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	<title>Nazione Indiana &#187; criminalità</title>
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		<title>Restiamo uniti!</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Jun 2011 12:01:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong>&#8230;</p>
Sono convinto sia profondamente sbagliato sottomettersi alla logica dell’audience che vuole sia la quantità di vendite a fare da amplificatore di una verità scritta nero su bianco. Solo se uno scrittore, un giornalista, un regista, un attore sono già arrivati a tantissima gente allora fa comodo ai grandi giornali o alle tv parlare di ciò che essi dicono nelle loro opere.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/22/restiamo-uniti/">Restiamo uniti!</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<div id="_mcePaste">Sono convinto sia profondamente sbagliato sottomettersi alla logica dell’audience che vuole sia la quantità di vendite a fare da amplificatore di una verità scritta nero su bianco. Solo se uno scrittore, un giornalista, un regista, un attore sono già arrivati a tantissima gente allora fa comodo ai grandi giornali o alle tv parlare di ciò che essi dicono nelle loro opere.</p>
<div id="_mcePaste">No, ciò che un libro, un’inchiesta giornalistica, un documentario, uno spettacolo teatrale, anche solo un articolo di cronaca giudiziaria racconta sta prima di quanto ha venduto. Bisognerebbe considerare l’oggetto e non il consenso che ne deriva e in quale quantità.</div>
<div id="_mcePaste">L’11 maggio 2011 è partito il maxi processo alla ‘ndrangheta in Lombardia, diviso tra rito abbreviato e rito ordinario (questo celebrato nell’aula bunker di via Ucelli di Nemi, a Ponte Lambro), sèguito delle maxi operazioni – Crimine e Infinito – di luglio 2010, in cui furono tratti in arresto più di 300 affiliati tra Lombardia e Calabria.</div>
<div id="_mcePaste">Un maxi processo di mafia è già di per se un evento che è necessario raccontare, far sapere ai cittadini. Un maxi processo di mafia al Nord, in Lombardia, il cuore economico del Paese, lo è ancora di più.</div>
<div id="_mcePaste">Ma così non è stato, non se ne sono occupati i telegiornali, nemmeno i giornali nazionali.<span id="more-39346"></span></div>
<div id="_mcePaste">Se si raccontano le modalità con cui la mafia più potente del mondo da sessant’anni governa in silenzio la regione più ricca d’Europa e quindi d’Italia, il motore di tutto il Paese, ciò che gli consente di stare dentro il G8 per esempio, se si racconta che gran parte dei capitali prodotti in Lombardia – e quindi una buona fetta del Pil italiano – è frutto di accordi con l’economia criminale, questo è quello che non si può dire, che deve rimanere taciuto.</div>
<div id="_mcePaste">Se si raccontano i meccanismi con cui ciò avviene, i metodi, le strategie, le logiche del controllo del territorio, degli accordi con i politici locali, della partnership con gli imprenditori, il ruolo del commercio di cocaina nell’accumulo di liquidità che entra nelle casse delle imprese pulite, questo è proprio ciò che deve essere silenziato. Se si fa vedere il meccanismo che sta sotto la guaina di protezione e si racconta, si analizza, si mostra l’ingranaggio così com’è, perché tutti lo possano vedere nel luogo che guida la spinta economica dell’intero Paese, si deve essere messi al silenzio.</div>
<div id="_mcePaste">E invece solo questo è quello che andrebbe raccontato se si volessero comprendere le ragioni del sistematico crollo economico e morale italiano. Per comprendere lo stadio a cui siamo arrivati è necessario fare un passo indietro o un passo in dentro, e avere il coraggio di scovarne le ragioni. La grande floridezza dell’economia del nostro Paese è in gran parte sommersa, aiutata in questo dal tessuto imprenditoriale che è proprio del nostro territorio: un arcipelago di medie, piccole, piccolissime aziende. 300 miliardi di euro ogni anno vengono sottratti alle casse dello Stato tra fatturato mafioso (circa 130 miliardi) e corruzione ed evasione fiscale (i restanti 170 miliardi): dieci grandi finanziarie.</div>
<div id="_mcePaste">Per troppo tempo si è voluto far finta di credere che la mafia – il primo Male italiano, la prima cosa che abbiamo esportato nel mondo e che contemporaneamente si mangia la fiducia nel futuro, alimentata dai concetti di merito, di premio per lo sforzo personale, unico vero motore economico – fosse confinata al Sud: se solo una parte del corpo è malata, allora si può guarire, allora il tutto è sano, non c’è da preoccuparsi.</div>
<div id="_mcePaste">Le maxi operazioni in Lombardia e Piemonte, le grandi operazioni in Liguria, Emilia Romagna e Veneto gridano che così non è.</div>
<div id="_mcePaste">E in Lombardia, già negli anni Novanta, ci sono state decine di maxiprocessi, con condanne per circa tremila affiliati di ‘ndrangheta. Tutti nascosti sotto terra, insabbiati, per allontanare sempre più il giorno della consapevolezza, della resa dei conti.</div>
<div id="_mcePaste">Ma quel giorno è alle porte, è evidente a quasi tutti. Sembra essere alle porte il momento di scrivere sulle prime pagine dei giornali che l’Italia è malata. Che il germe della corruzione non è confinato in una precisa latitudine, ma che il modo più facile per creare capitale, quello illegale, ha da sempre tentato e fatto gola a un certo tipo di italiani, del Nord come del Sud. E che da sempre le nostre quattro mafie hanno fatto comodo al tessuto produttivo dell’intero Paese e alla maggior parte della classe politica, che è sempre sembrata fare di tutto per non combatterle.</div>
<div id="_mcePaste">Dobbiamo avere il coraggio di dirlo, altrimenti – come sempre più spesso succede per i giornali – la realtà, i movimenti, i venti, non solo superano ma scalzano totalmente la comprensione, che resta azzoppata, monca, muta: stupida.</div>
<div id="_mcePaste">Un Paese senza un’adeguata Ragione che lo rappresenta è cieco, guidato dagli istinti.</div>
<div id="_mcePaste">È l’ora del coraggio, invece, della presa di coscienza.</div>
<div id="_mcePaste">Voglio fare un appello, soprattutto ai giovani, ma rivolto a tutti. Soprattutto a coloro che hanno deciso di “metterci la faccia”, di raccontare con il proprio nome i meccanismi con cui agisce la mafia, con cui agisce la corruzione, nel nostro Paese, a quelli che hanno deciso di dedicare anni, tempo prezioso, alla comprensione e al racconto.</div>
<div id="_mcePaste">Scrittori, giornalisti, attori, giovani delle organizzazioni antimafia, magistrati, uomini delle forze dell’ordine, politici: mettiamoci insieme.</div>
<div id="_mcePaste">Superiamo le minuscole logiche di appartenenza ai diversi gruppi editoriali, la difesa delle piccole o grandi notorietà, le personalizzazioni e uniamo invece le nostre voci, appoggiamoci, spalleggiamoci, diamoci forza reciproca. Facciamo vincere la verità. Costringiamo i grandi giornali e i telegiornali a occuparsi seriamente di quello che ormai non è più un’ipotesi, mettendo la firma insieme sotto la nostra consapevolezza: la completa compresenza dell’economia criminale e di quella legale sull’intero corpo della Penisola. Aiutiamo il vento che già si è levato ad andare nella giusta direzione, urliamo insieme che siamo per la legalità, per il rispetto delle intelligenze, dei meriti, del lavoro altrui, della Verità, e che siamo contro le arroganze, le prepotenze, l’annichilimento del talento e della fiducia nel futuro, siamo contro le logiche familistiche di spartizione della ricchezza e del lavoro. Gridiamo che siamo pronti per riprenderci finalmente il nostro Paese dove i Padri Costituenti l’hanno lasciato.</div>
<div id="_mcePaste">Gridiamo insieme. Questo è il momento. Gridiamo con forza la Verità. Firmiamo articoli che la raccontano. Facciamoci sentire. Guidiamo la consapevolezza. Ma tutti insieme, finché non saremo tutti gli italiani.</div>
</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/22/restiamo-uniti/">Restiamo uniti!</a></p>
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		<title>Il coraggio dimenticato</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2009 05:09:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto saviano</dc:creator>
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foto di <strong>Luigi Caterino</strong></p>
<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>Chi racconta che l&#8217;arrivo dei migranti sui barconi porta valanghe di criminali, chi racconta che incrementa violenza e degrado, sta dimenticando forse due episodi recentissimi ed estremamente significativi, che sono entrati nella storia della nostra Repubblica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/14/il-coraggio-dimenticato/">Il coraggio dimenticato</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/litorale-domitio-4.jpg" alt="litorale-domitio-4" title="litorale-domitio-4" width="400" height="267" class="alignnone size-full wp-image-17677" /><br />
foto di <strong>Luigi Caterino</strong></p>
<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>Chi racconta che l&#8217;arrivo dei migranti sui barconi porta valanghe di criminali, chi racconta che incrementa violenza e degrado, sta dimenticando forse due episodi recentissimi ed estremamente significativi, che sono entrati nella storia della nostra Repubblica. Le due più importanti rivolte spontanee contro le mafie, in Italia, non sono partite da italiani ma da africani. In dieci anni è successo soltanto due volte che vi fossero, sull&#8217;onda dello sdegno e della fine della sopportazione, manifestazioni di piazza non organizzate da associazioni, sindacati, senza pullman e partiti.<br />
 <span id="more-17675"></span></p>
<p>Manifestazioni spontanee. E sono stati africani a farle. Chi ha urlato: &#8220;Ora basta&#8221; ai capizona, ai clan, alle famiglie sono stati africani. A Castelvolturno, il 19 settembre 2008, dopo la strage a opera della camorra in cui vengono uccisi sei immigrati africani: Kwame Yulius Francis, Samuel Kwaku e Alaj Ababa, del Togo, Cristopher Adams e Alex Geemes della Liberia e Eric Yeboah del Ghana. Joseph Ayimbora, ghanese, viene ricoverato in condizioni gravi. Le vittime sono tutte giovanissime, il più anziano tra loro ha poco più di trent&#8217;anni, sale la rabbia e scoppia una rivolta davanti al luogo del massacro. La rivolta fa arrivare telecamere da ogni parte del mondo e le immagini che vengono trasmesse sono quelle di un intero popolo che ferma tutto per chiedere attenzione e giustizia. Nei sei mesi precedenti, la camorra aveva ucciso un numero impressionante di innocenti italiani. Il 16 maggio Domenico Noviello, un uomo che dieci anni fa aveva denunciato un&#8217;estorsione ma appena persa la scorta l&#8217;hanno massacrato. Ma nulla. Nessuna protesta. Nessuna rimostranza. Nessun italiano scende in strada. I pochi indignati, e tutti confinati sul piano locale, si sentono sempre più soli e senza forze. </p>
<p>Ma questa solitudine finalmente si rompe quando, la mattina del 19, centinaia e centinaia di donne e uomini africani occupano le strade e gridano in faccia agli italiani la loro indignazione. Succedono incidenti. Ma la cosa straordinaria è che il giorno dopo, gli africani, si faranno carico loro stessi di riparare ai danni provocati. L&#8217;obiettivo era attirare attenzione e dire: &#8220;Non osate mai più&#8221;. Contro poche persone si può ogni tipo di violenza, ma contro un intera popolazione schierata, no. E poi a Rosarno. In provincia di Reggio Calabria, uno dei tanti paesini del sud Italia a economia prevalentemente agricola che sembrano marchiati da un sottosviluppo cronico e le cui cosche, in questo caso le &#8216;ndrine, fatturano cifre paragonabili al PIL del paese. </p>
<p>La cosca Pesce-Bellocco di Rosarno, come dimostra l&#8217;inchiesta del GOA della Guardia di Finanza del marzo 2004, aveva deciso di riciclare il danaro della coca nell&#8217;edilizia in Belgio, a Bruxelles, dove per la presenza delle attività del Parlamento Europeo le case stavano vertiginosamente aumentando di prezzo. La cosca riusciva a immettere circa trenta milioni di euro a settimana in acquisto di abitazioni in Belgio. </p>
<p>L&#8217;egemonia sul territorio è totale, ma il 12 dicembre 2008, due lavoratori ivoriani vengono feriti, uno dei due in gravissime condizioni. La sera stessa, centinaia di stranieri &#8211; anche loro, come i ragazzi feriti, impiegati e sfruttati nei campi &#8211; si radunano per protestare. I politici intervengono, fanno promesse, ma da allora poco è cambiato. Inaspettatamente, però, il 14 di dicembre, ovvero a due soli giorni dall&#8217;aggressione, il colpevole viene arrestato e il movente risulta essere violenza a scopo estorsivo nei riguardi della comunità degli africani. La popolazione in piazza a Rosarno, contro la presenza della &#8216;ndrangheta che domina come per diritto naturale, non era mai accaduto negli anni precedenti. </p>
<p>Eppure, proprio in quel paese, una parte della società, storicamente, aveva sempre avuto il coraggio di resistere. Ne fu esempio Peppe Valarioti, che in piazza disse: &#8220;Non ci piegheremo&#8221;, riferendosi al caso in cui avesse vinto le elezioni comunali. E quando accadde fu ucciso. Dopo di allora il silenzio è calato nelle strade calabresi. Nessuno si ribella. Solo gli africani lo fanno. </p>
<p>E facendolo difendono la cittadinanza per tutti i calabresi, per tutti gli italiani. Difendono il diritto di lavorare e di vivere dignitosamente e difendono il diritto della terra. L&#8217;agricoltura era una risorsa fondamentale che i meccanismi mafiosi hanno lentamente disgregato facendola diventare ambito di speculazioni criminali. Gli africani che si sono rivoltati erano tutti venuti in Italia su barconi. E si sono ribellati tutti, clandestini e regolari. Perche da tutti le organizzazioni succhiano risorse, sangue, danaro. </p>
<p>Sulla rivolta di Rosarno, in questi giorni, è uscito un libretto assai necessario da leggere con un titolo in cui credo molto. &#8220;Gli africani salveranno Rosarno. E, probabilmente, anche l&#8217;Italia&#8221; di Antonello Mangano, edito da Terrelibere. La popolazione africana ha immesso nel tessuto quotidiano del sud Italia degli anticorpi fondamentali per fronteggiare la mafia, anticorpi che agli italiani sembrano mancare. Anticorpi che nascono dall&#8217;elementare desiderio di vivere. </p>
<p>L&#8217;omertà non gli appartiene e neanche la percezione che tutto è sempre stato così e sempre lo sarà. La necessità di aprirsi nuovi spazi di vita non li costringe solo alla sopravvivenza ma anche alla difesa del diritto. E questo è l&#8217;inizio per ogni vera battaglia contro le cosche. Per il pubblico internazionale risulta davvero difficile spiegarsi questo generale senso di criminalizzazione verso i migranti. Fatto poi da un paese, l&#8217;Italia, che ha esportato mafia in ogni angolo della terra, le cui organizzazioni criminali hanno insegnato al mondo come strutturare organizzazioni militari e politiche mafiose. Che hanno fatto sviluppare il commercio della coca in Sudamerica con i loro investimenti, che hanno messo a punto, con le cinque famiglie mafiose italiane newyorkesi, una sorta di educazione mafiosa all&#8217;estero. </p>
