<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Nazione Indiana &#187; caserta</title>
	<atom:link href="http://www.nazioneindiana.com/tag/caserta/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.nazioneindiana.com</link>
	<description>versione beta 3.0</description>
	<lastBuildDate>Sun, 12 Feb 2012 18:19:59 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator>
		<item>
		<title>Un piccolo fratello</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/06/29/un-piccolo-fratello/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/06/29/un-piccolo-fratello/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 29 Jun 2010 13:59:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[aldo grasso]]></category>
		<category><![CDATA[caserta]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[franz krauspenhaar]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Taricone]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=35990</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/Parachute-functioning-1-copy.jpg"></a></p>
<p style="text-align: right;">
</p><p style="text-align: right;">
</p><p style="text-align: right;">Addio Pietro,<br />
tu tragico eroe strampalato.<br />
Oggi è stato nominato<br />
il Grande Fratello sbagliato.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>

<p><strong>Nota per un ragazzo guerriero</strong><br />
di<br />
<strong>Aldo Grasso</strong><br />
sul <a href="http://www.corriere.it/spettacoli/10_giugno_29/grasso-ragazzo-guerriero-taricone_5f0ebaae-834c-11df-aec8-00144f02aabe.shtml">Corriere</a></p>
<p>Uno schianto da guerriero, uno schianto dove fatalmente si mescolano l’uomo con il personaggio, la realtà con la finzione, il coraggio con la malasorte.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/29/un-piccolo-fratello/">Un piccolo fratello</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/Parachute-functioning-1-copy.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/Parachute-functioning-1-copy-223x300.jpg" alt="" title="Parachute-functioning-1 copy" width="223" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-35991" /></a></p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;">Addio Pietro,<br />
tu tragico eroe strampalato.<br />
Oggi è stato nominato<br />
il Grande Fratello sbagliato.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<h2></h2>
<p><strong>Nota per un ragazzo guerriero</strong><br />
di<br />
<strong>Aldo Grasso</strong><br />
sul <a href="http://www.corriere.it/spettacoli/10_giugno_29/grasso-ragazzo-guerriero-taricone_5f0ebaae-834c-11df-aec8-00144f02aabe.shtml">Corriere</a></p>
<p>Uno schianto da guerriero, uno schianto dove fatalmente si mescolano l’uomo con il personaggio, la realtà con la finzione, il coraggio con la malasorte. Forse una manovra sbagliata ha provocato la caduta di Pietro Taricone. Lui che si vantava delle manovre «sbagliate», del suo procedere sfrontato e senza paracadute, dopo che la prima edizione del Grande Fratello gli aveva regalato una notorietà smisurata e insperata.<br />
Non aveva vinto (la vittoria era andata alla bagnina Cristina Plevani, detta Tristina, la ragazza da lui sedotta in diretta), ma era uscito dalla Casa come il vincitore morale. Si era presentato come «’o guerriero» e fin dalla prima puntata aveva messo in mostra i suoi muscoli da palestrato, la sua aria sbruffona, ma anche la sua ironia e intelligenza, proponendo un personaggio insolito, in mezzo a quella insolita compagnia che erano i ragazzi del GF Uno.<br />
<span id="more-35990"></span><br />
Era solo il 2000 e sembra un altro secolo, con quei personaggi venuti dal nulla che si chiamavano Ottusangolo, Salvo il pizzaiolo, Roberta Beta, Marina la gatta morta. Le imprese di Taricone avevano mobilitato gli spiriti nobili dell’opinionismo, pronti a decretare l’ennesimo tramonto dell’Occidente, indignati sia per lo spogliarello metaforico («nel senso che esibiscono senza veli la loro fittizia ma verosimile quotidianità fatto di tutto e di niente, compresi i ruttini, le sedute sul water, discussioni politiche, tifo per la squadra del cuore, liti in famiglia e via dicendo») che per quello reale, davanti alle telecamere. Ma le imprese di Taricone avevano anche attirato un giornale come il Foglio che aveva subito dedicato a «o guerriero» una rubrica quotidiana, «Pietromania », scritta da Christian Rocca, in cui si mettevamo in luce i lati più simpatici, temerari e intelligenti del personaggio.<br />
Avvolto dall’aura erotica del collegio, della guarnigione, della palestra, del penitenziario, il GF Uno metteva in scena alcuni modelli di comportamento efficaci per capire le trasformazioni in atto nella società. E Taricone era il protagonista assoluto di quella Casa.</p>
<p>Appena uscito, commise subito due «errori » che la comunità televisiva, specie quella dei profittatori di reality, non gli ha mai perdonato. Il primo fu quello di non aver partecipato a una trasmissione di Canale 5, «Buon compleanno», dove erano invitati tutti i ragazzi del GF. Maurizio Costanzo considerò il suo diniego come uno sgarbo, ma anche altri giudicarono quella sua assenza come un atto di arroganza, di boria: ma chi si crede di essere? Il secondo fu quello di voler diventare un attore. Era infatti impensabile che un ragazzo baciato da notorietà, improvvisa e rubata, potesse aspirare a qualcosa di più della routine che l’organizzazione offriva: serate in discoteca, fiere e sagre, ospitate nei talk, ex gieffini a vita. E invece, poco alla volta, Pietro ha dimostrato di saperci fare: con «Distretto di polizia », «Don Gnocchi», «Codice rosso», «La nuova squadra», «Tutti pazzi per amore». E poi il cinema, la pubblicità, il teatro.</p>
<p>Forza Pietro: Se quel guerriero tu fossi! Se il mio sogno si avverasse!</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/29/un-piccolo-fratello/">Un piccolo fratello</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2012/01/14/41345/' rel='bookmark' title='Azione Kappa'>Azione Kappa</a> <small> Effe Kappa. Nuove poesie di Franz Krauspenhaar Editrice ZONA,...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/12/02/un-libro-vi-trasportera-vittorio-giacopini/' rel='bookmark' title='un libro vi trasporterà: Vittorio Giacopini'>un libro vi trasporterà: Vittorio Giacopini</a> <small> Nuova puntata di &#8220;un libro vi trasporterà&#8221; per tornogiovedì....</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/08/08/in-lungo-e-al-largo-5/' rel='bookmark' title='In lungo e al largo'>In lungo e al largo</a> <small> L’assaggio di Franz Krauspenhaar Mi sono ritrovato col mare...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/11/14/mala-lengua/' rel='bookmark' title='Mala Lengua'>Mala Lengua</a> <small> I’m in H. (And my heart beats so that...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/10/17/corpo-corpo-incazzarsi-on-line/' rel='bookmark' title='Corpo @ Corpo &#8211; incazzarsi on line'>Corpo @ Corpo &#8211; incazzarsi on line</a> <small>dedicato all&#8217;animoso Franz Galleria dell&#8217;Ira. Léon Benouville [La colère d'Achille]...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2010/06/29/un-piccolo-fratello/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>62</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Mala Lengua</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/11/14/mala-lengua/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/11/14/mala-lengua/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 13 Nov 2009 23:52:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[caserta]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=26286</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/Caserta_300-11-23-33-7012.jpg"></a></p>
<p><strong>I’m in H.</strong><br />
(And my heart beats so that I can hardly speak)<br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Or ke lu effeffe nun se l’era mica scurdate, oubliè, forgot, azz, ke ce stivino li Lyons, nu paire, ‘n coppe a lo scalun central, sur centu ducento trecento gradi gradini, qu’il paraît k’el rimbombo des pas t’assordava, ah bon!&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/14/mala-lengua/">Mala Lengua</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/Caserta_300-11-23-33-7012.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/Caserta_300-11-23-33-7012-199x300.jpg" alt="Caserta_300-11-23-33-7012" title="Caserta_300-11-23-33-7012" width="199" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-26288" /></a></p>
<p><strong>I’m in H.</strong><br />
(And my heart beats so that I can hardly speak)<br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Or ke lu effeffe nun se l’era mica scurdate, oubliè, forgot, azz, ke ce stivino li Lyons, nu paire, ‘n coppe a lo scalun central, sur centu ducento trecento gradi gradini, qu’il paraît k’el rimbombo des pas t’assordava, ah bon!<br />
Et que au lieu de descendre  se imaginava ça, ka se glissait, scivolava, sur la pierre, lo marbre, du pogia braziu, et ka s’envulava la ggente il paraîssait.<br />
<em>And I seem to find the happiness,</em> quanno du purtone – ka si lo virivi de li campeti, du vialun, te paraît l’anima d’un cannun, Obice,  ka sparavi li oci in cima allu turrione cum cascade de mille gouttes d’eau, aqua smossa, et du parco, funtana funtanela, aqua plata,caroza carozela, mierda des horses, ‘o cacia o caval, e nun te dérangeait, sturbava, manco ca ce fossero milliun de venditur ambulanti cum  Guides do Palacio Real, do Parco, daa Regia? Se se!<br />
<span id="more-26286"></span><br />
–	ke puis nu juorne n’aggie viduto l’uno de issi ka  prupinava, ou il essayait de vendre, a lu Jap, na couple de Ashian- li oci a mandorla, mignunettes, des jap quoi! la guide de la  tour de Pisa, et il se diceva in’do core, uè sciagürt! Ekke sfaccime, enfin, ka pure issi ka ne savent pas, de nun tratarse de Tuscana aqui, allà ka ici nous sommes daa Campania felix- comme lu gatu-  essì feliz cuntent quoi! beh, bah, ‘nsomme de qui se cuntente et god, so,  ricintelle vuie ka les tours appise nun ce stanne ac Ca, sert ifiè, garantì ! La tour oui mais, c’est à Caserta Vecia ! ça alors !-</p>
<p>Et de court en court, curtili à droite et à gauche, curre a circà los autres, cum penzero, car aujourd’hui nun ce sta manco l’amigo daa scola media ka te dice ka vole organizarse n’dinner dei compagni de banco de jadis, na vote, et gratte et gratte, ka killu ka te stava sempaticu nun turnette da l’Australie, l’ato en terre de France, uno murette, l’ato pure, ah bon! Et scumpagnarse fatiga, essì ma bon!<br />
Or, mo proprio, in da lo parco, <em>Ah! Che bell&#8217;aria fresca&#8230;Ch&#8217;addore &#8216;e malvarosa&#8230; E tu durmenno staje,&#8217;ncopp&#8217;a sti ffronne &#8216;e rosa! </em>ka friccica et te ‘nspira doceza  do core, <em>And my heart beats so that I can hardly speak</em> al bosco qui paraît trasbordari do muro qui l’entoure et perimetra de streets de Flora et Fauna, et du Giannone Corso, ka’n crucia la plaza Van Wittel, lo Cavalier Robert de la Prutezziun civile, et alors s ‘endrizza et se sgomenta traversandolo lo Parco, sous les Pont d’Ercule et de Sala, come lu cane fistoso Ka te taglia la histrada et volet precederte jusqu’à chez toi, da Casa, qui se culura et intinta de mille noms, cum Casagiove et Pulla, Sala d’O Brian, et puis de Puccianiello, para escarparse de la Vacherie allu Santo de Leucio et bricca à braque, Casölla, Capudris –Marcianis, Grazzanis…</p>
<p>Et alors que <em>oggi sto tanto allero ca quasi quasi me mettesse a chiagnere </em>mo, mo proprio, je me disais <em>don’t cry for me,</em> Assuntina, et trutturela, scampagna, je – c’est lu effeffe qui parle, tu parles!- m’ouvre un passage souterrain ka doo Park me mène au Parking et à la staziun, au Corso – le cours des choses – la plaza ka change de nom, de plaza marguerite à plaza dante et viceversa, et puis la  via Mazzini, Ka me paraît trasfurmate tarukkate, cum todas ste librairies de partüt, et l’est bien mais bon!, mo proprie Ka je me voulais acheter les shoes, scumprar et scutrinar les bottines, lu stivaletu, sugnato, maginato, tutte stu tiemps, et ka me recurdavo che la Via Mazzini l’era na istisa, na lenzuolata, une vague, de scarpe, scarpete, ka je me souviens ka tuti li piccirilli sbagliavano a Scola  Ilimintar- de sant Agustin, dee Reparatrici, de de Amicìss, la domanda de professora de historia ka dumandava – au juste- chi è Giuseppe Mazzini?- et lu sciagürt rispunneva ka lera nu chaussurier, quoi! Nu scarparo enzom, assai canusciuto &#8211; ah bon! Rispunniva aa magistra. Et mo? mo proprio, ahora, maintenant, NOW, comme ça, je nun me putive comprare ste ka&#8217; de scarp de tennis? </p>
<p> Alors? Et oui je sais ka ce sta lu temps, et ouais ke alors que pure sti sord ka teng, me paraît <em>Mo tengo quacche dollaro, e me pare ca nun sò stato maje tanto pezzente</em>, nu libro, nu livre, mo putisse accattà, ke l’est mejo daa guide de la tour appise, et verenne et regardant à vitrine me parait de ver lo libello fammiliar, vecio vecio, assaje, et je arracunuscette el format – lo libello, quelo no  mais les noms oui, &#8211; et ce stavan (entr’autres) lu Paulo , lu Raphaë  -<em> the cares that hung around me through the week Seem to vanish like a gambler’s lucky streak </em> e quanne aggie viste, liggiute en outre des fimine, Cesarino, David,, Massimil… <em>I seem to find the happiness I seek When we’re out together dancing, out together dancing (swinging) Out together dancing cheek to cheek.</em> Enfin !<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/14/mala-lengua/#footnote_0_26286" id="identifier_0_26286" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Non sappiamo il giorno esatto in cui cominciarono dalla citt&agrave; di Caserta i suoi abitanti a scappare. Conosciamo certo le destinazioni che presero ognuno di essi, e di come seguendone i percorsi, di uno alla volta, si potesse tracciare una cartografia completa ed esaustiva del Mondo. Ad accogliere i fuggitivi furono infatti non solo le grandi capitali dei cinque continenti in quanto lo stesso accadde per piccole province del Midland, sperduti villaggi nel deserto sahariano, paesini fortificati dell&rsquo;Abruzzo, che si videro un giorno, e per molti giorni giungere fin l&igrave;, persone laboriose, animate da voglia di riscatto e desiderio di dimenticare,  in taluni casi veri talenti nelle pi&ugrave; svariate arti e discipline. Si sa solamente che quando pi&ugrave; o meno negli stessi giorni avvenne il ritorno di tutti, e tutti da quasi un lustro lontani dalla citt&agrave; che gli aveva  dato i natali, ognuno aveva portato con s&eacute; oltre a suppellettili e ricordi della grande Fuga, ciascuno la propria nuova lingua, a volte familiare, pi&ugrave; spesso totalmente estranea degli uni agli altri, incomprensibile al punto che nessuno pi&ugrave; poteva parlarsi, fare ragionamenti, esprimere accordo o dissenso, e questo fu un bene. Perch&eacute; nessuno seppe, a quel punto, attraverso il proprio interlocutore quale fosse stata la ragione che li aveva spinti, per cos&igrave; lungo tempo, lontano da l&igrave;.">1</a></sup></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/14/mala-lengua/">Mala Lengua</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_26286" class="footnote">Non sappiamo il giorno esatto in cui cominciarono dalla città di Caserta i suoi abitanti a scappare. Conosciamo certo le destinazioni che presero ognuno di essi, e di come seguendone i percorsi, di uno alla volta, si potesse tracciare una cartografia completa ed esaustiva del Mondo. Ad accogliere i fuggitivi furono infatti non solo le grandi capitali dei cinque continenti in quanto lo stesso accadde per piccole province del Midland, sperduti villaggi nel deserto sahariano, paesini fortificati dell’Abruzzo, che si videro un giorno, e per molti giorni giungere fin lì, persone laboriose, animate da voglia di riscatto e desiderio di dimenticare,  in taluni casi veri talenti nelle più svariate arti e discipline. Si sa solamente che quando più o meno negli stessi giorni avvenne il ritorno di tutti, e tutti da quasi un lustro lontani dalla città che gli aveva  dato i natali, ognuno aveva portato con sé oltre a suppellettili e ricordi della grande Fuga, ciascuno la propria nuova lingua, a volte familiare, più spesso totalmente estranea degli uni agli altri, incomprensibile al punto che nessuno più poteva parlarsi, fare ragionamenti, esprimere accordo o dissenso, e questo fu un bene. Perché nessuno seppe, a quel punto, attraverso il proprio interlocutore quale fosse stata la ragione che li aveva spinti, per così lungo tempo, lontano da lì.</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/06/29/un-piccolo-fratello/' rel='bookmark' title='Un piccolo fratello'>Un piccolo fratello</a> <small> Addio Pietro, tu tragico eroe strampalato. Oggi è stato...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/10/17/blog-notes/' rel='bookmark' title='Blog-notes'>Blog-notes</a> <small>di effeffe Piatto Pianto Io sono di quelli che non...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/01/14/a-gamba-tesa-lhorror-di-napoli/' rel='bookmark' title='A Gamba Tesa: l&#8217;Horror di Napoli'>A Gamba Tesa: l&#8217;Horror di Napoli</a> <small>di Francesco Forlani Marcel Duchamp,Ruota di bicicletta (Roue de biciclette)...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/04/04/demokartien-2010/' rel='bookmark' title='DemoKartien- two'>DemoKartien- two</a> <small> Questo &egrave; un articolo pubblicato su Nazione Indiana in:DemoKartien-...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/12/09/lettera-aperta-a-un-giovane-ex-allievo-della-nunziatella-sulle-nuove-cadette/' rel='bookmark' title='Lettera aperta a un giovane ex allievo della Nunziatella sulle nuove cadette'>Lettera aperta a un giovane ex allievo della Nunziatella sulle nuove cadette</a> <small>di Francesco Forlani Caro Mario R., io sono convinto che...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2009/11/14/mala-lengua/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>16</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Blog-notes</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/10/17/blog-notes/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/10/17/blog-notes/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 17 Oct 2009 01:10:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[caserta]]></category>
