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	<title>Nazione Indiana &#187; dio</title>
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		<title>Grido di dolore</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jan 2009 03:14:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p class="MsoNormal"><strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">In un incontro pubblico con Adonis &#8211; il maggior poeta vivente di lingua araba &#8211; avvenuto a Roma la scorsa primavera, convenimmo che l’ostacolo maggiore allo scatto antropologico di cui necessita oggi la Sapiens-sapiens di cultura abramitica è proprio il monoteismo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/15/grido-di-dolore/">Grido di dolore</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">In un incontro pubblico con Adonis &#8211; il maggior poeta vivente di lingua araba &#8211; avvenuto a Roma la scorsa primavera, convenimmo che l’ostacolo maggiore allo scatto antropologico di cui necessita oggi la Sapiens-sapiens di cultura abramitica è proprio il monoteismo.</p>
<p class="MsoNormal">Che si tratti – come in questi giorni – di E vs M, o come spesso accade di M vs C o di C vs M o di M vs E (ma l’attacco più ferino venne scatenato 70 anni fa da C vs E), ciascun “gruppo” – prima di attaccare fa sempre riferimento al proprio dio unico e indivisibile. E’ il monoteismo in sé che &#8211; secondo Adonis e secondo me &#8211; dovremmo imparare a leggere come un retaggio mitico, con la sua coda di credenze babbonatalistiche: ordine del creato, diritto naturale, disegno intelligente&#8230;</p>
<p class="MsoNormal">Ebrei, Cristiani e Musulmani condividono lo stesso aeroporto, da dove nell’ordine per E decollò Elia sul carro di fuoco, per C Cristo con propellente autonomo, per M Maometto sul bianco cavallo alato. Potrebbero i loro saggi, grazie alla filologia, cominciare a pensare di avere a che fare con testi epici e non con testi sacri?</p>
<p class="MsoNormal">Potrebbero essi cominciare a insegnare agli innocenti che poi si massacreranno che non esistono popoli eletti, né vergini che partoriscono né profeti che decollano?</p>
<p><!--EndFragment--></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/15/grido-di-dolore/">Grido di dolore</a></p>
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		<title>Lo stato delle cose in Occidente II</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 12:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>«All’inizio il dono dell’arte si manifesta attraverso la malattia. A volte mi sento una creatura in cui coesistono innumerevoli spiriti: l’artista 1, l’artista 2, l’artista 3&#8230;»<br />
Di ritorno dal Sud Tirolo, trovo queste parole registrate da una voce umana nella mia segreteria telefonica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/lo-stato-delle-cose-in-occidente-ii/">Lo stato delle cose in Occidente II</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>«All’inizio il dono dell’arte si manifesta attraverso la malattia. A volte mi sento una creatura in cui coesistono innumerevoli spiriti: l’artista 1, l’artista 2, l’artista 3&#8230;»<br />
Di ritorno dal Sud Tirolo, trovo queste parole registrate da una voce umana nella mia segreteria telefonica.<br />
La riconosco: è quella di Nedko Serbajenov, un «essere scelto», un «eletto», un «veggente», un «pittore» sintonizzato con ’universo. Ogni sua opera possiede un suo stile. Non ho dubbi: Serbajenov rappresenta a mio avviso l’ultima frontiera dell’arte visiva: nessuno, neppure Serbajenov, è in grado di stabilire quando il suo essere sarà sequestrato da uno dei suoi innumerevoli spiriti. Chi sarà l’autore del suo prossimo quadro? L’artista numero 1? L’artista numero 2? O l’artista numero 3, 4, 5&#8230;?<span id="more-13259"></span> Senza contare le combinazioni possibili tra i singoli elementi di ogni artista con quelli di tutti gli altri.<br />
Quando si contempla una delle sue tele, si approda in un isolotto lontano da ogni arte concettuale dei nostri giorni: da tutta questa diarrea artistica che ha trasformato il talento (<em>talant</em>, in russo) in un marchio scioccante e ripetitivo il cui solo senso coincide con il suo valore commerciale: tutti questi piccoli Damien Hirst, tutti questi geni del box-office del terrorismo visivo.<br />
Serbajenov non si ripete mai. Non può farlo. E come potrebbe? La collezione di spiriti che si dibattano nella sua anima è infinita e sconosciuta.<br />
Ho detto «anima», ma la parola è inadeguata. Il dono dell’arte, secondo Serbajenov, non ha nulla a che vedere con le nostre profondità. Egli, in realtà, subisce uno slittamento di ciò che nel nostro linguaggio puerile chiamiamo «stato di coscienza». È precisamente in quel momento che uno dei suoi «antenati» lo trasporta sotto la sua ala e lo separa dal mondo di quaggiù. La pittura, la poesia, non sono altro che una manifestazione sciamanica. Lo scopo dell’arte non è quello di scioccare o di ferire, ma di placare quella massa confusa di tristezza e di dolore che ogni persona sente mordere nelle fibre del suo corpo. Il corpo visibile e il «corpo invisibile», come dice Serbajenov. È quest’ultimo che ci lega ai nostri «antenati»: la vita di un uomo incomincia prima della sua nascita e non termina con la sua morte. Ciò significa che ogni uomo è sempre circondato da una grande aureola di corpi invisibili che fluttuano come foglie autunnali nel vortice del tempo.<br />
Lo scopo sciamanico di ogni artista del XXI secolo è perciò quello di prender su di sé la sorda sofferenza di ogni uomo, diventare il catalizzatore del Male accumulato nel corso dello sviluppo diabolico della storia del XX secolo ed educarsi a entrare in contatto con i corpi invisibili dei suoi antenati. Pena: la morte.<br />
Serbajenov è nato nella Siberia estremo-orientale alla fine degli anni trenta del secolo scorso, precisamente a Jakutsk, capitale della Jakuzia. Suo padre era un fisico delle particelle elementari. Sua madre, Alejandra Pozharnik, era un’ebrea russa. La sua famiglia, allo scoppio della rivoluzione d’Ottobre, era emigrata in Argentina, a Buenos Aires, dove Alejandra è nata nel 1919. Dopo aver studiato alcuni anni con il pittore e poeta Juan Soro de Planas, nel 1937, spirito libero e nomade, decide di conoscere il paese dei suoi antenati visibili e invisibili.<br />
Nel 1938, in uno dei periodi più cupi delle purghe staliniane, sbarca a Vladivostok. Qui, durante una serata letteraria a casa del poeta Piotr Tvardoskij, incontra Boris Serbajenov, amico d’infanzia di Tvardoskij e suo fratello astrale (erano nati nello stesso giorno e alla stessa ora), che lavorava in una centrale nucleare. I due, dopo neppure un mese, a causa di una soffiata di un collega di Boris sulle «ambigue» origini di Alejandra, sono costretti a fuggire da Vladivistok. Alla fine di un viaggio inenarrabile, raggiungono nel marzo del 1938 Jakutsk, dove viveva uno zio di Boris, un discendente di una lunga genealogia di sciamani della regione. L’anno seguente, in una cantina, verrà alla luce Nedko.<br />
Ho conosciuto Serbajenov dieci anni fa. Viveva già da tempo a New York. Era diventato ricco. Fra i suoi adepti c’erano molti oligarchi della nuova Russia di Putin, i quali per avere i suoi favori gli inviavano una volta al mese un jet privato. Nedko, con il suo immancabile blazer blu, saliva la scaletta lentamente. Non era mai in ritardo. Non aveva perso tuttavia la sua scorta di umanità: un giorno alla settimana era consacrato a ricevere nel suo ufficio-atelier di Manhattan ogni genere di paria e di apolidi che vivevano come vermi nella polpa putrida della Grande Mela. E non dimenticava neppure le babuske di Brooklin, che non avevano mai appreso la lingua dei «nemici del popolo».<br />
È stato a Parigi. Saint-Germain-des-Près. Ero al bistrot “Bonaparte” con Pascale Delpech, la moglie francese di Danilo Kis, l’ultimo scrittore jugoslavo, morto nel 1989, un mese prima del crollo del muro di Berlino.<br />
Pascale, a quell’epoca, aveva già tradotto tutta l’opera del marito. Faceva la spola tra la Francia e Pristina, la capitale del Kosovo, dove lavorava come interprete presso il distaccamento delle <em>Kosovo Security Forces</em>. Le aveva dato appuntamento per discutere la traduzione italiana di una raccolta di saggi di Danilo, <em>Homo poeticus</em>. Durante la conversazione, un uomo dai capelli bianchi e arruffati, che contrastano con il suo impeccabile abito blu, si avvicina al nostro tavolo e si accomoda. Si presenta come «un artista di origine russa». Io e Pascale ci guardiamo un istante negli occhi. La conversazione riprende. Afferrato il nostro argomento, «l’artista di origine russa» tenta di estrarre dalla tasca della sua giacca un enorme taccuino, così smisurato che per estrarlo è costretto ad affondare la mano nelle più profonde profondità. Finalmente, dopo aver strappato la tasca, ce lo mostra trionfante: «Consigli utili per ogni evenienza!».   </p>
<p>«Non visitare le fabbriche, i kolchoz, i cantieri: il progresso è ciò che non si vede a occhio nudo»<br />
«Non occuparti di economia, di sociologia, di psicanalisi»<br />
«Sii consapevole che l’immaginazione è sorella della menzogna, e perciò pericolosa»<br />
«Non credere ai profeti, poiché tu sei un profeta»<br />
«Sappi che quello che non hai detto nei giornali non è perduto per sempre: è torba»<br />
«Non esaltare il relativismo di tutti i valori: la gerarchia dei valori esiste»<br />
«Non creare nessun programma politico, non creare nessun programma: tu crei dal magma e dal caos del mondo»<br />
«Non lasciarti persuadere di non essere nulla e nessuno: tu hai visto che i principi hanno paura dei poeti»<br />
«Quando senti parlare di “realismo socialista”, rinuncia a ogni discussione»<br />
«Chi afferma che la Kolyma è altra cosa rispetto a Auschwitz, mandalo al diavolo».</p>
<p>Io e Pascale ci guardiamo un’altra volta negli occhi. Restiamo di stucco: quello che Serbajenov nel suo francese un po’ metallico ha appena finito di snocciolare è una scelta dei <em>Consigli a un giovane scrittore</em> scritti in serbo-croato da Danilo Kis nel 1984, tradotti da Pascale nel 1992 e pubblicati nella versione francese di <em>Homo poeticus</em> nel 1993 da Fayard.<br />
