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	<title>Nazione Indiana &#187; democrazia</title>
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		<title>Se il destino degli olandesi dipendesse da Scilipoti</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Dec 2011 10:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>“Frau Nein” la chiamano ormai dalla Francia agli Stati Uniti, e i giornali più autorevoli si spremono le meningi sull’ostinazione con cui la Cancelliera continua a rifiutare gli eurobond o un intervento più forte della Bce, le sole risposte forse in grado di ripristinare la famosa “fiducia dei mercati”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/20/se-il-destino-degli-olandesi-dipendesse-da-scilipoti/">Se il destino degli olandesi dipendesse da Scilipoti</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>“Frau Nein” la chiamano ormai dalla Francia agli Stati Uniti, e i giornali più autorevoli si spremono le meningi sull’ostinazione con cui la Cancelliera continua a rifiutare gli eurobond o un intervento più forte della Bce, le sole risposte forse in grado di ripristinare la famosa “fiducia dei mercati”. Sarà a causa del trauma introiettato dell’inflazione della Repubblica di Weimar? Sarà per un retaggio protestante che presenta debito e colpa, “Schulden” e “Schuld”, come sinonimi? Gli analisti internazionali sembrano analisti di un altro tipo, mentre la stampa tedesca offre un appiglio con cui sottrarsi all’immersione negli sprofondi della finanza emotiva.<span id="more-41092"></span> L’arcano ha un nome, anzi una sigla: Fdp &#8211;  il partito con cui i cristianodemocratici sono al governo. Il partito liberale (l’unico liberista in tutto lo spettro parlamentare tedesco) è risolutamente ostile a ogni soluzione che possa ricadere sul contribuente, al punto che la fronda di euroscettici ha già rischiato di minare la sua leadership attuale. Angela Merkel rischia, in pratica, la crisi di governo se cede alle richieste che va implorando il mondo intero. Il punto interessante è che la FDP, secondo i sondaggi più recenti, oggi varrebbe intorno al 3%. Vale a dire: la popolazione di mezz’Europa è sottoposta ai sacrifici di cui non è per nulla certo l’esito salvifico, perché un piccolo partito ha il potere di dettare la propria linea al capo del governo che, a sua volta, ha il potere di imporsi sugli altri paesi della UE. I meccanismi della finanza sono, l’abbiamo ormai capito, pericolosamente incontrollabili. Ma anche quelli della democrazia mostrano dei lati assurdi quanto oscuri. E’ un po’ come se il destino degli olandesi dovesse dipendere da Scilipoti –  questo, ovviamente, estremizzando e rovesciando la prospettiva. </p>
<p><em>pubblicato su</em>L&#8217;Unità<em>, 20 dicembre 2012.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/20/se-il-destino-degli-olandesi-dipendesse-da-scilipoti/">Se il destino degli olandesi dipendesse da Scilipoti</a></p>
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		<title>La crisi del mondo binario di Democrazia e Denaro</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 05:44:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong> </strong>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p><strong><em></em></strong>1) <strong><em>La storia non vuol finire</em>.</strong> <em>La crisi della doppia D (Democrazia Denaro) che  </em>sta attanagliando l&#8217;Europa non è solo un fatto economico e non riguarda solo lo spazio geografico del vecchio continente. Questa crisi è destinata a far deragliare il treno della storia dal binario su cui ha viaggiato negli ultimi secoli.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/24/la-crisi-del-mondo-binario-di-democrazia-e-denaro/">La crisi del mondo binario di Democrazia e Denaro</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p><strong><em></em></strong>1) <strong><em>La storia non vuol finire</em>.</strong> <em>La crisi della doppia D (Democrazia Denaro) che  </em>sta attanagliando l&#8217;Europa non è solo un fatto economico e non riguarda solo lo spazio geografico del vecchio continente. Questa crisi è destinata a far deragliare il treno della storia dal binario su cui ha viaggiato negli ultimi secoli. Su quel binario erano accampati a mo&#8217; di argini indiscutibili e insuperabili la democrazia e il denaro. Non è la prima volta del tempo storico né sarà l&#8217;ultima:  prima ancora  di completare l&#8217;universalizzazione del mondo il medesimo modello di universalizzazione entra in una crisi strutturale. La storia non ne vuol sapere di finire e riparte sempre dal punto in cui ci si prefigura un mondo a forma di omogeinizzato, di polpetta indistinguibile e indifferente governata da un rito infinito, dunque senza storia.</p>
<p>2)      <strong><em>L&#8217;universalizzazione delle macerie</em></strong>. I motivi di questa doppia crisi sono molteplici ma tutti ascrivibili proprio all&#8217;universalizzazione del mondo binario di democrazia e denaro. Appena una forma universale trionfa, quando tutti gli stolti cantano in sua gloria, quella forma comincia a sgretolarsi. Nei luoghi del trionfo e della gloria presto si vedranno le macerie. La ragione di crisi è intrinseca a ogni modello di universalizzazione di qualsiasi campo della conoscenza e del potere. In ogni forma aurorale esistono aspetti dinamici e progressivi. In ogni forma universale quegli aspetti dinamici e progressivi vengono ritualizzati fino a quando diventano una cancrena della forma originaria.<span id="more-40833"></span></p>
<p>3)      <strong><em>La democrazia sospesa.</em></strong> La cancrena della democrazia contemporanea è un fatto ancora poco dibattuto ma assodato come dimostrano i casi di sospensione della democrazia che dall&#8217;Algeria 1992 si sono diffusi fino alla Grecia e all&#8217;Italia 2011. Il paradosso del tempo a venire – per continuare a vigere la democrazia deve essere progressivamente sospesa – è già intuibile in questi giorni.</p>
<p>4)        <strong><em>Il simulacro vuoto della democrazia</em></strong>. Posto che la democrazia sia stata (nell&#8217;antico come nel moderno) la forma più giusta di potere, occorre prendere atto che nel suo funzionamento contemporaneo, la democrazia è diventata un simulacro vuoto, un rito di potere nel quale la giustizia, l&#8217;uguaglianza, la libertà e tanti altri valori che solitamente vengono ad essa ascritti sono totalmente inagiti e controvertiti. Anche in questo caso le ragioni risultano intrinseche: il consenso è sì necessario a qualsiasi forma di potere, ma alla democrazia è così consustanziale che anche ogni ignominia deve essere commessa attraverso il consenso diffuso e certificato nel simulacro del voto. Nella sua forma-cancrena la democrazia è diventata  ricerca ossessiva del consenso. Inoltre, diversamente dai poteri plebiscitari dove il consenso si dimostra più nel rumore, nella democrazia si esercita più nel silenzio. Da democrazia, ovvero potere di tutti, ad apparato di potere per gravitare il consenso a registro dell&#8217;indifferenza ovvero del silenzio-assenso.  Nel compimento di questa parabola si modificano strutturalmente le forme della democrazia. L&#8217;interesse generale non diviene altro che squilibrata somma degli interessi particolari. Gli interessi particolari si cristallizzano in apparati di potere che si combattono l&#8217;un l&#8217;altro. Chi vince di volta in volta  lima gli interessi degli antagonisti distruggendo – col loro aiuto -  via via l&#8217;interesse generale. Quando l&#8217;interesse generale  viene distrutto tanto da mettere in discussione anche gli interessi particolari prevalenti, allora la democrazia  deve essere sospesa. I governi Monti divengono necessari per evitare che la democrazia si riveli pienamente una farsa.</p>
<p>5)      <strong><em>Crisi della democrazia è crisi del denaro.</em></strong> Non si comprende la crisi della democrazia se non si analizza quella del denaro. Le democrazie si sviluppano proporzianalmente alla massa di denaro che muovono. Molte guerre che si combattono devono la loro natura più a problemi di consenso spicciolo (come vincere le prossime elezioni) piuttosto che a interessi economici strategici. Sull&#8217;altare del potere, il bisogno del consenso è sovrano, muove masse gigantesche di denaro in barba a ogni principio monetarista. Pure il keynesismo, da magnifica teoria economica in grado di contemperare debito e crescita, è divenuto mirabile strumento per la ricerca del consenso e per la stabilizzazione degli apparati di potere. Ciò che  abbiamo notato nella democrazia &#8211; la necessità che venga sospesa per evitarne la farsa – è ancor più evidente nel governo del denaro.  Le teorie economiche pure vengono sospese; è una miscela esplosiva e terribile di keynesismo e monetarismo quella con cui si governa il mondo.</p>
<p>6)      <strong><em>Il generale denaro</em></strong>. Le corazzate che assaltano le cittadelle del demos dell&#8217;Occidente, i bombardamenti a tappeto che rischiano di distruggere la civiltà democratica non arrivano dall&#8217;Islam o dalla Cina e non sono guidati da un Bin Laden. Sono nient&#8217;altro che flussi d&#8217;informazione guidati dal generale denaro. Generale nella doppia significanza di comandante supremo e di massa totale di denaro circolante nel mondo.</p>
<p>7)      <strong><em>Le orde barbariche del denaro</em></strong>. Per il mondo contemporaneo, il flusso d&#8217;informazioni che ha come sostrato sottostante la circolazione monetaria va divenendo come le orde barbariche per il mondo romano con l&#8217;unica differenza che le orde arrivavano dall&#8217;esterno,  i flussi d&#8217;informazione arrivano dall&#8217;interno. Essi non sono dunque un fenomeno extra sistemico ma ipersistemico. È il monumento della globalizzazione, cioè la liberalizzazione dei capitali, a dar forma al suo contraltare, cioè ai fenomeni detti speculativi da tutti gli speculatori.</p>
<p>8)      <strong><em>L&#8217;impero romano non poteva tornare a Remo.</em></strong>  Così, la globalizzazione non può essere interrotta per magia e neanche a suon di guerricciole. Nel disastro che incombe, come vaccino da muffa, occorre trovare una linea di fuga, nuove forme della politica, diverse forme d&#8217;economia.</p>
<p>9)      <strong><em>Denaro come pura informazione</em></strong>. Inizio dal denaro. Anch&#8217;esso, come la democrazia, è un simulacro di ciò che  è stato. Circola all&#8217;impazzata, distribuisce iniquità e appropriazioni ciclopiche oltre che indebite, ma non ha sottostante da 40 anni, non ha cioè un valore di riferimento come lo aveva fino al 1971 con l&#8217;oro. Il denaro ormai è pura informazione. In questa sua natura, come qualsiasi informazione, se non è controllabile e verificabile, è sostanziabile in un raggiro.</p>
<p>10)  <strong><em>Virtualizzazione del denaro</em></strong>. Per essere interamente verificabile e controllabile il denaro non deve più apparire come massa circolante. Occorre pervenire alla sua totale e completa virtualizzazione. Una timida virtualizzazione del denaro è già avvenuta per diverse ragioni, non ultima quella fiscale. Lo stesso governo Monti potrebbe limitare le transazioni con denaro contante sulla soglia dei 300-500 euro. Parimenti faranno in successione altri governi. Ma l&#8217;utilizzo timido e parziale della moneta virtuale a unico, parziale, molto parziale, scopo fiscale ne limita l&#8217;efficacia.</p>
<p>11)  <strong><em>Contante, cioè sporco e nero</em></strong>. Una delle più solide ragioni per le quali i sistemi democratici vanno vieppiù polarizzandosi socialmente ed economicamente deriva dal fatto che la massa monetaria circolante è totalmente trasparente per alcune fasce sociali, parzialmente o totalmente opaca per altre. L&#8217;opacità della circolazione monetaria – con l&#8217;evasione e l&#8217;iniquità fiscale che ne derivano -  rende impossibile qualsiasi ragionamento o atto di equità sociale. Per eliminare l&#8217;evasione fiscale non ci vogliono sofisticati apparati di controllo o eserciti di finanzieri. Basta virtualizzare totalmente il denaro. La totale eliminazione del contante su scala globale e la conseguente eliminazione dell&#8217;evasione fiscale sono la base minima fondamentale per intraprendere di nuovo un cammino di equità sociale.</p>
<p>12)  <strong><em>La tracciabilità della virtualità.</em></strong> La tracciabilità totale dei movimenti di denaro – possibile con la totale virtualizzazione della moneta – è condizione certo insufficiente, ma necessaria per inibire il processo di appropriazione indebita che avviene a livello globale. Per attuarla non occorrono grandi operazioni di ingegneria finanziaria. Basta che ogni persona abbia un conto sul quale, come di prassi, sia registrato ogni dare e ogni avere e che qualunque transazione, anche quella di valore centesimale, avvenga per semplice passaggio d&#8217;informazione da una carta di credito o bancomat o postamat o phonemat (questi ultimi, che associano una carta di credito al telefonino non mi risultano esistere ancora ma credo verranno presto alla luce).</p>
<p>13)  <strong><em>Il fantasma dell&#8217;incubo</em></strong>. La totale virtualizzazione del denaro, la sua scomparsa come moneta circolante fa venire legittime paure per esempio legate alla privacy. Tutto vero non fosse che in quell&#8217;incubo siamo cacciati già da tempo. Non c&#8217;è atto o momento della nostra vita che non sia controllabile e già controllato. Tra tutte le libertà che abbiamo ceduto alle sovranità supreme dello Stato e del mercato quella finanziaria è certo la meno preoccupante anzi è un&#8217;angheria che permette e sostanzia una quantità intollerabile di soprusi.</p>
<p>14)  <strong><em>Forme economiche extra-monetarie</em></strong>. La virtualizzazione del denaro avrebbe per eterogenesi dei fini anche effetti su fenomeni inerenti la sicurezza sociale. L&#8217;elemosina, la prostituzione, lo spaccio di droga, il lavoro nero e clandestino e tanti altri fenomeni sociali che allignano in condizioni di circolazione monetaria opaca verrebbero impossibilitati o fortemente limitati entro sentieri di totale tracciabilità. Immaginando questa realtà senza denaro circolante cercherò di dettagliare tutta una serie di effetti parossistici, ma anche aurorali tra i quali voglio qui segnalare la nascita e lo sviluppo di forme economiche extramonetarie, di autoproduzione, di autogestione, di scambio, insomma d&#8217;altre forme d&#8217;esistenza che spero si sviluppino nell&#8217;immediato futuro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/24/la-crisi-del-mondo-binario-di-democrazia-e-denaro/">La crisi del mondo binario di Democrazia e Denaro</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il passaggio che non passa (su elezioni e Tobin Tax)</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 11:04:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>La monotonia delle mie riflessioni è provocata dalla monotonia del mondo che mi circonda. Per questo mi ritrovo ancora incredulo a pensare al “passaggio che non passa”, quasi fossi di fronte a una di quelle stralunate figure beckettiane che non riescono né a morire né a nascere, né a finire né a iniziare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/10/il-passaggio-che-non-passa-su-elezioni-e-tobin-tax/">Il passaggio che non passa (su elezioni e Tobin Tax)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>La monotonia delle mie riflessioni è provocata dalla monotonia del mondo che mi circonda. Per questo mi ritrovo ancora incredulo a pensare al “passaggio che non passa”, quasi fossi di fronte a una di quelle stralunate figure beckettiane che non riescono né a morire né a nascere, né a finire né a iniziare. Prendiamo solo due punti: uno relativo al funzionamento democratico, e uno relativo alla politica economica. Elezioni e referendum, da un lato, e Tobin tax, dall&#8217;altro.</p>
<p>Per potere passare ad altro, uscire da quest’incubo della coazione a ripetere gli stessi errori, mobilitando gli stessi argomenti, in una lotta sempre più aspra e ridicola con le mille contraddizioni e assurdità che emergono ad ogni frase, bisogna spostare il baricentro dell’azione dai rappresentanti ai rappresentati. La democrazia, come regime non solo politico, ma come modello epistemologico, lo richiede. Se il punto di vista di chi dirige conduce all’impasse, alla crisi, alla sofferenza generalizzata, bisogna lasciare spazio a un mutamento di punto di vista. Bisogna elaborare un’altra condotta di medio e lungo termine. Non ci sono garanzie che il passaggio elettorale promuova una svolta significativa, ma non ci sono altri modi che l’attuale democrazia conosca per rendere possibile un&#8217;alternativa. Qualcuno dirà che oggi ci può salvare solo una rivoluzione violenta. Non si può escludere nulla. In ogni caso, se passassimo a una fase rivoluzionaria, vorrebbe dire uscire dal quadro democratico che ha valso dal dopoguerra in poi e aprirsi a orizzonti imprevedibili, in cui soluzioni fasciste e autoritarie sono da mettere in conto assieme a soluzioni progressiste. La &#8220;pacifica Europa degli affari&#8221; potrebbe non solamente ritornare all’originaria pluralità irriducibile degli Stati-nazione, ma questi Stati-nazione potrebbero scegliere il proprio nemico nei vicini di casa e non in una struttura oligarchica internazionale.<span id="more-40670"></span></p>
<p>In ogni caso, la volontà popolare è proprio ciò che gli attuali governi democratici in Europa non si possono permettere. La possibilità di un passaggio ad altro, a qualcosa che non sia la ripetizione del Medesimo, è loro preclusa. Cade Berlusconi, e l’unica cosa in cui l’opposizione può sperare è un governo tecnico, inclusivo, dove sia differito il più possibile il momento di porre la questione di una <em>alternativa </em>politica. Si erano dette due cose, da tempo: 1) l’Europa dei mercati e della Banca Centrale limita la sovranità nazionale, e quindi la democrazia; 2) non vi è più differenza tra destra e sinistra parlamentari; non esistono alternative alle politiche neoliberiste e al loro discorso legittimante. Queste cose si dicevano nell’ottica di smascherare l’<em>ipocrisia</em> del discorso ufficiale. Ora, invece, il discorso ufficiale le dice in prima persona, a chiare lettere, senza ambiguità alcuna.</p>
<p>Ci siamo nutriti dal 1989 della retorica dell’Occidente campione di democrazia e diritti umani, per arrivare nel 2011 a considerare come irresponsabile la proposta di un referendum al popolo greco, nel momento in cui dovrà accettare una serie di provvedimenti legislativi decisi a tavolino non dai suoi rappresentanti eletti, non dalle sue forze di governo, ma da uomini politici di altri paesi e da tecnici <em>apolitici</em> e <em>anazionali</em>. Il popolo è dichiarato irresponsabile, almeno durante la fase della crisi economica. Le democrazie occidentali hanno già conosciuto tutta la vergogna dello “stato d’eccezione” per ragioni di ordine pubblico e sicurezza nazionale. Negli Stati Uniti, la lotta al terrorismo è stata per un decennio un alibi alla violazione “democratica” dei diritti umani. Ora, stiamo entrando in una nuova fase dello “stato d’eccezione”: si potranno revocare le norme della democrazia ordinaria durante le lunghe e tortuose fasi della “crisi economica”. In altre parole, chi proporrà alternative di politica economica verrà considerato un irresponsabile e, nel caso il suo discorso avesse seguito, una vera e propria minaccia alla sicurezza del paese.</p>
<p>Governo greco moribondo, governo italiano moribondo: tutto ma non le elezioni. Ciò vuol dire semplicemente: quali che fossero gli esiti della consultazione elettorale, non sono previste politiche economiche alternative rispetto a quelle proposte da Francia e Germania.</p>
<p>Passiamo alla questione della Tobin Tax. Proposta per la prima volta all’inizio degli anni Settanta. Alla fine degli anni Novanta, viene riproposta da “Le Monde diplomatique” e dall’associazione ATTAC, che avrà un ruolo importante nel movimento altermondialista. A fine secolo, la Tobin Tax è una proposta che nasce all’interno di un movimento popolare, ispirato ai principi della democrazia diretta. Alcuni specialisti e molti cittadini comuni vedono qualcosa che gli specialisti più accreditati e la classe politica non vogliono vedere.</p>
<p>Più di dieci anni dopo, strangolati dalla crisi del debito, la Commissione Europea propone che venga discussa l’introduzione nel 2014 di una tassa sulle transazioni finanziarie. L’Ecofin, ossia l’assemblea europea dei ministri dell’economia e delle finanze non trova un accordo, dal momento che alcuni considerano dannosa l’applicazione di tale tassa nella sola Unione Europea. Si teme, come al solito, la fuga di capitali. (Tutto ciò è accaduto martedì 8 novembre.)</p>
<p>Come tradurre in parole povere questa vicenda? Ci sarebbe una soluzione non rivoluzionaria, ma di riformismo moderato, per evitare la crisi del debito e per non impoverire la maggioranza della popolazione europea che appartiene alla classe media e ai ceti popolari. Si andrebbero a prendere i soldi là dove ve ne sono in abbondanza, in mano a una cerchia ristretta della popolazione super-avvantaggiata, senza per altro rimettere radicalmente in questione l’ordine sociale esistente. Insomma, per anni hanno pagato soprattutto i meno ricchi e i decisamente poveri, ora paghino i molto ricchi. Questa opzione, secondo la nostra classe politica, non è realizzabile. Ma non lo è – ci avvertono – non per ragioni ideologiche. Dopo dieci anni, anche gli specialisti accreditati hanno capito che l’ingenuo popolo altermondialista aveva ragione. Il problema è che, <em>realisticamente</em>, questo piano non può essere realizzato. Ma perché? Perché i molto ricchi <em>non vogliono pagare</em>, e nel mondo attuale <em>hanno tutti gli strumenti</em> per non pagare.</p>
<p>Questo è il problema politico che dovrebbe essere all’ordine del giorno di un riformismo moderato, ossia delle sinistre istituzionali europee anche più timide.</p>
<p>Nel frattempo godiamoci la responsabilità dal gesticolìo sempre più surreale, stravagante, sconsiderato dei nostri tutori politici, nazionali e sovranazionali.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/10/il-passaggio-che-non-passa-su-elezioni-e-tobin-tax/">Il passaggio che non passa (su elezioni e Tobin Tax)</a></p>
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		<title>Si chiama democrazia poiché . . .</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 11:30:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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In questi giorni, sullo sfondo di quella situazione politica nazionale in avanzato stato di decomposizione che tutti conosciamo, sia in rete che nelle meglio bercianti trasmissioni televisive è stato nel solito disinvolto e superficiale modo ricordato – per ricordarsi di cosa sia democrazia – un discorso di Pericle ai suoi concittadini ateniesi, pronunciato, a detta di chi lo riportava, nel 461 a.C.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/09/si-chiama-democrazia-poiche/">Si chiama democrazia poiché . . .</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/impero-ateniese-450aC.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/impero-ateniese-450aC-300x249.jpg" alt="" title="impero-ateniese-450aC" width="300" height="249" class="alignleft size-medium wp-image-40662" /></a><br />
In questi giorni, sullo sfondo di quella situazione politica nazionale in avanzato stato di decomposizione che tutti conosciamo, sia in rete che nelle meglio bercianti trasmissioni televisive è stato nel solito disinvolto e superficiale modo ricordato – per ricordarsi di cosa sia democrazia – un discorso di Pericle ai suoi concittadini ateniesi, pronunciato, a detta di chi lo riportava, nel 461 a.C. E in effetti può essere in qualche modo rinfrescante rileggere discorsi pronunciati più di 24 secoli fa da chi aveva davvero contribuito a mettere in piedi un sistema di governo che, con gli imperdonabili difetti di ineguaglianza tra uomini e donne e tra liberi e schiavi che pure lo macchiavano, tuttavia costituì nei secoli un primo modello di quella che venne un po’ alla volta chiamata democrazia.</p>
<p>Naturalmente chi volesse guardare la cosa leggermente più da presso e, come si diceva talvolta, risalire alle fonti, scoprirebbe che tale discorso, pronunciato in verità nel 431, è inserito in una situazione ben precisa, che sarebbe opportuno ricordare con qualche maggiore dettaglio. Maggiore dettaglio che tra l’altro non fa che aggiungere interesse al testo, arricchendolo e permettendone una migliore comprensione. E allora proviamoci.<br />
Era il V secolo, il periodo d’oro della potenza ateniese, <span id="more-40661"></span>vinti i Persiani, Atene conosceva il massimo del suo fulgore. Ma l’anno 431 a.C. fu l’inizio della fine: fu il primo anno della guerra del Peloponneso, quella tremenda guerra tra Greci che sarebbe terminata soltanto nel 404, con la sconfitta della potenza Ateniese a Egospotami, l’abbattimento delle lunghe mura e la resa a Sparta.<br />
La fonte principale che abbiamo per tutta la storia della guerra è <strong>Tucidide</strong> (Atene, ca. 460 a.C. – dopo il 397 a.C.) che scrisse una <em>Guerra del Peloponneso</em> in 8 libri, opera di grande modernità, che staccava nettamente, quanto a metodi e criteri, rispetto alla tradizione storiografica precedente, ad esempio quella di Erodoto. Nel libro II dell’opera, Tucidide comincia a entrare nel merito dello svolgimento delle operazioni belliche, primi sconfinamenti spartani in Attica, scaramucce e battaglie vere e proprie. Gli Ateniesi devono commemorare e additare ad esempio i loro primi caduti, e questa è l’occasione: Pericle ne approfitta per cantare un inno alla potenza e alla fierezza di Atene.<br />
Propongo di leggere con calma il racconto di Tucidide, chiaro, lucido e talvolta, nella rievocazione delle parole di Pericle, con lampi di grande tensione emotiva. Se avrete la pazienza di leggerlo tutto vi accorgerete di quanto sia più ricco, affascinante e insieme politicamente articolato di quanto non lo vogliano far apparire le versioni semplificate che in questi giorni corrono sul filo (o dovrei dire sull&#8217;etere?).<br />
Eccolo:</p>
<p>«Nello stesso inverno gli Ateniesi, secondo il loro costume tradizionale, tributarono onoranze funebri di Stato ai primi caduti di questa guerra. La cerimonia si svolge nel modo seguente: tre giorni prima le ossa dei defunti vengono esposte in un padiglione rizzato per l’occasione, e ognuno presenta al proprio morto offerte a suo piacimento, poi, quando è il momento del funerale, le ossa vengono trasportate su carri, in arche di cipresso; vi è un’arca per ogni tribù, e i resti vengono deposti secondo la tribù di appartenenza d’ognuno. Insieme viene portata una bara vuota, allestita per i dispersi, i cui corpi al momento del recupero delle salme non siano stati trovati. Chiunque lo voglia, cittadino o straniero, può seguire il funerale, e sui luogo della sepoltura sono presenti in pianto anche le donne legate ai caduti da vincoli di parentela. Alle spoglie viene data sepoltura nel sepolcro pubblico, che si trova nella località più bella del circondario di Atene; i caduti in guerra sono stati sempre sepolti lì, ad eccezione dei morti di Maratona, ai quali in considerazione dell’eccezionalità del loro valore fu data sepoltura nel luogo stesso del sacrificio. Una volta che siano coperti di terra, un uomo, scelto dalla città, che sia apprezzato per le sue doti intellettuali e goda del massimo prestigio, pronuncia in loro onore l’elogio funebre che si conviene. Quindi la cerimonia ha termine. Così si svolgono le esequie; e per tutta la durata della guerra, ogni volta che ciò accadde, seguirono quest’uso. In onore di questi primi caduti fu scelto per tenere l’orazione funebre Pericle figlio di Santippo. Egli, quando fu il momento, lasciò il sepolcro e, fattosi avanti, sali su un’alta tribuna per essere udito il più lontano possibile dalla folla. Questo fu all’incirca il suo discorso: </p>
<p>&#8220;La maggior parte di coloro che sino ad oggi hanno qui tenuto l’orazione funebre rendono lode a chi per primo introdusse nella cerimonia tradizionale l’usanza di questo discorso, perché è bello — dicono — che si pronunci l’elogio dei caduti in guerra quando viene data loro sepoltura. A me, in verità, parrebbe sufficiente che uomini i quali hanno dato prova del loro valore con i fatti, con i fatti pure ricevessero gli onori loro dovuti, come appunto vedete sta accadendo oggi in queste esequie ufficiali: la fede nel valore di molti uomini non dovrebbe essere messa a repentaglio dalle maggiori o minori doti oratorie di un singolo. Perché è davvero difficile, quando è arduo persino dare solide basi al concetto che ognuno ha della verità, trovare nel proprio dire la giusta misura. Poiché se chi ascolta è stato testimone dei fatti e nutre sentimenti di benevolenza, può pensare che gli argomenti esposti non rendano un merito adeguato a quel che egli sa e vorrebbe; chi invece non sappia come sono andate le cose può essere indotto dall’invidia, se ciò che ascolta è al di là delle sue forze, a credere che nell’elogio vi sia dell’esagerazione. Le lodi rivolte ad altri sono infatti sopportate solo fino al punto in cui ognuno ritiene di poter essere in grado a sua volta di realizzare qualcosa di quel che ha udito; ciò che invece supera questo limite stimola l’invidia inducendo anche alla diffidenza. Ma dal momento che presso i nostri padri si affermò l’idea che fosse bello concludere così la cerimonia, conviene che anch’io segua questa consuetudine e tenti di venire incontro il più possibile ai desideri e alle aspettative di ognuno.</p>
<p>Prenderò innanzi tutto le mosse dai nostri antenati: in una simile circostanza è giusto e doveroso tributare loro l’onore del nostro ricordo, poiché nel susseguirsi delle generazioni essi ci hanno trasmesso, grazie al loro valore, una terra fino ai nostri giorni libera e abitata sempre dalla stessa gente. I nostri lontani progenitori sono degni di lode, ma ancor più Io sono i nostri padri che, in aggiunta a quel che avevano ricevuto, acquisirono l’intero impero su cui esercitiamo il nostro dominio e penarono per trasmettere anche questo a noi Ateniesi di oggi. Ma la massima espansione dell’impero la si deve a noi che oggi siamo ancora nel pieno della nostra età matura, e siamo stati noi a provvedere la città di tutto, rendendola autosufficiente sia in caso di guerra che ‘in periodo di pace. Ma io tralascerò le imprese di guerra dei padri e nostre, grazie alle quali il nostro impero si è gradatamente esteso, o le operazioni difensive che hanno visto impegnati noi o i nostri padri nel respingere gli attacchi portati da nemici barbari o greci — non voglio far lunghi discorsi davanti a chi queste cose le sa già. Prima di ogni altra cosa voglio invece esporre quali princìpi ispiratori ci abbiano mossi per giungere a tanto, sotto quale forma di governo e con quale modo di vivere sia nata la nostra potenza; solo dopo passerò a rendere l’elogio ai caduti, poiché ritengo che l’occasione sia particolarmente adatta per affrontare questi argomenti, e che sia utile farli intendere a tutta la folla di cittadini e di stranieri che si è radunata. </p>
<p>Il nostro sistema politico non si propone di imitare le leggi di altri popoli: noi non copiamo nessuno, piuttosto siamo noi a costituire un modello per gli altri. <strong>Si chiama democrazia, poiché</strong> nell’amministrare si qualifica non rispetto ai pochi, ma alla maggioranza. Le leggi regolano le controversie private in modo tale che tutti abbiano un trattamento uguale, ma quanto alla reputazione di ognuno, il prestigio di cui possa godere chi si sia affermato in qualche campo non lo si raggiunge in base allo stato sociale di origine, ma in virtù del merito; e poi, d’altra parte, quanto all’impedimento costituito dalla povertà, per nessuno che abbia le capacità di operare nell’interesse dello Stato è di ostacolo la modestia del rango sociale. La nostra tuttavia è una vita libera non soltanto per quanto attiene i rapporti con lo Stato, ma anche relativamente ai rapporti quotidiani, di solito improntati a reciproco sospetto: nessuno si scandalizza se un altro si comporta come meglio gli aggrada, e non per questo lo guarda storto, cosa innocua di per sé, ma che pure non manca di causare pena. Ma, se le nostre relazioni private sono caratterizzate dalla tolleranza, nella vita pubblica il timore ci impone di evitare col massimo rigore di agire illegalmente, piuttosto che in ubbidienza ai magistrati in carica e alle leggi; soprattutto alle leggi disposte in favore delle vittime di un’ingiustizia e a quelle che, anche se non sono scritte, per comune consenso minacciano l’infamia.  </p>
<p>Nel nostro lavoro abbiamo provveduto a creare un gran numero di momenti di riposo per ricreare lo spirito, da un lato introducendo la consuetudine di gare e riti sacrificali che celebriamo per tutto l’anno, dall’altro coltivando il gusto di splendidi arredi privati, da cui traiamo un quotidiano diletto che rasserena l’animo. La nostra città è cosi grande che da tutta la terra ci arrivano merci di ogni tipo, e avviene che il piacere riservatoci dal godimento di beni degli altri paesi non ci sia meno familiare del gusto dei prodotti della nostra terra.</p>
<p>Anche nel modo in cui ci prepariamo alle pratiche di guerra siamo diversi dai nostri avversari. Offriamo la nostra città agli altri come un bene da godere in comune, e non accade mai che, decretando l’espulsione degli stranieri, allontaniamo qualcuno da un’occasione di apprendimento o da uno spettacolo, anche se l’assistervi può tornare utile ad un nemico, cui tale visione non sia stata impedita. In realtà più che dei preparativi e degli stratagemmi, noi ci fidiamo del nostro coraggio, di cui diamo prova nell’azione. E ugualmente avviene nell’educazione della gioventù: gli altri già da ragazzi tendono a raggiungere una piena virilità sottoponendosi ad un durissimo addestramento, ma noi, nonostante il nostro modo di vivere più rilassato, non affrontiamo certo con minore ardire pericoli di uguale gravità. E questa ne è la prova: gli Spartani non effettuano da soli una spedizione contro la nostra terra, ma vengono con tutti i loro alleati, mentre, quando noi attacchiamo un altro paese, pur combattendo in terra altrui contro un nemico che lotta in difesa dei propri beni, di solito non facciamo fatica ad avere la meglio Mai nessun nemico si è sinora scontrato con tutte le nostre forze in una volta, perché molti sono impegnati con la flotta ed altri, contemporaneamente partecipano a spedizioni terrestri che hanno di mira obiettivi molteplici. Ma se ingaggiano battaglia con solo una parte di esse, se riportano la vittoria su alcuni di noi, si vantano di averci messi in fuga tutti, e se invece vengono sconfitti, allora — a loro dire — sono stati sopraffatti dalle nostre forze riunite. Eppure se ci disponiamo ad affrontare i pericoli vivendo in modo disteso più che esercitandoci a sostenere le fatiche, e dando prova di un valore che è frutto più di doti naturali che dell’imposizione delle leggi, ne risulta per noi un vantaggio, quello di non patire in anticipo per le afflizioni venture, e di affrontarle poi senza dimostrare un ardire minore di quelli che hanno costantemente penato — è per queste ragioni che la nostra città merita di essere ammirata, e poi per altro ancora. </p>
<p>Amiamo il bello, ma non lo sfarzo, e coltiviamo i piaceri intellettuali, ma senza languori. La ricchezza ci serve come opportunità per le nostre iniziative, non per fare sfoggio quando parliamo. E ammettere la propria povertà non è vergogna per nessuno: ben più vergognoso è piuttosto non darsi da fare per venirne fuori. La cura degli interessi privati procede per noi di pari passo con l’attività politica, ed anche se ognuno è preso da occupazioni diverse, riusciamo tuttavia ad avere una buona conoscenza degli affari pubblici. Il fatto è che noi siamo i soli a considerare coloro che non se ne curano non persone tranquille, ma buoni a nulla. E siamo gli stessi a partecipare alle decisioni comuni ovvero a riflettere a fondo sugli affari di Stato, poiché non pensiamo che il dibattito arrechi danno all’azione; il pericolo risiede piuttosto nel non chiarirsi le idee discutendone, prima di affrontare le azioni che si impongono. Giacché anche in questo siamo differenti: sappiamo dar prova della massima audacia e nello stesso tempo valutare con distacco quel che stiamo per intraprendere; mentre, per tutti gli altri, l’ignoranza spinge all’ardimento, la riflessione induce ad esitare. Ma sarebbe giusto riconoscere la maggior forza d’animo a quelli che, pur conoscendo assai bene sia i pericoli che gli aspetti piacevoli della vita, non per questo si sottraggono al rischio. Anche per nobiltà d’animo siamo all’opposto rispetto ai più; noi non stringiamo le nostre amicizie per ricavarne vantaggi, siamo noi piuttosto a procurarne: il favore del benefattore è sempre più costante, poiché un comportamento benevolo garantisce per sempre la dovuta riconoscenza; chi invece è in debito e deve ricambiare, non è animato da un sentimento altrettanto vivo, poiché sa bene che i servigi che egli potrà rendere a sua volta non verranno considerati come un favore spontaneo ma come il risarcimento di un debito. E siamo i soli a prestare liberamente aiuto agli altri non tanto per calcolo ma piuttosto in pegno di libertà. </p>
<p>In sintesi, affermo che la nostra città nel suo insieme costituisce un ammaestramento per la Grecia, e, al tempo stesso, che da noi ogni singolo cittadino può, a mio modo di vedere, sviluppare autonomamente la sua personalità nei più diversi campi con grande garbo e spigliatezza. E che queste siano non pompose parole di circostanza ma verità di fatto lo prova proprio la potenza della città, che abbiamo raggiunto grazie a queste qualità. Oggi infatti essa è l’unico Stato che ad ogni verifica risulti superiore alla sua fama, l’unico che non susciti nel nemico che l’abbia attaccata un amaro risentimento nel considerare quale sia la causa delle proprie angustie, né scateni il malcontento dei sudditi che si vedono dominati da signori indegni. Grandi sono i segni della sua potenza, non certo priva di attestazioni, che noi abbiamo affidato all’ammirazione dei contemporanei e di quelli che verranno, e non abbiamo bisogno di alcun Omero che canti la nostra gloria né di chi con le sue parole procurerà un diletto immediato, dando però un’interpretazione dei fatti che non potrà reggere quando la verità si affermerà: con la nostra audacia abbiamo costretto il mare e la terra interi ad aprirci le loro vie, e ovunque abbiamo innalzato alle nostre imprese, siano state esse sfortunate o coronate da successo, monumenti che non periranno. Ed è per una tale città che questi uomini hanno affrontato nobilmente la morte in combattimento, ritenendo che non fosse giusto perderla, ed è naturale che ognuno di quelli che restano volentieri per essa affronterà ogni travaglio. </p>
