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	<title>Nazione Indiana &#187; città</title>
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		<title>La città degli impala</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 06:30:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/kampala-6.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><em>Fotografie di</em> <a href="http://www.maxfranceschini.it/">Max Franceschini</a></p>
<p>Sembra un destino, questo mio arrivare ogni volta di notte, in Africa. Intuisco il Lago Vittoria dal punteggiare delle rare luci notturne, poi finalmente sbarco. Aeroporto di Entebbe, antica capitale ugandese, dove tutt’ora risiede il presidente della repubblica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/05/la-citta-degli-impala/">La città degli impala</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/kampala-6.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/kampala-6.jpg" alt="" title="kampala-6" width="495" height="330" class="alignnone size-full wp-image-40287" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><em>Fotografie di</em> <a href="http://www.maxfranceschini.it/">Max Franceschini</a></p>
<p>Sembra un destino, questo mio arrivare ogni volta di notte, in Africa. Intuisco il Lago Vittoria dal punteggiare delle rare luci notturne, poi finalmente sbarco. Aeroporto di Entebbe, antica capitale ugandese, dove tutt’ora risiede il presidente della repubblica. Cambio i miei euro in scellini e mi si riempie il portafogli di pacchi di cartamoneta consunta, indice di una inflazione galoppante, a due cifre. Dappertutto, nella sala d’accoglienza dell’aeroporto, campeggia una pubblicità governativa che chiede agli ugandesi, per lo sviluppo della nazione, di pagare le tasse. Tutti. Trovo la cosa sinistramente familiare. <span id="more-40286"></span><br />
L’autista che ci porta verso Kampala guida al contrario. Anche il voltante è dalla parte sbagliata. Basta questo, in fondo, per raccontarci di un secolo di protettorato inglese e di una influenza culturale del Regno Unito mai sopita. Arriviamo nella capitale in poco più di mezz’ora, la città è desertica. Solo le luci di alcune banche disegnano lo sfondo. Tutto pare in pace. La mattina appresso, come è ovvio, tutto verrà smentito.<br />
Perché sono qui? Per colpa di un amico. Gianluca Migliavacca, guida e coordinatore milanese di <a href="http://www.trekkingitalia.it">Trekkingitalia</a>, che da anni sperimenta nuovi modi di intendere l’escursionismo, la scoperta, il turismo sostenibile. Assieme a <a href="http://www.fondazioni4africa.org">Fondazioni4Africa</a> ha sviluppato un progetto di intercultura che vuole coinvolgere un paese uscito da pochi anni da una guerra intestina, l’Uganda. Da qui, dalla capitale, partiremo alla volta di Gulu, la seconda città della nazione, nel nord del paese, dove la guerra ha macinato maggiore distruzione. Conosceremo le ONG italiane che operano sul territorio e incontreremo gli abitanti dei villaggi, che raggiungeremo a piedi. Mangeremo con loro, dormiremo nelle loro capanne.<br />
Per ora, in ogni modo, il programma prevede un trek urbano. Attraverseremo Kampala a piedi, quasi fosse una sorta di addestramento a ben più impegnativi percorsi. D’altronde sembra, ora che è mattina e la città s’è svegliata, che non ci siano alternative. Il traffico di Kampala lascia senza fiato. Il fiume di lamiere sembra invadere tutto, immobile e caotico. Gli unici che riescono a farsi spazio, spesso con manovre davvero azzardare, sono i <em>boda-boda</em>. Potremmo tradurlo con <em>mototaxi</em>: ragazzi muniti di motociclette cinesi che agli angoli delle strade aspettano, due caschi in mano, che il cliente frettoloso si accomodi sul sedile posteriore. Ammetto che la tentazione è forte, ma noi oggi si fa tutto a piedi, come da programma.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/kampala-33.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/kampala-33.jpg" alt="" title="kampala-33" width="396" height="595" class="alignnone size-full wp-image-40288" /></a><br />
Si parte dal Museo Nazionale, che ha tutta la desolazione di certi musei del sud Italia, incapaci di valorizzare il proprio patrimonio. Solo le capanne delle varie etnie del paese, ricostruite all’esterno del museo, riescono ad affascinarmi. Poi riprendiamo il cammino, attraversiamo una grossa arteria viaria e ci inoltriamo verso la Makerere University, la più antica e prestigiosa dell’est Africa. Ha tutto l’aspetto di un campus extraurbano, tipico della tradizione anglosassone, anche se ormai la città l’ha raggiunta e inglobata. La sede della Makerere University, non ostante una manutenzione pessima, ha una sua dignitosa monumentalità, ma è una specie di murales naif ad attirare la mia attenzione. Si vede un uomo che cerca di far entrare in macchina una ragazza. “Have self worth” dice la scritta. E poi prosegue: “Care about tomorrow.” Ci pensa Lilian, che in questa università s’è laureata, a spiegarci l’arcano. “Rappresenta un <em>Sugar daddy</em>.” In buona sostanza sono uomini in là negli anni che irretiscono le giovani studentesse promettendo loro soldi e carriera in cambio di “attenzioni”. Cose che in Italia, ovviamente, non accadrebbero mai.<br />
Lasciamo il campus e ci dirigiamo verso il centro, per quanto questa affermazione lascia il tempo che trova. Kampala &#8211; <em>La collina degli impala</em>, tradotto dal luganda, la lingua della etnia più numerosa in questa regione – non ha quel disegno urbano definito tipico delle città di fondazione italiane o francesi. Si adagia su un sistema di colline (sette, come prevede il mito) e segue l’orografia adattandosi ad essa, senza forzarla. La città è un susseguirsi di vialoni asfaltati, cantieri, banche, nuovissimi grattacieli che campeggiano al colmo di alcune colline e baraccopoli tortuose, strade in terra battuta, fogne a cielo aperto. Il censimento, vecchio di un decennio, parla di un milione e mezzo di abitanti. Ma non ci crede nessuno, saranno almeno il doppio. Se inoltre consideriamo che sul lago Vittoria esiste la massima concentrazione di popolazione rurale africana ci vuole poco a capire che Kampala sta studiando per diventare una immensa metropoli senza forma. Luigi Snozzi, l’architetto ticinese a cui è stato dato l’incarico del piano urbanistico me lo conferma: “stiamo cercando di delimitare la città, con una enorme circonvallazione che decongestioni il traffico urbano e che serva un sistema di città satellite a coronamento.”<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/kampala-23.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/kampala-23.jpg" alt="" title="kampala-23" width="495" height="330" class="alignnone size-full wp-image-40289" /></a><br />
A camminarci, in questa città, mi pare una pia illusione. Girare per Namirembe road o Luwum street, l’area commerciale di Kampala, è un’esperienza di prossemica estrema. Lo spazio pubblico, lo spazio sociale si comprimono nello spazio personale, intimo. In pratica c’è tanta di quella gente – che vende, compra, scambia, passa, discute, scarica, bighellona – che pare di stare in un gigantesco vagone metropolitano nelle ore di punta, oltrepassare la strada pare addirittura impossibile. Persone, animali e merci, dappertutto. Merci cinesi, come è ovvio. La Cina ormai s’è comprato l’intero continente. Ma anche merci indiane. Data l’influenza coloniale inglese, da sempre in Uganda ha prosperato una numerosa comunità indiana che fu cacciata ai tempi della dittatura di Amin Dada e che col governo di Museveni ha trovato di nuovo rifugio. “I cinesi comprano materie prime e ci vendono prodotti finiti” mi dice Mark, “gli indiani investono”. Il mercato di Kampala, così, mi appare come il territorio dove si stanno facendo le prove generali della prossima guerra commerciale delle due potenze economiche emergenti.<br />
La prossimità rende osservatori di minuzie. La pletora di acconciature femminili sembra infinita, le tipologie inesauribili. Non solo capelli stirati, di foggia “occidentale”, ma anche code, tortiglioni, treccine. Spesso colorate di viola o striate di rosso. “Sono quasi tutte <em>extensions</em>” mi fa notare Dario, che lavora in Zambia da un po’ di anni. Capelli artificiali, estensioni sintetiche, che le donne ugandesi, e africane in genere, sfoggiano con naturalezza, vezzose. Ogni tre, quattro mesi si sottopongono ad una nuova seduta dal parrucchiere che può durare anche un intero pomeriggio. Il primo simbolo di emancipazione economica è proprio l’acconciatura; solo le donne più povere, o quelle che ho incontrato nei villaggi dell’acholiland, non le portano, lasciando la capigliatura corta (o acconciata con pettinature tradizionali).<br />
Giriamo attorno ad una collina residenziale piena di verde, dove troneggiano lo Sheraton ad altri alberghi di lusso, superiamo uno spaventoso vuoto urbano trasformato in una bolgia di automobili parcheggiate, taxi e minibus e ci inoltriamo per Jinja road. Una donna vestita di seta bianca arringa al traffico, bibbia alla mano. Il governo ugandese si fregia di aver abbattuto considerevolmente la percentuale di cittadini che hanno contratto l’HIV dal 30 % degli anni ’90 al 4,1% attuale, grazie ad una politica dell’astinenza e della monogamia fin troppo manichea, ma Padre Tarciso Pazzaglia, incontrato nella sua missione di Kitgum, mi dice di non far troppo caso alle statistiche. Si possono piegare all’occorrenza, in funzione dell’utilità politica. I malati di AIDS sono ancora molti, insomma, troppi. Di certo la nuova campagna omofoba &#8211; portata avanti da predicatori protestanti legati a gruppi fondamentalisti nordamericani con la complicità del governo ugandese &#8211; che vuole rendere l’omosessualità reato con condanne che vanno dall’ergastolo alla pena capitale,  sta facendo ricadere un paese appena uscito da una guerra interna in un nuovo baratro. A pagarne le spese sono già molti attivisti gay ugandesi. Fra questi David Kato Kisule, ucciso lo scorso anno nei pressi della sua abitazione.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/kampala-29.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/kampala-29.jpg" alt="" title="kampala-29" width="495" height="330" class="alignnone size-full wp-image-40290" /></a><br />
Sento uno spostamento d’aria, alzo gli occhi: sulla mia testa volteggia un marabù. Sono ovunque a Kampala. Uccelli enormi, alti fino ad un metro e mezzo, con una apertura alare spaventosa. Cicogne voraci e sgraziate, preistoriche, che saltabeccano di frasca in frasca, neppure fossero graziosi passerotti. Ogni volta che si appoggiano alla chioma di un albero, la fronda si piega sotto il peso dell’animale, sembra cedere. Kampala è un po’ come quei rami cedevoli che devono sopportare un carico di vite spropositato. Bisogna essere elastici per riuscirci, e i marabù stessi, consapevoli del danno, sanno comunque quando posarsi, e dove.<br />
Siamo ormai nel quartiere di rappresentanza istituzionale. Vediamo sfilare una dietro l’altra ambasciate, il Parlamento in marmo bianco, il Teatro Nazionale, sedi di nuove banche e cantieri di grattacieli multifunzionali. Tutto attorno baracche e mercatini improvvisati. La meta del trek è Garden City, il nuovo centro commerciale frequentato dalla borghesia kampalese. Qui non c’è ressa, ci si muove agevolmente fra i soliti ristoranti fusion, i centri di telefonia mobile o i negozi d’abbigliamento (“Luigi”, si chiama uno di questi, come se bastasse un nome italiano a rendere elegante la merce). Alcuni bambini arabi hanno sul volto i colori della bandiera dei ribelli libici. Meglio non dirlo al presidente Museveni, “caro amico” di Gheddafi. Un fuoristrada giapponese antistante al Casino Simba ha sulla ruota di scorta una scritta: “Jesus, I trust in you.” Un Gesù efebico mi benedice. Domani partiamo per Il nord.</p>
<p>[<em>Pubblicato in versione più breve su</em> L'Unità<em>, il 1 ottobre 2011</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/05/la-citta-degli-impala/">La città degli impala</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Dentro il lavoro. Alfabeta2 e Senza scrittori a Pistoia promosso dall&#8217;associazione Palomar.</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Sep 2010 11:30:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Palomar-logo-RGB.jpg"></a> <strong>Venerdì 17 settembre</strong><br />
Centro Marino Marini,<br />
Palazzo del Tau<br />
Corso Silvano Fedi, Pistoia</p>
<p><strong>Ore 17.30 </strong>incontro<br />
<strong>LAVORO, CONOSCENZA, DIRITTI</strong><br />
a partire dalla presentazione della rivista <a href="http://www.alfabeta2.it"><strong>alfabeta 2</strong></a></p>
<p>Ne parlano:<br />
<strong>Andrea Cortellessa</strong>, redattore della rivista, critico letterario<br />
<strong>Eleonora Pinzuti</strong>, ricercatrice di Italianistica e Gender Studies<br />
<strong>Elizabetta Epifori</strong>, direttore del Polo Tecnologico di Navacchio (PI)<br />
<strong>Vincenzo Valori</strong>, docente di Matematica Università di Firenze, (associazione Palomar)</p>
<p><strong>Ore 21.30</strong> proiezione<br />
<strong>SENZA SCRITTORI</strong><br />
documentario sul mondo dell&#8217;editoria italiana, di A.Cortellessa, L.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/15/dentro-il-lavoro-alfabeta2-e-senza-scrittori-a-pistoia-promosso-dalla-neonata-associazione-palomar/">Dentro il lavoro. Alfabeta2 e Senza scrittori a Pistoia promosso dall&#8217;associazione Palomar.</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Palomar-logo-RGB.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-36643" title="Palomar logoCMYK" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Palomar-logo-RGB-258x300.jpg" alt="" width="168" height="210" /></a> <strong>Venerdì 17 settembre</strong><br />
Centro Marino Marini,<br />
Palazzo del Tau<br />
Corso Silvano Fedi, Pistoia</p>
<p><strong>Ore 17.30 </strong>incontro<br />
<strong>LAVORO, CONOSCENZA, DIRITTI</strong><br />
a partire dalla presentazione della rivista <a href="http://www.alfabeta2.it"><strong>alfabeta 2</strong></a></p>
<p>Ne parlano:<br />
<strong>Andrea Cortellessa</strong>, redattore della rivista, critico letterario<br />
<strong>Eleonora Pinzuti</strong>, ricercatrice di Italianistica e Gender Studies<br />
<strong>Elizabetta Epifori</strong>, direttore del Polo Tecnologico di Navacchio (PI)<br />
<strong>Vincenzo Valori</strong>, docente di Matematica Università di Firenze, (associazione Palomar)</p>
<p><strong>Ore 21.30</strong> proiezione<br />
<strong>SENZA SCRITTORI</strong><br />
documentario sul mondo dell&#8217;editoria italiana, di A.Cortellessa, L. Archibugi</p>
<p>Ne parlano:<br />
<strong>Andrea Cortellessa</strong>, autore del video, critico letterario,<br />
<strong>Giacomo Trinci</strong>, poeta e traduttore, redattore della rivista Pioggia Obliqua<br />
<strong>Francesca Matteoni</strong>, poetessa, (associazione Palomar)</p>
<p>Organizzazione a cura dell&#8217;associazione <strong>Palomar</strong>, Via Mazzini 28, Pistoia</p>
<p><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Locandina-dentro-il-lavoro-1.pdf">Locandina -dentro il lavoro-</a><span id="more-36639"></span></strong></p>
<p>*********************************<br />
<strong>PALOMAR<br />
o del sogno di edificare Lalage</strong></p>
<blockquote><p>“Forse stiamo avvicinandoci a un momento di crisi della vita urbana, e <em>Le città invisibili </em>sono un sogno che nasce dal cuore delle città invivibili”<br />
I. Calvino, Le città invisibili, Presentazione</p>
<p>“E&#8217; il suo stesso peso che sta schiacciando l&#8217;impero, pensa Kublai, e nei suoi sogni ora appaiono città leggere come aquiloni, città traforate come pizzi, città trasparenti come zanzariere, città nervatura di foglia, città linea della mano, città filigrana da vedere attraverso il loro opaco e fittizio spessore.<br />
- Ti racconterò cosa ho sognato stanotte, &#8211; dice Marco. &#8211; In mezzo a una terra piatta e gialla, cosparsa di meteoriti e massi erratici, vedevo di lontano elevarsi le guglie d&#8217;una città dai pinnacoli sottili, fatti in modo che la Luna nel suo viaggio possa posarsi ora sull&#8217;uno ora sull&#8217;altro, o dondolare appesa ai cavi delle gru.<br />
E Polo: &#8211; La città che hai sognato è Lalage. Questi inviti alla sosta nel cielo notturno i suoi abitanti disposero perchè la Luna conceda a ogni cosa nella città di crescere e ricrescere senza fine.<br />
- C&#8217;è qualcosa che tu non sai, &#8211; aggiunse il Kan. &#8211; Riconoscente la Luna ha dato alla città di Lalage un privilegio più raro: crescere in leggerezza.”<br />
I. Calvino, Le città invisibili</p></blockquote>
<p><strong><em>Se Lalage è l’obiettivo, Palomar è lo strumento, il punto di vista, la strada che abbiamo deciso di percorrere.</em></strong></p>
<p>“Il signor Palomar, forse perché porta lo stesso nome di un famoso osservatorio, gode di qualche amicizia tra gli astronomi, e gli viene concesso d’avvicinare il naso all’oculare d’un telescopio da 15 cm., cioè piuttosto piccolo per la ricerca scientifica, ma che, paragonato ai suoi occhiali, fa già una bella differenza.”</p>
<p>GLI STRUMENTI DI CUI DISPONIAMO OGGI NON BASTANO. NE SERVONO DI NUOVI, PIU&#8217; PRECISI E POTENTI. QUELLI POSSIBILI.</p>
<p>“Quando c’è una bella notte stellata, il signor Palomar dice: &#8211; Devo andare a guardare le stelle -. Dice proprio : &#8211; Devo, &#8211; perché odia gli sprechi e pensa che non sia giusto sprecare tutta quella quantità di stelle che gli viene messa a disposizione.”</p>
<p>PALOMAR APPREZZA SU TUTTO LA SOBRIETÀ ED È PER UN NUOVO MODELLO DI SVILUPPO, UN EQUILIBRATO E RISPETTOSO RAPPORTO TRA GLI ESSERI UMANI, GLI ALTRI ESSERI VIVENTI E LA NATURA. LO SENTE COME UN DOVERE.</p>
<p>“I nomi delle stelle per noi orfani d’ogni mitologia sembrano incongrui e arbitrari; eppure mai potresti considerarli intercambiabili. Quando il nome che il signor Palomar ha trovato è quello giusto, se ne accorge subito, perché esso dà alla stella una necessità e un’evidenza che prima non aveva; se invece è un nome sbagliato, la stella lo perde dopo pochi secondi, come scrollandoselo di dosso, e non si sa più dov’era e chi era.”</p>
<p>LE PAROLE SONO IMPORTANTI. BISOGNA SEMPRE CHIAMARE LE COSE CON IL LORO NOME. SBAGLIARE I NOMI SIGNIFICA SMARRIRSI.</p>
<p>“Così ragionano gli uccelli, o almeno così ragiona, immaginandosi uccello, il signor Palomar. ‘Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose, &#8211; conclude, &#8211; ci si può spingere a cercare quel che c’è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile’.”</p>
<p>PALOMAR NON AMA L&#8217;OSCURITÀ E PENSA CHE MISURARE L&#8217;EVIDENZA DELLA REALTÀ PER COM&#8217;È, E MISURARCISI, SIA IL SUO PRIMO COMPITO. PALOMAR PENSA CHE DA TROPPO TEMPO, PER LA SINISTRA, “SOTTO IL LAMPIONE NON C&#8217;E&#8217; LUCE&#8217;.</p>
<p>“Cosa vede? Vede la  specie umana nell’era dei grandi numeri che s’estende in una folla livellata ma pur sempre fatta d’individualità distinte come questo mare di granelli di sabbia che sommerge la superficie del mondo … Vede il mondo ciononostante continuare a mostrare i dorsi di macigno della sua natura indifferente al destino dell’umanità, la sua dura sostanza irriducibile all’assimilazione umana.”</p>
<p>PALOMAR SA CHE PER L&#8217;ESSENZIALE GLI INDIVIDUI NON SONO OMOLOGABILI E  IL MONDO NON È MANIPOLABILE INDEFINITAMENTE DAGLI UMANI.</p>
<p>“Il signor Palomar pensa che ogni traduzione richiede un’altra traduzione e così via. […] Eppure sa che non potrebbe mai soffocare in sé il bisogno di tradurre, di passare da un linguaggio all’altro, da figure concrete a parole astratte, da simboli astratti a esperienze concrete, di tessere e ritessere una rete d’analogie. Non interpretare è impossibile, come è impossibile trattenersi dal pensare.”</p>
<p>INTERPRETARE IL MONDO GLI È INDISPENSABILE, PERCHÉ PENSARE È NECESSARIO.</p>
<p>“In un’epoca e in un paese in cui tutti si fanno in quattro per proclamare opinioni o giudizi, il signor Palomar ha preso l’abitudine di mordersi la lingua tre volte prima di fare qualsiasi affermazione. Se al terzo morso di lingua è ancora convinto della cosa che stava per dire, la dice; se no sta zitto.”</p>
<p>PALOMAR DEPRECA IL VANILOQUIO E LA SOCIETÀ DELLO SPETTACOLO CHE RIDUCE LA REALTÀ A CHIACCHIERICCIO INSIGNIFICANTE.</p>
<p>“In tempi di generale silenzio, il conformarsi al tacere dei più è certo colpevole. In tempi in cui tutti dicono troppo, l’importante non è tanto dire la cosa giusta, che comunque si perderebbe nell’inondazione di parole, quanto il dirla partendo da premesse e implicando conseguenze che diano alla cosa detta il massimo valore.”</p>
<p>PALOMAR AMA LA COERENZA TRA QUELLO CHE SI DICE E QUELLO CHE SI FA E PENSA EVANGELICAMENTE CHE GLI ALBERI SI RICONOSCONO DAI FRUTTI.</p>
<p>“Il signor Palomar si limita a rimuginare tra sé sulle difficoltà di parlare ai giovani. Pensa: &#8216;La difficoltà viene dal fatto che tra noi e loro c&#8217;è un fosso incolmabile. Qualcosa è successo tra la nostra generazione e la loro, una continuità d&#8217;esperienze si è spezzata: non abbiamo più punti di riferimento in comune&#8217;.”</p>
<p>PALOMAR AVVERTE CHE DOVERE  DI OGNI SINCERO DEMOCRATICO È TORNARE A PARLARE UN LINGUAGGIO COMPRENSIBILE DAI PIU&#8217; GIOVANI.</p>
<p>“Ma se per un istante egli smetteva di fissare l&#8217;armoniosa figura geometrica disegnata nel cielo dei modelli ideali, gli saltava agli occhi un paesaggio umano in cui le mostruosità e i disastri non erano affatto spariti e le linee del disegno apparivano deformate e contorte.”</p>
<p>PALOMAR PENSA CHE IL CROLLO DELLE IDEOLOGIE NOVECENTESCHE NON HA RESO MIGLIORE IL MONDO.</p>
<p>“Egli si limitava a immaginare un giusto uso di giusti modelli per colmare l&#8217;abisso che vedeva spalancarsi sempre di più tra la realtà e i principi. [...] Di queste cose s&#8217;occupano abitualmente persone molto diverse da lui, che ne giudicano la funzionalità secondo altri criteri: come strumenti di potere, soprattutto, più che secondo i principi o le conseguenze nella vita della gente.”</p>
<p>PALOMAR PENSA CHE IL CROLLO DELLE IDEOLOGIE HA PRODOTTO, TRA GLI EFFETTI COLLATERALI, UN CETO POLITICO DEDITO SOLO ALL&#8217;AMMINISTRAZIONE DELL&#8217;ESISTENTE, ED ALLA GESTIONE DEL POTERE.</p>
<p>“Palomar che dai poteri e contropoteri si aspetta sempre il peggio, ha finito per convincersi che ciò che conta veramente è ciò che avviene <em>nonostante</em> loro: la forma che la società va prendendo lentamente, silenziosamente, anonimamente, nelle abitudini, nel modo di pensare e di fare, nella scala dei valori. Se le cose stanno così, il modello dei modelli vagheggiato da Palomar dovrà servire a ottenere dei modelli trasparenti, diafani, sottili come ragnatele; magari addirittura a dissolvere i modelli, anzi a dissolversi.”</p>
<p>PALOMAR PENSA CHE IL CROLLO DELLE IDEOLOGIE NON SIGNIFICA LA FINE DELLE  IDEE E DEGLI IDEALI. PALOMAR È PER DARE VALORE ALLA VITA DELLE PERSONE SEMPLICI CHE HANNO VALORI. PALOMAR È LAICO E SOSTIENE LA NECESSITÀ DELLA TRASPARENZA.</p>
<p><em>“E Polo: &#8211; L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/15/dentro-il-lavoro-alfabeta2-e-senza-scrittori-a-pistoia-promosso-dalla-neonata-associazione-palomar/">Dentro il lavoro. Alfabeta2 e Senza scrittori a Pistoia promosso dall&#8217;associazione Palomar.</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>E&#8217; festa!</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/20/e-festa/</link>
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		<pubDate>Thu, 20 Nov 2008 09:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>un consiglio di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Questo fine settimana artisti, scrittori, registi, architetti, fotografi, ma soprattutto, associazioni culturali, frequentatori della rete, oratori, biblioteche, scuole, campi sportivi e gli abitanti dei quartieri Bovisa e Quarto Oggiaro fanno una festa.<br />
L&#8217;abbiamo chiamata <a href="http://www.milanopen.com/">MilanOpen</a>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/20/e-festa/">E&#8217; festa!</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/milanopen_logo1.gif" alt="" title="milanopen_logo1" width="142" height="127" class="alignnone size-medium wp-image-11318" /><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/milanopen_logo22.jpg" alt="" title="milanopen_logo22" width="283" height="50" class="alignnone size-medium wp-image-11317" /></p>
<p>un consiglio di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Questo fine settimana artisti, scrittori, registi, architetti, fotografi, ma soprattutto, associazioni culturali, frequentatori della rete, oratori, biblioteche, scuole, campi sportivi e gli abitanti dei quartieri Bovisa e Quarto Oggiaro fanno una festa.<br />
L&#8217;abbiamo chiamata <a href="http://www.milanopen.com/">MilanOpen</a>.<br />
Venerdì c&#8217;è l&#8217;inaugurazione della restaurata villa Scheibler (e tutta una serie di tagli di nastri e convegni). Da sabato mattina parte la festa popolare. Mi piacerebbe che anche gli altri abitanti di Milano vengano in questi quartieri e si divertano. Il programma è fitto, gli eventi sono tutti gratuiti, e per chi non sa come raggiungerci (?!?) può sempre andare o in Centrale o a Cadorna dove due servizi navetta dell&#8217;ATM (gratuitissimi!) li porteranno a destinazione.<br />
Mettete per una volta al centro una periferia.</p>
<p>(il sottoscritto gironzolerà un po&#8217; ovunque, ma mi trovate di certo, come da programma, sabato mattina alle 11.30 e domenica pomeriggio alle 15.00)<br />
<span id="more-11309"></span><br />
<strong>Venerdì 21 Novembre 2008<br />
QUARTO OGGIARO &#8211; VILLA SCHEIBLER</strong><br />
<em>Via Orsini, 21 &#8211; dalle 9:30 alle 19:30</em><br />
“OPEN CITY. WHICH URBAN DESIGN FOR THE PUBLIC CITY?”<br />
Convegno internazionale Programma Urban II Milano<br />
9.30-10.30 Introducono:<br />
Carlo Masseroli, Assessore allo sviluppo del territorio del Comune di Milano<br />
Mariolina Moioli, Assessore alla famiglia, scuola e politiche sociali del Comune di Milano<br />
Franco Sarbia, Assistenza tecnica all’elaborazione e allo sviluppo del Programma Urban II Milano<br />
Giovanni Oggioni, Direttore settore pianificazione urbanistica generale Comune di Milano<br />
11.00 – 13.00 LA CITTA’ DEL FUTURO TRA NUOVE REGOLE E PROGETTO URBANO – MODELLI DI SVILUPPO URBANO IN EUROPA E NEGLI U.S.A.<br />
Paolo Simonetti, Direttore centrale direzione sviluppo del territorio del Comune di Milano<br />
Olympia Kazi, Urban Design New York<br />
Jeroen Ruitenbeek, Urban Design Rotterdam &#8211; Studio Palmboon &#038; Van der Bout<br />
14.00 – 16.00 URBAN FUTURO &#8211; TAVOLO TECNICO: MODELLI DI ATTUAZIONE DEL PIANO DI GOVERNO DEL TERRITORIO: I FONDI DI SVILUPPO URBANO (URBAN, UE, MINISTERO, BUONE PRATICHE, BEI)<br />
Franco Sarbia, Assistenza tecnica all’elaborazione e allo sviluppo del Programma Urban II Milano<br />
Ivano Ilardo, Direttore Generale BNL Fondi Immobiliari SGR p.A.<br />
Alberto Mutti, Capo Servizio Progettazione del Comune di Ravenna<br />
Gianni Carbonaro, European Investment Bank – BEI<br />
Loredana Campagna, Ministero delle Infrastrutture<br />
Sebastiano Zilli, Commissione Europea, DG Regio<br />
16.00 &#8211; 18.00 PENSARE GLI SPAZI PUBBLICI DEL FUTURO: L’EUROPA.<br />
Luca Molinari Studio / Milano<br />
Metrogramma / Milano<br />
A12 Associati / Milano<br />
Ecosistema Urbano / Madrid<br />
Beckmann-N’Thepe / Parigi</p>
<p>18:30<br />
Inaugurazione “MilanOpen chiama milanouel!w”<br />
Mostra fotografica a cielo aperto con scatti del gruppo di Flickr Milanouel!W<br />
Istantanee di Scalo Farini, Bovisa, Quarto Oggiaro, Villapizzone e Villa Scheibler<br />
Inaugurazione mostra “Check-in Architecture”<br />
progetto di Mario Flavio Benini a cura di Andrea Lissoni, Luca Martinazzoli, Luca Molinari</p>
<p><strong>Sabato 22 Novembre 2008<br />
QUARTO OGGIARO &#8211; VILLA SCHEIBLER</strong><br />
<em>Via Orsini, 21 &#8211; dalle 9:30 alle 19:30</em></p>
<p>10:00 Visita guidata in Villa Scheibler<br />
“Da “Viviamo il Parco” a Vill@perta”<br />
Mostra fotografica degli eventi realizzati dalle Associazioni di Quarto Oggiaro finanziati dal Progetto Urban II Milano (2006-2008). A cura di: Associazione Vill@perta</p>
<p>“Check-in Architecture”<br />
progetto di Mario Flavio Benini a cura di Andrea Lissoni, Luca Martinazzoli, Luca Molinari</p>
<p>“MilanOpen chiama milanouel!w”<br />
Mostra fotografica a cielo aperto con scatti del gruppo di Flickr Milanouel!W<br />
Istantanee di Scalo Farini, Bovisa, Quarto Oggiaro, Villapizzone e Villa Scheibler</p>
<p>15:00 Visita guidata in Villa Scheibler</p>
<p>dalle 16:00 alle 19:30<br />
“Tutti al GAS”<br />
Risparmiamo insieme facendo la spesa. Stand con assaggi di prodotti di qualità del territorio. A cura di: Circolo ACLI S. Lucia in collaborazione con QuartoGAS, GAS Pascarella e Gruppo Missionario Pentecoste</p>
<p><strong>QUARTO OGGIARO</strong><br />
9:30- 18:30 <em>Fondazione C. Perini</em> &#8211; Via Aldini 72<br />
Mostra fotografica<br />
”La memoria storica dei quartieri Quarto Oggiaro, Vialba, Musocco, Villapizzone e Bovisa”</p>
<p>11:30 <em>Biblioteca Quarto Oggiaro</em> &#8211; Via Otranto (ang. Via Carbonia)<br />
<em>”Improvvisazioni d’autore &#8211; L’Arte visiva di strada” </em>Ospiti: Gianni Biondillo, Stefano Massaron e Cosimo Argentina alla “lavagna”. A cura dell’<em>Associazione Amici delle Biblioteche </em>in collaborazione con <em>No Reply</em></p>
<p>14:30 <em>Chiesa S.Lucia</em> – Via Federico De Roberto, 20<br />
“Le Vetrate di Santa Lucia”<br />
Narrazione di Elvis Pinna sulle vetrate della chiesa da lui realizzate agli inizi degli anni ‘80.<br />
Seguirà l’itinerario presso le chiese del quartiere:<br />
. Chiesa della Pentecoste, Via Graf 29<br />
. Chiesa dei SS. MM .Nazaro e Celso, Via Aldini, 33<br />
. Chiesa di Sant’Agnese, Via Arsia, 3<br />
. Ex Chiesa dei SS. Agricola e Vitale, via Orsini<br />
. Chiesa della Resurrezione, Via Longarone, 5</p>
<p>15:00 -18:00 <em>Istituto Comprensivo Trilussa </em>- Via Trilussa, 10 &#8211; Via Graf, 70 &#8211; Via Graf, 74<br />
“Open Day”<br />
Durante l’ “Open Day Trilussa” all’interno di ciascun plesso scolastico verrà allestito un laboratorio creativo-interattivo sul tema “I bambini/ragazzi e la città”</p>
<p>16:30 &#8211; 18:00 <em>Oratorio della Parrocchia SS. MM. Nazaro e Celso in Quarto Uglerio</em> &#8211; Via Aldini, 33<br />
“Figli delle stelle. Per coperta il cielo”(2007).<br />
Proiezione del film di G. Patricola. Sarà presente il regista.</p>
<p>21:00 <em>Chiesa di SS. MM. Nazaro e Celso in Quarto Uglerio</em> &#8211; Via Aldini, 33<br />
“Un gioiello a Quarto Oggiaro. L’organo V. Mascioni, 1904”<br />
Incontro con brani organistici eseguiti da padre Gianmario Monza, introduce Fausto Moretti, agronomo ed esperto di storia del territorio locale.</p>
<p>21:00 – 23:00 <em>CAM &#8211; Centro Aggregativo Multifunzionale</em>, Via Lessona 20<br />
Proiezione di cortometraggi realizzati dagli allievi della Scuola di Cinema, Televisione e Nuovi Media:<br />
- Milano Città Fantasma di Francesca Fuso<br />
- Un’esile incrinatura di Tomas Tezzon<br />
- Il CT delle onde di Daniela Paternostro<br />
- Milano Settanta di Davide Fois<br />
- La superficie delle cose di Dario Antonioli<br />
- Viaggio intorno a Miracolo a Milano di Sanela Baijric<br />
Sarà presente il Direttore della scuola Daniele Maggioni</p>
<p><strong>Sabato 22 Novembre 2008<br />
BOVISA</strong><br />
10:00 <em>Blitz </em>- Via Enrico Cosenz, 44/4<br />
Incontro con Andrea Branzi “Un lavoro di ricerca nell’ambito dell’università”</p>
<p>12:00 <em>Blitz </em>- Via Enrico Cosenz, 44/4<br />
Incontro con Francesco e Alessandro Mendini. In caso di bel tempo: a spasso con Francesco e Alessandro Mendini attraverso i luoghi dei cantieri dell’atelier Mendini:<br />
- Tara gialla (ex campari), via Schiaffino<br />
- Tara rossa (ex I.C.I.), via Cosenz, via Durando<br />
- Senio (ex Ronchi), via Guicciardi, via Carnevali</p>
<p><strong>Domenica 23 Novembre 2008<br />
QUARTO OGGIARO &#8211; VILLA SCHEIBLER</strong><br />
<em>Via Orsini, 21 &#8211; dalle 9:30 alle 19:30</em></p>
<p>10:00 Visita guidata in Villa Scheibler</p>
<p>“Da “Viviamo il Parco” a Vill@perta”<br />
Mostra fotografica degli eventi realizzati dalle Associazioni di Quarto Oggiaro finanziati dal Progetto Urban II Milano (2006-2008). A cura di: Associazione Vill@perta</p>
<p>“Check-in Architecture”<br />
progetto di Mario Flavio Benini a cura di Andrea Lissoni, Luca Martinazzoli, Luca Molinari</p>
<p>“MilanOpen chiama milanouel!w”<br />
Mostra fotografica a cielo aperto con scatti del gruppo di Flicker Milanouel!W<br />
Istantanee di Scalo Farini, Bovisa, Quarto Oggiaro, Villapizzone e Villa Scheibler</p>
<p>Ore 10:00 “Alla scoperta del parco di Villa Scheibler”<br />
Visita guidata del parco in compagnia di un agronomo.Ritrovo c/o l’entrata di Villa Scheibler Via Orsini. Durata del tour 90 min ca. &#8211; Presentarsi con calzature idonee<br />
A cura di: Associazione Vill@perta</p>
<p>15:00 Visita guidata in Villa Scheibler</p>
<p>dalle 15:30 alle 17:30 “Il lavoro che cambia”<br />
Selezione di filmati cine video corti dedicata agli autori di opere Cine-Video amatoriali che hanno partecipato al Concorso Nazionale Perini 2008 &#8211; A cura di: Fondazione C. Perini</p>
<p>dalle 15:30<br />
“La Ludoteca &#8211; Spazio di creatività e mostra giochi”<br />
A cura di: Associazione Asso.Ge.20</p>
<p>21.00 &#8211; c/o <em>Chiesetta SS. Agricola e Vitale </em>Complesso di Villa Scheibler<br />
“La Corale Graf per Quarto”<br />
Coro: a cura dell’Associazione Corale Graf<br />
Accompagnamento musicale: fisarmonica<br />
Programma: brani corali tratti da colonne sonore di cinema, musica sacra, musica popolare italiana e<br />
straniera</p>
<p><strong>QUARTO OGGIARO</strong><br />
9:30 Appuntamento in <em>Piazza Pompeo Castelli</em><br />
Itinerario attraverso i quartieri Mangiagalli I e II, realizzati a cavallo degli anni ‘50 (1946-1952)<br />
curato da Federico Bucci, storico dell’architettura e docente del Politecnico di Milano. In caso di maltempo l’appuntamento si terrà nello spazio ALER &#8211; Via Concilio Vaticano II, 2</p>
<p>9:30- 18:30<br />
<em>Fondazione C. Perini </em>- Via Aldini 72<br />
Mostra fotografica<br />
”La memoria storica dei quartieri Quarto Oggiaro, Vialba, Musocco, Villapizzone e Bovisa”</p>
<p>11:00 – 17:00<br />
<em>Campo di calcio dell’Associazione Quarto Oggiaro Vivibile</em><br />
Trofeo di calcio <em>&#8220;la pace tra i popoli&#8221;</em> Torneo interetnico Italia &#8211; Egitto &#8211; Marocco organizzato dall’Associazione Quarto Oggiaro Vivibile – Vill@perta</p>
<p>15:00 – 17:30 <em>Salone Teatro Santa Lucia,</em> Parrocchia Santa Lucia &#8211; Via Federico De Roberto, 20<br />
Proiezione dei film di Fabio Martina “A due calci dal paradiso” (2006) e “Ascolto il tuo cuore, Milano” (2007).<br />
Saranno presenti il regista Fabio Martina e lo scrittore e architetto Gianni Biondillo</p>
<p>21:00 -23:00 <em>CAM &#8211; Centro Aggregativo Multifunzionale</em> &#8211; Via Lessona 20<br />
Proiezione del film “I luoghi di Christian” di E. Annese e R. Monteleone,<br />
progetto coordinato da Ermanno Olmi “Bovisa ‘89. Postazione della Memoria”<br />
Sarà presente il regista Elvio Annese.<br />
Seguirà un’intervento dal titolo “Le ragioni di Bovisa. Note di un racconto sulla goccia di Milano”<br />
di Leonardo Cascitelli, urbanista e direttore area tecnica e marketing territoriale Aler Milano.</p>
<p><strong>Domenica 23 Novembre 2008<br />
BOVISA</strong><br />
11:00 Piazza Bausan<br />
Francesco Radino: la Bovisa raccontata attraverso la visione di un fotografo.<br />
Francesco Radino trasformerà l’itinerario in un work in progress realizzando un reportage fotografico durante il percorso.</p>
<p>14:00 Chiesa Santi Giovanni e Paolo – Via Marco Porcio Catone, 10<br />
“Un fortino tra le architetture industriali”<br />
Visita alla Chiesa si SS. Giovanni e Paolo degli Arch. L. Figini, G. Pollini (1964) condotta da Maria Vittoria Capitanucci, storico dell’architettura e docente presso il Politecnico di Milano</p>
<p><em>Come raggiungerci:</em><br />
QUARTO OGGIARO<br />
Servizio navetta dedicato ATM in partenza da Cadorna<br />
e Stazione Centrale (sabato e domenica)<br />
Ferrovie Nord Milano (Quarto Oggiaro)<br />
Tram 12, 19 / Bus 40, 57<br />
BOVISA<br />
Ferrovie Nord Milano (Bovisa)<br />
Passante ferroviario (Bovisa)<br />
Tram 3 / Bus 92, 82</p>
<p>La partecipazione agli eventi e l’ingresso alle mostre sono liberi e gratuiti.<br />
Sul <a href="http://www.milanopen.com/">sito ufficiale</a> troverete il programma, e tutta una serie di documenti da scaricare.</p>
<p><strong>MILANOPEN LAB</strong><br />
<em>Responsabile scientifico:</em> Luca Molinari<br />
<em>Contenuti e rapporto con il territorio</em>: Gisella Bassanini, Gianni Biondillo, Maria Vittoria Capitanucci<br />
<em>Coordinamento generale:</em> Francesca Raffa, Milena Sacchi</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/20/e-festa/">E&#8217; festa!</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il punto vulnerabile</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/</link>
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		<pubDate>Sun, 16 Nov 2008 09:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos-1-jpg.jpg" target="_blank"></a></p>
<p><strong>di Nikos Kachtitsis</strong></p>
<p><em>Non voglio l’eternità,<br />
ho solo chiesto tempo</em><br />
Demetrios Capetanakis</p>
<p><strong>La pianta del loto e il loto</strong></p>
<p>Tu sei la pianta mistica<br />
che mi ha condotto fin qui<br />
nel mezzo del crudele<br />
febbraio.<br />
La pianta che mi ha nutrito<br />
con il suo latte innocente<br />
l’anno scorso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/">Il punto vulnerabile</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos-1-jpg.jpg" target="_blank"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos.jpg"/></a></p>
<p><strong>di Nikos Kachtitsis</strong></p>
<p><em>Non voglio l’eternità,<br />
ho solo chiesto tempo</em><br />
Demetrios Capetanakis</p>
<p><strong>La pianta del loto e il loto</strong></p>
<p>Tu sei la pianta mistica<br />
che mi ha condotto fin qui<br />
nel mezzo del crudele<br />
febbraio.<br />
La pianta che mi ha nutrito<br />
con il suo latte innocente<br />
l’anno scorso.</p>
<p>Tu sei la pianta del loto<br />
e io sono il loto<br />
che matura lentamente<br />
ma una volta maturo<br />
muore di disgusto.<span id="more-10997"></span></p>
<p><strong>Qui giace</strong></p>
<p>Mi guardo attorno come se<br />