		<category><![CDATA[ermanno olmi]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[i soldi che non arrivano mai]]></category>
		<category><![CDATA[joseph roth]]></category>
		<category><![CDATA[maddaloni]]></category>
		<category><![CDATA[oreste scalzone]]></category>
		<category><![CDATA[piperno stopper]]></category>
		<category><![CDATA[tiziano scarpa]]></category>
		<category><![CDATA[w la baffuta]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=24257</guid>
		<description><![CDATA[<p>di<br />
<strong>effeffe</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/plat.jpg"></a></p>
<p><strong>Piatto Pianto</strong><br />
<em>Io sono di quelli che non sputano mai nel piatto in cui mangiano o mangiarono. Sono passati  sei mesi da un reading che ho fatto in una grande città del Sud e devo essere <strong>ancora</strong> pagato. Per intervenire a quella manifestazione mi sono anticipato le spese di viaggio.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/17/blog-notes/">Blog-notes</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong>effeffe</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/plat.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/plat-300x294.jpg" alt="plat" title="plat" width="300" height="294" class="aligncenter size-medium wp-image-24502" /></a></p>
<p><strong>Piatto Pianto</strong><br />
<em>Io sono di quelli che non sputano mai nel piatto in cui mangiano o mangiarono. Sono passati  sei mesi da un reading che ho fatto in una grande città del Sud e devo essere <strong>ancora</strong> pagato. Per intervenire a quella manifestazione mi sono anticipato le spese di viaggio. Ci ho lavorato circa un mese per documentarmi e preparare il mio intervento. Sollecitati mi hanno detto che  non si sa quando saremo pagati e ci si guarda tutti &#8211; i partecipanti- un po&#8217; imbarazzati perché la colpa non è degli organizzatori dell&#8217;evento ma dell&#8217;amministrazione della città. Comunque si sa che le amministrazioni &#8211; certo non a Bolzano- pagano anche un anno dopo. Si sa anche se non è normale. A Bolzano la cosa è talmente non normale che infatti non accade.  E nulla, questo si sa, eccome se non si sa,  è più terribile che telefonare per chiedere <strong>ancora</strong> i soldi che spettano. Terribile perché prima di telefonare eri un pezzente, e dopo la telefonata un po&#8217; di più, perché ti sei dovuto pagare anche la telefonata inutile che hai fatto. Io sono di quelli che non sputano mai nel piatto in cui mangiano o mangiarono, ma il piatto, dov&#8217;è ? </em></p>
<p><span id="more-24257"></span></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/muro.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/muro-300x225.jpg" alt="muro" title="muro" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-24503" /></a></p>
<p><strong>Murmures</strong><br />
Dalla mia infanzia ho sempre creduto alle scritte sui muri. Incrollabili voci della storia e della città, che nel tempo diventano significative quanto un divieto di sosta o un tabellone pubblicitario. La prima scritta, sul muro sotto i portici di casa in via G.M. Bosco, proprio sotto la finestra di Tomas Vinciguerra,  che ho fatto mia, è stata in due tempi. Prima ci avevano scritto &#8220;<em>Scalzone Libero&#8221;</em>, in rosso, poi, qualche giorno dopo, in nero, <em>&#8220;Piperno Stopper&#8221;</em>. Che noi ragazzini si andava a cercare nell&#8217;album Panini, invano naturally, in quale squadra giocassero mai quei due.<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/17/blog-notes/#footnote_0_24257" id="identifier_0_24257" class="footnote-link footnote-identifier-link" title=" Quasi una ventina d&amp;#8217;anni dopo quando giocavo a Vincennes nella nazionale italiani all&amp;#8217;estero, mi capit&ograve; di incontrare Oreste sul campo,  che per&ograve; non giocava, e subito mi voltai per vedere se c&amp;#8217;era Piperno.">1</a></sup> C&#8217;era poi quella storica fatta al liceo scientifico Diaz, <em>ciò che non cambia è la volontà di cambiare</em>, scritta a dire il vero, anche ora a distanza di anni, sibillina, che si prestava a una doppia lettura, ottimista la prima, e decisamente tragica quell&#8217;altra. Al parco Gabriella, dai borghesi, avevano invece scritto &#8221; <em>se vedi un punto rosa spara a vista o è una saponetta o è una femminista</em>. Una scritta che ha pregiudicato a lungo il mio rapporto con le saponette e con le ragazze. E così nel tempo, per quel tempo che precede l&#8217;andata via dalla casa dell&#8217;origine, ho visto scritte comparire e scomparire con la stessa rapidità con cui avevano visto la luce del giorno. La più esilarante era certamente quella alla stazione di Maddaloni, <em>&#8220;Andrea sì meglie è Pol- Pot&#8221;</em>, che pochi anni dopo, in un altro luogo trovai cambiata in &#8220;<em>Maradona sì meglie ro ragù e mammà.&#8221;</em> I tempi cambiano e così le scritte sui muri che da politiche diventarono sentimentali,<em> ti amo</em>, di qui, <em>ti amo di lì</em>, fino a diventare le <em>tag</em>, ovvero i segni che  giovani Fontana, graffitari, taguers, lasciano per le strade e sulle macchine della città. Una sola scritta, probabilmente la prima che avessi mai visto, quando piccolissimo andavo a vedere la Casertana al Pinto rimaneva al suo posto così come la vedete voi nella foto qui sopra, nitida, imperturbabile, fissata al muro come un affresco pompeiano. E che sembra suggerire ogni volta, <em>baffone nun è maie venute, tiniteve à baffuta!</em><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/17/blog-notes/#footnote_1_24257" id="identifier_1_24257" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Quel viva la baffuta l&amp;#8217;ho sempre considerata come la pi&ugrave; autentica dichiarazione d&amp;#8217;amore che il genere maschile potesse fare a quello femminile e lontano anni luce da tutta quella mega esposizione di cazzi, cazzetti, cazzarielli che invadevano dai bagni di scuola il resto del mondo">2</a></sup></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/rocco3.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/rocco3-300x219.jpg" alt="rocco3" title="rocco3" width="300" height="219" class="aligncenter size-medium wp-image-24504" /></a></p>
<p><strong>Torino-Roma andata e ritorno</strong><br />
<strong>Da una discussione pubblica con <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/09/videocracy-o-del-fascismo-estetico/comment-page-1/#comments">Andrea Inglese</a></strong></p>
<p>Mi è capitato la settimana scorsa di viaggiare sul treno Torino- Roma in compagnia di due ragazzi, uno di origine pugliese, Antonino, l’altro calabrese, Marco, residenti a Torino. Palestrati &#8211; così si dice no?- maschi latini, ben presenti a se stessi. Per le prime ore ci si guardava con curiosità, snobberia, fino a quando, ritrovandoci sul predellino a fumare, abbiamo scambiato due chiacchiere. Cosa fai, tu, ah ti occupi di libri, noi no, televisione, e una volta seduti, la rivelazione. Erano due tronisti. Va notato che <em>“il grande intrattenimento”</em> , seguito alla &#8220;<em> grande ricreazione &#8220;</em> del 68,  si è appropriato perfino del linguaggio e come la poesia un tempo anch&#8217;esso inaugura nuove parole: <em> tronista, palestrato, shampiste…</em><br />
Quello che volevo dirti, Andrea,  è che quei due ragazzi non hanno suscitato in me nessuna riflessione del tipo : ecco il nemico! Anzi, quando mi hanno detto che due volte a settimana facevano su e giù tra Roma e Torino, per continuare a lavorare, uno in un call center, l’altro in una ditta di costruzione, quando raccontavano il loro spaesamento nel mondo, lo stesso di tanti commentatori di NI, in taluni casi perfino più autentico, la sensazione che ho avuto alla fine era di una nuova emigrazione. Quelle facce e muscoli che un tempo partivano dalla Puglia e Calabria per raggiungere Mirafiori oggi ripartivano da Torino per gli studi televisivi di Roma. Nella sostanza non era cambiato nulla. Solo che un tempo i corpi servivano a fare quanti più pezzi in catena di montaggio. Oggi a sedurre quante più candidate alla gloria del mezzo, a fare impazzire spettatori e spettatrici. Carne da macello, enfin!</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/boite-marine-tirelire-tonneau-gm.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/boite-marine-tirelire-tonneau-gm-300x224.jpg" alt="boite-marine-tirelire-tonneau-gm" title="boite-marine-tirelire-tonneau-gm" width="300" height="224" class="aligncenter size-medium wp-image-24549" /></a></p>
<p>Ora pro <a href="http://www.anobii.com">Anobii</a>: La leggenda del Santo Bevitore, di Joseph Roth</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/image_book.php.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/image_book.php.jpeg" alt="image_book.php" title="image_book.php" width="46" height="77" class="alignleft size-full wp-image-24550" /></a> Capita a tutti, soprattutto quando subentra una stagione e si cambia di giacca, di ritrovare &#8220;per miracolo&#8221; in una delle tasche un biglietto da dieci euro, un consistente numero di monete. Magari in quei momenti di magra in cui ti sei visto &#8211; perché capita più spesso agli indigenti che non ai benestanti di osservare dal di fuori il proprio livello di caduta- passare delle ore a infilare monetina dopo monetina in un distributore, l&#8217;equivalente richiesto per un pacchetto di Lucky Strike o di Futura, a centellinare le proprie miserie. C&#8217;è qualcosa di magico in quel ritrovamento, come se il tempo avesse fatto al tuo posto da risparmiatore, ma forse la sensazione che si ha non è che quei soldi ci fossero da sempre, ma che, per miracolo appunto, li avesse generati un pezzo di stoffa, una tasca, una risacca, per offrirti un giorno di più, magari anche solo qualche ora di sopravvivenza, un bicchiere di rosso alla vineria sotto casa. Di tutti i libri di Roth la leggenda è quello che racchiude in sé, pagina dopo pagina, fotogramma dopo fotogramma &#8211; splendida la trascrizione che ne fece Ermanno Olmi nel suo film- ogni possibile deriva della poetica del suo autore. Il personaggio, il clochard Andreas Kartak sopravvive di qualche ora a Joseph Roth &#8211; il racconto sarà pubblicato postumo- ma incarna più di ogni altro personaggio della letteratura l&#8217;ivrogne, l&#8217;ubriaco che è in noi, a cui l&#8217;alcol ha bruciato tutto tranne le corde dell&#8217;anima. Le stesse corde che risuonano nei piccoli miracoli che la piccola Santa Teresa di Lisieux compie ogni giorno, facendogli trovare ogni volta, fino alla caduta finale nel bistrot, di che estinguere il suo debito.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/8720_156926057070_705382070_2642764_128902_n.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/8720_156926057070_705382070_2642764_128902_n-300x225.jpg" alt="8720_156926057070_705382070_2642764_128902_n" title="8720_156926057070_705382070_2642764_128902_n" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-24505" /></a></p>
<p><strong>Messico Famigliare</strong><br />
Capitava che mio Zio Mimmo mi faceva un regalo infilandomi nel palmo della mano e stringendo le dita, un pourboire, una inattesa mazzetta. Così rimanevo con il pugno chiuso, immaginando che vi fosse chissà quale tesoro. Per non rimanere deluso ho preferito non disfare il pugno ed è così che mi sono ritrovato ad essere, mio malgrado, comunista.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/17/blog-notes/">Blog-notes</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_24257" class="footnote"> Quasi una ventina d&#8217;anni dopo quando giocavo a Vincennes nella nazionale italiani all&#8217;estero, mi capitò di incontrare Oreste sul campo,  che però non giocava, e subito mi voltai per vedere se c&#8217;era Piperno.</li><li id="footnote_1_24257" class="footnote">Quel viva la baffuta l&#8217;ho sempre considerata come la più autentica dichiarazione d&#8217;amore che il genere maschile potesse fare a quello femminile e lontano anni luce da tutta quella mega esposizione di cazzi, cazzetti, cazzarielli che invadevano dai bagni di scuola il resto del mondo</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/11/18/sono-tornate-le-riviste-23-novembre-a-torino/' rel='bookmark' title='Sono tornate le riviste? (23 novembre a Torino)'>Sono tornate le riviste? (23 novembre a Torino)</a> <small>23 novembre, PalazzoNuovo, via san Ottavio 20, Torino ore 18...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/11/11/tiresia-studio-e-registrazione-di-unopera/' rel='bookmark' title='Tiresia &#8211; Studio e registrazione di un&#8217;opera'>Tiresia &#8211; Studio e registrazione di un&#8217;opera</a> <small>Mercoledì 11 novembre ore 19:30 Dopo piccolo buffet e brindisi...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/07/29/grantorino-francesco-forlani/' rel='bookmark' title='GranTorino: Francesco Forlani'>GranTorino: Francesco Forlani</a> <small> qui l&#8217;originale: Questo &egrave; un articolo pubblicato su Nazione...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/05/05/poeti-allultima-spiaggia/' rel='bookmark' title='Poeti all&#8217;ultima spiaggia'>Poeti all&#8217;ultima spiaggia</a> <small> Fotoromanza (one) fotoromanza (two) Questo &egrave; un articolo pubblicato...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/01/08/il-rifiuto-permanente/' rel='bookmark' title='Il rifiuto permanente'>Il rifiuto permanente</a> <small>di Andrea Bottalico “..Bisogna ricominciare daccapo, però da un’altra parte”....</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2009/10/17/blog-notes/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>18</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il tempo è scaduto!</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/05/06/il-tempo-e-scaduto/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/05/06/il-tempo-e-scaduto/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 06 May 2009 05:16:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto saviano</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro de filippo]]></category>
		<category><![CDATA[andrea bottalico]]></category>
		<category><![CDATA[caserta]]></category>
		<category><![CDATA[castelvolturno]]></category>
		<category><![CDATA[domiziana]]></category>
		<category><![CDATA[prostituzione]]></category>
		<category><![CDATA[schiavitù]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=17379</guid>
		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di  <strong>Andrea Bottalico</strong>. Fotografie di <strong>Alessandro De Filippo</strong>.</p>
<p>Raccontare ad un casertano che sulla Domiziana ci sono le puttane è come indicare ad un mercante di pietre preziose il peso reale di un carato. E’ impossibile che lui non lo sappia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/06/il-tempo-e-scaduto/">Il tempo è scaduto!</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-17391" title="iltempoescaduto3r_html_m44ba0970-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_m44ba0970-450.jpg" alt="iltempoescaduto3r_html_m44ba0970-450" width="450" height="301" /></p>
<p>di  <strong>Andrea Bottalico</strong>. Fotografie di <strong>Alessandro De Filippo</strong>.</p>
<p>Raccontare ad un casertano che sulla Domiziana ci sono le puttane è come indicare ad un mercante di pietre preziose il peso reale di un carato. E’ impossibile che lui non lo sappia. Noi sin da bambini abbiamo imparato involontariamente due cose “fondamentali”. Primo: la totale mancanza di fiducia verso chiunque, qualsiasi essere vivente materiale o immateriale che sia. Secondo: il luogo in cui le puttane vanno a battere. E non certo perché sognavamo di andarci, sulla Domiziana. Nel nostro immaginario erano tutte laggiù, accumulate in quel luogo indefinito e apparentemente lontano dalle nostre strade sicure, perché sin da piccoli, quando si trattava di offendere qualcuno, nei campetti di calcio del Buon Pastore o nei cortili di scuola, usciva sempre, e dico sempre, la solita ingiuria, quella che  scaldava gli animi prima delle colluttazioni, il preludio di una qualsiasi rissa, l’apice della provocazione:</p>