<p>Questo è il motivo per cui così a lungo ho parlato della nostra città: volevo infatti farvi capire, adducendo anche delle prove per dare solide basi al mio elogio di coloro in onore dei quali oggi ho preso la parola, che le ragioni della nostra lotta non sono le stesse che possono animare quelli che non hanno nulla di tutto ciò. Ma di quest’elogio il più è stato ormai detto, poiché la gloria della città a cui ho sciolto un inno rifulge proprio grazie agli alti servigi che questi uomini e altri come loro le hanno reso, e non per molti Greci si potrebbe cogliere, come nel loro caso, un perfetto equilibrio fra fatti e parole. Il valore di questi uomini è provato, a mio avviso, dalla morte che ora essi hanno incontrato: essa è stata per gli uni la prima rivelazione, per gli altri l’ultima conferma. E, pure se alcuni non avevano dato per il resto buona prova di sé, è giusto anteporre a tutto la nobiltà d’animo da loro mostrata in guerra, in difesa della patria, poiché essi hanno cancellato il male col bene, procurando allo Stato un vantaggio maggiore del danno derivante dalle mancanze commesse in ambito privato. Nessuno di loro si è mai comportato da vile preferendo godersi in pace le proprie ricchezze, né ha arretrato dinanzi al rischio per la speranza, che si nutre quando si è poveri, di poter ancora sfuggire a tale condizione di povertà e diventare ricchi. Prendersi la vendetta sul nemico è stato per loro un desiderio più forte delle ricchezze, e questo essi l’hanno considerato al tempo stesso il rischio più esaltante da affrontare; e con esso hanno voluto da un lato prendersi la vendetta, dall’altro esaudire le loro aspirazioni affidando alla speranza l’incertezza del successo futuro, ma nell’azione concreta per l’immediato ritenendo giusto confidare solo in se stessi. E, proprio nel vendicarsi sul nemico, preferendo affrontare il sacrificio estremo piuttosto che salvarsi grazie a un cedimento, hanno evitato una fama vergognosa: hanno fatto fronte all’impresa offrendo il proprio corpo. E nel momento brevissimo in cui si è compiuto il loro destino ed essi hanno lasciato la vita, non il timore ha toccato il culmine, ma la loro gloria. </p>
<p>La grandezza di questi uomini è stata quale si conviene alla nostra città; quelli che restano devono sì fare voti che i loro propositi contro i nemici abbiano una sorte migliore, ma non devono nemmeno ritenere possibile un comportamento più codardo. Non badate solo alle parole che vi illustrano i vantaggi di un agire magnanimo: si potrebbe anche lumeggiarli a lungo — a chi, come voi, li conosce però altrettanto bene — dicendo quanto sia utile difendersi dai nemici. Ma quel che occorre fare piuttosto è considerare nella realtà, giorno dopo giorno, la potenza della nostra città, e innamorarsene; e se vi sembra che sia grande, dovete pensare che ad acquisirla furono uomini capaci di osare, consapevoli dei loro doveri, animati nel loro agire da un vivo senso dell’onore. E se pure talora non avevano fortuna in qualche tentativo intrapreso, avrebbero ritenuto indegno privare la città del loro valore; gliene facevano quindi dono: era il più bello che potessero offrirle, perché donando la loro vita per il bene comune ricevevano come personale compenso l’elogio che il passare degli anni non intacca e la più insigne delle sepolture — che non è quella in cui giacciono i loro corpi, bensì quella ideale in cui la loro gloria resta, sorretta da un ricordo perenne, che si rinnova ad ogni occasione che si dia di parola o di azione. Poiché sepolcro degli uomini illustri è la terra intera [ ἀνδρῶν γὰρ ἐπιφανῶν πᾶσα γῆ τάφος ], e non è solo l’iscrizione sulla stele funeraria posta nel loro paese a parlare di loro, ma anche in terra straniera, un ricordo di cui non v’è traccia scritta vive in ognuno e ne anima lo spirito più che l’agire.»</p>
<p>Da: Tucidide, <em>La Guerra del Peloponneso</em>, edizione con testo greco a fronte a cura di Luciano Canfora, Einaudi-Gallimard 1996, pp. 225-241, la traduzione del libro II è di Mariella Cagnetta.</p>
<p>Ho preferito questa traduzione a quelle che si trovano in rete, ad esempio <a href="http://www.miti3000.it/mito/biblio/tucidide/peloponneso/secondo_uno.htm">qui</a> e <a href="http://www.miti3000.it/mito/biblio/tucidide/peloponneso/secondo_due.htm">qui</a>. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/09/si-chiama-democrazia-poiche/">Si chiama democrazia poiché . . .</a></p>
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		<title>La violenza che è in noi</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2011 06:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Ci risiamo. Purtroppo ci risiamo. Di nuovo la violenza. Di nuovo la prospettiva di una spirale di violenza. C’erano segnali da diverso tempo, per chi avesse le orecchie fini, per chi abbia vissuto gli anni settanta e ricordi molti episodi artigianali e per certi versi patetici, a volte anche buffi, che hanno inaugurato la stagione del terrorismo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/20/la-violenza-che-e-in-noi/">La violenza che è in noi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Ci risiamo. Purtroppo ci risiamo. Di nuovo la violenza. Di nuovo la prospettiva di una spirale di violenza. C’erano segnali da diverso tempo, per chi avesse le orecchie fini, per chi abbia vissuto gli anni settanta e ricordi molti episodi artigianali e per certi versi patetici, a volte anche buffi, che hanno inaugurato la stagione del terrorismo. Ripeto, anche nella nostra regione. Sì, anche nella nostra regione. Allora come adesso. Ma adesso la cosa è sotto gli occhi di tutti.</p>
<p>Alla violenza si intende rispondere con la violenza. Inasprendo le leggi. Fingendo che i fatti di Roma non si sarebbero potuti evitare con le leggi attuali (sono anni, faccio un esempio, che le manifestazioni a Parigi sono protette dalla polizia, strada per strada, minuto per minuto, dalle frange violente, nel loro caso per lo più apolitiche). Mettendo in prigione, punendo con pene esemplari. È una risposta molto facile, e sciocca. Non ha funzionato allora, non funzionerà adesso. Provocherà anzi un’ulteriore radicalizzazione dei gruppi che adesso sono attratti dalla violenza (ripeto, ancora in maniera germinale e tutto sommato<span id="more-40402"></span> non grave). La crisi economica, la terribile crisi che incombe e che colpirà in primo luogo proprio i giovani, farà il resto.</p>
<p>L’Italia ha un irrisolto problema con la violenza. Negli ultimi cento anni ha vissuto le ecatombi della prima guerra mondiale, con gli ammutinamenti e le fucilazioni delle classi popolari inviate al macello, la ventennale violenta dittatura (lasciamo stare per piacere le visioni edulcorate che vanno per la maggiore) che ne è seguita, la guerra civile che l’ha conclusa, le violente diatribe riguardo alla sua interpretazione che tuttora imperversano, con l’imperante e inaccettabile equiparazione di chi ha lottato per o contro la democrazia, la riattivazione negli anni settanta delle lacerazioni di questa stessa lotta fratricida, le cui ferite non siamo ancora riusciti a curare completamente. Non nascondiamoci questa realtà. Noi italiani abbiamo la violenza nella nostra storia, non abbiamo fatto quello che occorreva per separarcene. Tutti noi. Lo si vede nello svolgersi quotidiano della politica, nel tono di qualsiasi dibattito politico televisivo.</p>
<p>La destra, questa destra corrotta e amorale e molto poco democratica e intollerante, ha delle enormi responsabilità. Per anni ha soffiato sulle ceneri con la sua violenza verbale e la sua grettezza, negando all’avversario qualsiasi dignità, trascinando il paese in un baratro sociale e di idee. Ma anche la sinistra ha le sue colpe. Questa sinistra che non ha saputo creare alternative, che non ha pensato a mandare in pensione i suoi incapaci e vetusti notabili, che s’è separata completamente dalla società civile.</p>
<p>Questi che chiamate delinquenti per me sono ragazzi. Certo incendiare una camionetta e tirare sassi ai poliziotti non è un fatto banale, ma non hanno ancora ammazzato nessuno. Non ancora. Ascoltiamoli. Cerchiamo di capire cosa dicono. Non prendiamoli in giro perché non sanno parlare bene (non dimentichiamo che anche le basi teoriche dei brigatisti erano molto povere). Parliamogli. Diciamogli le cose che la destra retriva degli anni settanta non ha saputo dire ai ragazzi che erano sedotti dalla violenza, macchiandosi a mio parere di un’oggettiva responsabilità. Riconosciamo, come l’hanno fatto gli abitanti della Val di Susa, sindaci in testa, che per certi versi e su certi temi possono avere anche ragione. Proponiamogli delle soluzioni. Costringiamogli a parlare, a usare le armi delle parole. Oppure metteteli in prigione. Demonizzateli. Fatene dei capri espiatori per le vostre irresponsabili strategie politiche e delinquenziali, o per l’incapacità a proporre un’alternativa. Risponderanno alla violenza con una violenza maggiore. Causeranno morte.</p>
<p>Provo tristezza e senso di impotenza.</p>
<p><em>[questo pezzo apparirà sul quotidiano "Trentino" del 21.10.11]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/20/la-violenza-che-e-in-noi/">La violenza che è in noi</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>un&#8217;altra volta</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/fantapolitica/</link>
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		<pubDate>Mon, 22 Aug 2011 16:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/piero-large.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p>Piero Marrazzo è l’ultimo uomo politico italiano ad aver mancato l’opportunità di diventare eroe nazionale. Con un unico gesto, con il superpotere perduto del senso dello stato e della giustizia, avrebbe potuto uscire da Via Gradoli con la testa alta e la camicia disordinata dal desiderio e dire Sì, sono stato con un transessuale e questo non pregiudica la mia capacità di amministrare una regione, sapete, hanno provato a ricattarmi ma io non ho temuto e al presidente del consiglio che mi ha chiamato per segnalarmi un video scabroso sui miei comportamenti sessuali ho risposto che non bisogna avere paura delle parole dopo che si è ceduto hai fatti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/fantapolitica/">un&#8217;altra volta</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/piero-large.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-39912" title="piero-large" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/piero-large-300x222.jpg" alt="" width="300" height="222" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p>Piero Marrazzo è l’ultimo uomo politico italiano ad aver mancato l’opportunità di diventare eroe nazionale. Con un unico gesto, con il superpotere perduto del senso dello stato e della giustizia, avrebbe potuto uscire da Via Gradoli con la testa alta e la camicia disordinata dal desiderio e dire Sì, sono stato con un transessuale e questo non pregiudica la mia capacità di amministrare una regione, sapete, hanno provato a ricattarmi ma io non ho temuto e al presidente del consiglio che mi ha chiamato per segnalarmi un video scabroso sui miei comportamenti sessuali ho risposto che non bisogna avere paura delle parole dopo che si è ceduto hai fatti. Avrebbe potuto vantarsi della normalità delle proprie indefinitezze e metterle in comune con le persone che lo avevano votato, restituire, con quel gesto, la fiducia che gli era stata data con la matita copiativa sulla scheda elettorale. E poi scusarsi, infinitamente, per aver usato una macchina che non era per lui ma per la carica che era stato chiamato a ricoprire. Scusarsi perché è perdita di democrazia confondere il singolo col ruolo. Così, quando il giorno di Ferragosto ho visto l’<a href="http://www.repubblica.it/politica/2011/08/15/news/intervista_marrazzo-20450866/">intervista su Repubblica</a> ho gioito e esultato Vai Marrazzo! E invece, nelle domande belle, incalzanti e politiche di Concita De Gregorio, si è ripresentato uguale a sé stesso. Le giustificazioni tutte virate al piano morale, giovani e droghe, prostitute e famiglia, abitudini sessuali e matrimonio,<em> le Confessioni </em>di Agostino il cui unico messaggio ritenuto è Se hai conosciuto il male non devi più nasconderti. Vorrei chiedere a Marrazzo a quale male allude, alla seduzione d’un desiderio o al malcostume di una classe politica che ha reso la rappresentazione di sé il gagliardetto dell’assenza di democrazia. Solo dal primo non devi più nasconderti.</p>
<p><span style="color: #008000;">[queste righe sono state pubblicate il 19 Agosto 2011 su l'Unità]</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/fantapolitica/">un&#8217;altra volta</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Censure: il passato davanti</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/05/02/censure-il-passato-davanti/</link>
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		<pubDate>Mon, 02 May 2011 06:32:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gherardo bortolotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Censure: il passato davanti / Giambattista Tirelli
<p style="text-align: justify; font-size: 80%;">[In via sperimentale, Nazione Indiana mette a disposizione questo articolo anche come <em>ebook</em>, nei formati .epub e .mobi (<a title="articolo in formato .mobi" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/censure_il_passato_davanti_giambattista_tirelli.zip" target="_blank">file zip scaricabile qui</a>)]</p>
<p style="text-align: right;"><em>Al mio coraggioso Marco che onora le virtù civiche.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/02/censure-il-passato-davanti/">Censure: il passato davanti</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align: justify;">Censure: il passato davanti / Giambattista Tirelli</h2>
<p style="text-align: justify; font-size: 80%;">[In via sperimentale, Nazione Indiana mette a disposizione questo articolo anche come <em>ebook</em>, nei formati .epub e .mobi (<a title="articolo in formato .mobi" href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/censure_il_passato_davanti_giambattista_tirelli.zip" target="_blank">file zip scaricabile qui</a>)]</p>
<p style="text-align: right;"><em>Al mio coraggioso Marco che onora le virtù civiche.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Svolgeremo alcune considerazioni motivate innanzitutto dalla volontà di comprendere se per le biblioteche pubbliche si pone, e in quali termini, una questione <em>censura</em>, la cui pericolosità potrebbe derivare dal suo svilupparsi <em>nelle cose</em>: da un’insufficiente comprensione della natura degli interessi che la ripropongono, nonché dalla mancata percezione dei possibili approdi cui potrebbero condurre le tecnologie della comunicazione istantanea globalizzata.</p>
<p style="text-align: justify;">Proveremo ad attualizzare qualche categoria analitica ampiamente utilizzata dagli storici che si sono occupati di censura libraria. Speriamo che lo sforzo di mantenere agganciati, entro un continuo argomentativo, passato e presente e futuro, non offra il fianco a fondate critiche di anacronismo.<span id="more-38915"></span></p>
<h3 style="text-align: justify;">1. “Con le stesse sinistre operazioni”</h3>
<p style="text-align: justify;">Un apprezzabile e essenziale lavoro di Mario Infelise, dedicato a evidenziare ragioni e forme della plurisecolare censura libraria, si conclude avanzando considerazioni che possono ben fungere da sostanziale asse metodologico di altri ragionamenti tesi a mettere in luce tanto le variabili quanto le costanti politiche e culturali che hanno motivato e motivano l’intervento delle forze dominanti &#8211; del <em>potere</em> – nei processi di comunicazione sociale al fine di influire su dinamiche e esiti della formazione intellettuale e morale dei governati, o per dirlo altrimenti, dell’opinione pubblica e quindi sugli orientamenti collettivi cruciali per il consenso ai governanti (considerati non solo sotto il profilo istituzionale).</p>
<p style="text-align: justify;">Va accolto l’invito a evitare valutazioni semplicistiche, e in ultima analisi cieche, ricorrenti a schemi interpretativi manichei, dove si confrontano in secca contrapposizione il bene e il male, l’oppressione e la libertà; dove si sottovalutano le questioni che fondano le legislazioni, o si dimenticano le sinergie del punire giuridicizzato col sorvegliare del conformismo sociale, delle intolleranze ideologiche (secolari e religiose) a danno delle minoranze ritenute devianti.<a name="testo1" href="#nota1"><sup>1</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ben sappiamo che non è storicamente data governabilità equiparabile alla pura coercizione. Sempre si esprime, invece, tramite una miscela di costrizioni e persuasioni assai variamente dosate, condizionata dalla natura dei poteri vigenti e dalla loro articolazione più o meno complessa, nonché dall’efficacia delle autonome forze imperative. Non è riscontrabile censura che non sia affiancata da interventi positivi – compresi compromessi e studiate passività – a sostegno dell’ortodossia, o comunque utili a depotenziare gli antagonismi. Proprio così allora: “non è possibile definire una volta per tutte il quadro entro il quale la libertà di espressione può essere esercitata poiché esso tende a configurarsi in maniera sempre nuova, a seconda dell’evolversi delle tecnologie dell’informazione, in funzione dei sistemi istituzionali e di esigenze di carattere sociale”,<a name="testo2" href="#nota2"><sup>2</sup></a> dove le componenti economiche sono sempre presenti e rilevanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Sospettiamo tuttavia che cogliere come “spesso la repressione si sia manifestata in epoche [diverse e anche] lontane con le stesse sinistre operazioni”<a name="testo3" href="#nota3"><sup>3</sup></a> dia giustificato segno a non pochi sforzi storicizzanti, nel senso di necessitarne le conclusioni: a fronte di radicali cambiamenti, nel tempo, degli strumenti (i <em>media</em>) di diffusione delle idee registrate e quindi delle armi della battaglia culturale, gli aspiranti all’<em>egemonia repressiva</em> hanno messo in campo strategie (e tattiche conseguenti) sempre tese a realizzare un più o meno penetrante controllo, a seconda delle necessità richieste dalle circostanze, della disponibilità materiale e concettuale delle risorse informative rivolte a utilizzatori reali e potenziali. Insomma: che la critica ai novelli fautori della “licenza de’ superiori” possa con pertinenza ricorrere ad antiche obiezioni, forse è indizio di involuzioni conservatrici nella dimensione politico-sociale, più che di una pigrizia metodologica da ascrivere a chi le indaga.</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrà pur dire qualcosa &#8211; l’esempio s’impone &#8211; che sia del presente ravvicinato (A. D. 2011, era della <em>rete</em>) la minacciata iniziativa di privare le biblioteche pubbliche del glorioso territorio veneto delle pubblicazioni dovute ad autori sgraditi a personaggi dell’amministrazione locale.</p>
<p style="text-align: justify;">La vicenda risulta tanto più preoccupante quanto più i suoi promotori sembra non ne colgano l’enormità, le implicazioni eversive rispetto alle logiche democratiche generali. Dalla stampa locale veneziana si apprende infatti che l’assessore regionale all’istruzione ribatte all’accusa di illiberalità rivendicando la liceità del proprio autonominarsi gestore della “censura morale”, e pure del dare “un indirizzo politico” a insegnanti e bibliotecari affinché non diffondano i libri di autori nemmeno giudicati per le loro opere, ma in ragione delle opinioni manifestate relativamente a un fatto politico-giudiziario specifico.<a name="testo4" href="#nota4"><sup>4</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">L’imperdonabile colpa dei reprobi è la stessa contestata dai coscritti romani &#8211; era il 25 d.C. &#8211; a Cremuzio Cordo, ossia di non aver chiamato anch’essi <em>bandito</em> chi ritenuto per diffusa opinione tale.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo storico accadimento è proprio Mario Infelise a ricordarcelo,<a name="testo5" href="#nota5"><sup>5</sup></a> a proposito di origini della censura, citando il Tacito degli Annali, dove racconta che il nostalgico delle virtù repubblicane Cremuzio, certo della condanna, “uscì dal senato e si lasciò morire di fame. I senatori decretarono il rogo, per mano degli edili, dei suoi libri; ma sopravvissero, prima nascosti e poi divulgati.”<a name="testo6" href="#nota6"><sup>6</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna qui sottolineare che l’auspicio dei nostri contemporanei insipienti veneti (tridentini espurgatori <em>ad honorem</em>) sarebbe di rendere indisponibili ai cittadini documenti già accessibili, cioè eliminarli funzionalmente: ancora roghi di fatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Distruzione e occultamento dei libri sono azioni analoghe per scopo e risultato; almeno finché la segregazione è efficace e dà, a chi la mette in atto, l’accesso esclusivo ai supporti documentari in termini di consultazione e studio. Si pensi all’organizzazione delle biblioteche impiegate nella battaglia controriformista. Spesso previdero la realizzazione di ricetti <em>segreti</em> destinati a ospitare i libri proibiti ai fedeli, ma non ai custodi dell’ortodossia dottrinaria e perciò documentaria. L’obbiettivo, naturalmente, era il non impedirsi la conoscenza degli avversari necessaria a meglio contrastarli. Inscindibile conoscenza bibliografica e di contenuti.<a name="testo7" href="#nota7"><sup>7</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">È evidente il prioritario scopo della censura applicata alla biblioteca: definire il profilo culturale &#8211; filosofico, scientifico, letterario – della raccolta e determinare così le condizioni della sua reale disponibilità (pubblicità).<a name="testo8" href="#nota8"><sup>8</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">L’episodio che vede affannarsi mediocri protagonisti risulta paradigmatico della variegata fenomenologia censoria prima tratteggiata, nella quale sembra ineluttabile che gli intolleranti riescano “solo a provocare disonore a sé e notorietà alle loro vittime.”<a name="testo9" href="#nota9"><sup>9</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">A noi immersi nei flussi gratuiti della comunicazione di massa è familiare l’effetto pubblicitario indotto dalle pressioni proibizioniste in generale, e in particolare da quelle esercitate in campo culturale. Per l’ostracismo librario la cosa è ampiamente provata e documentata (anche nelle carte dell’Inquisizione) per ogni tempo e luogo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma a fronte delle dure repliche della realtà, le Chiese e gli Stati dovettero compiere una progressiva conversione strategica delle pratiche censorie e puntare più sulla risposta culturale che sulla non risolutiva azione repressiva preventiva. La Chiesa cattolica, in particolare, non lesinò i mezzi tipografici e le risorse intellettuali necessari a dispiegare in tale chiave una controffensiva che divenne permanente: inaugurata per contrastare la Riforma, si prolungò prima contro i Lumi e poi &#8211; ancora si manifesta &#8211; in antagonismo alle varie declinazioni della laicità (spesso tacciate di laicismo).</p>
<p style="text-align: justify;">Le pretese di controllo culturale dichiarate dagli aspiranti censori padani presentano rozze caratteristiche da rimarcare: l’apparente inconsapevolezza intorno alla irrealizzabilità pratica dei limitati obiettivi prospettati &#8211; interdizione in una <em>Provincia sola</em> &#8211; dovuta innanzitutto alla molteplicità dei canali di comunicazione alternativi; la mancata promozione di <em>buoni maestri</em>. Si tratta, ci sembra, di eclatanti prove del fatto che si sentono impegnati non in una contesa per far prevalere autonome letture della realtà, ma solo a impedire l’espressione di quelle giudicate avverse; non nella controversia delle idee, ma nell’eliminazione dei termini di confronto.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la miltoniana Areopagitica possiamo ripetere che la loro proposta censoria non può “sottrarsi al novero dei tentativi inutili e vani. E chi avesse voglia di scherzare non potrebbe fare a meno di paragonarla alla trovata di quel bell’ingegno che pensò d’imprigionare le cornacchie chiudendo il cancello del parco”;<a name="testo10" href="#nota10"><sup>10</sup></a> eppoi ribadire che “la migliore e più ferma soppressione del falso ne è la confutazione.”<a name="testo11" href="#nota11"><sup>11</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Altri costruttori del consenso sociale, assai più avvertiti, sanno invece quali siano le leve su cui agire per stare nella partita per l’egemonia. Sì, non si può evitare di <em>buttarla in politica</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Sia però prima concesso rammentare che la nemesi della censura brandita da chi fu censurato è di antica data e sempre palesa le incoerenze degli immemori delle ingiustizie patite. Ancora John Milton non sbagliava, a metà Seicento, a cogliere la gigantesca contraddizione insita nelle misure di controllo preventivo della stampa disposte dai <em>riformati</em>, nonostante rivendicasse orgogliosamente d’esserne parte. Il poeta denunciava, con precoce sensibilità, un sopruso non nuovo e destinato a perpetuarsi nei secoli, fino a manifestarsi negli autentici tradimenti consumati da sedicenti epigoni del pensiero liberaldemocratico, dunque anche <em>sub specie</em> Popolo della libertà.</p>
<h3 style="text-align: justify;">2. Privatizzatori di risorse strategiche</h3>
<p style="text-align: justify;">Le grandi linee dell’effettuale e formale mutamento costituzionale cui ambisce la destra italiana, e persegue con aperta determinazione e qualche risultato, rivelano il disegno di spostare decisamente gli equilibri dei poteri a favore dell’esecutivo,<a name="testo12" href="#nota12"><sup>12</sup></a> appropriarsi dei principali spazi di iniziativa legislativa e piegare a domestiche priorità l’azione della magistratura.</p>
<p style="text-align: justify;">Fulcro dell’autentico rivoluzionamento istituzionale è la frantumazione degli interessi per agevolare la preminenza delle alleanze che derivano potere dalla forza economica e dalla collocazione strategica nelle sedi dove si prendono le fondamentali decisioni sistemiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Sia a livello sociale che culturale lo scenario prevede il trionfo dei cosiddetti gruppi forti, rinvigoriti dal vantaggio di competere con concorrenti polverizzati (presupposto per evoluzioni oligopolistiche sovranazionali) e dall’estenuazione dall’immateriale condizionamento che promana dal comune sentire.</p>
<p style="text-align: justify;">La governabilità del processo necessita di una riunificazione in larga parte ideologica della rappresentanza sociale, anche cementata da un individualismo alimentato dal rapporto diretto con l’individualità mitica di un capo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’accreditamento della specialità individuale del <em>leader</em> è fattore della lotta per il consenso, necessariamente combattuta con le armi di persuasione collettiva e in primo luogo con i media di massa, nei quali la televisione ha ruolo cruciale.</p>
<p style="text-align: justify;">La linea scelta dalla destra governante, un ipotetico leniniano-mcluhaniano potrebbe riassumerla con la formula “Esecutivizzazione + mediasettizzazione”.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è populismo senza quota di popolo abbagliato. E ben si badi: l’estensione sufficiente di questo segmento sociale sedato è, almeno nelle cosiddette democrazie rappresentative, quella che consente la vittoria elettorale; dunque una frazione non necessariamente grande di cittadini, il cui peso può essere reso più determinante attraverso i meccanismi elettorali che premiano la maggioranza relativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dividere per imperare è tattica sempre produttiva e mentre cerca di strutturare assetti neocorporativi, parallelamente destruttura gli istituti del pubblico interesse per creare i presupposti oggettivi della loro delegittimazione.<br />
La marginalizzazione del ruolo pubblico, in economia e nei processi educativi, attraverso la parcellizzazione degli interessi e della loro rappresentazione istituzionale, è la sostanza essenziale delle politiche di appropriazione privata della produzione sociale. Il loro inesorabile esito, ripetiamolo, è il trionfo dei soggetti forti, cioè un riassetto strutturale oligopolistico. Esempio clamoroso, leggibile quale esperimento di laboratorio, lo si è avuto con la riconversione postcomunista dell’ex Unione Sovietica. Lì l’inversione dell’economia si è appoggiata all’irresistibile azione dello Stato forgiato dal socialismo reale: interessi privati prima <em>creati</em> a tavolino e poi garantiti dalla cogenza della nuova legalità. In altri termini: utilizzare la forza autoritativa statale in direzione autolimitativa per aprire spazi ai processi di privativizzazione e in siffatto modo costituzionalizzarli a posteriori; fare acquisire a nuovi ceti, in una partita truccata, forza regolatrice (censoria) poco avversabile perché incorporata nei meccanismi di costruzione e espressione della rappresentanza politica. L’ordinario si fa costituzionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche i nostri privatizzatori di risorse strategiche sembra agiscano secondo logiche orientali,<a name="testo13" href="#nota13"><sup>13</sup></a> certo adeguandole a uno scenario dove complessa è l’articolazione dei poteri e degli interessi consolidati, e dove la statualità forte affidata al primato dell’esecutivo (declinazione della statualità di parte, privatizzata) è in costruzione ma fortemente contrastata: proprio strani questi predicatori liberali che razzolano come neogiacobini (autoinvestiti della rappresentanza integrale del popolo sovrano).<a name="testo14" href="#nota14"><sup>14</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">La privatizzazione forzata &#8211; garantita dallo Stato &#8211; non può sopportare riaggregazioni intorno a un ampio “per sé” proteso a raggiungere lo sbocco politico generale. Di qui la perseveranza con cui la destra lavora a minare le basi socioculturali favorevoli alla formazione di siffatta sintesi, a inaridire dunque il terreno da cui potrebbe trarre alimento. Ecco la contrazione degli spazi d’iniziativa economica pubblica di qualche rilevanza; la balcanizzazione della scuola e dei riferimenti pedagogici, con il lento e inesorabile ridimensionamento di quella statale (infatti la si vuole piegare alle convenienze delle imprese &#8211; necessariamente di breve periodo, vista la rapidità del mutamento del globale quadro economico in cui competono &#8211; utilizzando motivazioni derisorie degli studi interdisciplinari d’impianto umanistico). Di qui l’attacco all’unità sindacale dei lavoratori imperniato sulla promozione della contrattazione individuale; la diminuzione fino all’insignificanza del contributo pubblico a sostegno ai progetti culturali senza finalità di lucro, e così marginalizzare le produzioni indipendenti; l’indebolimento fino allo stremo dei canali pubblici di informazione/autoformazione, fra i quali si situano le biblioteche. Non si ipotizzano un altro teatro, un diverso cinema, biblioteche riposizionate, bensì drastici rovesciamenti o liquidazioni di tutto quanto non sia collocabile in sorvegliate dinamiche economiciste.</p>
<p style="text-align: justify;">L’opzione non prevede <em>entrismi</em> ma il più rapido smantellamento possibile degli istituti del pluralismo e di quelli concepiti per realizzare equilibri frutto del libero confronto che concretizza il <em>contratto sociale</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Risultato prevedibile? La moltiplicazione dei conflitti d’interesse conseguente all’esasperata granulare polarizzazione socioculturale.</p>
<p style="text-align: justify;">In tale contesto stanno le biblioteche pubbliche: scandalosamente gratuite, solo indirettamente produttive di ricchezza materiale, e <em>di tutti</em> per vocazione; intrinsecamente avversarie dei particolarismi, sia nella versione dei localismi identitari che degli specialismi strumentali; mezzi della cittadinanza consapevole.</p>
<p style="text-align: justify;">Verso <em>queste</em> biblioteche la censura da attendersi dalle autorità neocorporative è la più radicale: il progressivo indebolimento fino alla consunzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Previsioni diverse potrebbero essere giustificate per il futuro di <em>altre</em> biblioteche: pubbliche solo per afferenza istituzionale e campo per ruoli innocui variamente interpretabili (compreso il ritorno a prioritarie funzioni celebrative del campanile).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, qui giunti, è inevitabile interrogarci sul presente che viviamo, il quale suscita l’allarme di Giovanni Solimine fino a denunciare che “di questo passo si va inesorabilmente verso la chiusura.”<a name="testo15" href="#nota15"><sup>15</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">I giochi non sono fatti, almeno finché la lotta politica generale resta aperta a sbocchi alternativi. Anche per questo non sono accettabili ignavie di chi si dice pensieroso per le sorti delle biblioteche pubbliche, né incoerenze teoriche e operative.</p>
<p style="text-align: justify;">I bibliotecari presi dall’<em>economia della biblioteca</em> (come se fosse ambito di una indifferenziata <em>economia della cultura</em>), dalle mirabolanti virtù del mercato, quando non abbiano personali spinte all’innamoramento (comprese le ambizioni accademiche) temiamo non siano immuni dalla subalternità a un pensiero che ha fatto passi da gigante nel lavoro di disseminazione della sfiducia, del disprezzo anzi, verso ogni richiamo all’utilità non immediatamente monetizzabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure la biblioteca pubblica non può lavorare che rivolgendosi a tutti i cittadini, rifacendosi cioè a un canone culturale nemmeno indirettamente specialistico (proprio non orientato all’economicismo) e dunque confermando anch’essa, alla luce dei cambiamenti e dei bisogni generali della società servita, l’apertura privilegiata a ricontestualizzate istanze umanistiche, ch’è come dire democratiche: “non per profitto”.<a name="testo16" href="#nota16"><sup>16</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Non riteniamo perciò una forzatura polemica interpretare come frutto censorio l’opacità delle biblioteche pubbliche derivata da gestioni non all’altezza della loro missione: pseudoservizi che si autoperpetuano prescindendo dal valore d’uso. Sicché ai bibliotecari incapaci è giustificato imputare la connivenza coi censori in stretta accezione, sotto forma di oggettiva compartecipazione al sistema che questi costruiscono.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi combatte le interdizioni può legittimamente appellarsi alla deontologia professionale dei bibliotecari, ma ancor più deve pretendere da essi che la interpretino come dovere di onorare il <em>mestiere</em>.<a name="testo17" href="#nota17"><sup>17</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Quando poi volgiamo l’attenzione ai titolari istituzionali delle biblioteche &#8211; non di unica casacca &#8211; non di rado li vediamo disinteressati al loro produttivo funzionamento, o addirittura scientemente impegnati a minarne la vitalità.<br />
Si sa della cura rivolta dalle organizzazioni censorie al controllo della vita quotidiana, del loro insinuarsi nell’intimità dei fedeli/sudditi affinché interiorizzassero il timore di inesorabili punizioni per ogni cedimento a tentazioni trasgressive, fra le quali avevano posto significativo le private letture. E particolarmente perniciosa era ritenuta la lettura di autori contemporanei non allineati, giacché il loro intervenire sul presente li faceva percepire come incombenti pericoli per l’ordine costituito e la sua credibilità. Fu così per i <em>philosophes</em> e, guarda caso, lo è per Roberto Saviano in alcune verdi contrade.</p>
<p style="text-align: justify;">Se non stupisce che i dominanti siano assai sensibili a tutto ciò che contribuisce a plasmare i connotati della contemporaneità di cui partecipano, allora ben si spiegano le coazioni a ripetere verificabili nelle interferenze di non isolati amministratori locali nella scelta dei periodici da mettere a disposizione del pubblico nelle biblioteche comunali, e innanzitutto dei quotidiani e dei settimanali. Operazioni immancabilmente aperte dall’invocazione di maggiore pluralismo politico-culturale e altrettanto immancabilmente sfocianti nel suo impoverimento, nella riduzione dell’ampiezza e della varietà dell’offerta informativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Deprimenti criteri selettivi del personale impiegato nelle biblioteche pubbliche e tagli dei finanziamenti destinati al loro funzionamento ordinario, non sono tipici dei soli momenti di crisi economica generale; si registrano anche in fasi di relativa prosperità e perlopiù inaugurati decurtando le somme destinate al rinnovamento delle raccolte (scelta coerente di una volontà tesa a prosciugare le fonti della ricchezza ideale).</p>
<h3 style="text-align: justify;">3. “Se mi portano via i neuroni devo stare zitto?”</h3>
<p style="text-align: justify;">La recrudescenza delle iniziative censorie è sempre contestuale all’importanza e all’intensità dei movimenti di antagonismo politico e culturale, ma acuisce parallelamente alla crescita quantitativa e all’efficacia della diffusione degli strumenti di comunicazione che li fanno conoscere. Lo si è visto nella fase di spettacolare dilatazione della produzione libraria dovuta alla stampa tipografica, quando i ceti egemoni si sono trovati a fare i conti con la necessità di controllare gli ampi effetti liberatori dovuti alla nuova tecnologia (<em>miracolosa</em>) presentatasi come radicale rottura delle pratiche artigianali di copiatura manoscritta. Bisogna tuttavia rilevare un dato importante: mentre la sorveglianza della pur ristretta e disseminata produzione calligrafica era sostanzialmente impensabile, la nuova stampa seriale offriva possibilità di controllo dovute al fatto che richiedeva una struttura tecnica e una organizzazione difficilmente occultabili. Solo la moltiplicazione e la diffusione territoriale delle officine di stampa ricostituirono condizioni di obiettiva incontrollabilità della produzione libraria e della sua circolazione: controprova di quanto più la produzione è concentrata, tanto più il suo controllo è facilitato. E si è già potuto constatare che ciò vale anche per la <em>rete</em>, per “Internet bifronte” che “aiuta i dimostranti e difende i regimi”.<a name="testo18" href="#nota18"><sup>18</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">C’è una dialettica <em>centralizzazione produttiva/controllabilità</em> cui è indispensabile porre attenzione. Ne è lontano esempio il rovesciamento funzionale conosciuto da famosissime opere d’informazione bibliografica.<a name="testo19" href="#nota19"><sup>19</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">La circolazione dei documenti stampati è stata favorita anche dall’efficacia dei mezzi di segnalazione al pubblico, cioè dall’incisività informazionale dei repertori bibliografici: di quegli strumenti a lungo definiti “biblioteche”, a loro volta, proprio perché potenti disseminatori di notizie librarie, controllati dalle autorità custodi dell’ortodossia intellettuale e dei costumi.</p>
