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	<title>Nazione Indiana &#187; david foster wallace</title>
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		<title>L&#8217;iPhone e il re pallido</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 07:32:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
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<p>Dalla viva voce di Alessandro Baricco alle colonne del Venerdì di Repubblica: <em>Fondare una scuola, aprire un teatro, inventare un certo modo di fare televisione sono operazioni più simili all’arte che all’artigianato. L’iPhone, che è la risultante di molte cose, vi è certamente più vicino </em>[all’arte] <em>che non</em> Infinite Jest <em>di Foster Wallace</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/26/liphone-e-il-re-pallido/">L&#8217;iPhone e il re pallido</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/26/liphone-e-il-re-pallido/wallace/" rel="attachment wp-att-41472"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/wallace-300x200.jpg" alt="" title="wallace" width="300" height="200" class="alignnone size-medium wp-image-41472" /></a></p>
<p>Dalla viva voce di Alessandro Baricco alle colonne del Venerdì di Repubblica: <em>Fondare una scuola, aprire un teatro, inventare un certo modo di fare televisione sono operazioni più simili all’arte che all’artigianato. L’iPhone, che è la risultante di molte cose, vi è certamente più vicino </em>[all’arte] <em>che non</em> Infinite Jest <em>di Foster Wallace</em>. Ok, diciamo pure che resto colpito da tale affermazione, ma colpito come una martellata sul dito più piccolo e indifeso. <span id="more-41471"></span>Metto il mignolo in bocca, e aspetto che il dolore si sciolga. Il dolore del tutto particolare e contemporaneo proviene dal fatto che per un attimo immagino che tale affermazione abbia senso e ragionevolezza e sia capace di registrare i limiti e la complessità del mondo, anche se non è vero. Il dolore da mignolo in bocca alle nove del mattino mentre mi soffermo su uno dei periodici più diffusi e influenti sul frastagliato territorio nazionale è quello di chi immagina che tale affermazione rilasciata da uno degli scrittori italiani più letti e amati sia tutto sommato anche abbastanza facile e abbordabile e condivisibile dalla maggioranza dei lettori, affermazione che non sposta alcuna intelligenza e che non mette nessuno in discussione. Dolore o, ancora meglio, piccolo fulmineo spasmo interiore che riporta nell’alto dei cieli la stella polare di una massima di David Foster Wallace, cioè che per essere onesti, e fare e/o dire e/o scrivere la cosa giusta, bisognerebbe sempre far parlare la Parte Di Te Che Ama invece che La Parte Di Te Che Vuole Essere Amata in seguito ad affermazioni facili e abbordabili e condivisibili in seno a una maggioranza di persone che ha già fatto di te un idolo a cui prestare attenzione e che indubbiamente a monte già pensa come te, di comune accordo, finendo per rafforzare non solo il carico indotto di amorevole attenzione che La Parte Dello Scrittore Che Vuole Essere Amato già di per sé richiede e pretende di attirare, ma in questo caso anche i luoghi comuni e le opzioni più scontate dell’opinione pubblica. Piccolo spasmo interiore che si disinteressa completamente della polemica e dell’opinione pubblica e che duplica e triplica nei giorni seguenti la sua portata proprio per come tale affermazio-ne ha ingiallito la figura di David Foster Wallace, a tutto discapito del suo lavoro e della sua generosità, del suo sforzo costante di fare il massaggio cardiaco ad ogni particella della nostra umanità che per disattenzione e pigrizia finirebbe per avvizzire, la cura e l’attenzione verso il prossimo in particolare, lo fatica quotidiana di capire cosa ci lega al nostro prossimo nonostante questo ci tagli la strada con il Suv o abbia un lunghissimo imbarazzante riporto o rida col risucchio in fondo alla parabola di un raccontino razzista o riveda la nostra dichiarazione dei redditi con i lineamenti ispessiti dalla più atroce noia mai comparsa in natura. Poi penso al walkman. Penso al vhs. Per ripulirmi dal wrestling, l’iPhone con il ginocchio schiacciato sullo sterno di <em>Infinite Jest</em>, ripenso al walkman, al vhs, a tutta la tecnologia sfornata sotto l’impulso di un incredibile intelligentissimo lavorio umano, il design o la fattura o i microchip della tecnologia che è stata espulsa una volta per tutte dall’orizzonte della nostra esistenza, o che è stata ridimensionata o rivista e corretta in ulteriori formati, i quali non potranno nulla contro l’usura del tempo e i plug-in della conoscenza e le rivoluzioni scientifiche. Se l’iPhone ci insegna qualcosa, è la convergenza e l’interconnessione, il fatto che ognuno di noi sia un piccolo grande nodo da cui passa e si raccorda il mondo. Ma questo già lo sapevamo. È pratica comune riconoscerlo nelle nostre avventure quotidiane regolate dalle <em>app</em> e dal touchscreen. È il medium il messaggio, diceva Marshall McLuhan, e questo non fa che sciogliere il dolore dopo tutti questi giorni. La letteratura, la vera letteratura, è un’altra cosa. Tra le tante, non si usura, non viene superata, sprigiona fantasmi incubi tenerezze anche dopo secoli, riconfigura il passato e il presente e il futuro, ci rende meno soli, ci mette in contatto con tutti ed ogni cosa, dirama il potere dell’empatia, ripopola la desertificazione a macchie della consapevolezza, allarga i limiti del nostro linguaggio che in fondo sono i limiti del nostro mondo, ma non ci consola né ci salva, questo lo sapeva benissimo anche uno tra i migliori scrittori che io abbia mai conosciuto. Finito <em>Il re pallido</em>, prima o poi riprenderò in mano <em>Infinite Jest</em>. Riposa in pace, David.</p>
<p><em>Questo testo fa parte di una rubrica bisettimanale</em>, Hashtag, <em>ed è stato pubblicato su Vicolo Cannery (http://www.vicolocannery.it/) </em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/26/liphone-e-il-re-pallido/">L&#8217;iPhone e il re pallido</a></p>
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		<title>The Pale King</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Sep 2011 06:30:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[DaniMat]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/The_Pale_King.jpg"></a> di <strong>DaniMat</strong></p>
<p><strong>The Pale King</strong>, di <em>David Foster Wallace</em><br />
(Little Brown &#038; Co., USA + Hamish Hamilton, GB per Penguin Europa – pagine 547, Aprile 2011)<br />
(Einaudi, IT – metà Ottobre 2011, traduzione di Giovanna Granato)</p>
<p><strong>Lo scrittore stenografo</strong> – Di Charles Dickens si sa che a 16 anni, dopo 2 o 3 di sfruttamento in fabbrica dove sgobbò per risarcire i debiti di suo padre (finito in carcere col resto della famiglia: metodi Vittoriani, sapete – ndr), imparò la stenografia, e a 18 era il più veloce e preciso stenografo del Parlamento inglese: ci avrete fatto caso, nelle sedute parlamentari c’è sempre qualcuno, in genere una donna, seduto a un banchetto posto al centro, tra gli scranni del consiglio dei ministri e l’emiciclo opposto (l’intero, appunto, arco parlamentare), che digita meccanicamente su un apparecchio – sta stenografando per verbalizzare la seduta in corso, ora in tecnologia digitale, ai tempi del grande romanziere in erba con carta inchiostro e pennino.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/25/the-pale-king/">The Pale King</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/The_Pale_King.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/The_Pale_King.jpg" alt="" title="The_Pale_King" width="160" height="212" class="alignleft size-full wp-image-40151" /></a> di <strong>DaniMat</strong></p>
<p><strong>The Pale King</strong>, di <em>David Foster Wallace</em><br />
(Little Brown &#038; Co., USA + Hamish Hamilton, GB per Penguin Europa – pagine 547, Aprile 2011)<br />
(Einaudi, IT – metà Ottobre 2011, traduzione di Giovanna Granato)</p>
<p><strong>Lo scrittore stenografo</strong> – Di Charles Dickens si sa che a 16 anni, dopo 2 o 3 di sfruttamento in fabbrica dove sgobbò per risarcire i debiti di suo padre (finito in carcere col resto della famiglia: metodi Vittoriani, sapete – ndr), imparò la stenografia, e a 18 era il più veloce e preciso stenografo del Parlamento inglese: ci avrete fatto caso, nelle sedute parlamentari c’è sempre qualcuno, in genere una donna, seduto a un banchetto posto al centro, tra gli scranni del consiglio dei ministri e l’emiciclo opposto (l’intero, appunto, arco parlamentare), che digita meccanicamente su un apparecchio – sta stenografando per verbalizzare la seduta in corso, ora in tecnologia digitale, ai tempi del grande romanziere in erba con carta inchiostro e pennino. Dickens imparò bene quel mestiere per non tornare a lavorare in fabbrica, dove, come poi avrebbe raccontato sempre, l’infanzia veniva sfruttata, come le donne, secondo un sistema assistenziale e vessatorio mai messo realmente in discussione, anzi ‘religiosamente’ dato per scontato: Dickens lo denunciò, anche se non rinunciò mai al tono comico, all’ironia lieve, arrotondandone forse troppo la ferocia, per quanto la sua cosiddetta “letteratura per ragazzi” è zeppa di criminali prostitute orfani ragazze–madri violenze e violazioni, e tutta una società attorno costruita e mantenuta uguale per vessare i deboli e conservare i privilegi ai forti.<br />
<span id="more-40150"></span><br />
<strong>Udite: questa non è fiction!</strong> – Nel suo romanzo postumo, David Foster Wallace ci avvisa che tutto ciò che il libro contiene è autentico, è anzi basato perlopiù su un materiale freneticamente e doviziosamente annotato molti anni fa, nella fase sua più compulsiva della scrittura, e cioè negli anni del primo periodo universitario (come studente ancora, non ancora come docente) e soprattutto tra il 15 maggio 1985 e giugno 1986, cioè nei tredici mesi che Dave Wallace trascorse come impiegato di infimo livello (GS-9) negli uffici di una localissima filiale (a Peoria, IL.) della Agenzia delle Entrate americana (IRS = Internal Revenue System). La gran mole di quei materiali non è stata propriamente stenografata ma certamente raccolta a velocità supersonica e con lena instancabile visto che “gli appunti” che nel libro sono stati elaborati contengono persino le trascrizioni fedeli di conversazioni tra impiegati o le sedute di addestramento dei nuovi ‘rotes’ reclutati a cura dell’amministrazione, riportando anche, anzi soprattutto, il fitto chiacchiericcio insulso, tra gossip e luoghi comuni, tra gergo impiegatizio e commenti sui manager delle alte sfere o anche delle sfere appena di poco superiori, che in genere sarebbe saggio ‘tagliare’, specie per il fatto che, essendo materiale autentico, gronda superfluo. </p>
<p><strong>Anche l’editor vuole la sua parte</strong> – In effetti Dave Wallace non ha finito questo lavoro. Non lo ha portato a termine perché si è tolto la vita prima, esattamente il 12 settembre 2008, quando sua moglie tornando a casa lo ha trovato impiccato nel patio della loro casa. Dunque, a mettere le mani sull’immensa mole di appunti e capitoli (appena abbozzati, a volte consistenti in sole scalette, altre volte dall’aria più compiuta o quasi definita: mille pagine, pare, in 150 unità non sempre assimilabili a capitoli), è stato il fido editor Michael Pietsch, che pare proprio (se per grande mestiere o grande confidenza col mondo di DFW, talento dolente e perfezionista, o se per magica miscela di entrambi) abbia esaltato, nello sfoltimento e nell’assortimento, l’arte che conosciamo esser propria di Dave Wallace, e abbia anche saputo far passare indenne e nitido l’intento narrativo di questo libro, crediamo dolorosamente chiaro a un certo punto al suo autore proprio nel corso di quell’esperienza prodigiosa che è l’attraversamento nella scrittura.</p>
<p><strong>Minute misery</strong> – Bene, immergendovisi fin sopra i capelli, lo scopo dell’autore è proprio mostrare quella miseria di cui dicevamo, pur vissuta da chi ne è opaco protagonista come necessaria e insostituibile (lo sappiamo, tutti anneghiamo, seppure spesso riluttanti, nella cronaca, nelle minuzie, nella minutaglia che zavorra implacabilmente le nostre già non lievi esistenze): proprio perciò tutto quel plumbeo <em>di più</em> viene tenuto, e diventa l’oggetto, con poche distrazioni, con poche valvole in cui rifiatare, di quel narrare, con molta insistenza sui dettagli, con scarsa economia di scrittura benché il ‘core business’ del libro non sia poi altro che l’economia americana e il sistema esattorial–fiscale sul quale essa poggia, con scricchiolii lontani più di recente divenuti crolli e tradotti dai fatti in sconcertante declassamento.</p>
