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	<title>Nazione Indiana &#187; cristina annino</title>
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		<title>“Magnificat. Poesie 1969-2009.” di Cristina Annino.</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 11:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
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		<category><![CDATA[cristina annino]]></category>
		<category><![CDATA[Nadia Agustoni]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>

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		<description><![CDATA[<p></p>
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<p align="center"> [ Cristina Annino <strong>Dopo c'è l'acqua</strong> <em>acrilico su tela, cm 60x80, 2004 </em>]<br />
<a href="http://www.anninocristina.it" target"_blank"><strong>www.anninocristina.it</strong></a></p>
<p align="center">di <strong>Nadia Agustoni</strong></p>
<p>Un poeta è una voce. A volte, nella grande poesia, la voce è distanza e vicinanza insieme. Ci sono autori appartati che ci vengono incontro per un sorta di fortuna e aiutano chi non smette mai di cercare, interrogare le parole, perché proprio nella concretezza della parola un poeta dice qualcosa di sé e del mondo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/15/%e2%80%9cmagnificat-poesie-1969-2009-%e2%80%9d-di-cristina-annino/">“Magnificat. Poesie 1969-2009.” di Cristina Annino.</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/OPERA-01.jpg" width="450" height="338"/></p>
<p align="center"><a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=838,height=639,scrollbars,resizable'); return false;" href="http://www.anninocristina.it/OPERE%20PER%20VISIONARE/OPERA%2001.jpg" target="_blank" rel="nofollow"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/zoom.png"/></a></p>
<p align="center"><small> [ Cristina Annino <strong>Dopo c'è l'acqua</strong> <em>acrilico su tela, cm 60x80, 2004 </em>]</small><br />
<a href="http://www.anninocristina.it" target"_blank"><strong>www.anninocristina.it</strong></a></p>
<p align="center">di <strong>Nadia Agustoni</strong></p>
<p>Un poeta è una voce. A volte, nella grande poesia, la voce è distanza e vicinanza insieme. Ci sono autori appartati che ci vengono incontro per un sorta di fortuna e aiutano chi non smette mai di cercare, interrogare le parole, perché proprio nella concretezza della parola un poeta dice qualcosa di sé e del mondo. Allora in tali autori più che in altri, noi stessi siamo messi nella condizione di comprendere ciò che realmente ci danno: la nostra libertà. Ed è moltissimo. In anni avari con i poeti Cristina Annino ha scritto versi che nella loro limpidezza hanno il segno faticoso dell’essere qui, in questa terra e in un tempo pervaso dall’insignificanza. In tale condanna all’insignificanza, per noi generazione di poeti giunta dopo gli anni ottanta, Annino ci arriva come un miracolo. Giacché il nostro è un pellegrinaggio interminabile alla ricerca di un significato che troppo spesso ci porta a parole che scavano il dolore senza salvare.<br />
<strong><span id="more-30229"></span></strong><br />
<em>“Magnificat. poesie 1969-2009</em>” puntoacapo editrice 2008 a cura di Luca Benassi e con prefazione di Stefano Guglielmin raccoglie in antologia i quarant’anni del lavoro poetico di Annino. Dirò subito che con la poesia di Cristina Annino è necessario un corpo a corpo. A una prima lettura ci induce a rimanere sulla pagina come se la magnetizzasse. I versi hanno immagini che sorprendono e si è lì in ascolto, sapendo che le parole hanno la sapienza delle cose cui non abbiamo più creduto; siano un cane miracoloso: <em>“C’è un cane in questa casa, / azzurro quasi una lampada,/ il collo pieno d’odori,/ che gira e s’aggrappa […];</em> o il ricordarci che bisogna avere: <em>“ … un bell’udito cronico/ per la vita, o meglio/ per la testa impazzita/ dell’uomo che ragiona […]/.</em><br />
Cristina Annino chiede alle parole una verità forse insostenibile. Fin da piccola sognava i versi che di giorno ripeteva a sua madre la quale ebbe il coraggio di non uccidere o mortificare quei sogni, bensì di incoraggiarli. Struggenti le poesie di <em>“Ottetto per madre”</em>: <em>“La vecchia Lina è caduta, cantando, di / schiena, com’una forza muta d’un tratto/ cedesse, togliendo le staffe dietro. Era a cavallo e/ sbatte in terra. Si prende/ al viso tirando invano le cataratte. Eccola/ lì, la vecchia canina mamma./”.</em> Già in una raccolta precedente <em>“Gemello carnivoro”</em> l’autrice le rende l’omaggio della trasmutazione alchemica, un’eucarestia in cui il poeta (Annino in poesia usa l’io maschile) è corpo e vita di Lina, costantemente sentita indivisa dalla propria mente e fisicità:<em>“Vivo/ doppiamente com’è un gemello carnivoro./ Non ho altro/ scoppio nell’aldiquà che questo/ tornarle addosso, essendo io il suo/ io primitivo.”</em> Un amore assoluto e dichiarato con parole che disarmano anche chi con l’assolutezza dell’amore filiale ha conti aperti.</p>
<p>Le sezioni in cui è divisa l’antologia, una per ognuno dei libri pubblicati dal 1969 fino al 2009 dall’autrice, offrono un’ampia scelta del suo lavoro. Un lavoro bellissimo, dove le parole arrivano anche a scardinare l’ordine tra i vivi e i morti ricordandocene, proprio nella parte finale del <em>“Magnificat”</em>, la compresenza. Cristina Annino la si legge con partecipazione fino dalle sue prove d’esordio. <em>“Non me lo dire, non posso crederci”</em> Firenze 1969 edito da Eugenio Miccini contiene già quella sua forza con in più una condensazione che le impedisce, complice un’ironia che è intelligenza, ogni retorica. Abolito da subito l’io lirico, con un balzo di cui nemmeno ci accorgiamo tanto è <em>presenza,</em> Annino si situa in quella scrittura che Virginia Woolf auspicava. <em>Orlando</em> in lingua italiana,  Annino ci dice che la libertà è essere subito quello che si è. Nessun segno è più autentico di questo. I libri di Cristina Annino hanno attirato l’attenzione di alcune figure importanti della letteratura italiana come Franco Fortini, Vittorio Sereni e negli anni Ottanta del critico d’arte Vittorio Sgarbi. Nel 1984 Walter Siti la include nell’antologia Einaudi <em>“Nuovi poeti italiani 3”</em>. A quel punto la sua preferenza per la vita, leggibile nei suoi versi, la porta ad appartarsi. Una lunga assenza cui segue la riscoperta di questi anni. Cristina Annino nel suo non consegnarsi alla nostalgia rende ad ognuno di noi, al nostro straniamento, una parte molto importante di giustizia.</p>
