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	<title>Nazione Indiana &#187; chiara valerio</title>
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		<title>sette opere di misericordia</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 09:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Nicola Ingenito</strong></p>
<p align="right"><em>«Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi</em> <em>avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/09/sette-opere-di-misericordia/">sette opere di misericordia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/09/sette-opere-di-misericordia/sette-opere-di-misericordia-400x266/" rel="attachment wp-att-41587"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/Sette-opere-di-misericordia-400x266.jpg" alt="" title="Sette-opere-di-misericordia-400x266" width="400" height="266" class="alignleft size-full wp-image-41587" /></a></p>
<p>di <strong>Nicola Ingenito</strong></p>
<p align="right"><em>«Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi</em> <em>avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. (&#8230;) In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l&#8217;avete fatto a me» </em></p>
<p align="right"><em>Vangelo secondo Matteo</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bisogna che inizi questa recensione con un’esortazione, mascherata da invito neanche troppo gentile: &#8220;Andate a vedere Sette opere di misericordia di Gianluca e Massimiliano De Serio. È un film straordinario!&#8221;</p>
<p>Nel “Vangelo secondo Matteo”, Cristo elenca le sette opere di misericordia corporale che ha ricevuto. Queste procurano il perdono necessario per raggiungere il Regno dei cieli. E, quindi è lo stesso Cristo a invitare tutti gli uomini a compiere le stesse opere con questi suoi piccoli fratelli di grazia. Ora, nella Torino dei nostri giorni, fra periferie degradate e ospedali di funebre pallore, Antonio, interpretato da uno straordinario Roberto Herlizka, e Luminita, una commovente Olimpia Melinte, sono gli ultimi fratelli del corpo affamato, assetato, nudo, straniero, malato, carcerato, morto. Essi sono lì, davanti ai nostri occhi, per soccorrerlo e, quindi per soccorrersi.<br />
<span id="more-41586"></span></p>
<p>Il corpo di Cristo, il soggetto del dolore e delle ingiustizie del mondo, è interpretato una volta da Antonio, un’altra da Luminitia. Questi due personaggi ai limiti della Società e del Mondo, due barbari senza eserciti, si incontrano nell’esercizio delle quotidiane pratiche di sopravvivenza e corruzione e senza raccontarsi, senza conoscere le proprie storie, si donano l’uno all’altro per vivere forse l’ultima possibilità di essere umani, di poter esercitare la grazia e la bellezza del contatto con un corpo che soffre di dolori fisici e/o spirituali.</p>
<p>Il film dei fratelli De Serio è antico, assoluto come un verso dei grandi libri anonimi e archetipici, ma è anche un film estremamente attuale: lo sguardo in soggettiva del bambino in metropolitana risveglia dentro le nostre coscienze la declinazione al proprio singolare, al proprio io della colpa di tutti.</p>
<p>“Sette opere” è un film necessario, che consiglierei di vedere a tutti gli uomini importanti delle Istituzioni, come Chiesa e Parlamento, perché riporta gli uomini, anche se dentro un generale pessimismo morale e politico, ai temi della fratellanza e della solidarietà, pur muovendosi in ambienti sordidi e lerci, in cui la grazia, però, sembra trovare la sua espressione più alta, sottile e assoluta. La grazia, vero tema di questo film, la possibilità della grazia o la piccola gioia di essere quasi salvi, come recitava la Rosselli, è una luce bianca e debole: il sole d’acqua che illumina le due assenze sui due sedili del bus che attraversa Torino.</p>
<p>P:S: Se vi ho solo affascinato rivedete pure il film e poi rileggete la recensione, di certo, capirete meglio cosa ho voluto dire. Io non sono un critico, ma ci sono un film per cui o si racconta la propria esperienza personale oppure si tace. E, in questo caso, tacere, magari, sarebbe stato meglio, ma credo sia giusto diffondere la voce.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/09/sette-opere-di-misericordia/">sette opere di misericordia</a></p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.45. Febbraio, piovono libri. A milioni.</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 09:30:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>E’ domenica, la settimana è stata faticosa, uno ha voglia di poltrire a letto e tutto andrebbe bene se, improvvisamente  la mia compagna, che è uscita sfidando il freddo, non scodellasse sul comodino il supplemento culturale del “Corriere della sera” di domenica 29 gennaio dove compare in grande evidenza un articolo di Richard Nash intitolato <em>Il libro perfetto per il lettore perfetto.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/06/carta-strampalata-n-45-febbraio-piovono-libri-a-milioni/">carta st[r]amp[al]ata n.45. Febbraio, piovono libri. A milioni.</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/06/carta-strampalata-n-45-febbraio-piovono-libri-a-milioni/452988-35521-1/" rel="attachment wp-att-41583"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/452988-35521-1.jpg" alt="" title="452988-35521-1" width="340" height="258" class="alignleft size-full wp-image-41583" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>E’ domenica, la settimana è stata faticosa, uno ha voglia di poltrire a letto e tutto andrebbe bene se, improvvisamente  la mia compagna, che è uscita sfidando il freddo, non scodellasse sul comodino il supplemento culturale del “Corriere della sera” di domenica 29 gennaio dove compare in grande evidenza un articolo di Richard Nash intitolato <em>Il libro perfetto per il lettore perfetto.</em> “Leggilo –mi dice- è pieno di dati interessanti”.</p>
<p>Il testo, alle pagine 12-13, inizia così: “Nel 1990 l’editoria statunitense ha pubblicato 25.000 titoli. Nel 2010 ne ha pubblicati 2.800.000. Mentre la popolazione è cresciuta del 25%, i libri sono aumentati del 2.120%. Questo enorme aumento non comprende gli ebook, riguarda solo i libri stampati”.<br />
<span id="more-41581"></span></p>
<p>Fin da piccolo, mi sono sempre piaciuti i numeri, le percentuali, le frazioni. Mi sembravano utilissimi per trovare la risposta a domande del tipo: “Se ieri in spiaggia avevo dieci biglie e ne ho perse due, più un’altra che si è rotta, e ogni biglia costa 50 lire, quanto dovrò chiedere alla mamma per avere 20 biglie?”. Da tempo non gioco più però mi è rimasto un sesto senso che mi dice quando i numeri stampati su un giornale o un libro sono sospetti. Nel caso dell’articolo di Nash anche le nipotine pesaresi avrebbero fatto una sonora pernacchia prima di finire di leggere il paragrafo.</p>
<p>Per esempio, è possibile che un paese dove si pubblicano 25.000 titoli passi a pubblicarne 2.800.000 nel giro di vent’anni? Cioè che l’industria editoriale americana di oggi sia oltre <em>cento volte</em> (per la precisione 112 volte) quello che era nel 1990? A me pare difficile, a lume di buon senso, ora vedremo perché. Prima di discutere di libri, ristampe, ebook e altre diavolerie vorrei però far umilmente notare al signor Nash (“un analista della transizione al digitale dell’editoria” lo definisce il “Corriere”) che se i suoi numeri di partenza sono giusti, passare da 25.000 titoli a 2.800.000 rappresenta un aumento non del 2120% bensì dell’11200%, come qualsiasi nipotino in possesso di matita e quaderno gli potrà confermare. Quindi, delle due l’una: o i titoli del 2010 <em>non </em>sono 2.800.000 ma, per esempio, il 2120% di 25.000, cioè 530.000 oppure i titoli sono davvero 2.800.000 ma rappresentano un aumento dell’11200% rispetto al dato di partenza del 1990 e allora bisogna spiegare il mistero di questa incredibile crescita.</p>
<p>Una rapida indagine in Rete (45 secondi circa) permette di scoprire che la seconda ipotesi è quella giusta: <em>in un certo senso</em> i libri pubblicati negli Stati Uniti due anni fa sono circa 2.800.000, come si può accertare <a href="http://www.bowker.com/index.php/press-releases/633-print-isnt-dead-says-bowkers-annual-book-production-report">qui</a>. Ma questa cifra cosa include? Nash implica che si tratti di libri nuovi (“10 mila nuovi titoli alla settimana sono una valanga” scrive più avanti nell’articolo) e in particolare romanzi, che “contengono tante informazioni ambigue da confondere qualsiasi metodo predittivo”. Infine, Nash conclude: “Dopo aver trascorso dieci anni a scoprire gli scrittori trascurati del XX secolo, sto ora cercando di aiutare tutti gli scrittori, pubblicati da qualsiasi editore, a farsi scoprire dai lettori” (facendo capire che sono “due milioni”).</p>
<p>Purtroppo le cose non stanno proprio così.</p>
<p>I 2.800.000 titoli citati da Nash esistono realmente ma non sono affatto “nuovi” libri se non nel senso che, appena usciti dalla legatoria, hanno un buon odore di carta, inchiostro e colla. Come scrive l’autorità mondiale nel campo del mercato librario americano, si tratta prevalentemente di libri “print on-demand” prodotti da aziende specializzate in titoli per i quali il copyright è scaduto. Quindi si pubblica un sacco di Shakespeare, Harriet Beecher Stowe, Dante e Platone in piccolissime tirature perché non ci sono avidi eredi da soddisfare e occhiuti avvocati  pronti a chiedere il pagamento dei diritti d’autore. Il fatto che si ripubblichino <em>Amleto</em> e la <em>Divina Commedia</em> o <em>La capanna dello zio Tom </em>fa certamente piacere, ma di lì a sostenere che il mercato editoriale è cresciuto dell’11200% in vent’anni ce ne corre.</p>
<p>Come scrive il sito Bowker.com, “These books, marketed almost exclusively on the web, are largely on-demand titles produced by reprint houses specializing in public domain works and by presses catering to self-publishers”. Traduzione: quando non si tratta di testi del passato molto passato, i titoli sono quelli stampati dalle cosiddette <em>vanity presses</em>, cioè tipografie mascherate da case editrici che stampano 300 copie delle poesie adolescenziali del signor Smith per permettergli di presentarsi come “poeta” ai cocktail della sua città. Magari ci sono anche i trattati di fisica che dimostrano come Einstein avesse torto, i romanzi erotici scritti da presidi in pensione e altri simili capolavori. Se non vado errato, Umberto Eco scrisse circa 40 anni fa (ovvero assai prima di Internet, dello Web 2, delle piattaforme di condivisione on line ecc.) della “editoria della quarta dimensione”, cioè di quei prodotti che non avevano i requisiti minimi di professionalità per stare sul mercato editoriale normale ma trovavano una loro circolazione sotterranea tra i familiari, gli amici e i sodali dei maestri di montagna, dei farmacisti di paese e dei commercialisti con velleità letterarie.</p>
<p>Ecco, adesso abbiamo la nuova editoria della quarta dimensione, che viene pudicamente definita “non-traditional sector” e rappresenta circa il 90% dei libri pubblicati, (per la precisione 2.776.260 contro i 316.480 dell’editoria tradizionale). Come si diceva, il “non-traditional sector” è composto prevalentemente da ristampe di opere fuori diritti e ciò che rimane non sono “nuovi scrittori” in attesa di essere scoperti (visto che le grandi case editrici sarebbero ben felici di accaparrarsi l’autore del prossimo bestseller) bensì i dilettanti allo sbaraglio che nessuno pubblicherebbe se non sborsassero di tasca loro i soldi necessari alle microtirature da inviare a parenti e amici. La differenza rispetto a 40 anni fa è soltanto che il volume di spazzatura è aumentato di oltre cento volte.</p>
<p>E’ comprensibile che Nash, che cerca di vendere i servizi della sua società Small Demons, inventi attraenti favolette per dare l’impressione al lettore che<em> proprio</em> <em>lui</em> potrebbe essere il prossimo scrittore scoperto da milioni di entusiasti della letteratura <em>underground</em> ma non necessariamente il “Corriere” ha interesse a stampare i numeri in libertà dell’intraprendente americano.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/06/carta-strampalata-n-45-febbraio-piovono-libri-a-milioni/">carta st[r]amp[al]ata n.45. Febbraio, piovono libri. A milioni.</a></p>
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		<title>poso la testa sopra i tuoi ginocchi</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 16:06:51 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Ventitrè anni, e una vita intera,/che ti perdo, Giovanni, e che ti trovo/Tutti questi anni, ci ho messo, Giovanni,/per non mancarti ogni volta di nuovo.</em> La poesia somiglia spesso, e forse anche per una mera abitudine grafica, a una preghiera, a qualcosa che può essere recitato per ottenere qualcos’altro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/poso-la-testa-sopra-i-tuoi-ginocchi/">poso la testa sopra i tuoi ginocchi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/poso-la-testa-sopra-i-tuoi-ginocchi/bkgmenu/" rel="attachment wp-att-41597"><img class="alignleft size-medium wp-image-41597" style="margin: 8px;" title="bkgMenu" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/bkgMenu-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Ventitrè anni, e una vita intera,/che ti perdo, Giovanni, e che ti trovo/Tutti questi anni, ci ho messo, Giovanni,/per non mancarti ogni volta di nuovo.</em> La poesia somiglia spesso, e forse anche per una mera abitudine grafica, a una preghiera, a qualcosa che può essere recitato per ottenere qualcos’altro. La poesia, come la preghiera, tiene strette nei versi – anche se sciolti – le richieste, le invocazioni, le bestemmie e le lamentazioni, i desiderata. Quello che voglio, quello che chiedo, quello che odio, quello che amo. La preghiera, come la poesia, richiede esattezza. <em>Signore, compilo intero il miracolo/ oh non lasciare le cose a metà.</em> Così, aprendo <strong><em>Libro delle Laudi</em></strong> (Einaudi, 2012) di <strong>Patrizia Valduga</strong>, non ci si meraviglia affatto che le laudi del titolo siano tutto questo, solo che, in mezzo al generale astratto dei comportamenti di ognuno, Valduga inserisce – ritornello, mantra e punteggiatura – il nome Giovanni.<br />
<span id="more-41596"></span><br />
Il suo Giovanni, il mio, il tuo, un Giovanni qualsiasi di qualcuno altrettanto. Perché nella specificità, pure biografica, della ricorrenza di questo nome proprio, Valduga riscrive la sua personale versione del mito di Admeto e Alcesti. Di un amore che non può essere moneta di scambio – in vita, ma nemmeno in morte – e che dunque cresce e persevera nell’inadeguatezza sua e degli amanti. Inadeguatezza che è tutto, che fa sì che quando l’amato c’è si possa pure stare da soli, ma quando l’amato non c’è, allora niente è possibile e nulla esiste. I nomi propri, d’altronde, sono in sé stessi, preghiera, e poesia. Esatti. <em>Per lui, di tutti gli uomini il migliore,/prendi tutta la mia vita, signore./</em></p>
<p><em>Libro delle laudi </em>è un trittico, il primo pannello è datato “Luglio-Agosto 2004”, l’ultimo “Natale 2010”. In sei anni, i versi di Valduga, hanno cambiato soggetto d’invocazione, dal <em>Signore </em>delle prime liriche al <em>Giovanni</em> dell’ultimo pannello, non più una entità trascendente, un nome comune, un titolo, ma definitivamente un nome proprio, al quale Valduga confessa di non saper più con chi parlare. E se nel primo pannello l’invocazione era alla carità e alla dolcezza e alla comprensione e alla sospensione del dolore, nell’ultimo l’invocazione è all’assenza che ha portato via qualsiasi possibilità di carità, di dolcezza, di comprensione e di sospensione del dolore.</p>
<p>Quello di Valduga è un processo inverso alla transustanziazione, non il pane e il vino che si fanno corpo di Cristo, ma il corpo di Cristo che diventa pane e vino. E Giovanni. Tra i due pannelli, come in <em>Al Faro</em> di Woolf, c’è il tempo che è passato e che ha reso il corpo solo il ricordo di un altro giorno <em>e amare e non potermi abbandonare,/fare l’amore e non poter godere…</em> Come in <em>Al Faro</em>, l’equatore della possessione è all’altezza delle ginocchia (…) <em>perché non era la conoscenza che Lily Briscoe desiderava, ma l’unità pensò poggiando la testa sulle ginocchia della signora Ramsay</em> e <em>Poso la testa sopra i tuoi ginocchi…/Sto bene… Ce la faccio, anima cara…/</em></p>
<p>Tant’è che come è scritto nella nota, i versi di Patrizia Valduga e di Giovanni Raboni, più che intrecciati, sono <em>accavallati</em>. <em>E la notte si fa e si disfà,/e siamo fatti entrambi senza età:/ha funzionato meglio dell’analisi/il marchingegno della tua pietà.</em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/poso-la-testa-sopra-i-tuoi-ginocchi/978880621016gra/" rel="attachment wp-att-41598"><img class="size-medium wp-image-41598" title="978880621016GRA" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/978880621016GRA-173x300.jpg" alt="" width="173" height="300" /></a><br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>P. Valduga, <em>Libro delle laudi</em>, Einaudi (2012), pp. 64, 8,50 euro.</strong></p>
<p><span style="color: #800000;">[il dipinto in apice è di <a href="http://www.dinovalls.com/"><span style="color: #800000;">Dino Valls</span></a>]</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/poso-la-testa-sopra-i-tuoi-ginocchi/">poso la testa sopra i tuoi ginocchi</a></p>
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		<title>Irpinia tumefatta</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 09:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/28/41461/latouche_disegno/" rel="attachment wp-att-41462"></a>di <strong>Franco Arminio</strong></p>
<p>Caro Latouche,</p>
<p>quando ero bambino aspettavo con ansia la neve. Ero, come tutti i bambini, desideroso di non andare a scuola. Il mio maestro non era un tipo mite, ma a quei tempi era normale che un maestro maltrattasse i suoi allievi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/28/41461/">Irpinia tumefatta</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/28/41461/latouche_disegno/" rel="attachment wp-att-41462"><img class="alignleft  wp-image-41462" title="latouche_disegno" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/latouche_disegno-300x291.jpg" alt="" width="300" height="291" /></a>di <strong>Franco Arminio</strong></p>
<p>Caro Latouche,</p>
<p>quando ero bambino aspettavo con ansia la neve. Ero, come tutti i bambini, desideroso di non andare a scuola. Il mio maestro non era un tipo mite, ma a quei tempi era normale che un maestro maltrattasse i suoi allievi. E allora la neve era una delle poche speranze che avevo, oltre alle malattie, per non andare a scuola. Quando nevicava c’era un altro motivo per cui ero contento. La neve bloccava quel poco di vita motorizzata che c’era nel paese. Mi piaceva che la vita si fermasse, perfino il fatto che andava via la corrente mi dava una certa esultanza, perché con la corrente andava via la modernità. Niente televisione, ma chiacchiere e partite a carte davanti al fuoco.<br />
<span id="more-41461"></span><br />
Erano gli anni sessanta. L’Irpinia cominciava a crescere, era una crescita lenta, che non cambiava l’aria dei luoghi. Le cose nuove, le cose moderne, si sistemavano prendendosi solo una parte della scena. Poteva essere la carta da parati, potevano essere i termosifoni o anche solo il cestino di plastica sulla tavola, comunque era un addobbo superficiale, il paese come focolare e grembo di tutti rimaneva ben vivo.</p>
<p>Poi arrivò il terremoto e la ricostruzione. Qui l’idea della crescita fu quanto mai nefasta. La rottamazione del mondo contadino divenne sempre più veloce e il cesto delle comunità cominciò a perdere molti fili. Lo sviluppismo portò a immaginare piani urbanistici assolutamente sovradimensionati. E il risultato adesso è sotto gli occhi di tutti: ci sono più case che abitanti. E quei pochi che sono rimasti abitano per lo più nelle periferie. I paesi hanno il buco al centro. Da qui la sensazione di vuoto che danno a chi li attraversa e a chi li abita, il loro rianimarsi solo nel mese di agosto o quando c’è qualche funerale. Siamo passati dallo sviluppismo alla desolazione. E i dirigenti politici di allora, che curiosamente sono in gran parte anche quelli di adesso, appaiono come sigillati nelle loro fumose manfrine, tesi a preservare poteri e privilegi.</p>
<p>L’Irpinia di oggi si presenta tumefatta, ammaccata dalla modernizzazione incivile, ma è un luogo molto interessante, perché qui più che altrove si sta provando a dire e a fare qualcosa di diverso. La tua analisi dei guasti prodotti dallo sviluppismo qui trova una palese conferma, ma anche i tuoi ragionamenti sulla necessità di trovare un’altra strada, qui possono trovare un terreno propizio. Magari del mio lavoro parlerò durante la pubblica conversazione che faremo domani. Ora mi preme farti cenno al fatto che a dispetto di tanti sfregi, l’Irpinia è ancora una provincia bellissima. La sua bellezza non è fatta di luoghi famosi e pezzi firmati. Bisogna andarsela a cercare, è una bellezza diffusa sopratutto sui bordi e nelle zone più alte. Penso che ti possa dare belle suggestioni fare un giro in posti come Montefusco, Montaguto, Trevico, Senerchia, Monteverde, Cairano. Proprio in quest’ultimo paese abbiamo fatto per due anni un festival di arti e di pensieri adiacenti all’idea della decrescita. L’Irpinia ha sempre avuto un’economia fragile. E forse questa fragilità ha sempre tenuto viva una certa predisposizione al pensiero. E da questo umore pensoso nascono pericoli e opportunità. Da una parte l’accidia, la maldicenza, e altri prodotti tipici della mentalità provinciale, dall’altra una vena utopica che porta a concepire quello che manca come una risorsa. E allora a Cairano parlavamo di museo dell’aria. E sull’altopiano del Formicoso ci siamo opposti tenacemente a chi voleva esportare i rifiuti in una terra considerata vuota.</p>
<p>Insomma, caro Latouche,<br />
qui ci può essere una significativa ricaduta locale del tuo pensiero.<br />
A questo proposito mi piacerebbe che tornassi in Irpinia per mostrarti quanto sono pieni i nostri vuoti.</p>
<p>Nei prossimi mesi nell’ambito del parco letterario dedicato al grande irpino Francesco De Sanctis, ci saranno una serie di incontri con pensatori ed artisti molto vicini alla tua sensibilità e in generale molto attenti ai luoghi. Non a caso il primo incontro sarà col geografo Franco Farinelli. Mi piacerebbe che l’ultimo incontro fosse con te. Sarebbe incoraggiante che questo tuo primo passaggio irpino ti convincesse a impiantare qui una sorta di laboratorio della decrescita. Non siamo stati bravi a seguire le sirene dello sviluppo, sicuramente saremo meno zoppicanti su una strada in cui si sta bene o si sta male tutti assieme e non ognuno per conto suo.</p>
<p>Io non sono un esperto di economia. La mia critica alla modernità si basa sul malessere che sento in me e che vedo in giro. La dittatura dell’economia mi pare abbia portato a una sorta di autismo corale. Prima era come se la vita di ognuno uscisse da un fondo comune. Adesso questo fondo si è molto assottigliato. Mi viene da pensare a uno zoccolo di luce, consumato dal buio delle infinite transazioni quotidiane per curare i nostri interessi personali. Molti sono riusciti ad affrancarsi dalle miserie materiali anche di un recente passato, ma per tutti adesso c’è lo zoccolo della miseria spirituale. Come se la vita di ognuno, anche quella più ricca, fosse comunque impoverita dallo squallore di fondo in cui girano le cose.<br />
La mia adesione alla decrescita è emotiva prima che intellettuale. Sento la necessità di restare qui, ma di restare contribuendo a inventare nuove comunità. Io le chiamo comunità provvisorie. E con questa espressione penso alla certezza dei danni che il modello capitalista arreca al pianeta e alle persone che ancora possiamo dire umane. Non altrettanta chiarezza c’è sull’alternativa. Forse ci vuole che maturi proprio un’altra percezione, un’altra idea del nostro stare al mondo. E forse il fallimento del comunismo è stato dovuto al fatto che non era poi un modello veramente alternativo al capitalismo. In attesa che arrivi un nuovo umanesimo, che a me piace immaginare possa venire da posti come questo, forse si possono tracciare strade provvisorie, strade che non sono dirette verso il sol dell’avvenire, ma che permettano almeno di farci un poco meglio compagnia.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/28/41461/">Irpinia tumefatta</a></p>
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		<title>Sul concetto di Volto nel figlio di Dio</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 11:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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<p>di <strong>Massimo Marino</strong>, <strong>Oliviero Ponte di Pino</strong> e <strong>Attilio Scarpellini</strong></p>
<p>Lo spettacolo di Castellucci deve andare in scena. <strong>Un appello</strong></p>
<p>I “se” e i “ma” su uno spettacolo o su un’opera d’arte sono materia del dibattito critico o delle sempre legittime reazioni del pubblico.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/23/sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio/">Sul concetto di Volto nel figlio di Dio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/23/sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio/romeo-castellucci-sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio-ph-klaus-lefebvre/" rel="attachment wp-att-41460"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/romeo-castellucci-sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio-ph-klaus-lefebvre-197x300.jpg" alt="" title="romeo-castellucci-sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio-ph-klaus-lefebvre" width="297" height="400" class="aligncenter size-medium wp-image-41460" /></a></p>
<p>di <strong>Massimo Marino</strong>, <strong>Oliviero Ponte di Pino</strong> e <strong>Attilio Scarpellini</strong></p>
<p>Lo spettacolo di Castellucci deve andare in scena. <strong>Un appello</strong></p>