<p><strong>Attenzione, il materiale non è stato lasciato grezzo in assoluto</strong> – Viceversa quel materiale è stato sapientemente trattato da questo magnifico artigiano e molatore della lingua, con un tale mestiere, così ricco di risorse tecniche e fonomorfologiche, che il tessuto di questa scrittura va rimandato alla fonte prima della indomita urgenza narrativa umana, la poesia, il format per eccellenza dei grandi romanzi modulari antichi. Ricorrono gli amatissimi acronimi e le spontanee allitterazioni, è tutto un fiorire di litòti che sono indizi anzi prove di una filosofia dell’esistenza in cui non c’è spazio per l’ipocrisia o la superficialità d’approccio alla realtà, ma vige invece una irrinunciabile immersione, senza risparmio e senza rinunce, proprio in ciò da cui chiunque distoglierebbe infastidito o atterrito lo sguardo.</p>
<p><strong>La scrittura come gorgo</strong> – Segno di questa idea di scrittura concepita come un gorgo non innocuo (eccovi scodellata una bella litòte), come un abisso che afferra e attrae, cui dunque non si resiste (sussistendo in Dave Wallace scarsa volontà di resistenza), sono i periodi lunghi, classificabili come composti–complessi, intessuti d’una sintassi vertiginosa, ma anche, direi parimenti, il numero ingente di note a piè di pagina (le cosiddette ‘footnotes’) che contaminano il libro (già ibridato come mémoir, dunque non–fiction, benché il procedimento d’esposizione sia poi d’impianto narrativo saldo) con una sostanziale struttura saggistica, per un intento appunto preciso.<br />
Dunque intanto una lode speciale va alla traduttrice, Giovanna Granato, che già per gli ultimi titoli del nostro DFWtradotti in Italia, cioè da quando i diritti sui suoi libri sono stati acquisiti da Einaudi, è la eroica traduttrice di questo grande scrittore, dotato di un talento immenso che è stato per lui anche una dannazione e credo (azzardo) lo abbia alla fine divorato. </p>
<p><strong>Dunque, l’intento preciso del libro</strong>: raccontare per conoscerlo il tragitto perverso che ha reso gli Stati Uniti un Grande Paese che pure ha incubato tutti i prodromi della propria autodistruzione: un colosso d’argilla a lento sgretolamento, un re glorioso ora in affanno, smunto, pallido, malaticcio, febbricitante di una febbricola che ogni tanto ha dei picchi massimi particolarmente sfibranti. Accadde nel 1929, è accaduto parzialmente nel corso del doppio mandato del Presidente/Attore, Ronald Reagan, in piena Reaganomics (la linea sportiva dell’economia americana che generò parimenti lavoro e inflazione, allegria d’investimenti e principio di ogni successiva débacle), fino a tutti i frutti maturati nelle rovinose gestioni (Bush, ndr) successive e approdati al crollo dal 2004 in poi, fino al declassamento recente di cui si diceva. </p>
<p><strong>Il sottosuolo dostoevskjiano è un fortino insidiato</strong> – L’obiettivo su cui insiste ciò che Dave Wallace ci documenta e ci racconta qui ‘trovandolo’, cioè rivelandolo anche a se stesso attraverso quello strumento conoscitivo formidabile che è la scrittura, è comprendere quanto, e quanto a fondo, l’economia e la sua ricaduta sociale entrano non solo nel quotidiano delle persone, ma nella loro mente, nei loro cuori, nelle loro relazioni, spesso determinandoli.<br />
Nel libro si aggirano creature grigie, opacizzate dalla continua disconnessione di sé da sé stesse a causa della particolare realtà che domina le loro vite, e tende, perlopiù riuscendoci, ad allontanarli dalla loro vita vera. Il libro è in effetti la documentazione del braccio di ferro, meglio ancora del tira–e–molla degl’individui con la realtà che spesso, soverchiante, viene confusa con la vita e accettata come normalità, pur essendo tragedia latente riconoscibile. </p>
<p><strong>Rotes &#038; routines </strong>– La maggior parte dei personaggi che volteggiano in questo walzer amaro è costituita dai rotes (esaminatori dei profili fiscal-esattoriali dei contribuenti americani – sapete bene quanto negli Stati Uniti ‘il contribuente’ sia agitato come spauracchio dai politici nelle loro campagne elettorali), ultime ruote impiegatizie (ma è solo un’assonanza, ‘rote’ ha a che fare con ‘routine’) del sistema esattoriale, e i loro istruttori e dirigenti. Creature assorbite totalmente nelle proprie mansioni al punto di coincidere con esse, ma dopotutto umane, con delle vite sotto la crosta della divisa di lavoro: l’abito completo, e i loro cappelli – non vi ricorda questo certi film con Jack Lemmon, e certe scene di telefoniste freneticamente intente a infilare spinotti per facilitare connessioni con formule d’espressione stereotipate, tutti asserragliati dietro una condivisa moda media borghese?</p>
<p><strong>I dirigenti e le donne</strong> – Anche i dirigenti sono temuti ma scoloriti – come Leonard Stecyck, alunno diligente alle elementari (1969), che i compagni di scuola buttavano a terra per pisciargli addosso, ma poi fu l’unico a mostrare prontezza e competenze per soccorrere Mr Ingle, docente pure lui ostile, quando nel laboratorio di carpenteria costui maldestramente rimase preso con la mano nella sega a nastro. Un leader, Stecyck, modesto e accurato, ora scolorito nella sua identificazione routinaria di travet della burocrazia economica, con una sua vita vera, dunque individuo degno.<br />
Donne poche. Ma quelle poche o sono delle manager infernali oppure sono gli oggetti prediletti di uomini violenti e rapaci rispetto ai quali le madri le sorelle le nonne le figlie devono difendersi escogitando soluzioni di sottrazione. È memorabile e toccante la scena che vediamo nel capitolo 8 in cui una bambina, per sottrarsi alle vessazioni di uomini arrapati e dispotici, per minuti giace, come le è stato insegnato, immobile senza chiudere le palpebre e senza respirare, fingendosi morta. Non si fa così anche con gli orsi – per fare in modo che l’orso, annusandoti e credendoti senza vita, ti lasci perdere e se ne torni nella boscaglia? Dave Wallace sigla questo episodio con una protesta che è un grido: “for a child is no doll, and does need to blink and breathe” (poiché una bambina non è una bambola, e deve pur chiudere gli occhi e respirare – <em>trad. mia, ndr</em>).</p>
<p><strong>La bocca solleviamo dal fiero pasto</strong> – A libro chiuso, attraversato con lena e resistenza, e con recisa riconoscenza (e so di far parte di una truppa bella corposa), l’affollamento e il caos di attori e scene non impediscono (litòte, di nuovo) di conservare netti i doni che il libro ci lascia. Non solo il nodo aggrovigliato del continuo alternarsi di persona pubblica e persona privata nell’individuo tirato tra percezioni multiple della realtà e del proprio starci dentro, dell’io e del suo allontanamento dal sé, processo irresistibile che può finire per essere dannato e irreversibile, e allargare nella testa un buco dolente tra ricordo vago di una appartenenza e stringente nostalgia del proprio mondo perduto. Ma anche questa definizione del singolo come biella di una macchina complessa in cui il piccolo anello deve roteare governato da un moto meccanico uniforme e finisce macinato via anche quando non si oppone al congegno superiore. </p>
<p><strong>Dave Wallace sparisce – diviene creatura del sistema</strong>. Lo scrittore, che fu un <em>rote </em>per una sorta di servizio civile reso a Peoria (IL) in quei tredici mesi tra il 1985 e il 1986 dopo esser stato scoperto come il ghost writer o autore a pagamento dei research papers dei suoi colleghi di college, volente o nolente fu ingoiato dal sistema. Dovette crescere, perdere l’aura della giovinezza o temporaneamente separarsene. Fu separato da se stesso. Molti anni dopo, anche per ragioni alimentari, ha rielaborato la scottante materia in questo mémoir pur incompiuto. Ho ripensato con prepotenza al saggio di Cynthia Ozick che ho tradotto anni fa per <em>Il Dovere della Felicità</em> (saggio Baldini&#038;Castoldi Dalai del 2000, autori F. La Porta e A. Carrera) in cui l’autrice ebrea americana, analizzando <em>I Sommersi e I Salvati</em>, ultimo libro di Primo Levi, dimostra due cose: dopo decenni finalmente in quel libro esplose la rabbia di Levi tenuta sopita negli altri libri sul lager, e, una volta lasciata esplodere quella rabbia come una liberazione, Primo Levi si uccise. </p>
<p><strong>Il re è pallido: sbiadisce</strong> – Dave Wallace in questo mémoir rimesta nei documenti di una propria parentesi, privata e pubblica a un tempo: rimesta nel grigio opaco delle minute maglie burocratiche in cui vide che individui macinati dalla macchina di base dell’economia del Paese o erano quasi felici o non erano abbastanza ribelli e vide se stesso confuso con essi. Il ragazzone con la testa tante volte cautamente fasciata, ironico e depresso, acuto, facondo, prolisso e digressivo, pieno di fiducia nella letteratura e nella potenza della scrittura, ha visto sbiadire le promesse della propria fede. E si è ritirato dalla partita.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/25/the-pale-king/">The Pale King</a></p>
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		<title>Reale, troppo reale</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/</link>
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		<pubDate>Wed, 29 Oct 2008 14:45:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #808080;">[ Riprendiamo editoriale e apertura del dossier che A. Cortellessa ha curato per lo «Specchio» (novembre 2008). Di G. Pedullà e D. Giglioli gli interventi critici; Antonio Scurati, Laura Pugno, Tommaso Ottonieri, Andrea Bajani gli scrittori invitati a esprimersi sul campo di forze del <em>Reale</em> e sulla possibilità di una sua rappresentazione. È possibile leggere tutto l'inserto <a href="http://issuu.com/passi.falsi/docs/cortellessa" target="_blank">qui</a> DP]</span></p>
<p>di <strong>Andrea Cortellessa</strong></p>
<p>«Il genere umano non può sopportare troppa realtà». Non lo ha detto qualche oscuro sofista della derealizzazione postmoderna. Lo ha detto, e più d’una volta, un grande della modernità più «eroica», quella più esposta al vento della storia, <strong>Thomas Eliot</strong> (si veda <em>Burnt Norton</em>, primo dei <em>Quattro quartetti</em>). Ciò malgrado – e anzi proprio per questo, data la coazione al citazionismo di noi postmoderni – sembrano queste le parole perfette per dar corpo all’evasività superstiziosa, all’esorcismo terrorizzato che ci ha iscritto d’ufficio, come scrive <strong>Antonio Scurati</strong>, a un <em>apprendistato all’irrealtà</em>. L’oroscopo funesto di quel suo libro intelligente, <em>La letteratura dell’inesperienza</em>, non era troppo diverso da quello formulato da <strong>Walter</strong> <strong>Benjamin </strong>nel celebre saggio sul <em>Narratore</em> di <em>Angelus Novus</em>. Se il racconto per antonomasia, in tutta la storia umana, era quello del guerriero che una volta tornato cantava le gesta e le ambagi, il peregrinare e la nostalgia di casa, si accorgeva Benjamin che ora «la gente tornava dal fronte ammutolita, non più ricca, ma più povera di esperienza comunicabile».<span id="more-10225"></span> Solo che l’<em>ora </em>di Benjamin era il 1936; e la guerra restata muta, sigillata in gola a quegli uomini tornati cogli occhi sbarrati, era la Prima guerra mondiale. La grande narrativa della modernità è stata il tentativo strenuo, eroico, di combattere quell’ammutolimento: di premere sulle mascelle, sulla glottide. Per forzare quel blocco. Cosa sono stati Musil e Kafka, Gadda e Céline, se non lo sforzo di alzare la voce (in tutti i sensi) per risvegliarsi e risvegliarci – come diceva un altro di loro, Joyce – dall’incubo della storia? La forza di <em>quella</em> narrativa si scatenava di fronte a interdetti tragici. Più si alzava il livello dello scontro, più quegli scrittori innalzavano se stessi. A fronte di <em>quei </em>veti, i nostri sono barzellette. <em>Quel </em>silenzio era tragico: spezzarlo faceva sanguinare lingua e orecchie. Il nostro è annoiato: interromperlo produce solo rumore di fondo.<br />
E allora l’<em>inesperienza</em> di cui parla Scurati è molto simile, ma è anche molto diversa, da quella diagnosticata da Benjamin. Le assomiglia, certo: come assomiglia, a un padre guerriero, il figlio che (per sua fortuna) non ha dovuto mai sparare un colpo. È vero, siamo una generazione di <em>traumatizzati senza evento traumatico</em>: l’unica esperienza che conosciamo a menadito, l’unico evento che ci ha penetrati in modo capillare, che sappiamo riconoscere – e, ammettiamolo, apprezzare – in tutte le sue sfumature, è proprio l’inesperienza. Per usare la metafora di <strong>Andrea Bajani</strong>, il dente che ci duole davvero è quello che <em>ci hanno già tolto</em>: l’arto fantasma.<br />