Un anno dopo ero a Boston, a casa di Keith Botsford, colui che mi aveva iniziato all’opera di Saul Bellow e che una dopo l’altra, come fossero state ostie consacrate, aveva posato sulla punta della mia lingua queste parole immortali: «<em>Nature cannot suffer the human form. The visible world sustains us until life leaves, and then it must destroy us</em>» (La Natura non può tollerare la forma umana. Il mondo visibile ci sorregge finché la vita ci lascia, poi ci deve distruggere).<br />
Una sera di novembre, verso la fine del mio soggiorno, Keith era al pianoforte, un magnifico Bösendorfer a coda modello Chippendale. La testa leggermente reclinata, stava eseguendo la <em>Sarabanda</em> della <em>Suite inglese</em> n. 5 di J. S. Bach. Mentre lo ascoltavo, sfogliavo distrattamente l’inizio del suo romanzo <em>Collaboration</em>:</p>
<p><em>Nature has not primed man or beast for losing. It watches the predator, not the prey. Examples of losing abound: being callously rejected by the man one loves, being beaten senseless by thugs, having one’s soul-destroyng secrets laid out in the public prints, learning that one’s children connive at your early death&#8230;</em></p>
<p>(La Natura non ha programmato l’uomo o l’animale alla perdita. Si preoccupa del predatore, non della preda. Esempi di perdita abbondano: c’è chi è respinto senza pietà da qualcuno che ama, chi è ucciso senza alcuna ragione da un invasato, chi vede i propri segreti più intimi e inconfessabili esposti sulle pagine della stampa, chi impara che i figli possono convivere con la sua morte precoce&#8230;).</p>
<p>Il vecchio telefono di casa Botsford squilla. Keith risponde. Alla fine della breve conversazione in russo, sfiorando il corpo del suo pianoforte, m’informa: «Era Serbajenov. Vuole vederti domani per colazione all’“Anthony Pier 29”».<br />
«Allora, Nedko, raccontami com’è nata quella che una volta hai chiamato la tua “vocazione sciamanica”&#8230;».<br />
«Non ci si meraviglierà mai abbastanza dell’onnipresenza della natura nella Siberia in cui sono nato: cielo, uccelli, alberi, animali di tutte le specie, la notte, e la neve&#8230; Era inverno. Avevo dodici anni e passeggiavo con mio zio Ivan in un bosco di cedri. D’un tratto mi sono ritrovato con il volto affondato nella neve: il suo biancore accecante tempestato da lampi di sole&#8230; «È bene che testa e cuore s’allontanino/ Dalla notte che tace/Ho visto il mattino di neve/Dalle luci gialle, come un tempo/Un cesto di frutti amari/ O erano bocche di leone?», canta il nostro poeta&#8230;<br />
Un medico aveva diagnosticato una crisi epilettica. Mio zio mi ha accompagnato da un vecchio sciamano della sua tribù. Lo sciamano, vestito di piume d’uccello, ha acceso un fuoco, alimentandolo con la corteccia della betulla che s’innalzava al centro della sua tenda: simbolo dell’albero cosmico che congiunge i tre mondi. Poi mi ha piantato in gola un tubo di vetro e ha aspirato dal mio corpo un liquido nero: lo spirito maligno che mi possedeva».<br />
«E il rimedio è stato efficace?», gli domando.<br />
«Posso solo dirti che in quel momento ho compreso di essere stato scelto. Le crisi si sono manifestate ancora diverse volte, ma con il trascorrere degli anni ho imparato a governarle. Diciamo che ho imparato a smembrare e a ricomporre il mio corpo. Prima di restituirmi la mia forma originaria, il “Creatore ozioso”, che attraverso il vecchio sciamano, amico di mio zio Ivan, aveva cacciato lo spirito maligno, ha deposto in me un dono: un diamante».<br />
«Il diamante dell’arte?», gli domando, mentre fuori comincia a nevicare sull’Atlantico.<br />
«Il diamante della malattia, mio caro, di cui l’arte non è che una manifestazione, Il mio compito è quello di guarire gli altri. E per guarirli è necessario possedere il diamante della malattia, cioè il dono di catalizzare i mali degli altri, di veder i loro mali riflessi nel prisma sacro del mio diamante, di imprigionarli nella sua luce, di trasformarli grazie alla sua luce&#8230; L’arte, in questo Occidente spogliato di mistero, ha bisogno di risvegliarsi ai sogni. E il solo modo di risvegliarsi ai sogni è quello di rivelare il sonno nel quale siamo immersi. I nostri sensi dormono, mio caro, raggomitolati come cani bastardi impauriti e senza padrone agli angoli di tutte le strade di questa città in decomposizione e senza vie d’uscita che chiamiamo “intelligenza”. Ma l’intelligenza è solo un ingrediente, non la zuppa. Conosco diverse specie di uccelli in Siberia che possiedono un’intelligenza superiore a quella di molti miei amici russi che continuano fraternamente ad ammazzarsi per un seggio alla Duma».<br />
«Lo sai, di recente ho letto <em>L’origine dell’uomo e la selezione sessuale</em> (<em>The Descent of man and Selection in Relation of Sex</em>, 1871) di Charles Darwin. Anche lui, questo infaticabile uomo di scienza, ha dovuto ammettere che uno dei nostri antichi progenitori aveva imparato a utilizzare la voce e a emettere il suo primo canto imitando un fringuello. Sembra che questa attitudine imitativa abbia influenzato il suo cervello a tal punto da produrre la prima formazione del linguaggio articolato. I fringuelli possiedono la nostra stessa struttura ritmica, capisci? Senza ritmo, nessun linguaggio. Senza poesia, nessuna prosa. Darwin, naturalmente, nel suo libro non si domanda per quale motivo l’uomo civilizzato non riesca più a comprendere il linguaggio del fringuello, cioè, in fondo, di uno dei suoi modelli ancor oggi più imitati (come ti spieghi, se no, il nostro attuale tasso di inquinamento comunicativo!). Ma credo che tu lo conosca: l’uomo non è più in contatto fisico con l’universo. Pensa che tutto ciò che è fuori di lui, alberi, animali, pietre, fringuelli, sia una proiezione di se stesso, del suo <em>intellectus</em>&#8230;».<br />
«Quello che dici mi fa venire in mente Nadezda Stepanova, un’affascinante sciamana siberiana, nata sulle rive del lago Bajkal, il nostro “mare”. L’ho conosciuta grazie a mia madre. In seguito alle campagne antireligiose di Stalin, i suoi genitori, per timore di una sua deportazione in qualche campo della Kolyma, le hanno proibito di manifestare il suo dono. L’ho incontrata all’inizio degli anni ottanta in un asilo per alienati. Il dono della malattia, che l’essere scelto dagli spiriti protettori degli antenati deve necessariamente attraversare, si era trasformato a causa della proibizione in una malattia vera e propria, un cancro. Le avevano asportato un seno. La vedevo aggirarsi nei corridoi poco illuminati dell’edificio, semivestita, il cranio rasato: mostrava con noncuranza una grande cicatrice rossa sulla parte superiore del torace.<br />
“Mi riconosci? – le ho domandato al momento della nostra breve conversazione. Sono il figlio di Alejandra, la <em>porteña</em>. È grazie alle tue visioni che ha incominciato a dipingere&#8230;”. La pelle del suo corpo nudo emanava una luce gialla, come quella delle bocche di leone della mia infanzia semisepolta dalla neve.<br />
“Certo, Nedko. Il fatto di essere pazza non mi impedisce di ricordare. Ne vuoi una dimostrazione? “Lei è nuda nel paradiso/che è diventata la sua memoria/Lei ignora da dove vengono le visioni/Lei non ha paura di saper nominare/quello che non esiste/Di spiegare con parole di questo mondo/che da me partì una nave portandomi via”. È una delle poesie che tua madre mi ha recitato in spagnolo qualche giorno prima di suicidarsi, la notte del 26 settembre 1972. Il 26, per la Cabala, è uno dei numeri nei quali si nasconde Javeh, mentre il numero 9 è sinonimo di spiritualità o di sessualità sublimata. Il numero 19 – che si ottiene sommando i numeri che formano la data della sua morte –, secondo l’antico sapere sciamanico, è il numero che rappresenta la Vita. Gli scienziati del XX secolo, che arrivano sempre con secoli di ritardo, hanno scoperto che dal momento dell’inseminazione il periodo di gravidanza ha la durata di circa 280 giorni, o più precisamente di 266 giorni o 38 settimane: 266 e 38 sono multipli di 19. Senza contare che il testosterone, secretato dal tessuto interstiziale dei testicoli, è uno steroide a 19 atomi di carbonio. Non abbiamo bisogno dell’intelligenza, Nedko».<br />
«È ancora viva?», gli ho chiesto. Fuori la nevicata imperversava. In mare una nave da carico sembrava aver messo radici sotto la coltre bianca.<br />
«Non saprei. Ho sentito dire che agli inizi del periodo della Perestrojka Nadia guidava il movimento sciamanico a Mosca. Sotto l’ala dei suoi dei protettori e di qualche padrino politico ne resuscitava i rituali che in Russia per settant’anni non erano più stati celebrati. Era diventata anche Professore emeritus di sciamanesimo all’Accademia della Cultura di Ulan. In una delle sue conferenze – che ho potuto leggere grazie a una delle mie allieve, la figlia di una discendente di Madame Helena Petrova Blavatskij, la fondatrice della Società teosofica – , tenuta all’Istituto delle Religioni Liberate della capitale, affermava che nella nostra epoca gli sciamani non possono più operare in segreto. È venuto il tempo, diceva, che essi condividano il loro dono. Anch’io, per questa ragione, mi dedico a insegnare ai miei adepti come instaurare un legame con i loro spiriti protettori, integrando questa conoscenza con alcune pratiche di levitazione allo scopo di apportare la chiarezza e la forza alla vita di ogni uomo. È vero che nella maggior parte dei casi fallisco: solo pochissime persone si ammalano di quella malattia sciamanica che è il dono supremo (non dimenticare che per rivelarsi questo dono deve riposare come un diamante grezzo nel grembo genealogico). Tuttavia, grazie al mio lungo tubo di vetro, riesco talvolta a svuotarli di tutta la loro individualità maligna, a estirpare dalle loro profondità inesistenti quella superstizione chiamata “io” e così facendo li guarisco, cioè li preparo al risveglio dei sensi e dei sogni: come tanti sterminati prati siberiani in attesa della primavera. C’è chi al momento del risveglio diventa fisico delle particelle elementari, chi naturopata, chi campione di scacchi, chi  intraprende il cammino dell’arte, soprattutto della pittura: dipingono gli spiriti che sono dappertutto fuori di noi e che gli uomini, di solito, raggomitolati come cani bastardi e addormentati a tutti gli angoli della loro cosiddetta vita cosciente, non vedono mai. Alcuni di loro hanno appena costituito un movimento artistico. La loro prima uscita alla Bennet Strett Gallery di Atlanta ha riscosso un certo successo. Il critico Joseph W. Raphelsson, di origine islandese, che ha fatto conoscere agli americani il più grande artista islandese del XX secolo, Jóhannes S. Kiarval, senza dubbio un artista sciamano – basta osservare il suo <em>Syn vid Selfljót</em> (<em>Visione sul fiume</em>, 1950) per convincersene –, nella sua presentazione al catalogo (Mouth and Foot Painting Artists, Atlanta, 2007) ha definito la nuova corrente “<em>Shamanic Informal Art</em>”».<br />
