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	<title>Nazione Indiana &#187; commenti</title>
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		<title>Blog, commenti e lettori</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 15:17:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.nazioneindiana.com/author/jan-reister/">Jan Reister</a></p>
<p>mi viene spesso chiesto se il numero dei commenti ad un articolo di un blog sia un segno di qualità, se costituisca un indicatore del numero dei lettori ed in definitiva un indice del successo di uno scritto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/07/blog-commenti-e-lettori/">Blog, commenti e lettori</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.nazioneindiana.com/author/jan-reister/">Jan Reister</a></p>
<p>mi viene spesso chiesto se il numero dei commenti ad un articolo di un blog sia un segno di qualità, se costituisca un indicatore del numero dei lettori ed in definitiva un indice del successo di uno scritto. La mia risposta è che il numero dei commenti non c&#8217;entra nulla, indica solo quanti commenti ci sono. Ma non è proprio così semplice<span id="more-36562"></span></p>
<p>I commenti su Nazione Indiana non dicono nulla della bontà di un pezzo, ma sono un sintomo di altro, di discussione viva appunto che potrebbe però riguardare numericamente poche persone. La discussione è un indicatore della lettura, ma solo in un modo indiretto in cui intervengono fattori deformanti, frutto delle dinamiche sociali e tecniche della conversazione in rete.</p>
<p>Provo a spiegarmi con un esempio mettendo a confronto due articoli assai diversi usciti da pochi giorni, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/02/pubblicare-per-mondadori/">Pubblicare per Mondadori?</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/01/la-liberazione-di-andromeda/">La liberazione di Andromeda</a>, presi a caso tra i primi che ho trovato .</p>
<h3>Una discussione affollata: &#8220;Pubblicare per Mondadori?&#8221;</h3>
<p>Il primo è commentato intensamente da un gruppo di 40 persone che causa ripetute visualizzazioni di pagina a testa: per postare il commento e per leggere i nuovi commenti via via che compaiono. Dato che i commenti si svolgono nell&#8217;arco di vari giorni, ogni commentatore causa anche ripetute <a href="http://www.google.com/support/analytics/bin/answer.py?hl=it&amp;answer=57164">visualizzazioni uniche</a> (cioé pagine visualizzate all&#8217;interno di una stessa sessione di visita), diciamo in  media due al giorno se il commentatore si collega la mattina ed al pomeriggio.</p>
<p>I dati di <a href="http://www.google.com/support/analytics">Google Analytics</a> per Nazione Indiana, nell&#8217; intervallo di tempo 07/ago/2010 &#8211; 06/set/2010 sono:</p>
<blockquote><p>http://www.nazioneindiana.com/2010/09/02/pubblicare-per-mondadori/<br />
3.385      Visualizzazioni di pagina<br />
2.015      Visualizzazioni uniche</p></blockquote>
<p>Ci sono al momento in cui scrivo 205 commenti scritti da 40 commentatori, se ipotizzo che ogni commentatore faccia 2 visite al giorno, nei 5 giorni passati dalla pubblicazione ad ora avremmo:</p>
<blockquote><p>205 commenti<br />
40 commentatori<br />
10 visualizzazioni uniche per commentatore (ipotesi)<br />
400 visualizzazioni uniche causate dai commentatori (ipotesi)<br />
1.615 visualizzazioni uniche senza i commentatori (ipotesi)</p></blockquote>
<p>Con queste ipotesi quindi le visualizzazioni uniche dell&#8217;articolo sono 4 volte più numerose di quelle causate dai commentatori, segno che l&#8217;articolo è popolare, è stato segnalato in rete, eccetera. Certamente una parte di queste visualizzazioni uniche dipende dai lettori silenziosi che seguono da spettatori, nei giorni, l&#8217;evoluzione dei commenti: non sappiamo quanti siano, ma azzardiamo che non siano più dei commentatori (e probabilmente sono molti meno).</p>
<p>In questo esempio, se ipotizziamo che il lettore medio (interessato all&#8217;articolo, che ignora i commenti) legga la pagina in una sola sessione, avremmo:</p>
<blockquote><p>1.215  visualizzazioni uniche senza commentatori e spettatori silenziosi (ipotesi)</p></blockquote>
<p>e quindi riassumendo abbiamo:</p>
<blockquote><p>1215 lettori silenziosi<br />
40 lettori-commentatori<br />
40 lettori-spettatori<br />
&#8212;-<br />
1.295 lettori totali</p></blockquote>
<h3>Una discussione tranquilla: &#8220;La liberazione di Andromeda&#8221;</h3>
<p>Nel caso del secondo articolo&#8221;La liberazione di Andromeda&#8221; le visualizzazioni di pagina totali sono molto minori e così pure i commenti, che sono una manciata:</p>
<blockquote><p>http://www.nazioneindiana.com/2010/09/01/la-liberazione-di-andromeda/<br />
413      Visualizzazioni di pagina<br />
320      Visualizzazioni uniche</p></blockquote>
<p>L&#8217;articolo ha per ora 10 commenti di 9 persone,  un numero troppo basso per scatenare le dinamiche osservabili nelle discussioni affollate (polemiche,voyeurismo, aggiornamento della discussione, interventi ripetuti e articolati). Probabilmente ogni commentatore causa due visualizzazioni uniche (due sessioni) in totale, avremmo quindi:</p>
<blockquote><p>10 commenti<br />
9 commentatori<br />
2 visualizzazioni uniche per commentatore (ipotesi)<br />
18 visualizzazioni uniche causate dai commentatori (ipotesi)<br />
302 visualizzazioni uniche senza i commentatori (ipotesi)<br />
284  visualizzazioni uniche senza commentatori e spettatori silenziosi (ipotesi)</p></blockquote>
<p>Abbiamo quindi un articolo letto relativamente da pochi, poco commentato, ma con un rapporto commenti/visualizzazioni uniche molto alto: 1/30, mentre nel caso del primo articolo erano 1/10. Potremmo riassumere così:</p>
<blockquote><p>284 lettori silenziosi<br />
9 lettori-commentatori<br />
9 lettori-spettatori<br />
&#8212;-<br />
302 lettori totali</p></blockquote>
<p>E&#8217; evidente che ho usato pesi diversi nella misurazione dei due articoli, e che i risultati numerici delle ipotesi sono semplicemente frutto di una ricognizione speditiva priva di scientificità. Del resto dovremmo analizzare un campione più vasto di articoli, pubblicati da almeno 30 giorni, e bisognerebbe considerare l&#8217;effetto cumulativo del traffico da link e citazioni, che negli articoli degli archivi di Nazione Indiana è rilevante.</p>
<p>Quanto scritto fin qui però permette di valutare nella giusta prospettiva quantità e qualità nelle conversazioni: anche quando sono centinaia e partono per la tangente i commenti dei  lettori sono spesso interessanti, intelligenti e innovativi, sono una  conversazione che si svolge attorno al testo originale; il loro  interesse è principalmente qualitativo e non nel numero. Vi si leggono a volte cose interessanti, sono un posto dove le persone si incontrano.</p>
<p>In conclusione:</p>
<ul>
<li>Il numero di commenti di un articoli su Nazione Indiana riflette l&#8217;interesse a commentare quell&#8217;articolo. Bella scoperta!</li>
<li>Il numero di lettori reali di un articolo è 10-30 volte (e più) quello dei commenti;</li>
<li>I commenti sono pubblici, le statistiche sul traffico web no (ma chi vuole può chiedermele);</li>
<li>Al crescere dei commenti a un articolo si creano distorsioni nei dati. I caso limite sono l&#8217;articolo senza commenti e quello con oltre 500 commenti.</li>
</ul>
<p>E soprattutto: <strong>Articoli diversi su Nazione Indiana sono letti di più o di meno, in modo diverso,</strong> perché<strong>:</strong></p>
<ul>
<li>sono scritti diversamente;</li>
<li>vengono letti da tipi, fasce, strati e famiglie di lettori differenti;</li>
<li>sono stati pubblicati in momenti dell&#8217;anno e della settimana diversi, più o meno favorevoli alla lettura;</li>
<li>quando sono usciti, l&#8217;attenzione della rete era spostata altrove.</li>
</ul>
<p>&#8211; fine</p>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 432px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">
<pre>205 commenti</pre>
<pre>40 commentatori</pre>
<pre>12 visualizzazioni uniche per commentatore (ipotesi 2*5 giorni)</pre>
<pre>400 visualizzazioni uniche causate dai commentatori (ipotesi)</pre>
<pre>3.385      Visualizzazioni di pagina</pre>
<pre>2.015      Visualizzazioni uniche</pre>
<pre>1.615 visualizzazioni uniche senza i commentatori (ipotesi)</pre>
<pre>1.215  visualizzazioni uniche senza commentatori e spettatori silenziosi</pre>
<pre>(ipotesi)</pre>
</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/07/blog-commenti-e-lettori/">Blog, commenti e lettori</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Un piccolo bilancio di Nazione Indiana &#8211; 2</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/11/03/un-piccolo-bilancio-di-nazione-indiana-2/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/11/03/un-piccolo-bilancio-di-nazione-indiana-2/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 03 Nov 2009 07:31:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a title="chi sono e che faccio" href="http://www.nazioneindiana.com/author/jan-reister">Jan Reister</a></p>
<p><em>Articolo amarcord d&#8217;occasione dato che Nazione Indiana ha compiuto sei anni e mezzo: <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/28/un-piccolo-bilancio-di-nazione-indiana-1/">qui</a> ho parlato dellla prima fase del progetto, dal 2003 al 2005, ora proseguo nel bilancio dell&#8217;esperienza dei due anni successivi sotto il profilo tecnico/editoriale: la rinascita, l&#8217;uso più consapevole della rete ed un fatto di polizia.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/03/un-piccolo-bilancio-di-nazione-indiana-2/">Un piccolo bilancio di Nazione Indiana &#8211; 2</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a title="chi sono e che faccio" href="http://www.nazioneindiana.com/author/jan-reister">Jan Reister</a></p>
<p><em>Articolo amarcord d&#8217;occasione dato che Nazione Indiana ha compiuto sei anni e mezzo: <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/28/un-piccolo-bilancio-di-nazione-indiana-1/">qui</a> ho parlato dellla prima fase del progetto, dal 2003 al 2005, ora proseguo nel bilancio dell&#8217;esperienza dei due anni successivi sotto il profilo tecnico/editoriale: la rinascita, l&#8217;uso più consapevole della rete ed un fatto di polizia.</em></p>
