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	<title>Nazione Indiana &#187; caso englaro</title>
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		<title>La Chiesa e la bioetica</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/03/16/la-chiesa-e-la-bioetica/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2009 20:28:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Vito Mancuso</strong> </p>
<p>Le gerarchie cattoliche sottolineano  spesso che i loro interventi sui temi  bioetica sono  condotti sulla base della ragione e  riguardano temi di pertinenza della ragione,  legati alla vita di ognuno,  non dei soli cristiani. Per questo,  aggiungono, tali interventi non costituiscono  un`ingerenza negli affari  dello stato laico.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/16/la-chiesa-e-la-bioetica/">La Chiesa e la bioetica</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Vito Mancuso</strong> </p>
<p>Le gerarchie cattoliche sottolineano  spesso che i loro interventi sui temi  bioetica sono  condotti sulla base della ragione e  riguardano temi di pertinenza della ragione,  legati alla vita di ognuno,  non dei soli cristiani. Per questo,  aggiungono, tali interventi non costituiscono  un`ingerenza negli affari  dello stato laico. Scrive per  esempio il recente documento Dignitas  persone che la sua affermazione  a proposito dello statuto dell`embrione  è «riconoscibile come  vera e conforme alla legge morale  naturale dalla stessa ragione» e che quindi, in quanto tale, «dovrebbe  essere alla base di ogni ordinamento giuridico».  Allo stesso modo molti politici cattolici rimarcano nei loro  interventi sulle questioni bioetiche  che parlano non in quanto cattolici ma in quanto cittadini.<span id="more-15778"></span> Va  quindi preso atto che le posizioni  cattoliche sulla bioetica, sia nel metodo  sia nel contenuto, si propongono  all`insegna della razionalità. Se questo è vero, se si tratta davvero di argomenti di ragione per i  quali «mestier non era parturir Maria»  (Purgatorio III,39), allora le posizioni della Chiesa gerarchica sulla  bioetica sono perfettamente criticabili da ogni credente. L`esercizio  della ragione è per definizione laico, non ha a che fare con l`obbedienza della fede e il principio di autorità.  Chi ragiona, convince o non convince per la forza delle argomentazioni, non per altro. Per questo  vi sono non-credenti che approvano  gli argomenti razionali delle gerarchie convinti dalla coerenza  del ragionamento, per esempio  gli atei devoti.  </p>
<p>Ma sempre per questo vi  sono credenti che, non  convinti dal ragionamento,  non approvano  tutti gli argomenti razionali delle gerarchie  in materia di bioetica. Deve  essere chiaro quindi (se davvero la   base dell`argomentazione magistrale  è la ragione) che la posizione  critica di alcuni credenti verso il magistero  bioetico è del tutto legittima.  Se la gerarchia gradisce la convergenza  degli atei devoti in base alla  sola ragione, allo stesso modo, sempre  in base alla sola ragione, deve accettare  (se non proprio gradire) la divergenza di  alcuni credenti, peraltro  non così pochi e privi di autorevolezza.  Sempre che, ovviamente, le  gerarchie non pensino che la razionalità  valga solo &#8220;fuori&#8221; dalla Chiesa  e non anche al suo interno, dove vale  invece solo l`autorità, istituendo  una specie di disciplina della doppia  verità. E sempre che le medesime gerarchie  amino davvero la razionalità  e che il richiamarsi ad essa non sia invece  un trucco tattico (come io credo  non sia).  In realtà nessuno può chiedere  obbedienza sugli argomenti di ragione  perché l`obbedienza viene da  sé, come di fronte a un risultato di  aritmetica o a una norma morale  fondamentale. </p>
<p>Per questo io penso  che agli argomenti di ragione occorrerebbe  lasciare maggiore duttilità,  visto che la ragione, da che mondo è  mondo, esercita il dubbio, soppesa i  pro e i contro, e per questo vede grigio  laddove invece altri (che non  amano la calma della ragione ma  forme più nervose di autorità) vedono  solo bianco o solo nero. Intendo  dire che proprio il richiamo alla ragione  da parte delle gerarchie cattoliche  dovrebbe indurre a una maggiore  relatività del proprio punto di  vista di fronte alla complessità dell`inizio  e della fine della vita alle prese  con le possibilità aperte dal progresso  scientifico.  