<p style="text-align: justify;">La <em>biblioteca repertorio</em> quale ideale progetto della raccolta reale insinua riflessioni angoscianti se volgiamo lo sguardo al futuro del controllo delle memorie registrate, del processo documentario di produzione/circolazione/fruizione, alla luce delle vicende del passato.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensiamo al ribaltamento di finalità conosciuto dalla <em>Bibliotheca universalis</em> di Konrad Gesner: concepita dall’autore anche per aiutare “la costituzione di biblioteche pubbliche, ‘le sole &#8211; affermava &#8211; in grado di conservare i libri a lunghissima scadenza e, nello stesso tempo, a tenerli a portata di mano per l’uso immediato del lettore’”,<a name="testo20" href="#nota20"><sup>20</sup></a> venne cinicamente e proficuamente utilizzata dai censori cattolici. Nell’appassionato lavoro bibliografico gesneriano, pur ritenendolo eretico, essi trovarono, bell’e pronte, “già accuratamente raggruppate, grazie alla classificazione, le opere filosofiche e teologiche che si volevano inserire nell’Indice dei libri proibiti.”<a name="testo21" href="#nota21"><sup>21</sup></a> E non ci può confortare che a sua volta l’<em>Index</em> cattolico sia spesso servito a facilitare le ricerche (certo assai rischiose) operate dai <em>riformati</em>, oltre che dagli avidi di pagine rese ancor più desiderabili dai divieti di lettura totale o parziale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’inquietudine ci prende immaginando che a un attacco censorio incisivo possa essere esposto l’equivalente fisico della universale biblioteca repertorio, ed è accresciuta dall’ambivalente presa d’atto che le tecnologie digitali possono compattare il ciclo della <em>documentalità</em> al punto di far coincidere il momento della produzione dei contenuti con quello della pubblicazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Tommaso Giordano, in un lucido recente intervento, ha proposto agli interlocutori di riflettere sull’urgenza di dare soluzione ai problemi che la conservazione di lungo periodo delle memorie registrate deve affrontare passando dal trattamento dei documenti analogici a quello delle risorse digitali. Ha formulato un chiaro quesito: <em>se</em> e <em>come</em> non banali virtù, storicamente accertate, della tradizionale organizzazione conservativa sperimentata in contesto analogico dovranno/potranno venire salvaguardate in ambiente digitale (da considerare in tutta la sua enorme novità e non solo sotto il profilo tecnologico). Egli risponde positivamente e sostiene la necessità di continuare a impegnare, in puntuali pratiche cooperative, molteplici soggetti istituzionali e biblioteche di ogni tipologia, con la consapevole ambizione di “tutelare la diversità culturale e la libertà intellettuale”.<a name="testo22" href="#nota22"><sup>22</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il vice direttore della Biblioteca dell’Istituto universitario europeo di Fiesole sembra convinto sia preferibile optare per assetti organizzativi distribuiti, e sia possibile farlo senza perdere i vantaggi che in termini di efficacia ed economie di scala possono venire dall’impiego delle tecnologie elettroniche.</p>
<p style="text-align: justify;">Il quadro così abbozzato è tuttavia osservabile con ulteriori preoccupazioni se pensiamo alle implicazioni antropologico-culturali dei processi di conservazione delle memoria; se li riferiamo alla individuale capacità umana di memorizzare e mantenere l’accesso incondizionato al memorizzato, in altre parole di salvaguardare la sovranità su esso. Si tratta nientemeno dell’orizzonte ove ora si collocano le grandi questioni &#8211; queste sì permanenti &#8211; implicate dalla censura.</p>
<p style="text-align: justify;">Mantengono formidabile forza euristica molti costrutti metaforici mcluhaniani, e rimane intatta l’attualità dell’invito a considerare che “possiamo, se vogliamo, riflettere sulle cose prima di produrle”<a name="testo23" href="#nota23"><sup>23</sup></a>: a farlo in anticipo sui punti di svolta oltre i quali non è più possibile il recupero di margini sufficienti a compiere scelte correttive sostanziali, dove il “<em>medium</em> […] ha il potere di imporre agli incauti i propri presupposti.”<a name="testo24" href="#nota24"><sup>24</sup></a> Infatti la strada su cui già siamo incamminati punta a una meta interpretabile come altro arrivo di tappa sul lungo percorso di esternalizzazione tecnologica della sensorialità umana: amputazione, per sostituirli, di organi non più in grado di svolgere in modo adeguato, per dimensione e velocità, le funzioni richieste dalla dinamica sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora una volta si tratta di surrogare facoltà intellettuali della specie. Di nuovo l’operazione prevede amputazioni degli organi di senso per convertirli in aggeggi (ora elettronici) con ingigantite capacità di stoccaggio e elaborazione. Ma la dolorosità dell’intervento reclama l’anestesia preventiva: narcosi che intorpidisca il corpo e con esso la coscienza di una perdita.</p>
<p style="text-align: justify;">L’astuzia insita nel processo sta nell’avallare l’assunto che non si tratterebbe di vere sottrazioni, giacché quei prolungamenti sarebbero sempre a libera disposizione. Però è lecito sospettare non sia così: avremo a che fare con un miraggio procurato, paragonabile alla sindrome nota in neurologia come dell’<em>arto fantasma</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Resteranno attive nelle teste le aree una volta dedite al controllo delle parti corporee protesizzate. Lì, allucinate, continueranno a percepire segnali in realtà dovuti a un’assenza. Proprio la condizione “di chi è ipnotizzato dal suo proprio essere, amputato ed estensivamente assunto in una nuova forma tecnica.”<a name="testo25" href="#nota25"><sup>25</sup></a> L’effetto è dovuto al marchingegno che ricorre a “una massiva riorganizzazione delle aree topografiche cerebrali [dove] le zone che controllano le parti del corpo rimaste intatte”<a name="testo26" href="#nota26"><sup>26</sup></a> integrano , entro un nuovo equilibrio, quelle ormai senza compiti informativi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nulla sembra cambiato, ma tutto lo è: si è ridisegnato “contemporaneamente l’intero campo dei sensi”<a name="testo27" href="#nota27"><sup>27</sup></a>. Come nella testa di Ahab risarcito con un arto d’avorio, ma il cui “corpo dilaniato e l’anima squarciata sanguinarono l’uno nell’altra e, confondendosi, lo fecero impazzire.”<a name="testo28" href="#nota28"><sup>28</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">È ormai qui il tempo del sistema nervoso centrale fuori di noi, dell’intera memoria elaborata posta (migrata/amputata) sul web e da riattivare/rielaborare in <em>streaming</em>. E l’avvento dell’ebook ci sta dentro.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dibattito mantenuto nell’orizzonte della <em>rivoluzione materiale del libro</em> è puro diversivo, proprio in senso militare: scaramuccia per distogliere l’attenzione dal fronte dove si combattono le battaglie decisive con in palio la presa sull’encefalo del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le armi spianate, per lo più fatte di rassicurante plastica, non sono però caricate a salve. Nei conflitti avviati, o che incombono, non è certo l’acciaio che serve. Si manovrano attrezzi variamente siglati, tipo quanto “concepito per vivere esclusivamente su internet e per dominare [?] la grande nuvola di codici binari che sovrasta le nostre vite moderne”<a name="testo29" href="#nota29"><sup>29</sup></a>: cirri digitali di tessuto cerebrale.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che s’intravede ha poco da spartire coi timori di Ray Bradbury: non le memorie registrate messe al rogo, ma tolte quelle psichiche. E non si tratta di cronaca marziana.</p>
<p style="text-align: justify;">Induce qualche turbamento che proprio nella fase in cui sono venuti meno gli ostacoli materiali per la conservazione ravvicinata di immense risorse documentarie coordinate – impregiudicata la più ampia ed efficiente condivisione &#8211; si ipotizzi di spostare e concentrare le archiviazioni, e i software di elaborazione, in remoto, alla possibile mercé di pochi depositari sovrani (magari uno, onnipotente).</p>
<p style="text-align: justify;">Forse non è peregrina la messa in guardia affinché non ci si debba trovare, stupiti e inermi, a onorare una resa nemmeno trattata; a constatare di avere consegnato sensi e senso “agli interessi commerciali [dominanti], alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo […] i nostri occhi, le orecchie e i nervi [e scoprire che] in realtà non abbiamo più diritti.”<a name="testo30" href="#nota30"><sup>30</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">La chiara visione storica di quali sono stati i fattori organizzativi e istituzionali che hanno messo a rischio mortale la disponibilità delle fonti indispensabili all’esercizio e allo sviluppo della libertà di studio e ricerca e del diritto all’informazione attivo e passivo &#8211; e al contrario di quali ne hanno favorito la difesa e la crescita &#8211; dovrebbe fungere da bussola anche per le scelte strategiche di ristrutturazione del sistema di produzione, conservazione e trasmissione del sapere raccolto con tecnologie digitali.</p>
<p style="text-align: justify;">Crediamo allora sia indispensabile puntare all’assetto multipolare, nel quale sedi operative e fonti trattate abbiano autorità e gradi di ridondanza sufficienti a minimizzare le possibilità di interdizione (proibire) o manipolazione (espurgare) a opera di chiunque. Il suo obiettivo centrale non può che essere l’effettivo libero uso individuale e sociale delle risorse documentarie, a cominciare da quelle cumulate nella lunga era della registrazione analogica.<br />
I problemi pratici da affrontare sono certo complessi, ma la loro soluzione non può ricorrere a scorciatoie tecnicistiche, e ancor meno prescindere da un rigoroso principio direttivo democratico.</p>
<p style="text-align: justify;">Segnaliamo la necessità di uscire dall’equivoco mascherato dal disinvolto uso della formula “possesso/accesso” per sottolineare l’essenzialità del secondo elemento della coppia rispetto alla presunta scarsa rilevanza funzionale del primo; come se la piena disponibilità di una risorsa fosse del tutto indipendente dalla sua effettiva titolarità. No, non è mai stato così. La sottovalutazione è forse stata coperta anche dall’equivoco linguistico, giacché l’accesso non è altro che possesso. La distinzione gravida di conseguenze è tra proprietà e possesso. Alla proprietà si connette il diritto di completa disponibilità delle cose.</p>
<p style="text-align: justify;">L’organizzazione policentrica delle condizioni di conservazione e recupero delle memorie (ovviamente pensiamo alle raccolte pubbliche) dovrebbe basarsi sul mantenimento integrale della sovranità d’uso derivante dalla proprietà. Per le biblioteche le implicazioni di ciò sono manifeste, innanzitutto rispetto agli accordi con partner commerciali per la digitalizzazione e la messa a disposizione delle preesistenze analogiche, e nondimeno per la stesura degli articolati contrattuali d’acquisizione della disponibilità non effimera della produzione documentaria corrente.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella contesa lanciata dai tagliatori di teste necessita tenere “conto della sterminata capacità che l’uomo ha di ipnotizzare se stesso fino a perdere la consapevolezza dell’esistente sfida [e] che, per sopravvivere, la forza di volontà è necessaria quanto l’intelligenza”<a name="testo31" href="#nota31"><sup>31</sup></a>, [p.76] giacché questa non si dispiegherà senza che quella l’incalzi.</p>
<p style="text-align: justify;">È il caso &#8211; ecco l’eco gramsciana &#8211; di appellarci a quell’intelligenza avvertita che “oggi […] abbiamo anche bisogno della volontà di essere straordinariamente informati e consapevoli”<a name="testo32" href="#nota32"><sup>32</sup></a> su come e dove si vuole montare la ghigliottina a cui intendono trascinarci.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma pure possiamo farci dare voce da un infuriato e lungimirante artista e ripetere con lui: “Ce l’ho con l’energia nera che ci sta sommergendo, con la perdita del pensiero, dell’anima, della consapevolezza. Con i direttori di riviste patinate che si credono giornalisti, con l’omicidio plurimo della cultura, con la delinquenza intellettuale. Perché se mi portano via i risparmi da una banca posso incazzarmi, ma se mi portano via i neuroni devo stare zitto?”<a name="testo33" href="#nota33"><sup>33</sup></a></p>
<p style="text-align: center; margin-top: 10px; margin-bottom: 20px;">* ** *** * *** ** *</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a name="nota1">[1]</a> Si veda, a riguardo di approcci problematizzanti: La censura nel secolo dei Lumi : una visione internazionale / a cura di Edoardo Tortarolo ; saggi di Patrizia Delpiano … [et al.]. – Torino : UTET libreria, 2011. <a href="#testo1">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota2">[2]</a> I libri proibiti : da Gutenberg all’Encyclopedie / Mario Infelise. &#8211; Roma : Laterza, 1999, p. 123. <a href="#testo2">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota3">[3]</a> Ibidem. <a href="#testo3">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota4">[4]</a> Non diamo ulteriore conto della questione (peraltro assai nota grazie all’eco avuta anche sulla stampa nazionale) per l’ovvio motivo che non può avere qui, da nessun punto di vista, oggettiva importanza. Chi volesse documentarsi veda, nel sito dell’Associazione italiana biblioteche, all’URL: &lt;<a title="AIB" href="http://www.aib.it/aib/cen/stampa/c1101.htm" target="_blank">http://www.aib.it/aib/cen/stampa/c1101.htm</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011). <a href="#testo4">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota5">[5]</a> I libri proibiti / M. Infelise, cit., p. 3. Anche Luciano Canfora ha in più d’una occasione ricordato l’episodio: Studi di storia della storiografia romana. &#8211; Bari : Edipuglia, 1993, p. 221-239 &#8212; Libro e libertà. &#8211; Roma ; Bari : Laterza, 1994, p. 64-65. <a href="#testo5">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota6">[6]</a> Riscontrabile in qualunque ed. di: Annali / Cornelio Tacito,  Libro IV, 34-35. <a href="#testo6">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota7">[7]</a> Sulla “necessità di conoscere gli scritti dei loro avversari per poterne dare confutazioni argomentate” (p. 41), si veda: Vicende censorie in Inghilterra tra ‘500 e ‘600 / Luigi Balsamo, p. 31-52, in: La censura libraria nell’ Europa del secolo XVI : convegno internazionale di studi, Cividale del Friuli, 9-10 novembre 1995 / a cura di Ugo Rozzo. &#8211; Udine : Forum, 1997. <a href="#testo7">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota8">[8]</a> A proposito di <em>condizioni di disponibilità</em> appaiono esemplari gli ostacoli frapposti dalla Chiesa romana controriformista alla stampa e alla circolazione della Bibbia volgarizzata. Sono illuminanti le ricerche dedicate a questo tema da Gigliola Fragnito: La Bibbia al rogo : la censura ecclesiastica e i volgarizzamenti della Scrittura : 1471-1605. &#8211; Bologna : Il mulino, 1997 &#8212; Proibito capire : la Chiesa e il volgare nella prima età moderna. &#8211; Bologna : Il mulino, 2005. <a href="#testo8">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota9">[9]</a> Annali / Tacito, cit., ibidem. <a href="#testo9">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota10">[10]</a> Rimandiamo a una delle recenti riproposizioni del celeberrimo testo miltoniano: Areopagitica : discorso per la libertà di stampa / John Milton ; introduzione, traduzione, note e apparati di Mariano Gatti e Hilary Gatti. &#8211; Milano : Bompiani, 2002, p. 35. <a href="#testo10">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota11">[11]</a> Ivi, p. 85. <a href="#testo11">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota12">[12]</a> Bisognerà pur dire che non è mancata la corrività dello schieramento opposto, promotore di una profonda revisione dell’Amministrazione locale nel segno dell’ampliamento non bilanciato dei poteri dei sindaci e dei presidenti delle giunte regionali, e dei loro assessori. L’operazione, nobilitata dal richiamo alla “governabilità”, ha dato i frutti che necessariamente produce ogni deriva dirigista che sente come inutile zavorra le procedure del controllo democratico formale e sostanziale. Gli inconsulti furori censori (o apologetici) di qualunque “governatore”, o sindaco, o assessore, sarebbero impensabili entro un quadro normativo dove i loro poteri personali fossero del tutto compatibili con i princìpi di <em>garanzia</em>. <a href="#testo12">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota13">[13]</a> È stato indagato con approccio eccessivamente psicologistico l’evidente trasporto berlusconiano verso le figure di conclamati oligarchi e per Vladimir Putin in primo luogo. <a href="#testo13">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota14">[14]</a> “Come giustamente è stato notato, l’intenzione del contrappeso del giudizio di costituzionalità non è di natura giacobina, ma moderata, in quanto i giacobini non ammettevano contrappesi all’esercizio del potere legislativo e spostavano tutto il discorso sul principio assoluto e non contrastabile del popolo sovrano.” Così a p. 32 di: Costituzionalizzare la censura / Antonio Trampus, p. 3-41, in : La censura nel secolo dei Lumi / a cura di E. Tortarolo, cit. <a href="#testo14">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota15">[15]</a> L’Italia che legge / Giovanni Solimine. &#8211; Roma ; Bari : Laterza, 2010, p. 51. <a href="#testo15">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota16">[16]</a> L’allusione, forse troppo scontata, evoca: Non per profitto : perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica / Martha C. Nussbaum. – Bologna : Il mulino, 2011. <a href="#testo16">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota17">[17]</a> Cfr.: La censura in biblioteca : ma non c’è l’etica del bibliotecario? / Fausto Rosa. &#8211; <em>AIB Notizie</em>, 2 (2010), p. 4-5. Disponibile anche all’URL: &lt;<a title="AIB" href="http://www.aib.it/aib/editoria/n22/0202.htm3" target="_blank">http://www.aib.it/aib/editoria/n22/0202.htm3</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011). <a href="#testo17">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota18">[18]</a> La citazione riproduce il titolo dell’articolo di Andreas Whittam-Smith, giornalista del quotidiano inglese The Indipendent, ripreso su L’unità del 7 febbraio 2011. <a href="#testo18">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota19">[19]</a> La nostra mente va alla valenza esemplare dei fondamentali studi dedicati da Luigi Balsamo all’opera di Konrad Gesner e alle opposte fatiche normalizzatrici del gesuita Antonio Possevino. Riviamo ad alcuni suoi magistrali lavori: La bibliografia : storia di una tradizione. &#8211; Firenze : Sansoni, 1984 &#8212; Il canone bibliografico di Konrad Gesner e il concetto di biblioteca pubblica nel Cinquecento, p. 77-95, in: Studi di biblioteconomia e storia del libro in onore di Francesco Barberi / a cura di Giorgio De Gregori e Maria Valenti con la collaborazione di Giovanna Merola. &#8211; Roma : Associazione italiana biblioteche, 1976 &#8212; Antonio Possevino S. I. bibliografo della Controriforma e diffusione della sua opera in area anglicana. &#8211; Firenze : Olschki, 2006. <a href="#testo19">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota20">[20]</a> La bibliografia / L. Balsamo, cit., p. 29. <a href="#testo20">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota21">[21]</a> Ivi, p. 37. L’autore sottolinea l’imprevisto uso fatto delle <em>Pandectae</em> a fini selettivi. <a href="#testo21">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota22">[22]</a> L’occasione è stata il convegno “L’Italia delle biblioteche. Scommettendo sul futuro nel 150º anniversario dell’unità nazionale”, Milano, Palazzo delle Stelline, 3-4 marzo 2011. Citiamo dal fascicoletto lì distribuito, riportante la versione provvisoria dell’intervento: Dalla memoria cartacea alla memoria digitale : verso nuovi modelli di riferimento / Tommaso Giordano, p. 7. <a href="#testo22">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota23">[23]</a> Gli strumenti del comunicare / Marshall McLuhan. &#8211; Milano : Garzanti, 1977, p. 54. <a href="#testo23">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota24">[24]</a> Ivi, p. 20. <a href="#testo24">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota25">[25]</a> Ivi, p. 15. <a href="#testo25">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota26">[26]</a> Lo spavento per l’arto fantasma / Bianca Fossati, p 18-20, in: <em>Occhio clinico : rivista di pratica medica</em>, 2 (feb. 2008), p. 20. Raggiungibile all’URL &lt;<a title="arto fantasma" href="http://www.occhioclinico.it/cms/files/oc080218.pdf" target="_blank">http://www.occhioclinico.it/cms/files/oc080218.pdf</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011). Nel contributo si ricorda anche la sofferenza del capitano Ahab. <a href="#testo26">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota27">[27]</a> Gli strumenti del comunicare / M. McLuhan, cit., p. 51. <a href="#testo27">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota28">[28]</a> Moby Dick / Herman Melville ; introduzione di Vito Amoruso ; traduzione di Lara Fantoni. &#8211; Roma : La repubblica, 2004, p. 242. <a href="#testo28">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota29">[29]</a> Così all’URL &lt;<a title="Repubblica" href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/12/27/news/prova_cr-48-10547730/index.html?ref=search" target="_blank">http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/12/27/news/prova_cr-48-10547730/index.html?ref=search</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011), sotto la firma di Paolo Pontoniere, a proposito del Cr-48 di Google. <a href="#testo29">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota30">[30]</a> Gli strumenti del comunicare / M. McLuhan, cit., p. 74. Qui sia permesso respingere quella che abbiamo inteso come intimazione alla concretezza. Alludiamo al passaggio conclusivo dell’ interessante articolo: Ebook, DRM e biblioteche : una mappa sintetica sulle prospettive del “digital lending” per libri e altri media in Italia / Giulio Blasi, in: <em>Bibliotime</em>, 3 (nov. 2010). Il contributo è raggiungibile all’URL &lt;<a title="Bibliotime" href="http://didattica.spbo.unibo.it/bibliotime/num-xiii-3/blasi.htm" target="_blank">http://didattica.spbo.unibo.it/bibliotime/num-xiii-3/blasi.htm</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011). Non sappiamo se anche il sociologo canadese soffrisse di “tic ‘crociano italico’”: propensione all’indugio del filosofare invece che fare, a occuparsi “di storia della tecnologia” piuttosto che innovare. Chissà. Azzardiamo tuttavia che la sua tensione a capire postulasse tutt’altro che l’immobilità. Ci piace pensare che esortasse, semplicemente, a valutare la pericolosità di ogni nuovismo acritico (tautologia, ovviamente). <a href="#testo30">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota31">[31]</a> Gli strumenti del comunicare / M. McLuhan, cit., p. 76. <a href="#testo31">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota32">[32]</a> Ibidem. <a href="#testo32">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota33">[33]</a> Così Alessandro Bergonzoni nella veramente bella intervista rilasciata a Sara Chiappori e apparsa, il 5 marzo 2011, nelle pagine milanesi del quotidiano <em>La Repubblica</em>. Titolo della conversazione: “Non sono soltanto un comico ma uno che ricerca l’invisibile”. Leggibile all’URL: &lt;<a title="Repubblica" href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/03/05/non-sono-soltanto-un-comico-ma-uno.html" target="_blank">http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/03/05/non-sono-soltanto-un-comico-ma-uno.html</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011). <a href="#testo33">&uArr;</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/02/censure-il-passato-davanti/">Censure: il passato davanti</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>APPELLO PER UN NUOVO RISORGIMENTO</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Mar 2011 05:00:10 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Lo stato nazionale italiano è il frutto di un vasto (a dispetto di quel che si insinua) movimento di idee e di passioni, il cui minimo comune denominatore, oltre che la liberazione dall’invasione straniera, era l’aspirazione alla libertà individuale e alla dignità della persona: il Risorgimento.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/17/appello-per-un-nuovo-risorgimento/">APPELLO PER UN NUOVO RISORGIMENTO</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/flag1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-38458" title="flag" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/flag1-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" /></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Lo stato nazionale italiano è il frutto di un vasto (a dispetto di quel che si insinua) movimento di idee e di passioni, il cui minimo comune denominatore, oltre che la liberazione dall’invasione straniera, era l’aspirazione alla libertà individuale e alla dignità della persona: il Risorgimento. La crisi attuale di questa nostra Nazione, della quale festeggiamo ora il 150° compleanno, è sotto gli occhi (e la penna) di tutti. Ed è ormai chiaro che una sua rinascita, in continuità con i valori risorgimentali, gli stessi che hanno ispirato la liberazione dal fascismo, e dalla quale è nata la Costituzione, non potrà realizzarsi nel quadro della politica attuale. Né questa sinistra catalettica né questa destra adulterata (non sto negando le differenze tra destra e sinistra, non mi si fraintenda), sapranno proporre una qualsivoglia soluzione, senza un risveglio e il pungolo di una larga banda di cittadini, senza l’intervento trainante di individui che si battano per quegli stessi ideali dai quali è nato il nostro stato unitario e indipendente. Mi permetto insomma, dall’alto della mia abissale ingenuità di narratore (non ignara tuttavia di quanto è stato scritto nel corso di due secoli sul carattere degli italiani, e quindi scientemente velleitaria, ma alla luce di qualche recente sintomo forse anche realista), di vagheggiare un nuovo Risorgimento.</p>
<p>Gli attori principali di tale nuovo Risorgimento, che per comodità chiamo “noi”, saranno i seguenti:</p>
<p>1) le donne a cui ripugna l’avvilimento mercificato del corpo femminile propugnato dal Presidente del Consiglio e dai suoi seguaci, e che non intendono avallarlo in alcun modo; il loro Risorgimento consisterà nel rifiutarsi di assistere all’offesa quotidiana e rituale della loro dignità più intima, spegnendo la televisione al primo scosciamento o decerebramento vaginale, e impedendo ai loro congiunti e familiari di sesso maschile di fruirla; e naturalmente facendolo sapere, dispiegando per esempio alla finestra un drappo rosa: chi passerà capirà; sappiano far capire che questa loro lotta, beninteso estesa alle strade e ai luoghi di lavoro, è in difesa della loro libertà, anche appunto sessuale, di cittadine e di donne per nulla inibite;<span id="more-38422"></span></p>
<p>2) i cattolici scioccati dall’inscusabile amoralità e machiavellismo della Chiesa nei confronti di chi detiene il potere e ne abusa per loschi fini personali; questi credenti denuncino gli interventi e le pratiche agli antipodi dei valori fondamentali della religione in cui credono, e perpetrate nell’unico fine di fortificare il dominio temporale della Chiesa; consci che i patrioti del Risorgimento non erano anticattolici e antireligiosi (come viene ripetuto), ma anzi per la stragrande maggioranza cattolici liberali o democratici, lottino come hanno fatto i loro predecessori contro l’arroganza clericale e per il libero arbitrio di ogni cittadino (cattolico o non cattolico); senza dimenticare che la Chiesa ha demonizzato e avversato per decenni i valori di libertà che oggi riteniamo sacrosanti, forzino – nell’interesse il clero a non immischiarsi nella conduzione della Nazione laica, laica e variegata, alla quale appartengono;</p>
<p>3) gli insegnanti che reputano (lo hanno imparato studiando la storia), che il Risorgimento, con i suoi limiti (non maggiori di quelli dei vari percorsi verso le grandi democrazie), è stata una tappa fondamentale e bella della nostra storia, che ha permesso alla nostra nazione di costituirsi in Stato nazionale liberale, attutendo in tempi molto rapidi la macroscopica arretratezza sociale e economica, e aprendo la via alla libertà degli individui e all’uguaglianza di opportunità di cui godiamo ora, dopo l’intermezzo fascista; ma anche i presidi, e tutti quelli che lavorano nell’insegnamento e che ritengono che la scuola pubblica sia fondamentale per imparare a vivere assieme, e per creare uno zoccolo di valori e di comportamenti sociali condivisi, così come la coscienza di appartenere a una stessa comunità nazionale; tutte queste persone denuncino le interessate falsità che si dicono sul Risorgimento, e sappiano che siamo riconoscenti nei loro confronti: si battano giorno per giorno per denunciare e osteggiare il degrado delle scuole;</p>
<p>4) i magistrati, ma anche gli avvocati e tutti coloro che fanno andare la macchina certo perfettibile della giustizia, che ora con finalità pretestuose si sta cercando di piegare alle necessità di una casta corrotta, come era regola prima del Risorgimento; queste persone scioperino, paralizzino completamente i tribunali, prendendo però il tempo di spiegare ai loro concittadini (noi) perché lo fanno, evitando di ragionare e di inalberarsi come una casta opposta a un’altra casta; continuino a battersi con la coscienza e l’orgoglio di aver rappresentato negli ultimi anni il più efficace baluardo di resistenza della democrazia sorta sulla scia del Risorgimento (e dalla sua naturale appendice, la Resistenza);</p>
<p>5) i precari giovani e non più tanto giovani, asserviti e umiliati, e ricattati per anni con contratti offensivi per la loro dignità e negativi per lo stesso buon svolgimento delle mansioni per le quali sono assoldati; che non si battano solo per avere un posto fisso, il loro personale (e tombale) posto fisso, ma per un trattamento dignitoso, per avere reali opportunità future, per poter esprimere la loro intelligenza e le loro capacità e le loro speranze, per essere valutati in base ai loro meriti; osino denunciare i soprusi e i favoritismi e le meschinità, biasimino apertamente l’asservimento, senza paura di essere cacciati, senza timore di pagare personalmente, o di dover emigrare, e ricordandosi che i protagonisti del Risorgimento, ai quali dobbiamo la nostra libertà e la nostra uguaglianza, avevano la loro età, e si sono battuti per gli stessi fini;</p>
<p>6) il Presidente della nostra Repubblica: sia ben cosciente delle responsabilità eccezionali che si ritrova sulle spalle; insorga con tutti i poteri che gli dà il suo ruolo contro la riesumazione dei privilegi di casta e delle limitazioni della libertà individuale per le quali hanno lottato gli artefici (anche istituzionali) del Risorgimento; tenga ben presente che il rischio di incappare in situazioni di conflitto tra istituzioni è minore di quello di non essere più un riferimento morale e istituzionale per i cittadini italiani, e che lo Stato venga identificato, come avveniva prima del Risorgimento, come il giardino privato dei più ricchi e dei più forti (i quali non a caso sminuiscono e dileggiano il Risorgimento), perdendo ogni credibilità e ogni legittimità;</p>
<p>7) i giornalisti che per frequentazione dei media degli altri paesi democratici sono coscienti dell’umiliante sudditanza nel quale s’è cantonata la loro professione; queste persone si ribellino, denuncino le distorsioni e le pressioni, si battano, a costo di farsi licenziare e di bussare altrove, o di essere perseguitati, per dare un’informazione oggettiva e critica e non soggiogata al potere più indifferente al bene collettivo; non perdano di vista che in ogni stato democratico l’informazione rappresenta il più grande antidoto contro le ingiustizie e contro i soprusi dei potenti;</p>
<p>8) gli italiani di origine straniera che sono in Italia, i quali con il loro lavoro contribuiscono alla prosperità del paese, e che sono trattati come cittadini di secondo rango, vittime di scoperte politiche razziste, e additati come responsabili delle disfunzioni derivate del malgoverno; si battano per i diritti e l’uguaglianza che la Costituzione garantisce loro, siano fieri dell’energia e delle culture che apportano a un paese dimentico del proprio passato e ripiegato su se stesso, e sappiano che le loro aspirazioni all’uguaglianza e alla fratellanza, le stesse che hanno fondato il paese che è ora il loro, il nostro, saranno fondamentali per mantenerne viva la democrazia;</p>
<p>9) gli italiani dell’ignorata diaspora intellettuale (i musicisti, i pittori, i ballerini, tutti gli altri artisti, i matematici, gli altri uomini di scienza, gli universitari, i ricercatori, i tecnici, gli architetti…), diaspora che il crescente degrado ingrosserà ancora, ma anche della diaspora non intellettuale (tutti quelli che sono andati per trovare lavoro, per sentirsi più liberi e meglio); tutte queste persone non sottomesse, e consce della vivifica apertura internazionale nella quale è germinato il Risorgimento, trovino il modo di far sapere che ci sono, e che pur essendo scappate sono attaccate ai destini del loro paese, e intendono avere voce in capitolo: creino blog e gruppi sulla rete, scrivano ai giornali e ai partiti, tempestino di lettere i ministeri che avrebbero dovuto occuparsi di loro, denuncino ai media nazionali e esteri la situazione che li ha fatti fuggire, sconfessino le bugie dei governanti (e il dilettantismo storiografico antirisorgimentale), aiutino chi ne ha bisogno a trovare un rifugio temporaneo;</p>
<p>10) i cittadini che vivono nelle zone dove la criminalità organizzata detta legge o anche solo sta ora dilagando: sappiano che la loro libertà personale e la loro dignità, quelle stesse garanzie perseguite dal Risorgimento, dipendono dalla capacità dello stato nazionale di debellare le strutture violente che li soggiogano e umiliano; lottino contro la corruzione dei politici, sappiano che senza di loro la giustizia non può vincere; i cittadini che vivono dove politicanti ignari della storia (che falsificano a proprio uso e consumo) e dei valori risorgimentali predicano velleitarie e irrealistiche secessioni, denuncino le corrotte reti di dominio che questi hanno costruito, smascherino le menzogne (e l’odio razziale) che coprono l’inadeguatezza ad affrontare i veri problemi in un mondo globalizzato; tutte queste persone non dimentichino che la forza vincente del Risorgimento è stata quella di unire gli ideali di giustizia e fratellanza alle preoccupazioni economiche: da lì è venuta la relativa (rispetto alla situazione precedente) prosperità;</p>
<p>11) gli studiosi e i tecnici dell’ambiente e i semplici amanti della natura: dedichino una parte del loro tempo a osteggiare la rapace distruzione del paesaggio, denuncino le costruzioni abusive, si oppongano alle cementificazioni inutili e agli sfruttamenti irreversibili o anche solo, come molte associazioni già fanno, alla caccia di frodo; non dimentichino che il paesaggio è la nostra principale ricchezza, sappiano che la loro battaglia è per il bene di tutti, e che la riteniamo essenziale.</p>
<p><em>[una versione abbreviata di questo testo esce sul quotidiano "Trentino" del 17.03.11]</em></p>
<p><em><strong>[l'immagine: Mattia Paganelli (1985)]</strong><br />
</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/17/appello-per-un-nuovo-risorgimento/">APPELLO PER UN NUOVO RISORGIMENTO</a></p>
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		<title>Poesia civilizzata sul popolo egiziano</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/02/12/poesia-civilizzata-sul-popolo-egiziano/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 12 Feb 2011 11:00:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/bandiera_egitto3.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Cari amici indiani,</p>
<p>visto che sono stato ormai sufficientemente edotto<br />
sui tabulati di Ruby<br />
vorrei spendere qualche parola almeno<br />
sulla cacciata dello zio</p>
<p>questa volta scrivendo una poesia civilizzata<br />
in lingua umana, tutta scaturita da dentro,<br />
per spiegare che io, anche se sono un tipo qualunque,<br />
e non me ne intendo molto di diplomazia e geopolitica<br />
e non faccio il giornalista pagato esperto in problemi<br />
islamici<br />
ebbene, che ci crediate o no, io stasera non sono preoccupato<br />
anzi sono scioccamente contento (ho brindato con la mia compagna) </p>
<p>io sono contento come quegli europei qualunque<br />
che la democrazia sia bella anche quando ce l’hanno gli altri</p>
<p>(in <em>ABC Africa</em>, Kiarostami, un regista iraniano neppure lui uscito<br />
dalla scuole della diplomazia mondiale,<br />
scopriva all’inizio di questo secolo<br />
che l’Africa non era il paese perduto di cui parlavano tutti i media<br />
l’Africa era un paese pieno di futuro:</p>
<p>penso anche a lui in questo momento<br />
perché deve essere uno di quelli che oggi è contento<br />
senza essere più di tanto sorpreso)</p>
<p>io sono contento malgrado gli esperti stiano ancora ponderando<br />
senza mostrare che c’hanno i coglioni girati<br />
soprattutto i consulenti militari statunitensi<br />
le polizie politiche ad Algeri o in Cisgiordania<br />
i raffinatissimi del Mossad gli sbirri di Gheddafi</p>
<p>e anche tutte le cancellerie europee hanno dovuto<br />
riscrivere ponderando un sacco di discorsetti<br />
e gli specialisti nei telegiornali sono abbastanza fiduciosi con riserva<br />
tutti gli uomini politici stavolta<br />
ci sono andati con i piedi di piombo<br />
perché la democrazia va bene<br />
ma è un gran salto nel buio<br />
la sovranità popolare piace<br />
ma è scarsa in garanzie diplomatiche in accordi economici</p>
<p>si dicevano: “guarda in Tunisia mica che ne fanno<br />
un’altra mica che gli riesce<br />
una seconda volta…”</p>
<p>tutti i segretari di stato altamente democratici in Europa<br />
non è gente di facili entusiasmi di decisioni avventate<br />
non si sono precipitati a dire: “egiziani<br />
fateci sognare”</p>
<p>però ho trovato scritto questo in un documento<br />
della Comunità Europea:</p>
<p>“La Commissione europea crede fermamente che lo stato di diritto, il rispetto dei diritti fondamentali, elezioni libere ed eque, una democrazia pluralista poggiante su una società civile attiva, sono i migliori strumenti per raggiungere stabilità e prosperità.”</p>
<p>Un discorsetto che fila<br />
ma poi sentite questa:</p>
<p>“Questi sono i principi  fondativi dell&#8217;Unione europea e sono anche i valori fondamentali della cooperazione con i nostri Stati partner, in particolare quelli fanno che parte della Politica di Vicinato europea nella sponda meridionale del Mediterraneo.”</p>
