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	<title>Nazione Indiana &#187; Ciprì</title>
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		<title>Baarìa (ovvero, il tempo dei sorvolatori)</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Sep 2009 12:16:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>evelina santangelo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center">
</p><p style="text-align: justify">di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p style="text-align: justify">Perché Tornatore ha messo su una produzione colossale, ha convocato attori e comici (siciliani soprattutto, ma anche non siciliani) di varia fama e fortuna, accanto a una moltitudine di comparse? Perché ha rinunciato a ogni tipo di effetto speciale o di espediente cinematografico al punto da far sgozzare davvero un bue sul set, suscitando lo sdegno degli animalisti?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/28/baaria-ovvero-il-tempo-dei-sorvolatori/">Baarìa (ovvero, il tempo dei sorvolatori)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center">
<p style="text-align: justify">di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p style="text-align: justify">Perché Tornatore ha messo su una produzione colossale, ha convocato attori e comici (siciliani soprattutto, ma anche non siciliani) di varia fama e fortuna, accanto a una moltitudine di comparse? Perché ha rinunciato a ogni tipo di effetto speciale o di espediente cinematografico al punto da far sgozzare davvero un bue sul set, suscitando lo sdegno degli animalisti?</p>
<p style="text-align: justify">Perché – passando al piano delle scelte strettamente narrative – ha evocato quasi un secolo di Storia? ha attraversato tre generazioni (il nonno pastore, appassionato di letture, il padre semianalfabeta e attivista politico, se stesso ragazzo&#8230;)? ha intersecato le esistenze di una moltitudine di personaggi? ha montato un film lunghissimo quasi tutto calato in una colonna sonora pervasiva?</p>
<p style="text-align: justify">Con domande del genere, prive di risposte convincenti, si esce dal cinema dopo aver visto <em>Baarìa</em>.</p>
<p><span id="more-22878"></span></p>
<p style="text-align: justify">Per fare un omaggio alla sua cittadina di origine, Bagheria, verrebbe da rispondere (restituita, infatti, in paesaggi e ricostruzioni mozzafiato), con le sue figure eminenti (Guttuso, Buttitta evocati in camei emblematici), le sue credenze locali (le uova rotte e le serpi nere del malaugurio, le «truvature» nascoste sotto rocche miracolose), i suoi antichi o inveterati o invalsi usi e costumi (la «fuitina» dei fidanzati, le suggestive processioni religiose, il più moderno «schiticchio» in campagna, i «bagni ammare» negli stabilimenti&#8230;), il suo dialetto, le sue strade, i suoi monumenti, i suoi palazzi-simbolo (come Villa Palagonia e i mitici mostri che la vegliano)&#8230; Per fare un omaggio a suo padre, semianalfabeta e appassionato attivista comunista, che non ha mai avuto la soddisfazione di essere davvero qualcuno, verrebbe da dire, visto che è l’unico personaggio su cui indugia un po’ di più la storia (anche se mai sino al punto da toccare la sostanza umana più nascosta). Per tornare, a suo modo, a casa, alle sua terra, alla sua gente, alla sue vicende familiari e alla loro esemplarità.</p>
<p style="text-align: justify">E, per fare un omaggio del genere, era necessario scomodare tutto quello che è stato scomodato? Dissipare tutto quello che è stato dissipato?</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Ridurre mezzo secolo di Storia a una carrellata di fatti salienti privi di sviluppo interno, dove alcuni eventi fondativi del nostro Novecento sono risolti quasi sempre in corse concitate e urla?</strong> (non ho mai visto concentrate in un film tante scene di massa in cui la gente non fa altro che correre e urlare per ogni genere di evento), dove le intimidazioni degli squadristi e l’arroganza dei podestà diventano siparietti sapidi, caricaturali? dove le aspirazioni, le delusioni, le tensioni, i sacrifici, le disillusioni che accompagnarono le lotte contadine e sindacali sono risolti in citazioni più o meno suggestive (come il corteo muto di bandiere rosse e petti a lutto dopo la strage di Portella della Ginestra, di cui resta solo questa nota di colore)? dove le contestazioni del Sessantotto si risolvono in citazioni di peso del più famoso degli slogan del maggio francese e in un didascalico conflitto generazionale a suon di centimetri di gonne? dove l’urbanizzazione – con tutto quello che ha significato per la Sicilia e per un paese come Bagheria la speculazione edilizia –, diventa una trovata semicomica con l’assessore all’urbanistica cieco che mette le mani sul plastico della città e sulla bustarella infilata nella tasca (una scena che non riesce nemmeno a essere iperbolica, solo una citazione letterale del titolo di Rosi)? dove la Storia insomma diventa una sorta di manuale «tascabile» di facile consultazione condito di trovate sapide? E dove le storie individuali, le storie minori che fanno la Storia, diventano scene di vita puramente giustapposte senza alcuna intrinseca necessità narrativa, alcuno sviluppo interno né alcuna eco umana che dia lo spessore di una esistenza?