<p><span id="more-13658"></span></p>
<h3>Versione due punto zero: 2005-2007</h3>
<p>Dopo la crisi informatica e  sociale del maggio 2005, Nazione Indiana <a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/07/03/si-riparte/">riparte</a> nel luglio 2005 con un sito rinnovato ed una compagine sociale decisa a proseguire il progetto. Migro infatti il blog a <a href="http://www.wordpress.org">wordpress</a> 1.5 recuperando gli archivi di articoli e commenti dei due anni precedenti, appronto una grafica minimalista, molto simile a quella attuale. Nella testata del blog c&#8217;è spazio per un sottotitolo, così in mancanza di meglio scrivo &#8220;versione 2.0&#8243; che sta a significare la rinascita, non solo tecnica, del progetto ed il <a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/07/12/continuiamo-parte-1/">nuovo accordo</a> raggiunto dai partecipanti al progetto dopo le <a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/05/27/allora-ce-ne-andiamo-prima-noi/">defezioni</a> dei mesi precedenti.</p>
<p>Dal punto di vista tecnico NI 2.0 è accessibile, leggibile, organizzato in modo razionale, ed i lettori sembrano apprezzarlo. I <a href="http://www.nazioneindiana.com/netiquette/iscriviti/">feed</a> sono subito completi e wordpress cerca di rispettare gli standard del <a href="http://www.w3.org/">W3C</a>. In quel periodo creo una minima organizzazione redazionale con una serie di pagine di servizio per i lettori (Chi siamo, le condizioni d&#8217;uso, come contattarci&#8230;), apro l&#8217;attuale indirizzo email pubblico ed una mailing list interna per gli indiani.</p>
<p>Risalgono a quel periodo <a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/web-analytics/">vari resoconti</a> che ho pubblicato sull&#8217;andamento del traffico e dei lettori di Nazione Indiana, principalmente per mostrare che gli sforzi profusi dalla redazione portavano in effetti a risultati misurabili (più lettori, maggiore diffusione), in un periodo in cui non mancavano titubanze e ripensamenti sulla nuova fase del progetto Nazione Indiana.</p>
<p>Riporto qui sotto un riepilogo degli articoli pubblicati e dei commenti, divisi per anno. Notare l&#8217;esplosione di commenti del 2006.</p>
<table border="0" cellspacing="10">
<tbody>
<tr>
<th>Post</th>
<th>Media caratteri</th>
<th>Caratteri Totali</th>
<th>media Commenti</th>
<th>Commenti Totali</th>
</tr>
<tr>
<td>2008</td>
<td align="right">933</td>
<td align="right">8754</td>
<td align="right">8166599</td>
<td align="right">18</td>
<td align="right">16181</td>
</tr>
<tr>
<td>2007</td>
<td align="right">918</td>
<td align="right">8013</td>
<td align="right">7355914</td>
<td align="right">27</td>
<td align="right">24747</td>
</tr>
<tr>
<td>2006</td>
<td align="right">710</td>
<td align="right">8677</td>
<td align="right">6160026</td>
<td align="right">32</td>
<td align="right">22608</td>
</tr>
<tr>
<td>2005</td>
<td align="right">723</td>
<td align="right">7292</td>
<td align="right">5271747</td>
<td align="right">15</td>
<td align="right">10826</td>
</tr>
<tr>
<td>2004</td>
<td align="right">557</td>
<td align="right">7363</td>
<td align="right">4100952</td>
<td align="right">10</td>
<td align="right">5151</td>
</tr>
<tr>
<td>2003</td>
<td align="right">233</td>
<td align="right">8878</td>
<td align="right">2068386</td>
<td align="right">7</td>
<td align="right">1463</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>L&#8217;analisi del traffico fatta in quel periodo è stata divertente, perché per un po&#8217; ho usato affiancati sia <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Urchin_(software)">Urchin</a> per l&#8217;analisi sui log, sia Google Analytics per l&#8217;analisi sulle pagine. Poi, con la nascita di <a href="http://it.blogbabel.com">Blogbabel</a> è stato possibile allargare l&#8217;orizzonte di analisi al resto della rete, confrontando tra di loro siti vicini a Nazione Indiana nella famosa <a href="http://it.blogbabel.com/metrics/">classifica</a>,  e rendendo meno rilevanti i dati di traffico di per sé. Oggi come allora mancava comunque uno strumento per l&#8217;analisi ed il confronto quantitativo tra siti noprofit, che non fosse il costoso ed esclusivo sistema Audiweb/Nielsen. Forse le API di Google Analytics saranno in futuro una possibilità (secondo quanto scrive <a href="http://www.goanalytics.info/category/api/">Marco Cilia</a>).</p>
<p>Qui una panoramica del traffico 2005-2007: <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Analytics_www.nazioneindiana.com__DashboardReport.pdf">Analytics_www.nazioneindiana.com__(DashboardReport)</a>. <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Analytics_www.nazioneindiana.com__DashboardReport.pdf"><br />
</a></p>
<p>Un aspetto che abbiamo dibattuto infinite volte è stato come continuare a tenere il sito aperto ai commenti dei lettori. Volevamo sentirci a nostro agio in una comunità civile, un posto in cui ci facesse piacere stare a discutere e ad ascoltare. Questo ha richiesto di intervenire di tanto in tanto, per evitare che le occasionali intemperanze di alcuni commentatori limitassero l&#8217;attenzione e la disponibilità di tutto il resto dei lettori. E&#8217; un lavoro incompleto, pieno di errori, noisissimo ed insulso, ma non abbiamo trovato finora alternative migliori.</p>
<p>Questo periodo per me si conclude simbolicamente nel febbraio 2007, quando come responsabile tecnico del sito vengo convocato dalla Polizia Postale che mi fa molte domande, nel suo modo vago ma preciso,  su Nazione Indiana, i suoi autori ed i suoi commentatori. Rispondo tranquillamente, tutti sono molto cortesi e mentre gli mostro il sito web di Nazione Indiana dove per puro caso campeggia in home page un <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/02/03/torre-gaia-e-lossessione-della-sicurezza/">articolo di Raimo su Torre Gaia</a>, scopro che uno degli agenti è nato lì ed ha letto il pezzo. Pausa. Mi dice che quel quartiere è proprio strano come lo descrive Raimo, bel sito Nazione Indiana. Pausa. Mi rilasso&#8230; Non ho più saputo nulla dell&#8217;indagine, credo che si sia conclusa in nulla, ma da quel momento ho iniziato a pensare come organizzare il progetto Nazione Indiana in modo più robusto e strutturato al di là degli aspetti strettamente tecnici.</p>
<p>&#8211;</p>
<p>Continua.</p>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">
<table border="0" cellspacing="10">
<tbody>
<tr>
<th>Post</th>
<th>Media caratteri</th>
<th>Caratteri Totali</th>
<th>media Commenti</th>
<th>Commenti Totali</th>
</tr>
<tr>
<td>2008</td>
<td align="right">933</td>
<td align="right">8754</td>
<td align="right">8166599</td>
<td align="right">18</td>
<td align="right">16181</td>
</tr>
<tr>
<td>2007</td>
<td align="right">918</td>
<td align="right">8013</td>
<td align="right">7355914</td>
<td align="right">27</td>
<td align="right">24747</td>
</tr>
<tr>
<td>2006</td>
<td align="right">710</td>
<td align="right">8677</td>
<td align="right">6160026</td>
<td align="right">32</td>
<td align="right">22608</td>
</tr>
<tr>
<td>2005</td>
<td align="right">723</td>
<td align="right">7292</td>
<td align="right">5271747</td>
<td align="right">15</td>
<td align="right">10826</td>
</tr>
<tr>
<td>2004</td>
<td align="right">557</td>
<td align="right">7363</td>
<td align="right">4100952</td>
<td align="right">10</td>
<td align="right">5151</td>
</tr>
<tr>
<td>2003</td>
<td align="right">233</td>
<td align="right">8878</td>
<td align="right">2068386</td>
<td align="right">7</td>
<td align="right">1463</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/03/un-piccolo-bilancio-di-nazione-indiana-2/">Un piccolo bilancio di Nazione Indiana &#8211; 2</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Un piccolo bilancio di Nazione Indiana &#8211; 1</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/28/un-piccolo-bilancio-di-nazione-indiana-1/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Jan 2009 06:36:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a title="chi sono e che faccio" href="http://www.nazioneindiana.com/author/jan-reister">Jan Reister</a></p>
<p>Tra qualche settimana, a marzo, Nazione Indiana compirà sei anni. E&#8217; l&#8217;età a cui si va in prima elementare, si fanno bilanci e grandi progetti per la vita. Cercherò qui di tirare le somme della mia esperienza in questo progetto, basandomi su quello che conosco meglio ovvero il lato tecnico/editoriale di questa avventura.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/28/un-piccolo-bilancio-di-nazione-indiana-1/">Un piccolo bilancio di Nazione Indiana &#8211; 1</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a title="chi sono e che faccio" href="http://www.nazioneindiana.com/author/jan-reister">Jan Reister</a></p>
<p>Tra qualche settimana, a marzo, Nazione Indiana compirà sei anni. E&#8217; l&#8217;età a cui si va in prima elementare, si fanno bilanci e grandi progetti per la vita. Cercherò qui di tirare le somme della mia esperienza in questo progetto, basandomi su quello che conosco meglio ovvero il lato tecnico/editoriale di questa avventura. Inizio con i numeri riportati sopra, che raccontano la produzione culturale degli indiani e dei loro lettori.</p>
<table border="0" cellspacing="10">
<tbody>
<tr>
<th>Post</th>
<th>Media caratteri</th>
<th>Caratteri Totali</th>
<th>media Commenti</th>
<th>Commenti Totali</th>
</tr>
<tr>
<td>2008</td>
<td align="right">933</td>
<td align="right">8754</td>
<td align="right">8166599</td>
<td align="right">18</td>
<td align="right">16181</td>
</tr>
<tr>
<td>2007</td>
<td align="right">918</td>
<td align="right">8013</td>
<td align="right">7355914</td>
<td align="right">27</td>
<td align="right">24747</td>
</tr>
<tr>
<td>2006</td>
<td align="right">710</td>
<td align="right">8677</td>
<td align="right">6160026</td>
<td align="right">32</td>
<td align="right">22608</td>
</tr>
<tr>
<td>2005</td>
<td align="right">723</td>