Da quell’incontro a Boston non ho più rivisto Nedko Serbajenov. Ricevo di tanto in tanto delle cartoline postali con i suoi disegni, “Il dio protettore”, “L’albero dalle piume d’uccello”&#8230;, delle chiamate telefoniche nella notte – Nedko se ne infischia del fuso orario – , delle e-mail dove mi tiene al corrente dei suoi spostamenti nel mondo di quaggiù – di quelli negli altri mondi può parlarne e scriverne soltanto in lingua buryat – o dei nuovi libri sullo sciamanesimo –  Daniel C.  Noel,<em>The Soul of Shamanism: Western Fanatasies, Imaginal Reaities</em>; Thomas Dale Kowalskij, <em>Shamanism: as a Spiritual Practice for Daily Life</em>, ecc. Condividiamo un amore smisurato – smisurato come il suo carnet parigino pieno di consigli – per Mircea Eliade. Lo slancio verso la «realtà transumana» che, secondo Eliade, impregna il gesto più banale di ogni civiltà, così come agisce da medicamento segreto in ogni opera d’arte, è ciò che ci unisce, me e il mio amico Nedko. E anche un’altra convinzione: «Ogni verità non scompare, ma si degrada trasformandosi in superstizione». Solo che, sempre secondo il maestro Eliade, di solito quello che gli uomini chiamano «superstizione» non è che una verità più profonda e dimenticata che non appartiene a nessun individuo.<br />
«Allora, Nedko, io e te non siamo che un insieme di ricordi immemoriali e niente ci appartiene, neppure quel tuo diamante, la cui luce riflessa, dopo aver attraversato tundre glaciali e cumuli di morti, ti è giunta dalla notte dei tempi».<br />
«Forse sì – immagino che mi risponda. Ognuno di noi è un tubo di vetro attraverso cui tutti i suoi morti respirano, restano a galla, blaterano, esprimendo così tutto quello che hanno taciuto per pudore, ignoranza o soltanto per mancanza di vanità».  </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/lo-stato-delle-cose-in-occidente-ii/">Lo stato delle cose in Occidente II</a></p>
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		<title>Insomma, questi poveri cristiani&#8230;</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/12/23/insomma-questi-poveri-cristiani/</link>
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		<pubDate>Tue, 23 Dec 2008 22:45:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/dionisio-04.jpg"></a></p>
<p>Vorrei sapessero che già il dio Mitra nasceva da una vergine in una grotta in concomitanza con il solstizio di inverno e veniva adorato dai pastori. Ma i sacerdoti del dio Mitra scelsero quella data perché nei precedenti secoli e millenni quello era stato il giorno della celebrazione della nascita di Osiride, e in altre civiltà di Attis, di Adonis, di Dioniso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/23/insomma-questi-poveri-cristiani/">Insomma, questi poveri cristiani&#8230;</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/dionisio-04.jpg"><img class="size-medium wp-image-12577 alignnone" title="dionisio-04" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/dionisio-04-170x300.jpg" alt="" width="170" height="300" /></a></p>
<p>Vorrei sapessero che già il dio Mitra nasceva da una vergine in una grotta in concomitanza con il solstizio di inverno e veniva adorato dai pastori. Ma i sacerdoti del dio Mitra scelsero quella data perché nei precedenti secoli e millenni quello era stato il giorno della celebrazione della nascita di Osiride, e in altre civiltà di Attis, di Adonis, di Dioniso. Quindi papa Giulio I che, nel IV secolo, scelse per il natale cristiano il 25 dicembre, non fece che inserire la nuova divinità nella consolidata tradizione romana della festa del Sol Invictus, capace di “risorgere” proprio mentre sembra che stia per scomparire. Vorrei sapessero che “figlio di Dio” era già un appellativo pagano e che la divinizzazione di Gesù procedette parallelamente (II-V secolo d. C.) alla divinizzazione da parte pagana degli imperatori defunti, mentre l’imperatore vivente era chiamato, per l’appunto, “figlio di dio”.</p>
<p><em>Nella foto: DIONISO in croce su una medaglia con la scritta BAKKI: croce sormontata da una mezza luna che ricorda Tanit.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/23/insomma-questi-poveri-cristiani/">Insomma, questi poveri cristiani&#8230;</a></p>
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		<title>La fame di realtà e l&#8217;immaginazione romanzesca</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Nov 2008 09:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><em> Questo pezzo è uscito quest&#8217;anno con molti altri in &#8220;Finzione e documento nel romanzo&#8221; a cura mia, di Walter Nardon e Stefano Zangrando, Università di Trento, Trento. Il libro raccoglie il frutto di un anno di studi e incontri organizzati dal SIR (Seminario Internazionale sul Romanzo).</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/la-fame-di-realta-e-limmaginazione-romanzesca/">La fame di realtà e l&#8217;immaginazione romanzesca</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/sir.jpg"/></p>
<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><em> Questo pezzo è uscito quest&#8217;anno con molti altri in &#8220;Finzione e documento nel romanzo&#8221; a cura mia, di Walter Nardon e Stefano Zangrando, Università di Trento, Trento. Il libro raccoglie il frutto di un anno di studi e incontri organizzati dal SIR (Seminario Internazionale sul Romanzo). Spero possa contribuire al dibattito su romanzo e realtà che da qualche tempo arricchisce le pagine di nazioneindiana</em>.</p>
<p>1. Una volta Roland Barthes, in <em>La mécanique du charme</em>, ha scritto che Italo Calvino era in grado di elaborare «un tipo di immaginazione molto particolare: quella che, in fondo, si trova in E. A. Poe, e che si potrebbe definire l’immaginazione di una certa meccanica o la relazione tra l’immaginazione e la meccanica».<br />
Che cosa voleva dire? Cercava di esplorare da vicino una nozione di «immaginazione» diversa da quella romantica, spontanea, piena di fantasmi: un’idea d’immaginazione come capacità di sviluppare un racconto in modo logico ed elegante («charmant») in cui una situazione apparentemente irreale si trasforma, attraverso una perfetta meccanica immaginativa (Barthes usa la metafora della «joute», la giostra dei tornei cavallereschi), in una situazione implacabilmente «reale».<span id="more-10711"></span></p>
<p>2. Rileggo alcuni racconti di Poe. Essi, in verità, contengono entrambi le opzioni: il racconto di fantasmi di ascendenza romantica (orrido-grottesco); il racconto «meccanico» (logico-argomentativo), dove Dupin, ad esempio, misura le sue doti di elegante e implacabile cavaliere della ragione. Forse ce n’è addirittura una terza, come afferma il traduttore italiano della mia edizione, Giorgio Manganelli: quella visionaria-profetica di «Eureka», ad esempio.<br />
«Poe – afferma, inoltre, Manganelli – è scrittore assai più mobile e articolato di quanto siamo abituati a giudicare, talora sottile, talora plasticamente invadente, lentissimo o mercuriale. La sua dinamica è “il cattivo gusto” che mescolato d’astrazione e stravaganza produce risultati ‘impossibili’ assolutamente insuperabili». Giudizio che sembra aprire le porte a una quarta dimensione immaginativa, astratta e stravagante, fondata sulla «dinamica del cattivo gusto», cioè sulla possibilità di rendere incredibili fatti o avvenimenti della realtà più trita, spesso già riportati in cronache o in altri libri.<br />
Poe, oltre che per Calvino, è stato uno scrittore essenziale anche per Borges. I suoi racconti furono letti e riletti dallo scrittore argentino.<br />
In <em>Sei problemi per Don Isidro Parodi</em> (1942), opera scritta in collaborazione con l’amico Adolfo Bioy Casares (H. Bustos Domecq), Borges mette in moto un’immaginazione la cui leva è proprio il «cattivo gusto». Ora, il «cattivo gusto», nel caso di Borges, non è altro che il suo personale gusto per i generi cosiddetti minori, corollario della sua idea che lo scrittore è soprattutto un lettore, ovvero un meraviglioso parassita in grado di succhiare il sangue da ogni corpo libresco. In Poe, quindi, c’è, seppure in forma embrionale, l’idea del documento immaginario che sta al cuore dell’opera di Borges e del suo metodo della «seconda mano».<br />
Se Borges, grazie alla ripresa di alcune intuizioni di Poe, è un ramo essenziale dell’albero della prosa moderna (secondo Danilo Kis, dopo di lui, non si possono più scrivere racconti come si scrivevano nel XIX secolo), la linfa che vi scorre è resa più vitale dalla sua lettura dei racconti d’avventura di R. L. Stevenson, frutto, ancora una volta, del suo amore per un genere minore, quello dei libri per ragazzi. Borges era, inoltre, un grande estimatore dello Stevenson saggista, in particolare degli <em>Esssays on the Art of Writing</em>. Egli giunse a dire che poneva al di sopra di tutto <em>A Chapter on Dreams</em>, un saggio di Stevenson del 1887. Ricordo che Nabokov (ma allora esiste davvero un ponte che unisce Borges a Nabokov?), davanti ai suoi studenti della Cornell University, affermava che le riflessioni più intelligenti che si fossero mai scritte sulla letteratura erano contenute proprio negli <em>Essays</em> di R. L. Stevenson.<br />
Il cerchio si chiude se penso alla corrispondenza tra Marcel Schwob – traduttore e grande ammiratore dello scrittore scozzese – e Stevenson.<br />
La «sindrome di Borges» – la più estesa malattia letteraria della seconda metà del XX secolo (e che probabilmente si estenderà per tutta la prima metà del XXI) – è, in effetti, una variante della «sindrome di Schwob». D’altra parte, Borges riteneva che l’idea delle «vite immaginarie» –  titolo dell’opera più celebre dello scrittore francese – fosse addirittura superiore alla sua stessa realizzazione.<br />
