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	<title>Nazione Indiana &#187; clandestini</title>
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		<title>sangue di cane</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Oct 2010 12:53:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/sangue-di-cane.jpg"></a>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Che cos’è il sangue di cane. Che cos’ha di speciale la ferita, la cicatrice del randagio di strada, lo squarcio improvviso del compagno domestico aggredito da un altro cane, più forte. Il cane è l’amico leale, il servo, lo schiavo disprezzabile, e dunque l’insulto per chi sta sotto, umiliato dalla sua stessa fedeltà.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/05/sangue-di-cane/">sangue di cane</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/sangue-di-cane.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/sangue-di-cane-204x300.jpg" alt="" title="sangue-di-cane" width="194" height="290" class="alignleft size-medium wp-image-36827" /></a>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Che cos’è il sangue di cane. Che cos’ha di speciale la ferita, la cicatrice del randagio di strada, lo squarcio improvviso del compagno domestico aggredito da un altro cane, più forte. Il cane è l’amico leale, il servo, lo schiavo disprezzabile, e dunque l’insulto per chi sta sotto, umiliato dalla sua stessa fedeltà. Il figlio di. La creatura rabbiosa da sopprimere, la cosa storta che non si può giustificare. Il sangue di cane è la vita reietta, antieroica, le croste nere, la cancrena senza redenzione. È la non appartenenza, il male senza gloria che si concentra in un solo essere, ne fa capro e carnefice di se stesso prima di tutto. Si può amare  una cosa storta così, il sangue d’un cane? <span id="more-36816"></span>Lo si può fino a non vedersi più, fluire dentro la lordura che scorre dalle vene, esserne abbagliati, attratti, arrendersi alla miseria di fondo che è in tutte le vite, le richieste imperfette d’amore e l’amore imperfetto mischiato al desiderio di aiuto, conforto, stordimento, eccitazione?</p>
<p>Succede all’io narrante e succede al lettore, tirato senza fiato nella scrittura del primo potente romanzo di <strong>Veronica Tomassini</strong>, <strong><a href="http://www.laurana.it/libro_1.php"><em>Sangue di cane</em></a></strong>, appunto, appena uscito per la neonata casa editrice Laurana. Il sangue di cane è qui l’amore, “un amore polacco” e siracusano, sbagliato fin da subito, tra una ragazza siciliana della media borghesia, poco più che ventenne e un clandestino semaforista, alcolizzato, bellissimo, fragile, violento – la versione non addomesticata di un cane, un lupo, costretto in una città mai davvero conosciuta, sempre percorsa nei suoi rifugi più bui, nella sua indecenza: case sventrate di morti viventi, la caverne dove agonizzano gli immigrati senza dimora e i barboni, i covi di pidocchi e rogna, il parco senza respiro tra gli alberi, scenario delle voglie e disperazioni degli <em>ultimi</em>, il loro stallo infinito, ripetitivo, senza apparente sviluppo anteriore o futuro. Ma il sangue di cane è anche la qualità della scrittura, un vortice densissimo e carnale che torna più volte su se stesso, mirando al centro più che alla via d’uscita &#8211; una lunga lettera, un monologo delle passioni senza la ragione, o della ragione che delle passioni deve tener conto, che deve in qualche modo accettare il loro irrimediabile patetismo, la loro ostinazione, le piccole superstizioni con cui si puntellano all’osso dei sentimenti e della sopportazione. Veronica Tomassini scrive l’autenticità del dolore e del disagio, per niente garbato o assolutorio, scrive come quando si grida urgentemente, anche se il grido sta tutto dentro, chiuso dove di solito nessuno vede o ascolta, scrive con una voce che fonde altre voci, che non ha vergogna, non si vergogna di stare talvolta sopra le righe, farsi retorica e supplicante, rendere tutta la pazzia egocentrica di un certo amore, perfino se è tutto da biasimare, incomprensibile per i familiari, per l’opinione della gente.  </p>
<p>La scrittura si fa di volta in volta lirismo assurdo e famelico; frasi secche, definitive; personaggi sciagurati che ritornano con i soliti verbi, il languore commovente di spettri che non sanno di essere già stati (tra tutti Piak, cane ubriacone di ubriaconi); piani temporali sfasati dove il trascorso e il presente  si rincorrono nello spazio della narrazione come in chi cerca di venire a capo di un’esperienza cruciale e invisibile, che mette tutto a nudo – l’irrazionalità, la debolezza, la forza marcia e tenerissima del sesso, il bisogno dell’altro – che quasi toglie il senno in chi l’accoglie. Ed è così, con il coraggio di scrivere lasciando venir fuori la grana di vicende personali, di inferni dove l’abisso è più caro del bene, perché è tutto il bene a portata di mano, che questo libro diventa un feroce e mirabile spaccato sociale, che non ha niente delle cronache, del realismo da prima pagina, dei virtuosismi da intellettuale onnisciente, ma registra la pulsazione dell’umano, nel più infimo dei contesti, dove questo è meno delle mani tese con cui chiede spicci al semaforo, e il suo liquido prezioso si fa riga di fogna, materia infetta &#8211;  che non si riscatta e non perde tuttavia la possibilità illusoria dell’amore “di poter essere quello che vuoi, non quello che devi, tanto meno quello che sei”.</p>
<p>P.S. <em>(La prima notte ho dovuto interrompere la lettura per quella sensazione del cuore che sale per l’esofago e fa inceppare il respiro. Malinconia che diventa angoscia e pezzi acuti di tempo passato che premono come nuovi da sotto la pelle. Ho sognato i miei cani, i cani di mio padre, in una pozza di fango e acqua, agonizzanti, morti. Ho sognato che non sapevo salvarli né toccarli. Gli animali sono il pegno dell’amore. Sono la memoria del sangue anche se non vuoi ricordare. La sera dopo ho ripreso il libro, senza mollarlo, fino alla fine. Alla fine della storia, alla fine di quella me, che faceva male. Ed ho pensato che è vero – non si scopre niente nei libri che poi amiamo. Essi ci restituiscono qualcosa, piuttosto. Ci innamorano di nuovo di questo qualcosa, ce lo danno in pasto, ci fanno guardare ancora. Impietosi e vivi). </em></p>
<p><strong>Un estratto</strong></p>
<p>Al parco mi chiamavano la puttanella albanese. I barboni austriaci perlopiù. Ti cercavo tra i rovi da cui sbucavano i tuoi piedi e tu in orbita chissà dove, steso, finito. I soliti zelanti, in quel passeggio , perbene che costeggiava la via del Foro d’abitudine usavano maledirmi.<br />
Io mi limitavo a tirarti su, riportarti in questa terra e semmai reggerti la fronte. Loro, invece, gli zelanti, componevano numeri d’emergenza e maledicevano, me per l’appunto.<br />
Comunque tirarti su era un massacro, diavolo d’un polacco. Oppure ti trascinavo dai piedi finché non aprivi gli occhi, come facevi tu con Wojciech. Tu borbottavi, di norma, seduto innaturalmente, con il mento al collo; chiudevo la portiera dell’automobile, e imboccavo la via per l’ospedale. Pronto soccorso, bestemmia del medico di guardia, flebo disintossicante e fuori.<br />
Poi in te si svegliava la bestia. La tua rabbia alcolica era dura a smaltire. Era il pedaggio sul finale, il capestro che mi teneva al laccio, irrimediabilmente, sul finale. Dunque sul valore libertà avrei molto da dire, non è praticabile fino in fondo, trattiene infiniti nodi scorsoi.</p>
<p>Via, era facile, il tuo alito di vino sulla schiena, era facile.<br />
La libertà era perfino non piangere, dopo, non lavarmi, dopo, non coprirmi dopo. Soltanto anelli di fumo, lo sguardo fisso a Orione, il battito lontano di un languore notturno che emanava dal lungomare di levante.</p>
<p>Restava un mistero la relazione che stringeva l’uno all’altro. Cosa avevamo da fare insieme? Quale disegno bisognava completare?<br />
Perché invece di allontanarci, quello strano amore ci vinceva, fino a stordirci? Non si estinse, Slawek, per autocombustione. Dovevamo augurarcelo magari. Così mettevamo un punto e ognuno per la sua strada. Avrei smesso di sperimentare pericolose alchimie, avrei messo a tacere ogni pretesa non convenzionale. Si può stare al mondo senza dare o ricevere calci d’asino.<br />
Si può stare al mondo e basta.<br />