<p>I “se” e i “ma” su uno spettacolo o su un’opera d’arte sono materia del dibattito critico o delle sempre legittime reazioni del pubblico. Ma quando la censura preventiva prende il posto del dissenso e diviene intimidazione, non è più questione di questa o quella interpretazione, è la libertà stessa di interpretare che viene messa in pericolo. E’ quanto sta accadendo con lo spettacolo di Romeo Castellucci “Sul concetto di Volto nel figlio di Dio” in programmazione al Teatro Franco Parenti di Milano: un’orchestrata campagna di minacce e di anatemi lo ha preceduto nel tentativo, sfacciatamente dichiarato, di non farlo andare in scena. Di fronte allo sconfortante avanspettacolo dell’intolleranza che si traveste da diritto di critica e dell’intimidazione che si richiama alla libertà di parola, pensiamo di non potere e di non dovere restare indifferenti. Tanto meno indifferenti nel momento in cui l’offensiva integralista contro lo spettacolo ha rivelato la sua vera natura investendo la persona della direttrice del Franco Parenti André Ruth Shammah  con le espressioni dell’antisemitismo più classico ed abietto.  Non si tratta di scegliere tra chi dice di aver scritto il suo spettacolo come una preghiera e chi, senza averlo visto, lo accusa di essere blasfemo (due cose che in molte opere d’arte del novecento si sono spesso confuse senza che questo generasse guerre di religione). Si tratta semplicemente di garantire a Romeo Castellucci la prima ed essenziale libertà di ogni arte e di ogni artista: quella di essere compreso o frainteso con cognizione di causa, di essere giudicato secondo la sua opera e non secondo il pregiudizio di un manipolo di fondamentalisti che agita la fede in Cristo come una clava identitaria. Chiediamo ai cittadini, agli intellettuali, agli artisti e a chiunque consideri la libertà dell’espressione artistica un cardine irrinunciabile della nostra esistenza civile, di non lasciare Romeo Castellucci e la sua opera nel cerchio di solitudine che l’alleanza tra il fanatismo di pochi e la reticenza di molti rischia di creargli attorno. “Sul concetto di Volto nel figlio di Dio” deve andare in scena.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/23/sul-concetto-di-volto-nel-figlio-di-dio/">Sul concetto di Volto nel figlio di Dio</a></p>
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		<title>il principe è morto cantando</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 08:30:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/19/il-principe-e-morto-cantando/giuseppearcimboldo-vertumnus_rudolfii/" rel="attachment wp-att-41328"></a></p>
<p>di <strong>Andrea Caterini</strong></p>
<p>Ho sempre pensato che la critica fosse a modo suo un’irrimediabile autobiografia. Penso anzi che il critico letterario sia inguaribilmente malato di autobiografia, poiché non essendo in grado di parlare di sé sa che il solo modo per farlo è tentare di leggere, quindi conoscere, e successivamente scrivere di quei libri che il sé glielo svelano di volta in volta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/19/il-principe-e-morto-cantando/">il principe è morto cantando</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/19/il-principe-e-morto-cantando/giuseppearcimboldo-vertumnus_rudolfii/" rel="attachment wp-att-41328"><img class="alignnone size-medium wp-image-41328" title="Giuseppe+Arcimboldo+-+Vertumnus_+Rudolf+II" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Giuseppe+Arcimboldo+-+Vertumnus_+Rudolf+II-241x300.jpg" alt="" width="241" height="300" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Caterini</strong></p>
<p>Ho sempre pensato che la critica fosse a modo suo un’irrimediabile autobiografia. Penso anzi che il critico letterario sia inguaribilmente malato di autobiografia, poiché non essendo in grado di parlare di sé sa che il solo modo per farlo è tentare di leggere, quindi conoscere, e successivamente scrivere di quei libri che il sé glielo svelano di volta in volta. Questo non significa che il critico sia una personalità più complessa dello scrittore primario (quello cosiddetto d’invenzione) – tutt’altro; è perlopiù una persona impacciata, poco abile nell’esprimere ciò che di sé più lo farebbe esporre al mondo – per questo parla di altri e attraverso altri. È costretto a raccogliere l’espressione altrui e farla propria; meglio, si serve di altre espressioni per capire la sua, quindi per capire cosa e chi è. È certamente una questione mimetica, ma sarebbe meglio dire che si tratta d’un vero e proprio nascondimento. Non so, parlo attraverso la mia esperienza, ma non credo sia così distante dalle motivazioni che spingono ogni critico a fare quello che fa – nonostante la mia esperienza abbia così poca storia, a dire la verità.</p>
<p><span id="more-41326"></span><br />
Lo dico solo tra parentesi, con spirito di divagazione e senza difendere la legittimità di una generazione di stare al mondo ed esprimersi; legittimità che del resto non può concedergli nessuno (come sembrano pensare alcuni) fuorché una legge inconoscibile e primordiale che appartiene alla natura delle cose. La mia generazione (quella dei nati tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta) è sospesa a quel bilico che se da una parte si vede finalmente svincolata da quegli ideologismi che avrebbero potuto schiacciare la sua libertà espressiva, dall’altra fa più fatica a trovare i suoi maestri, i suoi padri, poiché questi, troppo spesso delusi dal fallimento di quelle stesse ideologie, hanno deliberatamente estromesso ogni possibilità di parentela con le generazioni future. Chiudo qui la parentesi. Se parlo di malattia autobiografica, non intendo un disinteressamento dello scrittore subordinato (il critico letterario appunto) alla vita degli altri, anche a quella del personaggio di un romanzo. Dico che proprio l’incapacità a saper esprimere la propria vita attraverso la vita di qualcun altro (un personaggio immaginario che non è meno reale di un individuo in carne e ossa) è l’ossessione principale di ogni critico. Cosa vuole scoprire lo scrittore subordinato quando fa le pulci ai libri e alle vite degli altri se non il modo migliore di mimetizzarsi in esse, farsene carico, accoglierne il destino, ammettere che quelle vite appartengono in fondo alla sua per una legge per così dire ance- strale, come se la natura consegnasse ad alcuni la capacità di inventare vite diverse dalla propria e ad altri quella di farsi carico della vita altrui per capire la propria? L’autobiografia quindi, non come scelta di una forma o di un genere, ma come ineludibile vizio individuale. Il critico fa autobiografia perché non sa inventare altre vite all’infuori della sua.</p>
<p>Questo mi sembra il punto di partenza che più efficacemente pone le basi di ogni successiva discussione intorno alla critica e alla sua necessità; prima ancora insomma, di invocare tutti i modelli e i valori che ha perduto. È successo proprio qualche tempo fa (aprile 2010) sulle pagine del «Corriere della Sera» per iniziativa di Franco Cordelli, che dalla lettura di un libro di Giulio Ferroni (Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero), face- va notare come la sua generazione di intellettuali – nativi dei Quaranta –, formatasi sotto le stelle polari di Adorno e Benjamin, non possa più servirsi di quei modelli per analizzare libri contemporanei e quindi attraverso loro capire il mondo, la realtà, perché questo è il tempo in cui tutto è eccesso e pure i giudizi non appartengono più ai singoli individui ma a tribù (siano esse di scrittori o di semplici individui). essendo nato e cresciuto in un tempo nel quale le ideologie si erano già incenerite sotto la brace della storia, sono portato a credere che questa assenza sia pure un’occasione di vitalità da sfruttare al meglio. Se dunque non esistono più metodi dettati da un pensiero ideologico sulla realtà, perché non sfruttare la propria singolarità – che a suo modo costituisce a sua volta un altro metodo –, che è in ultimo il dettato della verità di noi stessi (e sotto questo aspetto un lavoro critico ha davvero lo stesso valore umano di un lavoro primario e solo così un giudizio può davvero influenzare ed essere determinante per la vita altrui, proprio perché nato da una necessità e un desiderio di relazione e di scontro con l’altro e la realtà – mettendo pure in pericolo ciò che credevamo d’essere, in nome di un bene più grande; dico proprio la fedeltà a noi stessi, a ciò che abbiamo visto e sappiamo essere vero e inderogabile). Il maggior difetto dei libri di critica contemporanea è dovuto al fatto che non si lasciano leggere più con lo stesso interesse di un romanzo o di una raccolta poetica: sono perlopiù noiosi.</p>
<p>Questo è potuto avvenire però, proprio per quell’inconsapevolezza di fondo, per quella rimozione autobiografica, che se da un lato è scaturita proprio da quel troppo seguire ideologie confezionate e pronte a farsi metodo, dall’altro quello stesso metodo ha schiacciato quel desiderio, quel bisogno primordiale e unico di attraversamento dell’opera che è per il critico la naturale, ma pure fortemente immaginata – e quindi assolutamente reale e vissuta – ricerca d’espressione del sé. Ma è vero pure che dai metodi preconfezionati ci si può far schiacciare e imprigionare solo nel momento in cui, per invidia si direbbe, si vuole spaccia- re quella che è un’incapacità creativa (appunto quella di non saper inventare vite fuori dalla propria) per una scelta di genere. È lì che la critica diventa noiosa e inefficace; lì che ha davvero scelto di non farsi più leggere con interesse perché non più rive- latrice di una unicità, ma sterile punto di vista, che per quanto intelligente e approfondito, non muove di un millimetro la sensibilità del lettore.</p>
<p>Mario Praz scrisse in una lettera a T.S. Eliot, che gli chiedeva consigli per un libro di saggi che stava preparando, che alla fine di tutto non erano tanto gli studi sugli scrittori seicenteschi inglesi a interessargli, quanto piuttosto la “storia della sua mente” – proprio quella di Eliot – che attraverso quel libro ne sarebbe uscita fuori. Enzo Siciliano, nei suoi diari (Diario italiano 1997- 2006) commentava quella lettera scrivendo che «La mente è cosa più ricca, ferita, ricettiva, creativa, che non l’hortus conclusus, simbolo di puro gioco in difesa [...]». Certo, se Praz scrive quella frase lo fa pensando solo alla mente di eliot e a quella di nes- sun altro. ma sarebbe possibile prenderla in prestito come modello della nostra indagine? Perché in quella affermazione di Praz, appunto la critica come «storia della mente» dell’autore che è chiamato a giudicare e a discernere, è già contenuta una dichiarazione che non riguarda solo gli intenti di uno specifico lavoro critico, quanto piuttosto la consapevolezza che non può esistere critica letteraria che non sia la storia – e quindi la vita in tutta la sua complessità immaginifica ed espressiva – del critico stesso.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/19/il-principe-e-morto-cantando/cover_caterini/" rel="attachment wp-att-41331"><img class="alignnone size-medium wp-image-41331" title="cover_caterini" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/cover_caterini-216x300.jpg" alt="" width="216" height="300" /></a><br />
<strong><br />
A. Caterini, <em>Il principe è morto cantando. Una autobiografia letteraria attraverso l&#8217;analisi critica del personaggio</em>, Gaffi (2011), pp. 141, 11 euro.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/19/il-principe-e-morto-cantando/">il principe è morto cantando</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>caro sindaco, parliamo di biblioteche</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 13:30:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>(Di seguito due pezzi usciti rispettivamente a mia firma su <em>l&#8217;Unità</em> e a firma di Christian Raimo su <em>Il Manifesto</em> riguardo la questione biblioteche, diffusione della cultura ed enti locali. Lo spunto è stato il libro pubblicato nel dicembre scorso da Antonella Agnoli per Editrice Bibliografica)</p>
<p>di Chiara Valerio e Christian Raimo</p>
<p>#1 (Chiara Valerio)</p>
<p>“La biblioteca è un servizio di base, trasversale, che offre qualcosa a tutte le categorie di cittadini: vecchi e giovani, professionisti e disoccupati, casalinghe e immigrati.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/16/caro-sindaco-parliamo-di-biblioteche/">caro sindaco, parliamo di biblioteche</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/16/caro-sindaco-parliamo-di-biblioteche/idea-store-2/" rel="attachment wp-att-41339"><img class="aligncenter size-full wp-image-41339" title="idea store 2" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/idea-store-2.jpg" alt="" width="363" height="314" /></a></p>
<p><span style="color: #800000;">(Di seguito due pezzi usciti rispettivamente a mia firma su <em>l&#8217;Unità</em> e a firma di Christian Raimo su <em>Il Manifesto</em> riguardo la questione biblioteche, diffusione della cultura ed enti locali. Lo spunto è stato il libro pubblicato nel dicembre scorso da Antonella Agnoli per Editrice Bibliografica)</span></p>
<p>di Chiara Valerio e Christian Raimo</p>
<p>#1 (Chiara Valerio)</p>
<p>“La biblioteca è un servizio di base, trasversale, che offre qualcosa a tutte le categorie di cittadini: vecchi e giovani, professionisti e disoccupati, casalinghe e immigrati. Copre un arco di interessi vastissimo e quindi è un sostegno vitale anche per altre strutture culturali come i musei, i teatri, i cinema. Occorre promuovere il coordinamento e l’integrazione fra tutti questi servizi.” <strong><em>Caro sindaco, parliamo di biblioteche</em></strong> (Editrice Bibliografica, 2011) è un altro tassello che Antonella Agnoli, bibliotecaria et alia in un paese in cui (quasi) nessuno legge, sottrae al muraglione ideologico che sta intorno all’idea di cultura, di intellettuale e di privilegio culturale e che è il principale fortilizio che soffoca la mobilità tra le classi sociali nel nostro paese. Ed è quindi un altro tassello aggiunto al concetto di democrazia. Se ne <strong><em>Le piazze del sapere. <span id="more-41336"></span> Biblioteche e libertà</em></strong> (Laterza, 2009), Agnoli ha scritto che prima di fare cultura è necessario fare alfabetizzazione – e che entrare in una biblioteca in Italia significa, invece e troppo spesso, essere costretti a valutare la situazione sociale nella quale ci si trova, in base all’esperienza in altri ambienti pubblici e all’arredamento e che dunque “occorre pochissimo tempo a un potenziale lettore per capire, grazie a una quantità di indizi, quale sarà il suo posto all’interno dell’istituzione e valutare se rischia di rendersi ridicolo o di perdere la faccia” –, in questo pamphlet si rivolge direttamente alle amministrazioni locali per spiegare e dimostrare come, anche in tempo di crisi, sia possibile e pure necessario investire nelle biblioteche di pubblica lettura. Perché dire alle persone i libri che devono leggere è ideologia, lasciare che leggano e basta è democrazia. E quindi possibilità di evoluzione ancora prima che di rivoluzione. Le biblioteche di pubblica lettura, al contrario delle biblioteche di conservazione – che pure “sono state sempre un oggetto di valore collocato nelle nostra città come un vaso cinese in salotto, che potrebbe esserci oppure non esserci” – dal 1972 sono una responsabilità degli enti locali e spesso sono vissute come un “optional affidato alla buona volontà e alla lungimiranza della singola amministrazione” e non come la risorsa energetica che sono. “Nella crisi, la biblioteca è un’ancora di salvezza per i ceti più deboli, i giovani che non riescono a trovare un lavoro, i bambini che hanno bisogno di crescere in un ambiente stimolante e di fare esperienze culturali che in famiglia non potrebbero avere”. Tuttavia per essere davvero una risorsa energetica la cultura – continua Agnoli – ha bisogno di una società che pensa e che ama pensare. Tutto il lavoro saggistico, e tutto il lavoro che Antonella Agnoli ha fatto e fa sul territorio – la direzione della biblioteca di Spinea (Venezia), l’ideazione della Biblioteca San Giovanni di Pesaro, il capillare giro di presentazioni de <em>Le piazze del sapere </em>in ogni minimo comune, biblioteca, circolo di lettura, presidio del libro italiano, scuole – gira intorno al concetto che il libero accesso ai libri è condizione necessaria e sufficiente alla salute, al mantenimento e all’adattamento, in epoca di accelerazione e manipolazione dell’informazione, del concetto di democrazia e della democrazia in sé. “Non si riflette abbastanza sul paradosso di un pianeta dove l’informazione è (relativamente) alla portata di tutti mentre l’impoverimento culturale della vita collettiva è palese”. Antonella Agnoli, come tutti coloro che sono padroni di un’ortodossia, è una vera eretica, le sue proposte per le biblioteche di pubblica lettura in tempo di crisi spaziano dalla possibilità di usare i locali delle biblioteche – di conservazione e di pubblica lettura – per matrimoni, feste di compleanno, mercatini di libri usati, come location per pubblicità, tutte proposte che rappresentano la reale possibilità di aprire un luogo considerato storicamente per studiosi, studenti, curiosi e intellettuali, a tutti. La sopravvivenza di una biblioteca garantisce – e leggendo Agnoli si esclama “è vero!” – la possibilità, a chi non può consentirselo per ragioni economiche o di lingua, di accedere alla rete, alla modulistica per bollette, pensione, alla possibilità di compilare un curriculum vitae. “Come i sindaci di un secolo fa non avevano dubbi sulla necessità di realizzare le foglie e di portare l’acquedotto nei loro comuni, così oggi si deve guardare alle connessioni a banda larga come a un diritto basilare dei cittadini, un <em>bene comune</em> importante quanto l’acqua”. La biblioteca, è insomma un luogo di confronto, discussione, alfabetizzazione e cultura. “La perdita dell’abitudine a ritrovarsi e confrontarsi in piazza, al bar, dal parrucchiere è uno dei molti motivi che rendono la nostra democrazia un guscio vuoto”.</p>
<p><strong>Odio la parola vocazione, tuttavia mi pare che per lei la diffusione della cultura somigli abbastanza a una vocazione… sono stati la scuola, l’università, i libri, le persone?</strong></p>
<p>Se sono quello che sono lo devo alla politica, non certo alla scuola. Non so bene chi mi abbia insegnato a leggere e scrivere, ma sono sicura che dai 14 ai 18 anni l’unica cosa che mi interessava era andare a ballare. Se dicessi che la cultura è stata per me una vocazione fin dall’infanzia penso che finirei nell’ultimo girone dell’inferno dantesco: dopo la maturità sono andata a Roma e invece che fare l’università frequentavo giovani artisti e la cellula di Potere Operaio (prima che fosse messo fuori legge). L’università, ripresa più volte, non l’ho mai finita, c’era sempre qualche cosa di più importante da fare. Penso che negli anni Settanta  il PCI sia stato l’università di un’intera generazione.</p>
<div>
<p><strong>Perché ha deciso di lavorare su, con e per le biblioteche?</strong></p>
<p>La biblioteca l’ho scoperta quando me ne hanno data una da fondare: prima non ci ero mai entrata. Avevo fatto la campagna per il referendum sul divorzio, e poi quello sull’aborto e così avevo conosciuto il sindaco di Spinea, una città-dormitorio alla periferia di Venezia. Non sapevo nulla, ma a me piace fare cose nuove, organizzare luoghi e attività dove le persone possano stare insieme quindi ho iniziato dalla biblioteca per bambini, scommettendo che i genitori che accompagnavano i figli si sarebbero prima o poi accorti che era un posto piacevole anche per loro. Ho cercato di raggiungere le giovani coppie con figli, comprato i libri di Munari e sperato che funzionasse. Ha funzionato. Quando me ne sono andata, nel 2000, era passato in biblioteca il 50% di cittadini.</p>
</div>
<p><strong>#2</strong> (Christian Raimo)</p>
<p>Antonella Agnoli ha scritto un libretto semplice e bellissimo. S&#8217;intitola <em>Caro sindaco, parliamo di biblioteche</em>, l&#8217;ha pubblicato l&#8217;Editrice Bibliografica (in una collana d&#8217;introduzione alle biblioteche che comprende altri titoli utilissimi), costa dodici euro, è lungo un centinaio di cartelle non di più. È un libro-manifesto: puntuale nelle sue rivendicazioni come una <em>Lettera a una professoressa</em>, documentato e efficace contro l&#8217;ideologia dei social network come <em> Tu non sei un gadget </em>di Jaron Lanier, difensore di una prospettiva umanistica come <em>Non per profitto</em> di Martha Nussbaum. Leggendolo &#8211; ci si impiegano un paio d&#8217;ore &#8211; si imparano (o si fa mente locale su) diverse cose: che esistono due tipi di biblioteche pubbliche (quelle di conservazione tipo quelle della tradizione umanistica italiana; le <em> public libraries</em> tipiche di una tradizione protestante), che solo il 2% di italiani legge più di due libri al mese, che all&#8217;estero gli intellettuali non hanno il feticcio di costruirsi biblioteche domestiche e utilizzano quelle pubbliche, che a pensarci una biblioteca è un luogo di socializzazione e googlebooks no, che i volumi cartacei garantiscono meglio l&#8217;integrità e la permanenza di un testo rispetto ai loro corrispettivi digitali, che i supporti informatici cambiano nel tempo e diventano spesso non utilizzabili (leggere una cinquecentina oggi sarebbe possibile, provate a fare lo stesso con un floppy), che per trovare un testo che ci serve non abbiamo bisogno di un&#8217;infinità di possibilità ma di una selezione ragionevole, che  spesso un bibliotecario riesce a trovare quello che ci occorre meglio di un motore di ricerca, che i computer non possono essere un sostituto della scuola né di una biblioteca perché se accedo a più contenuti non è per niente detto che ne comprenda di più, che affinché arrivi la democrazia anche in Egitto o in Tunisia non bastano twitter o facebook ma serve scendere in piazza coi propri corpi e qualche volta morire, che Wikipedia non ce la fa già più a reggersi solo sul volontariato o sull&#8217;entusiasmo e che quindi tocca alle istituzioni mantenere nel tempo le grandi spinte collettive, che in Italia c&#8217;è un arretratezza culturale che sta diventando immobilismo (percentuali di lettori in diminuzione, tassi di laureati metà di quelli europei, grandi sperequazioni tra scuole rurali e scuole cittadine), che la cultura ha un bisogno vitale di infrastrutture intangibili tipo la capacità di dare valore a contesti di esperienze ricchi e complessi (e va letto o riletto il molto citato <em>Italia reloaded </em> di Coliandro e Sacco), che le biblioteche possono funzionare come luoghi sociali deputati all&#8217;incontro con l&#8217;Altro (questo capita per esempio alle donne musulmane a Whitechapel che utilizzano gli Idea Store per uscire di casa e emanciparsi frequentando un corso d&#8217;informatica all&#8217;insaputa dei mariti), che dalla crisi del 2007 le biblioteche pubbliche fanno da ammortizzatore sociale indispensabile per molti di questi nuovi poveri, che le public libraries sempre di più svolgono un ruolo di accesso alla cittadinanza (ci si va per avere una connessione gratuita a internet, o capire come presentare un documento on-line), che trovare i soldi per le biblioteche in tempi di crisi anche per un piccolo comune non è per nulla impossibile &#8211; qualche concorso Miss Bikini in meno o l&#8217;affitto delle sale magari per un matrimonio o una festa di compleanno sono solo alcune delle idee possibili, che se le biblioteche diventassero  capaci di fornire molti, moltissimi servizi (da uno sportello giuridico alla possibilità di pagare le bollette a una sede per corsi di yoga al bar per l&#8217;aperitivo) si trasformerebbero nei luoghi di riferimento per i cittadini e quindi dei presìdi democratici (<em>piazze del sapere</em>, per usare il titolo del precedente libro di Agnoli), che è basilare coinvolgere dei volontari che amplino lo spettro delle attività socioculturali da offrire, che le biblioteche &#8211; a saperle progettare &#8211; possono diventare come è accaduto in molti casi in Italia i centri propulsori di una strategia di riqualificazione urbana&#8230;</p>
<p>Insomma se io fossi un amministratore pubblico eleggerei questo <em>Caro sindaco </em> a mio libretto rosso per le prossime elezioni e scriverei il mio programma politico a partire da qui, ricavandone uno slogan semplicissimo: una biblioteca pubblica all&#8217;avanguardia in ogni quartiere e tra cinque anni l&#8217;Italia sarà diversa. Se, come racconta Agnoli, ha funzionato a Maiolati Spontini, un comune di 6132 abitanti in provincia di Ancona, perché non dovrebbe funzionare dappertutto?</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/16/caro-sindaco-parliamo-di-biblioteche/copj170/" rel="attachment wp-att-41337"><img class="aligncenter size-full wp-image-41337" title="copj170" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/copj170.jpg" alt="" width="170" height="284" /></a><br />
<strong><br />
A. Agnoli, <em>Caro sindaco, parliamo di biblioteche</em>, Editrice Bibliografica (2011), pp. 138, 11 euro.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/16/caro-sindaco-parliamo-di-biblioteche/">caro sindaco, parliamo di biblioteche</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>l&#8217;amica geniale</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 08:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/2_g.20091209221925.jpg"></a>di <strong>Luca Alvino</strong></p>
<p>Nella produzione narrativa di Elena Ferrante non è infrequente che si spalanchino subitanei abissi nella solida consistenza della materia. Tali voragini improvvise evidenziano nell’universo referenziale della sua scrittura una sfaldatura corporea che mette in crisi le certezze legate alla rassicurante compattezza della forma e palesa inquietanti scenari di confusione nel tessuto più profondo dell’individualità.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/12/lamica-geniale/">l&#8217;amica geniale</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/2_g.20091209221925.jpg"><img class="size-medium wp-image-40938 alignleft" style="margin: 6px;" title="2_g.20091209221925" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/2_g.20091209221925-300x240.jpg" alt="" width="283" height="226" /></a>di <strong>Luca Alvino</strong></p>