<p>[ <em>Nel web si possono leggere diverse sillogi di <a href="http://rebstein.wordpress.com/2008/01/12/ottetto-per-madre-cristina-annino/#more-483" target="_blank"><strong>poesie</strong></a> di Cristina Annino. Alcune tratte dal <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2010/01/07/magnificat-poesie-di-cristina-annino/" target="_blank"><strong>“Magnificat”</strong></a>. Con il consenso dell’autrice, che ringrazio, propongo qui una scelta, alternativa ai testi già proposti in vari blog, tratta  da Casa D’aquila (2008), ma non presente nell’antologia recensita. n.a </em>]<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p align="center"> <strong>Poiché il poeta e la bestia hanno lo stesso destino.</strong></p>
<p>&nbsp;<br />
[<em> Per Lei, si intende la poesia. Per Lui, il poeta che concepì la prima lirica all’età di cinque anni nel paese di San Giminiano, noto per le sue torri. Koko è il gatto siamese dell’autore. Il resto va da sé. </em>]<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 120px;"><strong>1<br />
L’origine</strong></p>
<p style="padding-left: 120px;">Lui la rese cortese come<br />
fossero in città e non nel paese fisico<br />
delle torri. La portò<br />
al bar non parlandole da paesano.<br />
Lei<br />
che aveva giacche più blé della<br />
lana su una nave e oro al collo.<br />
Tutt’insieme gli stava davanti, brutta<br />
merce, piccina; poi accese<br />
un sigaro misericordioso sul<br />
cruscotto della radio, frullando<br />
sopra lui dita di carne o<br />
branchie o come fosse un<br />
affare. Gli disse, in<br />
scarpe di quinta elementare,<br />
che<br />
sarebbe stato il vero<br />
padrone del mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 120px;"><strong>2<br />
E questa tristezza chi la fabbrica?</strong></p>
<p style="padding-left: 120px;">Lo guarda con compressione, con<br />
stato morale, fisico, di mente, con suo<br />
padre, madre, gente della vita. Col<br />
macello dell’ansia e gli eventi del viso,<br />
i suoi tic. Somiglia<br />
lentissimamente a un Dürer, così solo<br />
pelle, o una lancia; il codice<br />
fiscale tra le ciglia.</p>
<p style="padding-left: 120px;">S’acquatta sulle gambe e la Storia è<br />
lì, con Darwin e le scimmie (Dio ora<br />
e sempre salvi dell’universo quelle!).<br />
Gli dà<br />
stanze solo, non libri che a<br />
guardarli peggiora.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 120px;"><strong>3<br />
Lui nella fanghiglia</strong></p>
<p style="padding-left: 120px;">Finita la merce, i crepacci, tira<br />
su le braccia da questo fango.<br />
Dicendo che<br />
libidine, tanto per<br />
dire, oppure ci viaggia un’ossuta<br />
volgarità. I miei versi in camicia!<br />
Sarò<br />
breve: non mangia fegato di<br />
maiale, ci vede del sacro. Condannato<br />
dall’aurora in cui vive, ogni<br />
animale<br />
che trova lo benedice, lo<br />
mette in trono, s’inginocchia<br />
davanti com’al cervello. Lui<br />
vasto vento poderosamente<br />
quieto, ché peggio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 120px;"><strong>4<br />
Lavoro inutile.</strong></p>
<p style="padding-left: 120px;">Ma deve produrre ed è<br />
talco con vibrisse d’addio. Si<br />
fracassa così da questi picchi.<br />
Spera<br />
al centesimo d’ora che mangia, vive<br />
senza preghiere abbeverando<br />
pozzi, corre<br />
sopra di sé nella stuoia di<br />
io, sempre senza compenso sui<br />
batuffoli delle strade. Sul tempo<br />
magari ch’a vederlo, fa pena,<br />
fa il proprio il dovere, con la<br />
coda così e il corpo diviso, partito in<br />
direzione delle mani; quei cinque di<br />
vento – ci scommetterei – senza<br />
pace.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 120px;"><strong>5<br />
Oramai, la sua Bella</strong></p>
<p style="padding-left: 120px;">Stà con la<br />
Follia dentro casa. Spesso la<br />
mette al muro davanti al<br />
lettone ricciuto “sii per favore una<br />
zuppa di triglie e mortifera quanto<br />
il mare”. La<br />
scuoierà, e intanto la<br />
palpa succhiando tempeste con<br />
la mano conifera. Stando così, lui<br />
muto tocca il fondo di<br />
sé, con quel<br />
suo modo di fumare unico, col<br />
resto anche e la Gran Cotta. Non<br />
racconta di lei niente a nessuno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 120px;"><strong>6<br />
Qui bisogna descrivere cos’è Koko</strong></p>
<p style="padding-left: 120px;">Koko nano, seduto<br />
sul letto, si strappa i capelli, tutto<br />
mento, quadrato, passa<br />
i muri com’un’ascia. Su chi<br />
contare non sa, sul pentagramma<br />
o i piatti da<br />
lavare. E la vita s’inchina<br />
agli amici spariti nel<br />
terremotino di cinque<br />
anni. Una guerra, le dita<br />
di quella mano.<br />
Perché?  “ma che<br />
storia, la nevralgia mortale,<br />
ancora<br />
frattaglie, pianti a ogni<br />
cantone di casa. Orribile<br />
visu”. Vorrebbe<br />
spaccarsi l’udito per ridargli<br />
il dovuto. Ma quel collare! Koko sa<br />
di stracci che seccano<br />
arterie in biblioteche<br />
a iosa. E allora, per<br />
pace pronobis in terra – gli<br />
dice – giacché tu lo<br />
puoi, dacci musica<br />
vera, invece!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 120px;"><strong>7<br />
Conniventi</strong></p>
<p style="padding-left: 120px;">La pesca ovunque, fosse<br />
sotto le mattonelle, poi alza<br />
la chiave e l’ingoia piangendo.<br />
Mai<br />
pensando al cervello. Mai. La<br />
fotografa con se<br />
stesso, sezionare, compiangere e<br />
calarsi le braghe e avere<br />
tormento. La sua<br />
vita torta ficcandole dentro<br />
a pistolettate.<br />
Eppure,<br />
con pallore geloso ogni volta,<br />
lei ritira a sé quelle<br />
foto come reti da pesca.</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<strong>Cristina Annino, da Casa D’aquila,<br />
Levante Editori 2008</strong><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/cristina-annino/" target=""_blank><strong>* Cristina Annino su www.nazioneindiana.com</strong></a><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/15/%e2%80%9cmagnificat-poesie-1969-2009-%e2%80%9d-di-cristina-annino/">“Magnificat. Poesie 1969-2009.” di Cristina Annino.</a></p>