fossi appena tornato<br />
da un funerale<br />
con il fazzoletto impregnato<br />
di profumi acri.<br />
Non seppelliscono<br />
i loro morti?<br />
Non ci sono cimiteri qui<br />
né cipressi<br />
né oleandri<br />
né mirti</p>
<p><strong>Morte sotto chiave</strong></p>
<p>La mia controparte,<br />
un collezionista di chiavi<br />
medievali,<br />
vive altrove,<br />
in Lituania, penso,<br />
o forse a Samarcanda.</p>
<p>Non commetterà<br />
un suicidio<br />
finché non ci incontreremo di nuovo<br />
a Edimburgo</p>
<p><strong>Sradicato</strong></p>
<p>Ricordi, lasciatemi in pace!</p>
<p>L’umida,<br />
terra ostile odora<br />
come la fossa<br />
appena scavata<br />
della pallida fanciulla<br />
dei nostri ricordi.</p>
<p>La salamandra<br />
compone la canzone<br />
della timidezza<br />
e io raccolgo foglie rosse, insetti e fiori selvaggi<br />
per il tuo album</p>
<p><strong>Abbandonato</strong></p>
<p>Non posso camminare più a lungo<br />
su questo viale del Tempo<br />
senza indossare<br />
i miei guanti gialli<br />
e la maschera della severità.<br />
Poiché ci sono migliaia<br />
di occhi sospettosi<br />
che mi osservano<br />
da dietro i cespugli.</p>
<p>Sono stato gettato<br />
nell’era sbagliata,<br />
ma attendo pieno di speranza<br />
che venga il giorno<br />
in cui i girasoli<br />
e le magnolie<br />
fioriranno per sempre.</p>
<p>Quel giorno dovrò punire<br />
il serpente che ha iniettato<br />
il suo veleno nella mia carne</p>
<p><strong>La sinfonia della nebbia</strong></p>
<p>Amo essere amico<br />
della nebbia,<br />
sebbene senta<br />
un chiaro fardello<br />
di disgusto in gola<br />
quando parlo con lei.</p>
<p>Eppure, quando si ritira,<br />
in silenzio, a passi svelti e evasivi<br />
tra le rovine,<br />
è il momento in cui soffro<br />
davvero,<br />
e in ansia attendo<br />
che ritorni<br />
con nuove visioni<br />
e una nuova musica</p>
<p><strong>L’uomo con il cilindro</strong></p>
<p>Sono sempre più sicuro<br />
che durante una notte triste,<br />
mentre vagabondavo da solo<br />
in una strada immersa nella nebbia,<br />
una mano si è sporta<br />
dal finestrino di un taxi nero,<br />
gettandomi<br />
in un fatale,<br />
irreparabile errore.</p>
<p>Ma quell’errore<br />
forse è stata la cosa più bella<br />
della mia vita,<br />
la migliore<br />
e l’ultima<br />
esperienza</p>
<p><strong>Ospedali vuoti</strong></p>
<p>Il crepuscolo è grigio<br />
nella squallida via Aftoktonias.<br />
Tutte le banderuole<br />
indicano la tomba<br />
dell’usignolo<br />
che è stato ucciso la notte scorsa<br />
e sono prese da attacchi isterici.</p>
<p>C’è un occhio terrestre<br />
in un angolo remoto di questo<br />
desolato parco che spia<br />
le statue d’acciaio<br />
e le figure solitarie<br />
che s&#8217;aggirano senza scopo<br />
lungo i sentieri nebbiosi<br />
fischiettando canzoni funebri.</p>
<p>Quando mi sbarazzerò<br />
di questo testimone<br />
dovrò comprare una pistola<br />
per uccidere il fantasma<br />
che è appollaiato sul mio cranio<br />
e che mi accusa quando sono assente.</p>
<p>A mezzanotte i poveri poeti,<br />
con i manoscritti nelle tasche<br />
dei loro frusti abiti neri,<br />
stanno intorpiditi dal gelo<br />
sulla banchina di marmo<br />
del porto<br />
in attesa disperata dell’Uomo<br />
che viene da un luogo misterioso<br />
e che non giungerà mai<br />
perchè non esiste.</p>
<p>Quando ero giovane<br />
odiavo una ragazza magra<br />
e avrei voluto torturarla tutto il tempo<br />
dentro il mio giardino.</p>
<p>Dopo un terribile terremoto<br />
che ha scosso l’ospedale<br />
e l’intera città,<br />
i vetri delle finestre dell’edificio vuoto,<br />
gli specchi, i vasi,<br />
ogni cosa giace frantumata in mille pezzi<br />
e il vento porta<br />
bare di ferro dall’orizzonte.</p>
<p>Qualcuno tende la mano giallognola<br />
per afferrare dal piatto un’arancia sbucciata&#8230;<br />
ma invano: non può raggiungerla</p>
<p><strong>Il punto vulnerabile</strong></p>
<p>Da un capo all’altro di questo vasto<br />
palmo di Tempo<br />
la superficie terrestre ha cominciato<br />
a sgretolarsi a causa della corrosione,<br />
mentre la sua orbita continua<br />
a sibilare furiosamente<br />
nel Caos.</p>
<p>E non smetterà mai,<br />
a meno che un architetto<br />
non martelli la Terra<br />
sul suo punto più vulnerabile.</p>
<p>Ma fino ad allora<br />
c’è tempo in abbondanza,<br />
gli edifici sono costruiti<br />
con ossa umane<br />
senza finestre,<br />
la gente rompe gli orologi<br />
per fermare il tempo<br />
e si spalma sul volto<br />
creme variopinte<br />
per proteggersi<br />
dal caldo incipiente.</p>
<p>Così gli anni passano,<br />
si cresce nel terrore<br />
ma illudendosi sempre di più<br />
che si sopravviverà<br />
al disastro finale. </p>
<p>(traduzione di Massimo Rizzante)</p>
<p><strong>Nota</strong><br />
Nikos Kachtitsis, scrittore greco, nasce nel 1926. Tra il 1949 e il 1952, durante il servizio militare, scrive in inglese la sua unica raccolta poetica, <em>Vulnerable Point </em>(la plaquette, formata da 14 poesie, sarà pubblicata da Kachtitsis per la sua stessa casa editrice Anthelion Press di Montréal nel 1968). Dopo il 1952 è in Africa. Ritornato ad Atene, riparte nel 1956 per Montréal, dove vivrà, insegnando il francese e l’inglese e lavorando come interprete giudiziario fino alla morte, avvenuta nel 1970. Il suo primo racconto è del 1959. Seguono due altri racconti e nel 1964 esce il suo primo romanzo <em>O exostis</em> (tradotto in francese con il titolo <em>Hôtel Atlantique</em>, Hatier, 1995). Il suo secondo romanzo <em>O eroes tes Gandes</em> (<em>L’eroe di Gand</em>) esce nel 1967. Sebbene la sua creazione sia composta da poche opere, scritte lontano da ogni consorteria o scuola letteraria, Kachtitsis ha tenuto lunghi scambi epistolari con i più importanti scrittori e poeti greci del suo tempo (della sua corrispondenza sono già stati pubblicati in Grecia due volumi). Oggi occupa un posto solitario nella letteratura del suo paese.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/">Il punto vulnerabile</a></p>
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		<title>Urbanità 5</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Oct 2008 08:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Se chiedessimo a un romano quanti abitanti fa la sua città non avrebbe dubbi a dirci, con orgoglio, che supera i tre milioni e mezzo; anche se poi non è affatto vero. Roma ha poco più di due milioni e mezzo d’abitanti in un’area urbana gigantesca.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/30/urbanita-5/">Urbanità 5</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg" alt="" title="180px-dandies" width="152" height="276" class="alignnone size-full wp-image-7895" /></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Se chiedessimo a un romano quanti abitanti fa la sua città non avrebbe dubbi a dirci, con orgoglio, che supera i tre milioni e mezzo; anche se poi non è affatto vero. Roma ha poco più di due milioni e mezzo d’abitanti in un’area urbana gigantesca. La densità per metro quadro è molto bassa, nulla a che vedere con altre realtà urbane. Ho sempre trovato ammirevole il gigantismo dei romani, la loro convinzione di vivere in una città fuori dall’ordinario. Ma Roma, con tutti i pregi che ha, non è davvero considerabile una metropoli contemporanea. Sembra più una successione di borghi, spesso indipendenti fra loro. Non è affatto un difetto, ben inteso, ma le vere metropoli italiane sono altre.<br />
<span id="more-8047"></span><br />
È che spesso neppure lo sanno, o lo vogliono ammettere. Siamo in un paese dove la tradizione del campanile nega l’evidenza. Le nostre metropoli non sono affatto tutte uguali, si portano dietro la particolare orografia della nostra terra, le tradizioni insediative, il diverso approccio nei confronti della qualità della vita, economie spesso assolutamente contrastanti. Ecco perché mi piacciono. Nulla a che vedere con l’infinita griglia di villette tutte uguali, con <em>back yard</em> incorporato, che si spalmano identiche per tutti gli Stati Uniti. </p>
<p>In Italia, anche se chi le abita non ne è cosciente, le nostre metropoli sono particolari, curiose. Hanno la forma della città lineare della via Emilia, ad esempio, dove si può vivere a Modena, prendere un caffè a Parma, studiare a Bologna, andare in discoteca a Rimini, lavorare a Reggio. Oppure sono la smisurata periferia globale del napoletano, che va ben oltre la provincia del capoluogo, tracima nella Terra di Lavoro, nel casertano. O, ancora, hanno la forma della città rete di Milano. Un’area metropolitana immensa, dove vivono e operano qualcosa come sette milioni di abitanti. E dove, però, la cosa sembra di nullo interesse per gli amministratori del territorio che non riescono a legiferare un piano regionale degno di questo nome. Le città, comunque, non aspettano e mutano forma. Prendono forma. Spesso deturpandosi. Non ho nostalgia dei bei tempi andati,  metà della popolazione del mondo ha deciso di vivere in una città, occorre analizzare la realtà a ciglio asciutto, però, poi, occorre restituire sul territorio segni forte che diano dignità di cittadinanza anche a chi vive lontano dai “soliti” centri storici. </p>
<p>L’Expo del 2015, potrebbe essere, per Milano, la grande occasione di rilancio urbano: valutare un piano di mobilità pubblica, recuperare le periferie storiche, attirare eccellenza. Si può fare. Anzi: si deve fare! La rivista inglese <em>Monocle </em>ha stilato la classifica delle 25 città più vivibili del pianeta. Nessuna delle città italiane è presente. Smettiamola di vivere sugli allori del nostro patrimonio del passato e incominciamo a migliorare la nostra vita quotidiana. Smettiamola di essere così chiusi nel confronto del mondo, anche perché il giorno in cui il mondo ci darà definitivamente le spalle, sarà l’inizio della nostra fine. E non ne vale davvero la pena.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>V &#038; S<em>, n.9 settembre 2008</em>]<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/09/urbanita-1/">Urbanità 1</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/15/urbanita-2/">Urbanità 2</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/22/urbanita-3/">Urbanità 3</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/15/urbanita-4/">Urbanità 4</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/30/urbanita-5/">Urbanità 5</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Oct 2008 09:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Sergio Garufi </strong></p>
<p style="padding-left: 105px;">Nicole vive col marito Martino e la figlia Arianna in un piccolo appartamento di una casa di ringhiera. Hanno appena finito di cenare. Lui è andato nello studiolo a stampare alcuni preventivi che gli serviranno l’indomani e Arianna si è chiusa in camera sua, ha mandato un sms a un’amica di scuola e si è messa a ballare con la musica di <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/01-coldplay-viva-la-vida.mp3" target="_blank"><em><strong>Viva la vida dei Coldplay</strong></em></a>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/17/tre-personaggi-in-cerca-damore/">Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-9648" title="teguise" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise1.jpg" alt="" width="489" height="426" /></a></p>
<p>di <strong>Sergio Garufi </strong></p>
<p style="padding-left: 105px;">Nicole vive col marito Martino e la figlia Arianna in un piccolo appartamento di una casa di ringhiera. Hanno appena finito di cenare. Lui è andato nello studiolo a stampare alcuni preventivi che gli serviranno l’indomani e Arianna si è chiusa in camera sua, ha mandato un sms a un’amica di scuola e si è messa a ballare con la musica di <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/01-coldplay-viva-la-vida.mp3" target="_blank"><em><strong>Viva la vida dei Coldplay</strong></em></a>. Arianna ha 16 anni ed è innamorata di Francesco, uno studente dell’istituto alberghiero di un anno più grande di lei. Lui ha la passione della cucina, da grande vuole fare il cuoco; lei dipinge quadri astratti, legge tanto come la madre e gioca a pallavolo. <span id="more-9647"></span>Quando camminano per strada il mondo intorno non esiste, ognuno è perso negli occhi dell’altro. Nicole li chiama scherzosamente “I coniugi di Erba”, alludendo a Olindo e Rosy, gli assassini innamorati che ora sognano una cella matrimoniale. Nei lunghi pomeriggi che trascorrono assieme nella casa vuota dei genitori di lui, Arianna e Francesco sperimentano nuovi piatti e fanno l’amore. Lei gli chiede consigli sui suoi dipinti e lui le fa assaggiare i suoi esperimenti culinari. Per loro la vita è una sterminata distesa di possibilità, tutto è ancora da compiersi. In cucina Nicole sta lavando i piatti. E’ triste, si sente prigioniera di un rapporto finito. Col tempo le differenze e la mancanza di interessi comuni hanno allargato il fossato che li divide. Da anni ormai il loro letto è silenzioso, e gli occasionali tradimenti sono solo brevi ore d’aria in una detenzione di cui non vede la fine. Forse quando Arianna sarà grande, pensa, potrò andarmene, ma col suo stipendio da impiegata statale avrà sempre bisogno di un uomo col quale condividere le spese. La notte precedente, a letto nel dormiveglia, Martino ha scoreggiato rumorosamente. Per lei è stato lo sfregio definitivo, e le scuse imbarazzate e tardive del marito, sussurrate in un orecchio quando è rientrato da lavoro, le hanno solo confermato l’intenzionalità dell’atto, la volontà di ferirla. Adesso, mentre sta finendo di lavare i piatti, sogna di scappare a Parigi, la città delle mille librerie, dove si può essere poveri senza vergognarsi, dove anche l’aria che respiri è poetica. Arianna entra in cucina in quel momento, prende un bicchiere di aranciata dal frigo e avverte qualcosa nel silenzio assorto della madre con ancora le mani nel lavello. Le dice: “Mamma, perché non vai a Parigi? E’ il tuo sogno. Io e papà staremo bene, tu ci verrai a trovare spesso. Vai, che ci stai a fare qui?” Nicole la guarda e sorride. Poi si avvicina, l&#8217;abbraccia forte e piange in silenzio. Per un attimo, i loro inconsci hanno dialogato.</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 105px;">Camilla domani compie 5 anni. In famiglia sono tutti orgogliosi di lei, la chiamano “il fenomeno” perché sa già scrivere e leggere, anche al computer. Lo fa sul portatile della madre, un MacBook con la copertina fucsia che accende da sola. Ha due fratelli, uno di 3 e l’altro di 7 anni. Dormono insieme nella stessa cameretta: Marco e Andrea su un letto a castello e lei su un lettino. Sono le nove e mezza di sera e la madre li invita ad andare a dormire. Camilla è nascosta dietro le tende del soggiorno, che sono un po’ scostate dalla parete. Quei 30 cm x 2 metri sono la sua casa di fantasia, uno spazio tutto per lei dove riceve e parla con amici immaginari. Quando è a letto, si spegne la luce e i suoi fratellini finalmente dormono, Camilla resta ancora un po’ con gli occhi aperti a fissare quel buio impenetrabile, e l’assale il timore che nella vita nulla esista al di fuori di lei, che sia tutto un teatro fondato sulla sua effimera presenza, una commedia che svanirà quando lei uscirà di scena. Al risveglio le càpita spesso di guardare in faccia le persone per cercare di capire se stanno recitando o meno. A scuola gioca con gli amichetti a un-due-tre-stella!, poi quando esce si accorge che ad aspettarla accanto alla madre c’è suo zio Emanuele, elegantissimo in giacca e cravatta perché appena uscito dall’ufficio. Lei è abituata a vederlo vestito sportivo, quando va in moto a trovarla la domenica pomeriggio. Ora è venuto a farle gli auguri e portarle un regalo, il portafoglio rosa delle Winx. Le dice che ormai è grande e deve avere i suoi soldini. Dentro ci sono 5 euro in monete. Lei è felice, lui la prende in braccia e la sbaciucchia sulle guance. In questo momento il mondo ha un’altra consistenza, non è più una finzione inquietante. In macchina, ritornando a casa, dice: “Mamma, che bello che è lo zio Lele, è bello come un fidanzato”.</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 105px;">Prima ancora di essere il luogo dell’apprendimento, la scuola è il luogo della formazione dei ricordi e della personalità. Con Luca feci tutte le elementari e le medie, era il mio migliore amico. Poi io mi trasferii a vivere altrove con la mia famiglia e i nostri rapporti si allentarono. Altre scuole, altri paesaggi, altri amici e amori. Però ogni tanto ci si sentiva, non ci perdemmo mai di vista. Finito il turistico lui incominciò a fare il fotografo. Faceva reportage di viaggi, lavorava per i giornali più noti. Il suo passaporto era pieno di timbri di paesi stranieri, lo doveva cambiare prima della scadenza normale perché presto esauriva le pagine disponibili. Se ripenso a quando eravamo piccoli, mi rendo conto che da subito aveva manifestato quella passione. In fondo è un uomo fortunato, fa quello che ha sempre sognato. Nella sua cameretta c&#8217;era un piccolo mappamondo, di quelli che si illuminano internamente. Gli piaceva farlo girare e a occhi chiusi indicare un punto a caso del globo. Poi, aperti gli occhi, mi diceva tutto di quel paese: capitale, numero di abitanti, stati confinanti, tipo di economia. A quel tempo il mio mappamondo era il dizionario, che scorrevo con la stessa curiosità. Scrivere è stato il mio modo di viaggiare, a sei anni siamo già formati, a leggere bene c’è già tutto ciò che saremo. L’altro giorno mi è comparso fuori dal negozio. Mi guardava sorridendo col suo faccione dalla vetrina. Erano sette anni che non lo vedevo. Ora è molto ingrassato, vive a Teguise e da lì si sposta per tutti i suoi giri. Siamo andati a bere qualcosa in centro, mi ha raccontato che a maggio ha avuto un piccolo infarto, l&#8217;hanno portato all&#8217;ospedale in elicottero. Ma non drammatizza mai, lui è un ercolino sempre in piedi. Si è messo con una nuova ragazza, e io l’ho invitato a cena la sera successiva, così gli presentavo la mia. Cinzia di lui non sa nulla. Gli fa i complimenti per la scelta coraggiosa di abbandonare questa città orribile, ma non sa che vi è stato quasi costretto. Certe scelte radicali si prendono solo quando la vita ti mette con le spalle al muro. Lui era arrivato a un punto in cui non riusciva più a lavorare, si era guastato i rapporti di lavoro con tutti quelli che contano a Milano ed era pieno di debiti. E’ che è un casinista di natura, totalmente inaffidabile. Prende un impegno e non lo rispetta, dà bidoni a destra e a manca, e l’unica cosa che lo ha salvato dal naufragio totale è il suo talento cristallino. In un momento di particolare stasi del lavoro, quando tutte le porte sembravano chiuse per lui, ha approfittato di una vacanza alle Canarie per andare a trovare la sorella che ci viveva da prima di lui. Lì ha conosciuto una ragazza del posto, che faceva il medico condotto, era separata e aveva un figlio piccolo, e ha deciso di trasferirsi. I primi tempi campava realizzando cartoline e gadget vari. Mentre racconta la sua versione dei fatti, molto più edulcorata di quella che so io, lo guardo con malinconia e tenerezza. Conosco i suoi dolori, il fatto che ha perso presto entrambi i genitori e a volte si sente solo. Mi spiace che fra noi ci siano così tanti chilometri, mi spiace non conoscere casa sua, la sua nuova donna, il nuovo orizzonte che lo ha accolto. So che a quello che dice va fatta la tara, e che non saranno tutte rose e fiori, però un po’ lo invidio lo stesso, almeno lui è stato coerente anche nelle contraddizioni. Un sacco di volte, quando era qui, mi faceva incazzare, ed evitavo di vederlo pure per lunghi periodi, ma so che sono importante per lui, che nella sua vita conto, e anche se ha mille conoscenze in giro per il mondo, alla fine è me e pochi altri che cerca. Terminata la cena ci mostra le foto della sua nuova vita. Le ha sul cellulare e le riversiamo sul pc. Ci sono volti che non conosco. Ora la sua donna è una trentacinquenne di Terni, anche lei separata, incontrata mentre era in vacanza alle Canarie. Ha mollato tutto e lo ha raggiunto lì. E’ una piccolina bionda, carina, ritratta in spiaggia in topless. Hanno un furgone e lui ha realizzato una sorta di tendalino trasparente che li protegge dalla sabbia trasportata dal vento senza privarli della vista del panorama. Insieme fanno immersioni e vanno a pesca con una barca di amici. Con la ragazza precedente le cose non andavano bene, e dopo tre anni si sono lasciati. Gli dispiace per il bambino, non vederlo più, e penso che in queste separazioni chi soffre senza averne colpa è l’indotto, i parenti acquisiti e persi. Ci racconta che a Teguise sono censite 56 nazionalità diverse, tutto un mondo di naufraghi approdati in quell&#8217;isola in seguito a fallimenti sentimentali o economici. Ha una compagnia di amici cosmopolita, ognuno con la sua storia di fughe e speranze. Poco prima di uscire Luca va su Google earth, zoommando identifichiamo casa sua in mezzo a una serie di crateri vulcanici. E’ una villetta bianca isolata e circondata solo da fichi d&#8217;india. Dice che non c&#8217;è inquinamento luminoso, che a volte la sera, dopo una faticosa giornata di lavoro, lui e lei spengono le luci, si sdraiano abbracciati e stanchi su un materasso in terrazzo e si addormentano guardando le stelle.</p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/17/tre-personaggi-in-cerca-damore/">Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</a></p>
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		<title>Quella volta che la miccia si spense</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Oct 2008 17:18:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Luisa Venuta</dc:creator>
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		<category><![CDATA[alessandra galetta]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.alessandragaletta.com/">Alessandra Galetta</a></p>
<p>Enzo Nobile era nervoso.<br />
Nervosissimo.<br />
Si aggiustava e riaggiustava la lunga ciocca che copriva il diradamento sulla cima della testa.<br />
Sua figlia era scoppiata a piangere appena era comparso all’asilo.<br />
Con papà: no! Con papà: no! Strillava, fastidiosa come un trapano in un pomeriggio d’estate.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/16/quella-volta-che-la-miccia-si-spense/">Quella volta che la miccia si spense</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.alessandragaletta.com/">Alessandra Galetta</a></p>
<p>Enzo Nobile era nervoso.<br />
Nervosissimo.<br />
Si aggiustava e riaggiustava la lunga ciocca che copriva il diradamento sulla cima della testa.<br />
Sua figlia era scoppiata a piangere appena era comparso all’asilo.<br />
Con papà: no! Con papà: no! Strillava, fastidiosa come un trapano in un pomeriggio d’estate.<br />
La maestra &#8211; una con il corpo a pera e lui aveva il disgusto per le pere, figuriamoci per una donna con quella forma – stava per telefonare a Silvana, la sua ex moglie. Proprio a quella che nel primo anno di separazione lo ricattava con il ritornello: Ti faccio vedere  mia figlia solo se mi paghi una bolletta o mi regali questo.<br />
<span id="more-9689"></span>Da un mese si era tranquillizzata però. Aveva l’uomo, l’infingarda. Ecco perché faceva la buona. Dopo aver scoperto la tresca si era appostato sotto casa della moglie per verificare se quell’essere lungo e secco &#8211; tutto uno scrocchio doveva essere a letto,mamma mia con chi si era andata a mettere quella scema! &#8211; si trattenesse a dormire lì.<br />
Primo perché non andava bene per l’educazione della bambina, secondo perché potevano scattare i presupposti per una riduzione degli alimenti., ma purtroppo lo scrocchio, poco prima di mezzanotte, usciva dal portone, gli trafiggeva il cuore con il  tic  del telecomando e decollava su una mini metallizzata, che era un mistero come c’entrasse dentro, un mistero dei pieghevoli dell’ikea. E come se non bastasse possedeva una Porche Cayenne che usava la domenica per portare la sua ex al mare.<br />
Comunque da quando Silvana s’era trovata l’uomo, che doveva ammetterlo gli bruciava un po’, riusciva a vedere sua figlia senza salassi o ricatti. Anzi la bilancia era piombata drammaticamente dall’altra parte. Era tutto un chiedere con un filo di voce e labbra in fuori: la tieni tu, stasera? <br />
Per questo si era innervosito quando la donna-pera aveva sollevato la cornetta per chiamarla. Sapeva già quello che avrebbe risposto: sua moglie si scusa ma per un improrogabile impegno non può venire.<br />
Invece stava con lo spilungone, altroché!<br />
E come parlava elegante! Merito dello scrocchio?<br />
Almeno la pupa avesse fatto i capricci perché voleva la madre.<br />
L’avrebbe capita.<br />
Una madre è sempre una madre per quanto puttana.<br />
Invece no. Sua figlia pretendeva che andasse lì la nonna, la madre di Silvana, di professione sarta,  a cui erano saltati tre denti di recente per una sberla che aveva rimediato dal suo convivente che l’aveva sorpresa mentre sistemava in modo poco (o troppo? Quando immaginava la scena lo stomaco gli si mangiava dentro) profescional la patta dei pantaloni a un cliente.<br />
Ma si può? A sessant’anni?<br />
Aveva subito informato l’avvocato, così tanto per verificare  se si trovasse qualche appiglio. Ma non aveva potuto fare nulla, l’avvocato, perché pareva che la nonna prendesse le misure quando la nipote era all’asilo.<br />
E va bene: anche stavolta gli era andata male.<br />
E va bene: avrebbe continuato a pagare gli alimenti a Silvana senza possibilità di sconti, e a fare una vita di doppi turni senza poterne scorgere la fine.  </p>
<p>Intanto sua figlia continuava a strillare e a lui era salito il tremore alle mani..<br />
Vuoi che andiamo a trovare nonna Gina? Chiese allora, sistemandosi il ciuffo per fare il disinvolto davanti alla maestra  che con gli occhi gli stava facendo la radiografia.<br />
E le chiediamo di prepararci la sua torta speciale?.<br />
Nonna  Gina è cattiva! Rispose la bambina, con uno sguardo che lo appiccicò al muro.<br />
E chi te l’ha detto questo? La mamma, per caso?<br />
La mamma e anche la nonna quando…<br />
Non la lasciò terminare, afferrò la mano di sua figlia, grugnì qualcosa alla maestra, e se la tirò dietro.<br />
Le urla della piccola s’impadronirono del corridoio, facendogli vibrare nervi e  timpani.<br />
Le propose un gelato, un giocattolino, le giostre, un giro in moto, proposta di cui si pentì subito, ma non c’era nulla che la calmasse. Oltretutto aveva modificato il ritornello e tra i singhiozzi diceva: voglio nonna Cesarina.<br />
Se avesse avuto davanti a lui quella vecchia gengiva l’avrebbe presa a pugni con gusto, ma non si sarebbe accontentato di rompergli i denti, le avrebbe staccato la mascella. Ecco! Già così andava meglio. Chissà come la viziava per aver creato quel legame. Chissà la cioccolata che le dava, le promesse che le faceva, le ore di televisione che le propinava per tenerla tranquilla pomeriggi interi mentre imbastiva orli e attaccava bottoni.<br />
Se non fosse stato per quella condanna di sei mesi che gli oscillava sulla testa per aver pestato quegli scorpioni maledetti!<br />
Per un po’ le orecchie e la mente di Enzo si staccarono dalle urla.<br />
Le sue labbra si distesero e si ricomposero in un sorriso.<br />
Non se lo aspettavano quei bastardi marocchini che uno dal fisico così sottile potesse essere un lottatore di quel livello. In quel periodo s’allenava tutte le sere in palestra, ma anche adesso, se gli fosse capitata una situazione critica se la sarebbe cavata alla grande. Anche adesso! Imparare a darle era come guidare la macchina: non ti dimentichi più.<br />
Una frattura scomposta al polso di quello che aveva tentato di parare il suo gancio destro. Un pezzo d’orecchio che non era stato possibile ricucire e una mascella da risaldare all’altro,  a cui erano saltati anche due denti d’oro.<br />
E che schifo quelle capsule dorate e insanguinate. Che disgusto!<br />
Non ti muovere! disse a sua figlia che aveva modificato le urla in un lamento.<br />
Papà monta il seggiolino con i topolini, stai tranquilla qui.<br />
Aprì il portabagagli della Lancia Y, afferrò il seggiolino e si accorse che le cinghie erano aggrovigliate. Sospirò di tristezza: non ne poteva più di questo traffico del martedì e del giovedì, degli alimenti che l’affogavano, di Silvana che faceva i suoi comodi con il riccastro ossuto, della pena per sua madre che soffriva  per il divieto di vedere la nipote. Nella sentenza di separazione c’era scritto: la bambina non può stare da sola con la nonna paterna in quanto alcolizzata.<br />
Ma scherziamo? Avevano dato a retta a due o tre voci invidiose di una donna che non aveva voluto un altro marito e che aveva messo su un bar senza l’aiuto di nessuno e non gli era venuto in mente che potevano essere fasulle?<br />
E che se una  si sorseggia una sambuchina per conciliarsi il sonno o un Fernet per digerire, si chiama alcolizzata?<br />
E che una può diventare alcolizzata a settanta anni? <br />
Mentre alle puttane si perdona tutto, anzi vengono pure compatite.<br />
“La donna non deve subire violenza!” .<br />
Ma che valore ha una precisazione del genere se il giudice che l’ha pronunciata  è donna? <br />
Non può essere libera di giudicare per un conflitto d’interessi! E che solo Berlusconi non deve avere il conflitto?  Vale anche per il giudice allora!<br />
E poi lo sapeva lui da cosa scaturiva quell’ affermazione. Altro che diritti da rispettare! Quella, la giudicessa, era un’ affamata di sesso che non tratteneva lo sguardo di un uomo su di lei nemmeno per un secondo tanto era brutta. Un’altona che se la osservavi di spalle pareva proprio una di quelle russe che tiravano il giavellotto alle olimpiadi, o uno di quegli schifosi trans &#8211; se fosse dipeso da lui tutti li avrebbe fucilati &#8211; e siccome nessuno voleva farci qualcosa con questo scorfano con la vestaglia nera, s’era messa a svolgere un lavoro da maschio, e per compensare il corpo e il lavoro, s’era legata ai principi femministi.<br />
Per poi scontrarsi un giorno con lui, Enzo Nobile, e sgretolargli la vita, attraverso un patto d’alleanza con l’avvocatessa della moglie che s’era messa a rovistare nel suo passato, e a dare retta alle voci malevoli sul suo conto.<br />
E alla conclusione delll’indagine era stato bollato come un criminale violento!<br />
Se avesse saputo la quantità di bugie che la gente avrebbe tirato fuori,  avrebbe dato il consenso per la separazione immediatamente! Peccato per l’avvocatessa però: se non fosse stata dalla parte del nemico, un approccio l’avrebbe azzardato volentieri.<br />
A lui con la pupa piaceva stare, era un amore di figlia, per carità, ma quando era a casa tranquilla,  tutta profumata dopo il bagnetto, a giocare con le barbie, dodici ne aveva con i capelli arruffati. E come si rilassava a guardarla disegnare, a riflettere su quanto fosse cresciuta e che presto sarebbe diventata una signorinella da vegliare e controllare, ma non gli piaceva recuperarla all’asilo perché usciva  nervosa e quella furba di Silvana non ci andava per lo stesso motivo, e prima tirava su la scusa della ricerca di un lavoro a tempo pieno, prima ancora ne aveva un’altra, la sua ex era la regina delle scuse e allora ci spediva la vecchia quando era di turno lei,  e chissà che strategia che utilizzava quella puttana per tenere tranquilla la nipote.<br />
Quel giovedì avrebbe potuto starsene con Cinzietta, che per un’incredibile coincidenza aveva preso un permesso.  Avrebbero potuto fare le cosette loro, una passeggiata,  ancora un’altra cosetta, mangiarsi una pizza, purché si dividesse il conto in due perché lui; Enzo Nobile, il lusso di offrire non poteva più permetterselo.<br />
E poi la doccia e di nuovo in sella al bolide per il turno di notte.<br />
L’immagine delle cosce da valchiria della segretaria Cinzia Nocetta gli procurò una fitta alla pancia che  non seppe distinguere se fosse di piacere o di dolore: invece di scopare era costretto a fare il baby sitter,  a trascinarsi dietro un lamento e a districare lacci aggrovigliati.</p>
<p>Alla fine le sciolse, quelle maledette cinghie, chiuse il cofano e stava per aprire la portiera  quando un’auto sgangherata, una di quelle che se gli soffi contro si accartocciano come lattine di birra, gli urtò il gomito con lo specchietto retrovisore.<br />
Poi si fermò due metri più avanti.<br />
Oh! Ma dico! Mi stavi per ammazzare! Urlò mentre il collo raggiungeva la dilatazione massima.<br />
Dalla scatoletta uscì fuori un cinese, uno di quei cinesi scheletrici che impestavano il lungomare di Ostia vendendo patacche argentate che spacciano per autentiche. Uno di quei cinesi che s’erano sparsi in tutta la città con quei localetti  puzzolenti di cibo spacca fegato, che erano sciamati come le cavallette occupando l’intero quartiere intorno alla Stazione Termini. S’erano impadroniti di tutto, come al Monopoli, mancavano solo gli alberghi: per quelli doveva passare ancora qualche turno.<br />
Uno di quei musi gialli lo stava per ammazzare con la sua macchinetta del cazzo.<br />
Ed era sceso dall’auto persino, e lo guardava con la faccia da sfida.<br />
E se aveva un coltello? Se aveva un coltello e glielo lanciava, infilzandolo senza pietà?<br />
Si sarebbe accasciato senza suoni sulla strada in quel giovedì orribile. Ma non gli avrebbe permesso di tirarlo. Lo avrebbe sventrato di botte. E mentre muoveva il primo passo verso lui, quello come un lampo gli fece il segno del dito, montò in macchina e partì con un’accelerata impensabile per quel catorcio.<br />
Un cinese con una macchina truccata: è proprio un malvivente! E il segno del medio a lui! Enzo Nobile! Una cosa del genere non era successa. Mai!<br />
Balzò in macchina con un ruggito di godimento e spinse sull’acceleratore.<br />
Lo avrebbe affiancato, superato, costretto a inchiodare, agguantato per quella coda di capelli lunga e liscia, pareva il mocio con cui il bidello della scuola, quando non giocava a carte, lavava il pavimento, e quando l’avrebbe avuto tra le sue mani finalmente,  gli avrebbe chiesto, calmo, anzi finto calmo: sai perché mi chiamano il Miccia? <br />
E a quello doveva essere salita una paura del diavolo perché premeva il pedale dell’acceleratore di quel catorcio fino all’inverosimile, passava i rossi, scartava a destra e a sinistra come una formica, s’insinuava tra le macchine come una schifosa biscia. E lui sempre dietro, non lo mollava mica, questo ci voleva per dar senso a questa giornata noiosa, già lo vedeva il sangue del cinese che colava sul marciapiede, mentre lo implorava: ti prego non mi ammazzare, e se arrivavano i poliziotti, con i suoi precedenti poteva avere dei guai, poteva, ma non con un cinese armato di coltello, che lo stava per colpire e allora spiegava che si era dovuto difendere, e dov’era il coltello? il coltello l’avrà buttato da qualche parte, che ne so, ma certo glielo avrebbero trovato: i cinesi hanno sempre una lama con loro.<br />
Oppure avrebbe potuto ammazzarlo schiacciandolo addosso alla sua macchina, che fine terribile che sarebbe stata: lui appiattito tra le lamiere come il pezzo di carne nel panino del Mac, carne sanguinolenta: calda e puzzolente, la puzza del sangue versato è terribile, peggiore del fetore della merda!<br />
La faccia gialla era determinata a sfuggirgli: guarda come s’infila il bastardo, che ti credi una perla, eh? tu non sai chi ti insegue! Già sento il crepitio della camicia strappata, ti spetalo come una margherita io, ma invece di dire m’ama non m’ama, ti urlo: Ti ammazzo, non ti ammazzo con una voce da orco!<br />
La macchina mi avrebbe ridotto in poltiglia, la mia auto si sarebbe ammaccata, la sua sarebbe stata pronta per lo sfasciacarrozze, la massa di ferro con me all’interno morto stecchito si sarebbe spostata verso il marciapiede dove tranquilla, come gli avevo ordinato, se ne stava la mia pupa che…</p>
<p>Inchiodò di colpo Enzo Nobile, in azione Miccia. Mentre un rivolo gelato di sudore si formò sul collo e scese giù per la schiena, usando le vertebre della spina dorsale come fossero i gradini di una scaletta.<br />
Sua figlia non era con lui. Se ci fosse stata non avrebbe avuto il coraggio di buttarsi in  un inseguimento. C’èra il seggiolino che aveva gettato nel sedile anteriore durante i momenti di concitazione di quando era salito. Quel maledetto seggiolino a cui si ingarbugliavano sempre le cinghie.<br />
E sua figlia era rimasta  sul marciapiede.<br />
Da sola.<br />
Non pensò più nulla dopo l’inversione di marcia. Rimase incollato a quel volante con le dita che s’intorpidivano.</p>
<p>Ed eccola lì la bambina, dove le aveva detto di restare.<br />
Due lacrime s’affacciarono sui suoi occhi sbarrati,  umidificandogli i bulbi oculari rigidi come sanpietrini.<br />
Tirò il freno a mano e scese.<br />
La bambina aveva lo zainetto aperto e un cellulare nella manina.<br />
Enzo la prese tra le braccia e se la strinse al petto. Aveva smesso anche di piangere.<br />
Sei grande! Grande pupa del papà suo! Papà voleva catturare un pericoloso assassino, però sono tornato subito: non potevo mica lasciarti sola!<br />
E questo giocattolino dove l’hai preso? Te l’ha prestato un’amichetta?<br />
E’ di nonna Cesarina. Dovevo chiamarla solo in caso di bisogno. Sta venendo qui adesso con la Panda. Eccola!<br />
Ecco la panda celeste della vecchia ed ecco la vecchia che scendeva dalla macchina come una regina dalla carrozza.<br />
Martina bella! Dio che spavento!<br />
E gliela strappò via come fosse stata un fagotto.<br />
Ehi giù le mani, disse Enzo tirandosi indietro.<br />
Lascia la bambina o chiamo i vigili!<br />
Non litigate papà e nonna, per favore.<br />
Non litighiamo, no, risposero entrambi.<br />
Parliamo, disse la suocera.<br />
Parliamo, ma di che? chiese lui.<br />
Come di che? Hai abbandonato la bambina per strada, non sei affidabile. Chiamerò i vigili e poi l’avvocato. Minacciò la vecchia senza alzare la voce.<br />
Enzo notò che le si era ingrandita il neo sul mento. Notò i peli sotto il naso, per la prima volta. Notò anche che contorceva le labbra in modo da nascondere la dentatura.<br />
L’azione che hai commesso oggi potresti non dimenticarla più per tutta la vita. Il giudice, con  i tuoi precedenti, non crederebbe che è stata una distrazione. Penserà che si ripeterà ancora.<br />
Non mi rovini, così la prego.<br />
Ti posso concedere un’altra prova di fiducia, ma se non la superi, squillo all’avvocato.<br />
Sì, per favore.<br />
Gli occhi di Enzo si bagnarono di ringraziamento.<br />