<p>Nella produzione narrativa di Elena Ferrante non è infrequente che si spalanchino subitanei abissi nella solida consistenza della materia. Tali voragini improvvise evidenziano nell’universo referenziale della sua scrittura una sfaldatura corporea che mette in crisi le certezze legate alla rassicurante compattezza della forma e palesa inquietanti scenari di confusione nel tessuto più profondo dell’individualità. Si tratta di una sorta di «catafania», ovvero di discesa nei recessi insondabili dello stato solido dell’universo volta al disvelamento della sua agghiacciante insensatezza al di fuori di una mente pensante, capace di incardinarne le casuali conformazioni in rigide coordinate di senso. I suoi lettori più affezionati ricorderanno, ne <em>L’amore molesto</em>, la liquida consistenza umorale di Delia, che impediva alla donna di vivere una sessualità normale, disciplinata da una riconoscibilità fisica dei corpi che ne rendesse possibile una mescolanza; oppure, ne I giorni dell’abbandono, l’incapacità di Olga di distinguere – nel momento della sua massima confusione – tra l’impalpabilità delle parole solamente pensate o dette e la ruvida consistenza dei fatti reali; o, ne <em>La figlia oscura</em>, la simbologia dei frutti troppo maturi, l’ambiguità della cicala che cela al di sotto di un esoscheletro chitinoso la consistenza molliccia del ventre, l’immagine suggestiva della manna della corteccia. La cosa più inquietante è che tali sfaldamenti non sembrano legati a fattori contingenti – di tipo storico o socio-economico – che pure si percepiscono sullo sfondo dei suoi libri. Essi riguardano la dimensione assolutamente imprescindibile della materia stessa, che da accidente diviene sostanza, e che con il suo subitaneo sgretolamento appare minacciare la stessa trascendenza dell’Essere.<br />
<span id="more-40937"></span><br />
Ne <em>L’amica geniale</em>, l’ultimo romanzo dell’autrice napoletana, gli sfasamenti improvvisi della materia vengono denominati «smarginature». Il libro – che a quanto si legge nella quarta di copertina costituisce il primo volume di «un vasto progetto di scrittura» – narra le vicende di un quartiere di Napoli negli anni Cinquanta, durante un periodo che passa per le difficoltà dell’immediato dopoguerra e per l’euforia economica della prima fase della ricostruzione. Tra i numerosi personaggi che gremiscono l’affollato rione partenopeo, Ferrante racconta, a partire dall’infanzia, l’amicizia tra Elena Greco – l’io narrante della storia – e Lila Cerullo, connotata per la sua scontrosa cattiveria e la sorprendente genialità.</p>
<p>L’attitudine più sorprendente di Lila è la sua capacità di apprendere e di inventare, la capacità di spingersi oltre il retaggio di una tradizione popolare antiquata e oppressiva per scoprire nel presente nuove e più proficue opportunità. Lila impara a fare velocemente qualunque cosa, ma solo per curiosità; quando ne comprende bene il funzionamento e si rende conto di essere diventata brava, se ne allontana in cerca di nuovi stimoli. Con questo spirito, prima impara da sola il latino e il greco per aiutare l’amica Elena nello studio, e in seguito coinvolge Rino, il fratello più grande, e poi anche il padre, in una coraggiosa impresa economica, trasformando la piccola azienda di famiglia da semplice bottega da calzolaio nell’ambizioso calzaturificio Cerullo. È Lila a disegnare i modelli di scarpe e a realizzarne il prototipo di nascosto insieme al fratello, contro l’iniziale volere del padre. Fino a quando un giorno non si trova a indossarne realmente un paio da lei stessa disegnate: «Sono brutte», afferma ridendo nervosamente. «I sogni della testa sono finiti sotto i piedi». È questo il destino dei sogni quando discendono dall’astrazione di un modello nella fallibilità della materia. La forma, pensata alla luce dell’intelligenza, definita con la pazienza dell’analisi, concepita grazie all’intuito del genio, di punto in bianco perde la forza aggregante che la tiene insieme, e all’improvviso si sfascia, perde ogni traccia di coerenza.</p>
<p>Come sperimenta Lila una sera, quando, rimasta alzata da sola per lavare i piatti, d’improvviso sente un boato assordante alle sue spalle: «S’era girata di scatto e s’era accorta che era esplosa la pentola grande di rame. Così, da sola. Era appesa al chiodo dove normalmente si trovava, ma al centro aveva un grande squarcio e i bordi erano sollevati e ritorti e la pentola stessa s’era tutta sformata, come se non riuscisse più a conservare la sua apparenza di pentola… “È questo tipo di cose” concludeva Lila, “che mi spaventa… E sento che devo trovare una soluzione, se no, una cosa dietro l’altra, si rompe tutto, tutto, tutto”». È per questo che Lila accetta, seppur temporaneamente, di entrare nelle forme tradizionali che aveva sempre rifiutato, nella speranza che cedendo a tale detestabile ricatto avrebbe trovato finalmente riposo alla faticosa e metamorfica irrequietezza della storia. Pur essendo sempre stata scontrosa e schiva, accetta di fidanzarsi con un uomo che non la merita; pur avendo sempre disdegnato le apparenze, inizia a vestirsi in modo elegante e raffinato; pur avendo un’intelligenza che le avrebbe consentito di affermarsi in qualsiasi lavoro avesse voluto scegliere, accetta di sposarsi giovanissima rinunciando a ogni tipo di ambizione professionale.</p>
<p>Ma nella notte di Capodanno del 1959 Lila vive per la prima volta un’esperienza di smarginatura: «Fu come se in una notte di luna piena sul mare, una massa nerissima di temporale avanzasse per il cielo, ingoiasse ogni chiarore, logorasse la circonferenza del cerchio lunare e sformasse il disco lucente riducendolo alla sua vera natura di grezza materia insensata». Il disco lunare è allo stesso tempo semplice forma – ovvero materia grezza, priva di significato – e fonte di luce, necessaria al disvelamento delle altre forme, fluido potenziale ermeneutico, gravido di interpretazione. In un certo senso è una metafora dell’uomo, inteso come essere materiale e insieme pensante: da un lato dotato di intelligenza, capace di imparare, di formulare astrazioni, di proiettare i dati grezzi dell’esperienza in raffinate categorie conoscitive che ambiscono alla permanenza; dall’altro composto di materia caduca, debole, destinata a una penosa e inevitabile consunzione. Nel momento in cui il suo aspetto luminoso – in grado di rivelare i contorni delle forme e dunque dare senso all’universo – viene oscurato dalla prepotenza della mediocrità, dalle tempeste dell’esistenza, dal ricatto dei vincoli antropologici e della tradizione, si sgretola improvvisamente il presupposto metafisico sul quale si basa ogni pretesa umana di persistenza; e insieme alla metafisica perde vigore l’ermeneutica che sempre a essa è sottesa: le forme, percepite e divulgate come sofisticati catalizzatori di senso, si rivelano sterili aggregazioni di materia grezza, un inutile monumento al nonsenso che sta lì a rammentare solamente l’insidioso ingombro della mortalità.</p>
<p>In attesa del prossimo romanzo, nel quale scopriremo come si evolveranno le vicende di Elena e Lila, questi due personaggi indimenticabili, una cosa l’autrice ce la anticipa già: «che nessuna forma avrebbe mai potuto contenere Lila e che presto o tardi avrebbe spaccato tutto un’altra volta».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/amica_geniale.jpg"><img class="size-medium wp-image-40939 aligncenter" title="amica_geniale" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/amica_geniale-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" /></a><br />
<strong> Elena Ferrante, <em>L’amica geniale</em>, e/o (2011), pp. 336, 18,00 eu.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/12/lamica-geniale/">l&#8217;amica geniale</a></p>
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		<title>l&#8217;amor tisico ai tempi di facebook [tracce 1/2]</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 08:30:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Gaetano Fiumi</strong></p>
<p>Io sono rimasto quel moccioso con le grinze in faccia che si stira il maglione in una mossa nevrotica e volge lo sguardo lontano. Sembra un duro. Non lo sarà. Purtroppo. Crescendo non è cresciuto, continua a guardare lontano, ma si potesse allargare la vista si noterebbe che non c&#8217;è nulla da quella parte.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/09/lamor-tisico-ai-tempi-di-facebook-tracce-12/">l&#8217;amor tisico ai tempi di facebook [tracce 1/2]</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-40942" title="-1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/1-300x211.jpg" alt="" width="300" height="211" /></a></p>
<p>di <strong>Gaetano Fiumi</strong></p>
<p>Io sono rimasto quel moccioso con le grinze in faccia che si stira il maglione in una mossa nevrotica e volge lo sguardo lontano. Sembra un duro. Non lo sarà. Purtroppo. Crescendo non è cresciuto, continua a guardare lontano, ma si potesse allargare la vista si noterebbe che non c&#8217;è nulla da quella parte. L&#8217;invecchiamento senza passaggio dall&#8217;età adulta lo ha reso creatura inutile. Un vero peccato. Vero? Aveva una faccia simpatica. Sembrava promettere meglio. Da troppe intemperie è stato funestato. Ho messo questa foto della mia infanzia nel mio profilo di Facebook, sperando di farti pietà, ma tu non hai commentato. Tanti hanno commentato, anche femmine pedofile, è una foto commovente. Tanti hanno espresso simpatia per l&#8217;operazione. Non tu. Lui è il moccioso originale, precedente ad ogni mutazione. È lui che hai ferito a morte, puttana, il mio nucleo centrale, la mia parte pulita e indifesa. Come hai potuto non aver alcuna pietà di lui? Proprio tu che mi dicevi Io non sono come te, sterile egoista, io con il Promesso Sposo avrò dei figli. Storpi, poco muscolati, mi auguro. E molto pelosi fin dalla tenera età.<br />
A guardar meglio l&#8217;immagine il moccioso sembra sul punto di piangere. Forse una favola gli ha profetizzato della maledizione Baronale di Terronia. Fiabe nere. Dove nessuno visse felice e contento.<br />
Nemmeno tu.<br />
<span id="more-40936"></span><br />
Sulla tua pagina di Facebook hai postato 86 nuove foto. Tu e il Promesso cardiochirurgo vi siete concessi una settimana di vacanza a Parigi. Perché in questa fase della tua vita non vuoi oscenità, sesso estremo, ma rivendichi pulizia, nello spirito e nel corpo. È il resoconto del peggio turismo di massa. Monumenti, giardino zoologico, locali dove alzate il bordo di un piatto tipico per mostrarlo all&#8217;obbiettivo. Cose che danno un po&#8217; di fuoco ai vostri occhi spenti. Ma io mi sono preso il tempo di guardare bene quelle foto. Baronessina, il tempo non mi manca, i giorni senza te non hanno né capo né coda, sono interminabili.</p>
<p>Nelle coppie esauste in vacanza la gastronomia è sempre molto importante, il cibo è il surrogato di tutto. Le discussioni vertono sulla scelta del ristorante e su poco altro. L&#8217;appetito salva dalla noia, ma per poco. Quando si è sazi i problemi di fondo tornano al contrattacco, se poi si sbaglia locale il clima si guasta, il sistema nervoso non tollera un rapporto qualità prezzo svantaggioso. Poi le intossicazioni alimentari sono in agguato. Spero vi siate portati l&#8217;Enterogermina. Spero vi serva. Spero non sia sufficiente. Io per ritorsione nella mia bacheca ho messo la foto parigina di alcune vite fa. Era il 1984. Ero bello e dannato. Balle. Ero in un baratro di sfiga cosmica senza ritorno, ma nella foto sono piuttosto credibile in questo ruolo. A me allora importava solo dell&#8217;hashish marocchino comprato sotto il grattacielo di Montparnasse e di rendere omaggio alla tomba di Jim Morrison. Leggere la sua biografia mi aveva definitivamente dissestato l&#8217;esistenza. Nessuno uscirà vivo da qui dovrebbe essere vietato alla lettura adolescenziale. Io mi ero beccato un&#8217;epatite virale B alla tenera età di 16 anni, dimostrandone 12. In quelle pagine avevo trovato una legittimazione alle mie pessime abitudini di vita. Non volevo morire giovane. Piuttosto la morte non mi faceva nessuna paura. Questa immagine ha una sua estetica che solo la mia onestà intellettuale si permette di sgretolare. Qualunque sostanza mi apprestassi a fumare, sembrava essere la cosa più importante al mondo. Null&#8217;altro esiste. Non c&#8217;è passato, né futuro. C&#8217;è l&#8217;accendino. Barbara alle mie spalle attende un mio commento, un segno di vita. C&#8217;è l&#8217;accendino e i polmoni giovani ben disposti a corrompersi. Solo questo, non c&#8217;è nulla da mitizzare. Non cantavo, non suonavo la chitarra o la batteria, scrivevo poesie orrende solo se ero triste. Più triste del solito.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/2.jpg"><img class="size-medium wp-image-40943 alignleft" style="margin: 6px;" title="-2" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/2-205x300.jpg" alt="" width="238" height="348" /></a><br />
Ma tutto è meglio del vostro turismo di massa. Hai fotografato la vetrina di un pornoshop, su fili stesi orizzontali sono appesi preservativi di buffe fogge, per mostrare la forma sono riempiti d&#8217;acqua. Una tua amica idiota ha commentato Bello quello a forma di coccodrillo. Rispondi alla sua idiozia Tornerei a comprartelo. Ricorda piccola idiota, il sesso e l&#8217;ironia non sono parenti mai. Il sesso non è gioia di vivere, leggerezza. Il sesso è parente stretto della morte. Solo in questa condizione esso potrà essere sublime.</p>
<p>È la solo foto vagamente trasgressiva. Nelle altre giocate con gli animali del giardino zoologico. Tu che accarezzi una lucertola enorme. Laghetti e barchette. Sembri una bambina sulla tua bicicletta in affitto. Tu sorridi. Guancia guancia al tuo promesso in autoscatto. Tu sei sempre in posa. Lui ti fotografa spesso. È fiero di te. Ma vorrei avere dei file audio, sentire le vostre parole, le pause soprattutto, i vostri silenzi tesi. Io non stavo mai zitto, era uno spettacolo di narrazione il senso delle nostre serate insieme.</p>
<p>A Parigi, due anni prima esatti dalla tua nascita, mangiavamo nei primi fast food globalizzati, in quell&#8217;anno erano la vera novità in Europa. In realtà al tempo non me ne fregava un cazzo di quello che mangiavo. Baronessina a te non ti salvano nemmeno le brasserie à la page. In fondo a quegli occhi verdi c&#8217;è un baratro che la tua idiozia non può colmare. Certo aiuta, ma hai flash di consapevolezza, e metti in conto che stai sbagliando tutto. E le foto aiutano a questa comprensione, se le fissi per ore iniziano a parlarti. Di certo la numero 19 e la numero 86 che naturalmente ho salvato in una cartella. Il tuo Promesso ha un sorriso malinconico, ti è fedele, è il migliore tra le persone di cui ti circondi, già ebbi modo di dirtelo, ma non ti basterà mai, e scappare in una città straniera non allenta la morsa in gola. Vorrei avere dei documenti filmati dei vostri rapporti sessuali, non per dare benzina alla mia frustrazione, sarebbe una semplice curiosità. Mi dicevi che il sesso non è importante. Ma il tuo corpo non aveva dubbi, progetti, paure. Non sa nulla di palazzi barocchi in Terronia, di nozze tra casate nobili, di shopping con Baronessa Mammà. La tua fichetta reagisce a stimoli precisi. Aveva scelto me. Mi stai dicendo che sbaglio? Vuoi dirmi che sei invece felice? Non pensarla nemmeno la parola Felicità. Non ti appartiene. Non riesco a odiare l&#8217;uomo che sarà tuo marito, come scritto nei Sacri Testi conservati alla Biblioteca di Palermo. La sua inconsapevolezza me lo rende fanciullo. Ti scopa poco, circa per sette minuti e trenta secondi ogni quarantacinque giorni. Come faccio a esserne geloso? Lo sono piuttosto verso certi bellimbusti che sulla tua pagina di Facebook si presentano con le credenziali pseudo artistiche con le quali mi presentai io. Il tuo Promesso dedica tutto se stesso a lavoro e studio, ha un progetto chiaro, anche tu in fondo. Quando sarete superlaureati e lanciati nelle vostre rispettive professioni penserete a sposarvi. Sarà un matrimonio favoloso, fuochi d&#8217;artificio sul Castello di Carini, in Terronia si parlerà per anni delle seicento portate a base di carne e pesce, del corteo nuziale aperto da saltimbanchi, nani e majorettes, pentiti di mafia, cavalli berberi dono di Gheddafi montati da amazzoni puttane.</p>
<p>Il tuo Promesso farà del bene, diventerà un grande cardiochirurgo, già ora tiene conferenze all&#8217;estero, e io ebbi modo di approfittarne. Lui è il vero bambino prodigio.<br />
Tu Baronessina sei della mia razza bastarda.<br />
Ci siamo trovati perché siamo due persone indecenti e oscene.<br />
Ci siamo persi per la stessa ragione.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/09/lamor-tisico-ai-tempi-di-facebook-tracce-12/">l&#8217;amor tisico ai tempi di facebook [tracce 1/2]</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>anarco test</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 07:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/domanda-300x201.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire</em><br />
Montaigne</p>
<p>1) Secondo voi, nell’attuale panorama geomentale dell’anarchia non è forse rimasto il meglio, l’anarchia non è oggi lo stato della mente di uno che dedica tutto se stesso, ci mette tutta l’energia, l’energia di una vita per un obiettivo che magari prima intuisce poi sa con certezza che è impossibile raggiungere, può essere la pace come l’eliminazione del male dal mondo, ma soprattutto è l’anarchia stessa come idea che se io sono capace di far pochi danni e dare poco fastidio devono esser capaci tutti gli altri, perché io non sono meglio e gli altri non sono peggio tranne che hanno obiettivi raggiungibili, cioè è un fatto di pigrizia mentale, ma come sa chi va in montagna lo sguardo continuo all’obiettivo fa perdere forza, cosí tale contezza invece di causargli emicranie o depressioni lo rende libero al massimo grado di quanto può esserlo uno che ha un corpo, cioè poco, perché solo quando non ci aspettiamo niente possiamo metterci tutta l’energia di cui, a quel punto in quello stato mentale usufruiamo soltanto, che però è moltiplicata rispetto a quando avevamo là avanti l’esca dei bei tornaconti, e la coscienza dell’inutilità del nostro agire invece di avvilirci non lo renderà forse invincibile?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/07/anarco-test/">anarco test</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/domanda-300x201.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/domanda-300x201.jpg" alt="" title="domanda-300x201" width="300" height="201" class="alignnone size-full wp-image-40935" /></a></p>
<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire</em><br />
Montaigne</p>
<p>1) Secondo voi, nell’attuale panorama geomentale dell’anarchia non è forse rimasto il meglio, l’anarchia non è oggi lo stato della mente di uno che dedica tutto se stesso, ci mette tutta l’energia, l’energia di una vita per un obiettivo che magari prima intuisce poi sa con certezza che è impossibile raggiungere, può essere la pace come l’eliminazione del male dal mondo, ma soprattutto è l’anarchia stessa come idea che se io sono capace di far pochi danni e dare poco fastidio devono esser capaci tutti gli altri, perché io non sono meglio e gli altri non sono peggio tranne che hanno obiettivi raggiungibili, cioè è un fatto di pigrizia mentale, ma come sa chi va in montagna lo sguardo continuo all’obiettivo fa perdere forza, cosí tale contezza invece di causargli emicranie o depressioni lo rende libero al massimo grado di quanto può esserlo uno che ha un corpo, cioè poco, perché solo quando non ci aspettiamo niente possiamo metterci tutta l’energia di cui, a quel punto in quello stato mentale usufruiamo soltanto, che però è moltiplicata rispetto a quando avevamo là avanti l’esca dei bei tornaconti, e la coscienza dell’inutilità del nostro agire invece di avvilirci non lo renderà forse invincibile?</p>
<p>□ può essere □ è una cazzata □ non so<br />
<span id="more-40934"></span><br />
2) Non è forse vero che, per farsi acquisire da tale stato mentale è opportuno sognare in grande, se devo sognare sogno in grande fin da principio, fin qui è normale pure un banchiere ci arriva, se uno fin dal principio si mette in testa di vedere dio, la faccia che ha, invece dell’idraulico per forza ha piú probabilità, con tutto il rispetto, se uno, solo per un esempio è nato che il mondo gli pare suo, ecco che ha molte ma molte probabilità, poi dopo può provare a pensarla al contrario, la pratica ostinata dell’inversione di valori può esser utile, fin qui pure un adolescente ci arriva, fin qui va bene ma poi c’è bisogno di allenamento, per fallire, perché se è vero che non occorre arte nella caduta, che la forza si trova da sé al termine di ogni faccenda, qui si tratta di corteggiare il fallimento non di buttarsi a terra tra l’immondezza, e per fallire è necessario esser falliti già all’inizio, e se questa pare una contraddizione vuol dire che non si è raggiunto lo stato mentale anarchico, che invece s’allena tutti i giorni sapendo solo che deve morire, si allena a vuoto come un pignone scatenato, però in un modo che s’è inventato lui e non glielo passa qualcun altro, e man mano scopre che un’intelligenza gli cresce che non si immaginava, quella che sgorga e tiene vivi, mentre se c’è lo scopo a portata di mano si declassa e rapidamente s’affloscia?</p>
<p>□ c’è del vero □ non è intelligente □ non so</p>
<p>3) Non so se vi ricordate che un politico nostrale di cui non facciamo il nome perché ci interessa niente, durante una visita in Chiapas ha avuto in regalo dal sub-comandante Marcos una copia del Chisciotte con la dedica tipo, Manuale di strategia politica moderna, ed è una vera intuizione!, perché tutti i libri importanti sono manuali di sopravvivenza tantopiú se ci insegnano a disimparare, si mette sempre l’accento sul fatto di imparare e sarà pure vero, ma ci sono cose che dobbiamo assolutamente disimparare tipo il servilismo e la seduzione per il potere soprattutto, lo stato servile della mente, quella sí è una malattia che ce l’hanno tutti pure chi pensa e dice di no, chi urla e sbraita in primo luogo, è una malattia endemica e capillare che se uno non se la cura in prima persona atomizzandola e distruggendola giorno per giorno tutto quello che fa va in fumo, vale meno di niente, e lui diventa in poco tempo l’ennesimo tentacolo pure se non se ne accorge, anzi oggi soprattutto se non se ne accorge, oggi non c’è peggior fascista di chi non sa di esserlo, di chi urla e sbraita e fa proclami e ci costringe in vita a vedere due milioni di volte lo stesso film dove c’è un perdente che vince, si fa strada, diventando quindi potente si vede costretto a difendersi con la forza, censura e omertà soprattutto come è piú adatto all’oggi, senza che mai si riesca a immaginare qualcosa di diverso, divertente, delinquente?</p>
<p>□ però c’è del vero □ non la finisce piú con le cazzate □ non me lo ricordo</p>
<p>4) Quindi, non è forse vero che, mettendo per forza l’anarchia a disposizione il mondo, bisognerà ascoltare tutti tranne i maestri vivi, nessun vivo può ammaestrare giacché solo in via di fallimento, se vi togliete il tappo dei maestri vivi praticamente tutto al mondo diventa utile insegnamento, da mattina a sera e da sera alla mattina, mentre i sedicenti maestri tocca guardarli da sotto in su con danni alla lunga alle cervicali, coi cosiddetti s’impara solo la postura della soggezione e lo strappo verso la trascendenza, insegnano che prima devi essere dopo puoi non essere, prima il successo poi la libertà, prima a scuola poi fai quello che vuoi, prima ti fai ricco e ti togli il pensiero, il senso di realtà cioè l’ipocrisia insegnano, per far parte del mondo devi accettare chi ti ruba, che una volta imparate vi confezionano come servo vita natural durante, invece le uniche leggi sono generate dall’interdipendenza necessaria e universale e si chiamano regole da-che-mondo-è-mondo, presempio troppe leggi moltiplicano i criminali dice Thoreau che è morto, questo sia chiaro, quindi per prima cosa toccherà sviluppare il fiuto utilizzando i maestri, abituarsi a sniffarli come cani anti-droga, evitarli al momento giusto, cosa che verrà utile dopo, una volta liberati dall’influenza dei maestri conclamati o peggio quelli occulti, quando si sentiranno persino le parole della natura che stanno dappertutto, che l’uomo è un incidente e a volte un accidente si impara, e alla fine si scopre che non è la libertà ha un prezzo la schiavitù è gratis, siccome costano quasi uguale non è forse meglio far bella figura, di fronte al fatto sicuro che devi morire?</p>
<p>□ c’è del vero □ è un provocatore senza dubbio □ non so</p>
<p>5) Non sarà che, se storicamente la differenza sostanziale tra comunisti e anarchici è che i primi pensano che l’uomo è fetente di natura bisogna stanarlo e educarlo, i secondi che è buono di natura bisogna lasciarlo stare a decantare, mentre l’anarchia odierna considera irragiungibile tale scienza se è fetente o buono da principio, ma credere il secondo magari è eccesso d’amore ma piú conveniente per fallire, considera, non sarà che per fallire bisogna essere spontanei, per essere spontanei bisogna perdere i pezzi inutili, per perdere i pezzi inutili bisogna sgangherarsi, per sgangherarsi basta lasciare le cose come stanno, che la prima cosa nell’arte del fallimento è imparare a lasciare le cose come stanno, perché sarà pure difficile capirlo a chi non dotato di stato mentale anarchico, ma da-che-mondo-è-mondo unica chance di cambiamento radicale sta nel lasciare le cose come sono, è il primo atto o meglio prologo, finché non si riesce a farci bastare quello che abbiamo, a essere almeno un po’ contenti di dove siamo, allenarsi a non agire per forza, saremo sempre in balìa della convenienza, sembra strano ma è vero, e come tutto quello che pare strano ma vero c’è poco da fare, voler essere in altro posto uccidere il posto dove ci si trova, cosí invece cambia la prospettiva, so di non sapere tanto per dirne una?</p>