<p>per i trent’anni di regime di Mubarak, i valori fondamentali di cooperazione tra Stati europei e l’Egitto sono stati “una democrazia pluralista”?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/12/poesia-civilizzata-sul-popolo-egiziano/">Poesia civilizzata sul popolo egiziano</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/bandiera_egitto3.jpg"><img class="aligncenter size-thumbnail wp-image-38128" title="bandiera_egitto" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/bandiera_egitto3-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Cari amici indiani,</p>
<p>visto che sono stato ormai sufficientemente edotto<br />
sui tabulati di Ruby<br />
vorrei spendere qualche parola almeno<br />
sulla cacciata dello zio</p>
<p>questa volta scrivendo una poesia civilizzata<br />
in lingua umana, tutta scaturita da dentro,<br />
per spiegare che io, anche se sono un tipo qualunque,<br />
e non me ne intendo molto di diplomazia e geopolitica<br />
e non faccio il giornalista pagato esperto in problemi<br />
islamici<br />
ebbene, che ci crediate o no, io stasera non sono preoccupato<br />
anzi sono scioccamente contento (ho brindato con la mia compagna)<span id="more-38123"></span> </p>
<p>io sono contento come quegli europei qualunque<br />
che la democrazia sia bella anche quando ce l’hanno gli altri</p>
<p>(in <em>ABC Africa</em>, Kiarostami, un regista iraniano neppure lui uscito<br />
dalla scuole della diplomazia mondiale,<br />
scopriva all’inizio di questo secolo<br />
che l’Africa non era il paese perduto di cui parlavano tutti i media<br />
l’Africa era un paese pieno di futuro:</p>
<p>penso anche a lui in questo momento<br />
perché deve essere uno di quelli che oggi è contento<br />
senza essere più di tanto sorpreso)</p>
<p>io sono contento malgrado gli esperti stiano ancora ponderando<br />
senza mostrare che c’hanno i coglioni girati<br />
soprattutto i consulenti militari statunitensi<br />
le polizie politiche ad Algeri o in Cisgiordania<br />
i raffinatissimi del Mossad gli sbirri di Gheddafi</p>
<p>e anche tutte le cancellerie europee hanno dovuto<br />
riscrivere ponderando un sacco di discorsetti<br />
e gli specialisti nei telegiornali sono abbastanza fiduciosi con riserva<br />
tutti gli uomini politici stavolta<br />
ci sono andati con i piedi di piombo<br />
perché la democrazia va bene<br />
ma è un gran salto nel buio<br />
la sovranità popolare piace<br />
ma è scarsa in garanzie diplomatiche in accordi economici</p>
<p>si dicevano: “guarda in Tunisia mica che ne fanno<br />
un’altra mica che gli riesce<br />
una seconda volta…”</p>
<p>tutti i segretari di stato altamente democratici in Europa<br />
non è gente di facili entusiasmi di decisioni avventate<br />
non si sono precipitati a dire: “egiziani<br />
fateci sognare”</p>
<p>però ho trovato scritto questo in un documento<br />
della Comunità Europea:</p>
<p>“La Commissione europea crede fermamente che lo stato di diritto, il rispetto dei diritti fondamentali, elezioni libere ed eque, una democrazia pluralista poggiante su una società civile attiva, sono i migliori strumenti per raggiungere stabilità e prosperità.”</p>
<p>Un discorsetto che fila<br />
ma poi sentite questa:</p>
<p>“Questi sono i principi  fondativi dell&#8217;Unione europea e sono anche i valori fondamentali della cooperazione con i nostri Stati partner, in particolare quelli fanno che parte della Politica di Vicinato europea nella sponda meridionale del Mediterraneo.”</p>
<p>per i trent’anni di regime di Mubarak, i valori fondamentali di cooperazione tra Stati europei e l’Egitto sono stati “una democrazia pluralista”?</p>
<p>forse il livello dei diplomati in diplomazia<br />
è calato di molto in questi trent’anni e anche gli inviati speciali<br />
avevano le piramidi da fotografare, le incredibili<br />
distrazioni<br />
delle classi dirigenti<br />
queste sì che sono un po’ preoccupanti</p>
<p>io vista la situazione avrei detto<br />
(senza troppo ponderare):<br />
“egiziani fateci sognare<br />
toglieteci un po’ dalle nostre miserie<br />
le quattromila piccole paure le novecentomila divisioni<br />
che ci fanno splendida isolata preda per i più forti<br />
egiziani toglieteci le invenzioni da intellettuali, come la moltitudine<br />
il meticciato<br />
il corpo del capro<br />
fateci vedere, ma così anche solo in prova<br />
per una settimana dieci giorni<br />
come si può essere popolo<br />
(ma non quello dei divani<br />
delle ronde contro i barboni sotto casa)”</p>
<p>(ma quello yankee di Obama<br />
malgrado tutto il lavoro lercio<br />
che hanno fatto e vorranno fare ancora<br />
i soliti consulenti dell’Intelligence<br />
i supervisori diplomati in tortura<br />
terrorismo di stato censura telematica<br />
malgrado il solito lavoro lui<br />
Obama<br />
ha mostrato una certa reattività almeno retorica<br />
almeno simbolica<br />
che negli europei poverini<br />
è andato perduta – ha detto:<br />
“gli egiziani ci ispirano”)</p>
<p>(gli USA a scuola di democrazia dagli ARABI!!!!!!!!!??????<br />
dagli AFRICANI!!!!!!!???????<br />
da gente MUSULMANA!!!!!!!???????<br />
– questa frase gliela faranno pagare –) </p>
<p>no questo gli europei che contano non lo hanno detto<br />
gli europei informati hanno tenuto il profilo basso<br />
quando la gente si fa la democrazia da sola<br />
senza l’aiuto dei nostri cannoni c’è molto scetticismo<br />
ma ora che tutto è stato fatto<br />
valutano in modo positivo la svolta<br />
ma senza facili entusiasmi (c’è un problema<br />
che suscita una responsabile preoccupazione<br />
– non i morti ammazzati dagli sbirri di Mubarak –<br />
ma l’esistenza dei fratelli musulmani – ma quanti potranno essere poi<br />
questi fantomatici fratelli?)</p>
<p>comunque io volevo mettere un contenuto in lingua umana<br />
in questa poesia civilizzata e universale<br />
perché ognuno lo capisca<br />
io sono un uomo medio irresponsabile<br />
ma devo confessare che non sono per nulla preoccupato<br />
a me questa democrazia non mi preoccupa per nulla<br />
dicono che ci sono i fratelli musulmani, ma noi abbiamo<br />
bossi borghezio dell’utri e ghidini e abbiamo avuto previti gava<br />
lima e andreotti, abbiamo bertone e ruini<br />
che paura volete che mi facciano i fratelli musulmani?</p>
<p>perché dovrei preoccuparmi?</p>
<p>vedo migliaia, ma centinaia di migliaia, ma alcuni milioni di egiziani<br />
che o sono dei gran simulatori oppure sono felici come delle pasque</p>
<p>perché la gioia della gente<br />
dovrebbe procurarmi angoscia?</p>
<p>certo da qui non si capisce niente<br />
certo da qui è facile<br />
tirarsi un po’ su il morale<br />
con tutto quello che gli è costata una rivoluzione<br />
(su “Repubblica” dei giornalisti in gamba hanno calcolato<br />
quanto costa al giorno la rivoluzione<br />
insomma quasi nessuno se la può permettere una rivoluzione<br />
salvo quei poveri cristi di tunisini ed egiziani<br />
– a quanto pare<br />
costa un fottìo –</p>
<p>io capisco questo calcolo difficile che non so fare<br />
d’altra parte mi viene da dire che anche senza il finanziere europeo<br />
gli egiziani lo sanno che la rivoluzione costa<br />
perché gli ammazza le persone<br />
che in genere è il costo massimo<br />
che umanamente si può calcolare</p>
<p>poi possiamo stare tranquilli con la rivoluzione egiziana<br />
sono le rivoluzioni come piacciono agli Stati Uniti e agli altri<br />
che ci capiscono a fondo<br />
le rivoluzioni pacifiche<br />
perché è bene che un centinaio di persone si faccia ammazzare<br />
ma senza fare troppo casino<br />
certo le rivoluzioni pacifiche sono belle anche se grondano sangue<br />
ma è solo sangue del popolo niente di grave<br />
non è che hanno ammazzato Mubarak o un altro politico<br />
perché questo sì che sarebbe stato grave, un atto non di democrazia<br />
ma di terrorismo<br />
ma sono stati ammazzati solo un centinaio di egiziani qualunque<br />
chi vuol essere pacifico nella rivoluzione<br />
deve metterlo in conto che all’inizio si fa ammazzare<br />
e se finisce bene alla fine non l’ammazzano più</p>
<p>(comunque questa moda delle rivoluzioni democratiche africane<br />
queste rivoluzioni democratiche arabe così <em>à la page</em><br />
in mezzo a tutti<br />
questi musulmani antidemocratici, mi chiedo ancora<br />
come abbiano fatto anche qui sarà una gran simulazione<br />
di questi arabi fingono di amare la libertà fanno le rivoluzioni<br />
ma a vederli mentre gli sparavano contro<br />
sembrava che facessero davvero&#8230;)</p>
<p>però mi fanno sognare anche se io non conosco niente<br />
ho parlato una volta<br />
con un egiziano che mi metteva le piastrelle sul balcone<br />
c’era questo egiziano mi ha detto che sono in tanti nell’edilizia<br />
aveva proprio i baffi come uno si aspetta da un egiziano<br />
ma anche se era musulmano era simpatico e gentile<br />
e faceva bene il lavoro il suo capo era il vicino di casa italiano<br />
che poi il condominio gli ha fatto causa<br />
ma quell’egiziano ora va in giro contento<br />
e io sono contento per lui<br />
perché anche se un italiano con la pressione bassa e poco sangue al cervello<br />
gli dice che lui deve tornare sul cammello per il rispetto delle regole<br />
che noi italiani in Italia sulle regole è peggio dei tedeschi in Germania<br />
e che lui invece è un egiziano con la poligamia<br />
e tutto quell’incredibile vespaio di problemi connessi al fatto<br />
che sei nato in un cazzo di paese musulmano<br />
che quando arrivi in Europa ti ritrovi un portatore mondiale di problemi<br />
ebbene quell’egiziano lì secondo me guarda l’italiano con la pressione bassa<br />
e pensa<br />
“ma zitto tu: venti anni di fascismo, quarant’anni di democrazia cristiana<br />
altri vent’anni di Berlusconi<br />
e non hai mai fatto una cazzo di rivoluzione<br />
democratica e di popolo<br />
né pacifica né a martellate<br />
e c’hai ancora tre o quattro mafie che spadroneggiano nel tuo paese<br />
più il vaticano<br />
io sono un egiziano<br />
il mio popolo ha cacciato lo zio di Ruby<br />
con l’esercito in piazza e la polizia che ammazzava”</p>
<p>che è un discorso un po’ brutto da farsi<br />
tra un egiziano oggi e un italiano oggi<br />
ma almeno l’egiziano lo pensa<br />
e a volte lo penso pure io che sono italiano<br />
che il più lungo 68 d’Europa non è cha lava via tutto<br />
che i partigiani non è che lavano via i repubblichini<br />
e tutti i fascisti dei vent’anni di prima<br />
che il governo d’Alema non lava proprio niente, ecc.</p>
<p>beati quelli che hanno il popolo mi dico<br />
noi ci hanno detto i pensatori radicali<br />
meglio avere la moltitudine<br />
che però la moltitudine<br />
alla fine le prende sempre in piazza</p>
<p>noi ci resta il corpo del capro</p>
<p>ma oggi sono contento<br />
perché c’è un popolo che ha rotto i coglioni<br />
a tutta l’intelligence araba israeliana statunitense europea<br />
non hanno avvisato nessuno<br />
non hanno chiesto il permesso<br />
completamente imprevisti e guastafeste<br />
con la loro festa di popolo democratica<br />
sono davvero felici orgogliosi contenti<br />
mi fanno davvero sognare<br />
su quella vecchia faccenda<br />
che mi hanno insegnato a scuola<br />
vi ricordate?<br />
… come si chiamava… ?<br />
“sovranità popolare”, credo….</p>
<p>.</p>
<p style="padding-left: 90px;"><em>11 febbraio 2011</em></p>
<p>[P.s. Anche la rivoluzione scorsa, quella tunisina, avevo brindato, mandandovi <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/15/cartolina-da-parigi/">una cartolina</a>.]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/12/poesia-civilizzata-sul-popolo-egiziano/">Poesia civilizzata sul popolo egiziano</a></p>
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		<item>
		<title>Disordine capitalistico e popolo minore. Note sull&#8217;amnesia mediatica</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/02/01/disordine-capitalistico-e-popolo-minore-note-sullamnesia-mediatica/</link>
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		<pubDate>Tue, 01 Feb 2011 05:34:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>[<em>Questo articolo è apparso sul numero 6 di <a href="http://www.alfabeta2.it/">alfabeta2</a></em>]</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>“Il 15 settembre 2008, data del tracollo di Lehman Brothers, sta al fondamentalismo di mercato (ovvero il concetto che i mercati, da soli e liberi da ogni vincolo, possano garantire la crescita e la prosperità economica) come l’abbattimento del muro di Berlino sta alla caduta del comunismo.” Lo scrive un premio Nobel per l’economia, Joseph Stiglitz, nel suo ultimo lavoro, <em>Bancarotta.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/01/disordine-capitalistico-e-popolo-minore-note-sullamnesia-mediatica/">Disordine capitalistico e popolo minore. Note sull&#8217;amnesia mediatica</a></p>
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<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>“Il 15 settembre 2008, data del tracollo di Lehman Brothers, sta al fondamentalismo di mercato (ovvero il concetto che i mercati, da soli e liberi da ogni vincolo, possano garantire la crescita e la prosperità economica) come l’abbattimento del muro di Berlino sta alla caduta del comunismo.” Lo scrive un premio Nobel per l’economia, Joseph Stiglitz, nel suo ultimo lavoro, <em>Bancarotta. L’economia globale in caduta libera</em> (Einaudi, 2010). Se in quest’affermazione c’è qualcosa di vero, e se noi, come si è spesso detto, siamo una società aperta, allora è divenuto necessario affrontare una discussione collettiva e spregiudicata sulla natura del capitalismo e sulla sua compatibilità con i principi di una società realmente democratica. D’altra parte, abbiamo visto in questi mesi un numero sempre maggiore di persone, pur sprovviste di Nobel per l’economia, testimoniare contro l’introduzione in Europa delle solite ricette neoliberiste (taglio della spesa pubblica, blocco dei salari, flessibilità del lavoro, privatizzazioni). Hanno rotto invisibilità e silenzio i lavoratori clandestini arrampicati sulle gru, gli operai che difendono i loro elementari diritti, gli studenti privati di futuro. Sennonché la risposta delle classi dirigenti a queste voci di dissenso pare bizzarramente riprodurre gli stessi principi di quella dottrina che ha subito nel settembre 2008 una plateale confutazione.<span id="more-37960"></span> La pretesa dei cittadini comuni di <em>partecipare</em> alle decisioni d’interesse generale è ingenua e controproducente, in quanto le questioni ultime, che sono <em>tutte</em> di natura economica, sono per ciò stesso destinate a una gestione oligarchica, di minoranze specializzate.</p>
<p>Ora, che sia Marchionne a vanificare con il ricatto il referendum degli operai di Mirafiori o il capo del governo a decidere che i “veri studenti” sono quelli che non contestano la riforma universitaria, il problema all’ordine del giorno non riguarda neppure più la scelta di un modello economico alternativo al capitalismo egemone degli Usa, ma lo statuto stesso della democrazia, ossia ciò che fino ad oggi viene considerata l’eccezione occidentale.</p>
<p>E in tutto questo, quale il ruolo dei famigerati media pluralisti? Almeno loro, di fronte a una tale crisi di consenso, sono disposti a mettere in discussione il paradigma dominante, esplorando le realtà che così poco quadrano con i teoremi degli esperti? Hanno il coraggio di riformulare le agende dell’attualità, gettando piena luce sulle radici di quella violenza, che le nuove élite politico-finanziarie esercitano in forme più o meno legali sui ceti popolari del loro o di altri paesi? Se consideriamo come in Italia la bancarotta del modello statunitense e dei suoi seguaci europei è stata trattata, ci rendiamo conto che siamo ancora nel regno dell’eufemismo e dell’amnesia. Con un’aggravante tutta nostrana: l’unica minaccia alla democrazia, che la sinistra parlamentare e i media che l’appoggiano sembrano riconoscere, viene da Silvio Berlusconi e dai suoi tentativi di manipolazione della carta costituzionale. Ogni dibattito sulle alternative al libero mercato e alle recenti politiche di austerità europee è rimandato al giorno in cui – data non definibile – il capo dell’attuale governo sarà scomparso dalla scena politica nazionale.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Davide contro Golia</em></p>
<p>La stampa mondiale aveva dedicato ampio spazio al caso di Muntazar al Zaidi, il giornalista iracheno che lanciò entrambe le sue scarpe contro George Bush, nel corso di una conferenza stampa a Bagdad. Di questo episodio, il mondo dell’informazione aveva ritenuto soprattutto un aspetto: col suo semplice gesto, un giornalista iracheno sconosciuto conquistava una “notorietà planetaria”. Questa notorietà gli è costata l’arresto immediato, le torture e una condanna a tre anni di carcere. Ma è innegabile che Muntazar al Zaidi sia rimasto ormai nella memoria di tutti, come una pubblicità particolarmente accattivante, l’immagine inusuale di una balena spiaggiata o il ritornello di un successo discografico internazionale. Nessuno, però, credo che si ricordi con altrettanta chiarezza il numero dei civili uccisi dall’inizio della guerra in Iraq. Il numero di questi innocenti ammazzati <em>non</em> ha “notorietà planetaria”. Se affianchiamo fonti indipendenti come il progetto <em>Iraq Body Count </em>e fonti riservate come gli <em>Iraq War Logs</em> (i diari sulla guerra irachena prodotti dalle Forze Statunitensi e divulgati da <em>Wikileaks </em>nell’ottobre 2010), si raggiunge una cifra superiore a 122.000 persone (1). Naturalmente, queste cifre vengono contestate da fonti ufficiali dell’esercito statunitense e ciò rende difficile convergere su un dato univoco. In realtà, è la questione stessa a non interessare la stampa generalista, che preferisce concentrarsi sul gesto eclatante di un lanciatore di scarpe e di un presidente degli Stati Uniti abile a schivarle. In questo modo è il significato politico di quel gesto a venire abilmente cancellato, isolandolo dallo sfondo in cui è maturato: il popolo di uomini disarmati, donne, vecchi e bambini trucidati, affinché la più potente democrazia del mondo impiantasse in Iraq un regime democratico, che è oggi stimato uno dei più corrotti del pianeta.</p>
<p>Il popolo di internet ha celebrato Muntazar al Zaidi come un eroe capace di sfidare il potere (il video di Youtube è stato cliccato più di un milione di volte); ha visto qualcosa di eccezionale e sovversivo nel suo lancio di scarpe. Su questo punto ha reagito come la stampa generalista. Ma la realtà è ben diversa: il giornalista iracheno non è stato un Davide in grado di abbattere Golia. Il suo fu piuttosto un gesto patetico, irrisorio, di estrema impotenza politica, e nello stesso tempo un gesto dovuto. Golia se ne tornò a casa in salute, e Davide finì in mano ai carnefici.</p>
<p>Verosimilmente George Bush non sarà mai processato e giudicato per i crimini di guerra di cui è responsabile. Non pagherà mai per quei centoventimila civili uccisi fino ad oggi, conseguenza di una guerra ingiustificabile e per ciò motivata con l’inganno. La pena peggiore in cui avrebbe potuto incorrere si riduce ad una scarpa in faccia che un cittadino iracheno ha tentato un bel giorno di lanciargli. Quanto al cittadino iracheno il prezzo che ha pagato per quell’atto ragionevole di rabbia e sdegno è stato altissimo.</p>
<p><em>Wall Stret contro Ninja </em></p>
<p>Tutti si ricordano senza eccessiva difficoltà l’ammontare del piano di salvataggio del sistema finanziario statunitense elaborato da Henry Paulson, ministro del Tesoro del governo Bush, piano poi ereditato dal governo Obama. Si trattava di 700 miliardi di dollari (500 miliardi di euro) che lo Stato federale decise di spendere per sanare le maggiori istituzioni finanziarie (private) del paese, come banche d’affari, casse di risparmio, assicurazioni. (Da allora ad oggi, i costi del risanamento finanziario sono lievitati vertiginosamente.) La stampa ne ha parlato abbondantemente durante la fase più acuta della crisi, quando personaggi e gesta della finanza mondiale sono fuoriusciti dai santuari della pagina economica, per essere trattati addirittura in prima pagina, negli editoriali solitamente riservati all’attualità politica o alla cronaca nera dai risvolti sociologici. In quel caso, gli specialisti di economia hanno abbandonato il tono esoterico delle loro abituali discussioni, per spiegare al popolo ignaro come mai ai piani alti della finanza si stesse verificando un terribile cataclisma e come ciò rendesse necessario mobilitare la buona volontà di tutti i contribuenti, dapprima negli Stati Uniti, e poi in Europa. Naturalmente fin nelle pagine economiche si respirava aria di contrizione e di autocritica nei confronti degli eccessi del capitalismo. Ma l’opinione pubblica non si è dovuta soffermare più di tanto sulla maggiore crisi finanziaria che il capitalismo ha conosciuto dopo il 1929. Appena è stato possibile, l’argomento “crisi finanziaria mondiale” è retrocesso nelle pagine degli specialisti e ha riacquistato quei caratteri esoterici, a cui la propaganda per una “socializzazione delle perdite” aveva momentaneamente rinunciato. Di recente, esso è riapparso, soprattutto negli editoriali della stampa europea, sotto una veste leggermente diversa: austerità, taglio alla spesa pubblica, riforma del mercato del lavoro, privatizzazioni.</p>
<p>La cifra del “dovere” – i 700 miliardi di denaro pubblico scucito negli Stati Uniti a favore delle grandi banche d’affari – è stata quindi interiorizzata un po’ da tutti, anche da noi europei e prima ancora che si parlasse del salvataggio finanziario di Grecia o Irlanda. Molto meno note sono invece le cifre delle famiglie statunitensi che hanno subito il pignoramento della loro abitazione, venendo più o meno legalmente sbattute in mezzo a una strada. Si è molto parlato dei <em>subprime</em>, cercando di far comprendere a gente normale e sana di mente come i geni della finanza abbiano deciso di costruire titoli ad altissimo rendimento, basati su di un onirico sistema di frazionamento e ricompattamento di milioni di mutui a rischio, concessi a delle famiglie di provata insolvibilità. Disponiamo, però, di pochissime informazioni su quella che assomiglia ad una catastrofe sociale di larga scala, in grado di spopolare quartieri interi di città come Cleveland, Las Vegas, Chicago, Phoenix. Come per il numero delle vittime civili in Iraq, anche qui le cifre non sono facilmente reperibili né le fonti unanimi. E non esiste ancora un <em>USA Foreclosure Count</em>.</p>
<p>Siamo di fronte a uno scenario degno dei film distopici del cinema indipendente americano degli anni Settanta: i più ricchi della nazione, operatori finanziari, grandi azionisti, manager, amministratori di banche e consulenti del governo si arricchiscono sulla pelle di una <em>working class</em> atomizzata, priva di lavoro e di risparmi, ingannata dal duplice miraggio di un credito bancario “democratico” e di una crescita inarrestabile del valore immobiliare. Un osceno banchetto di speculatori ricchissimi sulla pelle delle persone più povere e meno scolarizzate del paese. Legioni di famiglie costrette a rifinanziare due o tre volte il proprio mutuo, ossia a riacquistare a un prezzo sempre maggiore la propria abitazione. In concreto, i tassi elevatissimi – intorno al 16% – dei mutui per famiglie senza reddito fisso costituivano il rendimento di titoli inseriti nei portafogli di investitori statunitensi e di altri paesi, permettendo così a tutta la catena d’intermediazione immobiliare e bancaria di ingrassare con commissioni sempre più laute.</p>
<p>Tutta questa faccenda non ha suscitato particolare indignazione nei paesi democratici europei, che nei fatti hanno sempre sostenuto la politica estera degli Stati Uniti, considerati come garante mondiale dei valori democratici, ma anche come il più autorevole modello sociale, politico ed economico di riferimento di tutto il mondo occidentale. Dal 1989  in poi, infatti, la critica politica al modello statunitense è stata ribattezzata “antiamericanismo” e come tale è un lusso che si possono permettere solo minoranze anarchiche o di estrema destra extraparlamentari. In realtà, da tempo gli Stati Uniti non possono più presentarsi come il paradiso della classe media, dal momento che 44 milioni di americani vivono sotto la soglia della povertà e il loro numero è in crescita costante (dati del Census Bureau, il nostro Istat, nel 2010).</p>
<p>Se combiniamo questo dato con la cifra dei pignoramenti dallo scoppio della crisi, nel 2008, ciò che è emerge è una situazione di larvata guerra civile. Nel numero di marzo 2010, <em>Alternatives économiques</em>, basandosi su fonti statunitensi (il sito di Moody’s Economy), riportava i seguenti dati, tra pignoramenti di case e appartamenti: 1,7 milioni nel 2008, 2 milioni nel 2009 e prevedeva 2,4 milioni per il 2010. Nonostante gli sforzi del governo Obama per venire in aiuto ai mutuatari insolventi, la campagna di pignoramento non ha subito pause d’arresto ed è condotta a spron battuto proprio da quelle banche d’affari come JP Morgan Chase o Bank of America, salvate dagli interventi dello Stato federale. Si tratta di una guerra civile tra una cerchia ristretta di ricchi e una base sempre più ampia di poveri: i colletti bianchi di Wall Strett contro i cosiddetti Ninja (<em>No Income No Job or Asset</em>), ossia cittadini senza alcun tipo di garanzia sociale e reddito sicuro. Non solo, quindi, dei Golia gonfiati con i soldi dei contribuenti si avventano contro dei David disarmati di salario e di strumenti culturali, ma nella lotta stessa Golia, nonostante la soverchiante potenza nei confronti dell’avversario, è disposto anche a violare le più elementari regole dello scontro. Sulle procedure di pignoramento gravano i sospetti delle autorità federali, a cui sono state segnalate violazioni e frodi degli istituti finanziari.</p>
<p><em>Autodifesa del popolo minore</em></p>
<p>Quale morale trarre da questi odierni scontri tra deboli e forti nella nostra civiltà democratica, ritenuta superiore a tutte le altre, perché appunto l’unica in grado di garantire prosperità diffusa e diritti civili al popolo sovrano? I perdenti, in queste guerre, sono considerati <em>quantité négligeable</em>, frazione di popolo nominalmente sovrano, ma nei fatti irrilevante. Che siano i civili iracheni massacrati dalle truppe di liberazione statunitensi, le famiglie spossessate delle loro abitazioni, o le fasce di reddito più deboli che, anche in Europa, stanno pagando le politiche di austerità, non vi è per loro particolare attenzione da parte del mondo della libera informazione. Una rivoluzione dei valori è ormai definitivamente compiuta: il quotidiano “La Stampa” può così titolare un articolo d’attualità politica del 15/10/2010: <em>Negli USA boom di pignoramenti. Wall Street trema</em>. Tralasciando il paradosso per cui i pignoramenti sono fatti in nome di Wall Street, ciò che colpisce è il trasferimento dell’emozione (lo spavento) subìta dalle vittime dell’azione oggetto d’interesse giornalistico ai responsabili di quella stessa azione: le banche d’affari si spaventano di fronte al disastro che hanno generato le loro procedure di pignoramento. I giornalisti sollecitano l’empatia dei lettori nei confronti dei carnefici, non più delle vittime: i milioni di famiglie messe sulla strada. Esse sono evocate a margine della vicenda, e godono di uno statuto ambiguo negli eventi della crisi: né del tutto colpevoli né del tutto innocenti, quasi si desse per scontato una loro costitutiva minorità civile e politica.</p>
<p>Tale minorità è la stessa che oggi i governi europei, sia di destra che di sinistra, attribuiscono al loro elettorato, nel momento in cui varano i diversi piani di tagli alla spesa pubblica, rendendo ancora più precarie le condizioni di vita di una larga fetta di cittadini. Tito Boeri scriveva a dicembre su “Repubblica”: “In tutti i paesi avanzati è stato il lavoro poco qualificato a pagare il conto della Grande Recessione”. E dopo il lavoro poco qualificato, lo stanno pagando i più giovani, che usufruiscono dell’istruzione pubblica in attesa di entrare nel mondo del lavoro. Ma la Grande Recessione non è riconducibile a fatali e impersonali forze della natura. La <em>deregulation</em> dei mercati finanziari è stata conseguenza di una precisa scelta politica. E i suoi esiti disastrosi hanno a loro volta dei responsabili. Gli esponenti della tecno-finanza – coloro che dal punto di vista epistemologico (detenevano i modelli interpretativi più efficaci), sociale (uscivano dalle scuole migliori) e ideologico (sostenitori del liberalismo occidentale) erano i più accreditati a far prosperare la democrazia, realizzando la felicità per il maggior numero – hanno lanciato l’intero sistema contro il muro, lo hanno sfasciato per bene, lasciando a terra morti e feriti, e sono ripartiti in Ferrari. E i testimoni di tutta la vicenda, testimoni deboli da un punto di vista epistemologico, sociale e ideologico, eppure non completamente decerebrati, come i lavoratori licenziati, gli impiegati con i salari bloccati, i precari del terziario che non verranno mai assunti, gli studenti dell’università divenuta troppo costosa o massacrata dai tagli, i migranti irregolari che lavorano in nero e rischiano l’espulsione ogni giorno, ebbene tutti questi idioti qualunque, invece di starsene a casa in un ubbidiente e narcotizzato lamento, ogni tanto escono per strada moderatamente furibondi, e chiedono democraticamente, dal momento che le radici della sovranità politica affondano nei loro corpi senzienti, chiedono che chi ha sbagliato paghi, che non siano i loro salari a fare da premio assicurativo per il grande autoveicolo guidato dai tecno-finanzieri, con il consenso della classe politica, ed ora finito in pezzi.</p>
<p>Può sembrare strano a tutti coloro che predicavano la fine o l’assenza della politica, l’esaurimento dei conflitti sociali, il pacifico e collettivo sprofondamento nei poco reali meandri dello spettacolo, può sembrare strano, dicevo, la ricomparsa improvvisa di un popolo che, anche se considerato <em>minore</em> dai rappresentanti politici e dai professionisti dell’informazione, <em>si difende</em>, e si difende nell’unico e ultimo modo che gli è concesso: esercitando direttamente la sua sovranità, ossia assumendosi il rischio di manifestare pubblicamente il proprio dissenso. In realtà, questa autodifesa popolare è stata per anni annunciata da politologi e opinionisti di ogni colore, nel momento in cui analizzavano finemente la crisi della rappresentanza democratica su entrambe le sponde dell’Atlantico. I rappresentanti del popolo mentono, sono pilotati da lobby miliardarie, vivono eterni conflitti d’interesse, si appoggiano a potenti media televisivi privati o di stato, tradiscono nei fatti il mandato elettorale, e in molti casi, anche in Europa, diffondono abilmente nelle istituzioni la logica della guerra civile, come Sarkozy in Francia o il binomio Lega-Berlusconi in Italia. Tutto il discorso sulla sicurezza e l’ordine pubblico diventa allora propagandato in quest’ottica: lo Stato deve armarsi contro una parte dei suoi cittadini considerati di volta in volta dei nemici pericolosi. Inutile dire che i cittadini pericolosi sono innanzitutto quelli che hanno buone ragioni di essere, a vario titolo, scontenti dello Stato.</p>
<p>Le contestazioni di lavoratori e studenti che si sono viste in Grecia, Spagna, Gran Bretagna, Francia e Italia sono innanzitutto forme di autodifesa popolare nei confronti dei governi che, proprio in seguito alla crisi finanziaria statunitense, hanno deciso di tagliare la spesa pubblica, rimettendo di nuovo tutto nelle mani degli esperti e considerando, ancora una volta, non pertinenti le reazioni di coloro che saranno più interessati, nel concreto, da questi tagli. Questa autodifesa, per altro, diviene nelle piazze vera e propria autodifesa fisica nei confronti di uno Stato che tollera sempre meno le forme spontanee e non rituali di contestazione, che regolamenta in modo sempre più rigido il diritto di sciopero, che mostra i muscoli ad ogni occasione, con lo scopo di spaventare le nuove generazioni di disubbidienti. Non ci si può scandalizzare, allora, della violenza che scoppia periodicamente in queste occasioni. Essa è innanzitutto frutto di uno spazio di espressione compresso all’estremo, materialmente e simbolicamente, per quella parte di popolo considerata minore. Ciò che si può auspicare, in una tale situazione, è che la rabbia si trasformi in strumento consapevole e politico per una lotta di lunga durata, acquisendo le forme riconoscibili della disubbidienza civile.</p>
<hr size="1" /><strong>*</strong></p>
<p>(1)  Giovanni Andriolo, <em>Iraq: la guerra sui numeri delle vittime</em> (05/11/2010)<em> </em></p>
<p><a href="http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=35598">http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=35598</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/01/disordine-capitalistico-e-popolo-minore-note-sullamnesia-mediatica/">Disordine capitalistico e popolo minore. Note sull&#8217;amnesia mediatica</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>L’etica di WikiLeaks nuoce ai citizen media?</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Jan 2011 07:30:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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<p><em>Il paradosso di un fenomeno percepito come frontiera del web, pur  sposando relativamente poco la logica di partecipazione e condivisione  della rete abitata dalle persone.</em></p>
<p>Rudolf Elmer, ex manager della banca svizzera Julius Baer, è stato <a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=135293&#38;sez=HOME_NELMONDO">riconosciuto colpevole</a> di violazione del segreto bancario.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/29/l%e2%80%99etica-di-wikileaks-nuoce-ai-citizen-media/">L’etica di WikiLeaks nuoce ai citizen media?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-37949" title="18-p_174-200-cut" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/18-p_174-200-cut.jpg" alt="" width="200" height="200" />di <a href="http://bernyblog.wordpress.com/">Bernardo Parrella</a></p>
<p><em>Il paradosso di un fenomeno percepito come frontiera del web, pur  sposando relativamente poco la logica di partecipazione e condivisione  della rete abitata dalle persone.<img title="Continua..." src="https://www.alfabeta2.it/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /></em></p>
<p>Rudolf Elmer, ex manager della banca svizzera Julius Baer, è stato <a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=135293&amp;sez=HOME_NELMONDO">riconosciuto colpevole</a> di violazione del segreto bancario. È stato condannato a pagare le  spese processuali (7.200 franchi svizzeri, 5.600 euro) con la  condizionale, scampando la galera. Passate un paio d’ore, <a href="http://www.grr.rai.it/dl/grr/notizie/ContentItem-cc365760-3194-4b30-bd07-007df5353596.html">viene però nuovamente arrestato</a>.  L’accusa? Qualche mese addietro aveva passato a WikiLeaks informazioni  riservate sull’istituto di gestione patrimoniale e i suoi clienti.  Bissando pochi giorni fa con la consegna a Julian Assange di altri due  dischetti contenenti dati su 2.000 fra i principali clienti della banca.  Un doppio arresto per “rivelazioni” largamente preannunciate dai <a href="http://www.repubblica.it/esteri/2011/01/16/news/wikileaks_conti-offshore-11298345/index.html?ref=search">titoli dei giornali</a> sull’arrivo della lista dei conti offshore dei Vip consegnate da un ex banchiere ad Assange.<span id="more-37948"></span></p>
<h5>ETICA HACKER</h5>
<p>Grazie all’ennesimo <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Whistleblower">whistleblower</a> e a WikiLeaks stavolta verremo a sapere i nomi di «alcune migliaia di  multimilionari potenzialmente grandi evasori, tra cui una quarantina di  politici». A conferma della <em>mission</em> di Julian Assange e soci: la pubblicazione diffusa di documentazione riservata allo scopo ultimo di imporre la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Wikileaks">massima trasparenza delle istituzioni</a>,  quale «garanzia di giustizia, di etica e di una più forte democrazia».  Fiumi di inchiostro e di bit sono stati versati in queste settimane  intorno a questa vicenda, sia a favore sia contro (assai utile l’ampia  raccolta di <a href="http://www.theatlantic.com/technology/archive/2010/12/how-to-think-about-wikileaks/67689/1/">The Atlantic</a>,  in inglese). Non sono mancate la retorica e l’enfasi, in particolare  sulle testate tradizionali, sempre in cerca di un mostro o di un eroe da  sbattere in prima pagina. Mentre online sono riemerse le cyber-utopie  della salvezza che nei primi anni della rete, inizio anni ’90,  accomunavano una <a href="http://www.theatlantic.com/technology/archive/2010/12/the-hazards-of-nerd-supremacy-the-case-of-wikileaks/68217/2/">ristretta elite di addetti ai lavori</a> convinti che Internet potesse <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/A_Declaration_of_the_Independence_of_Cyberspace">cambiare il mondo</a>e  che loro stessi avrebbero dovuto fungere da avanguardia incaricata di  indicare la via. È lo stesso ambito in cui affonda le radici anche la  cosiddetta <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Etica_hacker">etica hacker</a>, che fa da propellente alla battaglia per la trasparenza totale portata avanti oggi da WikiLeaks.</p>
<p>Vale comunque la pena di riflettere in questa sede sull’onda lunga  del rapporto tra il ruolo dei citizen media e l’etica di WikiLeaks. L’<a href="http://networkcultures.org/wpmu/geert/2010/08/30/ten-theses-on-wikileaks/">estrema spettacolarizzazione</a> messa in atto è diretta a catturare in primis l’attenzione del mondo  occidentale, ben oltre il contenuto e il senso stesso del materiale  divulgato. Assai più sfumate le reazioni online <a href="http://it.globalvoicesonline.org/2010/12/americhe-analisi-reazioni-e-interrogativi-sui-cablogrammi-diffusi-da-wikileaks/">in Sud America</a>, ad esempio. E anche quando i cittadini danno vita a <a href="http://it.globalvoicesonline.org/2011/01/arrivano-wikileaks-thaileaks-indoleaks-pinoyleaks-nei-paesi-del-sud-est-asiatico/">cloni di WikiLeaks</a>,  come accaduto in Indonesia, Tailandia e Filippine, ci si appella alla  società civile per la ricerca di informazioni riservate o si fondano  organizzazioni non-profit che lavorano apertamente con i blogger.  Nell’area del Maghreb le reazioni sono apparse <a href="http://it.globalvoicesonline.org/2010/12/wikileaks-e-marocco-tra-corruzione-a-corte-ed-equilibrate-reazioni-dei-cittadini/">accorte ed equilibrate</a>,  rispetto alle prove di corruzioni governative già note a tutti. E lo  scorso agosto, in occasione delle prime rivelazioni sulla guerra in  Afghanistan, <a href="http://it.globalvoicesonline.org/2010/08/wikileaks-per-gli-afgani-tutto-questo-scalpore-non-ha-alcun-senso/">anche i blogger locali</a> erano rimasti calmi, soprattutto perché lì quelle informazioni riservate non sembravano tali.</p>
<h5>ATTENZIONE</h5>