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		<title>Magnificat (1969- 2009) antologia poetica</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/12/11/magnificat-1969-2009-antologia-poetica/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/12/11/magnificat-1969-2009-antologia-poetica/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 11 Dec 2009 07:05:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[antologia]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><em>Pubblico molto volentieri alcune poesie dall&#8217;antologia di <strong>Cristina Annino</strong>, uscita per <a href="http://www.puntoacapo-editrice.com/">puntoacapo Editrice </a>a cura di <strong>Luca Benassi </strong>e con una nota critica di <strong>Stefano Guglielmin</strong>, sul cui blog ho conosciuto la poesia di Annino. Nel libro, oltre ad una scelta antologica, rappresentativa di tutta la produzione dell&#8217;autrice, è inclusa la silloge inedita e omonima </em>Magnificat<em>.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/11/magnificat-1969-2009-antologia-poetica/">Magnificat (1969- 2009) antologia poetica</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Pubblico molto volentieri alcune poesie dall&#8217;antologia di <strong>Cristina Annino</strong>, uscita per <a href="http://www.puntoacapo-editrice.com/">puntoacapo Editrice </a>a cura di <strong>Luca Benassi </strong>e con una nota critica di <strong>Stefano Guglielmin</strong>, sul cui blog ho conosciuto la poesia di Annino. Nel libro, oltre ad una scelta antologica, rappresentativa di tutta la produzione dell&#8217;autrice, è inclusa la silloge inedita e omonima </em>Magnificat<em>. Cristina è una poetessa straordinaria, sorprendente ad ogni nuovo libro, ma che purtroppo gode di poca attenzione critico-editoriale. I suoi versi si nutrono di un&#8217;assoluta libertà espressiva e di temi e interlocutori cari all&#8217;autrice quali gli animali, l&#8217;amore per un compagno o quello grandissimo per la madre, i viaggi, la solitudine di una &#8220;casa d&#8217;aquila&#8221;, senza suonare mai scontati, ripetitivi. Leggendo crediamo (anche prima di comprendere) al cane azzurro, alla madre e ai topi, al Vegetale Banano, a zampe che dipingono come mani. Alla vitalità mai compiaciuta di questa poesia, che parla a tutto quello che la circonda, ne fa un mondo dentro il mondo, denso, immaginario, straniante &#8211; ma con tutti i sintomi della realtà, della vita che scorre nelle case, nelle relazioni, con il proprio gatto o cane, a confronto con l&#8217;io, quasi fosse un altro individuo &#8220;carnivoro&#8221; e grottesco. (f.m.) </em> <span id="more-27309"></span></p>
<p><img alt="" src="http://files.splinder.com/5bb54ed239d8e5807f2bf789bb63574e.jpeg" class="alignnone" width="420" height="304" /></p>
<p>di <strong>Cristina Annino</strong></p>
<p><strong>Il vento che spaventa i cani ha campanelli</strong></p>
<p>La paura del cane è un muro duro,<br />
un duro muro sonoro. Vi sbatte<br />
contro il mare dell’intestino<br />
e gli occhi restano in fondo,<br />
piccolo semino d’anice.<br />
Gli dico<br />
d’altre paure nel mondo,<br />
reggo la sua bava di panna<br />
e la pena del tondo cranio<br />
metto in un cesto con cotone.<br />
Ma il muro giunge, giunge<br />
il suono, la vena d’un terrore<br />
cosmico gli resta il fiato,<br />
appanna il sonno, se dorme.<br />
Non si ferma, bianco<br />
spicchio degli occhi, cerca<br />
il muro, o vento sonoro, i campanelli;<br />
le sue zampe tirate<br />
nell’avena del collo, sono<br />
chiodi.</p>
<p><strong>Il cane del buon consiglio</strong></p>
<p>È un gigante il mio cane.<br />
Mi porta il piatto sul collo,<br />
il pane in bocca, è un maggiordomo,<br />
mi dice di mangiare gurdandomi<br />
con fare d’uccello. Cammina<br />
in bilico sul davanzale, ha pelo<br />
di foca e quando salta pare<br />
un giocoliere turchino.</p>
<p>Ora io dico:<br />
qualcosa devo pur fare; nacqui<br />
dalla bocca pietosa di un padre<br />
e una madre che ammisero insieme<br />
- hai davanti la vita preziosa,<br />
restaci immortale -. Così ho tanti<br />
libri. Cosa mi manca?<br />
Lo chiedo a Diego che mi guarda<br />
col bicchiere di vino in fronte.</p>
<p>Ce ne stiamo così sulla triste<br />
tovaglia; io parlo ed aspiro<br />
dalla narice la storia<br />
del mio romanzo, ho lo stomaco<br />
aperto, il cuore mi pulsa in fronte.<br />
Diego squittisce col coltellino<br />
sul naso:<br />
non col sentimento si capisce.</p>
<p><strong>La casa del folle</strong></p>
<p>Entro piano nella casa del folle;<br />
non apro le persiane, non tolgo la polvere.<br />
Arrivo alla sua camera che ancora dorme<br />
nel mattino troppa aria per occhi<br />
di dolente marrone pallido. Guardo<br />
la nuca rigida e il corpo che non sente<br />
neppure il pigiama.<br />
Mi siedo accanto e gli porto l’asfalto<br />
ripulendolo dal rumore, dall’odore del mese,<br />
dal peso della gente.<br />
Cerco di non affollarlo per niente;<br />
il suo corpo vuoto è una stanza: sogni<br />
vi soffiano dentro bolle di vecchio dolore.<br />
La ragione cos’è? Arrivo qui e mi stendo<br />
al piede del suo letto come a una pianta<br />
ed entra dentro di me, dal folle, quasi<br />
fune elettrica, una bianca, stanca,<br />
atroce vitalità.</p>
<p><strong>La poesia</strong></p>
<p>Io so spiegare come si fa. So ch’è<br />
opulenta, e qualcuno ne paga le spese. Sarà la nostra<br />
società e basta; egoista, amara quanto qualsiasi<br />
continente. Insomma<br />
è tutto quel che si guarda. Ma senza<br />
dubbio sono io il paese più poeta del mondo. Esempio:<br />
getto un bicchier d&#8217;acqua sulla parete; quello<br />
cade &#8211; lo giuro &#8211; però resta la macchia. Visto<br />
al rallentatore con musica. Poi prendo col termometro<br />
la temperatura al pezzo di muro fradicio.</p>
<p>Credo d&#8217;averne bisogno, di friggere e<br />
d&#8217;annoiarmi. Con rara facilità quando dico &#8220;mia<br />
madre è una magnolia, una<br />
magnolia è mia madre&#8221;, giro da continente quel sostantivo<br />
ovale di pianta nana, coi nervi a terra e a fuoco<br />
il vento dei nei. Non per soldi<br />
vo dal rosso all&#8217;aceto tenero e il bianco che fa<br />
spavento come corni di bue. Nessun gioco<br />
è peggio di questo. Neppure farsi coraggio, dire<br />
avanti, lo stesso. O aspettarsi la risposta. Neanche<br />
lessarsi nell&#8217;acqua, è meno.</p>
<p>Spara da sé il suo orologio senza<br />
volerlo. Un fulmine, eccolo lì: rami sull&#8217;infinito<br />
lesso dei piedi. Chi rifabbrica l&#8217;albero se n&#8217;è<br />
andato. Neanche un pezzo. Dici che<br />
schifo han fatto prima la morte, han fatto già<br />
l&#8217;uovo. Codè. Ti<br />
portano dentro; così si sa tutto. Noti<br />
la polvere che all&#8217;aperto non vedi, e le gambe<br />
perché sei solo. Senti chiudere la porta. Coc. Non<br />
pensi al mondo, la società, il resto. Ma a quel<br />
che viene spezzato allora. Dè. Un lavoro. E in qualche<br />
parte qualcuno di certo paga il conto.</p>
<p><strong>Le mosche</strong></p>
<p>C&#8217;è un giorno ogni due in cui non noto<br />
gli altri; se un uomo casca in un bar lo credo dinoccolato e non<br />
morto già un poco sul lato destro. In quel giorno diffido<br />
dei suonatori di flauto. E detesto tutti<br />
gli omaggi del mondo fatti a Duchamp. Che bisogno c&#8217;è,<br />
penso, di rispettare qualcosa, e in eterno?<br />
Infine,<br />
è il compleanno delle mosche. Mai più getterò bombe<br />
sui loro piatti piedi. Mostro<br />
a ognuna di loro l&#8217;uomo sulla soglia del bar, che ha dormito un<br />
secolo, s&#8217;alza, e nessuno gl&#8217;è d&#8217;aiuto.<br />
Astuto dico &#8220;quelle calze<br />
sono mie&#8221;, o meglio &#8220;quel sedere mi ama&#8221;. Quella<br />
cintura, la vita s&#8217;origina da quella cintura che fa versi<br />