È per questo che sempre più di frequente, nei decenni seguiti a quel versante immenso e crudele, gli scrittori si sono trasformati in reporter. Apro <em>Il poeta postumo</em> di <strong>Franco Cordelli</strong> appena riedito, prima pagina: «Il reportage rappresenta l’irruzione del dogmatismo nel processo di organizzazione della realtà e del lessico della realtà». Pare oggi, e invece sono passati esattamente trent’anni: già allora a discutere di «dogmatica dell’iper-realismo». Se «qui» non succede più niente, allo scrittore un mandato sociale resta, in effetti: quello di trasformarsi in bracconiere di atrocità, collezionista di disagi, sommelier di efferatezze. Proprio come dice <strong>Daniele Giglioli</strong>: lo scrittore come qualcuno che va dove noi non andiamo, che ci va <em>al posto nostro</em>. In questo senso non cambia (non cambia qualitativamente) se <em>va</em>, questo scrittore, sulle montagne dell’Afghanistan durante l’invasione sovietica, tra i camorristi che gestiscono i traffici del porto di Napoli, o a seguire Joyce (Michael Joyce) nel tour tennistico ATP. A spartiacque si possono indicare due libri degli anni Sessanta, <em>A sangue freddo</em> di <strong>Truman Capote</strong> e <em>Guerre politiche</em> di <strong>Goffredo Parise</strong> (uscito nel ’76 ma in gran parte scritto e pubblicato in precedenza). Ma erano più o meno gli stessi anni anche quando uscì quel film, <em>Mondo cane</em>, di <strong>Gualtiero Jacopetti</strong>: lì dentro, in fondo, c’erano già (al di là del valore specifico di ciascuno di loro) <strong>William Vollmann</strong> o <strong>Michel Houellebecq</strong>. Per non parlare di <strong>Jonathan Littell</strong>.<br />
Il punto è che tutto questo, in sé, non né un bene né un male. Il punto è <em>cosa succede</em> quando quello scrittore torna, e ci proietta l’horror movie del suo safari nel Reale. Ci lascia indifferenti, ci trasforma in voyeurs, ci fa invidia? È moralistico? È pornografico? È le due cose insieme? Oppure è <em>davvero </em>conoscitivo? <em>Incide </em>sulla nostra mente, come dice Laura Pugno? Ci scoperchia la testa, ci opera a cranio aperto? Sono risposte che può dare solo il singolo lettore, ogni volta che apre un libro. È per questo che mi sento di dar ragione soprattutto a <strong>Gabriele Pedullà</strong>, che una volta avrebbe rischiato di apparire tautologico nel richiamare gli scrittori all’agone con lo <em>stile</em>, a confrontarsi con quell’Altro, quell’oggetto alieno e minaccioso che è vicino, vicinissimo a loro e che, se non stanno attenti, è capace di strozzarli (come capitò a Mallarmé): la loro stessa lingua. Mentre oggi tale richiamo, ai più, appare un vezzo <em>rétro</em>.<br />
Dice bene <strong>Tommaso Ottonieri</strong>: la letteratura sconta un handicap, rispetto ad altre arti. Meno immediata, difficilmente ci metterà di fronte all’<em>astanza </em>del Reale. Provate a dire, di fronte a un <em>Sacco </em>di <strong>Burri</strong>, che «non è realistico»: <em>è lì</em>. La letteratura quel Reale lo può bensì rappresentare, cioè stare in suo luogo. Simboleggiarlo, allegorizzarlo, emblematizzarlo. La storia della letteratura è la storia dei progressivi allontanamenti e dei repentini avvicinamenti, a quel Tremendo: senza mai toccarlo <em>davvero</em>. Il che non toglie, però, che le foto di alcuni di quei safari effettivamente ci <em>tocchino</em>. Ma se lo fanno, spiace dover ribadire simili ovvietà, è per la loro qualità. Sono assolutamente certo che fra trent’anni, quando ripenserò a <em>Gomorra </em>di <strong>Matteo Garrone</strong>, non mi indignerò – come non manco di fare ora, insieme a tutti – per le malefatte dei Casalesi, non solidarizzerò con le disgrazie di <strong>Saviano</strong>. Quello che ricorderò sarà la luce della scena in cui i ragazzi, seminudi nell’acqua, giocano coi mitra. È la scommessa di ogni arte, stavolta senza distinzione: essere presente <em>ora</em>, nell’urgenza e nella rappresentatività dei suoi contenuti. Ma insieme, e soprattutto, esserci domani, cioè idealmente <em>sempre</em>: nella potenza con cui esprime contenuti che, un giorno, ci lasceranno di per sé indifferenti.<br />
Piuttosto che l’11 settembre 2001 – massimo inganno dell’iper-realtà, il suo convincerci di non essere tale – forse un giorno, e più modestamente, vedremo una data epocale, per la letteratura, nel 12 settembre 2008. Se ha dimostrato qualcosa la morte di <strong>David Foster Wallace</strong> è che, moderni o postmoderni che si sia, scrivere e leggere può lasciarci perfettamente indifferenti o, al contrario, fare <em>un’enorme differenza</em>. Mi sono riletto quel che DWF scrisse di <strong>David Lynch</strong>, il cui «vero e unico obiettivo», secondo lui, era «entrarti nella testa». DWF era uno che sapeva spiegare le cose, e spiega benissimo <em>come </em>Lynch in effetti ci entri in testa. Naturalmente, così facendo c’è entrato anche lui, DWF. Con le sue euforie e i suoi ripiegamenti, con la malinconia impaurita di chi è sempre in fuga dal silenzio, col bruciore degli occhi ipercinetici quando sono stanchi, la sera. Con la tentazione di chiuderli, una buona volta, e mandare tutto al diavolo. Scrittore postmoderno? Facciamo scrittore, e basta.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>La rivincita dell’inatteso</strong></p>
<p>È come con la crisi finanziaria. Non si può dire non ce ne fossero indizi, eppure ha preso tutti di sorpresa. Anche in letteratura è successo un po’ lo stesso. Era un po’ che se ne stava lì in latenza, inibito, ogni tanto qualche timido tentativo di sortita. E poi, un giorno, eccolo improvvisamente tornato parola d’ordine. Quale? Il caro vecchio <em>realismo</em>, certo. L’industria culturale ha sempre bisogno di formule semplici da ridurre a slogan. È già pronta la saga: <em>Il ritorno del realismo</em>, Il realismo colpisce ancora, Il realismo contro tutti. Invocare il realismo – mai specificando di <em>quale realismo si tratti</em>, cioè di quale livello di realtà sia chiamato a dar conto – ha fatto sempre gioco alle rivincite del buon senso.<br />
Prima è venuto il cinema, rispolverando l’album di famiglia del neorealismo delle annate buone. Poi l’invasione degli scrittori, all’ammasso dell’eterna fame di <em>storie</em>, fame di identificazione, fame di <em>fatti</em>. Basta con l’autoreferenzialità, l’intellettualismo, il bellettrismo di modernità e posmodernità per una volta unite nell’esecrazione. La pressione sociale sugli autori è massima. Qualche indizio, a un livello un po’ più sofisticato? Qualche settimana fa a Sarzana <strong>Walter Siti</strong> legge un suo testo sul realismo, lo riprende «Il Foglio», gli rispondono <strong>Alfonso Berardinelli</strong> e altri. Poi la rivista «Allegoria» esce con un questionario sul tema <em>Ritorno alla realtà? Narrativa e cinema alla fine del postmoderno</em>. Il postulato è che alla fine degli anni Novanta sia emersa una generazione di scrittori che «hanno sciolto il nodo delle ossessioni teoriche e autoreferenziali postmoderne come Alessandro il nodo di Gordio: tagliandolo». Il curatore dell’inchiesta, <strong>Raffaele Donnarumma</strong>, sa di usare a sua volta l’accetta ma non rinuncia a infarcire il suo intervento di slogan come i seguenti: questi scrittori riscoprono «personaggi credibili […]. Le loro storie vanno prese per buone, cioè per vere – anche se sappiamo bene che si tratta di finzioni»; bisogna «scavalcare la prigione del linguaggio». Punti di riferimento sono individuati nello stesso Siti, in <strong>Antonio Franchini</strong>, in <strong>Mauro Covacich</strong>, ovviamente in <strong>Roberto Saviano</strong>: il quale, brandendo lo stemma di Pasolini, «rivendica una parola diretta».<br />
Conosco Donnarumma, so che non è tipo da falò di Borges in piazza del Campo; però quando leggo che «il realismo è serietà del quotidiano» cioè una «misura di igiene», un certo sentore di <em>arte degenerata</em> non riesco a non avvertirlo. Più che altro mi pare strano questo discorso su una rivista che si chiama <em>Allegoria</em>. Se la pensano così, mi dico, dovrebbero cambiare nome in <em>Tautologia</em>. Poi però vedo che gli scrittori, a questo discorso, non ci stanno proprio. C’è chi è simpatico e chi decisamente meno, ma insomma «la fine del postmoderno è, in realtà, una ripresa lisergica del moderno e della storia, in un’assenza di dimensioni e appiattita sul presente» (<strong>Aldo Nove</strong>); «la vera resistenza oggi è nello stile» (<strong>Antonio Pascale</strong>)… <strong>Vitaliano Trevisan</strong> rivendica addirittura, impavido, la «fuga dalla realtà» (dato il contesto, lo abbraccerei). Certo, c’è <strong>Giuseppe Genna</strong> a spiegarci che «la letteratura è sempre fantastica», mentre per <strong>Nicola Lagioia</strong> «ogni romanzo che ha qualcosa da dire si occupa della realtà» (si vede che qualche tautologo c’è pure da queste parti).<br />
Non starò a ripetere il mantra di Barthes, Baudrillard, Gentile, Cabrini ecc. (Donnarumma – che come s’è visto propone categorie di radicale innovazione – avrebbe buon gioco a definirli «motivi francamente datati»), piuttosto prendo il numero di «Riga» che <strong>Marco Belpoliti</strong> e <strong>Marco Sironi</strong> hanno dedicato a <strong>Gianni Celati</strong>. Uno che non so quanto sia considerato serio e credibile, igienico poi… (però posso testimoniare che a 72 anni ha un aspetto invidiabilmente sano). Fra l’altro c’è un’intervista a Sarah Hill sul documentario (Celati da qualche anno sembra preferire la macchina da presa a quella da scrivere, i precedenti illustri com’è noto non mancano); mi spavento, mi dico, certo che se pure Celati si butta da questa parte siamo al regime, è di nuovo tempo di Ždanov… invece lo sguardo «documentaristico» dei grandi neorealisti, per lui, è la capacità di «guardare tutto, dove tutto diventa singolare, come quando si visita una città in stato di innamoramento». In otto pagine d’intervista la parola <em>realtà </em>viene pronunciata cinque volte, e sempre in accezione negativa. All’inizio la «realtà» è quella guardata alla televisione negli Stati Uniti durante l’invasione dell’Iraq («una realtà tutta fatta di parole e decisa in partenza, che non doveva essere perturbata da niente»). Poi: «non credo che filmando il mondo esterno qualcuno mi documenti  la cosiddetta realtà. Mi mostra delle cose che esistono, ma non per questo evade dalla finzione. Una macchina da presa porta con sé tutto un modo di immaginare il mondo, e trasforma ogni cosa osservata» (ecco, è precisamente questo che mi succede quando leggo uno scrittore vero – più o meno celebre, sia egli Walter Siti o <strong>Paolo Nori</strong>, <strong>Franco Arminio</strong> o <strong>Leonardo Pica Ciamarra</strong> o, si vedrà fra poco, <strong>Francesco Pecoraro</strong> – che mi racconta <em>la sua realtà</em>). Al posto di realtà, parola equivoca fra tutte anche senza le virgolette di Nabokov, Celati preferisce usare una ben differente categoria, <em>contingenza</em>: «questa mi pare l’essenza stessa del documentario: l’esposizione all’inatteso, al fuori, a una situazione contingente che diventa come una dimensione esterna dell’inconscio», insomma «qualcosa che allarghi il pensiero». <em>Contingente</em>, <em>inatteso</em>, altre volte Celati ha predicato l’<em>impensato</em>. Sono tutte forme di contatto, nel suo stile certo, con quella cosa che <strong>Lacan </strong>chiamava <em>Reale</em>, di cui <strong>Hal Foster</strong> già a metà anni Novanta constatava il <em>ritorno </em>(sottotitolo: <em>L’avanguardia alla fine del Novecento</em>). Si capisce che non è ciò che già sappiamo; non è quello che ci hanno raccontato secoli di realismo. Senz’altro non ha niente a che fare con ciò che ci ammanniscono industrie culturali e uffici di propaganda. Al contrario è proprio quello che <em>ancora non sappiamo</em>. Che magari non avremmo alcuna intenzione di sapere. Ma che sta lì, sulla pagina. Se apri il libro, <em>quel </em>libro, lo sai che sei perduto. D’altra parte è proprio per questo che lo hai scelto.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/">Reale, troppo reale</a></p>
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		<title>&#8220;Caro vecchio neon&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Oct 2008 21:30:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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<p><strong><br />
Una tre giorni di reading, incontri, live-set e arte<br />
dedicata a David Foster Wallace (1962-2008)</strong></p>
<p><strong>Firenze &#8211; 28/29/30 Ottobre 2008</strong></p>
<p><strong>Libreria La Cité Via Borgo San Frediano, 20r<br />
28 ottobre ore 21<br />
Melbookstore Via de&#8217; Cerretani, 16r<br />
29 ottobre ore 18<br />
Libreria Feltrinelli Via de&#8217; Cerretani, 30/32r<br />
30 ottobre ore 21<br />
Tan-Gram Via dei Serragli, 3r<br />
28/29/30 ottobre dalle 22.30 circa + mostra “Funhouse”,<br />
dedicata a D.</strong>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/15/caro-vecchio-neon/">&#8220;Caro vecchio neon&#8221;</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/dfw-di-amalia-satizabal.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9580" title="dfw-di-amalia-satizabal" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/dfw-di-amalia-satizabal-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" /></a></p>
<p><strong><br />
Una tre giorni di reading, incontri, live-set e arte<br />
dedicata a David Foster Wallace (1962-2008)</strong></p>
<p><strong>Firenze &#8211; 28/29/30 Ottobre 2008</strong></p>
<p><strong>Libreria La Cité Via Borgo San Frediano, 20r<br />