<p>Oggi, come le indagini dell&#8217;FBI e della DEA dimostrano, chiunque voglia fare attività economico-criminali a New York che siano kosovari o giamaicani, georgiani o indiani devono necessariamente mediare con le famiglie italiane, che hanno perso prestigio ma non rispetto. Altro esempio eclatante è Vito Roberto Palazzolo che ha colonizzato persino il Sudafrica rendendolo per anni un posto sicuro per latitanti, come le famiglie italiane sono riuscite a trasformare paesi dell&#8217;est in loro colonie d&#8217;investimento e come dimostra l&#8217;ultimo dossier di Legambiente le mafie italiane usano le sponde africane per intombare rifiuti tossici (in una sola operazione in Costa D&#8217;Avorio, dall&#8217;Europa, furono scaricati 851 tonnellate di rifiuti tossici). </p>
<p>E questo paese dice che gli immigrati portano criminalità? Le mafie straniere in Italia ci sono e sono fortissime ma sono alleate di quelle italiane. Non esiste loro potere senza il consenso e la speculazione dei gruppi italiani. Basta leggere le inchieste per capire come arrivano i boss stranieri in Italia. Arrivano in aereo da Lagos o da Leopoli. Dalla Nigeria, dall&#8217;Ucraina dalla Bielorussia. Gestiscono flussi di danaro che spesso reinvestono negli sportelli Money Transfer. Le inchieste più importanti come quella denominata Linus e fatta dai pm Giovanni Conzo e Paolo Itri della Procura di Napoli sulla mafia nigeriana dimostrano che i narcos nigeriani non arrivano sui barconi ma per aereo. Persino i disperati che per pagarsi un viaggio e avere liquidità appena atterrano trasportano in pancia ovuli di coca. Anche loro non arrivano sui barconi. Mai. </p>
<p>Quando si generalizza, si fa il favore delle mafie. Loro vivono di questa generalizzazione. Vogliono essere gli unici partner. Se tutti gli immigrati diventano criminali, le bande criminali riusciranno a sentirsi come i loro rappresentanti e non ci sarà documento o arrivo che non sia gestito da loro. La mafia ucraina monopolizza il mercato delle badanti e degli operai edili, i nigeriani della prostituzione e della distribuzione della coca, i bulgari dell&#8217;eroina, i furti di auto di romeni e moldavi. Ma questi sono una parte minuscola delle loro comunità e sono allevate dalla criminalità italiana. Nessuna di queste organizzazioni vive senza il consenso e l&#8217;alleanza delle mafie italiane. </p>
<p>Nessuna di queste organizzazioni vivrebbe una sola ora senza l&#8217;alleanza con i gruppi italiani. Avere un atteggiamento di chiusura e criminalizzazione aiuta le organizzazioni mafiose perché si costringe ogni migrante a relazionarsi alle mafie se da loro soltanto dipendono i documenti, le abitazioni, persino gli annunci sui giornali e l&#8217;assistenza legale. E non si tratta di interpretare il ruolo delle &#8220;anime belle&#8221;, come direbbe qualcuno, ma di analizzare come le mafie italiane sfruttino ogni debolezza delle comunità migranti. Meno queste vengono protette dallo Stato, più divengono a loro disposizione. Il paese in cui è bello riconoscersi &#8211; insegna Altiero Spinelli padre del pensiero europeo &#8211; è quello fatto di comportamenti non di monumenti. Io so che quella parte d&#8217;Italia che si è in questi anni comportata capendo e accogliendo, è quella parte che vede nei migranti nuove speranze e nuove forze per cambiare ciò che qui non siamo riusciti a mutare. L&#8217;Italia in cui è bello riconoscersi e che porta in se la memoria delle persecuzioni dei propri migranti e non permetterà che questo riaccada sulla propria terra.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/05/14/il-coraggio-dimenticato/">Il coraggio dimenticato</a></p>
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		<title>A Gamba tesa: &#8220;Extraordinary facts relating to the vision of colors&#8221;</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/06/a-gamba-tesa-extraordinary-facts-relating-to-the-vision-of-colors/</link>
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		<pubDate>Tue, 06 Jan 2009 07:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>A proposito di &#8220;<a href="http://bur.rcslibri.corriere.it/bur/libro/2745_l_oro_della_camorra_capacchione.html">l&#8217;oro della camorra</a>&#8221; di <a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/rosaria-capacchione/">Rosaria Capacchione</a><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/testcol2.png"></a></p>
<p>&#8220;Il daltonismo consiste in una cecità ai colori, ovvero nell&#8217;inabilità a percepire i colori.(&#8230;)<br />
Si definisce daltonica la persona che non riesce a distinguere colori di diversa lunghezza d&#8217;onda.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/06/a-gamba-tesa-extraordinary-facts-relating-to-the-vision-of-colors/">A Gamba tesa: &#8220;Extraordinary facts relating to the vision of colors&#8221;</a></p>
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di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/testcol2.png"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/testcol2.png" alt="" title="testcol2" width="200" height="300" class="alignnone size-full wp-image-13112" /></a></p>
<p>&#8220;Il daltonismo consiste in una cecità ai colori, ovvero nell&#8217;inabilità a percepire i colori.(&#8230;)<br />
Si definisce daltonica la persona che non riesce a distinguere colori di diversa lunghezza d&#8217;onda.<br />
Se, ad esempio, si mostra ad un daltonico un disegno con un triangolo rosso su uno sfondo verde questi non riesce a distinguere la figura.<br />
Benché venga generalmente considerata una disabilità, in alcune situazioni il daltonismo può rivelarsi vantaggioso; un cacciatore daltonico, ad esempio, può riuscire a distinguere meglio una preda mimetizzata su uno sfondo caotico; analogamente, un soldato daltonico può evitare di essere ingannato dai camuffamenti che, al contrario, traggono in inganno persone che hanno una normale visione del colore.&#8221;<br />
<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Daltonismo">voce wikipedia</a></p>
<p>Ho un ricordo preciso, nitido, della telefonata ricevuta da Rosaria la sera in cui aveva finito di scrivere il primo capitolo del libro e aveva voglia di condividere con me quel momento. Nessuna eccitazione, euforia, nella sua voce, e man mano che procedeva nella lettura, le parole, il ritmo delle frasi, del respiro, in quella naturale punteggiatura che viene dai lunghi o brevissimi silenzi, sembravano tessere di un mosaico, ovvero <em>pièces</em> di un quadro generale andato distrutto e destinato al non sense,  se non &#8220;ricostruito&#8221; in una narrazione. <em>Pièces</em> appunto di un teatro dell&#8217;assurdo.<br />
<span id="more-13113"></span></p>
<p>A Napoli ho un amico che ogni qualvolta gli succeda qualcosa di strano, mi dice sornione: &#8220;una cosa senza senso&#8221;. Ammazzare una persona per errore o solo a scopo dimostrativo, torturarla pur sapendo che sta per morire, e allora vederla soffrire solo per te, perché tanto non ti sopravviverà né racconterà mai a nessuno della sua sofferenza. Avvelenare una terra, la stessa su cui lasci che crescano i tuoi figli, e crepino, come gli altri di morte orribile e violenta. Assistere a faide &#8220;senza senso&#8221;, e piegarsi alla volontà brutale di chi sembra tutto tranne che umano &#8211; ma sarebbe un errore cedere alla tentazione di considerare quell&#8217;inumano come estraneo alla propria umanità &#8211; sembra non potersi spiegare che attraverso le dimissioni della ragione.<br />
Rosaria Capacchione invece, da quando ha cominciato a occuparsi di cronaca per il Mattino, a seguire ogni fase dei grandi processi e mutamenti del fenomeno della criminalità campana, della camorra, vuole farsene una ragione, convinta che esista un senso a tanto dolore.</p>
<p>Quando in piedi ascoltavo con lo stesso spaesamento di un testimone, la confessione della mia amica, un dettaglio mi aveva colpito all&#8217;inizio del racconto. E&#8217; la descrizione delle calze di Pasquale Zagaria.  <em>Corto, in tutte le gradazioni del grigio</em>. Sembra a prima vista un dettaglio poco importante, ma a ben pensarci è la cifra di tutto il libro quel <em>gradazioni del grigio</em>.<br />
Ma noi gente del Sud si sa, al grigio siamo poco avvezzi, nemmeno attrezzati per un cielo grigio, figurarsi poi per il resto. A meno di non soffrire di &#8220;daltonismo&#8221; che come si diceva poco sopra è tutt&#8217;altro che un difetto in tempo di guerra. I colori mimetizzano infatti prede e predatori, cose e fatti,  se chi ricerca non riesce a definire la linea di demarcazione, la <em>border line</em> tra una cosa e un&#8217;altra.</p>
<p>Come accade quando si cerca di capire, e combattere, la zona grigia in cui imprenditoria e camorra stilano una dopo l&#8217;altra le voci di un fatturato da fare invidia a una multinazionale.<br />
Scrive  Rosaria Capacchione:</p>
<p> <em>A intaccare le certezze istintive dell&#8217;investigazione e del giudice che incrociano l&#8217;imprenditore camorrista sono le storie personali dei soggetti e l&#8217;equivocità di alcune condotte. le somme di denaro pagate periodicamente a esponenti dell&#8217;organizzazione camorristica in qualche caso hanno la natura di tangenti, in altri quella di contributi associativi e cioè il pagamento del costo dei vantaggi derivati dall&#8217;amicizia e dalla relazione d&#8217;affari con la camorra.</em><br />
La voce di Rosaria Capacchione  risuona di quella di uno dei suoi scrittori più amati, Leonardo Sciascia. Dello scrittore siciliano ha la stessa incrollabile, laica fede nella ragione. E nel cuore delle persone soprattutto se giudici in lotta con quegli stessi strumenti che hanno in dotazione. Il mondo del diritto sembra infatti almeno in un punto preciso negare ogni possibilità di demarcazione. Le gradazioni di grigio si moltiplicano all&#8217;infinito e il passaggio dal nero al bianco è tanto costoso e laborioso che pochi si avventurano fin lì.</p>
<p>Così commenta il Giudice Magi l&#8217;anomalia.</p>
<p><em>&#8220;Se è vero che le organizzazioni di stampo mafioso, rappresentano, soprattutto uno straordinario strumento di accumulazione economica e di alterazione  delle regole di mercato, ci si poteva  attendere un più elevato coinvolgimento di soggetti legati all&#8217;area economica  del gruppo, reinvestitori, consulenti finanziari, imprenditori compiacenti. Le definizioni processuali hanno registrato , in questo versante, un limitato numero  di affermazioni di responsabilità (specie nel settore della produzione e distribuzione del calcestruzzo) e numerose smentite alle ipotesi di accusa.&#8221;</p>
<p>(&#8230;) Credo che la ragione principale di tutto ciò sia da ricercarsi nel limitato impiego dello strumento rappresentato dalle indagini patrimoniali, a causa della loro estrema complessità che implica risorse, tempo a disposizione ed elevate professionalità da mettere in campo.&#8221;<br />
</em><br />
Rosaria Capacchione sa quindi perfettamente che alla base delle minacce di morte che pesano su di lei c&#8217;è l&#8217;aver indicato agli inquirenti una o due piste importanti per bloccare patrimoni e flussi di denaro. La sola cosa che veramente irrita questa nuova tipologia di camorrista imprenditore è perdere soldi.<br />
Continuando nella lettura della dichiarazione del giudice Magi ritroviamo un&#8217;altra parola chiave di questa inchiesta quando parla di &#8220;tracce narrative relative all&#8217;invasione del potere criminale&#8221;.</p>
<p><strong>Tracce narrative</strong></p>
<p><em>L&#8217; oro della camorra</em> sembra allora uno di quei vecchi pannelli che c&#8217;erano nelle metropolitane di Parigi, altro amore oltre a Sciascia di Rosaria Capacchione. A <em>Operà</em> dovrebbe essercene ancora uno. Una mappa della metropolitana con una lucina per ogni fermata. In modo da &#8220;far vedere&#8221; all&#8217;inesperto viaggiatore il tracciato del proprio percorso. Bastava  premere un pulsantino corrispondente sulla consolle che riportava in ordine alfabetico tutte le stazioni, e come per magia si illuminava la strada. Volete sapere che succede dei beni immobiliari confiscati alla camorra e da quest&#8217;ultima recuperati &#8220;legalmente&#8221; alle vendite d&#8217;asta? Volete sapere quali e quanti gettoni servano per azionare la <em>laverie automatique</em> del riciclaggio del denaro sporco? Basta aprire il libro, capitolo, due, tre, quattro, ed ecco comparire come per magia la traccia.<br />
Lucine colorate, appunto. Perché se è vero che il flusso di denaro avviene attraverso zone grigie, franche, banche, società finanziarie, cooperative, imprenditoria, e viaggia grazie al suo passaporto &#8220;grigio&#8221; dappertutto, i soldi, loro, un colore ce l&#8217;hanno.<br />
C&#8217;è l&#8217;oro rosso, dei pomodori San Marzano.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/mini_sanmarzano.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/mini_sanmarzano.jpg" alt="" title="mini_sanmarzano" width="230" height="160" class="alignnone size-medium wp-image-13120" /></a></p>
<p>&#8220;<em>Per ogni chilo prodotto e distrutto l&#8217;Aima distribuiva risarcimenti sufficienti a ripagare abbondantemente il raccolto. Se poi all&#8217;ammasso arrivavano solo frutta e ortaggi avariati, se nei centri di distruzione &#8211; gli </em><em>scamazzi</em>, come venivano chiamati &#8211; si portava solo un furgone di sassi ricoperti da uno strato di frutta e verdura, allora la ricchezza era assicurata&#8221;</p>
<p>Bisogna solo immaginarsela la scena per provare lo stesso dolore di chi quelle cose le vede.</p>
<p>&#8220;Racconta il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone:<br />
<em>Ogni centro Aima, in rapporto alla produzione (mi riferisco ovviamente ai fittizi conferimenti), doveva corrispondere una somma che oscillava dai 50 ai 200 milioni (di lire,ndr) all&#8217;organizzazione dei </em><em>casalesi</em>. &#8221;</p>
<p>C&#8217;è l&#8217;oro bianco di una imprenditoria, quella camorristica che non rinuncia affatto alla sua vocazione &#8220;contadina&#8221;. Latte clandestino, di bufala naturalmente, non controllato, di &#8220;produzione non tutelata&#8221; e rivenduto come se, con i margini di guadagno che è possibile immaginare pensando al costo, di una mozzarella di bufala Dop.</p>
<p>Man mano che si procede nella lettura del libro non ti prende lo sgomento, il senso di impotenza, che altre opere e penso soprattutto a Gomorra di Roberto Saviano, possono provocare, quanto una sensazione di consapevolezza, di comprensione crescente delle dinamiche che regolano non solo quel mondo lì, ma anche il tuo, e con quella consapevolezza ti senti più attrezzato, e quasi pensi che sia possibile la rivolta, una rivincita della tua terra, al punto da non capire perché per l&#8217;autrice, sia troppo tardi. Come quando in un&#8217;intervista per <a href="http://www.frescodistampa.info/">fresco di stampa </a> <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/11/24/faits-divers-6/">alla mia domanda</a>, <em>come raccontare un assedio</em>? Rosaria Capacchione aveva replicato:<br />
<em>Come un vecchio fortino del Far West. Meglio, come la presa di Troia, vista dalla parte di Ettore, però. Credo che sia rimasto pochissimo tempo. Quando smetteranno di sparare, vorrà dire che hanno vinto. E manca poco. </em></p>