Tuttavia, la biblioteca di Schwob non è la biblioteca di Borges.<br />
La prima è zeppa di volumi di filologia classica, di autori greci e latini, di scrittori del Rinascimento, si chiamino essi Villon o Rabelais. Negli scaffali centrali della seconda, invece, sono esposti i grossi tomi dell’Encyclopedia Britannica. Quella di Borges è l’erudizione di «seconda mano» di un geniale autodidatta: nulla di strano se essa divenne ben presto una Biblioteca di Babele.<br />
La «tradizione», dopo gli anni venti, si trasformò per lui in «archivio». All’inizio degli anni trenta Borges visse nella sua persona e nella sua opera una delle conversioni letterarie decisive del XX secolo: la nozione di «originalità» si convertì in quella di «finzione». Egli, come afferma Alan Pauls nel suo <em>El factor Borges</em>, si sentì libero di «trasportare un certo materiale già esistente dal suo contesto e inserirlo in uno nuovo». La frontiera tra «finzione» e realtà si fece a quel punto sempre più irrisoria. I confini tra originale e copia sparirono. La realtà di prima mano risultò sempre più una chimera. I libri, per l’archivista della «finzione», diventarono il solo strumento per immaginare la realtà.<br />
La grande fame di realtà che presiede ogni romanzo non si è placata. Tuttavia, oggi ci troviamo di fronte a un sentiero che si biforca: da una parte noi tutti non riusciamo più a immaginare la realtà, se non attraverso «finzioni» di seconda mano, dall’altra, spinti dalla stessa trasformazione della tradizione in archivio, voltiamo le spalle all’immaginazione, preferendo affrontare la realtà all’arma bianca.<br />
Un tempo non molto lontano, ad esempio, il romanzo inglobava il saggio. Oggi, sembra avvenire il contrario: è il saggio che ingloba il romanzo. Mi chiedo: ciò dipende dal fatto che la nostra immaginazione si sta sempre più indebolendo, o meglio, è sempre più oppressa dalle informazioni tanto che non riusciamo più a concepire un romanzo come un luogo ludico? La serietà dei fatti ha vinto sulla non serietà dell’arte? È per questa ragione che gli scrittori oggi preferiscono quello che Salman Rushdie ha chiamato una volta il «saggio narrativo», quando non si dedicano con accanimento al reportage, all’inchiesta, al racconto di viaggio?<br />
Bisognerebbe anche chiedersi se questa riduzione del romanzo a cronaca e a registrazione dell’attualità non sia la conseguenza del nostro disincanto rispetto alla possibilità di dialogare con le forme letterarie del passato. Forse è così. O forse il bisogno dell’arte di nutrirsi di realtà documentaria è da intendersi come una forma di «moralità», di «testimonianza»: un desiderio di dimensione autenticamente tragica contro l’irresponsabilità degli effetti speciali di una cultura  altamente disneyizzata. O come una nuova forma di engagement contro il Kitsch e il feuilleton dilagante. O, ancora, come una sorta di antidoto all’esotismo letterario, che come un virus penetra nelle fibre del nostro mondo globalizzato.<br />
Siamo davvero sicuri che un reportage, un racconto diretto dei fatti, ci dica di più sulla realtà di quanto possa fare un romanzo?</p>
<p>3. Due anni fa incontrai a Tangeri Juan Goytisolo che aveva appena pubblicato, dopo la morte della moglie, un romanzo, <em>Oltre il sipario</em>. È la vicenda di un vedovo alle prese con la sua memoria. Il suo solo interlocutore è Dio, ma un Dio di qualcuno che non crede, un Dio con cui ci si può permettere qualsiasi cosa. In uno dei loro dialoghi, il protagonista ricorda un recente viaggio in Cecenia, all’epoca in cui i russi, con il pretesto della guerra al terrorismo, hanno cominciato a massacrare le popolazioni caucasiche.<br />
Goytisolo mi disse di aver visitato per davvero la Cecenia. In viaggio aveva portato con sè <em>Chadzi-Muràt</em>, il romanzo di Tolstoj dove si racconta come cento cinquant’anni prima gli stessi russi avevano compiuto gli stessi massacri di cui oggi l’opinione pubblica mondiale si scandalizza. «Nel romanzo di Tolstoj c’è ciò di cui avevo bisogno», affermò. E aggiunse: «Lo legga, e anche se non vedrà mai da vicino i massacri che si stanno perpetrando, si farà un’idea precisa della situazione».<br />
Ho seguito il consiglio.<br />
<em>Chadzi-Muràt</em> è una delle ultime opere di Tolstoj. Il 28 ottobre del 1910, la notte in cui lo scrittore russo fuggì da Jàsnaja Poljana per poi morire nella stazione di Astàpovo il 6 novembre dello stesso anno, il manoscritto del romanzo si trovava ancora nel suo scaffale delle opere da correggere. Per scriverlo, Tolstoj consultò per più di un decennio – la redazione dell’opera cominciò nel 1896 – centinaia di libri sulle campagne russe nel Caucaso alla ricerca di materiali sul protagonista, Chadzi-Muràt, un ribelle di origini àvare le cui gesta leggendarie erano ben note allo scrittore fin da quando, nel 1851, egli stesso aveva prestato servizio militare in quelle terre.<br />
La prima ispirazione – che poi si trasformò nel «Prologo» ai ventisei capitoli dell’opera – venne a Tolstoj da una passeggiata estiva lungo un campo arato, dove la mano dell’uomo non aveva lasciato quasi più nulla da cogliere. D’improvviso, davanti a sé, vide un cespuglio di lappola in fiore, pervicacemente attaccatto alla vita:</p>
<p><em>Era chiaro che tutto il cespuglio doveva esser stato travolto da una ruota e si era poi rialzato, e sebbene curvo da un lato, era rimasto in piedi. Era come se gli avessero strappato una parte del corpo, estirpato le viscere, reciso una mano e cavato gli occhi, e lui continuasse a ergersi e a non arrendersi all’uomo che aveva distrutto tutti i suoi simili intorno. «Che energia!», pensai, «l’uomo ha sopraffatto tutto, distrutto milioni di piante ma lui non si arrende»</em>.  </p>
<p>Il cespuglio a cui sono state estirpate «le viscere» e gli «occhi», ma che non si arrende alla furia distruttrice dell’uomo, è il detonatore della vicenda. Infatti, subito dopo, l’autore ricorda «un’antica storia caucasica di cui in parte ero stato testimone, e in parte avevo udito parlare o forse mi ero immaginato».<br />
Alla fine del romanzo Tolstoj descrive la strenua resistenza del protagonista. Con tre o quattro compagni fedeli combatte nel pantano di una risaia allagata contro più di trecento uomini, tra soldati dell’esercito russo, cosacchi ed ex alleati passati al soldo dello zar. A ogni intimazione di resa, Chadzi-Muràt risponde con una fucilata. Ferito due volte, si rialza sanguinante aggrappandosi a un albero. Il suo aspetto è talmente terribile che i nemici accorsi per finirlo, si arrestano atterriti. Poi, «come una bardana falciata», cade a terra. «Così – recitano le ultime parole del narratore – la lappola abbattuta nel mezzo del campo arato mi aveva rammentato questa morte».<br />
Tolstoj, grazie alla semplice immagine di un cespuglio pervicacemente in fiore nel mezzo di un campo arato, non solo entra nella vita e nella morte del singolo protagonista, ma annuncia, imprimendola nella memoria del lettore per tutta la durata del racconto, la natura delle popolazioni del Caucaso, la loro pervicace capacità di sopravvivenza sotto la ruota devastatrice della sacra madre Russia, che da secoli con stagionale periodicità vorrebbe travolgerle.<br />
È difficile sradicare il coraggio e il senso dell’onore di Chadzi-Muràt, perfino dal suo corpo deturpato e senza vita. Quando, in uno dei capitoli finali, la sua testa mozzata sarà mostrata al comandante russo della fortezza, questi, dopo averla fissata a lungo, vuole baciarla. La reazione di Mar’ja Dmìtrievna, la sua governante, è addirittura di disgusto per i suoi compatrioti: «Siete tutti degli aguzzini. Non vi posso tollerare. Aguzzini, proprio così».<br />
Il romanzo, tuttavia, non è la storia di un eroico nemico della Russia e della sua epica morte in battaglia, né semplicemente un racconto di guerra. Certo, ci sono scontri, razzie, teste mozzate. E non potrebbe essere diversamente se alla corte di Nicola I, tra un ricevimento e un banchetto, un barone scherzando con un ambasciatore afferma: «La Pologne et le Caucase, ce sont les deux cautères de la Russie&#8230;». Mentre sull’altro fronte, il potente capo Samìl’, per impedire agli stessi ceceni di allearsi con l’esercito imperiale, fa stilare un editto in cui proclama: «È meglio morire nell’odio per i russi, che vivere con gli infedeli».<br />
E non è neppure un inno all’incomprensibilità dell’odio umano. È uno studio su qualcosa di ancora più originario: l’odio tra i russi e ceceni e le altre popolazioni del Caucaso – spesso in lotta fra di loro – è, infatti, il frutto di un desiderio di conservazione, un «sentimento del tutto naturale», come naturale è per un cespuglio in fiore cercare di sopravvivere all’altrettanto naturale volontà dell’uomo di arare un campo per sfamarsi. Come se l’incapacità di comprendere le assurde e reciproche crudeltà fosse determinata dall’appartenere a due specie diverse che la natura maligna ha posto, per prendersi gioco degli uomini, sugli stessi confini. È un sentimento più profondo dell’odio, che scaturisce dal non riuscire a immaginarsi al posto dei propri vicini. Come se nessuna alleanza fosse possibile, essendo troppo diversi i comportamenti, la lingua, i costumi, i riti religiosi, il senso dell’umanità.<br />
Tra russi e ceceni regna sovrana un’inestirpabile diffidenza. Chadzi-Muràt, un tempo alle dipendenze di Samìl’, si arrende al principe Vorontsòv, la sola personalità russa di cui si fida. Eppure, quando si ritrovano uno di fronte all’altro: </p>
<p><em>Gli occhi di Vorontsòv dicevano che non credeva a una sola sillaba di ciò che Chadzi-Muràt aveva detto e che sapeva che egli era nemico di tutto quel che era russo, e sempre lo sarebbe stato e se ora si assoggettava era solo perché vi era costretto. E Chadzi-Muràt lo capiva e nondimeno lo rassicurava sulla sua devozione, Ma gli occhi di Chadzi-Muràt dicevano che per lui, vecchio com’era, sarebbe stato tempo di pensare alla morte, e non alla guerra, ma che sebbene vecchio, era scaltro, e occorreva esser prudente.</em> </p>
<p>La diffidenza regna anche all’interno delle stesse popolazioni caucasiche. La resa di Chadzi-Muràt ai «quei porci dei russi», ad esempio, nasce dall’ordine di Samìl’ di arrestarlo vivo o morto. La sua decisione finale di fuggire sulle montagne nel tentativo di liberare la sua famiglia presa in ostaggio da Samìl’, tradendo la fiducia dei russi, è data dal suo trovarsi tra due fuochi, entrambi mortali.<br />