Ho dato retta a una voce sbagliata, pensò. Magari è proprio  la stessa voce che ha raccontato all’avvocatessa che mia madre ha il vizio dei liquori. Qualcuno odia la nostra famiglia e la vuole affondare nella discordia. Come se non fosse già alla deriva.<br />
Sai che sono caduta dalle scale? Disse Cesarina sollevandosi il labbro superiore.<br />
Enzo alla visione della gengiva gonfia e vuota della ex suocera, avvertì un moto nello stomaco, distolse perciò lo sguardo e lo abbassò su sua figlia che giocava con il cellulare. Accidenti! E’ un modello della Mobilik! Costerà almeno duecento euro. A cucire orli si ricavano tutti quei soldi?<br />
E di nuovo la sua attenzione tornò alla vecchia.<br />
Lei che aveva intuito il succo di quei pensieri attraverso lo spostamento dei suoi occhi, precisò: Bello, vero? L’ho avuto raccogliendo bollini al supermercato. Comunque non mi far perder tempo, aggiunse.<br />
Quando la pupa mi ha telefonato, ho lasciato un cliente con un abito pieno di spille addosso per correre da lei. Nemmeno le scarpe mi sono infilata.<br />
Cesarina portava infatti un paio di pianelle di gomma, era senza calze e le dita dei piedi, distorte dall’artrosi, si raccoglievano in un groviglio informe. Parevano dei vermi che si divoravano a vicenda.<br />
L’ondata di nausea fu intensa ed Enzo fu costretto ad appoggiarsi al cofano della sua auto per non perdere l’equilibrio.<br />
Con la separazione noi non siamo più parenti e se manteniamo un legame è solo per questa creatura, continuò Cesarina indicando la nipote.<br />
Se dipendesse da me, non te la farei vedere più. Però non dipende da me e allora ci vuole una punizione esemplare in modo che se tu continui a portare tua figlia a spasso, ti ricordi che se sbagli, patisci.. Mi rendo conto che se ti impedissi di vederla, squillando all’avvocato e raccontandole l’accaduto, farei del male anche a mia nipote, perché in fondo un padre e sempre un padre anche quando è una bestia.<br />
Sì, disse Enzo, tanto per dire. E pensava: è giusto che sopporti la predica.<br />
D’altra parte spiegarti quanto è stato pericoloso il tuo comportamento…<br />
Sì…<br />
Sarebbe inutile. Tu capisci solo di soldi e di botte per questo ti sei accoppiato con Silvana: lei è come te. <br />
Sì&#8230;<br />
Ora cominciava a spazientirsi.<br />
E quindi devo trovare una punizione che sia legata a loro.<br />
A loro chi? Ma che beveva, la vecchia, oltre a fare i pompini mentre imbastiva gli abiti ai clienti?<br />
L’ ex suocera alzò le spalle e continuò: il preventivo che mi ha fatto il dentista per la protesi è di settecento euro, mi servono per domani mattina.<br />
Vecchia p…<br />
Stai zitto. Lo interruppe, pronta. Altrimenti squillo!<br />
Si vede che non sono più un ragazzo, pensava più tardi ingranando la prima.<br />
Si vede che non sono più degno nemmeno del mio soprannome: invece di staccarle i denti superstiti, le ho chiesto come un imbecille: perché la pupa  non fa i capricci con te  quando la vai a prendere all’asilo?<br />
Gli piacciono i congegni elettronici, ecco perché. Così se avessi fatto più attenzione alle inclinazioni di mia figlia a quest’ora non mi sarei ritrovato con un debito! Io quasi quasi mi vendo la macchina. A lavoro ci vado con il bolide e all’asilo con il tram, così mi libero anche di quel maledetto seggiolino che solo la vista di quei topolini sulla fodera mi alza lo stomaco. E mi resta anche qualche euro per comprare una play e un bel video game delle barbie. Sarà una vita più tranquilla.<br />
Sulla rubrica del cellulare cercò il numero di Cinzia, ma lei era irraggiungibile.<br />
Alzò le spalle: tanto la voglia d’amore gli era passata.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/16/quella-volta-che-la-miccia-si-spense/">Quella volta che la miccia si spense</a></p>
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		<title>Urbanità 4</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Oct 2008 07:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Al professor Dal Co non è piaciuto il mio urlo di dolore che apre <em>Metropoli per principianti</em>, dove dico, provocatoriamente: “non fate studiare architettura ai vostri figli”. Intervistato da Stefano Bucci ha detto, un po&#8217; piccato, che gli pare “una <em>boutade</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/15/urbanita-4/">Urbanità 4</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg" alt="" title="180px-dandies" width="152" height="276" class="alignnone size-full wp-image-7895" /></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Al professor Dal Co non è piaciuto il mio urlo di dolore che apre <em>Metropoli per principianti</em>, dove dico, provocatoriamente: “non fate studiare architettura ai vostri figli”. Intervistato da Stefano Bucci ha detto, un po&#8217; piccato, che gli pare “una <em>boutade</em>. Sarebbe come dire: &#8216;non iscrivete i vostri figli a medicina, perché faranno solo i medici di base&#8217;.”<br />
<span id="more-7999"></span><br />
“Magari!”, mi viene da pensare caro professore.  Magari fosse così, ci metterei la firma. Tra l&#8217;altro i medici di base hanno guadagni mensili non disprezzabili. Invece qui la cosa è assai più tragica. Sarebbe, per mantenere il suo esempio, come dire: “non studiate medicina, che poi vi tocca fare i lettighieri, gli uscieri d&#8217;ospedale, gli operatori del call center&#8230;”</p>
<p>Perché è questa la vera contraddizione. Siamo il paese col più alto numero di laureati in architettura d&#8217;Europa e, al contempo, col più basso numero di progetti realizzati firmati da architetti. La città moderna non ci compete, non l&#8217;abbiamo costruita noi. Ci si lascia ingannare dai casi estremi delle star dell&#8217;architettura, che sono poco più di specchietti per le allodole, ma lo zoccolo duro, il popolo degli architetti, le mani sul territorio non le ha messe mai. È una percezione falsata quella che ci danno i vari Fuksas, Piano, Gregotti: è un po&#8217; come credere che dato che c&#8217;è Faletti, tutti gli scrittori vendano ogni volta milioni di copie dei loro romanzi. Non è così: gli scrittori, in media, fanno la fame. Ma con la differenza che almeno pubblicano, mentre gli architetti, in media, non costruiscono affatto. </p>
<p>Anzi, fosse per me farei mie le parole di Dal Co per cambiarle di segno: “Studiate architettura, così diventate <em>architetti di base</em>.” Con tutti i problemi che il nostro territorio ha, il patrimonio architettonico da salvaguardare, le questioni di riconversione anche di spazi minimi o irrisolti, l&#8217;abusivismo, la sostenibilità, non sarebbe da istituire, a livello governativo, come un dovere di sanità paesaggistica, la figura dell&#8217;<em>architetto di base</em>? </p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Costruire <em>n. 303, settembre 2008</em>]<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/09/urbanita-1/">Urbanità 1</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/15/urbanita-2/">Urbanità 2</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/22/urbanita-3/">Urbanità 3</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/15/urbanita-4/">Urbanità 4</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Per Gianni Celati</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/10/07/per-gianni-celati/</link>
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		<pubDate>Tue, 07 Oct 2008 08:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/opereitaliane.jpg"></a><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>L&#8217;amicizia come forma del narrare</strong></p>
<p>«Oggi abbiamo imparato a sottomettere l’amicizia a ciò che chiamiamo le nostre convinzioni. E lo facciamo addirittura andando fieri della nostra rettitudine morale. Ci vuole in effetti una grande maturità per comprendere che l’opinione che difendiamo non è che un’ipotesi privilegiata, necessariamente imperfetta, probabilmente transitoria, che soltanto i veri ottusi possono far passare per certezza o verità.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/07/per-gianni-celati/">Per Gianni Celati</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/opereitaliane.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/opereitaliane-300x120.jpg" alt="" title="opereitaliane" width="300" height="120" class="alignnone size-medium wp-image-9291" /></a><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>L&#8217;amicizia come forma del narrare</strong></p>
<p>«Oggi abbiamo imparato a sottomettere l’amicizia a ciò che chiamiamo le nostre convinzioni. E lo facciamo addirittura andando fieri della nostra rettitudine morale. Ci vuole in effetti una grande maturità per comprendere che l’opinione che difendiamo non è che un’ipotesi privilegiata, necessariamente imperfetta, probabilmente transitoria, che soltanto i veri ottusi possono far passare per certezza o verità. Al contrario della puerile fedeltà a una convinzione, la fedeltà a un amico è una virtù, forse l’unica, l’ultima». (Milan Kundera).</p>
<p>Posso tranquillamente dire che il poco che ho scritto, letto, tradotto fin qui, l’ho fatto per amicizia.<span id="more-9271"></span> Credo che tutti coloro che spendono la maggior parte della loro vita dedicandosi a quello che chiamiamo “letteratura”, sanno o almeno sospettano il significato di questa «virtù», che secondo Kundera è forse la sola a cui ci possiamo saldamente ancorare quando abbiamo il presentimento o la presunzione che le nostre convinzioni o quelle di un pubblico non meglio identificato ci invadono la testa. Si scrive per qualche amico, vivo, o in molti casi per qualche amico defunto, che non abbiamo mai conosciuto personalmente, ma da cui ci sarebbe impossibile separarci.<br />
Nel caso di Celati l’amicizia non designa soltanto una relazione umana, ma il suo stare al mondo e, di conseguenza, la forma del suo narrare.<br />
Quando dico che in Celati l’amicizia è la forma del suo narrare non intendo utilizzare nessuna categoria estetica, filosofica, teologica della parola amicizia. Non voglio dire, cioè, ad esempio, che i suoi racconti, i suoi saggi, le sue traduzioni riflettono un’idea del mondo fondata sul principio dell’amicizia. Voglio dire un’altra cosa: Celati si ispira all’amicizia, a una mutua simpatia degli elementi, per narrare.<br />
Quando narra, Celati cerca, in altri termini, di dare voce al suo nucleo affettivo, di essere amico di ciò che lo circonda, senza distinzioni né gerarchie. Di più: cerca di mantenere un legame di amicizia e simpatia con ciò che rende possibile questo stesso legame: quale altro modo di aprirsi all’incanto di ciò che c’è?<br />
Non c’è racconto se questo non trova alcuna risonanza in un altro essere umano. Nessuna forma narrativa, per quanto individuale, non diventa un’autentica scoperta se non ha le sue radici in una comunità, in una civiltà, in un “noi”, se non è il precipitato di ciò che ci precede. Prima di colui che narra e prima del suo racconto, esiste “un luogo” dove un essere umano incontra altri esseri umani. Celati, per me, è <em>il poeta dei luoghi</em> che rendono ancora possibile il racconto.<br />
Quanto ho detto, mi porta a un’altra considerazione. Nel corso del XX secolo, e in modo ancor più puerile in questo primo scorcio di XXI, due linee di condotta o se vogliamo due pratiche artistiche hanno continuato a coesistere:  la ricerca del nuovo e il dialogo con il passato. Per la prima la novità è un imperativo non solo artistico, ma morale, politico. Per la seconda, il “mai visto” è frutto del “già visto”, la novità è qualcosa che nasce dalla relazione incessante con le forme del passato. La prima, di conquista in conquista, ha raggiunto la sua tomba: il cosiddetto postmodernismo. La seconda non avrebbe nulla da temere – in fondo sopravvive dalle nostre parti dai tempi di Omero – se non fosse che deve costantemente giustificarsi di fronte alle pretese della prima: deve dimostrare la necessità del costante ritorno, mentre colonie di avanguardisti di prima, seconda e terza generazione e cinici post-modernisti vorrebbero continuare la loro corsa in avanti. Il problema è che troppo spesso noi consideriamo il passato come qualcosa che ha prodotto il presente in cui viviamo. Invece, il passato, e soprattutto il passato dell’arte, è fatto di possibilità compiute e possibilità incompiute. Il presente che viviamo è solo una possibilità fra molte.<br />
La mia grande stima per Celati nasce anche da questo: è qualcuno che ama camminare nei cimiteri. È un modo molto umano di dialogare con il passato. Lo fa per respirare, per non rimanere preda di questo contagio riduttivistico, che riduce il presente ad attualità, che separa accanitamente il passato dal presente con lo scopo di rendere il passato qualcosa di morto affinché noi, gli uomini del presente attualizzato, possiamo credere di essere qualcosa di nuovo, di post-umano, di diverso, di meglio, come se il presente ci desse una patente di superiorità su quelli che ci hanno preceduto. Celati pratica quella che Carlos Fuentes, il grande scrittore messicano, ha definito una volta «la buona lezione» delle pietre: la rinuncia a sacrificare il passato, a «esiliarlo» dal presente, il quale diventa incomprensibile senza la sua relazione di amicizia, di mutua e simpatetica compresenza, con il passato.<br />
Ora, è chiaro che in arte, o in quel che vogliamo chiamare arte, non esiste il rispetto assoluto per ciò che è stato: non si può, in altre parole, dialogare autenticamente con il passato senza che questo non provochi una qualche forma ludica. Da qui, l’irriverenza rabelaisiana del narrare di Celati. I suoi numeri da saltimbanco dell’anima. Con Celati si ride. È un riso che viene prima di colui che narra e prima del suo racconto.</p>
<p>N.B.<br />
Il breve testo è stato letto il 3 ottobre alla Sala Guicciardini di Milano in occasione della presentazione del numero monografico di &#8220;RIGA&#8221;, 28, a cura di M. Belpoliti e M. Sironi (Marcos y Marcos, Milano 2008) alla presenza dell&#8217;autore. Per ogni ulteriore informazione andare al sito www.rigabooks.com </p>
<p><strong>Camminare nell’aperto incanto del sentito dire<br />
Due riflessioni su</strong><em> Verso la foce</em> <strong>di Gianni Celati</strong></p>
<p><strong>1</strong></p>
<p>	Negli anni ottanta del secolo scorso Gianni Celati, come molto tempo prima il protagonista di <em>Der Spaziergang</em> (<em>La Passeggiata</em>, 1919) di Robert Walser, è preso da una smania vagabonda di uscire di casa, lasciando il suo «scrittoio» o «stanza degli spiriti».<br />
	Se ne va in giro per la valle del Po con dei fotografi, più spesso da solo, quasi sempre a piedi, armato di penna e taccuini. Cammina nella nebbia, sotto il sole, quando piove: un viaggiatore che simile all’Henry David Thoreau di <em>Walking</em> (<em>Camminare</em>, 1851) non riesce più a starsene fra quattro mura a ricoprirsi di «ruggine».<br />
	Non ama le spedizioni, le gite organizzate, l’incipiente turismo letterario. È un essere inquieto, malinconico, con le sue manie, le sue fissazioni, i suoi scatti d’umore, le sue infiammazioni.<br />
	Conosce l’inappetenza del presente, ma non rimugina troppo sui suoi passi perduti. Preferisce avanzare verso l’ignoto, la qual cosa non significa esplorare un paese esotico o lontano. Ciò che è ignoto è vicinissimo: il problema è che spesso non riusciamo ad osservarlo.<br />
	Nella Notizia che precede i quattro diari di <em>Verso la foce</em> (1989), l’autore scrive: </p>
<p>	I quattro viaggi qui presentati [...] Se hanno rilevanza, almeno per chi li ha scritti, questa dipende dal fatto che un’intensa osservazione del mondo esterno ci rende meno apatici (più pazzi o più savi, più allegri o più disperati). </p>
<p>	Celati, grazie a «un’intensa osservazione del mondo esterno», scopre che l’amore per l’ignoto può nascere anche in luoghi relativamente famigliari: la valle del Po diventa così il «paese dei laghi» (<em>Seeland</em>) di Walser.<br />
	Tuttavia, l’aspetto avventuroso di un luogo famigliare si può cogliere soltanto se l’intensità dell’osservazione produce una sospensione di giudizio a favore di un’assoluta ricettività che metta in gioco la vista, l’ascolto e gli altri sensi. Il passeggiatore, come afferma Walser, che tutti prendono per uno scioperato e futile ozioso o per un irresponsabile perdigiorno, in realtà è dotato di una solerzia in grado di fargli «sfiorare da vicino una scienza esatta». La «scienza» di cui parla Walser è «esatta» nella misura in cui ha il potere di aprirsi «con spirito fraterno» all’osservazione di tutte le cose: </p>
<p>	Le cose più sublimi e le più umili, le più serie come le più allegre, sono per lui [il passeggiatore] egualmente care, belle e preziose. Neppure una traccia di ombroso amor proprio deve albergare nel suo animo, ma bensì egli deve lasciare che il suo sguardo sollecito erri e si posi dappertutto con spirito fraterno, deve saper aprirsi solo alla vista e all’osservazione, e viceversa essere capace di tenere a distanza i suoi propri lamenti, bisogni, mancanze, rinunce, come un valoroso e provetto soldato pieno di zelo e abnegazione [...] In ogni momento deve esser disposto a impietosirsi, a simpatizzare, ad entusiasmarsi, ed è sperabile che lo sia. Deve esser capace di esaltarsi nell’entusiasmo, ma altrettanto facilmente deve sapersi chinare verso le più minute esperienze quotidiane; ed è presumibile che sappia farlo. Ma il pieno, fiducioso abbandonarsi e ritrovarsi nelle cose, l’amore sollecito per ogni nuovo avvenimento, sono però anche, per lui, fonte di felicità&#8230;</p>
<p>	Celati, sulle orme di Walser, scopre nel corso delle sue esplorazioni nella valle padana, la «scienza esatta» dell’incanto per l’infinita pienezza di ogni cosa, sia essa una «villetta geometrile», una bestia dal «grande sguardo» o un vecchio seduto in un bar di campagna che aspetta che il tempo passi.<br />
	Da qui il fascino che in lui provoca l’instabile varietà del mondo, «le cose più sublimi e le più umili, le più serie come le più allegre», come scriveva Walser, superando così anche le fragili frontiere dell’umano. La «scienza esatta» dell’incanto, così come tiene a distanza «l’ombroso amor proprio», è umile ed entusiastica nei confronti delle cose fuori di noi che, come afferma Celati in un passaggio del primo diario di <em>Verso la foce</em>, ci «vengono agli occhi per la prima volta, toccandoci con le loro apparenze». È una scienza del «fiducioso ritrovarsi nelle cose», del sollecito aprirsi a ciò che appare e che ci tocca e che toccandoci ci permette di immaginare, di fantasticare (verbo caro a Celati), ovvero di raccontarci, di farci domande (domande che producono altre immagini e fantasticazioni) sul nostro comune essere qui, non tanto come individui in possesso di un sapere, quanto come esseri sofferenti e sensibili che condividono con gli altri esseri la vita in cui tutto è collegato e animato. L’uomo, per Celati, è un essere soprattutto «affettivo», cioè mosso da «attrazioni», «intensità», «umori», «estri» che cammina nelle nebbie del presente: è, inoltre, affecté, ovvero naturalmente condizionato dall’orizzonte esterno. Non cerca protezione in una visione razionale. Anzi, come lo stesso Celati ricorda in uno scritto sulla prosa dello <em>Zibaldone</em> di Leopardi, in quanto essere che procede «per squarci», per «onde di pensiero», la sua è una «visione naturale» nella misura in cui il suo sguardo non può mai abbracciare una volte per tutte «il suo campo» o «fissare in modi prescritti» quello che lo circonda. In fondo al dato osservabile per lui non c’è nessun noumeno, così come ciò che è anonimo e comune agli esseri viventi è per lui più importante di ciò che rende originale ciascuno di loro.<br />
	Per questa ragione Celati non appartiene alla categoria dei viaggiatori o turisti che rincorrono il diverso da sé, ciò che è straordinario, il portentoso, il monstrum, né a quella dei nuovi pellegrini che girano il mondo alla ricerca di un exemplum, capace di rimpiazzare quello che Benjamin ha chiamato una volta «il lato epico della verità»: la saggezza. La saggezza della «visione naturale» di colui che cammina tra le nebbie di ciò che lo circonda è paradossalmente quella di darsi senza protezione. Il camminare di Celati non contempla il ritorno al focolare. Come contemplare davvero ciò che ci circonda se siamo afflitti dal desiderio nostalgico del ritorno? Camminare per Celati non è neppure un esercizio razionale, filosofico, peripatetico. Egli non cammina per risolvere problemi metafisici, per trovare il senso della Storia, per entrare nelle psicologie di chi incontra. Egli confida più nella cecità delle inclinazioni e degli appetiti che nella smania intellettuale trapassata dai riflessi dello scavo analitico del “voler veder chiaro”. La cecità dell’inclinazione è produttiva: sfugge ai miti della perspicuità e ciò facendo richiama l’uomo, essere vivente affecté da ciò che lo circonda, a produrre fantasmi capaci di metterlo in contatto con gli altri esseri.<br />
	I diari o «racconti d’osservazione» di Celati tendono a un territorio lontano dalla consapevolezza critica. La sua attenzione è divagante, erratica, divertita, nel senso etimologico del termine latino divertere: sempre pronta a volgere lo sguardo altrove. Egli ama le apparenze. Non indugia sulle essenze.<br />
	Il suo procedere nel paesaggio conserva talvolta la fatalità della <em>Wanderung</em> romantica che, per altro, Schiller, in una sua poesia del 1795, <em>Der Spaziergang</em>, aveva circoscritto, con un gesto  artistico carico di futuro, nei limiti ideali di una «passeggiata». Ma ricordo un suo misconosciuto contemporaneo, Karl Gottlob Schelle, studioso di lingue classiche, morto non si sa quando in un manicomio, che in un libretto intitolato <em>L’arte di andare a passeggio</em> (<em>Die Spatziergaenge</em>), aveva affermato che la poesia di Schiller non è quella di un «libero passeggiatore», il quale, secondo Schelle, avrebbe dovuto possedere sensazioni e idee che «non sempre seguono una medesima direzione, ma piuttosto mutano come il luogo stesso muta».<br />
	Non assomiglia molto alla <em>flânerie</em> baudelairaiana: in Celati non c’è nessun disinvolto distacco, nessun disprezzo, nessuna strategia di difesa nei confronti dell’uomo della folla. Semmai da Baudelaire, attraverso Poe, vengono le stimmate moderne del camminatore solitario, estraneo ai riti della maggioranza, estraneo perfino a se stesso, laconico fino al mutismo, che avrà molti esempi (spesso studiati da Celati) nella letteratura americana del XIX e XX secolo.<br />
	Celati è più vicino a un altro poeta-camminatore: all’Hölderlin-Scardanelli delle <em>poesie della Torre</em>, tradotte dall’autore, che, non a caso, in epigrafe a <em>Verso la foce</em> appunta il primo verso di <em>Aussicht</em> (<em>Veduta</em>): «L’aperto giorno riluce per l’uomo di immagini». In questa poesia, ancor più che nella <em>Passeggiata</em> di Walser, ritrovo il codice genetico di quella disposizione poetica di Celati ad accogliere il mondo in tutta la sua infinita varietà come una fonte incessante di incanto. Ricopio le due quartine che formano la poesia:</p>
<p>	L’aperto giorno riluce per l’uomo di immagini<br />
	Quando in piana lontananza il verde appare,<br />
	prima che volga la luce al tramonto<br />
	e ceda ai tenui baglior la diurna face.</p>
<p>	Spesso par chiuso, cupo il cuor del mondo,<br />
	dubbioso e scosso il sentire dell’uomo:<br />
	natura fulgida i suoi dì allieta<br />
	e lungi è l’oscura domanda del dubbio.</p>
<p>	Sappiamo, grazie alle testimonianze di vari visitatori, ricevuti con molte cerimonie nella Torre di Tubinga, come Hölderlin trascorresse molto del suo tempo suonando alla spinetta deliziose canzoncine. Quando non suonava, faceva lunghe camminate. Soltanto in queste due attività trovava pace. Camminando, l’ansia si placa. Le furie del cogitare smettono di dimenarsi. Subentra un profondo silenzio. Il mondo delle apparenze, la natura, «lo spazio esterno» di cui scrive Celati, diventa improvvisamente degno di essere osservato, ricordato, immaginato: memorabile. E l’uomo «dal dubbioso e scosso sentire» si apre, come afferma Hölderlin «all’aperto giorno» che, solo a questo punto, «riluce» di «immagini». Più spesso, anche dopo una lunga camminata, «il cuor del mondo» appare all’uomo «chiuso», indecifrabile. La chiusura del mondo non dipende dal mondo, dalla natura, che, nella sua infinita e «fulgida» varietà di colori e luci temporali «appare» per allietare i giorni dell’uomo. È il cuore dell’uomo che non è in grado di accogliere i suoi doni, le sue «immagini». Egli, infatti, molto spesso non riesce a distogliersi dall’«oscura domanda del dubbio»: invece di interrogare la natura, interroga se stesso, si fa cogitabondo, agita in sé il dubbio che quelle immagini possano essere fallaci, e cade così nella cupezza.<br />
	A sollevarlo dall’intreccio angoscioso della consapevolezza esorbitante non potrà che essere un rinnovato stato di quiete, per ottenere la quale egli sarà costretto, camminando, ad andare incontro alla natura, ad aprirsi all’«aperto giorno». Solo così sarà di nuovo in grado di accogliere l’incanto di ciò che appare, di pensare attraverso le «immagini» che osserva: <em>Denken ist Danken</em>, pensare è dire grazie a quel che c’è.<br />
	Questa gratitudine del pensiero, in quanto riconoscimento fantastico (per «immagini») dell’infinita, imprevedibile e sacra varietà delle cose, rappresenta quella che vorrei chiamare la funzione poetica Scardanelli, a cui il narratore-camminatore Celati attinge come a una fonte originaria ogni qual volta sente incombere su di lui «l’oscura domanda del dubbio», ogni qual volta la noia o la cupezza cogitativa con il suo corredo di ansie e agitazioni lo fa dubitare della duplicità della vita: chi esiste? Io con le mie immagini? O il mondo con le sue?<br />
	La risposta di Hölderlin-Scardanelli – e di Celati – è che una volta conquistata la pace, che Bachelard avrebbe chiamato «primitiva», tipica dello stato di rêverie, vicina anche al lieto smarrimento di chi si perde in una città sconosciuta, di cui scriveva Benjamin, al poeta è richiesto di assimilare e di continuare le immagini della natura. Egli, in altri termini, immagina i fantasmi che vede. Per lui non esiste una vera separazione tra mondo immaginato e mondo reale.</p>
<p><strong>2</strong></p>
<p>	Nei diari di <em>Verso la foce</em>, si rivela l’opposizione tra una coscienza razionalistica, che vuole sempre spiegare e incasellare la realtà e una «scienza esatta» del sentire (vedere, ascoltare), incapace di discriminare l’infinita varietà del mondo, la quale spesso si presenta con i caratteri «della vita normale di tutti i giorni», immersa nel «sentito dire».<br />
	Che cos’è «il sentito dire» per Celati? È un valore? Coincide con la nozione di «ovvietà» oppure no?<br />
	In un recente dialogo, l’autore, ricordando l’epoca in cui se ne andava a piedi per la valle padana, ha affermato:</p>
<p>	Una delle attività che facevo era quella di piantarmi per interi pomeriggi nei bar di campagna e ascoltare tutto quello che si diceva. C’erano accenni a storie possibili a ogni frase, e di lì mi sembrava di capire come nascono i racconti. Ascoltando le conversazioni da bar, l’altra cosa che mi è veniva in mente è l’idea che noi viviamo dentro al «sentito dire» collettivo, ossia che tutto il mondo per noi sia come foderato dal «sentito dire». Ad esempio: cos’è  l’America? Cos’era la prima guerra mondiale? Com’è stata la vita nei campi di concentramento? Non ne sappiamo granché, ma ne parliamo come di cose “note”, perché sono cose che immaginiamo in un modo o nell’altro attraverso un «sentito dire». </p>
<p>	Chi è preso dalla smania di camminare all’aperto non si cura di avere una meta. È felice di essersi lasciato dietro la mestizia, i pensieri cupi, eventualmente le tetraggini davanti a un foglio bianco. Ha di fronte a sé «l’aperto giorno» colmo di «immagini» e di possibili incontri. È in ascolto, disposto a divertirsi e a farsi visitare dalle immagini altrui.<br />
	Ora, questa attitudine, come avrebbe detto Walser, è un «ritrovarsi nelle cose», ma queste cose sono rivestite, «foderate», afferma Celati, dal «sentito dire» che riproduce, immaginandole «in un modo o nell’altro», le cose come se fossero «note» e di cui spesso non si conosce quasi nulla.<br />
	Per Celati l’atteggiamento di chi va incontro all’«aperto giorno» non è quello di chi si nega al «sentito dire» del mondo, di chi pensa che l’umanità sia divisa tra coloro che sono costretti a razzolare nel fango dei luoghi comuni e coloro che invece possono sfuggirli grazie alla loro “cultura”. In lui non alberga nessuna volontà di smascheramento, nessuno scetticismo, nessun terror panico degli aspetti cerimoniali, pratici del vivere. Egli accoglie l’evidenza del «sentito dire» collettivo in quanto terreno costitutivo di un comune scambio di voci, notizie, suggerimenti, pensieri da cui, come afferma Celati, possono nascere i racconti.<br />
	Il germe di ogni racconto, fin dalle origini, non nasce dalla tabula rasa della cupezza cogitante. Al contrario: ogni racconto è una sorta di rito celebrativo del «sentito dire», una festa di parole che passano di bocca in bocca, di esperienze già dette o vissute, che spesso, proprio in virtù della lunga catena di trasmissione, schiudono, al di là della loro fondatezza storica, repertori di meraviglia.<br />
	Chi cammina e si inoltra nel flusso di ciò che lo circonda – tanto che ogni incontro diventa per lui qualcosa di narrabile – si rende ben presto conto che l’incanto di quanto osserva, accoglie e raccoglie, non è dato affatto dalla sua veridicità, dal suo paralizzante e nudo potere di evento avvenuto una volta per sempre, quanto piuttosto dalla sua infinita ripetizione: un fatto, di «sentito dire» in «sentito dire», ci si fa incontro in tutta la sua memorabilità, in quanto carico di tutti gli innumerevoli spazi immaginativi che, «in un modo o nell’altro», ha attraversato per giungere fino a noi.<br />
	Siamo immersi nel «sentito dire» e camminiamo in un aperto spazio di «immagini» foderato dal «sentito dire». Ciò che rende originali e memorabili i nostri racconti è allora non la loro novità, quanto la loro apertura alla tradizione delle cose già dette, il loro ripetersi. L’originalità di chi narra sta nella sua variazione d’esecuzione e nella sua capacità di permettere a quanto eseguito  un’ulteriore circolazione, un’ulteriore occasione di incanto.<br />
	Ora, per colui che cammina nell’aperto incanto dell’infinita e instabile varietà del mondo, esiste una frontiera tra il «sentito dire» e «l’ovvietà»? E se sì, in che cosa consiste? Nel nostro modo di intendersi quotidiano, spesso così sfumato, le due nozioni tendono a confondersi. Per Celati non è così. Solo di recente, grazie a un suo saggio introduttivo a <em>Da un castello all’altro</em> di L. F. Céline, me ne sono reso conto forse per la prima volta.<br />
	In un capitoletto, intitolato <em>La zona grigia e i confini dell’ovvietà</em>, l’autore afferma che il viaggio infernale nella Germania nazista che Céline compie lungo i tre libri che compongono l’opera, «l’esperienza non è più qualcosa di cui uno possa vantarsi». Essa può soltanto darsi in una forma grottesca, caricaturale. Céline fa del collaborazionismo francese una «pantomima da operetta» e di se stesso «la caricatura del complice sempre sulla difensiva», trasformandosi così nella «maschera» di chi ha capito che nella società bisogna sempre dire di sì, bisogna «sempre aderire a ciò che è dato per ovvio, alle chiacchiere comuni, alla dittatura delle idealizzazioni correnti, anche se demenziali». L’ovvietà è il regno delle «idealizzazioni correnti» che, come spiega Celati pochi passi più in là, sono prodotte dall’uso dei mezzi di comunicazione di massa, i quali concepiscono la vita quotidiana degli uomini come una «macchina, tutta per mosse o deduzioni scontate». Celati cita un passaggio di Céline: </p>
<p>	L’essenziale [è] fare tutto come se “è ovvio”&#8230; mai urtare! &#8230; mai sorprese &#8230; sempre “è ovvio” &#8230; naturale! &#8230; [...] oh, ma estrema attenzione! &#8230; [...] hai detto una parola di troppo! Uscito dal grande incanto “è ovvio”!.</p>
<p>	Si comprende come l’«incanto» dell’ovvietà non ha nulla a che vedere con l’incanto che proviene dal «sentito dire». Sono due forme dello smarrimento che si fondano sue due concezioni dell’esperienza completamente diverse.<br />
	La prima è una condizione di resa alle regole e ai comportamenti imposti dalla macchina pubblicitaria e propagandistica, la quale, come nel caso estremo dell’opera di Céline, può diventare terroristica. A tal punto che l’ovvio finisce, afferma Celati, per coincidere con quella «zona grigia» di Levi in cui l’uomo, per disperazione, incapacità o stanchezza, non riesce più a difendere i fragili confini della propria umanità. In un mondo in cui «l’esperienza non è più qualcosa di cui uno possa vantarsi», in un mondo cioè in cui nessuno è più in grado di tradurre l’ovvio dell’esistenza quotidiana in materia prima del proprio racconto, ciò che resta è l’adesione obbediente a qualcosa che sta fuori della nostra esperienza. L’autorità, propria del racconto della nostra esperienza, si trasferisce nel “racconto” che la macchina pubblicitaria e propagandistica ci impone.<br />
	La seconda si fonda su una nozione antica di esperienza, incompatibile con le leggi della conoscenza calcolante, e figlia del senso comune presente in ogni individuo. Tale nozione di esperienza, in un mondo incantato dal disincanto tanto razionalistico quanto pubblicitario o propagandistico in cui essa si dà ormai solo in modo caricaturale o come pantomima, riafferma la propria autorità non in relazione alla conoscenza calcolante, ma in rapporto al «sentito dire» collettivo in quanto incerto sistema di voci, notizie, suggerimenti, pensieri da cui scaturiscono i racconti, che a questo punto, diventano, per utilizzare il lessico di Celati, dei «rituali» di racconto, dei modi di intenderci al di fuori di ogni dicotomia razionalistica o scientifica: vero o falso, reale o irreale.<br />
Alla fine della Notizia che Celati appunta sulla soglia di <em>Verso la foce</em>, c’è scritto:  </p>
<p>	Ogni osservazione ha bisogno di liberarsi dai codici familiari che porta con sé. Ha bisogno di andare alla deriva in mezzo a tutto ciò che non capisce, per poter arrivare ad una voce dove dovrà sentirsi smarrita. Come una tendenza naturale che ci assorbe, ogni osservazione intensa del mondo esterno forse ci porta più vicino alla nostra morte, ossia ci porta ad essere meno separati da noi stessi. </p>
<p>	L’esperienza che procede dal senso comune ha un’ulteriore caratteristica, che Celati definisce in questo passaggio «tendenza naturale». L’io dell’esperienza non possiede i tratti dell’io psicologico o cogitante, non assomiglia al “soggetto” della conoscenza moderna con tutto il suo corredo di astrazioni. Egli desidera dimenticare chi è, desidera dimenticare ogni esperienza “soggettiva” perché per lui, come per gli antichi (e tra i “moderni” soltanto per Vico) esiste un «intelletto collettivo» che agisce sui singoli individui, i quali, grazie alla loro facoltà fantastica (per immagini) vi possono accedere legandosi così gli uni agli altri. Egli perciò deve smarrirsi se vuole accogliere le «immagini» che lo circondano, se vuole intendersi immaginativamente con gli altri, se vuole allo stesso tempo liberarsi dai propri «codici familiari» e rendere meno estraneo il mondo che abita. L’io dell’esperienza, per quanto solo e separato, è con gli altri, sempre.<br />
	L’arte di camminare come quella di narrare non consiste infine nel segnare una strada originale, quanto nel ripetere uno stato di incanto e meraviglia in cui i «sentito dire» si rincorrono formando un cammino comune, una tradizione. E tutta la perizia del camminatore-narratore non sta nel tracciare una strada, nell’inventare una trama, nel tessere un ordito in cui riconoscersi e identificarsi, ma nel seguire la sua «tendenza naturale»: osservare tanto intensamente l’infinita e instabile varietà del mondo al fine di avvicinarsi il più possibile al limite ultimo e invalicabile dell’esperienza, ovvero l’inesperibile, la morte. In ogni «rituale» di racconto di chi cammina nell’aperto incanto del «sentito dire» risuona lieta e grave, simile a un’eco nel vento, la massima: «Abituati a morire».   </p>
<p>N. B.<br />
Il testo è il mio personale contributo al numero di &#8220;RIGA&#8221;, 28 dedicato all&#8217;opera di Gianni Celati.<br />
Rimando alla lettura del volume o, come sopra, al sito www.rigabooks.com </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/07/per-gianni-celati/">Per Gianni Celati</a></p>
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		<title>Le ragioni del ritorno</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Aug 2008 09:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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<p><strong>Massimo Rizzante</strong><br />
Comincerei da una delle tue ultime fatiche, <em>Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori</em> (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione e documento).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/">Le ragioni del ritorno</a></p>
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<p><strong>Massimo Rizzante</strong><br />
Comincerei da una delle tue ultime fatiche, <em>Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori</em> (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione e documento). Anche qui sei presente come autore e allo stesso tempo come protagonista. Da una parte, infatti, scrivi su altri scrittori, dall’altra non rinunci a essere quel personaggio-viaggiatore intento ad «agire», a toccare con mano luoghi e misfatti della storia del XX secolo. Potremmo proprio partire da qui, dalla memoria del secolo dei «totalitarismi», specificando che chi investiga e ricorda, come più volte hai scritto, non ha direttamente vissuto le esperienze fondamentali di cui narra e che in ragione di ciò si sente un «reduce» (l’etos del reduce, al contrario di quello del malinconico che viaggia cercando di smarrirsi nel paesaggio e nella Storia, è contraddistinto dall’entusiasmo di chi, sperimentato il limite, comprende il valore del ritorno a casa, il valore del ricominciare ogni volta dai propri limiti). Non è un caso, quindi, se all’inizio di Compagni segreti, troviamo il personaggio-viaggiatore in Giappone, a Hiroshima&#8230;</p>