col solo occhiello. C&#8217;è<br />
la cultura d&#8217;una vita, parrebbe poco, e i treni<br />
di questo mondo e la natura vegetale anche.<br />
Facile, vedere<br />
così un pezzo di cuoio: basta una lente d&#8217;ingrandimento, un<br />
dito e l&#8217;idea centrale che quel gigante oltre il vetro è<br />
piccolo da non far male a una mosca.</p>
<p>Mi lascio ritrarre dalle zampe di lei pepe. Non ha<br />
fretta: passa<br />
la parte dietro del mappamondo, la sabbia delle<br />
guance, e la mia faccia cresce. Sa<br />
d&#8217;essere un deserto, ma in gamba forse. L&#8217;amerà<br />
più d&#8217;un sedere. Non è vero, bambino Duchamp? Dillo<br />
al babbo che penserai da grande, radendoti. Per<br />
favore. È<br />
che le cose arrivano a tempo; e da sempre il senso<br />
comune dà il via a quelle grandi. Solo questo. Poi<br />
si vedrà.</p>
<p>Tengo<br />
le mosche dentro per non farle morire. Ogni<br />
rumore m&#8217;è d&#8217;aiuto, da un nulla esplode altro.<br />
Ripetutamente penso<br />
che siamo dei buoni dei, se anche incrociamo i nostri<br />
destini coi flautisti dormendo. Io<br />
dico &#8220;perdon&#8221; sulla soglia del bar o nel gas<br />
delle mosche. Poi &#8221; la ciurma non è mai uguale, ci<br />
mancherebbe. Chi più ne ha più ne mette di carne<br />
al fuoco&#8221;. Dalle<br />
coperte va via il giovane pensiero appena<br />
repubblicano, con le sue mutande fredde.</p>
<p><strong>Casa d’Aquila</strong></p>
<p>Vado verso la casa in una<br />
miseria di caldo sopra di me, nella morta<br />
estate senza onori.</p>
<p>Né telefono, fiori. Tento di capire che<br />
dica l’uscio premendosi la bocca con le<br />
mani. Che vuol<br />
dirmi senza onori la casa? Non entro ma<br />
guardo fuori l’oscillante lingua<br />
dei piani.</p>
<p>Penso: non ci fossi più m’aprirebbero<br />
con cerimonia, su fondo turchino e<br />
le dita fari, leggendo quanto<br />
ci misi a scalare<br />
una casa vivendo. Sarebbe<br />
la Verità, perch’avevo ragione<br />
in tutto, e parlavo ai pesci del mare.</p>
<p>Alzo le mani senza resa, senza<br />
voltarmi. Niente fiori, casa dolorosa; ti<br />
peso sui due reni della bilancia. A chi<br />
andrà<br />
tutta questa ricchezza, lo spreco delle<br />
forze, l’aquila dentro di me?</p>
<p><em>da:<strong> Magnificat</strong></em></p>
<p><strong>Sguardo andante</strong></p>
<p>Quell’uomo diventò un<br />
lavoro, corpulento. Ora dico, a<br />
ogni manata di vento passava<br />
davanti a lei, quasi uno<br />
scherzo, tanto pareva goloso a<br />
guardarla. Aveva<br />
scordato qualcosa. Era<br />
inverno e fissava lungo-<br />
largo ; ma<br />
lei disse gli<br />
occhi pericolosi, una scarica<br />
quelle braccia. Eppure<br />
s’era<br />
spogliato di tutto, carte, libri,<br />
tasto del portatile, occhiali,<br />
spazi vuoti e parole<br />
di plastica che ingoiava il<br />
gatto giambico-trocaico<br />
-catalettico. Era<br />
diventato ignorante, <em>mea<br />
culpa</em>, da sé, in piena libertà<br />
deciso d’amare il creato, col<br />
salto di pesce ripulendo le<br />
labbra nei suoni, ch’era stato lì<br />
lì per crepare<br />
sott’acqua. Senza più<br />
gravità, con altezza sbatteva<br />
le pinne tra i rami. </p>
<p>Mai capito niente, lei. Mai<br />
visto uno così. Solo aria<br />
beethowiana  tenendola in piedi, la<br />
<em>risparmiava</em>. Ora quello, senza<br />
maniche di libraio, o scatole<br />
di pensiero, uscito<br />
dal mare ( via lentamente il<br />
sonoro dell’acqua,<br />
sabbie, del vento madornale<br />
girante), reincarnato di<br />
pietà con gambe, così<br />
si teneva il torace nelle<br />
branchie rosa. Ancora<br />
più umano.</p>
<p><strong>Solitudine eterna</strong></p>
<p>Ogni evento doloroso gl’ha<br />
dato fratellanza con se<br />
stesso. Eppure questo<br />
braccio per chi<br />
lo conosce, familiarmente<br />
detto <em>Esse</em>, gli<br />
casca (attrazione terrestre) in<br />
carriole d’ombra, pesi, collezionismo,<br />
nel triangolo<br />
proprio tra nuca e spalle.<br />
Tanto<br />
tempo sbattendosi<br />
in marcia di pochi<br />
metri al quadrato. Mentre<br />
fuori<br />
l’universo-vassoi con prati<br />
lavanda, caratura a prova di<br />
bomba. Ma il<br />
braccio abbassa<br />
l’illimitata <em>Esse</em> fottendolo<br />
un pezzo alla volta. Mette i<br />
sigilli, va via.  Poi anche le<br />
parole soprattutto, le mura. </p>
<p><strong> Il falso merlo della poesia</strong></p>
<p>Ci vuole molta<br />
pazienza  e un’io esteso<br />
di qua di là dalla<br />
grammatica, per fare<br />
d’una<br />
sequoia un merlo solo<br />
capace di sollevarne poi<br />
il  volo. Sarebbe,<br />
signori, allora da trattare<br />
coi guanti!  Ma quei<br />
tormenti in fiale, cinque dita<br />
d’ala toccando campane<br />
intorno, è<br />
cenere per piccioni.  Infatti,<br />
miserere, non  trova<br />
frasi, solo emozioni<br />
brevi e un patrimonio di<br />
vento. Allora? <em>Nessun<br />
tormento è pari al<br />
dolore, quanto la<br />
parola. </em>Avanti, poi?  <em>Chi<br />
sono i rovi rossi? </em>Ecco<br />
esiste la sequoia; ci<br />
vorrebbe<br />
conoscenza karmica del volo.</p>
<p><strong>Origine della creatività, <em>Indiano Caldo</em></strong></p>
<p>A tempo respira<br />
esatto; rende visibile attraverso<br />
il collo il numero della taglia. Poi<br />
sempre fermo –volere è<br />
potere-, come elevando<br />
l’idea delle braccia verso il<br />
mare che ora sta in alto e non<br />
casca, appeso per il fango al<br />
globo ondoso, vede<br />
che gli si<br />
strappa la mente dal suo<br />
luogo, e<br />
l’abito e la taglia. Espirando<br />
alla fine, non sa<br />
più, dove stia la cornice,<br />
oddio! il limite e la cornice.</p>
<p>*</p>
<p>Parrebbe<br />
ansia, &#8211; non lo è- anche quando<br />
divide la mandria delle<br />
nubi in due, e, specie<br />
d’origine gassosa, Indiano<br />
Lui riprende addosso la<br />
montagna. E’ di<br />
più!  Frulla l’arsenale che manda<br />
acqua sul mondo poi strizza<br />
le dita di carne. Velocità, forse,<br />
ché il<br />
<em>Tempo creativo, è  breve. </em>Lo<br />
dice, l’ha detto (mangiatore nel<br />
cuore di cose), crepare<br />
stando sempre quaggiù, sotto<br />
terra, mente, sotto sale,<br />
quando<br />
corrente come miele<br />
il turchino della grazia<br />
piovuto in un mese<br />
evapora dal ramo. Allora, con<br />
cortesia, gambe sulla stuoia<br />
dell’erba, rivolge fumando<br />
domande al  Vegetale Banano.</p>
<p><strong>Amicizia</strong></p>
<p><em>Cane, siamo rimasti senza.<br />
Nel soffitto di sotto chi<br />
si sdraia per udirmi? Come<br />
piatti di bilancia, anche lui<br />
s’appiattisce. Così la casa<br />
ha tanti fegati in fila, denti<br />
per grondaia. Cane, vedi tu<br />
una città più triste?</em>  Lui sta<br />
in cima, fulminato dalla<br />
grazia, non<br />
capisce. Fissa<br />
al vento i coperchi<br />