28 ottobre ore 21<br />
Melbookstore Via de&#8217; Cerretani, 16r<br />
29 ottobre ore 18<br />
Libreria Feltrinelli Via de&#8217; Cerretani, 30/32r<br />
30 ottobre ore 21<br />
Tan-Gram Via dei Serragli, 3r<br />
28/29/30 ottobre dalle 22.30 circa + mostra “Funhouse”,<br />
dedicata a D. F. Wallace dal 28 ottobre al 9 novembre.<br />
Nova Radio-Città Futura fm 101.5 –<br />
28/29/30 ottobre appuntamenti giornalieri, interventi audio, tracklist<br />
Deaphoto Associazione Culturale<br />
28/29/30 ottobre live-set fotografici nei diversi spazi.</strong></p>
<p>curatori e ideatori<br />
<strong>Francesca Matteoni, Gabriele Merlini,<br />
Alessandro Raveggi, Vanni Santoni</strong><br />
collaboratori<br />
<strong>Valeria Farill</strong> e <strong>Lorenzo Orlandini</strong></p>
<p><em>“Caro Vecchio Neon” é un&#8217;iniziativa all&#8217;interno di <a href="http://www.ilpianetalibro.it/generaNews.jsp?id=287&amp;l=it">Ottobre Piovono Libri</a>. I luoghi della lettura 2008.</em><br />
<span id="more-9579"></span></p>
<p><em>Martedì 28, mercoledì 29 e giovedì 30 ottobre, tre librerie, un club, una radio, un team di fotografi, si animeranno per una tre giorni a Firenze dedicata allo scrittore americano David Foster Wallace (1962-2008), tragicamente scomparso il 12 settembre scorso. </em></p>
<p>“Caro Vecchio Neon” promuoverà un circuito di letture, incontri, live-set e arte dedicati alle opere di un autore mondialmente consacrato dai suoi racconti, dai suoi reportage e dal romanzo enciclopedico Infinite Jest, considerato uno dei capolavori del secondo &#8217;900.</p>
<p>“Caro Vecchio Neon” è una festa, che coinvolgerà artisti, musicisti, scrittori, lettori, attori, editori e curatori, in onore di uno scrittore che ha saputo far sorridere e rivoltare le budella, raccontare esperienze di vita vissuta così come l’astrusa matematica dell’infinito. Una festa in cui si presenteranno i progetti editoriali di Las Vegas Edizioni, Alberto Gaffi Editore, Sartorio, minimum fax, per proporre un confronto tra DFW, nato nell&#8217;underground americano delle riviste e nell&#8217;humus delle giovani case editrici, e le energie disponibili attualmente in Italia, legate alle nuove proposte.</p>
<p>Un festa in cui cinque artisti contemporanei si troveranno a dedicare un&#8217;installazione collettiva a DFW. In cui alcuni musicisti e dj comporranno una tracklist ideale di suoni e sensazioni ispirate alla sua opera. In cui decine di lettori daranno il proprio contributo, il proprio ricordo, la propria voce.</p>
<p>“Caro Vecchio Neon” è una sfida lanciata dai suoi curatori alla città, ai suoi lettori, per una cultura del libro, della letteratura e dell&#8217;arte, attiva e non conservativa, in prima istanza curatoriale e mai solo preventiva-imprenditoriale. Per una vera letteratura di massa, colta e accessibile, collettiva, partecipativa e trasversale, che nasca da un&#8217;esigenza di contatto e di urto con il reale.</p>
<p>Per adesioni, <strong>oh lettori!</strong>, alle sessioni di lettura, si devono seguire le istruzioni riportate su:</p>
<p>http://carovecchioneon.wordpress.com</p>
<p><strong>PROGRAMMA</strong></p>
<p><strong># martedì 28 ottobre @ NovaRadio + Libreria La Cité + Tan-Gram</strong></p>
<p>- <strong>ore 19</strong> _ Diretta radiofonica di apertura sulle frequenze di <strong>NovaRadio – Città Futura</strong> fm 101.5 assieme ai curatori della tre giorni.<br />
- <strong>ore 21 </strong>_ presentazione della casa editrice <a href="http://www.lasvegasedizioni.com/"><strong>Las Vegas Edizioni </strong></a>alla <a href="http://lacitelibreria.info/"><strong>Libreria La Cité &#8211; Interno 4</strong></a> , a cura di <strong>Jacopo Nacci</strong> e <strong>Alessandro Raveggi</strong>. Saranno presenti <strong>Andrea Malabaila, Eva Clesis </strong>e il suo ultimo romanzo <a href="http://nuke.ilsottoscritto.it/Recensioni/RecensioniC/ClesisGuardrail/tabid/987/Default.aspx"><em>Guardrail</em></a>, oltre ad altri autori della casa editrice.<br />
- <strong>dalle ore 23 fino a tarda notte </strong>_ reading collettivo degli aderenti presso <a href="http://www.tan-gram.it/">Tan-Gram </a>con lettori, scrittori, operatori e curatori da tutta Italia. Inaugurazione di <strong>“Funhouse: uno spazio d&#8217;arte dedicato a David Foster Wallace”</strong> attraversato dagli artisti <strong>Daria Busoni, Cristiano Coppi, Andreas Schwarzkopf, Andreas Senoner</strong> e dal musicista <strong>Marco Parente </strong>– esposizione curata da <strong>Tan-Gram e Valeria Farill</strong>. Sonorizzazione della serata: <strong>Duo project</strong> – contrabbasso e tastiera elettronica a cura di <strong>Michele Staino</strong>.</p>
<p><strong># mercoledì 29 ottobre @ NovaRadio + Melbookstore Firenze + Tan-Gram</strong></p>
<p><strong>- dalle ore 14 alle 16 _</strong> Interventi in radio dei partecipanti nel palinsesto di <strong><a href="http://www.novaradio.info/">NovaRadio – Città Futura</a></strong>.<br />
<strong>- ore 18 _</strong> presentazione alla <strong><a href="http://www.melbookstore.it/firenze.php">Libreria Melbookstore </a></strong>a cura di <strong>Gabriele Merlini</strong> e <strong>Vanni Santoni </strong>dei libri <a href="http://www.libreriauniversitaria.it/noi-siamo-ancora-vivi-amato/libro/9788861650275"><em>Noi che siamo ancora vivi</em></a> di <strong>Emiliano Amato</strong>, <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/10/08/cagnanza-e-padronanza/"><em>Cagnanza e Padronanza</em></a> di <strong>Peppe Fiore</strong> usciti per <a href="http://www.accainco.it/"><strong>Alberto Gaffi editore </strong></a>e del progetto di collana e antologia <strong>&#8220;Giovani Cosmetici&#8221;</strong> della casa editrice <a href="http://www.sartoriolibri.com/"><strong>Sartorio</strong> </a>. Saranno presenti <strong>Giulia Belloni</strong>, curatrice del progetto “Giovani Cosmetici”, e <strong>Chiara di Domenico</strong>.<br />
<strong>- dalle ore 21.30 fino a tarda notte _</strong> reading collettivo degli aderenti &#8211; punto d’incontro al Tan-Gram. Sonorizzazione delle serata: il trio di elettronica e performance letteraria <a href="http://www.despairs.org"><strong>Despairs! </strong></a> presenta il live-set <em>Per Sempre Lassù. Tributo a David Foster Wallace</em>.</p>
<p><strong># giovedì 30 ottobre Festa di Chiusura @ NovaRadio + Feltrinelli Firenze + Tan-Gram</strong></p>
<p><strong>- ore 11.30 _ </strong>Intervista radiofonica degli autori presenti sulle frequenze di NovaRadio – Città Futura.<br />
- ore 21 _ presentazione alla <a href="http://www.lafeltrinelli.it/fcom/it/home.html?m=94"><strong>Libreria Feltrinelli </strong></a>del libro <a href="http://www.scuolaholden.it/sholden/IFrame/Link.aspx?ID=948">Il tempo materiale </a>di <strong>Giorgio Vasta </strong>per <a href="http://www.minimumfax.com/"><strong>minimum fax </strong></a>a cura di <strong>Cinzia Zanfini, Francesca Matteoni </strong>e <strong>Alessandro Raveggi</strong>.<br />
-<strong> dalle 22.30 _</strong> reading collettivo di chiusura degli aderenti presso gli stessi locali della libreria, con un ricordo dello scrittore <strong>Edoardo Nesi</strong>, traduttore italiano di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Infinite_Jest"><em>Infinite Jest</em></a>.<br />
- Dalle 24.00 fino a tarda notte: punto d’incontro al Tan-Gram. Sonorizzazioni della serata: <em>Molly dj &#8211; Letizia Renzini</em>.</p>
<p>La tre giorni “Caro Vecchio Neon” verrà seguita e documentata dai fotografi di <strong><a href="http://www.deaphoto.it/">Associazione Culturale Deaphoto</a></strong> .</p>
<p>Nel corso delle tre giornate verranno proposti, all&#8217;interno del palinsesto musicale giornaliero di NovaRadio – Città Futura, letture e testimonianze di lettori, autori, traduttori e critici su David Foster Wallace.</p>
<p><strong>contatti: carovecchioneon@gmail.com<br />
Alessandro Raveggi +393389471410<br />
for english speaking people:<br />
Lorenzo Orlandini +393381726658</strong></p>
<p><em><strong>Immagine di Amalia Satizabal</strong></em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/15/caro-vecchio-neon/">&#8220;Caro vecchio neon&#8221;</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Kenyon college and Me</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Oct 2008 13:15:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://Nessuna"></a></p>
<p>di <strong>David Foster Wallace</strong><br />
[traduzione di <strong>Roberto Natalini</strong>]</p>
<p><em>Trascrizione del discorso di David Foster Wallace per la cerimonia delle lauree al Kenyon college, 21 maggio 2005.</em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 14.15pt; text-align: justify;"> </p>
<p>Un saluto a tutti e le mie congratulazioni alla classe 2005 dei laureati del Kenyon college.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/08/kenyon-college-and-me/">Kenyon college and Me</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://Nessuna"><img class="alignnone size-medium wp-image-9353" title="dfwgromit" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/dfwgromit-300x178.jpg" alt="" width="300" height="178" /></a></p>
<p>di <strong>David Foster Wallace</strong><br />
[traduzione di <strong>Roberto Natalini</strong>]</p>
<p><em>Trascrizione del discorso di David Foster Wallace per la cerimonia delle lauree al Kenyon college, 21 maggio 2005.</em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 14.15pt; text-align: justify;"> </p>
<p>Un saluto a tutti e le mie congratulazioni alla classe 2005 dei laureati del Kenyon college. Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all&#8217;altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com&#8217;è l&#8217;acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po&#8217;, e poi uno dei due guarda l&#8217;altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l&#8217;acqua?”<br />
È una caratteristica comune ai discorsi nelle cerimonie di consegna dei diplomi negli Stati Uniti di presentare delle storielle in forma di piccoli apologhi istruttivi. La storia è forse una delle migliori, tra le meno stupidamente convenzionali nel genere, ma se vi state preoccupando che io pensi di presentarmi qui come il vecchio pesce saggio, spiegando cosa sia l&#8217;acqua a voi giovani pesci, beh, vi prego, non fatelo. Non sono il vecchio pesce saggio. Il succo della storia dei pesci è solamente che spesso le più ovvie e importanti realtà sono quelle più difficili da vedere e di cui parlare. Espresso in linguaggio ordinario, naturalmente diventa subito un banale luogo comune, ma il fatto è che nella trincea quotidiana in cui si svolge l&#8217;esistenza degli adulti, i banali luoghi comuni possono essere questioni di vita o di morte, o meglio, è questo ciò che vorrei cercare di farvi capire in questa piacevole mattinata di sole.<br />
<span id="more-9352"></span><br />
Chiaramente, l&#8217;esigenza principale in discorsi come questo è che si suppone vi parli del significato dell vostra educazione umanistica, e provi a spiegarvi perché il diploma che state per ricevere ha un effettivo valore sul piano umano e non soltanto su quello puramente materiale. Per questo, lasciatemi esaminare il più diffuso stereotipo nei discorsi fatti a questo tipo di cerimonie, ossia che che la vostra educazione umanistica non consista tanto “nel fornirvi delle conoscenze”, quanto “nell&#8217;insegnarvi a pensare”.</p>
<p>Se siete come me quando ero studente, non vi sarà mai piaciuto ascoltare questo genere di cose, e avrete tendenza a sentirvi un po&#8217; insultati dall&#8217;affermazione che dobbiate aver bisogno di qualcuno per insegnarvi a pensare, poiché il fatto stesso che siete stati ammessi a frequentare un college così prestigioso vi sembra una dimostrazione  del fatto che già sapete pensare. Ma vorrei convincervi che lo stereotipo dell&#8217;educazione umanistica in realtà non è per nulla offensivo, perché la vera educazione a pensare, che si pensa si debba riuscire ad avere in un posto come questo, non riguarda affatto la capacità di pensare, ma piuttosto la scelta di cosa pensare. Se la vostra assoluta libertà di scelta su cosa pensare vi sembrasse troppo ovvia per perdere del tempo a discuterne, allora vorrei chiedervi di pensare al pesce e all&#8217;acqua, e a mettere tra parentesi anche solo per pochi minuti il vostro scetticismo circa il valore di ciò che è completamente ovvio.</p>
<p>Ecco un&#8217;altra piccola storia istruttiva. Ci sono due tizi che siedono insieme al bar in un posto sperduto e selvaggio in Alaska. Uno dei due tizi è credente, l&#8217;altro è ateo, e stanno discutendo sull&#8217;esistenza di Dio, con quell&#8217;intensità particolare che si stabilisce più o meno dopo la quarta birra. E l&#8217;ateo dice: “Guarda, non è che non abbia ragioni per non credere. Ho avuto anche io a che fare con quella roba di Dio e della preghiera. Proprio un mese fa mi sono trovato lontano dal campo in una terribile tormenta, e mi ero completamente perso e non riuscivo a vedere nulla, e facevano 45 gradi sotto zero, e così ho provato: mi sono buttato in ginocchio nella neve e ho urlato &#8216;Oh Dio, se c&#8217;è un Dio, mi sono perso nella tormenta, e morirò tra poco se tu non mi aiuterai&#8217;.” E a questo punto, nel bar, il credente guarda l&#8217;ateo con aria perplessa “Bene, allora adesso dovrai credere” dice, “sei o non sei ancora vivo?” E l&#8217;ateo, alzando gli occhi al cielo “Ma no, è successo invece che una coppia di eschimesi, che passava di lì per caso, mi ha indicato la strada per tornare al campo.”</p>