Cos’era il mondo, però? Bella domanda. Dov’era finito il mondo degli altri? Quello che poi avrebbe dovuto essere un poco mio. Il mondo normale, diciamo. Non il meta universo, l’enclave di uomini-fantasma che rantolavano nascosti da una siepe, da una montagna di escrementi, in una pozza di vomito.<br />
La vita degli altri mi appariva una pallida imitazione della mia medesima. Senza acrobazie, extrasistole, senza fiato corto e gambe veloci, cosa restava di niente? Niente. Per cui il mondo per me fino ad allora era niente? Sì, esatto. Era niente. Fino ad allora, fino a Slawek. A uno sputo da Slawek.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/05/sangue-di-cane/">sangue di cane</a></p>
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		<title>Il serial killer di negri</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Sep 2009 07:14:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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<p>S. annoda i due indici delle mani stretti, lo fa più volte, come a dire quel che gli è mancato e continua a mancargli. “Noi senegalesi siamo così”, dice. Solidali. Non succederebbe che qualcuno venga lasciato morire per la strada.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/01/il-serial-killer-di-negri/">Il serial killer di negri</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>S. annoda i due indici delle mani stretti, lo fa più volte, come a dire quel che gli è mancato e continua a mancargli. “Noi senegalesi siamo così”, dice. Solidali. Non succederebbe che qualcuno venga lasciato morire per la strada. E&#8217; questo lo sradicamento, l&#8217;inaccettabile profondo: trovarsi in una comunità che non sa più di essere tale. Ci siamo incontrati in piazza del Duomo, perché S. (l&#8217;iniziale è a dire che è un clandestino, e il destino del clandestino è quello di nascondersi) è lì a vendere braccialetti e collanine, come tanti suoi connazionali, clandestini come lui, per tirar su dieci, quindici euro al giorno. Qualcuno lo ha accoltellato un anno fa, e il nostro scopo, adesso, è che polizia e stampa se ne accorgano, e si mettano in moto. Ché fino ad ora, nulla, ma proprio nulla, si è mosso. Questo è lo scandalo, e qui bisognerebbe inciampare. Qualcuno dovrebbe dire che a Milano c&#8217;è qualcuno che va in giro per le linee dei tram per accoltellare uomini neri, con lo scopo di ucciderli. Come sempre le cose stanno lì, davanti, e nessuno le intende guardare. Che cosa importa, tanto sono negri. E che la nostra Milano è così sporca che pare una città africana e va ripulita, non l&#8217;ha detto un naziskin, ma qualcuno che dovrebbe essere un&#8217;autorità morale &#8211; se questo paese avesse una morale.<span id="more-21047"></span></p>
<p>Il 31 maggio 2009 qualcuno ha accoltellato Mohamed Ba. Musicista e attore senegalese, regolare da anni ormai, lavora come educatore nelle scuole, e insegna ai bambini milanesi le memorie di Milano che nessuno gli insegna più. Fino a qualche giorno prima dell&#8217;accoltellamento era in scena in teatro, con Lotta di negro contro cani, di Bernard-Marie Koltés. Poi gli è toccato di incontrarne uno, di cane, un cane matto e rabbioso, a una fermata di un tram. Il 90, in via X, vicino a viale Certosa. Erano le otto di sera, Mohamed aspettava, da solo, in mezzo a un gruppo di persone per la maggior parte sudamericane, probabilmente clandestine. Stava dietro il gruppo, come sempre, a Mohamed non piace la calca. Un ragazzo con il casco sotto braccio esce dal gruppo, gli si fa incontro. Mohamed non sa che è lui l&#8217;ospite inatteso. Il ragazzo con il casco sotto braccio gli dice, con inequivocabile accento italiano: “C&#8217;è qualcosa che non va?”. Mohamed lo guarda, una domanda del genere porta tempesta, Mohamed si ripara, “No, va tutto bene, amico”. Il ragazzo con il casco sotto braccio si volta, pare che cerchi una sigaretta, forse la tempesta si allontana: ma invece è solo per farsi fulmine. In tasca non cercava una cicca ma un coltello, si volta di scatto e lo infila nelle costole di Mohamed, proprio sotto il cuore. Rotea il coltello per lacerare quella carne, lo estrae, e poi ancora un&#8217;altra coltellata. Mohamed cade a terra, intorno tutti corrono via, quando Mohamed riapre gli occhi già non vede più nessuno. Tranne il ragazzo con il casco sotto braccio. Che ha il tempo di pulire i coltello in uno straccio, e di sputare in faccia al negro. Mohamed lo vede di andarsene di spalle, senza fretta, senza mai voltarsi. Sicuro del suo lavoro di angelo sterminatore.<br />
Mohamed si rialza, spruzza sangue, ha una scia che lo segue. Chiede aiuto, qualche automobilista rallenta, fa per fermarsi, ma lo vede, ingrana la retromarcia e scappa. Reazione naturale, il terrore, e il terrore fa terra bruciata della ragione. Ma poi, possibile che nessuno abbia pensato di telefonare a un&#8217;ambulanza, o alla polizia? Sì, possibile. Nessuno. Per un&#8217;ora, nessuno. Mohamed si trascina fino in viale Certosa, si sente poca vita dentro, è quasi tutta scivolata via, ha freddo, lo sguardo trema, si getta in mezzo al viale, tra le macchine dell&#8217;ora di cena, schizzano. Una donna si ferma, forse un medico. Poi l&#8217;ambulanza. I poliziotti, anche. Dov&#8217;è scappato quello col coltello, chiedono. Poi Mohamed non li vede più. Niente, nessun inquirente, nessun giudice, nessun giornalista, niente di niente. In questura nessuno si è mosso, eppure si trattava di un&#8217;ipotesi di reato perseguibile d&#8217;ufficio, e agli amici di Mohamed sarebbe stato possibile presentare un esposto, ma a loro è stato detto solo che sarebbe dovuto essere Mohamed stesso a presentarsi e fare denuncia. Così sono passati tredici giorni dal fatto. Eppure qualche indizio c&#8217;era: alto, robusto, una quarantina d&#8217;anni, i calzoni infilati negli anfibi. Un particolare che fa pensare a un tipo molto preciso di persone.<br />
Mohamed mi dice che ha sentito dire di un altro senegalese accoltellato con le stesse modalità. E&#8217; lo scrittore Pap Khouma a farmi trovare S., che incontro in piazza Duomo. S. ha 32 anni, ed è stato accoltellato il 20 luglio 2008 (anniversario dell&#8217;omicidio di Carlo Giuliani, che forse non c&#8217;entra, ma c&#8217;entra). E&#8217; passato un anno dunque, e il silenzio sul suo caso è sempre più forte. La descrizione che S. fa del suo aggressore è molto simile a quella fatta da Mohamed: alto, robusto, una quarantina d&#8217;anni. Italiano. Aveva una t-shirt e dei pantaloncini, addosso, quando lo ha accoltellato. A differenza di Mohamed, S. è stato colpito a bordo di un tram, il numero 14, per il Duomo. Sono le undici di sera. L&#8217;uomo senza casco sale alla fermata di fronte al cinema Orfeo, sguarda subito S. Che sta ascoltando musica con le cuffie e se le toglie per sentire meglio l&#8217;uomo senza casco che gli si rivolge dicendogli “Cazzo c&#8217;hai da guardare?”. Scuote la testa, S., Niente, dice. Ma l&#8217;uomo senza casco continua a dirgli “Cazzo c&#8217;hai da guardare?”, gli sta davanti e S. non sa che fare, finché l&#8217;uomo senza casco tira fuori una mano dalla tasca, impugna un coltello, colpisce S. proprio sul bordo superiore del cuore, estrae e cerca di affondare, ma S. ha il riflesso di ripararsi con la mano, il coltello la squarcia. Adesso l&#8217;uomo senza casco non ha più il tempo di colpire, è arrivato alla fermata, ha calcolato i tempi con precisione, le porte si aprono, deve scendere. Venticinque persone, tutte guardano, nessuno interviene. L&#8217;autista ferma il tram, poi arrivano due poliziotti, chiedono, fanno domande. Ma poi S. non vedrà più nessun inquirente. Il giorno dopo un trafiletto sulla cronaca locale, poi silenzio. Una settimana di ospedale, operazione ai tendini della mano, poi due mesi chiuso in casa. Da allora, dice, Ho sempre problemi respiratori, e mi fa vedere la cicatrice appena sopra il cuore, a un respiro dalla morte. Perché?, mi chiede. Perché questo silenzio.<br />
Prima di andarmene, S: mi dice che ha saputo di un peruviano accoltellato sul tram 27. Non ho avuto modo di verificare questa notizia.</p>
<p>Quando Mohamed, alla fine dello spettacolo che faremo insieme con il Teatro della Cooperativa, Servi,  racconta in scena la sua storia, si rivolge all&#8217;aggressore chiamandolo “fratello”, e mi colpisce il suo tono, che non è falsamente retorico, ma è il tono di chi è inarreso, e cerca ostinatamente di comprendere ciò che comprendere non è possibile.<br />