uguali, da soprano ululando<br />
ritto. S’arrugginisce<br />
l’argento dell’urina che<br />
scava<br />
eterna la miseria<br />
austera in quella campana<br />
di terriccio.</p>
<p><strong>C’ era una volta un poeta </strong></p>
<p>Gli dissero “Ti daremo il<br />
Nobel, ma dovrai  per questo<br />
aspettare nell’acqua”<br />
Superbia di chi? E’ la<br />
storia terrena un salasso, e<br />
la creatività pioveva<br />
intanto dalla sua<br />
testa, gl’allargava le<br />
penne. Traballando sul<br />
sofà cavillosamente<br />
sviene, perché <em>solo chi<br />
 cancella giunge al<br />
 vero! </em>Ecco, non ha<br />
sputato onorevolmente<br />
sul<br />
cascame di mondo, né visto<br />
sedie segate, ha mangiato<br />
maiale<br />
macellando carne, ha<br />
guardato stelle, mai <em>quel</em><br />
viso che bruca perle con<br />
il letame. Fatto testi per<br />
il ginnasio anche, mentre<br />
gli passava acqua tra le<br />
gambe concave. Ha<br />
forato eternità di gomma e<br />
per queste ha<br />
ucciso. Ora chi gli<br />
rende lo spirito sopportabile?</p>
<p><strong><a href="http://golfedombre.blogspot.com/2009/11/cristina-annino-magnificat-poesie-1969.html">Qui</a>, per saperne di più sul libro</strong></p>
<p><em>Nell&#8217;immagine: Accudiscimi, di Cristina Annino</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/11/magnificat-1969-2009-antologia-poetica/">Magnificat (1969- 2009) antologia poetica</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Mostra di Cristina Annino</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/07/mostra-di-cristina-annino/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/07/mostra-di-cristina-annino/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 07 Nov 2008 17:30:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[biblioteca]]></category>
		<category><![CDATA[cristina annino]]></category>
		<category><![CDATA[mostra]]></category>
		<category><![CDATA[pittura]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p></p>
<p><strong>Biblioteca Pier Paolo Pasolini</strong></p>
<p>Personale di <a href="http://www.anninocristina.it"><strong>Cristina Annino</strong></a></p>
<p><strong>8-29 novembre 2008</strong><br />
9,00-13,00 – 15,00-18,30</p>
<p><strong>Vernissage 8 novembre  ore 17,00</strong><br />
<br />
<em>Indirizzo</em>:<br />
Via Salvatore Lorizzo 100, Roma<br />
Ingresso da Viale Caduti per la Resistenza 410 a<br />
tel. 065070335 tel/fax 065083275<br />
biblioteca.pasolini@bibliotechediroma.it<br />
www.bibliotechediroma.it</p>
<p>***</p>
<p><strong>Lina</strong></p>
<p>La retorica, topo grazioso, inquina;<br />
io non l’adopro mai.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/07/mostra-di-cristina-annino/">Mostra di Cristina Annino</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img alt="" src="http://www.anninocristina.it/OPERE%20PER%20VISIONARE/OPERA%2014.jpg" class="alignnone" width="290" height="470" /></p>
<p><strong>Biblioteca Pier Paolo Pasolini</p>
<p>Personale </strong>di <a href="http://www.anninocristina.it"><strong>Cristina Annino</strong></a></p>
<p><strong>8-29 novembre 2008</strong><br />
9,00-13,00 – 15,00-18,30</p>
<p><strong>Vernissage 8 novembre  ore 17,00</strong><br />
<span id="more-10540"></span><br />
<em>Indirizzo</em>:<br />
Via Salvatore Lorizzo 100, Roma<br />
Ingresso da Viale Caduti per la Resistenza 410 a<br />
tel. 065070335 tel/fax 065083275<br />
biblioteca.pasolini@bibliotechediroma.it<br />
www.bibliotechediroma.it</p>
<p>***</p>
<p><strong>Lina</strong></p>
<p>La retorica, topo grazioso, inquina;<br />
io non l’adopro mai. Se<br />
dico la mamma m’arriva ai<br />
piedi, faccio una gran fatica a<br />
scalare appena lo sterno. Pioniera<br />
lei viene con salti yoga “abbassa<br />
la schiena sui reni” Poi “s’alza<br />
qualcosa?” chiede. Così imparo.</p>
<p>Su lei non so scherzare, davvero, è<br />
l’unica e non<br />
ci riesco. Nel più<br />
normale dei modi, tutto<br />
il grande finì, con baccano<br />
spento e tori di nostalgia.<br />
Penso<br />
d’essere degno oramai di<br />
chiudermi l’universo alle<br />
spalle. La mia<br />
statura, nella camera dove non<br />
si guarì mai, sta lì su quel<br />
muro ancora, per<br />
infermieri, wudù, pigiami, per le<br />
unte preghiere e i cani che non<br />
entrano. Per il fumo che lastricò<br />
corridoi.</p>
<p><em><a href="http://rebstein.wordpress.com/2008/09/28/accordando-luce-con-vertebre-cristina-annino/">Qui</a> altri inediti di Cristina Annino</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/07/mostra-di-cristina-annino/">Mostra di Cristina Annino</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Via dalla pazza folla</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/24/via-dalla-pazza-folla/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/24/via-dalla-pazza-folla/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 24 Jun 2008 17:39:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[casa d'aquila]]></category>
		<category><![CDATA[cristina annino]]></category>
		<category><![CDATA[franco fortini]]></category>
		<category><![CDATA[franz krauspenhaar]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Cristina Annino è una poetessa dalla lunga strada percorsa ma con tanti chilometri ancora da fare. Una donna-poeta che debutta nel &#8217;68 con <em>Non me lo dire, non posso crederci</em>, già con una sua voce distinguibile. In breve, la sua poesia fuori da ogni &#8220;poetichese&#8221; viene molto apprezzata da Franco Fortini e da Vittorio Sgarbi, tra le varie pubblicazioni in poesia e prosa, appare nell&#8217;antologia Einaudi <em>L&#8217;udito cronico</em>, nei <em>Nuovi poeti italiani n.3 </em>(1984); ma la poetessa toscana non arriverà mai, nonostante la sua bravura e originalità a pubblicare con un grande editore.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/24/via-dalla-pazza-folla/">Via dalla pazza folla</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Cristina Annino è una poetessa dalla lunga strada percorsa ma con tanti chilometri ancora da fare. Una donna-poeta che debutta nel &#8217;68 con <em>Non me lo dire, non posso crederci</em>, già con una sua voce distinguibile. In breve, la sua poesia fuori da ogni &#8220;poetichese&#8221; viene molto apprezzata da Franco Fortini e da Vittorio Sgarbi, tra le varie pubblicazioni in poesia e prosa, appare nell&#8217;antologia Einaudi <em>L&#8217;udito cronico</em>, nei <em>Nuovi poeti italiani n.3 </em>(1984); ma la poetessa toscana non arriverà mai, nonostante la sua bravura e originalità a pubblicare con un grande editore. Troppo via dalla pazza folla dei questuanti, troppo indipendente, troppo stella solitaria. <span id="more-6230"></span>Nessuna inclinazione e voglia per girare attorno alle poltrone e ai potericchi; e dunque la Annino s&#8217;è prestata soltanto alla sua arte, con la svagata