<p><strong>Eraldo Affinati</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è effettivamente un libro di viaggi in cui racconto i miei reportage da alcuni luoghi resi tristemente noti dagli eventi della seconda guerra mondiale: Hiroshima, Nagasaki, Stalingrado, Cassino, Berlino<span id="more-6766"></span> sono alcuni dei luoghi che ho esplorato, pur non essendo uno storico di professione. C’è un elemento «familiare» in questi miei spostamenti. Mio nonno era un partigiano. Fu fucilato dai nazisti nel 1944. Mia madre fu arrestata, nella tragica estate del 1944 e riuscì a fuggire da un treno che probabilmente l’avrebbe condotta in Germania. La mia scrittura perciò è una sorta di risposta a una malattia profonda del XX secolo. È come se volessi continuamente ricucire la ferita che ho sentito in me dal momento in cui ho capito che se lei non fosse riuscita a fuggire da quel treno io non sarei nato. La mia è in questo senso un’opera di ricomposizione. Questo elemento mi ha portato nel corso degli anni a visitare tanti luoghi del Novecento, primo fra tutti Auschwitz, da cui è nato il mio libro <em>Campo del sangue</em> (1997). Poi sono andato sulle tracce di uno dei più grandi teologi del secolo scorso, Dietrich Bonhoeffer, e ho scritto un libro su di lui (<em>Un teologo contro Hitler</em>, 2002). Compagni segreti è molto legato a queste mie esperienze. Che cosa volevo capire andando a Hiroshima? Volevo soprattutto parlare con i ragazzi di quella città. Mi interessava capire che cosa significhi vivere in una città di plastica, una città che ha l’età di un uomo: sessant’anni! Hiroshima e Nagasaki sono città ricostruite da cima a fondo perché, come Cassino, sono state completamente distrutte. Volevo capire cosa significa per un ragazzo di sedici o diciassette anni vivere in una città senza passato. Pensavo che se fossi riuscito a comprendere la letizia dei ragazzi di Hiroshima, avrei compreso anche le ragioni della letteratura. Per me le «ragioni della letteratura» sono illuminate dalle «ragioni del ritorno» (e viceversa). Dobbiamo comprendere chi sono i nostri genitori, non solo quelli biologici, ma soprattutto quelli storici. Chi sono i nostri padri? Quali sono le nostre vere radici? La memoria – l’ho detto tante volte – è una certificazione di identità. Pongo il timbro di conferma su quello che penso di essere soltanto nel momento in cui vado a visitare quei luoghi, vado a scoprire quelle ferite a cielo aperto del Novecento. Quando mi metto in viaggio so già tutto – ci vado, cioè, dopo aver letto dei libri, dopo essermi documentato. Non voglio scoprire cose nuove. Voglio porre il timbro di conferma su quello che ho creduto di sapere. Infatti, non mi fido del tutto della conoscenza intellettuale. Vorrei sempre essere in grado di rafforzare la conoscenza teorica che ho delle cose con un’azione personale.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E sul titolo, <em>Compagni segreti</em>, hai qualcosa da dirci?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è un titolo conradiano, tratto dal celebre racconto <em>Il coinquilino segreto</em> dei <em>Racconti di mare e di costa</em>. I miei compagni segreti sono gli scrittori che mi hanno idealmente guidato in questi viaggi. Accanto ai racconti di viaggio ci sono molti testi letterari che ho raccolto nel corso degli ultimi anni. È come se avessi voluto creare una «famiglia estetica». Sono tutti scrittori contemporanei: Philip Roth, Don De Lillo, Ian McEwan, ma anche giovani promesse come Jonathan Raban e Rubén Gallego, nei quali sento una vera forza letteraria. Considero questo mio libro come un mio piccolo «canone» della letteratura contemporanea.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
A proposito di «famiglia estetica», mi sembra di poter affermare che fin da <em>Veglia d’armi</em> (1992) hai sempre fatto riferimento a Tolstoj. Anzi, mi pare che la tua «famiglia estetica» abbia sempre avuto due rami genealogici, quello russo e quello americano, a volte strettamente legati fra di loro. Mi sbaglio?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Tra la letteratura americana e quella russa c’è un nesso profondo, che sempre, fin da ragazzo, ho sentito mio. Se ci pensiamo bene la <em>short story</em> è già presente nei <em>Racconti di Belkin</em> di Puskin. È come se molti scrittori americani del XX secolo avessero realizzato ciò che i grandi scrittori russi dell’Ottocento avevano prefigurato: una presa sulla realtà. Non una scrittura che nasce dalla sperimentazione di tipo stilistico, ma da un’esperienza profonda, che va concepita a mio avviso come l’ultima stazione di un lungo viaggio di conoscenza. Per me la scrittura mette alla prova quello che noi crediamo di aver compreso dalla vita. A volte lo smentisce. Tuttavia, che lo smentisca o lo confermi, essa è un momento risolutivo in cui incappi in una crisi o in ciò che già sapevi.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
Chi riconosci fra gli scrittori contemporanei come un fratello maggiore o un maestro?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Un autore per me molto importante è W. G. Sebald. Questo grande scrittore tedesco, morto pochi anni fa in un incidente stradale, mi ha insegnato una letteratura fondata sul rapporto tra finzione e documento alla quale io credo molto. Oggi più che mai chi scrive sente la crisi del romanzo tradizionale. Perché? Perché quello che un tempo veniva assicurato dal romanzo, oggi è portato alle menti da altre fonti. Se andiamo su Internet, troviamo una deflagrazione informativa, ma non troviamo gerarchie di valori. La scrittura narrativa oggi vede erodersi le fonti primarie, quelle dell’esperienza. Chi scrive si deve porre questo problema: ritrovare le gerarchie. Deve, inoltre, cercare un’esperienza nuova, diversa. Stanno cambiando i luoghi della letteratura e stanno cambiando le forme della scrittura. Uno scrittore come W. G. Sebald può darci un esempio di come la scrittura debba rinnovarsi, debba cercare di misurarsi con una diversa percezione della realtà.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
W. G. Sebald è un romanziere essenziale nella storia dell’arte del romanzo di questi ultimi anni. Nelle sue opere ci sono «documenti fotografici» che spesso hanno relazioni allusive con quanto si racconta, ma c’è soprattutto una catastrofe storica che tutti i personaggi hanno sperimentato o conosciuto, ma di cui non si parla. Penso a un libro come <em>Gli emigrati</em>composto da quattro biografie delle quali solo in maniera latente il lettore – guidato nel cammino da un pellegrino-viaggiatore – scopre a poco a poco da che cosa sono unite. Lì, credo, ci sia una forma nuova in cui l’esperienza storica (la seconda guerra mondiale, l’Olocausto, l’oblio colpevole della Germania) è sempre all’opera, ma per scorci, per dettagli, per messe a fuoco improvvise (il pellegrino-viaggiatore di Sebald è un po’ fotografo e un po’ archivista). C’è, tuttavia, un altro punto a te molto caro, quello dell’educazione. Nel tuo caso direi che lo scrittore e l’educatore coincidono. L’insegnamento della letteratura all’epoca della «deflagrazione informativa» è ancora possibile?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Io insegno in una realtà molto speciale: la «Città dei ragazzi» (che è il titolo del mio ultimo libro). Si tratta di una repubblica dei ragazzi nata grazie all’intuizione di un sacerdote irlandese che nel secondo dopoguerra raccoglieva gli orfani dalle macerie e cercava di dar loro un tetto. Oggi la frequentano adolescenti stranieri che raggiungono l’Italia da tutto il mondo, dall’Afghanistan, dall’Africa nera, dal Marocco, ecc. Osservandoli, mi accorgo, di come stia cambiando la percezione del testo. La scrittura non è solo un mezzo ma – come ci hanno insegnato i grandi filosofi del XX secolo – è la casa del nostro pensiero. Noto nei giovani con cui lavoro come stia cambiando il modo di scrivere. Il loro pensiero è sempre più frammentario, con tuttavia delle possibilità nuove, più creative rispetto a quelle delle generazioni precedenti. In quanto educatore e scrittore – per me queste due cose si identificano – devo misurarmi con questo cambiamento.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
La formazione romanzesca del mondo di cui le generazioni precedenti si erano alimentate e nutrite non ha più corso. Se ho capito bene il tuo compito sia di scrittore che di educatore è precisamente quello di metterti alla prova rispetto alla nuova percezione della realtà (e del testo). Quando affermi che il pensiero e la parola dei tuoi adolescenti sono sempre più frammentari, ciò non sembra scoraggiarti. Anzi, intravedi nuove possibilità per loro e per te un ulteriore balzo di responsabilità&#8230;</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Il problema è importante e difficile. Albert Camus una volta disse che lo scrittore nel XX secolo doveva scrivere in nome di chi non poteva farlo, doveva dare la parola a chi non l’aveva. Ho sentito in modo molto forte questa frase. Mia madre non era mai riuscita a raccontarmi quello che era accaduto quel giorno in cui riuscì a scappare dal treno, evitando di essere deportata in un campo di concentramento. Per raccontare la sua storia, ho dovuto trovare le parole che non era riuscita a dirmi. Credo che lo scrittore debba riflettere molto sul tema della responsabilità, non quella giuridica, rispetto alla legge, ma quella umana che deriva dallo sguardo altrui. Io mi sento responsabile appena un uomo posa il suo sguardo su di me. Si tratta di una responsabilità «pre-giuridica». È questo che mi ha insegnato la riflessione sulla Shoah. È noto che tutti i carnefici durante i processi del dopoguerra si difesero dicendo: «Ho eseguito gli ordini». Ad Auschwitz la responsabilità giuridica non fu disattesa. Ciò ci deve insegnare qualcosa sulla nozione di responsabilità. Credo che soprattutto lo scrittore debba porsi il problema di rispondere attraverso la propria scrittura a una «chiamata» della parola. L’educatore e lo scrittore invitano alla medesima responsabilità nei confronti della parola. È una questione importante. Scrivere, per me, significa anche avere una certa condotta di vita. Nel XX secolo gli scrittori si sono spesso isolati e hanno lasciato campo libero all’uomo d’azione. Il nazista, ad esempio, era un uomo d’azione orfano di quella nozione di responsabilità che avrebbe dovuto illuminare il suo cammino. Io sento che devo essere presente di fronte al ragazzo afgano che oggi viene in Italia con mezzi di fortuna, che è analfabeta nella sua lingua madre, ma che vuole imparare la lingua italiana. Perché lo vuole? Perché vuole ricostruire i cocci rotti della sua vita.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E perché tu vuoi essere presente di fronte a lui quando raccoglie i cocci della sua vita?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Perché non voglio essere assente dal luogo delle operazioni. E perché ogni mia opera, come dicevo, è un’opera di ricomposizione. In questo senso, io non invento mai una storia. Ritorno sulle sue ragioni.</p>
<p>Nota<br />
Il dialogo tra Eraldo Affinati e Massimo Rizzante, di cui qui si pubblica un breve estratto, si è svolto nel marzo del 2007 alla Biblioteca comunale di Trento.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/02/le-ragioni-del-ritorno/">Le ragioni del ritorno</a></p>
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		<title>La tirannia del bello</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Jul 2008 06:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Sembra quasi che sessant&#8217;anni siano passati invano. L&#8217;urlo di dolore di Bruno Zevi, che nel 1948 – ben prima che venissero costruite le tanto vituperate periferie –  si lamentava di quanto poco sapesse d&#8217;architettura l&#8217;italiano medio, e di media cultura, pare echeggi ancora fra di noi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/17/la-tirannia-del-bello/">La tirannia del bello</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/bondi21.jpg" alt="" title="bondi" width="170" height="239" class="alignnone size-full wp-image-6355" />di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Sembra quasi che sessant&#8217;anni siano passati invano. L&#8217;urlo di dolore di Bruno Zevi, che nel 1948 – ben prima che venissero costruite le tanto vituperate periferie –  si lamentava di quanto poco sapesse d&#8217;architettura l&#8217;italiano medio, e di media cultura, pare echeggi ancora fra di noi. Non sappiamo nulla dei maestri che l&#8217;hanno sognata la città del Novecento, ma ci sentiamo in diritto di criticarli come fossero dei principianti allo sbaraglio. In altre discipline non è così: chi si sognerebbe di dire che le poesie di Zanzotto sono parole al vento, o che Berio non faceva musica ma rumore? Eppure  questo è il livello della relazione al Congresso internazionale degli architetti del nostro Ministro della Cultura. <span id="more-6353"></span><br />
Non è sua prerogativa, ben inteso: tutti i politici nazionali, di destra o di sinistra che siano, quando parlano delle nostre città inanellano una tale serie di banali luoghi comuni da far rabbrividire. È che di architettura in Italia tutti ne parlano, così come di calcio, senza averne competenza alcuna. Forse è un bene. Forse significa che l&#8217;argomento è cocente, ma occorre superare la fase dilettantesca dei discorsi da bar.<br />
La città contemporanea è stata in gran parte costruita da figure professionali differenti da quella dell&#8217;architetto. E le amate villette, che a dire del ministro “saranno banali, ma fanno vivere con dignità”, sono state le  metastasi che si sono impossessate del corpo vivo del territorio deturpandolo definitivamente. Un modello insediativo identico dalle Alpi alla Sicilia, che s&#8217;è spalmato, spesso abusivamente, sui nostri fiumi, monti, laghi, coste, colline, pianure, e che ha moltiplicato il traffico privato, inquinato l&#8217;ambiente, annichilito la socialità dei centri urbani, creato i presupposti di una idea dell&#8217;abitare come fortilizio chiuso e avverso alla società. Come posso accettare critiche “estetiche” da chi, in quelle orribili abitazioni, appende sui muri i ritratti di pagliacci piangenti, beandosene?<br />
Sono stufo della tirannia del bello. Non accetto il luogocomunismo dei politici nostrani. Non ci si può nascondere dietro le istanze estetiche, e soprattutto non lo può fare un ministro della Repubblica. <em>Il bello di Stato</em> mi inquieta, mi spaventa. Chi decide cosa è bello e cosa no? Il Novecento criticato da tutti ha saputo lasciarci, in realtà, esperienza d&#8217;architettura uniche che dovremmo curare come gioielli di famiglia. Ci sono, fra le (non da me) odiate periferie, esempi di tale coerenza e qualità che abbacinano, e che vengono studiati nei corsi universitari di mezzo mondo. Ma questo la politica del sentito dire non lo sa. Resta legata al banalismo del “centro storico” come spazio di qualità. Gli stessi centri storici che neppure un secolo fa avremmo voluto abbattere, perché luoghi di fame, disperazione, malattie, disordini sociali, così come oggi molti propongono di fare con le nostre periferie.<br />
Cos&#8217;è il bello, secondo Bondi? Le parole, per me scrittore, hanno un valore, svelano il peso specifico del pensiero che le formula. “Non dico che non esistano realizzazioni spettacolari anche nell’architettura moderna”, dice il ministro. <em>Spettacolari</em>. (rabbrividisco.) Mi torna alla mente il sindaco di Milano Moratti che di ritorno da New York ha dichiarato qualche giorno fa di aver visto il progetto di un grattacielo che ha i piani che ruotano su se stessi (roba da cartone animato giapponese). Un progetto spettacolare. Lo vuole come simbolo dell&#8217;Expo. Ecco. Questa trovata da giostra dei divertimenti, questa trasformazione dell&#8217;architettura in spettacolo, in circo mediatico, questa idea di Milano che fa l&#8217;occhiolino a Dubai, piuttosto che alla tradizione urbana millenaria europea (e lo si  vede chiaramente nel terrificante progetto di CityLife), è il “bello” visto dalla politica.<br />
Ma io dalla politica non voglio opinioni estetiche. Non pretendo che il ministro della sanità sappia operare a cuore aperto, ma che faccia in modo che gli ospedali funzionino. Non voglio che il ministro dell&#8217;istruzione tenga lezioni di trigonometria ma che nobiliti la mortificata categoria degli insegnanti. E così dell&#8217;universo estetico del ministro della cultura non me ne faccio nulla. Da lui pretendo – esigo &#8211; che restituisca centralità alla cultura nazionale, che la rimetta in moto, che ne stimoli i talenti. Che faccia politica, insomma, che sappia avere una visione lungimirante del suo ruolo. Oggi parlare di architettura significa rispondere a problemi seri, etici prima che estetici: sviluppare un progetto di mobilità pubblica degno di questo nome, ripulire dall&#8217;inquinamento le nostre città, creare nuove centralità nelle periferie storiche, riprendere a costruire edilizia sociale dopo un trentennio dove la politica se ne è lavata le mani, lasciando che il mercato si impossessasse del territorio&#8230;<br />
Lasci stare le questioni di gusto, signor ministro: faccia il politico. Faccia quello che non si fa più da troppi decenni in questa nazione. Crederci.</p>
<p>[<em>pubblicato in forma lievemente differente su</em> La Stampa <em>del 3.07.2008</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/17/la-tirannia-del-bello/">La tirannia del bello</a></p>
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		<title>Mariti di donne dagli occhi grandi</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jul 2008 05:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Angeles Mastretta è una brava scrittrice messicana di quasi sessant’anni, nata a Puebla, una delle città più importanti del Messico, che a noi italiani ricorderà soprattutto le imprese calcistiche dei due campionati mondiali disputati nella grande nazione centroamericana.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/03/mariti-di-donne-dagli-occhi-grandi/">Mariti di donne dagli occhi grandi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/hot-susan-65.jpg'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/hot-susan-65.jpg" alt="" title="hot-susan-65" width="185" height="150" class="alignnone size-medium wp-image-6295" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Angeles Mastretta è una brava scrittrice messicana di quasi sessant’anni, nata a Puebla, una delle città più importanti del Messico, che a noi italiani ricorderà soprattutto le imprese calcistiche dei due campionati mondiali disputati nella grande nazione centroamericana. La Mastretta ha il curriculum tipico dello scrittore ispanico; è nel giornalismo, infatti, che molti scrittori sudamericani (e una volta questo avveniva molto di più anche in Italia) compiono i primi passi nella scrittura, imparando quindi la sintesi, che da noi, ormai, mancando una vera scuola di scrittura sul campo, è più che altro un dono, che sì ha o non si ha, e che difficilmente si apprende.  Come mettere fatti rilevanti e commenti pregnanti in un piccolo spazio tipografico? <span id="more-6294"></span>Ecco, il giornalismo, un tempo come oggi, risponde a questa importante domanda, e dona i mezzi a chi lo vuole per riempire gli spazi di scrittura con il necessario, e con sapienza. A Città del Messico Angeles apre la sua fortunata carriera giornalistica, che l’ha vista spaziare per anni su numerosi quotidiani e riviste. E’ dell’85 il suo debutto nella narrativa, con il bestseller <em>Strappami la vita</em>, tradotto in quindici lingue. In seguito, altri successi di critica e di pubblico: <em>Donne dagli occhi grandi</em>, <em>Male d’amore </em>(Premio Romulo Gallego 1997) e alcune raccolte di racconti e riflessioni: <em>Puerto Libre</em>, <em>Il mondo illuminato</em>, <em>Il cielo dei leoni</em>. E ora questo <em>Mariti</em>, (Giunti, pagg.283, euro 14,50) con in copertina una bella illustrazione di Lorenzo Mattotti.<br />
Che libro è <em>Mariti</em>? Forse un bestseller annunciato. Forse uno di quei libri che si approssimano con l’arrivo della stagione calda, e che devono per così dire rinfrancare gli spiriti stressati, sdraiati nelle spiagge, spiriti però dai gusti difficili, raffinati, che non s’accontentano dei soliti romanzi usa e getta, dei thriller aeroportuali, della <em>chick literature </em>d’importazione americana o di replica italiana alla Alessandra Appiano. Quei gitanti di buone letture cercano un coinvolgimento medio, tutto sommato una buona prosa di racconto rassicurante, nulla che mandi in visibilio (anche il visibilio può essere un’emozione troppo forte per il gitante da spiaggia) ma nemmeno adonti, faccia vergognare, annoi o imbizzarrisca.<br />
Ecco, <em>Mariti</em> è un libro – come un romanzo di racconti, direi – fatto a tale modo e per raggiungere tale effetto; per cui la lettura è sempre saporosa, delicata, sfrangiata con decoro. La Mastretta è una notevole affabulatrice, e ci prepara un’imbandita colazione letteraria al sacco: nelle sue storie donne che cercano uomini, uomini che cercano donne, spesso mogli, spesso mariti, e attorno gli amanti e a volte gli amici, ma più come contorni di quel piatto forte di qualunque stagione che è la coppia. Nel mistero dell’amore tra uomo e donna la Mastretta, donna esperta della vita e ancora capace d’innamorarsi di una situazione, di uno scorcio, di un paesaggio umano sapientemente descritto con quella precisione e affilatezza chirurgica imparata nel lungo allenamento giornalistico, si cala e con lei fa calare anche noi, come spettatori-complici, come officianti di un rito sempre uguale a se stesso e sempre nuovo, e sempre intriso di mistero, la rugiada dei sentimenti forti. E così, con questa leggiadria che in certi casi m’è parsa un po’ perdersi verso l’evanescente, con questo soave procedere anche attraverso le storie più buie, la scrittrice messicana ha confezionato un libro per palati fini che non hanno voglia di pensarci troppo sopra, che vogliono lasciarsi in qualche modo incantare da una narrazione. E’ questo: il libro ci sostiene nella lettura con un effetto incantatorio, fa svelare storie al limite del credibile, mettendo insieme cronaca d’un’amore e leggenda,  trafigge come una spada cuori attraverso i secoli, riporta alla luce passioni per troppo tempo sopite, illumina su una situazione che sembrava stagnante col paradosso che si snoda, come un grande serpente aggregatore, lungo tutte le storie descritte. E poi i personaggi: la Mastretta è una specie di complice di ogni persona che abbia amato e che voglia amare, e così per lei sembra facile inventare –forse tirandoli fuori da un cilindro dei ricordi di giornalista – una serie squisita di bellissimi personaggi: uomini pigri, baldanzosi, romantici, per tutti i gusti, questi <em>Mariti</em> alle prese con queste splendide <em>Donne dagli occhi grandi</em>, ben ritrovate tra queste fitte pagine. Sono loro, come promette il titolo, proprio questi uomini così comuni e al contempo così speciali e forse unici i protagonisti di questo fiume capiente di storie.</p>
<p><em>(Pubblicato su &#8220;Queer&#8221; di Liberazione. Immagine: Gene Davis &#8211; Hot Susan, 1965)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/03/mariti-di-donne-dagli-occhi-grandi/">Mariti di donne dagli occhi grandi</a></p>
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		<title>La città che sale</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jul 2008 06:00:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>[<em>lo so dico sempre le stesse cose, ma in certi casi è proprio vero che</em> repetita juvant. <em>G.B.</em>]<br />
<a href='Nessuna'></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Poi all&#8217;improvviso Milano scomparve. Nell&#8217;immaginario collettivo nazionale continuava a vivere solo nei suoi luoghi comuni: la nebbia, le fabbriche, il panettone.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/01/la-citta-che-sale/">La città che sale</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>lo so dico sempre le stesse cose, ma in certi casi è proprio vero che</em> repetita juvant. <em>G.B.</em>]<br />
<a href='Nessuna'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/umberto_boccioni_la_citta_che_sale.jpg" alt="" title="umberto_boccioni_la_citta_che_sale" width="454" height="169" class="alignnone size-full wp-image-6283" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Poi all&#8217;improvviso Milano scomparve. Nell&#8217;immaginario collettivo nazionale continuava a vivere solo nei suoi luoghi comuni: la nebbia, le fabbriche, il panettone. Qualcuno la immaginava ancora una città rampante, da bere. Si smise di rappresentarla, nel cinema, nella fiction televisiva, divenne un buco nero della memoria. Menomale che alcuni scrittori, spesso quelli più artigianali, di “genere”, continuavano a raccontare le sue trasformazioni antropologiche, i suoi panorami mutevoli. La classe operaia che non andava in paradiso ma in pensione, la romantica <em>ligera </em>che diventava criminalità internazionale&#8230; era da farsi: la Milano di Scerbanenco finiva a Piazzale Loreto, da lì, ai suoi tempi, iniziava ancora, e per davvero, l&#8217;aperta campagna. In fondo Peck, all&#8217;inizio del secolo scorso, stagionava i suoi salumi nell&#8217;aria salubre della Brianza. A Precotto. Oggi invece Milano è una città rete, una città territorio, che più che portare la sua nobile tradizione edile nella territorio extraurbano ha visto tracimare dentro di sé la Brianza velenosa di battistiana memoria. Milano s&#8217;è pastrufaziata, per dirla con l&#8217;ingegnere, che oggi non saprebbe più riconoscerlo il territorio. E forse anche la sua borghesia. <span id="more-6282"></span><br />
Quanto è in fondo provinciale questo cercare il <em>placet </em>della firma prestigiosa, dell&#8217;archistar, per giustificare le peggio speculazioni edilizie del ventre cittadino? Da lì, a cascata, tutta la nuova proliferazione di gru che ha ridisegnato il cielo di Milano -che è bello quando è bello- più che governata da professionisti che amano e conoscono a menadito il territorio, così come si faceva quando era bello progettare a Milano, è dato in affido ad estranei, che intasano la città di volumi pensati per la stazione di Tokio, poi bocciati e riciclati qui, manco fossimo una città del terzo mondo a cui rifilare gli scarti di produzione. Io poi, lo dico di continuo, il trittico di CityLife lo paragono ai <em>tri ciucc</em> di via Lazzaro Papi. Due amici che reggono il terzo, che vomita.<br />
Chi ha gestito Milano negli ultimi vent&#8217;anni lo ha fatto col cipiglio dell&#8217;amministratore di condominio, non del politico lungimirante. Abbiamo stracciato il Piano Regolatore e fattone coriandoli per il carnevale ambrosiano. Perché pianificare? A che serve? Perché questi lacci e lacciuoli? A Milano il mercato ha vinto, “la città che sale”, per dirla con Boccioni, è simbolo dell&#8217;interesse privato, non di quello pubblico, e la tradizione del socialismo storico, del <em>welfare</em>, è ridotta a reazione involontaria: le biblioteche rionali frequentate quotidianamente dal popolo minuto, le nostre scuole sempre più povere e che non ostante tutto ancora funzionano, le casa-vacanze a Pietra Ligure per i nostri bambini, intossicati da un&#8217;aria urbana che toglie loro il respiro e il colore delle gote.<br />
Io che di figlie ne ho due e per scelta di vita neppure ho la patente &#8211; ché in un paese civile bisognerebbe tutti muoversi con i mezzi pubblici &#8211; condivido col mio sindaco la scelta dell&#8217;ecopass. Ma, signora mia, un po&#8217; più di coraggio: a che serve tassare solo quel francobollo di territorio? Oppure davvero crede che Milano sia tutta lì? Forse è vero che a pensar male non si sbaglia mai, e io sospetto che a molti milanesi che contano l&#8217;idea che la nostra sia una metropoli enorme che travalica gli stretti confini comunali e si estende ben oltre la provincia, ingloba la demenziale nascente provincia di Monza e si arrampica su su fino alle pendici delle prealpi, che bussa alle porte di Bergamo, che ha propaggini fin oltre il confine ticinese, questa città di sei, sette milioni di abitanti, che in confronto fa apparire Roma una simpatica successione di borghi ameni, che ha una densità di abitanti per chilometro quadrato paragonabile solo a quella di Napoli, questa area metropolitana che c&#8217;è, che vive, che pulsa, che opera, che produce, che soffre, questa città, insomma, pare che i suddetti milanesi non la vogliano proprio vedere. Un buco nero nell&#8217;immaginario non solo nazionale ma soprattutto politico amministrativo. Qui si fa la guerra dei campanili fra Corsico e Cesano Boscone; Novate e Bollate si guardano sdegnosi; Milano e Sesto progettano indifferenti fra loro identici musei fotocopia, “più belli e più grandi che pria”. L&#8217;unica cosa che li mette d&#8217;accordo sono gli zingari. Quelli non li vuole nessuno. Aspetto con ansia il progetto di un nuovo inceneritore, sospetto atterrito che a suo tempo ne faremo buon uso.<br />
Ma ora abbiamo l&#8217;Expo, signora mia. Ebbene: ora che è davvero nostro, posso confessare, quasi sottovoce, quanta paura ho avuto di vedercelo sfilare da sotto il naso da Smirne, che aveva un progetto urbanistico molto più intrigante del nostro? (a proposito: sarà che il <em>rendering </em>è assai fumoso e inconsistente, ma qualcuno l&#8217;ha capito il “nostro” progetto? Com&#8217;è che di giorno in giorno continua a mutare nelle descrizioni del sindaco?) Non sarò comunque di certo io a fare le barricate “antiExpo”. Oltre al mare di turisti, la manifestazione porterà a Milano, soprattutto, decine di migliaia di scienziati, economisti, intellettuali. La mia natura positiva, i miei studi accademici, mi fanno illudere che questa possa davvero essere l&#8217;ultima occasione affinché Milano si riconosca finalmente metropoli internazionale. Anche perché, nei fatti, l&#8217;Expo lo si fa a Rho. Quindi o tassonomici lo ridenominiamo “l&#8217;Expo di Rho” (ma pare davvero poco <em>chic</em>), oppure decidiamo una volte per tutte che Rho, Busto, Settimo Milanese, e via via, Paderno, Cusano, Cologno, e tutta la cinta calcificata attorno alla città, è, di diritto, Milano a tutti gli effetti e si merita perciò pari dignità.<br />
Un po&#8217; di coraggio, milanesi, ancora un ultimo sforzo! Questa città per troppo tempo è stata ossessivamente centripeta, sempre con lo sguardo rivolto alla Madonnina. Certo le vogliamo tutti bene, ma diamole ogni tanto le spalle, cerchiamo d&#8217;essere centrifughi, decidiamo di stimolare gli altri nodi della città-rete, con simboli e funzioni forti, diamo valore e decoro a chi non vive dentro la cerchia dei Navigli. Questa è la vera grande occasione che l&#8217;Expo può regalarci: fare marketing urbano, programmare una rete ciclabile degna di una città piatta come l&#8217;olio, moltiplicare la mobilità pubblica, recuperare le periferie storiche, creare nuove centralità urbane, riprendere a costruire edilizia sociale (ché non si fa da un quarto di secolo), stimolare le università, l&#8217;associazionismo culturale, la società civile. Fare quello che Milano sa fare, come fece quando cinquant&#8217;anni fa si rigirò come un guanto per accogliere quattrocentomila persone nel volgere neppure di quattro anni. Duecentottanta persone, ogni sacrosanto giorno, vedevano per la prima volta Milano, portandosi dietro sogni e speranze. Quel popolo costruì il futuro della città, e la città gli diede cittadinanza e un tetto. Questo sa fare Milano, ve lo dice il figlio di due immigrati meridionali che si sente milanese fino al midollo. Ma l&#8217;Expo, non dimentichiamolo, lo costruiranno i nuovi immigrati. Sarà edificato da muratori rumeni, elettricisti magrebini, cottimisti albanesi, manovali senegalesi. Il nostro futuro passerà dalle loro mani. Dare loro dignità e un tetto mi pare davvero il minimo.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Il Sole 24ore <em>del 15 giugno 2008</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/01/la-citta-che-sale/">La città che sale</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Kurriculum</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/16/kurriculum/</link>
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		<pubDate>Mon, 16 Jun 2008 06:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p><strong>1967</strong> <em>Gli anni Sessanta hanno svelato quanto la forma, in tutte le sue forme, sia mutevole come l&#8217;umore di un ciclotimico. (Renato Serra Tavassi &#8211; Memorie di uno psicolabile torinese.) </em></p>
<p><em>&#8220;Gottverdammt!&#8221; </em>Con questa consistente ma ben poco soave parola andava urlando la voce conica visigotica nella cornetta nera.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/16/kurriculum/">Kurriculum</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/johnny-rotten.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6133" title="BRITAIN JOHNNY ROTTEN" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/johnny-rotten-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a> </p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p><strong>1967</strong> <em>Gli anni Sessanta hanno svelato quanto la forma, in tutte le sue forme, sia mutevole come l&#8217;umore di un ciclotimico. (Renato Serra Tavassi &#8211; Memorie di uno psicolabile torinese.) </em></p>
<p><em>&#8220;Gottverdammt!&#8221; </em>Con questa consistente ma ben poco soave parola andava urlando la voce conica visigotica nella cornetta nera. Mio padre rispose qualcosa di molto gutturale e a muso duro, che non riuscii a capire. A scuola mi diceva il maestro Raho Umberto di Bisceglie o zone limitrofe che parlavo con l’accento di un terrone, e io mi sarei pisciato addosso dall’umiliazione: essere targato da inferiore proprio da lui, un pugliese: che infame. Solo perché mia madre, la Nuzza Tripodi, manteneva imperterrita la cadenza calabra e me l’aveva parzialmente trasmessa; così che certe parole le suonavo dure e meno strascicate di altre, che un po’ di accento milanese l’avevo anch’io, e vorrei anche vedere, puttanega.<br />
Mio padre il Tedesco spiegò alla mamma la <em>ueberterrona</em> che quell’imbecille di Kunzstoff il rappresentante di Wuppertal-Elberfeld aveva detto una bestemmia e lui l’aveva messo al posto suo. Capitava spesso che mio padre mettesse al posto suo qualcuno; era sempre così, lo prendevano sottogamba per via della sua innata gentilezza e poi lui, quando l’avevano sbeffeggiato, rispondeva per due, tre, quattro rime ben stilettate o ad ascie conserte.<br />
So che quel Kunzstoff di Wuppertal-Elberfeld si scusò per bene, in seguito. Ma intanto mio padre mi portò sulla sua Ford Consul grigio nebbia a fare un giro per la nebulosa, antonioniana periferia della Grande Metropoli Lombarda. Scendeva la sera con le sue ombre dolcificanti. Era un omone, il vecchio Karossa, il mio senior, e lo guardavo girare attorno ai cartelloni del Doppio Brodo Star, e poi sfrecciare sfiorando quasi il cartellone seguente, della lavatrice Indesit; e, poco più in là, quello mutlicolorato dell’Orzoro.<br />
Era la mia prima letteratura succhiata quasi dal biberon, quella. Pubblicità, slogan, rime convenienti. Milano, tutta qui. Panettoni Motta. <em>U là là è una cuccagna</em>; con i prodotti Alemagna. Eccetera sloganando.<br />
Cosa fosse il lavoro lo apprendevo di straforo da lui, mio padre. Mi arrivava il suo flusso venefico di giornate astiose mai del tutto digerite. I bisonti ammazzasette della ditta che non lo facevano respirare. Lo vedevo infelice, teso, gli occhi parevano spilli infissi nella prima notte. Aveva quarant’anni ma mi pareva già vecchio, arrivato al brusco traguardo, ancora forte come un toro ma piegato nella psiche dalle faccende esterne alla oasi-famiglia. Là fuori c’era un mondo di lavori tutti uguali e ingrati e infiniti che tendevano a distanza le mandibole alle persone, che li facevano stringere i denti per la rabbia ustionante, e arrossire per la disperazione di non essere vivi abbastanza. Inutile perdere tempo con la lettura dell&#8217;<em>Inferno</em> di Dante.<span id="more-6096"></span></p>
<p><strong>1979</strong> <em>Se mi dovessi chiedere perchè gli anni Settanta sono stati di piombo, mi risponderei che non lo so, dal momento che per quei dieci anni, chiuso in quella cappa irrespirabile, non riuscii a sentire nulla all&#8217;infuori del mio perenne respiro ansioso. (Vittorio Ardenzi Grisi &#8211; Come resuscitare dagli anni Settanta ancora vivi.)</em></p>
<p><em>Rauchen ist polizeilich verboten</em>. Fumare è poliziescamente proibito. Il cartello, scritto con un pennarello nero, era fissato con del semplice nastro adesivo 3M sulla porta del piccolo ufficio di Herr Bollenreich. Ero a lavorare in Germania, nella zona megaindustriale della Ruhr, in un magazzino di minutaglie d’ottone inutili come la forfora. Fritz Parsikla, un batuffolo di grasso duro nato ad Halle, nell’est, alto un metro e quaranta e con la pancia prominente di uno dei sette nani, girava per l’ampio magazzino colpendo i suoi due colleghi – Kurt e Karl – con un righello probabilmente sottratto a un impiegato psicopatico dell’ufficio tecnico, il vecchio Heinz Rose. “Va bene va bene va bene!” iniziava a strepitare – “va bene va bene va bene!”. Poteva andare avanti così per ore. Frau Winkler, una vecchia alcolizzata dalla smorfia tragica che prestava la sua opera in magazzino ogni tanto, prima di calare nella meritata fossa del pensionamento, era l’unica che dava un vero ascolto all’ossessionante salmodiare di Fritz, rispondendo con voce garrula allo stesso modo: “Va bene va bene va bene!”. In realtà non andava affatto bene, né nella loro vita di decenni di movimenti e parole e panini neri e caffè lungo e sigarette Roth Haendle tutti uguali, né nella mia, di “piccolo italiano” – come m’aveva appellato con sarcasmo quel porco di Bollenreich fin dal primo giorno – in trasferta nel nord Europa. Un crepitante mortorio quotidiano, il percorso dalla mia stanza in subaffitto alla periferia di Mull (periferia di Huebschenhausen) fatto sulla bicicletta di Eva Gurkel- Hahn, la mia allegra pensionante – allegra più che altro per tutta la lunga serie di bicchierini di <em>schnaps</em> che trangugiava dalle dieci del mattino in poi, fino al <em>knock out</em> della sera – mentre, nonostante si fosse in luglio, pioveva a ringhiosi flutti grigio vento preparando la paurosa cittadina a un nuovo allarme d’acqua alta, dopo quello che c’era stato a Duisburg il giorno prima e del quale il <em>Tagesschau</em> aveva diffusamente parlato.<br />