<td align="right">7292</td>
<td align="right">5271747</td>
<td align="right">15</td>
<td align="right">10826</td>
</tr>
<tr>
<td>2004</td>
<td align="right">557</td>
<td align="right">7363</td>
<td align="right">4100952</td>
<td align="right">10</td>
<td align="right">5151</td>
</tr>
<tr>
<td>2003</td>
<td align="right">233</td>
<td align="right">8878</td>
<td align="right">2068386</td>
<td align="right">7</td>
<td align="right">1463</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><span id="more-13232"></span></p>
<h3>Gli esordi: 2003-2005</h3>
<p>Sono arrivato in Nazione Indiana nel 2005, del periodo precedente conosco le risorse informatiche che ho trovato ed i racconti delle persone con cui ho parlato.</p>
<p>Il dominio nazioneindiana.com viene registrato a marzo 2003, credo  da Tiziano Scarpa. In quel periodo diventava popolare in Italia MovableType, un software gratuito per creare facilmente blog dinamici self-hosted, che aveva già tutte le funzioni che ci aspetteremmo oggi: gestione di più autori, interfaccia di amministrazione e scrittura, commenti, feed RSS, ping, template grafici. Nazione Indiana viene creata usando MovableType 1.18, Giusepe Genna realizza una grafica sobria e neutra che <a title="NI nel giugno 2003" href="http://web.archive.org/web/20030621113207/http://www.nazioneindiana.com/">potete vedere</a> su <a title="la macchina del tempo di nazione indiana" href="http://web.archive.org/web/*/www.nazioneindiana.com">archive.org</a> e che sopravvive nel marchio con piume presente anche sull&#8217;attuale testata.</p>
<p>Il sito è pensato per pubblicare facilmente, liberi da preoccupazioni editoriali o da scadenze, nell&#8217;ordine cronologico proprio del blog;  non ci sono però i commenti, per esplicita scelta. Genna, che realizza il template grafico e lascia Nazione Indiana quasi immediatamente dopo, cancella i riferimenti al motore CGI dei commenti sulle pagine, ma li lascia, forse per una svista, sugli archivi mensili dove gli attenti lettori ben presto li scoprono ed iniziano ad usarli, seppure costretti in modo scomodissimo dentro un unico contenitore mensile, e non sotto ogni singolo articolo come oggi.</p>
<p>Nel 2004-2005 Nazione Indiana decolla, aumentano gli articoli e si accatastano migliaia di commenti, ma nessuno apparentemente si cura di aggiornare MovableType. L&#8217;archivio mensile raggiunge dimensioni mostruose, lo spam dei commenti intasa il server e le risorse messe a disposizione dall&#8217;hosting provider si esauriscono. Il provider disattiva a più riprese il sito o parti di esso, a metà 2005 vengo chiamato da un paio di indiani a porre rimedio, c&#8217;era il rischio di perdere gli archivi del sito, ma intanto era in crisi <a title="Antonio Moresco e altri escono da Nazione Indiana" href="http://www.nazioneindiana.com/2005/05/27/commiato/">qualcosa di più</a> di una applicazione web.</p>
<p>Quello che mi ha colpito di più, rassettando gli archivi nel 2005, è stata la fantastica profusione di energie dei commentatori, che con 10.000 commenti spesso lunghissimi hanno scritto un blog parallelo, una antologia collaterale di critica, impegno, dibattito civile e delirio che è uno specchio dell&#8217;Italia in rete in quegli anni.</p>
<p>Di quel periodo ci sono pochi dati sul traffico, leggo nei miei appunti che a giugno 2005 Nazione Indiana aveva PageRank 4 e riceveva 1200 visite / 2500 pagine viste in media al giorno, sorgenti di traffico equamente distribuite tra motori di ricerca, siti di riferimento e visite dirette. Gli archivi di quel periodo continuano ad essere letti negli anni successivi e costituiscono circa il 6% delle pagine viste negli anni dal 2006 al 2008, come si vede dal grafico allegato di Google Analytics con l&#8217;elenco dei 100 articoli più letti oggi di quel periodo: <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/analytics_wwwnazioneindianacom__topcontentreport2003-2005.pdf">top content report-2003-2005</a> (PDF).</p>
<p>Alcuni dei testi più letti, come <a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/12/02/io-so-e-ho-le-prove/">Io so ed ho le prove</a> di Roberto Saviano, hanno un picco di popolarità in un periodo limitato ad un paio di mesi, a causa di citazioni su altri siti, eventi editoriali o eventi esterni: <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/analytics_wwwnazioneindianacom__topcontentdetailreportio-so-e-ho-le-prove.pdf">top content detail report 2003-1005-io-so-e-ho-le-prove</a> (PDF). Altri, come ad esempio <a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/10/01/tecniche-di-suicidio/">Tecniche di suicidio</a> di Sergio Garufi, ricevono visite regolarmente a causa della buona posizione sui motori di ricerca e della singolare popolarità di questo di argomento:  <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/analytics_wwwnazioneindianacom__topcontentdetailreport-tecnichesuicidio.pdf">top-content-detail-report-2003-2005-tecniche-di-suicidio</a> (PDF).</p>
<p>Credo che uno studio della popolarità delle singole voci di archivio  aprirebbe prospettive interessanti, se qualcuno tra i lettori volesse proporre un piccolo progetto sarei felice di fornirgli gli strumenti che ho.</p>
<p><strong> </strong><em>Continua.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>(le informazioni sul numero di articoli, caratteri, commenti sono ricavate con il plugin <a href="http://www.paolo.valenti.name/2009/01/06/statistiche-del-blog/">wollystats</a>)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/28/un-piccolo-bilancio-di-nazione-indiana-1/">Un piccolo bilancio di Nazione Indiana &#8211; 1</a></p>
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		<title>Lo stato delle cose in Occidente</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/30/lo-stato-delle-cose-in-occidente/</link>
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		<pubDate>Sat, 30 Aug 2008 08:30:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Amo le stazioni termali. Immergermi nelle loro acque calde e rigeneratrici. Nuotare lentamente in una grande piscina blu.<br />
Al mattino, soprattutto. Prima delle nove, quando l’allegro «Avanti, muovetevi!», lanciato da un robusto insegnante in costume da bagno, dà inizio alla lezione di <em>water-gym</em> programmata per una clientela alla ricerca dei suoi glutei perduti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/30/lo-stato-delle-cose-in-occidente/">Lo stato delle cose in Occidente</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Amo le stazioni termali. Immergermi nelle loro acque calde e rigeneratrici. Nuotare lentamente in una grande piscina blu.<br />
Al mattino, soprattutto. Prima delle nove, quando l’allegro «Avanti, muovetevi!», lanciato da un robusto insegnante in costume da bagno, dà inizio alla lezione di <em>water-gym</em> programmata per una clientela alla ricerca dei suoi glutei perduti. I glutei, tuttavia, non sono vecchi e cadenti ! E neppure solo femminili! Sono glutei giovani e nonostante ciò alla ricerca di se stessi.<br />
Come spiegare il mistero dei giovani glutei perduti?<br />
Nuotando in solitudine, la risposta mi pare semplice: il tempio della salute (<em>salus per aquam</em>, dicevano gli antichi Romani), che fino a dieci anni fa era frequentato da un pubblico di moribondi o da persone mature e annoiate, è diventata la cattedrale del <em>wellness</em>, la casa della bellezza fisica, <em>The Beauty Farm</em>.<br />
In una verde vallata circondata dalle montagne, alla frontiera tra Italia e Austria (non lontano dal castello del grande alpinista Reinhold Messner), dove, secondo la leggenda, Ötzi, l’uomo primitivo, ha trascorso il suo tempo a urlare il proprio nome per notti e notti– ottenendo come unica risposta una triste eco – si trova il Centro di benessere «Paradiso». <span id="more-7769"></span><br />
Si tratta di un’oasi per giovani coppie in viaggio di nozze, per giovani coppie con prole (la Beauty Farm «Paradiso» è dotata di un <em>baby-club</em> e di graziose animatrici bilingui) desiderose di dimenticare il loro status di genitori, per neomamme che aspirano, <em>post partum</em>, a snellire i loro lombi, per giovani manager in fuga dai loro computer, per studentesse alla ricerca di giovani manager in fuga dai loro computer desiderose di continuare a vestire Gucci, Louis Vitton, Dolce &amp; Gabbana, per single la cui incertezza sessuale è proporzionale a quella del loro avvenire: persone tra i diciotto e i trent’anni che possono diventare qualsiasi cosa: omosessuali, eterosessuali, bisessuali, transessuali, o tutte e quattro le cose insieme e che cercano un rifugio, una pausa, una «camera del silenzio», un trattamento per capelli, un lettino dove riposare o meditare in compagnia del loro Ipod.<br />
Di solito, nuoto prima dell’ora della cristalloterapia, prevista per le dieci.<br />
La cristalloterapia si basa su un unico principio: tutto ciò che esiste nell’universo è energia solidificata in strutture precise e apparentemente chiuse in se stesse. Apparentemente. L’energia, infatti, non si può imprigionare. Si agita continuamente, secondo una frequenza vibratoria particolare che dipende dai corpi in cui s’imbatte durante il suo percorso. Il cristallo, che possiede una vibrazione costante, una volta posato su un corpo umano (di preferenza su un dorso completamente rilassato), le cui vibrazioni sono purtroppo molto più instabili, perviene a stabilire uno stato d’armonia. Secondo i fondamenti della cristalloterapia, tutte le malattie dell’uomo derivano da un blocco energetico che invia vibrazioni negative sul piano fisico, emotivo e mentale. Perciò, se si vuole neutralizzare la nostra consustanziale mancanza d’armonia e reintegrare il flusso positivo dell’energia universale, bisogna assolutamente provare la cristalloterapia.<br />
Quindi passare direttamente all’aromaterapia, poi al massaggio al miele, successivamente a quello al cioccolato, poi al trattamento alle alghe marine, quindi alle immersioni nel fieno – molto indicate per la cura di ogni indurimento sia epidermico che spirituale –, poi sottomettersi a una doccia nebulizzante, poi immergersi in una vasca di latte ricoperta di ciclamini, quindi, usciti dal latte, scivolare delicatamente in un’altra vasca riempita di scorze di mela «Vitalis».<br />