asciuttezza del suo stile letterario che è emanazione naturale di un modo tutto particolare e inimitabile di esserci, qui e ora. Era dal 2001, con il corposo <em>Gemello carnivoro</em>, che la poetessa faceva tacere le rotative. E&#8217; comunque sua abitudine esprimersi quando ha davvero urgenza, come ogni artista che si rispetti. Passati sette anni dalla silloge dedicata alla memoria dell&#8217;amato marito, il &#8220;gemello carnivoro&#8221; del titolo, l&#8217;Annino finalmente dà alle stampe <em>Casa d&#8217;aquila</em>- Levante Editori, Bari, 2008 pp. 94 euro 10,00. Una raccolta breve e affilatissima, come un ricomporre tanti pezzi passati di vita e sensazioni in una summa che non vuole essere definitiva; io la vedo piuttosto come un giusto omaggio a se stessa, agli affetti e, nella sezione chiamata <em>Canti d&#8217;aceto </em>a ciò che inevitabilmente urta, si frappone tra il sè e quel grano di felicità che dovrebbe sempre competerci. Ma non è così, e allora la poesia graffia,a  volte deride ma senza abbassare il coltello. Ferisce ma non per fare del male, bensì per dire che non si è della partita, che la partita proprio non la si riconosce tra i dannati giochi obbligati della vita. </p>
<p><em>(Pubblicato su Il domenicale &#8211; 14.06.2008)</em><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/09/presentazione-di-casa-daquila-di-cristina-annino/">QUI</a> alcune poesie della raccolta già pubblicate in anteprima su Nazione Indiana.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/24/via-dalla-pazza-folla/">Via dalla pazza folla</a></p>
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		<title>Presentazione di &#8220;Casa d&#8217;aquila&#8221; di Cristina Annino</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/04/09/presentazione-di-casa-daquila-di-cristina-annino/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/04/09/presentazione-di-casa-daquila-di-cristina-annino/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 09 Apr 2008 10:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[cristina annino]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p align="center">Presentazione del libro <strong><em>Casa d&#8217;aquila</em> (Bari: Levante Editore, 2008)</strong></p>
<p align="center">di<strong> Cristina Annino</strong></p>
<p align="center">Introduzione di <strong>Maria Concetta Petrollo Pagliarani</strong><br />
Interventi di <strong>Stefano Giovanardi </strong>e<strong> Stefano Guglielmin.  </strong>
</p>
<p align="center">L&#8217;autrice leggerà le sue poesie.</p>
<p align="center"><strong> Biblioteca Vallicelliana &#8211; </strong><strong>Giovedi 10 aprile &#8211; ore 17.00-Piazza della Chiesa Nuova 18, 2°piano, Roma.</strong>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/09/presentazione-di-casa-daquila-di-cristina-annino/">Presentazione di &#8220;Casa d&#8217;aquila&#8221; di Cristina Annino</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center">Presentazione del libro <strong><em>Casa d&#8217;aquila</em> (Bari: Levante Editore, 2008)</strong></p>
<p align="center">di<strong> Cristina Annino</strong></p>
<p align="center">Introduzione di <strong>Maria Concetta Petrollo Pagliarani</strong><br />
Interventi di <strong>Stefano Giovanardi </strong>e<strong> Stefano Guglielmin.  </strong>
</p>
<p align="center">L&#8217;autrice leggerà le sue poesie.</p>
<p align="center"><strong> Biblioteca Vallicelliana &#8211; </strong><strong>Giovedi 10 aprile &#8211; ore 17.00-Piazza della Chiesa Nuova 18, 2°piano, Roma. </strong><span id="more-5661"></span></p>
<p><strong>27 Preghiere Speciali per il cane morto</strong></p>
<p>Stavolta m’han<br />
fregato, m’han tolto l’equipaggio, dato<br />
i reumatismi e spezzato in due. E ora<br />
stan prendendo le terre del papavero, coi<br />
cani nostre anime. “non mi<br />
mollare” dicendo a Dio, “anzi non<br />
farlo”.</p>
<p>C’è intorno<br />
all’animale un vuoto<br />
simile a quello degli ospedali, dei<br />
viali tangheri con la ghiaia. Un<br />
non so che di<br />
composto a forma di mare vasto, nave e<br />
dentro, lui col silenzio dei fianchi. Un<br />
turchino capolavoro. Raramente<br />
succede, ma in pace<br />
ventisette parole come schianti, oltre<br />
il collo del cane, guardano<br />
altrove.</p>
<p>Non possiamo<br />
aiutarlo, rifarlo nuovo, e neppure<br />
che importi un’acca. Manca<br />
la stoffa, non siamo Dio, né la usl o il<br />
collegio dei santi. C’è solo<br />
Speranza Natura, giù dai pollici del<br />
piede. Due parti della stessa<br />
barca fin dove la cenere speciale<br />
degli arti se ne va con<br />
l’aragosta dura, e trovan l’acqua<br />
da sé.</p>
<p><strong>La madre di tutti i talenti</strong></p>
<p>Invertendo i termini, abbi<br />
pietà per ogni mosca caduta sull’asfalto,<br />
per il<br />
fatto di farci miracoli, soprattutto.<br />
Quest’ansia come chiamarla?<br />
Talento,<br />
lo riconosco, me lo fai ogni<br />
giorno, con massa naturale<br />
di sparo. È affar tuo se<br />
vedo col volto a metà, caduto nella<br />
stanza, quel piombo darmi corda, il<br />
via. Appena<br />
sul cuscino valanga, senz’aria più e<br />
le mani zero, eppure sollevando questo<br />
collo: “<em>tienimi sempre nel mirino</em>”.</p>
<p><strong>Amici mortali</strong></p>
<p>Saranno le mosche, ma questa<br />
pazienza è cogliona. L’attesa, la questua, la<br />
vita ingobbita. E desiderare!<br />
Quest’essere<br />
i muri capanna, questo ridere per<br />
chissacché; siamo soli a dividerci un<br />
po’ di manna, gli amici fan<br />
finta di saltare ostacoli. Vanno<br />
via. Ogni cosa<br />
parte con i bagagli, poi torna, chiede<br />
“allora?”. A quest’ora<br />
saremmo grandi, se il mondo<br />
volesse, se le mosche volassero<br />
alte tingendo di viola gli<br />
armadi. Saremmo geni, ci<br />
empiremmo i polmoni di sedie, se<br />
ci lasciassero fare. Faremmo<br />
libri immortali con branchie<br />
filanti, e anche la grazia d’amare.<br />
Semmai!</p>
<p><strong>Cristina Annino</strong>, nata ad Arezzo, attualmente vive e lavora a Roma. Nel 1968 pubblica il libro <em>Non me lo dire, non posso crederci</em>, edito da Tèchne a Firenze, città nella quale si laurea in Lettere Moderne. Nel 1977, <em>Ritratto di un amico paziente</em>, Roma, Gabrieli. Nel 1979 <em>Boiter</em>, con Forum, Forlì, (romanzo). Nel 1980 <em>Il Cane dei miracoli,</em> Foggia, Bastoni. Nel 1984 <em>L’Udito Cronico</em>, in Nuovi Poeti Italiani n°3, Torino, Einaudi. Nel 1987 <em>Madrid</em>, Corpo 10, Milano, libro vincitore del premio Russo Pozzale nel 1988. Nel 2001, <em>Gemello Carnivoro</em>, e nel 2002, a Prato, in collaborazione col pittore Ronaldo Fiesoli, <em>Macrolotto.</em> Ancora inedito il libro di racconti <em>Una Magnifica Giovinezza</em>. Numerose le plaquettes, recensioni e pubblicazioni in prosa, poesia, saggistica, in molte riviste e antologie sia italiane che straniere. Da alcuni anni si occupa di pittura.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/09/presentazione-di-casa-daquila-di-cristina-annino/">Presentazione di &#8220;Casa d&#8217;aquila&#8221; di Cristina Annino</a></p>