</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Per fare un omaggio del genere, quasi personale, che mi ha ricordato certi aneddoti di mia nonna </strong>(bagherese o di mia madre, lei pure bagherese), certe storielle raccontate così per passare una serata o ricordare i tempi andati (Buttitta che recitava le sue poesie per strada, le leggende di tesori nascosti&#8230;) <strong>era necessario andare a scomodare la sicilianità nella sua quintessenza riducendola a un repertorio di tratti distintivi, anzi di luoghi comuni</strong>: le lupare in spalla, la coppola, le mafiosità verbali e comportamentali, le furberie, il qualunquismo, il dialetto sempre urlato, la battuta facile (ammesso che i siciliani, i bagheresi, abbiano la battuta facile)&#8230; così facile che molte scene sembrano costruite tutte in funzione di una qualche battuta, appunto&#8230; così facile che <strong>l’intera Storia e quotidianità dei siciliani sembra esser stata un susseguirsi di gag, di siparietti comici, un ininterrotto avanspettacolo o una perenne commedia delle parti, con tutti i ruoli previsti assegnati a dovere</strong>, e con un netto prevalere di caricature (tragiche o esilaranti)? Cosa che sarebbe anche andata bene (c’è chi, come Roberta Torre, ha messo alla berlina certi tratti dell’identità mafiosa attraverso un uso intenzionale e corrosivo della caricatura, c’è chi, come Ciprì e Maresco, ha perseguito il grottesco caricaturale senza risparmiare niente e nessuno&#8230; qui in Sicilia), sarebbe andata benissimo, ripeto, se in <em>Baària </em>non ci fosse sempre quella musica epica o nostalgica, da «come eravamo», quella figura del padre dotata di una sua allusa (presunta) dignità interiore, se non ci fosse quell’atmosfera patinata, quella luce dorata, che a volte ricorda persino certe pubblicità della chiesa cattolica o della pasta Barilla (con il piatto, non di pasta ma di polpo, servito in tavola al maestro Guttuso, che accenna il disegno di un tentacolo&#8230; in omaggio anche lui alla sua gente che, a sua volta, lo omaggia)&#8230; se non ci fosse quell’atmosfera bella, consolatoria, dove ritrovi le cose antiche (le uova rotte, le serpi, le «truvature», le veggenti&#8230;), il sapore locale, il vernacolo (pronunciato quasi sempre a voce altissima come se fosse un parlare tra sordi), se non ci fossero quei rallenty, quelle riprese evocative o grandiose, quelle citazioni e autocitazioni (<em>Le mani sulla città</em>, <em>Il Padrino</em>&#8230; le scene più memorabili di <em>Nuovo Cinema Paradiso</em>), se non ci fosse quell’ambizione di attraversare la Storia (come ha saputo attraversarla Bertolucci nel suo <em>Novecento</em>, con le sue scene durissime sulla vita contadina di cui il toro sgozzato di Baarìa sembra una pallida rievocazione, se non fosse che il toro è sgozzato sul serio&#8230;), quell’intento abbastanza esplicito di restituire l’identità di tutta una gente attraverso storie minori, oscure, iscritte nella grande Storia.</p>
<p style="text-align: justify">Così, alla fine, uscendo dalla sala, dopo aver visto un film di un regista ritenuto tra i più rappresentativi del cinema italiano contemporaneo, e accolto come un maestro (indiscussa la sua abilità con la cinepresa), si ha l’impressione che quel volo iniziale del bambino su Baarìa non sia mai finito, che il film non sia mai davvero iniziato, e che tutti noi spettatori si sia stati lì a volare, o sorvolare, sulla Storia e le storie, senza mai davvero toccarle o affondarvi lo sguardo, da bravi sorvolatori o da cultori della distrazione e della battuta facile, senza troppe pretese, quali spesso ci siamo ridotti, nostro malgrado.</p>
<p style="text-align: justify">E la sensazione disturba ancora di più proprio perché questo film scomoda tutto quello che si poteva scomodare e dissipa tutto quello che si poteva dissipare, in termini anche di patrimonio spirituale e identità collettiva.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/28/baaria-ovvero-il-tempo-dei-sorvolatori/">Baarìa (ovvero, il tempo dei sorvolatori)</a></p>
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