<p>Ho già parlato in altre occasioni dell&#8217;importanza della voce per uno scrittore. Una voce non è soltanto il timbro, l&#8217;impronta di un autore ma soprattutto lo stile che devi ritrovare nell&#8217;opera che stai leggendo. la voce di Rosaria è discreta, mai roboante, &#8220;a levare&#8221; più che &#8220;ad aggiungere&#8221; come certi musicisti jazz che hanno il mestiere senza avere mai cercato la professione. Uno stile austero, perché la cosa fondamentale è dire come stanno le cose, ma soprattutto dove si deve cercare il senso di esse. Così l&#8217;ironia mai telefonata di certi passaggi come quando nella ricostruzione di una vicenda legata alla latitanza in Francia di Sandokan, da una intercettazione telefonica si scopre la sensibilità musicale del terribile capo clan.</p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/TrC9Aqp7ih4&#038;hl=it&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/TrC9Aqp7ih4&#038;hl=it&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object><br />
&#8220;e chiede l&#8217;ultimo cd di Umberto Tozzi &#8211; è l&#8217;anno di <em>Nell&#8217;aria c&#8217;è</em>, evidentemente introvabile in Costa Azzurra&#8221;</p>
<p> Ho come l&#8217;impressione che Rosaria Capacchione abbia scritto un manuale di cui sentiva in tutti questi anni la mancanza. Un <em>memoire</em> cui potere attingere informazioni dal passato  per capire il futuro. L&#8217;appendice, del libro, con l&#8217;indice dei nomi, le schede dei beni sequestrati, le sentenze, per un totale di oltre sessanta pagine, completa il progetto facendone uno strumento imprescindibile per ogni giovane cronista pronto a lanciarsi come lei, vent&#8217;anni or sono, nella battaglia. Con l&#8217;augurio che un giorno queste carte siano <em>tracce narrative</em> del solo passato. Senza più futuro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/06/a-gamba-tesa-extraordinary-facts-relating-to-the-vision-of-colors/">A Gamba tesa: &#8220;Extraordinary facts relating to the vision of colors&#8221;</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Donne immigrate e processi di inclusione: il caso delle donne albanesi</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Jan 2008 08:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Luisa Venuta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Claudia Cominelli</strong></p>
<p>Fenomeni come i flussi migranti trasnazionali contribuiscono ampiamente al dibattito intorno a questioni come la cittadinanza, la legalità, la sicurezza, la giustizia, l’integrazione sociale ed economica, la tutela della vita familiare. Si tratta di temi che riguardano in primo luogo gli immigrati, ma che, di fatto, interpellano tutta la comunità civile in ordine a questioni inerenti l’intreccio tra particolarismo e universalismo dei diritti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/31/donne-immigrate-e-processi-di-inclusione-il-caso-delle-donne-albanesi/">Donne immigrate e processi di inclusione: il caso delle donne albanesi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Claudia Cominelli</strong></p>
<p>Fenomeni come i flussi migranti trasnazionali contribuiscono ampiamente al dibattito intorno a questioni come la cittadinanza, la legalità, la sicurezza, la giustizia, l’integrazione sociale ed economica, la tutela della vita familiare. Si tratta di temi che riguardano in primo luogo gli immigrati, ma che, di fatto, interpellano tutta la comunità civile in ordine a questioni inerenti l’intreccio tra particolarismo e universalismo dei diritti. Appare particolarmente evidente, quindi, la necessità di discutere intorno alle differenze culturali, alle loro trasformazioni, all’impatto sulle culture autoctone.<br />
A tal proposito, nell’ambito del fenomeno migratorio, risulta interessante volgere l’attenzione al mondo femminile, non sempre oggetto di accurata riflessione: si tende, infatti, a ragionare in termini maschili, anche se la radicalizzazione della presenza immigrata sul territorio italiano, non più prevalentemente appannaggio di uomini soli ma ormai di taglio familiare, ha da tempo posto la questione di prendere in considerazione la valenza euristica della variabile di genere.<br />
<span id="more-5262"></span> Guardare al mondo immigrato attraverso tale punto di vista significa, infatti, tener presente, in primo luogo, che il marker dell’appartenenza sessuale ha valenza fortemente simbolica in tutte le culture (pur con significati diversi) e che rappresenta una delle principali categorie a partire da cui le società stabiliscono norme di vita, regolano l’agire sociale, governano i destini individuali (di conseguenza anche l’agire migratorio) e in secondo luogo che si tratta di uno dei principali mezzi attraverso cui le società strutturano e manifestano i rapporti di potere, senza dimenticare quanto sia interessante osservare ciò che emerge dall’intreccio tra le disuguaglianze di genere e le disuguaglianze etniche.<br />
Basti considerare, per esempio, come le donne straniere nel nostro paese siano discriminate almeno sotto tre aspetti: in quanto donne (soprattutto sul piano del riconoscimento di competenze professionali), in quanto immigrate (quindi sottoposte a tutti i processi di esclusione sociale che tipicamente colpiscono gli immigrati) e anche in quanto madri (se gli autoctoni risolvono il problema di un welfare debole con la rete parentale, le donne immigrate anche in questo senso sono penalizzate) [Ambrosini, 2005: 134].<br />
La questione appare complicarsi se vi è un’appartenenza a una comunità particolarmente stigmatizzata come quella, per esempio, albanese: le donne albanesi rischiano di essere prese in considerazione solo attraverso stereotipi negativi, relativi al mondo della prostituzione o della microdelinquenza. La nazionalità albanese appare, infatti, una tra le più etichettate da pregiudizi sociali, generalmente seconda solo alle comunità nomadi, pur essendo una delle nazionalità da più tempo presente nel nostro paese, con cui abbiamo condiviso anche una serie di vicende storiche (1). L’immigrato albanese incarna molto bene, infatti, la raffigurazione simmeliana dello straniero come soggetto che è contemporaneamente vicino e lontano, voluto ed escluso, ricercato e rifiutato (2). Nell’immaginario comune della società italiana, in particolare grazie alla diffusione di una rappresentazione spesso distorta da parte dei mass-media (3), la donna albanese, qualora non sia coinvolta in attività di prostituzione (4), resta invece madre, moglie, sorella, figlia di uomini che sono dediti alla microcriminalità nelle aree ricche del Nord e, pertanto, non affidabile, pericolosa, dai costumi corrotti.<br />
Certamente, il fenomeno della prostituzione, così come quello della criminalità, che vedono il coinvolgimento della comunità albanese, sono una realtà, tuttavia una recente ricerca condotta a Brescia negli anni 2005-2006, rispetto al mondo femminile albanese di prima e seconda generazione mette in luce anche aspetti spesso non immediatamente visibili ai nostri occhi, ma che ci permettono di scoprire elementi che vanno al di là dei pregiudizi.<br />
La ricerca nello specifico ha raccolto informazioni sui percorsi di vita dei membri appartenenti a 8 famiglie albanesi (5), di cui facesse parte almeno una adolescente, al fine di rispondere al seguente “interrogativo di fondo”: in quali termini la dimensione di genere rappresenta un’opportunità e in quali un vincolo nell&#8217;esperienza di integrazione di ragazze straniere ai fini della costruzione del loro percorso di vita?<br />
Il materiale narrativo ottenuto attraverso lo strumento dei “racconti di vita” [Bertaux, 1999] è stato analizzato dal punto di vista dei contenuti (cosa), della struttura (come), e del contesto (perchè) [Poggio, 2004: 117] (6), sia compiendo un&#8217;operazione di frantumazione del testo narrativo, in modo tale da isolare quelle porzioni di racconto più significative rispetto al tema della formazione dell&#8217;identità, sia considerando alcune interviste come delle narrazioni in sé, al fine di renderle, attraverso un processo di ri-narrazione, sintesi e interpretazione, delle storie, che mettano in luce le strategie globali utilizzate da alcune adolescenti nell&#8217;affrontare la complessità del proprio processo di costruzione dell&#8217;identità.<br />
Ne è emerso un quadro composito dove la comunità albanese, mostra, attraverso le speranze delle sue seconde generazioni femminili e la capacità di tenuta delle loro famiglie, creative costruzioni di identità ibride, nonché originali possibilità di integrazione.<br />
Ripercorrendo alcuni dei risultati emersi, va richiamato, in primo luogo, per esempio, come diversamente tra prima e seconda generazione venga vissuto l’evento migratorio. Anche se nell’ambito di un nucleo familiare l’esperienza migratoria rappresenta sempre una frattura esistenziale non ricomponibile tra un prima e dopo, chiaramente i soggetti giunti, quando gli elementi base della propria identità si sono già affermati vivranno un impatto e un senso di sradicamento più intensi, e tendenzialmente svilupperanno un senso di appartenenza “doppia”, con un legame sia rispetto al contesto di origine che al nuovo ambito di vita, a differenza di coloro che nascono nel nostro paese da genitori stranieri o vi giungono in tenerissima età, i quali con maggior probabilità daranno origine a un senso di appartenenza connesso prevalentemente al contesto di approdo.<br />
Diverso anche il modo con cui le due generazioni reagiscono all’impatto con una società stigmatizzante: mentre nelle seconde generazioni, fra le adolescenti, pare ravvisabile una maggior tendenza al mimetismo e un’enfasi sui tratti stereotipati associabili al genere femminile (essere buone, disponibili, tranquille, generose), nelle prime non è raro il caso di donne che si adoperano per il riscatto del lato buono dell’identità albanese, specie se coinvolte in attività di mediazione culturale o se in contatto con realtà pubbliche istituzionali. Anche tra le adolescenti, tuttavia, in alcuni casi, soprattutto se in ambito familiare vi è un’attenzione specifica dedicata alle proprie origini, vi è un particolare attaccamento verso la propria realtà culturale, sebbene vi sia anche il desiderio di essere riconosciute come degne di appartenenza anche dalla comunità italiana.<br />
Per quanto riguarda un altro aspetto, ossia l’atteggiamento riguardo alle chance di vita (7) delle seconde generazioni, rilevante si è mostrato il condizionamento subito rispetto dal progetto migratorio familiare. In particolare, il comportamento riscontrato nelle adolescenti, pare distanziarsi da una logica individualistica (le ragazze non sono incoraggiate a scegliere esclusivamente sulla base di ciò che a loro piace) e abbracciare una predisposizione a una scelta del proprio futuro di tipo familiare, sulla scorta delle aspettative che hanno alimentato la partenza dal proprio paese. Inoltre, pare venga assunta un’ottica, tendenzialmente, a valenza strumentale, anziché espressiva, ossia le adolescenti scelgono il loro futuro soprattutto al fine di realizzare precisi obiettivi economici e di mobilità sociale e non per dare spazio alle proprie aspirazioni personali. Il condizionamento familiare rispetto alle chance di vita è evidentemente un aspetto che va a influire anche sui percorsi della componente autoctona, tuttavia, le aspettative familiari, in seguito a un investimento migratorio, possano premere ben più pesantemente sui destini delle seconde generazioni straniere. I processi di scelta appaiono, peraltro, anche in parte condizionati dalla variabile di genere, per cui la propensione nel caso della comunità albanese è quella di orientare le proprie figlie verso percorsi tipicamente femminili, che generalmente implicano flessibilità d’orario, coinvolgimento relazionale intenso, ma anche mansioni di scarso prestigio e maggior instabilità occupazionale.<br />
Dal punto di vista del capitale sociale, sia le prime che le seconde generazioni femminili soffrono di una debolezza nella possibilità di costruire reti relazionali ricche, sia all’interno della propria comunità presente in Italia, sia rispetto alla componente autoctona, il che incide in particolare sulle seconde generazioni in termini di integrazione e rispetto alle proprie scelte di vita future (reti povere significa spesso poche informazioni che aiutino nei processi di scelta).<br />
Tuttavia, dalla ricerca condotta, le donne incontrate hanno mostrato anche uno sforzo rilevante, intrapreso sia dalle adolescenti che, in alcuni casi, dalle loro madri, per accreditarsi rispetto alla comunità di approdo: in tal senso è apparso emblematica la scelta da parte di alcune famiglie, per esempio, di abbracciare la religione cattolica non solo sulla scorta di un bisogno di fede interiore, ma anche al fine di dare risposta a un bisogno di appartenenza sociale.<br />
Per le seconde generazioni femminili, è emerso, inoltre, come incisivo il ruolo giocato dalla madre: figure materne dall’atteggiamento intraprendente, solerte, operoso, dotate di strumenti adeguati di interpretazione della realtà, hanno mostrato efficacia nel costruire opportunità più ricche per la crescita delle proprie figlie, al contrario di madri con un comportamento passivo, chiuso, rigido e stereotipato. Tuttavia, a controbilanciare l’apporto materno si è evidenziata, come altrettanto determinante, la presenza di una figura paterna in grado di equilibrare l’intenso rapporto fra madre e figlia, così come a proiettare una visione corretta e propositiva dell’investimento all’esterno del nucleo familiare. Padri notevolmente provati e penalizzati dal contatto diretto con la società di accoglienza, con scarsa fiducia nelle proprie capacità di riuscita, così come padri che abdicano o vivono in modo inadeguato il proprio ruolo in ambito familiare, penalizzano, evidentemente, il destino delle proprie figlie.<br />
Dalla ricerca si è rilevata anche una istituzione scolastica che, nonostante il molto impegno, fatica ancora a promuovere, specie nei gradi di istruzione superiori, la diversità come ricchezza, essendo spinta nel proprio agire prevalentemente da un ottica universalistica che tende a negare le differenze culturali di cui i soggetti stranieri sono portatori.<br />
Il punto di forza resta la famiglia che nei casi incontrati ha mostrato, seppur sovraccaricata da problemi economici e sociali, una buona tenuta e una significativa capacità di fronteggiare le difficoltà in cui si è imbattuta. Gli interventi di politica locale per l’inclusione a sostegno di queste famiglie, in particolare nelle zone non cittadine, sono apparse, di contro, piuttosto deboli e le famiglie si reggono, quindi, quasi esclusivamente sulle proprie risorse.<br />
Rispetto al nostro stile di vita, invece, gli adulti, in particolare, hanno mostrato disorientamento e atteggiamento critico, disapprovazione verso modelli del femminile eccessivamente emancipati, preoccupazioni educative rispetto alle seconde generazioni riguardo al rispetto delle regole e dell’autorità genitoriale, riguardo a come conciliare uno stile esterno alla famiglia giudicato un po’ troppo disinvolto e stile di vita interno condizionato da valori diversi ma anche da ristrettezze economiche. Le prime generazioni, invece, sono parse più impegnate nella ricerca di un equilibrio tra quanto appreso in famiglia e quanto incontrato all’esterno. Colpisce, in particolare, il valore formativo che per alcune ragazze ha avuto l’esperienza migratoria sul piano della maturazione personale. Specialmente nel confronto con le generazioni autoctone, infatti, è degno di nota osservare come le adolescenti intervistate abbiano mostrato di possedere un tendenziale orientamento verso quella che da Anolli [2006] viene definita mente multicuturale, ossia la capacità di governare gli indizi culturali forniti dal contesto, che di volta in volta si presenta come cornice dell’esperienza, dimostrando di adattarvisi attivamente, rispondendo, cioè, in modo appropriato alle aspettative relazionali e sociali in atto.<br />