Infine bisogna assolutamente provare la terapia del «Cau».<br />
«Cau» significa «lavorare con il fuoco senza la fiamma». La terapia unisce il calore alle essenze arboree. Si fonda sull’uso dell’artemisia, una pianta dalle proprietà divine. Il «Cau» può prolungare la vita in quanto il suo principio è il calore. Tutto nell’universo nasce dal calore. Perciò, quando le foglie ardenti dell’artemisia, dopo un’accurata manipolazione destinata a dar loro una forma conica, si posano sul vostro corpo già candeggiato e reso pressoché trasparente dai numerosi trattamenti e immersioni precedenti, voi cominciate a urlare.<br />
La massaggiatrice bilingue dal seno invadente conosce alla perfezione il vostro urlo. Il vostro, infatti, non è un urlo di dolore. Il calore non provoca dolore, crea l’amore, la vita. Il vostro urlo non è che il primo vagito di un neonato. Un novello Ötzi è nato, restituito dai ghiacciai della preistoria alla civiltà del benessere.<br />
Nel pomeriggio, dopo un pranzo frugale a base di mele «Vitalis» e foglie di artemisia, vado nella hall del «Paradiso». L’atmosfera è effervescente, conviviale. La gente è a suo agio, disponibile. La mattinata deve aver purificato i corpi e le anime. I pori della pelle si devono essere talmente dilatati da aprirsi anch&#8217;essi al dialogo. Tutti sembrano in vena di confidenze.<br />
Ne approfitto per abbordare una donna sulla quarantina alle prese con uno specchio.<br />
«Che ne direbbe di una breve passeggiata nella valle?».<br />
«D’accordo – risponde. Sono sempre attratta dalla natura. Eppure, sa, a volte la natura non è all’altezza dei nostri desideri».<br />
Usciamo. La luce, per effetto dei raggi solari che si riflettono sulle rocce delle Dolomiti che ci circondano è di un rosa confetto. Osservo l’incarnato del suo volto: anch’esso è rosa confetto. Ho un dubbio: si tratta di un’illusione ottica? O siamo davvero ridiventati dei neonati dalla pelle immacolata? La donna continua la sua riflessione:<br />
«Giunta a quarant’anni, una donna è obbligata a estendere il suo potere d’azione fino alla propria intimità. Comprende quel che voglio dire? La natura, terminato il suo compito, ci abbandona a noi stesse. A questo punto una donna deve pensare a un ringiovanimento estetico delle sue zone intime. Le ragioni che la spingono a sottomettersi a una “modernizzazione” della sua vagina possono essere le più disparate: piccoli problemi d’incontinenza; liposuzione del grasso che con il tempo si è concentrato nella regione pubica; correzione dell’orifizio che una ventina d’anni di attività sessuale ha allargato o reso asimmetrico. Tuttavia, come afferma uno dei più grandi specialisti di questo genere di interventi chirurgici, il professor Carlo Alberto Balla d’Oro, la funzione più importante della vaginoplastica è quello di offrire nuovamente alla donna la gioia del suo primo orgasmo. O, come il professor Balla d’Oro dice più precisamente, usando una metafora musicale: farle riscoprire “la tonalità ardente della prima nota acuta del vero godimento”».<br />
L’ultima frase della donna dalla vagina rifatta mi fa tornare in mente l’urlo che al mattino avevo lanciato sotto lo sguardo bonario della massaggiatrice dal seno invadente. Secondo l’antica terapia orientale del «Cau», tutto è calore. Noi, dunque, dobbiamo bruciare. Corpo e anima. Per questa ragione la frontiera tra il corpo e l’anima, cioè la nostra pelle, deve dilatarsi grazie a trattamenti estetici e terapeutici fino a diventare una pellicola invisibile. O fino a essere recisa da un bisturi. Così il professor Balla d’Oro raggiunge l’antica saggezza, proprio mentre io e la mia confidente raggiungiamo le soglie del «Paradiso».<br />
Prima di entrare nel Centro, dopo averla ringraziata per le sue rivelazioni, la saluto il più intimamente possibile. Mi accomodo su una poltrona. Prendo un giornale. Un articolo desta il mio interesse. Si parla dell’«Indiana Jones del Sud Tirolo». Visto che sono da queste parti, voglio saperne di più. Si raccontano le avventure dell’ufficiale, alpinista e vulcanologo francese Déodat de Dolomieu, fondatore della geologia alpina, la cui vita, scrive la giornalista, è stata più romanzesca di quella del celebre personaggio del ciclo cinematografico. Dal 1789, anno in cui scopre la composizione della roccia dal color rosa (la «dolomie»), che fa di questa regione un paradiso, il suo prestigio s’impone per l’eternità: il nome delle Alpi dolomitiche viene infatti da Dolomieu. Sembra che al momento della scoperta, abbia lanciato un urlo ancestrale, simile a quello di Ötzi, l’uomo primitivo e leggendario che, secondo gli abitanti di questi luoghi, si può ancora udire durante certe notti d’inverno. Il viaggio sulle Dolomiti, nella vita di Dolomieu, non è tuttavia che una tappa. La sua sete inesauribile di ignoto lo conduce alle soglie della morte alla fine di quattro anni di prigionia nella fortezza di Messina, dove, di ritorno da una spedizione napoleonica in Egitto, era naufragato. Nella sua biografia intitolata <em>Le avventure del cavaliere geologo Déodat de Dolomieu</em>, l’autrice, Thèrèse de la Vallée d’Or, racconta come, una volta liberato dai Borboni, Dolomieu, novello cavaliere dell’Ordine di Malta, ricominci a solcare il Mediterraneo combattendo contro i Turchi. Rientrato in Sicilia, esplora l’isola in lungo e in largo, studia la sua stratificazione geologica, scala l’Etna. Nel corso della sua terza scalata al vulcano prende la decisione più difficile e più bizzarra della sua vita: si dà al libertinaggio. Dolomieu, come si può verificare grazie a un ritratto eseguito dalla pittrice tedesca Diotima Kaufmann che si trova a Villa Borghese, era un tipo affascinante. Vulcanologo di fama, si ricorda del suo vecchio compagno d’armi Choderlos de Laclos, l’autore de <em>Le relazioni pericolose</em>. Gli scrive una lunga lettera nella quale, fra gli innumerevoli aneddoti sulla sua vita di donnaiolo scientifico, si può leggere questo passaggio: «L’avventura erotica in sé non è interessante. Quel che rende interessante un’avventura erotica sono i dettagli. Se ho avuto l’imperdonabile mancanza di tatto di compromettere molte donne, ho anche avuto l’abilità di salvarne altrettante. Ciò lo devo soprattutto alla mia natura scrupolosa di vulcanologo, da sempre attenta a scoprire le minime fonti di calore, anche in terreni e corpi all’apparenza glaciali (cosa che ho dimostrato nell’inverno del 1789 in occasione del mio viaggio sulle Alpi delle Venezie).<br />
Sono rapito dal Valmont dei vulcani, quando un uomo sulla cinquantina, calvo e tarchiato, avviluppato in un accappatoio bianco e attraversato da un continuo fremito di vitalità, mi rivolge senza mezzi termini la grande domanda:<br />
«Hai mai avuto rapporti sessuali con un automa?».<br />
Sorpresa. Sconcerto. Calcolo. Sebbene, soprattutto in gioventù, abbia scopato molte volte con ragazze il cui corpo rigidamente immaturo sembrava quello di un cadavere e che al momento del godimento emettevano un flebile «Uhhhh&#8230;» (niente a che vedere con l’urlo primitivo di Ötzi né con quello di Dolomieu alla scoperta della sua roccia), non ho mai copulato con un automa.<br />
«No» – rispondo.<br />
«Mi chiamo Deodato Siciliano. Sono un ingegnere specializzato in cibernetica e robotica e presidente dell’<em>IEEE ROBOTICS AND AUTOMATION SOCIETY</em>. Le annuncio che le sue ore sono contate. Da qui a tre anni ciascun rappresentante della civiltà del benessere avrà il suo <em>Intelligent and Sex Toy</em>, un androide in grado di soddisfare ogni esigenza sessuale. Sono appena rientrato dall’<em>Euron Roboethics Atelier</em> di Ginevra dove per cinque giorni si è discusso di robotica sessuale, una delle ultime frontiere della tecnica. Qualsiasi altro oggetto sessuale – vibratore, bambola gonfiabile, pene in plastica o in vetro soffiato – sarà ben presto obsoleto. Lo sa, l’automazione della vita sessuale renderà la civiltà del benessere estremamente morale! Basta con i sexy-shop, basta con i video pornografici, basta con le chat-line. Non è straordinario?»<br />
«Basta anche con la masturbazione?» – domando con un velo di tristezza<br />
«Niente di niente. Immagini la gioia e l’eccitazione che ciascuno di noi potrà sperimentare quando possederà un robot praticamente identico a un essere umano (già oggi ne esistono, ma su scala mondiale ridotta), un robot in grado di abbracciarla, di dirle delle parole d’amore, delle oscenità, capace di darle un godimento completo. L’<em>Intelligent Sex Toy</em> è il perfezionamento assoluto dell’interattività. Ne abbiamo abbastanza dell’interumanità&#8230; No? Ad ogni movimento del suo possessore corrisponderà una reazione del robot. Ad ogni emozione umana un dispositivo tecnico in grado di assecondarla. Ciascuno sarà libero di scegliere le caratteristiche fisiche del suo androide. Un po’ come oggi siamo liberi di scegliere i vari prodotti sul Web».<br />
«Le donne, immagino, saranno molto contente di utilizzare questa macchina sessuale. Gli uomini, a sentire i commenti delle mie colleghe, eiaculano sempre più precocemente. Non riescono quasi mai a renderle felici» – gli dico con una certa prudenza.<br />
«È naturale. Le principali beneficiarie di questa nuova tecnologia saranno le donne. Una macchina può garantire una performance sessuale illimitata. Esiste già un <em>Tommy Lee</em>, un «Real Guy» (gli automi femminili sono chiamati «Real Dolls»). Si può comprarlo per diecimila dollari (www.orgasmtronics.com). È dotato di un cuore artificiale che accelera i battiti durante la copulazione, di un radiatore a nido di vespe che aumenta la temperatura corporea al fine di stimolarne l’eccitazione, di una voce sintetizzata che produce dei gemiti in modo proporzionale al ritmo dell’amplesso, di un sistema elettronico che secreta un liquido molto simile a quello seminale (si tratta, in realtà, di un acido sintetico creato in laboratorio del tutto inoffensivo che si può senza alcun rischio leccare o ingurgitare), e infine di un microchip nascosto dietro l’orecchio sinistro: basta che la donna pronunci una frase standard, come “Tommy, più forte”, perché l’automa risponda “D’accordo”. Quindi passa dalle parole ai fatti, cosa che un uomo in carne ed ossa non riesce il più delle volte a fare».<br />