<p>«Che hai da guardare!? Uomo di merda! Vieni qua, vieni! Vieni che ti piscio in testa! La sai tua madre?! Tua madre fa la puttana sulla Domiziana!!..»<br />
<span id="more-17379"></span> Alla luce del mattino, sotto il sole o la pioggia, nelle notti tra i mazzoni. La faccia graffiata dal vento che leviga pelle che vende pelle minacciata. Sono ombre vive, le detenute del litorale. Le guardi ma non le vedi. Respirano! Non si tratta delle mignotte cantate dai cantori di un tempo andato. Nessuna “Bocca di rosa” o “Marinella” dagli occhi grandi quaggiù. Non ce ne sta una che lo faccia per noia o per passione. Un sentimento così umano non può avere luogo in questa arteria stradale, e laddove ci sia passione, questa non si trova di certo sotto forma di donna schiavizzata, ridotta a merce, bestia da soma, ingranaggio. Ha perfettamente ragione chi afferma che la Domiziana sia una sorta di laboratorio del futuro. Ed eccole qua, “le zoccole”: eccole qua le cavie di questo laboratorio. Ogni perimetro di quel corpo, ogni grammo di quella carne, ogni miserabile fascino la dice molto più lunga di quanto non possa sussurrarci. Quando è cominciato tutto questo? E’ una forma di schiavitù che non pone assolutamente le sue radici in un passato arcaico. Non stiamo parlando del lavoro più antico del mondo, tanto per intenderci. Le radici sono piantate qui. Inestirpabili. In questo eterno presente che scorre inesorabile lungo la Strada Statale 7 Quater (SS7/QTR), via Domitiana, a neanche trenta chilometri da Napoli. In un mondo arcaico non esistevano ancora certe forme di schiavitù razionalizzata e sistematica, organizzata nei minimi dettagli, oliata nei passaggi, disciplinata e scrupolosa, dettata da una violenza psicofisica, tecnica e gerarchizzata. Esistevano altre forme di schiavitù, beninteso. Ed allora mi ritrovo costretto anche io, lungo questa strada come sopra un filo del rasoio, in questa bella serata, a cercare qualcuno o qualcosa che possa rispondere alle mie inutili domande o forse al mio insano rancore.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-17392" title="iltempoescaduto3r_html_m5c4eb0bc-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_m5c4eb0bc-450.png" alt="iltempoescaduto3r_html_m5c4eb0bc-450" width="450" height="301" /></p>
<p>A puttane! Dopo aver percorso questa strada durante tutto l’inverno mi ero abituato ad avvertire il freddo che usciva dalla terra, pensando si trattasse di una condizione permanente, una caratteristica climatica del litorale. Invece no, la primavera non ha risparmiato nessuno. In questa serata oltre il tramonto mi accompagna un sapore che tutto avvolge, facendomi sentire meno solo per un istante. Poi mi accorgo di guidare la macchina sulla stessa strada teatro di una strage di immigrati ignari persino del significato della parola camorra. Sembra sia passata un’eternità da quella notte del 18 settembre, ma in verità non è passato neanche un giorno, perché qui il tempo è completamente fermo. Immobile. Qui il tempo è scaduto. E il futuro è già passato davanti a tutti noi e noi non ce ne siamo neppure accorti. Come potevamo, del resto? Non ne abbiamo avuto il tempo. Con gli occhi rincorro gli occhi delle puttane che in certi tratti di marciapiede non si riescono a contare. Anche loro puntano direttamente alle mie pupille dilatate, perché anche loro hanno degli occhi, a differenza di quegli schiavi dell’antichità raccontati da Erodoto, quelli a cui gli Sciiti strappavano gli occhi al fine di assoggettarli meglio alla loro funzione servile. Le puttane del litorale Domitio, almeno in questo, possono ritenersi fortunate. Hai la netta impressione che ti stiano sussurrando qualcosa, con quegli sguardi: qualcosa di incomprensibile, di veramente incomprensibile. Senti il loro alito ammalato, e le labbra carnose schioccano al tuo passaggio: lanciano baci. Hanno quasi tutte il viso brillante, imbrattato dalla cera, mentre il riflesso di questa luce si staglia sui loro volti facendole sembrare beate, iridescenti. Sono gli automobilisti il loro barlume di speranza, ma ciò che per me vuol dire speranza per le puttane vuol dire dittatura. Sarebbe stato meglio non esserci mai venuti, da queste parti. Ci sono moltissime donne che vengono iniziate proprio qui, fanno apprendistato, per così dire, “imparano l’arte”. Molte infatti non conoscono per niente l’italiano, a parte le classiche parole del mestiere che gli aguzzini le hanno insegnato. E poi non c’è bisogno di imparare nessuna lingua per fingere un orgasmo. Capita spesso di incontrarne alcune che non parlano per niente, conoscono soltanto i prezzi delle prestazioni, e per il resto del tempo manifestano il loro dissenso attraverso il lutto del silenzio. Eppure, in questo scenario, la loro presenza rimanda ad una possibile divagazione su ciò che io intendo per bellezza. Una divagazione che fallisce sul nascere, naturalmente. Perché qui la bellezza è una condanna, anzi la peggiore delle condanne. Come un castigo. E la bellezza degli oppressi ferisce, mutila. Al di fuori del loro sguardo, non ha potere la lama di nessun coltello, come disse il poeta. E mentre scruto questa condizione, senza volere mi vengono in mente tutti i paesini desolati dell’alto casertano, quelli che mio fratello mi ha iniettato attraverso le sue entusiaste descrizioni; arrampicati sulle montagne del Matese e del Taburno, imbevuti di vigneti, accanto alle sorgenti. Nascondigli di storie che la memoria non potrà mai tradire, villaggi in cui briganti leggendari trovarono rifugio, laddove gli anarchici Cafiero e Malatesta cominciarono ad appiccare il fuoco di una disperata rivolta. Luoghi ormai abbandonati, di un fascino che ammutolisce. Quei paesi in cui “si sente l’assenza di chi se n’è andato e quella di chi non è mai venuto”. Cosa c’entra con le puttane non saprei dirlo, ma Il nodo che lega il litorale Domitio a questi luoghi opposti è proprio il loro fascino sinistro, la loro tragica e quanto mai repressa bellezza, il loro triste destino, con una differenza: lungo la Domiziana si sente la presenza di chi c’è sempre stato e l’assenza di chi avrebbe dovuto esserci. E mai come in nessun luogo si vede ciò che la mano umana è stata capace di combinare. Il risultato è il peso morto della solitudine. La stessa solitudine che probabilmente intravedo negli occhi impauriti di queste puttane, lungo il litorale. Non esiste bellezza più straziante.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-17393" title="iltempoescaduto3r_html_191c5c08-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_191c5c08-450.jpg" alt="iltempoescaduto3r_html_191c5c08-450" width="450" height="301" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-17394" title="iltempoescaduto3r_html_60fd640f-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_60fd640f-450.png" alt="iltempoescaduto3r_html_60fd640f-450" width="450" height="301" /></p>
<p>C’è poco da fare. Ogni volta che vengo a sentire l’aria che si respira da queste parti io ricordo l’amore. Non si tratta di quel senso del piacere effimero che provi quando sei spensierato tra le braccia di una donna. E’ qualcosa di più indispensabile. E se una divagazione azzardata sulla bellezza fallisce sul nascere, una riflessione sull’amore in questo tremendo contesto sarebbe un sacrilegio. Eppure è più forte di me. Penso all’amore, e scavo nelle immagini di un passato lontano, quando avevo dei sogni che adesso non sono più. Nulla di sdolcinato, sia chiaro. L’amore di cui sto parlando racchiude in sé qualcosa di estremamente essenziale e misero, uno strumento per sopravvivere senza soccombere a questa umiliazione quotidiana. L’amore di cui sto parlando è l’unico che vale la pena di assecondare!</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-17395" title="iltempoescaduto3r_html_m1b167798-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_m1b167798-450.jpg" alt="iltempoescaduto3r_html_m1b167798-450" width="450" height="301" /></p>
<p>Sessanta miliardi di euro l’anno: sono queste le cifre approssimative quando si parla dei profitti della tratta di esseri umani. Un affare colossale, impossibile da circoscrivere nella sua totalità. La prostituzione da tratta produce da sola un giro di affari di sette miliardi di euro: un mercato secondo soltanto al traffico internazionale di stupefacenti. Una puttana “rende” al suo sfruttatore diecimila euro al mese, e in Italia le donne sfruttate e vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale sono circa centomila. Ma questi sono soltanto numeri. Sfuggono alla reale condizione delle donne costrette a prostituirsi lungo il litorale e altrove. Sopra la pelle delle ragazze nigeriane c’è il profumo dell’invisibile mondo dei trafficanti di esseri umani e di stupefacenti. Un mondo che non si riesce totalmente ad afferrare, perché troppo vasto. Di queste pratiche economiche sviluppate lungo il litorale si arriva a vedere soltanto il frutto marcio, il triste risultato, lo schiavo reso ormai schiavo da molto tempo. Ogni anno mezzo milione di nuove donne è immesso nei paesi dell’Europa occidentale. Il litorale Domitio è diventato uno snodo fondamentale, e chi ha consentito tutto questo era sin dal principio consapevole dei profitti ricavati senza alzare un dito. Ormai è chiaro che senza il business della prostituzione non esisterebbe alcun traffico internazionale di stupefacenti, e di conseguenza nessun tipo di spaccio al minuto lungo la Domiziana: gli investimenti del primo vanno ad irrorare il mercato del secondo. I particolari dell’operazione “Viola”, portata avanti dalla Direzione distrettuale Antimafia di Napoli, forse rendono l’idea: il 20 aprile scorso i carabinieri del Ros hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 62 indagati responsabili di associazione finalizzata alla tratta di esseri umani, riduzione in schiavitù, sfruttamento della prostituzione e traffico internazionale di stupefacenti. Nel corso delle indagini sono stati arrestati in flagranza 49 corrieri, con il complessivo sequestro di 60 chili di eroina e 120 chili di cocaina. I provvedimenti hanno interessato Castelvolturno, il Lazio, il Piemonte, l’Emilia Romagna, l’Umbria, La Lombardia, la Nigeria, La Turchia, la Bulgaria, l’Olanda, la Colombia e il Perù. Per la prima volta sono stati accertati i collegamenti tra i network nigeriani ed i narcotrafficanti colombiani. Si tratta di indagini avviate dai carabinieri nel febbraio 2007 in stretta cooperazione con la polizia olandese, nei confronti di un network transnazionale di matrice nigeriana, responsabile della tratta di centinaia e centinaia di donne provenienti dal paese di origine ed introdotte illegalmente negli stati dell’area Schengen per essere sfruttate sessualmente. La base operativa era Castelvolturno. Le indagini hanno anche accertato come il finanziamento della tratta avvenisse attraverso il traffico internazionale di cocaina ed eroina. La distribuzione del narcotico veniva affidata a gruppi di connazionali attivi in particolare a Torino, Brescia, Padova, Verona, Roma e Napoli. Ecco perché non bisogna guardare più soltanto il litorale, ma dentro le sue viscere, al di là della realtà visibile, oltre quei corpi seminudi, in quei dieci chilometri di pineta abbandonata e distrutta, attraverso quella strada tagliata di netto tra le campagne ed il mare, quella feccia di mare. Bisogna guardare altrove. Intanto Il 18 aprile, due giorni prima dell’operazione dei Ros, oltre diecimila persone, tra migranti e rifugiati, studenti e associazioni antirazziste, sindacati e movimenti, hanno manifestato dalla Domiziana a Castelvolturno, nell’anniversario della strage degli immigrati africani del 18 settembre scorso.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-17396" title="iltempoescaduto3r_html_14be5852-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_14be5852-450.png" alt="iltempoescaduto3r_html_14be5852-450" width="450" height="301" /></p>
<p>Cambia la luce, cambiano le forme, cambia la geometria abusiva di questa strada statale. Il buio s’infittisce e gli spiragli si affievoliscono. E più mi inoltro verso Mondragone, più mi sento sprofondare. Una catabasi infinita: Lago Patria Ischitella Lido Castel Volturno Pescopagano Le Morelle Pineta Nuova Baia Azzurra Baia Domitia. Iniziano ad apparire puttane dalla pelle chiara. Sono dell’est. Se lo sono spartiti bene il marciapiede. Bande di albanesi violenti e “benefattrici” nigeriane dal cuore redento per grazia di pastori pentecostali con un briciolo di carisma, il giorno prima schiave, il giorno dopo carnefici unte da chissà quale mistura; hanno fatto carriera, loro. Le Madame gestiscono il ciclo della prostituzione nigeriana dal principio alla fine. Hanno il permesso di soggiorno, molto denaro per investire, corrompere, comprare e vendere ragazze, pagare estorsioni, e sono organizzate in associazioni di facciata registrate legalmente, dai nomi autorevoli: “Sweet mother”, “Supreme ladies association”, “Great Binis association”. Se una Madame tiene in pugno un’impresa composta da una ventina di donne, non è difficile calcolare i profitti settimanali. In fondo le Madame “non fanno nulla di male”, non hanno problemi con la coscienza, anzi. Questi trafficanti di marionette si sentono innocenti. Ma perché di puttane ce ne sono soltanto in questa lingua di terra e non nelle sue viscere? Le nigeriane, ad esempio, oltre al litorale Domitio sono costrette a battere pure le strade nei dintorni di Capua, Marcianise, Teverola, per poi spostarsi nelle strade periferiche dell’Italia intera. Perché non a Villa Literno, Casapesenna? Perché non a San Cipriano d’Aversa, a Villa di Briano? Frode allo stato, controllo degli apparati pubblici, gestione del ciclo del cemento, appalti, traffico di sostanze stupefacenti, estorsioni, traffico di rifiuti tossici: c’è chi sostiene che la camorra nostrana in passato favorì lo sviluppo dello spaccio al dettaglio e della prostituzione gestita da nigeriani ed albanesi lungo il litorale Domitio per “distrarre” le forze dell’ordine, impegnate in tal modo a reprimere queste attività illecite visibili alla luce del giorno piuttosto che indagare sui traffici miliardari delle retrovie. Come se un’attività illecita di facciata riuscisse a nascondere i veri affari dei clan che comandano il territorio. Una sorta di diversivo? Non può essere così semplice. Sta di fatto che né la polizia né i militari della Folgore hanno assolutamente represso queste attività, avallando la tesi del “male necessario”. Come se fosse cosa da poco. In fondo che cosa c’è di male? Cosa vuoi che siano delle mignotte costrette a battere lungo una strada di periferia? “Sai quanti stupri e quante violenze sessuali alle donne in più ci sarebbero se non ci fossero loro a far sfogare il branco?”</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-17397" title="iltempoescaduto3r_html_4f582af9-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_4f582af9-450.jpg" alt="iltempoescaduto3r_html_4f582af9-450" width="450" height="301" /></p>
<p>Scende la sera lungo la Domiziana. L’ennesima sera. Le ragazze a tratti formano dei gruppetti numerosissimi. Si sentiranno meno sole se lavorano in gruppo. Le osservo per l’ultima volta prima di andare via. Osservo per l’ultima volta quegli occhi truccati sotto i capelli neri, quelle cosce nude ed impacciate negli stivali ed i tacchi a spillo. Le luci dei lampioni in fuga creano un’atmosfera arancione che s’infrange nel vuoto della pineta selvaggia. Ma ormai è troppo tardi, dannazione! Sarà meglio tornarsene verso casa.<br />
Castel Volturno. 23 Aprile 2009</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/06/il-tempo-e-scaduto/">Il tempo è scaduto!</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/07/07/addio-alle-armi/' rel='bookmark' title='Addio alle armi!'>Addio alle armi!</a> <small> di Andrea Bottalico Se non dovessi tornare, sappiate che...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/01/08/il-rifiuto-permanente/' rel='bookmark' title='Il rifiuto permanente'>Il rifiuto permanente</a> <small>di Andrea Bottalico “..Bisogna ricominciare daccapo, però da un’altra parte”....</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/01/09/da-castel-volturno-a-rosarno-il-vento-indignato-di-mamma-africa/' rel='bookmark' title='Da Castel Volturno a Rosarno: il vento indignato di mamma Africa'>Da Castel Volturno a Rosarno: il vento indignato di mamma Africa</a> <small> di Biagio Simonetta Sono disposti a tutto. Lavorano anche...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/11/21/radio-maria/' rel='bookmark' title='Trans Missions'>Trans Missions</a> <small> (Questo testo è tratto da una lettera, scritta nel...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/11/14/mala-lengua/' rel='bookmark' title='Mala Lengua'>Mala Lengua</a> <small> I’m in H. (And my heart beats so that...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2009/05/06/il-tempo-e-scaduto/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>18</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Castel Volturno, Africa occidentale</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/castel-volturno-africa-occidentale/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/castel-volturno-africa-occidentale/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 10 Nov 2008 06:35:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[apartheid]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[campania]]></category>