La cautela è tanto più auspicabile  se si prende atto della storia. La Chiesa  dei secoli scorsi infatti non è stata  in grado di interpretare sapientemente  l`evoluzione sociale e politica  dell`occidente, finendo per condannare  pressoché tutte quelle libertà  democratiche che ora, invece, essa stessa riconosce: libertà di stampa,  libertà dì coscienza, libertà religiosa  e in genere i diritti delle democrazie liberali. Allo stesso modo, a mio avviso, le odierne posizioni della gerarchia  corrono il rischio di non capire la rivoluzione in atto a livello biologico, respinta con una serie di intransigenti  no, pericolosamente simili a quelli pronunciati in epoca preconciliare  contro le libertà democratiche. Ora io mi chiedo se tra cento anni i principi bioetici affermati oggi  con granitica sicurezza dalla Chiesa  saranno i medesimi, o se invece finiranno per essere rivisti come lo sono  stati i principi della morale sociale. Siamo sicuri che la fecondazione assistita (grazie alla quale sono venuti   al mondo fino ad oggi più di 3 milioni di bambini,  di cui centomila in ltalia) sia contraria al volere di Dio? </p>
<p>Siamo sicuri che l`uso del preservativo  (grazie al quale ci si protegge dalle malattie infettive e si evitano aborti) sia contrario al volere di Dio? Siamo sicuri che il voler morire in modo naturale senza prolungate dipendenze da macchinari, compresi sondini nasogastrici, sia contrario al volere  di Dio? E per fare due esempi concreti legati a precise persone: siamo sicuri che si sia interpretato bene il  volere di Dio negando i funerali religiosi a Piergiorgio Welby perché rifiutatosi di continuare a vivere dopo anni legato a una macchina? E siamo sicuri che si sia interpretato il volere di Dio chiamando &#8220;boia&#8221; e &#8220;assassino&#8221; il signor Englaro, salvo poi aggiungere, non so con quale dignità, di pregare per lui?  Mi chiedo se tra cento anni (e spero  anche prima) i papi difenderanno il principio di autodeterminazione  del singolo sulla propria vita biologica,  così come oggi difendono il principio di autodeterminazione del singolo  sulla propria vita di fede (la quale  peraltro per la dottrina cattolica è sempre stata più importante della vita biologica). Se si riconosce alla persona la libertà di autodeterminarsi  nel rapporto con Dio, come fa  la Chiesa cattolica a partire dal Vaticano  II, quale altro ambito si sottrae  legittimamente al principio di autodeterminazione?  </p>
<p>Non ci possono essere dubbi a mio avviso che questo principio vada esteso anche al rapporto del singolo con la sua biologia. I cattolici intransigenti che oggi parlano della libertà di autodeterminazione definendola &#8220;relativismo  cristiano&#8221; dovrebbero estendere l&#8217;accusa al Vaticano II il quale afferma  che «l`uomo può volgersi al bene  soltanto nella libertà» (Gaudium et  spes 17). La realtà è che non è possibile  nessuna adesione alla verità se  non passando per la libertà. È del tutto  chiaro per ogni credente che la libertà  non è fine a se stessa, ma all&#8217;adesione al bene e al vero; ma è altrettanto chiaro che non si può dare adesione  umana se non libera. Dalla libertà che decide non è possibile esimersi, e questo non è relativismo, ma è il cuore del giudizio morale. </p>
<p><em>pubblicato su &#8220;La Repubblica&#8221;, 9.3.2009</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/16/la-chiesa-e-la-bioetica/">La Chiesa e la bioetica</a></p>
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		<title>La materia umana</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/02/22/la-materia-umana/</link>
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		<pubDate>Sun, 22 Feb 2009 09:43:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto saviano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Sara Palombieri</strong></p>
<p>Avevo vent&#8217;anni. Ero al secondo anno di medicina, bruciavo dall&#8217;impazienza di scoprire quale sarebbe stata la mia strada, quale microcosmo specialistico m&#8217;avrebbe rapito l&#8217;interesse. Per questo vagabondavo per i reparti, alla scoperta di un mondo.<br />
La terapia Intensiva Neurologica mi metteva addosso la più insana curiosità perchè è un luogo tanto affascinante quanto proibito anche al più stretto dei parenti che deve accontentarsi di contemplare il proprio caro da un televisorino, posto in una specie di sala di regia.Ma io sono entrata lo stesso.Una volta dentro mi ha colpito subito l&#8217;odore intenso di disinfettante e il silenzio quasi religioso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/22/la-materia-umana/">La materia umana</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sara Palombieri</strong></p>
<p>Avevo vent&#8217;anni. Ero al secondo anno di medicina, bruciavo dall&#8217;impazienza di scoprire quale sarebbe stata la mia strada, quale microcosmo specialistico m&#8217;avrebbe rapito l&#8217;interesse. Per questo vagabondavo per i reparti, alla scoperta di un mondo.<br />