<p>Inoltre, la pratica attuata è tipicamente verticale e consona ai  canali mediatici tradizionali, giocoforza travasata (e finanche imposta)  al fluire della conversazione online dove vigono invece consuetudini  orizzontali, partecipative. Non a caso su blog, Twitter e Facebook la  saga WikiLeaks ha prodotto toni e sfumature di ogni fattura, creando  ancor più rumore del solito, forzando di fatto le discussioni e  rifocalizzando l’attenzione di molti cyber-cittadini. Un contesto in cui  di fatto è tornata a restringersi la “voce dei senza voce”, già  penalizzata nei canali tradizionali e che va trovando forza quasi  soltanto sull’onda dei citizen media.</p>
<p>Quando l’attenzione diventa uno dei beni primari (se non il primo in  assoluto) del mondo dell’informazione odierna, un simile battage  mediatico relega ancor più nell’angolino, tanto per dirne una, i tweet  rilanciati via cellulare da qualche villaggio del Congo sui <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Blood_Diamond_-_Diamanti_di_sangue">diamanti insanguinati</a> o i video autoprodotti che documentano <a href="http://it.globalvoicesonline.org/2010/02/congo-elettrodomestici-smartphone-e-computer-alimentano-il-conflitto-bellico/">l’estrazione del coltan</a> che foraggiano le guerre dimenticate. E chi si darà la briga di leggere  le traduzioni non perfette (perché magari da testi o voci originali in  dialetti locali) di post sui nativi brasiliani che apprendono l’uso dei  social media per amplificare <a href="http://it.globalvoicesonline.org/2011/01/brasile-le-comunita-indigene-si-confrontano-e-rilanciano-sulluso-di-internet/">le loro battaglie sociali e ambientali</a>? Perfino nei reportage di questi giorni sulle rivolte tunisine non mancano i <a href="http://it.globalvoicesonline.org/2011/01/tunisia-congratulazioni-e-rilanci-dal-mondo-arabo/">riferimenti a certi cablogrammi</a> di WikiLeaks, come a rendere più qualificanti le proteste, più degne di  attenzione. Quando invece meglio sarebbe sottolineare il <a href="http://daily.wired.it/blog/open_voices/tunisia-quando-i-social-media-fanno-la-differenza-1.html">successo dei social media</a> e dei materiali digitali prodotti da semplici cittadini sul campo come <a href="http://daily.wired.it/blog/open_voices/oltre-wikileaks-i-netizen-informano-e-rilanciano.html">efficaci strumenti</a> di trasparenza e democrazia (evitando però le esagerazioni di analoghi casi in cui si era addirittura parlato di <a href="http://neteffect.foreignpolicy.com/posts/2009/04/07/moldovas_twitter_revolution">Twitter Revolution</a>).</p>
<h5>WIKI?</h5>
<p>Altro possibile danno collaterale per la condivisione online  innescato dalle mosse di Julian Assange è l’equivoco sul termine (e  ancor più sulla pratica) del <em>wiki</em>: solo all’epoca del lancio nel 2006 <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Wikileaks">WikiLeaks</a> ha brevemente prodotto contenuti modificabili dagli utenti (tipo  Wikipedia), per poi spostarsi sul modello editoriale tradizionale chiuso  a commenti o editing esterni. E concentrandosi sempre più sulle  rivelazioni di gole profonde di alto livello. Come ha ribadito Jimmy  Wales di Wikipedia in una <a href="http://www.bbc.co.uk/news/technology-12171977">recente intervista a BBC News</a>:  «Il loro lavoro non ha nulla a che fare con la stesura collaborativa di  contenuti, cioè la base stessa di Wikipedia. Però molta gente confonde  ancora le due entità, incluso il personale di sicurezza negli  aeroporti».</p>
<p>Mirando a «fare la guerra alle superpotenze» e a rivangare obsolete<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Teorie_cospirative"> teorie cospirative</a>,  WikiLeaks si pone insomma come una sorta di avanguardia interessata  soprattutto ai riflettori mediatici, nel bene e nel male. Rischiando  così di creare inutili scontri ideologici nello stesso fluire digitale e  di provocare un effetto boomerang proprio ai danni di quei netizen che  meglio sanno come perseguire ritmi e obiettivi locali. Nell’odierno  villaggio globale – condiviso, partecipato, orizzontale – ha poco senso  incensare cyber-elite che svelano al mondo segreti di Stato o i conti  offshore dei Vip, veri o presunti che siano. Né conviene a nessuno fare  di Assange un <a href="http://daily.wired.it/news/cultura/assange-persona-decennio.html">eroe dell’etica hacker</a>,  per tenerlo invece a più modesto e concreto esempio di trasparenza e  attivismo per la vita di tutti i giorni. Quel che conta è tirarsi su le  maniche per allargare l’area della partecipazione, passo dopo passo,  online e offline.</p>
<p><em>Articolo pubblicato su <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/01/24/letica-di-wikileaks-nuoce-ai-citizen-media/%20%20http://www.apogeonline.com/webzine/2011/01/24/letica-di-wikileaks-nuoce-ai-citizen-media/">Apogeonline</a> il 24/1/2011</em></p>
<p><em>Immagine: Jacques Villeglé, 118, rue du Temple &#8211; La parole est à  vous, 20 novembre 1968. 100 x 73  cm. Manifesti strappati applicati su  tela. Foto galerie G.-Ph. &amp; N.  Vallois (dettaglio) &#8211; foto tratta dal numero 5 di Alfabeta2 (<a href="http://www.alfabeta2.it/2010/12/29/jacques-villegle-galleria-fotografica/">galleria fotografica</a>)<br />
</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/29/l%e2%80%99etica-di-wikileaks-nuoce-ai-citizen-media/">L’etica di WikiLeaks nuoce ai citizen media?</a></p>
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		<title>La Tunisia festeggia a Milano!</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/01/29/la-tunisia-festeggia-a-milano/</link>
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		<pubDate>Sat, 29 Jan 2011 06:54:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/Tunisia-oggi-450.jpg"></a></p>
<p>Venite a festeggiare e sostenere con noi il cammino coraggioso della Tunisia verso la libertà e la democrazia<br />
Intervengono Vincenzo Consolo, Mauro Pagani, Stefano Vergine, Marco Arnone, Mohamed Challouf<br />
DOMENICA 30 GENNAIO ore: 15.30 &#8211; 18.00<br />
Fondazione Mudima <strong>Milano</strong> <a href="http://maps.google.it/maps?f=q&#38;source=s_q&#38;hl=it&#38;geocode=&#38;q=Fondazione+Mudima+Milano+Via+Tadino+26&#38;aq=&#38;sll=41.442726,12.392578&#38;sspn=15.763969,43.286133&#38;ie=UTF8&#38;hq=Fondazione+Mudima&#38;hnear=Via+Alessandro+Tadino,+26,+20124+Milano,+Lombardia&#38;z=16">Via Tadino 26</a><br />
(MM1- Lima- Pta Venezia) Per info: 3470564307</p>
<p>scarica e diffondi il <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/Tunisia-oggi.pdf">PDF</a></p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/29/la-tunisia-festeggia-a-milano/">La Tunisia festeggia a Milano!</a>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/29/la-tunisia-festeggia-a-milano/">La Tunisia festeggia a Milano!</a></p>
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<p>Venite a festeggiare e sostenere con noi il cammino coraggioso della Tunisia verso la libertà e la democrazia<br />
Intervengono Vincenzo Consolo, Mauro Pagani, Stefano Vergine, Marco Arnone, Mohamed Challouf<br />
DOMENICA 30 GENNAIO ore: 15.30 &#8211; 18.00<br />
Fondazione Mudima <strong>Milano</strong> <a href="http://maps.google.it/maps?f=q&amp;source=s_q&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=Fondazione+Mudima+Milano+Via+Tadino+26&amp;aq=&amp;sll=41.442726,12.392578&amp;sspn=15.763969,43.286133&amp;ie=UTF8&amp;hq=Fondazione+Mudima&amp;hnear=Via+Alessandro+Tadino,+26,+20124+Milano,+Lombardia&amp;z=16">Via Tadino 26</a><br />
(MM1- Lima- Pta Venezia) Per info: 3470564307</p>
<p>scarica e diffondi il <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/Tunisia-oggi.pdf">PDF</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/29/la-tunisia-festeggia-a-milano/">La Tunisia festeggia a Milano!</a></p>
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		<title>La fine della dittatura in Tunisia</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Jan 2011 07:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Il giorno in cui Zine El-Abidine Ben Ali ha deposto Bourguiba, il 7 novembre 1987, ero a Tunisi. Assolutamente per caso. In quel periodo lavoravo nel sud del paese, e ero salito nella capitale per il fine settimana.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/22/la-fine-della-dittatura-in-tunisia/">La fine della dittatura in Tunisia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Il giorno in cui Zine El-Abidine Ben Ali ha deposto Bourguiba, il 7 novembre 1987, ero a Tunisi. Assolutamente per caso. In quel periodo lavoravo nel sud del paese, e ero salito nella capitale per il fine settimana. Come spesso mi capitava avevo viaggiato tutta la notte in un taxi collettivo, cullato dalla musica egiziana che l’autista teneva accesa per tenersi compagnia, dai tiepidi odori di erba secca e carbonella che vorticavano dai finestrini della provata Peugeot familiare. Che l’anziano presidente non fosse più al potere l’ho saputo dal barbiere che mi stava tagliando i capelli. In città regnava una calma irreale, una sospensione che aveva qualcosa di solenne: niente grida, niente manifestazioni di gioia o vendetta. Una bonaccia in cui si intuiva la gioia di un lenimento, in puro e dolce stile tunisino. Mi è sempre rimasta impressa.</p>
<p>La fine della dittatura di Ben Ali, alla fine di una fulminea ma inarrestabile insurrezione che nessuno aveva previsto, nessuno ha pilotato e nessuno ha saputo contenere, è qualcosa però di diverso, e avrà conseguenze che ancora si fa fatica a concepire, tanto sono grandi. Per la Tunisia stessa, <span id="more-37863"></span>che uscirà, se tutto va bene, da un giogo che solo chi aveva in qualche modo contatti diretti con il paese poteva misurare in tutta la sua efferatezza e crudeltà, e che durava a dir poco dalla metà degli anni novanta. L’abilità di Ben Ali è stata quella di persuadere l’occidente che il suo regime fosse un baluardo contro l’islamismo, e che proprio per parare quella minaccia si fosse dato il suo impianto repressivo e assolutistico. Spazzando a priori il problema della democrazia. Quando invece il dittatore, a differenza di Bourguiba, ha sempre avuto un rapporto molto ambiguo con l’islam radicale e meno radicale, fatto di concessioni e di strette improvvise, e quando al fondo delle sue preoccupazioni c’erano principalmente gli interessi del suo voracissimo clan.</p>
<p>Ma anche per tutti gli altri paesi arabi, tutti sprovvisti di una legittimità democratica, niente sarà più come prima. Come confidare in un regime poliziesco basato sulla violenza (è la ricetta comune), quando chi sembrava cavarsela meglio con quel sistema è stato spodestato nello spazio di qualche settimana? Il problema della democrazia non è più eludibile. E l’assioma della diga contro l’islamismo non è più una merce vendibile. Quindi anche per noi, noi italiani e europei e occidentali, che appunto eravamo i generosi acquirenti di quella mercanzia, niente sarà più come prima.</p>
<p>Io non conosco a fondo la Tunisia, questo piccolo paese così vicino a noi e con una sua identità così forte e così originale da ormai molti secoli. Ci ho lavorato per un anno, ci ho incontrato mia moglie, che a sua volta ci è vissuta per una decina d’anni, e quindi ha conservato dei forti vincoli, ho mantenuto rapporti con persone che ci vanno spesso. Ma la conoscenza di un paese passa per la lingua, e io non so l’arabo. È impossibile capire in profondità una cultura senza captarne i tenui chiaroscuri delle frasi, senza cogliere i diversi intarsi semantici delle parole e gli intraducibili riverberi di senso, senza interiorizzare il senso dei ritmi e dei silenzi. Sono le lingue che ci rivelano i segreti dei paesi, più ancora che le parole effettivamente dette, più ancora che le persone che ce le rivelano.</p>
<p>La Tunisia è però pur sempre un paese che mi ha insegnato molto. Lì ho appreso che gli arabi sono capaci di squisitezze e delicatezze che non hanno pari (il top lo ritrovo nei deliziosi bottegai di commestibili, sparsi per il mondo ma riconoscibili fisicamente e appunto dai modi, originari dell’isola di Djerba). E lì ho imparato, quando ancora da noi non se ne parlava, cosa sono gli islamisti: alcuni colleghi della controparte, per usare il linguaggio della cooperazione internazionale, erano militanti fondamentalisti. Ma lì ho constatato soprattutto che con la loro supponenza e ignavia per così dire antropologiche gli italiani hanno tendenza a non capire nulla dei magrebini, a prenderli sottogamba, a disprezzarli. Il che purtroppo non ha tardato a rivelarsi in modo drammatico a livello nazionale. Una delle due anime della coalizione che ci governa è ora violentemente xenofoba, e manco a dirlo proprio negli arabi vede il suo principale nemico e l’origine dei nostri mali.</p>
<p>Le distanze geografiche non corrispondono a quelle geopolitiche, e queste sono indipendenti da quelle affettive. La Tunisia è attaccata all’Italia, e in Italia vivono più di centomila tunisini, ma la Tunisia è lontanissima dall’Italia. Ci separano il fantasma dell’islamismo radicale che l’occidente ha alimentato e imposto negli ultimi anni, il non risolto problema della Palestina, il razzismo che è dilagato nel nostro paese fino appunto a prendersi le leve del potere, la scarsa lungimiranza della nostra classe politica non razzista (il razzismo è cieco per definizione), la completa idiozia del turismo balneare (il turismo, visto che molti italiani frequentano le spiagge tunisine, potrebbe essere un modo per avvicinarsi). Paradossalmente la Francia, che ha appoggiato fino all’ultimo il regime di Ben Ali – in piena crisi la ministra degli esteri ha offerto pubblicamente il suo aiuto tecnico in tema di materiali antisommossa! &#8211; e s’è vista costretta a invertire la rotta nel giro di qualche ora, è molto più vicina di quanto lo siamo noi alla Tunisia. È abituata per lo meno a accogliere e ascoltare i suoi intellettuali e i suoi artisti, il suo stesso passato coloniale la obbliga a riflettere e a cercare soluzioni.</p>
<p>I grandi avvenimenti della storia ci piombano addosso spesso cogliendoci di sorpresa, lasciandoci quasi un po’ increduli. Pretendono che ci diamo una mossa, che cambiamo. Dopo la caduta del muro di Berlino nessuno di noi era più lo stesso: non si poteva seguitare a appartenere a un mondo che non esisteva più. Per me l’insurrezione tunisina è dello stesso tenore: tutti gli schemi e le contrapposizioni che avevamo in testa sono polverizzati, hanno bisogno di essere rinnovati. Urgentemente. Il nostro ministro degli esteri ha capito tutto: il modello da seguire secondo lui è Gheddafi.</p>
<p><em>[questo pezzo è apparso sul quotidiano "Trentino" del 20.01.11]</em><strong><br />
</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/22/la-fine-della-dittatura-in-tunisia/">La fine della dittatura in Tunisia</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>BATTISTI, LE VITTIME, LO STATO</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 09:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Ho conosciuto personalmente Cesare Battisti, intendo il Battisti di cui si parla tanto in questi giorni, non il mio eroico concittadino, quando ci hanno invitato entrambi a una fiera libraria di una cittadina dell’hinterland parigino. A quella manifestazione non c’era molta gente, e nessuno sembrava interessarsi ai due autori italiani non troppo conosciuti che eravamo: lui non era ancora la vedette dei media francesi (e italiani) che sarebbe diventata in seguito, e io ero al mio primo romanzo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/10/battisti-le-vittime-lo-stato/">BATTISTI, LE VITTIME, LO STATO</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Ho conosciuto personalmente Cesare Battisti, intendo il Battisti di cui si parla tanto in questi giorni, non il mio eroico concittadino, quando ci hanno invitato entrambi a una fiera libraria di una cittadina dell’hinterland parigino. A quella manifestazione non c’era molta gente, e nessuno sembrava interessarsi ai due autori italiani non troppo conosciuti che eravamo: lui non era ancora la vedette dei media francesi (e italiani) che sarebbe diventata in seguito, e io ero al mio primo romanzo. Quindi ci siamo messi a parlare, bevendo uno scontroso vino rosso messo a disposizione dall’organizzazione. Confesso che all’epoca sapevo molto poco del suo passato, ma avevo letto e apprezzato un paio dei suoi libri. A distanza di tanto tempo non saprei dire con precisione di cosa, ma abbiamo conversato senza sosta per quattro ore. Quando passava di lì l’accigliata organizzatrice ci guardava un po’ strano, perché presi dalla foga della discussione, e forse un po’ anche dall’alcol, del quale Battisti sembrava particolarmente ghiotto, ci eravamo sistemati di spalle ai disattenti visitatori (non era previsto alcun compenso pecuniario, specifico). Siamo poi rientrati in città assieme con i mezzi pubblici, e ricordo molto bene la sua maniera di salutarmi alla stazione della metropolitana. Per un istante mi ha abbracciato con calore, ma irrigidendosi subito in una postura grave e vigile, come chiudendosi di nuovo in se stesso, come concentrandosi su quello che doveva fare. E’ così che salutano i latitanti, mi è venuto da pensare. Lo ho poi guardato sgusciare con passo ostinato tra la folla, senza voltarsi.<span id="more-37707"></span></p>
<p>Racconto questo aneddoto per lo stesso motivo per il quale me lo sono ripassato infinite volte nella mia testa: per avere qualche indizio. La verità è che io non so se Battisti sia colpevole o meno. Certo, i processi lo hanno condannato in modo definitivo, e in questo momento quasi tutti danno per scontato che lo sia. Se però si leggono le argomentazioni di persone anche autorevoli che hanno commentato l’iter della giustizia, e io ho provato a farlo, si hanno devastanti dubbi su come la macchina giudiziaria ha proceduto. Non voglio addentrarmi qui nei dettagli delle incongruenze e delle zone torbide (e in primo luogo la pochissima attendibilità dei pentiti su cui si reggeva l’impianto dell’accusa e l’utilizzo della tortura): dico solo che come semplice cittadino io in coscienza non so se Battisti sia responsabile o meno di tutte le nefandezze che gli sono state imputate. Rispetto a altri fatti che hanno insanguinato l’Italia degli anni sessanta e settanta in questo caso la giustizia ha agito con una relativa velocità, ma restano le analoghe lancinanti ombre. Non sto criticando la giustizia italiana, nella quale credo fermamente (e proprio di questi tempi di crisi se ne hanno consolantissime conferme), intendiamoci bene: esprimo solo i miei dubbi su quel particolare episodio giudiziario, i miei dubbi di cittadino che riflette a quello che legge e che prima di essere convinto vuole vedere delle prove chiare e non contraddittorie.</p>
<p>Io capisco benissimo la reazione dei parenti delle vittime. Capisco il loro dolore, capisco il loro bisogno di giustizia, la loro volontà che chi ha fatto loro tanto male paghi. Lo capisco per una mia naturale empatia con le vittime, di qualunque natura e estrazione esse siano, testimoniata dal fatto che la maggior parte dei miei testi letterari narrano vicende di vittime (come ha sottolineato qualche critico). Credo che le vittime vadano rispettate e ascoltate, credo che sia giusto che le loro emozioni pesino. Però credo anche che le vittime vedono solo il particolare, quel particolare che le ha devastate, mentre le istituzioni e chi le rappresenta dovrebbe avere invece una visione più articolata e più generale, non influenzata dalle emozioni. Per il bene della nazione e della democrazia. Per rispettare le ragioni di tutte le parti, perché in futuro quei fattacci non si abbiano a riprodurre. Perché è solo prendendo le distanze con equanimità e senso storico (troppo bello se tutti i torti stessero da una parte sola!) da ciò che è avvenuto che si può voltare pagina e andare avanti, affrontando serenamente le nuove emergenze.</p>
<p>Se c’è una cosa che proprio non si può dire degli anni di piombo, mi sembra, è che le persone che sono state coinvolte nella lotta armata non abbiano pagato. Ricordo che moltissimi protagonisti all’epoca dei fatti erano molto giovani (sempre più giovani mano a mano che la diabolica parabola del terrorismo avanzava), moltissimi venivano da situazioni di subcultura (a questo proposito si veda per esempio l’illuminante <em>Storie di lotta armata</em> di Manconi). Si sono lanciati nella violenza anche perché (sottolineo: anche) nessuno ha spiegato loro in modo convincente le ragioni per non farlo, perché nessuno li aveva educati. La riprova: nei paesi dove quegli stessi giovani in rivolta respiravano un clima culturale che costituiva una potente barriera nei confronti delle grettissime e obsolete farneticazioni teoriche degli ideologici teorici della lotta armata, presenti ovunque, il terrorismo non ha attecchito. Questa naturalmente non può essere una giustificazione, ma è pur sempre una verità che non può essere ignorata. La chiusura e l’arretratezza culturali dell’Italia di quegli anni e della sua classe dirigente, e i retaggi legati alla fine del fascismo, sono stati il substrato sul quale il terrorismo ha prosperato. Ignorare questo mi sembra altrettanto grave che sminuire le ragioni delle vittime della violenza.</p>
<p>Ma lasciamo stare, non voglio addentrarmi in questo discorso che richiederebbe, per evitare fraintendimenti, ben altro spazio. Quello che voglio dire è invece che moltissimi di quei giovani terroristi, la stragrande maggioranza, sono stati in carcere, in condizioni molto dure, hanno poi intrapreso lunghi e umili percorsi di reinserimento. Le testimonianze scritte, più o meno valide sul piano letterario, sono molto numerose. Certo, come sempre succede qualcuno l’ha fatta franca, ma nel complesso i responsabili di fatti di sangue hanno pagato, c’è stata giustizia. E’ un dato di fatto molto importante, sia sul piano oggettivo (in particolare proprio nei confronti del dolore e delle rivendicazioni delle vittime) che sul piano simbolico, per la salute della nostra democrazia. Una democrazia non può permettersi che chi l’ha ferita non paghi.</p>
<p>Il fatto che sugli anni di piombo si sia fatta giustizia non è per niente scontato. Viviamo in un paese che ha vissuto recentemente una dittatura che è durata più di un ventennio, responsabile della morte, per non considerare solo il crimine più infame, di molte migliaia di ebrei. Questo episodio drammatico della nostra storia è stato archiviato prima ancora di cominciare a fare i conti, visto che un anno dopo la fine della guerra è stata fatta un’amnistia. Certo, qualche rara autorità fascista ha pagato con la vita o con la prigione, o con l’esilio, ma la maggior parte dei responsabili non ha affatto pagato. Decine di migliaia di persone che avrebbero dovuto rispondere dei loro atti (e qui non si trattava di ragazzi) sono usciti completamente indenni. Molti mali dell’Italia attuale, e della debolezza della nostra democrazia, possono essere a mio avviso legati proprio a questa mancata presa di distanza dal fascismo. E’ il caso opposto a quello della stagione della lotta armata. E anche qui, mi permetto di ricordare, ci sono vittime le cui piaghe sono ancora aperte. Io ne conosco personalmente più di una. Sono discendenti di oppositori del fascismo, o di ebrei, costretti a sorbirsi l’incredibile benevolenza con cui si tratta, a cominciare proprio da molti rappresentanti del governo e delle istituzioni, il fascismo.</p>
<p>Ammettiamo che Battisti &#8211; io in coscienza non lo so, l’ho già detto &#8211; sia responsabile di tutti i delitti per i quali è stato condannato, ammettiamo che sia il sordido e sinistro figuro che molti dipingono (a me non ha fatto quest’impressione). Perché queste dichiarazioni inconsulte e questa concitazione da periodo di emergenza, perché queste reazioni per molti versi isteriche? Il fatto che questa buia vicenda della nostra storia si sia conclusa, e che per una volta l’Italia abbia fatto le cose piuttosto bene, non dovrebbe spingere a impiegare toni più pacati, non dovrebbe incitare a parlare con il piglio di chi ha la coscienza a posto, di chi intende guardare con fiducia e con ponderatezza al futuro? Non parlo delle vittime, ripeto, che hanno pieno diritto di gridare la loro rabbia e il loro dolore, parlo dei rappresentanti del governo e delle istituzioni dello stato. Perché non protestare con composta fermezza, se non si ritengono legittime le decisioni delle autorità brasiliane? Perché non approfittare dell’occasione per ricordare che nella maggioranza degli altri casi la giustizia è stata fatta, invece di soffiare sulle braci? Perché non mostrare serenità e equilibrio e equanimità storica, che sarebbero molto salutari in questo momento nel quale alcuni sintomi ci dicono che purtroppo il terrorismo potrebbe risorgere dalle sue ceneri? Perché denigrare l’intellighenzia e i media esteri, che proprio in questo periodo sono così attenti alle vicissitudini della nostra democrazia? (senza contare l’oggettiva ridicolaggine delle avventate affermazioni, per chi conosca un minimo le realtà di cui si vaneggia).</p>
<p>Un’ultima cosa. L’esilio. A mio modesto parere l’esilio è pur sempre una punizione. Una separazione dalle cose, dalle persone, dalla lingua madre. Che sia colpevole o meno (anche un assassino può scrivere dei buoni libri, si sa) per me Battisti è un autore non meno talentuoso di tanti giallisti nostrani di cui si parla tanto. Un autore che scriveva in italiano sempre più incerto, dal quale i suoi libri venivano poi tradotti in francese. E che adesso non scrive più. Certo l’esilio non può essere paragonato con la durezza della prigione, e soprattutto l’esilio non redime, tende piuttosto a fossilizzare, a “bloquer sur image”, a differenza dei percorsi di carcerazione e reinserimento di cui sopra. Probabilmente quello che è successo a Battisti, e che spiega molti suoi comportamenti è proprio questo: è restato agli anni settanta. Non dimentichiamo che l’Italia di quel periodo era piena di personaggi con il suo linguaggio e la sua boria. Dall’una come dall’altra parte. Ma Battisti ha pur sempre vissuto per tanti anni in esilio, e in condizioni difficili (chi afferma il contrario non conosce la realtà, o mente). E da qualche anno è in carcere. Qualcuno può ritenerlo un prezzo troppo basso, e può aver ragione (nel caso che i processi abbiano appurato la verità), ma non dimentichiamo che è anche questo un prezzo. E forse in questo momento non è poi così importante accanirsi su un singolo caso, perdendo l’occasione per dichiarare finalmente quel periodo concluso.</p>
<p><em>[questo pezzo è apparso sul quotidiano "Trentino" del 05.01.11]</em><strong><br />
</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/10/battisti-le-vittime-lo-stato/">BATTISTI, LE VITTIME, LO STATO</a></p>
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		<title>Il nobel per la pace a Liu Xiaobo</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Oct 2010 06:51:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em><a href="https://secure.wikimedia.org/wikipedia/it/wiki/Liu_Xiaobo">Liu Xiaobo</a> è stato insignito del Premio Nobel per la pace «per il suo impegno non violento a tutela dei diritti umani in Cina» l&#8217;8 ottobre 2010. È  il primo cinese a ricevere il riconoscimento per la pace. Ecco una rassegna stampa specializzata, da parte della comunità italiana di esperti di cose cinesi &#8211; Jan Reister</em></p>
<p><a href="http://www.china-files.com/page.php?id=8230">Nobel a Liu Xiaobo: a chi conviene</a> di Roberto Onorati 9/9/2010 China Files<br />
Al di là della gioia per il Nobel assegnato a Liu Xiaobo, una presa di posizione così netta da parte della comunità internazionale nei confronti del gigante cinese porta con sé una serie di messaggi impliciti che è bene analizzare nel dettaglio.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/10/il-nobel-per-la-pace-a-liu-xiaobo/">Il nobel per la pace a Liu Xiaobo</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="https://secure.wikimedia.org/wikipedia/it/wiki/Liu_Xiaobo">Liu Xiaobo</a> è stato insignito del Premio Nobel per la pace «per il suo impegno non violento a tutela dei diritti umani in Cina» l&#8217;8 ottobre 2010. È  il primo cinese a ricevere il riconoscimento per la pace. Ecco una rassegna stampa specializzata, da parte della comunità italiana di esperti di cose cinesi &#8211; Jan Reister<span id="more-36858"></span></p>
<p></em><a href="http://www.china-files.com/page.php?id=8230">Nobel a Liu Xiaobo: a chi conviene</a> di Roberto Onorati 9/9/2010 China Files<br />
Al di là della gioia per il Nobel assegnato a Liu Xiaobo, una presa di posizione così netta da parte della comunità internazionale nei confronti del gigante cinese porta con sé una serie di messaggi impliciti che è bene analizzare nel dettaglio. L&#8217;apertura economica della Cina la rende più vulnerabile.</p>
<p><a href="http://www.china-files.com/page.php?id=8227">Nobel a Liu Xiaobo: i dissidenti all&#8217;estero</a> di Andrea Pira 9/9/2010 China Files<br />
Liu Xiaobo libero subito e con lui liberi tutti i detenuti politici. È questo il messaggio per Pechino. Le varie anime di quella che alcuni definiscono dissidenza, ma che per altri può essere identificata come la società civile cinese, festeggiano l&#8217;assegnazione del premio Nobel per la Pace all&#8217;intellettuale condannato a 11 anni di carcere per sovversione.</p>
<p><a href="http://www.china-files.com/page.php?id=8224">Nobel a Liu Xiaobo: le reazioni della rete cinese</a> di Matteo Miavaldi 9/9/2010 China Files<br />
Lo davano per favorito già da alcuni giorni, ed il comitato di Oslo non ha deluso le aspettative: alle cinque di pomeriggio, ora locale in Cina, mentre davanti ai giornalisti di tutto il mondo il portavoce danese annunciava la vittoria di Liu Xiaobo, i netizen cinesi hanno letteralmente invaso Twitter.</p>
<p><a href="http://www.china-files.com/page.php?id=8221">Il Nobel per la pace a Liu Xiaobo</a> di Simone Pieranni, 8/9/2010 China Files<br />
Liu Xiaobo ha vinto il Nobel per la Pace 2010. C&#8217;erano molti modi per seguire la premiazione. Ho scelto Twitter, via proxy, seguendo in un clima irreale l&#8217;attesa, le riflessioni in 140 caratteri e infine il premio. Molti i cinesi entusiasti della novità, mentre sarà difficile, probabilmente, leggere qualcosa al riguardo sui media ufficiali.</p>
<p><a href="http://www.cineresie.info/liu-xiaobo-testo-della-sentenza/">Liu Xiaobo: testo della sentenza</a> di Tommaso Facchin (30/12/2009 Cineresie<br />
Traduco, con qualche taglio, il testo della sentenza nel processo a carico di Liu Xiaobo, condannato a undici anni il 25 dicembre 2009 a Pechino. Devo dire che leggendo un testo di questo tipo, per la prima volta mi sono reso davvero conto di cosa significhi essere processati per le proprie parole. Mai le virgolette ” ” mi sono apparse così… spietate.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/10/il-nobel-per-la-pace-a-liu-xiaobo/">Il nobel per la pace a Liu Xiaobo</a></p>
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		<title>Lo scandalo delle nuove schiavitù: uno sguardo all’Italia, dalla Cina</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 07:39:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/afgani-450.jpg"></a></p>
<p>di <a href="http://www.cineresie.info/author/ivan-franceschini/">Ivan Franceschini</a>, foto <a href="http://www.flickr.com/photos/veronicabadolin/" target="_blank">Veronica Badolin</a></p>
<p>A volte è il caso di ripetere anche ciò che è ovvio.</p>
<p><a href="http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Porto-di-Venezia-Siamo-tutti-Zaher-Rezai/648" target="_blank">Zaher</a>, 18 anni, afgano, clandestino: morto a Mestre nel 2008, schiacciato dalle ruote del camion nel cui cassone si era nascosto dopo essere sceso da una nave arrivata dalla Grecia. <strong>Qudrat</strong>, 24 anni, afgano, arrivato a Forlì da Patrasso dopo 22 ore nascosto in un camion, permesso di soggiorno di un anno per motivi umanitari: la sua prima esperienza di lavoro in Italia è stata presso una scuderia di Mira, 300 euro per due mesi di lavoro in nero; è stato cacciato non appena il datore di lavoro, italianissimo, ha capito che il ragazzo voleva essere regolarizzato.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/31/lo-scandalo-delle-nuove-schiavitu-uno-sguardo-all%e2%80%99italia-dalla-cina/">Lo scandalo delle nuove schiavitù: uno sguardo all’Italia, dalla Cina</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/afgani-450.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-36488" title="afgani-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/afgani-450.jpg" alt="" width="450" height="306" /></a></p>
<p>di <a href="http://www.cineresie.info/author/ivan-franceschini/">Ivan Franceschini</a>, foto <a href="http://www.flickr.com/photos/veronicabadolin/" target="_blank">Veronica Badolin</a></p>
<p>A volte è il caso di ripetere anche ciò che è ovvio.</p>
<p><a href="http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Porto-di-Venezia-Siamo-tutti-Zaher-Rezai/648" target="_blank">Zaher</a>, 18 anni, afgano, clandestino: morto a Mestre nel 2008, schiacciato dalle ruote del camion nel cui cassone si era nascosto dopo essere sceso da una nave arrivata dalla Grecia. <strong>Qudrat</strong>, 24 anni, afgano, arrivato a Forlì da Patrasso dopo 22 ore nascosto in un camion, permesso di soggiorno di un anno per motivi umanitari: la sua prima esperienza di lavoro in Italia è stata presso una scuderia di Mira, 300 euro per due mesi di lavoro in nero; è stato cacciato non appena il datore di lavoro, italianissimo, ha capito che il ragazzo voleva essere regolarizzato.<span id="more-36487"></span></p>
<p>E poi<strong> Zaidullha</strong>, 19 anni, afgano di etnia pashtun, arrivato in Italia dalla Grecia in stato di semicongelamento dopo 36 ore di viaggio su un camion frigorifero, permesso di soggiorno di tre anni per assistenza sussidiaria: da otto mesi lavora in un’impresa edile veronese di proprietà di un italiano, i primi tre mesi a titolo gratuito come “prova”, i cinque successivi in nero. <strong>Amir</strong>, 18 anni, afgano di etnia azara, permesso di soggiorno sussidiario di tre anni: ha lavorato per due mesi presso un’azienda agricola nei pressi di Mogliano Veneto, otto ore al giorno per circa 200 euro al mese; ora che lo “stage” è finito, continua a lavorare anche dieci ore al giorno, compresa mezza giornata al sabato per uno stipendio di 400 euro, con contratto a chiamata per salvare le apparenze in caso di controlli. Come loro molti altri. I nuovi <strong>schiavi</strong>.</p>
<p>Vite spezzate, solitudine, salari da fame, violenza, tutto questo <strong>in Italia</strong>, a pochi passi dalle nostre case.  I giornali italiani sono pieni di storie come queste, al punto che l’ennesima morte sul lavoro di un immigrato ormai non fa più notizia. La settimana scorsa nei pressi di Firenze <a href="http://firenze.repubblica.it/cronaca/2010/08/20/news/operaio_senegalese_muore_sul_lavoro_a_campi-6390518/index.html?ref=search" target="_blank">un lavoratore senegalese</a>, irregolare e impiegato in nero, è morto schiacciato dal muletto che stava manovrando. Invece di soccorrerlo, i compagni per paura si sono dati alla macchia.  Si è scoperto che il macchinario che utilizzava era privo delle più elementari misure di sicurezza. Se ne è stupito qualcuno?</p>
<p>E, nonostante tutto, noi continuiamo a puntare il dito sulla Cina, dipingendola come una terra di frontiera, un luogo desolato senza compassione né legge, il trionfo del darwinismo sociale. I cinesi sono i <strong>nuovi barbari</strong>, sfruttatori senza pietà né rispetto per la vita umana. Ansiosi di criticare la discriminazione istituzionalizzata dei migranti provenienti dalle campagne in Cina, non ci accorgiamo dei drammi causati dalla miopia delle nostre<strong>politiche sull’immigrazione</strong>. Ci stupiamo del dramma dei lavoratori cinesi malati di silicosi e delle ecatombi nelle miniere dello Shanxi e ogni anno ci troviamo con un’ondata di morti “bianche” che nessuno sa spiegare. Ci indigniamo per le storie di schiavitù nelle fornaci di mattoni clandestine nelle campagne cinesi e ci dimentichiamo della schiavitù per mano dei caporali nelle piantagioni dell’Italia meridionale.</p>
<p>Ma certo! Nonostante tutto noi rimaniamo convinti che tra l’Italia e la Cina ci sia un abisso di differenza. Nell’immaginario collettivo, l’Italia è un paese sviluppato, con uno stato di diritto forte e un apparato di tutele e garanzie perfettamente funzionale e funzionante. I problemi sopra descritti – sempre ammesso che esistano – sono solamente degenerazioni, realtà marginali in un sistema altrimenti perfettamente funzionante. Sempre nell’immaginario collettivo, in Cina invece queste degenerazioni<em> sono</em> il sistema: schiavitù, sfruttamento e morte non sono altro che la regola. È lo stesso <strong>orientalismo</strong> strisciante cui accennava Flora Sapio qualche tempo fa su <a href="http://www.cineresie.info/torture-cinesi/" target="_blank">questo stesso blog</a>.</p>
<p>Ma non è tutto qui. La Cina è la nostra grande <strong>giustificazione</strong>. Guardiamo altrove per non vedere i problemi che abbiamo in casa e così facendo ci illudiamo di vivere nel migliore dei mondi possibili. Proprio la settimana scorsa sul <a href="http://www.corriere.it/economia/10_agosto_20/ipadcity-assunzioni-di-massa-sideri_ab23c682-ac28-11df-9663-00144f02aabe.shtml" target="_blank">Corriere della Sera</a> un giornalista descriveva drammaticamente le condizioni di lavoro dei lavoratori migranti a Shenzhen, scrivendo con un certo candore che in fondo la città “non si presenta all’occhio come un inferno in terra”. E l’Italia allora? Come si presenta all’occhio?</p>
<p>Ricordando queste cose non intendo unirmi al coro, sempre più forte, di coloro che sostengono il <strong>relativismo</strong>dei valori o esaltano la direzione in cui si sta muovendo la Cina. Non mi propongo di minimizzare la gravità dei problemi del lavoro nella fabbrica del mondo, né di far passare il messaggio che, in fondo, in Cina si sta addirittura “meglio” che da noi, qualunque cosa questo significhi. No, niente di tutto questo. Nessuno vuole fare paragoni al ribasso o al rialzo. Chi mi segue sa che ho sempre scritto in maniera molto critica di quanto accade nella fabbrica del mondo e intendo continuare a farlo ogni volta che mi sembrerà il caso. Ma nel mettere in luce i<strong>limiti dello sviluppo cinese </strong>non intendo perdere di vista il problema di fondo, quell’ovvietà che forse a volte è opportuno ripetere, cioè il fatto che anche a pochi passi dalle nostre case esiste lo <strong>sfruttamento</strong>, la discriminazione e finanche la schiavitù. In fin dei conti, reinterpretando il classico detto del Vangelo, anche nel caso in cui il nostro vicino avesse una trave nell’occhio, forse non dovremmo dimenticarci della pagliuzza nel nostro. Magari non è poi così piccola.</p>
<p>[In questo post parlo soprattutto di ragazzi afgani perché quella è la realtà di cui per ragioni personali ho maggiore conoscenza. Per chi fosse interessato a leggere qualcosa di più sulla situazione degli immigrati clandestini in Italia consiglio il bellissimo libro di <a href="http://www.nazioneindiana.com/author/marco-rovelli/" target="_blank">Marco Rovelli</a>, <a href="http://www.ibs.it/code/9788807171772/rovelli-marco/servi-il-paese-sommerso.html" target="_blank"><em>Servi</em></a>, edito da Feltrinelli - IF]</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.cineresie.info">Cineresie</a>: <a href="http://www.cineresie.info/nuova-schiavitu-italia-cina-relativismo/">Lo scandalo delle nuove schiavitù: uno sguardo all’Italia, dalla Cina</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/31/lo-scandalo-delle-nuove-schiavitu-uno-sguardo-all%e2%80%99italia-dalla-cina/">Lo scandalo delle nuove schiavitù: uno sguardo all’Italia, dalla Cina</a></p>