Ma allora, perché nessuno fino ad ora ha collegato questi casi? Se le vittime fossero state bianche e l&#8217;aggressore nero, non si sarebbe già scatenata la psicosi di massa? Gli organi di “informazione” (le virgolette qui devono abbondare) non avrebbero già procurato allarmi su allarmi? Invece niente. Sono negri, loro.</p>
<p><em>(pubblicato su l&#8217;Unità,  20/8/2009)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/01/il-serial-killer-di-negri/">Il serial killer di negri</a></p>
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		<title>Ci salveranno i piedi, non le radici &#8211; Intervista a Marco Aime</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jul 2009 12:56:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Marco Aime, docente di Antropologia culturale all’università di Genova e scrittore, ha pubblicato di recente due libri: La macchia della razza (Ponte alle Grazie), Il primo libro di antropologia e Una bella differenza (entrambi per Einaudi). Ma è soprattutto un appassionato antropologo che guarda al nostro presente, e ci è parso importante riflettere con lui, mettendo in gioco il suo acuto «sguardo da lontano», su quella che è la vera emergenza italiana di questi tempi: l&#8217;emergenza razzismo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/17/ci-salveranno-i-piedi-non-le-radici-intervista-a-marco-aime/">Ci salveranno i piedi, non le radici &#8211; Intervista a Marco Aime</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Marco Aime, docente di Antropologia culturale all’università di Genova e scrittore, ha pubblicato di recente due libri: La macchia della razza (Ponte alle Grazie), Il primo libro di antropologia e Una bella differenza (entrambi per Einaudi). Ma è soprattutto un appassionato antropologo che guarda al nostro presente, e ci è parso importante riflettere con lui, mettendo in gioco il suo acuto «sguardo da lontano», su quella che è la vera emergenza italiana di questi tempi: l&#8217;emergenza razzismo.<br />
<em>Nel suo «La macchia della razza» riflette a lungo sul linguaggio, sulle parole usate per «dire» l&#8217;immigrazione: una grandissima operazione di mascheramento, di costruzione di una realtà fittizia.</em><br />
«La retorica comunicativa relativa al problema immigrazione, come a quello della sicurezza è significativa di una precisa volontà di stravolgere i fatti. Pensiamo al grande spazio dato agli sbarchi e ai respingimenti. La percentuale di stranieri che arriva dal mare è irrisoria, ma adeguatamente mediatizzato questo diventa il problema principale. Innanzitutto, quando avviene un reato si enfatizza l’origine se a commetterlo è uno straniero, ma non si fa la stessa cosa se a delinquere è un italiano. Così si mettono le basi all’equazione “straniero uguale criminale”, tacendo sulla stragrande maggioranza di immigrati che lavorano onestamente nel nostro paese. Poi si passa all’etnicizzazione del crimine. Basti pensare alle aberranti parole di Calderoli: “Ci sono etnie che hanno propensione a delinquere”. Ecco come ci si avvicina pericolosamente alle teorie razziali. Nel Manifesto della razza del 1938 c’era scritto: “È ora che gli italiani si proclamino francamente razzisti”. Il tono non è molto diverso da quel «Finalmente cattivi» della Padania, il giorno dopo i primi respingimenti».<span id="more-19345"></span><br />
<em>Nel libro lei scrive che all&#8217;origine di questa «emergenza razzismo» c&#8217;è anche una politica senza pensiero, senza orizzonte, che non scalda i cuori. E una sinistra che si è dimessa da se stessa.</em><br />
«Purtroppo è così. La politica si è ridotta ad amministrazione e a soddisfacimento dei sondaggi. Non si sente nessun politico italiano in grado di suscitare qualche emozione, rilanciando un’idea di politica che significhi tentare di realizzare una società migliore. In fondo è quello che ha fatto Obama, cambiando linguaggio e puntando a un futuro, non limitandosi a osservare l’oggi, come accade da noi. La politica deve appassionare, altrimenti è pura contabilità o burocrazia. L’appiattimento su un livello retorico becero o comunque arido e povero è uno dei segnali della mancanza di vero pensiero. Il groviglio dei tatticismi e delle speculazioni minime è invece segno di autoreferenzialità, che esclude la gente dalla partecipazione».<br />
<em>Un punto qualificante del suo libro è la riflessione sulla perdita di memoria. Una memoria che fa selezione dei ricordi, e che dimentica quanto dovrebbe essere ricordato. Una selezione forse inevitabile, dacché la memoria è sempre vittima dei rapporti di forza, e noi oggi, che siamo i forti, siamo «condannati» a dimenticare. E allora, più che ricordare il nostro passato di emigranti (che è precisamente ciò di cui ci si vuole dimenticare) non converrà piuttosto come strategia retorica – ciò che lei fa peraltro &#8211; ricordare il razzismo istituzionalizzato dall&#8217;Italia fascista, e guardare la nostra faccia di forti e feroci?</em><br />
«L’una e l’altra cosa, direi. Dimenticare la nostra storia, peraltro molto recente, per quanto amara, significa privarsi di ogni possibile metro di comprensione. Significa osservare e giudicare ciò che sta accadendo, come se fosse la prima volta che ciò avviene. È curioso che i fondamentalisti della tradizione e i fanatici delle “radici”, finiscano poi per sorvolare sul fatto che la nostra tradizione è fatta anche di tanta emigrazione e che molti di noi si sono salvati perché avevano piedi e non radici. Allo stesso tempo rievocare le tragiche derive razziste del ventennio mussoliniano è indispensabile perché molte cose sembrano ripetersi. Una fra tutti e l’apparente disinteresse generale. Sembra che tutto ciò non ci riguardi, che debba accadere ad altri. Immagino sia successo qualcosa di analogo, mentre i fascisti iniziavano a insinuarsi nelle pieghe del potere. Si è minimizzato, si è lasciato fare, tanto&#8230;».<br />
<em>Un altro punto qualificante del suo discorso &#8211; e in questo si manifesta il debito con Giorgio Agamben &#8211; è la finzione dei diritti umani. La negazione dello statuto di persona quando non c&#8217;è nome, e diritto. Ciò che rende necessaria, allora, una lotta per il «diritto universale».</em><br />
«Il problema è che non basta nascere per esistere. E non basta esistere per avere dei diritti. Con l’introduzione del reato di clandestinità, si è arrivati a punire una persona non per ciò che fa, ma per ciò che è. Siamo alla negazione dello status di essere umano, alla riduzione delle relazioni umane ad atto burocratico, asettico. In questa progressiva spersonalizzazione mi sembra di risentire gli echi della “banalità del male” descritta da Hannah Arendt. Si spostano le tragedie umane su un piano formale, giuridico, privo di emotività e di senso di umanità. Poi ci si trincera dietro all’asettico rispetto delle norme. Esattamente come facevano i capi nazisti, che dicevano di avere semplicemente eseguito ordini».</p>
<p>(pubblicata su l&#8217;Unità, 10/7/2009)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/17/ci-salveranno-i-piedi-non-le-radici-intervista-a-marco-aime/">Ci salveranno i piedi, non le radici &#8211; Intervista a Marco Aime</a></p>
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		<title>Clam-des-tinus</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2009 15:46:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/097bg1.jpg"></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/097bg.jpg"></a>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Clandestino, clam-des-tinus. Ciò che sta nascosto al giorno, e odia la luce. Chi sta nell&#8217;ombra. L&#8217;agguato al varco, là in fondo al corridoio nero, un film di Lynch. L&#8217;uomo nero, <em>unheimlich</em>. Uomo sabbiolino: Enter sandman. <em>Exit light</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/14/clam-des-tinus/">Clam-des-tinus</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div><span><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/097bg1.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-17706" title="097bg1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/097bg1-150x150.jpg" alt="097bg1" width="120" height="120" /></a><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/097bg.jpg"></a></span></div>
<p><span>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Clandestino, clam-des-tinus. Ciò che sta nascosto al giorno, e odia la luce. Chi sta nell&#8217;ombra. L&#8217;agguato al varco, là in fondo al corridoio nero, un film di Lynch. L&#8217;uomo nero, <em>unheimlich</em>. Uomo sabbiolino: Enter sandman. <em>Exit light</em>. <em>Enter night</em>.</p>