Nel romanzo si trovano poi molti episodi che sembrano uscire dalle pagine delle nostre cronache. Ne annoto un paio, che a distanza di cento cinquant’anni, non hanno perduto la loro attualità.<br />
Il soldato russo Avdeev muore mentre sta caricando il fucile durante uno breve scontro a fuoco con alcuni ceceni a cavallo. Nel rapporto che i superiori mandano a Tiflis al comandante in capo sul fronte ceceno, il principe Vorontsòv, la sua morte viene così descritta:</p>
<p><em>«Il 23 novembre due compagnie del reggimento di Kurino sono uscite dalla fortezza per far legna nel bosco. A mezzodì il manipolo di caucasici ha assalito d’improvviso i tagliatori. La linea ha cominciato a ripiegare, e in quel momento la seconda compagnia ha sferrato un attacco alla baionetta, sgominando i caucasici. Nell’azione sono rimasti leggermente feriti due soldati semplici e uno è stato ucciso. Ma i caucasici hanno perduto circa un centinaio di uomini, fra morti e feriti».</em> </p>
<p>Si può immaginare, oggi più di ieri, quale «verità» sull’accaduto sia poi stata inviata da Tiflis a Mosca, e da qui data in pasto a capi di stato, ambasciatori e giornalisti compiacenti.<br />
La sola verità, questa sì immutabile da secoli, è quella che il vecchio padre del soldato russo Avdeev – così simile a tanti padri e madri ceceni descritti di recente dalla giornalista Anna Politkovskaja nei suo articoli dal Caucaso, per i quali «è già una fortuna avere il corpo» di chi è deceduto – pronuncia a se stesso, ancor prima di ricevere la triste notizia della gloriosa fine del figlio: «Il servizio militare era come la morte. E un soldato era come se morisse al mondo, rammentarlo voleva dire riaprire nell’anima una ferita e non ve ne era motivo».<br />
All’indomani del suo arrivo alla fortezza, Chadzi-Muràt si deve presentare da Vorontsòv. L’anticamera è, come al solito, gremita: generali in alta uniforme che attendono di congedarsi; un ricco armeno che chiede il rinnovo del contratto per il monopolio della vodka; vedove di ufficiali che reclamano una pensione; principi diseredati che supplicano la cessione di nuove proprietà; commissari di polizia che desiderano presentare progetti di conquista del Caucaso. Tutti sono in attesa di una parola del principe che dall’alto della sua aristocratica condizione salvi la loro anima. Soltanto Chadzi-Muràt se ne sta fiero e sprezzante, con la mano sul pugnale. Indossa una lunga tunica bianca. I piedi calzano pesanti uose e babbucce aderenti. Sulla sua testa rasata porta «lo stesso colbacco con il turbante per cui, su denuncia di Achmet-Chan, era stato arrestato dal generale Kljugenau, fatto che era stato la causa del suo passaggio a Samìl’».<br />
Il dettaglio del turbante getta ulteriore luce sui rapporti tra i clan delle varie popolazioni caucasiche e tra queste e i russi. L’àvaro Chadzi-Muràt, appartenente allo stesso clan di Achmet, nel frattempo nominato «chan» («comandante») dell’Avaria dai russi, denuncia il protagonista del romanzo alle autorità imperiali in virtù dell’odio sorto all’epoca in cui una figlia del clan di Chadzi-Muràt non era andata in sposa a suo figlio. Chadzi-Muràt viene fatto prigioniero dal generale russo Kljiugenau. Fugge e passa nella fila del più potente «imam» caucasico Samìl’, sebbene questi gli avesse fatto uccidere il padre e i fratelli. In seguito, come si è visto, Chadzi-Muràt tradirà Samil’, che, temendo per il suo potere, cercherà di ucciderlo. Si offrirà quindi al principe Vorontsòv con il quale, dopo aver compreso che i russi non lo avrebbero mai aiutato a salvare la sua famiglia, spezzerà il patto di fiducia.<br />
Questa ragnatela, i cui intricati fili il lettore deve seguire, se vuole comprendere la complessità di quel «sentimento del tutto naturale» più profondo dell’odio che regola le azioni di tutti i personaggi, da quelle più banali a quelle più sanguinose, non sarebbe stata tessuta se il narratore non avesse posto un turbante sopra il colbacco di Chadzi-Muràt. Il mussulmano, asservito ai russi, non può portarlo, pena l’arresto, pena l’uccisione, pena il massacro del suo popolo. Chadzi-Muràt protesta: «Portavo il turbante non per Samìl’, ma per la salvezza della mia anima». Secondo quali leggi, secondo quali colpe, secondo quali imputazioni i russi massacrano i Chadzi-Muràt di oggi? Anna Politkovskaja nei suoi reportages afferma che questa è la domanda che migliaia di padri e madri ceceni si pongono senza ricevere risposte concrete.<br />
E i padri e le madri russi delle migliaia di Avdeev morti «gloriosamente» sul fronte ceceno che cosa si domandano?<br />
Bisogna rileggere Tolstoj. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/10/la-fame-di-realta-e-limmaginazione-romanzesca/">La fame di realtà e l&#8217;immaginazione romanzesca</a></p>
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		<title>Un dio idiota</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/09/29/un-dio-idiota/</link>
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		<pubDate>Mon, 29 Sep 2008 07:08:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> </p>

<p></p>
<p align="justify"><em>(In occasione dell&#8217;uscita di &#8220;<strong>Iggy Pop</strong> &#8211; <strong>Lust for life</strong>&#8221; di Paul Trynka, Arcana edizioni).</em></p>
<p>The worse thing in this world is a rockstar. And the only good rockstar is a dead rockstar.</p>
<p><em>Si tratta di rock’n’roll. Si tratta di presenze.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/29/un-dio-idiota/">Un dio idiota</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
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<p><span></p>
<p align="justify"><em>(In occasione dell&#8217;uscita di &#8220;<strong>Iggy Pop</strong> &#8211; <strong>Lust for life</strong>&#8221; di Paul Trynka, Arcana edizioni).</em></p>
<p>The worse thing in this world is a rockstar. And the only good rockstar is a dead rockstar.</p>
<p><em>Si tratta di rock’n’roll. Si tratta di presenze. L’Iguana appare, salmodia le sue immense litanie, in un&#8217;infinita rappresentazione. E noi che lo adoriamo, siamo rapiti nella contemplazione idiota di un’icona. Idiota, perché lui è un messia che non salva, da lui non si attende salvezza, ma la celebrazione dei propri vuoti a perdere. I’m loose. Sticky deep inside. E&#8217; l&#8217;introibo (ad altare dei): la dissoluzione di ogni sostanza interiore, lo slittamento senza fine. Iggy danza. Le danze dissolute di un dio idiota. Un dio di cui si può ridere, come voleva Nietzsche. (Iggy come la Carmen?). E Iggy è la risposta a quel Nietzsche che lamentava la decadenza di una civiltà che non ha partorito nessun nuovo dio. </em></p>
<p align="justify"><em>Un dio che chiede di essere il (mio. tuo. nostro) cane. E che con I wanna be your dog ci lascia al nostro silenzio – ad esso ci restituisce, reintegrati nella nostra disintegrazione.<br />
E&#8217; un dio morto, Iggy, e proprio perché morto continua a ridere. E se continua a esser lì, è perchè si rida di lui.</em>
</p>
<p align="justify"><em>Va da sé che tutto questo non va preso sul serio.</em></p>
<p>m.r.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/erjksafj_Jw&amp;hl=en&amp;fs=1" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/erjksafj_Jw&amp;hl=en&amp;fs=1" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p><em>Il seguente brano è tratto dall&#8217;introduzione al libro di Paul Trynka:</em></p>
<p></span><em><span style="font-family: Times New Roman;"><em><span style="font-family: Times New Roman;"><span lang="IT"> </p>
<p></span></span></em></span></em></p>
<p align="justify">Poi c’era Iggy. L’indistruttibile Iggy, che faceva piazza pulita di qualsiasi droga gli mettessero davanti al naso, che nel corso dei mesi precedenti il suo tour manager aveva dovuto trascinare diverse volte sul palco in stato di semi-incoscienza, che soltanto due giorni prima era stato steso a pugni da alcuni appartenenti a una banda di motociclisti ma li aveva invitati al concerto del Michigan Palace per avere il resto. Che ora appariva tanto rovinato fisicamente e mentalmente, da se stesso e da coloro che gli stavano intorno, che a volte la sua energia vitale e la sua luminosa bellezza sembravano sul punto di prosciugarsi. <span id="more-8835"></span>Era arrivato al punto che almeno uno dei suoi più intimi confidenti era giunto alla conclusione che avesse subito una sorta di esaurimento che aveva danneggiato permanentemente il suo sistema nervoso. Aveva la faccia gonfia e intorno ai suoi ipnotici occhi azzurri che avevano ammaliato una sfilza di ragazze tra le più desiderabili d’America si erano scavate delle rughe. Quella sera aveva deciso di provocare il pubblico composto in gran parte da motociclisti convinti che fosse una checca, indossando un body nero e uno scialle acconciato in modo da formare una specie di gonna trasparente. Nonostante il suo grottesco abbigliamento – o forse proprio facendo leva su quello – diceva a quei teppisti che le loro ragazze morivano dalla voglia di scoparselo. E casomai il messaggio non risultasse abbastanza esplicito, annunciò con tono lascivo il titolo della prossima canzone, <em>Cock In My Pocket</em>. E anche allora, mentre percorreva il palco danzando con flessuose movenze da ballerino, emanava un’energia sciamanica che elettrizzava gli spettatori, per metà affascinati, per metà sprezzanti, o semplicemente inebetiti dalle pasticche di Quaalude – che era diventata la droga <em>du jour </em>al Palace. Sospinto senza sosta dalla criminale, psicotica chitarra di James Williamson, Iggy si lanciò in brani come <em>Gimme Danger </em>o <em>I Got Nothing</em>, canzoni riguardanti la sensazione di essere un predestinato, canzoni che sentiva l’obbligo di continuare a scrivere anche se nessuna casa discografica sembrava interessata a pubblicarle.</p>
<p align="justify">Ora tutti i presenti, favorevoli o contrari, sembravano consci del fatto che lui era effettivamente un predestinato. Quando cominciò a snocciolare versi come &#8220;<em>I don’t care if you throw all the ice in the world, I’m making ten thousand, baby, so screw you </em>/ Puoi metterti tutti i gioielli del mondo, me ne frego, io me ne sono fatte diecimila, baby, quindi fottiti&#8221;, tutti i presenti sapevano che si trattava di una vuota bravata. E anche se Iggy Pop non lo sapeva, Jim Osterberg – colui che aveva creato questo alter ego sfuggito a ogni controllo – ne era consapevole.</p>