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		<title>Da: Madrid (1987)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/10/26/da-madrid-1987/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2007/10/26/da-madrid-1987/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 26 Oct 2007 05:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[cristina annino]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/rosemarie-trockel-ohne-titel-1985.jpg"></a> </p>
<p>di <strong>Cristina Annino </strong></p>
<p><strong>La casa addosso<br />
</strong>Ci sono volgarità anche qui da pagare. Non si può<br />
mica aspettare ore, papavero, che un evento<br />
ci tocchi il cervello, la sua coscienza, i nervi<br />
ottici e il resto. Bisogna capire<br />
svelto come una bomba senza consigli, e scendere<br />
dal tetto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/26/da-madrid-1987/">Da: Madrid (1987)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/rosemarie-trockel-ohne-titel-1985.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/rosemarie-trockel-ohne-titel-1985.thumbnail.jpg" /></a> </p>
<p>di <strong>Cristina Annino </strong></p>
<p><strong>La casa addosso<br />
</strong>Ci sono volgarità anche qui da pagare. Non si può<br />
mica aspettare ore, papavero, che un evento<br />
ci tocchi il cervello, la sua coscienza, i nervi<br />
ottici e il resto. Bisogna capire<br />
svelto come una bomba senza consigli, e scendere<br />
dal tetto. Anni luce essere felici, quasi fosse<br />
una cosa pratica, e noi utili al mondo. Per bene.<span id="more-4601"></span><br />
Ma non le voglio<br />
bene mai, mai bene; c’è da dirlo, nel più<br />
semplice modo, che poi sarà una bomba che passa<br />
sul capo, una vergogna non so per chi, forse<br />
storica, quella calma di lasciarla andare con la sua<br />
crocchia fatta a rotonda<br />
cassa armonica. Così è dare<br />
tempo al tempo, un fischio quasi, peggio, si toglie<br />
speranza alla gente. Pensando<br />
così obliquo da labbropesce, la terra<br />
è più d’un tramonto col piombo, da spezzare<br />
il capello in due. Una piena. Lei<br />
m’ha fatto venire qui, son venuto; m’ha ordinato<br />
di sedermi, m’ha dato le spalle, è<br />
volata via. Al principio credevo d’essermi portata<br />
la casa addosso tanto il peso era inutile. Poi<br />
ho detto “è così che si toglie la speranza”.</p>
<p><strong>Poema in auto<br />
</strong>Oggi e ieri strizza<br />
in macchina le mani a conchiglia; pare una lavandaia,<br />
un’ostrica e che mi lanci addosso il suo fisico dicendo<br />
“noi e anche tu che sei<br />
cinico”. Dice proprio noi; vola dal vetro, niente<br />
corpo, certo non lo è, dalla terra al cielo è quel<br />
volante nel mondo, o un germoglio che non contengo<br />
più. Con orrore medico riconosco<br />
il mio stomaco stare bene, poi in pena, stringersi<br />
a chiave e scardinare la porta: Chagall e lo spirito<br />
dell’arte.<br />
(Quando<br />
avrò voglia di guarirvi da dicerie e mostrare<br />
ai bambini come si scrive un poema; allora se sarò di questo<br />
mondo, verrò in una scuola che odora di talco o alla radio,<br />
e in cima al vento d’una tranquilla verità. Starò<br />
per diventare vecchio: il taglio<br />
va fino alla fine, all’attimo vegetale, al pellame<br />
ultimo dell’iride. Tutto vola, esplode come sa<br />
fare luce. Il cervello<br />
non può granché sulla terra, neanche a pensarci. Solo<br />
credere all’immortalità, giova; e agli<br />
animali tranquilli.)<br />
Finisce. È passato<br />
il vento, ogni parola; la testa risiede<br />
sul collo, le mani in avanti, e la sera ci dà<br />
cattive notizie: Dragutin è morto non ucciso dalla moglie ma<br />
dai maiali che vedeva sempre nel sonno, cioè loro<br />
gli hanno meglio invaso la vita. Nera regola,<br />
questa notte faremo i bravi tacendo. Din Don sentirsi<br />
i capelli a posto; è finita. Ora può venire<br />
il bello (non avere abitudini regolari perché se<br />
possono capirti fuori, non possano mai tenerti<br />
il cervello). Pace<br />
di camminare, non stare più in casa.<br />
<strong> </strong></p>
<p><strong>Adesso<br />
</strong>L’abbiamo detto in cucina. Lo dice col muso riccio, dalla<br />
testa al piede liscia invece quanto un capello: Sarenco<br />
le esce di dietro, sborra. Dolce,<br />
tanto. Comincia<br />
l’inverno in cui<br />
le mosche intrecciano le zampe, vanno di lato come<br />
granchi, si mettono a vomitare. La sanno già<br />
tutta, la vita, e quella anche dei<br />
capelli, dove cascano per errore. C’è<br />
da preoccuparsi che diventano umane, per non<br />
pestarle. Così lei, pura di vino, ride, ma nel collo<br />
casca: una casa storica del centro, la<br />
buttano giù. Finita. Tutto<br />
ciò che ci tortura è piccolo, freddo, andante. Però<br />
su lui non sa mica scherzare. Gli<br />
perdona ogni giorno che passa.<br />
Nel grande mondo non sa più<br />
stare bene. Si capisce<br />
che arriva l’inverno. Forse<br />
ai salmoni piace il dolore, alla saliva ai<br />
piatti, ai Russi. Spostano il tempo come un bicchiere<br />
e le nere foreste di sborra quanto un’oliva nell’olio<br />
l’hanno davanti, nel secolo d’ora in cui<br />
parlano. Ma le mosche loro<br />
adesso muoiono. Io<br />
me le porto via, al mio indirizzo, sediamo e domani ci<br />
porterà il più bel giorno diverso.</p>
<p><strong>Consigli a una pittrice svedese con cane san bernardo</strong><br />
Riesco a immaginare anche<br />
un uomo: non vuol soffrire, chiude gli occhi per non vedersi<br />
il dito rotto; gli va di non piacere e, giorni<br />
igienici, mette su una biblioteca da specialista. Sa<br />
d&#8217;essere un mucchietto di cenere ma è orgoglioso<br />
lo stesso e, sennò, chiude ancora gli occhi. Tira<br />
avanti duro.<br />
Poi, più indietro o sotto, altro esempio: Ida scorda<br />
dov&#8217;è il ditale nell&#8217;agoraio (termine sinfonico quanto<br />
la morte) ma dopo una settimana, eccolo lì. Allora<br />
capisce almeno tre cose: il proprio nome, quindi l&#8217;età, terzo,<br />
in generale, la miseria del mondo. In altre<br />
parole che il collo le sta mangiando la testa.<br />
È rapida la cultura.<br />
Monica, Monìka, non è vero? La Svezia<br />
ha fatto solo nevrotici di buon calibro, ma<br />
se non spari abbastanza come e quando, se dura<br />
troppo l&#8217;apnea, o non sei marcia quanto le foglie e più<br />
bassa della terra e ancora in uno solo mille fatti (è possibile:<br />
con l&#8217;ispirazione polmonare diventa visibile l&#8217;interno<br />
anche d&#8217;un gatto). Gloria<br />
a chi ci rende fragili come guanti.</p>
<p><strong>Madrid</strong><br />