		<category><![CDATA[Casalesi]]></category>
		<category><![CDATA[caserta]]></category>
		<category><![CDATA[degrado]]></category>
		<category><![CDATA[intolleranza]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Braucci]]></category>
		<category><![CDATA[miriam makeba]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
		<category><![CDATA[saviano]]></category>
		<category><![CDATA[Territorio]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/castel-volturno-africa-occidentale/</guid>
		<description><![CDATA[<p align="center">[youtube:http://it.youtube.com/watch?v=eTj4qjC4akM]</p>
<p style="text-align: justify;">[ <em><strong>Miriam Makeba </strong>è morta ieri notte dopo un concerto contro il razzismo e la camorra, in solidarietà a Roberto Saviano. Trent’anni di esilio dal Sudafrica dove era nata 76 anni fa, un matrimonio con l’attivista dei “Black Panthers” Stokely Carmichael, Makeba ha cantanto con Harry Belafonte e con Paul Simon e ha cantato in occasione dell’incontro fra Muhammed Alì e George Foreman in Zaire.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/castel-volturno-africa-occidentale/">Castel Volturno, Africa occidentale</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center">[youtube:http://it.youtube.com/watch?v=eTj4qjC4akM]</p>
<p style="text-align: justify;">[ <em><strong>Miriam Makeba </strong>è morta ieri notte dopo un concerto contro il razzismo e la camorra, in solidarietà a Roberto Saviano. Trent’anni di esilio dal Sudafrica dove era nata 76 anni fa, un matrimonio con l’attivista dei “Black Panthers” Stokely Carmichael, Makeba ha cantanto con Harry Belafonte e con Paul Simon e ha cantato in occasione dell’incontro fra Muhammed Alì e George Foreman in Zaire. La donna che era chiamata Mama Afrika si è esibita davanti a poche persone, ha intonato “Pata Pata”, la sua canzone più famosa, e poi si è sentita male: a Baia Verde, frazione di Castel Volturno, Soweto d’Italia. </em>]</p>
<p>di <strong>Maurizio Braucci</strong></p>
<p>“Quinto comandamento. Tu non uccidere.”. Il foglio bianco è attaccato sul muro di fianco alla saracinesca serrata, tra pagine di preghiere coraniche. La scrittura a mano, frenetica, ad inchiostro blu, continua per una ventina di righe “Cari fratelli africani, perdonateci se siamo una razza di cani muti e anche sordi”. In calce, per testimoniare che non è vero che siamo tutti uguali, la firma è “una cristiana di Casal di Principe”. Al numero 1083 della Strada Statale Domitiana, sulla soglia della sartoria dove un mese fa il clan dei casalesi ha massacrato 6 giovani immigrati, ci sono altrettanti mazzi di fiori, numerosi biglietti con preghiere in inglese ed un libro sull’uso sociale dei beni recuperati alla camorra.<br />
<span id="more-10745"></span> </p>
<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/dsc_7039as.jpg" target="_BLANK"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/castelvolturno.jpg"/></a></p>
<p>foto di <strong>Luigi Caterino</strong></p>
<p>Giriamo lungo questa interminabile strada che dai Campi Flegrei arriva al litorale casertano, fin quasi al Lazio, attraverso centri come Castelvolturno, Mondragone, Baia Domizia, valicando due fiumi e rasentando un’infinità di borghi, frazioni e paesi dell’entroterra campano. La Domiziana costeggia il mare eppure il mare si vede raramente, lidi, stabilimenti, negozi, case, hotel, lo nascondono come una volta facevano gli alberi di immense e fitte pinete. Il progetto degli anni ’70 di una Città Domizia, conurbazione rivierasca tra Napoli e Caserta, si è arenato qui tra speculazioni edilizie, escavi illeciti di sabbia, carenza di infrastrutture, inquinamento e, parola magica, camorra.Castelvolturno ne è l’emblema, eppure l’antico centro sull’omonimo fiume è tutt’altro, più equilibrato, rispetto ai suoi agglomerati lungo il mare: Pinetamare, Destra Volturno, Pescopagano, Ischitella ed altri. I Castellani del centro avevano una tradizione agricola e fluviale, ormai ridotta allo stremo, e forse per questo se ne sono sempre stati a parte, separati da quelli del litorale dove invece è passato, svanendo, uno sviluppo turistico e residenziale. Quest’area, di incredibili e alienate architetture, era una volta demanio pubblico, boschi ed acque ridenti come nelle pagine bucoliche di Virgilio. Alla fine dell’800, il giovane Regno d’Italia lottizzò metà di questa fascia verde e la cedette alle famiglie locali, per far sì che la popolazione si insediasse dalle piane agricole alla costa. Pian piano, però, dal dopoguerra, le terre acquisite furono oggetto di compravendite, occupazioni, passaggi di mano e speculazioni che infransero il diritto di proprietà che lo Stato aveva riservato solo ai residenti. E’ allora che compare a Castelvolturno un attore fatidico per il suo futuro: la famiglia Coppola. Vincenzo e Costantino ci arrivano attraverso il fortunato matrimonio del secondo con una ricca famiglia del posto, hanno grosse protezioni nella Democrazia Cristiana, vogliono costruire, guadagnare. A Pinetamare, dalla fine degli anni ’60, mettono su il celebre Villaggio Coppola, complessi residenziali, porto e darsena, 8 torri abitative di moderna architettura. Un solo problema: è tutto abusivo. Pinetamare è un concentrato di quello che intanto avviene in tutto litorale, cemento selvaggio, appalti camorristici, distruzione dell’ecoambiente. Mario Luise è il sindaco del PCI di Castelvolturno che in tre mandati – ’71, ’77, ’93- pone al centro del suo operato la lotta alle speculazioni edilizie, la contrapposizione alla famiglia Coppola, il richiamo ad una massiccia legalità, malgrado gli attentati camorristici e i boicottaggi politici contro di lui. Nel suo libro di memorie – Dal fiume al mare, ESI edizioni- racconta di quando riesce finalmente ad entrare nel Villaggio Coppola, un’enclave dove ogni servizio è nella mani della potente famiglia, a capo di un camion della spazzatura per imporre la raccolta comunale dei rifiuti. Nel 1976 ottiene solo la misera ammenda di 100.000 lire comminata ai Coppola dal tribunale di Caserta per i loro abusi, nel 1997 invece  riesce a far mettere sotto sequestro la darsena e 12 ettari di complessi residenziali di Pinetamare, grazie alla collaborazione con il magistrato Donato Ceglie, iniziatore da lì a poco delle inchieste sui traffici dei rifiuti tossici. Alla fine degli anni ’90, Luise smette la sua attività politica e, intanto, cambiano gli scenari della regione Campania. “Il vecchio modello di sviluppo urbanistico” racconta Francesco Coppola, un urbanista napoletano “Era inteso a decongestionare Napoli edificando oltre i suoi perimetri in maniera contigua, creando quel fenomeno che viene detto conurbazione perché si estende da un centro ben definito. Il Litorale Domizio aveva aree libere dove prevalsero la costruzione di grandi condomini e di parchi recintati per accogliere le classi medie provenienti dalla città, ma anche di villette a schiera per i soggiorni estivi e le seconde abitazioni dei piccoli risparmiatori. Quella domiziana era infatti una zona che voleva integrarsi turisticamente con Sorrento e le isole, in un’epoca in cui i costruttori usufruivano delle partecipazioni statali e attingevano alla Cassa per il Mezzogiorno. La popolazione aumentò notevolmente in un solo decennio, anche per  lo spostamento in  massa da Napoli dei terremotati del 1980. Ma ecco che, imprevedibilmente, negli anni ’90 mutano  i criteri di sviluppo urbanistico, la nascita dell’Unione Europea impone nuove trasformazioni dei territori, si adottano i cosiddetti Assi di Sviluppo che indicano le linee guide da seguire: trasporti integrati, lotta al degrado, policentrismo urbano. Da allora, le istituzioni e i grandi imprenditori hanno dovuto rivedere i loro investimenti per potersi avvalere dei finanziamenti pubblici. Nasce una nuova cultura dello sviluppo e quella precedente va in crisi, colossi come il Villaggio Coppola diventano obsoleti, la conurbazione a partire da un centro fisso viene abbandonata. I Piani Integrati Territoriali diventano il nuovo modello per interventi su vari settori socioeconomici, così ogni area cerca la sua vocazione in una dimensione geografica più ampia, tra centri distanti la cui unitarietà è garantita dalla crescita dei trasporti. L’Alta Velocità, la metropolitana regionale,  l’aeroporto di Grazzanise, l’interoporto di Nola sono le infrastrutture dell’immediato futuro che ispirano gli investimenti che si stanno ora effettuando in aree come quella domizia”.<br />
Dalla metà degli anni ’90, il Litorale Domizio smette di essere la meta estiva dei napoletani e dei casertani, il progetto di conurbazione con il capoluogo viene abbandonato, la mancanza di una pianificazione generale, l’abusivismo selvaggio e l’inquinamento, rendono ridicoli slogan come “Città dell’uomo, paradiso dei fiori” apposta all’ingresso del complesso residenziale di Fontana Bleu, a Pinetamare. Qui, sul versante di ponente, oltre edifici abbandonati o occupati da immigrati, visitiamo il Rio Blue, un complesso balneare i cui scivoli colorati, avvolgendosi in spirali temerarie, piegano all’interno di vasche asciutte e ormai piene di detriti. Tutto giace in disuso, una pancia sventrata di plastica dura e cemento, porte divelte, vetri infranti e piante selvaggie che sbucano dal pavimento. Sembra di sentire le grida dei bambini che fino a pochi anni fa sguazzavano tra una piscina e l’altra, a dieci metri dalle onde del mare, sotto verande e finestre dei condomini intorno da cui si ammira il Golfo di Napoli.</p>
<p>Inoltre, le azioni di confisca dei grandi immobili abusivi da parte delle istituzioni non sanno andare oltre la precarizzazione della vita di chi ci abita e che spesso decide di andarsene.<br />
Qui, nei pressi del mare, tra le pinete ancora salubri e senza rifiuti tossici, restano pochi aficionados, chi ha comprato casa con duri sacrifici, chi l’ha eretta abusivamente e poi l’ha condonata, intorno a loro lidi balneari dismessi, cantieri lasciati a metà, edifici sotto sequestro e poi loro: gli immigrati.<br />
Gli autobus della linea M1 da Napoli-Mondragone sono da tempo una spina nel fianco della CTP – Compagnia Trasporti Pubblici- che serve tutta l’area. A bordo viaggiano i tanti africani che vanno a lavorare in città, dall’alba a sera, e come sempre accade nella storia delle questioni razziali, l’autobus può diventare un luogo di discriminazione e conflitto. Angelo Marrone, il giovane gestore di un bar mi spiega “Gli immigrati neri sono insediati tra l’hinterland napoletano e Pescopagano, qui si dividono a metà il paese con gli slavi che invece occupano l’area successiva, dove il clan La Torre non ha mai permesso agli africani di valicare il limite di Mondragone. Lo capisci anche se guardi come è distribuita la prostituzione: le nere a sud e le bianche a nord, nelle mani di nigeriani e albanesi. Spesso gli autisti dell’M1, quando vedevano i neri fermi alle pensiline, nemmeno si fermavano ed io più volte ho dovuto litigare perché gli aprissero le porte. Qualcuno dei passeggeri si lamentava che gli immigrati puzzavano, ma perché venivano da ore e ore di lavoro in campagna, se scoppiavano litigi e gli episodi di intolleranza si facevano forti, i neri sparivano dall’autobus per qualche giorno.”. Da tre anni sull’M1 si sta tentando una mediazione culturale attraverso il progetto Contact, promosso dalla CTP e dalla Caritas: dieci operatori immigrati salgono a gruppetti di tre persone sulle vetture, annunciano la loro presenza ai passeggeri, chiacchierano con loro e gli ricordano l’importanza di obliterare il biglietto e di andare d’accordo col prossimo. La loro non è una presenza risolutiva, ma si fa sentire, tant’è che è stata estesa ad altre linee. Maria è di quelle che sta sugli autobus per tre ore al giorno, lavora anche presso la casa di accoglienza dei comboniani a Castelvolturno, è del Ghana, vive in Italia da 20 anni. “La storia di tutte queste persone è sempre la stessa, vengono quasi tutti dall’Africa Occidentale, hanno affrontato un lungo viaggio per raggiungere qui un parente o un amico, hanno fatto una sosta di qualche anno in Libia per mettere un po’di soldi da parte e poi si sono lanciati oltre il mare. All’alba li vedi che vanno a lavorare nelle raccolte stagionali intorno a Villa Literno, oppure, più tardi, che raggiungono i quartieri di Napoli per vendere quello che possono, pompe di benzina e cantieri edili accolgono il resto. Facendo capo alle loro comunità, qualcuno col tempo ha aperto un negozietto di alimentari, un bar, una sartoria, ma la maggior parte appena può va via, altri invece ritornano qui perché si sentono accolti meglio che nel nord Italia. Se gli italiani di qui fossero razzisti potremmo mai essere diventati così tanti come siamo?”. I numeri parlano approssimativamente di circa 6.000 africani e di 3.000 slavi, Castelvolturno conta 2.000 regolari, il resto è senza premesso di soggiorno. Giorgio Poletti è un frate comboniano che vive qui da 12 anni, l’asilo, il doposcuola e la casa di accoglienza per le ex prostitute sono le attività di base del suo gruppo composto da 4 religiosi ed altri, pochi, volontari italiani “Questa zona è un laboratorio delle problematiche moderne, se impari a risolverle a Castelvolturno poi saprai come fare anche nel resto d’Italia. Ormai gli italiani di qui si dividono tra quelli che pensano che non è possibile costruirsi un futuro con gli immigrati e quelli che li tollerano perché sono occasioni di lavoro e di commercio. La verità è che siamo tutte pedine di una grande scacchiera, ognuna delle forze in campo ha solo un pezzetto di verità, italiani, immigrati, istituzioni dovrebbero unire questi frammenti e costruire insieme il cambiamento. Invece per dove si sta scegliendo di fare passare il futuro in quest’area? Solo attraverso il cemento e i mattoni”. Ma oltre agli immigrati del lavoro nero, ci sono quelli dell’illecito, della droga, della prostituzione, sono quelli nelle grandi macchine, con gli  orologi di lusso e le catene d’oro, quelli che spendono come e più dei bianchi. Gli accordi sullo spaccio tra nigeriani e casalesi hanno ormai quasi trent’anni, 40 e 60 per cento sono le rispettive quote sui profitti prima dei recenti processi contro la camorra locale, ma il mercato rimane florido. Oggi, alcuni dei ragazzini dei paesi intorno hanno l’abitudine di passare i fine settimana nelle pinete di Baia Verde o sulla foce di Destra Volturno, in una full immersion di droghe chimiche e prestazioni sessuali delle prostitute. Da Frosinone e dintorni arrivano spedizioni di acquirenti per saggiare e comprare la roba anche in grossi stock, una telefonata da un apparecchio pubblico della Domiziana avverte lo spacciatore di turno che “Siamo arrivati. Prepara tutto”. La strage del 18 settembre scorso ha dei precedenti. Nell’aprile del 1990, a Pescopagano, furono uccisi 4 immigrati nel Bar Centro, erano spacciatori e allora l’accusa cadde sulle guardie del servizio di vigilanza che, ancora oggi, controlla le case dei residenti, un servizio in odore di camorra. A chiedersi come mai il Litorale Domizio sia diventato un agglomerato di tantissimi immigrati, le risposte che si ottengono sono varie. Le raccolte stagionali nelle piane dell’entroterra, l’impiego nella grande fase di costruzioni edilizie dell’immediato passato e, a sentire l’ex sindaco Mario Luise, se ne aggiunge un’altra “Questa costa è stata sempre un luogo per nascondersi, ci misero al confino anche i mafiosi, è un bosco dove gli uccelli possono cantare senza essere visti”. Sugli equilibri criminali recenti si dice che, tra i ghanesi, ci sia chi stia tentando il salto di qualità. Marco Marino, un insegnante che abita a Lago Patria, racconta “Se vai in Ghana, come ho fatto io, capisci che molti lì ammirano i nigeriani perché in Italia sono riusciti ad arricchirsi. La coca che sbarca sulle coste dell’Africa Occidentale ora incrocia anche il Ghana e offre nuove opportunità a chi non si fa tanti scrupoli” Sarà un caso che i sei morti del 18 settembre avessero tutti passaporto ghanese? Di fianco alla sartoria dove è avvenuta la strage, ai due lati, ci sono un negozio di parrucchiere ed uno di  barbiere, ambedue ghanesi. Dopo un  mese dagli omicidi, l’unico ancora aperto è quello per donne, l’atmosfera al suo interno è molto tranquilla, i clienti dell’altro esercizio invece hanno già cambiato barbiere, Mounhir, il gestore, è fuggito all’estero subito dopo il massacro. Ipotesi, supposizioni, illazioni forse.<br />
