</a></p>
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<p>di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/05/16/la-restaurazione-3/"><strong>Marco Palasciano</strong></a> (inedito)</p>
<p align="center"><em><small>Personæ</small></em></p>
<p><small>Il giovane ma saturnino <strong>principe</strong> (che tende – per fuggire il dolore spirituale – a rifugiarsi nell’astrazione, quasi castrazione). Veste di nero. Ha in mano una maschera da Pulcinella a mo’ di teschio di Yorick.</small></p>
<p><small>L’anziano ma gioviale <strong>filosofo</strong> (che preferisce calarsi appieno con i sensi nei fenomeni, e superare le dicotomie).</small></p>
<p><small>Si esegue <em>’A vucchella</em> (1903) di Gabriele D’Annunzio &amp; Francesco Paolo Tosti.</small></p>
<p align="center"><strong>I</strong></p>
<p>pri.</p>
<p>«Dammillo nu vasillo»:<br />
alas, poor Pulcinella!<br />
Qui erano quei labbri ch’io baciai<br />
tante volte? A che val travaglio e pena,<br />
matto gentil che la mia fanciullezza<br />
portasti sulla gobba, se ogni vita<br />
se spezza comme ’e can-<br />
netelle in riva a un corso d’acqua in corsa?</p>
<p>fil.</p>
<p>Riverran, riverran<span id="more-2259"></span><br />
– per piú commodus vicus di ricircolo,<br />
da nigredo a rubedo per albedo<br />
e per cauda pavonis – le preziose<br />
tue pietre, o Philosòphia! Altre età d’oro,<br />
età d’argento… L’uomo la sua casa<br />
costruisce, disfà, ricostruisce…</p>
<p>pri.<br />
Contro un mare di guai che mai finisce.</p>
<p><small>Si esegue <em>Canzona marenara</em> (1835) di anonimo &amp; Gaetano Donizetti.</small></p>
<p align="center"><strong>II</strong></p>
<p>pri.<br />
Mò sponta ’o sole, e mò è già tramuntato.<br />
Non fai in tempo a assestare la tua ratio<br />
che sballa la tua actio.</p>
<p>fil.<br />
Historïa se rèpetit.</p>
<p>pri.</p>
<p>Dannato<br />
è l’uomo a non conoscere sé stesso.</p>
<p>fil.<br />
Conosca allor la bella Catarina,<br />
andando a vendemmiar sulla collina.</p>
<p>pri.<br />
Il mondo è una prigione.</p>
<p>fil.</p>
<p>Cognizione<br />
del mondo non può darsi<br />
se non probabilistica.<br />
Figliuol, non t’ammattir nella sofistica.<br />
Cogli ’a scienza nuvella, cogli il dolce<br />
dell’uva maturata che ti molce<br />
ogni melancolía, la fiaccolata<br />
di Prometeo seguendo<br />
via da la grotta – come Plato vuole –<br />
insino al canto prïapeo del sole.<br />
Ai mandolini i plettri!</p>
<p>pri.</p>
<p>Oh, osceni spettri!</p>
<p><small>Si esegue <em>Canzona nuvella</em>, dall’opera buffa <em>Piedigrotta</em> (1852) di Michele D’Arienzo &amp; Luigi Ricci.</small></p>
<p align="center"><strong>III</strong></p>
<p>fil.<br />
Mò sponta ’o sole, a poco a poco sponta<br />
pe stu ciardino. Riverran Adamo<br />
ed Eva, e tutto quello che si conta<br />
– come fosse passato – del futuro.</p>
<p>pri.<br />
E sí vestito, andando, mi rancuro.</p>
<p>fil.<br />
Che notturno color!</p>
<p>pri.</p>
<p>Morir: dormire,<br />
forse sognare. Se non fosse che ho<br />
cattivi sogni…</p>
<p>fil.</p>
<p>E Rosa, fra le rose,<br />
sogna o è sognata? Ë se ’l Re si desta,<br />
lei svanirà come un fantasma al sole?</p>
<p>pri.</p>
<p>Ahimè, che cosa vuole<br />
questo pruno nell’occhio della mente?</p>
<p>fil.<br />