La conduzione di una ricerca di questo taglio, che certo non persegue obiettivi di rappresentatività del campione di soggetti analizzati, ma intende raggiungere in profondità i contenuti della loro esperienza e dare voce ai singoli percorsi di vita porta con sé, in termini di valori aggiunti, l’opportunità di conoscere meglio una comunità fortemente stigmatizzata, di approfondire il tema dell’evolversi dell’identità femminile nella componente immigrata e in generale, nella nostra nuova società multiculturale, di riflettere sul destino delle seconde generazioni immigrate, di pensare a un loro futuro di convivenza con le nostre generazioni, in cui tutti abbiano riconosciuta una cittadinanza sostanziale e un accesso ai diritti reale.</p>
<p><strong>Notizie sull&#8217;autrice</strong></p>
<p><em>Claudia Cominelli, che si occupa dello studio dei fenomeni migratori dal 1998, è Dottore di ricerca presso l’Università Cattolica di Milano e assegnista di ricerca presso il Centro Interuniversitario di Ricerca sulle Migrazioni &#8211; Brescia (CIRMiB), con sede presso l’Università Cattolica di Brescia.</em></p>
<p><strong>Note al testo</strong><br />
1 Per un approfondimento vedi per es.: Biagini A. (2005), <em>Storia dell’Albania contemporanea</em>, Bompiani, Milano; Jade R. (1998), <em>Albania. Storia economica e risorse. Società e tradizioni. Arte cultura. Religione</em>, Pendragon, Bologna; Micunco G. (1997), <em>Albania nella storia</em>, Besa, Lecce.</p>
<p>2 Si veda: Simmel G. (1989), <em>Excursus sullo straniero</em>, in Simmel G., <em>Sociologia</em>, Edizioni di Comunità, Milano, pp.580-584; Tabboni S. (a cura di) (1990), <em>Vicinanza e lontananza. Modelli e figure dello straniero come categoria sociologica</em>, Franco Angeli, Milano.</p>
<p>3 Per un approfondimento rispetto all’immagine veicolata dai mass-media dell’immigrato albanese si veda per esempio : Vehbiu A., Devole R. (1996), <em>La scoperta dell’Albania. Gli albanesi secondo i mass-media</em>, Ed. Paoline.</p>
<p>4 Per un approfondimento rispetto al tema delle donne albanesi coinvolte nel traffico di prostituzione e tratta si vedano per esempio: Carchedi F et al. (2000), <em>I colori della notte</em>, Franco Angeli, Milano; Carchedi F., Mottura G., Pugliese E. (2003), Il <em>lavoro servile e le nuove schiavitù</em>, Franco Angeli, Milano, in particolare cap. 5; Monzini P. (2002), <em>Il mercato delle donne. Prostituzione, tratta e sfruttamento</em>, ed. Donzelli, Roma; Mascellini F. (2004), <em>Donne: vittime di tratta e possibilità di recupero</em>, in Caritas/Migrantes, Immigrazione. Dossier statistico 2004, Caritas/Migrantes, Roma, pp. 177-185; Carchedi F. (2004), <em>Prostituzione migrante e donne trafficate. Il caso delle donne albanesi, moldave e rumene</em>, Milano, Franco Angeli; Abbatecola E. (2006), <em>L’altra donna. Immigrazione e prostituzione in contesti metropolitani</em>, Franco Angeli, Milano.</p>
<p>5 Consapevoli della ristrettezza del campione di intervistati, si sottolinea che quanto è espresso va considerato nell&#8217;ottica di proporre delle “considerazioni situate”, ossia ricavate dal particolare incontro di un determinato ricercatore, con un preciso e specifico gruppo di soggetti, in un circostanziato contesto spaziale e temporale. Nulla, quindi, di quanto è affermato ha la pretesa di rappresentare “la verità”, né riguardo la comunità albanese, né tanto meno rispetto a dinamiche sociali ben più ampie. Del resto la ricerca condotta, trattandosi di una rilevazione qualitativa, è ben lontana dal desiderare di rispondere a canoni di rappresentatività, oggettività e standardizzazione, tuttavia, non si esimerà dal riportare alcune “verità”, innanzitutto quella del ricercatore stesso che inevitabilmente lascerà trasparire il suo particolare modo di vedere i fenomeni e gli attori sociali, oltre a quella degli intervistati, a cui il ricercatore, proprio privilegiando una metodologia a bassa direttività, ha cercato di dare spazio, rappresentandoli e permettendo di autorappresentarsi. E&#8217; evidente che gli elementi riscontrati nel corso della ricerca per trovare conferma dovranno essere sottoposti a ulteriori approfondimenti e comparazioni.</p>
<p>6 Si precisa che il modello di analisi illustrato da Poggio nel testo “Mi racconti una storia? Il metodo narrativo nelle scienze sociali” [2004, cit. in bib.] fa riferimento specifico alla ricerca narrativa, tuttavia, considerando lo strumento di raccolta dati utilizzato, si è ritenuto non illegittimo mutuarlo per questa rilevazione.</p>
<p>7 Qui si fa riferimento al concetto di “chance di vita” elaborato da Dahrendof nell’opera <em>La libertà che cambia</em> [1980, Laterza, Roma-Bari] e in altri lavori successivi.</p>
<p><strong>Bibliografia </strong></p>
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<p>(Il precedente articolo del ciclo Migrazioni Possibili sulla realtà della Chinatown londinese è<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/24/chinatown-londra/"> qui.)</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/31/donne-immigrate-e-processi-di-inclusione-il-caso-delle-donne-albanesi/">Donne immigrate e processi di inclusione: il caso delle donne albanesi</a></p>
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		<title>L’Italia dei cittadini e l’Italia degli immigrati. Alcune considerazioni sul razzismo.</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Dec 2007 09:33:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tiziana de Novellis</strong></p>
<p>La situazione attuale in Italia e lo stato d’animo che essa suscita rimettono, ancora una volta, all’ordine del giorno la questione del razzismo. E mi riferisco non soltanto agli episodi sempre meno occasionali di violenza razzista, ma al clima diffuso di paura e di intolleranza xenofoba che aleggia nel paese. Ciò che oggi viene definito “razzismo”, definizione che richiederebbe non pochi chiarimenti, rappresenta il più drammatico fra i conflitti che oppongono gruppi umani, ma, soprattutto, quello il cui obiettivo risulta essere il più nefasto. In questo fenomeno sono coinvolti una serie di “nuclei ideologici” talmente radicali – e radicati &#8211; della psicologia dell’uomo medio occidentale, che conducono tutti gli sforzi diretti a contrastarlo a cadere nel vuoto e che, senza riuscire in nessun modo a sradicarne le basi, suscitano il pericolo di odi implacabili, di conflitti inutili, di violenze senza limiti. Se non facciamo uno sforzo serio di analisi, tra reazioni emozionali dei cittadini e decreti di espulsione per “motivi imperativi di pubblica sicurezza”, il fuoco del razzismo non farà che alimentarsi.<br />
<span id="more-4965"></span><br />
Prima di tutto è necessario fare il bilancio delle tradizioni in cui abbiamo vissuto fino a questo momento. L’Italia, terra di emigranti per eccellenza, a differenza di altri Stati europei, non era considerata – e probabilmente non era – un paese a rischio xenofobo. Ma è anche vero che, fino a questo momento, non era ancora stata meta dei flussi migratori di massa che caratterizzano il pianeta globale. Non si tratta più di pacifica e generosa convivenza con singoli individui o piccoli gruppi di immigrati, bensì di accettare e recepire – e perciò inglobare nel tessuto sociale – intere comunità di esuli di diverse etnie, religioni e culture. L’ampliarsi dei flussi migratori, la diffusa presenza dello “straniero”, il quotidiano contatto con il “diverso”, con chi cioè non è riconoscibile nei propri schemi culturali, sociali e religiosi, ha introdotto nel paese non un’altra concezione, bensì una diversa “atmosfera morale”. Sia ben chiaro che questo nuovo clima xenofobo non è stato mai veramente identificato e riconosciuto né dalle analisi teoriche o politiche più diffuse, né dai mass-media, né tanto meno dagli stessi cittadini. Sembra addirittura che nessuno quasi si accorgesse che si trattava di un clima xenofobo. Ma il fatto è che, invece di condannare la xenofobia in quanto razzista, si è continuato a condannare il razzismo in quanto fonte di xenofobia, riducendo così il razzismo a un fenomeno di estremismo politico.</p>
<p>Il grande errore in cui cadono quasi tutte le analisi riguardanti il razzismo è di considerare il razzismo come un episodio di estremismo politico, mentre è, prima di tutto, il segno di un grave mutamento del clima politico-sociale di un paese. Il più grave di tutti. Il fenomeno del rafforzamento della destra “estrema” rispecchia gli umori di una società ossessionata dall’insicurezza e dalla paura. La sua forza d’urto si fonda sulla diffusione di una sorta di “etno-populismo” che si afferma nel clima diffuso di “paura”, guadagnando consensi sulle inquietudini della gente prodotte dall’impatto con un mondo globalizzato e senza più frontiere. E addebita al fenomeno dell’immigrazione la causa principale di disoccupazione e di criminalità, pescando nel torbido dei motivi reali di insicurezza prodotti dalla crisi dell’economia e del mondo del lavoro. Poco importa che si tratti di una reazione di “difesa” o di una reazione “preventiva”: il rischio xenofobo non può essere sottovalutato o ridotto a una forma di estremismo. Tutte queste condizioni hanno poi creato negli ambienti politici, di destra e di sinistra, una corrente di opinione più o meno esplicitamente favorevole all’assunzione di politiche di “controllo”, se non “repressive”, dell’immigrazione. La politica “repressiva” è già da anni (almeno dalla legge Bossi-Fini) improntata alla negazione di alcuni diritti fondamentali per gli immigrati, ma potrebbe facilmente inasprirsi. Alcuni invocano l’espulsione degli immigrati senza reddito, altri una serie di provvedimenti espulsivi per cause di ordine pubblico, altri, infine, ancora numerosi, rimangono “solidali”, ma per forza di abitudine, più che per qualsiasi altra ragione. Non si potrebbe immaginare una confusione maggiore. Tante incertezze possono sorprendere se si pensa che si tratta di un fenomeno che, a causa di tutte le conseguenze morali che comporta, dovrebbe essere al centro del dibattito politico e costituirne l’espressione caratteristica.</p>
<p>Il recente fenomeno xenofobo dell’Italia riporta a fenomeni simili che hanno caratterizzato la storia politica e sociale di vari paesi europei ad inizio millennio. Si potrebbe sostenere che il XXI secolo sia nato all’insegna del razzismo. Basti pensare al terremoto politico avvenuto in Francia quando, alle non lontane elezioni presidenziali del 2002, i due principali candidati, il socialista Jospin e il candidato della destra moderata Chirac, furono quasi sorpassati dal clamoroso successo del leader di estrema destra Jean-Marie Le Pen, che costrinse il presidente uscente Chirac a far appello all’elettorato di sinistra per non essere sorpassato al ballottaggio. Questo fenomeno era tanto più inquietante se si considerava il gran numero di voti ottenuti dal Front National nelle periferie delle grandi aree urbane, in quelle che un tempo erano state le roccaforti storiche del movimento operaio. È nello scenario delle squallide retrovie urbane della deindustralizzazione, delle fabbriche che chiudevano, della crisi economica, della disoccupazione, delle nuove sacche di povertà che l’insicurezza, la paura dell’altro, il disagio sociale e individuale prendevano piede. Ed insieme ad esse il partito di Le Pen. Nel frattempo, fenomeni simili dilagavano nelle periferie di altre grandi città europee. In Danimarca, in Olanda, in Norvegia, nel Belgio, in Germania e in Austria si assisteva ad un fenomeno simile di rafforzamento dei partiti della nuova destra radicale, xenofoba e razzista. Tanto che, a pochi mesi dallo “scampato” pericolo-Le Pen in Francia con la vittoria di Chirac al ballottaggio, in Olanda vinse le elezioni il partito di Pim Fortuyn (assassinato subito dopo il voto) leader dell’estrema destra populista. Ancora una volta la paura del “diverso”, il timore di perdere identità e tradizioni, la sensazione di un’Europa trasformata in “terra di conquista” di immigrati e “islamici” prevalevano sulle ragioni della solidarietà e del bene comune.</p>
<p>Più di recente (autunno 2007) il fenomeno della riorganizzazione dei gruppi della destra estrema ricompare sulla scena politica di diversi paesi dell’Unione Europea. In Svizzera il vincitore delle ultime elezioni legislative è il partito di Cristoph Blocher, l’Unione democratica di centro. Il suo manifesto rappresenta tre pecore bianche che cacciano a calci una pecora nera. In Spagna sono oltre venti le formazioni della ultraderecha con più di quindicimila aderenti. Si ispirano non soltanto alla dittatura franchista, ma all’odio per gli immigrati e al razzismo, causando ovunque incidenti e aggressioni. Ma il volto più orribile della nuova ondata neofascista rivive sulle rive del Danubio, in Ungheria. Il partito di Gabor Vona, Jobbik Magyarorszagert Moozgalom (Movimento per un’Ungheria migliore), che raccoglie il 2,2 per cento dei voti, ha fondato la Magyar Garda (Guardia nazionale), una vera e propria milizia paramilitare, vestita di divise nere ed addestrata all’uso delle armi da fuoco. Tutto questo avviene in un paese democratico, membro dell’Ue e della Nato.</p>
<p>Le nuove forme di aggregazione dei gruppi della destra radicale sono uno dei fenomeni caratteristici della nostra ambigua epoca. I loro membri sono dei signori animati dalle migliori intenzioni, pieni di aspirazioni e di nuovi ideali; nemici degli immigrati, degli islamici, delle forze dell’ordine, dei governi moderati di destra e di sinistra, dello Stato e delle istituzioni democratiche. Tuttavia, quando possibile, non rinunciano ad assumere funzioni di governo locale e centrale (Lega nord). Ma questa contraddizione non stupisce affatto qualora si seguano attentamente le loro campagne elettorali. Ciò che colpisce più di tutto è il tono profetico e perentorio dei loro manifesti “anti-stranieri” (o “anti-meridionali” o “anti-tutto”) del resto inevitabile quando ci si sente designati a salvare il mondo civile degli “onesti cittadini” dalle barbare orde di immigrati. Sfortunatamente un simile tono è del tutto incompatibile con una vera onestà intellettuale dell’analisi e ribadisce soltanto la sproporzione che esiste tra le loro poche sommarie idee e la realtà.</p>