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		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Sebastiano Vassalli</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 08:00:03 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[sebastiano vassalli]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>[ricevo da Vassalli, a cui a nome di NI avevo chiesto se voleva rispondere al nostro <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/10/la-responsabilita-dellautore-giorgio-vasta/">questionario sulla responsabilità dell'autore</a>, la lettera </em><em>(cartacea) </em><em>che segue; ne riporto il testo </em><em>con il suo consenso</em><em>]<br />
</em></p>
<p>Caro Sartori,</p>
<p>ho ricevuto le domande.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/13/la-responsabilita-dellautore-sebastiano-vassalli/">La responsabilità dell&#8217;autore: Sebastiano Vassalli</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[ricevo da Vassalli, a cui a nome di NI avevo chiesto se voleva rispondere al nostro <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/10/la-responsabilita-dellautore-giorgio-vasta/">questionario sulla responsabilità dell'autore</a>, la lettera </em><em>(cartacea) </em><em>che segue; ne riporto il testo </em><em>con il suo consenso</em><em>]<br />
</em></p>
<p>Caro Sartori,</p>
<p>ho ricevuto le domande. Mi piacciono. Cioè: mi piace che qualcuno, nel 2010, torni a porle. Non credo di dover essere io a rispondere: sarebbe una faccenda troppo lunga. La mia generazione, in mezzo a domande simili a queste (a parte il web e dintorni), ci è cresciuta, e non tutte le cose che si dicevano allora (anni Sessanta) erano da buttare: bisognerebbe ripartire da lì. Un&#8217;impresa. Erano anni, quelli, di bassa marea. Poi è arrivata l&#8217;alta marea. È arrivato il brodo primordiale dei generi: il nero, il rosa, il giallo&#8230; C&#8217;è stato, negli anni Duemila, chi ha scoperto il genere epico. Di fronte a tanta modernità un quasi settantenne come me è muto. Perciò non rispondo, e non perché manchi la simpatia nei confronti vostri e di chi fa riviste. Noi le facevamo di carta; oggi si fanno come le fate voi. Se potrò esservi utile lo sarò volentieri; ma con queste domande no.</p>
<p>Un caro saluto</p>
<p>Sebastiano Vassalli</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/13/la-responsabilita-dellautore-sebastiano-vassalli/">La responsabilità dell&#8217;autore: Sebastiano Vassalli</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Legge bavaglio, scenari per blog e Nazione Indiana</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/06/17/legge-bavaglio-e-scenari-per-blog-e-nazione-indiana/</link>
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		<pubDate>Thu, 17 Jun 2010 09:11:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[diritti civili]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[libertà d'espressione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Jan Reister</strong></p>
<p>La cosiddetta Legge Bavaglio (vedi la  dettagliata <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/questo-e-il-bavaglio:-vi-piace/2128998">analisi  degli articoli</a> di Guido Scorza) che sta suscitando le proteste della  società democratica ( <a title="mobilitanti.it" href="http://www.mobilitanti.it/dettaglio/110443">qui</a> un&#8217;ottima  iniziativa di Paolo Gentiloni, Matteo Orfini e Pippo Civati) potrebbe  entrare in vigore presto, inalterata.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/17/legge-bavaglio-e-scenari-per-blog-e-nazione-indiana/">Legge bavaglio, scenari per blog e Nazione Indiana</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Jan Reister</strong></p>
<p>La cosiddetta Legge Bavaglio (vedi la  dettagliata <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/questo-e-il-bavaglio:-vi-piace/2128998">analisi  degli articoli</a> di Guido Scorza) che sta suscitando le proteste della  società democratica ( <a title="mobilitanti.it" href="http://www.mobilitanti.it/dettaglio/110443">qui</a> un&#8217;ottima  iniziativa di Paolo Gentiloni, Matteo Orfini e Pippo Civati) potrebbe  entrare in vigore presto, inalterata. Tra le conseguenze devastanti che  avrà per la democrazia, la legalità e la libertà di espressione, ve ne  sono alcune che riguardano direttamente i siti informatici. Anche se  spero che la legge non venga mai promulgata, è ragionevole prepararsi ad  affrontare concretamente il futuro che aspetta blog, siti web ed  attività in rete.<span id="more-35824"></span></p>
<h3>L&#8217; obbligo di rettifica</h3>
<blockquote><p>Articolo  1 comma 29: [...] Per i siti informatici, ivi compresi i giornali  quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le  rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con  le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al  sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.</p></blockquote>
<p>Come scrive <a href="http://www.guidoscorza.it/?p=1883">Guido Scorza</a>, l&#8217;obbligo  perentorio di gestire una richiesta di rettifica con questi tempi mette  chi gestisce un sito, di fronte a rischi, non solo per le sanzioni fino  a 12.500 euro:</p>
<blockquote><p>che siate un blogger, il gestore di  un “sito informatico” o piuttosto abbiate un canale su You Tube, in un  momento qualsiasi, magari nel mezzo delle Vostre agognate vacanze,  qualcuno potrebbe chiedervi di procedere alla rettifica di  un’informazione pubblicata e Voi ritrovarvi costretti a scegliere se dar  seguito alla richiesta senza chiedervi se sia o meno fondata,  rivolgervi ad un avvocato per capire se la richiesta meriti accoglimento  o, piuttosto, opporvi alla richiesta, difendendo il vostro diritto di  parola ma, ad un tempo, facendovi carico di grosse responsabilità. (<a href="http://www.guidoscorza.it/?p=1883">cit</a>)</p></blockquote>
<h3>Le  fonti di rischio</h3>
<p>Una richiesta di rettifica può arrivare per  qualsiasi informazione pubblicata sul sito: testi, filmati, immagini. È  più facile che sia scatenata da riferimenti a persone, istituzioni,  aziende, marchi e prodotti, e non da concetti astratti generali.</p>
<p>Si può  essere accurati, attenti nella pubblicazione, ma i siti che hanno un  grande archivio storico (Nazione Indiana, <a href="http://www.carmillaonline.com">Carmilla</a> per esempio) hanno  un grosso problema legato alla quantità di materiale, prodotto spesso  in condizioni diverse.</p>
<p>È impensabile mettere fuori linea gli archivi.  Altro problema comune a tutti i blog sono i commenti, magari messi in  passato su articoli ormai d&#8217;archivio.</p>
<h3>Uno scenario reale</h3>
<p>Ecco  cosa potrebbe accadere dopo la promulgazione della legge:</p>
<p>Gestisci un  sito informatico, magari un blog come Nazione indiana, e un giorno una  persona vuole farti pubblicare una  dichiarazione o rettifica a  proposito di un articolo che hai scritto. Questa persona va da un  avvocato, il quale ti invia una raccomandata, magari anticipata  gentilmente via email.</p>
<p>Se tutto fila liscio, devi  fare in poco tempo le  difficili scelte dette sopra. Se, come può succedere, non ricevi  l&#8217;email né la raccomandata (filtri antispam, indirizzo vecchio, sei in  ospedale, fai il turno di notte, sei in viaggio di nozze),  il postino  ti lascia l&#8217;avviso e la lettera torna all&#8217;ufficio postale (spesso  distante chilometri da dove abiti) dove, se non la ritiri durante la  giacenza di 7-15  giorni, torna al mittente.</p>
<p>L&#8217;avvocato allora procede  per conto del suo cliente e ti fa causa. Ora hai bisogno tu di un  avvocato, di tempo e di soldi.</p>
<p>Da qui in poi è difficile dire  cosa succederà: prima o poi ci sarà un caso esemplare, una persona che  messa di fronte a questo meccanismo infernale opporrà le sue ragioni  pubblicamente e metterà a nudo l&#8217;iniquità della legge. Fino a quel  momento siamo tutti dei potenziali casi esemplari.</p>
<h3>Indicazioni  pratiche per chi gestisce un sito</h3>
<p>Cosa succede in pratica quando  arriva una richiesta di rettifica dipende molto dal genere di sito web:  i suoi contenuti, i modi di interagire con le persone (un forum, un  blog, un sito di user generated content), dome è realizzato e dove.  Dipende anche da chi ci sta dietro, che sia un privato cittadino o una  struttura stabile, un&#8217;azienda, un giornale. Qui riporto alcuni casi  tipo per le situazioni più diffuse:</p>
<h4>Sito web senza indicazione  del responsabile</h4>
<p>Nel caso di un blog ospitato da piattaforme  come Splinder, Blogspot o wordpress.com, se non c&#8217;è alcuna informazione  sul proprietario, la richiesta di rettifica viene inviata al gestore  della piattaforma. Questi di solito la comunica all&#8217;utente via email  (l&#8217;indirizzo interno usato per la registrazione del sito) e se non  riceve risposta di solito prende misure unilaterali (chiusura del sito,  cancellazione di articoli) secondo il contratto di servizio.</p>
<p>Il tempo tra la ricezione della  richiesta presso il gestore e l&#8217;inoltro interno all&#8217;utente erode il margine di  48 ore e può di fatto mettere l&#8217;utente in condizione di inadempienza.  In caso di mancata risposta, saranno le eventuali indagini di polizia a risalire all&#8217;identità  dell&#8217;utente attraverso i log del gestore, dai contenuti pubblicati  eccetera.</p>
<p>Un caso particolare è un sito self-hosted senza indicazioni  sul  proprietario. A differenza delle piattaforme gratuite, qui c&#8217;è di  solito  un pagamento di servizi, da cui con indagini di polizia si  risale  facilmente al titolare del sito.</p>
<p>Questo scenario  (servizio gratuito, chiusura del sito, indagini) si presta a una  situazione particolare, quella di blog anonimo per scelta, che  descriverò più sotto.</p>
<h4>Sito web dove è indicato chiaramente il  titolare</h4>
<p>Un sito che vuole essere raggiungibile pubblica il nome  del titolare ed il modo per raggiungerlo.</p>
<p>Nazione Indiana, ad esempio,  ha un indirizzo email, un indirizzo fisico (la sede legale  dell&#8217;associazione, che corrisponde alla residenza del legale  rappresentante), informazioni WHOIS complete. Nonostante ciò, non è  sempre possibile ricevere comunicazioni e gestirle in sole 48 ore: non  siamo una ditta con uffici e orari, abbiamo tutti una vita, altre  attività, facciamo NI nel tempo libero, di tasca nostra. Possono  accadere errori, con l&#8217;email, con le raccomandate.</p>
<p>Bisogna  decidere prima cosa fare in caso di richiesta di rettifica: se ricevuta  in tempo, occorre saperla valutare ed eventualmente assecondarla, od  opporsi. Serve un avvocato subito disponibile. Se la richiesta non viene  ricevuta in tempo, l&#8217;avvocato serve comunque e anche qui si decide se  scendere a patti, o opporsi e creare quel caso esemplare di cui dicevo  sopra. Non tutti hanno la capacità, la voglia e la possibilità materiale  di farlo.</p>
<h3>Le scelte operative</h3>
<p>Cosa farà Nazione  Indiana? Cosa può fare un cittadino, un&#8217;associazione per rispettare la  legge, non venire triturata da cause immotivate e nel frattempo cercare  di cambiare la legge con i mezzi a disposizione?</p>
<h4>Coniglietti e  soldatini</h4>
<p>Rinuncia a darti pena per le cose a cui tieni: scrivi  con grazia e leggerezza solo di banalità, di cuccioli adorabili, di  hobby innocui. Finché un produttore di peluche non ti farà causa.</p>
<h4>Chiusura</h4>
<p>Scelta drastica che non risolve il  problema del passato, degli archivi che sono esistiti in rete (cache  Google, altre cache, archivi personali) e da cui può arrivare sempre una  richiesta di rettifica o altro.</p>
<h4>Fuga all&#8217;estero</h4>
<p>È un modo per  rendere più onerosi e lenti gli attacchi legali, ma non risolve il  problema. Se all&#8217;estero è solo il server, non serve a nulla.</p>
<h4>Corretta  diligenza</h4>
<p>La strada faticosa, quotidiana e poco appariscente.  Indicare chiaramente come essere contattati, verificare che i canali  funzionino sempre, prepararsi un minimo e lottare con gli strumenti democratici a  disposizione (sempre meno, con questa legge) per cambiare le leggi  inique.</p>
<h4>Blog anonimo</h4>
<p>Chi si occupa di argomenti molto  sensibili, oppure è esposto a ritorsioni pericolse, o è molto determinato, non sarà soddisfatto dalle opzioni qui  sopra. A costo di rinunciare alla possibilità di firmarsi, con  l&#8217;obbligo di fare attenzione a ogni informazione che lo potrebbe  tradire, può gestire un blog anonimo con una protezione forte della  propria identità. La tecnica è descritta nella guida di Ethan Zuckerman <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/30/scrivere-un-blog-anonimo-con-wordpress-e-tor/">Scrivere un blog anonimo con WordPress e Tor</a>,  pubblicata da<a href="http://advocacy.globalvoicesonline.org/projects/guide/"> Global Voices</a> e da me tradotta.</p>
<p>Si tratta in pratica di tenere un blog privo di ogni segno personale, su una piattaforma gratuita, collegandosi ogni volta solo in modo anonimo, e predisponendo un sistema di backup per spostare il blog su piattaforme volta per volta diverse quando questo viene disturbato o chiuso. Occorre naturalmente predisporre più canali alternativi di comunicazione (blog, varie email, twitte&#8230;) e prestare attenzione scrupolosa alla sicurezza.</p>
<p>E&#8217; uno strumento usato da attivisti per i diritti umani, whistleblower, operatori umanitari, operatori in aree controllate da criminalità organizzata, in stati repressivi. In Italia ci sono situazioni che ricadono in questo scenario.</p>
<h3>Conclusioni</h3>
<p>La strada di questa legge non è ancora finita e bisogna lavorare molto nel frattempo (ancora una volta, inizia andando <a title="mobilitanti.it" href="http://www.mobilitanti.it/dettaglio/110443">qui</a> per sapere cosa propongono Paolo Gentiloni, Matteo Orfini e Pippo Civati). La limitazione delle libertà individuali e di espressione, i vincoli posti alle comunicazioni sembrano però essere una costante di questi tempi in Italia. Occorre fare la propria parte, e cercare almeno di non essere totalmente vulnerabili.</p>
<p>Se ti è piaciuto questo articolo, parlane ai tuoi amici. Se conosci qualcuno a cui potrebbe interessare, prendilo e daglielo. <strong>Fallo circolare!</strong></p>
<p>La licenza è aperta e libera (<a href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc/2.5/it/legalcode">CC A-NC-SA 2.5</a>).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/17/legge-bavaglio-e-scenari-per-blog-e-nazione-indiana/">Legge bavaglio, scenari per blog e Nazione Indiana</a></p>
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		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Enrico Palandri</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Jun 2010 06:00:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[enrico palandri]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[inchiesta]]></category>
		<category><![CDATA[la responsabilità dell'autore]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori]]></category>

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<p>[Dopo gli interventi di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena  Janeczek</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea  Inglese</a>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10  domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al  mestiere. Dopo <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/17/il-calzolaio/">Erri De Luca</a>,  <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi  Bernardi</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-michela-murgia/">Michela  Murgia</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">Giulio  Mozzi</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/02/la-responsabilita-dellautore-emanuele-trevi/">Emanule  Trevi</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/06/la-responsabilita-dellautore-perazzoli/">Ferruccio  Parazzoli</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/la-responsabilita-dellautore-claudio-piersanti/">Claudio  Piersanti</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/la-responsabilita-dellautore-franco-cordelli/">Franco  Cordelli</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/16/la-responsabilita-dellautore/">Gherardo  Bortolotti,</a> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/la-responsabilita-dellautore-dario-voltolini/">Dario  Voltolini</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-responsabilita-dellautore-tommaso-pincio/">Tommaso  Pincio</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/26/32231/">Alberto  Abruzzese</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/30/la-responsabilita-dellautore-nicola-lagioia/">Nicola  Lagioia</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/06/la-responsabilita-dellautore-christian-raimo/">Christian  Raimo</a>, <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick/http');" href="http://http//www.nazioneindiana.com/2010/04/10/la-responsabilita-dellautore-gianni-celati/">Gianni  Celati</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/13/la-responsabilita-dellautore-marcello-fois/">Marcello  Fois</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/17/la-responsabilita-dellautore-laura-pugno/">Laura  Pugno</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/la-responsabilita-dellautore-biagio-cepollaro/">Biagio  Cepollaro</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/28/la-responsabilita-dellautore-ginevra-bompiani/">Ginevra  Bompiani</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/04/la-responsabil%E2%80%A6arco-giovenale/">Marco  Giovenale</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/19/la-responsabilita-dellautore-vincenzo-latronico/">Vincenzo Latronico</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/03/la-responsabilita-dellautore-franz-krauspenhaar/">Franz Krauspenhaar</a>, ecco le risposte di Enrico Palandri.]</p>
<p><strong><em>Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)?</em></strong>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/05/la-responsabilita-dellautore-enrico-palandri/">La responsabilità dell&#8217;autore: Enrico Palandri</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/magnetic_globe_silver.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-35481" title="magnetic_globe_silver" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/magnetic_globe_silver.jpg" alt="" width="283" height="286" /></a></p>
<p>[Dopo gli interventi di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena  Janeczek</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea  Inglese</a>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10  domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al  mestiere. Dopo <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/17/il-calzolaio/">Erri De Luca</a>,  <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi  Bernardi</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-michela-murgia/">Michela  Murgia</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">Giulio  Mozzi</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/02/la-responsabilita-dellautore-emanuele-trevi/">Emanule  Trevi</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/06/la-responsabilita-dellautore-perazzoli/">Ferruccio  Parazzoli</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/la-responsabilita-dellautore-claudio-piersanti/">Claudio  Piersanti</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/la-responsabilita-dellautore-franco-cordelli/">Franco  Cordelli</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/16/la-responsabilita-dellautore/">Gherardo  Bortolotti,</a> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/la-responsabilita-dellautore-dario-voltolini/">Dario  Voltolini</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-responsabilita-dellautore-tommaso-pincio/">Tommaso  Pincio</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/26/32231/">Alberto  Abruzzese</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/30/la-responsabilita-dellautore-nicola-lagioia/">Nicola  Lagioia</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/06/la-responsabilita-dellautore-christian-raimo/">Christian  Raimo</a>, <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick/http');" href="http://http//www.nazioneindiana.com/2010/04/10/la-responsabilita-dellautore-gianni-celati/">Gianni  Celati</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/13/la-responsabilita-dellautore-marcello-fois/">Marcello  Fois</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/17/la-responsabilita-dellautore-laura-pugno/">Laura  Pugno</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/la-responsabilita-dellautore-biagio-cepollaro/">Biagio  Cepollaro</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/28/la-responsabilita-dellautore-ginevra-bompiani/">Ginevra  Bompiani</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/04/la-responsabil%E2%80%A6arco-giovenale/">Marco  Giovenale</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/19/la-responsabilita-dellautore-vincenzo-latronico/">Vincenzo Latronico</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/03/la-responsabilita-dellautore-franz-krauspenhaar/">Franz Krauspenhaar</a>, ecco le risposte di Enrico Palandri.]</p>
<p><strong><em>Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?</em></strong></p>
<p>No, affatto. Canetti diceva che l’idea che la letteratura sia alla fine è meschina. Anche negli anni in cui non leggiamo libri che ci paiono significativi la letteratura è viva, magari i libri vengono scritti e non pubblicati, o pubblicati da editori difficili da reperire in libreria, o magari da grandi editori ma i nostri pregiudizi ci rendono difficile la lettura. Dire che la letteratura sia morta è come dire che è finita la civiltà. Se poi parliamo del romanzo trovo sempre con sorpresa un libro in cui questo genere straordinariamente vitale si è ridefinito. La poesia mi sembra ancora più profondamente duratura. Chi è che riesce a mettersi su un podio tale da poter dire signori e signore, dopo tremila anni di letteratura occidentale è accaduto che proprio in Italia, nel 2010, il genere è morto! Francamente credo ci vorrebbe un po’ più di sobrietà quando si danno giudizi di questo genere. Del resto sono sentenze che sono sempre stati parte della scena letteraria, facendo appunto la figura descritta da Canetti.</p>
<p><strong><em>Ti sembra che la tendenza verso un&#8217;industrializzazione crescente dell&#8217;editoria freni in qualche modo l&#8217;apparizione di opere di qualità?</em></strong></p>
<p>No, ogni epoca ha i suoi modi. La figura dell’impresario d’opera o del produttore cinematografico non sono migliori, ma fanno i film, hanno fatto le opere, spesso segnandone alcuni limiti. <span id="more-35042"></span>Io in realtà non ho simpatia per la polemica anti industria della cultura, non so cosa gli si preferirebbe. L’associazione degli scrittori di tipo sovietico? O i circoli rinascimentali protetti dal principe? Oppure Mecenate?</p>
<p><strong><em>Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?</em></strong></p>
<p>Le leggo poco e quando le leggo è perché mi interessano.</p>
<p><strong><em>Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?</em></strong></p>
<p>Non ne ho idea. Rispetto a quando ho pubblicato Boccalone mi pare ci siano molti più giovani autori. Il lungo percorso che si deve sostenere, se si vive a lungo, tra successi e insuccessi, lusinghe del mercato e della poesia pura, è a sua volta un romanzo.</p>
<p><strong><em>Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?</em></strong></p>
<p>Non lo so. Io amo per leggere e scrivere la pagina e la penna, ma uso il computer. Non credo che leggerei un romanzo su kindle, ma ho spesso ritrovato una poesia che cercavo sul web.</p>
<p><strong><em>Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme? </em></strong></p>
<p>Credo si potrebbe fare di più per promuovere la lettura ad alta voce, l’incontro e in qualche caso anche la scrittura. Se invece di tanti premi ci fosse un investimento organizzato, un circuito di letture da fare in giro per l’Italia, forse il mondo dei libri e delle lettere apparirebbe meno distante.</p>
<p><strong><em>Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo &#8230;), che ha una risonanza sempre maggiore all&#8217;estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?</em></strong></p>
<p>Peso no, certo, non lo hanno mai avuto. Solo le mosche cocchiere immaginano che il potere debba chiedere la loro opinione. Non mi pare ci siano però evidenti casi di censura.</p>
<p><strong><em>Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?</em></strong></p>
<p>Gli scrittori sono sempre esposti e se lusingano i potenti, come scrive Leopardi nello Zibaldone, non fanno che alienarsi la misericordia dei posteri. E il futuro è sempre il destino della scrittura.  Non credo però che gli scrittori abbiano un ruolo particolare. Sono cittadini e come tali devono esprimersi, ma sono molto contrario al fatto che si considerino depositari di un sapere diverso, separato, che si prendano a tal punto sul serio da immaginare che il potere li ascolti. Detto questo, se hanno qualcosa di utile e intelligente da dire inventano sempre qualche cosa che parla del potere in modo graffiante. Purtroppo credo che in Italia si sia prodotto l’effetto opposto. Ci siamo talmente abituati a satira, invettiva, denuncia e via dicendo, che gli intellettuali a volte vivono in un isolamento culturale spaventoso dal paese reale, profondo, in cui la storia si è addensata e dove si costruiscono davvero le storie, dove prendono la curvatura che gli è necessaria. Solo con buone radici si diventa alberi alti. Se invece prendono i risultati delle elezioni come il piano in cui si giocano tutte le battaglie e non sono capaci di interloquire davvero con quanto accade. Sono solo indignati. Del resto neanche io saprei come uscirne. Credo non sia utile che ripeta cosa penso di Berlusconi, l’ho già detto e scritto in tante salse, non penso nulla di diverso da quello che scrivono e pensano tanti.</p>
<p><strong><em>Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?</em></strong></p>
<p>Ovviamente c’è sempre stata questa separazione e dove non c’è ci si impelaga nella propaganda. L’unico tentativo di far funzionare un sistema politico affidandolo a filosofi, quello di Dione, è finito male, come racconta nella settima lettera Platone. Poi ci sono filosofi che fanno politica, come Cacciari, a volte bene.</p>
<p><strong><em>Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali «Libero» e «il Giornale», caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell&#8217;informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe&#8230;), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?</em></strong></p>
<p>Non credo si debba fare una regola, bisogna sapere di chi si parla e può farlo per tante ragioni. Per denaro,e chi ha conosciuto la povertà dovrebbe aver rispetto di come altri si guadagnano da vivere (meglio un figlio di papà che scrive quel che vuole lui dove gli pare o un poveretto che cerca di cavarsela in redazioni ostili?). O magari può essere convinto sia più utile non predicare ai convertiti. Io ho la fortuna di collaborare da un po’ di anni con un giornale come l’Unità che mi piace, ma ho scritto per tanti giornali diversi per tanti anni. La lettera del direttore con cui ho preso la tessera di pubblicista me l’ha scritta Feltri, lontanissimo dalle mie posizioni politiche, quando dirigeva L’indipendente. Come ho detto mi sento lontanissimo da quello che scrive, ma credo sia un giornalista molto competente, con la reputazione di resuscitare testate moribonde, e nonostante quello che tutti gli attribuiscono perché scrive sul giornale della famiglia Berlusconi, non mi sorprenderei affatto se facesse un dietro front alla Montanelli. Anche a destra ci sono e ci sono sempre state persone indipendenti. Nel giornalismo inglese, che credo sia un suo modello, ci sono importanti giornali come lo Spectator o il Times, per non andare lontano, che hanno manifestato dissenso a destra.  Il giornale lo ha fondato Montanelli sui cui negli anni ’70 si rovesciavano le invettive della sinistra rivoluzionaria in cui sono cresciuto, e almeno questo errore mi piacerebbe non ripeterlo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/05/la-responsabilita-dellautore-enrico-palandri/">La responsabilità dell&#8217;autore: Enrico Palandri</a></p>
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		<title>Tang Jitian e Liu Wei: l’emergenza e il lato oscuro della legge</title>
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		<pubDate>Thu, 20 May 2010 16:43:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/andrewgcarter/"></a></p>
<p>di <strong><a title="articoli di Flora Sapio" href="http://www.cineresie.info/author/flora-sapio/" target="_blank">Flora Sapio</a></strong> &#8211; via <a title="articoli di Flora Sapio" href="http://www.cineresie.info/author/flora-sapio/" target="_blank"></a><a href="http://www.cineresie.info/tang-jitian-liu-wei-emergenza-legge/">Cineresie</a></p>
<p>Tang  Jitian e Liu  Wei sono <strong>avvocati</strong>. Hanno difeso migranti, agricoltori privati della terra, persone sieropositive, le vittime dello scandalo del latte alla melamina – ed i membri del movimento <em>Falungong</em>. In Cina, la maggior parte degli avvocati non accetta di occuparsi di questi o simili casi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/20/tang-jitian-e-liu-wei-l%e2%80%99emergenza-e-il-lato-oscuro-della-legge/">Tang Jitian e Liu Wei: l’emergenza e il lato oscuro della legge</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/andrewgcarter/"><img class="alignnone size-full wp-image-34740" title="petitionieri-small1-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/petitionieri-small1-450.jpg" alt="" width="450" height="300" /></a></p>
<p>di <strong><a title="articoli di Flora Sapio" href="http://www.cineresie.info/author/flora-sapio/" target="_blank">Flora Sapio</a></strong> &#8211; via <a title="articoli di Flora Sapio" href="http://www.cineresie.info/author/flora-sapio/" target="_blank"></a><a href="http://www.cineresie.info/tang-jitian-liu-wei-emergenza-legge/">Cineresie</a></p>
<p>Tang  Jitian e Liu  Wei sono <strong>avvocati</strong>. Hanno difeso migranti, agricoltori privati della terra, persone sieropositive, le vittime dello scandalo del latte alla melamina – ed i membri del movimento <em>Falungong</em>. In Cina, la maggior parte degli avvocati non accetta di occuparsi di questi o simili casi. Sono casi considerati ‘sensibili’, in quanto potrebbero indurre il verificarsi di emergenze: proteste, cortei, dimostrazioni o altri comportamenti che sfidano apertamente la legittimità del governo e del partito. Tang e Liu fanno eccezione. Sono avvocati per la<strong> difesa dei diritti civili</strong> (<em>weiquan lüshi</em>): un piccolo gruppo di professionisti che accetta casi ‘difficili’, abbinando quest’attività alla normale professione forense o all’insegnamento del diritto.</p>
<p><span id="more-34739"></span></p>
<p>La loro storia ha seguito le ben note vicende di qualsiasi sfida che contrappone gli avvocati per la difesa dei diritti civili allo <strong>stato-partito</strong>.</p>
<p>A dicembre del 2008, Tang Jitian firma la dichiarazione ‘<strong>Carta 08</strong>’, documento con cui 2.000 intellettuali richiedono la democratizzazione del regime politico Cinese.</p>
<p>A marzo 2009, Tang e Liu sono tra quanti presentano una denuncia contro il capitolo di Pechino dell’Associazione Nazionale degli Avvocati Cinesi, sostenendo che l’istituzione di una tassa per la registrazione annuale della licenza costituisce, in realtà, un atto di <strong>estorsione</strong>.</p>
<p>A fine maggio, Tang non supera la valutazione annuale per il <strong>rinnovo della licenza</strong> di avvocato. Il 4 giugno, nel cuore della notte Tang è svegliato dallo squillare del campanello di casa. Alla porta, vi sono quattro agenti che lo caricano malamente in un’auto e lo conducono in una stazione di polizia.  Tang è condotto nel seminterrato di un albergo, ove trascorre quattro giorni. ‘Qualcuno’ riesce inoltre a persuadere il suo padrone di casa a rescindere in anticipo il contratto di affitto, così Tang è costretto a traslocare. Il rinnovo della licenza è temporaneamente negato anche a Liu Wei.</p>
<p>A questo punto, l’acuto osservatore ha colto i <strong>segni premonitori</strong>, e sa che è solo questione di tempo prima che a Tang e Liu accada qualcosa di irreparabile. Nella peggiore delle ipotesi, potrebbero sparire, oppure essere indagati con l’accusa di evasione fiscale, corruzione o reati contro la sicurezza di stato. Nel migliore dei casi potrebbero essere espulsi dall’ordine degli avvocati.</p>
<h3>E’ solo questione di tempo</h3>
<p>Per questo è importante che l’opinione pubblica internazionale sia attenta, pronta a far rimbalzare il messaggio da account Twitter ad account Twitter ed inviare lettere alle autorità. L’<strong>attenzione internazionale</strong> può fare qualcosa per Tang e Liu, perché se tutti guardano ai due avvocati, forse non saranno nuovamente spintonati entro un’auto dai vetri oscurati e su di loro si abbatterà la vendetta, pur sempre dura ma sopportabile, di una temporanea <strong>disoccupazione</strong>. In questo gioco del gatto e del topo è chiaro fin dall’inizio chi avrà la meglio.  Se qualcosa spinge Tang e Liu ad andare avanti, questa è solo la fiducia nella giustizia, una giustizia che dovrebbe essere garantita dal diritto.</p>
<p>La Giustizia, in quanto valore morale, è però qualcosa di ben diverso dalle norme che è possibile utilizzare per avere ragione di Tang e Liu, al di là dei meriti specifici del caso e dell’opinione pubblica internazionale. Chi ha detto che Giustizia e diritto, Eguaglianza e diritto, Libertà e diritto debbano procedere di pari passo?  La norma giuridica può ben essere utilizzata per cercare di realizzare il valore della <strong>Libertà</strong>. Ma possiede anche la potenzialità – oscura ed angosciosa – di limitare le libertà in modo non troppo giustificato.</p>
<h3><strong>Il lato oscuro della legge</strong></h3>
<p>Il 27 aprile 2009, la Corte Popolare Intermedia della città di Luzhou (provincia del Sichuan) celebra il procedimento di secondo grado contro Yang Ming, un membro del movimento <em>Falungong</em>, accusato del delitto di ‘sabotaggio dell’attuazione delle leggi ad opera di setta eretica’. Tang e Liu sostengono l’innocenza di Yang, cosa che evidentemente non è gradita al giudice Li Xudong. Dimentico delle norme disciplinari, il giudice consente a ‘qualcuno’ di videoriprendere il processo. Inoltre, rispondendo ad un segnale convenzionale lanciato da un uomo di mezz’età seduto in prima fila, prende a battere freneticamente il martelletto ogni volta che Tang e Liu cercano di prendere la parola.</p>
<p>I due avvocati comprendono di essere burattini in un <strong>processo fasullo</strong>, consegnano al giudice un documento contenente la difesa di Yang Ming, e si allontanano dall’aula mentre persone non identificate riprendono la scena.</p>
<p>L’uscita di Tang e Liu dall’aula ha di fatto reso impossibile proseguire l’udienza. Si è quindi realizzata l’ipotesi di<strong>violazione disciplinare</strong> prevista dall’art. 40(8), Legge della RPC sull’Avvocatura,</p>
<p>“Gli avvocati, nella loro pratica professionale non devono:</p>
<p>(8) turbare l’ordine dei tribunali e delle corti arbitrali, disturbare la regolare celebrazione delle udienze processuali ed arbitrali.”</p>
<p>Secondo la Legge sull’Avvocatura, a Tang e Liu può applicarsi la <strong>sanzione della revoca</strong> (<em>diaoxiao</em>) della licenza, se la “turbativa dell’ordine del tribunale” o il “disturbo della regolare celebrazione dell’udienza processuale” sono stati commessi “in circostanze gravi” (art. 49 (6)). La corte Intermedia di Luzhou quindi, richiede all’Ufficio di Giustizia di Pechino l’adozione di provvedimenti disciplinari contro Tang e Liu. L’Ufficio della Giustizia di Pechino il 22 aprile 2010 tiene un’udienza, e decide di revocare la licenza a <a title="fonte in cinese" href="http://www.bjsf.gov.cn/sy/cxjl/cxjllsgl/201005/t20100507_1279438.html" target="_blank">Tang</a> e <a title="fonte in cinese" href="http://www.bjsf.gov.cn/sy/sytztg/201005/t20100507_1279393.html" target="_blank">Liu</a>. Entrambe le decisioni (<em>jueding</em>) sono pubblicate sul sito internet dell’Ufficio.</p>
<p>La revoca della licenza a Tang e Liu può essere considerata un atto moralmente ingiusto, incompatibile con norme internazionali che – se violate dalla Cina – possono per loro stessa natura indurre la sola <strong>condanna morale</strong> del Paese, ma non l’adozione di sanzioni. Se si guarda al diritto interno, però, la decisione resa dall’Ufficio di Giustizia appare del tutto coerente. Le norme che rendono possibile punire Tang e Liu sono norme illiberali, moralmente ingiuste, e fortemente lesive dell’indipendenza dell’avvocatura. Questo  giudizio morale però non intacca la loro <strong>formale validità</strong> – la Legge sull’Avvocatura è stata approvata ad ampia maggioranza dal parlamento di uno stato sovrano, in conformità alle norme sulla produzione giuridica.</p>
<p>L’uso strumentale del diritto può sembrarci aberrante, poiché immaginavamo che trent’anni di riforma giuridica avrebbero prodotto un risultato diverso, una transizione della Cina verso una forma di stato di diritto ricalcata sul prototipo ideale delle democrazie occidentali. Invece, ci confrontiamo con uno stato abile nell’<strong>usare il diritto per limitare i diritti</strong> in nome di un più ampio e vago interesse comune. Non è un caso, quindi, che Tang e Liu siano stati puniti. Così come non è un caso che le proteste dei lavoratori,  i cortei e le manifestazioni possano essere qualificate come <strong><em>emergenze</em></strong>, rendendo  possibile l’arresto dei manifestanti in deroga ad ogni garanzia della libertà della persona.</p>
<p>Abbiamo forse peccato di ottimismo, quando credevamo che norme favorevoli agli investitori stranieri avrebbero prima o poi garantito al cittadino libertà diverse dallo scegliere cosa consumare, e come divertirsi? La sorte toccata a Tang e Liu lascia comprendere come il ricorso a <strong>stati di emergenza</strong>, reali o artefatti, ma sempre e comunque ampiamente intesi, sia ormai diventato uno strumento <strong>normale</strong> dell’arte di governo.</p>
<p><em><a title="articoli di Flora Sapio" href="http://www.cineresie.info/author/flora-sapio/" target="_blank">Flora Sapio</a> è affidataria del corso in Storia ed Istituzioni della Cina all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Ricercatrice attiva in ambito italiano e internazionale, membro della </em><em>European China Law Studies Association, è autrice per </em><em>Brill del volume “Sovereign Power and the Law in China”, e di articoli sul sistema di giustizia penale nella Repubblica Popolare Cinese.</em></p>
<p><em>Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/andrewgcarter/">Andrew G. Carter</a> su Flickr <a href="http://www.flickr.com/photos/andrewgcarter/1425755682/in/set-72157604110970727/">qui</a>. Foto di un gruppo di persone &#8211; normali cittadini &#8211; venuti a Pechino per una petizione contro le ingiustizie subite e la corruzione dei funzionari statali; vivono come possono in metropolitana.<br />