<p>□ qualcosina di vero c’è □ è una cazzata madornale □ non so</p>
<p>6) Non so se sapete che a Phoenix (Arizona) c’è una caserma di pompieri dove hanno festeggiato una centenaria, una lampadina sta accesa ininterrottamente da cent’anni, mentre a noi ci danno quelle che scoppiano a comando, a orologeria, obsolescenza programmata si chiama, la fabbrica Telefunken è fallita perché faceva cose che duravano, potremmo avere accessori durevoli invece li programmano per rompersi a comando, e il tempo è sempre meno sennò non si va avanti, e allora io dico si può immaginare un futuro per una comunità mondiale che deve far cose sempre piú scadenti in senso letterale, pena il corto circuito economico, e poi ci si stupisce se la mondezza s’accumula e certe zone del mondo vengono vendute dai governanti per pattumiera, perfino il pane ci abituano che dura tre ore mentre da sempre croccava per settimane, ci sono dubbi ancora da dove viene la mondezza se non dal pensare che la sete di sapere muova un gargarozzo piú nobile che la sete di soldi, presempio, che i muscoli del cervello sono diversi se si vuole conoscere a tutti i costi o dominare, che la smania di viaggiare presempio non è la stessa identica di quella del potere, come già dicevano gli stoici che sono morti e Leopardi pure, e sta tutto lí il senso anarchico d’allenamento?</p>
<p>□ potrebbe essere □ è un ignorante □ non so</p>
<p>7) Secondo voi è la proprietà un furto come raccontano gli invidiosi, i pigri o invece la ricchezza, sempre, non lasciamoci ingannare che ci sono ricchi scesi dall’incubatrice e non hanno fatto niente, perché il furto l’ha fatto il padre o il nonno, poi per fartelo scordare dicono che lavorano, fanno l’economia per tutti, mentre oggi soprattutto o è la borsa o è la vita, questo sia chiaro, e l’economia vera la fanno i parsimoniosi, oggi esser parchi non è virtù come fino poco a fa ma un crimine quasi, forma moderna di luddismo che può scardinare la società fatta da pigri dritti in avanti, e per esser parsimoniosi veri bisogna esserlo senza volontà, sforzo o esercizio di virtù, essere generosi non avari, coltivare la filosofia delle cose che costano niente, se spendi poco ti piacciono di piú le cose è regola da-che-mondo-è-mondo, un’altra è la legge del minimo mezzo, cioè ottenere il massimo da ogni attività, ingrediente, ogni pensiero senza depredare le risorse però, lasciar crescere quello che è, e allora basta essere un po’ poveri e viene tutto meglio, si è parchi cioè luddisti senza saperlo e non solo, siccome oggi la galera dice McLuhan che è morto è fatta di comodità, allora basta mettersi un po’ scomodi, allenarsi a faticare, perché se alla vita togli la fatica è come l’acqua senza una valenza d’idrogeno, anche qui senza saperlo quasi, ché senza saperlo vengono meglio le cose se uno è un libertario, uno che fa una cosa alla volta, uno che sa mollare la presa che stringi stringi ti ritrovi in mano un pugno di mosche, molli invece e hai a disposizione tutte le mosche dell’universo pure senza esser bacato in testa, uno che si riallaccia alla tradizione che c’è da quando è nata la prima micragnosa sanguisuga?</p>
<p>□ questo può esser vero □ lo dice perché gli rode l’invidia □ non so</p>
<p>8) Non è forse vero che, se il futuro ci riserba i ladri sempre piú ricchi, la demarcazione sempre piú netta, per cui la maggior parte prova a diventar ricco o almeno famoso per dimenticare che è lusso da ricchi, mettersi al riparo dove è tutto deresponsabilizzato che è il modo sicuro di perpetuare il meccanismo infame, questo succede in ogni parte del mondo con le risorse che scompaiono, ma non sarà forse che la linea sempre piú netta tra chi sta Dentro e chi Fuori non è solo questione monetaria, che qui fuori insieme a una montagna di derelitti c’è chiunque è portatore di un minimo di pensiero originale, ogni piccolo ambito di pensiero indipendente viene messo al bando perché sennò dimostra che si può avere, che non importa tanto cosa si pensa ma come, e se è uguale all’oppressore non c’è scampo, cosí chi vuol star dentro d’una sola cosa può esser sicuro che è un fesso portatore di Pensiero Unico, altrimenti detto indifferente o rassegnato, che sta dentro sí ma a una Caserma pure se urla e sbraita di no, e magari l’entrismo cosiddetto in qualche caso sarà pure utile ma in questo momento è deficiente?</p>
<p>□ a farci caso è vero □ lo dice perché lui è fuori □ non so</p>
<p>9) Non so se sapete di un tale microbiologo giapponese, Fukuoka si chiamava perché è morto, che ha dedicato la sua vita a dimostrare coi fatti però che per fare l’agricoltura bisogna fare niente, ci ha messo vent’anni per portare il terreno alle qualità originarie e da allora per trent’anni a coltivare riso o frutta doveva fare un bel niente di niente, stava lí a guardare, nemmeno l’acqua gli dava al riso tanto per dire, faceva raccolti di gran quantità e soprattutto qualità superiore a quelli degli altri e per questo veniva cacciato dai congressi e tv, perché dimostrava che ci hanno raccontato 3000 anni di fandonie, la tristezza delle loro fatiche di miglioratori di futuro ci hanno raccontato, di vigliacchi esagitati, mentre pure certi indiani americani non facevano un bel cazzo di niente per coltivare, poi sono arrivati gli innovatori che hanno immiserito la terra e i raccolti li hanno resi intensivi, faticosi, laboriosi, anticrittogamici, ogm per poi distruggerli se no non guadagnano le multinazionali, e perché dimostrava Fukuoka che la vita c’è solo dove il dare eccede il prendere quindi noi non siamo messi male ma peggio, e invece si può sempre rivedere tutto e del tutto, ha pure dimostrato Fukuoka sopra ogni cosa, si può far piazza pulita in ogni momento, adesso riprendere i contatti, ora non domani mentre se si continua a vagheggiare una decrescita si diventa solo calvi?</p>
<p>□ interessante □ sono casi isolati □ non so</p>
<p>10) Essendosi che tutte le vite sono occasioni perse da qui si può cominciare, da qui la vita pare sontuosa, da difendere a ogni costo in quanto battaglia persa comunque, per statuto, per regola da-che-mondo-è-mondo, il nostro scopo nella vita non è riuscire ma continuare a fallire nella migliore delle intenzioni diceva Stevenson che lui pure è morto, e allora è la perfezione per chi ha lo stato mentale anarchico, allora difendere la vita è l’esercizio principale che racchiude tutti gli altri, cosí però rischia d’essere imputato di molti reati, tipo stalking per il mondo o spia come diceva di sé Diogene che è morto, vale a dire non esser lasciato in pace da un mondo di pazzi che dicono sempre sono serio, sono io e resto cosí è il motto dei morti o meglio fantasmi, sono lucidissimo è normale, del tutto, il mio stato mentale, che se dicessero non sto del tutto bene, forse non sono responsabile del tutto del mio stato mentale forse si potrebbe tentarla la guarigione, ma se dicono di essere seri ecco lí la pazzia incurabile, soprattutto che quel po’ di libertà è diminuire si scopre nello stato mentale anarchico, da-che-mondo-è-mondo libertà è perdere, disimparare, no come dicono i funzionari non aver regole, non è una licenza militare!?</p>
<p>□ non è pazzo come sembra □ è pazzo □ non so</p>
<p><strong>Risultati</strong></p>
<p>Se prevalgono le risposte 1: con ogni probabilità siete un fallito per cosí dire culturale, una persona dabbene a cui piacciono le trafile e la ricerca del ragionevole, vale a dire siete una vittima designata, forse colta, disposta a farsi gabbare dalle facce belle e la ricchezza del linguaggio, siete pronti per crescere, fare il militare, trovare un posto da piccolo funzionario, separarsi ma prima sposarsi e fare dei figli che viene sempre di moda, andare a votare e magari morirci in cabina, quindi nella condizione privilegiata di chi può usufruire dello stato mentale anarchico, all’inizio nel suo piccolo, poi allargando il cerchio del buon senso comune, quello che oggi è annientato come snob o demodé, pian piano ce la potete fare.</p>
<p>Se prevalgono le risposte 2: è quasi sicuro che siete un fallito del tipo per cosí dire naturale, e ci resterete vita natural durante, ancorati ai distinguo, coi denti affondati nei cavilli interpretativi che scambiate per serietà, sono io e resto cosí è il vostro motto a vita quasi, gli obiettivi per voi devono essere concreti nemmeno belle teleologie, non avete altra strada che farvi strada coi mezzucci i ricatti il peso politico e gli scambi di favori, calcolare e calcolare, azzannare il risaputo, lo stantio, adocchiare ad ogni istante chi secondo voi è il piú debole cioè meno protetto, finché se siete fortunati finirete vecchio e dimenticato quindi in condizione previlegiata per usufruire dello stato mentale anarchico, almeno per qualche anno e, com’è naturale, prima di morire e magari lasciarci il ricordo che tutto è possibile.</p>
<p>Se prevalgono i non so delle risposte 3: se avete letto la maggior parte delle domande senza sapere di che si tratta, siete il tipo di fallito molto vicino allo stato mentale anarchico, lo avete a portata di mano perché refrattari si nasce forse, ma è molto probabile, dicono i refrattari che hanno un po’ di maledetta esperienza, dicono che si vede già da presto, certi pure da piccoli si vede che saranno refrattari a vita, succeda quel che succeda, non conta se sei nato ricco o diseredato, e noi può essere che siamo d’accordo su questa diciamo cosí fortuna, perché un refrattario nato o pasciuto che obiettivo vuoi che abbia nella vita?, quello di tirarsi fuori dalla condizione fortunata cosa che non gli riuscirà mai, quindi lui sta già a posto e non deve fare altro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/07/anarco-test/">anarco test</a></p>
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		<title>c&#8217;era una volta</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/il-vuoto-fisico-delle-parole/</link>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 09:30:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/Egiziani-ebrei-400x260.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Queste cose dette da nonna, che le ripeteva continuamente, avevano il sapore della maldicenza: per il bene, non per il male. Lei calunniava il bene, la grazia che aveva ricevuto, perché era il bene a essere latente, non il male.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/il-vuoto-fisico-delle-parole/">c&#8217;era una volta</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/Egiziani-ebrei-400x260.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-40946" title="Egiziani-ebrei-400x260" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/Egiziani-ebrei-400x260.jpg" alt="" width="400" height="260" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Queste cose dette da nonna, che le ripeteva continuamente, avevano il sapore della maldicenza: per il bene, non per il male. Lei calunniava il bene, la grazia che aveva ricevuto, perché era il bene a essere latente, non il male. Qualcosa di enorme, la cui perdita era nientemeno che atroce, le era sfuggito nel tragitto dell’esilio. <strong>Il suono dei nostri passi</strong></em> di Ronit Matalon (Atmosphere 2011, trad. di E. Loewenthal) racconta di una famiglia ebrea egiziana con nonna sempre presente e padre ogni tanto, che, in seguito all’ascesa di Nasser e alla nazionalizzazione del canale di Suez, da un giorno all’altro deve lasciare il Cairo, insieme a una comunità di circa ottantamila persone, perché in Egitto non è più possibile lavorare, studiare e dunque vivere. È il millenovecentocinquantasei e la famiglia della voce narrante si trasferisce in un container in qualche Erez Israel tutt’altro che mitica, un prefabbricato anzi, senza fondamenta, appena appoggiato sulla sabbia. Paul Celan osservava <em>Non si può scrivere fuori dall’Egitto</em> e Ronit Matalon, ne <em>Il suono dei nostri passi</em>, aggira la questione mimando, con una scrittura in forma di nastro, il racconto orale. Sì, si può raccontare fuori dall’Egitto.<br />
<span id="more-40713"></span><br />
Aneddoti, situazioni, ricordi di un altro giorno, considerazioni, la lettura ininterrotta de <em>La Signora delle Camelie</em>, gesti tesi a ridefinire la patria perché se le cose non sono più patria, perché disperse e irriconoscibili, allora il rischio è che le persone diventino cose. <em>Ma tutto questo non era nulla al confronto con la cosa più inafferrabile e ingovernabile in assoluto: il malocchio che uno si procura da sé. Lei, la nonna pensava che il malocchio più devastante fosse quello che uno si procura da sé: lo sguardo invidioso, distruttivo che una faccia dell’anima rivolge all’altra. E la bambina era lei stessa, quasi lei stessa</em>. Chi racconta è “la bambina”, Toni, una eterna terza persona, non solo per grammatica. Parla di Levanah, una madre frenetica e lettrice, di un fratello maggiore adorato, Sami, di una sorella, Corinne, bella e appassionata di capelli e cuscini, del padre Maurice, che è segaligno, che fuma, che è stato un punto di riferimento dell’organizzazione degli ebrei sefarditi e vive separato e un poco sperduto, ma Toni del padre vede solo questo, il resto sono parole come “Sokhbah”, “emarginazione”, “comunità orientali” che non capisce ancora. <em>Ogni tanto urlava: “Al fuoco! Al fuoco!” La via deserta. La strada deserta. Io mi tappavo le orecchie con le dita dentro il prefabbricato, per non sentirla. Il vicino falegname usciva dalla segheria, la calmava. Veniva fuori la moglie del vicino falegname, la calmava. Veniva fuori la vicina del vicino falegname, Frida, infilava la faccia fra le grate del cancello, aguzzando gli occhi che tanto ricordavano la sua espressione al punto che se la dimenticavano. Lei non la calmava mica, lei era reduce della Shoah</em>.</p>
<p>La scrittura di Ronit Matalon è pastosa, evocativa e costruita tanto da riuscire assai bene a sembrare racconto orale, è colta senza essere incomprensibile, è avvincente. Perché descrive la necessità di separare e di definire lo spazio, l’eventualità di essere estranei anche in mezzo alla propria famiglia e improvvisamente, solo perché la geografia intorno è cambiata, la festa della vittoria di un popolo contro un altro che è sempre eccessiva e spesso disgustosa, come per appropriarsi di un posto, per ricominciare a utilizzare i possessivi, sia necessario conoscere l’aria e il vento che stanno tra le parole, le persone e le cose. Per questa perenne preghiera di esistenza dell’altro, che ascolta e risponde, <em>Il suono dei nostri passi</em> è un romanzo di possibilità, di sopravvivenza e di sorpresa nonostante, il cui basso continuo, o forse il flauto, è che non solo il dolore è un trauma, ma pure la bellezza, anzi, soprattutto la bellezza. <em>(…) non da gente che scappa da qualcosa verso qualcosa, sbattuta dal moto a scossoni fra passato e futuro, fra quel che è stato e quel che sarà, ma di chi ha la grazia del momento, d’essere sommerso da capo a piedi dalla cascata dorata del presente, rinfrancato dal misero suo arredo: la pioggia, la strada, la notte, il gatto, il marciapiede non asfaltato, una frase casuale detta o no, un ramo storto dalla malia, il prefabbricato davanti al quale siamo passati, come se niente fosse, proseguendo.</em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/41Wkzd1+6CL._SL500_AA240_.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-40714" title="41Wkzd1+6CL._SL500_AA240_" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/41Wkzd1+6CL._SL500_AA240_.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a></p>
<p><strong>Ronit Matalon, <em>Il suono dei nostri passi</em>, atmosphere (2011), trad. di Elena Loewenthal, pp. 352, 18,50 eu.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/il-vuoto-fisico-delle-parole/">c&#8217;era una volta</a></p>
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		<title>Roberto Baggio qui e altrove</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 07:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/roberto_baggio.jpg"></a></p>
<p>[Il 30 novembre uscirà in libreria <em>L’ascensione di Roberto Baggio</em>, un romanzo di Matteo Salimbeni e Vanni Santoni, per i tipi di Mattioli 1885. Nazione Indiana ne pubblica in anteprima un estratto]</p>
<p><em>Per arrivare a Coverciano si possono prendere due strade.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/30/roberto-baggio-qui-e-altrove/">Roberto Baggio qui e altrove</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/roberto_baggio.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-40890" title="roberto_baggio" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/roberto_baggio.jpg" alt="" width="233" height="320" /></a></p>
<p><span style="color: #800000;">[Il 30 novembre uscirà in libreria <em>L’ascensione di Roberto Baggio</em>, un romanzo di Matteo Salimbeni e Vanni Santoni, per i tipi di Mattioli 1885. Nazione Indiana ne pubblica in anteprima un estratto]</span></p>
<p><em>Per arrivare a Coverciano si possono prendere due strade. Si può imboccare la maestra, che da via D’Annunzio porta direttamente davanti al cancello verde del Centro Tecnico Atletico della Nazionale Italiana di Calcio, oppure si può prendere un’allungatoia, proseguire paralleli all’obiettivo per circa un chilometro, superarlo, girare in una stradina strettissima, passare accanto al campetto della Santacaterina, risalire, sbucare poco prima del borgo di Corbignano e tornare indietro, fino a trovarsi davanti quel medesimo cancello verde ad apertura automatica. Il risultato è lo stesso, ma queste due strade corrispondono a due filosofie. Ai loro tempi, Valcareggi e Bearzot prendevano di sicuro l’allungatoia. Vicini e Trapattoni, probabilmente, la strada maestra. Chissà quale scelse Cesare Prandelli, al suo primo giorno in azzurro. E chissà che strada faceva Baggio. </em><br />
<span id="more-40889"></span><br />
<em>Pioveva, ma optammo lo stesso per l’allungatoia. Quando arrivammo davanti al cancello eravamo zuppi come conigli. Era in corso un allenamento e la sicurezza sembrava rigida. Aspettammo qualche ora, finché non vedemmo andar via gli ultimi inservienti. Allora scavalcammo il muro che dava sulla strada. Dall’altro lato, l’unico posto al coperto era la tettoia di un caseggiato a forma di cubo. </em></p>
<p><em>Il cubo sembrava impenetrabile. Piccoli occhi di vetro compivano ronde regolari. Sul retro non c’erano che un lampione al neon e un bagno chimico. Aveva ripreso a piovere, così non ci meravigliammo poi tanto sentendo uno scroscio, più forte e massiccio dei precedenti, confondersi al tintinnio delle tettoie e allo scolo delle grondaie, ma restammo impietriti nel sentire il fetore di fogna che si sparse nell’aria mentre la porta del bagno chimico si socchiudeva. Non appena ci scorse, l’essere che aveva appena placato i suoi tumulti fece un passo all’indietro e si richiuse la porta del bagno in faccia: </em></p>
<p><em>“No, eh! No, no, no, per carità!” La voce era fragile, con stonature nasali e piccoli acuti isterici. L’eco del bagno la rendeva quasi incomprensibile. “Via, andate via!” </em><br />
<em>“Chi sei?” </em><br />
<em>“Chi vi ha detto di cercarmi qui, eh? Chi?” </em><br />
<em>“Nessuno. Abiti qua dentro?” </em><br />
<em>“Che cosa?” </em><br />
<em>“Il bagno è la tua casa?” </em><br />
<em>“No, cioè sì. Ogni tanto. Ci vengo a riposarmi, quando passo da queste parti.” </em><br />
<em>“È il tuo posto segreto?” </em><br />
<em>“È l’unico posto in cui riesco a stare in pace, ecco tutto. Fuori è un inferno. E adesso levatevi di torno!” </em><br />
<em>“Non vogliamo farti del male.”</em><em> </em><br />
<em>“Non riuscirete a entrare.” </em><br />
<em>“Senti, stiamo solo cercando una persona.” </em><br />
<em>“Ebbene? Andate a cercarla da qualche altra parte. Io che c’entro?” </em><br />
<em>Ci guardammo. Deglutimmo, terrorizzati dal nostro stesso pensiero: </em><br />
<em>“Chissà, forse&#8230; Forse è lei la persona che stiamo cercando&#8230;” </em></p>
<p><em>Il bagno diventò una tomba. Coverciano un camposanto. I nostri volti, pallidi come quelli di due becchini. Dell’uomo non avevamo visto quasi niente. Era vestito di chiaro e aveva un paio di occhiali da sole, tipo Ray-Ban. Quasi sicuramente portava un cappellino.   </em></p>
<p><em>“Impossibile che io sia l’uomo che cercate,” riprese all’improvviso. </em><br />
<em>“E perché?” </em><br />
<em>“Non mi cercano in molti. E comunque non mi cercano qui.” </em><br />
<em>“Senti, prometti di rispondere sinceramente?”</em><em> </em><br />
<em>“A che cosa?” </em><br />
<em>“Noi ti diciamo chi stiamo cercando e, se non sei tu, ce ne andiamo via.” </em><br />
<em>“Subito?” </em><br />
<em>“Immediatamente.” </em><br />
<em>“E va bene.” </em><br />
<em>“Allora, il nome della persona che stiamo cercando è: Roberto Baggio.” </em><br />
<em>Il bagno diventò una vergine di ferro, l’uomo al suo interno era stato trafitto e ululava disperato. </em><br />
<em>“No!” Gridò l’uomo e vedemmo il sarcofago ondeggiare sotto i colpi di pugni e testate. </em><br />
<em>“Non sei tu, eh?” </em><br />
<em>“Perché lo cercate, perché?” </em><br />
<em>“Quindi ci puoi dire qualcosa?” </em><br />
<em>“Potere, posso eccome. Volere, non voglio.” </em><br />
<em>“Se sei pratico di qui magari puoi dirci qualcosa sulla sua carriera in nazionale&#8230;” </em><br />
<em>“No.” </em><br />
<em>“Sugli allenatori che ha avuto?” </em><br />
<em>“Figuriamoci.” </em><br />
<em>“Se diciamo&#8230; Lippi?” </em><br />
<em>“Ha vinto un mondiale, no? Quindi ha ragione lui. E comunque è accaduto senza Baggio.” </em><br />
<em>“Trapattoni?” </em><br />
<em>“Ha vinto esattamente quello che meritava di vincere.” </em><br />
<em>“Maldini?” </em><br />
<em>“Il padre di un grande calciatore.” </em><br />
<em>“Sacchi?” </em><br />
<em>“Eh, potrei dire tante di quelle cose.” </em><br />
<em>“Anche dei mondiali?” </em><br />
<em>“Sui mondiali poi&#8230;” </em><br />
<em>“Magari accennando un po’ a Baggio, così, giusto fra le righe?” </em><br />
<em>“E va bene, va bene. Però faccio un altro passo indietro e prendo il mondiale che preferisco. Quello che seguii alla TV. Quello del periodo in cui ero più felice.”</em><em> </em></p>
<p><strong>Il racconto dell’uomo chiuso in bagno</strong><strong> </strong></p>
<p>È il 1990 e l’Italia si prepara a ospitare i mondiali di calcio. Alcune immagini le avrete di certo ancora stampate in testa. Sono immagini nitide, a tratti struggenti, che richiamano sempre le solite parole: gli ‘occhi spiritati’ di Schillaci, la ‘papera’ di Zenga, le ‘finte’ di Roberto Baggio. Sono luoghi comuni che suscitano sempre forti emozioni. Ma se provate a pensare a freddo, a distanza di tanti anni, a quelle immagini, i pensieri che nasceranno non saranno a senso unico. Appariranno macchiati da un’essenza che affoga la naturale purezza dei gesti. L’ovatta della vostra infanzia diventerà un parco di trucioli, alcuni sporchi di fango, altri intinti nel veleno. Emergerà un cono d’ombra, una zona che noi adulti sospettavamo: qualcosa che potrebbe spegnere per sempre gli occhi di Schillaci, accartocciare le finte di Baggio, salvare in corner lo sciagurato Zenga. Se li guardiamo con spietato distacco ecco che, all’improvviso, i mondiali italiani diventano i mondiali all’italiana. Di un’Italia diversa, lasciatemelo dire, da quella che in quegli anni trionfava in Coppa Campioni. Diventano dei mondiali italiani come gli spaghetti, come Rai 2, come il Colosseo, come Matarrese. La prima cosa che instilla il dubbio è lo stile con cui un intero popolo, reduce e abbrutito dai sortilegi degli anni ottanta, si dispone ad affrontare il glorioso evento che è chiamato ad allestire. Uno stile macchiettisticamente italiano. Uno stile che accompagna Italia ’90 fin dagli esordi e gli fa da madrina fino ai bordi del campo. Da una Rai che ha Gianfranco Magalli, Fabrizio Frizzi e le sorelle Carlucci come arieti di sfondamento, apprendiamo la primaria ed estenuante necessità di dare una ragione popolare al simbolo del Mondiale italiano: di dargli un nome. Voti, televoti, coupon. Per mesi l’unico ruolo che il popolo italiano è chiamato ad avere nella costruzione della mitologia di Italia ’90 è il nome da dare alla mascotte – la snodabile, lucida cosa senza volto che di quei mondiali era il simbolo. Fino a quando non sgorgherà trionfante dagli schermi il nome ‘Ciao’, ogni domenica a Domenica In, ogni sabato a Scommettiamo Che, ogni mezzogiorno ad Affari Vostri, la domanda sarà sempre la stessa: come la chiamiamo questa simpatica, lucida cosa?</p>
<p>Ma c’è di più. A fare da contraltare alle agitazioni massmediatiche fanno la loro bella parte le ragioni calcistiche. Mai, come per Italia ’90, l’apparato sportivo – gli organizzatori, i dirigenti, gli atleti stessi –  si presenta ai mondiali in un modo così uggioso e prosaico. Zenga, Bergomi, Maldini, Ferri, Ancelotti, Baresi, Donadoni, De Napoli, Vialli, Giannini, Carnevale. Questa la formazione tipo, che affronterà il 9 giugno 1990 l’ordinata Austria di Polster. Confrontati con l’atletismo del Camerun, col gioco moderno e sempre ammirevole dell’Olanda, con le attrattive dell’Higuita e del Valderrrama colombiani, dell’Argentina di Maradona e Caniggia, della rocciosa Germania di Klinsmann e Matthaeus, gli azzurri, a distanza di anni e storia alla mano, provocano solo un debole e triste brivido.</p>
<p>La Gazzetta titola: ‘Carnevale, viva l’egoismo: Sogno un gol da dedicare soltanto a me’. Provate a pensare a Usa ’94. Ve lo immaginate un Massaro che si azzarda a dire una cosa del genere? Sarebbe successo un pandemonio! E lo sapete perché? Perché quella era una squadra, ragionata nel suo insieme. E tutti dovevano lavorare per la squadra. Signori una partita la giocò addirittura da ala! E infatti arrivammo in finale e perdemmo ai rigori. E secondo voi perché? Perché quella squadra aveva un’anima, ma soprattutto aveva senso! Ve le ricordate le sovrapposizioni di Mussi? Volete paragonarle alle vane sfacchinate di un Ferri? Quella di Italia ’90 è una squadra senza equilibri, senza schemi. Con Baresi, poverino, a fare da unico perno.</p>