“Vuoi sapere perché li hanno ammazzati?” mi chiede Ciccio senza nemmeno aspettare la fine della domanda “Guardati alle spalle e lo scoprirai”. Fuma con aspre boccate e la stanza si riempie di fumo, non capisco cosa voglia dire, mi giro, ma sulla parete dietro di me c’è solo un poster in bianco e nero di Bakunin che mostra la lingua. “Non devi guardare qui” mi schernisce Ciccio “Ma lì, lì ad Ischitella”. Ischitella è la frazione dove è avvenuta la strage, dove il giorno prima, di fianco ad un ristorante cinese, dopo l’Hotel Millenium, di fronte ad uno stabilimento in ristrutturazione, abbiamo visto il locale ora sotto sequestro della polizia giudiziaria. So che Ciccio, un vecchio anarchico di Mondragone, sta prendendo in giro la nostra curiosità “Stanno dicendo un sacco di cazzate sui giornali” continua espirando un anello di fumo “Cercano sempre dei motivi spettacolari. Ma le ragioni stanno nelle strade, dietro gli angoli, nel cemento, proprio nei mattoni e nel cemento”. Sorride, sa che mi sta solo confondendo, forse non sa nulla, forse sa qualcosa ma non vuole dirmelo chiaramente. “Dovete capire che la camorra agisce nella realtà delle cose, non ha troppi piani generali, dice: quelli hanno fatto questa cosa, si stanno mettendo con questi altri e allora dobbiamo ammazzarli. Adesso poi, con i capi in galera o in latitanza, devono mostrare di non aver perso il controllo del territorio. Sono obbligati a punire severamente qualunque sgarro, anche una questione banale”. Che cosa ha voluto dire? Che cosa dovrei guardare alle mie spalle?<br />
Si fa sera, torniamo verso Napoli, malgrado tutto resta nei nostri polmoni l’aria del mare e della natura di qui che resistono all’oltraggio degli uomini. Davanti al centro di accoglienza Fernandes, gli immigrati se stanno fermi, in attesa, bloccati tra passato e futuro, come spettri in un limbo. So che molte cose stanno cambiando, nuovi accordi politici, nuovi investimenti condizionano quest’area e gli immigrati sono diventati un impaccio, malgrado per anni abbiano preso in affitto quelle case ormai sfitte sul litorale, offrendo la possibilità di un guadagno ai proprietari. Ho scoperto tante altre cose, ma ormai non c’è più tempo. Non so perché quei sei giovani neri siano stati uccisi, non so se l’omicidio di Antonio Celiento, avvenuto pochi minuti prima a Baia Verde, sia collegato alle loro morti. So che però, qui e nel raggio di chilometri, le istituzioni e la società civile devono decidere qual è oggi la loro priorità: lo sviluppo economico o la lotta contro la camorra. Allo stato dei fatti, il primo obiettivo esclude il secondo. Roberto Saviano è sotto scorta per aver scritto esattamente questo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/castel-volturno-africa-occidentale/">Castel Volturno, Africa occidentale</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/10/27/non-siamo-tutti-saviano/' rel='bookmark' title='Siamo tutti Saviano?'>Siamo tutti Saviano?</a> <small> di Helena Janeczek Dopo le ultime notizie su un...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/05/chiaiano-unaltra-verita/' rel='bookmark' title='Chiaiano, un&#8217;altra verità'>Chiaiano, un&#8217;altra verità</a> <small>di Maurizio Braucci “Ogni volta che ci dicono: perché non...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/05/16/camorra-les-jeux-sont-faits-rien-ne-va-plus/' rel='bookmark' title='Camorra: les jeux sont faits, rien ne va plus!'>Camorra: les jeux sont faits, rien ne va plus!</a> <small> Numeri estratti dal libro , Questa corte condanna, Spartacus...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/09/13/la-morte-%e2%80%9cper-sbaglio%e2%80%9d-di-petru-birladeanu/' rel='bookmark' title='La morte “per sbaglio” di  Petru Birladeanu'>La morte “per sbaglio” di  Petru Birladeanu</a> <small> di Carmen Pellegrino Come si racconta una morte? E...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/06/17/banalita-del-male/' rel='bookmark' title='Come muore ognuno di noi'>Come muore ognuno di noi</a> <small> di Evelina Santangelo Maurizio Braucci ne parla qui. e...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/castel-volturno-africa-occidentale/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>10</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Addio alle armi!</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/07/07/addio-alle-armi/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/07/07/addio-alle-armi/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 07 Jul 2008 08:11:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[andrea bottalico]]></category>
		<category><![CDATA[caserta]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Libano]]></category>
		<category><![CDATA[missioni di pace]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=6328</guid>
		<description><![CDATA[<p>  <a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/bersagliere.gif'></a>    </p>
<p> di<br />
<strong>Andrea Bottalico</strong>                                                        </p>
<p>                                                                                     <em>Se non dovessi tornare,<br />
                                                                                      sappiate che non sono mai<br />
                                                                                     partito<br />
                                                                                                 Il mio viaggiare<br />
                                                                                   È stato tutto un restare<br />
                                                                                  qua, dove non fui mai. </em></p>
<p>                                                                                               <strong>G. Caproni</strong><br />
                                                                                  Biglietto lasciato prima di non andar via. </p>
<p><em>Di una rabbia che mai si sazierà&#8230;.memorie di un viaggiatore insonne</em><br />
                                                                                                                                                               Il controllore scese dall’ultima carrozza con gli occhi assonnati sotto la coppola verde e le orecchie infreddolite.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/07/addio-alle-armi/">Addio alle armi!</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>  <a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/bersagliere.gif'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/bersagliere.gif" alt="" title="bersagliere" width="165" height="300" class="alignnone size-full wp-image-6329" /></a>    </p>
<p> di<br />
<strong>Andrea Bottalico</strong>                                                        </p>
<p>                                                                                     <em>Se non dovessi tornare,<br />
                                                                                      sappiate che non sono mai<br />
                                                                                     partito<br />
                                                                                                 Il mio viaggiare<br />
                                                                                   È stato tutto un restare<br />
                                                                                  qua, dove non fui mai. </em></p>
<p>                                                                                               <strong>G. Caproni</strong><br />
                                                                                  Biglietto lasciato prima di non andar via. </p>
<p><em>Di una rabbia che mai si sazierà&#8230;.memorie di un viaggiatore insonne</em><br />
                                                                                                                                                               Il controllore scese dall’ultima carrozza con gli occhi assonnati sotto la coppola verde e le orecchie infreddolite. Neanche il tempo di accendere una sigaretta fuori che la sua voce secca rimbombò lungo il binario preceduto dal solito fischio, come un boato:<br />
“Chiudere!”<br />
Una signora sulla quarantina presa dall’ansia di fumare gettò suo malgrado la cicca appena accesa, e dopo aver bestemmiato salì di nuovo all’interno del treno, poi di nuovo lo strillo.<br />
“CHIUDERE!”<br />
<span id="more-6328"></span><br />
 Il solito Espresso notte. Quante volte l’avrò preso in un anno!? I ricordi dei viaggi passati si mescolano tutti insieme creando una matassa da cui è impossibile venirne a capo. Caserta Bologna Bologna Caserta passando per Roma Tiburtina poi Termini cambio direzione poi scintille sulle rotaie che sfrecciano nella galleria oscura finché il treno non esce dall’oblio come una pallottola da una pistola e finalmente vedi il cielo stellato ed il respiro rallenta insieme al serpentone di vagoni con il battito del cuore irregolare e sfasato&#8230;(troppo veloci, i pensieri nel treno, troppo veloci!). </p>
<p>Gli odori sono sempre gli stessi: quello forte ed aggressivo delle signore che resta incollato alle pareti degli scompartimenti per tutto il viaggio, il sudore mescolato alle imposte di pane mortadella e pomodorini secchi, quello fastidioso e acido che sa di plastica bruciata quando il treno è in fase di frenata,  i fazzoletti intrisi d’olio delle frittatine di maccheroni preparate dalla mamma premurosa, il bagno che emana l’oramai familiare tanfo di pesce andato a male innaffiato dal solito deodorante scadente. In quel dannato treno si muove tutto quello che sta intorno, escluso il treno stesso&#8230;sembra un mondo sigillato dall’esterno. Come posso spiegarla quell’angoscia che provo quando ci salgo su? Che poi non è solo angoscia. E’ inquietudine eccitazione malinconia e speranza. Fastidio e rabbia, quella rabbia innocente che sbuca dal nulla e detta legge ai movimenti, la stessa che mi costringe ad andare via, forse. Lei decide per te e tu resti muto ad assecondarla.  (quando poi non ho il biglietto viaggiare vuol dire soprattutto adrenalina pura, cuore in gola e fuga dal controllore con in testa la delirante musichetta di quei tre in “febbre da cavallo&#8230;”). Una volta mentre guardavo fuori dal finestrino le luci che si disperdevano nel buio come galassie incomprensibili, mi venne come uno svenimento, persi i sensi e mi ritrovai non so quanto tempo dopo (il tempo? E cos’era? Che importanza aveva?) sdraiato  e convinto di essere nella stanza buia di casa mia, completamente spaesato. In quegli istanti il vuoto, totale. Sarà stata la stanchezza delle ore passate allerta e la sbronza della sera prima.</p>
<p>Prima di ogni partenza la testa produce la solita domanda che riecheggia e cade nel sordo silenzio disturbato dal frastuono, una domanda che non trova  risposta, che genera altre domande e pensieri che martellano chiodi nel muro spesso delle immagini accumulate in questi anni lontano da casa: “Ma dove diavolo sto andando? Perché vado via?!”<br />
Ero tranquillamente seduto in uno scompartimento dall’aria pesante e colma dei respiri affannati, pronto ad affrontare la nottata insonne, perché in effetti non riesco quasi mai a prendere sonno nel treno; è un vizio che mi costringe a restare sveglio. Devo perlustrare tutti i vagoni (quando è possibile). Devo guardare i volti, le facce abbronzate e stanche che masticano dialetti incomprensibili e lingue attraenti; mani spesse dei lavoratori abituati a mantenere l’equilibrio sulle impalcature, tutte quelle persone indecifrabili, impenetrabili e misteriose, i cinesi che scendono a Prato centrale. La desolazione delle stazioni dimenticate, le fronti sudate ed ingiallite che salgono sul treno affaticate da bagagli giganteschi; Loro sono pur sempre dei compagni di viaggio che condividono la snervante attesa dell’arrivo a destinazione. Morale della favola, resto sveglio tutto il tempo.</p>
<p>Quella sera il treno non era stracolmo (strano, stranissimo). Nel corridoio c’era un senegalese seduto al seggiolino che russava profondamente. Dal bagno in fondo proveniva ad ondate  un forte odore di marijuana; Due ragazzi uscirono con le mani sullo stomaco per le risate quando videro un vecchio signore in canottiera bianca e pelle scura e braccialetti d’oro e catenina in petto che rifletteva il suo volto rugoso al finestrino e borbottava tra sé parole incomprensibili (fece questo per tutto il viaggio&#8230;) Andai a fumare nel piccolo spazio alla fine del vagone, vicino al bagno, e come al solito restai ipnotizzato dallo spettacolo che si ripeteva all’orizzonte: zone industriali piene di ciminiere che sputavano fumo denso e bianco e luci al neon che illuminavano strade completamente vuote. Poi il buio, fitto e tradito dai fuochi incendiati nelle città in lontananza, con i lampioni giallognoli degli angoli nascosti nelle campagne abbaiate.<br />
Ad un tratto l’aria si impregnò del forte odore di tabacco.</p>
<p>C’era un altro tizio a fumare, che appena mi vide fece un cenno con la testa come a dire “ci tocca aspettare e fumare, poi aspettare ancora e fumare, maledizione!” Un gesto di comprensione, un si con il capo e gli occhi semichiusi, un modo semplice per mostrare la rassegnazione, condividerla.<br />
Un maghrebino con il volto sfregiato aveva la schiena appoggiata alla porta del bagno e spontaneamente se la rideva&#8230;<br />
Il tizio si chiamava Gerardo. La prima cosa che notai era la sua ansia. Non era soltanto per il desiderio di arrivare, c’era di più. Il cranio rasato a zero, la barba appena tagliata, Gerardo mentre parlava portava spesso la sua mano destra sulle palle, come a grattarsi o rassicurarsi che da quelle parti fosse tutto sotto controllo. Era una sorta di tic. Chi si tocca la punta del naso chi scherza con i riccioli dei capelli, Gerardo constatava ogni tre e quattro la consistenza del suo attributo, ma senza malizia. Ci misi poco a capire che Gerardo era un soldato. Un alpino, per la precisione, nato e cresciuto a Nocera Inferiore.<br />
“Un posto di merda!” esclamò, mentre i rumori delle rotaie sui binari invadevano le voci, e per comprenderci dovevamo gridare. Aveva voglia di parlare, doveva confidarsi con qualcuno, sfogare. Forse per la necessità di vedere il tempo passare chiacchierando, anzi urlando.<br />
Se ne tornava a Bolzano dopo una settimana di congedo, e per attaccare bottone  mi mostrò la foto sul telefono di una donna mezza nuda:<br />
“Mi sta aspettando, Deborah, bella eh!?. Non vede l’ora che arrivi. A me neanche me ne frega, tanto io fra poco mi sposo; giusto il tempo di un&#8217;altra missione. Intanto a Bolzano quando posso vado da lei, devi sentire come parla, con quell’accento mezzo tedesco! A me fa impazzire!”<br />
Nel frattempo accese altre quattro sigarette, il maghrebino sorridente andò via e restammo soli, imprigionati dal fumo. Gerardo portava la sigaretta tra le labbra serrate come uno schizofrenico, se ne stava lì a gesticolare e ad urlare per farsi capire. Le mie orecchie erano confuse dalla sua voce rauca, che graffiava la gola.<br />
“Sono cresciuto nel buco di culo dell’Italia meridionale” disse. “Quando avevo la tua età facevo tante di quelle cazzate che adesso se ci ripenso mi sembra di guardare allo specchio un’altra persona. Le alternative di chi nasce in certi paesini sono poche. Io ad una certa età dovevo soltanto scegliere: affiliarmi in uno dei clan della zona, fare soldi con lo spaccio insieme ai Maiale.. altrimenti il militare. Di studiare non se ne parlava neanche. Alla fine decisi di arruolarmi ed andare via, anche perché mio padre mi implorava di partire. Tanto una guerra vale l’altra! E poi non ero fatto per mettermi con qualcuno, ero troppo fuori con la testa, pensavo solo alle femmine alle droghe alla discoteca.. avevo bisogno di scappare via di casa, allontanarmi da quella fogna.”<br />
“L’esercito mi ha cambiato, ma le missioni sono state la cosa più allucinante.. Kosovo Macedonia e poi Bosnia&#8230;quante ce ne sono capitate! Una volta ero di pattuglia a Mostar, di notte. Ad un certo punto vedo arrivare un gippone. Scendono in quattro di loro con i kalashnikov in mano; immagina una paranza come da noi. Era un gruppo di uomini armati, e ci stava pure il capo che si avvicina verso di me e dice che deve parlare con il colonnello. Io all’inizio non capivo, vuoi per la paura ma anche per la lingua.. In poche parole era successo che il colonnello aveva scopato una ragazza che apparteneva a loro, e così gli dissero di sposarla. Non aveva troppe scelte, il colonnello. Doveva sposarla altrimenti sarebbe scoppiato l’inferno. Adesso il colonnello è sposato con questa ragazza e ha tre figli. Se l’è portata in Italia..”<br />
Avevo praticamente la bocca secca, senza più saliva.<br />
“Fra un pò me ne vado in Afghanistan” disse, mentre il viso mutò espressione in una frazione di secondo;  “dicono che è pericoloso, che per qualsiasi cosa devi avere il permesso dagli americani. Non puoi sparare un colpo senza una loro autorizzazione. Un altro pò e se vuoi andare al cesso devi chiederglielo agli americani, mentre loro fanno quello che vogliono, quei bastardi!. Tutti me ne parlano male di Kabul, dicono che è pericoloso, ma io se non vado a vedere con i miei occhi non posso saperlo! E’ inutile lasciarsi prendere dal panico prima, è inutile..<br />