In magazzino sognavo il ritorno in un inferno per me più conveniente, dove perlomeno si potesse capire tutto quello che si diceva. Bollenreich aveva sempre sulla faccia olivastra quell’espressione sardonica del vecchio ubriacone pervertito che mi faceva rabbia e mi metteva in agitazione. Difficilmente si rivolgeva a me direttamente, quasi sempre gli faceva da tramite Fritz, o la Winkler. Quel bastardo di Bollenreich, capelli bianchi ben pettinati sul cranio dodicocefalico, occhiali spessi dalla montatura marrone scura di cellulosa, alto e magro, era un conclamato alcolizzato e un vero, genuino, placentare nazista. Proveniva forse da almeno un paio di fronti della seconda guerra mondiale, e rimpiangeva il suo Fuehrer anche allora, dopo tutti quegli anni, solo perché immaginava, nella sua mente bacata dagli anni dell’infinito dopoguerra e dalla birra scura ingurgitata a sorsate definitive, che il nazismo gli avrebbe spianato la strada verso la Berlino paradisiaca della rivincita universale. Mentre ora ammuffiva dolorosamente in quel magazzino, e per avere un pò di sollievo tiranneggiava i suoi sottoposti con gli scherzi più vili. Sì, ammuffiva in quel malefico magazzino. Dove spero sia morto nel giro di poco tempo, colpito da un benemerito, dolorosissimo infarto.</p>
<p><strong>1986</strong> <em>Gli anni Ottanta sono stati il ritorno di fiamma del boom. Come tutti i ritorni di fiamma &#8211; o per meglio dire le minestre riscaldate &#8211; s&#8217;è trattato di un&#8217;illusione dolorosa. Si è vissuta una vita comprata con delle cambiali firmate con l&#8217;inchiostro simpatico. Anche la più grande fregatura, negli anni Ottanta, si è avvalsa della simpatia, fino alla fine, con una faccia tosta mai registrata prima, per quanto la storia dell&#8217;umanità ricordi. (Gherardo Ciffo Ciccioli &#8211; Morire come socialisti per rinascere come produttori di film hardcore.)</em></p>
<p>La Milano da bere mi rendeva alcolicamente euforico come una escort ossigenata. Ancora marche ma non più <em>reclames</em>: ora c’erano gli spot, brevi tagli nella luce pieni di suoni e di significati vincenti fino all’ultimo condotto fognario. Ramazzotti: da quello spot nacque la devastante Milano da bere: anch’io bevevo, fino a tardi, la notte, dalla Pilsner Urquell al Bailey’s con ghiaccio, passando per cuba libre e gin tonic all&#8217;ingrosso. Il lavoro m’impegnava per otto ore e più alla Centrale D’Acquisto GMI, Grandi Magazzini Internazionali. Pieno di compratrici, alcune niente male. Un bell’ambiente dinamico e femmineo, nel quale potevo sguazzare a piacimento erotico nella olimpionica, curvolinea piscina carnale della colleganza. Karossa si dava da fare con sguinzie e meno sguinzie, ci provava a carrucola con tutte, nessuna esclusa, inclusive le carampane, infischiandosene delle voci che le ragazze e signore si passavano come grande, rossa allerta da stazione orbitante Spazio 1999: attenzione! Franz Karossa ci prova con tutte!<br />
Io ci provavo con tutte perché, tolte alcune squallidissime mansioni d’ufficio, non avevo niente da fare. Come Tenco; ma invece di innamorarmi, cosa per me a quel tempo inconcepibile o, alle volte, ritenuta addirittura pericolosa. Passavo di palo in frasca nella tentata vendita della mia giovanile brillantezza beverona e boommesca. Stavo delle buone mezz’ore a parlare con la supermammaria bionda lodigiana dell’Ufficio Maldor, la StelatStemag Polenghi Lombardo; quando la biondacciona della pampa padana usciva dall’ufficio a puppone spiegate, attaccavo immediatamente con la collega Juliette, una francofona di origine umbra, bionda e in tardonismo incipiente, una tipica <em>allumeuse</em> che faceva tanto fumo e poi dell’arrosto agognato finiva che non ne vedevo neanche l’ombra carnosa, se non per qualche palpeggiamento luscobrusco sui collant a gonna leggermente alzata sul pop-up. Ma con Juliette me la ridevo di grancassa: era una sposata d’ottimo umorismo, forse perché aveva in casa una ringhiosa situazione, con un figlio handicappato severo, e così si dava di buon grado a una reazione sana e pulita, regalando buonumore e impagabile simpatia di parole e di pelle croccante al tatto.<br />
Poi c’era l’acciugona di Biella, dal neo nero e carino sul naso, il corpo sinuoso da maglifici, il casco di capelli neri stirati che le arrivavano fino al piccolo ma rendevole fondoschiena. Con lei arrivai al puntocroce manipolatorio sulle tette piccole ma globulari, aveva poco spirito critico ma le piacevo, (o forse proprio per questo) soltanto aveva un carattere imprevedibile da marchese quindicinale. Franz Karossa comunque non perdeva un colpo, come non perdeva un colpo tutta la città, listata a brillanti liquidi per il lungo e il largo; che poi alla sera, all’aperol, potevo vedere Fabio Capello a drinkare con Cesare Cadeo – entrambi pupattoli Fininvest Teatro dei Pupi S.p.A. (gli uffici del primo berlusconismo stavano nella nostra via alberatissima) , e poi, magari con la pupattola diciannovenne dalla pelle chiara denominata Alessia, finivo al Divina a ballare <em>Relax</em> e le ultime dei Talk Talk e degli Human League e di Cindy Lauper, e <em>Der Kommissar</em> di Falco inframmezzandoci a bracce sparate ad altezza ascelle di commozione, sudaticci ed eccitati ad alzo zero d&#8217;ormone infuriato tra culandra maquillati e lesbazzone amazzoniche. La diciannovenne bruna e di quarta misura, che sparava al poligono di tiro per tonificarsi l&#8217;anima, me la offrì spiattellata una sera che uscimmo dal Divina prima della chiusura col sessomatto in tiro, e dentro la mia bagnarola Citroen le infilai lo sfilatino wurstel e crauti dalla resa migliore di quello, da gran bigiatori, della Crota Piemunteisa in Piazza Santo Stefano, che Dio l&#8217;abbia in gloria anche per il Ciardi, wurstelecrautificio di buona lega.<br />
Quando me ne andai da quel posto, abbracciato alle perverse lusinghe del lavoro autonomo, ormai gli Ottanta stavano per svenire per lo sforzo di essere parsi quello che non erano stati mai. Sentendo e vedendo i plastificabili Duran Duran su Videomusic, una sera, ebbi la sensazione di essere ormai approdato in un futuro di aspre disillusioni. <em>Wild boys</em>, siete morti, pensai.</p>
<p><strong>1995.</strong> <em>Difficile dire qualcosa sugli anni Novanta. Sono stati così incolori che a pensarli mi vengono solo immagini in bianco e nero. (Terenzio Brusotti Bulisci &#8211; Una notte decennale.)</em></p>
<p>Il monzese sciatico non mi guardava, stava chino sul suo computer e digitava sulla tastiera fino a far diventare verde biscia lo schermo.<br />
Ogni tanto il fratello imbecille e rozzo del monzese sciatico si sedeva davanti a me, a malapena mi salutava, e poi si faceva le sue rauche faccende tecniche da <em>minus habens</em>.<br />
Fabbricavano cazzi di plastica, in quel buco di fogna. Oppure articoli casalinghi, che poi al fondo è lo stesso.<br />
Aprendo la porta grande dello stanzone si entrava in fabbrica: una specie di inferno che Dante avrebbe vigorosamente rinnegato, sentendolo poco in tema con il suo sacro viaggio Destinazione Paradiso; da quel buco di fogna nemmeno il Virgilio più spavaldo, il Virgilio più Al Pacino di <em>Scarface</em> lo avrebbe tirato fuori.<br />
Fumi di melamina, grigio d&#8217;insieme, e polvere a mucchi, e una calura imbarazzante per qualsiasi impianto di condizionamento. Le macchine automatiche in funzione ghignavano come se avessero capito con gran godimento il mio triste, enorme disagio di pesce mezzo morto fuor d&#8217; ogni acqua. Guardavo i pochi operai come fossero fantasmi puniti dagli angeli del male. Il rumore era terribile, il tanfo di materie chimiche insopportabile. Quella gente sarebbe morta durante la pensione, avrebbero lavorato ancora per anni per finire stecchiti di colpo, alla fine dei lavori da schiavi salariati.<br />
In ufficio non si respirava un aria molto più salubre; esente da miasmi, ma compressa nel piombo di lunghissimi, devastanti silenzi. Il monzese sciatico, raccolto nel suo golfino di cachemire da signorotto di provincia, sapeva stare zitto per ore e ore; ogni tanto telefonava, accendeva una sigaretta che talvolta mi aveva scroccato con la sua itterica faccia tosta; mentre il fratello praticamente non parlava mai, telefonava, e poi si toglieva benemeritamente dai piedi diretto alla fabbrica. Restavano le tre segretarie: la Uno, di buona carrozzeria, la più simpatica, che la mattina presto, alla sveglia lavorativa, arrivava coi caffè per il monzese sciatico, per il fratello (se c’era) per “il signor Franz”, e per le due colleghe, le Supermugugnone. Due tipici prodotti brianzoli, aspri e cupi e macinafiele, forse – soprattutto la bionda accigliata a cattiveria spianata per qualsiasi cosa le montasse nell&#8217;arcigna psicologia clinica – in odore di bile nera. Le due dannatissime stronze le avrei volentieri picchiate a randellate cavernicole sulla faccia mortifera, se avessi potuto; in realtà, avrei volentieri preso a bastonate proprio l’intero ufficio, con l’eccezione della Uno. Aveva curve erotizzanti e al contempo materne, e, era chiaro, se stava in quel brutto covo di farabutti da dieci anni era dotata di una pazienza inumana che la rendeva ai miei occhi ampiamente beatificabile.<br />
La moglie del signore e padrone monzese sciatico era una parvenu fatta e rifinita che se la tirava molto e pure alquanto e soprattutto per nessuna ragione. Era una brevilinea vacca cremonese da piccole quote latte; veniva tutta abbronzata dal golf-club, coi pantaloni di fustagno che le evidenziavano il culo piuttosto sodo, e magari chiedeva al marito se gli andava di mangiare le orate per cena. Le orate. “Ottimo anche il branzino al sale!”, esclamai una volta dopo aver stretto i denti a spremigengive per l’invidia del salariato tipico da bastoncino Findus. La Quota Latte dalle labbra a ventosa da sgrommamento tubolare-industriale mi guardò come se avessi detto una bestemmia. Ero agli ultimi, cercavo il pretesto per mollarli al loro brianzolico destino muffito-cadaverico. Al contempo m’illudevo di una conferma, che naturalmente non arrivò. Mandai un corriere a prendere la mia 24ore Samsonite, rivedere quel branco di porci dopo il licenziamento mi avrebbe fatto troppo male, e augurai loro, da una buona distanza, un ottimo e abbondante fallimento: nel lavoro, negli affetti, nella salute, e, perchè no, l&#8217;innalzarsi prepotente di un fungo atomico miasmatico che li avvolgesse tutti, assieme a Monza e a tutta la fottuta Brianza, coi suoi mobilifici taglienti, le sue industrie alimentari venefiche, la sua gente cupa, calcolatrice, avara fino all’inverosimile.</p>
<p><strong>2000</strong> <em>Il nuovo millennio è stata un&#8217;allucinazione. Siamo più che mai nel Novecento. Perchè nemmeno uno dei problemi che ci ha regalato il Novecento è stato risolto e sarà mai risolto. (Demetrio Gatti Comini &#8211; La speranza deve morire per prima.)</em></p>
<p>Uscii dalla postazione che mi girava la testa. Non ne potevo più. Mio fratello mi guardava spaventato.”Che c’hai?”.<br />
“C&#8217;ho l’ansia”, risposi.<br />
Uno dei supervisori mi raggiunse: “Che c’è Karossa 1?” (Mio fratello, in quell&#8217; immondezzaio, era Karossa 2).<br />
“Devo fermarmi un momento, mi gira la testa”.<br />
“OK, ma esci da qui, vai nella sala fumatori”.<br />
Andai nella sala fumatori. Un paio di intervistatori – colleghi, dicasi – tiravano animosi dalle paglie <em>light</em>.<br />
“Ciao Karossa 1”, disse lo studente biondiccio con addosso una maglietta puzzolente con su scritto Iron Maiden, uno straccio-reperto dei miei tristi tempi andati.<br />
“Ciao”, risposi senza guardarlo, ancora boccheggiando per il lungo fendente d’ansia che mi attraversava come una spada di maleficio.<br />
“Quante ne hai fatte finora? Sei del sondaggio sui dadi da brodo, no?”<br />
Non gli risposi. Che cazzo gliene fregava a quel postneanderthaliano fallito di quante interviste mongoliche avevo fatto? I dadi da brodo. E perché no i dadi da gioco? Nulla aveva un senso, ora più che mai. Se in tutti quegli anni, tra magazzini e grandi magazzini e articoli casalinghi e poi elettrici e poi prodotti finanziari e altro ancora e ancora, nonostante le delusioni e i calci negli stinchi di tutta quella cinica umanità strizzapalle e vaffanculica, qualcosa di minimamente utile e umano m’era parso di sogguardare nel polverone della giornata lavorativa, ora, in quella ditta di sondaggi telefonici, a chiedere a sconosciuti senza voglia e scalcianti in piena recalcitrazione che diavolo ne pensavano del jingle del dado da brodo, o del prodotto finanziario X, o dei servizi telefonici della Krepacom, o dei servizi internet del server Hopeless, mi veniva il colpo d’ansia senza preavviso, scudisciante come un licenziamento dirigenziale. Operai telefonici dalla testa ai piedi, senza garanzie, senza passato né presente né futuro, questo eravamo. Tirare avanti per sopravvivere, succhiare la minestra, farsi una pizza bruciaticcia al mese, fumarsi dieci sigarette al giorno, andare al cinema ogni due mesi, non andare mai da nessuna parte fuori dalla metropoli, la notte fare sogni assurdi pieni di cuffie di gommalacca color rosa bambola gonfiabile che esplodevano, nessuna possibilità di provarci con le colleghe – tutte matte come cavalli selvaggi, a parte Dora, l’abbronzatissima, che abbordai quando fu mia vicina di postazione e che andò via proprio il giorno nel quale le avrei chiesto il primo appuntamento.<br />
L’ansia non si fermava. Il supervisore cacciò la testa riccia da coatto postpasoliniano nella sala fumatori.<br />
“Allora, Karossa 1?”.<br />
“Allora niente”.<br />
“Cioè? Stai ancora male?”.<br />
Non risposi. Mi dispiaceva per mio fratello, che sarebbe rimasto lì per un buon numero di anni ancora.<br />
Uscii senza dire una parola. Fuori, ripresi a respirare. Accesi una sigaretta. Più mi allontanavo da quel posto più l&#8217;ansia si dileguava.<br />
Quella sera mi misi a scrivere un racconto, o un romanzo. In ogni caso, non fu l’ultimo.</p>
<p><em>(Tutto quel che avete letto è realmente accaduto. Nella foto: Johnny Rotten dei Sex Pistols oggi.) </em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/16/kurriculum/">Kurriculum</a></p>
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		<title>Ombre grosse</title>
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		<pubDate>Tue, 20 May 2008 06:30:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/treciucc1.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/treciucc1.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Pare che la prima volta che Le Corbusier andò negli Stati Uniti, invitato da non so quale università, una delegazione di architetti e giornalisti lo accompagnò in giro per New York, tutta orgogliosa della “giungla d&#8217;asfalto” che svettava su Manhattan.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/20/ombre-grosse/">Ombre grosse</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/treciucc1.jpg"></a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/treciucc1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-5951" title="treciucc1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/treciucc1.jpg" alt="" width="454" height="242" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Pare che la prima volta che Le Corbusier andò negli Stati Uniti, invitato da non so quale università, una delegazione di architetti e giornalisti lo accompagnò in giro per New York, tutta orgogliosa della “giungla d&#8217;asfalto” che svettava su Manhattan. Alla domanda di cosa pensasse di tale meraviglia l&#8217;architetto francoelvetico rispose, lapidario: “I grattacieli? Troppo bassi e troppo vicini.” <span id="more-5949"></span><br />
In quelle parole c&#8217;era, ovvio, l&#8217;atteggiamento snob dell&#8217;intellettuale europeo che guarda sempre con disprezzo la volgarità d&#8217;oltreoceano, ma c&#8217;era anche il teorico razionalista che sul tema del grattacielo aveva vergato pagine fondamentali. È come se fosse una partita doppia, quella teorizzata da Le Corbusier. Date le nuove tecnologie edili, potevamo finalmente pensare di costruire in altezza, liberando però il suolo per un uso collettivo: parchi, spazi pubblici, servizi alla città. New York, ai suoi occhi, era la barbarie. Una selva incoerente di torri, indifferenti alla socialità, uno sfoggio capitalistico di potere, come una gara un po&#8217; infantile a chi arrivava più in alto, a chi “ce l&#8217;aveva più lungo”.<br />
Penso spesso a lui, mentre seguo divertito la polemica sulle torri di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/11/24/milano-collusa/">CityLife </a>e sul progetto di ridisegno dell&#8217;intera area. Come al solito i nodi vengono al pettine, e come al solito troppo tardi. Da una parte le esigenze della popolazione, dall&#8217;altra quelle del mero interesse privato che si camuffa goffamente in una operazione di rilancio della città. CityLife è un brutto progetto, con una cubatura colpevolmente alta, e tutti i dovuti aggiustamenti in corso d&#8217;opera sanno sempre più di pezze d&#8217;appoggio che non sanno coprire la falla.<br />
Detto ciò io non mi annovero fra i denigratori del grattacielo <em>tout cour</em>. E la becera questione di raddrizzare il progetto di Libeskind con iniezioni di viagra, mi sembra più una boutade da osteria che una dotta e divertita citazione al professor Grammaticus di rodariana memoria (che voleva addirittura raddrizzare la torre di Pisa).<br />
Quando ancora studente feci il mio praticantato nello studio milanese di un vecchio professionista, mi accorsi di quanto fosse indifferente, quando progettava,  all&#8217;asse eliotermico. Memore dell&#8217;antico adagio “nove mesi inverno, tre mesi inferno” sapeva che Milano, alla fin fine, resta una città grigia, dove il sole non si vede mai (e dove il cielo “è bello quando è bello”, per dirla con Manzoni), o dove l&#8217;afa estiva ti attanaglia e cerchi, semmai, un disperato riparo. All&#8217;ombra.<br />
Ora: che i grattacieli e gli edifici residenziali &#8211; sempre di Libeskind, architetto che mediamente apprezzo ma che qui è al peggio delle sue capacità &#8211; facciano ombra mi pare la scoperta dell&#8217;acqua calda. Fra le proposte tampone che circolano (di singoli cittadini o di comitati di residenti) ci sono quelle di  spostare i grattacieli, o l&#8217;intera palizzata di edifici residenziali, a sud, evitando che la proiezione delle loro ombre interferisca sul parco previsto, ma ciò significa che l&#8217;ombra oscurerà, di conseguenza, tutto il quartiere che si adagia ai loro piedi, come paventato da alcuni residenti prospicienti l&#8217;area.<br />
Insomma, per quanto si tiri la coperta, sempre troppo corta, qualcuno pagherà per una scelta di politica urbana semplicemente demenziale. Citylife è un brutto progetto non perché ha le torri storte, ma perché pecca di una autoreferenzialità fatta di oggetti indifferenti al contesto (basti pensare che la torre di Isozaki è il riciclo di un progetto bocciato di un grattacielo previsto davanti alla stazione ferroviaria di Tokio), piovuti dal cielo, che esibiscono muscolarmente la loro eccentricità, senza controllare gli equilibri e le ricadute sull&#8217;intera città. Basti pensare che persino spostare o meno le tre torri o la residenza significherà cambiare le essenze da seminare nell&#8217;eventuale parco. Più ombra o meno ombra implica piantumazioni differenti. Fosse stato un progetto migliore non avremmo parlato di ombre, ma di sostanza.<br />
Abbiamo perso, insomma, l&#8217;opportunità di inventare un simbolo davvero condiviso dalla cittadinanza. Ché tranne alcuni pelosi nostalgismi da <em>nimby </em>della porta accanto, i milanesi, quando è il momento, sanno scegliere i nuovi segni urbani con i quali identificarsi. O li sanno denigrare senza pietà. Io vi confesso che non so più guardare il progetto dei tre grattacieli senza pensare ad una mia amica, alla quale ricordano due ubriachi che aiutano il terzo a vomitare. Ormai li chiamo abitualmente “i tre ciucc”, come il gruppo scultoreo in via Lazzaro Papi. Che peccato. Anche perché, da San Giminiano, a Bologna, a Pavia, giù giù fino a New York, non ostante l&#8217;opinione di Le Corbusier, un certo gusto romantico-tecnologico la selva di torri ce lo solletica, non possiamo negarlo.<br />
La Torre Velasca, ad esempio, è sita nel centro di una piccola piazza quadrata e si staglia sulle case attorno a sé da cinquant&#8217;anni, eppure nessuno si è mai lamentato della sua ombra. Qualcosa vorrà pur dire, no?</p>
<p>[<em>pubblicato, in forma leggermente ridotta, su</em> La Repubblica-Milano, <em>il 16.05.2008</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/20/ombre-grosse/">Ombre grosse</a></p>
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		<title>Terra! Grande, piccola editoria</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Apr 2008 09:59:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
Sulla scia di quanto cominciato <a href="http://www.nazioneindiana.com/dossier/gomorra-e-dintorni/">qui</a>,ho chiesto allo scrittore Angelo Petrella di parlarci di un esperimento editoriale in atto, a Napoli, anzi a Est della città.<br />
<strong>AD EST DELL’EQUATORE: UNA NUOVA CASA EDITRICE (A NAPOLI)</strong><br />
di<br />
<strong>Angelo Petrella</strong></p>
<p>In un mercato come quello napoletano, dove regnano incontrastati i famigerati editori “a pagamento”, il progetto di una piccola casa editrice può apparire davvero ambizioso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/22/terra-grande-piccola-editoria/">Terra! Grande, piccola editoria</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/gastonlivres.jpg' alt='gastonlivres.jpg' /><br />
Sulla scia di quanto cominciato <a href="http://www.nazioneindiana.com/dossier/gomorra-e-dintorni/">qui</a>,ho chiesto allo scrittore Angelo Petrella di parlarci di un esperimento editoriale in atto, a Napoli, anzi a Est della città.<br />
<strong>AD EST DELL’EQUATORE: UNA NUOVA CASA EDITRICE (A NAPOLI)</strong><br />
di<br />
<strong>Angelo Petrella</strong></p>
<p>In un mercato come quello napoletano, dove regnano incontrastati i famigerati editori “a pagamento”, il progetto di una piccola casa editrice può apparire davvero ambizioso. Soprattutto se a realizzarlo sono due fratelli poco più che ventenni. Ciro e Marco Marino hanno infatti da poco aperto una casa editrice a Ponticelli, nel cuore della Napoli “sporca”, in un ex laboratorio tipografico nel retro di una sartoria.<br />
<span id="more-5742"></span><br />
 Dalla passione per i libri mista a un pizzico di sfrenata incoscienza giovanile nasce <em>Ad est dell’equatore</em>, con un progetto ben preciso: scommettere sulla scrittura, scovare esordienti e sondare nuovi linguaggi al passo con i mutamenti della realtà. Retribuendo ogni autore del giusto, ovviamente. Abbiamo incontrato i due giovani editori assieme a Massimo Smith, il loro editor. E la prima inevitabile domanda non può che essere quella a proposito dell’editoria napoletana.<br />
«<em>Parlare di editoria “a pagamento” è una contraddizione in termini: l’editore dovrebbe essere un imprenditore culturale che affronta il rischio d’impresa proponendo prodotti in cui crede. Va da sé che, nel momento in cui si verifica l’anomalia di identificare l’acquirente del libro con lo scrittore che finanzia la pubblicazione, non esiste rischio d’impresa, non esiste l’imprenditore e non esiste la casa editrice. Tutto si risolve in una triste farsa che vede la maggior parte dei libri stivati in una cantina, un piccolo numero di copie a impolverarsi sugli scaffali di qualche libreria cittadina, l’editore a intascare l’assegno e lo scrittore a far la figura del pavone tra amici e parenti. Napoli, se può essere classificata come realtà economicamente depressa, è addirittura disperante quando la si valuta in termini di proposte editoriali: ma attenzione, le penne valide non mancano, infatti le case editrici nazionali ne fanno incetta</em>».<br />
I<strong>l problema è appunto questo: come fa un autore napoletano – e magari giovane – ad esordire, ad emergere.</strong><br />
<em>«È spesso impossibile. L’assenza di una casa editrice di riferimento a livello nazionale, genera la fuga di scrittori e di buoni libri verso il centro-nord. Bisogna comunque riconoscere che l’esiguità del numero di lettori nell’area meridionale lascia ben pochi margini di guadagno all’imprenditore-editore che voglia operare restando indipendente e  seguendo tutte le regole del mercato. Questa situazione, inoltre, rende ardua l’impresa di coagulare sul territorio una new-wave letteraria che s’imponga come fucina di talenti, di pensiero e di opportunità imprenditoriali. Per quel che riguarda l’attenzione delle Istituzioni, poi, appare più dignitoso stendere il classico velo pietoso&#8230;»</em><br />
<strong>È questo il motivo principale che ha sollecitato la nascita di Ad est dell’equatore?</strong><br />
<em>«Sì, è stato questo, assieme alla passione di un gruppo di talenti in forte ascesa nel panorama narrativo napoletano e nazionale. In altre parole, amici e non ci hanno dato una mano nel ricercare nuove voci, nell’offrire contributi, nel presentarsi alla città come possibile punto di riferimento: e non possiamo non ringraziare Maurizio de Giovanni, Peppe Lanzetta, Davide Morganti, Alessandra Amitrano, Andrea Santojanni, Riccardo Brun&#8230; La casa editrice vuole fermamente identificarsi come risposta alle istanze del panorama culturale della città che chiede, da tanto tempo, che un nucleo di coraggiosi rompa – anche e soprattutto a proprio rischio e pericolo – il muro di provincialismo e di minimalismo imprenditoriale che affligge gli editori meridionali e il pubblico dei lettori».</em><br />
<strong>Qual è la linea editoriale di Ad est dell&#8217;equatore?</strong><br />
<em>«Per ora la collana attiva è quella de “I Virus”. E vogliamo scritti taglienti, legati ai tempi e alle nuove voci: libri scritti da vere e proprie sentinelle della contemporaneità. Siamo interessati a un tipo di narrativa pop o, se vogliamo, attenta sia alla realtà cruda metropolitana che al silenzio della provincia borghese. La nostra prima pubblicazione, l’antologia sui sette peccati capitali Tutta colpa di dio, nasce con questo scopo: sventagliare un panorama di stili e approcci narrativi differenti, di autori esordienti e non, che sappia raccontare Napoli e i suoi vizi in chiave diversa».</em><br />
<strong>In questo senso cosa ne pensate dell’attuale produzione letteraria napoletana? La collana “I Virus” nasce per sopperire a qualche mancanza?</strong><br />
<em>«Di scrittori validi nati all’ombra del Vesuvio ce ne sono e… migrano per altri più confortevoli lidi. “I Virus” nasce per dare un’opportunità a chi, dotato di talento e idee, stia cercando di farsi leggere da un qualche editore che, una volta tanto, voglia rendergli la dignità che merita: scrivi bene, hai cose da dire, quindi meriti di esser letto e di guadagnare dal tuo lavoro. Un esempio ne è il romanzo Airbag di Gianni Solla, che è da pochi giorni in distribuzione: con uno slang disturbante e personalissimo, il protagonista del romanzo è ossessionato dalle conversazioni telefoniche dei suoi vicini, che riesce ad intercettare dal suo televisore grazie a un guasto al ripetitore della Telecom. Solla lo abbiamo conosciuto tramite internet: è uno dei blogger più “cliccati” della rete e già autore – in antologie – per Mondadori e altre case editrici.  Airbag è già stato presentato con successo a Galassia Gutenberg ed è atteso dai lettori che conoscono Gianni e che stanno imparando a fidarsi della nostra linea editoriale, quindi abbiamo buone prospettive di diffusione e di mercato».</em><br />
<strong>Torniamo per un attimo agli scrittori in cerca di editore.  Qual è il ritratto dello “scrittore medio” che vi invia manoscritti?</strong><br />
<em>«Sono giovani tra i venti e i trent’anni, con punte verso i trentacinque. I dattiloscritti arrivano da tutte le parti d’Italia, e ne siamo davvero felici: significa che la nostra proposta, seppur piccola e giovanissima, funziona. Molti degli autori – al di là della qualità dei manoscritti – ci sembrano comunque persone ben calate nella realtà quotidiana, che hanno colto la nostra linea editoriale. La cosa assurda è che, quando esisteva solo un indirizzo e-mail e non avevamo nemmeno la sede o il numero telefono della casa editrice, già gli scaffali delle nostre librerie di casa si riempivano di manoscritti inviati in lettura&#8230;»</em><br />
<strong>Quali sono le prossime uscite previste?</strong><br />
«<em>A giugno pubblicheremo <strong>Inferno</strong> dell’eclettico e straordinario <strong>Gianfranco Marziano</strong>, una salace, sfrenata e comicissima cavalcata attraverso il bestiario umano che riempie le nostre città oggi. Una folla di sfaccendati, debosciati, sedicenti artisti e veri cafoni che si muove in un universo rabelaisiano. L’autore è tra l’altro l’artista undeground più stimato da scrittori del calibro di Diego De Silva e Antonio Pascale. Ma altri tre titoli sono previsti entro la fine del 2008. Cito solo il romanzo <strong>Milingo contro tutti </strong>di <strong>Filippo Anniballi</strong>, uno scrittore romano bilingue che si è sempre occupato di traduzioni dall’inglese, e che ha ambientato il romanzo tra i rave della periferia della capitale e gli squat londinesi. Il linguaggio adoperato da Anniballi è qualcosa di caustico, comico e irriverente. E la trama riesce sempre a scioccarti. </em><br />
<strong>E per finire, lanciamo un appello agli scrittori esordienti. Come fare per contattarvi?</strong><br />
<em>Semplicissimo. Basta dare un’occhiata al nostro sito per trovare tutte le informazioni: www.adestdellequatore.com».<br />
</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/22/terra-grande-piccola-editoria/">Terra! Grande, piccola editoria</a></p>
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		<title>Le voci, la città. La scrittura per ripensare spazi e accessi</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Mar 2008 19:30:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/particolare_copertina_le_voci.jpg" title="particolare_copertina_le_voci.jpg"></a></p>
<p><em>E’ appena uscito</em></p>
<p><strong>Le voci, la città. La scrittura per ripensare spazi e accessi</strong>,<br />
<strong>a cura di Gianmaria Nerli e Luigi Nacci, Firenze, Edizioni Cadmo, con CD audio.</strong></p>
<p>Il volume, diviso in due sezioni, una dedicata ai racconti e l’altra alla poesia, raccoglie i risultati dei lavori di un meeting dedicato alla scrittura e ai giovani autori svoltosi a Fiesole dal 7 al 10 giugno 2007.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/31/le-voci-la-citta-la-scrittura-per-ripensare-spazi-e-accessi/">Le voci, la città. La scrittura per ripensare spazi e accessi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/particolare_copertina_le_voci.jpg" title="particolare_copertina_le_voci.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/particolare_copertina_le_voci.thumbnail.jpg" alt="particolare_copertina_le_voci.jpg" /></a></p>
<p><em>E’ appena uscito</em></p>
<p><strong>Le voci, la città. La scrittura per ripensare spazi e accessi</strong>,<br />
<strong>a cura di Gianmaria Nerli e Luigi Nacci, Firenze, Edizioni Cadmo, con CD audio.</strong></p>
<p>Il volume, diviso in due sezioni, una dedicata ai racconti e l’altra alla poesia, raccoglie i risultati dei lavori di un meeting dedicato alla scrittura e ai giovani autori svoltosi a Fiesole dal 7 al 10 giugno 2007. A impreziosire la pubblicazione un CD contenente la registrazione live del poetry slam – sotto la conduzione del poeta e scrittore <strong>Lello Voce </strong>– che ha chiuso il laboratorio poetico, e l’intervento tenuto dal critico <strong>Andrea Cortellessa </strong>nella tavola rotonda.<br />
<span id="more-5606"></span><br />
***</p>
<p>PROSSIME PRESENTAZIONI:</p>
<p><strong>Firenze </strong><br />
Mercoledì 2 aprile<br />
ore 21<br />
Libreria Edison<br />
Piazza della Repubblica 27/r, tel: 055/213110</p>
<p>Presenta <strong>Rosaria Lo Russo </strong>(poetessa, saggista, traduttrice e poetrice)</p>
<p>Saranno presenti i curatori e i seguenti autori inseriti nel volume: David Bargiacchi, Fosco D’Amelio, Beatrice Furini, Paolo Grassi, Adriano Padua, Mikica Pindzo, Marco Simonelli, Catalina Villa.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Macerata</strong><br />
Giovedì 3 aprile<br />
ore 17.00<br />
Accademia di Belle Arti, Istituto di Storia e Fenomenologia delle arti<br />
Spazio Mirionima<br />
Piazza della Libertà 2</p>
<p>Presenta <strong>Enrico Pulsoni </strong>(artista e docente di scenografia all’Accademia di Belle arti di Macerata)</p>
<p>Saranno presenti i curatori, Lello Voce e i seguenti autori inseriti nel volume: Lara Lucaccioni, Adriano Padua.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Roma</strong><br />
Sabato 5 aprile<br />
Ore 18<br />
Tuma’s Book Bar<br />
Via dei Sabelli, 17, tel. 06-44704059 / 334-5752012</p>
<p>Presenta <strong>Brunella Antomarini </strong>(docente di estetica e filosofia contemporanea alla John Cabot University di Roma)</p>
<p>Saranno presenti i curatori e i seguenti autori inseriti nel volume: Paolo Grassi, Lucio Pacifico, Furio Pillan, Catalina Villa.</p>
<p>***</p>
<p><strong>Introduzione</strong><br />
di <strong>Gianmaria Nerli</strong> e <strong>Luigi Nacci</strong></p>
<p>Le voci la città è il titolo che abbiamo scelto di dare al primo Meeting delle scritture e dei giovani scrittori che ha avuto luogo a Fiesole dal 7 al 10 giugno 2007. Titolo che è nato dal desiderio di costruire un appuntamento dove la scrittura si misurasse non solo con il territorio convenzionale della letteratura, i suoi protocolli e i suoi fantasmi, ma che fosse soprattutto esercizio di intelligenza privato e pubblico per ripensare e reimmaginare spazi di vita, di azione e interazione quotidiana: che fosse cioè un’occasione per riflettere sul mondo, sui modi di abitarlo e di accederci a partire dagli immaginari e dalle aspettative che crea e modella la scrittura. Per questo abbiamo puntato la nostra attenzione sulle voci e sulla città, esperienza insieme di molteplicità e unicità le prime, luogo della progettazione e dell’incontro la seconda.</p>
<p>Il meeting (nato all’interno della campagna nazionale Giovani Libri e promosso da Comune di Fiesole) si è articolato in momenti didattici, con laboratori di scrittura in versi e in prosa; in spettacoli pubblici, con un poetry slam e un reading di racconti; e in una tavola rotonda. Le voci la città è infatti lo stimolo tematico intorno al quale abbiamo invitato a esercitarsi sette giovani narratori e sette giovani poeti, a cui si sono aggiunti i migliori allievi dei laboratori, altri tre poeti e tre narratori. I dieci poeti (<strong>Vincenzo Bagnoli, Dome Bulfaro, Luigi Nacci, Adriano Padua, Furio Pillan, Marco Simonelli, Sara Ventroni,</strong> più i migliori allievi <strong>Lara Lucaccioni, Lucio Pacifico, Mikica Pindzo</strong>) si sono poi sfidati, sotto la guida di <strong>Lello Voce</strong>, nel poetry slam che viene riprodotto integralmente nel cd allegato a questo volume: si tratta del primo poetry slam integrale edito in Italia. I dieci narratori (<strong>David Bargiacchi, Marco Candida, Gianmaria Nerli, Luciano Pagano, Laura Pugno, Alessandro Scotti, Catalina Villa,</strong> più i migliori allievi <strong>Fosco d’Amelio, Beatrice Furini, Paolo Grassi</strong>) il giorno dopo si sono esibiti in una lettura di racconti brevi, che ha dato seguito a una tavola rotonda a cui hanno partecipato studiosi di diverse discipline – tenendo fede appunto all’intenzione di collocare la scrittura nel mondo e non solo in ambito letterario: il critico letterario <strong>Andrea Cortellessa</strong>, l’architetto e artista <strong>Gianni Pettena</strong>, l’antropologo <strong>Marcello Archetti</strong>, l’architetto (fondatore del <strong>gruppo Stalker</strong>) <strong>Lorenzo Romito</strong>.</p>
<p>La scommessa di una scrittura capace di incrociare e di riconoscere quei grovigli di problemi che ci gravitano attorno, e che spesso stentano a trovare una forma o un nome, ci è parsa in qualche modo vinta. Per questo abbiamo deciso insieme a Cadmo di pubblicare in questo volume antologico i racconti e le poesie nati a Fiesole, in aggiunta all’intervento che Andrea Cortellessa ha pronunciato alla tavola rotonda. Ma quello che più ci conforta al di là di ogni pretesto è che questa antologia di racconti e poesie si rivela in definitiva un’occasione per scoprire quali modelli di città, spazio, accesso fecondano gli immaginari della nuova generazione di scrittori, e soprattutto per ascoltare i ritmi e le modulazioni di queste voci che ci parlano da vicino del nostro presente e del nostro futuro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/31/le-voci-la-citta-la-scrittura-per-ripensare-spazi-e-accessi/">Le voci, la città. La scrittura per ripensare spazi e accessi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Anteprima Sud n°11- crocevia</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/03/13/anteprima-sud-n%c2%b011-crocevia/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/03/13/anteprima-sud-n%c2%b011-crocevia/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 13 Mar 2008 02:39:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cemento]]></category>
		<category><![CDATA[città]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Vargas]]></category>
		<category><![CDATA[Emiliano Bartolucci]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[luce]]></category>
		<category><![CDATA[mare]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[sud]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/2-1.JPG' title='2-1.JPG'></a><br />
foto di <em>Emiliano Bartolucci<br />
</em><br />
<strong>Siamo strade</strong><br />
di<br />
<em>Davide Vargas</em></p>
<p>Agli occhi umidi degli uccelli, occhi speciali che possiedono coni che più degli uomini  sanno distinguere i colori, a quegli occhi larghi che sanno riconoscere persino tra i vapori che salgono dalla terra i colori dei sogni degli uomini che il sole ha seccato lasciando loro soltanto il respiro pesante, vapori che vanno a ingrossare le nuvole nel cielo lontanissime dalla terra, agli occhi di uccelli migratori che hanno preso il volo da piste inospitali per una navigazione verso sponde mai viste, a quegli occhi che seguono le nuvole gonfiarsi come una pasta appetitosa e poi si rivolgono verso i territori che stanno lasciando, a loro appaiono sottili spaccature nella terra tracciate con il filo a piombo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/13/anteprima-sud-n%c2%b011-crocevia/">Anteprima Sud n°11- crocevia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/2-1.JPG' title='2-1.JPG'><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/2-1.JPG' alt='2-1.JPG' /></a><br />