<p>E ancora: nei mondiali delle morti bianche e degli appalti fantasma, nei mondiali dei nuovi stadi e ‘dell’Italia che funziona’, il CT della nazionale di calcio italiana è Azeglio Vicini, la cui carriera di calciatore nel Lanerossi Vicenza e dieci anni senza vittorie all’Under 21 paiono sufficienti alla Federcalcio per affidargli il secondo e forse ultimo mondiale giocato in patria dagli Azzurri. Nel suo volto e nelle sue parole non leggiamo una visione, un’ambizione a fare gioco. E neanche si vede l’apprensione per una panchina ambita, la paura per un compito delicato. Rari sono i gesti di orgoglio. Il peso e persino il senso di una responsabilità tanto grande sembrano essersi svincolati da quel brav’uomo. La lunga militanza federale ne ha ammansito ogni caratteristica, smussato la tempra, livellato entusiasmi, debolezze e punti di forza. Insomma, proprio nell’occasione dei tanto attesi mondiali italiani, dei mondiali che possono consacrare l’Italia nell’olimpo delle grandi, che <em>devono</em> regalare la quarta vittoria agli Azzurri, dei mondiali in cui l’Italia intera</p>
<p>è chiamata a dare nervo e sfoggio delle proprie qualità, l’Italia giunge all’appuntamento con un burocrate in panchina, una compagine anestetica di atleti in gioco e lo spettro di mazzette, corruzione e mostri architettonici alle spalle. Fra gli undici titolari che scenderanno in campo nella gara iniziale, schierati in uno schema che obsolescente è dire poco, non figurano i nomi di Nicola Berti, che di quel mondiale avrebbe potuto essere la sorpresa, né di Totò Schillaci, che di quel mondiale sarà il mattatore, né di Roberto Baggio, che di quel mondiale sarà la luce.</p>
<p>Siedono in panchina e assistono a un primo tempo sconsolante, arido, macchinoso. Nel secondo tempo Vicini dà fiducia a Schillaci. Quello entra, segna il gol del provvisorio e definitivo vantaggio e una crepa finalmente si apre. Allo stesso modo, sostituendo nel secondo tempo Carnevale nella partita con gli USA, Schillaci entra, segna il gol decisivo e allarga la crepa, la ricalca, la dirama. Nella partita con la Cecoslovacchia, inutile ai fini della qualificazione alla seconda fase, Baggio e Schillaci sono schierati come coppia d’attacco. Al 25’ del primo tempo, Roberto Baggio è a centrocampo, chiede e ottiene un triangolo da Giannini, scende, quasi a balzi, sulla trequarti avversaria, sal- ta un uomo con un tocco rapido, scheletrico, salta un secondo  avversario, tutto d’un fiato, come in un unico gesto, arriva al limite dell’area e finta, si avvicina alla porta, finta ancora, incrocia il tiro e segna. Da quel momento comincia Italia ’90. A dire il vero, da quel momento comincia anche USA ’94, ma quella è un’altra storia, troppo dolorosa. Comunque: lì comincia l’Italia ’90 che si specchia nei ricordi, ne prepara le tratte e i ritorni improvvisi, che li fermenta e li fa sussultare. Quella che offusca il superfluo e si scuote dallo squallore, quella che manda a gambe all’aria le sorelle Carlucci e le pedanti ola dell’Olimpico. Quella che fa dimenticare ciò che sta dietro al mondiale italiano. Come andrà a finire poi, è una storia a parte. Testa di Caniggia. Donadoni e Serena che sbagliano il rigore. Baggio che lo segna. Baggio che fa tirare il rigore della finalina a Schillaci. Ma è tramite il gol alla Cecoslovacchia, tramite quell’esultanza e quel momento magico che Italia ’90, all’improvviso, trova un altro spazio, un modo diverso per essere raccontata, e può essere ricordata come la ricordiamo tutti.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/30/roberto-baggio-qui-e-altrove/">Roberto Baggio qui e altrove</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>una nonna narratrice</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 10:00:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Enrico Palandri</strong></p>
<p>Cosa vuol dire raccontare delle storie? Questa espressione ha spesso un tono spregiativo: dire di qualcuno che ‘racconta delle storie’ significa denunciare scarso rispetto della realtà. Nel reale si è, dirlo è un’altra cosa. La realtà è quindi nel senso comune il contrario di una storia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/24/una-nonna-narratrice/">una nonna narratrice</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/fairytales.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-40708" title="fairytales" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/fairytales-300x281.jpg" alt="" width="300" height="281" /></a></p>
<p>di <strong>Enrico Palandri</strong></p>
<p>Cosa vuol dire raccontare delle storie? Questa espressione ha spesso un tono spregiativo: dire di qualcuno che ‘racconta delle storie’ significa denunciare scarso rispetto della realtà. Nel reale si è, dirlo è un’altra cosa. La realtà è quindi nel senso comune il contrario di una storia. Le storie, fatte di parole, sono quindi semplicemente bugie: da Omero a oggi, attraverso miti e leggende, poemi e romanzi, gli autori non hanno fatto altro che raccontare delle storie. Perché dobbiamo inventare quando possiamo dire la verità? Non riusciamo neppure a vivere tutto quello che vorremmo e perdiamo tempo a scrivere e leggere romanzi! Perché aggiungere al mondo reale un mondo immaginario?<br />
<span id="more-40706"></span><br />
Nella mia infanzia una nonna raccontava a me e i miei fratelli le vicende familiari, e ne faceva dei miti. Un ante- nato, nella prima metà dell’Ottocento, aveva un’amante e le aveva comprato una casa in Barbaria de le Tole. Era così geloso che aveva comprato anche tutte le case attorno per tenerle vuote, in modo che nessuno la vedesse. Op- pure c’era la zia Alice, zia non saprei dire di chi, ma credo venisse dalla parte greco-ortodossa della mia famiglia ma- terna, che si era sposata a sedici anni e quando le aveva- no chiesto se era contenta aveva risposto: «Io faccio tutto quello che mi dicono mamma e papà». Poi nella notte era scappata in vestaglia per le strade di Venezia, era tornata dai genitori dicendo stupefatta: «Mio marito è diventato matto! Non potete immaginare cosa vuol fare&#8230;». Un altro parente, sempre nel XIX secolo, era stato spedito in India perché aveva la sifilide, non perché sperassero in un rimedio, piuttosto per toglierselo dai piedi. Poi ce n’era uno con un naso rosso ed enorme, bruttissimo, che credo fosse finito ad abitare su una panchina e così via, racconti infiniti. Storie che ci apparivano tutte meravigliose, un bel fiume vivace, abitato e fecondo. Questa nonna era del 1899 e immagino che il gusto del raccontare le fosse venuto a sua volta da qualche nonna o zio. Sia lei che mio nonno avevano origini illustri, ma le famiglie erano molto decadute nella generazione precedente alla loro e raccontavano quindi declassando tutti i parenti, per ridicolizzarli e lenire la malinconia del declino. Mia nonna si vantava, ed è importante per quello che si vuole qui sotto- lineare, del fatto che i quattro membri della sua famiglia (altri sette fratelli erano morti di varie epidemie, cosa non eccezionale in quegli anni), fossero nati in quattro nazioni diverse, pur essendo nati nel raggio di pochi chilometri. Montenegro, Italia, Austria e Croazia. Lei era di Susak e aveva sposato un greco ortodosso, mio nonno Giovanni Petrovich, che aveva una nonna Licudis, pronipote a sua volta di un istitutore di Pietro il Grande che era stato in- viato a Venezia per perorare un’alleanza della Serenissima in una guerra contro i turchi. Tra i nomi dei nostri pa- renti da parte di madre c’erano tanti slavi, austriaci e altri mitteleuropei, com’era frequentissimo a Venezia. Iechlin, Dekleva, oltre ai Licudis, che intrecciavano una rete fa- miliare che contraddiceva già nei cognomi l’irredentismo italiano. Alcuni si nascosero, diventando nazionalisti italiani, cioè fascisti, mentre altri restarono fedeli alla loro identità frammentata dagli eventi, e quindi antinazionalisti, partigiani e antifascisti. Suo padre era stato addirittura sorteggiato per l’attentato a Francesco Giuseppe, mentre erano profughi nelle Marche, ma i compagni lo avevano risparmiato perché aveva già due figli ed era quindi partito al suo posto Guglielmo Oberdan. Queste storie sono sempre restate con me. Cos’erano per lei e cosa sono per me? Erano vere? Non credo, o certamente non del tutto. Perché a mia nonna piaceva raccontare e quindi faceva qualcosa di diverso dal tentare di dire la verità. Del resto cosa significa dire la verità a bambini tra i tre e i dieci anni? C’erano senz’altro elementi pedagogici e censure sugli eventi sessuali, che mi si sono chiariti negli anni successivi, ma soprattutto c’era moltissima invenzione romanzesca. Le cose si sviluppa- vano, si rivelavano, ritornavano a personaggi minori per farli crescere in una nuovo capitolo della storia.</p>
<p>C’erano due vene nel suo narrare: una era l’amore che si porta ai discendenti, l’altra il piacere di toccare i punti sensibili della sua biografia, sia quella individuale che quella collettiva, che doveva aver contato molto per lei negli anni del fascismo, a causa delle lacerazioni cui si accennava che divideva i parenti in fascisti e partigiani, e usare l’ambito familiare o parafamiliare per mescolare un po’ le due cose e spingerle verso un orizzonte allegro e fantastico. Il conflitto tra multiculturalismo e nazionalismo è stato drammatico nell’Impero austroungarico, in cui lei era nata, fino alla fine della seconda guerra mondiale. Per questa ragione è interessante come nel racconto l’esperienza tragica di famiglie divise e contrapposte da guerre e politiche xenofobe si mescolasse al piacere del cosmopolitismo. Nella sua idea di famiglia entravano tutti i personaggi rilevanti della sua infanzia: includeva i domestici e i vicini di casa, i commercianti con cui si avevano rapporti regolari, insomma tutte le persone che umanamente partecipavano di un paesaggio vissuto personalmente, non attraverso i giornali o le istituzioni, e lei li raccontava per sentirli ancora vicini a sé. Per me che ascoltavo, queste figure arrivavano già fissate in una loro dimensione narrati- va che ovviamente mia nonna, che non faceva della storia ma raccontava delle storie, aveva modellato, ingrandito stilisticamente per catturare la nostra attenzione. Così il prozio geloso dell’amante poggiava su un tipo letterario di vecchio ricco e geloso, un Pantalone, la zia Alice sulla giovane ingenua, il sifilitico su qualcosa di vagamente comico e disgraziato, un Arlecchino. Così come nei ricordi di Tolstoj, di cui infatti era una grande lettrice, l’infanzia di Jasnaja Polyana appare un mondo completo, forgiato dalla poesia dell’immaginazione infantile.</p>
<p>Il secondo aspetto, l’amare i figli e i discendenti, era decisivo perché spingeva la creazione in una direzione evolutiva che si risolveva nel futuro. Diciamo che dava un lieto fine, e il lieto fine è la vita degli altri, in questo caso quei particolari altri che erano i suoi discendenti. Oggi mi è evidente, se considero da adulto quelle storie insieme a quello che so dell’epoca in cui lei ha vissuto, quanto lei trasformasse il materiale di cui parlava in una vita che valeva la pena aver vissuto, e che valeva la pena vivere ancora. Due guerre mondiali, la morte di sette fratelli, continue fughe da una parte all’altra di qualche confine, anni di disoccupazione, rovina economica di genitori e nonni e soprattutto gli effetti devastanti dei nazionalismi italiani, austriaci e slavi, nella zona in cui lei era cresciuta. C’era, è chiaro, tutta un’altra biografia, molto più drammatica, che io conosco non dal suo racconto ma dalla storia. Suo fratello era stato un tipico fascista di una zona di confine. Era un ufficiale dell’esercito e irredentista, ma aveva sposato una slovena il cui fratello era invece partigiano con i titini, e tra galere italiane e slave, figli da tirar su, foibe e altri ammazzamenti, la vita reale aveva continuamente contraddetto l’esperienza politica soggettiva, per loro come per tante famiglie. I cugini sloveni e italiani erano cresciuti insieme e si erano voluti bene, a volte molto bene, con amori che erano entrati a loro volta nelle leggende familiari, sebbene i padri fossero schierati su fronti opposti della guerra. I giovani erano Giuliette e Romeo che in quella zona avevano reso inaccettabile la politica.</p>
<p>Raccontare storie era per mia nonna tentare di ricucire insieme un materiale frammentario e contraddittorio attraverso un amore per i bambini che l’ascoltavano che era amore del futuro, del loro futuro.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Flow-cover.jpg"><img class="size-medium wp-image-40707 aligncenter" title="Flow cover" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Flow-cover-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Enrico Palandri, <em>Flow</em>, Barbera (2011), pp. 96, 12 eu.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/24/una-nonna-narratrice/">una nonna narratrice</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>l&#8217;ebook e la serie A</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 17:07:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/eye-book-futuro.jpg"></a>di <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/"><strong>Loredana Lipperini</strong></a></p>
<p>[questo articolo è stato pubblicato oggi su <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/">Lipperatura</a>]</p>
<p>Qualche giorno fa, dando conto del cambio di gestione e di linea editoriale di Gargoyle, avevo sottolineato un passaggio che mi aveva dato da pensare: l’affermazione che prevedeva per gli autori italiani (alcuni?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/14/lebook-e-la-serie-a/">l&#8217;ebook e la serie A</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/eye-book-futuro.jpg"><img class="size-full wp-image-40730 alignleft" title="eye-book-futuro" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/eye-book-futuro.jpg" alt="" width="225" height="283" /></a>di <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/"><strong>Loredana Lipperini</strong></a></p>
<p><span style="color: #008000;">[questo articolo è stato pubblicato oggi su <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/"><span style="color: #008000;">Lipperatura</span></a>]</span></p>
<p>Qualche giorno fa, dando conto del cambio di gestione e di linea editoriale di Gargoyle, avevo sottolineato un passaggio che mi aveva dato da pensare: l’affermazione che prevedeva per gli autori italiani (alcuni? molti?) l’uscita esclusivamente in eBook.</p>
<p>Passo indietro: Francoforte. In occasione della Buchmesse Riccardo Cavallero, direttore generale Libri Trade di Mondadori, attacca gli agenti in quanto “conservatori” nei confronti dell’eBook medesimo: “non si può avere paura dei prezzi o della cannibalizzazione, altrimenti non ci lanceremo mai nell’editoria digitale”, dichiara al Corriere della Sera. Gli risponde un editore, Stefano Mauri (Gems)”Gli agenti giustamente cercano di tutelare i propri autori se sono dei professionisti (mi preme sottolineare che stiamo parlando della serie A, quella che vive di questo mestiere e non degli ultimi arrivati, con tutto il rispetto)”.<br />
<span id="more-40729"></span><br />
Ora, in tutela della serie B, C, D e Z era sceso qualche giorno fa Scott Turow, che pure appartiene alla fascia AA, sottolineando la slealtà di una situazione dove gli editori considerano gli eBook semplicemente come un luogo dove il rischio è minimo e dunque è possibile fare, o quasi, quel che si desidera. Poche royalties, considerazione dell’autore ai minimi.</p>
<p>In Italia, non stiamo molto meglio. Dopo l’annuncio della piccola Gargoyle, la decisione della ben più grande Mondadori: se volete, una piccolezza nelle problematiche che agitano il mercato editoriale, ma potrebbe assumere rilevanza ben maggiore e costituire un precedente. Di GL D’Andrea, che il commentarium già conosce, Mondadori ragazzi aveva mandato in stampa due volumi di una trilogia, Wunderkind (inizialmente concepita come storia unica ma suddivisa in tre parti, non per volontà dell’autore). Fra pochi giorni esce il capitolo conclusivo della saga, peraltro tradotta in una decina di paesi: esclusivamente in eBook. La protesta dei lettori, in rete, è stata immediata: non è corretto, dicono, cambiare supporto per evitare il rischio, a spese di chi ha seguito su cartaceo gli episodi precedenti.</p>
<p>In effetti, non lo è. E rafforza il sospetto, già enunciato qualche giorno fa, che il digitale venga considerato, in Italia, non come luogo dove investire ma come luogo da cui guadagnare col minimo sforzo, almeno nell’immediato. Ora, questo è un punto su cui gli autori tutti, conservatori o meno, dovrebbero riflettere molto: perchè quella che è indubbiamente una grande opportunità potrebbe essere usata non certo a loro vantaggio.</p>
<p>Ps. Per inciso, di ritorno da una magnifica due-giorni a Umbria Libri: ho avuto il piacere di essere in compagnia di scrittrici a cui voglio bene e a cui mi sento affine, come, per citarne due, Michela Murgia e Chiara Palazzolo. La prima si batte non da oggi perchè gli autori trovino intenti comuni, la seconda ha sottolineato come il punto debole italiano stia proprio nella narrativa popolare, soprattutto quella che si rivolge ai giovani lettori. Settore in cui, tanto per ampliare l’argomento, mi sembra che sia soprattutto l’ufficio marketing a prendere decisioni, secondo il principio che tutti possono scrivere tutto, e che gli stessi autori possano passare dai Tokio Hotel agli angeli innamorati, dal giallo al paranormal romance, a seconda di cosa “tira” di più. Eppure, le pagine lette nella preadolescenza e adolescenza, sono quelle che aprono al mondo della lettura. Magari, occorrebbe tenerlo presente, qualche volta.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/14/lebook-e-la-serie-a/">l&#8217;ebook e la serie A</a></p>
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		<title>sex of you more</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 09:30:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/patcarra1.jpg"></a></p>
<p><em>Il sex of humour è il sesso femminile, un sesso che ha il senso dell’umorismo, prima di tutto grazie alla sua distanza dal potere</em>. Nei pensieri illustrati di<strong> <a href="http://www.patcarra.it/">Pat Carra</a></strong> (<strong><em>Sex of Humor</em>, Fandango, 2011</strong>) raccolti eppure miscellanei, il cui filo rosso potrebbe essere la natura sensuale dei rapporti umani, c&#8217;è uno sguardo sempre chiaro, sempre sobrio, sempre intelligente, sempre, in qualche maniera, possibile.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/14/sex-of-you-more/">sex of you more</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/patcarra1.jpg"><img class="size-medium wp-image-40700 alignleft" style="margin: 8px;" title="patcarra1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/patcarra1-234x300.jpg" alt="" width="234" height="300" /></a></p>
<p><em>Il sex of humour è il sesso femminile, un sesso che ha il senso dell’umorismo, prima di tutto grazie alla sua distanza dal potere</em>. Nei pensieri illustrati di<strong> <a href="http://www.patcarra.it/">Pat Carra</a></strong> (<strong><em>Sex of Humor</em>, Fandango, 2011</strong>) raccolti eppure miscellanei, il cui filo rosso potrebbe essere la natura sensuale dei rapporti umani, c&#8217;è uno sguardo sempre chiaro, sempre sobrio, sempre intelligente, sempre, in qualche maniera, possibile. Nelle sue vignette si riconosce così chiaramente uno sguardo che in effetti pare che le vignette ti guardino &#8211; anzi, che ti abbiano già visto &#8211; e riquadrino. Questi disegni includono, invece di lasciare fuori, i personaggi ci somigliano, perché, nella loro icasticità, tentennano. Nelle vignette di Carra non c&#8217;è in breve una superumanità perfetta &#8211; fisicamente, politicamente, dialetticamente &#8211; che giudica e ride prima degli altri e poi di sé, che è esente da errore, c&#8217;è qualcuno che abbiamo già incontrato e insieme al quale ridere <em>con</em> e mai <em>di</em>.<br />
<span id="more-40529"></span><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/patcarra3.jpg"><img class="size-medium wp-image-40702 alignright" style="margin: 6px;" title="patcarra3" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/patcarra3-181x300.jpg" alt="" width="181" height="300" /></a><br />
Così l&#8217;umanità delle vignette di Pat Carra è prima di tutto sinonimo &#8211; e sintomo &#8211; di intelligenza, e <em>Sex of Humor</em>, una raccolta che fa compagnia.  C&#8217;è chi guarda, legge, pensa. E la satira anche quando è dura e spigolosa, lascia uno spazio dialettico, di risposta, di esitazione. A scorrere queste vignette, si vede bene che le rivoluzioni possono essere scanzonate, che un divano non è sempre un posto dove stare comodi, che Veronica Lario ha fatto qualcosa in più che divorziare da Silvio Berlusconi, che gli &#8220;annunci a luci rosse&#8221; possono davvero rendere le giornate di chi cerca, luminose come quelle di chi trova. Il punto di vista di chi scrive è in <em>Sex of Humor</em> quello dell&#8217;errore. Si ride perché si sbaglia, ci si corregge perché si sbaglia, si scrive perché si sbaglia. tutti sbagliamo. E così, nonostante le protagoniste dei fumetti di Carra siano quasi tutte donne, gli uomini pure possono riconoscersi, per una volta al complemento, per converso, senza essere il centro di un universo &#8211; fisico, politico, dialettico.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Pat-20-carra_gossipGalleryDetail.gif"><img class="size-medium wp-image-40705 aligncenter" title="Pat-20-carra_gossipGalleryDetail" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Pat-20-carra_gossipGalleryDetail-240x300.gif" alt="" width="240" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Pat Carra, <em>Sex of Humor</em>, Fandango (2011), 13,00 eu.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/14/sex-of-you-more/">sex of you more</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>in vetrina [shots]</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/13/in-vetrina-shots/</link>
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		<pubDate>Sun, 13 Nov 2011 22:15:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Franco Arminio]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/arminio2.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Franco Arminio</strong></p>
<p>1.<br />
e adesso a sinistra<br />
compagni<br />
basta con questa storia<br />
dei mercati<br />
delle perdite e dei guadagni.</p>
<p>2.<br />
ormai ci è rimasta<br />
solo la morte<br />
è il nostro unico capitale<br />
la destinazione più chiara,<br />
il corpo per aria<br />
l&#8217;anima nella bara.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/13/in-vetrina-shots/">in vetrina [shots]</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/arminio2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-40724" title="arminio2" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/arminio2-300x213.jpg" alt="" width="300" height="213" /></a></p>
<p>di <strong>Franco Arminio</strong></p>
<p>1.<br />
e adesso a sinistra<br />
compagni<br />
basta con questa storia<br />
dei mercati<br />
delle perdite e dei guadagni.</p>
<p>2.<br />
ormai ci è rimasta<br />
solo la morte<br />
è il nostro unico capitale<br />
la destinazione più chiara,<br />
il corpo per aria<br />
l&#8217;anima nella bara.</p>
<p>3.<br />
vendesi<br />
terracarne.<br />
rivolgersi ad arminio<br />
alto e fragile, d&#8217;alluminio.</p>
<p><span style="color: #3366ff;">[la foto in apertura è dell'autore]</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/13/in-vetrina-shots/">in vetrina [shots]</a></p>
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		<title>introduzione</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/07/introduzione/</link>
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		<pubDate>Mon, 07 Nov 2011 08:30:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Calvino5.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Verri</strong></p>
<p>La vicenda editoriale di questo libro è insolita e bizzarra.</p>
<p>Tutto ha avuto principio con un «c’era una volta», o quasi. Nell’estate del 2008 mi capitò tra le mani un articolo apparso il 25 aprile 1958 su un settimanale locale, il <em>Corriere Valsesiano</em> (la Valsesia è la parte settentrionale della provincia di Vercelli), dove l’uscita di un ‘Gettone’ Einaudi dovuto a un tale Remo Agrivoci era data come fatto certo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/07/introduzione/">introduzione</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Calvino5.jpg"><img class="size-full wp-image-40528 alignleft" style="margin: 8px;" title="vittorini" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Calvino5.jpg" alt="" width="221" height="284" /></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Verri</strong></p>
<p>La vicenda editoriale di questo libro è insolita e bizzarra.</p>
<p>Tutto ha avuto principio con un «c’era una volta», o quasi. Nell’estate del 2008 mi capitò tra le mani un articolo apparso il 25 aprile 1958 su un settimanale locale, il <em>Corriere Valsesiano</em> (la Valsesia è la parte settentrionale della provincia di Vercelli), dove l’uscita di un ‘Gettone’ Einaudi dovuto a un tale Remo Agrivoci era data come fatto certo. Il paragrafo non portava firma, o sigla, e pensai a uno stelloncino redazionale. Tuttavia l’articolo, che titolava «Anche la Valsesia avrà un ‘Gettone’» era troppo ampio per esse­re uscito dalla penna di un redattore anonimo e, allo stesso tempo, troppo breve per l’importanza che il fatto me­ritava. Inoltre lo stesso giornale, né prima né dopo quella data, fa­ceva altro riferimento al ‘Gettone’ valsesiano.</p>
<p>Inutile dire che il libro di Agrivoci non uscì mai; anzi, proprio in quel 1958, l’esperienza dei ‘Gettoni’ giungeva gradual­mente al termine. Così tornai a rileggere l’articolo ponzato d’enfasi, di reto­rica spiccia e di poco garbato campanilismo, del quale conservavo copia in un quaderno dalla copertina limone:<br />
<span id="more-40527"></span><br />