<p>Non si può parlare del razzismo in generale se non in modo astratto. Il razzismo moderno differisce sostanzialmente da tutto ciò che con questo nome si intendeva nel passato. Tutta la vita economica contemporanea è orientata verso la discriminazione e lo sfruttamento di intere popolazioni. Il razzismo non fa che riprodurre, ad un livello più subdolo, i rapporti sociali ed economici che costituiscono la struttura stessa dell’economia globale. Le società transnazionali, sostanzialmente indipendenti dagli Stati-nazione, muovono produzioni e capitali secondo criteri esclusivamente &#8220;liberisti&#8221; (di profitto) e impongono, col ricatto della delocalizzazione e del trasferimento di risorse, politiche sociali a loro favorevoli. Ciò è accaduto a partire dalla metà Settanta nei paesi più &#8220;poveri&#8221; ma ricchi di materie prime (tra le quali la &#8220;mano d&#8217;opera&#8221; a basso costo) dell&#8217;America Latina, dell&#8217;Africa e di parte dell&#8217;Asia. La cosiddetta &#8220;lotta al terrorismo&#8221; è stata poi, nei paesi occidentali, un ottimo strumento di propaganda per mantenere in condizioni di quasi assoluta subalternità &#8211; arrivando anche al neoschiavismo &#8211; gli immigrati. Così, il problema dell&#8217;immigrazione &#8211; problema umano, di uomini &#8220;concreti&#8221;, costretti dalla povertà estrema o da dittature feroci ad emigrare -, viene ridotto ad un problema &#8220;interno&#8221; di &#8220;ordine pubblico&#8221;. Non si tratta di considerazioni sentimentali, né di un generico rispetto  per la dignità di vita di altri esseri umani; si tratta di un rilievo assai semplice: il razzismo, e l’emarginazione che esso comporta, è la forma più radicale di oppressione. E l’ipocrita considerazione che le nostre economie necessitano di mano d’opera immigrata – quindi a basso costo – non giustifica mediazioni populiste. I diritti umani e civili o sono universali o non sono.</p>
<p>Il nodo “xenofobia-razzismo” non può quindi essere compreso fino in fondo senza collegarlo strettamente alla globalizzazione. Un punto cruciale è la mancata percezione (indotta) delle cause fondamentali dell’emigrazione di massa. Lo stesso nodo non può essere disgiunto dalle politiche neoliberiste imposte ai paesi poveri per favorire le transnazionali e lo sfruttamento (occidentale) delle materie prime. Ciò ha prodotto, e ancora produce, inevitabilmente, la progressiva perdita di autonomia economica e alimentare dei paesi più poveri (a causa dell’imposizione di politiche agricole intensive, finalizzate all’esportazione), la concentrazione di redditi nelle mani di pochi potenti legati alle società transnazionali ed, infine, i conflitti armati per accaparrarsi le materie prime. In sostanza, la causa prima dell’emigrazione di massa è l’Occidente stesso, che crea “sottosviluppo” per alimentare il suo “sviluppo”, ma non vuole “pagarne le conseguenze”, anzi, vuole che certe condizioni rimangano tali. Il “razzismo” che è alla base di ciò che sta accadendo è in fondo lo stesso di un secolo o due o quattro secoli fa: non è più colonialismo e imperialismo, basati sugli Stati-nazione, ma “globalizzazione”, basata sulle transnazionali che usano gli Stati-nazione per i loro fini.</p>
<p>Un altro aspetto importante è il legame strettissimo tra neoliberisimo e regimi totalitari. Non è un caso, e non è a caso, che adesso il “paradiso” delle transnazionali sia la Cina. In Cina, il processo che ha portato alla situazione attuale, è iniziato a partire dagli anni Ottanta, quando il governo cinese, per uscire da una situazione di relativa arretratezza (a quei tempi l’economia cinese rappresentava l’1 per cento dell’economia mondiale), mise in atto, progressivamente, una serie di misure e di leggi finalizzate ad abbracciare l’economia di mercato nel senso liberista più ortodosso. Tutto questo senza introdurre alcun cambiamento nell’ordinamento politico, anzi, confermando la struttura di potere autoritario e centralizzata (instaurata ai tempi di Mao) e giustificandola con l’esigenza di rendere lo sviluppo economico omogeneo e orientato verso finalità collettive, al riparo dalle tensioni sociali. In tale modo la Cina faceva proprie le regole che governano l’economia capitalista sotto l’egida del regime comunista. Di fatto, una sorta di ossimoro rispetto ai canoni del marxismo-leninismo professati dalla nomenklatura cinese. Il termine “socialismo di mercato” è stato creato per definire il singolare connubio tra un granitico regime comunista e un’incipiente economia capitalista. In questo modo la Cina ha innescato un processo di sviluppo scandito da tassi di crescita eccezionali (un tasso annuo di aumento del PIL mai inferiore al 9 per cento). Il che è stato possibile prima di tutto sfruttando un’immensa platea di mano d’opera a basso costo, ma anche utilizzando logiche di mercato spregiudicate. Ancora oggi la Cina continua a perseguire la strada del neocapitalismo condotto all’eccesso, affiancato da una politica interna totalitaria e centralizzata ma, soprattutto, repressiva. Per il momento nulla fa sperare che in Cina la libertà economica possa tradursi in libertà politica o contribuisca, quanto meno, a rivedere i dogmi vetero-comunisti e i loro risvolti coercitivi.</p>
<p>Al di là delle analisi politiche ed economiche, la trasformazione del pianeta globale, lo spostamento di intere comunità di individui verso le aree più ricche del mondo rende necessario un atteggiamento improntato su uguaglianza dei diritti e pluralismo, fondato sul riconoscimento delle “diversità” etniche, culturali e religiose. Diffondere la cultura della solidarietà e dell’uguaglianza dovrebbe fare parte dei valori di uno stato democratico e restare una sua connotazione culturale precisa. Solidarietà e uguaglianza sono anche, a mio parere, gli unici strumenti possibili per tentare di dissolvere il pericoloso clima di paura e di incertezza del mondo occidentale. Non si può risolvere e nemmeno porre il problema del razzismo senza prima smontare il meccanismo che ne è alla base, vale a dire la paura dello straniero che lo alimenta. E per fare questo è più che mai necessario ricentrare il tema della solidarietà, troppo spesso ridotto a parola “vuota”. </p>
<p>Certo, dal punto di vista della società, molti di noi chiedono una solidarietà che sia fatta di maggiore giustizia, di maggiore scambio, di una più equa ripartizione della ricchezza. Lo sradicamento dei razzismi di tutti i tipi, l’educazione al sociale, il moltiplicarsi delle iniziative di assistenza e di soccorso alle popolazioni in pericolo, di sostegno e di aiuto verso individui più deboli sono, o almeno dovrebbero essere, parte integrante delle moderne democrazie. In una società di questo genere, peraltro non utopica, si legifera in questa direzione, si ottengono gli scopi, si realizzano i progetti. Ma questo è tutto? È soltanto questo? Ricorrere alle leggi è sufficiente per attuare la giustizia, lo scambio e la solidarietà? Se si parla di solidarietà sociale, bisognerebbe riferirsi a una solidarietà costruita sempre sull’individuo, cioè ad una solidarietà “sentita” dagli individui e non puramente “legiferata”, perché questa da sola non è sufficiente. Il vero problema è cercare di indurre gli individui a pensare così come le leggi dispongono. Affinché le leggi sulla solidarietà e contro il razzismo non restino “lettera morta”, dovrebbero tradursi non soltanto in repressione e punizione ma anche in “educazione civica”, cercando di diffondere le ragioni etiche e politiche che fanno della fraternità, e dunque della solidarietà, uno dei pilastri degli Stati democratici. </p>
<p>Il rapporto “xenofobia-razzismo” nel suo aspetto più strettamente “culturale”, quello della “paura del diverso”, si realizza nella tendenza a “sfogare” sui “diversi” le proprie frustrazioni. Si tratta di dinamiche antiche, anche se completamente modificate dal carattere globale e tendenzialmente irreversibile della multietnicità. In questo ambito, forse più che in altri, si pone il problema della giurisprudenza e dell’etica. Pensare di far precedere l’etica alla giurisprudenza è illusorio. La giurisprudenza, tra l’altro, ci sarebbe già. Le nostre Costituzioni sono fondate sui diritti fondamentali degli individui, del “cittadino”. Ma l’universalità dei diritti è scarsamente penetrata nelle coscienze, e su questo si dovrebbe lavorare. Il divario tra “Costituzione formale” e “Costituzione reale” è adesso più essenziale che mai. Ad ogni modo, la “Costituzione formale” è un baluardo per i diritti, e la sua stessa esistenza inibisce forme di discriminazione che altrove si praticano “senza troppi problemi”. È, in termini più filosofici, il tema del rapporto tra “nomos” condiviso e “nomos” giusto. Chi stabilisce che cosa sia giusto? Se la maggioranza della popolazione italiana, ad esempio, considerasse giusto discriminare gli stranieri, non concedendo loro gli stessi diritti che hanno gli italiani, il “nomos” giusto diventerebbe, verso gli italiani, una imposizione. Ma qual è lo scopo principale delle Costituzioni moderne se non quello di difendere i diritti delle minoranze? Rispetto a questo si pone il tema della cosiddetta “Utopia”. La “Realpolitik” dominante ha come unico obiettivo il consenso, il controllo dei voti, e dunque rinuncia facilmente a qualsiasi “idealità” pur di ottenere certi risultati. Ma ancora non si è giunti a dire che si sta facendo il contrario di ciò che si enuncia, e questo crea una gigantesca confusione linguistica e ideologica.</p>
<p>La confusione in cui versa il dibattito politico sul problema dell’immigrazione e della convivenza con gli immigrati nelle nostre società rende forse il problema stesso insolubile. In ogni caso fuori dalla nostra portata. Ai giorni nostri tutto ciò che è pieno di confusione e di proposte contrastanti è destinato a creare nuove forme di oppressione. E di fronte al generarsi di nuove forme di ineguaglianze, di povertà, di isolamento non è possibile rispondere con le politiche del “minore dei mali”. Né, tanto meno, con le politiche finalizzate a “rassicurare” un’opinione pubblica sempre più insofferente nei confronti di qualunque genere di cambiamento dello status quo. Quanto alla capacità di favorire solidarietà, integrazione e uguaglianza i provvedimenti politici confusi e contrastanti non saranno in grado di realizzare altro che iniziative di dubbia efficacia. Se non nulla. La sola arma che non si rivolgerà contro di noi è quella delle idee chiare. I soli uomini politici di cui possiamo essere sicuri che non siano complici di un nuovo sistema di discriminazione sono coloro i quali, anziché prodigarsi a “salvare l’Italia”, tentano onestamente di dotarsi di un punto di vista chiaro su come stanno le cose.</p>
<p>Diventa così evidente l’assurdità del tentativo di rassicurare il nostro mondo utilizzando le politiche “restrittive” e le leggi speciali come mezzo d’azione. Questo non significherebbe soltanto amplificare il clima di incertezza, ma comporterebbe soprattutto giustificare il dilagante fenomeno xenofobo che si vuole combattere. È irresponsabile pretendere che un apparato repressivo, reso potente da leggi costruite ad hoc, finirebbe per alleggerire il clima diffuso di paura e di incertezza. Più irresponsabile ancora è cedere alle reazioni emozionali della gente. Quanto alla democrazia erosa dalle “paure”, la repressione legislativa non abolirebbe, anzi estenderebbe, le cause che oggi la rendono più fragile. Certo, le difficoltà che si presentano attualmente possono anche giustificare l’occasionale allontanamento dai principi che tutelano ogni individuo di fronte allo Stato. Se, tuttavia, non si vuole rinunciare a questi principi bisogna rendersi conto che, in un sistema democratico, contro la “paura” non si può lottare che dall’interno del sistema stesso.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/14/l%e2%80%99italia-dei-cittadini-e-l%e2%80%99italia-degli-immigrati-alcune-considerazioni-sul-razzismo/">L’Italia dei cittadini e l’Italia degli immigrati. Alcune considerazioni sul razzismo.</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Gli altri siamo noi</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Aug 2007 00:26:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[a<em> fine luglio, dopo una <a href="http://www.corriere.it/vivimilano/cronache/articoli/2007/07_Luglio/27/quarto_oggiaro_spaccio_vecchia.shtml">operazione di polizia</a> a Quarto Oggiaro che ha messo in carcere un po' di persone, nel giro di una settimana sia le pagine milanesi di <strong>Repubblica</strong> che quelle del <strong>Corriere</strong> mi hanno chiesto un'opinione.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/08/20/gli-altri-siamo-noi/">Gli altri siamo noi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/08/qo-ni.JPG' alt='qo-ni.JPG' /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[a<em> fine luglio, dopo una <a href="http://www.corriere.it/vivimilano/cronache/articoli/2007/07_Luglio/27/quarto_oggiaro_spaccio_vecchia.shtml">operazione di polizia</a> a Quarto Oggiaro che ha messo in carcere un po' di persone, nel giro di una settimana sia le pagine milanesi di <strong>Repubblica</strong> che quelle del <strong>Corriere</strong> mi hanno chiesto un'opinione. Solo ora riesco ad allegarle qui di seguito.]</em><br />
<span id="more-4307"></span><br />
<strong>1.</strong><br />
Sono da circa una settimana sotto il caldo torrido dello Jonio. Fra un bagno e l’altro telefono a mia madre a Quarto Oggiaro per informarmi come va. Con cadenza regolare mi racconta di come il caldo abbia dato alla testa ai suoi vicini di casa: il signore del settimo piano, arrestato, dopo aver minacciato la moglie con una pistola, il ragazzino catturato dopo una rapina in banca armato di un coltello… Storie di ordinaria follia che se non fossero intimamente tragiche parrebbero quasi pittoresche. Ma non lo sono.<br />
Ricordo, quasi quindici anni fa, l’operazione di polizia che mise in ginocchio la malavita organizzata del mio quartiere: ricordo gli elicotteri alle dieci del mattino, le retate, il senso di sollievo dei miei vicini di casa, dopo anni di indifferenza da parte delle autorità preposte all’ordine pubblico. In fondo da quel giorno Quarto Oggiaro ha cercato un cambiamento (tutto dentro di sé data l’indifferenza del resto della città): sono nate associazioni, s’è lavorato a partire dalle scuole, sempre in prima linea, sulla socialità e sul senso di appartenenza al quartiere. Non che si sia trasformato in un esclusivo quartiere residenziale, certo che no. Qualche storia d’ordinaria follia, buona per il nuovo commissariato di polizia di stanza da appena tre anni, non è mai mancata. Ma la notizia di oggi, invece, è di tutt’altro tenore. E non tanto per le modalità dell’arresto che tanto hanno affascinato i giornalisti alla ricerca della curiosità: la capoclan accompagnata a piedi in commissariato sotto gli applausi e i saluti solidali del suo vicinato rispetta una messa in scena che non è semplicemente folcloristica ma appartiene ad un linguaggio del corpo che bisogna saper decrittare. Facile sarebbe, insomma, credere che il quartiere, nella sua totalità, parteggi per i quattordici arrestati. Se chiedessi a mia madre e ai suoi vicini di condominio, loro per primi si feliciterebbero dell’operazione di polizia. La maggioranza silenziosa, si sa, non fa rumore, sui giornali fanno clamore quegli applausi, che sono, con molta probabilità, un modo di dire all’interessata che nessuno ha tradito.<br />