La terapia Intensiva Neurologica mi metteva addosso la più insana curiosità perchè è un luogo tanto affascinante quanto proibito anche al più stretto dei parenti che deve accontentarsi di contemplare il proprio caro da un televisorino, posto in una specie di sala di regia.Ma io sono entrata lo stesso.Una volta dentro mi ha colpito subito l&#8217;odore intenso di disinfettante e il silenzio quasi religioso. All&#8217;improvviso, però, la mia attenzione è stata attratta da un rumore particolare, lo stesso che si sente quando la cannuccia succhia dal bicchiere le ultime gocce di bibita, ma molto più cupo, più profondo, più umido. Dirigendomi verso la stanza di provenienza di quella colonna sonora, vi ho scoperto una persona. Era sveglia e stava sdraiata sul letto, ma con lo schienale alzato. Non aveva capelli, al loro posto solo una fitta peluria grigiognola. Era nuda nel letto, come vuole la prassi della terapia intensiva.<span id="more-14676"></span> Non c&#8217;erano quindi fiorellini rosa ad adornare il pigiama, né lunghi capelli profumosi che mi aiutassero a capire il sesso. Il lenzuolo copriva i seni che potevano rappresentare l&#8217;unico indizio.<br />
Gli parlavo, ma non c&#8217;era risposta ai miei saluti, non c&#8217;erano sguardi curiosi, né diffidenti né contenti per la mia presenza. Gli occhi si posavano su di me solo casualmente e sembravano darmi la stessa importanza che attribuivano allo scarno arredamento della stanza. Per quella persona sembravo essere trasparente, era come se all&#8217;improvviso fosse stata messa in discussione la mia stessa esistenza. Era il paziente che non mi vedeva o ero io a non esserci più?<br />
Cominciava ad assalirmi un certo strano disagio: era già qualche minuto che osservavo quella persona e non sapevo ancora dire se era un uomo o una donna, un giovane o un vecchio. All&#8217;improvviso però la voce squillante di un&#8217; infermiera, probabilmente impietosita dalla faccia dubbiosa di quell&#8217;embrione di medico che ero, mi ha salvato da quel limbo di incertezza:- Questa è Enza, ha cinquant&#8217;anni ed è disgraziatamente sopravvissuta alla rottura di un aneurisma cerebrale. Adesso è in stato vegetativo persistente.-<br />
Una donna, dunque. Una cinquantenne gravemente ammalata. Ma anche dopo questa confessione non riuscivo a provare né pena né compassione per Enza. La sensazione dominante che sentivo in quel momento era la paura. Sì, la paura, ma una paura arcaica, ancestrale, dal sapore primitivo. Il terrore che suscita lo sfocare dell&#8217;indefinito, la nebbia dell&#8217;incerto, insomma la sostanza dell&#8217;innaturale. Enza era pallidissima e smunta, aveva la testa crivellata da punti di sutura, emetteva grugniti incomprensibili e acutissimi che si mescolavano poco armoniosamente con quel suono cavernoso che m&#8217;aveva portato da lei e che altro non erano che le secrezioni che intasavano la sua tracheostomia. I suoi occhi di un azzurro chiarissimo girovagavano per la stanza senza tregua, erratici e il colore quasi trasparente dell&#8217;iride li rendeva incredibilmente inquietanti.<br />
E io provavo paura.<br />
Il mio timore non era certo una mancanza di rispetto nei confronti di persone gravemente ammalate. E&#8217; vero, la paura è un sentimento egoistico, che piega su se stessi e che poco si addice ad un luogo d&#8217;aiuto come un ospedale. Ma la mia era un&#8217;angoscia primitiva e atavica, era il disagio umano di fronte all&#8217;innaturale, all&#8217;artificiale. L&#8217;innaturale e l&#8217;artificiale dello stato vegetativo.<br />
Sono passati sei anni da quel giorno. Il mio microcosmo l&#8217;ho trovato, si chiama Anestesia e Rianimazione, una strada non molto lontana dalla Terapia Intensiva Neurologica. E nella Rianimazione che frequento per l&#8217;internato di tesi lo stato vegetativo di Enza mi si è ripresentato svariate volte, ovviamente con altri nomi, con altre storie. La maggior parte dei pazienti in stato vegetativo che ho visto in Rianimazione in questi anni sono tutti molto giovani. Molti di loro sono stati vittime di gravissimi incidenti stradali e molti di loro, ma non tutti, hanno subito interventi neurochirurgici delicati. Queste persone, prima di affondare nello stato vegetativo, erano in coma. Infatti lo stato vegetativo è uno dei possibili sbocchi del coma. Perché di coma si può morire, ci si può risvegliare oppure si può entrare nel limbo dello stato vegetativo. Alcuni riemergono da questa condizione entro poche settimane.<br />
Ma se i segni e sintomi si protraggono oltre un mese la terminologia medica parla di stato vegetativo persistente. Questo sfocerà nello stato vegetativo permanente se non ci sono miglioramenti entro i due anni. Col passare del tempo diminuiscono sempre di più le possibilità anche minime di recupero.<br />