<em>Era tempo che la grande editoria prestasse attenzione alla nostra piccola valle e agli artisti che la popolano: Remo Agrivoci è uno d’essi e ci ha annun­ziato che pubblicherà presso Einaudi, nella oramai avviata collezione dei ‘Gettoni’, un suo romanzo neorealista, </em>Partigiano Inverno<em>, con il quale dipinge un bellissimo, aggraziato e intenso quadro dei nostri luoghi e un fiero ritratto degli uomini più nobili tra quelli che, schiacciato il cuore dal piede in­vasore, liberarono la Patria col coraggio e la fede nella libertà. Tra città e monti si muovono, nel cuore dell’inverno del 1943, tre personaggi che rappre­sentano le età della vita: Umberto, un giovinetto di dieci anni o poco più, che, seppur imbevuto della rettorica del regime, finisce per trovare una propria vi­sione della vita, nobile e dignitosa, lontana dalla logica assurda che gli veniva inculcata; Jacopo, un ragazzo, fresco nel corpo e nell’animo, che sa prendere, appena terminati gli studi liceali, la decisione giusta, quella del sacrificio per­sonale in vista del bene comune, e sale fiero sui monti; infine Italo, un profes­sore di Italiano in pensione, che, dopo una vita lavorativa trascorsa a Vercel­li, decide di tornare a Borgosesia, sua città natale, dove gli è rimasto un fra­tello, di lui più anziano: qui scopre il rimorso di essere stato lontano per tan­to tempo ma ottiene una proba redenzione ponendo a repentaglio la sua me­diocre esistenza. Siamo felici per il nostro Remo Agrivoci ma più ancora per la nostra Valsesia, di cui finalmente, in questo romanzo di formazione, son tessute le esatte lodi e sono cantate le virtù, le doti, i meriti di cui mai gli abi­tanti di questa valle difettarono.</em></p>
<p>Capirete che molti elementi non quadrano: Vittorini non avrebbe mai avallato un libro come questo. Pensai a una burla, voluta da qualche valsesiano per vellicare la sopitissima ambizione dei convalligiani, ma infine dubitai di poter accordare tanta lepidezza a gente fatta come me. Allora il romanzo doveva pur esserci stato, almeno come manoscritto, e giunsi ad altre congetture: forse Agrivoci s’era risentito per una delle celebri beccate di Vittorini, o temette che la severità dei suoi baffi si sarebbe sgravata su un ‘risvolto’ troppo aspro, come quelli che capitarono a Fenoglio o a Zolla. Forse ci fu un ripensamento di Vittorini. O forse Remo Agrivoci spedì il manoscritto e il siciliano rispose che il romanzo poteva inte­ressare e che avrebbero dovuto vedersi a quattr’occhi. Può darsi che si fossero incontrati e che il progetto fosse naufragato sul na­scere. Ma nel frattempo il precipite Agrivoci poteva aver raccon­tato a qualche amico articolista del contatto con Vittorini e l’arti­colista poteva aver fatto, avventatamente, il resto.</p>
<p>La realtà si presentava multipla, spinosa, a stra­ti fittamente sovrapposti, come un carciofo, e alla fine deliberai di te­ner buone tutte le ipotesi, e nessuna. Così decisi di provare a riscrivere il romanzo.</p>
<p>Questo è il primo romanzo che scrivo, o meglio: riscrivo. Come è naturale in questi casi, avrei dovuto trovare un manoscritto, più o meno integro e leggibile, e trascriverlo con in­nocenza, come hanno fatto tanti altri, e più fortunati, prima di me. Non è stato così, come ho detto.</p>
<p>Presi in considerazione l’anno, il 1958, nel quale avrebbe dovuto uscire il volume: molti iniziavano a dimenticare o avevano dimenticato la guerra di Liberazione, e il romanzo italiano stava entrando a far parte della quantità di beni superflui di cui ognuno poteva fruire. L’universalità del contenuto (valida per l’immediato dopoguerra, secondo l’opinione di Calvino nella <em>Prefazione</em> del 1964 al <em>Sentiero dei nidi di ragno</em>) stava sgretolandosi già negli anni Cinquanta, più ancora nei Sessanta (e Calvino lo con­ferma): oggi è estinta e restano solo i segni dei testimoni. Gli uo­mini, nel declinare degli anni 50, avevano altro per la te­sta: da un canto miravano su, al cielo stellato, non con vagheggiamento lunare ma con curiosità scientifica e il timore che all’improvviso lo Sputnik o qualche altra diavoleria potesse cadere loro sulla testa; dall’altro canto guardavano in basso, tra le gambe, follemente preoccupati per la Legge Merlin. Angelo Roncalli sali­va al soglio come 261° Papa e metteva a soq­quadro la Chiesa. La pretesa ch’ebbe Agrivoci di scrivere, in quel frangente, un romanzo ‘neorealista’, dopo la decretata fine del ‘neorealismo’ mi sembrava un’assurdità.</p>
<p>Ma a volte le cose stravaganti sono le più attraenti. Ero affascinato all’idea di narrare di un tempo in cui eroi e poeti strin­gevano sodalizi (nella milanese casa dell’architetto Filippo Maria Beltrami, futuro “Capitano” di una delle prime formazioni parti­giane dell’Ossola, Montale andava a bere il caffè, e chiosava di suo pugno le poesie di Giuliana Gadola, moglie del “Capitano”), di un tempo in cui i soldi si vincevano proditoria­mente – per chi faceva la spia – con le taglie sulla testa invece che coi quiz. Volevo raccontare queste cose adesso che la memoria resistenziale fatica a resistere, in quest’epoca moralmente imba­razzante nella quale ci si imbarazza di fronte all’impegno.</p>
<p>C’erano due problemi, uno di forma, l’altro di contenuto. Iniziamo dal secondo: scrivere l’ennesimo libro sulla guerra e la Resistenza? con quale coraggio? e perché? Non posso mettere avanti una ragione convincente né per i lettori, né per me: un al­tro libro sulla Resistenza non serve perché il più bello e quello dopo il quale non si può dire più nulla è già stato scritto: è <em>Il partigiano Johnny</em>. Mi diedi quindi una risposta da fan­ciullino: ho scritto perché me ne è venuta voglia (cosa che nessuno scrittore direbbe mai); ho scrit­to perché amo l’inverno e il titolo <em>Partigiano Inverno</em> non poteva che stimolarmi; ho scritto perché da tempo desideravo raccontare una storia dove protagonista fosse la Valsesia.</p>
<p>La cosa più cruda che c’è in questo romanzo è la fucilazio­ne di dieci persone (tra civili e par­tigiani): cosa piuttosto frequente negli anni della guerra civile, sor­prendente oggi, a figurarcela nella piazza del nostro paese. Si dirà che anche adesso gli omicidi di mafia o gli assassinii in serie ci mettono la morte in faccia. È vero, ma è una morte dipinta con altri toni: giunge veloce, anonima, inaspettata, si consuma in pri­vato; la fucilazione di ieri si svolgeva come una sacra rappresenta­zione, coi gesti lenti delle cose sovrumane poste sotto l’egida d’u­na presunta amministrazione della giustizia, col flemmatico cor­teo dei condannati verso la morte, il tempo sospeso di chi ammira il teatrino dell’equità con la messa in scena delle iniquità e delle insensatezze: spettacolo assurdo, surreale e, per noi, inconcepibi­le.</p>
<p>Ma in che maniera parlarne, oggi che “l’<em>inesperienza</em> è la con­dizione trascendentale dell’esperienza attuale” (Antonio Scurati, <em>La letteratura dell’inesperienza</em>)? Mi sembrò sensato far affiorare l’idea che l’uomo d’oggi può paragonarsi a quello di ieri solo se posto di fronte alle cose della natura (e non della storia), che sono uguali da migliaia di anni. A fare le azioni importanti non sono i protagonisti del romanzo (Umberto, Jacopo e Italo) ma Cino Moscatelli, Giuseppe Osella e gli altri che ci furono davvero; i miei personaggi per la maggior parte del tempo si limi­tano a passeggiare, a rievocare prou­stianamente; attendono qualcosa, o cercano l’Occasione della vita; progrediscono ma non linearmente: muovono disordinati, senza meta, per brevi scarti. Sono soli e perduti, come noi di fronte al passato. Rincorrono qualcosa avanti a loro ma non sanno cosa: la linearità s’inchiocciola e diventa circolare. L&#8217;insufficiente diventa evento, o lo diventa ciò che è grottescamente abbondante, ovvero l&#8217;ecce­denza deforme.</p>
<p>Passiamo al problema della forma. Scartata in partenza l’idea di un narratore in­terno, mi buttai con entusiasmo sull’eterodiegesi, scoprendomi in­deciso se optare per un narratore personale o impersonale. Mi in­vaghii del primo per ribellarmi all’idea che il romanzo sembrasse essersi fatto da sé, ma scoprii che fare il narratore personale più di tanto non mi veniva. Cercai poi di giocare con la focalizzazione: al principio adottando un punto di vista moderatamente interno, senza malizie, a vol­te sfocato e scialbo, per passare poi a una focalizzazione più instabile che vuole pigliare tutto tra il grado zero e il punto di vista esterno. Volevo dare al romanzo un ritmo lineare e circolare a un tempo: un ritmo alla ‘bolero’, una struttura ad ‘aria e variazioni’ con ripresa dell’‘aria’ in chiusura.</p>
<p>Ho inteso il linguaggio come un protagonista che subisce un’evoluzione, più grande o evidente rispetto a quella dei perso­naggi. Esso si carica come una valanga disordinata che rovina giù: diventa bizzarro, insanito, folle, espressionistico a furia di afrodisiaci dialettali e vocabolarie­schi. Ho voluto strappare la faccia a certi ceffi col randello della deformazione e, al tempo stesso, col naso del clown, perché m’è parsa l’unica maniera di poter parlare – sempre fallendo – della ferocia e della morte, e di tempi e di uno spirito che non c’è più. Non con la vana speranza di riuscire a muovere qualcuno a pietà ma per dimostrare che oggi, di certe cose, non ci si riesce più a rendere conto.</p>
<p>Devoto alle poche notizie sull’opera, ne ho mantenuto il tito­lo, <em>Partigiano Inverno</em>, e ho conservato gelosamente, quando non l’ho alimentato, un dubbio: se <em>Inverno</em> fosse il nome di un partigia­no, o se <em>Partigiano</em> fosse un attributo o un tributo all’inverno, o entrambe le cose.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/07/introduzione/">introduzione</a></p>
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		<title>ritagli da un&#8217;intervista fallita</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 08:20:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Flavia Piccinni</strong></p>
<p>Non esistono interviste facili, ma quando la missione è intervistare una donna che ha quasi 100 personalità tutto si complica. C’era da aspettarselo, quindi, che intervistare Kim Noble sarebbe stata una vera e propria impresa, a partire dall’entourage che la circonda: un agente letterario (tale Robert Smith) che sembra affetto da amnesia cronica, una casa editrice (Little Brown) diffidente e instabile almeno quanto l’autrice che rappresenta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/04/ritagli-da-unintervista-fallita/">ritagli da un&#8217;intervista fallita</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/5652992781_2a4d71502c_m.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/5652992781_2a4d71502c_m.jpg" alt="" title="5652992781_2a4d71502c_m" width="240" height="184" class="aligncenter size-full wp-image-40525" /></a></p>
<p>di <strong>Flavia Piccinni</strong></p>
<p>Non esistono interviste facili, ma quando la missione è intervistare una donna che ha quasi 100 personalità tutto si complica. C’era da aspettarselo, quindi, che intervistare Kim Noble sarebbe stata una vera e propria impresa, a partire dall’entourage che la circonda: un agente letterario (tale Robert Smith) che sembra affetto da amnesia cronica, una casa editrice (Little Brown) diffidente e instabile almeno quanto l’autrice che rappresenta. E poi c’è lei, Kim Noble, cinquant’anni, capelli biondi lunghi fino al seno, sguardo sperduto e aria da star che, quando provi a contattarla, la prima volta è disponibile, la seconda non si ricorda più chi sei, e la terza ti manda al diavolo. Poi torna gentile e affabile, anche se non si sa bene per quanto a lungo, e decide di raccontare della sua carriera d’artista, cominciata nel 2004, e di quella da scrittrice, appena intrapresa con l’uscita in Gran Bretagna del suo primo libro, <em>All of me</em>.<br />
<span id="more-40524"></span><br />
La disponibilità dura quanto un soffio perché poi Patricia (la personalità predominante, quella che firma le email, che rilascia in grande spolvero interviste al Guardian per poi dimenticarsi subito dopo chi è, che gestisce una figlia adolescente che le è stata a più riprese sottratta e restituita dai Servizi Sociali come un pacco il cui mittente è a volte giusto e a volte no – e, in fondo, è proprio così: a volte Patricia lascia davvero spazio a Kim Noble, a volte diventa l’aspirante suicida Rebecca, a volte la bulimica Judy, ecc.) perde la testa, dice che l’inglese è incomprensibile, dice che lei non può rispondere perché il libro, dopo la fiera di Francoforte, ha trattative in Italia e allora è meglio aspettare l’uscita per controllare gli articoli e rendere un’immagine unica e chiara di chi sia Tutto questo ha qualcosa di surreale, come solo alcune interviste impossibili – fatte a personaggi deceduti da decenni – riescono ancora a essere. Perché il sapore della star che controlla la sua immagine (come sottolinea anche il suo agente artistico che mi spiega “Kim is a real star”) è quantomeno incomprensibile se applicato a una donna che ha fatto del disturbo mentale il suo unico punto di forza, gestendo l’auto-terapia come una macchina per far soldi: quadri e libri, interviste, i lunghi capelli biondi e l’aria spaesata. Ma forse la capacità di saper mercificare il proprio dolore, la propria sofferenza, difende ancora qualcosa di apprezzabile e unico benché, ormai, appartenga sempre di più alla norma. Alla quotidianità catodica e letteraria. E poi, effettivamente, deve essere complicato rispondere a delle domande sulla propria arte se in quel momento non ci si sente più un’artista (e dire che una mostra della Noble, One Of Many, verrà inaugurata il 9 novembre alla Bethlem Gallery a Beckenham, nel Kent). Non si può parlare della propria scrittura e di chi si è veramente se in quel momento non lo si decifra. Lasciando da parte i ragionamenti, che pur sarebbero legittimi e naturali, su chi davvero possa affermare con certezza di conoscersi, forse è un po’ cinico pensare che la malattia – che il Disturbo della Personalità, una delle patologie psichiatriche più affascinanti e complicate da curare e da raccontare – venga usata da questa donna per fini autopromozionali. Eppure questa presa di coscienza intermittente desta un po’ di sospetti. Proprio come quando lo scorso ottobre Kim Noble è comparsa con sua figlia all’Oprah Winfrey show, il talk più seguito d’America, che ha fatto schizzare in alto le quotazioni dei suoi quadri e l’ha presentata negli USA dove era pressoché sconosciuta. Allora Kim Noble sapeva benissimo chi era: una donna senza memoria, una donna che può cambiare anima per cinque volte al giorno. Cinque anime, manco a dirlo, che sono un compendio di patologie. C’è la bulimica già citata, l’aspirante suicida già citata, l’anoressica, l’adolescente incompresa che fa i capricci, l’uomo stanco e un po’ misogino. C’è di tutto. E nella stessa persona. In questa donna che ha rinunciato all’amore perché lo ritiene impossibile, che ha rinunciato alla famiglia, ma non al palcoscenico. In questa donna che ha continuamente dei vuoti di memoria, non si ricorda che per pochi significativi istanti di aver subito da bambina quegli abusi e violenze che probabilmente hanno condizionato la malattia che tutt’oggi la tormenta, non riesce a mettere a fuoco la prima volta che è stata qualcun altro, la prima volta che guardandosi allo specchio non si è riconosciuta più. Ma il confine fra la sincerità e la menzogna, fra l’apparenza e la realtà, fra la confusione reale e quella gestita ai fini autopromozionali è troppo labile. Troppo labile in una società che più che gli scrittori e gli artisti cerca casi umani, cerca personaggi, cerca la disperazione e promuove chi ha la capacità di esternarla, monetizzando la propria vita. Troppo labile e dicotomica. Proprio come Kim Noble, che probabilmente non farà fatica a trovare un editore italiano disposto a pubblicare le sue memorie di donna senza memoria firmate con il giornalista Jeff Hudson. Forse è per questo che non ricorda di cosa racconta. Forse. Ma, a dirla</p>
<p>[l'immagine in apice è In is own world di Kim Noble, viene da <a href="http://www.flickr.com/photos/62206346@N08/5652992781/in/set-72157626573841568">qui</a>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/04/ritagli-da-unintervista-fallita/">ritagli da un&#8217;intervista fallita</a></p>
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		<title>l&#8217;ultimo giorno di ottobre</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Nov 2011 00:20:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Territorio]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/incubo.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Franco Arminio</strong></p>
<p>I<br />
<em>io qui ho un solo nervo<br />
un solo ramo<br />
a cui sto appeso<br />
in attesa della fucilata.<br />
cinguetto, scuoto le ali<br />
non scendo a terra e non volo<br />
in cielo.</em></p>
<p>II<br />
<em>la piazza coi denti<br />
presidiata<br />
dal popolo fallito<br />
è insolente<br />
mi mastica il dito.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/01/lultimo-giorno-di-ottobre/">l&#8217;ultimo giorno di ottobre</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/incubo.jpg"><img class="size-full wp-image-40573 alignleft" style="margin: 8px;" title="incubo" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/incubo.jpg" alt="" width="199" height="369" /></a></p>
<p>di <strong>Franco Arminio</strong></p>
<p>I<br />
<em>io qui ho un solo nervo<br />
un solo ramo<br />
a cui sto appeso<br />
in attesa della fucilata.<br />
cinguetto, scuoto le ali<br />
non scendo a terra e non volo<br />
in cielo.</em></p>
<p>II<br />
<em>la piazza coi denti<br />
presidiata<br />
dal popolo fallito<br />
è insolente<br />
mi mastica il dito.</em></p>
<p>III<br />
<em>siamo qui a cercare<br />
chi ci loda<br />
in questo spazio senza capo<br />
né coda.</em><br />
<span id="more-40572"></span></p>
<p>IV<em><br />
quando avevo i tuoi occhi<br />
non me ne accorgevo.</em></p>
<p>V<br />
<em>notizia del giorno:<br />
uno che si è impiccato a un albero<br />
vicino alla fermata degli autobus<br />
ed è rimasto lì per tre giorni.<br />
</em><br />
VI<br />
<em>abbracciami con cautela<br />
sono il tuo arcobaleno.</em></p>
<p>VII<br />
<em>senza di te<br />
le cose che vedo<br />
non ci sono.</em></p>
<p>VIII<br />
<em>era piena di farfalle<br />
l&#8217;aria che ti usciva dalla bocca.</em></p>
<p>IX<br />
<em>quando mia madre<br />
mi tolse il seno<br />
misi in bocca la punta<br />
del mio cuore.</em></p>
<p>X<br />
<em>ogni cosa è di nuovo rovesciata<br />
come negli anni in cui non ti ho baciata.</em></p>
<p>XI<br />
<em>hai avuto bisogno di molti uomini<br />
per arrivare a me.</em></p>
<p>XII<br />
<em>domani è il giorno dei morti<br />
quando arriva il giorno dei vivi?</em></p>
<p><span style="color: #0000ff;">[l'immagine in apice è di <a href="http://www.dinovalls.com/"><span style="color: #0000ff;">Dino Valls</span></a>]</span></p>
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		<title>la modesta proposta</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/28/la-modesta-proposta/</link>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 10:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[draghi]]></category>
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		<category><![CDATA[sistema sociale]]></category>
		<category><![CDATA[swift]]></category>
		<category><![CDATA[una modesta proposta]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1_rind-3.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p>Draghi ha ribadito che la crisi “ha acuito soprattutto le difficoltà economiche dei più giovani. In assenza di una redistribuzione più equa delle risorse fra le diverse generazioni rispetto al passato i giovani dovranno contribuire in misura maggiore alle finanze pubbliche”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/28/la-modesta-proposta/">la modesta proposta</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1_rind-3.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-40521" title="1_rind-3" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1_rind-3.jpg" alt="" width="418" height="278" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p>Draghi ha ribadito che la crisi “ha acuito soprattutto le difficoltà economiche dei più giovani. In assenza di una redistribuzione più equa delle risorse fra le diverse generazioni rispetto al passato i giovani dovranno contribuire in misura maggiore alle finanze pubbliche”. Penso che Draghi abbia ragione sacrosanta e da vendere e che la mia generazione, oramai non più esattamente giovane ma molto responsabilizzata, e le successive, debbano contribuire in misura molto, molto maggiore al restauro delle pubbliche finanze. Per questo – avendo frequentato una scuola pubblica che ancora consentiva i tempi, i modi e gli strumenti per leggere Swift – avrei una modesta proposta per evitare che i precari e i figli di coloro che posseggono una o alcuna casa di proprietà siano un peso per lo Stato e per i loro genitori, e per renderli un beneficio per la comunità. Penso che questi giovani in particolare possano fornire un enorme contributo non tanto a Draghi, quanto al governo in perenne aria di riforme. Questi giovani potrebbero essere venduti al mercato della carne appena conclusa l’università. La loro carne non sarebbe certo tenera come quella di un infante, ma amabilmente massaggiata per almeno tre mesi come quella dei manzi di Kobe, fornirebbe una reale alternativa al manzo di Kobe stesso ed eviterebbe di certo la sovrappopolazione e l’inflazione del mercato del lavoro e, alle famiglie, il costo del mantenimento fisico e intellettuale di questi borghesi-ultimo-atto che si ostinano a dissipare soldi e risorse in master, dottorati di ricerca o altre vanità del genere. I genitori poi, già integrati in un sistema sociale immobile, potrebbero felicemente rimanere al loro posto di lavoro e ritardare ulteriormente la riforma delle pensioni, sollevando il governo dalla soluzione di un altro enorme problema.</p>
<p><span style="color: #008000;">[da l'Unità del 27 Ottobre 2011]</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/28/la-modesta-proposta/">la modesta proposta</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Vocabolario</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/10/21/vocabolario/</link>
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		<pubDate>Fri, 21 Oct 2011 10:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Territorio]]></category>
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		<category><![CDATA[Franco Arminio]]></category>
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		<category><![CDATA[sud]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/colle-panestra-numero-civico.jpg"></a></p>
<p style="text-align: right;"><em>H</em><br />
La H è il simbolo degli ospedali,<br />
ma gli ospedali stanno sparendo dai paesi.</p>
<p>di <strong><a href="http://www.francoarminio.it/">Franco Arminio</a></strong></p>
<p>[Ci sono parole che incastrate una dentro l'altra, o a mezzo, fanno intendere sempre che il sud degli altri è anche tuo. Ci sono frasi che una dietro l'altra, o avanti, rimandano una immagine nella quale è impossibile non riconoscere un particolare, o riconoscersi, semplicemente.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/21/vocabolario/">Vocabolario</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/colle-panestra-numero-civico.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-40408" title="colle panestra numero civico" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/colle-panestra-numero-civico-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p style="text-align: right;"><em>H</em><br />
La H è il simbolo degli ospedali,<br />
ma gli ospedali stanno sparendo dai paesi.</p>
<p>di <strong><a href="http://www.francoarminio.it/">Franco Arminio</a></strong></p>
<p><span style="color: #666699;">[Ci sono parole che incastrate una dentro l'altra, o a mezzo, fanno intendere sempre che il sud degli altri è anche tuo. Ci sono frasi che una dietro l'altra, o avanti, rimandano una immagine nella quale è impossibile non riconoscere un particolare, o riconoscersi, semplicemente. <em>Terracarne</em> di Franco Arminio (Mondadori, 2011) è un caleidoscopio di sud e di particolari. Perché il sud è particolare e perché molti particolari, minuzie, scarti, aberrazioni visive sono a sud, dove le cose possono giacere non viste per anni e dunque marcire, disseccarsi, ma pure fiorire. <em>Vocabolario</em> è uno dei pannelli di cui si compone <em>Terracarne</em> che è un libro nel quale i particolari fioriscono sempre, almeno per me. Questo è il giardino. (cv)]</span></p>
<p><em>Appennino</em><br />
L’Italia ha una lunghissima colonna dorsale che sta perdendo poco a poco la sua linfa. La gente sceglie di abitare nelle città e, quando sceglie i paesi, ha sempre cura che siano comodi e pianeggianti. Nessuno vuole stare nei luoghi più impervi, quelli dove gli inverni sono lunghi e non passa nessuno. L’Appennino è l’Italia che avevamo e che rischiamo di perdere per sempre. La gente ci ha vissuto per millenni consumando quel poco che bastava a sostentarsi. Penso all’Appennino come alla vera cassaforte dei paesi, una cassaforte piena di monete fuoricorso. Ci sono zone in cui il paesaggio è ancora incontaminato ed è come deve essere: solitario e sprecato. Cosa augurarsi per queste terre? Più che chiedere politiche d’incentivazione, verrebbe voglia di incentivare l’esodo, in maniera tale che tornino le selve, che la natura riassorba le folli smanie cementizie che non hanno edificato niente di bello e che non hanno portato reddito. Una nazione con un filo di montagne disposto in tutta la sua lunghezza dovrebbe ricordarsi più spesso di questa sua geografia. Io credo che sia arrivato il tempo di considerare l’Appennino come il luogo in cui si raccoglie la forza del passato e quella del nostro futuro. Dalla Liguria alla Calabria, adesso, è tutta una storia di frane e spopolamento, di vecchi dismessi e di scuole che chiudono, di paesi allungati, spezzati, deformati. È una storia che non esiste perché non fa notizia.<br />
<span id="more-40406"></span><br />
<em>Bar</em><br />