<p align="justify">All’inizio della serata, durante la sua breve conversazione con Jim, Michael Tipton, che aveva intenzione di immortalare il concerto con un registratore a bobine, si era reso conto che quella avrebbe potuto essere l’ultima esibizione degli Stooges – che a Iggy si presentava l’occasione per sdrammatizzare, prendersi gioco del pubblico e della sua stessa situazione disperata. Erano in molti, sia tra i fan che tra i detrattori della band, coloro che andavano ai concerti degli Stooges soprattutto per la curiosità di vedere che razza di risibile abbigliamento avrebbe usato quella sera Iggy e per godersi l’atmosfera di sfida e di ostilità che si creava spesso tra la band e il pubblico, ma prima di quella sera nessuno aveva mai assistito a un’esibizione tanto caotica e insensata. &#8220;Io <em>sono </em>il più grande!&#8221; gridò Iggy al pubblico nei momenti finali dello spettacolo mentre una gragnuola di uova si abbatteva sul palco e lui ne riceveva uno in piena faccia. Le uova erano dirette principalmente verso Iggy, ma Ron stava attento soprattutto alle sigarette accese, preoccupato che potessero incendiargli i capelli. Quando una pesante moneta si stagliò improvvisamente fuori dal cono di luce e lo colpì dolorosamente sul cranio, Ron portò una mano al punto che gli doleva e la ritrasse sporca di sangue.</p>
<p align="justify">Tutti quelli che facevano parte dell’entourage degli Stooges avevano la sensazione sempre più forte che quella baraonda non poteva durare a lungo. Natalie Schlossman, l’ex organizzatrice del loro fan club, aveva accudito la band per quasi quattro anni, facendo da balia a Iggy quando perdeva il controllo, spesso mettendolo materialmente a letto e sottraendogli i vestiti nella vana speranza che non si aggirasse per i corridoi degli hotel in cerca di droga. Ormai Natalie era avvezza a tutte le possibili combinazioni sessuali messe in atto dalla band – James in una stanza da bagno chiazzata di sangue con due ragazze, Iggy in camera da letto con tre ragazze, Scottie Thurston e Ron in una stanza d’albergo con una ragazza, venti persone impegnate in un’orgia in camera di Iggy – ma osservava le loro attività con benigna e materna sollecitudine, cucinando per loro e lavando i loro sempre più logori abiti di scena. Per quanto fosse patetico lo stato in cui trovava Iggy, Natalie sapeva che sul palco lui avrebbe saputo scavare dentro se stesso fino a raggiungere qualcosa di puro e integro.</p>
<p align="justify">Attualmente però anche lei era turbata dall’atmosfera di negatività che circondava la band, un pesante miasma che attribuiva principalmente a James Williamson. Se fosse finita in fretta, sarebbe stata una benedizione per tutti quelli che vi erano coinvolti. Avvicinandosi a Tipton, Iggy gli chiese se era il caso di eseguire <em>Louie Louie</em>. Alla prospettiva di riprendere quel trito classico da garage, James Williamson gli lanciò uno sguardo torvo, ma attaccò brutalmente i tre accordi che costituiscono il semplicistico riff della canzone e gli altri si accodarono. Mentre Iggy lanciava guaiti e strillava &#8220;<em>I never thought it would come to this </em>/ Non avrei mai creduto che si potesse arrivare a questo&#8221;, l’ottusa cagnara degli Stooges crebbe di intensità e Iggy gratificò la folla di un sorridente &#8220;vaffanculo&#8221; prima di lanciarsi in un’oscena versione del testo che aveva tenuto a battesimo il suo passaggio allo status di star ancora col nome di Jim Orsterberg, batterista e cantante, quasi dieci anni prima. La canzone che aveva segnato gli inizi della sua carriera ora appariva particolarmente appropriata per sancirne la fine. All’epoca, nel 1965, il pubblico era formato da quindicenni debuttanti in società che con fare innocente gli lanciavano sul palco le sue caramelle preferite, durante un idilliaco soggiorno estivo passato in compagnia dei più facoltosi e acculturati industriali del Michigan. Adesso, a quanto pareva, le ambizioni culturali del suo pubblico non andavano oltre la curiosità di assistere a caotici scontri di automobili.</p>
<p align="justify">Ottenuta storpiando irrimediabilmente la canzone originale di Richard Berry fino a trasformarla in un ottuso inno da stadio con un testo sboccato da scolari, l’attuale versione di <em>Louie Louie </em>era stata calibrata sul basso livello intellettuale dei suoi spettatori. &#8220;<em>She got a rag on, I move above </em>/ Porta un’assorbente, mi do subito da fare&#8221;, cantava; la voce era rauca ma ogni parola veniva enunciata chiaramente e il cantante ammiccava verso il pubblico in modo che a nessuno sfuggisse l’allusione alle mestruazioni, &#8220;<em>it won’t be long before I take it off </em>[…] <em>I feel a rose down in her hair, her ass is black and her tits are bare </em>– non ci metto molto a levarglielo […] tocco una rosa giù in mezzo ai peli, ha il culo nero e le tette pesanti&#8221;.</p>
<p align="justify">Più o meno a questo punto, mentre James Williamson si lanciava in un vizioso e lancinante assolo di chitarra, Iggy si trattenne dal tuffarsi in mezzo agli spettatori. Rimanevano solo pochi minuti. L’uragano di note di James si trasformò in una turgida versione del rozzo riff della canzone che sembrava gonfiata a forza di steroidi; poi il chitarrista mitigò la sua furia attestandosi su una serie relativamente misurata di accordi spezzati e Iggy cantò delicatamente l’ultimo verso. Improvvisamente era tutto finito e, sostenuto da una rullata di Scottie, Iggy proclamò &#8220;Be’, avete perso un’altra occasione, la prossima volta forse sarete più fortunati&#8221;, prima di scomparire tra le ali del sipario. Ma non ci sarebbe stata una prossima volta.</p>
<p align="justify">Questa spiacevole, grottesca, pietosa esibizione non rappresentava comunque il punto più basso nella disgraziata storia recente degli Stooges. Avevano sopportato umiliazioni maggiori, abbandonando il palco vergognosi e prostrati. Questa volta avevano almeno portato a termine il loro set. Lo spirito combattivo del loro cantante era però definitivamente stato messo al tappeto. Per tutto quel tempo lui era stato fedele alla musica che – ne era convinto – avrebbe trasformato il mondo, e tutto ciò stava diventando merda. Il mattino seguente telefonò ai suoi compagni Stooges per annunciare che non ce la faceva più ad andare avanti.</p>
<p align="justify">Se solo avesse potuto prevedere cosa gli riservava il futuro, forse si sarebbe mantenuto in contatto con gli altri Stooges cercando la loro compagnia, perché la verità era che non aveva ancora toccato il fondo. C’era ancora una distanza infinitamente maggiore da percorrere verso il basso, una discesa negli inferi di Hollywood i cui abitanti si sarebbero affollati intorno a lui come avvoltoi bramosi di avere la loro parte di carogna, persuadendolo a ripetere sacrifici rituali e pratiche di autolesionismo, o adottandolo come dissoluto fidanzato da trofeo per poi deridere pubblicamente il suo stato patetico. E alla fine il cantante sembrò aver rinunciato alla sua bruciante ambizione, confidando ai pochi ancora disposti ad ascoltarlo che c’era una maledizione su di lui, e sugli Stooges. E che non c’era via d’uscita.</p>
<p align="justify">Poi ci fu un’esistenza confusa, condotta in stato di semi-incoscienza: ricovero in un istituto psichiatrico e rifugio in un desolato garage condiviso con un gigolo di Hollywood. E poi la prigione. Era l’oblio, ritenuto da tanti il destino che si meritava. Mentre molti dei suoi amici avevano concluso le loro caotiche, disperate vite con un’overdose di eroina o minati dall’abuso di alcolici, la sorte riservata a Iggy sembrava quella di un totem colpito da una misteriosa maledizione, di uno zimbello di cui prendersi gioco, una dimostrazione pratica di miserabile fallimento.</p>
<p align="justify">Eppure, proprio mentre lo sciagurato cantante cadeva nell’anonimato, cominciava a diffondersi la notizia della tacita, eroica fine degli Stooges. Per alcuni, quest’ultimo atto si prestava a un’interpretazione aggiornata della mitologia western, l’impavido eroismo d’altri tempi di cinque <em>pistoleros </em>che procedono impassibili verso la fine perfettamente consci della propria sorte. Secondo altri, i paralleli erano quasi biblici, dal momento che ben presto uno scrittore inglese – vero e proprio Giovanni Battista per Iggy – avrebbe preso un aereo da Los Angeles a Parigi portando con sé un nastro dello spettacolo al Michigan Palace, sacra reliquia che sarebbe presto passata di mano in mano tra gli adepti. Ai giovani appassionati di musica bastava uno sguardo alla copertina di <em>Metallic KO </em>– l’album basato sulle registrazioni di Michael Tipton, con la foto blu e argento di Iggy disteso come un Cristo dopo la Deposizione, un’immagine dalle forti suggestioni erotiche e omosessuali – per capire che quella musica rappresentava un messaggio vitale. Quella musica era l’antidoto tanto atteso a un blando panorama di <em>progressive </em>pomposa e pretenziosa, di compiacente intimità country rock, di musica artefatta controllata da produttori senza volto e suonata da turnisti da sala d’incisione. Gli Stooges di Iggy, al contrario, erano autentici e genuini: eroici, predestinati e troppo ottusi per rendersene conto. Il loro frontman divenne un simbolo: di sensualità, noia, energia e inerzia – e di una devozione alla sua musica che quasi gli era costata la vita, e forse poteva metterla ancora in pericolo.</p>
<p align="justify"> </p>
<div><em><span style="font-family: Times New Roman;"><em><span style="font-family: Times New Roman;"><span lang="IT">(Per gentile concessione di Arcana edizioni)</span></span></em></span></em></div>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/29/un-dio-idiota/">Un dio idiota</a></p>
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		<title>Nella fabbrica del gesto</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/07/11/chiamalo/</link>
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		<pubDate>Fri, 11 Jul 2008 05:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/moore.jpg'></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar </strong>e <strong>Nina Maroccolo</strong></p>