foto di <em>Emiliano Bartolucci<br />
</em><br />
<strong>Siamo strade</strong><br />
di<br />
<em>Davide Vargas</em></p>
<p>Agli occhi umidi degli uccelli, occhi speciali che possiedono coni che più degli uomini  sanno distinguere i colori, a quegli occhi larghi che sanno riconoscere persino tra i vapori che salgono dalla terra i colori dei sogni degli uomini che il sole ha seccato lasciando loro soltanto il respiro pesante, vapori che vanno a ingrossare le nuvole nel cielo lontanissime dalla terra, agli occhi di uccelli migratori che hanno preso il volo da piste inospitali per una navigazione verso sponde mai viste, a quegli occhi che seguono le nuvole gonfiarsi come una pasta appetitosa e poi si rivolgono verso i territori che stanno lasciando, a loro appaiono sottili spaccature nella terra tracciate con il filo a piombo.<br />
A quegli occhi schierati in parata che inseguono il presagio di luoghi leggeri e caldi appaiono tra le fenditure di sotto i miraggi dei colori rosati della sabbia.<br />
<span id="more-5505"></span><br />
Invece siamo strade. Grigie strade.<br />
Ci allunghiamo tra case, ci incrociamo ad angolo retto, ci ripetiamo in una scacchiera poggiata sulla campagna come una tovaglia da picnic.<br />
Non siamo strade per il viaggio. Non andiamo da nessuna parte.<br />
Tu ci vedi oggi in questa mattina di fine anno, con l’aria che il gelo ha scolorito calarsi tra i cornicioni e spinta da un vento di traverso avvolgere le nere impalcature degli alberi superstiti fino a spezzettarsi tra gli infiniti rami come pezzetti di carta. E poi bagnare la nostra pelle scabrosa.<br />
Tu qui puoi solo girovagare.</p>
<p>Ma noi abbiamo visto crescere sui nostri fianchi le case. Una dopo l’altra come in una storia a puntate occupare i lotti quadrati immergendo nel suolo le punte cementizie delle proprie radici con la forza del tuono quando rompe il silenzio, e spazzare via i peschi viola fino a sollevarsi nel vuoto come un iceberg capovolto.<br />
Abbiamo visto noi stesse avanzare metro dopo metro come  una faina acquattata al suolo e divorare i colori dei cavoli e gli spruzzi dorati dei fiori di zucchine.<br />
Il nostro dorso sassoso e inzaccherato si è ricoperto pezzo dopo pezzo di una pelle nera. Abbiamo sentito il raschio della tavola di legno che distendeva il pigmento fumante e il peso del rullo di ferro, tra la soddisfazione degli uomini fermi a guardare.<br />
E poi quegli stessi uomini hanno tagliato la nostra pelle e ricucita.<br />
Ci siamo avvicinati sempre più alla città schierata come una famiglia trepidante sull’uscio e rassegnata all’invasione. Incuranti siamo andate avanti. Come pezzi di ferro incandescenti ci siamo infine saldati.<br />
Abbiamo visto lo spazio finire.</p>
<p>Tu pensi a una fondazione, un disegno, una sapienza, qualcosa che contenga una coerenza. Non è così. Roba da poveri. Altri tempi quando gli uomini smazzavano per costruire soltanto la casa e l’uomo incurvato con la falda del cappello piegata sulla fronte, la barba tante linee nere come parole su un foglio di giornale – hanno ammazzato il giovane presidente americano si leggeva sul giornale  che avvolgeva il pane imbottito di peperoni succosi – l’uomo posava in terra la cardarella vuota e col dorso della mano sollevava di un’ombra il cappello per togliere via la crosta di sudore e polvere. Sui basoli della strada i cerchi ferrati dei carrettoni martellavano come su un incudine, la bestia tra le sponde di legno perdeva fieno. Nel vicolo davanti alla bottega del pane le mosche sbattevano impotenti sui fili di plastica della tendina di mille colori.<br />
Roba da poveri, i due giovani, lui ha la testa ricciuta e lei due occhi grandi, seduti sotto il fico guardano soddisfatti la cucina dove mangeranno e il resto della casa. Lì mettiamo la televisione.<br />
Decisamente roba da poveri. Intonaco e basta.<br />
Vedi là il tempio. La sua irritante parodia. Le gru appostate proprio qui hanno posato sul fronte colonne cave e poi pompe gocciolanti hanno versato cemento. E sopra timpani improbabili.<br />
Abbiamo visto piantare palme dal tronco di sfoglie dove una volta c’erano le nespole.</p>
<p>Tu sai che sotto la punta di un iceberg affondate nei freddi mari galleggiano nascoste masse di ghiaccio profonde centinaia di metri. Una specie di intimità nascosta. Come un uomo che custodisca le proprie riserve. La sua cantina inaccessibile. Lo sai che ci sono cose che gli uomini vogliono per forza tenere solo per sé e non spiattellarle davanti a tutti. Come fanno questi stucchi, colonnine, capitelli, losanghe di pietra e quant’altro ciarpame. E sono pure false. Come puttane in una città di mare. Il tempio. Non sanno cosa è il tempio, cosa custodisce come uno scrigno silenzioso. Senza insuperbirsi mai della sua grandezza. Qui la protervia della finzione esce allo scoperto come verità di una condizione. Che non c’è. Veramente non c’è se non nel riflesso della televisione. Credono questi uomini senza pensiero di personalizzare il viso della propria dimora, ignari di essere avvolti nella massa come in un mantello. Tenuti lì come in un barattolo.<br />
Così diverse, sono tutte uguali queste case.<br />
Tu non lo sai, ma si udivano tra i cantieri recintati dalle lamiere ricoperte di manifesti, avvisi alla città e offerte del supermercato, le voci di uomini col dorso brunito dal sole mentre piantavano picchetti, salivano su ponteggi malfermi, piegavano ferri e gettavano cemento.<br />
E su esse altre voci più roche dare ordini e poi mostrare a mogli ruffiane e bambini distratti dallo squillo del cellulare la casa che avrebbero abitato.</p>
<p>E poi abbiamo visto questi uomini scolorirsi e ritirarsi nei propri recinti come si ritira la luce alla fine del giorno dai cavalcavia anneriti dalla sera, dalle fabbriche chiuse, dagli alberi spogli. Rimanere racchiusi in una bolla remota, un sacco colmo di cianfrusaglie, lasciando a noi strade lo spettro di un paesaggio deserto. E dopo uscire racchiusi in automobili dai vetri scuri come palombari.<br />
Vedi anche tu che sul nostro dorso passano ora soltanto automobili. Altre sono ferme sui bordi. Non ci sono bambini che giocano, non ci sono giovani che tornano a piedi in casa. Vedi anche tu questa patina straniante che si stende intorno come un’irrealtà rarefatta. E vedi anche tu che quando una figura umana appare, quasi un’incongruenza nel disegno, porta sul viso il sorriso di un defunto. Lo vedi tu e nessun altro, dissimulato com’è tra gli abiti alla moda.<br />
Vedo.</p>
<p>E mentre vado verso uno sbocco, oltre lo stop e oltre la strada grande che mi porterà fuori di qui, due uomini ravvolti in giubbe imbottite schizzate di cemento stanno legando pannelli di lamiera alla rete che richiude un altro grande pezzo di campagna dove rare foglie colore del miele resistono sfibrate al vento attaccate ai rami degli ultimi tigli.<br />
Fanno un lavoro minuzioso piegati ad annodare il filo di ferro e a spezzare le cime con le tenaglie, hanno gomitoli di filo imprigionati in un nastro rosso e berretti di lana calati sulle orecchie.<br />
Al centro un albero spoglio allunga il suo tronco divaricandosi una volta, e poi ancora in cento braccia. Le punte estreme ricadono sotto il peso dei mille rametti come braccia stanche. Ho la mia città già assediata alle spalle e davanti oltre la recinzione che si materializza, oltre la campagna, ancora il profilo delle prime case di un altro paesino, le parabole le canne fumarie i torrini delle scale.</p>
<p>Metto a fuoco e distinguo un’antica pietra miliare e proprio a partire da essa tra lembi di terra trascurata ormai dalle semine le orme dei vecchi tratturi che trattengono disperati la terra secca scrollata dai passi di tutti i contadini che li hanno attraversati prima di cedere battuti e condannati a ricoprirsi di una bava di asfalto.<br />
Passerò di qui e troverò ogni cosa  unita in un unico mortale amplesso.<br />
Mentre invoco una moratoria, qualcosa che blocchi il manovratore, un pezzo di ferro maligno infilato nella rotella dell’ingranaggio, mentre immagino una delicata colata di bianco che ricopra ogni intemperanza, da un cancello esce a retromarcia veloce come un insetto una piccola macchina che mi crolla nel fianco.<br />
Come uno schiaffo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/13/anteprima-sud-n%c2%b011-crocevia/">Anteprima Sud n°11- crocevia</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;Horror di Napoli- II</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/02/20/lhorror-di-napoli-ii/</link>
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		<pubDate>Wed, 20 Feb 2008 04:54:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Céline]]></category>
		<category><![CDATA[città]]></category>
		<category><![CDATA[critica]]></category>
		<category><![CDATA[L.R.Carrino]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><br />
Scheletri della <a href="http://www.museosansevero.it/">Cappella</a> San Severo</p>
<p><em><br />
I critici, soprattutto in Francia, sono fin troppo vanitosi  per non parlare mai di null&#8217;altro  che non sia il loro magnifico </em><em>se stesso</em><em>. Mai del tema. Tanto per cominciare, sono troppo coglioni. Non sanno nemmeno di che cosa si tratti.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/20/lhorror-di-napoli-ii/">L&#8217;Horror di Napoli- II</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/scheletri.jpg' alt='scheletri.jpg' /><br />
Scheletri della <a href="http://www.museosansevero.it/">Cappella</a> San Severo</p>
<p><em><br />
I critici, soprattutto in Francia, sono fin troppo vanitosi  per non parlare mai di null&#8217;altro  che non sia il loro magnifico </em><em>se stesso</em><em>. Mai del tema. Tanto per cominciare, sono troppo coglioni. Non sanno nemmeno di che cosa si tratti. E’ uno spettacolo di grande vigliaccheria vederli, questi stomachevoli, sbattersi, offrirsi una stretta di mano subdola alla vostra buona salute, approfittare della vostra povera opera, per fare gli splendidi, pavoneggiarsi per l&#8217;uditorio, camuffati, sedicenti &#8220;critici&#8221;.<br />
</em><br />
<strong>Louis Ferdinad Céline</strong>, <em>Bagatelles pour un massacre </em></p>
<p>Perché introdurre con queste parole di Monsieur <a href="http://fr.youtube.com/watch?v=qir8sFYvXiE">Destouches</a> la lettura che sto per proporvi? Perché aver tradotto un brano del genere tratto dal più odioso libro mai scritto, dalla voce tra le più autentiche del Novecento, per parlare di <a href="http://www.meridianozero.it/new/index.htm">Acqua Storta</a>, di L.R.Carrino? Forse per alludere al marcio del sistema delle lettere italiche, tutto cronometrato sui rinvii d&#8217;ascensore dei critici / autori, autori /critici?<br />
<span id="more-5388"></span><br />
Può darsi, o ancora per l&#8217;incazzatura che  mi è venuta dalla lettura di alcuni articoli &#8211; non tutti per fortuna- della rassegna stampa disponibile sul <a href="http://www.meridianozero.it/">sito</a> dove si riassumeva l&#8217;opera in tre segmenti: <em>camorristi ricchioni</em>, <em>Napoli e la monnezza</em>, <em>pagine di ringraziamento finali</em>?<br />
Vi confesserò che è la prima volta, del resto, che mi capita di leggere più di una recensione con un&#8217;attenzione &#8220;particolare&#8221; ai  ringraziamenti, ovvero a quelle pagine che, almeno nelle intenzioni dell&#8217;autore, costituiscono la parte più personale, intima, privata  di un libro. Cosa volete che gliene freghi ad un lettore anonimo, della mamma, del papà, che normalmente i romanzieri italiani ringraziano e allora  figuriamoci cosa potrà fottergliene  se ad essere ringraziati siano altri autori&#8230;</p>
<p><strong>E invece no</strong>. Nel sistema <em>letteratura italiana</em>, che per fortuna nostra e vostra non significa la <em>letteratura italiana</em>, le dinamiche di una diffusa critica, di molti giornalisti letterari è tutta imperniata sul dispositivo delle affiliazioni. E se L.R. Carrino si affilia a una certa letteratura una ragione c&#8217;è ed è compito del bravo media inquisitore scoprire perché.</p>
<p>A noi invece, più modestamente interessa <strong>il libro</strong>.<br />
Nelle varie recensioni si legge, ma va detto che è lo stesso autore a suggerirlo in un&#8217;intervista, di <strong>Napoli come location del noir</strong>.<br />
<em>Location</em> come molti di voi sanno è il termine cinematografico che sta ad indicare il luogo dove avverranno le riprese del film. Lo stesso termine si usa anche per gli eventi, convention, concerti, e non sta a significare assolutamente l&#8217;appartenenza di un&#8217;azione al luogo. Tanto per fare un esempio, nel suo ultimo film, <strong>Il divo</strong>, Sorrentino  ha identificato la location dell&#8217;impiccagione di Calvi sotto un ponte torinese, laddove, come molti sanno, il suicidio (omicidio?) avvenne a Londra. Diciamo che la location è allora un luogo che allo spettatore appare verosimilmente lo stesso in cui la storia accadde, veramente. E così, la storia di camorra montata da Carrino, come da intenzioni dell&#8217;autore, non è una storia vera ma verosimile. Non è un reportage ma un romanzo. Sempre che abbia ancora senso parlare di letteratura per generi. </p>
<p>Ma quando luogo e storia del luogo sono indissolubilmente legati, ha ancora senso parlare di location? E ancora, perché attardarsi sui luoghi? Perché <strong>Acqua Storta</strong>, al pari di poche altre narrazioni &#8211; citerei a tal proposito <a href="http://www.unilibro.it/find_buy/Scheda/libreria/autore-morganti_davide/sku-12304390/moremo_.htm">Moremò</a> di Davide Morganti- interpreta, realizza una possibilità narrativa molto napoletana dell&#8217;abbandono della via maestra per inoltrarsi nelle budella della città, strategia che definirei dello scarto.<br />
La parola <a href="http://www.forza-juventus.com/images/Causio.jpg">scarto</a>, come molti sanno contiene differenti significati, eppure mai come in questo caso, i due significati più correnti, degli scarti, come i messi da parte, i non eletti e dello scarto, come improvviso movimento laterale, deviazione, coincidono.</p>
<p>A Napoli più che in altre città, puoi liberamente percorrere una delle vie più di passeggio che è via Chiaia costeggiando i quartieri spagnoli, o la stessa Montedidio che è a ridosso del Palazzo Reale e dove via Serra di Cassano, elegantissima e sede di palazzi nobiliari delimita il Pallonetto altro quartiere altamente sconsigliato ai turisti. Come narratore allora io posso sicuramente scegliere di restare sulle strade maestre &#8211; e di maestri lì se ne incontrano davvero- o al contrario virare e abbandonarsi totalmente alla legge/non legge dell&#8217;imprevisto. A meno che non si trovi, come ha fatto <a href="http://fr.youtube.com/watch?v=03k9su2y58E">Erri de Luca</a> nella sua splendida favola Montedidio, un artificio, ovvero addentrarsi sì nel pallonetto ma scegliere la terrazza come Topos co-protagonista della narrazione.</p>
<p>In <strong>Acqua Storta</strong> ricorrono a più riprese gli attraversamenti della città come quando  L.R. Carrino, descrive il ritorno in città del figlio del boss, appena uscito dal carcere minorile.</p>
<p><em>Passo davanti al Policlinico e scendo per dietro la Cappella san Severo: esco di fianco a piazza San Domenico. Mi butto per Mezzocannone, lascio la macchina davanti all&#8217;officina di Stefano (&#8230;) risalgo a piedi  un poco di Via Mezzocannone (&#8230;) come appena svolto l&#8217;angolo li vedo(&#8230;) un altro sale da via croce come una scheggia (&#8230;) un altro ancora che sta appoggiato al muro proprio a Piazzetta Nilo (&#8230;) uno strafatto di eroina all&#8217;ultimo stadio si squaglia giù verso via Paladino. </em></p>
<p>Gli estratti che vi ho proposto tengono tutti su una sola pagina. I movimenti sono rapidi, <strong>ci si butta</strong>, <strong>si squaglia</strong>, <strong>si scende per dietro</strong>. E così a fronte di un plot narrativo che sicuramente avrà reso felici molti giornalisti, &#8211; me li vedo esclamare,  <em>ah una storia omosessuale tra camorristi</em>, pare perfino facile la provocazione, in un paese bigotto come il nostro. Eppure, l&#8217;autore da vero narratore, non &#8220;compone&#8221; i fatti e le psicologie dei personaggi allineandoli alla tesi di partenza ma utilizzando ogni tipo di materiale di scarto, dalla Bibbia del padre, alle canzoni dei neomelodici, per innalzare la storia d&#8217;amore &#8220;irregolare&#8221;,  &#8220;lasciarla parlare&#8221; &#8220;dire&#8221;, &#8220;fare&#8221;, attraverso un linguaggio sobrio e violentissimo, senza maniera.<br />
Ed è proprio in nome dell&#8217;amore che nonostante tutto , Acqua Storta si anima rivelando le sue pagine più belle, dove il linguaggio diventa perfino poetico.</p>
<p><em>Stanotte ’o mare è senza sale, è morto con un’onda sola. Pure l’acqua è storta, storta come certe volte è ’o bbene. Le onde sugli scogli stanno nervose. Ma che tiene ’sto mare da stare così incazzato? Che gli abbiamo fatto a questo mare?</em></p>
<p>Dalle ombre dei vicoli si sale allora per impervie scale, ancora una volta, in uno spazio- e non diciamo location vi prego!- che non pone più ostacoli tra camorristi e cielo. Quando questi muoiono ammazzati.  </p>
<p><strong>Nota</strong><br />
oggi alle 18, alle <a href="http://www.lafeltrinelli.it/fcom/it/home/pages/puntivendita/eventi/Torino/2008/FebbraioEventi/FebbraioEventi5.html">Feltrinelli</a> di Torino, Enrico Remmert presenta Acqua Storta</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/20/lhorror-di-napoli-ii/">L&#8217;Horror di Napoli- II</a></p>
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		<title>Le città visibili</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jan 2008 09:05:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Spazi urbani in Italia, culture e trasformazioni dal dopoguerra a oggi</strong><br />
[Le città visibili è una raccolta di saggi di studiosi inglesi (o italiani che hanno studiato e lavorano in Gran Bretagna), che parla dell'Italia da vari punti di vista - architettura, storia, letteratura, cinema, società.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/28/le-citta-visibili/">Le città visibili</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Spazi urbani in Italia, culture e trasformazioni dal dopoguerra a oggi</strong><br />
<small>[Le città visibili è una raccolta di saggi di studiosi inglesi (o italiani che hanno studiato e lavorano in Gran Bretagna), che parla dell'Italia da vari punti di vista - architettura, storia, letteratura, cinema, società. Uno sguadro che, data la distanza, pare mettere meglio a fuoco la nostra nazione. Il libro è molto bello, forse troppo sbilanciato sull'asse Milano-Torino, ma con intuizioni lucide di vero interesse per tutti noi.<br />
Ho chiesto a John Foot (uno dei due curatori, insieme a Robert Lumley) il piacere di pubblicare qui su NI l'introduzione del volume da poco edito da Il Saggiatore. G.B.]</small></p>
<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/le_citta_visibili.jpg' alt='le_citta_visibili.jpg' /><strong> di Robert Lumley e John Foot</strong></p>
<p><small>La gente che s’incontra, se gli chiedi: – Per Pentesilea? – fanno un gesto intorno che non sai se voglia dire: «Qui», oppure: «Più in là», o: «Tutt’in giro», o ancora: «Dalla parte opposta».<br />
– La città – insisti a chiedere.<br />
– Noi veniamo qui a lavorare tutte le mattine – ti rispondono alcuni, e altri: – Noi torniamo qui a dormire.<br />
– Ma la città dove si vive? – chiedi.<br />
(Italo Calvino)</small></p>
<p>Prima di descrivere Pentesilea a Kublai Khan, Marco Polo prevede quello che il suo ascoltatore si aspetterà di trovare all’ingresso della città: una cinta di mura, una porta, gabellieri; «Fino a che non l’hai raggiunta ne sei fuori; [...] il suo spessore compatto ti circonda; intagliato nella sua pietra c’è un disegno che ti si rivelerà se ne segui il tracciato tutto spigoli». Ma, continua, «se credi questo, sbagli». Pentesilea non ha né inizio né fine, non c’è distinzione tra dentro e fuori, e per questo non si sa quando ci si sta arrivando e quando invece la si sta lasciando. <span id="more-5171"></span><br />
Anche la «gente che s’incontra» (si noti che il testo evita di usare il termine «abitanti») è smarrita o incapace di decidere che cosa definisce il «suo» spazio. Dorme o lavora lì, ma dove vive la gente nel senso più stretto del termine? Le esplorazioni del narratore non conducono da nessuna parte: «ogni tanto ai margini della strada un infittirsi di costruzioni dalle magre facciate, alte alte o basse basse come un pettine sdentato, sembra indicare che di là in poi le maglie della città si restringono». Invece, ci sono «altri terreni vaghi, poi un sobborgo arrugginito d’officine e depositi, un cimitero, una fiera con le giostre».<br />
In questo racconto, uno dei più affascinanti delle <em>Città invisibili</em>, Italo Calvino mette in rilievo, e al tempo stesso in dubbio, la possibilità di classificare e dare un nome alle cose. La situazione sopra descritta può evocare l’esperienza di qualcuno che si perde in una periferia infinita, ma può riferirsi anche alla ricerca di un geografo o di un etnografo che voglia leggere i segni spaziali dell’identità urbana. Gli interrogativi formulati dal personaggio possono valere sia per il viaggiatore che per il ricercatore. Le risposte, però, conducono solo ad altre domande, tra cui: «Che cos’è una città?». Appare chiaro che le vecchie certezze fondate sull’idea che siano le mura e le leggi a definire una città oggi non sono più pertinenti. Ma allora che cosa rimane? È il problema che affligge Marco Polo, Kublai Khan, Italo Calvino e il lettore delle Città invisibili. Un problema che è stato al centro di dibattiti nel campo della sociologia, degli studi urbani, dell’architettura e della geografia, e a cui è legata la pubblicazione di una considerevole mole di testi in Italia e nel resto del mondo.<br />
La semplicità delle domande poste da Calvino ne nasconde la natura radicale. Come scrittore e intellettuale, Calvino era profondamente consapevole dei dibattiti a lui contemporanei, che nell’Italia degli anni sessanta giunsero a conclusioni estreme. Il fatto che <em>Le città invisibili</em> sia diventato un testo di culto per gli architetti e gli urbanisti oltre che per i critici letterari è sintomatico della risonanza di tali dibattiti. In questo volume, <em>Le città visibili</em>, non viene offerta un’unica definizione di città che trovi unanimi tutti gli autori; come suggerisce il titolo, si intende invece proporre una dimensione di apertura a diverse idee di soggetto, costruzione e immaginario. Questo taglio metodologico è particolarmente evidente nei contributi dedicati all’appropriazione letteraria e cinematografica della città, ma emerge anche in quelli dedicati alla trattazione dell’architettura dei grattacieli e alle proposte di «riimmaginare» la città che hanno un impatto diretto sull’ambiente costruito. Più che <em>l’oggetto</em> dell’analisi, che sia un film o un edificio, conta <em>come </em>un particolare fenomeno viene analizzato. Da questo punto di vista, il libro è sistematicamente interdisciplinare e fa dialogare approcci sviluppati in campi diversi come la storia sociale, la storia dell’arte, l’antropologia, gli studi letterari e cinematografici, l’architettura, l’urbanistica e la sociologia. Allo stesso tempo, è suddiviso in aree tematiche più ampie. Questa introduzione si propone di dare «indicazioni» su come accostarsi alle differenti sezioni e di mostrare come esse costituiscano un insieme organico. Alcuni contributi affrontano più esplicitamente questioni teoriche e metodologiche come la categorizzazione e l’analisi.<br />
Apre il volume «Attraverso lo specchio. Studi e ricerche sulla città italiana contemporanea (1973-2002)» di Sergio Pace, che traccia una rassegna panoramica delle più rilevanti pubblicazioni italiane sul tema degli ultimi anni e fornisce, nel ricchissimo apparato di note, un utile strumento per orientarsi nella bibliografia sull’argomento. Il contributo che chiude il volume, «<em>Adriati-città</em>. Un paesaggio postindustriale» di Pippo Ciorra, apre invece uno squarcio su un futuro urbano <em>in progress</em>.<br />
Pace analizza il particolare rapporto esistente tra le città italiane e una specifica tradizione di studi dedicata a esplorarne e celebrarne la peculiarità, le origini e l’unicità: la «biografia urbana», un genere importante per la storia delle identità civiche (e alimentato dalle pubblicazioni di università e piccole case editrici) che presenta, però, evidenti limiti metodologici. Più interessante, per quanto sotto altri aspetti problematico, è l’affacciarsi, sulla scena degli studi urbani, di un approccio interdisciplinare. Qui Pace distingue tra gli urbanisti per caso, per i quali la città rimane in secondo piano rispetto all’oggetto di indagine (un evento storico o un problema sociologico), e gli urbanisti per natura, per i quali lo spazio urbano costituisce l’oggetto preciso di analisi. Per Pace, alcuni degli studi più stimolanti, come quello di Cesare de Seta su Napoli o quello di Sandro Portelli su Terni, appartengono a quest’ultima categoria e si fondano su una solida base storica. Al contrario, l’autore è scettico riguardo a quelle correnti di pensiero, prevalenti tra sociologi e architetti, che trascurano la storia urbana e l’indagine dell’ambiente costruito a favore di letture soggettive dell’ambiente urbano in cui tutto diventa virtuale. Nuove direzioni di ricerca vengono additate anche dai paesi anglofoni, dove sono saliti alla ribalta degli studi temi come la razza, il genere sessuale, lo spazio pubblico e il significato della cittadinanza. Pace osserva che in Italia si rileva una certa riluttanza ad affrontare questo tipo di problemi. Una riluttanza di cui, nelle pagine di questo libro, non c’è traccia.<br />
«<em>Adriati-città</em>» di Pippo Ciorra chiude <em>Le città visibili</em> presentando una delle più recenti declinazioni della «città»: la «città-rete». Ciorra propone un’analisi che combina la macrocategoria «conurbazione» sovraregionale (in questo caso l’Adriati-città) con la microanalisi dell’unità abitativa chiamata <em>Hotel House</em>, un condominio di lusso la cui breve storia riassume i grandi cambiamenti che hanno portato le seconde case degli italiani a diventare prime case per gli immigrati. Per i nuovi abitanti, che considerano inutili gli spazi pubblici predefiniti del condominio, il vero spazio pubblico è la spiaggia. È il modello del sistema aperto che si contrappone al sistema chiuso della città. Secondo Ciorra, può essere un buon tema di riflessione per chi voglia ragionare sulla questione delle nuove condizioni della vita urbana, sull’intreccio di rapporti fisici e immateriali tra i luoghi e le persone, sulla necessità di far corrispondere alla stratificazione delle identità dei gruppi sociali non un sistema forma identità chiuso e definito, come nella città storica, ma uno spazio aperto e flessibile, preparato ad accogliere e interagire con linguaggi, sistemi espressivi e identità diverse.</p>
<p><strong>Seconda parte: L’immigrazione: città vecchie, identità nuove </strong></p>
<p><small>Inclusione dell’altro significa piuttosto che i confini della comunità sono aperti a tutti: anche – e soprattutto – a coloro che sono reciprocamente estranei e tali vogliono rimanere.<br />
(Jürgen Habermas)</small></p>
<p>Tra il 1958 e il 1962 nella sola Milano arrivano da altre parti d’Italia circa 350mila persone, l’equivalente della popolazione di una città come Bari. Nei due decenni precedenti il 1971, la popolazione della provincia di Milano aumenta di 600mila persone, un incremento del 25 per cento; si potrebbero fornire cifre ugualmente impressionanti per Torino e altri centri industriali. Il censimento del 1992, però, registra un nuovo tipo di emigrazione: lo stanziamento in Italia di persone provenienti da altri paesi. Pur costituendo, secondo le stime, solo il 2 per cento della popolazione (una percentuale bassa in confronto a quella di paesi come Francia, Germania e Gran Bretagna), questi immigrati rappresentano un cambiamento demografico epocale: non solo l’Italia ha cessato di «esportare» persone dall’altra parte dell’Atlantico e nel Nord Europa, ma è diventata un paese «importatore». Il «miracolo economico», con la sua massiccia ondata migratoria interna, ha rappresentato un grande cambiamento per città come Milano e Torino, ma l’arrivo, pur numericamente meno significativo, di stranieri viene percepito come fonte di difficoltà maggiori. Sono questi cambiamenti demografici e la loro realtà vissuta a costituire il tema centrale della seconda parte di <em>Le città visibili</em>.<br />
Gli operai dello stabilimento Om di Milano chiamavano gli immigrati «la legione straniera», un soprannome allo stesso tempo affettuoso e sprezzante. Assunti giorno per giorno come manovali generici davanti ai cancelli della fabbrica con una modalità che ricordava il reclutamento dei braccianti del Sud, gli immigrati subivano discriminazioni razziali e abusi. Tuttavia, la descrizione che fa Gianfranco Petrillo degli anni cinquanta e sessanta è sostanzialmente una storia di integrazione riuscita, nonostante le differenze linguistiche e culturali esistenti tra milanesi e migranti. In particolare, Petrillo dimostra come Milano, per la complessa e multiforme struttura socioeconomica e la mobilitazione delle organizzazioni della società civile (sindacati, partiti di massa, la Chiesa), sia stata in grado di rispondere in maniera positiva all’immigrazione. Attraverso la creazione di una rete di interessi e appartenenze comuni con i nuovi arrivati, infatti, è stato possibile dare vita, sia dall’alto (le opere di carità) sia dal basso (le lotte operaie), a un senso di solidarietà e un’identità collettiva tra milanesi e migranti. La storia della reazione all’arrivo dei «nuovi immigrati» degli anni novanta è piuttosto diversa: Petrillo arriva a suggerire che sia stata proprio l’esperienza degli immigrati della prima ondata ad alimentare la conflittualità anziché suscitare in loro un senso di empatia nei confronti dei loro successori stranieri. In un contesto postfordista e di frammentazione sociale, tendono a prevalere atteggiamenti e politiche dichiaratamente opposti all’integrazione. La storia e la memoria spesso diventano solo fardelli da accantonare o di cui bisogna disfarsi.<br />
Se Petrillo si concentra su come la società ospite abbia reagito all’immigrazione e ne traccia un panorama a vasto raggio, il saggio di John Foot sulle coree adotta un approccio microstorico centrato sulla strategia e le scelte degli immigrati. Infatti, esistevano diversi tipi di coree (un fenomeno che riguardava decine di migliaia di persone nell’area milanese), con un unico elemento in comune: si trattava di agglomerati urbani di case costruite dagli immigrati stessi. Come indica il titolo del saggio, «Dentro la città irregolare. Una rivisitazione delle coree milanesi, 1950-2000», l’analisi ha confini spazio temporali ben definiti.<br />
La posizione di Cerchiarello (di cui si propone uno studio approfondito), che sorge su un terreno a metà tra città e campagna, di fianco a un’autostrada e a una raffineria, e la morfologia stessa del «villaggio» e delle sue abitazioni sono legate alla marginalità degli immigrati e alla loro aspirazione a ricreare una comunità, a sentirsi a casa. La misura del passare del tempo è data dalla costruzione delle case, che è graduale, e dai cambiamenti d’uso, che riflettono l’alternanza generazionale e l’invecchiamento degli abitanti originari. La chiusura della raffineria negli anni ottanta e l’arrivo di nuovi immigrati riecheggiano i cambiamenti descritti da Petrillo. L’uso di album fotografici e di interviste registrate evidenzia le qualità specifiche di «luogo» di un fenomeno spesso archiviato come un segno di arretratezza e povertà.<br />
Nel suo contributo su San Salvario, un quartiere centrale di Torino, Laura Maritano analizza il discorso dei membri del Comitato Spontaneo locale per mostrare come gli immigrati stranieri vengano dipinti come elementi pericolosi all’interno della città, forze estranee che devono essere respinte. Il riferimento del Comitato al territorio è letto come il riemergere di un certo essenzialismo culturale legato alla rinascita del nazionalismo storico. Inoltre, è netta la contrapposizione tra una Torino ideale – una città d’arte, di decoro e di vita familiare – e l’immagine di una città contaminata dallo sporco, dal disordine e dal crimine. L’impegno nel Comitato Spontaneo di un ex membro del Partito comunista e il riferimento alla sua esperienza personale di immigrato negli anni sessanta, adotto a giustificarne l’atteggiamento discriminatorio anziché ispirato alla volontà di accogliere i nuovi arrivati, sono un utile corollario delle osservazioni di Petrillo su Milano. </p>
<p><strong>Terza parte: Rinnovamento urbano e modernità problematica</strong> </p>
<p><small>Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!&#8230; Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’Impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri.<br />
(Tommaso Marinetti)</p>
<p>Perché le città sono tanto importanti? Per prima cosa, ci forniscono lo spazio pubblico senza il quale, in questa epoca di telecomunicazioni, la vita pubblica sparirebbe. Il paradigma dello spazio pubblico è la piazza: senza di essa, la città non esisterebbe.<br />
(Richard Rogers)</small></p>
<p>Nell’Introduzione all’edizione del 1980 del suo celebre <em>Architettura della prima età della macchina</em>, Reyner Banham rivolge lo sguardo al passato, agli anni sessanta: </p>
<p><small>Venti anni fa [....] molte delle convinzioni sulle quali si era basato il Movimento moderno erano ancora valide e in buona condizione, e quella che sembrava essere una seconda età della macchina, gloriosa quanto la prima, ci seduceva nei Favolosi Anni Sessanta – la miniaturizzazione, la transistorizzazione, i viaggi in jet e razzi, droghe e una nuova chimica domestica, la televisione e il computer sembravano offrire più del solito, soltanto meglio. Tutto ciò che era stato promesso dalla Prima Età della Macchina, ma non era mai stato propriamente mantenuto, sembrava ora alla portata di ognuno.</small></p>
<p>In queste circostanze Banham poteva ancora sostenere l’importanza e la rilevanza della «rivoluzione delle sensibilità» dei futuristi. Retrospettivamente, però, «l’esaurirsi di quell’entusiasmo lasciò l’International Style capriccioso e inservibile proprio come una vecchia automobile con un serbatoio che si svuota velocemente e nessuna stazione di servizio in vista».<br />
La crisi del modernismo e l’emergere del postmodernismo costituiscono una delle chiavi di volta della periodizzazione di <em>Le città visibili</em>.<br />
Il miracolo economico (solitamente collocato tra il 1958 e il 1963) rappresenta il momento di massimo entusiasmo per l’automobile (simbolo di modernità per eccellenza secondo Marinetti), la costruzione di grattacieli e infrastrutture stradali, la celebrazione del «neocapitalismo». Il grattacielo Pirelli di Gio Ponti del 1960 è considerato l’incarnazione del nuovo spirito per le sue linee geometriche nette, la sua trasparenza e l’uso di nuove tecnologie e materiali. Michelangelo Antonioni ne inserisce alcune immagini nei titoli di testa del film La notte (1960) e Reyner Banham lo elogia su <em>Architectural Review</em>. Torino, nel frattempo, progetta di superare la città rivale con un nuovo Centro Direzionale.<br />
Come dimostrano i contributi «Utopie architettoniche e la “nuova dimensione”» di Mary Louise Lobsinger e «Architettura e modernità nella Milano del dopoguerra» di Arnardóttir, il decennio si aprì con una decisa affermazione del modernismo come ethos e bagaglio teorico.<br />
Il concetto della «nuova dimensione», scrive Lobsinger, fu sviluppato da architetti e teorici in risposta a «una nuova realtà, che sembra rovesciare tutti i modelli prestabiliti nella sua “corsa sfrenata”». All’interno della «nuova dimensione», l’attenzione per le forme architettoniche e la polarizzazione tra la città nel suo intero e le varie parti che la compongono vengono messi da parte a favore di una concezione dell’architettura come «opera aperta» e della città come ambiente in divenire. Il problema, per gli architetti di idee politiche più radicali, era quello di scoprire all’interno di questo impeto di movimento e mobilità il potenziale latente in grado di dare vita a una società più giusta ed equilibrata invece di fermarlo o imprigionarlo in un progetto. Gli architetti del periodo erano affascinati dal modello dell’autostrada del Sole, che nel 1962 collegò Napoli e Milano, e da forme nuove come gli Autogrill Pavesi, che punteggiavano la nuova rete autostradale. Nella sua analisi del concorso per la costruzione di un nuovo Centro Direzionale a Torino, Lobsinger esamina le proposte presentate in rapporto a questa nuova svolta teorica prima di fornire la sua valutazione dell’importanza della «nuova dimensione» alla luce delle critiche contemporanee.<br />
La costruzione della Torre Velasca e del grattacielo Pirelli a Milano e il dibattito che ne derivò precedono questi sviluppi. I due grattacieli appartengono a un momento in cui al centro dell’attenzione c’era ancora il singolo edificio, per quanto valutato nel suo rapporto con il contesto urbano. Tuttavia, le arene su cui si svolgeva il dibattito erano sempre le stesse: le riviste <em>Domus</em>, <em>Casabella continuità</em> e <em>Stile Industria</em>. Nel suo testo, Arnardóttir esamina il milieu culturale, nazionale e internazionale, che univa intellettuali, come Reyner Banham e il filosofo Enzo Paci, e architetti, in particolare Ernesto N. Rogers e Gio Ponti. È interessante notare che Rogers dirigeva <em>Casabella </em>e Ponti <em>Domus</em>.<br />
Le argomentazioni pro e contro i due grattacieli, di conseguenza, diedero vita a un dibattito che andò ben oltre l’ambito locale. Allo stesso tempo, però, si discuteva anche su quale dei due fosse il simbolo della città e delle sue aspirazioni. Il risultato oggi è chiaro: è stato il grattacielo Pirelli di Gio Ponti, e non la Torre Velasca, a diventare sinonimo della Milano degli anni del miracolo economico. L’analisi di Arnardóttir, comunque, si sofferma soprattutto sul linguaggio e le espressioni usate nel corso del dibattito, che vede contrapporsi interpretazioni diverse della modernità e del Movimento moderno.<br />