Un paese per essere definito tale deve possedere almeno un bar. È quella la cellula di base, il luogo in cui si può sempre entrare, come il Municipio e il cimitero. Prima si poteva entrare anche nelle scuole, adesso sono chiuse, devi suonare il campanello. I bar sono la più preziosa fonte di informazione sulla vita di un paese, anche se bisogna stare attenti a non farsi sviare. Ci sono alcune scene fisse, tipo il giornale sul banco dei gelati, ci sono quelli che d’estate stazionano seduti o in piedi, ci sono quelli che giocano a carte e quelli che guardano. È una specie di banca dei luoghi comuni. È raro che al bar venga un’idea nuova, si va per rimestare nelle vecchie. Si va per ascoltare il mormorio del paese che in molti casi è finito. E allora vedi persone silenziose vagare come in un acquario. Ecco che il bar diventa un’altra cosa, da punto di raccolta della vita comunitaria a punto di rottura. Si va al bar per capire che non ha più senso uscire e se si continua a farlo è perché è ancora più assurdo rimanere a casa.</p>
<p><em>Contadino</em><br />
“Contadino” è una parola poco amata perché è ancora legata a una storia di grandi fatiche e di piccoli guadagni e lo stesso vale per il pastore, occupazione ben più antica e ancora più ammirevole. Non è un caso, credo, che oggi molti di quelli che lavorano in campagna amano definirsi “imprenditori agricoli”. Si dice spesso che l’Italia non è più un paese di contadini e questa è una grave inesattezza. I contadini ci sono ancora. C’è ancora chi lavora la terra nonostante decenni di politiche che hanno messo al centro del nostro modello di sviluppo l’automobile al posto dell’albero, il cemento al posto della zolla di terra. Adesso che questo modello di sviluppo è palesemente e forse irrimediabilmente in crisi, sarebbe il caso di rimettere in circolazione la parola “contadino” e di assegnare a essa un nuovo prestigio. Curiosamente sono i ricchi i più accesi fautori del ritorno alla terra, sono quelli che meno hanno vissuto i disagi della campagna a farsi venire la fregola di fare l’olio o il vino, anche se spesso si limitano a mettere il loro nome sulle bottiglie e mandano nei campi i giovani extracomunitari. Il segnale è comunque incoraggiante. Non mi stancherò mai di ripeterlo, l’Italia non ha più molto suolo agricolo. È tutto un brulicare di case, capannoni, officine. È il momento di usare la gomma più che la matita, ridare alla terra spazio e respiro. Intanto si tratta di difendere con le unghie e con i denti quelli che alla campagna ancora si dedicano. Altro che calciatori, politici e veline, bisogna dare onore a chi sta nelle stalle, nelle vigne, a chi semina, a chi raccoglie le olive e le castagne. Bisogna organizzare una campagna pubblicitaria non per un prodotto, ma per chi lo produce. Altro che Mulino Bianco, fateci vedere lo sterco e il fango, fateci vedere i contadini.</p>
<p><em>Desolazione</em><br />
I paesi lasciati dai loro abitanti non restano vuoti, vengono invasi dalla desolazione. La senti appena arrivi, la senti se fai la scelta di andare in un giorno qualsiasi, non quando c’è la festa del patrono, non ad agosto, quando il paese si abbiglia come villaggio turistico. La desolazione è una cosa nuova per i paesi. Prima c’era la miseria. Arrivavi e vedevi case fatiscenti, strade di polvere o di fango a seconda della stagione, vedevi bambini che giocavano tra la merda degli asini e dei maiali, i vecchi con le coppole e le mantelle, le donne con gli scialli, un mondo assai simile a quello mirabilmente descritto da Carlo Levi. E questa storia è durata per millenni, praticamente fino alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso. Poi la rottamazione della civiltà contadina ha fatto posto a una modernità posticcia. In questo passaggio è andata via la miseria materiale ed è arrivata la miseria spirituale. Il paese non è più povero, ma è abitato da gente rancorosa, maldicente, abituata a fallire la propria vita e a tentare di far fallire la vita degli altri. È arrivata la stagione dei disertori, di quelli che non sapendo andarsene lontano hanno deciso di voltare le spalle al paese e di farsi la casa in periferia. Così quando arrivi al centro sei dentro un curioso effetto vuoto. Oggi i paesi hanno il buco al centro, il buco nero della desolazione.</p>
<p><em>Emigranti</em><br />
Quando si parla della grande emigrazione degli italiani all’estero di solito si omette di ricordare che non si partiva dalle città, ma dai paesi. Sicuramente chi è partito ha migliorato le sue condizioni, ma il prezzo è stato altissimo. E in questo prezzo bisogna includere anche il dolore di chi è rimasto. Quando uno della famiglia partiva, per un po’ di giorni non si cucinava, proprio come accadeva dopo un lutto. Io sono nato in coincidenza con la partenza per l’America di tutta la famiglia di mia madre. E mia madre da allora vive nelle spire di una perenne tristezza. Qualche anno fa sono andato a Vancouver in Canada a trovare i miei zii. I ricchi di Vancouver stavano in una zona della città molto lontana dalle case degli italiani. Non mi pare che i miei zii abbiano vinto nessuna sfida. A uno è capitato di morire in un ospedale canadese dove senza tanto garbo gli hanno comunicato che aveva pochi mesi di vita. Lui ha fatto prima, ha smesso di mangiare, se n’è andato in quindici giorni. I suoi coetanei che non sono partiti sono morti o stanno moribondi sulle panchine. L’emigrazione non ha mandato via solo facce e valigie di cartone. Da qui è andata via l’allegria e non è più tornata. L’emigrazione è sempre un affare per i luoghi in cui i migranti arrivano, mai per quelli di partenza.</p>
<p><em>File</em><br />
Le file non sono un’invenzione recente e non sono una peculiarità metropolitana. Una volta nei paesi si faceva la fila davanti alle fontane, si aspettava a lungo dentro il forno per fare il pane. Ma in realtà a nessuno veniva in mente che stava perdendo tempo. Si stava lì e si ascoltavano i racconti. Una trama infinita che proseguiva nei giorni successivi, quando bisognava prendere altra acqua e fare altro pane. Adesso, dopo un’assenza decennale, le file sono tornate. Anche i paesi, nella loro corsa a prendere il peggio delle città senza poterne avere il meglio, adesso hanno le loro file, sono le file agli uffici postali. Da un po’ di anni nelle Poste non si assume e si offrono più servizi. Il risultato è che per fare una raccomandata bisogna perdere almeno una mezz’ora. Non si tratta di un tempo lieve, passato a dirsi qualcosa con gli altri astanti. Anzi, c’è un silenzio rancido, lievemente rancoroso, al massimo qualche informazione sui reciproci malanni. Tra il vecchio che deve ritirare la pensione e la giovane che deve mandare la domanda per un concorso non c’è dialogo, né sguardo. Tra la tribù dei brufoli e quella dei bastoni si è aperto un baratro che sembra incolmabile.</p>
<p><em>Geografia</em><br />
Sono sempre stato curioso di sapere come se la passano gli altri, come si sentono veramente, che sapore ha la loro vita oltre la buccia di parole piena di pesticidi che ci sputiamo di bocca in bocca. Da un po’ di tempo ho spostato questa curiosità verso i luoghi. Vado nei paesi per capire come se la passano. Ma prima ancora ci vado per capire dove sono, sopra una montagna o un altopiano, dentro una valle o in pianura. I paesi parlano, come ogni cosa, e parlano innanzitutto con la geografia. Sono terra da leggere anche se hanno perso molte parole, e da scrivere.</p>
<p><em>H</em><br />
La H è il simbolo degli ospedali, ma gli ospedali stanno sparendo dai paesi.</p>
<p><em>Irpinia</em><br />
L’Irpinia è in mezzo al Sud, tra la pianura campana e quella pugliese. In Italia ci sono differenze tra un paese e l’altro oppure tra città molto vicine, e dunque non ha molto senso parlare di un carattere irpino. Province e Regioni raccolgono luoghi molto diversi tra di loro. Le suddivisioni amministrative ingannano. Il mio paese c’entra pochissimo con Napoli e c’entra poco anche con Avellino. Ogni zona dell’Irpinia somiglia alla zona con cui confina, Puglia, Sannio, Napoli, Lucania, Salerno. Insomma, i luoghi in cui viviamo quasi mai corrispondono ai nomi che portano. La mia zona si chiama Alta Irpinia. Io le ho dato un altro nome: Irpinia d’Oriente. Chi ci ha chiamato Alta Irpinia? Evidentemente chi sta in basso, Avellino o Napoli, e giustamente guarda ai nostri luoghi come luoghi alti. Irpinia d’Oriente è un nome che ribalta il punto d’osservazione. Siamo noi che guardiamo dove siamo e capiamo che siamo a oriente rispetto ad Avellino o Napoli. Basta guardare le fotografie dei nostri anziani di un secolo fa per vedere profili balcanici, in molti casi addirittura asiatici. La definizione Alta Irpinia è imprecisa anche dal punto di vista geografico e climatico. L’Appennino campano corre all’altezza di Avellino, noi siamo a oriente delle catene montuose. Il clima di Bisaccia è molto più simile a quello dei Carpazi che a quello di Napoli. Nel proporre il nuovo nome ho sempre pensato che Irpinia d’Oriente contenesse anche suggestioni antropologiche ed economiche. In un mondo in cui le cose avvengono in basso, chiamarsi Alta Irpinia significa già essere fuori gioco, percepirsi come luogo delle mancanze più che delle presenze. Per me Irpinia d’Oriente è un rovesciamento che aiuta anche a cambiare molti dei paradigmi che hanno condizionato la nostra vita. Considerando che da noi la modernità e la crescita ci hanno raggiunto nei loro aspetti più deteriori, ecco che sarebbe il caso almeno di immaginare nuove vie, stando attenti anche qui a dare i nomi giusti. Io la nuova via non la chiamo decrescita, importando ancora una volta il nome da occidente, ma la chiamo “umanesimo delle montagne” e quindi pongo l’accento su una via che nasce da noi stessi fin dal nome che le diamo.</p>
<p><em>Luoghi</em><br />
Camminavo per Venezia. Mi chiedevo se è ancora qui che si deve venire oppure c’è da andare altrove. Penso a Mastralessio, alla prua della desolazione conficcata tra le zolle della Daunia, penso al luogo indenne dalla peste degli sguardi fatui, luogo edificato da chi vive altrove e ha lasciato a sentinelle i vecchi, gli zoppi, i cani. I luoghi di cui scrivo non hanno ragioni né torti, sono come una refurtiva abbandonata, un referto sintetico della vasta malattia allegata alla terra tonda. Allora io non giro per svagarmi e forse neppure per vedere. Quello che faccio è leggere la carne non morsa dai cannibali, la terra scampata alla tabula rasa del progresso che rende in apparenza Mastralessio scorza o guscio vuoto. La verità delle cose è nella letizia e nella lotta per dare luce alle capitali dello sconforto, ai luoghi dismessi, agli spiriti sconvolti, più che nell’allinearsi alla gigantesca impresa di pompe funebri a cui si riduce la società dello spettacolo.</p>
<p><em>Morti</em><br />
Nei paesi morire è molto più facile che nascere. I più fortunati sono quelli che muoiono ad agosto, quando c’è più gente, ma per vedere un funerale veramente affollato ci vuole qualcuno che sia giovane e che muoia all’improvviso. In quel caso il morto ravviva il paese, gli regala qualche ora di commozione e fa sentire tutti più cauti, meno aggressivi. Il paese esce in piazza e parla a bassa voce.</p>
<p><em>Neve</em><br />
È difficile pensare a un paese dove non nevica. La neve è il simbolo dell’inverno e l’inverno è la stagione dei paesi. Io, quando viene un’annata con poca neve, mi sento come se mi fosse mancato qualcosa. La neve dà alle mie alture un rigore, uno stile che i luoghi caldi hanno perduto.</p>
<p><em>Ozio</em><br />
Il paese è considerato il luogo dell’ozio e dell’accidia. Anche se non è così (in realtà è un luogo che non concede tregue, sei sempre di fronte alla tua vita, non c’è modo di distrarsi) al mio paese è nata la libera università degli accidiosi (www.unibis.org) e io lì sono docente di una delle tante discipline improntate all’ozio. La mia si chiama “teoria e tecnica della passeggiata” ma ci sono anche “ergonometria della panchina”, “scienze dell’inutilità”, “etiche dell’incanto” e “antropologia del distratto”. Ovviamente è un’università abbandonata, un esempio di rudere mediatico.</p>
<p><em>Piazza</em><br />
Quella del mio paese è un luogo difficile, lievemente efferato, se sei fuori posto, la piazza te lo rivela immediatamente. Non focolare e grembo di tutti, ma luogo dei rancorosi, dei passeggiatori inaciditi, luogo di proliferazione e tutela di ogni maldicenza, di ogni sfinimento. Adesso le piazze sono in crisi, la diserzione dai paesi comincia dalla diserzione delle loro piazze. Abbiate cura di vederne tante, godetevi questo cinema naturale prima che il proiettore si spenga.</p>
<p><em>Qui</em><br />
Qui non c’è niente. Ecco una frase che ho sentito migliaia di volte, come se mi fossi rivolto non a delle persone ma a una segreteria telefonica.</p>
<p><em>Rancore</em><br />
Sono cose che accadono ovunque, si dice. Non è così, dove vivo io la faccenda ha una tipicità particolare. Il rancore per noi è come il radicchio a Treviso o la cipolla a Tropea. Il nostro è un rancore doc, non va confuso con il blando rancore che si trova ovunque nel mondo. È in esercizio perenne, un fuoco amico, e quando pure trovi riparo dal rancore che viene da fuori, ti accorgi che provi rancore per te stesso, che devi annoverarti tra i tuoi nemici. Questo è il motivo perché ritengo queste zone non più arretrate come da sempre sono state considerate, ma zone d’avanguardia. Nel momento in cui il mondo diventa una comunità di astiosi, è naturale considerare l’Irpina d’Oriente una delle capitali di questo mondo.</p>
<p><em>Silenzio</em><br />
Ogni paese ha il suo silenzio. Dipende dalla forma. Il silenzio di un paese concavo, appoggiato in una valle, è diverso dal silenzio di un paese convesso che sta in cima a una montagna. E poi c’è la disposizione delle case, la presenza della vegetazione, l’esposizione geografica, il fatto di essere a nord o a sud, la vicinanza o meno a una città, perfino il reddito ha influenza sul tipo di silenzio che percepisci dentro un paese. Girando per i posti più affranti e sperduti immagino di essere diventato un esperto di silenzio. Quello di Cairano non è come quello di Montaguto, penso a due luoghi della mia Irpinia. E perfino nello stesso paese il silenzio subisce numerose variazioni, quello estivo non è come quello invernale, quello del mattino non è come quello della sera, quello di un giorno in cui è morto un giovane è diverso da quello di un giorno in cui è morto un anziano. Queste sono ipotesi paesologiche. Di una cosa sono sicuro però: il silenzio vissuto per un giorno è assai diverso da quello che si vive ogni giorno. Il silenzio che sente la vedova nel suo vicolo, col figlio a Torino e il marito al cimitero, con le vicine di casa deportate al paese nuovo, è un silenzio cattivo, che fa tanto male. È il silenzio delle porte chiuse, delle case abitate solo dai ragni e dalle faine, dei pochi giovani che passano senza nemmeno salutare. Non basta tenere la televisione accesa tutto il giorno per arginare questa valanga di silenzio che sommerge ogni cosa. La vedova era abituata a vivere in un paese che era una trama di racconti e di storie. Al forno, davanti alle fontane, vicino al camino, ogni occasione era buona per farsi compagnia con le parole. E quando non si parlava comunque potevi sentire il rumore di chi lavorava. Adesso non si sente il martello del fabbro, non si sente la sega del falegname, non si sentono nemmeno i versi degli animali. Chi viene dalla città e arriva nel paese per qualche ora, trova un silenzio che gli fa tanto bene, un silenzio che gli fa credere di essere in un luogo di pace e tranquillità. Non è affatto vero, il paese, oggi, è un luogo snervante, in cui non è per niente facile rilassarsi. I motivi sono tanti, compreso il silenzio e il suo perenne rimandarci alle cose che ci mancano, che non ci sono più. A me questo non dispiace. Giro per i paesi proprio per le cose che non ci sono più. In fondo le delusioni, le mancanze sono le stampelle a cui si sorregge la mia scrittura.</p>
<p><em>Terra</em><br />
Disteso sotto il sole pancia a terra in un campo di grano appena mietuto a un certo punto stavo per sentire la terra, mi stava arrivando qualche notizia dal profondo, ho avuto paura e mi sono messo a raccontare la sensazione solo intravista. Così si sfugge alla vita, dovremmo stare molte ore al giorno con la pancia per terra e aspettare che la terra si faccia viva da sotto, aspettare che si accorga di noi e ci parli.</p>
<p><em>Urbanistica</em><br />
Ci sono paesi in fuga dalla loro forma e paesi chiusi nella loro forma. È il momento di costruire paesi aperti nella loro forma, ma non è impresa per architetti, geometri e ingegneri.</p>
<p><em>Vecchi</em><br />
Per me, andare in certi paesi è come visitare un reparto di geriatria all’aria aperta. In certi paesi del Sud la gente diventa decrepita, sembra che la vecchiaia sia un pozzo senza fondo. Eppure gli anziani che abbiamo ora sono gli ultimi in circolazione. Hanno tratti forti, facce lungamente esposte alla fatica, al freddo e al sole. I giovani di adesso, quando saranno vecchi non avranno queste facce, questi corpi contorti dall’artrosi, questo modo di conversare che non è mai concitato, che è un parlare senza animosità, lento, lievemente ipnotico, circolare. Un parlare appreso quando vivere in un paese significava stare con gli altri e sentirsi insieme agli altri. Forse le cose stanno così: una volta si era tristi tutti insieme, adesso ognuno è triste per conto suo. Ora si esce a prendere un poco di luce, per la vecchia abitudine di stare in mezzo agli altri, ma non c’è più nessuno. I giovani si muovono nelle macchine, sono indaffarati o comunque cercano di mostrarsi indaffarati. Gli anziani sono gli ultimi relitti rimasti a galla di una civiltà che affonda nella marea del consumo. Hanno tutti una lingua, uno stile, non sono mai sgraziati, sono innocenti. Non era così quando erano giovani. La civiltà contadina era una civiltà offesa e per questo non sempre capace di gentilezze e di garbo. I vecchi e le vecchie che vediamo adesso con la loro aria smarrita, sono stati genitori oppressivi, si sono concessi e hanno concesso poco. Andate nei paesi e provate ad ascoltare gli anziani, a far loro compagnia. Provate a praticare una nuova forma di turismo, il turismo della clemenza. Facilmente vi potrà capitare di essere trattenuti per un braccio da un anziano che ancora vi vuole parlare, perché oggi per loro il male più grande è non trovare ascolto, non poter raccontare una vita che era epica anche quando era banale. Andate a vedere la ragnatela delle rughe, gli occhi su cui campeggiano le grandi impalcature della morte. La vita non è uno show televisivo e gli anziani sono qui a ricordarci l’eroismo e la miseria di stare al mondo.</p>
<p><em>Zappa</em><br />
Dopo il terremoto in ogni paese c’erano vicoli e case sventrate. Dimore per topi e per ladruncoli in cerca di qualcosa di prezioso. Io e i miei amici giravamo spesso per queste case abbandonate, andavamo a vederle prima che ne abbattessero i muri, il pavimento, il cuore. Non sempre i proprietari si erano preoccupati di svuotarle, oppure avevano portato via solo le cose importanti. Spesso si trovavano bottiglie, vecchie pentole, libri di scuola. Una volta in una casa non c’era più niente, avevano rubato perfino le ceramiche della fornacella. Era rimasta solo una zappa.</p>
<p><span style="color: #666699;">[l'immagine in apice viene da <a href="http://www.paesiapuani.it/colle%20panestra%20casa%20trescola%20casa%20bovaio.htm"><span style="color: #666699;">qui</span></a>, che però è un altrove]</span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/terracarne1.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-40407" title="terracarne1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/terracarne1.png" alt="" width="216" height="298" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>F. Arminio, <em>Terracarne</em>, Mondadori (2011), pp. 360, 18,00 eu.</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/21/vocabolario/">Vocabolario</a></p>
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		<title>l&#8217;imperatore degli Stati Uniti d&#8217;America</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Oct 2011 09:00:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong><a href="http://grazianograziani.wordpress.com/">Graziano Graziani</a></strong></p>
<p>L’obiettivo di chi decide di dichiarare indipendente un territorio piccolo, piccolissimo, una porzione di mondo che spesso delimita poco più che la residenza del novello governante, o al massimo della sua comunità di riferimento, è il desiderio di sentirsi sovrani in casa propria.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/17/limperatore-degli-stati-uniti-damerica/">l&#8217;imperatore degli Stati Uniti d&#8217;America</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1-6-Norton.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-40259" title="1-6 Norton" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1-6-Norton.jpg" alt="" width="306" height="512" /></a></p>
<p>di <strong><a href="http://grazianograziani.wordpress.com/">Graziano Graziani</a></strong></p>
<p>L’obiettivo di chi decide di dichiarare indipendente un territorio piccolo, piccolissimo, una porzione di mondo che spesso delimita poco più che la residenza del novello governante, o al massimo della sua comunità di riferimento, è il desiderio di sentirsi sovrani in casa propria. Manie di grandezza, particolarismo esasperato? C’è un po’ di tutto questo; ma anche se praticamente la totalità di questi microstati non hanno alcun riconoscimento internazionale che non sia quello di altre micronazioni come loro, i sedicenti governanti sottolineano che anche la sovranità, in fondo, è una questione di percezione. E forse non hanno tutti i torti se è vero quel che si racconta, ad esempio, del vecchio dittatore portoghese Antonio de Oliveira Salazar, alla cui vicenda José Saramago dedicò un racconto: colto da infarto e costretto ad abbandonare il potere, continuò a credere per molti mesi di essere a capo del governo poiché nessuno ebbe il coraggio di comunicargli che non era più così. Ma se in quel caso si trattava di un vero potente, la vicenda che ha per protagonista Joshua Abraham Norton è ben più bizzarra e indicativa del clima che circonda la fondazione di una micronazione. La sua storia è, infatti, presa a modello da molti sedicenti sovrani. Non sono in molti a saperlo, ma la patria di Washington e Lincoln, culla dei principi repubblicani, ha avuto per vent’anni un monarca.<br />
<span id="more-40258"></span><br />
Meglio conosciuto come Norton I, Joshua fu infatti il primo – e per altro unico – imperatore degli Stati Uniti d’America. Nato a Londra nel 1819, dopo aver trascorso infanzia e giovinezza in Sudafrica, a trent’anni emigra negli Stati Uniti, a San Francisco, cercando la sua strada negli affari. Appena sbarcato in California dispone di una discreta cifra donatagli dal padre, 40 mila dollari, che riesce a far fruttare fino al 1953, quando incappa in un investimento sbagliato. Quell’anno la Cina aveva bloccato le esportazioni di riso a causa di una carestia, con l’effetto che il prezzo del riso si era decuplicato. Così quando Norton apprende che nel porto di San Francisco sta per approdare una nave di ritorno dal Perù carica di riso, decide seduta stante di acquistare l’intero carico. Ma subito dopo aver firmato il contratto, molte altre navi cargo tornano dal Perù con partite di riso, e il prezzo torna immediatamente al livello precedente. Joshua è rovinato, ma non si dà per vinto: intraprende una causa legale che andrà avanti fino al 1957 per rendere nullo il contratto, portando come giustificazione il fatto che la qualità del riso non era quella pattuita e che quindi il venditore lo avrebbe ingannato. Ma la corte gli dà torto. Ormai senza più un soldo, Joshua si allontana da San Francisco per una sorta di esilio volontario. Farà ritorno in città nel 1959, in evidente stato di confusione mentale. Persi i suoi averi, quello che un tempo era stato un rampante imprenditore entra ora a far parte della schiera dei poveri e dei disadattati che affollano le strade della città. Ma nel suo breve esilio Joshua ha maturato – anche a causa della sua vicenda personale – una visione precisa sull’inadeguatezza del sistema giudiziario americano e sull’ingiustizia degli organi politici del suo paese. Così, presa carta e penna, scrive ai giornali cittadini una risoluzione in cui si proclama imperatore degli Stati Uniti. È il 17 settembre del 1959, e la lettera recita così:</p>
<p><em>«A perentoria richiesta e desiderio di una larga maggioranza di questi Stati Uniti, io, Joshua Norton, un tempo cittadino di Algoa Bay, Capo di Buona Speranza, e oggi e per gli ultimi scorsi 9 anni e 10 mesi cittadino di San Francisco, California, dichiaro e proclamo me stesso Imperatore di questi Stati Uniti; e in virtù dell’autorità in tal modo acquisita, con la presente ordino ai rappresentati dei diversi Stati dell’unione di riunirsi in assemblea presso il Music Hall di questa città, in data primo Febbraio prossimo venturo, e lì procedere alla modifica delle leggi esistenti dell’Unione al fine di correggere i mali sotto i quali questa nazione si trova ad operare, e in tal modo ripristinare la fiducia, sia in patria che all’estero, nell’esistenza della nostra stabilità e integrità.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Norton I, imperatore degli Stati Uniti»</em></p>
<p>Ovviamente il proclama viene in larga parte ignorato, ma non dal San Francisco Bullettin, il cui direttore decide di pubblicarlo con intento satirico. L’effetto che produce, tuttavia, va ben al di là delle sue previsioni. La gente comincia a rivolgersi a Norton, che sta spesso per le strade della città dispensando ai passanti i suoi proclami e i suoi consigli, con il titolo imperiale che gli spetta. Ben presto Joshua diventa per tutti l’Imperatore Norton. Joshua si procura un uniforme blu con delle decorazioni dorate, e porta a mo’ di sciabola un bastone con il quale si aiuta a camminare. Ora la sua figura è riconoscibile a tutti, e il novello imperatore si tuffa con entusiasmo nelle sue funzioni di governante: comincia un’autonoma attività di ispezione dei cantieri navali, delle condizioni di lavoro e delle strutture pubbliche, e prosegue con i suoi proclami dichiarandosi anche Protettore del Messico. Joshua comincia persino a stampare delle note di credito, generalmente da 50 centesimi, ma anche da 5 e 10 dollari, che presenta ai negozi come forme di pagamento – e che questi accettano di buon grado. Insomma, la cittadinanza di San Francisco asseconda le sue eccentricità, e così “sua eccellenza” per il resto della sua vita non pagò mai i mezzi pubblici e fu spesso ospitato gratis da molti dei principali ristoranti della città. Chi ha avuto modo di conoscerlo, tuttavia, non lo descrive come un pazzo o una persona inferma di mente, ma come un uomo colto, davvero convinto del proprio ruolo di imperatore. Tra questi c’è Mark Twain, che abita vicino alla pensione dove risiedeva Norton, e spesso prende le sue parti.</p>