<p><strong>Chiamalo</strong></p>
<p>Chiamalo attenzione, e dispersione<br />
e disperazione e fiore nero e caduta<br />
e innalzarsi, invece; e speranza, e mirto,<br />
e i tuoi occhi e la cascata di dolore<br />
che mi prese al solo pensare di lei<br />
e di te; e poi consumazione, e stanco<br />
io non di te ma di me; e chiamalo sonno<br />
come un romanzo, e chiamalo emozione<br />
come una canzone, e chiamalo turno<br />
nella fabbrica del gesto, nell&#8217;imperante<br />
guazzabuglio, nell&#8217;intrico selvatico<br />
del desiderio, nell&#8217;orgasmo muto<br />
e in quello sordo; chiamalo senza parole,<br />
senza senso, chiamalo nulla, o tutto,<br />
chiamalo offerta, vita, carezza, dio.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/11/chiamalo/">Nella fabbrica del gesto</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/moore.jpg'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/moore-218x300.jpg" alt="" title="moore" width="218" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-6363" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar </strong>e <strong>Nina Maroccolo</strong></p>
<p><strong>Chiamalo</strong></p>
<p>Chiamalo attenzione, e dispersione<br />
e disperazione e fiore nero e caduta<br />
e innalzarsi, invece; e speranza, e mirto,<br />
e i tuoi occhi e la cascata di dolore<br />
che mi prese al solo pensare di lei<br />
e di te; e poi consumazione, e stanco<span id="more-6342"></span><br />
io non di te ma di me; e chiamalo sonno<br />
come un romanzo, e chiamalo emozione<br />
come una canzone, e chiamalo turno<br />
nella fabbrica del gesto, nell&#8217;imperante<br />
guazzabuglio, nell&#8217;intrico selvatico<br />
del desiderio, nell&#8217;orgasmo muto<br />
e in quello sordo; chiamalo senza parole,<br />
senza senso, chiamalo nulla, o tutto,<br />
chiamalo offerta, vita, carezza, dio. Io.</p>
<p><strong>All’ombra di un mirto</strong></p>
<p>all’ombra di un mirto<br />
la vita s’ingremba<br />
selvatica ––ignara d’altra vita<br />
lacrimosa flotta d’anemoni––</p>
<p>dispera echi futuri dall’apice del ventre<br />
––conchiglia abissale<br />
ma sempre–– quel farsi mattino<br />
sia per te rogo astrale</p>
<p>l’invocazione della mano––</p>
<p><em>(Immagine: Henry Moore &#8211; Mani, 1980)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/11/chiamalo/">Nella fabbrica del gesto</a></p>
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		<title>Un ricordo improbabile</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jun 2008 12:30:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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<strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Dirò subito che ho incontrato una sola volta il grande “Jaufrè”, come lo chiamava Montale. Ricordate:</p>
<p><em>Jaufrè passa le notti incapsulato<br />
in una botte. Alla primalba s’alza<br />
un fischione e lo sbaglia. Poco dopo<br />
c’è troppa luce e lui si riaddormenta</em></p>
<p>Quando un incontro importante resta unico, ogni gesto, ogni parola, ogni dettaglio della scena prende un’aria poetica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/30/un-ricordo-improbabile/">Un ricordo improbabile</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/opereitaliane3.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6254" title="opereitaliane3" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/opereitaliane3-300x120.jpg" alt="" width="300" height="120" /></a><br />
<strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Dirò subito che ho incontrato una sola volta il grande “Jaufrè”, come lo chiamava Montale. Ricordate:</p>
<p><em>Jaufrè passa le notti incapsulato<br />
in una botte. Alla primalba s’alza<br />
un fischione e lo sbaglia. Poco dopo<br />
c’è troppa luce e lui si riaddormenta</em></p>
<p>Quando un incontro importante resta unico, ogni gesto, ogni parola, ogni dettaglio della scena prende un’aria poetica.<br />
Era l’estate del 1982. Credo luglio o agosto. Non avevo ancora diciannove anni. Ero seduto al bar della piccola stazione di San Donà di Piave (l’eterna provincia veneta!). Aspettavo un treno per Venezia, concentrato sulle <em>Poesie d’amore</em> di Nazim Hikmet, il poeta turco, amico di Majakavoskij. Leggevo un rubai (molto tempo dopo ho appreso che si trattava di una forma metrica tradizionale arabo-persiana), scritto da Hikmet nel 1933 a Istanbul, esattamente trent’anni prima di morire stroncato da un infarto sul pianerottolo del suo appartamento moscovita. Estate del 1963. L’estate in cui sono nato. Coincidenze. (La fame di coincidenze è il pane quotidiano della giovinezza). Ne ricordo una quartina:</p>
<p><em>Finito, dirà un giorno madre Natura<br />
finito di ridere e piangere<br />
e sarà ancora la vita immensa<br />
che non vede non parla non pensa</em><br />
<span id="more-6250"></span><br />
Versi semplici, epici, antichi che cantano ciò che gli antichi poeti hanno sempre cantato: l’amore per la vita, l’inesorabilità della morte, l’amore, nonostante tutto, per la “vita immensa” dopo la nostra morte.<br />
All’improvviso sento risuonare una domanda.<br />
“Poeta?”. Un signore sulla cinquantina, dal volto un po’ sofferente e con un braccio ingessato, si avvicina al mio tavolino e, dopo un momento d’esitazione, si siede.<br />
“Chi io?”, faccio imbarazzato.<br />
“Beh, non vedo in giro nessun altro “giovane Nazim”? Le piacerebbe diventare come lui?”.<br />
“Non saprei. Qualcosa scrivo”, rispondo.<br />
“Sa, ha avuto una vita avventurosa e difficile, battaglie politiche, esilio, condanne, anni di carcere, grandi lontananze, pochi ritorni. Ma è rimasto giovane fino alla fine, in colloquio… Scusi, mi presento, sono Goffredo Parise, forse ha già letto qualche mio libro?”.<br />
“Purtroppo no”. Vorrei sprofondare un chilometro sottoterra. Mi salva il frastuono di un treno merci. Faccio però in tempo a notare nei suoi occhi un lampo di tristezza.<br />
“Forse lei è troppo giovane. Di che anno è?”.<br />
“1963. Proprio l’anno in cui Nazim Hikmet è morto: angina pectoris”.<br />
“Il 1963 è anche l’anno delle Furie”.<br />
“Quali furie?”, domando.<br />
“Il romanzo di Guido Piovene, un romanzo che ho amato molto e su cui ho anche scritto qualcosa. Era piuttosto un sogno. Ma Piovene oggi è dimenticato. Un vicentino come me, ma non proprio uno scrittore italiano… Non lo conosce, vero?”<br />
“Purtroppo no”. Questa volta arrossisco.<br />
Il mio Trieste-Venezia era probabilmente già passato. La persona che doveva venire a prendere Parise e accompagnarlo in auto alla sua nuova casa di Ponte di Piave tardava. Il dialogo durò non so quanto tempo. E sempre con lo stesso schema: il grande “Jaufrè” esponeva il tema: la malizia vicentina (di cui era impregnata l’opera di Piovene), la vita e le case sul Piave, Roma, la fatica dei Sillabari, i premi letterari, lo “Strega” che aveva appena vinto, il “Viareggio” del 1963 che per ragioni politiche Piovene non aveva vinto, la “poesia che va e viene”, la “pigrizia” produttiva dell’artista, le difficoltà del nuovo romanzo, ripreso dopo tanto tempo, “Il faut avoir une idée, mais une idée vague”, come ha detto Picasso, l’ultimo viaggio in Giappone, Kawabata (“Legga assolutamente Kawabata. Ma fra vent’anni”), <em>La casa delle belle addormentate</em>, la giovinezza, la vecchiaia. E il “piccolo Nazim”, che nella sua “vita immensa” e immensa ignoranza, cercava qualche variazione al proprio rossore.<br />
Non c’era ostentazione nelle sue parole. E neppure l’ombra del maestro cerca-discepoli (“la poesia non ha eredi”). Lo scrittore era semplicemente “in colloquio”, cioè era rimasto giovane. “Incapsulato” nella botte di un corpo sofferente, precocemente invecchiato (avrei saputo solo molto tempo dopo delle sue operazioni al cuore, avvenute l’anno prima, dell’insufficienza renale, la dialisi), era in contatto permanente con la “vita immensa, che non vede, non parla, non pensa”, che è oltre la desolazione per la nostra morte, che è amore, nonostante la nostra morte. E se a, volte, il contatto veniva meno, se l’ex cacciatore per “troppa luce” si addormentava, il suo fiuto per la bellezza in ogni caso non lo tradiva: avrebbe sentito “l’odore del sangue” di un artista-fagiano a chilometri di distanza.<br />
Oggi, ad anni di distanza, se non conosco, in fondo, che un solo romanzo di Piovene, ciò si deve al fatto che sono rimasto fedele a quell’unico incontro con Parise, troppo intenso e irripetibile per permettermi di allontanarmi dalla solita fame di coincidenze.<br />
“Piovene, comunque, è uno scrittore importante, ma allo stesso tempo lo sento lontano”.<br />
“Lontano da cosa?”.<br />
“Dalla riserva di caccia dei miei temi”.<br />
“E’ stato se non sbaglio proprio Piovene che, in un’intervista a proposito delle <em>Furie</em>, ha detto: ‘Lo ritengo nettamente il mio migliore romanzo e quello che ha approfondito certi motivi che sono costanti fin dalla mia giovinezza; giacché anche questo vorrei aggiungere: l’uomo si accresce, si accresce per acquisizioni critiche, per indagine intellettuale, ma quello che sono i motivi fondamentali della poetica e anche della poesia di un artista sono sempre gli stessi…’”.<br />
“Sì, è vero, l’uomo s’accresce, s’accresce, ma per quanto il nostro colloquio sia indiretto, silenzioso, gli elementi arcaici della natura, i colli, l’odore dei corpi, le formazioni e le deformazioni della bellezza umana che per la prima volta ci sono venuti incontro, si ostinano a compiere giri concentrici sopra le nostre teste incappucciate. Come folaghe o fischioni che continuiamo a sbagliare per giorni fino a quando non ci addormentiamo…<br />
“Come uno dei temi costanti della poetica e della “poesia” di Piovene: quello della mente che costantemente mente a se stessa senza rendersi conto di mentire”.<br />
“In altre parole: il sentimento della malitia. La tradizione cristiana, i Padri della Chiesa, credo, lo definivano un ambiguo e incoercibile desiderio-repulsione (beh, forse non utilizzavano proprio queste parole…) nei confronti del bene in quanto tale.<br />
“Questo non fa di Piovene uno scrittore cattolico, né uno scrittore veramente religioso, se non di quell’“unica religione possibile” – come ha scritto Parise nella sua presentazione alle <em>Furie</em>: “quella della verità”.<br />