Il fatto che la Torre Velasca e il grattacielo Pirelli siano stati costruiti è, di per sé, estremamente significativo. Il Centro Direzionale di Torino non venne mai costruito. I grandi progetti di rinnovamento urbanistico furono accantonati a causa della congiuntura economica, ma anche di una crisi di fiducia. Negli anni ottanta si assistette al trionfo di idee di rigenerazione, restaurazione e conservazione: gli anni del boom venivano associati alla speculazione edilizia e alla distruzione dell’ambiente storico e naturale, come aveva denunciato Francesco Rosi nel 1963 nel film <em>Le mani sulla città</em>, ambientato a Napoli. La storia di Napoli e quella di Torino sono diverse sotto molti punti di vista, ma alla fine del XX secolo tra le due città sono emersi interessanti parallelismi, come illustrano i contributi di Robert Lumley e Nicholas Dines. In entrambi i casi si è cercato di inventare una nuova identità per la città, un’identità in cui risultano fondamentali alcuni luoghi della loro storia di capitali di un regno (Napoli ex capitale del regno delle Due Sicilie, Torino ex capitale del regno dei Savoia e prima capitale dell’Italia unita). Entrambe le città, inoltre, hanno proposto un nuovo rapporto tra arte contemporanea e spazi pubblici tradizionali, secondo politiche culturali influenzate da idee postmoderne.<br />
Tuttavia, i due contributi si focalizzano su aspetti molto diversi. Per Dines, il punto privilegiato di osservazione è una piazza, piazza Plebiscito, di cui l’autore analizza la storia, la trasformazione in uno spazio pubblico contemporaneo, i diversi usi e fruitori ai quali è stata aperta e soprattutto i conflitti che hanno attraversato e definito lo spazio e il suo posto a Napoli. Lo studio dello spazio come microcosmo e l’analisi del divario tra uno sguardo «dall’alto» e uno «dal basso» sono basati su metodi etnografici. Per Lumley, il punto di osservazione è un movimento artistico, l’Arte Povera, inteso sia come momento di intensità creativa della vita culturale torinese sia come mezzo privilegiato per trasformare Torino in città d’arte. I protagonisti di questa ondata creativa furono gli artisti, mentre critici influenti, direttori di museo e autorità locali, con il loro sostegno a diverso titolo, contribuirono a istituzionalizzare il movimento con un preciso piano di ingenti stanziamenti pubblici a sostegno dell’arte. Nel caso di Torino, l’arte contemporanea è servita sia per affermare la modernità sia per recuperare un’eredità storica in un momento di crisi per l’identità e l’economia della città. </p>
<p><strong>Quarta parte: Narrazioni urbane «alte» e «basse» </strong></p>
<p><small>Al giorno d’oggi, le semplici distinzioni tra cultura alta e cultura bassa, buon gusto e cattivo gusto, profondità e superficialità, avanguardia e cultura di massa, sono sempre più sommerse sotto un’ondata di connessioni, suggerimenti e significati urbani [...] la conoscenza non è più monumentale e monolitica ma differenziata e nomade.<br />
(Iain Chambers)</small></p>
<p>Gli attributi «alta» e «bassa», quando rapportati alla letteratura o alla cultura, sono quasi del tutto scomparsi dall’uso comune. I cambiamenti culturali ma anche il modo di studiare la cultura, a quanto pare, hanno avuto effetto. Al tempo stesso, però, alcune categorie di giudizio con riferimento ai valori continuano a esistere, pur essendo oggi usate tra virgolette. I tre contributi presentati nella quarta parte alludono a queste distinzioni, o comunque mettono in rilievo la consapevolezza della loro coesistenza. Italo Calvino è chiaramente associato alla Letteratura con la L maiuscola ed è riconosciuto a livello internazionale come uno dei maggiori scrittori europei oltre che italiani.<br />
Giorgio Scerbanenco è considerato essenzialmente un autore di romanzi polizieschi (quelli che in Francia si chiamano <em>noir </em>e in Italia <em>gialli</em>) ed è conosciuto da un ampio pubblico di lettori. La «letteratura italiana dell’immigrazione», invece, non è (ancora) associata a nomi di rilievo e non è un genere consolidato, ma un genere emergente. Tra questi tipi di narrazione, probabilmente quella di Scerbanenco fa più esplicitamente riferimento all’ambiente urbano. Esse, però, offrono un punto di vista diverso non solo perché impiegano strategie narrative diverse, ma anche perché appartengono a momenti diversi: gli anni sessanta nel caso di Calvino e Scerbanenco, gli anni novanta nel caso degli scrittori immigrati.<br />
Il Calvino del saggio di Claudia Nocentini deve ancora scrivere <em>Le città invisibili</em>. È un Calvino osservato durante il periodo formativo della sua carriera, a partire dall’arrivo a Torino nel 1941. Nocentini ripercorre i mutamenti del suo rapporto con la città da quel momento fino ai racconti dei primi anni sessanta ambientati a Torino, analizzando, oltre alla sua produzione letteraria, anche il suo lavoro di editor per la Einaudi. Il contributo rivela il divario tra il fascino esercitato su Calvino dagli operai e dalla cultura industriale di Torino e i suoi tentativi di rappresentarli letterariamente, dimostrando come lo scrittore riesca a trovare la propria voce solo rinunciando al realismo sociale. Con gli ultimi racconti del ciclo di Marcovaldo, la «città-prigione» è sostituita dalla città come «luogo di incontri casuali con oggetti inattesi» e come «aggregato eterogeneo di persone». Inoltre, per Calvino, cosmopolita culturale incapace di restare troppo a lungo nello stesso posto, Torino conduce ad altre città e altri mondi.<br />
Giuliana Pieri scrive che nei romanzi di Scerbanenco Milano è «la città noir per eccellenza: una città di dolore, sofferenza, solitudine, isolamento e violenza estrema». Tuttavia, questa Milano dovette essere creata dall’autore, visto che negli anni sessanta si parlava ancora di Milano «come se finisse a Porta Venezia» e come se la gente «non facesse altro che mangiare panettoni o <em>pan meino</em>». Scerbanenco disegna una nuova geografia del crimine, collocata in periferia anziché nel centro storico, una geografia che segue la nuova mappa dell’industria e dell’urbanizzazione. Il suo modo di raccontare il crimine, afferma Pieri, servì a smascherare il falso ottimismo e l’ipocrisia dell’Italia del boom.<br />
Scerbanenco, che non a caso aveva ambientato i suoi primi gialli a Boston, voleva trasformare Milano in qualcosa di simile a Marsiglia, Chicago o Parigi.<br />
Un senso di nostalgia per la metropoli e la cultura metropolitana in Italia era ampiamente presente in forma di evocazione di modelli stranieri, soprattutto americani. Scerbanenco fu probabilmente molto influenzato dalla narrativa americana <em>hard boiled</em>, come le utopie architettoniche dovevano molto alla teoria e alla pratica degli Stati Uniti.<br />
Tuttavia, si può affermare che solo negli anni novanta le città italiane hanno cominciato ad acquisire alcune caratteristiche della metropoli moderna. È soprattutto l’immigrazione da ogni parte del mondo, dal Marocco e dalla Tunisia allo Sri Lanka, dalle Filippine alla Russia, per non parlare dell’Europa orientale, a segnalare che è in atto un mutamento storico. In «Città immaginarie», Sandra Ponzanesi mostra che i nuovi immigrati non sono più solamente oggetto del discorso della stampa, della televisione e degli altri media (come si è visto nella seconda parte), ma sono ormai soggetti, «io» a pieno titolo delle loro stesse narrazioni. E queste narrazioni forniscono un punto di vista alternativo non solo di «come le cose sono realmente», compresa l’esperienza del razzismo, ma di «come dovrebbero essere».<br />
Per Ponzanesi, la letteratura dell’immigrazione (all’interno della quale sceglie tre romanzi di fine anni novanta) rivela una particolare sensibilità spaziale nei confronti della città. <em>Flâneur</em> più per circostanza che per scelta, il protagonista di <em>Io venditore di elefanti </em>di Pap Khouma è in costante movimento; «spesso, più che concentrarsi sulla città, la descrizione si sofferma sullo spostamento tra due città, sulla strada tra una festa popolare e l’altra, tra una spiaggia e l’altra, sul trasferimento da una pensione all’altra». <em>Sette gocce di sangue</em> racconta l’esperienza della città attraverso lo sguardo di donne lacerate tra culture diverse e consapevoli della loro visibilità. Qui, anche l’integrazione e l’emarginazione sono viste come un difficile problema di scelta e compromesso a livello individuale. La città funziona come «la rifrazione di processi globali di sincretismo oltre che della moltiplicazione delle differenze».</p>
<p><strong>Quinta parte: Zone grigie: la città e il cinema </strong></p>
<p><small>Spesso la nostra percezione della città non è distinta, ma piuttosto parziale, frammentaria, mista ad altre sensazioni.<br />
Praticamente ogni nostro senso è in gioco e l’immagine è l’aggregato di tutti gli stimoli.<br />
(Kevin Lynch)</small></p>
<p>I contributi di Enrica Capussotti e Abele Longo si occupano rispettivamente di Milano nei primi anni sessanta e Palermo nella seconda metà degli anni novanta: Milano, «lo spazio visivo della modernità», Palermo, «una terra desolata» in stile postmoderno. Il cinema è forse il mezzo di comunicazione che ha contribuito, più di ogni altro, a modellare il paesaggio urbano, immaginario o documentato, che nel corso del tempo ha alimentato la nostra idea dell’aspetto caratteristico della città italiana. Ma in questi studi viene adottata una prospettiva insolita: l’immaginario dominante associato a città come Roma, Firenze e Venezia è del tutto assente e, al suo posto, c’è un «viaggio nel tempo» lungo l’autostrada del Sole, da Nord a Sud, che evita i centri storici e le immagini da cartolina.<br />
Capussotti si concentra sulla neonata cultura giovanile ed esamina, utilizzando un’ampia gamma di testi (film, riviste, stampa), quelle reazioni alla modernità e alla modernizzazione che Umberto Eco avrebbe definito «apocalittiche» e «integrate», termini che l’autrice sta ben attenta a contestualizzare. La sceneggiatura di un film, Milano nera, scritta da Pier Paolo Pasolini durante un soggiorno di «venti atroci giorni» in città, costituisce il punto di partenza della descrizione che Capussotti fa dell’appropriazione italiana del rock’n’roll e del panico morale dei commentatori politici e culturali. La reazione viscerale di Pasolini alla «nevrosi collettiva» dilagante a Milano (da lui paragonata alla situazione di New York, Londra e del Nord Europa) è collegata alla critica del «neocapitalismo» incarnata dalla sua visione della realtà urbana con le sue «rovine di vecchie case sventrate» lungo canali abbandonati messi in risalto da «giganteschi diamanti», i grattacieli di uffici che si vedono in lontananza.<br />
Significativamente, sono proprio le rovine, i terreni desolati e gli spazi indeterminati dei film di Pasolini di fine anni cinquanta e inizio anni sessanta a entrare nel linguaggio del cinema e a venire usati per descrivere la condizione urbana contemporanea. Longo vede <em>Uccellacci e uccellini</em> come il «modello principale della città-testo» dell’opera di Ciprì e Maresco, che portano «all’estrema conclusione naturale» l’idea del «genocidio della cultura contadina» e rendono «la campagna urbanizzata» o la «città che si espande senza regole» la caratteristica specifica dei loro film. Longo mette in relazione due film, <em>Lo zio di Brooklyn </em>e <em>Totò che visse due volte</em>, con la storia del cinema (specialmente con film di autori meridionali e sul meridione), ma anche con la mutevole topografia della «vera» Palermo. Ma i corpi hanno la stessa importanza dei luoghi. È il loro rapporto a costituire il panorama urbano: «luoghi e corpi divengono parte dello stesso paesaggio apocalittico. La loro è una città vuota, abbandonata, persa nel tempo, priva di donne e bambini e abitata da surreali relitti umani che vivono ai margini».<br />
Queste indicazioni sono, ovviamente, semplici istruzioni per l’uso che possono essere seguite oppure no. Avremmo potuto decidere di organizzare il libro in modo diverso, per esempio suddividendo i testi in base al periodo trattato o ad altri temi. Consigliamo di accostarsi alla lettura come se si trattasse di una camminata per la città, liberi di fare collegamenti e associazioni a seconda del saggio o dell’ordine in cui si affronta la lettura. Senza trascurare, ovviamente, le immagini e il loro rapporto con il testo scritto. Insomma, <em>Le città visibili </em>è pensato per aggiungere ulteriori quesiti a quelli formulati dall’instancabile Marco Polo di Calvino. </p>
<p><strong>LE CITTÀ VISIBILI<br />
Spazi urbani in Italia, culture e trasformazioni dal dopoguerra a oggi</strong></p>
<p>Traduzione di Francesca Maioli</p>
<p>A cura di Robert Lumley e John Foot</p>
<p>Introduzione. Indicazioni, di Robert Lumley e John Foot </p>
<p><strong>Uno sguardo generale </strong></p>
<p>1. Attraverso lo specchio. Studi e ricerche sulla città italiana contemporanea (1973-2002), di Sergio Pace </p>
<p><strong>L’immigrazione: città vecchie, identità nuove </strong></p>
<p>2. La Piccola Mela: Milano città d’immigrazione, di Gianfranco Petrillo<br />
3. Dentro la città irregolare. Una rivisitazione delle coree milanesi, 1950-2000, di John Foot<br />
4. Immigrazione, nazionalismo e concezioni discriminatorie di luogo a Torino, di Laura Maritano </p>
<p><strong>Rinnovamento urbano e modernità problematica</strong> </p>
<p>5. Utopie architettoniche e la «nuova dimensione». Torino negli anni sessanta, di Mary Louise Lobsinger<br />
6. Architettura e modernità nella Milano del dopoguerra, di Halldóra Arnardóttir<br />
7. Torino dopo l’Arte Povera. Una nuova città d’arte, di Robert Lumley<br />
8. Spazi pubblici contesi. La creazione di una nuova immagine per Napoli e il caso di piazza del Plebiscito, di Nicholas Dines </p>
<p><strong>Narrazioni urbane «alte» e «basse» </strong></p>
<p>9. Calvino a Torino. La scrittura e l’attività editoriale, di Claudia Nocentini<br />
10. La città e il crimine nei gialli di Giorgio Scerbanenco, di Giuliana Pieri<br />
11. Città immaginarie. Spazio e identità nella letteratura italiana dell’immigrazione, di Sandra Ponzanesi </p>
<p><strong>Zone grigie: la città e il cinema </strong></p>
<p>12. Soggetti e luoghi della modernità: giovani e Milano negli anni cinquanta, di Enrica Capussotti<br />
13. Palermo nei film di Ciprì e Maresco, di Abele Longo </p>
<p><strong>PAESAGGIPOSTINDUSTRIALI </strong></p>
<p>14. Adriati-città. Un paesaggio postindustriale, di Pippo Ciorra </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/28/le-citta-visibili/">Le città visibili</a></p>
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		<title>Chinatown, Londra: tra mito e realtà</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jan 2008 05:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Luisa Venuta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.mdx.ac.uk/hssc/staff/profiles/research/montagnan.asp"><strong>Nicola Montagna</strong><strong> </strong></a></p>
<p><em>(Questo articolo e il successivo che verrà pubblicato settimana prossima rientrano in un sottoinsieme del più ampio Dossier “<a href="http://www.nazioneindiana.com/dossier/razzismi-quotidiani/">Razzismi quotidiani”. </a>Il sottoinsieme che chiamerò “Migrazioni possibili” raccoglie esperienze e ricerche in corso sul tema delle migrazioni. Vi troverete descritti i processi in atto sia dal lato dei partenti sia dal lato degli accoglienti inserendo il processo migratorio in un&#8217;analisi dei fenomeni sociali di contesto.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/24/chinatown-londra/">Chinatown, Londra: tra mito e realtà</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.mdx.ac.uk/hssc/staff/profiles/research/montagnan.asp"><strong>Nicola Montagna</strong><strong> </strong></a></p>
<p><em>(Questo articolo e il successivo che verrà pubblicato settimana prossima rientrano in un sottoinsieme del più ampio Dossier “<a href="http://www.nazioneindiana.com/dossier/razzismi-quotidiani/">Razzismi quotidiani”. </a>Il sottoinsieme che chiamerò “Migrazioni possibili” raccoglie esperienze e ricerche in corso sul tema delle migrazioni. Vi troverete descritti i processi in atto sia dal lato dei partenti sia dal lato degli accoglienti inserendo il processo migratorio in un&#8217;analisi dei fenomeni sociali di contesto.<br />
In particolare sarà dato spazio alle politiche di risposta alle migrazioni e alle analisi di supporto alle politiche di accoglienza. Vogliamo dar voce alle risposte strutturate alle migrazioni che vadano oltre le misure d&#8217;emergenza,  focalizzare i grandi errori o la gestione dei conflitti degli interessi economico sociali che si creano tra migranti e comunità locali.<br />
Quindi “Migrazioni possibili” presenta casi, notizie su come si muovono le istituzioni di fronte alla questione sociale, che ingloba la migrazione, ma non si esaurisce in questa. MLV)<br />
</em></p>
<p>Più che come una metropoli Londra si presenta come una cosmopolis. Luogo di transito o di permanenza per immigrati, rifugiati e richiedenti asilo, minoranze etniche, migranti temporanei tra cui studenti, turisti, giovani avventurieri, professionisti e lavoratori altamente qualificati, nuovi e vecchi ricchi che la eleggono a loro domicilio fiscale, Londra è una città visceralmente cosmopolita. Nemmeno la segregazione spaziale, l’esistenza di comunità perimetrate, o la presenza di conflitti, discriminazioni di genere e di etnia impediscono alla capitale inglese di essere una città dove il cosmopolitanismo ha assunto uno stato di relativa normalizzazione.<br />
Chinatown è un elemento potente nella rappresentazione di Londra come città cosmopolita.</p>
<p><span id="more-5197"></span>È una vetrina del successo della comunità cinese ed espressione della sua incorporazione economica ed integrazione culturale nella città e nella società inglese. È sede di importanti celebrazioni culturali cinesi, come China in London 2006 e 2007 e il Capodanno cinese. È uno dei principali itinerari turistici promosso dalle guide e dalle stesse istituzioni, uno shopping centre non solo per turisti ma anche per i residenti. Anche il governo cinese sfrutta la fama di Chinatown per promuovere l’immagine della Cina all’estero contribuendo ad iniziative culturali e commerciali.</p>
<p>In questo contributo analizzerò Chinatown ed il suo ruolo sia come città-vetrina, branded city, sia come luogo d’identità e senso per gli immigrati cinesi a Londra, ma non prima di avere descritto per sommi capi le caratteristiche della nuova immigrazione cinese. Esso si basa su due progetti di ricerca che insieme ad alcuni colleghi della Middlesex University e della Leeds University sto conducendo sui nuovi immigrati cinesi a Londra e sul significato di Chinatown per la diaspora cinese.<strong>1. La nuova immigrazione cinese a Londra</strong><br />
La popolazione di origine cinese è uno dei più vecchi e dei principali gruppi etnici presenti a Londra. I primi immigrati arrivarono intorno alla metà del secolo scorso ed erano marinai che sbarcavano dalle navi e decidevano di fare fortuna o cercare migliori opportunità di vita nella capitale inglese. La prima area cinese ha quindi sede nella zona dei docks ed è a partire da quegli anni e con maggiore vigore a cavallo del secolo che comincia a svilupparsi il mito di Chinatown come zona esotica, pericolosa, immorale. Dopo un lungo periodo di relativa stabilità, a partire dagli anni ’70, e con maggiore vigore dagli anni ’90 e nel corso dei primi anni del nuovo millennio l’immigrazione cinese ha registrato un rinnovato impulso. Nel 2001 gli immigrati d’origine Cinese a Londra erano 80.206, un terzo del totale a livello nazionale, due terzi dei quali nati e cresciuti a Londra. A partire dal 2001, secondo cifre ufficiose, ci sarebbero stati tra 50.000 e 80.000 nuovi arrivi.<br />
I nuovi immigrati hanno trasformato la comunità cinese per molti rispetti. Innanzitutto, è cambiato il rapporto numerico tra cinesi nati in Inghilterra e quelli provenienti da altri paesi. Contemporaneamente vi è stata una diversificazione territoriale dei nuovi arrivati, che non provengono più solamente da Hong Kong, o dal Viet Nam come era avvenuto negli anni ’70, ma soprattutto dalla madre patria e da alcune regioni del sud-est. Vi è poi stata una diversificazione sociale ed occupazionale. Sono molti gli immigrati qualificati che lavorano nel settore dell’information technology, per agenzie governative o imprese che hanno bisogno di personale bilingue, gli accademici che lavorano nelle università, così come sta crescendo il numero degli studenti cinesi che frequentano le università londinesi. In parallelo, è significativo il flusso dei lavoratori non qualificati o con competenze che non trovano posto nel nuovo contesto, come gli artigiani tagliati fuori dall’industrializzazione e dall’ingresso della Cina nel mercato capitalistico globale o i contadini che non hanno usufruito della crescita economica di questi anni. È inoltre cresciuto uno strato intermedio di immigrati che svolgevano lavori o mansioni qualificate nel paese d’origine e non sono stati in grado ti trasferire le loro competenze nel nuovo mercato del lavoro, ed il numero delle donne che emigrano da sole e non necessariamente al seguito della famiglia. Infine, sono alcune migliaia i richiedenti asilo ed i rifugiati (sindacalisti, membri della setta Falungong etc.).<br />
Dati i numeri dei nuovi arrivati e le restrizioni all’immigrazione da parte del governo Inglese sono in molti a non poter ambire alla fascia alta del mercato del lavoro ed impiegati nell’economia informale, in particolare nella ristorazione o nell’industria alimentare. È un segmento invisibile che permette a questi settori, la ristorazione ma anche le grandi catene della distribuzione come Tesco e Sainsbury, di competere riducendo al minimo il costo del lavoro ed esasperando la rincorsa al ribasso dei prezzi dei loro prodotti. Soltanto raramente questo segmento esce dall’invisibilità. Successe nel 2004 quando 23 immigrati senza permesso di soggiorno morirono a Morecambe Bay sorpresi dall’alta marea mentre stavano raccogliendo frutti di mare (su questa vicenda è stato girato un ottimo film, <a href="http://ghost.anice.co.uk/">Ghosts</a>). Oppure, più recentemente (ottobre 2007), quando la polizia ha organizzato un’enorme e spettacolare retata a Chinatown e portato via 30 lavoratori senza documenti.</p>
<p>Sebbene nel suo insieme la comunità cinese venga spesso indicata come una ‘minoranza modello’ (Pieke 2005), ‘invisibile’ nel dibattito pubblico e nelle politiche di intervento e gli indicatori offrano un quadro economico e scolastico mediamente positivo, i problemi che gli immigrati cinesi devono affrontare quotidianamente sono molteplici: isolamento sociale ed esclusione economica, dispersione geografica, lunghi orari lavorativi, razzismo, scarsa o spesso nulla conoscenza della lingua inglese che in molti casi può essere all’origine degli altri problemi. I gruppi più colpiti sono le donne anziane, immigrate alcuni decenni fa al seguito della famiglia, e gli anziani in generale, i disabili, i nuovi immigrati ed i richiedenti asilo politico.</p>
<p><strong>2. Chinatown tra mito e realtà</strong><br />
Nelle società occidentali gli immigrati cinesi hanno sempre avuto una connotazione negativa ed abbondano i luoghi comuni nei loro confronti. Il cinese è lo straniero per eccellenza, è chiuso, difficilmente avvicinabile, che non integrarsi nella società cosiddetta d’accoglienza ed ha sempre qualcosa da nascondere. Queste convinzioni trovano ospitalità anche nel cinema e nella letteratura per cui il cinese è un personaggio ambiguo e misterioso, un corrotto ed un corruttore, un consumatore d’oppio. Sono gli stessi immigrati cinesi a denunciare il modo in cui la società occidentale guarda a loro. “Ho sempre avuto la sensazione che l’occidente avesse un problema psicologico nei confronti della Cina … come se fosse ‘Fu Manchu’, o come se fosse il pericolo giallo” (brano tratto da un’intervista).<br />
Una sorte simile è toccata anche alla Chinatown di Londra sia come luogo storico sia come astrazione. Più precisamente, si può affermare che esistono due Chinatown: quella mitologica ed inventata e quella storica e reale. La prima è una costruzione occidentale che vede in Chinatown una zona misteriosa, un luogo di traffici dove dare sfogo a depravazioni (sesso) e vizi (oppio e gioco d’azzardo). Parafrasando Edward Said (<a href="http://www.internetbookshop.it/code/9788807102790/said-edward-w/orientalismo.html">Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli 2002</a>) sul modo in cui l’occidente si rappresenta l’oriente, Chinatown stessa è in un certo senso un’invenzione dell’Occidente, un’enclave esotica nel cuore delle società occidentali dove sono possibili esperienze in qualche misura eccezionali.<br />
La Chinatown reale è una realtà complessa, uno spazio urbano che ha diverse facce, talvolta conflittuali ma anche sovrapposte. La prima è quella di area turistica, che attrae milioni di turisti ogni anno, sostenuta e riconosciuta come tale dalla stessa municipalità di Westminster, nel centro di Londra dove Chinatown ha sede. Sotto questo profilo è un’area normalizzata, incorporata nell’industria del turismo di Londra e da cui molti attori traggono profitti; innanzitutto imprese immobiliari come Rosewheel and Shaftesbury che sono proprietarie di gran parte degli immobili della zona; in secondo luogo i commercianti ed i ristoratori cinesi, che bilanciano gli esosi affitti degli immobili con l’utilizzo di manodopera irregolare; infine, le catene di negozi (Starbucks etc.) e le attività commerciali (ad esempio case di scommesse come Windmill) che non appartengono a persone di origine cinese ed hanno sede a Chinatown, nelle vie limitrofe o del centro di Londra. Per questi attori Chinatown non è più un’invenzione che appartiene al mito ma è semplicemente una “gallina dalle uovo d’oro” (definzione data da un testimone privilegiato), un potente fonte di ricchezza.<br />
Chinatown, però, non è soltanto una branded area, una città vetrina da offrire al turismo di massa, un parco a tema di una più vasta disneycity che comprende il London Eye, il Big Ben, il cambio della guardia e, perché no, luoghi culturalmente più blasonati come la Tate Modern, il British Museum o i teatri del centro di Londra. In generale, Chinatown ha un ruolo importante nella vita sociale quotidiana degli immigrati cinesi (Christiansen 2003). “Poiché alcuni non parlano inglese o non hanno accesso a internet e non possono nemmeno leggere i giornali cinesi … se vanno a Chinatown trovano ciò che vogliono ed anche velocemente” (brano tratto da un’intervista). Essa è per certi versi una piazza dove gli immigrati della diaspora londinese scambiano informazioni, organizzano campagne politiche, s’informano sui recenti avvenimenti che riguardano la Cina e l’immigrazione cinese in altre parti del mondo (per esempio, ha avuto molto rilievo la notizia della rivolta a Milano nell’aprile del 2007).<br />
In questa area una minoranza etnica facilmente visibile e riconoscibile, soggetta a varie forme di razzismo molecolare, può riconoscersi, scappare da quel senso di isolamento che nasce dalla particolare dispersione della comunità cinese. Chinatown, pur essendo un luogo ad uso e consumo del turismo di massa, rappresenta un rifugio dalla ‘visibilità razziale permanente’. Di conseguenza, riesce a trasmettere intimità ad alcuni immigrati cinesi: “Quando ero qui da poco era strano e vedere dei cinesi mi trasmetteva un senso di intimità. A quell’epoca, quando venivo a Chinatown, mi ricordava il mio paese. Sentivo nostalgia così venivo a Chinatown e mi sentivo felice&#8230;”. Oppure: “Londra ha un’atmosfera cinese, così molti cinesi possono adattarsi alla vita di Londra … poiché ci sono moti cinesi a Londra non c’è nemmeno bisogno di parlare inglese poiché sono in molti a parlare cinese” (brani tratti da due interviste).<br />
Infine, Chinatown è uno spazio transnazionale, un nodo che connette il locale ed il globale. Lo è come global brand, un marchio esportato in altre parti del mondo, come altri simboli del turismo che hanno ormai trovato cittadinanza globale, ed adattato allo stile architettonico locale. Lo è come sede di banche (la HSBC e la Bank of China per esempio) che curano le rimesse degli immigrati cinesi nel paese d’origine. Lo è come sede delle agenzie di viaggio cinesi che organizzano viaggi per la Cina ed hanno come clientela quasi esclusivamente l’immigrato cinese. Lo è come porta d’ingresso in Inghilterra per i nuovi immigrati cinesi come emerge dal racconto di un’immigrata arrivata agli inizi degli anni 2000 sulla sua esperienza a Londra: “Quando arrivai a Chinatown per la prima volta sono riuscita a trovare un posto dove stare attraverso un po’ di aiuto. Stavo aspettando e mi sentivo persa. Completamente senza aiuto. Nessuno sembrava notarmi. Ho chiesto qualcosa a qualche cinese che incontravo ma mi rispondevano in inglese e non capivo nulla. Poi vidi un gruppo di cinesi uscire da quella che suppongo fosse una casa di scommesse. Mi diressi verso di loro ed uno di loro parlava un po’ di mandarino. Dissi che stavo cercando una stanza e lui rispose che poteva chiedere ad un amico se aveva una stanza. Chiama l’amico con il cellulare ed alla fine trovai questo posto. È stata un’esperienza molto dura”.<br />
Lo è come spazio che attrae investimenti dalla Repubblica Cinese per cui “lentamente, lentamente stanno giocando un grande ruolo, come il ristorante all’angolo o i supermercati che hanno aperto negli ultimi anni [sono d’investitori dalla Cina]” (brano tratto da un’intervista). Lo è, infine, come luogo di rappresentanza del governo cinese che fa delle donazioni per abbellire e rendere più attraente Chinatown e promuovere l’immagine della Repubblica Popolare Cinese all’estero.</p>
<p>Come si vede, Chinatown è uno spazio complesso, che presenta diversi strati sovrapposti. Per usare la celebre definizione di Marc Augé è luogo ed insieme non-luogo. In quanto città-vetrina, area turistica, semplice oggetto di consumo e di passaggio, spazio in cui “si riannodano i gesti di un commercio ‘muto’, un mondo promesso all’individualità solitaria, al passaggio, al provvisorio, e all’effimero” (<a href="http://www.internetbookshop.it/code/9788889490020/augeacute/nonluoghi-introduzione-una.html">Marc Augé Nonluoghi. Introduzione a un&#8217;antropologia della surmodernità, Elèuthera, Milano, 2005</a>), Chinatown è un non-luogo. In quanto spazio sociale dove i vecchi ed i nuovi immigrati intessono relazioni e spazio dove si costruisce cultura, storicità e riconoscimento Chinatown è un luogo di appartenenza e d’identificazione per la dispersa comunità cinese.</p>
<p><em><strong>Nicola Montagna</strong> è dottore di ricerca e Research Fellow presso la Middlesex University di Londra. Si occupa di movimenti sociali e di immigrazione, sui quali ha scritto diversi saggi per libri e riviste accademiche.</em></p>
<p><em>Altri riferimenti bibliografici in lingua inglese:</em></p>
<p><a href="http://www.compas.ox.ac.uk/publications/Working%20papers/Frank%20Pieke%20WP0524.pdf">Pieke F.N. (2005) <em>“Community and Identity in the New Chinese Migration Order”</em> COMPAS Working Papers WP-05-24</a></p>
<p>Christiansen F. (2003) <em>Chinatown, Europe. An exploration of of Overseas Chinese Identity in the 1990s</em>, Routledge, London</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/24/chinatown-londra/">Chinatown, Londra: tra mito e realtà</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Moving on</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/12/20/moving-on/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/12/20/moving-on/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 20 Dec 2007 06:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[città]]></category>
		<category><![CDATA[new york]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/wyeth-portrait-of-jfk-1967.jpg" title="wyeth-portrait-of-jfk-1967.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Ora poche soddisfazioni, pianeggianti<br />
cumuli di nulla, e sere e inverni, estati,<br />
primavere di nulla sfioccanti, erba e<br />
trine di vestiti di bambole sgonfie,<br />
ricordi paleolitici d’ infanzie scosse,<br />
così niente, sempre, in Europa, la mia<br />
terra defenestrata e muta, singhiozzi<br />
l’accecano.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/20/moving-on/">Moving on</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/wyeth-portrait-of-jfk-1967.jpg" title="wyeth-portrait-of-jfk-1967.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/wyeth-portrait-of-jfk-1967.jpg" alt="wyeth-portrait-of-jfk-1967.jpg" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Ora poche soddisfazioni, pianeggianti<br />
cumuli di nulla, e sere e inverni, estati,<br />
primavere di nulla sfioccanti, erba e<br />
trine di vestiti di bambole sgonfie,<br />
ricordi paleolitici d’ infanzie scosse,<br />
così niente, sempre, in Europa, la mia<br />
terra defenestrata e muta, singhiozzi<br />
l’accecano. Mentre allora vivevo la forza<br />
bruta dell’esistere da poco, e così andavo<br />
per campi nuovi. Mica sempre normali,<br />
spesso impervi. E fatti di sudore premiato<br />
con poca cioccolata, e speranze di divenire<br />
qualcosa, che non ero che un niente.<span id="more-4949"></span></p>
<p>Non solo mi pareva, era così. Piccolo e arreso<br />
a tutte le evidenze dell’esistere, senza scopi<br />
veri, incisi. Tutto sembrava potesse appartenermi<br />
ma un giorno, chissà quando. Era nel sogno, convesso<br />
come una lama o un gioiello, in un’attesa dolce<br />
e remota. Così la vita si dischiudeva come un loto<br />
barbarico, ispido, promettente ma chissà quando,<br />
una sorta di certezza, ma dura da sballare.</p>
<p>Con lo zio tanto tennis, le nostre braccia erano ferro<br />
battuto, la mia Bancroft di legno rispondeva ogni sera<br />
fino al tramonto, prima di cena, al campo comunale.<br />
Tra una telefonata e l’altra di mio padre, restavo ore<br />
nel giardino a scrivere, o a sognare, o ad ascoltare<br />
musica classica. Ero diventato anziano da piccolo,<br />
nel Nuovo Mondo invecchiavo di colpo, una volta<br />
in Europa sarei ringiovanito. Nel gioco dei contrasti<br />
enormi, così m’andava l’America, questo nascente<br />
idillio di centri commerciali, di strade senza fine,<br />
di hamburgers e auto truccate, lanciate nella notte,<br />
e drive in, dove vedere <em>Grease</em> nel <em>come eravamo </em>di<br />
ormai allora, un ormai tale da molto tempo.</p>
<p>Lungo l’estate, sui camminatoi, nel sole pieno<br />
s’incontrava l’abbraccio fresco di un cielo<br />
blu di prussia, sembrava disceso dallo spazio,<br />
era qualcosa di oltremarino, come nel guado<br />
d’agosto a Ferry Beach, la spiaggia dei pesci<br />
rossi, come se da un luna park fossero scesi<br />
i regali, le cuccagne, nel mare piatto, atlantico.</p>
<p>Ogni minuto un <em>Hi</em> d’incontro, il buon giorno era saldo,<br />
come a stagno di colazione il dolce pan cake<br />
col <em>maple syrup</em>, lo sciroppo di quell’albero dell’est<br />
come snodato, d’arrampicata da <em>Buio oltre la siepe</em>.<br />
In continuazione grilli parlanti frinivano da film<br />
e libri letti, e poi alla tivù, nei tardi pomeriggi giallo uovo<br />
confluivano come fiumi i jingle, <em>NBC us</em>, l’American Express<br />
con Robert Mitchum, e poi i telefilm dei <em>Chips</em>, le Harley<br />
nell’autostrada pluricorsie, mille raggi d&#8217;un sole promesso.</p>
<p>E Bobbie, bellissima e imprendibile, la vedevo scintillare<br />
i bianchissimi denti, come a nuotare per l’aria fine,<br />
i capelli bruni e lunghi, sciolti sulle dune delle spalle<br />
gentili, come il saluto che profondeva all’intorno,<br />
regalo immenso dei giorni e dei sognati abbracci di me,<br />
piccolo tentativo di scrittore alla veranda, tra personaggi<br />
assurdi di commedie, più avanti gettate nell’oblio che<br />
mai più torna, mai più, a più miti ricordi.</p>
<p>In certe sere la radio. In stazioni dalle sigle astruse<br />
che trasmettevano macedonie sonore, tra Genesis<br />
<em>on Broadway</em>, Steely Dan, <em>I Pianeti</em> di Gustav Holst,<br />
suggestivi viaggi senza ritorno della fantasia, per lo spazio,<br />
incontri mai più avuti in tale sostanza siderale<br />
col mistero dell’arte, come sentire le pennellate austere<br />
di un Rothko a sibilare, nella tela dell’aria notturna, fucilata<br />
da particelle ronzanti di sogni avuti e da avere, ancora.</p>
<p>Verso la fine incontrai Mark, il figlio dello zio, andavamo<br />
compatti su quella Toyota utilitaria, bronzea, per le strade<br />
di New York, fendevamo il sole e l&#8217;aria quasi marina, un&#8217;estate<br />
aggrumata come in certi colori ad olio, fino alla cena,<br />
a mangiare le fettuccine Alfredo, a bere la <em>root beer</em>. Così<br />
lo guardavo negli occhi azzurrissimi di ventenne all&#8217;entusiasmo<br />
di tutto, come se tutto fosse da conquistare col <em>putsch</em><br />
della mano sensibile, troppo. Infatti passarono solo dieci anni,<br />
dieci segmenti di tempo spifferato da un dio pigro e inesorabile,<br />
e quel ragazzo splendente all&#8217;altitudine morì, in un&#8217;auto credo<br />
diversa, dentro a un garage, lo scappamento aperto, lui lì,<br />
dentro, arreso a se stesso, i sogni sbolliti, precipitati<br />
come picche di carte false, tutte giocate al tavolo sbagliato.</p>
<p>A settembre, dopo tre mesi, finalmente a Flushing Meadows<br />
a vedere i campioni dello sport venerato, con lo zio grizzly,<br />
i giganti dell’epoca. Borg da fondo campo e in rovescio<br />
a due mani, la spallata e il grido d’appoggio, e Solomon,<br />
corto di gambe e metronomo, e Connors, la belva a rete,<br />
che fa brillare la Wilson di metallo nel sole, e Panatta,<br />
mai stato così in forma, che al meglio dei cinque cede<br />
con Borg solo alla fine, di un palmo, di una striscia di suolo<br />
americano. Il rombo delle palline gialle è il concertato<br />
di questo <em>american dream</em>, la colonna sonora della fine,<br />
l’ultimo grido nell’alba spalancata della vita, da lì, e per sempre.</p>
<p>Fino a quando tornai, impregnato come un <em>fumoir</em><br />
di quel vizio d’essere America, di linguaggio, di slang<br />
di fresca tradizione, di strade incomparabili, di storie<br />
della frontiera, di monti nevosi, campi arati e boschi<br />
fluttuanti, di fiere dal pelo lucente, di suoni di Eagles<br />
sopra soniche particelle d’aria blu tramonto, e <em>smash</em>,<br />
e tanti lungolinea, bellissimi, come carezze a biondi corpi<br />