</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/20/tang-jitian-e-liu-wei-l%e2%80%99emergenza-e-il-lato-oscuro-della-legge/">Tang Jitian e Liu Wei: l’emergenza e il lato oscuro della legge</a></p>
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		<title>Wan Yanhai lascia la Cina: duro colpo per la lotta all’AIDS</title>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 06:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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<p>di <a href="http://www.cineresie.info/author/ivan-franceschini/">Ivan Franceschini</a> &#8211; articolo <a href="http://www.cineresie.info/wan-yanhai-aids-lascia-cina/">originale</a> su Cineresie.info &#8211; foto di <a href="http://www.tommasobonaventura.com/" target="_blank">Tommaso Bonaventura</a></p>
<p>Un nuovo drammatico episodio segna i rapporti tra Stato e società civile in Cina. <strong>Wan Yanhai</strong>, il fondatore di <em>Aizhixing</em>, la nota organizzazione non governativa che si occupa dei problemi dell’<strong>HIV</strong>, la scorsa settimana ha <strong>abbandonato la Cina</strong> per rifugiarsi negli Stati Uniti con la famiglia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/12/wan-yanhai-lascia-la-cina-duro-colpo-per-la-lotta-all%e2%80%99aids/">Wan Yanhai lascia la Cina: duro colpo per la lotta all’AIDS</a></p>
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<img class="size-full wp-image-33997 alignnone" title="Wan Yanhai foto di Tommaso Bonaventura" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/Wan-Yanhai-1-450.jpg" alt="" width="450" height="450" /></a></p>
<p>di <a href="http://www.cineresie.info/author/ivan-franceschini/">Ivan Franceschini</a> &#8211; articolo <a href="http://www.cineresie.info/wan-yanhai-aids-lascia-cina/">originale</a> su Cineresie.info &#8211; foto di <a href="http://www.tommasobonaventura.com/" target="_blank">Tommaso Bonaventura</a></p>
<p>Un nuovo drammatico episodio segna i rapporti tra Stato e società civile in Cina. <strong>Wan Yanhai</strong>, il fondatore di <em>Aizhixing</em>, la nota organizzazione non governativa che si occupa dei problemi dell’<strong>HIV</strong>, la scorsa settimana ha <strong>abbandonato la Cina</strong> per rifugiarsi negli Stati Uniti con la famiglia. Parlando con una giornalista del <em>South China Morning Post</em> ha dichiarato: “Prima che lasciassimo la Cina, ero sottoposto ad una grande pressione ed ero minacciato da diversi dipartimenti governativi. Sentivo che la mia sicurezza personale era a rischio e la pressione psicologica era troppo grande, così me ne sono andato per trovare un attimo di respiro”. Un ruolo importante in questa decisione sembra essere stato giocato dalla preoccupazione per la <strong>sicurezza</strong> della sua famiglia, in particolare per la figlia di quattro anni. Sembra infatti che la polizia più di una volta abbia fatto visita alla sua abitazione privata mentre lui era fuori città.<span id="more-33994"></span></p>
<p>Wan Yanhai è uno dei personaggi chiave della nuova <strong>società civile cinese</strong>, uno dei critici più attivi e severi delle politiche del governo cinese, soprattutto nel campo sanitario. Già funzionario del Ministero della Sanità, nel 1994 fu<strong> costretto a dimettersi</strong> per aver aperto la prima hot-line cinese destinata ai portatori del virus HIV. Si trattava di una scelta in anticipo sui tempi, visto che allora le autorità erano impegnate a promuovere l’idea dell’AIDS come una malattia di origine straniera, trasmessa solamente per via di rapporti sessuali non convenzionali e con un’incidenza assolutamente insignificante in Cina. Poco dopo aver lasciato la sua posizione, Wan Yanhai fondò <em>Aizhixing</em>, un’organizzazione che con le sue campagne avrebbe giocato un ruolo fondamentale nella <strong>lotta all’AIDS</strong> e alle malattie sessualmente trasmissibili in Cina.</p>
<p>Negli anni Novanta Wan Yanhai è stato un attore di primo piano nel portare alla luce il rapporto tra le trasfusioni di sangue infetto e lo scoppio dell’<strong>epidemia di AIDS</strong> in alcune zone dello Henan, ma con le sue denunce si è guadagnato l’eterna inimicizia delle autorità.  Il <a href="http://www.scmp.com/portal/site/SCMP/" target="_blank"><em>South China Morning Post</em></a> in un paio di articoli usciti oggi ripercorre alcuni dei momenti più drammatici che hanno contraddistinto la sua attività negli ultimi anni, in particolare le tre volte in cui è stato <strong>detenuto</strong> e gli innumerevoli <strong>interrogatori</strong>.</p>
<p>Nel 2002 Wan Yanhai è stato detenuto per quasi un mese con l’accusa di “aver rivelato segreti di Stato”, il tutto per aver diffuso su internet un rapporto governativo che dimostrava come i funzionari locali dello Henan avessero ignorato e <strong>coperto lo scandalo</strong> del sangue infetto.</p>
<p>Alla fine del 2006 è stato detenuto per tre giorni dopo che la polizia aveva cancellato un <em>workshop</em> destinato ad avvocati, ong e malati di HIV in cui si sarebbe dovuto discutere della diffusione dell’AIDS attraverso le trasfusioni di sangue. Infine è stato detenuto per una notte alla fine del 2008, poco dopo l’arresto di <a title="voce Wikipedia (eng)" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Hu_Jia_%28activist%29" target="_blank">Hu Jia</a>, l’attivista poi condannato a tre anni e mezzo di carcere.</p>
<p>Che <em>Aizhixing</em> fosse in difficoltà, era già noto nell’ambiente dei media e delle ong cinesi. Negli ultimi mesi l’organizzazione è stata sottoposta ad una lunga ed estenuante serie di <strong>controlli fiscali</strong>, l’ultimo dei quali ha avuto luogo il 25 marzo di quest’anno. Alla giornalista del South China Morning Post, Wan Yanhai ha dichiarato che <em>Aizhixing</em> nell’ultimo periodo non solo era finita sotto indagine da parte dei dipartimenti tributari, dell’industria e del commercio, ma anche da parte dei vigili del fuoco, i quali avrebbero ispezionato più volte i locali dell’organizzazione alla ricerca di una qualsiasi violazione delle norme di sicurezza. La polizia di Pechino lo avrebbe chiamato dozzine di volte e, come detto, sarebbe arrivata addirittura al punto di visitare la sua famiglia mentre lui era in viaggio. “Anche se fossi rimasto non avrei potuto lavorare normalmente. Continuavo a ricevere telefonate dalla polizia e avevo cinque o sei dipartimenti governativi alle calcagna: non ce la facevo proprio a concentrarmi sul mio lavoro”, ha dichiarato Wan Yanhai al SCMP.</p>
<p>Anche se Wan Yanhai ha sempre negato che ci fossero problemi seri, le <strong>voci </strong>giravano incontrollate. Alla fine di novembre dello scorso anno, alla vigilia della giornata mondiale dell’AIDS, in ambienti diplomatici è girata una mail in cui un funzionario di un’ambasciata europea affermava che <em>Aizhixing</em> aveva un <strong>deficit di bilancio </strong>di 2,3 milioni di yuan e lanciava un appello a chiunque fosse stato disposto ad aiutare. La situazione finanziaria di<em>Aizhixing</em> ha poi subito un ulteriore colpo ai primi di marzo di quest’anno, in seguito all’implementazione di un <a title="Fonte in inglese" href="http://www.safe.gov.cn/model_safe_en/laws_en/laws_detail_en.jsp?ID=30600000000000000,58&amp;type=&amp;id=3" target="_blank">regolamento</a> che inserisce una serie di complicati controlli per i <strong>trasferimenti bancari dall’estero</strong> per le organizzazioni non governative registrate come aziende. Questo ha spinto Wan ad esporsi ancora una volta in prima persona: egli infatti non solo ha firmato una lettera aperta destinata ai dipartimenti competenti, ma si è anche appellato per vie legali alla normativa sulla trasparenza delle informazioni governative per richiedere delle spiegazioni alle autorità sulle ragioni che hanno portato all’adozione di questo nuovo regolamento.</p>
<p>Dopo quasi <strong>vent’anni</strong> di faticoso lavoro in prima linea, Wan Yanhai ha deciso di <strong>lasciare</strong>. È stata una decisione inaspettata che si abbatterà come un uragano sul panorama di una già provata società civile cinese. Con ogni probabilità, l’impatto di questa fuga non sarà poi così differente da quello del “<a title="Appunti Cinesi" href="http://appunticinesi.blogspot.com/2009/12/alcune-riflessioni-sulla-dialettica-tra.html" target="_blank">caso Gongmeng</a>” dell’estate scorsa. Anche se sul web cinese si moltiplicano gli attestati di solidarietà verso Wan Yanhai – che per conto suo su Twitter risponde di non preoccuparsi – sono molti quelli che a voce affermano che il suo sia stato solamente un colpo di testa, se non addirittura una <strong>scelta sbagliata</strong>. Che si sia trattato di una decisione improvvisa sembra essere smentito dallo stesso interessato, che ad un amico ha scritto come già alla fine di aprile aveva deciso di lasciare il paese, anche se non aveva ancora le idee chiare su quale sarebbe stato il passo successivo. Persone a lui vicine però affermano di non aver avuto il minimo sospetto di quanto stava per accadere e di aver saputo della cosa solamente dai giornali.</p>
<p>L’interrogativo centrale in questo momento è: che ne sarà di <em>Aizhixing</em>, ora che il suo leader carismatico se n’è andato? Anche se Wan dal suo <strong>esilio auto-imposto</strong> si dice fiducioso che lo staff dell’organizzazione sarà in grado di proseguire le attività anche senza di lui, è difficile prevedere cosa succederà nei prossimi mesi. Nella più ottimista delle ipotesi l’organizzazione subirà un <strong>drastico ridimensionamento</strong> e continuerà la proprie attività sottotono, come ha fatto la <a title="Xu Zhiyong" href="http://www.cineresie.info/xu-zhiyong-multati-difesa-diritti/" target="_blank">Gongmeng</a>; nella più pessimista invece <strong>verrà chiusa</strong>, travolta dai controlli e dai debiti, lasciando un vuoto che molti anni non saranno sufficienti a colmare. In entrambi i casi, si tratterà di un altro <strong>duro colpo</strong> per la società civile cinese, tanto più che intorno ad essa ruotano alcuni tra i più importanti gruppi non governativi attivi nel campo della diversità sessuale, della discriminazione e della salute. Ora c’è solo da chiedersi chi sarà il prossimo.</p>
<p>Ho avuto occasione di conoscere Wan Yanhai lo scorso ottobre, quando stavo lavorando ad un servizio giornalistico sulla società civile cinese. Con un fotografo, avevo deciso di andare a ritrarre coloro che definisco i “non dissidenti”, quegli <strong>attivisti</strong> che, pur essendo estremamente critici nei confronti delle autorità, continuano a lottare all’interno dei limiti della legalità per tutelare i diritti degli emarginati e per ampliare lo spettro delle <strong>libertà personali</strong> – una schiera da cui Wan Yanhai è consapevolmente uscito nel momento in cui ha deciso di rimanere negli Stati Uniti. Lo avevo poi risentito in qualche altra occasione, quando mi aveva contattato per segnalarmi in tempo reale avvenimenti che avrebbero potuto interessarmi, tra cui ricordo una marcia di protesta di malati d’AIDS fuori dal Ministero della sanità. Anche se ha deciso di andarsene, Wan Yanhai rimane una presenza fondamentale all’interno della nuova società civile cinese, un precursore, un leader, il portavoce di istanze che spesso per paura vengono sottaciute. Anche da lontano la sua voce risuonerà forte e chiara.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/05/12/wan-yanhai-lascia-la-cina-duro-colpo-per-la-lotta-all%e2%80%99aids/">Wan Yanhai lascia la Cina: duro colpo per la lotta all’AIDS</a></p>
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		<title>La libertà di Internet: proteggerla prima di progettarla (2)</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Apr 2010 05:02:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/">Ethan Zuckerman</a> &#8211; traduzione di B. Borgato e B. Parrella &#8211; leggi la <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/28/la-liberta-di-internet-proteggerla-prima-di-diffonderla-1/">prima parte</a></p>
<blockquote><p>Per sperare di vedere fornitori come Facebook propagare la libertà di Internet in questi ambienti recintati, occorre che prima di tutto s&#8217;impegnino a proteggere tali diritti sulle proprie piattaforme.</p>&#8230;</blockquote><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/29/la-liberta-di-internet-proteggerla-prima-di-progettarla-2/">La libertà di Internet: proteggerla prima di progettarla (2)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/">Ethan Zuckerman</a> &#8211; traduzione di B. Borgato e B. Parrella &#8211; leggi la <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/28/la-liberta-di-internet-proteggerla-prima-di-diffonderla-1/">prima parte</a></p>
<blockquote><p>Per sperare di vedere fornitori come Facebook propagare la libertà di Internet in questi ambienti recintati, occorre che prima di tutto s&#8217;impegnino a proteggere tali diritti sulle proprie piattaforme.</p></blockquote>
<p><a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/"></a>Un compito tutt&#8217;altro che facile. Sin dall&#8217;inizio molti hanno proposto di estendere l&#8217;<a href="http://portal.unesco.org/ci/en/ev.php-URL_ID=5287&amp;URL_DO=DO_TOPIC&amp;URL_SECTION=201.html" target="_blank">Articolo XIX della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani</a> anche ai diritti del cyberspazio &#8211; Robert Gelman aveva redatto una <a href="http://www.be-in.com/10/rightsdec.html" target="_blank">prima bozza di documento</a> per i diritti nell&#8217;era digitale proprio in base alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1997. Più recentemente Max Sengens e la <a href="http://internetrightsandprinciples.org/" target="_blank">Internet Rights &amp; Principles Coalition</a> hanno cercato di affrontare la difficile questione della trasposizione del diritto alla libertà d&#8217;espressione nel contesto di Internet, lavorando nell&#8217;ambito dell&#8217;<a href="http://www.intgovforum.org/cms/" target="_blank">Internet Governance Forum</a>. Rebecca mi conferma che insieme alla <em>Global Network Initiative</em> stanno impegnandosi a stilare una serie di &#8220;best practices&#8221; con l&#8217;obiettivo di proteggere i diritti stabiliti dall&#8217;articolo XIX anche nei social media e nelle piattaforme pubbliche.<span id="more-33122"></span><br />
È difficile trovare un punto d&#8217;incontro tra il diritto individuale alla libertà di parola e i diritti delle aziende private di creare comunità online di qualsiasi tipologia vogliano. Pochi di noi metterebbero in dubbio il diritto di <a href="http://www.whyville.net/smmk/nice" target="_blank">Whyville</a> di creare una comunità sicura adatta ai bambini, e a tal fine vanno limitati tutti quegli argomenti che potrebbero rendere la comunità imbarazzante o pericolosa per i più piccoli. Ma non me la sentirei di consigliare l&#8217;uso di Facebook per quegli attivisti che operano all&#8217;interno di società chiuse, dove la piattaforma ne disciplina i messaggi in base ai <a href="http://www.facebook.com/terms.php" target="_blank">Termini di Servizio</a> che vanno accettati dagli utenti: &#8220;Non userai Facebook per compiere azioni illegali, fuorvianti, maligne o discriminatorie.&#8221; Chi determina cos&#8217;è ingannevole o maligno? Illegale secondo quali leggi?</p>
<p>Facebook ha il diritto di limitare l&#8217;uso della sua piattaforma in tal modo. (Ricordo che quando ero responsabile del settore reclami per <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Tripod.com" target="_blank">Tripod.com</a>, ho approfittato dei nostri Termini di Servizio, che ci permettevano di rimuovere i contenuti a nostra completa discrezione.) Ma qui abbiamo la responsabilità di chiederci se il tipo di libertà di Internet che stiamo cercando sia possibile senza la cooperazione dei fornitori di servizi online nella protezione e diffusione di tali diritti. (Potremmo anche discutere se la libertà di Internet è un&#8217;idea che va applicata solo quando negli Stati Uniti si parla di società chiuse, oppure se è un concetto di valore universale.)</p>
<p>Vedo quattro nuove strategie possibili per proteggere la libertà di parola in un&#8217;Internet centralizzata (e sono sicuro che i lettori ne suggeriranno altri):</p>
<p>- Cercare di estendere la tutela dei diritti sancita dall&#8217;articolo XIX anche al cyberspazio. Ciò potrebbe avvenire tramite un&#8217;apposita legge oppure una sentenza giudiziaria che stabilisca un precedente dove viene dichiarato che un discorso politico ha la stessa protezione su una piattaforma online ospitata su server basati negli USA, come lo ha in uno spazio pubblico. (Nel caso improbabile che ciò dovesse concretizzarsi, mi aspetto di vedere i fornitori di servizi online rispondere con delle piattaforme che aggiungano un tag/contrassegno sui contenuti potenzialmente offensivi e avvertano che le opinioni espresse sono unicamente quelle del singolo utente, non del <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Online_service_provider" target="_blank">fornitore di servizi online</a>).</p>
<p>- Chiedere al fornitore di servizi online di proporre un sistema di misurazione dove venga comunicato il livello di apertura rispetto a tematiche diverse. L&#8217;obiettivo è quello di trasformare i <em>Termini di Servizio</em> in documenti facilmente leggibili per permettere agli utenti di scegliere meglio e di usare piattaforme ottimizzate a tutela della libertà di parola o di agevolare determinati tipi di comportamento all&#8217;interno delle comunità virtuali. (Questo caso seguirebbe le orme degli innumerevoli tentativi avviati per documentare e proteggere i diritti dei consumatori online, a partire da <a href="http://www.truste.com/" target="_blank">TRUSTe</a>. Tali tentativi non si sono trasformati in successi eclatanti, e non c&#8221;è nessuna garanzia che un&#8217;azienda possa aver successo proprio perché sia disposta ad offrire forti protezioni alla libertà di espressione, anche con questo tipo di certificazione. D&#8217;altra parte, si stanno facendo molti sforzi al fine di rendere i marchi per la privacy più leggibili e utili agli utenti; tale posizione potrebbe rappresentare una tendenza verso una maggiori possibilità di scelta da parte dei consumatori in quest&#8221;ambito di Internet.)</p>
<p>- Avere delle piattaforme costruite e mantenute dai vari Stati nazionali, progettate esplicitamente per competere con le piattaforme commerciali e per fornire degli spazi il più aperti possibile alla libera espressione. Un&#8217;idea che di primo acchitto i lettori statunitensi possono considerare folle, ma che non si allontana troppo da analoghe iniziative lanciate nell&#8217;Unione Europea, compreso lo sviluppo di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Quaero" target="_blank">Quaero</a>, un motore di ricerca progettato proprio per offrire strumenti alternativi a Google. Visto però che l&#8217;esperienza di Quaero non è andata a buon fine, mi chiedo se il tipo di attivisti a cui mi riferisco qui si troverebbe più a suo agio con una piattaforma sponsorizzata dal governo piuttosto che da un&#8217;impresa commerciale.</p>
<p>- Incoraggiare la costruzione di social network decentrati, come quello suggerito da Dave Winer in <a href="http://www.scripting.com/stories/2008/01/16/aDecentralizedTwitter.html" target="_blank">alternativa a Twitter</a>. Se Facebook non fosse un sito unico, ma un insieme di siti collegati tra loro che utilizzano un protocollo comune per Facebook, potremmo aspettarci una varietà di ambienti di libera discussione grazie all&#8217;offerta concorrenziale di più piattaforme. In qualità di fornitori di servizi sia le imprese a scopo di lucro che le ONG  potrebbero ospitare dei server con elevato grado di apertura per gli attivisti, o ancora meglio, potrebbero gestire dei server in proprio&#8230; esattamente come facevamo negli anni &#8217;90, quando molti gestivano un proprio server che girava su Apache. Il problema? È molto più facile sviluppare software centralizzato che decentrato, e la distribuzione di un protocollo non risolve il problema della concentrazione di piattaforme di hosting (vale a dire che il problema del controllo della libertà d&#8217;espressione verrebbe semplicemente trasferito da Facebook a Rackspace, e non cambierebbero i risultati.)</p>
<p>C&#8217;è inoltre una strategia più ampia che va praticata – sperare che i fornitori tutelino la libertà di parola e tentare di fare pressione su di loro quando non lo fanno. Operando una ricerca digitando “facebook petition” si ha l&#8217;impressione che le petizioni rivolte a Facebook perché modifichi le proprie policy eguaglino quasi il numero di quelle organizzate dagli utenti di Facebook per questa o quella campagna. Questo metodo tende a ricompensare chi alza la voce e ha buoni contatti in loco – se si conosce qualcuno in aziende tipo YouTube o Yahoo!, può darsi si riesca a fare in modo che decisioni su quale materiale sia accettabile vengano riconsiderate o addirittura capovolte, ma a lungo andare non lo si può certo considerare un modello sostenibile per la libertà d&#8217;espressione. E tale strategia si va rivelando sempre più difficile da gestire anche per gli stessi fornitori di servizi. Un conto è individuare e cancellare opinioni razziste o offensive nella lingua che si conosce, ma quando a disposizione si ha una squadra che parla solo inglese e si vuole stabilire cosa sia offensivo in arabo o in cinese, non sorprende certo che le decisioni conseguenti risultino poi discutibili.</p>
<p>Cosa c&#8217;entra tutto ciò con la visione del Segretario di Stato statunitense, Hillary Clinton, sulla libertà di Internet, una visione che proietta tali istanze di libertà all&#8221;estero ben più che nei confini nazionali? Se continuiamo a perseguire un&#8217;Internet centralizzata (e non vedo forti segnali che puntino in direzione opposta), i due aspetti sono inestricabilmente connessi tra loro. Potremmo finanziare una serie di strategie atte a consentire agli utenti iraniani di accedere a YouTube, per poi scoprire che YouTube, in quanto piattaforma per la libertà di parola, è stato reso inutile dalle sistematiche campagne tese a rimuovere i video &#8220;controversi&#8221; caricati dal “cyber-esercito iraniano”.</p>
<p>Diamo per scontato che la <em>Global Network Initiative</em> oppure la <em>Internet Rights &amp; Principles Coalition</em> riescano a stilare una serie di &#8220;best practices&#8221; atte a tutelare la libertà di Internet per quanti possono accedere a piattaforme che sostengono la libertà d&#8217;espressione. Oppure consideriamo l&#8217;eventualità che <a href="http://chronicle.com/blogPost/Jonathan-Zittrain-A-Bill-of/4635/" target="_blank">Facebook apra il dialogo sulla gestione interna con i suoi utenti,</a> offrendo loro scelte e decisioni concrete sul futuro della piattaforma. Forse a quel punto avremmo qualcosa di valido da proporre a chi opera nelle società chiuse.</p>
<p>Come dicevo nel <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/2010/02/22/internet-freedom-beyond-circumvention/" target="_blank">post precedente</a>, qualora lo volesse, un sito quale YouTube potrebbe rendere assai più difficile a un censore del governo cinese l&#8217;attività di blocco dei contenuti. YouTube può gestire un ampio spazio come indirizzo IP e potrebbe suddividere YouTube.com fra migliaia di diversi IP e poi spargerli su svariati server di YouTube. Strumenti anti-censura come Tor e Ultrareach hanno messo a punto strategie che distribuiscono gli indirizzi IP agli utenti di società chiuse con modalità che rendono molto difficile il blocco tempestivo di tali IP da parte dei censori.</p>
<p>Qualche anno addietro Roger Dingledine e Nick Matthewson di Tor avevano <a href="https://svn.torproject.org/svn/projects/design-paper/blocking.html" target="_blank">proposto un progetto anti-bloccaggio</a> con diverse idee interessanti (particolarmente nella sezione 7.4 — <em>Public bridges with central discovery</em>) che sarebbero estremamente utili per realizzare un YouTube immune a simili filtri. (Tor ha poi implementato parecchie di tali idee per fronteggiare l&#8217;incremento di blocchi in Cina con ottimi risultati). Altre strategie includono poi il rilascio degli indirizzi IP tramite canali diversi dal web, tra cui email o clienti software dedicati — strategie usate con ottimi riscontri da sistemi quali Ultrareach e Freegate.</p>
<p>Come per ogni proposta mirata ad aggirare filtri e blocchi, non esiste una soluzione perfetta. Potremmo però avvicinarci alla libertà di Internet se aziende quali Google e Yahoo! decidessero di combattere attivamente per conto degli utenti cinesi, iraniani o burmesi.</p>
<p>Gli ostacoli al coinvolgimento dei fornitori di servizi online contro i filtraggi non sono di ordine tecnico, quanto piuttosto concettuali e imprenditoriali. Se Facebook abbracciasse l&#8217;idea di rappresentare un nuovo spazio pubblico per la libertà d&#8217;espressione, avrebbe un incentivo per costruirsi un&#8217;immagine intorno a questa visione della Libertà di Internet, propagandola così  in tutto il mondo. Se però Facebook ha una posizione diversa, tant&#8217;è. Nutro però il sospetto che quelle piattaforme che vorranno impegnarsi a tutelare e proiettare la libertà di parola godranno di un&#8217;ondata di fiducia, sostegno e utenti.</p>
<p><em>[La prima parte di questo articolo <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/28/la-liberta-di-internet-proteggerla-prima-di-diffonderla-1/">è stata pubblicata qui</a>]</em></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;<br />
Testo originale <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/2010/03/22/internet-freedom-protect-then-project/" target="_blank">Internet Freedom: Protect, then project</a><br />
Pubblicato su <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/vociglobali/grubrica.asp?ID_blog=286&amp;ID_articolo=51&amp;ID_sezione=654&amp;sezione=">Voci Globali &#8211; La Stampa</a> &#8211; 26/3/2010<br />
Pubblicato sotto <a href="http://creativecommons.org/licenses/by/3.0/">Licenza Creative Commons Attribution 3.0</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/29/la-liberta-di-internet-proteggerla-prima-di-progettarla-2/">La libertà di Internet: proteggerla prima di progettarla (2)</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La libertà di Internet: proteggerla prima di progettarla (1)</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Apr 2010 05:49:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/">Ethan Zuckerman</a> &#8211; traduzione di B. Borgato e B. Parrella</p>
<blockquote><p>l&#8217;obiezione principale che mi è stata fatta è: &#8220;Okay, il ricorso a strumenti anticensura non è l&#8217;unica strategia possibile. Cosa dovremmo fare allora? &#8220;</p></blockquote>
<p>Qualche settimana fa, ho proposto <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/2010/02/22/internet-freedom-beyond-circumvention/" target="_blank">un post pensato</a> per stimolare la discussione sull&#8217;idea della libertà di Internet [tradotto in <a href="http://novareview.ilsole24ore.com/articoli/46981" target="_blank">italiano su Nova</a> (e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/questioni-di-censura/">ripreso</a> su Nazione Indiana ndr)].&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/28/la-liberta-di-internet-proteggerla-prima-di-diffonderla-1/">La libertà di Internet: proteggerla prima di progettarla (1)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/">Ethan Zuckerman</a> &#8211; traduzione di B. Borgato e B. Parrella</p>
<blockquote><p>l&#8217;obiezione principale che mi è stata fatta è: &#8220;Okay, il ricorso a strumenti anticensura non è l&#8217;unica strategia possibile. Cosa dovremmo fare allora? &#8220;</p></blockquote>
<p>Qualche settimana fa, ho proposto <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/2010/02/22/internet-freedom-beyond-circumvention/" target="_blank">un post pensato</a> per stimolare la discussione sull&#8217;idea della libertà di Internet [tradotto in <a href="http://novareview.ilsole24ore.com/articoli/46981" target="_blank">italiano su Nova</a> (e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/questioni-di-censura/">ripreso</a> su Nazione Indiana ndr)]. Ho ricevuto un numero tale di reazioni, sia di elogio che di critica, da ritrovarmi coinvolto in molte più conversazioni sulla libertà del web di quanto mi fossi aspettato. È una questione che sta a cuore a molti, in attesa di sapere se Google smetterà di applicare la censura al suo motore di ricerca cinese [che ora <a href="http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=2&amp;ID_articolo=993&amp;ID_sezione=&amp;sezione=" target="_blank">punta su Hong Kong</a>, proprio per evitare tale censura], riflettendo sulle implicazioni nell&#8217;ambito dei social media delle <a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/8556341.stm" target="_blank">recenti riduzioni delle sanzioni contro Cuba, Iran, Sudan</a> adottate dal Ministero del Tesoro statunitense, mentre proseguono [in USA] le audizioni al Congresso e le revisioni legislative. <span id="more-33118"></span>(La mia amica e collega Rebecca MacKinnon, da tempo impegnata a educare Washington su questi temi, <a href="http://rconversation.blogs.com/rconversation/2010/03/global-internet-freedom-and-the-us-government.html" target="_blank">offre una panoramica completa</a> della complessità di questa dimensione, dal punto di vista legislativo e delle lobby.)</p>
<p>Alcune risposte al mio intervento hanno evidenziato come le idee espresse non fossero solo mie, bensì riflettessero il pensiero di tante persone capaci che operano in questo campo. Niente di più vero &#8211; ho avuto la fortuna di lavorare con la <a href="http://opennet.net/" target="_blank">Open Net Initiative</a> e con gli altri del <a href="http://cyber.law.harvard.edu/" target="_blank">Berkman Center</a> e del <a href="http://citizenlab.org/" target="_blank">Citizen Lab</a> nel corso degli ultimi anni, e devo molte delle mie riflessioni su questi temi a gente in gamba come <a href="http://rconversation.blogs.com/" target="_blank">Rebecca</a>, <a href="http://blogs.law.harvard.edu/palfrey/" target="_blank">John Palfrey</a>,<a href="http://deibert.citizenlab.org/" target="_blank">Ron Deibert</a>, <a href="http://cyber.law.harvard.edu/people/jzittrain" target="_blank">Jonathan Zittrain</a>, <a href="http://www.nartv.org/" target="_blank">Nart Villeneuve</a>, <a href="http://blogs.law.harvard.edu/hroberts/" target="_blank">Hal Roberts</a> e altri &#8211; mi dispiace non aver chiarito queste interconnessioni nel post precedente.</p>
<p>I commentatori, sia online che offline, si sono chiesti se le teorie del cambiamento postulate nel mio pezzo fossero quelle giuste o un elenco completo &#8211; non pensavo certo di offrire un elenco completo, quanto piuttosto alcune proposte di discussione. L&#8217;amico Dario Cuplinskas suggerisce giustamente che inquadrare il concetto di libertà del web in termini di cambiamento di regime sopravvaluta e travisa la questione non favorendone la comprensione. Altri invece sembrano decisi a tracciare una linea precisa: per la libertà di Internet ci vuole un cambiamento di regime—ed è vero, ha senso pensare a una strategia americana per la libertà della rete a livello globale in termini più precisi. Un commentatore ha <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748703780204575120181476495268.html" target="_blank">ripreso le mie tesi </a>per poi proporre uno scenario quasi opposto a quello che proponevo, sostenendo che una strategia simile a quella di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Radio_Free_Europe" target="_blank">Radio Free Europe</a> potrebbe favorire l&#8217;evoluzione di un web libero. Sono convinto che si sbagli, ma questo è esattamente il tipo di confronti che speravo di stimolare.</p>
<p>Ma la contestazione principale che mi è stata fatta è: &#8220;Okay, il ricorso a strumenti anticensura non è l&#8217;unica strategia possibile. Cosa dovremmo fare allora? &#8221;</p>
<p>Vorrei che fosse un problema facile da risolvere. Sembrava che fossero pochi gli Stati coinvolti nella censura di Internet, che avveniva attraverso un numero limitato di tecniche note e applicate dai fornitori d&#8217;accesso a Internet. Ora è più diffusa e complessa, inclusi gli hacker e gli <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/DDoS" target="_blank">attacchi del tipo Denial of Service (DDoS)</a>, il filtraggio sia da parte degli editori che dei fornitori d&#8217;accesso, utilizzando una vasta gamma di tecniche, compreso l&#8217;arresto e i procedimenti penali contro chi si esprime liberamente on-line e il ricorso ai media partecipativi da parte delle autorità statali. Di fronte a un tale insieme di minacce alla libertà del web, abbiamo bisogno di adottare una serie di contromisure. Eccone alcune:</p>
<p>- Il mio collega del Berkman, Jonathan Zittrain, suggerisce una risposta più attiva alla censura praticata a nome degli editori, una forma di &#8220;<a href="http://roomfordebate.blogs.nytimes.com/2010/01/15/can-google-beat-china/#jonathan" target="_blank">Trattato di aiuto reciproco</a>&#8220;, dove i siti si accordano per ospitarsi i contenuti reciprocamente, così da proteggerli da alcuni tipi di blocchi. Sta mettendo a punto l&#8217;idea e in una recente conversazione ha proposto una struttura di &#8220;link e mirror&#8221;, in cui i server web nascondono le copie &#8220;cache&#8221; del contenuto a cui rimandano i link, da utilizzare solo se il sito web originale non dovesse essere accessibile. È un modello che potrebbe funzionare bene per i contenuti statici, e nel lungo periodo potrebbe rivelarsi utile a garantire l&#8217;accesso ai contenuti in maniera più dinamica e complessa. Si potrebbero integrare altre strategie nella creazione di resistenze ai blocchi tramite il &#8220;mirroring&#8221; &#8211; Psiphon sta raccogliendo le &#8220;cache&#8221; di materiali da siti come quello della BBC, così da garantirne l&#8217;accessibilità negli angoli del mondo più chiusi a Internet, mentre progetti come <a href="http://www.accessnow.org/" target="_blank">AccessNow</a> replicano certi video controversi, compresi i video delle proteste iraniane, per poi cercare di renderli accessibili attraverso molteplici canali.</p>
<p>- Insieme ad Hal Roberts, stiamo studiando le contromisure alla portata di piccole entità e blogger che pubblicano online per difendersi dagli attacchi DDoS. Stiamo considerando il principio della cosidetta “degradazione elegante”, dove i siti che rispondono a un attacco DDoS diventano meno dinamici e interattivi continuando però a tenere attive le pagine statiche. Se colpiti da pesanti attacchi, i singoli siti autonomi possono rapidamente affidarsi alle versioni di riserva (back-up) ospitate da grandi fornitori come Blogger o WordPress.com, i quali dispongono di tecnici addetti a rintuzzare tali attacchi. Di nuovo, questa tattica funziona se viene integrata da altre strategie specifiche: organizzare squadre di amministratori &#8220;white hat&#8221;, (o <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/White_hat" target="_blank">hacker etici</a>) capaci di entrare rapidamente in azione e difendere i siti sotto attacco; creare una robusta architettura tecnica come quella offerta da servizi tipo <a href="http://www.prolexic.com/" target="_blank">Prolexic</a> e <a href="http://www.akamai.com/" target="_blank">Akamai</a>; controbattere attivamente gli attacchi DDoS ricorrendo ad altri servizi tipo quelli di<a href="http://www.arbornetworks.com/peakflowsp" target="_blank"> Peakflow</a> e Arbor Networks.</p>
<p>- Come ha suggerito Rebecca MacKinnon nella sua <a href="http://rconversation.blogs.com/rconversation/march-2-2010-senate-testimony-on-internet-freedom.html" target="_blank">testimonianza davanti al Senato Usa</a>, le aziende soggette a diffuse censure su Internet, come Google, dovrebbero considerare l&#8217;avvio di interventi presso il WTO (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Organizzazione_Mondiale_del_Commercio" target="_blank">Organizzazione Mondiale del Commercio</a>) e altri enti internazionali che considerano la censura una pratica scorretta contro il libero commercio. Questa non è certo una strada percorribile per le piccole entità – è quel tipo di strategia che richiede impegni costosi e continuati &#8211; ma è un ambito in cui le grandi aziende possono creare dei precedenti giuridici a cui in seguito potrebbero appoggiarsi anche le piccole strutture.</p>
<p>Considerando questi ed altri approcci, sono arrivato alla convinzione che ogni strategia di successo per la libertà di Internet dovrà richiedere l&#8217;impegno convinto e continuato dei grandi fornitori di servizi e d&#8217;accesso – aziende quali Google, Yahoo!, Microsoft, Facebook e altre. La soluzione architettonica del Professor Zittrain – la combinazione di link e mirror – è un&#8217;ottima soluzione per tenere online contenuti statici, come articoli o video su manifestazioni di protesta, pur a fronte di filtri o attacchi DDoS attivati da autorità statali. Ma è assai più difficile creare duplicati, o mirror, delle complesse situazioni attive su community come quelle su siti tipo Facebook… o finanche dei commenti che si sviluppano in un blog. Per duplicare tali contenuti occorre operare in maniera ravvicinata con le stesse strutture che gestiscono quei servizi interattivi.</p>
<p>La soluzione a cui io e Hal stiamo lavorando si rivolge a siti a tutela dei diritti umani e può essere riassunta con, “Quando sei sotto attacco, riduci al minimo ogni funzionalità e poi trova riparo a casa di qualcun altro più grande&#8221;, ovvero un importante fornitore d&#8217;accesso come Akamai o Google. E le imprese più ferrate per combattere la battaglia sul fronte dei trattati commerciali, come sostiene Rebecca, sono le grandi corporation. Tutto ciò scaturisce da una delle scomode verità dell&#8217;Internet contemporanea: giorno dopo giorno, la Rete va facendosi sempre più centralizzata.</p>
<p>Quando iniziammo a costruirla nel 1994, l&#8217;Internet commerciale era altamente decentralizzata – molti siti web operavano server in proprio, potendo scegliere la connessione da una gamma di fornitori d&#8217;accesso. Oggi è molto più comune affidarsi a grandi aziende di hosting come Rackspace. E sempre più l&#8217;uso di Internet va concentrandosi su un numero ridotto di siti-chiave che dominano i dati del traffico generale. Arbor Networks definisce questa tendenza “<a href="http://www.xconomy.com/boston/2009/10/20/arbor-networks-reports-on-the-rise-of-the-internet-hyper-giants/" target="_blank">l&#8217;avvento dei super-giganti</a>“. In base ai propri dati di monitoraggio del traffico Internet, il “60% di tutti i contenuti online partono da, o finiscono all&#8217;interno di, appena 100 o 150 siti&#8221;. Tra i siti ai primi posti la concentrazione è perfino più corposa – 30 aziende raccolgono il 30% dell&#8217;intero traffico su Internet. E alcuni di questi super-giganti – Google, Facebook, Amazon, Yahoo! – sono ambienti ben recintati (Google controlla YouTube, Blogger e molti altri servizi, Facebook), o ristretti in modo da offrire accesso a versioni localizzate (Amazon e Yahoo!). È impossibile ricreare dei mirror funzionali di simili siti. E accedervi tramite dei server proxy può risultare enormemente costoso, come sostenevo nel mio post precedente. Se riteniamo che gli utenti cinesi debbano avere accesso a YouTube, occorre che quest&#8217;ultimo divenga un attivo partecipante in tale battaglia.</p>