Giuro che dopo l’Afghanistan levo mano, lo giuro!”<br />
Continuavo ad ascoltare Gerardo, anzi fui rapito dalle sue gesticolazioni frenetiche, la fretta di parlare; il modo in cui mangiava le parole con quel dialetto rivelavano in realtà una disperazione dissimulata. Avevo gli occhi annebbiati dalla stanchezza. Iniziai a martoriare le unghie delle mani sudate, mentre lui se ne stava lì a fumarne una dopo l’altra e raccontava ancora nascondendo il suo nervosismo addestrato. Di Deborah e delle parole sacrosante di suo padre in punto di morte, del suo desiderio di sposarsi e mettere su famiglia, la voglia di tornare a casa, abbandonare quella Bolzano così fredda e triste.. dopo tutto quello che mi svelò restammo senza dire niente, in un silenzio quasi imbarazzante, complice, con il sottofondo delle rotaie che picchiavano violentemente sui binari. </p>
<p>Finchè non arrivai a Bologna, come per magia. Tutto il tempo a bestemmiare contro l’attesa e la sete, poi le parole di un soldato ansioso lasciano al tempo lo spazio per passare nello spiraglio.. Ricordo che appena il treno si fermò alla stazione di Bologna Gerardo mi guardò scendere con i suoi occhi gelidi e stanchi. Mi aiutò a prendere il bagaglio pesante salutandomi con una tenerezza repressa insolita e sfigurata. Adesso sarà a Kabul cosparso di granelli di sabbia a implorare contro gli americani oppure a sud del Libano o magari avrà deciso all’ultimo minuto di non partire, chissà.<br />
Qualsiasi destino abbia abbracciato, qualunque scelta abbia preso, ricordo benissimo la sensazione che provai quando scesi dal treno. Di una rabbia infantile, istintiva e terribilmente viscerale, accompagnata da una fitta all’imboccatura dello stomaco, un forte bruciore. Mi incamminai nella nebbia del primo mattino verso la città vuota, con solo gli spazzini che sbadigliavano facendomi compagnia, e non riuscivo a togliermi dalla testa quel soldato. Dannazione! Gerardo lasciò dentro di me (te lo giuro) <em>una rabbia, che mai si sazierà</em>!</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/07/addio-alle-armi/">Addio alle armi!</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/05/06/il-tempo-e-scaduto/' rel='bookmark' title='Il tempo è scaduto!'>Il tempo è scaduto!</a> <small> di  Andrea Bottalico. Fotografie di Alessandro De Filippo. Raccontare...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/05/07/paradise-lost/' rel='bookmark' title='Paradise Lost'>Paradise Lost</a> <small> Una certa luce sulla storia non può essere gettata,...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/01/08/il-rifiuto-permanente/' rel='bookmark' title='Il rifiuto permanente'>Il rifiuto permanente</a> <small>di Andrea Bottalico “..Bisogna ricominciare daccapo, però da un’altra parte”....</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2003/09/22/una-democrazia-in-offerta-paghi-uno-prendi-due/' rel='bookmark' title='Una democrazia in offerta (paghi uno prendi due)'>Una democrazia in offerta (paghi uno prendi due)</a> <small>di Benedetta Centovalli Dopodomani è di nuovo l’11 settembre. Ma...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2003/06/10/le-guerre-dei-poveri-e-lamnesia-dei-ricchi/' rel='bookmark' title='Le guerre dei poveri e l&#8217;amnesia dei ricchi'>Le guerre dei poveri e l&#8217;amnesia dei ricchi</a> <small>&#8220;Afghanistan, Argentina: cosa è successo dopo? Quello che ci hanno...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/07/07/addio-alle-armi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>8</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Testimoni di Geova</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/03/14/testimoni-di-geova/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/03/14/testimoni-di-geova/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 14 Mar 2008 21:16:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[caserta]]></category>
		<category><![CDATA[processo Spartacus]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>
		<category><![CDATA[testimoni di geova]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/03/14/testimoni-di-geova/</guid>
		<description><![CDATA[<p><strong>Elettori fantasma nel paese dei clan</strong><br />
<a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/casale.jpg' title='casale.jpg'></a><br />
di<br />
<strong>Rosaria Capacchione</strong></p>
<p><em>La giornalista <strong>Rosaria Capacchione</strong>, il magistrato <strong>Raffaele Cantone </strong>e <strong>Roberto Saviano </strong>sono oggetto di una <a href="http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/campania/cronache/articoli/2008/03_Marzo/14/saviano_spartacus.shtml ">lettera intimidatoria</a> firmata dai boss casalesi <strong>Francesco Bidognetti </strong>e <strong>Antonio Iovine </strong>(latitante da 12 anni) letta ieri dai loro avvocati durante un&#8217;udienza dell&#8217;appello al &#8220;<strong>processo Spartacus</strong>&#8220;.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/14/testimoni-di-geova/">Testimoni di Geova</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Elettori fantasma nel paese dei clan</strong><br />
<a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/casale.jpg' title='casale.jpg'><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/casale.thumbnail.jpg' alt='casale.jpg' /></a><br />
di<br />
<strong>Rosaria Capacchione</strong></p>
<p><em>La giornalista <strong>Rosaria Capacchione</strong>, il magistrato <strong>Raffaele Cantone </strong>e <strong>Roberto Saviano </strong>sono oggetto di una <a href="http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/campania/cronache/articoli/2008/03_Marzo/14/saviano_spartacus.shtml ">lettera intimidatoria</a> firmata dai boss casalesi <strong>Francesco Bidognetti </strong>e <strong>Antonio Iovine </strong>(latitante da 12 anni) letta ieri dai loro avvocati durante un&#8217;udienza dell&#8217;appello al &#8220;<strong>processo Spartacus</strong>&#8220;.</em></p>
<p>L’astensione è comportamento esemplare del testimone di Geova. Se proprio vuole, può<br />
annullare la scheda elettorale scrivendo «sono per il regno di Dio». Tutto il resto è segno di debolezza dello spirito, di non conformità alla legge divina, di propensione agli umani compromessi. Il testimone di Geova non vota, né negli States né in Italia. Tranne che a Casal di Principe, provincia di Caserta.<span id="more-5509"></span><br />
Dove la regola è stata infranta in almeno un’occasione: al ballottaggio per l’elezione del sindaco, il 10 giugno del 2007. Quel giorno disertarono la sala del Regno e contribuirono a far lievitare l’affluenza alle urne, che superò quella del primo turno. Votarono in cinquanta, un quarto della comunità casalese, o almeno così dicono gli elenchi. Ma loro, i diretti interessati, smentiscono. Certificato elettorale alla mano, ancora vergine, stanno sfilando negli uffici della Dia di Napoli per dimostrare che mai hanno tradito la loro fede e che qualcuno, quindi, usò il loro nome per scegliere tra Cipriano Cristiano &#8211; poi uscito vincitore &#8211; e Sebastiano Ferraro, i due candidati approdati al secondo turno delle comunali. Le convocazioni stanno arrivando in queste ore, a gruppi di dieci. Sono testi in un procedimento ancora in fase embrionale, nato da alcuni esposti anonimi arrivati in prefettura, a Caserta, all’indomani dello spoglio e da quell’ufficio girati alla Dda. Un’indagine conoscitiva, con l’obiettivo di verificare se davvero quella domenica qualcuno truccò i risultati, se i brogli denunciati durante e dopo il voto effettivamente ci furono, se ancora una volta la camorra &#8211; come dicono gli anonimi &#8211; garantì pacchetti di preferenze saccheggiando tra gli elettori-fantasma: testimoni di Geova, immigrati con diritto al voto amministrativo, emigrati che in paese non si vedono da decenni. I primi accertamenti sembrerebbero dimostrare il contenuto delle denunce. Condizionale tassativo, suggeriscono negli uffici della Dia, perché non va dimenticato che il testimone di Geova che contravviene al comandamento dell’astensione elettorale, specie se con incarichi di vertice nella comunità religiosa, va incontro a sanzioni, dalla rimozione dall’incarico all’ostracismo. Più complesso sarà contattare e convocare gli immigrati, molti dei quali all’oscuro della possibilità di partecipare al voto amministrativo ma non tutti effettivamente domiciliati a Casal di Principe. L’inchiesta comunque va avanti, anche perché l’esposto non dice nulla che non sia stato già detto in passato: chiacchiericcio post-elettorale ma anche dichiarazioni di collaboratori di giustizia che del falso voto dei testimoni di Geova avevano parlato anni fa. Per esempio, Franco Di Bona, che aveva raccontato come, nel 1995, fu boicottata l’elezione di Renato Natale &#8211; primo sindaco dopo il commissariamento antimafia &#8211; alla Regione e di Pasquale Corvino al Comune, citando casi simili e specificando che l’apporto percentuale può anche essere significativo, visto che nell’agro aversano esiste una delle più forti comunità della Campania, se non d’Italia, con alcune migliaia di aderenti. Uno dei quali, Angelo Riccardo, vittima innocente di una faida di camorra: fu ammazzato una domenica di luglio, nel 1991, a San Cipriano d’Aversa. Stava andando alla sala del Regno, si trovò al centro di una sparatoria e fu colpito da un proiettile vagante. Per la cronaca, il disimpegno civico dei testimoni di Geova ha fatto sì che mai la famiglia Riccardo partecipasse attivamente al processo per l’omicidio o alle iniziative anticamorra. Per non inchinarsi, come dicono loro, a un’autorità diversa da quella divina, all’«immagine eretta da Nabucodonosor». </p>
<p>Da &#8220;Il Mattino&#8221;, 14.3.2008. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/14/testimoni-di-geova/">Testimoni di Geova</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/07/26/notizie-da-un-tribunale/' rel='bookmark' title='Notizie da un tribunale'>Notizie da un tribunale</a> <small>(ANSA) &#8211; NAPOLI, 21 LUG &#8211; Il Tribunale di Napoli...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/castel-volturno-africa-occidentale/' rel='bookmark' title='Castel Volturno, Africa occidentale'>Castel Volturno, Africa occidentale</a> <small>[youtube:http://it.youtube.com/watch?v=eTj4qjC4akM] [ Miriam Makeba è morta ieri notte dopo un...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/04/27/terra-mia-tua-loro-di-camorra/' rel='bookmark' title='Terra! (mia, tua, loro, di camorra)'>Terra! (mia, tua, loro, di camorra)</a> <small> Nico contro la guerra di Paolo Mossetti Nico ripete...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2004/12/23/pandori-e-moda-la-camorra-spa/' rel='bookmark' title='Pandori e moda. La camorra spa.'>Pandori e moda. La camorra spa.</a> <small>di Roberto Saviano Le merci imposte ai commercianti, con le...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2003/09/16/la-parola-camorra-non-esiste/' rel='bookmark' title='La parola camorra non esiste'>La parola camorra non esiste</a> <small>di Roberto Saviano La camorra diviene crimine quando perde, quando...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/03/14/testimoni-di-geova/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>12</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>A Gamba Tesa: l&#8217;Horror di Napoli</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/01/14/a-gamba-tesa-lhorror-di-napoli/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/01/14/a-gamba-tesa-lhorror-di-napoli/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 14 Jan 2008 14:52:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[andrej longo]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[caserta]]></category>
		<category><![CDATA[erika jong]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[paolo mastroianni]]></category>
		<category><![CDATA[polittico]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo napoletano]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/01/14/a-gamba-tesa-lhorror-di-napoli/</guid>
		<description><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
<a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/scaffale_3_3_duchamp_ruota.gif' title='scaffale_3_3_duchamp_ruota.gif'></a><br />
Marcel Duchamp,Ruota di bicicletta (Roue de biciclette) &#8211; 1913<br />
© 2001 Succession Marcel Duchamp, ARS, N.Y. / ADAGP, Paris </p>
<p><em>a Maurizio Braucci, e Roberto Saviano<br />
coraggiosi disotturatori di cessi.</em></p>
<p><strong>Merdre!</strong></p>
<p>- gridava  il dottor Faustroll  con scandalo dalle scene parigine.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/14/a-gamba-tesa-lhorror-di-napoli/">A Gamba Tesa: l&#8217;Horror di Napoli</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
<a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/scaffale_3_3_duchamp_ruota.gif' title='scaffale_3_3_duchamp_ruota.gif'><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/scaffale_3_3_duchamp_ruota.gif' alt='scaffale_3_3_duchamp_ruota.gif' /></a><br />
Marcel Duchamp,Ruota di bicicletta (Roue de biciclette) &#8211; 1913<br />
© 2001 Succession Marcel Duchamp, ARS, N.Y. / ADAGP, Paris </p>
<p><em>a Maurizio Braucci, e Roberto Saviano<br />
coraggiosi disotturatori di cessi.</em></p>
<p><strong>Merdre!</strong></p>
<p>- gridava  il dottor Faustroll  con scandalo dalle scene parigine. Si trattava ovviamente di un&#8217;invenzione l&#8217;aver trasformato in verbo l&#8217;insana parola. Ma se  il fondatore della Patafisica, Alfred Jarry, fosse sbarcato a Napoli, che effetto avrebbe avuto su di lui una comunità che più d’ogni altra ha fondato sulle soluzioni impossibili la propria salvezza? Altrimenti che senso dare al progetto di una città, pensate bene, costruita ai piedi di un potente vulcano&#8230;</p>
<p>Qualche tempo fa mio fratello mi chiedeva perchè la letteratura napoletana, ma si dovrebbe precisare campana, fosse così scura, nera,  disperata. Il post di oggi vorrei quindi dedicarlo proprio a questo, ovvero alla materia immonda che nutre l&#8217;immaginario dei romanzieri napoletani (campani) con un riferimento a due opere, uscite a circa un anno di distanza l&#8217;una dall&#8217;altra, <strong>Altrove,</strong> di Paolo Mastroianni (edizioni Effige) e <strong>10</strong>, di Andrej Longo (Adelphi).<br />
<span id="more-5082"></span></p>
<p><strong>Un dibattito</strong><br />
anima la comunità letteraria napoletana da qualche tempo, con l&#8217;istituzione, a mio parere in modo completamente artificiale, di due fronti, l&#8217;un contro l&#8217;altro armati. Incazzatissimi. Da una parte ci sarebbero quelli che sostengono la necessità del confronto con la merda, secondo cui lo scrittore è colui, e alcuni dicono, soltanto quello, che si sporca le mani. Dall&#8217;altra ritroviamo quanti credono in una letteratura sostanzialmente libera di scrivere di quello che vuole, dalla morte del canarino alla prima goccia di sperma, le cui opere sono definite dalla maggior parte dei critici, a torto o a ragione, romanzi sentimentali o/e di formazione. (Bildungsroman)<br />
Le due tribù se ne sarebbero state tranquille a farsi i cazzi propri se non fosse emersa una certa cosa ovvero una maggiore benevolenza di lettori e critici verso i primi,  gli sporchi e cattivi  ai danni degli ex buoni, diventati anche per questo, molto cattivi, anzi cattivissimi.</p>
<p><strong>Cessi e successi</strong><br />
In un articolo apparso nel 2006 su Libération, <a href="http://paris-terminus.blogspot.com/2006/05/les-annales_29.html">Maître Zizek </a>citava, per questioni tutto sommato simili alla nostra, Erica Jong, che in Paura di Volare aveva scritto : <em>«i gabinetti tedeschi sono la vera chiave degli orrori del  III Reich. Solo gente capace di costruire gabinetti del genere, è capace di tutto! »</em><br />
Per chi non sia mai stato in Germania vale la pena ricordare che i cessi tedeschi sono fatti in tale maniera che prima che avvenga l&#8217;evacuazione per scarico si resta davanti al fatto compiuto in tutta la sua gravità, a lungo.<br />
Per chi non abbia mai letto quello straordinario libro che è <strong>Paura di Volare</strong>, sempre nella stessa pagina, la scrittrice si attarda sui cessi italiani ravvisandone tutto il genio nostrano per la capacità di far sparire la merda prima ancora che ci si volti.</p>
<p>Scrive infatti:</p>
<p><em>“Spesso si è in grado di leggere qualche articolo del Corriere della sera prima di pulirsi il sedere con le notizie. Ma  in generale in Italia l’acqua scorre veloce e la merda  sparisce prima che si faccia in tempo a balzare in piedi e girarsi a guardarla. Per questo gli italiani sono grandi artisti. I tedeschi hanno già la merda da guardare. In mancanza di questo passatempo, gli italiani hanno pensato di scolpire e dipingere.” </em></p>