<p>Tu, clandestino, sei un delinquente. La tua invisibilità, la tua condizione d&#8217;inesistenza, prodotta dal diritto, da oggi il diritto la punisce. Che meraviglioso gioco di prestigio. E che meraviglioso servo sei tu, clandestino. Ci servi, ci serviamo di te, e non lo diciamo. Se una mano dà scandalo, la si tagli. Quanta parte dell&#8217;Italia oggi occorrerebbe amputare?<span id="more-17703"></span></p>
<p>Trovo intorno a me i soliti vecchi nuovi mostri, e più potenti. La realtà è in mano loro, che la rovesciano, e rovesciano le parole, e le mostrificano. Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso. Si prosegua lo show, un barcone viene fermato, rovesciata la dritta, al rovescio adesso, al rovescio dei campi e del deserto, un piccolo sacrificio per dar segno di ineluttabilità, guardami negli occhi lazzaro, guardami e ingoia il bianco delle mie pupille, fatti inghiottire, guardami e torna a dormire, il pubblico impagabile applaude e ritorna alla sua impagabile assenza. Segni, intorno nient&#8217;altro che segni d&#8217;assenza. La testa nella sabbia. E sopra (il mondo è realmente rovesciato), il sabbiolino che soccombe al sole del deserto dove è stato ricacciato. Non si veda, questo sole accecante, la testa nella sabbia! Lo spettacolo è sabbia che occulta il reale, e la testa accecata di buio non vede la sabbia.</p>
<p>Manca il fiato, qui. Qui si gira a vuoto. Un movimento senza presa sulle cose, che produce solo rumore, effetto larsen. Parole che tornano su se stesse, e crescono l&#8217;una sull&#8217;altra, superfetazione tumorale. Un grande apparato coscienziale che produce, insonne, mostri. Sì, lo so, è solo l&#8217;incubo prodotto da questo illusorio, è questo illusorio reale che vince su di me e mi toglie ogni speranza. E sì, so che mai cesserò di produrre parole, le parole sono cose che alla lunga producono un altro reale, ma adesso questo illusorio reale è troppo potente e mi mostrifica le parole, non mi appaiono come evangelio ma come apocalissi. Sono sopraffatto da questo illusorio reale che non vede e acceca di buio. Che mi fa clandestino.</p>
<p>Enuncio il mio soccombere, solo così posso rialzarmi, riprendere a parlare.</p>
<p><em>Now I lay me down to sleep</em>.</p>
<p>Mi risveglio alla luce.</p>
<p>Su la testa.</p>
<p> </p>
<p></span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/14/clam-des-tinus/">Clam-des-tinus</a></p>
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		<title>Vogliamo arrenderci alla barbarie?</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Feb 2009 07:38:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Giovedì 5 febbraio è stato il giorno della vergogna. In spregio ai più elementari diritti umani, è passata la legge che, di fatto, spingendo i medici a farsi delatori, nega le cure ai &#8220;clandestini&#8221;. E fa ancora più disgusto, tutto questo, se si pensa che coloro i quali l&#8217;hanno voluta sono gli stessi che, nel caso di Eluana, si riempiono la bocca con la salvezza dell&#8217;umano – l&#8217;unica traccia coerente, in questo, è in realtà proprio il disprezzo per l&#8217;umano, in nome delle convenienze politiche.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/08/vogliamo-arrenderci-alla-barbarie/">Vogliamo arrenderci alla barbarie?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><span>Giovedì 5 febbraio è stato il giorno della vergogna. In spregio ai più elementari diritti umani, è passata la legge che, di fatto, spingendo i medici a farsi delatori, nega le cure ai &#8220;clandestini&#8221;. E fa ancora più disgusto, tutto questo, se si pensa che coloro i quali l&#8217;hanno voluta sono gli stessi che, nel caso di Eluana, si riempiono la bocca con la salvezza dell&#8217;umano – l&#8217;unica traccia coerente, in questo, è in realtà proprio il disprezzo per l&#8217;umano, in nome delle convenienze politiche. La stessa Medici Senza Frontiere ha dichiarato tutto il suo sconcerto, e chi meglio di loro conosce le condizioni sanitarie e psicologiche dei &#8220;clandestini&#8221;? (Varrebbe la pena di notare che MSF è attiva nelle zone del mondo di conflitti e fame, e tra queste c&#8217;è il nostro meridione affollato di braccia nere). <span id="more-14239"></span>Dal sito di <strong><a href="http://www.medicisenzafrontiere.it">Msf </a> </strong>è allora opportuno scaricare e leggersi il rapporto &#8220;Una stagione all&#8217;inferno – Rapporto sulle condizioni degli immigrati impiegati in agricoltura nelle regioni del Sud Italia&#8221;. Di fronte alla barbarie in corso, è tanto più necessario difendere quegli spazi di libertà che sono rimasti. Uno di questi è l&#8217; <a href="www.ambulatoriopopolare.org"><strong>Ambulatorio Medico Popolare di Milano</strong></a>. Dopo la Conchetta stava per toccare all&#8217;AMP, di essere sgomberato: la data prevista era il 27 gennaio, Giornata della memoria – le strane coincidenze prodotte dal caso. Coincidenze significative, dacché l&#8217;AMP è un luogo in cui si fornisce assistenza sanitaria di base gratuita per tutti, con un ambulatorio aperto due pomeriggi alla settimana, oltre che un&#8217;associazione che organizza campagne di informazione per il diritto alla salute. Diritto per tutti, dunque anzitutto un luogo sicuro per gli immigrati, che vengono accolti, ascoltati, curati, da volontari che si impegnano in una forma di solidarietà militante. La data prevista per lo sgombero, adesso, è fissata al 22 aprile. Non lasciamolo solo, l&#8217;AMP: e quanti più possibile, quel giorno, siano a sua difesa, in via dei Transiti 28.</span></p>
<p><span>(pubblicato su l&#8217;Unità, 8/2/2009)</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/08/vogliamo-arrenderci-alla-barbarie/">Vogliamo arrenderci alla barbarie?</a></p>
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		<title>La rosa del Bengala</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 07:00:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/rosa.jpg"></a>
di <strong>Marco Rovelli&#8230;</strong>
La prima volta che ho incontrato i bengalesi romani c&#8217;era ancora il governo Prodi. Era il 28 ottobre 2007. Una manifestazione autoorganizzata, con migliaia di immigrati, la maggior parte dei quali irregolari e clandestini, per rivendicare il permesso di soggiorno per tutti.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/la-rosa-del-bengala/">La rosa del Bengala</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><span><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/rosa.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-13173" title="rosa" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/rosa-294x300.jpg" alt="" width="106" height="108" /></a></span></div>
<div><span>di <strong>Marco Rovelli</strong></span></div>
<div><span>La prima volta che ho incontrato i bengalesi romani c&#8217;era ancora il governo Prodi. Era il 28 ottobre 2007. Una manifestazione autoorganizzata, con migliaia di immigrati, la maggior parte dei quali irregolari e clandestini, per rivendicare il permesso di soggiorno per tutti. Per rivendicare il diritto al nome. C&#8217;era ancora quel governo che aveva suscitato illusioni negli immigrati, e che quelle illusioni stava rapidamente frantumando. &#8220;Noi vogliamo – permesso di soggiorno!&#8221; &#8211; era il grido che di tanto in tanto erompeva da quella folla, e trascinava immediatamente tutti quanti in un solo ritmo, in un solo volere.<span id="more-13172"></span></span></div>
<p><span>Si erano radunati nei giardini tra la stazione Termini e piazza della Repubblica. Parlava Bachcu, il presidente dell&#8217;associazione di bengalesi Dhuumcatu, organizzatore di questa manifestazione: &#8220;Siamo circa 700mila immigrati senza permesso di soggiorno, più di 70mila bloccati dal 2002 per legge Bossi-Fini: noi urliamo Basta legge Bossi-Fini! &#8211; e anche la Turco-Napolitano che è padre della legge Bossi-Fini!&#8221; E tutti applaudivano quando Bachcu diceva &#8220;sanatoria&#8221; – quell&#8217;illusione coltivata tenacemente, perché il governo era di centro-sinistra – quell&#8217;illusione di essere restituiti a una condizione di normalità e di diritti – ciò che un migrante clandestino non cessa mai di sognare.</p>
<p> </p>