«E le puttane? – gli chiedo. Anche loro spariranno quando il mondo della civiltà del benessere sarà popolato da milioni di androidi sessuali? Non posso immaginare un mondo senza puttane. È una delle mie debolezze. Come poeta, mi piacerebbe che sopravvivessero a tutto ciò. Poeta e puttana, dopotutto, sono i due mestieri più antichi del mondo. Mi sentirei un orfano senza quelle sorelle e madri dell’ispirazione e del dolore umani&#8230;».<br />
«Mi dispiace molto. Anch’io, le confesso, quando avevo quattordici anni ho scritto alcune poesie erotiche. Tuttavia, recenti studi di psicologia applicata e di sociologia del corpo umano – continua Deodato che non ha perso un milligrammo della sua vitalità – indicano che le persone frequentano le prostitute soprattutto perché desiderano avere un’attività sessuale priva di ogni implicazione emotiva. Perciò, quale miglior soluzione di quella di copulare con delle macchine?  Siamo alle soglie di un affrancamento definitivo dalla nostra idea di trasgressione in quanto sospensione dei tabù. Dopo la coppia eterosessuale, dopo la coppia omosessuale, dopo la trasformazione dell’uomo in donna e della donna in uomo, dopo il sesso cibernetico, c’è il sesso con gli androidi, che non è, del resto, l’ultimissima frontiera del sesso. Si tratta, al contrario, dell’inizio di una nuova era, altamente sessualizzata e al contempo emancipata una volta per tutte da ogni specie di pornografia. Non ci sarà più nessuna violazione della morale, nessuna censura, nessun conflitto tra i generi della specie umana. Tutte le prostitute, tutti i gigolò, tutti i transessuali, tutte le pornostar saranno destinati a diventare una classe di invisibili, di intoccabili, di zombie. Un po’ quello che oggi succede ai veri artisti e ai veri poeti».<br />
Non so come spiegare quel che dopo le ultime parole di Deodato – che nel frattempo si è allontanato per ordinare due succhi di mela «Vitalis» – si svolge al di là della grande vetrata che mi sta di fronte.<br />
Ai margini della verde vallata tre personaggi se ne stanno seduti sull’erba: una donna e due uomini. La donna, nuda, mi guarda con voluttà. Forse è una puttana. Gli uomini sembrano conversare tra loro. Ignorano la donna. Forse sono omosessuali. O forse si tratta di un ménage a tre. Sullo sfondo vedo un’altra donna, vestita di un abito leggero che si sta immergendo in una vasca colma di latte e foglie di artemisia. Mi ignora come sembra ignorare quel che accade poco lontano da lei. L’atmosfera è radiosa. La luce che si riflette sui volti dei personaggi è rosa, come la dolomite. Tuttavia, i colori della scena non sono costanti. Nei corpi si possono notare alcune vibrazioni instabili. Si direbbe un dipinto pornografico di un’epoca passata. Forse il capolavoro pornografico di un artista che, dopo averlo esposto, ha perduto tutto il suo prestigio, tanto da diventare invisibile agli occhi dei suoi contemporanei.<br />
È noto: la pornografia di un’epoca è l’arte più autentica di un’altra. Ma mi chiedo: se, come afferma Deodato, l’automazione sessuale e il suo potere moralizzatore riusciranno nel giro di pochi anni a sradicare ogni forma di pornografia, l’arte avrà ancora qualche speranza di sopravvivere?<br />
Provo un soprassalto di nostalgia nei confronti del mio moribondo universo pornografico destinato ben presto a entrare nell’invisibile.<br />
Una nuvola bianca e instabile si avvicina. Intravedo un frammento del corpo tozzo, liscio e rosa di Deodato che ritorna dal bar. Sorseggiamo in silenzio i nostri succhi di mela «Vitalis».</p>
<p>Nota<br />
Il testo è un capitolo di un romanzo in fieri intitolato &#8220;Lo stato delle cose in Occidente&#8221;.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/30/lo-stato-delle-cose-in-occidente/">Lo stato delle cose in Occidente</a></p>
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		<title>Mariti di donne dagli occhi grandi</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jul 2008 05:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Angeles Mastretta è una brava scrittrice messicana di quasi sessant’anni, nata a Puebla, una delle città più importanti del Messico, che a noi italiani ricorderà soprattutto le imprese calcistiche dei due campionati mondiali disputati nella grande nazione centroamericana.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/03/mariti-di-donne-dagli-occhi-grandi/">Mariti di donne dagli occhi grandi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/hot-susan-65.jpg'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/hot-susan-65.jpg" alt="" title="hot-susan-65" width="185" height="150" class="alignnone size-medium wp-image-6295" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Angeles Mastretta è una brava scrittrice messicana di quasi sessant’anni, nata a Puebla, una delle città più importanti del Messico, che a noi italiani ricorderà soprattutto le imprese calcistiche dei due campionati mondiali disputati nella grande nazione centroamericana. La Mastretta ha il curriculum tipico dello scrittore ispanico; è nel giornalismo, infatti, che molti scrittori sudamericani (e una volta questo avveniva molto di più anche in Italia) compiono i primi passi nella scrittura, imparando quindi la sintesi, che da noi, ormai, mancando una vera scuola di scrittura sul campo, è più che altro un dono, che sì ha o non si ha, e che difficilmente si apprende.  Come mettere fatti rilevanti e commenti pregnanti in un piccolo spazio tipografico? <span id="more-6294"></span>Ecco, il giornalismo, un tempo come oggi, risponde a questa importante domanda, e dona i mezzi a chi lo vuole per riempire gli spazi di scrittura con il necessario, e con sapienza. A Città del Messico Angeles apre la sua fortunata carriera giornalistica, che l’ha vista spaziare per anni su numerosi quotidiani e riviste. E’ dell’85 il suo debutto nella narrativa, con il bestseller <em>Strappami la vita</em>, tradotto in quindici lingue. In seguito, altri successi di critica e di pubblico: <em>Donne dagli occhi grandi</em>, <em>Male d’amore </em>(Premio Romulo Gallego 1997) e alcune raccolte di racconti e riflessioni: <em>Puerto Libre</em>, <em>Il mondo illuminato</em>, <em>Il cielo dei leoni</em>. E ora questo <em>Mariti</em>, (Giunti, pagg.283, euro 14,50) con in copertina una bella illustrazione di Lorenzo Mattotti.<br />
Che libro è <em>Mariti</em>? Forse un bestseller annunciato. Forse uno di quei libri che si approssimano con l’arrivo della stagione calda, e che devono per così dire rinfrancare gli spiriti stressati, sdraiati nelle spiagge, spiriti però dai gusti difficili, raffinati, che non s’accontentano dei soliti romanzi usa e getta, dei thriller aeroportuali, della <em>chick literature </em>d’importazione americana o di replica italiana alla Alessandra Appiano. Quei gitanti di buone letture cercano un coinvolgimento medio, tutto sommato una buona prosa di racconto rassicurante, nulla che mandi in visibilio (anche il visibilio può essere un’emozione troppo forte per il gitante da spiaggia) ma nemmeno adonti, faccia vergognare, annoi o imbizzarrisca.<br />
Ecco, <em>Mariti</em> è un libro – come un romanzo di racconti, direi – fatto a tale modo e per raggiungere tale effetto; per cui la lettura è sempre saporosa, delicata, sfrangiata con decoro. La Mastretta è una notevole affabulatrice, e ci prepara un’imbandita colazione letteraria al sacco: nelle sue storie donne che cercano uomini, uomini che cercano donne, spesso mogli, spesso mariti, e attorno gli amanti e a volte gli amici, ma più come contorni di quel piatto forte di qualunque stagione che è la coppia. Nel mistero dell’amore tra uomo e donna la Mastretta, donna esperta della vita e ancora capace d’innamorarsi di una situazione, di uno scorcio, di un paesaggio umano sapientemente descritto con quella precisione e affilatezza chirurgica imparata nel lungo allenamento giornalistico, si cala e con lei fa calare anche noi, come spettatori-complici, come officianti di un rito sempre uguale a se stesso e sempre nuovo, e sempre intriso di mistero, la rugiada dei sentimenti forti. E così, con questa leggiadria che in certi casi m’è parsa un po’ perdersi verso l’evanescente, con questo soave procedere anche attraverso le storie più buie, la scrittrice messicana ha confezionato un libro per palati fini che non hanno voglia di pensarci troppo sopra, che vogliono lasciarsi in qualche modo incantare da una narrazione. E’ questo: il libro ci sostiene nella lettura con un effetto incantatorio, fa svelare storie al limite del credibile, mettendo insieme cronaca d’un’amore e leggenda,  trafigge come una spada cuori attraverso i secoli, riporta alla luce passioni per troppo tempo sopite, illumina su una situazione che sembrava stagnante col paradosso che si snoda, come un grande serpente aggregatore, lungo tutte le storie descritte. E poi i personaggi: la Mastretta è una specie di complice di ogni persona che abbia amato e che voglia amare, e così per lei sembra facile inventare –forse tirandoli fuori da un cilindro dei ricordi di giornalista – una serie squisita di bellissimi personaggi: uomini pigri, baldanzosi, romantici, per tutti i gusti, questi <em>Mariti</em> alle prese con queste splendide <em>Donne dagli occhi grandi</em>, ben ritrovate tra queste fitte pagine. Sono loro, come promette il titolo, proprio questi uomini così comuni e al contempo così speciali e forse unici i protagonisti di questo fiume capiente di storie.</p>
<p><em>(Pubblicato su &#8220;Queer&#8221; di Liberazione. Immagine: Gene Davis &#8211; Hot Susan, 1965)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/03/mariti-di-donne-dagli-occhi-grandi/">Mariti di donne dagli occhi grandi</a></p>
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		<title>L&#8217;uso dei saperi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/10/15/luso-dei-saperi/</link>