<p>È facile interpretare questa storiella con gli strumenti tipici dell’analisi umanistica: la stessa precisa esperienza può avere due significati totalmente diversi per due persone diverse, avendo queste persone due diversi sistemi di credenze e due diversi modi di ricostruire il significato dall&#8217;esperienza. Poiché siamo  convinti del valore della tollerenza e della varietà delle convinzioni, in nessun modo la nostra analisi umanistica vorrà affermare che l&#8217;interpretazione di uno dei due tizi sia giusta a quella dell&#8217;altro falsa o cattiva. E questo va anche bene, tranne per il fatto che in questo modo non si riesce mai a discutere da dove abbiano origine questi schemi e credenze  individuali. Voglio dire, da dove essi vengano dall&#8217;INTERNO dei due tizi. Come se l&#8217;orientamento fondamentale verso il mondo di una persona e il significato della sua esperienza fossero in qualche modo intrinseci e difficilmente modificabili, come l&#8217;altezza o il numero di scarpe, o automaticamente assorbiti dal contesto culturale, come il linguaggio.  Come se il modo in cui noi costruiamo il significato non fosse in realtà un fatto personale, frutto di una scelta intenzionale. Inoltre, c&#8217;è anche il problema dell&#8217;arroganza. Il tizio non credente è totalmente certo nel suo rifiuto della possibilità che il passaggio degli eschimesi abbia qualche cosa a che fare con la sua preghiera. Certo, ci sono un sacco di credenti che appaiono arroganti e anche alcune delle loro interpretazioni. E sono probabilmente anche peggio degli atei, almeno per molti di noi. Ma il problema del credente dogmatico è esattamente uguale a quello del non credente: una certezza cieca, una mentalità chiusa che equivale a un imprigionamento così totale che il prigioniero non si accorge nemmeno di essere rinchiuso. </p>
<p>Il punto che vorrei sottolineare qui è che credo che questo sia una parte di ciò che vuole realmente significare insegnarmi a pensare. A essere un po&#8217; meno arrogante. Ad avere anche solo un po&#8217; di coscienza critica su di me e le mie certezze. Perché una larga percentuale di cose sulle quali tendo a essere automaticamente certo risulta essere totalmente sbagliata e deludente. Ho imparato questo da solo e a mie spese, e così  immagino sarà per voi una volta laureati.</p>
<p>Ecco un esempio della totale falsità di qualche cosa su cui tendo ad essere automaticamente sicuro: nella mia esperienza immediata, tutto tende a confermare la mia profonda convinzione che io sia il centro assoluto dell&#8217;universo, la più reale e vivida e importante persona che esista.  Raramente pensiamo a questa specie di naturale, fondamentale egocentrismo, perché è qualche cosa di socialmente odioso. Ma in effetti è lo stesso per tutti noi. È la nostra configurazione di base, codificata nei nostri circuiti fin dalla nascita. Pensateci: non c&#8217;è nessuna esperienza che  abbiate fatto di cui non ne siate il centro assoluto. Il mondo, così come voi lo conoscete, è lì davanti a VOI o dietro di VOI, o alla VOSTRA sinistra o alla VOSTRA destra, sulla VOSTRA TV o sul VOSTRO schermo. E così via. I pensieri e i sentimenti delle altre persone devono esservi comunicati in qualche modo, ma i vostri sono così immediati, urgenti, reali. </p>
<p>Adesso vi prego di non pensare che io voglia farvi una lezione sulla compassione o la sincerità o altre cosiddette “virtù”. Il problema non è la virtù. Il problema è di scegliere di fare il lavoro di adattarsi e affrancarsi dalla configurazione di base, naturale e codificata in noi, che ci fa essere profondamente e letteralmente centrati su noi stessi, e ci fa vedere e interpretare ogni cosa attraverso questa lente del sé. Le persone che riescono ad adattare la loro configurazione di base sono spesso descritti come “ben adattati”, che credo non sia un termine casuale.<br />
Considerando la trionfale cornice accademica in cui siamo, viene spontaneo porsi il problema di  quanto di questo lavoro di autoregolazione della nostra configurazione di base coinvolga conoscenze effettive e il nostro stesso intelletto. Questo problema è veramente molto complicato. Probabilmente la più pericolosa conseguenza di un&#8217;educazione accademica, almeno nel mio caso, è che ha permesso  di svilupparmi verso della roba super-intellettualizzata, di perdermi in argomenti astratti dentro la mia testa e, invece di fare semplicemente attenzione a ciò che mi capita sotto al naso, fare solo attenzione a ciò che capita dentro di me.<br />
Come saprete già da un pezzo, è molto difficile rimanere consapevoli e attenti, invece di lasciarsi ipnotizzare dal monologo costante all&#8217;interno della vostra testa (potrebbe anche stare succedendo in questo momento). Vent&#8217;anni dopo essermi laureato, sono riuscito lentamente a capire che lo stereotipo dell&#8217;educazione umanistica che vi “insegna a pensare” è in realtà solo un modo sintentico per esprimere un&#8217;idea molto piu significativa e profonda: “imparare a pensare” vuol dire in effetti imparare a esercitare un qualche controllo su come e cosa pensi. Significa anche essere abbastanza consapevoli e coscienti per scegliere a cosa prestare attenzione e come dare un senso all&#8217;esperienza.  Perché, se non potrete esercitare questo tipo di scelta nella vostra vita adulta, allora sarete veramente nei guai. Pensate al vecchio luogo comune della “mente come ottimo servitore, ma pessimo padrone”. Questo, come molti luoghi comuni, così inadeguati e poco entusiasmanti in superficie, in realtà esprime una grande e terribile verità. Non a caso gli adulti che si suicidano con armi da fuoco quasi sempre si sparano alla testa. Sparano al loro pessimo padrone. E la verità è che molte di queste persone sono in effetti già morte molto prima di aver premuto il grilletto.</p>
<p>E vi dico anche quale dovrebbe essere l&#8217;obiettivo reale su cui si dovrebbe fondare la vostra educazione umanistica: come evitare di passare la vostra confortevole, prosperosa, rispettabile vita adulta, come dei morti, incoscienti, schiavi delle vostre teste e della vostra solita configurazione di base per cui “in ogni momento” siete unicamente, completamente, imperiosamente soli. Questo potrebbe suonarvi come un&#8217;iperbole o un&#8217;astrazione senza senso. Cerchiamo di essere concreti. Il fatto puro e semplice è che voi laureati non avete ancora nessun’idea di cosa “in ogni momento” significhi veramente. Questo perché nessuno parla mai, in queste cerimonie delle lauree, di una grossa  parte della vita adulta americana.  Questa parte include la noia, la routine e la meschina frustrazione. I genitori e i più anziani tra di voi sapranno anche troppo bene di cosa sto parlando.</p>
<p>Tanto per fare un esempio, prendiamo una tipica giornata da adulto, e voi che vi svegliate la mattina, andate al vostro impegnativo lavoro da colletto-bianco-laureato-all&#8217;università, e lavorate duro per otto o dieci ore, fino a che, alla fine della giornata, siete stanchi e anche un po&#8217; stressati e tutto ciò che vorreste sarebbe di tornarvene casa, godervi una bella cenetta e forse rilassarvi un po&#8217; per un&#8217;oretta, per poi ficcarvi presto nel vostro letto perché, evidentemente, dovrete svegliarvi presto il giorno dopo per ricominciare tutto da capo. Ma, a questo punto, vi ricordate che non avete nulla da mangiare a casa. Non avete avuto tempo di fare la spesa questa settimana a causa del vostro lavoro così impegnativo, per cui, uscendo dal lavoro, dovete mettervi in macchina e guidare fino al supermercato. È l&#8217;ora di punta e il traffico è parecchio intenso. Per cui per arrivare al supermercato ci mettete moltissimo tempo, e quando finalmente arrivate, lo trovate pieno di gente, perché naturalmente è proprio il momento del giorno in cui tutti quelli che lavorano come voi cercano di sgusciare in qualche negozio di alimentari. E il supermercato è disgustosamente illuminato e riempito con della musica di sottofondo abbrutente o del pop commerciale, ed è proprio l&#8217;ultimo posto in cui vorreste essere, ma non potete entrare e uscire rapidamente, vi tocca vagare su e giù tra le corsie caotiche di questo enorme negozio super-illuminato per trovare la roba che volete e dovete manovrare con il vostro carrello scassato nel mezzo delle altre persone, anche loro stanche e di fretta come voi, con i loro carrelli (eccetera, eccetera, ci dò un taglio poiché è una cerimonia piuttosto lunga) e alla fine riuscite a raccogliere tutti gli ingredienti della vostra cena, e scoprite che non ci sono abbastanza casse aperte per pagare, anche se è l&#8217;ora-di-punta-di-fine-giornata. Cosi la fila per pagare è incredibilmente lunga, che è una cosa stupida e che vi fa arrabbiare. Ma voi non potete sfogare la vostra frustrazione sulla povera signorina tutta agitata alla cassa, che è superstressata da un lavoro la cui noia quotidiana e insensatezza supera l&#8217;immaginazione di ognuno di noi qui in questa prestigiosa Università. </p>
<p>Ma in ogni modo, finalmente arrivate in fondo a questa fila, pagate per il vostro cibo, e vi viene detto “buona giornata” con una voce che è proprio la voce dell&#8217;oltretomba. Quindi dovete portare quelle orrende, sottili buste di plastica del supermercato nel vostro carrello con una ruota impazzita che spinge in modo esasperante verso sinistra, di nuovo attraverso il parcheggio affollato, pieno di buche e di rifiuti, e guidare verso casa di nuovo attraverso il traffico dell&#8217;ora di punta, lento, intenso, pieno di SUV, ecc.</p>
<p>A tutti noi questo è capitato, certamente. Ma non è ancora diventato parte della routine della vostra vita effettiva di laureati, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, anno dopo anno. Ma lo sarà. E inoltre ci saranno tante altre routine apparentemente insignificanti, noiose e fastidiose. Ma non è questo il punto. Il punto è che è proprio con stronzate meschine e frustranti come questa che interviene la possibilità di scelta. Perché il traffico e le corsie affollate del supermercato e la lunga coda alla cassa mi danno il tempo di pensare, e se io non decido in modo meditato su come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e infelice ogni volta che andrò a fare la spesa. Perché la mia naturale configurazione di base è la certezza che situazioni come questa riguardino solo me. La MIA fame e la MIA stanchezza e il MIO desiderio di andarmene a casa, e mi sembrerà che ogni altra persona al mondo stia lì ad ostacolarmi. E chi sono poi queste persone che mi ostacolano? E  guardate come molti di loro sono repellenti, e come sembrano stupidi e bovini e con gli occhi spenti e non-umani nella coda alla cassa, o anche come è fastidioso e volgare che le persone stiano tutto il tempo a urlare nei loro cellulari mentre sono nel mezzo della fila. E guardate quanto tutto ciò sia profondamente e personalmente ingiusto.  </p>
<p>Oppure, se la mia configurazione di base è più vicina alla coscienza sociale e umanistica, posso passare un bel po&#8217; di tempo nel traffico di fine giornata a essere disgustato da tutti quei grossi, stupidi  SUV e Hummers e furgoni con motori a 12 valvole, che bloccano la strada e consumano il loro costoso, egoistico serbatoio da 40 galloni di benzina, e posso anche soffermarmi sul fatto che gli adesivi patriottici e religiosi sembrano essere sempre sui veicoli più grandi e più disgustosamente egoisti, guidati dai più brutti, più incoscienti e aggressivi dei guidatori. (Attenzione, questo è un esempio di come NON bisogna pensare&#8230;) E posso pensare che i figli dei nostri figli ci disprezzeranno per aver sprecato tutto il carburante del futuro e avere probabilmente fottuto il clima, e che noi tutti siamo viziati e stupidi ed egoisti e ripugnanti, e che la moderna civiltà dei consumi faccia proprio schifo, e così via. </p>
<p>Avete capito l&#8217;idea.</p>
<p>Se scelgo di pensare in questo modo in un supermercato o sulla superstrada, va bene. Un sacco di noi lo fanno. Tranne che il fatto di pensare in questo modo diventa nel tempo così facile e automatico che non è più nemmeno una vera scelta. Diventa la mia configurazione di base. È questa la modalità automatica in cui vivo le parti noiose, frustranti, affollate della mia vita da adulto, quando sto operando all&#8217;interno della convinzione automatica e inconscia di essere il centro del mondo, e che i miei bisogni e i  miei sentimenti prossimi sono ciò che determina le priorità del mondo intero. </p>