<p align="justify">La sede dell&#8217;associazione Dhuumcatu è in zona Esquilino. Ci torno un anno dopo, quando al governo c&#8217;è Berlusconi, si progetta di far diventare la clandestinità reato a pieno titolo, e si propone di negare l&#8217;assistenza sanitaria ai clandestini. Ma nonostante questo, e nonostante le continue incursioni delle forze dell&#8217;ordine, l&#8217;associazione continua a farsi motore dell&#8217;autoorganizzazione degli immigrati.</p>
<p>Roma è la città italiana con il maggior numero di stranieri. La comunità più numerosa è quella rumena; poi ucraini, polacchi, albanesi. Gli africani sono per la maggior parte egiziani, ma anche marocchini ed etiopi. Tra gli asiatici i più numerosi sono filippini, cinesi e bengalesi.</p>
<p>Molti tra i bengalesi sono irregolari, la stima è di un terzo. Hanno l&#8217;attitudine a interessarsi della politica italiana perché hanno già un elevato livello di politicizzazione già in Bangladesh. Aprono sezioni di partito all&#8217;estero, che tendono a farsi voci degli interessi della politica bengalese, ma si interessano anche della politica italiana: e infatti si sono iscritti in massa per votare alla primarie del l&#8217;Unione, e sono stati la comunità più numerosa alle elezioni per il consigliere aggiunto al Comune di Roma.</p>
<p>C&#8217;era anche Monir, alla manifestazione. Mi fermo a parlare con lui, in strada. Di Roma, di ragazze. E mi racconta del suo esodo, uno di quegli esodi terribili e troppo normali per un bengalese che arriva in Italia. Me lo racconta con nonchalance, masticando un chewing-gum e intercalando qualche parola in romano. Ha un sussulto solo quando racconta dei due suoi connazionali che gli sono morti davanti per il freddo e la fame, nella grotta di una montagna da qualche parte in Slovacchia. Il viaggio è durato nel freddo e nella fame quasi un anno. Fino a Roma. A Termini Monir trova un compaesano che lo porta a casa, lo sfama. Monir può stare in quella casa sovraffollata senza pagare fin quando troverà lavoro. Funziona spesso così, tra connazionali, ci si appoggia l&#8217;uno con l&#8217;altro. Dopo quattro mesi Monir comincia a lavorare, e può colmare il debito. All&#8217;inizio si inventato carrellista, fuori dai supermercati, poi trova un impiego alla bancarella di un mercato ma lo trattano male, allora qualche lavoretto di ambulante (fiori, pupazzi) e poi, ancora grazie ai connazionali, lavapiatti in un ristorante: 750 euro al mese, per dodici ore di lavoro, dalle dieci di mattina alle quattro e dalle sette a mezzanotte, l&#8217;una quando ci sono clienti. La fatica è tanta. Così, sempre grazie al passaparola, trova un posto da muratore. E impara lingua e mestiere.</p>
<p>Monir adesso sogna la regolarizzazione. Il suo attuale padrone gli ha detto, Dammi 4mila euro e faccio richiesta. Insomma gli ha chiesto il pizzo. Monir ha accettato. Lavorerà almeno due anni con lui, che gli scalerà dallo stipendio duecento euro al mese. Almeno mi mette in regola e lavoriamo senza problemi, dice.</p>
<p align="justify">Finché quel sogno non si realizzerà, anche Monir resterà nel grande mare dell&#8217;economia sommersa e informale. Nel Lazio, l&#8217;incidenza del sommerso è più alta della media nazionale in tutti i settori, superato solo da Molise, Campania, Basilicata, Sicilia e Sardegna.</p>
<p align="justify">A Roma città, secondo la Cgil, un terzo di coloro che lavorano nel commercio e nel turismo lavora in nero. La maggior parte di loro sta in cucina. Tra loro ovviamente un grande numero di stranieri &#8211; veri clandestini, invisibili che non si devono vedere.</p>
<p align="justify"> </p>
<p align="justify">Alam, invece, in cucina non è ancora riuscito ad arrivare. Sta ad un gradino ancora più basso. E&#8217; qui da tre anni, e come molti bengalesi da due vende fiori attorno alla fontana di Trevi, comprandoli a piazza Vittorio alla mattina, Vende fiori e scatta foto con una macchinetta cinese ai turisti, guadagnando in media quindici, venti euro al giorno, sufficienti per mangiare e pagare l&#8217;affitto di 150 euro nella casa di due stanze e cinque compagni dove abita. Ma ancora non se ne parla proprio di restituire al fratello gli 8mila euro che gli sono serviti per comprare un passaporto falso necessario per il viaggio aereo. Sto cercando un ristorante, dice. Cerca una cucina, dove tanti suoi amici, clandestini come lui, lavorano.</p>
<p align="justify">Alam è qui perchè ieri i vigili gli hanno fatto una multa di 5.164 euro. Oltre al decreto di espulsione. 5.164 euro e un&#8217;espulsione per venticinque rose.</p>
<p>Bachcu non smette di stupirsi, anche se queste cose le vede troppe volte. &#8220;Ma come possono fare questo? &#8211; dice. E se lui stava andando dalla sua fidanzata, con quei fiori? E tutto questo per la mancanza di una fattura per un fiore, per due euro, per uno che non fa niente di male e cerca solo di sopravvivere?&#8221;</p>
<p><em>(Pubblicato su l&#8217;Unità, 9/1/2009)</em></p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/la-rosa-del-bengala/">La rosa del Bengala</a></p>
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		<title>Un mondo a parte</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jan 2009 17:08:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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</a>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Al cimitero di Orta Nova, in Puglia, c’è’ un piccolo mausoleo di marmo bianco simile a quelli dedicati al Milite Ignoto. Ma il ragazzo che vi è sepolto non è caduto in guerra. E’ morto nei tempi di pace che hanno generato l’Europa unita, è morto perché credeva che potessero circolarvi non solo merci e capitali, ma anche le persone come lui che vogliono scambiare la forza delle loro braccia con qualche soldo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/12/un-mondo-a-parte/">Un mondo a parte</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/pomodori-ammassati.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/pomodori-ammassati-300x225.jpg" alt="" title="pomodori-ammassati" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-13239" /><br />
</a>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Al cimitero di Orta Nova, in Puglia, c’è’ un piccolo mausoleo di marmo bianco simile a quelli dedicati al Milite Ignoto. Ma il ragazzo che vi è sepolto non è caduto in guerra. E’ morto nei tempi di pace che hanno generato l’Europa unita, è morto perché credeva che potessero circolarvi non solo merci e capitali, ma anche le persone come lui che vogliono scambiare la forza delle loro braccia con qualche soldo. E’ morto, in qualche modo, perché ignorava il legame antico che unisce guerre e lavoro.<br />
Ne serba invece memoria una vedova che andando tutti i giorni al cimitero, una volta capita davanti a un rettangolo di terra segnato solo da una croce di ferro con scritto sopra SCONOSCIUTO.<span id="more-13237"></span> La donna ha fatto la bracciante per tutta la vita, i figli sono immigrati al nord, ma in quel momento deve essersi resa conto di essere privilegiata. Possiede un indirizzo che corrisponde a una casa del suo paese e un nome registrato all’anagrafe. Così Incoronata di Nunno va a scoprire quel che può su quel ragazzo venuto a faticare nei campi come faceva lei, trovato morto sul bordo di una strada, la testa – soltanto quella- cancellata dalle ruote di un camion passato sopra. Una fine sospetta, però in mesi nessuno si è presentato all’obitorio, per cui ogni possibile verità su quella morte va a finire sottoterra.<br />
Ma tanto basta a Incoronata per andare a trovare anche quel morto e poi decidere di commissionargli una tomba a proprie spese. Per l’iscrizione, la sua pietà le suggerisce il sinonimo che dà la giusta dimensione storica a quella fine: IGNOTO m 20-9-2006.<br />
Dopo circa un anno, alcuni connazionali fanno saltare fuori una foto e un nome. Il morto si chiamava Miroslaw, veniva da una cittadina vicino a Lodz, però non sanno più di questo neppure loro. Quindi il ragazzo polacco resta nel involontario monumento ai caduti nei campi di pomodoro offerto da una vecchia pugliese che lo ha adottato in morte .<br />