<p>Con la dovuta prudenza potremo allora affermare che prendere posizione nel dibattito (in verità non solo napoletano ma italiano) sulla letteratura sospesa tra reale e immaginario, tra romanzieri pronti a sporcarsi le mani con il reale ed altri che la disertano attraverso la fantasia, equivarrebbe a dover decidere tra due estetiche, una che chiameremo per comodità, dei cessi tedeschi e l’altra dei gabinetti italiani. Insomma una vera impasse&#8230;</p>
<p><strong>A meno che</strong><br />
non vi sia una terza possibilità.<br />
Premesso che non credo affatto ad una maledizione tutta partenopea, di legge di gravità del testo da Roma in giù e che si possano amare contemporaneamente Vittorio de Sica o Eduardo, Giuseppe Montesano o Erri de Luca, tanto per citarne alcuni, cercherò di spiegare perché a mio parere, i due libri  in questione possono suggerire una prospettiva differente.<br />
Innanzitutto va detto che <strong>Altrove</strong>, di Paolo Mastroianni e <strong>10</strong>, di Andrej Longo, non sono raccolte di racconti ma <strong>Polittici</strong>. </p>
<p><strong>Cos&#8217;è un polittico?</strong><br />
- ci domandiamo. Dal greco polu- &#8220;molte&#8221; + ptychē &#8220;pieghe&#8221;). Un dipinto o rilevo su legno o tela, costruito da più parti unite fra loro da una cornice fissa o da cerniera in modo da creare sportelli richiudibili.(wikipedia)<br />
Tra i Polittici famosi vanno ricordati il  <a href="http://www.mostraantonellodamessina.it/galleria/galleria_a_politticosangregorio.html">San Gregorio </a>di Antonello da Messina e la <a href="http://www.italica.rai.it/argomenti/storia_arte/pierodellafrancesca/galleria/1.htm">Misericordia</a> di Piero della Francesca.<br />
Altrove e 10 sono dei polittici, perché ogni narrazione è legata all’altra da una cornice/contesto in modo  tale che sarebbe impensabile la sostituzione di un racconto con un altro.</p>
<p>Entrambi i libri sono ambientati in Campania, e la materia di cui narrano è sostanzialmente qualcosa che dovrebbe somigliare alla vita ma che vita, in senso stretto, non è.<br />
I personaggi si muovono attraverso le macerie della vita – da intendersi come comunità, tradizione, spirito di solidarietà – con un solo obbiettivo, salvare la pelle.<br />
Che siano migranti oppure oriundi, sono come macerie di umanità per quanto pronti a stravolgere ogni destino, l’infamia che li veste, come una rivolta al disegno imposto dalla situazione, dalle rovine che li abitano.</p>
<p>Paolo Mastroianni, attraverso uno stile freddo, burocratico gela ogni onnipotenza o tentazione di onnipotenza del narrante inchiodandolo al mero ruolo di spettatore. I sei racconti nascono sulle note biografiche dei personaggi a riprova del fatto che “essi” vivono a prescindere dall’attenzione rivolta dallo scrittore alle loro misere vite . Grazie a un efficace dispositivo narrativo, costituito di contrappunti, richiami, flashback, ogni singola storia, personaggio, si lega ai successivi in relazioni o ambienti che si incrociano di racconto in racconto. </p>
<p> In Andrej Longo sono invece i personaggi a  narrare i fatti, con una prima persona che muta di legge in legge attraverso i dieci capitoli – il suo è un decalogo- e cambia voce ogni volta. Ora è una giovane donna, poi un affiliato alla camorra, un cantante neomelodico.</p>
<p><strong>Si tratta di</strong><br />
storie terribili, di scenari apocalittici, socialmente insopportabili, ma non per questo meno veri, e forse la potenza dei due libri sta proprio nel fatto che entrambi gli autori abbiano rinunciato a farsi portavoce – e meno che mai portaparola, da opinionista di Repubblica- dei miserabili per lasciare loro l’ultima chance di “redenzione”, di salvezza.</p>
<p>Così la madre di Adelina nel capitolo intitolato Non desiderare la donna d’altri . (in Andrej Longo).<br />
Adelina minaccia infatti di uccidersi pur di non sposare il boss Carmine Acciardi, a un quarto d’ora dall’inizio del rito nuziale. La madre all’inizio terrorizzata dai capricci della figlia, si sente sempre più coinvolta come se la richiesta d’aiuto della figlia portasse un senso di riscatto alla sua “grama” esistenza. E’ Adelina a ricordarglielo quando afferma di non voler fare la sua fine , ovvero sposare un uomo che non ama solo per convenienza. La figlia ama un altro, un marinaio che <em>“campa onesto</em>”.<br />
<em>“Mancavano dieci minuti a mezzogiorno, tempo per parlare non ce ne stava più. Ho pensato di nuovo che era una giornata di merda.E che bisognava trovare una soluzione.”</em> La madre aiuta così la figlia a fingere un attacco di epilessia, a guadagnare tempo. A salvarsi.</p>
<p>In Altrove, (Paolo Mastroianni) in uno dei racconti più belli, secondo me, di questi ultimi anni, ancora una madre, Anna Cioffi, deve salvare la pelle dalla tragedia appena consumata, la perdita del figlio Salvatore, suicida, tra i giochi di legno della piazza di fronte alle case popolari in cui vive.<br />
E per salvare il figlio, almeno nel ricordo, e  se stessa, è attraverso l’affabulazione che si  inventa una via d’uscita. Il suicidio del figlio come una rivolta all’infelicità della madre e alle percosse del padre, la scuote dal sonno in cui era sprofondata per tutta la vita. Per fuggire da una vita senza amore popolata di mostri da pareti domestiche che le si chiudono addosso soffocandola, si ritrae nei sogni dove il figlio Salvatore, ed il vero padre, un operaio rumeno venuto in trasferta a Caserta per conto del proprio governo, camminano lungo i viali alberati della Reggia.</p>
<p><em>“Con una sensazione gradevole si proiettò altrove, in una vita diversa e serena, senza grandi delusioni né grandi entusiasmi, al fianco di un uomo smilzo  taciturno che un lavoro normale, in una cittadina tranquilla, avrebbe condotto a casa verso le 5 del pomeriggio, ogni giorno.”</em></p>
<p><strong>Quali conclusioni</strong><br />
trarre da letture del genere? Che ci sono modi e modi di sporcarsi le mani.<br />
In Andrej Longo come in Paolo Mastroianni  credo sia avvenuto qualcosa di forte e per certi versi “nuovo”. Come se entrambi rifiutassero il ruolo di narratori della merda altrui. Non si propongono come gli Scrittori, che vestiti i panni di Atlante si trascinano le altrui pene pagina per pagina. In Altrove e in 10 lasciano che siano gli stessi personaggi a farsi interpreti della propria merda, come se il solo racconto potesse bastare, determinasse una qualche possibilità di salvezza, indicasse un “altrove”.</p>
<p>In definitiva 10 e Altrove non sono assimilabili né alla categoria <em>“cessi tedeschi”</em> dove in qualche modo sei costretto a “prenderti” la tua merda,  né a quella dei <em>gabinetti italiani</em>, del tipo “ la cosa c’è ma non si vede&#8221;. Come la sinistra.<br />
La terza via credo sia qualcosa di simile a un’estetica  che potremmo definire dei cessi otturati. E già! Non ci sono gabinetti, tedeschi o italiani, poco importa, che siano a riparo da una tale evenienza. Deve accadere allora qualcosa alla parola semplicemente letteraria perché possa agire sulla realtà ossia divenire poetica, come quanto raccontato da <strong>Heinrich Böll </strong> in Foto di gruppo con signora.</p>
<p><em>“…uno schifo, le dico. (…)Siccome Wilhelm, mio marito che pure aveva fatto l’idraulico, poi il tecnico e infine il disegnatore, si dimostrò di una schifiltosità incredibile, e siccome io e Margret morivamo dal ribrezzo, sa chi ha risolto il problema? Leni. Non fece altro che cacciar dentro la mano, e mi sembra ancora di vedere il suo bel braccio sporcarsi di giallo fin sopra il gomito. Afferrò la mela la butto nella pattumiera, tutta quell’orribile broda scese giù di colpo gorgogliando, e Leni andò a lavarsi: si lavò a fondo, certamente, più e più volte e si strofinò  braccia e mani con l’acqua di Colonia, e fece un’osservazione- ora mi torna in mente- che per me fu come un fulmine. “i nostri poeti sono stati i più coraggiosi disotturatori di cessi”</em></p>
<p><strong>Merdre alors!</strong><br />
tanto per chiudere. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/14/a-gamba-tesa-lhorror-di-napoli/">A Gamba Tesa: l&#8217;Horror di Napoli</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/anteprima-rivista-sud-n%c2%b014-paolo-mastroianni-legge-patrizia-posillipo/' rel='bookmark' title='Anteprima Rivista Sud n°14- Paolo Mastroianni legge Patrizia Posillipo'>Anteprima Rivista Sud n°14- Paolo Mastroianni legge Patrizia Posillipo</a> <small>Contenitori per acqua accatastati senza ordine, di lato Merita Saciri,...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/04/17/dyptique-dire-fari-forlani-vs-cipriani/' rel='bookmark' title='dyptique: dire fari (Forlani vs Cipriano)'>dyptique: dire fari (Forlani vs Cipriano)</a> <small> Un libretto delle assenze di effeffe Today at 12:56am...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/08/24/un-postaccio-per-rio-lobo/' rel='bookmark' title='Postaccio come Rio Lobo'>Postaccio come Rio Lobo</a> <small> La poesia che segue, a lungo meditata, dopo la...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/03/14/testimoni-di-geova/' rel='bookmark' title='Testimoni di Geova'>Testimoni di Geova</a> <small>Elettori fantasma nel paese dei clan di Rosaria Capacchione La...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/10/02/poesia-damore-in-qualche-modo/' rel='bookmark' title='Poesia d&#8217;amore (in qualche modo)'>Poesia d&#8217;amore (in qualche modo)</a> <small> di Francesco Forlani Deve esserci un modo (un mondo)...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/01/14/a-gamba-tesa-lhorror-di-napoli/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>40</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il rifiuto permanente</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/01/08/il-rifiuto-permanente/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/01/08/il-rifiuto-permanente/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 08 Jan 2008 05:15:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto saviano</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[andrea bottalico]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[caserta]]></category>
		<category><![CDATA[diossina]]></category>
		<category><![CDATA[maddaloni]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuti]]></category>
		<category><![CDATA[seveso]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/01/08/il-rifiuto-permanente/</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Bottalico</strong></p>
<blockquote><p>“..Bisogna ricominciare daccapo, però da un’altra parte”.<br />
Gyorgy Lukàcs</p></blockquote>
<p><a href="http://maps.google.com/maps?f=q&#38;hl=en&#38;geocode=&#38;time=&#38;date=&#38;ttype=&#38;q=caserta&#38;ie=UTF8&#38;z=12&#38;iwloc=addr&#38;om=1" alt="carta geografica di Caserta (Google)">Caserta</a> 23 novembre 2007<br />
Stanco. Controvoglia mi vesto ed esco a piedi, è una sera di novembre. Un venerdì sera più caldo del solito. Esco. Attraverso strade semibuie, laggiù dei lampioni sparano luci giallognole che rendono tutto così finto assolato.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/08/il-rifiuto-permanente/">Il rifiuto permanente</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Bottalico</strong></p>
<blockquote><p>“..Bisogna ricominciare daccapo, però da un’altra parte”.<br />
Gyorgy Lukàcs</p></blockquote>
<p><a href="http://maps.google.com/maps?f=q&amp;hl=en&amp;geocode=&amp;time=&amp;date=&amp;ttype=&amp;q=caserta&amp;ie=UTF8&amp;z=12&amp;iwloc=addr&amp;om=1" alt="carta geografica di Caserta (Google)">Caserta</a> 23 novembre 2007<br />
Stanco. Controvoglia mi vesto ed esco a piedi, è una sera di novembre. Un venerdì sera più caldo del solito. Esco. Attraverso strade semibuie, laggiù dei lampioni sparano luci giallognole che rendono tutto così finto assolato. Un lucido infrangersi della luce sull&#8217;asfalto grigio delle strade. Quei palazzi nuovi, tristemente in riga, sono dipinti di un colore acido.<br />
Cammino, digerisco. Ai miei lati sui muri scritte d&#8217;amore d&#8217;odio e di dolore, sul ciglio della piazza cumuli di spazzatura nera, ingiallita da quelle lampadine assonnate, spazzatura dei giorni passati, cartoni e resti freddi imputriditi; sullo sfondo, il volto squadrato del Rione.<span id="more-5125"></span><br />
Mi avvicino al solito bar, quasi fiero eppure triste, della mia condizione di spettatore.<br />
Annuso. Nell&#8217;aria un fastidioso odore di bruciato. Qualcuno verso quel isolato avrà dato fuoco ad un cassonetto.<br />
&#8220;Fanno passare pure la voglia di respirare!&#8221; diceva un vecchio seduto fuori ad un bar il giorno prima. I baffi grigissimi, i capelli pure, il volto annerito e rugoso, se ne stava lì a sorseggiare il suo undicesimo caffè.<br />
Penso. La necessità di guardarsi alle spalle di quelli che camminano avanti a me infastidisce.<br />
Respiro con malessere, contro volere inalo un brutto sapore di plastica bruciata, intorno a me convive la perplessità dinanzi alle nuove macerie, la ricchezza arrogante di paese, un&#8217;angosciante rabbia repressa. Non posso essere l&#8217;unico in questa maledetta serata di novembre a sentire una puzza che lacera le narici, macera la testa ed i suoi miseri pensieri, reprime l’anima.<br />
Fuori a quel bar in doppia e tripla fila sono parcheggiate macchine di lusso, e ragazze con tacchi a spillo simulano una serena schizofrenia.<br />
Tutto ad un tratto si alzano folate di un forte vento…<br />
&#8220;Peggio del terzo mondo&#8230;&#8221;<br />
Qualcuno addirittura osa paragonare la condizione di queste maledette province ai lontani paesi d&#8217; Africa o d&#8217;Asia, come se Caserta e le sue periferie isolate fossero simili ai paesini o i villaggi intorno a Nairobi, della Somalia, del Bangladesh. Troppo facile, spostare l&#8217;attenzione laddove gli occhi non arrivano a guardare.<br />
Non basta il surreale immaginario dei cassonetti bruciati, non basta definire emergenza qualcosa che va avanti da 16 anni, non basta la continua strumentalizzazione da parte delle istituzioni, non basta il lassismo: bisogna anche sopportare l&#8217;indignazione delle baldracche impellicciate, dei signorotti e dei loro figli in merito all&#8217;enorme scandalo che generano i cumuli di rifiuti per le strade. Si continua a definire l&#8217;affare dei rifiuti come un&#8217;emergenza, ma ormai è permanenza. Sembra quasi inutile dirlo.<br />
Cos&#8217;altro rappresenta questo scempio se non il paradosso evidente del nostro tempo!. Come se l&#8217;immagine dei rifiuti per strada ponesse dinanzi ad occhi distratti un problema altrimenti nascosto tra le campagne, sotto terra, nell&#8217;aria, ovunque intorno a noi.</p>
<p>2 gennaio 2008<br />
Due giorni dopo Caserta puzza ancora. Da casa mia alla stazione sono numerosi i resti della spazzatura bruciata durante la notte di San Silvestro. Certi cumuli sono ancora fumanti. Delle lattine argentate resistono all’incendio, il vetro va in frantumi. Tutto il resto si dissolve, lasciando per terra chiazze nere impastate tra i resti del capitone e del baccalà mangiato al cenone. Ricorda i polmoni neri, rattrappiti, di un anziano fumatore incallito. Disteso sull&#8217;asfalto dei marciapiedi, sembra il vomito andato a male proveniente da uno stomaco di un gigante. Proprio l’altra notte l’ ho sognato. Un gigante che sovrasta la città e vomita dalla sua enorme bocca tutto ciò che marciva da giorni nel suo immenso ventre.<br />
Il passante cerca di non guardare, evita. Sposta lo sguardo su qualcos&#8217;altro. Un negozio con i saldi&#8230;Una donna anziana imprecando Sant’ Anna a bassa voce attraversa la strada verso il marciapiede opposto.<br />
Giorni prima del capodanno qualcuno aveva cosparso su tutti i rifiuti ammassati ai bordi delle strade una sostanza bianca, chi dice sia calce, chi dice sostanze per non far incendiare i sacchetti.<br />
Ebbene, non ha funzionato.<br />
La scena che si ripeteva dopo le due di notte tra le strade della città era apocalittica. Enormi colonne di fuoco sprigionavano un fumo denso, nerastro, mentre il traffico delle macchine si dirigeva con lentezza.<br />
&#8220;Che ci vuoi fare? ormai ci si è abituati&#8221;..<br />
Non è facile stimare il numero di cassonetti incendiati, sui giornali dicono di cento interventi dei vigili del fuoco nella notte scorsa solo tra Caserta e <a href="http://maps.google.com/maps?f=q&amp;hl=en&amp;geocode=&amp;time=&amp;date=&amp;ttype=&amp;q=maddaloni&amp;sll=41.079869,14.332352&amp;sspn=0.159418,0.362549&amp;ie=UTF8&amp;ll=41.041038,14.37767&amp;spn=0.159512,0.362549&amp;z=12&amp;iwloc=addr&amp;om=1" alt="carta geografica di Maddaloni sulle Mappe di Google">Maddaloni</a>. Nei giorni successivi sono stati bruciati altrettanti cassonetti soprattutto nelle province accantonate ai lembi delle città. Non è semplice valutare il danno perpetuato. I giornali locali parlano di test da effettuare ai cittadini &#8220;per analizzare il contenuto di diossine e metalli pesanti nel sangue&#8221;..<br />