Forse tu prenda l’armi. O forse niente.<br />
Ccà è Napule: n’alba nu muorto acciso,<br />
un’altra un fresco odor di paradiso.</p>
<p><small>Si esegue <em>I’ te vurria vasà</em> (1900) di Vincenzo Russo &amp; Eduardo Di Capua.</small></p>
<p align="center"><strong>IV</strong></p>
<p>pri.<br />
Un’alba un fresco odor di paradiso,<br />
n’ata nu muorto acciso<br />
pe nu prurito ’e naso. Ahi, che paese!<br />
E chi questo consente? Un Viceré<br />
di ritagli e di pezze, un Re di niente?</p>
<p>fil.<br />
Di ritagli e di pezze mise nzieme<br />
da spilli che si involvono a spirale,<br />
baroccamente, come le cicloidi<br />
dei pianeti: un ricamo nello spazio<br />
dell’illusione. Spingole ’e Cartesio,<br />
razionali fino all’irrazionale,<br />
della stessa sostanza<br />
dei sogni.</p>
<p>pri.</p>
<p>Ah, come unire<br />
davvero in un sol io<br />
tant’alme janche e nire?</p>
<p>fil.</p>
<p>Ah, lo sa Dio.</p>
<p><small>Si esegue <em>’E spingole frangese</em> (1888) di Salvatore Di Giacomo &amp; Enrico De Leva.</small></p>
<p align="center"><strong>V</strong></p>
<p>fil.<br />
Spillar nell’insectarium della mente<br />
morte falene, schegge d’immanente,<br />
è il piú che si può fare. La ragione<br />
dell’uomo catturare può del mondo<br />
la rappresentazione. Non il volo<br />
dei noumeni.</p>
<p>pri.</p>
<p>Dio,<br />
quanti immensi concetti han fonte e foce,<br />
impastati di stelle e fango ctonio,<br />
entro un guscio di noce – il nostro cranio,<br />
come Napoli culla e cella atroce –<br />
reticolandosi in disegno arcano!<br />
Ahi, quant’è vago, e quanto mi par vano!</p>
<p>fil.<br />
Come dice il Nolano, in noi l’Amore<br />
– per cui tant’alto il Vero si discerne –<br />
entra per gli occhi e vive del vedere.<br />
Se vuoi guarir tue ansie saturnine,<br />
ai genii ed agli sciocchi<br />
lascia i concetti, e va’ alle Concettine,<br />
non ragionando piú se non con gli occhi.</p>
<p><small>Si esegue <em>Uocchie c’arraggiunate</em> (1904) di Alfredo Falconi Fieni &amp; Rodolfo Falvo.</small></p>
<p align="center"><strong>VI</strong></p>
<p>pri.<br />
Si dice non vi sia stella piú chiara<br />
che ’o scuro dint’ all’uocchie ’e Cuncettina<br />
(o Rosa, o Catarina, o Furturella)!<br />
Ma questa coincidentia oppositorum<br />
mi puzza d’antiquissima italorum<br />
sapientia, che fa a botte<br />
con la modernità. Per voi di notte,<br />
forse, le vacche sono tutte nere;<br />
ma non per me, che le sudate carte<br />
e il loro inchiostro hanno educato al nero<br />
su bianco, ërgo all’essere o non essere.</p>
<p>fil.<br />
Questo è il problema: voi mancate, principe,<br />
di sintesi dialettica. Per sciôrre<br />
cotanto grumo d’atrabíle, occorre<br />
il matrimonio alchemico<br />
dï essere e non essere,<br />
reale e ïdeale. E chest’è Napule:<br />
na vucchella che bacia e che fagocita.</p>
<p><small>Si esegue <em>Furturella</em> (1894) di Pasquale Cinquegrana &amp; Salvatore Gambardella.</small></p>
<p align="center">VII</p>
<p>pri.<br />
E che dice, che faje, tu, luna, in ciel?<br />
dimmi, che faje? che pienze? ché, m’ ’a daje<br />
na verità?</p>
<p>fil.</p>
<p>Al limite una scheggia<br />
d’immanente. La luna se ne va –<br />
e ’nt’ ’o ciardino, fra ’e rrose, murente,<br />
cinque note gorgheggia<br />