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		<pubDate>Wed, 15 Oct 2003 13:30:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Dopo qualche mese di partecipazione a Nazioneindiana, nella sua versione “dialogante”, ossia con oblò verso l’esterno, anzi porticina o falla volontaria per passaggi, intrusioni e scorribande, tenterò un primo bilancio spassionato.<br />
<br />
Innanzitutto, nonostante l’esperienza sia stata comunque breve, mi pare indubbiamente proficua per lo stesso progetto che anima il sito e per i singoli partecipanti ad esso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/10/15/luso-dei-saperi/">L&#8217;uso dei saperi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Dopo qualche mese di partecipazione a Nazioneindiana, nella sua versione “dialogante”, ossia con oblò verso l’esterno, anzi porticina o falla volontaria per passaggi, intrusioni e scorribande, tenterò un primo bilancio spassionato.<br />
<span id="more-156"></span><br />
Innanzitutto, nonostante l’esperienza sia stata comunque breve, mi pare indubbiamente proficua per lo stesso progetto che anima il sito e per i singoli partecipanti ad esso. La colonnina sotterranea, un po’ catacombale, <em>underground</em>, dei commenti, sorta di <em>dark room</em> dello scambio intellettuale, dove ogni sparata è consentita come in un dibattito televisivo in miniatura, ebbene questa colonnina è comunque un luogo di vero passaggio. Qualcosa passa, anche se è difficile dire <em>da dove e per dove</em>.</p>
<p>Ciò è stato possibile, diciamolo, grazie a degli instancabili interlocutori di soglia, come Montanari e Voltolini (ma non solo), che hanno cercato in qualche modo di indirizzare il flusso, a ringhi o a sbandieramento pedagogico, senza mai per altro farlo venire meno. Anzi, si è visto come il flusso non li ha risparmiati, anche nelle sue forme più monotone e ipnotiche, come nel caso delle ritorno costante delle <em>parole-feticcio</em>.</p>
<p>In parole povere, verrebbe da dire: “se ne sono viste di tutti i colori”, ma in realtà non è cosi. In molti casi, si sono visti solo un paio di colori, quando non si cadeva sotto l’impero del <strong>monocromo puro</strong>. Capitemi subito: non sto chiedendomi come mai, spesso, sono i meno acuti che intervengono. (Questo per altro è un fatto: i commenti più pertinenti sono <em>in genere</em> sporadici, circoscritti, e non tendono ad innescare la spirale polemica.) Mi sono ormai convinto che, per un paio che si presentano puntualmente all’oblò con il loro dispaccio giornaliero di lamentele, ce ne sono cento che prendono ciò che gli serve, scartando il resto, e se ne vanno con assoluta discrezione.</p>
<p>Ma arriviamo al nocciolo. Musil lo avrebbe espresso così: “come mai una moltitudine di persone sufficientemente colte, informate, intelligenti tende, nel suo funzionamento d’insieme, a produrre risultati mediocri o, a volte, perfettamente stupidi?” La formulazione inversa è altrettanto efficace: “come mai da un’accozzaglia di individui mediocremente svegli e talentuosi può nascere qualcosa di straordinario?” (Rovesciando l’immagine enfatica della “ragnatela mondiale”, potremmo anche vedere la rete e tutti i suoi siti non commerciali come un collegamento di <strong>salotti</strong>, anzi come un grande <strong>salone</strong> dalle molteplici stanze. In esse, una gran folla di giovani e meno giovani, di rivoluzionari da tastiera e di mentori da forum, organizza svariate <strong>Azioni Parallele</strong>, per il rinnovamento degli spiriti e dell’<em>anima mundi</em>.)</p>
<p>Non pongo quindi un problema di etica della discussione (telematica). Non m’interessa e mi sembra fuori luogo in un contesto simile. A volte, ed è del tutto evidente, mancano i più remoti presupposti comuni per impostare la questione in questi termini. Parlo invece del fatto che la rete è un grande nodo di intelligenze deste, attive, che interloquiscono in continuazione, ma <em>con quali risultati</em>?</p>
<p>È un problema di natura <strong>politica</strong>. <em>Che cosa ce ne facciamo di tutto il nostro sapere?</em>. Oppure: <em>Che cosa potremmo fare con tutto questo sapere?</em>. Questa è la questione che vorrei sollevare. Computer in casa o al lavoro, siti a cui collegarsi, esperienze personali, informazioni, sapere da far circolare, <em>general intellect</em>, moltitudine errante, comunità virtuali, discussioni pedanti, approssimative, brillanti, competenti, ecc. Un gran numero di laureati, di non laureati, ma qualificati professionalmente, di disoccupati, ma in aggiornamento continuo, e poi le quantità di insegnanti, formatori, psicologi, giornalisti, ecc. Tutta una classe media agganciata alla tastiera, per svago o larvato impegno, che accresce il proprio patrimonio di nozioni o cerca di confrontarlo con altri. Insomma, parliamo della parte apparentemente più dinamica, giovane e culturalmente privilegiata della società italiana. Da essa emergono anche alcuni candidati della futura classe dirigente. Che se ne fa del suo sapere? Come lo usa?</p>
<p>E poi. <strong>È riconciliata con il proprio sapere?</strong>. Io posso parlare per me. Innanzitutto, non ne so abbastanza. Va bene. Ma non è solo una simpatica questione di “come sono assetato di sapere!”. Per poter saperne di più, acquisire maggiori strumenti intellettuali, linguistici, tecnici, sono costretto a produrre e distribuire parte di ciò che già so, in forme quali l’insegnamento, ad esempio. Ma accadrebbe ugualmente se lavorassi in una casa editrice o in un quotidiano. Certo, il mio lavoro potrebbe non avere nulla a che fare con la mia ricerca di sapere. In teoria. In pratica, se faccio certi lavori, tornato a casa l’unica cosa che il mio sistema psico-fisico può ancora assorbire è un telegiornale, un film d’azione ed, eventualmente, un dibattito (?) da Maurizio Costanzo. Posso sostituirli con una navigata in internet e con un saggio di Foucault. Ma già sfioriamo zone di eroismo. E lo dico con rispetto. Una commessa, un impiegato di call center o un elettricista hanno oggettivamente più difficoltà ad accrescere il loro sapere intellettuale di un giornalista o di un insegnante. Che poi gli insegnanti, categoria alla quale appartengo, rasentino spesso forme d’inintelligenza rabbiose, questo è un diverso problema. Così come è più probabile che una commessa riesca a trasmettere onestamente quello che sa, a differenza del giornalista che, pur sapendo tanto, diffonde il minimo editorialmente consentito.</p>
<p>Accade infatti un fenomeno strano. Quelli che sono riusciti di più a porsi in una situazione di accrescimento del loro sapere, meno sono motivati a diffonderlo, a farne, in definitiva, qualcosa. Si potrebbe dire: si tengono il loro sapere per uno scambio valutario, ossia lo trasformano in potere personale. Verissimo. E banale. Ognuno con il suo sapere acquisito, pronto a spenderselo per un migliore salario, per un riconoscimento sociale, per un privilegio di categoria, ecc. Ma se spendiamo tutto il <strong>sapere</strong> in <strong>potere</strong>, cosa ci resta? Il sapere, per sua natura, promette di trasformare porzioni di realtà, risolvendo problemi che, in ultima analisi, riguardano un nostro accesso più o meno rapsodico alla <strong>felicità</strong>. Il sapere ci promette di <strong>poter fare</strong> qualcosa di buono e di bello della nostra vita. E questo, non so se a torto o a ragione, da Socrate in poi, ci pare essere un buon passo verso la felicità.</p>
<p>Ebbene, se il sapere è cambiato tutto nella valuta corrente del potere, nella sua forma più immediata e banale, questo ci impedisce di vedere che esiste un ben più esteso ed imprevedibile potere, quello che consente, ad esempio, di scuotere gli assetti sociali, certe abitudini intellettuali radicate e di massa, e così via. La <strong>Benedetti</strong>, nel suo pezzo su Pasolini, citando <em>Petrolio</em>, tocca questo punto. L’unico potere che tanta gente è disposta ad ottenere in cambio del proprio sapere, è il potere di inserimento e adeguamento, all’interno di un contesto di pratiche già definite, anzi definitive. Ma qui il discorso si fa complesso e non mi sento in grado di affrontarlo ora. Qualcuno lo ha probabilmente già fatto e senz’altro in modo sistematico. Mi interessa solo delineare il problema: il sapere fornisce strumenti di comprensione della realtà e di risposta alle sfide che essa ci pone. Di conseguenza, ci promette di poter fronteggiare quelle sfide, trovando o costruendo percorsi diversi, capaci di alleviare la nostra sofferenza e il nostro disagio. Eppure al sapere <em>manca il coraggio</em>, manca il coraggio di penetrare nelle nostre vite, di scuoterle, di renderle ipotetiche, incerte. Al sapere che abbiamo acquisito manca il nostro coraggio. Il coraggio di usarlo in modo spregiudicato e radicale, giocandoci con esso il nostro sogno di felicità. Anche perché il <strong>capitalismo</strong> non fa che questo. <strong>Esperimenti sugli esseri umani, a grandissima scala</strong>. In una sua canzone, De André diceva: “chi non terrorizza è morto di terrore”. Dell’odierno mondo capitalista si potrebbe dire “chi non è sperimentatore farà da cavia sperimentale”, o “chi non manipola sarà manipolato”. Lo esige il sistema dalle sue classi dirigenti. “Raccogliete il sapere, consegnatecelo tutto, e avrete il potere di mettervi al sicuro, dietro la parete di vetro del laboratorio, mentre dall’altra parte la vittima dell’esperimento scruta una superficie di specchio.”</p>
<p>Bizzarra metafora? (O forse troppo ovvia?) Traduciamo comunque: siamo nell’era della <strong>formazione permanente</strong> (già, che suona simile a “rivoluzione permanente”, ma è un’altra cosa). Cioè. Qualcuno sperimenterà del sapere sulla tua vita, a fini principalmente produttivi. Se così vanno davvero le cose, allora la nostra quota di sapere, individuale e collettivo, stagnante o mobile, non è meglio giocarcelo <em>in anticipo</em>?<br />