<p>In realtà, naturalmente, ci sono molti modi diversi di pensare in questo tipo di situazioni. Nel traffico, con tutte queste macchine ferme e immobili davanti a me, non è impossibile che una delle persone nei SUV abbia avuto un orribile incidente d&#8217;auto nel passato, e adesso sia cosi terrorizzata dal guidare che il suo terapista le ha ordinato di prendere un grosso e pesante SUV, così che possa sentirsi abbastanza sicura quando guida. O che quell&#8217;Hummer che mi ha appena tagliato la strada sia forse guidato da un padre il cui figlio piccolo è ferito o malato nel sedile accanto a lui, e stia cercando di portarlo in ospedale, ed abbia quindi leggitimamente molto più fretta di me: in effetti sono io che blocco la SUA strada.</p>
<p>Oppure posso sforzarmi di considerare la possibilità che tutti gli altri nella fila alla cassa del supermercato siano stanchi e frustrati come lo sono io, e che alcune di queste persone probabilmente abbiano una vita molto più dura, noiosa e dolorosa della mia. </p>
<p>Di nuovo, vi prego di non pensare che vi stia dando dei consigli morali, o vi stia dicendo che  dovreste pensare in questo modo, o che qualcuno si aspetta da voi che lo facciate. Perché è difficile. Richiede volontà e fatica, e se voi siete come me, in certi giorni non sarete capaci di farlo, o più semplicemente non ne avrete voglia.</p>
<p>Ma molte altre volte, se sarete abbastanza coscienti da darvi la possibilità di scegliere, voi potrete scegliere di guardare in un altro modo a questa grassa signora super-truccata e con gli occhi spenti che ha appena sgridato il suo bambino nella coda alla cassa. Forse non è sempre così. Forse è stata sveglia per tre notti di seguito tenendo la mano del marito che sta morendo di un cancro alle ossa. O forse questa signora è l&#8217;impiegata meno pagata della motorizzazione, che proprio ieri ha aiutato vostra moglie a risolvere un orribile e snervante problema burocratico con alcuni piccoli atti di gentilezza amministrativa.  </p>
<p>Va bene, nessuno di questi casi è molto probabile, ma non è nemmeno completamente impossibile. Dipende da cosa volete considerare. Se siete automaticamente sicuri di sapere cos&#8217;è la realtà, e state operando sulla base della vostra configurazione di base, allora voi, come me, probabilmente non avrete voglia di considerare possibilità che non siano fastidiose e deprimenti. Ma se imparate realmente a concentrarvi, allora saprete che ci sono altre opzioni possibili. Avrete il potere di vivere una lenta, calda, affollata esperienza da inferno del consumatore, e renderla non soltanto significativa, ma anche sacra, ispirata dalle stesse forze che formano le stelle: amore, amicizia, la mistica unità di tutte le cose fuse insieme. Non che la roba mistica sia necessariamente vera. La sola cosa che è Vera con la V maiuscola è che sta a voi decidere di vederlo o meno. </p>
<p>Questa, credo, sia la libertà data da una vera educazione, di poter imparare ad essere “ben adattati”. Voi potrete decidere con coscienza che cosa ha significato e che cosa non lo ha. Potrete scegliere in cosa volete credere. Ed ecco un&#8217;altra cosa che può sembrare strana, ma che è vera: nella trincea quotidiana in cui si svolge l&#8217;esistenza degli adulti non c&#8217;è posto per una cosa come l&#8217;ateismo. Non è possibile non adorare qualche cosa. Tutti credono. La sola scelta che abbiamo è su che cosa adorare. E forse la più convincente ragione per scegliere qualche sorta di dio o una cosa di tipo spirituale da adorare – sia essa Gesù Cristo o Allah, sia che abbiate fede in Geova o nella Santa Madre Wicca, o nelle Quattro Nobili Verità, o in qualche inviolabile insieme di principi etici – è che praticamente qualsiasi altra cosa in cui crederete finirà per mangiarvi vivo. Se adorerete il denaro o le cose, se a queste cose affiderete il vero significato della vita, allora vi sembrerà di non averne mai abbastanza. È questa la verità. Adorate il vostro corpo e la bellezza e l&#8217;attrazione sessuale e vi sentirete sempre brutti. E quando i segni del tempo e dell&#8217;età si cominceranno a mostrare, voi morirete un milione di volte prima che abbiano ragione di voi. Ad un certo livello tutti sanno queste cose. Sono state codificate in miti,  proverbi, luoghi comuni, epigrammi, parabole, sono la struttura di ogni grande racconto. Il trucco sta tutto nel tenere ben presente questa verità nella coscienza quotidiana.<br />
Adorate il potere, e finirete per sentirvi deboli e impauriti, e avrete bisogno di avere sempre più potere sugli altri per rendervi insensibili alle vostre proprie paure. Adorate il vostro intelletto, cercate di essere considerati intelligenti, e finirete per sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere scoperti. Ma la cosa insidiosa di queste forme di adorazione non è che siano cattive o peccaminose, è che sono inconsce. Sono la configurazione di base. </p>
<p>Sono forme di adorazione in cui scivolate lentamente, giorno dopo giorno, diventando sempre più selettivi su quello che volete vedere e su come lo valutate, senza essere mai pienamente consci di  quello che state facendo. </p>
<p>E il cosiddetto “mondo reale” non vi scoraggerà dall&#8217;operare con la configurazione di base, poiché il cosiddetto “mondo reale” degli uomini e del denaro e del potere canticchia allegramente sul bordo di una pozza di paura e rabbia e frustrazione e desiderio e adorazione di sé. La cultura contemporanea ha imbrigliato queste forze in modo da produrre una ricchezza straordinaria e comodità e libertà personale. La libertà di essere tutti dei signori di minuscoli regni grandi come il nostro cranio, soli al centro del creato. Questo tipo di libertà ha molti lati positivi. Ma naturalmente vi sono molti altri tipi di libertà, e del tipo che è il più prezioso di tutti, voi non sentirete proprio parlare nel grande mondo esterno del volere, dell&#8217;ottenere e del mostrarsi. La libertà del tipo  più importante richiede attenzione e consapevolezza e disciplina, e di essere veramente capaci di interessarsi ad altre persone e a sacrificarsi per loro più e più volte ogni giorno in una miriade di modi insignificani e poco attraenti. </p>
<p>Questa è la vera libertà. Questo è essere istruiti e capire come si pensa. L&#8217;alternativa è l&#8217;incoscienza, la configurazione di base, la corsa al successo, il senso costante e lancinante di aver avuto, e perso, qualcosa di infinito. </p>
<p>Lo so che questa roba probabilmente non vi sembrerà molto divertente o ispirata, come un discorso per questo di genere di cerimonie dovrebbe sembrare. In questo consiste però, per come la vedo io, la Verità con la V maiuscola, scrostata da un sacco di stronzate retoriche. Certamente, siete liberi di pensare quello che volete di tutto questo. Ma per favore non scartatelo come se fosse una sermone ammonitorio alla Dr. Laura. Niente di questa roba è sulla morale o la religione o il dogma o sul grande problema della vita dopo la morte. La Verità con la V maiuscola è sulla vita PRIMA della morte. È sul valore reale di una vera istruzione, che non ha quasi nulla a che spartire con la conoscenza e molto a che fare con la semplice consapevolezza, consapevolezza di cosa è reale ed essenziale, ben nascosto, ma in piena vista davanti a noi, in ogni momento, per cui non dobbiamo smettere di ricordarci  più e più volte:  “Questa è acqua, questa è acqua.”</p>
<p>È straordinariamente difficile da fare, rimanere coscienti e consapevoli nel mondo adulto, in ogni momento. Questo vuol dire che anche un altro dei grandi luoghi comuni finisce per rivelarsi vero: la vostra educazione è realmente un lavoro che dura tutta la vita. E comincia ora. </p>
<p>Auguro a tutti una grossa dose di fortuna.</p>
<p><strong>note</strong><br />
<em>Questo discorso segue la trascrizione dal video della conferenza, fatta da un appassionato lettore di Wallace, ed è fedele quindi al testo effettivamente pronunciato in quella occasione. Il testo originale inglese si può trovare qui: http://www.marginalia.org/dfw_kenyon_commencement.html. Sono stati eliminati solo un paio di commenti fatti a voce da Wallace stesso. Una versione leggermente diversa è apparsa nel 2006 nel libro “The Best American Nonrequired Reading 2006″ per poi essere parzialmente ripresa dal Wall Street Journal nell’edizione del 19 settembre 2008</em>.</p>
<p><em>La Dr. Laura è la Dott.ssa Laura Catherine Schlessinger, autrice di alcuni libri, opinionista, spesso presente in trasmissioni radiofoniche. Nota per i suoi sermoni moralistici, risponde alle domande poste per telefono dagli ascoltatori. Nel suo blog ha avuto modo di scrivere frasi che denotano una scarsa sensibilità, dopo la scomparsa di Wallace</em>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/08/kenyon-college-and-me/">Kenyon college and Me</a></p>
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		<title>&#8220;A fellow of infinite jest&#8221;</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/09/19/a-fellow-of-infinite-jest/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 19 Sep 2008 12:15:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[commiato]]></category>
		<category><![CDATA[david foster wallace]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>&#8220;A proposito, lo so che questa parte è noiosa e probabilmente ti annoia, ma si fa assai più interessante quando arrivo alla parte in cui mi uccido e scopro quello che succede subito dopo che una persona muore”. <em>Caro vecchio neon</em>, DAVID FOSTER WALLACE</p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Domenica, 14 settembre 2008.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/19/a-fellow-of-infinite-jest/">&#8220;A fellow of infinite jest&#8221;</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;A proposito, lo so che questa parte è noiosa e probabilmente ti annoia, ma si fa assai più interessante quando arrivo alla parte in cui mi uccido e scopro quello che succede subito dopo che una persona muore”. <em>Caro vecchio neon</em>, DAVID FOSTER WALLACE</p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Domenica, 14 settembre 2008. Sono all’internet point di Judd Street, nel quartiere londinese di Bloomsbury: sullo schermo appare la foto di un noto scrittore americano dai capelli lunghi, il volto aperto, un po’ malinconico. Sotto l’immagine due numeri, 1962 e 2008, un arco di 46 anni, una nascita ed una morte. Non riesco a focalizzare subito cosa ho davanti. Poi mentalmente una sequenza di altri scatti, lo stesso uomo &#8211; accovacciato contro un muro di mattoni accanto ad un cane come un barbone; con occhiali che legge e sorride davanti ad un microfono; con bandana larga, bianca, l’immagine che preferisco, che guarda pensieroso qualcosa in basso, forse un libro che sta autografando. <strong>David Foster Wallace </strong>si è ucciso venerdì 12 settembre, nella sua abitazione nel sud della California. Lo ha trovato la moglie, impiccato. <span id="more-8588"></span>L’appeso, un simbolo estremo di conoscenza (che appare grottescamente macabra associata ad un uomo che sapeva scrivere di tutto), il corpo intirizzito, in tensione verticale, uno strumento rivelatore contro il linguaggio. Vorrei scrivere qualcosa di molto accurato ed intelligente, colmo di citazioni dall’opera di Wallace, farne un ritratto degno, per cercare il favore di fantomatici altri, la loro compartecipazione. Ma il fatto è che tutto mi sembra ridursi ad una questione personale, alla fitta che sento in fondo alla gola, come se qualcuno ci avesse spinto una grosso pezzo di ghiaccio maltagliato. Fa male – quando si scioglie trasforma il corpo in un’urgenza insopportabile, un manichino ridicolo, senza vocabolario. È strano come vite sconosciute si intreccino alla nostra, alimentando il sospetto che il caso non esista, chiudono un cerchio – anche ferendo, riportando a galla pezzi che con fatica cerchiamo di nascondere. Meno strano forse quando l’altro è uno scrittore, s’inventa nei libri per toccarci in parole che per paradosso vengono spesso fraintese, inglobate, riscritte nelle nostre esperienze. “È proprio così”, ci diciamo leggendo, ma dall’altra parte resta un estraneo, profondamente amico e solo. La morte di ogni artista è una perdita che ci riguarda, ci fa sentire più poveri, anche se non conosciamo la sua opera a memoria. Eppure nel caso di Wallace la notizia è ancora più terribile. Si allunga su di lui la sagoma del teschio di <strong>Yorick</strong>, il buffone dell’Amleto, proprio quel “<em>fellow of infinite jest</em>” che ha ispirato allo scrittore il suo capolavoro, incidendo così bene la lezione dell’ironia da stracciare il velo sulla tragedia del vuoto. Cosa resta dell’arguzia, dell’immaginazione, cosa resta davvero di un essere umano nella vita e nello specchio impietoso della letteratura? David Foster Wallace è un suicida come lo svedese <strong>Stig Dagerman</strong>, ho pensato, schiacciato dal suo stesso formidabile talento. L’ho conosciuto proprio a Londra, nel 2005, leggendo <em>Oblio</em> in una stanza minuscola vicino alla metropolitana di Stockwell, dove mi svegliavo la mattina all’alba per l’abbaiare dei cani stipati sul terrazzo dell’appartamento sottostante. In <em>Oblio</em> c’è un racconto <em>Caro vecchio neon</em>, che mi aveva subito attirato con la luce incandescente del titolo. Il protagonista si chiama D.F. Wallace e narra in prima persona il suo suicidio. Una valanga di parole per cercare di arginare l’impostura in cui si svegliano alcune persone più intelligenti (o più sfortunate, a seconda dei punti di vista) di altre, ma che ci abita tutti: accorgersi che la vita è per lo più una menzogna, cercare di essere qualcosa ed esibirlo, incapaci ad afferrare la nostra stessa autenticità. Sentire che il dolore è ovunque e senza lingua, nonostante l’arte, come l’animale indecifrabile al di là della palizzata da cui ci sporgiamo a tutto simili, da tutto troppo distanti. Allora non c’è scampo. Non si tratta di scegliere, nemmeno quando ci si getta nel vuoto, si spenzola da una corda, si lascia che il gas ci sommerga in una nuvola di dimenticanza, ma di allungarsi disperatamente per respirare. Quando finii quel primo racconto piansi per diversi minuti, perché mi aveva devastato con la sua forza, la sua verità crudele. Ora mi torna la stessa ondata di pena, come una premonizione non colta, ma finalmente chiara, un’evidenza senza possibilità di rassicurazioni, un addio, un segno che chiede rispetto. La consapevolezza che il suicidio è tanto alienazione e fuga quanto il sintomo più chiaro di una disarmante umanità. <em>Ciao, caro vecchio Dave Wallace</em>.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://infinitejestchallenge.files.wordpress.com/2008/02/david_foster_wallace.jpg" alt="" width="322" height="214" /></p>