un usignolo: fa sol mi re fa.<br />
Mò sponta ’o sole: e canta «Sí» alla vita.</p>
<p>pri.<br />
La vita, questa tenebra infinita<br />
sporca di stelle – o infinita luce<br />
sporca d’angoli bui…</p>
<p>fil.<br />
Cogitai, ergo fui; poi il cogitare<br />
sospesi: e vidi il mare.</p>
<p>pri.<br />
Mare di guai!</p>
<p>fil.<br />
Che fai? torna!</p>
<p>pri.</p>
<p>Sirene!<br />
Ch’io mi tappi le orecchie con la cera!<br />
Ch’io copra d’una maschera il mio volto!<br />
Qualis artifex pereo!</p>
<p>fil.</p>
<p>Io guardo. Ascolto.<br />
Da ctonio fatto etereo<br />
piove in cuore l’odor della biosfera.<br />
Dell’eterno ritorno il senso è còlto.</p>
<p><small>Si esegue <em>Torna a Surriento</em> (1894) di Giovan Battista de Curtis &amp; Ernesto de Curtis.</small></p>
<div><strong> VIII</strong></div>
<p><strong> </strong><br />
pri.<br />
Questo teatro d’incliti splendori,<br />
la terra, è un promontorio desolato,<br />
ai miei occhi; ed il cielo una poltiglia<br />
di putridi vapori;<br />
e l’uomo, questa somma meraviglia<br />
del creato, non ha per me la minima<br />
attrattiva.</p>
<p>fil.</p>
<p>Qui la battuta arriva:<br />
«E la donna?».</p>
<p>pri.</p>
<p>Donne di malconsiglio<br />
vi sono, e so dir quali:<br />
quelle ch’amano stritolarti il cuore<br />
come avessero un tremulo usignolo<br />
in mano, a cui spezzar la vita e l’ali.<br />
Cosí m’avvolgo nel mio nero duolo.<br />
Ché la mia amata Napoli mi pare<br />
piú odiarmi quanto piú io l’amo, e ignoro<br />
perché mi dica le parole amare<br />
con cui m’assale e l’anima mi scippa<br />
per la via all’improvviso. E io cado e moro.</p>
<p>fil.<br />
Qui l’apologo di Menenio Agrippa<br />
potrebbe replicarsi.</p>
<p>pri.<br />
Iddio mi dïa atarassia e catarsi!</p>
<p><small>Si esegue <em>Core ’ngrato</em> (1911) di Riccardo Cordiferro &amp; Salvatore Cardillo.</small></p>
<p align="center"><strong>IX</strong></p>
<p>fil.<br />
Giunta è allo stretto, ormai, la nostra fuga.</p>
<p>pri.<br />
La rigida giustizia che mi fruga<br />
dai chakra superiori all’anguinaia<br />
ormai s’acquieta, e Provvidenza appaia<br />
chiari e atri umori, in armonia connessi.</p>
<p>fil.<br />
La ragione purgata dai suoi eccessi,<br />
strizzata come fa la lavandaia<br />
al panno, che lo torce e poi lo spande,<br />
or – tornato il sereno – ai râi del Vero<br />
accertato e del Certo che si invera<br />
s’asciuga, ond’esser vela della storia<br />
dell’uomo – non la boria di dèi e eroi.</p>
<p>pri.</p>
<p>O Napoli cortese,<br />
son questi i doni tuoi.<br />
Morii, dormii, sognai, e son rinato.<br />
E chiaro nella valle il fiume appare.</p>
<p>fil.</p>
<p>Riverran, riverran le vostre feste<br />
– passate le tempeste –, o Philosòphia<br />
e Philològia unite finalmente<br />
nella mente dell’uom!: la qual, s’intende,<br />
è all’universo il sole che piú splende.</p>
<p><small>Si esegue <em>’O sole mio</em> (1898) di Giovanni Capurro &amp; Eduardo Di Capua.</small></p>
<p>Si ringraziano per i cortesi suggerimenti e prestiti C. Baudelaire, C. Bene, G. Bruno, L. Carroll, Dante, Guglielmo IX d’Aquitania, G.W.F. Hegel, J. Joyce, G. Leopardi, F. Nietzsche, Omero, W. Shakespeare, G.B. Vico, O. Wilde.</p>
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