Si apre così <em>Uomini e Caporali</em> di Alessandro Leogrande (Strade Blu, Mondadori, p.253). Passato e presente, vicende globali e memorie locali si intrecciano come avviene in modo esemplare nell’incontro fra Incoronata e il ragazzo morto. Il libro è qualcosa in più di una semplice indagine su una realtà economica e sociale di vergognosa attualità come la nuova schiavitù globalizzata che prolifera nelle campagne meridionali. Si situa quasi all’estremo opposto dei reportage di Fabrizio Gatti,  camuffato da “negro bianco” per poter raccontare dall’interno l’esperienza dei braccianti africani nelle stesse terre. Leogrande invece visita cimiteri e casolari sequestrati dove ormai non si accampa più nessuno, calca le orme sicure di inchieste sfociate in processi e sentenze, parla con familiari di persone morte, con testimoni che viene spontaneo definire superstiti. Anche la parte più di inchiesta (come la vicenda dei braccianti polacchi nel Tavoliere fra il 2000 e il 2006 e il centinaio di <em>desaparecidos</em> cui la polizia polacca ha dedicato un<a href="http://www.policja.pl/portal/pol/221/Zaginieni_we_Wloszech.html"> sito</a>), si declina al passato.<br />
Ma proprio questa riduzione del campo di indagine, con il suo distacco dai fatti ricostruiti, consentono uno sguardo che raggiunge una profondità diversa. E questo per Alessandro Leogrande sembra più facile perché a quelle terre e alle sue memorie lui stesso appartiene. Reduce dalla Grande Guerra, il suo bisnonno, diventato da poco proprietario di una masseria, era stato implicato in modo oscuro in una ritorsione violenta contro i braccianti di allora. A Massafraglia, gli stessi proprietari terrieri avevano aperto il fuoco contro i cafoni raccolti nell’aia con la promessa della paga, dato la caccia ai fuggitivi, infierito sui cadaveri dei sei uomini che avevano ucciso. La ricostruzione di quell’episodio corre come un contrappunto alla vicende delle odierne “vite di scarto” imprigionate in mezzo alle distese di campi in cui non sanno orientarsi.<br />
Perché quei polacchi, sottolinea Leogrande, – oggi i romeni- non sono gli ultimi della terra, i più miseri, i più disperati. La loro povertà è di altra natura. Sono reclutati in ogni angolo del loro paese grazie ad annunci in rete o sui giornali, partono spesso da soli. Non hanno legami fra di loro, non vogliono nemmeno mettere radici nella terra dove si trovano, ma solo svolgere un lavoro temporale, concedere uno scarto di tempo e spazio per racimolare un po’ di soldi e ritornare. Tutto questo li rende più vulnerabili e spiega come mai al livello più basso dello sfruttamento si trovino oggi non i clandestini africani, ma i braccianti bianchi, europei, perfino comunitari. Loro prendono – se li prendono, visto che spesso non vedono un centesimo di paga- 3.50 all’ora o anzi più spesso a cassone che prevedono una sottrazione dai cinquanta agli ottanta centesimi per i loro caporali; gli africani un euro in più. Loro finiscono per essere consegnati direttamente dai pullman nei casolari mefitici dove si trovano sotto il controllo costante dei loro caporali connazionali che li sorvegliano persino quando vanno a fare la spesa. Gli africani spesso riescono ad offrire giorno per giorno le loro braccia agli angoli delle strade, come prevede il caporalato classico, e a trovare alloggi miseri, però non vigilati.<br />
Nelle intercettazioni seguite alle denunce dopo un blitz dei carabinieri in un maxi accampamento allestito in un ex ristorante-discoteca dal nome sinistro “Paradise”, i caporali polacchi si riferiscono a se stessi col termine “kapò”.<br />
“Ci sono stati dei controlli a San Severo. Nei confronti dei kapò, di quelli che…li chiamavano così ad Auschwitz, no?”<br />
I caporali incontrati in questo libro sono un’accozzaglia di gente strana. Alcuni corrispondono perfettamente al tipo dell’avanzo di galera, al criminale comune che rivestiva un rango di preminenza nelle gerarchie capovolte dei lager sia nazisti che staliniani. Altri, specie i veri capi, presentano l’aspetto algido, curato e ben vestito di è diventato imprenditore di vite umane. Altri ancora sembrano sdoppiati, come Jacek che sta a un grado intermedio fra il bracciante e il caporale e in preda a una crisi di coscienza telefona disperato alla madre.<br />
“Mamma, io voglio scappare di qua, perché qui sono come i maiali…”<br />
[…]<br />
“Torna, Jacek”.<br />
“Mamma qui hanno picchiato così tanto un ragazzo che stava qui con me che l’ambulanza ha dovuto portarlo via. Prima gli hanno detto che non l’avrebbero pagato per il lavoro fatto[…] Alla fine ha guadagnato solo 300 euro, ma dopo aver sottratto tutte le spese volevano dargli soltanto 50 euro. Lui si è arrabbiato e ha dato una spinta a quell’ucraino, quello di cui ti ho parlato, presso il quale lavoriamo. Siccome il ragazzo è alto e grosso, l’ucraino non ha potuto fare niente, così ha chiamato degli altri, Erano bulgari o albanesi…Sono venuti qui in quattro con i bastoni e l’hanno picchiato di brutto.”<br />
Ma Jacek non scappa, non torna, continua a svolgere il suo ruolo. Così come pure Andrzej Wnuk, il primo pentito del moderno caporalato, decide di collaborare con la giustizia solo dopo essere stato arrestato.<br />
Le vicende dei polacchi in Puglia così come sono ricostruite in questo libro, evocano l’ombra dell’universo concentrazionario facendo balenare l’ipotesi di un qualche nesso privilegiato fra la modernità “solida” totalitaria e quella “liquida” descritta dal loro connazionale Zygmunt Bauman. L’autore ne è consapevole e, a differenza di qualche giornalista locale che, toccando il nervo scoperto dell’opinione pubblica polacca, in un articolo aveva usato la parola “lager”, si limita a un più cauto e incontestabile “campi di lavoro”. Ma ritradotto in gergo nazista pure quel termine diventerebbe Arbeitslager, ovvero la forma di schiavismo cui milioni di polacchi erano stati assoggettati durante l’occupazione.<br />
Tra le rovine benjaminiane che Leogrande scruta nella postmodernità globalizzata approdata alla propria terra d’origine, sembrano compresenti alla rinfusa, ripetuti come le canzoni di epoche diverse presenti nel medesimo jukebox, diverse forme storiche di schiavitù. La tradizione autoctona che ratifica l’esistenza di “sovrastanti” e di cafoni, lo schiavismo colonialista dove sorveglianti “arabi” controllano la forza lavoro di braccianti neri e soprattutto quello totalitario con la sua disumanizzazione che passa non solo attraverso la violenza arbitraria, ma anche la dissoluzione di ogni legame fra uomo e uomo.<br />
Eppure quell’ordine carcerario è più fragile di quanto appare. Per romperlo, per trarre addirittura in giudizio gli aguzzini, ci è voluto relativamente poco. Qualche ragazzo col coraggio di scappare nella terra incognita che è per lui la Puglia e soprattutto la presenza di una figura capace di intermediare fra le autorità italiane e i braccianti schiavizzati. Colui che nel libro viene ricordato come una sorta di Schindler dei polacchi sfruttati nel Tavoliere, si chiama Domenico Centrone, è titolare di un’azienda che produce sottolii e sottaceti e riveste la carica di console onorario di Polonia a Bari. Ma se è vero che &#8211; insieme alla grande attenzione mediatica suscitata in Polonia- questo è stato sufficiente per ridurre la presenza dei polacchi oggi sfruttati in Puglia a poche centinaia, non basta certo a sconfiggere il modello economico che funziona su uomini e caporali.<br />
Per questo ci vuole una cosa sola: che l’applicazione delle norme si ripercuota sulla legge dell’economia. Che, in pratica, non convenga più far raccogliere i pomodori dagli schiavi, ma dalle macchine, come in questi ultimi anni sta cominciando ad avvenire grazie a maggiori controlli e sanzioni.<br />
Una sessantina di anni prima di quando l’IGNOTO sepolto ad Orta Nova veniva scempiato dalle ruote di un camion, 50.000 soldati polacchi sbarcarono a Taranto per dare il loro contributo alla liberazione dell’Italia. Anche quegli uomini erano stati schiavi, anche loro venivano da <em>Un mondo a parte </em>come si intitola il libro sulla prigionia nei gulag di Gustaw Herling che era uno di quei soldati. Avere memoria e coscienza di ciò che è stato non basta a evitare che la sopraffazione si rigeneri in sempre nuove forme. Ma senza averne più, si rischia di vedere solo la parte emersa di quel che il fiume lavico della storia vomita fuori a intermittenza e a frantumi. Mentre sotto, innaffiate dalla logica del profitto, alimentate dalla matrice eterna che, come giustamente osserva Leogrande, è la violenza e non la povertà, restano intatte le radici. Seguendo le tracce di chi è finito sottoterra o di chi è sparito senza nemmeno approdarvi, Alessandro Leogrande cerca di afferrarle, compiendo con questo libro un gesto analogo a quello della sua anziana conterranea che ha offerto un piccolo mausoleo a un morto senza nome e senza volto.</p>