Una città ed io<br />
ci capiamo: si fa a chi sovrasta di più, e ammazza<br />
ed è colpevole. Nei numeri<br />
infiniti c&#8217;è la nostra coscienza. Siamo più &#8211; perdendoci<br />
e stando muti e somigliandoci come guanti &#8211; umani<br />
che le stelle. Per essere<br />
poeti non si deve mica fare granché. Io lascio che le cose<br />
vengano a me e tutto finalmente si somigli.</p>
<p>Sono molto solo davvero, ma va<br />
bene. La testa a volte sale le scale indipendente da buon<br />
cane, io coi piedi in ascensore. Poi, in cima,<br />
ci rimettiamo a posto; e i casi sono tre. Poniamo: mi hai<br />
dato il nome esatto, chiedo di te, mi fanno<br />
entrare. Secondo: non mi lasciano, allora aspetto<br />
sotto. Terzo: il nome non è vero e il giorno<br />
che ti trovo io t&#8217;ammazzo. Esempio d&#8217;amore urbano, né<br />
indirizzo né mani, ma è grande per questo.</p>
<p>Credo che in un altro, diverso, ci si debba<br />
spazzolare a vicenda da ciechi, essere come si dice<br />
in grazia. Due cecità. Soffrire per i mobili e temere<br />
il silenzio, la vastità di non sedersi.<br />
In effetti<br />
non so se sia ansia, ma è igiene. Il mio<br />
amore no. Mi libero<br />
dal gelo a volte ma mai dalla libertà cui<br />
sbatto la testa ad elastico. Il lutto<br />
di capire va più in là della morte. Assodato.<br />
La porterò<br />
nel mio cervello intimo: Madrid. Come si dice al cinema, tu<br />
puoi aspettarti tutto da me.</p>
<p>Nella stanza mi dicono &#8220;Victor&#8221;. Già lo sapevo, ma il chiasso<br />
va sopra lo zenith eppure siamo<br />
solo tre su un divano. Da che frigorifero viene<br />
tanto bianco freddo e spuma e un ridere surgelato<br />
e amore? Da Victor marinaio che lascia Lama<br />
per Chelo, vino bianco e pesci del bar, per la casa.<br />
Macellaio! ancora mi dico, che cuore però e che polmone,<br />
che orecchio. Ecco un uomo.</p>
<p>Si crede d’amare bene se si sa<br />
molto, la qualità ad esempio, balle simili. Il mondo<br />
non è cattivo abbastanza e per fortuna<br />
è cieco. Victor<br />
con spalle da incrociatore eppure è basso, tanto<br />
breve che lo tengo in mano se voglio: un essere<br />
vale per la luce, nient&#8217;altro. Poi,<br />
più in là di tutte le cose, sorprendente, tira<br />
su dalle calze un modo di tenersi in piedi che dà<br />
l&#8217;idea d&#8217;un attore.</p>
<p>Vedo Chelo nell&#8217;aldilà, già morta prendere<br />
qualcosa per la coda, mettersi ferma, farsi nuda girarsi<br />
come una penna a sfera e scrivere. Quante<br />
firme, e quel collo di zebra classica più lungo, più<br />
nero finché Victor<br />
la ferma sul bianco da giocatore. È calmo<br />
lui, anche in foia.</p>
<p>Salirò dalle pompe dell&#8217;intestino, lo prometto, come un bravo<br />
marinaio al torace. Giacché finché non avrò un ricordo saldo almeno<br />
quanto la matematica non sarò, poniamo, un uomo.</p>
<p>Nel sogno il mio cane seguiva due globi lucenti: a tre zampe<br />
per camion e prati era tutto lui, tubo in fuori o cannone, le belle<br />
labbra sui denti. Poi, finalmente cadde e disteso gli crebbe<br />
la quarta gamba. Scordo<br />
la psicanalisi alla porta del corridoio: è la memoria<br />
a ossessionarmi, non l&#8217;orma della mente.</p>
<p>Dovrò farmela quella tavola pitagorica ch&#8217;è<br />
il passato. Javier ad esempio. Scuole andare così una vita, non dà<br />
carattere. C&#8217;è chi arriva a incontrarsi di schianto ma si mette<br />
da torero di lato; poi sta lì, senza guardarsi nemmeno. Javíero<br />
sembra una cosa uccisa da venti anni, quanti ne ha. Non so<br />
ricordarlo, neppure i tanti amici che ci fissiamo un metro dietro<br />
noi stessi. E poco, eppure in quel metro si casca<br />
col difetto delle pernici.</p>
<p>Non trovo me stesso negli altri; se vedo è solo<br />
il cavallo nero di Madrid, nel parco d&#8217;arte contemporanea. Lo guardo<br />
dal cancello e sono l&#8217;unico a farlo. Alto quanto<br />
una fonte ha il cervello all&#8217;aria, ferro, morto più ancora di Trinì<br />
che si trincia l&#8217;ovale in due se le parlo. M&#8217;ama, in un bar, mi dà<br />
ditate con fronte di carbone grezzo e io divago in mezzo a tutto,<br />
in mare, con biblioteche che per fare bene davvero vanno ereditate.<br />
Mica storie.</p>
<p>Così divago e giuro su altro: sui cannoni, imprese, sulle strade.<br />
Per essere al passo compro il quadro d&#8217;una balena col corpo<br />
aperto. Pare la più buona ghiacciaia del mondo, il fegato uranio,<br />
e pompe e isolatori d&#8217;acciaio. Digerisce tutto, quel corpo, anche<br />
fermo: gli occhiali dell&#8217;ottico Ochoa, le reclam sui muri, persino<br />
un bottone vi vedo o l&#8217;ottone della memoria che credo importante<br />
per un uomo. Sbaglierò?</p>
<p>In calle Prado 31 c&#8217;è un bracciale nella vetrina d&#8217;antiquario:<br />
lo compro da sette mesi, gli dico ciao, sono bello nel dirlo. Allora<br />
scordarmi della cultura m&#8217; p are il più sublime segno d&#8217;essere<br />
spietato. Me stesso. Per questo le biblioteche sono gole artiche che ho già<br />
visto, forche; vi passo addosso mentre tanti pazzi dicendo &#8220;Musil&#8221;<br />
o &#8220;rettorica&#8221; o, quel che è peggio &#8220;Borges&#8221;.</p>
<p>Sarò uomini in fila, sarò oggetti, niente individuale. Mi vedrò<br />
distante al cinema, mai al centro. Tante strade, gente<br />
che scordo. Sarò lo scordiere, il visiere, il marinaio che perde<br />
acqua e in tasca si mette balene come ancore. Non si scorda certo<br />
il mestiere. Questo almeno.</p>
<p>Davvero le idee globali non sono<br />
molto, come dire essere rivoluzionari<br />
non vedendo il contrario. Le chiameremo allora fedi ferme.</p>
<p>Se entro<br />
in casa di Chelo, io<br />
mangio. Ma chiunque può farlo, lo fa Guisando<br />
che è un paese, lo fa il mondo e la radio, le malattie<br />
e le bestie, qualunque idea giacché lei dice<br />
che si ama in totale. E non sceglie.</p>
<p>Mi chiedo<br />
se sia felice e anche altro. E perché<br />
penso al gas di cucina sempre che odora fino a un metro e<br />
potrebbe uccidere, ma l&#8217;hanno<br />
così reso umano fino al silenzio. Di ogni<br />
cosa dunque fanno tutti<br />
il contrario. Allora?</p>
<p>Chelo non mi crede né capisce; ballano<br />
le cose in tondo. Io non ho che un pensiero, niente<br />
fede, chiodo magari: che l&#8217;amore<br />
è parziale sempre e per sua<br />
misura supera di poco l&#8217;altezza d&#8217;un cavallo ed è<br />
solo ma uccide, per stare al mondo e fa bene,<br />
chiunque altro.</p>
<p><em>(Tratto da: Madrid &#8211; ristampe Biagio Cepollaro E-dizioni. Prima edizione: Corpo 10, Milano, 1987. Immagine: Rosemarie Trockel, &#8220;Ohne Titel&#8221;)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/26/da-madrid-1987/">Da: Madrid (1987)</a></p>
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