di donna addolcita nella notte e nello stiracchiarsi<br />
del mattino.</p>
<p>Dalla Malpensa a casa, sulla Capri di papà mi pareva<br />
di viaggiare sull’auto a pedali, ero tornato infante<br />
su due sole corsie, piovigginava dai vetri scuri, l’estate<br />
della prima età adulta era finita, ero una specie d’uomo<br />
che aveva visto la larghezza, la nuova dimensione,<br />
lo statuario alzarsi del Nuovo Mondo contro il mio naso<br />
di voyeur di pasticceria, naso moccioso, naso capriccioso.</p>
<p>Così, appunto, nel 1978, quel giorno di giugno, ero volato<br />
verso New York, nel mio viaggio primo e ultimo<br />
laggiù, con un accompagnatore poeta, tale<br />
Sebastiano Salimbeni, autore di <em>Anabasi o<br />
lezione di umiltà</em>, pubblicato da Guanda.<br />
Che poi scoprii essere un amante delle donne<br />
peggio di come sono io ora. E dire che<br />
ieratico e con la barba bianca sembrava<br />
un poeta, e invece parlava solo della fica<br />
e dei suoi dolci e succulenti derivati.<br />
Ma insomma, dopo l’arrivo al JFK dovetti<br />
prendere un elicottero per il La Guardia,<br />
e così vidi New York dall’alto, nel cielo<br />
azzurro, uno spettacolo per colossi,<br />
per divenuti finalmente adulti, nel colpo<br />
di reni di un volo intercontinentale.<br />
Tutto piccolo, grattacieli sembravano<br />
smossi, cose provvisorie come denti falsi,<br />
ingioiellati nella bocca di un dio urlante.</p>
<p>Braccia di cristallo e acciaio, che si muovevano<br />
verso noi, come per acchiapparci, sbranarci,<br />
Polifemi di rigonfie valvole e pulsanti nodi<br />
acciaiosi, esseri viventi duri come diamante,<br />
braccia colossali sbucanti dal corpo della città<br />
mastodonte. Dio a decine di braccia, come un Kalì<br />
divenuto maschio, appesantito dagli sforzi<br />
d’Ercole clamorosi, puntati verso l’estasi del cielo,<br />
punteggiato da stelle marine, in un acquario<br />
contrastato. Al mercurio, come sobillato dal mare<br />
del mondo, in un planetario scossone armatosi,<br />
pinguedine del mondo, grasso cefalo sguazzante<br />
tra Bering e il Sud hawaiano. New York era sintesi<br />
perfetta di Dio al sole, di cinema e romanzi spessi,<br />
di sogni e incubi risucchiati nella camera da sparo<br />
di un Winchester, al galoppo, nella Secessione.</p>
<p>Quel viaggio fu eroico pur senza cospicui fatti,<br />
io mi sentivo il padrone dell’aria, e gigante tra giganti<br />
in quel <em>Manhattan Transfer</em>, prima di Dos Passos.<br />
E le calde eliche del desiderio muovevano<br />
gli anni americani, gli anni venuti e a venire,<br />
erano simboli di <em>moving on</em>, verso dove, verso<br />
progressi, e successi. E ancora c’erano i razzi<br />
della NASA, quelle avventure dell’ultima frontiera,<br />
così che quel mio viaggio era come d’appoggio<br />
agli astronauti, che mi pareva di andare con loro<br />
per sconosciuti mondi, che per me <em>Taxi Driver</em><br />
era la fantascienza, e quelle strade bagnate<br />
da lacrime di milioni erano dossi di terra rossa,<br />
la frontiera di Marte, l’ultima spiaggia di un conosciuto<br />
cosmo sulla terra, il termine ultimo, il grande sogno.</p>
<p><em>(Immagine: Andrew Wyeth &#8211; Portrait of John Fitzgerald Kennedy, 1967)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/20/moving-on/">Moving on</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>L’Italia dei cittadini e l’Italia degli immigrati. Alcune considerazioni sul razzismo.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/12/14/l%e2%80%99italia-dei-cittadini-e-l%e2%80%99italia-degli-immigrati-alcune-considerazioni-sul-razzismo/</link>
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		<pubDate>Fri, 14 Dec 2007 09:33:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[città]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[discriminazione]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
		<category><![CDATA[tempo]]></category>
		<category><![CDATA[xenofobia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Tiziana de Novellis</strong></p>
<p>La situazione attuale in Italia e lo stato d’animo che essa suscita rimettono, ancora una volta, all’ordine del giorno la questione del razzismo. E mi riferisco non soltanto agli episodi sempre meno occasionali di violenza razzista, ma al clima diffuso di paura e di intolleranza xenofoba che aleggia nel paese.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/14/l%e2%80%99italia-dei-cittadini-e-l%e2%80%99italia-degli-immigrati-alcune-considerazioni-sul-razzismo/">L’Italia dei cittadini e l’Italia degli immigrati. Alcune considerazioni sul razzismo.</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tiziana de Novellis</strong></p>
<p>La situazione attuale in Italia e lo stato d’animo che essa suscita rimettono, ancora una volta, all’ordine del giorno la questione del razzismo. E mi riferisco non soltanto agli episodi sempre meno occasionali di violenza razzista, ma al clima diffuso di paura e di intolleranza xenofoba che aleggia nel paese. Ciò che oggi viene definito “razzismo”, definizione che richiederebbe non pochi chiarimenti, rappresenta il più drammatico fra i conflitti che oppongono gruppi umani, ma, soprattutto, quello il cui obiettivo risulta essere il più nefasto. In questo fenomeno sono coinvolti una serie di “nuclei ideologici” talmente radicali – e radicati &#8211; della psicologia dell’uomo medio occidentale, che conducono tutti gli sforzi diretti a contrastarlo a cadere nel vuoto e che, senza riuscire in nessun modo a sradicarne le basi, suscitano il pericolo di odi implacabili, di conflitti inutili, di violenze senza limiti. Se non facciamo uno sforzo serio di analisi, tra reazioni emozionali dei cittadini e decreti di espulsione per “motivi imperativi di pubblica sicurezza”, il fuoco del razzismo non farà che alimentarsi.<br />
<span id="more-4965"></span><br />
Prima di tutto è necessario fare il bilancio delle tradizioni in cui abbiamo vissuto fino a questo momento. L’Italia, terra di emigranti per eccellenza, a differenza di altri Stati europei, non era considerata – e probabilmente non era – un paese a rischio xenofobo. Ma è anche vero che, fino a questo momento, non era ancora stata meta dei flussi migratori di massa che caratterizzano il pianeta globale. Non si tratta più di pacifica e generosa convivenza con singoli individui o piccoli gruppi di immigrati, bensì di accettare e recepire – e perciò inglobare nel tessuto sociale – intere comunità di esuli di diverse etnie, religioni e culture. L’ampliarsi dei flussi migratori, la diffusa presenza dello “straniero”, il quotidiano contatto con il “diverso”, con chi cioè non è riconoscibile nei propri schemi culturali, sociali e religiosi, ha introdotto nel paese non un’altra concezione, bensì una diversa “atmosfera morale”. Sia ben chiaro che questo nuovo clima xenofobo non è stato mai veramente identificato e riconosciuto né dalle analisi teoriche o politiche più diffuse, né dai mass-media, né tanto meno dagli stessi cittadini. Sembra addirittura che nessuno quasi si accorgesse che si trattava di un clima xenofobo. Ma il fatto è che, invece di condannare la xenofobia in quanto razzista, si è continuato a condannare il razzismo in quanto fonte di xenofobia, riducendo così il razzismo a un fenomeno di estremismo politico.</p>
<p>Il grande errore in cui cadono quasi tutte le analisi riguardanti il razzismo è di considerare il razzismo come un episodio di estremismo politico, mentre è, prima di tutto, il segno di un grave mutamento del clima politico-sociale di un paese. Il più grave di tutti. Il fenomeno del rafforzamento della destra “estrema” rispecchia gli umori di una società ossessionata dall’insicurezza e dalla paura. La sua forza d’urto si fonda sulla diffusione di una sorta di “etno-populismo” che si afferma nel clima diffuso di “paura”, guadagnando consensi sulle inquietudini della gente prodotte dall’impatto con un mondo globalizzato e senza più frontiere. E addebita al fenomeno dell’immigrazione la causa principale di disoccupazione e di criminalità, pescando nel torbido dei motivi reali di insicurezza prodotti dalla crisi dell’economia e del mondo del lavoro. Poco importa che si tratti di una reazione di “difesa” o di una reazione “preventiva”: il rischio xenofobo non può essere sottovalutato o ridotto a una forma di estremismo. Tutte queste condizioni hanno poi creato negli ambienti politici, di destra e di sinistra, una corrente di opinione più o meno esplicitamente favorevole all’assunzione di politiche di “controllo”, se non “repressive”, dell’immigrazione. La politica “repressiva” è già da anni (almeno dalla legge Bossi-Fini) improntata alla negazione di alcuni diritti fondamentali per gli immigrati, ma potrebbe facilmente inasprirsi. Alcuni invocano l’espulsione degli immigrati senza reddito, altri una serie di provvedimenti espulsivi per cause di ordine pubblico, altri, infine, ancora numerosi, rimangono “solidali”, ma per forza di abitudine, più che per qualsiasi altra ragione. Non si potrebbe immaginare una confusione maggiore. Tante incertezze possono sorprendere se si pensa che si tratta di un fenomeno che, a causa di tutte le conseguenze morali che comporta, dovrebbe essere al centro del dibattito politico e costituirne l’espressione caratteristica.</p>
<p>Il recente fenomeno xenofobo dell’Italia riporta a fenomeni simili che hanno caratterizzato la storia politica e sociale di vari paesi europei ad inizio millennio. Si potrebbe sostenere che il XXI secolo sia nato all’insegna del razzismo. Basti pensare al terremoto politico avvenuto in Francia quando, alle non lontane elezioni presidenziali del 2002, i due principali candidati, il socialista Jospin e il candidato della destra moderata Chirac, furono quasi sorpassati dal clamoroso successo del leader di estrema destra Jean-Marie Le Pen, che costrinse il presidente uscente Chirac a far appello all’elettorato di sinistra per non essere sorpassato al ballottaggio. Questo fenomeno era tanto più inquietante se si considerava il gran numero di voti ottenuti dal Front National nelle periferie delle grandi aree urbane, in quelle che un tempo erano state le roccaforti storiche del movimento operaio. È nello scenario delle squallide retrovie urbane della deindustralizzazione, delle fabbriche che chiudevano, della crisi economica, della disoccupazione, delle nuove sacche di povertà che l’insicurezza, la paura dell’altro, il disagio sociale e individuale prendevano piede. Ed insieme ad esse il partito di Le Pen. Nel frattempo, fenomeni simili dilagavano nelle periferie di altre grandi città europee. In Danimarca, in Olanda, in Norvegia, nel Belgio, in Germania e in Austria si assisteva ad un fenomeno simile di rafforzamento dei partiti della nuova destra radicale, xenofoba e razzista. Tanto che, a pochi mesi dallo “scampato” pericolo-Le Pen in Francia con la vittoria di Chirac al ballottaggio, in Olanda vinse le elezioni il partito di Pim Fortuyn (assassinato subito dopo il voto) leader dell’estrema destra populista. Ancora una volta la paura del “diverso”, il timore di perdere identità e tradizioni, la sensazione di un’Europa trasformata in “terra di conquista” di immigrati e “islamici” prevalevano sulle ragioni della solidarietà e del bene comune.</p>
<p>Più di recente (autunno 2007) il fenomeno della riorganizzazione dei gruppi della destra estrema ricompare sulla scena politica di diversi paesi dell’Unione Europea. In Svizzera il vincitore delle ultime elezioni legislative è il partito di Cristoph Blocher, l’Unione democratica di centro. Il suo manifesto rappresenta tre pecore bianche che cacciano a calci una pecora nera. In Spagna sono oltre venti le formazioni della ultraderecha con più di quindicimila aderenti. Si ispirano non soltanto alla dittatura franchista, ma all’odio per gli immigrati e al razzismo, causando ovunque incidenti e aggressioni. Ma il volto più orribile della nuova ondata neofascista rivive sulle rive del Danubio, in Ungheria. Il partito di Gabor Vona, Jobbik Magyarorszagert Moozgalom (Movimento per un’Ungheria migliore), che raccoglie il 2,2 per cento dei voti, ha fondato la Magyar Garda (Guardia nazionale), una vera e propria milizia paramilitare, vestita di divise nere ed addestrata all’uso delle armi da fuoco. Tutto questo avviene in un paese democratico, membro dell’Ue e della Nato.</p>
<p>Le nuove forme di aggregazione dei gruppi della destra radicale sono uno dei fenomeni caratteristici della nostra ambigua epoca. I loro membri sono dei signori animati dalle migliori intenzioni, pieni di aspirazioni e di nuovi ideali; nemici degli immigrati, degli islamici, delle forze dell’ordine, dei governi moderati di destra e di sinistra, dello Stato e delle istituzioni democratiche. Tuttavia, quando possibile, non rinunciano ad assumere funzioni di governo locale e centrale (Lega nord). Ma questa contraddizione non stupisce affatto qualora si seguano attentamente le loro campagne elettorali. Ciò che colpisce più di tutto è il tono profetico e perentorio dei loro manifesti “anti-stranieri” (o “anti-meridionali” o “anti-tutto”) del resto inevitabile quando ci si sente designati a salvare il mondo civile degli “onesti cittadini” dalle barbare orde di immigrati. Sfortunatamente un simile tono è del tutto incompatibile con una vera onestà intellettuale dell’analisi e ribadisce soltanto la sproporzione che esiste tra le loro poche sommarie idee e la realtà.</p>
<p>Non si può parlare del razzismo in generale se non in modo astratto. Il razzismo moderno differisce sostanzialmente da tutto ciò che con questo nome si intendeva nel passato. Tutta la vita economica contemporanea è orientata verso la discriminazione e lo sfruttamento di intere popolazioni. Il razzismo non fa che riprodurre, ad un livello più subdolo, i rapporti sociali ed economici che costituiscono la struttura stessa dell’economia globale. Le società transnazionali, sostanzialmente indipendenti dagli Stati-nazione, muovono produzioni e capitali secondo criteri esclusivamente &#8220;liberisti&#8221; (di profitto) e impongono, col ricatto della delocalizzazione e del trasferimento di risorse, politiche sociali a loro favorevoli. Ciò è accaduto a partire dalla metà Settanta nei paesi più &#8220;poveri&#8221; ma ricchi di materie prime (tra le quali la &#8220;mano d&#8217;opera&#8221; a basso costo) dell&#8217;America Latina, dell&#8217;Africa e di parte dell&#8217;Asia. La cosiddetta &#8220;lotta al terrorismo&#8221; è stata poi, nei paesi occidentali, un ottimo strumento di propaganda per mantenere in condizioni di quasi assoluta subalternità &#8211; arrivando anche al neoschiavismo &#8211; gli immigrati. Così, il problema dell&#8217;immigrazione &#8211; problema umano, di uomini &#8220;concreti&#8221;, costretti dalla povertà estrema o da dittature feroci ad emigrare -, viene ridotto ad un problema &#8220;interno&#8221; di &#8220;ordine pubblico&#8221;. Non si tratta di considerazioni sentimentali, né di un generico rispetto  per la dignità di vita di altri esseri umani; si tratta di un rilievo assai semplice: il razzismo, e l’emarginazione che esso comporta, è la forma più radicale di oppressione. E l’ipocrita considerazione che le nostre economie necessitano di mano d’opera immigrata – quindi a basso costo – non giustifica mediazioni populiste. I diritti umani e civili o sono universali o non sono.</p>
<p>Il nodo “xenofobia-razzismo” non può quindi essere compreso fino in fondo senza collegarlo strettamente alla globalizzazione. Un punto cruciale è la mancata percezione (indotta) delle cause fondamentali dell’emigrazione di massa. Lo stesso nodo non può essere disgiunto dalle politiche neoliberiste imposte ai paesi poveri per favorire le transnazionali e lo sfruttamento (occidentale) delle materie prime. Ciò ha prodotto, e ancora produce, inevitabilmente, la progressiva perdita di autonomia economica e alimentare dei paesi più poveri (a causa dell’imposizione di politiche agricole intensive, finalizzate all’esportazione), la concentrazione di redditi nelle mani di pochi potenti legati alle società transnazionali ed, infine, i conflitti armati per accaparrarsi le materie prime. In sostanza, la causa prima dell’emigrazione di massa è l’Occidente stesso, che crea “sottosviluppo” per alimentare il suo “sviluppo”, ma non vuole “pagarne le conseguenze”, anzi, vuole che certe condizioni rimangano tali. Il “razzismo” che è alla base di ciò che sta accadendo è in fondo lo stesso di un secolo o due o quattro secoli fa: non è più colonialismo e imperialismo, basati sugli Stati-nazione, ma “globalizzazione”, basata sulle transnazionali che usano gli Stati-nazione per i loro fini.</p>
<p>Un altro aspetto importante è il legame strettissimo tra neoliberisimo e regimi totalitari. Non è un caso, e non è a caso, che adesso il “paradiso” delle transnazionali sia la Cina. In Cina, il processo che ha portato alla situazione attuale, è iniziato a partire dagli anni Ottanta, quando il governo cinese, per uscire da una situazione di relativa arretratezza (a quei tempi l’economia cinese rappresentava l’1 per cento dell’economia mondiale), mise in atto, progressivamente, una serie di misure e di leggi finalizzate ad abbracciare l’economia di mercato nel senso liberista più ortodosso. Tutto questo senza introdurre alcun cambiamento nell’ordinamento politico, anzi, confermando la struttura di potere autoritario e centralizzata (instaurata ai tempi di Mao) e giustificandola con l’esigenza di rendere lo sviluppo economico omogeneo e orientato verso finalità collettive, al riparo dalle tensioni sociali. In tale modo la Cina faceva proprie le regole che governano l’economia capitalista sotto l’egida del regime comunista. Di fatto, una sorta di ossimoro rispetto ai canoni del marxismo-leninismo professati dalla nomenklatura cinese. Il termine “socialismo di mercato” è stato creato per definire il singolare connubio tra un granitico regime comunista e un’incipiente economia capitalista. In questo modo la Cina ha innescato un processo di sviluppo scandito da tassi di crescita eccezionali (un tasso annuo di aumento del PIL mai inferiore al 9 per cento). Il che è stato possibile prima di tutto sfruttando un’immensa platea di mano d’opera a basso costo, ma anche utilizzando logiche di mercato spregiudicate. Ancora oggi la Cina continua a perseguire la strada del neocapitalismo condotto all’eccesso, affiancato da una politica interna totalitaria e centralizzata ma, soprattutto, repressiva. Per il momento nulla fa sperare che in Cina la libertà economica possa tradursi in libertà politica o contribuisca, quanto meno, a rivedere i dogmi vetero-comunisti e i loro risvolti coercitivi.</p>
<p>Al di là delle analisi politiche ed economiche, la trasformazione del pianeta globale, lo spostamento di intere comunità di individui verso le aree più ricche del mondo rende necessario un atteggiamento improntato su uguaglianza dei diritti e pluralismo, fondato sul riconoscimento delle “diversità” etniche, culturali e religiose. Diffondere la cultura della solidarietà e dell’uguaglianza dovrebbe fare parte dei valori di uno stato democratico e restare una sua connotazione culturale precisa. Solidarietà e uguaglianza sono anche, a mio parere, gli unici strumenti possibili per tentare di dissolvere il pericoloso clima di paura e di incertezza del mondo occidentale. Non si può risolvere e nemmeno porre il problema del razzismo senza prima smontare il meccanismo che ne è alla base, vale a dire la paura dello straniero che lo alimenta. E per fare questo è più che mai necessario ricentrare il tema della solidarietà, troppo spesso ridotto a parola “vuota”. </p>
<p>Certo, dal punto di vista della società, molti di noi chiedono una solidarietà che sia fatta di maggiore giustizia, di maggiore scambio, di una più equa ripartizione della ricchezza. Lo sradicamento dei razzismi di tutti i tipi, l’educazione al sociale, il moltiplicarsi delle iniziative di assistenza e di soccorso alle popolazioni in pericolo, di sostegno e di aiuto verso individui più deboli sono, o almeno dovrebbero essere, parte integrante delle moderne democrazie. In una società di questo genere, peraltro non utopica, si legifera in questa direzione, si ottengono gli scopi, si realizzano i progetti. Ma questo è tutto? È soltanto questo? Ricorrere alle leggi è sufficiente per attuare la giustizia, lo scambio e la solidarietà? Se si parla di solidarietà sociale, bisognerebbe riferirsi a una solidarietà costruita sempre sull’individuo, cioè ad una solidarietà “sentita” dagli individui e non puramente “legiferata”, perché questa da sola non è sufficiente. Il vero problema è cercare di indurre gli individui a pensare così come le leggi dispongono. Affinché le leggi sulla solidarietà e contro il razzismo non restino “lettera morta”, dovrebbero tradursi non soltanto in repressione e punizione ma anche in “educazione civica”, cercando di diffondere le ragioni etiche e politiche che fanno della fraternità, e dunque della solidarietà, uno dei pilastri degli Stati democratici. </p>
<p>Il rapporto “xenofobia-razzismo” nel suo aspetto più strettamente “culturale”, quello della “paura del diverso”, si realizza nella tendenza a “sfogare” sui “diversi” le proprie frustrazioni. Si tratta di dinamiche antiche, anche se completamente modificate dal carattere globale e tendenzialmente irreversibile della multietnicità. In questo ambito, forse più che in altri, si pone il problema della giurisprudenza e dell’etica. Pensare di far precedere l’etica alla giurisprudenza è illusorio. La giurisprudenza, tra l’altro, ci sarebbe già. Le nostre Costituzioni sono fondate sui diritti fondamentali degli individui, del “cittadino”. Ma l’universalità dei diritti è scarsamente penetrata nelle coscienze, e su questo si dovrebbe lavorare. Il divario tra “Costituzione formale” e “Costituzione reale” è adesso più essenziale che mai. Ad ogni modo, la “Costituzione formale” è un baluardo per i diritti, e la sua stessa esistenza inibisce forme di discriminazione che altrove si praticano “senza troppi problemi”. È, in termini più filosofici, il tema del rapporto tra “nomos” condiviso e “nomos” giusto. Chi stabilisce che cosa sia giusto? Se la maggioranza della popolazione italiana, ad esempio, considerasse giusto discriminare gli stranieri, non concedendo loro gli stessi diritti che hanno gli italiani, il “nomos” giusto diventerebbe, verso gli italiani, una imposizione. Ma qual è lo scopo principale delle Costituzioni moderne se non quello di difendere i diritti delle minoranze? Rispetto a questo si pone il tema della cosiddetta “Utopia”. La “Realpolitik” dominante ha come unico obiettivo il consenso, il controllo dei voti, e dunque rinuncia facilmente a qualsiasi “idealità” pur di ottenere certi risultati. Ma ancora non si è giunti a dire che si sta facendo il contrario di ciò che si enuncia, e questo crea una gigantesca confusione linguistica e ideologica.</p>
<p>La confusione in cui versa il dibattito politico sul problema dell’immigrazione e della convivenza con gli immigrati nelle nostre società rende forse il problema stesso insolubile. In ogni caso fuori dalla nostra portata. Ai giorni nostri tutto ciò che è pieno di confusione e di proposte contrastanti è destinato a creare nuove forme di oppressione. E di fronte al generarsi di nuove forme di ineguaglianze, di povertà, di isolamento non è possibile rispondere con le politiche del “minore dei mali”. Né, tanto meno, con le politiche finalizzate a “rassicurare” un’opinione pubblica sempre più insofferente nei confronti di qualunque genere di cambiamento dello status quo. Quanto alla capacità di favorire solidarietà, integrazione e uguaglianza i provvedimenti politici confusi e contrastanti non saranno in grado di realizzare altro che iniziative di dubbia efficacia. Se non nulla. La sola arma che non si rivolgerà contro di noi è quella delle idee chiare. I soli uomini politici di cui possiamo essere sicuri che non siano complici di un nuovo sistema di discriminazione sono coloro i quali, anziché prodigarsi a “salvare l’Italia”, tentano onestamente di dotarsi di un punto di vista chiaro su come stanno le cose.</p>
<p>Diventa così evidente l’assurdità del tentativo di rassicurare il nostro mondo utilizzando le politiche “restrittive” e le leggi speciali come mezzo d’azione. Questo non significherebbe soltanto amplificare il clima di incertezza, ma comporterebbe soprattutto giustificare il dilagante fenomeno xenofobo che si vuole combattere. È irresponsabile pretendere che un apparato repressivo, reso potente da leggi costruite ad hoc, finirebbe per alleggerire il clima diffuso di paura e di incertezza. Più irresponsabile ancora è cedere alle reazioni emozionali della gente. Quanto alla democrazia erosa dalle “paure”, la repressione legislativa non abolirebbe, anzi estenderebbe, le cause che oggi la rendono più fragile. Certo, le difficoltà che si presentano attualmente possono anche giustificare l’occasionale allontanamento dai principi che tutelano ogni individuo di fronte allo Stato. Se, tuttavia, non si vuole rinunciare a questi principi bisogna rendersi conto che, in un sistema democratico, contro la “paura” non si può lottare che dall’interno del sistema stesso.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/14/l%e2%80%99italia-dei-cittadini-e-l%e2%80%99italia-degli-immigrati-alcune-considerazioni-sul-razzismo/">L’Italia dei cittadini e l’Italia degli immigrati. Alcune considerazioni sul razzismo.</a></p>
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		<title>Cos&#8217;è una città: leggete i &#8220;Guerrieri della notte&#8221; piuttosto che Calvino</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Nov 2007 00:04:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Francesco Longo</strong></p>
<p>Tutte le volte che si dibatte di città e letteratura i discorsi convergono inesorabilmente verso un libro: <em>Le città invisibili</em> di Italo Calvino. Non c’è saggio sugli spazi metropolitani &#8211; romanzeschi &#8211; in cui questo non sia citato.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/11/19/cose-una-citta-leggete-i-guerrieri-della-notte-piuttosto-che-calvino/">Cos&#8217;è una città: leggete i &#8220;Guerrieri della notte&#8221; piuttosto che Calvino</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesco Longo</strong></p>
<p>Tutte le volte che si dibatte di città e letteratura i discorsi convergono inesorabilmente verso un libro: <em>Le città invisibili</em> di Italo Calvino. Non c’è saggio sugli spazi metropolitani &#8211; romanzeschi &#8211; in cui questo non sia citato. La semiotica ha appurato che le città stesse sono testi da leggere, e tutti gli studi critici su luoghi e letteratura mantengono lo sguardo fisso su Calvino.<br />
È appena uscito in Italia un vecchio libro, <em>I guerrieri della notte </em>(Fanucci) che dovrebbe scalzare Calvino dal suo podio. Sol Yurick, nel 1965, scrisse questo romanzo che poi divenne il celebre cult-movie di Walter Hill. <span id="more-4801"></span>Il romanzo racconta la notte in cui tutte le bande di New York si riuniscono per prendere il controllo della città. Il leader che si rivolge alla folla &#8211; per una notte le bande sono in tregua tra loro &#8211; viene ucciso durante il suo discorso rivoluzionario. La storia segue le vicende della banda dei Dominatori, che deve attraversare la città per rientrare a Coney Island: tra attacchi dei rivali, polizia, fughe, etc.<br />
La forza incredibile di questo libro sta proprio nell’essere riuscito in quell’impresa che tutti credono sia riuscita a Calvino ma che in realtà lì è solo una promessa non mantenuta. Città e letteratura qui hanno raggiunto la fusione. Nelle <em>Città invisibili</em> non c’è una trama, le pagine sono adiacenti una all’altra, le descrizioni, pur iperletterarie, risultano mirabolanti reportage ma non si trasformano mai in storia, in narrazione.<br />
Nei <em>Guerrieri della notte </em>la città non è protagonista, come si usa dire quando un romanzo tematizza bene i luoghi in cui è ambientato, ma sono i protagonisti ad essere emanazioni della metropoli: “erano emersi dal crepuscolo, brutali figure grottesche, sotto le fronde degli alberi”. La metropoli si srotola (e la si descrive) fino a costringerla a mostrare la sua natura di trama, intreccio, sceneggiatura. Attraversare la città vuol dire scrivere un testo, non metaforicamente, ma come qui si dimostra, letteralmente.<br />
I ragazzi di queste pagine sono fatti dello stesso materiale dei lampioni, il loro sguardo è quello dei fari delle automobili, il loro stile è lo stesso dei graffiti sui vagoni della metropolitana. Sentimenti e strade sono mischiati, vanno insieme, tanto da sembrare inseparabili.<br />
Nel libro di Calvino le città sono intrise di memoria, passato e sogni, e nonostante ricorrano molto frequentemente le parola “grondaie” o “zinco” o “tubature”, si ha sempre davanti agli occhi qualcosa di impalpabile. Nel romanzo di Yurick le frasi costruiscono la trama come mattoni; in Calvino le frasi sono rarefatte e non mettono insieme molto altro se non un affresco visionario:  “la città ti appare come un tutto in cui nessun desiderio va perduto e di cui tu fai parte, e poiché essa gode tutto quello che tu non godi, a te non resta che abitare questo desiderio ed esserne contento”. Oppure: “Filide è uno spazio in cui si tracciano percorsi tra punti sospesi nel vuoto”. E ancora: “i tuoi passi rincorrono ciò che non si trova fuori degli occhi ma dentro”.<br />
La metropoli raccontata da Yurick scolpisce gli ideali e il sistema di valori dei protagonisti. Oltrepassare un quartiere, proteggere la propria strada, varcare la zona dei nemici ha a che fare col rispetto, la reputazione, le prove di virilità, il coraggio. Per il proprio territorio si combatte, si vive, si muore.<br />
“Ormai erano nel loro territorio, tutto era tremendamente familiare e rassicurante. Lo conoscevano fino agli estremi confini; sei piccoli isolati per quattro più estesi. Per attraversarlo impiegavano ben poco. Ne conoscevano ogni mattone, ogni macchia, ogni cartello stradale, ogni scalfittura di pallottola nel cemento dei marciapiedi, ogni nascondiglio”.<br />
<em>Città invisibili</em> è un ossimoro: le città sono fatte di presenze, paure e cattivi odori. <em>Città Invisibili</em> vuol dire Città Rimosse.<br />
Yurick, per scrivere questo libro, si è messo in un furgone con dei buchi sui fianchi per sentire i discorsi dei bulli, e alla fine ha intuito che i quartieri non sono fantasie, ma sono grembi che partoriscono personaggi. Non è un caso che nell’ultimissima scena a Coney Island il protagonista si rannicchi in posizione fetale rivolto verso il mare: “con gli occhi fissi, il pollice in bocca”.</p>
<p>__________________</p>
<p><em>Questo articolo è stato pubblicato su “il Riformista” del 17 novembre 2007</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/11/19/cose-una-citta-leggete-i-guerrieri-della-notte-piuttosto-che-calvino/">Cos&#8217;è una città: leggete i &#8220;Guerrieri della notte&#8221; piuttosto che Calvino</a></p>
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		<title>Arte e vita nelle città</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Oct 2007 04:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Esperienze e idee per la trasformazione urbana e la qualità sociale</strong></p>
<p>Convegno internazionale<br />
promosso da Provincia di Milano/Settore beni culturali, arti visive e musei<br />
a cura di Gabi Scardi<br />
Venerdì 19 ottobre 2007, ore 9.30 – 19<br />
Triennale di Milano, Viale Alemagna 6<br />
ingresso libero </p>
<p>Il convegno &#8211; organizzato dalla Provincia di Milano/Settore beni culturali, arti visive e musei con La Triennale di Milano e la collaborazione di Viafarini–Associazione per la promozione della ricerca artistica, Milano, nell’ambito di inCONTEMPORANEA-La rete dell’arte &#8211; si articola in una sessione dedicata all&#8217;esposizione di case histories e di considerazioni teoriche da parte di personalità del mondo dell&#8217;arte internazionale, e in una successiva fase di scambio sul tema della progettualità artistica come concreta e non occasionale opportunità di intervento urbano.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/19/arte-e-vita-nella-citta/">Arte e vita nelle città</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Esperienze e idee per la trasformazione urbana e la qualità sociale</strong></p>
<p>Convegno internazionale<br />
promosso da Provincia di Milano/Settore beni culturali, arti visive e musei<br />
a cura di Gabi Scardi<br />
Venerdì 19 ottobre 2007, ore 9.30 – 19<br />
Triennale di Milano, Viale Alemagna 6<br />
ingresso libero </p>
<p>Il convegno &#8211; organizzato dalla Provincia di Milano/Settore beni culturali, arti visive e musei con La Triennale di Milano e la collaborazione di Viafarini–Associazione per la promozione della ricerca artistica, Milano, nell’ambito di inCONTEMPORANEA-La rete dell’arte &#8211; si articola in una sessione dedicata all&#8217;esposizione di case histories e di considerazioni teoriche da parte di personalità del mondo dell&#8217;arte internazionale, e in una successiva fase di scambio sul tema della progettualità artistica come concreta e non occasionale opportunità di intervento urbano.<br />
Partecipano al convegno artisti, teorici, associazioni e operatori a vario titolo impegnati nella produzione e promozione di interventi di arte pubblica. Tra le ore 9.30 e le 16, dopo un’introduzione di Daniela Benelli, Assessora alla cultura, culture e integrazione della Provincia di Milano e di Gabi Scardi, curatrice della giornata di studio, sono previsti gli interventi di Francesca Zajczyk, Jeanne van Heeswjk, Nathalie Zonnenberg &#8211; Bureau Beyond (Utrecht), Maria Papadimitriou, Cesare Pietroiusti, Pelin Tan, Bartolomeo Pietromarchi &#8211; Fondazione Olivetti,  Pier Luigi Sacco.<br />
Segue dalle ore 16.30 una tavola rotonda moderata da Pier Luigi Sacco, cui partecipano Gennaro Castellano &#8211; Reporting System, Francesca Comisso &#8211; a.titolo, Anna Detheridge – Connecting Cultures, Jochen Gerz, Multiplicity.lab, Alessandra Pioselli, Marina Pugliese, Marco Scotini, Claudia Zanfi – aMAZElab.</p>
<p>La giornata di studio sarà seguita da un workshop destinato ad artisti interessati ad approfondire le tematiche in questione. Il workshop si terrà negli spazi di Viafarini – Associazione per la promozione della ricerca artistica (Via Farini 35, Milano) il 20 ottobre 2007. Visiting professor: Maria Papadimitriou.<br />
<span id="more-4637"></span><br />
Il desiderio di fare il punto sul rapporto tra arte, spazio pubblico, trasformazione urbana, nasce dalla convinzione che la cultura vada considerata come valore intrinseco di una società, volàno e prova al contempo della sua evoluzione.<br />
Il convegno mira a sottolineare il rinnovato ruolo dell&#8217;arte come opportunità di sviluppo del territorio e ad evidenziare l&#8217;ampiezza assunta negli ultimi anni da questo ambito di ricerca nonché la sua specificità dal punto di vista teorico, operativo e critico.<br />
Negli ultimi decenni, città e territorio si sono modificati rapidamente dando luogo ad assetti inediti. Tra le figure più sensibili e più attente alle trasformazioni, ai nuovi contesti e ai nuovi valori, alle istanze sociali del presente ci sono gli artisti.<br />
Capaci di attivare uno sguardo critico, ma anche fortemente progettuale e di collocarsi nel punto d&#8217;intersezione tra sensibilità individuale e collettiva, gli artisti tendono oggi sempre più a recepire &#8211; e a loro volta ad attivare &#8211; una domanda di qualità della vita, e a misurarsi con lo spazio urbano e con tematiche attinenti alla sfera pubblica.<br />
Per questo un numero sempre crescente di progetti scaturisce dalla relazione con specifici ambiti, e a quegli ambiti è destinato. </p>
<p>L&#8217;intervento si radica dunque nel contesto e il suo esito, estremamente variegato ma tendenzialmente lontano sia da quello del tradizionale intervento artistico-monumentale, sia dalla logica mass-mediatica di molti odierni &#8220;eventi culturali&#8221;, farà riferimento in modo specifico, anche se non esclusivo, a quello stesso contesto.</p>
<p>Gli artisti che si riconoscono in questo ampio ambito di ricerca sono accomunati dalla tendenza a far affiorare, nello spazio condiviso, la trama più sottile e poetica del vissuto quotidiano, ma anche le sue contraddizioni, gli eventuali elementi di crisi, di conflitto o di urgenza. I loro progetti hanno come orizzonte di riferimento il mondo reale di oggi e di un futuro prossimo, in particolare le aree urbane sensibili: quelle in cui le tensioni identitarie, dell&#8217;abitare, della comunità, dell&#8217;integrazione e dello sviluppo sostenibile si fanno più cruciali e le esigenze di crescita o di cambiamento si manifestano con particolare urgenza.<br />
Attenti a questo genere di tematiche, gli autori di questi progetti sono mossi dall&#8217;attitudine a prefigurare situazioni, trasformazioni, a ridisegnare spazi e modelli di vita, piuttosto che a rappresentarli.<br />
Tra le loro preoccupazioni prioritarie la qualità ambientale e la convivenza sociale; tra le loro modalità l&#8217;attivazione di processi di rilettura del territorio, di progettazione partecipata, l&#8217;innesco di esperienze individuali o collettive, la definizione di ambiti comuni, talvolta funzionali. Il loro apporto può andare in direzioni diverse, con azioni che contribuiscono a rinsaldare legami con un territorio e ad attivare, rispetto a esso, processi di consapevolezza e di riappropriazione, di riqualificazione e di valorizzazione.</p>
<p>Animati da uno spirito fortemente progettuale, questi artisti sono potenziali interlocutori di enti e amministrazioni pubbliche interessati a reali strategie di sviluppo territoriale. I loro interventi si possono inserire, secondo modalità diverse, all&#8217;interno di una programmazione pubblica orientata alla valorizzazione o rigenerazione di specifici contesti.</p>
<p><small>informazioni:<br />
Provincia di Milano, tel +39 02 77406341, www.provincia.milano.it/cultura<br />
Cristiana Rota, cell +39 347 5258440, cristiana.rota@fastwebnet.it</p>
<p>uffici stampa:<br />
- Provincia di Milano/Cultura, +39 02 77406358/59/88,<br />
p.merisio@provincia.milano.it, m.piccardi@provincia.milano.it<br />
- Cristiana Rota, +39 347 5258440, cristiana.rota@fastwebnet.it</small></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/19/arte-e-vita-nella-citta/">Arte e vita nelle città</a></p>
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