Ne riparleranno con le solite strumentalizzazioni da quattro soldi i politici, quando le prossime generazioni di queste terre resteranno sfigurate dal cloracne, come trent&#8217;anni fa a <a href="http://www.boscodellequerce.it/" alt="il disastro di Seveso e il dopo">Seveso</a>. Ne riparleranno quando le donne incinte saranno costrette ad abortire, quando davvero si inizierà a strappare capelli dalla testa per l&#8217;incredibile aumento dei tumori, quando nasceranno animali già morti, quando creperanno uomini e donne senza una diagnosi. Tutto ciò sta già avvenendo, in sottofondo, nel silenzio assordante confuso tra i suoni degli allarmi e dei clacson di questa città.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/08/il-rifiuto-permanente/">Il rifiuto permanente</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/05/04/le-vie-infinite-dei-rifiuti/' rel='bookmark' title='Le vie infinite dei rifiuti'>Le vie infinite dei rifiuti</a> <small>Sabato, 5 maggio 2007 ore 17,30 ilmediano.it, col patrocinio del...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/04/28/vincenzo-e-la-diossina/' rel='bookmark' title='Vincenzo e la diossina'>Vincenzo e la diossina</a> <small> testo e foto di Eduardo Castaldo Una decina di...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2006/11/10/la-terra-dei-fuochi-a-nord-di-napoli/' rel='bookmark' title='La terra dei fuochi a nord di Napoli'>La terra dei fuochi a nord di Napoli</a> <small> testo di Peppe Ruggiero, fotografie di Eduardo Castaldo Un...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/12/14/camorristi-avanti-c%e2%80%99e%e2%80%99-posto-dialogo-semiserio-fra-un-pm-e-un-camorrista/' rel='bookmark' title='Camorristi avanti, c’e’ posto &#8211; Dialogo semiserio fra un PM e un camorrista'>Camorristi avanti, c’e’ posto &#8211; Dialogo semiserio fra un PM e un camorrista</a> <small>Colloquio di immaginario tra un camorrista e Raffaele Marino Procuratore...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/06/04/a-partire-dalla-munnezza/' rel='bookmark' title='A partire dalla munnezza'>A partire dalla munnezza</a> <small> di Helena Janeczek Domenica Maurizio Braucci mi ha portato...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/01/08/il-rifiuto-permanente/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>19</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Asse politico</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/11/asse-politico/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/11/asse-politico/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 11 Apr 2007 07:10:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[asse mediano]]></category>
		<category><![CDATA[benevento]]></category>
		<category><![CDATA[caserta]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
		<category><![CDATA[salerno]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2007/04/11/asse-politico/</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/04/asse-underworld.jpg" title="asse-underworld.jpg"></a></p>
<p>C’è un primo colore del giorno che a Napoli si allarga sulla spianata di cemento e asfalto chiamata Asse mediano, un riflesso scialbo che dura qualche minuto, quando la luce comincia nel cielo e il sole del primo mattino butta qualche raggio attraverso il nero della notte che se ne va.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/04/11/asse-politico/">Asse politico</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/04/asse-underworld.jpg" title="asse-underworld.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/04/asse-underworld.thumbnail.jpg" alt="asse-underworld.jpg" /></a></p>
<p>C’è un primo colore del giorno che a Napoli si allarga sulla spianata di cemento e asfalto chiamata Asse mediano, un riflesso scialbo che dura qualche minuto, quando la luce comincia nel cielo e il sole del primo mattino butta qualche raggio attraverso il nero della notte che se ne va.<br />
È il colore dei rifiuti. La tinta degli scarti. Qui pure la spazzatura si porta appresso una materialità incontestabile: ha una consistenza, una forma, un odore. E un colore, che invade la vista già di primo mattino, quando dopo Frattamaggiore percorri la statale 162 in direzione del Lago Patria.<br />
Lungo la fetta di asfalto che da Afragola va verso Giugliano viaggiano i camion dell’ASÌA, si muovono i tir coi cassoni ribaltabili colmi di immondizia, corrono i furgoncini delle aziende esternalizzate che hanno vinto gli appalti per la raccolta dei rifiuti. Il trasporto delle tonnellate di munnezza che affogano la città passa di qui.<br />
<span id="more-3678"></span></p>
<p>E a volte, ancora non si sa bene per colpa di chi, si ferma sull’Asse mediano. Una via crucis dei rifiuti fatta di stazioni immobili, un calvario metropolitano sul quale ogni giorno si accumulano quintali di materiali, miasmi asfissianti che soffocano e ammazzano. Mani anonime che scaricano, sversano, depositano, smaltiscono. Le piazzole di sosta, le rampe di accesso alla superstrada, le corsie d’emergenza: scarichi a cielo aperto, depositi abusivi di rifiuti che ammorbano la vista e l’olfatto, si installano nei bronchi, invadono i polmoni.<br />
Tutto, o quasi, passa per la città, e dalla città viene. A Napoli si produce il 60 per cento dei rifiuti dell’intera Regione  (a Salerno poco meno del 16%, Caserta 15%, Avellino 6%, Benevento 5%). Dodici anni di commissariamento straordinario per la gestione dell’emergenza sembrano galleggiare in una bolla di tempo e di spazio staccata dalla città.<br />
Ciclicamente, con una regolarità che scandisce i tempi meglio dell’alternarsi delle stagioni, un ingranaggio del meccanismo che regola il ciclo della raccolta e dello smaltimento si inceppa. A volte è per le inadempienze della FIBE, la società per azioni che da più di sei anni è assegnataria del servizio regionale di smaltimento dell’immondizia; altre è colpa dell’immobilità politica e istituzionale: nei due anni di commissariato <strong>Catenacci </strong>le gravissime fasi dell’emergenza erano causate da immotivati fermi degli impianti, o da inspiegabili incendi dolosi, uno dei quali portò, nel luglio del 2005, all’invio di un avviso di garanzia diretto allo stesso commissario straordinario, che si dimise; altre ancora è a causa dell’intervento dei clan, signori assoluti di una terra di conquista, predoni di un territorio da imbottire di rifiuti tossici, criminali fin troppo vogliosi di affondare le dita nella grassa torta dell’immondizia campana: il costo complessivo per lo smaltimento di un chilo di rifiuti in Campania è di 120 euro, la Regione produce quotidianamente circa 7500 tonnellate di rifiuti. Il calcolo degli interessi economici che girano attorno alla questione è presto fatto.</p>
<p>Dal canto suo, la politica si scrolla di dosso la sua funzione ordinatrice ossidandosi in nevrosi architettonica, e nulla più. Studia tutte le soluzioni possibili per fare dell’Asse una maestosa via di smistamento commerciale, e guarda a esso, con desiderio e struggimento, come a una gigantesca pista di lancio per le attività produttive e industriali. Con macabra attitudine autoptica seziona percorsi, raggruma negozi, affastella centri commerciali, piega le esigenze dell’urbanistica a quelle dei giri d’euro. Le code chilometriche alle uscite dei <em>Carrefour</em>, delle <em>Città Mercato</em>, degli <em>Auchan</em>, delle <em>Ikea</em>, dei <em>Leroy-Merlin</em>, delle <em>Ipercoop </em>e di chissà che altro; le interminabili file di lamiere avvolte dai vapori di benzina a basso numero d’ottani: tutto si corrompe, tutto si mescola nella aberrante progettualità politica del commercio centralizzato.<br />
Una smania improvvisamente organizzativa che rastrella denari con una facilità impressionante, se è vero che una delibera della Giunta Regionale (numero 583 del 15/4/2005), recita che nell’ambito del “Programma di interventi per la Viabilità Regionale” è previsto “in particolare il completamento della Bretella di raccordo Circumvallazione esterna di Napoli &#8211; Asse Mediano”, per il quale la Giunta ha stanziato 4.421.324,97 euro “finalizzati ad interventi coerenti con  l’Asse”.<br />
Arrancando stancamente dietro l’obiettivo di uno sviluppo urbanistico che gode di un sospetto fervore espansivo nei confronti della grande distribuzione commerciale, e che guarda al sorgere incontrollato degli ipermercati come soluzione principe dei problemi che stritolano l’area Nord di Napoli, la politica locale ha usato il POR (Programma operativo regionale 2000 &#8211; 2006) come un piccolo diorama cartaceo, disegnando coi fondi strutturali dell’Unione Europea curve e svincoli, corsie e uscite, carreggiate e raddoppi. Una progettualità politica assente, che si rinvigorisce magicamente solo in prossimità delle elezioni e torna a infiacchirsi, impoverendosi fino alla dissoluzione, subito dopo la conta dell’ultima scheda rimasta.</p>
<p>Programmazioni di sviluppo, oltretutto, che si attuano sempre in condizioni di paurosa instabilità, aperte alle minacce e ai pericoli delle sovrapposizioni burocratiche. Tra le tante, resta aperta per esempio una questione centrale: a chi compete la manutenzione dell’Asse mediano? L’ANAS ha delegato da tempo la sua autorità, ma non si sa ancora bene a chi: alla Provincia? Alla Regione? Sono anni che la questione è irrisolta, come insolute restano le numerose interrogazioni parlamentari in merito: “<em>Una lunga scia di sangue </em>– si legge in una richiesta di chiarimento dei deputati <em>Pezzella </em>e <em>Villani </em>al ministro delle infrastrutture in data 2/4/2003 &#8211; <em>comparabile ad un bollettino di guerra, che hanno fatto ormai dell&#8217;Asse mediano una «strada-killer», dove spesso all&#8217;impudenza degli automobilisti si sommano, tragicamente, le carenze strutturali dell&#8217;arteria stradale, che fondendosi in un tutto uno diventano poi una trappola mortale; e a nulla sono valse in questi anni le continue sollecitazioni, tra interrogazioni parlamentari, petizioni popolari e rimostranze istituzionali di vario genere, per invertire questa drammatica rotta e, soprattutto, per vedere finalmente il completamento dell&#8217;opera ed il suo «normale» funzionamento (…)</em>”.<br />
L’amministrazione provinciale guidata da <strong>Di Palma</strong> firma in pompa magna gli accordi con l’assessore regionale ai Trasporti <strong>Cascetta </strong>(12 milioni di euro per la realizzazione di venti opere di viabilità nel tratto compreso tra l’Asse mediano, la Circumvallazione esterna e la A1 Roma – Napoli), ma glissa pericolosamente sui certificati di collaudo e sicurezza che l’arteria stradale dovrebbe avere, e che al momento non ha, secondo i piani di fuga e di tutela della popolazione previsti in caso di eruzione del Vesuvio.<br />
<strong>Amato Lamberti</strong>, sociologo da anni attento ai luoghi e alle dinamiche di potere della camorra, ex presidente della Provincia, dice: “La sensazione è che sull’Asse mediano si faccia solo manutenzione spicciola, interventi di routine, aggiusti e rattoppi più vicini a certe forme di bricolage che a seri e robusti interventi strutturali. Nella gestione dei fondi POR, per esempio, manca soprattutto uno sguardo a lunga gittata. Nonostante le belle realtà di imprenditoria privata presenti nella Regione – penso soprattutto a quelle relative all’informatica, al virtuale, al digitale – la politica si dimostra ancora una volta grande nelle dichiarazioni e piccina nei risultati. In Puglia si sono rimboccati le maniche con la produzione dei divani, nelle Marche si sono dati una forte identità commerciale col settore calzaturiero, Parma e l’Emilia da anni sono associate al mangiare bene. Noi non siamo riusciti a creare niente che andasse al di là di un accumulo indistinto di centri commerciali – che pure hanno fatto per fortuna la loro parte per quel che riguarda l’indotto di nuovi occupati nella zona -, dietro la cui sistemazione geografica, logistica, non è difficile leggere una chiara volontà politica, una scelta voluta e perseguita nonostante i sospetti di infiltrazione camorristica nella compravendita dei terreni su cui poi sono sorti quei centri di grande distribuzione commerciale”. Naturalmente, fino a questo momento, a nessuno è venuto in mente di indagare su queste transazioni economiche.</p>
<p>Come quelle del Signore, sull’Asse mediano anche le vie dei rifiuti sono infinite. La <em>munnezza </em>trova sempre varchi d’accesso, passaggi, e l’Asse diventa sempre più una terra d’elezione per lo smaltimento illegale dei rifiuti. Subito dopo Melito, quando si superano gli snodi tortuosi delle piste d’ingresso, quelle che i manuali delle scuole guida chiamato entusiasticamente le piste d’accelerazione, l’Asse raccoglie un nastro di strada dritto e piatto che da lì si innesta e conduce, passando per Secondigliano, fino a Capodichino – l’uscita per l’aeroporto che, nelle ore di punta, è preferibile a quella della tangenziale, di solito intasata dai flussi di auto diretti al corso Malta. Quella via è conosciuta anche come <em>Perimetrale</em>. È lì che da qualche anno i rifiuti vanno a morire. Sulla destra è tutto un mare fermo di rottami, colline di immondizia che digradano verso la strada, totem di copertoni, installazioni pop di frigoriferi e lavatrici, divani, carcasse di motorini anneriti dal fuoco. Dai sacchi forati sgorgano fiotti di liquami, vagoncini di lattine ammaccate, cartoni pressati, bottiglie esplose. I furgoni dei muratori di ritorno dai cantieri abbandonano i materiali di risulta, la calce, i pezzi di intonaco, i mattoni rotti o scartati, i secchi con l’impasto avanzato dal miscuglio di acqua e cemento in polvere, le lattine storte d’acquaragia. I gommisti, ma anche le aziende addette allo smaltimento, mollano i copertoni, centinaia di anelli gommosi che si ammassano nelle piazzole di sosta, rotolando a volte al centro della carreggiata e causando incidenti spesso mortali. Ignoti inzuppano le ruote con alcol o benzina e gli danno fuoco. I falò di pneumatici spingono i fili del fumo, altissimi, fino al cielo. Le colonne nere si infilano in mezzo alle fabbriche della zona, ai casermoni di cemento che i clan usano come depositi per la merce ancora da smistare, tra i condomini tutti uguali che si affacciano sulla strada.</p>
<p>Al contrario dell’età preistorica o di quella dei Miti, quando il fuoco era segno di vita, nella “Terra dei fuochi” i falò nati dagli incendi dolosi sulla SS 167 sono devastanti portatori di morte. Sprigionano fumi tossici, diossina, piombo, morchie e solventi che dall’aria arrivano fino a dentro i bronchi. Il triangolo tra Nola, Acerra e Marigliano, tutti paesi attraversati anche dall’Asse, è ormai noto a livello internazionale &#8211; grazie al lavoro di <strong>Alfredo Mazza</strong>, ricercatore di Fisiologia del CNR, pubblicato su “<em>Lancet</em>” &#8211; come il “triangolo della morte“: l’indice di mortalità tumorale per centomila abitanti è di poco meno del 40%, con una media nazionale del 14%.<br />
In uno scenario immedicabilmente devastato, in un’ambientazione che guarda all’apocalisse non come punizione tremenda e definitiva ma come soluzione di ogni male, viene alla mente un verso di <strong>Roberto Roversi</strong> che dice “<em>la notte non finisce a Hiroshima</em>”.<br />
Quanta notte c’è, anche qui.</p>
<p>[pubblicato in <em>Napoli Assediata</em>, pagg. 178, 14 euro, Pironti editore. A cura di <strong>Giuseppe Montesano </strong>e <strong>Vincenzo Trione</strong>, con scritti di <strong>Maurizio Braucci</strong>, <strong>Cherubino Gambardella</strong>, <strong>Anna Giannetti</strong>, <strong>Peppe Lanzetta</strong>, <strong>Roberto Saviano</strong>, <strong>Tiziano Scarpa</strong>, <strong>Antonio Scurati</strong> e le immagini del gruppo <strong>Underworld </strong>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/04/11/asse-politico/">Asse politico</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/castel-volturno-africa-occidentale/' rel='bookmark' title='Castel Volturno, Africa occidentale'>Castel Volturno, Africa occidentale</a> <small>[youtube:http://it.youtube.com/watch?v=eTj4qjC4akM] [ Miriam Makeba è morta ieri notte dopo un...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/11/23/terremoto/' rel='bookmark' title='Terremoto'>Terremoto</a> <small>di Franco Arminio Dalle mie parti siamo tutti esperti di...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2007/11/12/chi-narra-oggi/' rel='bookmark' title='Chi narra, oggi'>Chi narra, oggi</a> <small> di Piero Sorrentino Chissà quanti, ascoltando dal vivo e...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2006/11/24/lultimo-guappo/' rel='bookmark' title='L&#8217;ultimo guappo'>L&#8217;ultimo guappo</a> <small>di Angelo Petrella L’immagine delle massime autorità cittadine e regionali...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2005/12/06/al-castello/' rel='bookmark' title='Al castello'>Al castello</a> <small> un microracconto di Elio Paoloni Il bisnonno, amministratore dei...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/11/asse-politico/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

<!-- Dynamic page generated in 1.747 seconds. -->
<!-- Cached page generated by WP-Super-Cache on 2012-02-12 20:03:46 -->
<!-- Compression = gzip -->