È ben altro quello che mi preoccupa. È che abbiamo creduto che queste storie, queste scene, non ci appartenessero; che erano relegate nelle pagine di un libro, Gomorra, che parlava di un territorio a noi distante anni luce. Roba di meridionali, cosa loro. Sembrava quasi che nella civilissima Milano, puzzetta sotto il naso, i fiumi di cocaina sgorgassero miracolosamente per partenogenesi. Pulita, pulitissima, senza interferenze con la malavita, pronta all’uso, indolore. Ma non è, ovviamente, così. Abbiamo scoperto che Milano e Napoli sono vicine, vicinissime, che Roberto Saviano scrivendo di Casal di Principe o di Secondigliano parlava anche di noi e per noi. Che dobbiamo, una volta per tutte, capire che qui c’è da fare i conti con i clan storici di calabresi, o con la mafia russa  e le triadi cinesi. Che in Italia la globalizzazione del malaffare ha un ganglio vitale proprio qui a Milano. Che gli altri, i barbari, accettiamolo una volta per tutte, siamo noi. </p>
<p><strong>2.</strong><br />
Lessi una volta di una proposta che prevedeva l’abbattimento dei palazzoni di via Lopez o, in alternativa, la loro trasformazione nel Museo della Criminalità. Mi indignai. Ci sono cresciuto in via Lopez e ci torno tutte le settimane a trovare mia madre. Non vedo perché si debba abbattere la casa di migliaia di persone oneste o peggio, pensare che siano tutti antropologicamente criminali. C’era, in quel progetto, una demagogia un po’ pedestre che ritrovo identica nelle, ben inteso doverose, pagine dei quotidiani nazionali, che si ricordano di Quarto Oggiaro solo d’estate, quando, si sa, sembra che a Milano non accada mai nulla e i giornali bisogna pur riempirli di qualche notizia.<br />
Quando scelsi di mettere in scena Quarto Oggiaro nei miei romanzi fu non solo per ragioni autobiografiche ma anche per motivi più prettamente ideologici: escludere, cioè, i luoghi triti della milanesità (il Duomo, la Scala, la Borsa) per mettere al centro di questa città sempre più anomica la sua periferia più malfamata, scoprendola, in fondo, molto più carica di umanità e vitalità, non ostante le contraddizioni, i problemi, le emergenze. Quarto Oggiaro è il nervo scoperto di una metropoli insensibile, che ha perduto la sua vocazione alla solidarietà. È la cattiva coscienza di un infighettato centro storico che aspira come un’idrovora i fiumi di cocaina tagliati e spacciati nelle sue periferie. È il vuoto di una politica che riappare solo sotto le elezioni per promettere faraonici e risolutori interventi fatti di aria fritta. Eppure qui, in un quartiere grande come una cittadina, dove non c’è una piazza, non c’è un teatro, non c’è un cinema, non c’è neppure uno straccio di libreria, qui, da anni, abbandonati dal centro cittadino che sdegnoso gli dà le spalle, operano con ammirevole protervia, gruppi di cittadini, associazioni, scuole, parrocchie.<br />
Quarto Oggiaro, così come in tutte le altre periferie meneghine, è dove vive un popolo che ha partecipato ad un sogno di emancipazione collettiva costruendo la ricchezza di una Milano che ora, irriconoscente, non salda il conto. Non so per quanto ancora, però, gli elegantissimi morti viventi che popolano la cerchia dei Navigli potranno dare le spalle alla sua cintura periferica. Quarto Oggiaro esiste anche nel resto dell’anno, e se non troviamo una politica insediativa e culturale degna di una città civile, se non avremo una politica che esca dai salotti buoni, insomma, la catastrofe sarà imminente.<br />
Noi siamo abituati all’emergenza, ma, mi chiedo, e voi?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/08/20/gli-altri-siamo-noi/">Gli altri siamo noi</a></p>
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		<title>Milano da morire</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jul 2007 17:35:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>  di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><em>Luigi Offeddu – Ferruccio Sansa, Milano da morire, bur, 2007, 556 pag.</em></p>
<p>Per chi come me ha scritto e scrive di Milano e della sua assenza nell&#8217;immaginario collettivo nazionale, un libro quale <em>Milano da morire</em>, di Luigi Offeddu e Ferruccio Sansa, colma quel vuoto incomprensibile che si è andato colpevolmente formando negli anni.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/07/04/milano-da-morire/">Milano da morire</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/06/mdm.jpg' alt='mdm.jpg' />  di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><em>Luigi Offeddu – Ferruccio Sansa, Milano da morire, bur, 2007, 556 pag.</em></p>
<p>Per chi come me ha scritto e scrive di Milano e della sua assenza nell&#8217;immaginario collettivo nazionale, un libro quale <em>Milano da morire</em>, di Luigi Offeddu e Ferruccio Sansa, colma quel vuoto incomprensibile che si è andato colpevolmente formando negli anni. La Milano post tangentopoli pare non abbia avuto più nessuno (se si escludono i romanzieri, spesso noir) pronto a descriverla col suo vero volto di città in ginocchio, disfatta, piegata dal peso dei suoi stessi miti della moda o del design.<span id="more-4001"></span><br />
Milano è una città dove da almeno tre lustri spicca l&#8217;assordante assenza di una classe politica degna di questo nome. Che sia di destra o di sinistra, né chi l&#8217;amministra né chi fa opposizione dagli scranni comunali ha saputo esprimere un segno forte, un sogno, anzi, capace di restituire il meritato orgoglio di appartenenza al territorio urbano nei suoi abitanti.<br />
<em>Milano da morire</em> non è un libro che indugia sui fatti di cronaca nera, non batte il tamburo sulla criminalità o sulla nuova immigrazione, temi spesso sventolati come specchietti per le allodole, nelle pagine della cronaca meneghina. A Milano non si muore di una criminalità <em>border line</em>, extralegale. Ed è questo il vero punto tragico del saggio, è qui che si sgomenta al limite dell&#8217;impotenza il lettore disorientato. A Milano si muore della gestione politica della cosa pubblica, gestione oculata, sempre sul confine della legalità, e sempre piegata all&#8217;interesse privato di peculiari lobby economiche.<br />
A Milano un problema che attanaglia tutte le metropoli europee, il traffico, non viene affrontato con il cipiglio del politico di razza che prende scientemente decisioni impopolari, potenziando cioè il trasporto pubblico e riducendo visibilmente il traffico privato, ma diventa un&#8217;occasione per traforare come un gruviera il sottosuolo pubblico per la costruzione di invasivi parcheggi privati indifferenti al contesto, con casi paradossali di rampe d&#8217;uscita che sbucano di fronte alle vie di fuga di una scuola pubblica; parcheggi non pertinenziali, ben inteso, quindi per ogni ingegnere del traffico che si rispetti, puri attrattori di traffico. Ma la spartizione della grande torta degli appalti, spartizione che accontenta tutti, sia cooperative edili in odore di sinistra sia imprese orbitanti alla destra estrema, passando per la lobby che più ha definito lo spirito milanese di questi anni, <em>Comunione Liberazione</em>, la spartizione della torta, dicevo, è di tale portata (e qui gli autori con metodo tassonomico non si risparmiano in cifre e riscontri) che il disagio dell&#8217;intera cittadinanza che ha visto crescere e non diminuire la tenaglia del traffico, è un sacrificio assolutamente accettabile. Cittadini come carne da macello.<br />
Che poi proprio il traffico, date anche le particolari condizioni orogeografiche della città, sia la principale causa dell&#8217;aria irrespirabile, colma di polveri sottili le quali, a detta di oncologi e scienziati, tolgono ad ogni milanese in media due anni di vita, pare di nullo interesse agli amministratori, così indifferenti alle associazioni nate dal basso della cittadinanza e al loro urlo di protesta, ma sempre così solerti ad accontentare la associazione dei commercianti che vedono come fumo negli occhi la chiusura del centro, anche se per cause sanitarie, dato l&#8217;evidente perdita degli introiti da shopping. È così che si muove la politica milanese: forte con i deboli, debole con i forti. Ma con cipiglio da imprenditore, ben inteso. Come dimostrano le consulenze esterne richieste dalla Moratti. Vedi l&#8217;esempio della dirigente responsabile della Direzione Centrale Famiglia (217.130 euro di retribuzione annua) Carmela Madaffari. Il neosindaco non trovando nessun dirigente nell&#8217;organico meneghino coll&#8217;adeguato curriculum ha preferito affidare tale delicato incarico all&#8217;ex direttore generale dell&#8217;ASL n. 6 di Lametia Terme. Che fu a suo tempo sciolta dall&#8217;incarico dall&#8217;assessore alla Sanità della regione Calabria per indebitamento e grave inefficienza. Ottime referenze, direi.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Diario della settimana <em>del 8.06.2007</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/07/04/milano-da-morire/">Milano da morire</a></p>
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		<title>L&#8217;onda anomala</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/06/20/londa-anomala/</link>
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		<pubDate>Wed, 20 Jun 2007 15:36:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Nicolò La Rocca</strong></p>
<p>Prima o poi doveva succedere: l&#8217;enorme sasso lanciato nello stagno da Saviano, dopo una serie di cerchi concentrici che hanno prima allargato e poi inquinato il senso di Gomorra, ha prodotto l&#8217;onda anomala. Mi sembra che <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/06/19/caro-roberto/">gli interventi di Pascale, di Di Consoli </a>e di molti altri scrittori sulle pagine de “Il mattino”, fondamentalmente abbiano adottato l&#8217;imperante statuto dell&#8217;equivoco che porta, tra le altre cose, a mescolare il fenomeno <em>Gomorra </em>con il libro <em>Gomorra</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/06/20/londa-anomala/">L&#8217;onda anomala</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/06/napoli-anomala.JPG" alt="napoli-anomala.JPG" /></p>
<p>di <strong>Nicolò La Rocca</strong></p>
<p>Prima o poi doveva succedere: l&#8217;enorme sasso lanciato nello stagno da Saviano, dopo una serie di cerchi concentrici che hanno prima allargato e poi inquinato il senso di Gomorra, ha prodotto l&#8217;onda anomala. Mi sembra che <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/06/19/caro-roberto/">gli interventi di Pascale, di Di Consoli </a>e di molti altri scrittori sulle pagine de “Il mattino”, fondamentalmente abbiano adottato l&#8217;imperante statuto dell&#8217;equivoco che porta, tra le altre cose, a mescolare il fenomeno <em>Gomorra </em>con il libro <em>Gomorra</em>. <span id="more-4060"></span>L&#8217;onda anomala addebita al libro le “colpe” del fenomeno. Quale sarebbe dunque il fenomeno subito (subìto, non innescato, c&#8217;è una bella differenza) da Gomorra? L&#8217;opera di Saviano, come qualsiasi libro di successo, è stata fagocitata da ciò che il filosofo Mario Perniola ha definito l&#8217;<em>oscurantismo populistico</em>, cioè quella reazione che si genera quando si fa passare un oggetto attraverso il setaccio delle forme della comunicazione contemporanea.<br />
Gli articoli de “Il mattino”  confondono il contenuto col contenitore; quest&#8217;ultimo è una ragnatela impermeabile filata dal ragno della comunicazione che avvolgendo libri, film, trasmissioni televisive, e tutta l&#8217;arte contemporanea, riduce ogni manifestazione di senso al canone del “già sentito”. Esso non nasce dall&#8217;ideologia, che semmai proporrebbe verità e strategie preconfezionate, pronte all&#8217;uso, ma da un insieme di credenze condivise che precedono il fatto e spesso lo annullano. “Sensologia”, così Perniola ha chiamato questa sorta  di Moloch della comunicazione, un mostro capace di anestetizzare chiunque non voglia aderire al “già sentito”. C&#8217;è un imperativo categorico in tutto questo: gli oggetti non devono essere pensati ma sentiti, la lente a cui sono sottoposti non è quella delle idee, del ragionamento (seppur ingabbiato nelle ideologie-prontuario), ma quella dell&#8217;estetica. Infatti, la nostra è un&#8217;epoca sommamente estetica. Ecco, tra l&#8217;agire e il non agire si sceglie la seconda opzione; in tal modo, questo sentire estetico vira verso un fascismo comunicativo (magistralmente definito fascismo light, se non ricordo male, da Roberto Alajmo in un suo articolo) dove si può (si deve) dire tutto e il contrario di tutto sullo stesso piano e nello stesso momento, inseguendo una par condicio della verità, la quale, proprio nel momento in cui è pubblicizzata, viene ridotta a un totem vuoto. Stiamo parlando di un potente antidoto reazionario che la società utilizza con successo contro le forze che cercano di modificarla. Sicuramente Gomorra, come – ripeto &#8211; succede ai libri di successo, ha subito tutto ciò. È stato attaccato e in parte banalizzato non solo dai suoi detrattori, ma anche dai suoi fans che, aderendo ai diktat dello spettacolo, hanno cercato di farne un simbolo new age. Tuttavia, io credo che Gomorra in ultima istanza sia sopravvissuto al tentativo di essere incorporato dai meccanismi che ho descritto. Una cosa è la copertina dell&#8217;allegato del Corriere della sera (fatta, pare, senza la partecipazione diretta di Saviano), che cercava di riproporre, seppur in salsa acida, l&#8217;agiografia di stampo piperniano; un&#8217;altra i potenti capitoli del testo-Gomorra. Per fortuna, oltre ai detrattori e ai fans, esistono anche i lettori intelligenti, interessati al testo e solo al testo.<br />
Gomorra non propone i caratteri convenzionali a cui si fa ricorso quando si narra Napoli. Nonostante lo sguardo messianico utilizzato da Saviano, nonostante lo stile rutilante che qui e là zampilla nel libro (e queste sono le mie riserve), Gomorra resta un testo osceno, che mette in scena ciò che fa di tutto per restarne fuori. Osceno perché non si limita a parlare di camorra come apparato militare ma punta il dito sui processi economici sottesi a essa; osceno perché il pastiche architettato non è soltanto una pratica postmoderna ma anche un antidoto: la narrazione fiction fa da  filo conduttore ai documenti, salvandoli dalla sclerotizzazione sedativa della scrittura giornalistica. Un narratore intelligente come Pascale – lo stimo e lui lo sa bene – sbaglia quando scrive “basta con l&#8217;epica della criminalità”. Epica è la successione di fatti straordinari che riguardano gli associati alla criminalità organizzata, epica è la sua forza sociale, il controllo che riesce ad avere dei quartieri e del potere politico. Se eludiamo questa scomoda verità rischiamo di capire ben poco, di presentare, involontariamente, la camorra e la mafia come delle bande di banditi. Certo, ignorare l&#8217;epica seducente del crimine a Napoli e a Palermo, ci aiuta a rimuovere il male che è dentro di noi, ma il processo di rimozione ci porta a sofisticare le cose con tutte le conseguenze immaginabili. Non dovrebbero interessarci né le scritture pretesche, né quelle reticenti, invece. Dovremmo, per fare chiarezza, incoraggiare delle voci narranti addirittura colluse (che ovviamente non coincidono con scrittori collusi).<br />
Quindi, Gomorra ha superato vari livelli; certo, non ha spaccato l&#8217;ultima barriera, quella che permette di cambiare lo stato delle cose, ma non credo che la responsabilità si possa addebitare al libro.<br />