<p>Questo è l&#8217;aspetto strano. Nell&#8217;Internet centralizzata di oggi gran parte dello spazio pubblico digitale che celebriamo sotto lo striscione della libertà della Rete è di fatto controllato da grandi corporation. Di per sé non c&#8217;è niente di sbagliato in questo quadro – molta dell&#8217;innovazione nello spazio di Internet è dovuta a tali aziende commerciali. Ciò tuttavia può presentare dei problemi quando si tratti di ricorrere a tali strumenti per tutelare un ambiente per la libertà d&#8217;espressione.</p>
<p>Queste entità non hanno alcun obbligo legale di consentire la circolazione aperta, non filtrata, di opinioni politiche nei propri spazi, allo stesso modo in cui gli shopping mall non sono tenuti a ospitare manifestazioni politiche. Spesso dimentichiamo questo fatto perché così tanta gente usa Blogger o Facebook per esprimere opinioni politiche, e generalmente tali piattaforme si prestano a essere utilizzate in tal senso. Eppure talvolta questi super-giganti ci rammentano che non sono tenuti ad essere “common carriers”, operatori neutrali, né (al pari delle aziende telefoniche) a seguire pratiche non-discriminatorie sul tipo di espressione che decidono di consentire sulle proprie piattaforme. <a href="http://jilliancyork.com/2010/03/13/the-risk-of-facebook-activism-in-the-new-arab-public-sphere/" target="_blank">Spiegando la decisione di Facebook di eliminare un gruppo marocchino</a> che sostiene la separazione tra Stato e moschee, l&#8217;amica e collega Jillian York sottolinea come gli intricati Termini di Servizio di Facebook siano stati usati per giustificare la rimozione di foto di allattamento al seno di un omonimo gruppo e per avvallare invece l&#8217;esistenza di gruppi che negano l&#8217;olocausto e sostengono la pedofilia. Il suo punto centrale: mentre Facebook è un potente strumento per organizzare iniziative, chiunque usi quella piattaforma rischia di cadere vittima di certe interpretazioni di tali Termini di Servizio che limitano la libertà d&#8217;espressione. (Come nota il super-designer web <a href="http://unthinkingly.com/" target="_blank">Chris Blow</a> in un commento al post di Jillian, decisioni come queste possono non rispecchiare la policy ufficiale di Facebook quanto piuttosto i tentativi individuali degli addetti di Facebook alle prese con l&#8217;oceano di 5 miliardi di singoli testi inseriti ogni settimana).</p>
<p>Per sperare di vedere fornitori come Facebook <strong>propagare</strong> la libertà di Internet in questi ambienti recintati, occorre che prima di tutto s&#8217;impegnino a <strong>proteggere</strong> tali diritti sulle proprie piattaforme. La buona notizia è che certe aziende considerano assai seriamente questa posizione. Google, Yahoo e Microsoft stanno lavorando con vari gruppi in ambito accademico e nella società civile nel contesto della <a href="http://www.globalnetworkinitiative.org/principles/index.php" target="_blank">Global Network Initiative</a> per sviluppare le &#8220;best practices&#8221;, le migliori pratiche possibili per la tutela della privacy e della libertà d&#8217;espressione all&#8217;interno degli spazi sotto il loro controllo.</p>
<p><em>[Fine prima parte]</em><br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;<br />
Testo originale <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/2010/03/22/internet-freedom-protect-then-project/" target="_blank">Internet Freedom: Protect, then project</a><br />
Pubblicato su <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/vociglobali/grubrica.asp?ID_blog=286&amp;ID_articolo=50&amp;ID_sezione=654&amp;sezione=">Voci Globali &#8211; La Stampa</a> &#8211; 26/3/2010<br />
Pubblicato sotto <a href="http://creativecommons.org/licenses/by/3.0/">Licenza Creative Commons Attribution 3.0</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/28/la-liberta-di-internet-proteggerla-prima-di-diffonderla-1/">La libertà di Internet: proteggerla prima di progettarla (1)</a></p>
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		<title>Questioni di censura</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Apr 2010 09:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://www.ethanzuckerman.com/">Ethan Zuckerman</a></p>
<p>Il <a href="http://www.state.gov/secretary/rm/2010/01/135519.htm">recente intervento</a> del segretario di Stato Hillary Clinton sulla libertà di internet è un segno del forte interesse del Dipartimento di Stato Usa verso l’utilizzo di internet per promuovere riforme politiche in società chiuse ed autoritarie. E&#8217; naturale che il Dipartimento di Stato guardi ai progetti di sistemi per eludere la censura su internet.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/questioni-di-censura/">Questioni di censura</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.ethanzuckerman.com/">Ethan Zuckerman</a></p>
<p>Il <a href="http://www.state.gov/secretary/rm/2010/01/135519.htm">recente intervento</a> del segretario di Stato Hillary Clinton sulla libertà di internet è un segno del forte interesse del Dipartimento di Stato Usa verso l’utilizzo di internet per promuovere riforme politiche in società chiuse ed autoritarie. E&#8217; naturale che il Dipartimento di Stato guardi ai progetti di sistemi per eludere la censura su internet. Il New York Times segnala che un gruppo di senatori chiede al Segretario di utilizzare i fondi esistenti <a href="http://www.nytimes.com/2010/01/21/technology/21censor.html">a sostegno dello sviluppo dei programmi per aggirare la censura</a>, tra cui <a href="http://www.torproject.org/">Tor</a>, <a href="http://psiphon.ca/">Psiphon</a> e <a href="http://www.dit-inc.us/freegate">Freegate</a>.</p>
<p>Ho passato buona parte degli ultimi due anni studiando i sistemi di elusione della censura su internet. Con i colleghi <a href="http://blogs.law.harvard.edu/hroberts/">Hal Roberts</a> e <a href="http://blogs.law.harvard.edu/palfrey/">John Palfrey</a> ho eseguito <a href="http://en.scientificcommons.org/51835899">uno studio</a> che mette a confronto i punti di forza e di debolezza dei diversi strumenti. Gran parte del nostro sforzo è finalizzato al coordinamento tra gli sviluppatori di questi strumenti e chi ha bisogno di questi strumenti per pubblicare contenuti sensibili.</p>
<p>Sono del tutto convinto che abbiamo bisogno di strumenti anticensura solidi, anonimi e di facile utilizzo. Ma credo anche che abbiamo bisogno di molto di più di semplici strumenti per aggirare la censura e temo che i tecnologi e i finanziatori si concentrino solo su questo aspetto della libertà su internet a scapito degli altri. Mi chiedo se stiamo studiando abbastanza le limitazioni fondamentali dei sistemi di elusione e se stiamo ragionando anche su cosa la libertà sul web possa fare per gli utenti in società non democratiche.</p>
<p>A questo proposito lancio una provocazione: <strong>Non possiamo eludere la censura su internet</strong>.<span id="more-32698"></span></p>
<p>Non voglio dire che i sistemi di aggiramento della censura non funzionano. Abbiamo provato diversi sistemi di elusione in nazioni dove funziona la censura e abbiamo scoperto che la maggior parte di questi riesce a recuperare materiali bloccati dal firewall cinese e da sistemi simili. C’è qualche problema legato alla privacy, alla dispersione di dati, alla resa di alcuni tipi di contenuti e soprattutto l’usabilità e la performance, ma i sistemi funzionano e riescono a eludere la censura. Quello che però voglio dire è che non possiamo permetterci di utilizzare gli strumenti esistenti per “liberare” tutti gli utenti internet cinesi, anche se tutti volessero davvero essere &#8220;liberati&#8221;.</p>
<p>I sistemi anticensura hanno tutti uno stesso modello operativo: agiscono come proxy per permettere di raggiungere contenuti bloccati. Un utente viene bloccato nell’accesso a un sito dal suo Isp o dall’Isp di quell’Isp. Se vuole leggere una pagina di Human Rights Watch, non riesce a visualizzarla perché l’indirizzo Ip di quella pagine è su una “black list”. Così indirizza il suo browser verso un altro indirizzo Ip per ottenere dal server di Hrw quella pagina. Così, se quell’indirizzo non è bloccato, riesce a ricevere la pagina via proxy. Nell’operazione il proxy funziona come un service provider. La sua capacità di fornire un servizio adeguato ai suoi utenti è legato all’ampiezza di banda, sia in fase di accesso al sito che di scaricamento dei contenuti. E la banda larga costa.</p>
<p>Alcuni sistemi hanno cercato di ridurre questi costi cercando di condividerli tra alcuni volontari – Psiphon nella sua forma originaria utilizzava computer di alcuni volontari in tutto il mondo come proxy e utilizzava la loro banda per accedere a internet. In molti paesi, però, le connessioni sono asimmetriche, ottimizzate per lo scaricamento di contenuti ma molto più lente quando si tratta di inviare contenuti. Psiphon non è più basata principalmente su proxy ospitati da volontari. Tor sì, ma i nodi di Tor sono speso ospitati su server di università e società che hanno ampia disponibilità di banda. Maproprio la disponibilità di banda rimane uno dei maggiori vincoli all’uso di Tor. Gli strumenti attualmente più usati – servizi VPN come <a href="https://www.relakks.com/">Relakks</a> e <a href="http://www.witopia.net/welcome.php">Witopia</a> – chiedono in pagamento agli utenti cifre annue significative per le spese legate alla banda larga.</p>
<p>Ipotizziamo che sistemi come Tor, Psiphon e Freegate ricevano finanziamenti aggiuntivi dal Dipartimento di Stato. Quanto costerebbe fornire accesso via proxy per la Cina, per esempio? In Cina ci sono <a href="http://www.reuters.com/article/idUSTOE60E06S20100115">384 milioni di utenti</a> di internet, il che significa avere un Isp in grado di gestire più di 25 volte <a href="http://www.isp-planet.com/research/rankings/usa.html">gli utenti del più grosso Isp Usa</a>. La Cina consuma 866.367 Mbps di banda larga secondo <a href="http://www.cnnic.net.cn/en/index/0O/index.htm">CNNIC</a>. Non è facile stimare quanto gli Isp paghino per la banda larga, anche se i prezzi convenzionali sono tra 0,05 e 0,10 dollari per gigabit. Sulla base di un prezzo di 5 centesimi, il costo per portare internet in Cina sarebbe di 13,6 milioni al mese, 163,3 milioni l’anno solo per la banda larga, senza contare i costi dei proxy server, dei router, degli amministratori di sistema. Rispetto a queste cifre, i 45 milioni che i senatori Usa chiedono alla Clinton sembrano una cifra irrisoria.</p>
<p>C’è un’altra complicazione: non stiamo parlando solo di gestire un Isp, ma di gestire un Isp di cui con ogni probabilità verrà fatto un cattivo uso. Gente che fa spam, truffatori e altri criminali su internet usano proxy server per condurre le loro attività in modo da proteggere la loro attività. Wikipedia<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Open_proxies"> si riserva il diritto di bloccare utenti che usino proxy</a> per editare le voci, dopo che molti utenti hanno utilizzato i proxy per aggirarne le regole. Gli operatori proxy devono quindi trovare un punto di equilibrio: affinché i proxy siano utili, le persone devono saperli usare per accedere a siti come Wikipedia o YouTube, ma se li usano per abusare dei siti visitati, i proxy vengono bloccati.</p>
<p>Sono scettico sul fato che il Dipartimento di Stato possa o voglia di finanziare o attivare un Isp che possa essere utilizzato da milioni di utenti simultaneamente, molti dei quali lo userebbero <a href="http://news.techworld.com/security/10663/researchers-eye-open-proxy-attacks/">per commettere frodi o mandare spam</a>. Le persone che finanziano proxy non sanno cosa questi possono fare in questo senso: invece pensano che i proxy siano usati solo in specifiche circostanze, per accedere a contenuti bloccati. Questo è il problema. Uno stato come la Cina blocca molti contenuti: <a href="http://english.blawgdog.com/2010/01/googles-angry-sacrifice-and-accelerated.html">secondo Donnie Dong</a> cinque dei dieci siti più popolaro nel mondo sono bloccati in Cina. Tra questi YouTube e Facebook, che occupano molta banda a livello di pesantezza dei download che di lunghezza delle sessioni. Forse potremmo fare da ISP per la Cina se fornissimo accesso solo verso <a href="http://hrw.org/">Human Rights Watch</a>, non certo se fornissimo accesso a YouTube. Gli operatori proxy hanno affrontato questo tipo di questioni quando hanno mezzo dei limiti all’utilizzo dei loro strumenti: alcuni bloccano YouTube o contenuti pornografici, altro limitano l’uso da parte di alcune persone. Nel decidere chi o che cosa bloccare gli operatori danno la loro risposta a una questione complessa: <strong>Che parti di internet vogliamo aprire alle persone che vivono in società autoritarie?</strong></p>
<p>Non è una questione semplice. Immaginiamo di riuscire a fare traffico tramite proxy verso paesi come Cina, Iran o Myanmar, e di riuscire a mantenere questi proxy accessibili e liberi (non è semplice). Abbiamo ancora dei problemi. La gran parte del traffico è domestico. In Cina stimiamo che il 95% del traffico è interno al paese. E la censura agisce soprattutto a livello domestico. Come <a href="http://firstmonday.org/htbin/cgiwrap/bin/ojs/index.php/fm/article/view/2378/2089">documentato</a> da <a href="http://rconversation.blogs.com/">Rebecca MacKinnon</a>, in Cina i contenuti user generated vengono censurati con modalità complesse e decentrate. Quindi una gran parte di materiali controversi non viene pubblicato sia perché viene bloccato, sia perché gli autori temono che venga bloccato o cancellato l’account del loro blog. Se gli autori cinesi avessero per esempio accesso a Blogger, potrebbero pubblicare lì.</p>
<p>Nel promuovere la libertà su internet dobbiamo valutare strategie per contrastare la censura nelle società chiuse. Dobbiamo quindi affrontare anche la “censura soft”, l’utilizzo degli spazi pubblici da parte dei regimi autoritari che sponsorizzano blogger filo-governativi e spargono commenti favorevoli (Evgeny Morozov ci offre una visione molto cupa sull’uso autoritario dei social media in “<a href="http://www.prospectmagazine.co.uk/2009/11/how-dictators-watch-us-on-the-web/">How dictators watch us on the web</a>”).</p>
<p>Dobbiamo anche affrontare la crescente minaccia alle conversazioni online. Quando <a href="http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/europe/article1483840.ece">la Turchia blocca YouTube</a> per evitare che cittadini turchi vedano video che diffamano Ataturk, non fa vedere quel contenuto a 20 milioni di navigatori turchi. Quando qualcuno lancia un <a href="http://www.irrawaddy.org/opinion_story.php?art_id=14280">denial of service  distribuito (DDoS) nei confronti di Irrawaddy</a> (giornale online molto critico nei confronti del governo di Myanmar), ne inibisce  la lettura a tutti. I sistemi di elusioni possono permettere ai turchi di superare il blocco su YouTube, ma non aiutano gli americani o i birmani a vedere Irrawaddy quando è sotto un DDoS o un attacco di hacker.</p>
<p>Gli editori di contenuti controversi stanno realizzando che non devono solo affrontare censure mediante sistemi nazionali di filtraggio, ma anche mediante una serie di attacchi tecnici e legali mirati a rendere inaccessibili i loro server. Ci sono diversi metodi con cui gli editori possono aumentare la resistenza dei loro siti agli attacchi DDoS o ai filtri. Per evitare il blocco in Turchia, YouTube può aumentare il numero degli indirizzi Ip che conducono al server; può mantenere una mailing list per fornire agli utenti gli indirizzi Ip non bloccati con cui poter accedere a YouTube oppure creare un’applicazione che, una volta scaricata, fornisce indirizzi Ip non bloccati agli utenti di YouTube. Sono tutti sistemi utilizzati dai siti spesso bloccati in stati autoritari. Ma YouTube non adotta queste misure per almeno due motivi.</p>
<p>In primo luogo ha sempre cercato di trattare con le nazioni che filtrano internet  piuttosto che contrapporsi combattendo i filtri, anche se adesso la politica potrebbe cambiare dopo che Google ha annunciato la sua intenzione di non voler collaborare con la censura in Cina.</p>
<p>In secondo luogo YouTube non ha alcun incentivo economico a essere sbloccata in Turchia. Addirittura il blocco in Turchia potrebbe rappresentare un vantaggio economico. I siti fondati su contenuti user generated si reggono sulla pubblicità. E gli utenti pubblicitari sono più interessati agli utenti Usa (che hanno carte di credito, maggiore disponibilità e maggior facilità a spendere online) che non agli utenti in Cina o Turchia. Alcuni sospettano che l’<a href="http://www.nytimes.com/2009/04/27/technology/start-ups/27global.html?_r=1">introduzione di versioni leggere di servizi come Facebook</a> sia diretta agli utenti nei paesi in via di sviluppo, che difficilmente creano reddito. Sul piano economico potrebbe quindi essere difficile convincere questi servizi a continuare a essere presenti in paesi autoritari, dove già hanno difficoltà nel vendere pubblicità.</p>
<p>Sintetizzando:</p>
<ul>
<li><strong>Aggirare la censura su internet è difficile e costosa. Può facilitare l&#8217;invio di spam ed il furto di identità.</strong></li>
<li><strong>Aggirare la censura mediante proxy dà semplicemente accesso ai contenuti internazionali, non si risolve il problema della censura interna.</strong></li>
<li><strong>Aggirare la censura non offre una difesa contro attacchi  DDos o altri attacchi agli editori e pubblicatori di contenuti.</strong></li>
</ul>
<p>Per capire come promuovere la libertà su internet, dovremmo iniziare a riflettere su <a href="http://www.prospect.org/cs/articles?article=the_theory_of_change_primary">come pensiamo che internet possa cambiare le società</a> chiuse. E sul motivo per cui riteniamo che essa debba essere una priorità per gli Usa o la diplomazia mondiale. Io credo che il lavoro sulla censura sia motivata dalla convinzione che la capacità di condividere informazioni sia un diritto umano di base. L’art. 19 della <a href="http://www.un.org/en/documents/udhr/index.shtml">Dichiarazione Universale dei Diritti Umani </a>stabilisce che “tutti hanno il diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Internet è il sistema più efficace inventato finora dall’uomo per cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee, e quindi dobbiamo garantire che tutti abbiano libero accesso a internet.</p>
<p>Se crediamo che l’accesso a internet possa cambiare le società chiuse in un modo particolare, possiamo stabilire un ordine di priorità per i diversi aspetti di internet. La nostra teoria del cambiamento ci aiuta a capire a cosa dobbiamo garantire l’accesso. Le teorie elencate di seguito raramente sono dichiarate pubblicamente, ma credo che esse sottendano a molto del lavoro dietro alla lotta alla censura</p>
<p><strong>La teoria dell’informazione soppressa</strong>. Se riusciamo a fornire l’informazione negata alle persone dai regimi autoritari, queste si solleveranno e sfideranno i regimi. Potremmo chiamarla la “<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Hungarian_Revolution_of_1956">teoria dell&#8217;Ungheria ‘56</a>”: allora le notizie di rivolte contro i governi comunisti nel mondo, diffuse in Unghera da Radio Free Europe, hanno spinto gli ungheresi a sollevarsi contro il regime. Io di solito la definisco come “teoria della Corea del Nord” perchè credo che la Corea del Nord potrebbe essere un luogo dove l’informazione potrebbe portare alla rivoluzione (su quanto poco siano informati del mondo esterno i nordcoreani e sul mondo visto da Seul si veda l&#8217;articolo di Barbara Demick sul NYTimes &#8220;<a href="http://www.newyorker.com/reporting/2009/11/02/091102fa_fact_demick">The Good Cook</a>&#8220;). Ma la stessa Corea del Nord <a href="http://askakorean.blogspot.com/2010/01/excellent-article-on-dong-ilbo-about.html">è meno isolata dal punto di vista informativo</a> di quanto possiamo ritenere. E’ possibile quindi che l’informazione sia una condizione necessaria, ma non sufficiente, per la rivoluzione politica. E’ anche possibile che noi sopravvalutiamo il potere dell’informazione negata, soprattutto perché è estremamente difficile bloccare l’informazione in un epoca di connessione.</p>
<p><strong>La teoria della rivoluzione di Twitter</strong>. Se i cittadini di paesi chiusi possono utilizzare i potenti strumenti di comunicazione resi disponibile da internet, potranno unirsi e rovesciare i loro oppressori. E’ la teoria <a href="http://www.reuters.com/article/idUSWBT01137420090616">che ha indotto il Dipartimento di Stato a chiedere a Twitter</a> di rinviare un blocco programmato durante le proteste seguite alle elezioni iraniane. Anche se <a href="http://www.foreignpolicy.com/articles/2010/02/12/irans_failed_facebook_revolution">è improbabile che le tecnologie di connessione possano portare alla caduta del regime iraniano</a>, esistono anche esempi di segno contrario, come<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Joseph_Estrada#Controversies"> il ruolo avuto dai telefonini nella rivolta contro il presidente Estrada nelle Filippine</a>. C’è molto entusiasmo attorno a questa teoria, ma le analisi più attente ne segnalano i limiti. I canali di comunicazione aperti online tendono a essere compromessi velocemente, a essere utilizzati per la disinformazione e per il controllo degli attivisti. E quando la situazione sfugge di mano, i regimi non esitano a staccare la spina dei network.</p>
<p><strong>La teoria della sfera pubblica</strong>. La comunicazione in rete potrebbe non portare immediatamente alla rivoluzione, ma fornire un nuovo spazio dove una nuova generazione di leader può pensare e parlare liberamente. Sul lungo periodo la capacità di creare una nuova sfera pubblica, parallela a quella controllata dallo stato, darà vigore a una nuova generazione di attori sociali. <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/2009/04/27/marc-lynch-asks-us-to-be-realistic-about-digital-activism-in-the-middle-east/">Marc Lynch</a> ha indicato come esempio il ruolo dei samizdat, media clandestini dell’ex Unione Sovietica, che sono stati probabilmente più importanti come spazio di libera espressione che non come canali di diffusione di informazioni.</p>
<p>Dalla teoria accettata dipendono le scelte politiche. Se riteniamo che sia critica la diffusione dell’informazione – che sia all’opinione pubblica o a piccoli gruppi influenti – concentreremo i nostri sforzi su sistemi come Voice of America o Radio Free Europe. Si tratta di un approccio molto efficiente, ma sfortunatamente abbiamo un lungo track record che dimostra che questa forma di lotta alla censura non apre magicamente i regimi chiusi, suggerendo che questa strategia potrebbe rivelarsi povera.</p>
<p>Se adottiamo la teoria della rivoluzione di Twitter, dobbiamo focalizzarci sui sistemi che consentono comunicazioni rapide all’interno di network fidati. Il che significa strumenti come Twitter o Facebook, ma probabilmente anche tool come LiveJournal e Yahoo!Groups che fondano il loro servizio sull’esclusività, permettendo a piccoli gruppi di organizzarsi al di fuori del controllo delle autorità. Se invece puntiamo sull’approccio della sfera pubblica, puntiamo sulle tecnologie che permettono la comunicazione e il dibattito pubblico – blog, Twitter, YouTube e virtualmente tutto ciò che va sotto l’etichetta di Web 2.0.</p>
<p>Cosa significa tutto questo in relazione a come il Dipartimento di Stato dovrebbe allocare i propri investimenti per promuovere la libertà su internet? Ecco alcune implicazioni delle questioni coinvolte:</p>
<ul>
<li>Dobbiamo continuare a sostenere gli sforzi per superare le censure, almeno nel breve termine. Ma dobbiamo liberarci dell’idea che possiamo “risolvere” la censura con l’elusione. Dobbiamo proseguire in attesa di trovare migliori soluzioni tecniche e politiche, non perché pensiamo di abbattere il Grande Firewall spendendo di più.</li>
<li>Se vogliamo che più gente usi strumenti per aggirare la censura, dobbiamo trovare il modo per renderli sostenibili economicamente. Deve essere una parte di una strategia complessiva e dobbiamo sviluppare <a href="http://www.cnn.com/2010/TECH/02/18/internet.censorship.business/?hpt=Sbin">strategie che siano sostenibili</a> e che siano in grado di fornire accesso a costo basso o nullo agli utenti in paesi chiusi.</li>
<li>Allo stesso tempo dobbiamo sciogliere il nodo dell’uso di questi strumenti per mandare spam, organizzare truffe e rubare dati. Dobbiamo trovare una soluzione che protegga le reti contro gli abusi pur mantenendo la possibilità dell’anonimità, con un equilibrio difficile da trovare.</li>
<li>Dobbiamo spostare i nostri sforzi dal semplice permettere agli utenti sotto regimi autoritari di accedere a contenuti bloccati all’aiutare gli editori a raggiungere il pubblico. Nel fare questo possiamo guadagnare questi editori come alleati ma anche inaugurare una nuova classe di soluzioni tecniche.</li>
<li>Se il nostro obiettivo è permettere alle persone in società chiuse di accedere alla sfera pubblica online o di utilizzare strumenti online per organizzare proteste, dobbiamo coinvolgere nella conversazione anche gli amministratori di questi strumenti. Il segretario Clinton sostiene che dovremmo fare della libera conversazione una parte dell’identità americana. Dobbiamo risolvere il fatto che rendere le piattaforme internet resistenti ai blocchi ha un costo per i gestori e che attualmente questi non hanno alcun ritorno economico per fornire servizi a questi utenti.</li>
<li>Il governo Usa dovrebbe trattare i filtri internet – così come gli attacchi DDoS o di hacker aggio – alla stregua di barriere al commercio. Gli Stati Uniti dovrebbero fare forti pressioni perché paesi aperti come Francia o Australia resistano alle tentazioni di restringere l’accesso a internet, dal momento che il loro comportamento aiuta Cina e Iran a sostenere che la loro censura è in linea con le regole internazionali. E dobbiamo fissare dei vincoli rigidi del Tesoro Usa per rendere difficile che società come Microsoft o progetti come SourceForge operino in paesi chiusi. Se crediamo nella libertà di internet, un primo passo è quello di ripensare queste politiche in modo da non colpire i normali utenti di internet.</li>
</ul>
<p>Il rischio nel dare retta alle richieste del Segretario Clinton è che noi aumentiamo la nostra velocità, marciando però nella direzione contraria. Adottando l’obiettivo della libertà su internet, è giunto il momento di chiederci quali obiettivi vogliamo raggiungere e di mettere a punto di conseguenza la nostra strategia.</p>
<p>&#8211;</p>
<p>Articolo Originale: <a href="http://www.ethanzuckerman.com/blog/2010/02/22/internet-freedom-beyond-circumvention/">Beyond circumvention</a> di Ethan Zuckerman, 22/2/2010 &#8211; licenza <a href="http://creativecommons.org/licenses/by/3.0/us/">Creative Commons Attribution 3.0 United States</a><br />
Pubblicato su <a href="http://novareview.ilsole24ore.com/articoli/46981">NòVA100 Review</a> &#8211; traduttore non noto &#8211; NDR: la traduzione è stata lievemente modificata nelle parti meno scorrevoli e sono stati aggiunti i link originali</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/questioni-di-censura/">Questioni di censura</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Marcello Fois</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/04/13/la-responsabilita-dellautore-marcello-fois/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 11:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/fois.jpg"></a></p>
<p>[Dopo gli interventi di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena Janeczek</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea Inglese</a>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/17/il-calzolaio/">Erri De Luca</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi Bernardi</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-michela-murgia/">Michela Murgia</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">Giulio Mozzi</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/02/la-responsabilita-dellautore-emanuele-trevi/">Emanule Trevi</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/06/la-responsabilita-dellautore-perazzoli/">Ferruccio Parazzoli</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/la-responsabilita-dellautore-claudio-piersanti/">Claudio Piersanti</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/la-responsabilita-dellautore-franco-cordelli/">Franco Cordelli</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/16/la-responsabilita-dellautore/">Gherardo Bortolotti,</a> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/la-responsabilita-dellautore-dario-voltolini/">Dario Voltolini</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-responsabilita-dellautore-tommaso-pincio/">Tommaso Pincio</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/26/32231/">Alberto Abruzzese</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/30/la-responsabilita-dellautore-nicola-lagioia/">Nicola Lagioia</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/06/la-responsabilita-dellautore-christian-raimo/">Christian Raimo</a>, <a href="http://http://www.nazioneindiana.com/2010/04/10/la-responsabilita-dellautore-gianni-celati/">Gianni Celati</a>, ecco le risposte di Marcello Fois]</p>
<p><strong><em>Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)?</em></strong>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/13/la-responsabilita-dellautore-marcello-fois/">La responsabilità dell&#8217;autore: Marcello Fois</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/fois.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-32806" title="fois" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/fois-292x300.jpg" alt="" width="292" height="300" /></a></p>
<p>[Dopo gli interventi di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena Janeczek</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea Inglese</a>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/17/il-calzolaio/">Erri De Luca</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi Bernardi</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-michela-murgia/">Michela Murgia</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">Giulio Mozzi</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/02/la-responsabilita-dellautore-emanuele-trevi/">Emanule Trevi</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/06/la-responsabilita-dellautore-perazzoli/">Ferruccio Parazzoli</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/la-responsabilita-dellautore-claudio-piersanti/">Claudio Piersanti</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/la-responsabilita-dellautore-franco-cordelli/">Franco Cordelli</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/16/la-responsabilita-dellautore/">Gherardo Bortolotti,</a> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/la-responsabilita-dellautore-dario-voltolini/">Dario Voltolini</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-responsabilita-dellautore-tommaso-pincio/">Tommaso Pincio</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/26/32231/">Alberto Abruzzese</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/30/la-responsabilita-dellautore-nicola-lagioia/">Nicola Lagioia</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/06/la-responsabilita-dellautore-christian-raimo/">Christian Raimo</a>, <a href="http://http://www.nazioneindiana.com/2010/04/10/la-responsabilita-dellautore-gianni-celati/">Gianni Celati</a>, ecco le risposte di Marcello Fois]</p>
<p><strong><em>Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong>In generale chi giudica lo stato di salute della letteratura italiana attuale non legge abbastanza o legge solo quello che arriva sulla sua scrivania. Sono esploratori che visitano la Papuasia o la Nuova Guinea solo attraverso i documentari del National Geographic e poi si lamentano che non esiste più il selvaggio autentico. Ecco, attraverso questa esplorazione pigra, questa visione addomesticata, della letteratura italiana contemporanea risulta evidente che siamo disperatamente immersi in una condizione spiraloide di letteratura “attuale” che ha poco a che fare col presente… E’ passeggera, spesso labile in maniera deprimente inserita in una contingenza costante… Oggi c’è, domani è definitivamente scomparsa. Siamo circondati da scrittori tristemente più famosi dei propri libri… Di teorici al rovescio che prima scrivono e poi elaborano, prima promuovono e poi scrivono… di quantità che disattendono qualunque qualità. Ma i pochi che si spingono oltre le colonne d’Ercole degli uffici stampa possono avere grandi sorprese, il sottobosco, la giungla vera, nasconde molte meraviglie… In ogni caso se la letteratura piange la Critica nel nostro Paese non ride di certo.</p>
<p><strong><em>Ti sembra che la tendenza verso un&#8217;industrializzazione crescente dell&#8217;editoria freni in qualche modo l&#8217;apparizione di opere di qualità?</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong>Non c’è niente che possa frenare l’apparizione di opere di qualità se non l’assenza di artisti di qualità.<span id="more-32797"></span><strong><em></em></strong></p>
<p><strong><em>Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?</em></strong></p>
<p>La tendenza è quella di far piovere sul bagnato, paradossalmente ha spazio solo chi avrebbe comunque spazio. O chi è morto almeno da una decina d’anni. Senza contare che quando appare sui quotidiani una recensione è stata abbondantemente concordata.</p>
<p><strong><em>Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?</em></strong></p>
<p>La mia indubbiamente. Ma non mi preoccuperei più di tanto di questo. L’assenza di selezione produce una selezione a posteriori, il novanta per cento di quello che si pubblica sparisce “dans l’éspace d’un matin”, la gara è quella di rimanere. Paradossalmente direi che preferisco vivere nel Paese in cui si pubblica qualcuno di più piuttosto che qualcuno di meno.</p>
<p><strong><em>Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?</em></strong></p>
<p>Non sempre positivamente. Da un lato il web ha funzionato come straordinaria cassa di risonanza, dall’altro però ha trasmesso l’illusione che chiunque abbia titoli per parlare di letteratura. Ha reso il lettore, anche quello saltuario o mediocre, protagonista. Ha fatto protagonista persino il non lettore, che in un sito di scrittura può affermare il suo inalienabile diritto di giudicare quanto non ha mai letto. E’ un paradosso che ha evidenziato la necessità assoluta di una critica che non abdichi al suo compito di custodire, interpretare, e mettere in campo, un patrimonio inestimabile. Il confronto diretto è solo apparentemente democratico, non vedo scrittori che discutono di operazioni a cuore aperto in siti di cardiologia, ammesso che non siano medici. Ci sono spazi in cui si va per curiosità e per apprendere e altri in cui oltre a questo, si ha titolo per intervenire. Vorrei più lettori con più argomentazioni, ma vedo solo scrittori che parlano tra loro o non lettori che farneticano. La democrazia è costosissima, e diventa sempre più rara, non dovremmo sprecarla, confondendo il sacrosanto diritto di parola con la fisiologia fonetica.</p>
<p><strong><em>Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme? </em></strong></p>
<p>Basterebbe il rispetto non solo formale, o non solo servile, nei confronti del mestiere dello scrittore.</p>
<p><strong><em>Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo &#8230;), che ha una risonanza sempre maggiore all&#8217;estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?</em></strong></p>
<p>Siamo un Paese in libertà condizionata. Siamo governati da pagliacci e la prospettiva è quella di essere governati da clowns. Il peso di uno scrittore tuttavia non dipende da queste contingenze. Il nostro compito è quello di essere animali naturalmente politici. La letteratura politica nell&#8217;intenzione non è mai veramente politica, come sempre l&#8217;unico modo di incidere per un romanzo è la buona scrittura. Le parole, i concetti espressi perfettamente sono la politica dello scrittore. Credo che in letteratura quanto più ci si impegna ad essere politici, tanto più si evita di esserlo: Aristofane e Pasolini, per esempio, non erano autori programmaticamente politici, erano uomini ricchi di senso critico, con uno sguardo profondo, con un pensiero autonomo, con una scrittura magnifica. E differenziavano, senza ambiguità, i sistemi di comunicazione il cittadino e lo scrittore coincidevano certo nella buona scrittura, ma tra “Le Ceneri di Gramsci” e l’editoriale “Io so” io vedo una differenza sostanziale: il primo è uno scrittore civile, il secondo è un civile scrittore.</p>
<p><strong><em>Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?</em></strong></p>
<p>La forma è una sola: la Scrittura. Per molti un ostacolo insormontabile è la sintassi, per altri il coraggio. Il lavoro dello scrittore dal mio punto di vista consiste nel mettere al servizio il proprio talento anche in settori apparentemente estranei. Lo dicevo prima, un buon editoriale su un quotidiano  smuove altrettanti cervelli che un buon romanzo, con la differenza che non è mediato, quindi scopre maggiormente chi lo scrive. Questo è il motivo per cui pochissimi scrittori intervengono nei mezzi di massa. Pasolini, come detto, resta in questo senso il paradigma italiano contemporaneo. Ma anche Antonio Tabucchi, Antonio Moresco. Camilleri anche. Lucarelli anche. Michela Murgia. Scurati. Io ci provo.</p>
<p><strong><em>Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong>Credo che una differenza debba assolutamente esserci. In quanto scrittore, intellettuale, cittadino, il compito che mi sono dato è di far dormire malissimo il politico di turno. Se riesco a farlo incavolare almeno due volte al giorno sono soddisfatto.</p>
<p><strong><em>Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali «Libero» e «il Giornale», caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell&#8217;informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe&#8230;), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?</em></strong></p>
<p>Me lo sono chiesto e mi sono risposto che non è opportuno per me. Qualcuno mi ha detto che, per lo stesso motivo, non dovrei pubblicare per Einaudi. Mi pare un alibi o un “excusatio non petita”. La mia casa editrice fa parte di un gruppo di grandi e nobili case editrici Italiane preesistenti a Berlusconi, la storia del nostro martoriato Paese non è iniziata e non finirà con lui. La letteratura resta, i Cavalieri passano. Altra cosa sono i quotidiani a cui lei accenna. Quei giornali sono strumenti, armi, messi a punto esattamente per fungere da organi di partito. Quindi, non essendo gli organi del mio partito, non ho intenzione di scriverci o di concedergli interviste. Sono fazioso, partigiano.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/13/la-responsabilita-dellautore-marcello-fois/">La responsabilità dell&#8217;autore: Marcello Fois</a></p>
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