Cosa intendo dire? Voglio moralizzare la rete? Basta cazzeggio telematico, tutti sotto, con impegno, a partorire qualche mostruoso piano per far venire un’emicrania perforante a Bush, Blair o Berlusconi? Chiedo qualcosa di molto diverso e ben più modesto. Falsamente modesto. <strong>Una verifica dei saperi</strong>. E la citazione non è pretestuosa.</p>
<p>Vediamo un attimo. Quanti popoli patiscono ancora un tasso di analfabetismo che incide in modo nefasto sul loro destino? In Senegal, una maestra di scuola elementare deve gestire classi di cinquanta allievi. E a causa delle risorse limitate, spesso le varie sezioni di una stessa classe si alternano. I bambini vanno a scuola un giorno sì e un giorno no. E quando crescono, alcuni di loro fanno i salti mortali per venire in Italia a lavorare come noi non vogliamo più lavorare. E noi. Abbiamo lauree appese anche in bagno. Abbiamo le fibre ottiche sotto il culo. E il computer perennemente collegato. E allora un sospetto mi sorge, cacciando la faccia fuori dall’oblò di Nazioneindiana. Non è che tutto questo bendiddio, che tutto questo straordinario, dinamico, eclettico, aggiornatissimo sapere, si incarna di preferenza in forme di petulanza e pedanteria ottocentesca. E ancora. Alcuni di noi, fuori e dentro NI ovviamente, hanno raggiunto forme di sapere specialistico. Non importa qui in quali settori. In che modo possiamo diffondere queste nostre acquisizioni, ossia <em>come poter divulgare</em>?</p>
<p>La battaglia estiva dei dizionari, con Montanari esasperato ma tenace, che perseguiva il suo obiettivo didattico, non è stata una battaglia vana. L’oblò era aperto per la solita, eventuale, discussione. Il dibattito dopo l’intervento. Quel tipo di dibattito, che ancora oggi, quando si tratta di persone in carne ed ossa, relatori e pubblico, langue immancabilmente. Ed invece, spostandosi nell’elemento disincarnato e mezzo-anonimo della rete, esso esplode con generosità e furia. Tutti quegli assenti al dibattito in carne ed ossa, perché pigri, occupati a far altro, o disinteressati, trovano di colpo tempo, passione e voglia per intervenire, discutere, criticare. Altri, che al dibattito tacciono, sono timidi, o si masticano in bocca una domanda per un quarto d’ora senza mai sputarla, anch’essi si fanno gagliardi e loquaci. Strano, ma bene lo stesso. D’altra parte c’è anche una questione pratica. I tempi. Con la rete, ognuno può discutere con un altro, inframmezzando pannolini da cambiare, ore d’ufficio, chiacchierate con gli amici, ecc.</p>
<p>Dunque un enorme voglia di confrontare i propri saperi. (Escludo di prendere in considerazione una delle motivazioni principali che spingono i frequentatori della rete a intavolare certe discussioni. Si tratta dell’ebbrezza tutta particolare che scaturisce dal maltrattare, zittire o anche solo parlare da pari a pari con una persona nota. La escludo, perché è la motivazione meno interessante, ma grazie al cielo non l’unica. E lo so per certo. Hanno maltrattato anche me che non sono noto.)<br />
Ora il confronto di saperi è una cosa per nulla lineare. Anche quando è fatto in buona fede. Ci sono, ad esempio, le differenze di livello. Può accadere che ci svegliamo tutti di colpo con l’urgenza di parlare di quella parola-feticcio, che non nomino più, in nessuna lingua ormai. (Almeno per questo mese.) Anzi, ci svegliamo e dobbiamo parlare dell’eutanasia dei canarini. Un autore più o meno titolato scrive il suo pezzo sui canarini. La gente lo legge, e vuole dire la sua. Qualcuno è convinto di aver capito una cosa essenziale sulla questione canarini. Ha la possibilità di comunicare con l’autore del pezzo. S’intavola una discussione aperta ad altri interlocutori che hanno da dire sui canarini, ecc. Ora, se uno di noi affronta la questione eutanasia-canarini, muovendo da premesse che sono vecchie anche solo di un ventennio, mentre la scienza dei canarini e le dottrine sull’eutanasia si sono nel frattempo evolute, e un altro di noi ne è al corrente, allora la discussione è già compromessa in partenza. Vent’anni di sapere separano i due interlocutori. La discussione non può mai davvero partire, perché mancano i presupposti comuni necessari al procedere del dialogo. Vi è un elemento cumulativo nel sapere, che non può essere ignorato o sottovalutato. Non è vero che si comincia sempre da zero. Esistono istituzioni e gruppi sociali, che in modi mille volte criticabili, si occupano comunque della trasmissione e della ricerca dei saperi. Ad essi, inevitabilmente dobbiamo far riferimento. Esiste una storicità dei discorsi, dei principi, dei modelli di descrizione della realtà. Possiamo rimettere in questione tutto, anche il modello eliocentrico, ma non possiamo ogni volta ripartire da Tolomeo, ignorando quello che è venuto dopo.</p>
<p>Quindi, per non farla lungo, quando c’è una differenza troppo importante di livello, la discussione da pari a pari si blocca, e dovrebbe subentrare la relazione didattica, con la sua corrispondente relazione <em>asimmetrica</em> (ma non unilaterale). Ma perché questo accada, ci vuole la volontà di insegnare e quella di apprendere. Spesso mancano entrambe. Il sapiente snob non si misura mai con chi non è un suo pari (probabilmente pensa che sia “tempo perso”). L’ignorante superbo pretende di insegnare al maestro. Il problema è che la televisione ci ha, da vent’anni ormai, abituato a credere che ognuno <em>ha diritto</em> di parola, anche sapendo poco e male, anche di fronte a chi ne sa di più e meglio. Questo è un falso principio di democraticità. Non tutti possono sapere tutto. (Io non so neanche come funziona la mia caldaia.) E quindi parlare di tutto. <strong>Ma tutti dovrebbero decidere che cosa fare con un certo sapere</strong>. Siccome io non me ne intendo di fissione atomica, non dovrei decidere del ruolo che l’energia nucleare svolge nella mia vita? Ma qui la società dell’informazione gioca sporco. E confonde ogni volta i piani. Prima permette a qualche idiota pericoloso di sostenere, di fronte a uno storico di professione, che i campi di concentramento nazisti non hanno mai posseduto delle camere a gas. In democrazia ognuno può mentire od essere ignorante finché vuole. Poi, di tanto in tanto, richiama tutti all’ordine. E fa entrare in scena un economista plurititolato che spiega perché i ricchi hanno bisogno che i poveri soffrano un po’ di più o perché è necessario vendere macchine, anche se a forza di respirarne i fumi crepiamo di cancro come degli imbecilli. Qui lo specialista, in virtù di un sapere che lui esclusivamente possiede, ci rassicura sul fatto che dobbiamo delegargli il <em>modo di usarlo</em>. Lui solo sa leggere i conti della spesa, lui solo decide che cosa dovremmo mangiare a pranzo e a cena. (Strano principio. Venisse un analfabeta a chiedermi aiuto per la sua spesa, non vedo perché dovrei decidere che cosa fargli acquistare. Sarà ben lui a dirmelo.)</p>
<p>Quindi, come conclusione provvisoria, invito tutti a mettere alla prova i propri saperi. Almeno in due sensi. <strong>Chi non è specialista sappia riconoscere ciò che lo specialista gli offre</strong>. Chi non sa nulla di Adorno o di Debord, ad esempio, rinunci a formulare un giudizio categorico sui brani della Benedetti che riguardano Pasolini. Quei brani implicano una storicità del discorso sul potere, che non si può ignorare per comprenderli appieno.<br />
Ma chi non è specialista ha anche un compito importante: <strong>egli può sempre valutare se il sapere che lo specialista gli offre gli serve o meno, lo riguarda oppure no</strong>. Più in generale, un pubblico dovrebbe, di fronte all’ordine del giorno proposto dagli specialisti, giudicare ciò che è degno di interesse per la propria vita, ben al di là degli ambiti di discussione ristretta della critica letteraria, della filosofia o della sociologia. Il pubblico dovrebbe sempre poter dire agli specialisti: “traduci il tuo discorso, che interesse può avere per me, quali possono esserne le ricadute sui nostri destini?”. (Ciò non esclude che il pubblico possa sbagliarsi, su questo. Diatribe tra dotti che appaiano come discussioni sul sesso degli angeli, potrebbero avere, un giorno, risvolti concreti e materiali del tutto inaspettati.)</p>
<p>In tutto ciò c’entra Nazioneindiana? Credo di sì. Io vedo questo progetto, tra le altre cose, come un tentativo di riproporre, nel contesto attuale, una vecchia idea del ruolo del critico. Un’idea che esprime Fortini nella premessa a <em>Verifica dei poteri</em>. Nonostante molto sia cambiato in quarant’anni, un’esigenza mi sembra ancora legittima e fondamentale. Quella di concepire “il critico come diverso dallo specialista, come colui che discorre sui rapporti reali fra gli uomini, la società e la storia loro, a proposito e in occasione della metafora di quei rapporti, che le opere letterarie sono”. Il linguaggio suona strano. Si potrebbe tranquillamente dire: suona vetero-marxista. In effetti, il medesimo concetto lo possiamo formulare in modo più aggiornato, più “XXI secolo”. Molti riferimenti teorici e storici di Fortini si sono semplicemente inabissati, e ancora prima della sua scomparsa. Ma un punto importante resta. La letteratura è un modo di sognare la vita e la felicità umana, non è un puro gioco di società tra gli altri. Non è un passatempo intelligente. Ma tra il sogno, il desiderio che lo produce e le condizioni materiali che scatenano il desiderio, non è facile riannodare i fili. Ad alcuni neppure interessa. Secondo questi ultimi, la letteratura ha un suo ambito circoscritto, non troppo impegnativo, in quanto i giochi seri si fanno altrove. Ma io credo che conoscere i propri desideri sia qualcosa di serissimo e fondamentale. E ho l’impressione che pochi, oggi, se ne rendano conto.</p>
<p>Forse nessuno degli scrittori, registi, uomini di teatro, e critici, che compongono NI, si riconoscerebbe esattamente nella frase di Fortini. Ma credo che tutti siano d’accordo con l’idea di rompere la separazione dei saperi e dei discorsi, il contorno rassicurante dello specialista o dello scrittore professionista. Ed è appunto questa rottura, praticata in pubblico, attraverso una sorta di blog, che richiede di interrogarci esplicitamente su questo punto: “che tipo di sapere è il nostro, a che cosa serve, come possiamo trasmetterlo?”.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/10/15/luso-dei-saperi/">L&#8217;uso dei saperi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Perché i bloggers usano nomignoli di copertura?</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jun 2003 15:48:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carla benedetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Carla Benedetti</strong></p>