Se la città partenopea è simile a Palermo, l&#8217;altra Napoli, quella di cui parlano Andrea Di Consoli e Antonella Cilento nei loro articoli,  o non esiste, oppure è confinata nelle salette ovattate dell&#8217;intellighenzia cittadina, lontana dalle dinamiche quotidiane della città. Perché nelle città meridionali se vivi agendo (se avvii un&#8217;attività commerciale, se fai il libero professionista, se, insomma, <em>manii picciula</em>, cioè se tocchi il denaro), prima o poi col crimine ti scontri o ti accomodi. È inevitabile. E questo contatto genera un ethos tutto meridionale, spesso di collusione, raramente di insubordinazione. I tropi generati dalle due polarità sono argomenti per la letteratura. A cui, invece, non dovrebbero interessare i cataloghi della pro loco&#8230;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/06/20/londa-anomala/">L&#8217;onda anomala</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Napoletano e Casertano, inferno d&#8217;Italia</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/10/17/napoletano-e-casertano-inferno-ditalia/</link>
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		<pubDate>Tue, 17 Oct 2006 04:46:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[mosse]]></category>
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		<category><![CDATA[Paolo Esposito]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>[riceviamo da <a href="http://www.paoloesposito.135.it/">Paolo Esposito</a> un'inchiesta  parzialmente pubblicata su La Gazzetta di Caserta del 2 Ottobre. Questa è la seconda parte. Leggi anche la <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/10/16/il-comune-di-casaluce-sciolto-per-infiltrazioni-camorristiche/">prima parte</a>]</em></p>
<p>di <strong>Paolo Esposito<br />
</strong></p>
<p>I problemi dell’agro aversano sono tipici di tutto il casertano e il napoletano, ma ad Aversa e dintorni appaiono con una più netta evidenza, soprattutto perché si vive come se tutto andasse bene, come se tutto fosse nella normalità.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/10/17/napoletano-e-casertano-inferno-ditalia/">Napoletano e Casertano, inferno d&#8217;Italia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[riceviamo da <a href="http://www.paoloesposito.135.it/">Paolo Esposito</a> un'inchiesta  parzialmente pubblicata su La Gazzetta di Caserta del 2 Ottobre. Questa è la seconda parte. Leggi anche la <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/10/16/il-comune-di-casaluce-sciolto-per-infiltrazioni-camorristiche/">prima parte</a>]</em></p>
<p>di <strong>Paolo Esposito<br />
</strong></p>
<p>I problemi dell’agro aversano sono tipici di tutto il casertano e il napoletano, ma ad Aversa e dintorni appaiono con una più netta evidenza, soprattutto perché si vive come se tutto andasse bene, come se tutto fosse nella normalità. L’illegalità diventa la regola, ma c’è chi tenta di combatterla offrendo un’alternativa, tentando di far riemergere questa zona da una cappa di problemi ancestrali. Inesorabilmente però si trova a cozzare con gli interessi della stragrande maggioranza.<br />
<span id="more-2563"></span><br />
E’ difficile che qualcuno decida di impegnarsi per la propria città senza avere secondi fini, per cui le iniziative di chi vive nella cultura della legalità vengono bloccate sul nascere dagli altri. L’inferno a pochi passi da Roma, così è stato definito l’agro aversano in un articolo apparso tempo fa su Sette, è ormai quella parte di provincia casertana agli ultimi posti in Europa per qualità della vita. Una colata di cemento che stringe Napoli in una morsa, tra discariche abusive, paesi anonimi cresciuti abusivamente coi soldi per la ricostruzione dal terremoto in Irpinia.</p>
<p>In queste terre senza identità in cui sopravvivono macerie normanne e memorie rurali non c&#8217;è più differenza tra legalità ed illegalità. Come in un supermercato del crimine e dell&#8217;arte dell&#8217;arrangiarsi, per guadagnarsi da vivere non restano che i traffici illeciti, tollerati dalla polizia (spesso corrotta) come la falsificazione di prodotti di alta moda o la vendita delle sigarette di contrabbando controllata dalla malavita.</p>
<p>Le scuole sono deserte: i bambini preferiscono vendere i fazzoletti ai semafori o fare i cavalli che portano a destinazione la droga. Guidano l&#8217;auto a dieci anni; fanno la fila ai botteghini dell&#8217;ippodromo; non c&#8217;è da stupirsi se i più poveri vengono divorati dai topi in tuguri dove sopravvivono con un esercito di fratelli e se l&#8217;assistenza sociale è nelle mani di pochi operatori senza mezzi o di istituti religiosi che ricevono cospicui proventi speculando sulla disuguaglianza sociale.</p>
<p>In un contesto come questo, purtroppo, passa quasi inosservato dai media anche lo scioglimento di un consiglio comunale per infiltrazioni camorristiche come quello di <a href="http://http://it.wikipedia.org/wiki/Casaluce">Casaluce</a>. Come sempre, ancora una volta i più sono stati pronti a dire “io lo sapevo”, magari sono gli stessi che avevano dato piena fiducia all’amministrazione; altri hanno preferito tacere; altri ancora hanno scelto di vociferare dietro gli angoli dei corridoi del comune.</p>
<p>Si può pensare che dopotutto si tratta di un caso isolato, ma le notizie riportate dalla Gazzetta Ufficiale n° 181 del 5 Agosto scorso non sono confortanti e presentano un altro caso a dir poco anomalo:  “Visto che il consiglio comunale di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Casal_di_Principe">Casal di Principe</a>, rinnovato nelle consultazioni elettorali del 25 maggio 2003, è composto dal sindaco e da venti membri; considerato che nel citato comune, a causa delle dimissioni contestuali rassegnate da undici consiglieri, non può essere assicurato il normale funzionamento degli organi e dei servizi; ritenuto, pertanto, che ricorrano gli estremi per far luogo allo scioglimento della suddetta rappresentanza, il Presidente della Repubblica decreta lo scioglimento del consiglio comunale di Casal di Principe e la nomina del commissario straordinario”.</p>
<p>Bastano undici consiglieri che si dimettono perché la notizia passi ai giornali come un normale “scioglimento per motivi politici”, ma la situazione ci fa riflettere. Ancora prima, nella settimana tra il 16 e il 23 Luglio, al comune di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Casapesenna">Casapesenna</a> si insediava una commissione d’accesso per provvedere ad una serie di controlli per sospetti di infiltrazioni camorristiche anche in questo comune.</p>
<p>Diamo ora un’occhiata ad alcune fonti del Ministero dell’Interno che si riferiscono alla Provincia di Caserta: alle scorse politiche si è recato a votare il 79,1% della popolazione. E all’ultimo Referendum, quello sulla Costituzione Italiana, che più di tutte le altre elezioni sarebbe dovuto interessare alla collettività? Per quello in cabina si è recato solo il 38,1% con una media nazionale che superava il 53%.</p>
<p>Passiamo alle ultime elezioni comunali: a Frignano si è recato a votare l’83,7%;  a Gricignano il 90,6%;  a Orta di Atella l’83,1%;  a Parete l’85,1%; a San Marcellino l’86,8%; a Succivo l’84,2%.</p>
<p>Perché rispetto a un Referendum alle politiche troviamo una così alta percentuale di votanti, in modo particolare per l’elezione delle amministrazioni comunali? Da questi dati traspare, purtroppo, che è ancora vivo il fenomeno del clientelismo, mi riferisco alla stretta connessione tra camorra, politica ed istituzioni.</p>
<p>Partiti, politica e clientelismo nella nostra terra hanno viaggiato e continuano a viaggiare sempre insieme e la responsabilità non può che essere della vigliaccheria e dell’immoralità della politica, che fa affari, che cerca il consenso, che fa finta di non vedere, costi quel che costi.</p>
<p>Dal 1991 (anno in cui è stata approvata la normativa sul commissariamento  delle amministrazioni infiltrate) al 31 maggio 2005 sono stati 135 i Comuni sciolti per infiltrazioni di tipo mafioso. Alcuni di essi hanno subito il provvedimento più volte, facendo contare 152 esecuzioni. La  Campania è la Regione da sempre in testa alla classifica, con 59 Comuni;  seguono Sicilia (36), Calabria (32), Puglia (6), Basilicata (1) e Piemonte (1), unica regione del Nord Italia ad essere stata interessata dal fenomeno.</p>
<p>Negli ultimi tre anni sono state però soltanto tre le Regioni colpite: in testa la Calabria (9 Comuni), seguita da Sicilia (5 Comuni) e Campania (3 Comuni). In base alla distribuzione per province, capofila risulta quella di Napoli (33), seguita da Reggio Calabria (20), Palermo (18), Caserta (17). Ma nell&#8217;ultimo triennio è la provincia di Reggio Calabria a contare il maggior numero di Consigli comunali sciolti. Nel 2004, in particolare, attentati e intimidazioni a danno di politici, amministratori e imprenditori sono aumentati.</p>
<p>A differenza dei casi registrati in Sicilia e in Campania, i Comuni calabresi in questione non erano mai stati toccati dal fenomeno e hanno avuto vita più breve rispetto a quelli delle altre Regioni: nella maggior parte dei casi, infatti, per l&#8217;applicazione del provvedimento di scioglimento non sono trascorsi più di due anni dalle elezioni amministrative.</p>
<p>Ma le giunte comunali non sono le uniche istituzioni ad aver subito l&#8217;onta dello scioglimento per infiltrazioni camorristiche. Nell&#8217;ottobre del 2005, infatti, fu sciolta l&#8217;ASL Napoli 4 che comprendeva 35 comuni suddivisi in 11 distretti sanitari per i comuni di Poggiomarino, Casalnuovo di Napoli, Nola, Marigliano, Roccarainola, San Giuseppe Vesuviano, Somma Vesuviana, Palma Campania, Volla, Acerra e Pomigliano d&#8217;Arco, per un bacino di utenti di circa 600mila abitanti.</p>
<p>Altri Comuni sciolti, tra il napoletano e il casertano, nel corso degli anni ’90, sono stati Afragola (nel 1999); Portici e a seguire una serie di Comuni sciolti ognuno due volte: Casandrino; Casapesenna; Casal di Principe; Grazzanise; Nola; Poggiomarino; Pompei; Villa di Briano. Poi ancora abbiamo il recentissimo caso di Melito, sciolto il 22 Dicembre 2005, mentre sempre nel Dicembre 2005 il Comune di Pozzuoli è stato commissariato per sospetti di infiltrazioni camorristiche. Il 23 Luglio 2004 era stata la volta invece di Marano e nel 2003 quella di Frattamaggiore.</p>
<p>E intanto il giornalista <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Saviano">Roberto Saviano</a>, già autore di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gomorra_%28romanzo%29">Gomorra</a>, libro-inchiesta su un territorio atipico, in cui una consistente massa preme ogni giorno per entrare nel mercato imprenditorial-criminale, considerato unica fonte sicura di vita e sostentamento per la propria famiglia, torna a far parlare su <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Inferno%20napoletano/1378147&amp;ref=hpsp">L’Espresso</a> della sua, della nostra città. Perché quando si parla di Napoli si parla di Aversa, Casal di Principe, San Cipriano d&#8217;Aversa, Casapesenna, e non solo.</p>
<p>Una grande fetta della Provincia di Caserta contaminata dalle &#8220;attività imprenditoriali&#8221; di gente in giacca e cravatta. In molti si spacciano per politici, ma poco conoscono del vero significato di questo termine. La stragrande maggioranza dei politici qui lo fa per soddisfare gli interessi propri e dei parenti e amici che li hanno votati. A volte ci chiediamo come mai almeno il 90% dei nostri politici qui si occupino di edilizia, è possibile che sia l&#8217;unica fonte di guadagno? Si, l&#8217;edilizia fa da trait d&#8217;union tra l&#8217;attività dei politici e quella della criminalità organizzata, con dei Piani Regolatori che esistono solo su carta e le nostre città che, ormai sommerse da palazzi, non respirano più.</p>
<p>Se negli anni &#8217;90 la camorra uccideva oggi si occupa, tra l&#8217;altro, di un&#8217;attività redditizia che, sulle prime, mostra una parvenza di regolarità, di normalità. Questo è ciò che ci spaventa!  Tutto è ritenuto normale, nessuno fa nulla e la nostra terra continua a sprofondare nell&#8217;inferno più assoluto</p>
<p>A questo punto ci domandiamo a cosa servano tutti questi convegni in pompa magna, a cosa serve aumentare il numero delle forze di polizia, a cosa serve discutere ancora di ciò se non cambia la mentalità della stragrande maggioranza delle persone che vivono qui? Noi pensiamo che non cambierà mai e non siamo certo pessimisti, ma realisti.</p>
<p>Leggendo i commenti all&#8217;articolo di Saviano su L’Espresso la nostra attenzione si è concentrata su uno, crudo, amaro, ma reale, di un ragazzo che si firma &#8220;Sabalota&#8221;: &#8220;Mi viene da piangere, solo da piangere. Tengo 22 anni, sono di S. Giovanni a Teduccio, sono napoletano e non posso essere qualcosa di diverso, mi viene di alluccare, solo di alluccare. Tengo voglia di una vita normale, di una passeggiata normale, di essere un giovane occidentale. Mi viene di scappare, solo di scappare. Ma tengo pacienza e nun me ne vaco, nun me ne vaco, me acciressero, ma nun me ne vaco!!! Napoli, quanto vorrei lasciarti, ma mò restare è una questione di principio!&#8221;. La nostra terra è anche questo, dicevamo, l&#8217;inferno a pochi passi da Roma.</p>
<p><em>Vedi anche la <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/10/16/il-comune-di-casaluce-sciolto-per-infiltrazioni-camorristiche/">prima parte dell&#8217;inchiesta</a></em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/10/17/napoletano-e-casertano-inferno-ditalia/">Napoletano e Casertano, inferno d&#8217;Italia</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Napoli. Tra movimento e stasi.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/</link>
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		<pubDate>Tue, 19 Sep 2006 12:14:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Pingitore]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://blueliquid.splinder.com/">Luigi Pingitore</a></strong></p>
<p>Se al termine di ogni ricognizione sulla città la domanda che emerge è sempre la stessa, &#8220;c’è ancora per speranza per Napoli?&#8221;, vuol dire che in realtà la speranza già non c’è più. Che questo nominarla altro non è che una forma di evocazione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/">Napoli. Tra movimento e stasi.</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://blueliquid.splinder.com/">Luigi Pingitore</a></strong></p>
<p>Se al termine di ogni ricognizione sulla città la domanda che emerge è sempre la stessa, &#8220;c’è ancora per speranza per Napoli?&#8221;, vuol dire che in realtà la speranza già non c’è più. Che questo nominarla altro non è che una forma di evocazione. Che siamo lontani e condannati, abbastanza da dover ricorrere ad una domanda che vive di se stessa, e che non ha mai risposta, ma si moltiplica all’infinito rimbalzando da un giornale all’altro, da una cronaca all’altra.<br />
Per chi abita ogni giorno questa città però, la questione non è così semplice. Non si tratta di una domanda che può essere facilmente elusa, tra il caffé del mattino ed il lavoro. Perché è su questo punto che si gioca l’identità della città, e quindi la nostra; è qui che scopriamo l’ago che baricentra la nostra vita: divisi tra un <em>fujtevenne</em> di edoardiana memoria e un appello alla resistenza, tra una percezione della realtà che sconvolge e talvolta taglia il fiato, e un bisogno morale di non rendere i nostri giorni un semplice trascinarsi di ore su altre ore.<br />
<span id="more-2448"></span><br />