Le sensazioni primitive che mi ha evocato Enza la prima volta si sono attenuate, mescolate alla compassione che mi imbibisce soprattutto quando genitori coraggiosi riempiono le anomine stanze dei figli con delle foto, un modo come un altro per tenerli aggrappati alla vita, quella vita che adesso sembra aver voltato loro le spalle. E&#8217; doloroso. E non ho ancora capito se c&#8217;ho fatto l&#8217;abitudine. Ma l&#8217;abitudine cos&#8217;è se non un cancro che ti mangia tutte le emozioni, belle o brutte che siano, che spegne, che rende meno umani? Ti succhia la sensibilità e ti lascia il cinismo. Ma il cinismo è una fregatura, non è un giubbotto antiproiettili, è una corazza porosa che filtra le sensazioni lasciando passare dentro quelle più velenose. Così mi capita spesso di svegliarmi all&#8217;improvviso a notte fonda col cuore che martella contro lo sterno e il fiato corto e nella mente gli occhi erratici di Enza, Daniele, Orietta , Antonio …<br />
Infatti è soprattutto lo sguardo di queste persone che ti fa perdere la pace per sempre: gli occhi sono aperti, vispi, vigili. Ma non guardano né vedono: ti trapassano. Sembra che scrutino te, ma in realtà vanno oltre. E&#8217; come se vedessero tutto un mondo intorno, che tu non puoi nemmeno immaginare.<br />
In questi anni ho imparato ad interpretare questo sguardo. Ho studiato che è una apparente vigilanza perché è vero che il paziente apre spontaneamente gli occhi e conserva il ritmo sonno-veglia, ma gli manca la coscienza di sé e dell&#8217;ambiente circostante.<br />
La coscienza, dunque. In termini medici essa è composta da due elementi fondamentali: la veglia e il contenuto composto a sua volta da memoria, orientamento, giudizio, in una parola la consapevolezza. Appare evidente che nel coma sono assenti entrambi i componenti. Nello stato vegetativo manca il contenuto solamente. Solo il contenuto, pare niente. Giudizio, memoria e orientamento sembrano quisquilie, sono invece tutto quello che siamo. Senza la consapevolezza una carezza non è altro che sterile tatto. Senza la consapevolezza la mia canzone preferita non è altro che onda sonora. Tutto, senza la consapevolezza, è solo segnale elettrico, processo neurochimico, nulla più è esperienza emozionale.<br />
E la memoria? Chi rimane imbrigliato nelle maglie delle stato vegetativo non solo ha perso tutti i suoi ricordi passati, ma non ne può acquisire di nuovi. Vive insomma in un eterno presente. Ma il presente è una manifestazione puntiforme del tempo che quando è subito non è più. E&#8217; fugace, rapido , frenetico. Questi pazienti hanno perso anche il lento dipanarsi del tempo. Vivono al di sopra del tempo stesso, sospesi in questa non vita, in questa non morte.<br />
E&#8217; vero. Alcuni permangono in questa condizione solo alcune settimane. Ma quelli in stato permanente? Dieci, quindici, vent&#8217;anni svuotati della loro sostanza, dalla loro essenza, dal significato stesso di essere persona. Cosa sarei io senza me? Che senso ha una scatola di cioccolatini senza cioccolatini?<br />
Allora mi chiedo quando una volta per tutte la medicina si interrogherà su se stessa perché certe condizioni, come lo stato vegetativo permanente, mi sembrano il frutto marcio di una scienza impazzita che si è dimenticata dell&#8217;Uomo. Mi vengono in mente a proposito le parole di Hans Jonas: Oggi viviamo in un&#8217; epoca in cui il massimo di potere tecnologico si associa al minimo di sapere intorno all&#8217;Uomo; è uno smarrimento degli scopi da cui ha avuto origine la medicina. </p>
<p>Poco tempo fa sono andata a trovare Enza nella casa di cura dove è alloggiata. Ho trovato solo ciò che rimane della Enza di sei anni fa, ho trovato una penosa imitazione di essere umano: uno scricciolo rannicchiato nel letto, pallidissimo. Le sue carni diafane hanno un aspetto burroso, soffice perché l&#8217;immobilità ha consumato tutti i suoi muscoli. Il sondino naso &#8211; gastrico mangia per lei. Enza non deglutisce nemmeno e allora deve per forza stare sdraiata su di un fianco perché in posizione supina la sua saliva la strozzerebbe . La frizione continua col cuscino ha creato callosità nelle orecchie.<br />
Questa volta non ho provato paura, ma un gran senso di claustrofobia. Enza non è solo rinchiusa da troppi anni in una stanza né solo segregata in un letto. È molto peggio: è una persona morta imprigionata nel suo corpo vivo, la prigione più piccola e malefica che esista. Il suo corpo vivo non cosciente, non consapevole, la forma peggiore di materia. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/22/la-materia-umana/">La materia umana</a></p>
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