<p>Dopo la morte dell’imperatore, Twain modellerà il personaggio del “Re” ne «Le avventure di Huckleberry Finn» proprio su di lui. Ma anche Robert Luis Stevenson e Herbert Asbury lo citeranno nelle loro opere letterarie. Intanto l’attività legislativa di Norton I prosegue negli anni con rinnovata passione. Tra i proclami più noti c’è quello del 1859 con cui ordina di sciogliere il Congresso, a causa delle seguenti motivazioni: «Ci è evidente che si abusa del suffragio universale; che la frode e la corruzione impediscono l’espressione giusta e corretta della pubblica opinione; che si verifica costantemente un’aperta violazione delle leggi a causa di folle, partiti, fazioni e dell’indebita influenza politica delle sette […]». Ovviamente l’ordine non sortisce alcun effetto, e per questo Norton ordina successivamente all’esercito di intervenire. Nel 1860 prosegue la sua opera di demolizione di un sistema ormai corrotto, e per tanto dichiara sciolta la Repubblica in favore della monarchia assoluta (la sua). Nel 1862 licenzia Abraham Lincoln, e nel 1868 ordina l’arresto del suo successore Andrew Johnson, condannandolo a pulire gli stivali dell’imperatore. Nel 1869 ordina lo scioglimento dei partiti Repubblicano e Democratico. Oggi i suoi proclami – quelli ritenuti autentici, perché si verificarono alcuni casi di falsificazione – sono custoditi presso il Museo cittadino di san Francisco.</p>
<p>Nel 1867 l’imperatore Norton è protagonista di una disavventura che dà la misura della popolarità e benevolenza che aveva maturato presso la sua città. Un agente di polizia di nome Armand Barbier decide di arrestarlo per affinché venga sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio per presunti disturbi mentali. L’arresto scatena lo sdegno della cittadinanza e una serie di articoli e lettere sui principali quotidiani di san Francisco, finché il capo della polizia Patrick Crowley non decide di scarcerarlo e di presentare delle pubbliche scuse per il comportamento della polizia. Norton si dimostra magnanimo, e perdona pubblicamente il giovane agente che lo aveva arrestato. In fondo non sapeva con chi aveva a che fare. Da quel momento in poi tutti i poliziotti di San Francisco cominciarono a fare il saluto all’imperatore ogni volta che lo incontravano per la strada. La popolarità di Norton era tale che, verso la fine della sua vita, fu oggetto di leggende vere e proprie che lo volevano parente dell’imperatore Luigi Napoleone Bonaparte, prossimo sposo della regina Vittoria – peraltro già maritata – e ci fu persino chi affermava che in realtà l’imperatore era immensamente ricco, ma viveva da povero a causa della sua avarizia.</p>
<p>Chi può affermare davvero che Joshua Norton fu una persona con disturbi mentali piuttosto che un vero imperatore? La sua città lo trattava come tale, e lui come tale visse. È vero che i suoi proclami non avevano effetto, ma c’è chi fa notare che molte altre leggi “reali” subiscono lo stesso destino. Alcuni dei suoi dettami, per altro, ebbero un effetto per così dire “postumo”: più volte Norton si pronunciò per la costruzione di un ponte che collegasse la baia, e oggi il Golden Gate è uno dei simboli di San Francisco. E inoltre la sua figura era veramente in grado di esercitare un ascendente sulla popolazione, almeno quella di San Francisco. Eclatante fu il caso di una manifestazione anti- cinese – se ne verificavano molte negli anni sessanta e settanta dell’Ottocento a San Francisco – che stava per sfociare nella violenza; l’intervento di Norton, che si interpose fisicamente tra le fazioni, riuscì a smorzare gli animi. Insomma, Norton I fu considerato su sovrano dai suoi concittadini, e non soltanto visse come tale, ma come tale morì. Nel 1880 ai suoi funerali si radunò una enorme ingente, di oltre 30 mila persone, su una popolazione che allora non superava le 230mila unità. Le spese per il funerale furono coperte alla città di San Francisco. Le sue spoglie mortali, seppellite nel cimitero massone, furono riesumate nel 1934 e spostate nel Woodlawn Cemetery di Colma, dove si trovano tutt’ora. A segnare la sua tomba è stata posta una grande pietra dove è stato scolpito il suo nome: Norton I, imperatore degli Stati Uniti e Protettore del Messico.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/17/limperatore-degli-stati-uniti-damerica/">l&#8217;imperatore degli Stati Uniti d&#8217;America</a></p>
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		<title>1967. Roma. Viale Parioli</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Oct 2011 08:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Diaghilev-and-the-Golden-Age-of-the-Ballets-Russes-1909-1929-Leon-Woizikovsky-Lydia-Sokolova-Bronislava-Nijinksa-and-Anton-Dolin-in-Le-Train-Bleu-Photographed-by-Sasha-1924-photo©-VA-images.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Tessa Rosenfeld</strong></p>
<p><em></em>Nonna Genia possiede il raro dono della mimica.</p>
<p>Imita chiunque, dalla cameriera storpia che in un accesso d&#8217;ira ha rinchiuso in un armadio al gastroenterologo tutto inamidato che spunta ciclicamente a casa nostra per tastare il mio fegato sofferente.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/13/1967-roma-viale-parioli/">1967. Roma. Viale Parioli</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Diaghilev-and-the-Golden-Age-of-the-Ballets-Russes-1909-1929-Leon-Woizikovsky-Lydia-Sokolova-Bronislava-Nijinksa-and-Anton-Dolin-in-Le-Train-Bleu-Photographed-by-Sasha-1924-photo©-VA-images.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-40269" title="Diaghilev-and-the-Golden-Age-of-the-Ballets-Russes-1909-1929-Leon-Woizikovsky-Lydia-Sokolova-Bronislava-Nijinksa-and-Anton-Dolin-in-Le-Train-Bleu-Photographed-by-Sasha-1924-photo©-VA-images" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/Diaghilev-and-the-Golden-Age-of-the-Ballets-Russes-1909-1929-Leon-Woizikovsky-Lydia-Sokolova-Bronislava-Nijinksa-and-Anton-Dolin-in-Le-Train-Bleu-Photographed-by-Sasha-1924-photo©-VA-images-768x1024.jpg" alt="" width="314" height="419" /></a></p>
<p>di <strong>Tessa Rosenfeld</strong></p>
<p><em></em>Nonna Genia possiede il raro dono della mimica.</p>
<p>Imita chiunque, dalla cameriera storpia che in un accesso d&#8217;ira ha rinchiuso in un armadio al gastroenterologo tutto inamidato che spunta ciclicamente a casa nostra per tastare il mio fegato sofferente.</p>
<p>La mimica di Nonna è un pretesto per scaricare le mille ansie che la tengono in un perenne stato di febbrile esaltazione.</p>
<p>“<em>Mon Dieu!</em> Fa che smetta!” mormora mia madre in preda a frustrazioni ben più cupe ma alla fine scoppia a ridere e dunque autorizzata dalla sua risata cristallina mi metto a ridere anch&#8217;io. Bisticciano come furie giorno e notte; ogni pretesto è buono per scatenare l&#8217;uragano. Le prime parolacce che imparo sono quelle che si scagliano in Russo; parolacce dal suono ricco e gutturale: <em>Sfolitch! Drian! Shto on sdoh,</em> graziosamente tradotte in: Cogliona! Fessa! Che tu possa crepare!</p>
<p>Se ne sparano anche altre sopratutto in Inglese e Francese, visto che essendo <em>upper class</em> sparalocciare in un solo idioma non basta.</p>
<p>Viviamo ai Parioli zigzagando da un indirizzo all&#8217;altro.</p>
<p>“Perché cambiamo sempre casa?” chiedo</p>
<p>“È semplice!” risponde Nonna. “Perché tua madre è un Imbecille”<br />
<span id="more-40266"></span><br />
In effetti sfidando le minacce e il parere di famigliari e amici benpensanti l&#8217;Imbecille ha deciso di unirsi per la vita a quello che da lì a poco diverrà il mio patrigno. A nulla valgono le invettive e le urla imploranti di Nonna; da un giorno all&#8217;altro il barone Siciliano dal baffetto impomatato Federigo Azzò di Travìa detto Fufù diviene parte integrante della mia vita scompaginandola per sempre. Subito Nonna e io troviamo all&#8217;intruso un nomignolo, “<em>Il</em> <em>Ratto</em>”, cucito addosso ai modi striscianti e untuosi con cui si pavoneggia davanti a mia madre. Il Ratto è il Male Assoluto: uno, ha rapito mia madre offuscandone la sanità mentale e, due: ambisce al nostro congruo portafoglio americano cioè ai soldi di mio padre il Caro Estinto, convenientemente sepolto sotto qualche zolla di terra in California.</p>
<p>“Ricordati!” ammonisce nonna “Sei un Ereditiera e se <em>Lui</em> non rosica tutti i tuoi averi un giorno potrai comprarci  un castello!”</p>
<p>Ho sei anni e il pensiero che il Ratto possa rosicchiare tutti i miei averi mi getta nello sconforto più profondo.</p>
<p>“Che facciamo?” chiedo</p>
<p>“Chissà” sospira Nonna, “Forse uno di questi giorni quel sorcio schiatta”</p>
<p>Ma il sorcio non schiatta e anzi, captando i nostri desideri funesti convince mia madre a mandarci in esilio. Io e Nonna siamo espatriate a Sanremo ma non dal lato giusto ma in un orrido monolocale lontano dal turismo d&#8217;élite e che si affaccia su squallidi casermoni di periferia.</p>
<p>È il Primo Affronto e Nonna è ben decisa a dare battaglia.</p>
<p>“Nessuno” tuona “Ti declasserà dal tuo rango finché sono viva!” poi atteggiandosi per l&#8217;occasione al Generale Kutusoff stabilisce che il mio status di Ereditiera Americana<em> </em>va salvaguardato con indivisa e rigida attenzione. Ogni sera dopo cena l&#8217;educazione della Ereditiera si svolge con il seguente rituale: uno scrupoloso lavaggio di mani e piedi, pulizia dentale corroborata da gorgheggianti gargarismi e, intercalata da urla e spintoni, una ferocissima spazzolata a sciogliere i nodi nei miei capelli.</p>
<p>Dopo  adagiate  l’una accanto all&#8217;altra sul vasto lettone matrimoniale e con le serrande sbarrate su quell’inqualificabile panorama ci sentiamo in diritto di fantasticare sul futuro. Cosa ci riserva il Domani?</p>
<p>“L&#8217;America!” puntualizza Nonna “Dove Io, tu e tua madre torneremo molto presto!”</p>
<p>Per ribadire la sua certezza inforca gli occhiali e apre il nostro diversivo pre-notturno: l&#8217;album gigante del <em>New Yorker.</em></p>
<p>“Osserva bene,” dice puntando l&#8217;indice verso una lugubre vignetta in bianco e nero: “Questi sono gli Addams, una tipica famigliola americana!”</p>
<p>“Perché” chiedo “a casa loro è sempre buio? E perché i bambini sono chiusi in una gabbia?”</p>
<p>“Non fermarti mai alle apparenze” sentenzia “A parte qualche stranezza gli Addams hanno un tran tran molto piccolo borghese!”</p>
<p>“Come noi?” incalzo.</p>
<p>“Che dici?” sbotta indignata, “Noi siamo grandi artisti, intellettuali e cosmopoliti!” Poi spegne la luce lasciando che m&#8217;arrovelli attorno a un unico solito giro di pensiero: l&#8217;inspiegabile lontananza di mia madre.</p>
<p>Di quell’estate sanremese ricordo, oltre l&#8217;ossessiva vigilanza di Nonna, le passeggiate a caccia di conchiglie sul bagnasciuga, le barchette di pasta frolla e mirtilli che tingono le mie labbra di violetto e il suono del juke box che gracchi al sotto al nostro squallido rifugio.<em></em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/13/1967-roma-viale-parioli/">1967. Roma. Viale Parioli</a></p>
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		<title>la repubblica di Cospaia [errori toponomastici]</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 09:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1-3-Cospaia.gif"></a></p>
<p>di <strong><a href="http://grazianograziani.wordpress.com/">Graziano Graziani</a></strong></p>
<p>In pochi sanno che Cospaia, una piccola frazione del comune di San Giustino, in provincia di Perugia, è stata per alcuni secoli una repubblica indipendente. Precisamente tra il 1441 e il 1826. Ben prima del Moresnet, dunque, ci fu in Italia un caso di territorio indipendente, anche se la sua storia è molto meno conosciuta ma, volendo, ancora più bizzarra.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/10/la-repubblica-di-cospaia-errori-toponomastici/">la repubblica di Cospaia [errori toponomastici]</a></p>
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<p>di <strong><a href="http://grazianograziani.wordpress.com/">Graziano Graziani</a></strong></p>
<p>In pochi sanno che Cospaia, una piccola frazione del comune di San Giustino, in provincia di Perugia, è stata per alcuni secoli una repubblica indipendente. Precisamente tra il 1441 e il 1826. Ben prima del Moresnet, dunque, ci fu in Italia un caso di territorio indipendente, anche se la sua storia è molto meno conosciuta ma, volendo, ancora più bizzarra. La repubblica di Cospaia, infatti, non nacque per un compromesso politico, ma per un errore di interpretazione. Papa Eugenio IV cedette Borgo Sansepolcro alla repubblica di Firenze nel 1441, come pegno per la somma di 25.000 fiorini prestati da Cosimo de’ Medici al pontefice, che era impegnato a contrastare il concilio di Basilea dove era stato eletto un antipapa. Ma quando si trattò di stabilire i nuovi confini con lo Stato della Chiesa, fissati lungo un corso d’acqua chiamato “Rio” senza altri appellativi, nessuno tenne conto che a cinquecento metri di distanza esisteva un altro torrente chiamato nello stesso modo. <span id="more-40254"></span>I rappresentanti del papa considerarono confine il “Rio” a sud, quelli di Firenze il “Rio” a nord, e gli abitanti nel mezzo si affrettarono a dichiarare l’indipendenza.</p>
<p>L’errore era nato dal fatto che i rappresentati dei due stati avevano lavorato autonomamente alla ridefinizione dei confini, ma né i Medici né il Papato decisero di porvi rimedio, perché uno stato cuscinetto faceva comodo a entrambi. La libera Repubblica di Cospaia fu quindi riconosciuta ufficialmente, nel 1484: contava appena 330 ettari di territorio. I suoi abitanti non erano soggetti alle tasse dei due stati confinanti, né le merci ai dazi doganali. Questo garantì una certa prosperità ai cittadini della repubblica, soprattutto a partire dalla fine del Cinquecento, quando venne introdotta la coltivazione del tabacco, fortemente limitata negli altri stati. Il consumo di “erba tornabuona” – così veniva chiamato all’epoca il tabacco, dal nome dell’abate Nicolò Tornabuoni che ne aveva portato i semi nella zona per la prima volta, di ritorno da un viaggio in Spagna – era osteggiata dai governi e fortemente tassata; alcuni papi erano giunti perfino a scomunicare chi ne faceva uso. In un simile regime di proibizionismo era ovvio che Cospaia si candidasse ad essere la “capitale del tabacco” in Italia, e ancora oggi alcune varietà vengono chiamate col nome della minuscola repubblica.</p>
<p>Cospaia si dotò di un proprio vessillo, una bandiera composta da un campo nero e uno bianco tagliati diagonalmente, e si dedicò ai propri affari, amministrata da un consiglio di cittadini composto dai capifamiglia e da un gruppo di anziani, e senza alcun esercito che la difendesse. La sua prosperità andò avanti per oltre due secoli, anche se pian piano l’atteggiamento restrittivo verso il tabacco cessò, anche perché il suo commercio risultava essere un ottimo affare anche per il Granducato di Toscana e lo Stato pontificio: nel 1724 Benedetto XIII revocò la scomunica contro i fumatori proclamata dai suoi predecessori. Nel suo ultimo secolo di vita la repubblica di Cospaia visse alterne vicende, ma sostanzialmente il suo declino era cominciato: agli inizi dell’ottocento il piccolo stato indipendente era più che altro un ricettacolo di contrabbandieri, che sfruttavano l’assenza di controlli doganali e di tasse. Fu così che nel 1826, su richiesta di quattordici rappresentanti del territorio che firmarono un atto di sottomissione, Cospaia fu annessa allo Stato della Chiesa e perse per sempre la sua indipendenza.</p>
<p>Di Cospaia oggi non si parla quasi più, non c’è posto sui libri di storia per una vicenda tanto minuta e circoscritta. Un oblio forzato e voluto, secondo i cospaiesi, che nel 1998 hanno dato vita a una singolare protesta: un gruppo di ardimentosi ha occupato il campanile e proclamato la restaurazione della repubblica, senza però sortire alcun effetto. Ad ogni modo la repubblica viene festeggiata e ricordata regolarmente nella frazione di San Giustino, dove ogni ultimo week-end di giugno si svolge una manifestazione che rievoca i fasti di quella che fu ai suoi tempi la più piccola repubblica del mondo. Per due giorni l’anno per le sue strade torna a riecheggiare il motto che fu dei repubblicani cospaiesi, scolpito sulla chiesa della Confraternita dell’Annunziata nel 1613: “perpetua et firma libertas”.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/10/la-repubblica-di-cospaia-errori-toponomastici/">la repubblica di Cospaia [errori toponomastici]</a></p>
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		<title>l&#8217;isola ferdinandea</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Oct 2011 09:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong><a href="http://grazianograziani.wordpress.com/">Graziano Graziani</a></strong></p>
<p>La definizione di uno stato sovrano è qualcosa che ha a che vedere con la storia delle comunità umane, e come tale non è definito una volta per tutte e in modo insindacabile, ma muta col mutare degli eventi e della storia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/03/lisola-ferdinandea/">l&#8217;isola ferdinandea</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1-5-Isola-Ferdinandea-1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1-5-Isola-Ferdinandea-1-300x184.jpg" alt="" title="1-5 Isola Ferdinandea-1" width="300" height="184" class="aligncenter size-medium wp-image-40253" /></a></p>
<p>di <strong><a href="http://grazianograziani.wordpress.com/">Graziano Graziani</a></strong></p>
<p>La definizione di uno stato sovrano è qualcosa che ha a che vedere con la storia delle comunità umane, e come tale non è definito una volta per tutte e in modo insindacabile, ma muta col mutare degli eventi e della storia. Questo processo, inevitabilmente, crea della contraddizioni, delle zone d’ombra – e chi cerca di dare vita a una micronazione lo sa bene, ed è proprio in queste crepe della giurisdizione internazionale che cerca di infilarsi per concretizzare la propria utopia. In fondo non sono estranei ad azioni di questo tipo neppure i governi delle grandi potenze, che quando si tratta di estendere o consolidare il proprio dominio si sentono liberi di proclamare la propria sovranità su qualunque territorio non ricada già sotto l’influenza di altre nazioni. Il che alle volte dà origine a delle dispute internazionali che hanno risvolti decisamente paradossali, come nel caso dell’Isola Ferdinandea, altro eccellete riferimento storico per i pionieri del micronazionalismo.<br />
<span id="more-40252"></span><br />
L’isola Ferdinandea, conosciuta anche come “banco di Graham”, è un lembo di roccia che si trova nel tratto di mare tra l’isola di Pantelleria e il comune di Sciacca, nella provincia di Agrigento. Oggi questo banco di roccia si trova sei metri sotto il livello del mare, ma nel 1831 l’isola emerse dalle acque a causa dell’intensa attività vulcanica della zona. Quando fu avvistata misurava circa quattro chilometri quadrati di superficie e si estendeva in altezza fino a 65 metri oltre il livello del mare. La forma dell’isola era conica, essendo formata sostanzialmente dalla bocca del vulcano e dai materiali scaturiti dall’eruzione. Due laghetti sulfurei, in costante ebollizione, si trovavano accanto alla bocca del vulcano – che altro non era se non una bocca secondaria di un vulcano sottomarino ben più grande, chiamato Empedocle, che si trova in quel tratto di mare.</p>
<p>I primi avvistamenti del fenomeno avvennero verso la fine di giugno, dopo alcune scosse di terremoto che si sentirono fino Palermo. Diversi marinai, passando per quel tratto di mare, avvistarono colonne di fumo e altro materiale che fuoriusciva dalla acque, registrando anche una moria di pesci nella zona. Il 7 luglio la nave «Gustavo» avvistò un isolotto di circa 8 metri di diametro; ma l’emersione definitiva avvenne con la scossa successiva, nella notte tra il 10 e l’11 luglio, quando la misteriosa isola raggiunse la sua estensione definitiva e si assestò – almeno così sembrava.</p>
<p>L’apparizione della nuova terra destò immediatamente l’interesse delle potenze europee, che vedevano in quel piccolo avamposto una posizione strategica nel mediterraneo. La prima a rivendicarne il possesso, in nome di sua maestà, fu l’Inghilterra: l’ammiraglio sir Percival Otham, che si trovava in quel tratto di mare, spedì il capitano Jenhouse a piantare l’union jack sulla nuova isola, ribattezzata per l’occasione Isola di Graham – nome che ancora oggi contraddistingue il banco sottomarino. Era il 24 agosto del 1831.</p>
<p>La presa di posizione inglese mandò su tutte le furie il Regno delle Due Sicilie, poiché l’isola era comparsa nelle sue acque. Fu la popolazione stessa a chiedere al sovrano Ferdinado II di Borbone di prendere provvedimenti per rivendicarne la proprietà – nel frattempo gli abitanti della costa sudoccidentale ribattezzarono l’isola Corrao, dal nome del capitano a cui fecero pervenire la richiesta. In effetti i primi a fare rilevamenti sull’isola non furono i marinai inglesi, bensì il geologo tedesco Karl Hoffman dell’università di Berlino, che si trovava in Sicilia per caso. Subito dopo il fisico Domenico Scinà, inviato dal governo borbonico, fece ulteriori rilievi, mentre il professor Carlo Gemmellaro dell’università di Catania stilò una relazione sull’improvvisa comparsa dell’isola.</p>
<p>Ma l’Inghilterra non fu la sola a interessarsi dell’isola senza interpellare i Borbone. La Francia, preoccupata dalla risoluzione inglese, inviò sul posto un’imbarcazione guidata dal capitano Jean La Pierre, che trasportava una spedizione diretta dal geologo Constant Prévost alla quale partecipava anche il pittore Edmond Joinville. La spedizione francese, partita il 26 settembre, si concluse il 29 dopo aver condotto approfonditi studi e rilevamenti; la relazione di Prévost metteva in luce come i materiali di cui era fatta l’isola fossero facilmente erodibili dai flutti, e che quindi l’isola si sarebbe potuta inabissare in modo repentino. Ciò nonostante anche i francesi decisero di rivendicarne il possesso: la ribattezzarono Isola Iulia, dal nome del mese della sua comparsa, posero una targa in memoria della spedizione e innalzarono il tricolore francese sulla sommità dell’isola.</p>
<p>A quel punto, visto che l’interesse delle due grandi potenze non accennava a diminuire, re Ferdinando II decise di prendere posizione, ricordando che l’isola era comparsa nelle acque del Regno delle Sicilie. Il capitano Corrao, alla guida della corvetta Etna, fu inviato a piantare la bandiera borbonica sull’isola, che fu ribattezzata Ferdinandea in onore del sovrano. La cosa non passò inosservata, e sfiorò persino l’incidente diplomatico con una fregata inglese di stanza nel mediterraneo, ma la questione venne rinviata ai rispettivi governi.</p>
<p>A ottobre il governo siciliano scrisse ai governi di Francia e Inghilterra per ribadire le proprie ragioni, ma era già troppo tardi. L’isola cominciò a inabissarsi. I primi di novembre gli avvistamenti riferivano di un’altezza ridotta a venti metri, e a metà mese si potevano avvistare soltanto alcune porzioni dell’isola emergere dalle acque. L’8 dicembre il capitano Allotta, a bordo del brigantino Achille, segnalò il suo completo inabissamento.</p>
<p>Successivamente l’isola ricomparve e scomparve varie volte, nel 1846 e nel 1863, dando di nuovo il là a possibili dispute territoriali: Francia e Inghilterra, difatti, non avevano mai risposto alle sollecitazioni di Ferdinando II. E oltre un secolo dopo la questione non si era ancora esaurita. Nel 1968, dopo il terremoto nella Valle del Belice, le acque attorno al banco di Graham cominciarono a ribollire; si parlò di una possibile ricomparsa dell’isola, notizia che ebbe come effetto alcuni movimenti strategici delle navi britanniche che si trovavano nelle acque internazionali del Mediterraneo. L’isola non riemerse, ma per prevenire nuove eventuali rivendicazioni, la popolazione della Sicilia pose una targa sulla superficie del banco di Graham con la scritta “L’Isola Ferdinandea era e resta dei siciliani”.</p>
<p>In realtà il dibattito su chi abbia diritto alla sovranità sull’isola nel caso di una sua nuova emersione sono ormai più che altro un esercizio ludico: il diritto internazionale odierno, a differenza di quello ottocentesco, si avvale della concezione di “piattaforma continentale”, che riconosce allo stato costiero nelle vicinanze il diritto di esercitare la propria sovranità anche sui fondali marini che costituiscono il suo naturale prolungamento. Perciò, nonostante il Regno delle De Sicilie non esista più, l’Italia avrebbe giurisdizione sull’isola senza bisogno di alcuna proclamazione.</p>
<p>Ma il ricordo delle dispute per una terra che ogni volta scompariva prima che si potesse stabilire con certezza a chi appartenesse, non ha abbandonato la gente di Sciacca e della Sicilia. Nel 2002, quando a seguito di una scossa sismica si parlò di una possibile riemersione dell’isola, alcuni sommozzatori italiani piantarono il tricolore sulla cima del vulcano sottomarino, per prevenire nuove dispute. La sommità dell’isola – che nel 1986 venne persino scambiata per un sottomarino libico dall’aviazione statunitense, e colpita con un missile – rimase a circa sei metri sotto il livello del mare, dove si trova tutt’ora.</p>
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