<p>Sommario di questo intervento:<br />
Riprendo “<strong>Bloggers, siete peggio di Liala!</strong> ” di Tiziano Scarpa<br />
L’autocensura non è solo nei contenuti, ma nella <strong>rinuncia al peso dell’identità</strong> .<br />
Il blog pullula di <strong>Io docili, leggeri, interscambiabili.</strong><br />
<br />
_________________________________________________________________</p>
<p>Mi ha colpito leggere qui su Nazione Indiana la botta e risposta tra <strong>Tiziano Scarpa e Marsilioblack</strong> .&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/06/17/perche-i-bloggers-usano-nomignoli-di-copertura/">Perché i bloggers usano nomignoli di copertura?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Carla Benedetti</strong></p>
<p>Sommario di questo intervento:<br />
Riprendo “<strong>Bloggers, siete peggio di Liala!</strong> ” di Tiziano Scarpa<br />
L’autocensura non è solo nei contenuti, ma nella <strong>rinuncia al peso dell’identità</strong> .<br />
Il blog pullula di <strong>Io docili, leggeri, interscambiabili.</strong><br />
<span id="more-59"></span><br />
_________________________________________________________________</p>
<p>Mi ha colpito leggere qui su Nazione Indiana la botta e risposta tra <strong>Tiziano Scarpa e Marsilioblack</strong> . Uno scrive: “Caro Tiziano Scarpa”. L’altro risponde:  “Caro Marsilioblack” . Che strana cosa!</p>
<p>Da una parte un individuo con un’anagrafe, un’età, un volto, una testa rasata, autore di quei tali libri (che, se voglio, posso anche andarmi a leggere, per verificare la coerenza di ciò che dice). Dall’altra un’entità in costume, come <strong>un super-eroe mascherato</strong> . Oppure: da una parte un umano in carne e ossa, dall’altra un cartone animato &#8211; come nel film  <em>Chi ha incastrato Roger Rabbit?</em></p>
<p>Eppure stanno l’uno di fronte all’altro, a discutere delle stesse cose, come se le loro parole potessero incidere nel mondo allo stesso modo. Come se il mondo  potesse reagire a ciò che dicono allo stesso modo.</p>
<p>Invece tra queste due enunciazioni c’è un dislivello, un <strong>diverso grado di realtà</strong>, un abisso.</p>
<p>Mi spiego meglio. Non è che Tiziano Scarpa sia uno “autore autorizzato” perché ha pubblicato libri e Marsilioblack no (o non si sa). Il fatto è che tutto ciò che Scarpa dice può essere usato contro di lui, mentre quello che dice Marsilioblack, fossero anche le più colossali sciocchezze, nessuno potrà ritorcergliele contro, quando, mettiamo, pubblicasse un articolo o un libro col suo vero nome. Non è una differenza di status, o di notorietà, o di legittimazione. E’ una <strong>differenza di responsabilità</strong> .</p>
<p>Perché allora la maggioranza dei bloggers usa identità fittizie? Che cosa ci sta a fare questo <strong>filtro</strong>  proprio in un luogo come il blog che per sua natura permette a ognuno di parlare senza i filtri soliti: quelli dell’editore, del produttore, del caporedattore, del distributore, dell’organizzatore di festival, di convegni o di mostre?</p>
<p>Il blog è un mezzo meraviglioso (anch’io ne sto approfittando in questo  momento pubblicando su Nazione Indiana), che consente di scavalcare i mediatori, di evitare le censure piccole e grandi di chi detiene i piccoli e grandi poteri della  comunicazione. Abbiamo in mano la parola diretta!</p>
<p>Ma non c’è parola diretta senza assunzione di rischio e di responsabilità da parte di chi scrive. Quante cose potrebbero essere dette qui, che potrebbero avere un impatto, un effetto, far andare le cose in un altro modo. Ma ecco che questa parola viene subito resa <strong>indiretta</strong> , e con ciò affievolita, da questa procedura dell’identità mascherata. Perché?</p>
<p>Questa è la mia domanda ai bloggers. Che voglio aggiungere a quelle lanciate da Tiziano Scarpa.</p>
<p>Tiziano chiedeva: “Perché non mi raccontate qualcosa che vi costi vergogna, e dolore? Perché vi fermate sempre sulla soglia&#8230;.?” Perché “enormi spazi di espressione libera sprecati a raccontare fuffa?“. Io gli chiedo quest’altra cosa. <strong>Perché filtrate le vostre identità</strong> ?</p>
<p>Tiziano ha ragione a dire che i diari in rete sono spesso “<strong>autocensura giornaliera in pubblico</strong> ”. Ma secondo me non è solo una questione di contenuti. Uno può anche raccontare cose che gli costino vergogna e dolore, e tuttavia continuare a autocensurarsi . Ma vediamo di ragionare su questo, partendo proprio dall’identità mascherata.</p>
<p>Non è che io  tenga alla firma. Non è questo il punto. Il punto è che <strong>il nome è un vincolo col mondo e con la collettività</strong> . E non c’è niente di più leggero di una parola che si è staccata persino da questo vincolo.</p>
<p>Una delle forme di <strong>potere</strong>   più terribili del mondo contemporaneo è quella che agisce nella direzione dell’<strong>alleggerimento degli individui</strong> , della sottrazione di peso, della sottrazione di mondo e di collettività . I nuovi poteri chiedono Io docili, interscambiabili, leggeri. Così nella rete, come  fuori.</p>
<p>Anche nella rete il potere  agisce recidendo legami: legami con l’esperienza, legami con la collettività. “Entrate, connettetevi! Ma lasciatevi dietro ogni peso!. Comunicate in prima persona, raccontate quello che volete, ma siate senza vincoli con il mondo, e con l’esperienza!” E nel blog questo tipo di azione del potere ha una via incredibilmente facile. Pochi gli stanno facendo resistenza. Perché?</p>
<p>L’Io dei bloggers è quasi sempre così: aereo, leggero, quindi docile. Parla di sé, certo, parla con il proprio Io sempre in primo piano, ma non fa “il lavoro sporco dell’Io” &#8211; diceva Tiziano. Fa il lavoro dell’<strong>Io docile</strong>  – aggiungo io.</p>
<p>L’autocensura in rete, secondo me, non riguarda tanto i contenuti, ma anche e prima di tutto la <strong>posizione che prende l’Io nella scrittura</strong> . Riguarda certe procedure di cui fa parte anche il mascheramento dell’identità. L’Io che parla in rete troppo spesso si piega a una procedura che ha già incorporata l’azione di un potere.</p>
<p>Il disancoramento della parola dal <strong>peso dell’individuo</strong>  è anche un disancoramento dal mondo e dalla collettività. Perché solo quando ci si assume la piena responsabilità di ciò che si dice, e i rischi che ciò comporta, si è nel mondo, si agisce nel mondo, e si instaurano legami e comunicazioni piene. Altrimenti si vaga sulla superficie di un’<strong>orizzontalità</strong>  vuota e senza peso , quella che appunto  la rete induce, esercitando così un potere sulla parola che in essa circola.</p>
<p>E’ questo alleggerimento di peso  che rende così tristemente <strong>solipsistico</strong>  il discorso dei bloggers.</p>
<p>Tiziano ricordava la grossa campagna pubblicitaria che ci fu tra il 99 e il 2000: quando regalavano dappertutto i cd-rom con i programmi autoinstallanti per la connessione in rete. Te li davano per strada, sui giornali, nelle stazioni, nei centri commerciali. L’imperativo era: “collegatevi!”. Era il momento d’espansione dell’economia virtuale. Poi quell’economia si è sgonfiata. Il virtuale di massa, però, resta. Sì, non dimentichiamolo! E’ da lì che è venuto fuori questo “sterminato pullulare di io, di diari, di persone spesso anonime, che parlano dei fatti propri, che sputano sentenze su qualsiasi cosa, che dialogano a tu per tu con il Papa, con Bush, con Kafka&#8230;”</p>
<p>Che cos’è mai questo “a tu per tu”? E’ una comunicazione impoverita, senza peso.</p>
<p>La rete e gli strumenti che in essa possiamo usare, compreso il blog, non ci sono stati concessi gratis. La rete non è il paradiso. Anch’essa è attraversata da relazioni di potere. A chi vi entra, essa impone la sua <strong>“procedura”</strong>;: “Alleggeritevi! Lasciatevi dietro ogni legame forte col mondo. Alleggeritevi persino della vostra identità!”.<br />
Perciò nel blog si trova così poco <strong>trauma</strong> .</p>
<p>Ancora una volta, non è solo un problema di contenuti. E’ un probema di peso dell’individuo. In rete, come fuori, l’individuo viene forzato all’orizzantalità, alla leggerezza senza traumi, alla cancellazione dell’esperienza. Il potere si manifesta così nel blog. Io docili, entità senza corpo, interscambiabili, in un gioco di caleidoscopi.</p>
<p>L’Io del blogger a volte mi  ricorda <strong>l’uomo della folla</strong>  del racconto omonimo di Poe. Quello che gira senza meta per la metropoli nell’impossibilità di stare solo un momento, e che di notte, quando i flussi delle persone si diradano, si dirige verso le uscite dei teatri, o verso dove spera di trovare altra folla. Poe diceva di lui: &#8220;Invano continui a seguirlo, poiché nulla di più riuscirai a sapere di lui e delle sue azioni&#8221;. E se anche ne incroci lo sguardo, non si lascerà decifrare. Anzi se lo guardi negli occhi ne ricevi solo sgomento. Poe diceva anche che l’uomo della folla era &#8220;il genio tipico del delitto profondo&#8221;. Egli ha infatti annegato la propria individualità forte (quella che ha radici nel corpo, nella propria storia, e nei legami con gli altri) nell&#8217;oscurità della comunicazione leggera e senza fondo.</p>
<p>Così questi Io che pullulano nella rete, in cerca di contatti, di commenti.</p>
<p>Un pullulare di Io docili non è una collettività.</p>
<p>_____________________________________________________<br />
<em>Per inserire commenti entra in “Archivi per mese – Giugno 2003”</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/06/17/perche-i-bloggers-usano-nomignoli-di-copertura/">Perché i bloggers usano nomignoli di copertura?</a></p>
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