Ma innanzitutto bisognerebbe dare un corpo a questa speranza. Capire che cosa dovrebbe indicare. Se allude ad una forma di normalità, che faccia in modo, ad esempio, che quegli indici che segnalano la quantità di rapine, scippi, e furti all’interno del territorio urbano siano perfettamente in linea con le altre metropoli italiane, o addirittura occidentali.<br />
Leggendo con attenzione <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Inferno%20napoletano/1378147">l’ultimo reportage de &#8220;L’Espresso&#8221;</a>, e soffermandosi solo sui dati, si può notare che in realtà nel semestre gennaio-luglio 2006, rispetto al medesimo semestre dell’anno precedente, c’è stata una diminuzione sostanziale di questi dati. Ma è evidente che non siamo di fronte soltanto ad un problema di natura quantitativa. Questa città in realtà comincia a patire una carenza antropologica fortissima, un’evoluzione in negativo. Ed è questo il vero allarme che lancia. Ed è anche la sua specificità, cosa che rende difficile il paragone con altre aree urbane simili.<br />
I numeri infatti non ci dicono di una realtà in cui, al dato statistico, si sostituiscono persone, e non ci dicono in che modo quelle persone sono parte integrante di un sistema – come lo definisce Roberto Saviano, l’autore dell’inchiesta per &#8220;L’Espresso&#8221;, che ha fatto della pervasività la sua cifra più naturale.<br />
In un rapporto tanto diretto quanto perverso, quello che si nota è che maggiore è la capacità di penetrazione del potere criminale nel tessuto della città, più profonda è la trasformazione antropologica delle persone. Forse oggi un nuovo reportage su Napoli dovrebbe cominciare da una ricognizione dei volti che affollano le strade.</p>
<p>Va detto subito una cosa: una carrellata dentro Napoli è un movimento a perdersi, e a perdere. Alla fine di questo articolo saranno maggiormente chiare quattro cose, tutte obiezioni che sono ben presenti nella mente di chi adesso scrive. Primo: che parlare di Napoli in maniera esaustiva è impossibile. Secondo: che la parola in sé – Napoli – è una sorta di shock lessicale che imbriglia e richiama alla mentre troppe suggestioni, e che bisognerebbe seguirle tutte per cercare di proporre una decalcomania oggettiva della realtà cittadina. Una decalcomania in cui sia presente l’inferno abitato dai demoni, e il paradiso di bellezza che ferisce gli occhi per la lussuria della sua luce meridionale. Terzo: che descrivere l’attuale precarietà civile di Napoli non significa minimamente azzerare tutto ciò che di vivo e violentemente esatto fiorisce, ogni giorno (probabilmente ogni istante), in questa città. Quarto: che per tutto quello che si dirà a breve ci sono delle precisissime responsabilità politiche; ossia ci sono nomi e cognomi, colpevoli di omissioni, di incuria amministrativa e di contiguità. E quei nomi sono lì, nel presente storico-politico.</p>
<p>Esattamente due anni fa, nell’ottobre del 2004, i riflettori dei media furono all’improvviso puntati sulla periferia napoletana, e più specificatamente sul triangolo Scampia, Case celesti, 167, per raccontare la faida criminale tra il clan camorristico dei Di Lauro e gli scissionisti.<br />
Sembrò quasi una scoperta etnico-antropologica entrare in quel territorio, per scoprire che era oramai sganciato definitivamente dallo Stato. Una vera e propria riserva indiana, dominata da leggi, uomini ed economie che nulla hanno a che fare con quella di tutti i giorni. Si sarebbe tentati di dire con quella reale, se non fosse, come dimostra Saviano, che in realtà è l’economia reale e trasparente della città ad essere dominata da questa.<br />
Oggi quello che sconcerta, e che nulla ha a che fare con indici e statistiche, è notare come quella riserva, quel cancro nel tessuto vivo della città, è la cellula dominante del territorio. Esporta modalità e uomini fino al cuore della <em>polis</em>, arrivando a installarsi in maniera permanete nel suo centro. E la città, spesso, lungi dal reagire, se ne lascia invadere, si appropria di quei modi replicandoli. Insomma, il cancro, che credevamo lontano e per questo eravamo disposti a tollerare, si sta impadronendo, senza alcun contrasto, del cuore della città. È quel modello teorizzato da Biagio De Giovanni per cui a Napoli è la periferia a dettare stili e stilemi alla città e non viceversa [negli Atti, per ora inediti, di un convegno tenutosi l'anno scorso. N.d.C.].</p>
<p>Questa forma di invasione è avvenuta lentamente ma inesorabilmente. E tutt’ora continua, giorno dopo giorno, incastrando nei meccanismi della città ‘normale’ gli ingranaggi della macro economia di camorra. Cosicché sia impossibile per i primi continuare a funzionare senza l’apporto dei secondi.<br />
A fronte di tutto questo la risposta della politica è stata fondamentalmente di due tipi. O un silenzio impotente, che ha assunto troppo spesso i tratti dell’accettazione. Oppure, e questo è peggio, lo snaturamento del problema con la rivendicazione, nuovamente, del nudo dato quantitativo; quest’estate del 2006, ad esempio, sono stati citati esempi di altre città in cui la quantità di rapine, furti, omicidi è alla pari o superiore a quella di Napoli. Si sono eluse in un colpo solo la natura del problema e la sua fisiologia reale. Non si sta capendo insomma che qui è in corso una sorta di mattanza antropologica. Lenta e pervicace.<br />
Le forze dell’ordine e qualche cittadino oppongono una resistenza commisurata alle loro forze. Chi si oppone troppo, vedi il giornalaio ucciso di recente nella zona collinare del Vomero, viene tranquillamente eliminato.<br />
Le cellule, e sono molte e sono impazzite, devono espandersi e proliferare. Tanto più che il rallentamento economico in atto a Scampia a seguito della faida camorristica e il recente indulto hanno immesso nel territorio una quantità di manovalanza senza direzione, non votata ad altro che ad una sopravvivenza minima, disarticolata e spesso feroce. Come quella delle bestie.<br />
La trasformazione antropologica di queste persone in entità ferine è evidente dalla gratuità di una certa ferocia minima. Quello che colpisce, di nuovo, nel caso ad esempio della giovane donna scippata in una delle migliori strade della città durante il periodo estivo, non è l’azione in sé, quanto la qualità della violenza che viene messa in atto per quest’azione. Prendere a calci una donna incinta, correre addosso ad un turista americano appena aggredito, non per soccorrerlo ma per aumentare la dose di <em>mazzate</em>, oppure – caso di pochi giorni fa – sparare nel cuore della città ad un turista di passaggio, sono tutte azioni gratuite, figlie dell’assurdo ferino e del disordine politico.<br />
Di fronte a questo arbitrio insensato, altro dato che colpisce, è successo che le vittime di tali aggressioni si siano rivolte con lettere e appelli direttamente alle istituzioni cittadine: talmente forte è stato il sentimento di shock, che quasi non ci si è resi conto di quello che si è subito; perché si è consapevoli che non si è trattato del semplice gesto criminale, ma di qualcosa in più, di un passaggio magari momentaneo attraverso gli occhi dell’aggressore in un territorio mai visto, una jungla che in quegli istanti ha sospeso tutte le leggi occidentali che nella quotidianità ci rendono sicuri.</p>
<p>Ma perché questa suppurazione così potente, soprattutto negli ultimi mesi, del cancro criminale? Bisognerebbe a questo punto non fermarsi solo sul dato, sul ‘testo’, ma maggiormente concentrarsi sul contesto in cui queste cellule impazzite si sviluppano. A costo di fare della sociologia spicciola, va considerato che migliaia di ragazzi in questa enorme cinta periferica che preme sulla città vivono:</p>
<p>1) In contesti architettonici orribili, figli delle utopie anni settanta. O peggio nei casermoni popolari dell’edilizia anni cinquanta-sessanta. Veri e propri depositi di stoccaggio umano. Luoghi dove, se anche fiorisse per germinazione spontanea un sentimento estetico della vita, morirebbe immediatamente sopraffatto dalla bruttezza circostante. Ed è molto difficile che possa svilupparsi un sentimento etico nei confronti della vita dove non c’è mai la luce della bellezza.</p>
<p>2) In rapporto diretto con modelli di vita, appresi dai media, riconducibili a poche categorie. Per lo più personaggi che godono di visibilità pubblica e facilità di danaro.</p>
<p>3) Una sostanziale sospensione dello Stato. Che quando torna a farsi sentire garantisce poco: ha garantito innanzitutto quel contesto urbano e architettonico. E adesso rispetto a quei modelli di vita di cui sopra, offre l’alternativa di un’eccessiva precarietà nel mondo del lavoro, con conseguente abbassamento del livello di diritti sociali.</p>
<p>Viene spontaneo concludere che se da una parte il modello di riferimento è quello di uno Stato che ha tradito, che non è presente, che non trasmette certezze economiche-sociali, ma anzi modella una gioventù borghese sostanzialmente bloccata e preda di  uno squilibrio feroce (compressa tra un aumentato costo della vita e un diminuito potere d’acquisto), e dall’altro c’è un mondo della criminalità in cui soldi e potere vengono distribuiti ed elargiti a man bassa &#8211; perché mai un ragazzo dovrebbe propendere per lo Stato. Necessariamente andrà verso il mondo della criminalità e sarà pronto a giustificarsi dichiarando che dove non c’è lo Stato ufficiale si crea un vuoto che deve essere riempito.<br />
A questo si aggiunge che il recente indulto, al di là alla scarcerazione fisica delle persone, ha soprattutto trasmesso l’idea che le porte del carcere possono aprirsi anche a personaggi di elevata pericolosità sociale, come ricorda Saviano a proposito di Vincenzo Di Lauro, figlio del boss dell’omonimo clan, rimesso in libertà anche per un vizio di forma. Ossia ha messo in discussione il teorema per cui a gravità di reato deve corrispondere necessariamente durezza della pena. Adesso qualcuno è legittimato a pensare che in qualche modo ce la si può fare a sfangarla, anche dopo uno due omicidi. Che forse non è così difficile fottere la giustizia.</p>
<p>Se come dice De Giovanni il problema è invertire il movimento, per fare in modo che sia la <em>polis</em>, cioè il cuore civile della città, a trainare a sé la periferia, e non come avviene adesso il contrario, bisognerebbe innanzitutto che questa <em>polis</em> invertisse il suo processo di assorbimento e provvedesse a rigenerarsi. Essa ha bisogno di diventare un centro di sviluppo, e ha bisogno di farlo in maniera concreta. Troppo silenzio, e troppe parole fuori luogo, accompagnano da anni il declino della città.<br />
Troppo spesso quegli stilemi che sono tipici del potere camorristico, mancanza di rispetto per le regole, sopraffazione, violenza, vengono mimate nel piccolo quotidiano anche da quanti appartengono per elezione di censo alla classe dirigente della città. È un cortocircuito questo che legittima il cancro.</p>
<p>La risposta che si dà a questo movimento oramai davvero a senso unico, che porta nel cuore della <em>polis</em> capitali e sistemi criminali, a tutt’oggi è estremamente debole. Qui sì che occorrerebbe un’inchiesta puntigliosa e statistica, che ci dica numeri precisi. Quanto del PIL camorristico è oggi riciclato quotidianamente nel terziario della città? Quanti metri quadrati sono direttamente controllati dal secondo stato? Quanta economia occulta insomma è definitivamente strappato alla civiltà e alle sue risorse? E noi in che modo contribuiamo? Quanto e quale caffé dobbiamo smettere di bere per evitare di foraggiare direttamente i clan e di rafforzare così il loro potere invasivo?<br />
Saviano cita un episodio emblematico: viene affisso da un gruppo camorristico, sul portone di una chiesa, la lista degli ammazzandi, così da evitare un’inutile strage e rendere pubblico che sta per iniziare un lazzaretto privato per sette o otto disperati; destinati ad essere venduti dalle proprie famiglie, o rincorsi fino al lembo estremo della terra. Non c’è mai molto scampo quando si è pubblicamente condannati.<br />
Sarebbe paradossalmente interessante che lo Stato utilizzasse lo stesso metodo. Quali negozi oramai sono semplici sportelli per il riciclaggio del denaro?<br />
Fin qui il paradosso. Una risposta reale dovrebbe ripartire dai tre punti sovracitati. Per esempio il problema architettonico. Bassolino aveva intuito, all’inizio del suo primo mandato da Sindaco, che esisteva un’esigenza estetica della città alla quale bisognava rispondere.<br />
E quel suo darsi da fare attorno ai palazzi, alle piazze, all’arte contemporanea, è stato un modo per strappare la città alla bruttezza e al buio degli ultimi anni. La prima passeggiata nella nuova Piazza del Plebiscito, vuota e sgombra di auto, in una bella mattina di sole primaverile, ha ridato alla città una cifra importantissima. Ha permesso l’appropriazione di un territorio che per prassi di malcostume e di silenzio era stato con gli anni sottratto.<br />
Oggi quell’intuizione viaggia troppo spesso in automatico. Una mostra qua, un palazzo delle arti là. Oppure installare – quasi nuova opera di arte moderna – la nuova Facoltà di Medicina a Scampia, nel cuore del territorio criminale. Non basta, chiaramente.<br />
Ridiscutiamo, partendo proprio dai palazzi, lo sviluppo e il futuro di questa città. Cosa va bonificato, cosa distrutto, cosa rinnovato.</p>
<p>Nei giorni di quel primo rinascimento, la grande opera che ha reso Napoli per un certo lasso di tempo città speciale e modello europeo, è stata l’inaugurazione della metropolitana.<br />
La metropolitana è stata la più grande metafora cui questa città potesse aspirare, con il suo mettere in comunicazione diversi territori, alcuni dei quali fino a quel momento ritenuti esoticamente irraggiungibili. Che emozione passare dal borghese Vomero alla periferica Chiaiano in venticinque minuti. C’era in quel potere andare ovunque il senso primario di appartenenza ad una città: la libertà di movimento.<br />
Non è un caso che oggi è proprio questa mancanza di libertà la cifra più angosciante della nostra prigionia. Porzioni di territorio sono sospese dalla città. Non sono più raggiungibili con tranquillità, e a chiunque si rischiasse di arrivarci toccherebbe in sorte il senso di panico della bestia che sconfina in territorio altrui.<br />
Ci sono delle isole all’interno della città. E si espandono, toccando con i loro confini in ombra, i confini luminosi delle oasi borghesi.<br />
La metropolitana ci aveva regalato la sensazione che la città fosse di quanti volessero andarsela a prendere. Era diventata uno straordinario collante. Replicava quella capacità di coesione che era stata tipica del dialetto. Quel dialetto, che come sostiene Raffaele La Capria ne <em>L’armonia perduta</em>, ha funzionato da patto sociale tra plebe e borghesia per secoli.<br />
Oggi da qui bisognerebbe ripartire. La nuova speranza è nel movimento, nella possibilità di andare ovunque. La nuova speranza è che la metropolitana si faccia vettore di un movimento non più a senso unico, dalla periferia verso il centro. Ma che istituisca anche il senso opposto, e ritorni circolare.</p>
<p>[Articolo già apparso, in forma leggermente ridotta, su <a href="http://www.alternativerivista.it">alternativerivista</a>. a.r.]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/">Napoli. Tra movimento e stasi.</a></p>
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