<p style="text-align: center;"><em>“Tutto ciò che è un fallimento è anche una vittoria”</em><br />
<strong>David Foster Wallace<br />
Ithaca, 21 febbraio 1962- Claremont, 12 settembre 2008</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/19/a-fellow-of-infinite-jest/">&#8220;A fellow of infinite jest&#8221;</a></p>
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		<title>David Foster Wallace [Ithaca, 21 febbraio 1962 – Claremont, 12 settembre 2008]</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Sep 2008 22:58:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[david foster wallace]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Ticket To The Fair]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"></p>
<p style="text-align: center;">Reading di David Foster Wallace<br />
celebrazione del 150° Anniversario di HARPER&#8217;S MAGAZINE<br />
New School Writing Program, May 25th, 2000<br />
The New School Auditorium, New York City
</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Ticket To The Fair</strong></p>
<p>I’m once again at the capacious McDonald’s tent, at the edge, the titanic inflatable clown presiding.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/15/david-foster-wallace-ithaca-21-febbraio-1962-%e2%80%93-claremont-12-settembre-2008/">David Foster Wallace [Ithaca, 21 febbraio 1962 – Claremont, 12 settembre 2008]</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><iframe width="640" height="480" src="http://www.youtube.com/embed/GwS5pEfcQNk?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p style="text-align: center;"><small>Reading di David Foster Wallace<br />
celebrazione del 150° Anniversario di HARPER&#8217;S MAGAZINE<br />
New School Writing Program, May 25th, 2000<br />
The New School Auditorium, New York City</small>
</p>
<p style="text-align: center;"><big><strong>Ticket To The Fair</strong></big></p>
<p>I’m once again at the capacious McDonald’s tent, at the edge, the titanic inflatable clown presiding.  There’s a fair-sized crowd in the basketball bleachers at one side and rows of folding chairs on another. It’s the Illinois State Jr. Baton-Twirling Finals. A metal loudspeaker begins to emit disco, and little girls pour into the tent from all directions, gamboling and twirling in vivid costumes. In the stands, video cameras come out by the score, and I can tell it’s pretty much just me and a thousand parents. <span id="more-8452"></span>The baroque classes and divisions, both team and solo, go from age three (!) to sixteen, with epithetic signifiers — the four-year-olds compose the Sugar ‘N’ Spice division, and so on. I’m in a chair up front behind the competition’s judges, introduced as “varsity twirlers” from (oddly) the University of Kansas. They are four frosted blondes who smile a lot and blow huge grape bubbles. The twirler squads are all from different towns. Mount Vernon and Kankakee seem especially rich in twirlers. The twirlers’ spandex costumes, differently colored for each team, are paint-tight and brief in the legs. The coaches are grim, tan, lithe-looking women, clearly twirlers once, on the far side of their glory now and very serious-looking, each with a clipboard and whistle. The teams go into choreographed routines, each routine with a title and a designated disco or show tune, full of compulsory baton-twirling maneuvers with highly technical names. A mother next to me is tracking scores on what looks almost like an astrology chart, and is in no mood to explain anything to a novice baton watcher. The routines are wildly complex, and the loud-speaker’s play-by-play is mostly in code. All I can determine for sure is that I’ve bumbled into what has to be the most spectator-hazardous event at the fair. Missed batons go all over, whistling wickedly. The three-, four-, and five-year-olds aren’t that dangerous, though they do spend most of their time picking up dropped batons and trying to hustle back into place — the parents of especially fumble-prone twirlers howl in fury from the stands while the coaches chew gum grimly. But the smaller girls don’t really have the arm strength to endanger anybody, although one judge takes a Sugar ‘N’ Spice’s baton across the bridge of the nose and has to be helped from the tent. But when the sevens and eights hit the floor for a series of “Armed Service medleys” (spandex with epaulets and officers’ caps and batons over shoulders like M16’s), errant batons start pin-wheeling into the  ceiling, tent’s sides, and crowd, all with real force. I myself duck several times. A man just down the row takes one in the solar plexus and falls out of his metal chair with a horrid crash. The batons are embossed “Regulation Length” on the shaft and have white rubber stoppers on each end, but it is that hard dry kind of rubber, and the batons themselves aren’t light. I don’t think it’s an accident that police night-sticks are also called service batons. Physically, even within same-age teams, there are marked incongruities in size and development. One nine-year-old is several heads taller than another, and they’re trying to do a complex back-and-forth duet thing with just one baton, which ends up taking out a bulb in one of the tent’s steel hanging lamps, showering part of the stands with glass. A lot of the younger twirlers look either anorexic or gravely ill. There are no fat baton twirlers. A team of ten-year-olds in the Gingersnap class have little cotton bunny tails on their costume bottoms and rigid papier-mache ears, and they can do some serious twirling. A squad of eleven-year-olds from Towanda does an involved routine in tribute to Operation Desert Storm. To most of the acts there’s either a cutesy ultrafeminine aspect or a stern butch military one, with little in between. Starting with the twelve-year-olds — one team in black spandex that looks like cheesecake leotards — there is, I’m afraid, a frank sexuality that begins to get uncomfortable. Oddly, it’s the cutesy feminine performances that result in the serious audience casualties. A dad standing up near the top of the stands with a Toshiba video camera to his eye takes a toma-hawking baton directly in the groin and falls over on somebody eating a funnel cake, and they take out good bits of several rows below them, and there’s an extended halt to the action, during which I decamp. As I clear the last row of chairs yet another baton comes wharp-wharping cruelly right over my shoulder, caroming viciously off big Ronald McDonald’s inflated thigh.</p>
<p><small>© Harper’s magazine. Reprinted with permission of the L.A. Times Syndicate International.</small></p>
<p><em><strong>Un biglietto per la fiera</strong></p>
<p>Eccomi ancora una volta nel capiente tendone di McDonald&#8217;s, di lato a presidiarlo il titanico pagliaccio gonfiabile. C’è una folla equamente distribuita sulle gradinate da pallacanestro da una parte e sulle file di sedie pieghevoli dall’altra. Sono le finali juniores di Mazzetta da Majorettes dello Stato dell&#8217;Illinois. Un altoparlante metallico comincia ad emettere della disco music e le bambine si riversano nel tendone da tutte le direzioni, sgambettando e piroettando in costumi sgargianti. Nelle tribune, come ad un segnale appaiono le videocamere e posso dire che ci sono praticamente io da solo insieme a un migliaio di genitori. Le  grottesche categorie e suddivisioni, sia a squadre che singole, vanno dall&#8217;età di tre (!) ai sedici anni, con denominazioni specifiche – le quattrenni compongono la divisione Sugar ‘N’ Spice, e così via. Sono su di una sedia in prima fila &#8211; dietro i giudici della competizione presentati come “Majorettes della squadra del college” (stranamente) dell&#8217;Università del Kansas. Sono quattro bionde glassate che sorridono molto e gonfiano enormi bolle a grappolo. Le squadre di majorettes sono tutte di città differenti. Mount Vernon e Kankakee sembrano particolarmente prodighe in majorettes. I costumi di spandex [tessuto sintetico] delle majorettes, di colori diversi per ogni squadra, sono aderenti e sgambati. Le allenatrici sono donne torve, abbronzate, flessuose, chiaramente ex majorettes, ormai lontane dai giorni di gloria, dall’aspetto serioso, ciascuna con una lavagnetta e un fischietto. Le squadre entrano con sequenze coreografiche, ogni sequenza con un titolo e una disco music designata o una canzone per l’esibizione, sono zeppe di manovre compulsive di mazzette con difficilissimi nomi tecnici. Una madre vicino a me sta seguendo segni su una cosa che assomiglia quasi ad una mappa astrologica e non è dell’umore per spiegare alcunché ad a un novizio spettatore di mazzette. Le sequenze sono selvaggiamente complesse e la telecronaca dello speaker è prevalentemente in codice. Tutto quel che posso determinare di sicuro è che io mi sono intrigato in quello che deve essere l&#8217;evento più pericoloso per uno spettatore della fiera. Le mazzette mancate volano dappertutto, fischiando perfidamente. Quelle di tre, quattro e cinque anni non sono pericolose, benché passino la maggior parte del loro tempo raccogliendo le mazzette sfuggite e cercando di affrettarsi nuovamente al loro posto &#8211; i genitori  delle majorettes particolarmente maldestre sbraitano infuriati dalle gradinate mentre le allenatrici ruminano arcignamente le loro gomme. Ma le bambine più piccole realmente non hanno la forza di braccia per mettere in pericolo qualcuno, anche se un giudice prende la mazzetta di una Sugar’N Spice sul setto nasale e deve essere soccorso fuori dal tendone. Ma quando quelle di sette e otto anni hanno percosso il pavimento per una serie di “Medleys delle Forze Armate&#8221; (spandex con spalline e cappello da ufficiale e mazzette sulle spalle come M16), mazzette erranti cominciano a piroettare sul soffitto, ai lati della tenda e sulla folla veramente molto forte. Io stesso le schivo varie volte. Un uomo proprio nella fila appena sotto ne prende una nel plesso solare e cade dalla sedia di metallo con un orribile schianto. Le mazzette hanno inciso sull’asta “lunghezza regolabile„ ed hanno tappi di gomma bianchi alle due estremità, ma è quel genere asciutto, duro di gomma e le mazzette stesse non sono leggere. Non penso che sia un caso che i manganelli della polizia siano anche chiamati sfollagente. Fisicamente, anche all&#8217;interno delle squadre della stessa fascia d’età, ci sono rilevanti incoerenze nella taglia e nello sviluppo. Una di nove anni è parecchie teste più alta di un altra e stanno provando a fare una complessa cosa avanti e indietro in due con solo una mazzetta, che finisce per far fuori una lampadina di una delle lampade appese al montante del tendone, inondando parte delle gradinate di vetro. Molte della majorettes più giovani sembrano anoressiche e gravemente malate. Non ci sono majorettes grasse. Una squadra di decenni nella categoria Gingersnap [biscotto di zenzero] ha codine da coniglietto di ovatta sulla parte posteriore del costume ed orecchie rigide di cartapesta e sembrano roteare con competenza. Una squadra di undicenni da Towanda esegue una complicata sequenza come tributo all’Operazione Desert Storm.  Nella maggior parte dei gesti c’è contemporaneamente un aspetto di leziosità ultrafemminile ed uno di severo militarismo, con poca differenza. A partire dalle dodicenni – una squadra in spandex nero che sembra una torta al formaggio con il body &#8211; c’è, purtroppo, una esplicita sessualità che comincia a diventare sgradevole. Stranamente sono le performance di leziosità femminile che provocano i più seri incidenti al pubblico. Un padre alzandosi in piedi vicino all&#8217;estremità della tribuna con l’occhio incollato ad una telecamera Toshiba si becca una mazzetta come un toma-hawk direttamente nell’inguine e cade sopra uno che sta mangiando una frittella e trascinano via gran parte delle file sotto di loro, e c’è così una lunga pausa dello spettacolo durante la quale io levo le tende. Mentre supero l’ultima fila di sedie un’altra mazzetta svirgolando crudelmente piomba proprio sulle mie spalle, carambolando poi indecorosamente sulla coscia del grande Ronald Mc Donald gonfiabile. </p>