<p><em>pubblicato su &#8220;Il Riformista&#8221;, il 11.1.2009.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/12/un-mondo-a-parte/">Un mondo a parte</a></p>
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		<title>La salute è uguale per tutti</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/27/la-salute-e-uguale-per-tutti/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/27/la-salute-e-uguale-per-tutti/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 27 Nov 2008 13:42:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>Curare gli indigenti, soprattutto i bambini, è un dovere deontologico per tutti i medici, ma è un imperativo etico per un paese civile.<br />
Non cancelliamo con un decreto un diritto costituzionale </em></p>
<p>…&#8221; chi di questi ti sembra stato il prossimo di colui che fu ferito dai briganti ?&#8221;<br />
Quello rispose &#8220;chi ha avuto compassione e si è preso cura di lui&#8221;<br />
ed Egli disse &#8220;va e fa anche tu lo stesso&#8221; (Vangelo secondo Luca)</p>
<p><strong>Appello promosso dalla Segreteria Provinciale FIMP<br />
( Federazione Italiana Medici Pediatri ) di Modena </strong></p>
<p></p>
<p>L&#8217;art.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/27/la-salute-e-uguale-per-tutti/">La salute è uguale per tutti</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Curare gli indigenti, soprattutto i bambini, è un dovere deontologico per tutti i medici, ma è un imperativo etico per un paese civile.<br />
Non cancelliamo con un decreto un diritto costituzionale </p>
<p>…&#8221; chi di questi ti sembra stato il prossimo di colui che fu ferito dai briganti ?&#8221;<br />
Quello rispose &#8220;chi ha avuto compassione e si è preso cura di lui&#8221;<br />
ed Egli disse &#8220;va e fa anche tu lo stesso&#8221; (Vangelo secondo Luca)</em></p>
<p><strong>Appello promosso dalla Segreteria Provinciale FIMP<br />
( Federazione Italiana Medici Pediatri ) di Modena </strong></p>
<p><span id="more-11588"></span></p>
<p>L&#8217;art. 32 della Costituzione Italiana sancisce come diritto fondamentale dell&#8217;individuo il diritto alla tutela della salute e garantisce agli indigenti il diritto alle cure gratuite, anche nell&#8217;interesse della collettività.</p>
<p>Il DL 286/ 98 all&#8217;art. 35 prevede la gratuità delle cure urgenti ed essenziali anche agli stranieri non iscritti al SSN, privi di permesso di soggiorno, e privi di risorse economiche e non prevede nessuna segnalazione, salvo i casi di obbligatorietà di referto, come per i cittadini italiani. </p>
<p>La Lega Nord &#8211; Padania ha presentato attraverso 5 Senatori un emendamento che prevede l&#8217;abrogazione del comma 5 dell&#8217;art. 35 e abolisce la gratuità della prestazione urgente ed essenziale agli stranieri non iscritti al SSN e privi di risorse economiche, e propone inoltre l&#8217;obbligo per le autorità sanitarie di segnalarli all&#8217;autorità competente.</p>
<p>I Pediatri di libera scelta aderenti alla FIMP ( Federazione Italiana Medici Pediatri ) operanti nel SSN, sottoscrittori di questo appello,<br />
ritengono gravissimo tale emendamento che finirebbe per respingere in sacche di esclusione la popolazione più indigente e ne richiedono il ritiro :<br />
esso non è soltanto la negazione di un diritto costituzionalmente sancito, ma costituisce anche un pericolo per la tutela della salute della collettività, per la mancata cura di patologie anche gravi, con conseguente rischio di diffusione e rappresenta inoltre un pericoloso passo legislativo verso l&#8217;abolizione del diritto alla cura. </p>
<p>Ritengono inoltre che la segnalazione all&#8217;autorità competente di un paziente indigente sia in aperto contrasto con il codice etico ordinistico al quale i medici debbono attenersi e di cui affermano il primato. </p>
<p>Denunciano con preoccupazione che tale emendamento priverà della assistenza sanitaria essenziale migliaia di bambini divenuti &#8220;per Decreto invisibili e senza diritti&#8221; in totale contrasto con la Convezione ONU sui diritti del fanciullo e richiedono che lo Stato Italiano firmatario con<br />
L. 176/91 della Convenzione ONU di New York del 20.11. 1989 sui diritti del fanciullo garantisca ad ogni minore straniero il pieno diritto di usufruire delle prestazioni mediche pediatriche a prescindere dalla regolarità del soggiorno. </p>
<p>Richiedono quindi a tutti i colleghi Pediatri, a tutti i Medici, agli Operatori Sanitari e a tutti i Cittadini Italiani ai quali stanno a cuore i fondamenti dello stato sociale e la solidarietà di sottoscrivere questo appello. </p>
<p><strong>Per firmare <a href="http://appelli.arcoiris.tv/salute/" target="_blank">qui</a></strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/27/la-salute-e-uguale-per-tutti/">La salute è uguale per tutti</a></p>
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		<title>Tutti i colori del cielo</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Mar 2008 06:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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<p>di <strong>Giuseppe Rizzo</strong></p>
<p>Qualcuno aveva una lampada ad olio. La spiaggia, non appena quello accese il lume, si riempì di ombre. Decine di fantasmi neri iniziarono a scontrarsi e maledirsi. Uno bestemmiava il cielo per tutto quel buio. Uno tirava pedate all’acqua del mare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/09/tutti-i-colori-del-cielo/">Tutti i colori del cielo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/mare_notte.jpg" alt="mare_notte.jpg" /></p>
<p>di <strong>Giuseppe Rizzo</strong></p>
<p>Qualcuno aveva una lampada ad olio. La spiaggia, non appena quello accese il lume, si riempì di ombre. Decine di fantasmi neri iniziarono a scontrarsi e maledirsi. Uno bestemmiava il cielo per tutto quel buio. Uno tirava pedate all’acqua del mare. Uno era inciampato e si era ricoperto di sabbia. La donna stava immobile con le gambe aperte. Il pancione brillava sotto la luce del lume. Fu al momento di rialzarsi che sentii per la prima volta la sua voce. Le tesi la mano, ma il gesto fu così goffo che attirammo l’attenzione di tutti. La donna all’in piedi era piccola e tonda. La pancia le si gonfiava da sotto le vesti e inchiodava lo sguardo di tutti alla sua rotondità. Qualcuno disse che non poteva venire con noi. «È pericoloso», mormorò, «per lei e per noi». È pericoloso, pensavo anch’io. <span id="more-5385"></span>Dopo che l’avevo aiutata ad alzarsi ero andato a raccogliere la mia roba e avevo sperato che si perdesse nella folla. Ma la folla aveva iniziato a rumoreggiare. «È pericoloso», dicevano. È pericoloso, dicevo anch’io. Lei stava zitta. Il mare rumoreggiava nella notte come un animale affamato.<br />
Dovevamo aspettare ancora un’ora, ci avevano detto. Poi, saremmo partiti. La donna veniva con noi. Aveva pagato, e ne aveva il diritto. Io avevo sperato di non incrociarla più. Sentivo qualche voce lamentarsene ogni tanto.  La donna trascinava con sé il codazzo delle voci contrarie alla sua partenza per ogni angolo della spiaggia in cui si spostava. Quando arrivò dalle mie parti, sentii qualcuno dire: «Non è un buon segno». Ma le voci che l’accompagnavano non la sfioravano neanche. Era arrivata da sola. Si spostava senza niente. Si muoveva senza pace, fino allo sfinimento.<br />
A fatica, era arrivata accanto a me. Si era seduta, e dopo un paio di minuti in cui era sembrata addormentarsi, mi aveva domandato se per caso era arrivato qualcuno. Scossi la testa, ma non avevo voluto dire <em>no, non è arrivato nessuno</em>, avevo voluto dire <em>no, non lo so</em>. Si tranquillizzò comunque. Sembrò ricadere nel sonno. E forse fu nel sonno che mi parlò. <em>Potevo andare su in strada a controllare che effettivamente nessuno stesse arrivando? </em><br />
No, non potevo, che bisogno c’era? Non avevo voglia di muovermi. Avevo freddo, avevo paura e avevo fame. Non mi andava di lasciare quel posto sulla spiaggia o caricarmi la roba addosso e poi ritornare. Le prese lo sgomento. Iniziò a guardarsi attorno come se i nervi del collo le fossero impazziti. Cercava fra le ombre qualcosa che non riusciva a trovare. Mi decisi a fare quello che mi aveva chiesto per farla smettere. Feci un paio di volte il giro della spiaggia senza andare fin su alla strada. Decine di ombre nere si confondevano nella notte. Era la prima volta che vi facevo caso da quando avevo messo piede sulla sabbia: eravamo tantissimi e sconosciuti l’uno all’altro. Ognuno con la propria roba, seduto da solo oppure catturato da una febbre che gli impediva di stare fermo per due minuti nello stesso posto. In mezzo a quell’intrico di passi e pensieri, io avrei dovuto trovare qualcosa per conto di quella donna. Ma cosa avrei dovuto cercare? Non trovavo niente, però, tornai dicendole che non c’era nessuno.<br />
Sul gommone avevo cercato uno spazio il più lontano possibile da lei. Ma dopo un po’ mi ritrovai a tenerle la testa tra le mani. Si era adagiata tra le mie gambe e aveva posato la testa sulle mie ginocchia. La situazione si era calmata. Gli altri sembravano averla dimenticata. Si erano zittiti, terrorizzati ora dal mare.<br />
«Da dove vieni?», le chiesi.<br />
«Da Adad», disse.<br />
Non avevo mai sentito nominare quel posto. Io vengo da un villaggio vicino Baidoa, a un paio di giorni da Mogadiscio, e conosco solo questo villaggio. Quando mi avevano detto che era possibile partire, non conoscevo neanche il colore del mare. Chissà perché me l’ero immaginato del giallo del sole, e invece era nero e ghiacciato. Le chiesi se avesse freddo.<br />
«No». Rispose con la testa.<br />
In quel momento potei vederla in faccia perché era comparsa la luna. L’aveva rischiarata appena. Mostrava abbandono. Non aveva l’aria di una che stava bene. Ma nessuno di noi stava bene. Tutti avevamo freddo e paura. Avevamo fame. Il mare era nero e il gommone piccolo. Eravamo stipati l’uno accanto all’altro.<br />
«Cosa facevi ad Adad», le chiesi.<br />
«Badavo ai miei figli», disse.<br />
E io l’immaginai madre di molti.<br />
«Stavo a casa e badavo ai miei figli», ripeté. Come volendo dimostrare che era in pena per loro.<br />
«Quanti ne hai?», le chiesi.<br />
«Otto», disse, «due molto malate».<br />
«Piccole?», domandai.<br />
«Piccole», rispose.<br />
Fui sorpreso, perché non pensavo che potesse avere tutti quei figli. Da quello che avevo potuto vedere, mi era sembrata molto giovane. Una bambina, quasi, lei stessa. Le cercai le mani per vedere se avevo ragione. Erano piccole mani tonde e lisce e morbide. Da bambina. Mi fermai ad accarezzarle. Anch’io avevo lasciato due bambine a casa. Sapevo che cosa voleva dire lasciare dei bambini a casa. Sapevo quanto valevano, i bambini e le case. Cercai di farglielo capire.<br />
«Vedrai che se la caveranno», le dissi.<br />
Ma stavo parlando con me stesso. Lei guardava oltre la mia spalla. Guardai anch’io il cielo. La luna se n’era andata un’altra volta e le stelle erano affogate nel buio. C’era solo il mare con noi, anche se tutti chiudevano gli occhi, cercando di dimenticarlo. Era il rumore del motore che ci ricordava di essere sopra un gommone.<br />
«Hai paura del mare?», le chiesi.<br />
«No», disse a bassa voce.<br />
Io insistevo: «Di cosa hai paura allora?»<br />
Era una domanda che avevo fatto a me stesso mille volte prima di partire. E me l’ero ripetuta sulla spiaggia, quando la donna mi aveva chiesto di controllare che non ci fosse nessuno che la stesse cercando, e io avevo incrociato lo sguardo dei fantasmi irrequieti in attesa di imbarcarsi.<br />
«Di cosa hai paura, allora?», le chiesi un’altra volta.<br />
«Di tutto», mi disse.<br />
Cercai nell’acqua uno specchio per guardarmici, ma il mare era nero. Mi chiese se eravamo da soli in quel nero.<br />
«Sì», dissi, ma era buio, non si vedeva niente.<br />
«Sei sicuro?», chiese.<br />
«No», risposi.<br />
«Guarda di nuovo», disse.<br />
Guardai e le dissi: «Non vedo niente».<br />
Abbassò lo sguardo e sospirò: «Meno male».<br />
«Perché?» dissi, «cosa ci dovrebbe essere, siamo soli, c’è il mare, non ti basta?»<br />
Avevo perso la calma. Le stringevo le spalle. Pretendevo che mi dicesse da cosa stesse scappando.<br />
« E perché?», chiedevo.<br />
Ma non avevo risposte. Provai a dimenticarmi di lei e a chiudere gli occhi per un po’ di sonno. Mi svegliarono i suoi capelli lungo le mie braccia. Stava provando ad alzarsi ma qualcosa la inchiodò di nuovo al gommone. Cacciò un grido che quasi faceva cadere un paio di uomini in mare. Iniziò a urlare e a dimenarsi come un cane morso da uno scorpione. Le si erano rotte le acque. In quel preciso istante si mise a piovere. Una pioggia dapprima lenta e poi forte e poi infernale. Chi non aveva voluto che lei salisse sul gommone in quelle condizioni disse che era uno spirito maligno e che le cose sarebbero peggiorate se non avessimo fatto subito qualcosa. Due donne dissero che era meglio sbarazzarsi di lei, abbandonarla nel mare, buttarla giù dal gommone.<br />
Intanto lei si era irrigidita e scalciava. Un lampo, che tagliò la notte in due come una lama, le illuminò metà della faccia piegata dal dolore. Con le mani aveva cercato due braccia a cui aggrapparsi. Io potevo sentirle le vene e i nervi del collo gonfiarsi fin quasi ad esplodere. Gli altri parlavano lingue che ora mi sembravano lontanissime, sconosciute. Capivo dai gesti che si stava decidendo di spingerla in acqua. I bambini, di cui non mi ero accorto fino a quel momento, iniziarono a piangere uno dopo l’altro. La pioggia impastava il loro strillare con le voci sempre più dure delle persone intenzionate a seppellire quell’incubo in mare. Un’ombra grave, che finora era rimasta in silenzio sulla punta del gommone, si alzò e si mosse verso la donna. Guardò me e poi lei e poi fece come per prenderla in braccio.<br />
Ebbi paura. Ebbi paura che quell’ombra fosse stata mandata dal cielo per compiere il volere di tutti, anche il mio. C’è un detto che dice che ognuno di noi può svegliarsi anche all’alba, ma il destino lo precederà sempre e comunque di mezz’ora. Mezz’ora prima io avevo letto nel volto di quella donna il volto delle mie figlie, delle mie sorelle, di mia moglie, di mia madre, della madre di mia madre e di tutte le madri del mio villaggio. Perciò gridai a tutti di finirla. Mi alzai ed intimai all’uomo di allontanarsi.<br />
Non so quanti minuti, o ore, o giorni, o mesi, o anni passarono fino a quando noi tutti sentimmo le urla del bambino che usciva dal ventre della donna. Fu come se si fosse compiuto un sacrificio benevolo, per cui tutti si calmarono. Una ragazza lo prese e lo avvolse in un panno pulito. Un uomo prese un po’ della sua acqua da bere, se la mise in bocca per riscaldarla e la versò sulla faccia del bambino per pulirlo dal sangue. Le grida della madre si quietarono quando un paio di forbici attaccate ad una mano sconosciuta tagliarono il cordone che la legava al figlio.<br />
In tutto quel tempo mi ero dimenticato di avere la sua testa tra le mani. Era come se fossi sprofondato in un sonno pesante e senza sogni. Fu lei a svegliarmi. Mentre gli altri cercavano di coprire come meglio potevano il bambino, lei voltò la testa verso di me e disse:<br />
«Promettimi che lo porti con te».<br />
Sentii che lo scorpione che l’aveva tormentata fino a quel momento si era attaccato alla mia gola. Non sapevo cosa dirle.<br />
«Perché?», le chiesi.<br />
Non mi rispose. Non lo aveva mai fatto, eppure, a questo punto&#8230; Stava per chiudere gli occhi. Le strinsi una guancia, le afferrai il collo, le sollevai la testa, le chiesi:<br />
«Da cosa scappi?»<br />
E lei: «E tu?»<br />
Furono le sue ultime parole. Poi chiuse gli occhi. Non volli dirlo subito agli altri. Ero convinto che se fossi riuscito a far passare la notte senza che se ne accorgessero, al mattino lei avrebbe riaperto le labbra e avrebbe respirato ancora. Ma quando si avvicinarono per darle in braccio il bambino se ne accorsero tutti. Ci fu di nuovo grande confusione: le madri iniziarono a tirarsi le vesti; i bambini cominciarono a gridare; gli uomini a chiedersi cosa fare. Questa volta però non c’era altro da fare. Ce l’avevano detto anche prima di partire. Se qualcuno non ce la fa, tiratelo giù, non potete arrivare in Sicilia con i morti appresso.<br />
E così la girammo sul lato e la rotolammo fuori dal gommone. Scomparve lentamente, accompagnata dalle prime luci dell’alba. Il cielo si imperlò delle ultime gocce di pioggia e la luce del nuovo giorno vi disegnò un arco di colori incandescenti. A questo, e al fatto che una madre non dimentica mai il senso e i colori del cielo, il piccolo deve il suo nome: Jaha, che in Swahili significa <em>Cielo</em>, ma anche <em>Paradiso</em>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/09/tutti-i-colori-del-cielo/">Tutti i colori del cielo</a></p>
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