<p></em></p>
<p><small>( trad. di orsola puecher)</small></p>
<p>Estratto dall&#8217;articolo<br />
<strong>Ticket To The Fair</strong><br />
di David Foster Wallace,<br />
apparso nel numero di LUGLIO 1994<br />
si <strong>Harper’s magazine</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/15/david-foster-wallace-ithaca-21-febbraio-1962-%e2%80%93-claremont-12-settembre-2008/">David Foster Wallace [Ithaca, 21 febbraio 1962 – Claremont, 12 settembre 2008]</a></p>
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		<title>Politicamente corrivo</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Sep 2007 18:15:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>La notizia è che tra i 400 nuovi lemmi dello Zingarelli della lingua italiana ci sia, oltre ”raga”, ”arrapato”, ”ciulare”, ”intrippato”, ”gufata”, anche ”e-worker”, ma soprattutto il non proprio eufonico ”precarizzato”. Così, finalmente, se fino a qualche anno era difficile per un genitore capire perché il proprio figlio trentenne fosse ancora pascolante nella sua cameretta adolescenziale, e avesse quella faccia sconsolata, oggi invece la comunicazione intergenerazionale procede sicuramente più spedita.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/19/politicamente-corrivo/">Politicamente corrivo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>La notizia è che tra i 400 nuovi lemmi dello Zingarelli della lingua italiana ci sia, oltre ”raga”, ”arrapato”, ”ciulare”, ”intrippato”, ”gufata”, anche ”e-worker”, ma soprattutto il non proprio eufonico ”precarizzato”. Così, finalmente, se fino a qualche anno era difficile per un genitore capire perché il proprio figlio trentenne fosse ancora pascolante nella sua cameretta adolescenziale, e avesse quella faccia sconsolata, oggi invece la comunicazione intergenerazionale procede sicuramente più spedita. ”Raga, sei arrapato perché stai a casa da mamma e non ciuli? Sei intrippato perché non hai un lavoro?”. ”No, pa’, lavoro, faccio l’e-worker. E’ che mi hanno precarizzato”. <span id="more-4467"></span><br />
E’ abbastanza deprimente questa infornata di neologismi, che comprende anche ”teodem”, ”teocon”, ”sbroccare”, ”pizzini”: buona parte dell’innovazione lessicale deriva dallo slang giovanile o dalla televisione, e palesa una sostanziale scia derivativa. Il lessico italiano si rinnova, come è fisiologico che sia, ma lo fa con un senso di stanca conformistica.<br />
Per spiegarsi: come argomentava <strong>David Foster Wallace</strong> nello splendido saggio sui vocabolari ”Uso e autorità della lingua” (in <em>Considera l’aragosta</em>), ”L’uso di una lingua è sempre politico. Ma lo è in un modo complesso. Rispetto per esempio al cambiamento politico, le convenzioni dell’uso possono funzionare in due modi: da un lato possono essere il riflesso di un cambiamento politico e dall’altro possono essere lo strumento del cambiamento politico”. Come quest’affermazione serviva a Wallace a stigmatizzare l’uso ipocrita, paternalista, conservatore, del linguaggio politicamente corretto statunitense, mostrando come l’utilizzo di una ”retorica della generosità” fosse dannoso alla causa della sinistra progressista stessa; così non è difficile capire quanto il fatto che un termine come ”precarizzato” sia finito nell’autorevole Zingarelli sia un segno dei tempi.<br />
Provate a cercare su google ”precarizzato”: vi verranno fuori occorrenze della legge Biagi, o altre pagine sulle varie tipologie di contratto e relative forme di vita. Ma con che sinonimo potreste sostituire ”precarizzato”? Non vi sembra in un certo qual modo, preso così, nella sua nudità di lemma, che ”precarizzato” non sia che una versione politicalmente corretta di ”reso instabile”? Che però la sua fonia tecnicista, il suo uso ormai corrente, stemperino fino ad annacquare l’accezione ”diminuitiva”, negativa del termine? Non vi sembra che quel posto sul vocabolario sia stato usurpato, come dire, che anche nel vocabolario sia avvenuta una specie di ”ristrutturazione aziendale” che ha assunto termini efficaci e orwelliani come ”precarizzato”e tolto alla nostra lingua anche la capacità di parlare di quello che siamo, e della rabbia per i diritti mancanti?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/19/politicamente-corrivo/">Politicamente corrivo</a></p>
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		<title>La realtà è uno tsunami. Le sfide della non-fiction e gli scrittori marketting</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Mar 2006 13:02:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[david foster wallace]]></category>
		<category><![CDATA[david freeman]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
		<category><![CDATA[realtà]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><strong>John Freeman</strong> intervista <strong>David Foster Wallace</strong></p>
<p>I migliori travestimenti sono spesso quelli indossati sotto gli occhi di tutti. David Foster Wallace sembra aver capito bene questo concetto, perché, circa una volta all’anno, il giovane scrittore più temuto d’America prende una matita e &#8211; sotto copertura &#8211; s’infiltra nel mondo dei cronisti alle prime armi per mostrarci tutto quello che i giornalisti dimenticano di includere nelle loro storie.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/03/12/la-realta-e-uno-tsunami-le-sfide-della-non-fiction-e-gli-scrittori-marketting/">La realtà è uno tsunami. Le sfide della non-fiction e gli scrittori marketting</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img height="96" alt="tsunami.gif" hspace="5" vspace="5" align="left" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/tsunami.thumbnail.gif" /><strong>John Freeman</strong> intervista <strong>David Foster Wallace</strong></p>
<p>I migliori travestimenti sono spesso quelli indossati sotto gli occhi di tutti. David Foster Wallace sembra aver capito bene questo concetto, perché, circa una volta all’anno, il giovane scrittore più temuto d’America prende una matita e &#8211; sotto copertura &#8211; s’infiltra nel mondo dei cronisti alle prime armi per mostrarci tutto quello che i giornalisti dimenticano di includere nelle loro storie.</p>
<p><span id="more-1857"></span></p>
<p>In <em>Una cosa divertente che non farò mai più </em>(1997), la sua prima raccolta di articoli di questo genere, Wallace visitò una fiera statale, salpò in una crociera per anziani, giocò una o due partite a tennis. Come si può notare leggendo il libro, Wallace si rivela molto, molto bravo in questo genere di lavoro. Nel mondo della scrittura delle riviste patinate, dove la collusione è la norma e le esagerazioni di consorterie pressoché fuori controllo, Wallace coerentemente coglie il brutto e il falso. Non permetterà mai che il suo lettore dimentichi che qualcuno ha cercato di “confezionare” molto di quello che leggiamo, vediamo e osserviamo al fine di indurci a comprare qualcosa.</p>
<p>Nella sua nuova raccolta di saggi rabbiosi e sagaci, <em>Consider the Lobster</em>, egli attacca questa verità come un dobermann eccitato. Recentemente ho raggiunto Wallace a New York e davanti a un piatto di sushi mi ha raccontato perché s’è trovato immischiato in questo doppio lavoro.</p>
<p><strong>Qual è stato il tuo primo incarico da giornalista?</strong></p>
<p>All’inizio degli anni ‘90 Colin Harrison di <em>Harper’s</em> mi fece fare un paio di pezzi: il primo fu quello sulla fiera statale, l’altro quello sulla crociera. Io veramente continuavo a dire a quelli di Harper’s  «Voi capite che non sono un giornalista» e loro dicevano «Oh-oh, bene, è proprio quello che non vogliamo».<br />
Era chiaro che,  sottintese al loro dire “noi non vogliamo questo”, per me c’erano un sacco di cose sul giornalismo che proprio non avevo mai imparato, incluso il perché qualcuno dovrebbe essere così stufo del giornalismo convenzionale.</p>
<p><strong>Questo libro e la tua ultima raccolta di racconti, <em>Oblio</em>, sembra siano fratelli, nel senso che entrambi riflettono sul linguaggio – le burocrazie all’interno del linguaggio, il modo in cui esso si distorce per descrivere qualcosa senza nominarlo – vedi in politica o nella società civile</strong>.</p>
<p>Beh, forse sì. Ma la cosa che mi piace è che la fiction e la nonfiction sono completamente diverse. Sono entrambe difficili in modi diversi. Questi pezzi di nonfiction mi sembrano la cosa più difficile che abbia fatto, ma solo perché la realtà è infinita. Dio solo sa cosa stai annotando frettolosamente. Per me il momento più duro è quando prendi nota. Sparisce tutto. C’è così tanta roba. La fiction invece, sei tu e la tua testa, e così costruisci la realtà di cui parli. Il che non significa che non sia difficile. <strong>Semplicemente non è come star in piedi a guardare uno tsunami mentre ti viene addosso, che è esattamente come mi sembra la nonfiction</strong>.</p>
<p><strong>Hai preso una montagna di appunti per questo libro – ci sono così tante scene rappresentate intensamente che mi viene da pensare, come diavolo ha fatto a farci entrare tutto questo?</strong></p>
<p>Penso che per me sia un tantino imbarazzante. I primi due pezzi che ho fatto con Colin, per esempio. Il primo, non sapevo di dovermi  portare un taccuino – io di solito porto un taccuino per annotare quello che la gente ha detto (ora la mia credibilità sta davvero andando alle stelle, vero?) – ma significa che devo esser sembrato veramente strano alla gente. Io non stavo facendo esperienza della fiera, la stavo in un certo qual modo chiudendo nella memoria. Non c’è modo di prendere nota delle cose in questo modo – oppure avrei preso note a sufficienza che sarei stato in grado di ricordare, e allora –; l’altra cosa difficile in questo genere di lavoro è che una volta che è finito, sono praticamente inservibile per  due settimane. Perché devo fare questa cosa giusto dopo che è finita, altrimenti non posso più. È come mangiare un sacco e poi andare al vomitorium.</p>
<p><strong>E la fiction è ancora per te la cosa più importante?</strong></p>
<p>Beh, è quello che di interessante c’è in noi. Se la fiction ha un qualche valore è che ci fa comunicare. Cioè, guarda, tu e io possiamo piacerci, ma io non saprò mai che cosa tu pensi veramente, e tu non saprai mai che cosa io sto pensando. Io non so niente su com’è essere te. Per quello che posso dire, sia che sia d’avanguardia o realistico, <strong>il motore fondamentale dell’arte narrativa è il modo in cui essa buca un po’ queste membrane</strong>.</p>
<p><strong>Leggendo questo libro mi è sembrato di aver imparato più su di te come persona – piuttosto che come personaggio – che in qualunque altro tuo libro che io abbia letto. Ti mostri in una città, fai vedere con chi vai in chiesa…</strong></p>
<p>Penso che sia l’unico libro. Cioè, di tutta la storia della biografia -io non ne so proprio niente. Hai mai scritto cose sulla tua vita?</p>
<p><strong>Sì, è davvero strano.</strong></p>
<p>Credo che per lo più io sia ben consapevole che molta di questa roba non è proprio interessante. Uhm, al limite, probabilmente penso anche che capisco il mercato di un libro nel mondo letterario, che capisco insomma che negli ultimi 20 o 30 anni ci siano stati un po’ di cambiamenti. <strong>Gli scrittori marketting </strong>come categoria di persone sono come un reality a basso costo – o come un reality con le celebrità. È un uso molto scaltro da parte dell’editoria dei pochi dollari della pubblicità. Ma ci sono cose, a questo proposito, e in particolare nel caso di persone che sono persone normali, non sono belle; se hanno un qualche bagaglio di esperienze personali sarebbero eccezionalmente svantaggiate, oppure solo eccezionali <em>nerd </em>: gran parte della loro vita quotidiana consiste nello star sedute da sole a leggere e a scrivere. La quantità di deformazione che è richiesta per rendere queste vite interessanti? A me sembra una sciocchezza.</p>
<p>(pubblicato sul <em>San Antonio Current</em>)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/03/12/la-realta-e-uno-tsunami-le-sfide-della-non-fiction-e-gli-scrittori-marketting/">La realtà è uno tsunami. Le sfide della non-fiction e gli scrittori marketting</a></p>
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