“Sì, l’ho letta. E’ stato cinque anni dopo la sua morte. Forse hai ragione. Ma ricordati che la religione della verità, nell’interpretazione di Parise, era ciò che per Piovene l’uomo moderno ha perduto, ciò in cui non riesce più a credere. E’ cenere di un fuoco che si è spento chissà quando e che ricopre i nostri volti decrepiti”.<br />
“’L’arte non può raccontare che il male, perché esso solo, per così dire, ha materia, pervade i nostri appetiti e i nostri pensieri’. Queste sono ancora parole di Guido. Fin dai tempi della <em>Gazzetta nera</em>. Che ne pensi?”.<br />
“Non so. Mi chiedo: da dove viene il Male per uno scrittore che non crede in Dio? Dov’è il Male per chi non può cadere nel baratro agostiniano dove ‘nessuno ti confessa’?”.<br />
“Parise diceva che la risposta poteva forse trovarsi tra ‘il tortuoso, labirintico e solitario lavorìo del cervello’, proprio della ‘vicentinità’, intesa come ‘monomaniaca aspirazione al perfetto’ e il centroeuropa di Kafka, in quella zona ‘slavo-tedesca ed ebraica’ ribollente di letture talmudiche e cabalistiche”.<br />
“Detesto l’eterna provincia veneta. Detesto il marchio minoritario per gli scrittori di razza. E non ho mai letto Kafka seguendo interpretazioni talmudiche o cabalistiche. E nemmeno Svevo. L’elemento ebraico, se c’è, è storico: riguarda la situazione nell’epoca dell’assimilazione. E poi dov’è il senso della forma, lo humour in Piovene? Sei proprio sicuro che il suo essere ‘visionario di cose vere’, come il narratore dice di se stesso nelle <em>Furie</em>, coincida con la fusione di reale e inverosimile che per primo Kafka, nella storia del romanzo, è riuscito a realizzare? L’estraneità come chance erotica e la promiscuità spesso comica di Kafka, sei davvero in grado di ritrovarle nei romanzi di Piovene? E il riso di Zeno, che gioca con la propria coscienza, lo senti risuonare tra i colli veneti?”<br />
“<em>La confessione di Zeno</em> è una bouffonnerie”.<br />
“Appunto. Mentre la confessione è per Piovene la forma assoluta, per giungere ad una definizione della propria autenticità, della verità. Non sono sicuro che in essa non ci sia più traccia delle domande agostiniane. Magari attraverso il binocolo de l’esprit géométrique del “giustiziere settecentesco”, per dirla ancora con Parise”.<br />
“Il senso della corruzione dei corpi e dell’immaginazione che li rendi visibili, compensati e “giustiziati” dalla passione intellettuale che li dissolve”<br />
“Sì, ecco. Oppure la necessità dei “fatti”, unita all’impossibilità o difficoltà di accedere al “personaggio romanzesco”: chi sono Angela, Teresa, Antonio, la donna che si chiama “la pianta acquatica” se non rivelazioni di questa impossibilità o difficoltà?”<br />
“La malizia vicentina unita alla malitia, figlia di acedia di Agostino, entrambe figlie illegittime della passione clinica di sezionare con l’intelletto i corpi in eterna decomposizione delle “furie” private, storiche, mitiche”.<br />
“Forse. Ma c’è anche un’altra possibilità: che il Male di Piovene sia ancora quello di Baudelaire, che la sua malitia sia un’ulteriore metamorfosi de l’ennui, che la forma della confessione sia il campo di battaglia di una lotta mortale per trasformare la malitia in qualcosa di positivo. Qualcosa, comunque, che non ha niente a che vedere con lo snobismo”.<br />
“Ma con il decadentismo sì”.<br />
“Mah! La letteratura è tutta decadente! Da Flaubert in poi. Fino a Flaubert rappresentava un tutto: era uno dei rami della vita, della società, come la politica, la Borsa. Poi ha cominciato a perdere la sua supremazia. E da allora continua a vivere o a sopravvivere come Adamo ed Eva in fuga dall’Eden dopo il peccato originale: che per la letteratura è l’aver avuto fino ad un certo momento un carattere universale, poi definitivamente perduto”.<br />
“Parise diceva che Piovene con quelli della sua generazione (Comisso, Gadda) apparteneva alla “last generation”, perché, se ho capito bene, aveva avuto il tempo di assaporare ancora, sia pure in mezzo alle distruzioni e alle guerre, il frutto proibito di quell’universalità”.<br />
“Forse è così. Forse le Furie sono anche la confessione tragica, non rassegnata e violenta, di un definitivo distacco. Un addio al paradiso perduto dell’aspirazione romanzesca di rivelare la totalità del mondo e dell’uomo che coincide con un addio all’inferno delle ombre private, e non solo private, del suo passato. Un duplice sopralluogo ”.<br />
“Sarà… Ma tutto questo parlare di ultime generazioni, inferno e paradisi perduti mi ha messo un po’ di nostalgia. La verità è che sono stanco. Ho sonno. Certo che, incapsulati per l’eternità dentro queste botti, si sta scomodi. Manca l’aria”.<br />
“In compenso il tempo per sparare a folaghe e fischioni è illimitato…”<br />
“Senti Jaufré&#8230;”<br />
“Dimmi Nazim…”<br />
“Ti ricordi Kawabata? <em>La casa delle belle addormentate</em>?<br />
“Sì, certo”.<br />
“Alla fine l’ho letto. E’ stato nell’estate del 1963. Ero a Berlino, quattro giorni prima di partire per Mosca. Da mesi non avevo notizie di mia moglie né di mio figlio. Mi sentivo stanco come ora. Non riuscivo ad alzarmi dal letto. Eguchi, il protagonista, mi ha tenuto sveglio, in vita un’intera notte. La disperazione per la vecchiaia mi è sembrata improvvisamente una cosa remota. E così la mancanza di mia moglie, e di tutte le donne che ho amato. E ho anche pensato che forse solo nel sonno siamo davvero in colloquio con “la vita immensa”, “la vita immensa”, dopo la nostra morte.<br />
“E hai scritto una poesia?”<br />
“No, mi sono ricordato di un rubai che avevo scritto trent’anni prima, ad Istanbul. Vuoi ascoltarne una quartina?”<br />
“Abbiamo tutto il tempo”.<br />
<em>“Finito, dirà un giorno madre Natura<br />
finito di ridere e piangere<br />
e sarà ancora la vita immensa<br />
che non vede non parla non pensa”</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/30/un-ricordo-improbabile/">Un ricordo improbabile</a></p>
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		<title>Dove guarda l&#8217;uccello a forma di domanda</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Jun 2008 10:56:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Sul De Bestiarum Naturis di Andrea Pedrazzini</strong></p>
<p><strong> di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Pedrazzini disegna come Rabelais, sente come Plutarco.<br />
Di qui, in primo luogo, il lato comico, non burlesco, non vignettistico, non caricaturale del suo tratto.<br />
Il comico si fonda su un’acuta osservazione dell’infinita <em>varietas</em> della natura e sull’altrettanto infinita potenzialità della fantasia di mettere alla prova ogni travestimento dell’umano, ogni suo irrigidimento moralistico, ogni suo atteggiamento pedagogico, ogni sua pretesa astratta di giudicare dall’alto gli eventi umani e non umani: nelle creazioni comiche il trionfo della sovrana ragione del riso vince sulle ragioni della serietà.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/03/dove-guarda-luccello-a-forma-di-domanda/">Dove guarda l&#8217;uccello a forma di domanda</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Sul De Bestiarum Naturis di Andrea Pedrazzini</strong></p>
<p><strong> di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Pedrazzini disegna come Rabelais, sente come Plutarco.<br />
Di qui, in primo luogo, il lato comico, non burlesco, non vignettistico, non caricaturale del suo tratto.<br />
Il comico si fonda su un’acuta osservazione dell’infinita <em>varietas</em> della natura e sull’altrettanto infinita potenzialità della fantasia di mettere alla prova ogni travestimento dell’umano, ogni suo irrigidimento moralistico, ogni suo atteggiamento pedagogico, ogni sua pretesa astratta di giudicare dall’alto gli eventi umani e non umani: nelle creazioni comiche il trionfo della sovrana ragione del riso vince sulle ragioni della serietà. L’uomo davvero serio è colui che non si prende sul serio, e soprattutto, come Pedrazzini ci mostra attraverso i suoi animali, non prende sul serio l’Uomo.<span id="more-6043"></span><br />
Panurge, il personaggio di Rabelais, vorrebbe sposarsi, ma non sa decidersi. Chiede consiglio a Pantagruele, il quale ha un’idea: farsi portare le opere di tutti i grandi sapienti dell’antichità, Omero, Platone, Aristotele, Virgilio e aprire per tre volte a caso ciascuno dei loro scritti. Leggendo ogni volta il passo corrispondente, prima o poi – Pantagruele ne è certo –, la risposta salterà fuori. Dopo dotte e interminabili disquisizioni, i due, sconfortati, si danno per vinti, tanto che Panurge pensa di giocarsi la sorte ai dadi. In seguito, chiede consiglio un po’ a tutti, sacerdoti, cabalisti, filosofi, ma niente: nessuno è in grado di rispondere al suo fondamentale quesito: «Devo sposarmi oppure no?». La sua «fantasia» di matrimonio, così la chiama Rabelais, si scontra contro la «realtà» dei suoi interlocutori, che rappresentano un sapere tanto enciclopedico quanto inutile.<br />
Di che stupirsi? Per tutti i Sorbonagri di questo mondo il sapere è una cosa talmente seria da non contemplare né la «fantasia» fin troppo umana di Panurge né quella fin troppo popolata da animali di Pedrazzini.<br />
Nell’opera di Pedrazzini c’è, tuttavia, una radice più antica, e in fondo eretica.<br />
Che cosa pensiamo quando pensiamo al rapporto tra uomini e animali?<br />
Fin dalla nostra antichità, i Greci ci hanno offerto grosso modo due vie di interpretazione, che senza molti scossoni sono arrivate fino a noi.<br />
Aristotele, il primo grande catalogatore, ci ha fornito una classificazione descrittiva delle specie animali (più di 540!), corredata da un’imponente messe di informazioni e spiegazioni relative ai singoli fenomeni, affermando, come faranno poi Porfirio, Plinio il Vecchio, Claudio Eliano, Agostino, San Tommaso, Cartesio, Kant e ancor oggi illustri scienziati americani, che la differenza tra uomo e animale risiede nel fatto che quest’ultimo è privo di «ragione» (e di «anima immortale») e che essendo l’universo regolato da leggi che possono essere comprese solo dalla ragione umana, l’animale deve limitarsi a seguire ciecamente quelle leggi, vivendo e morendo per l’eternità nella notte degli istinti.<br />
La seconda via, che precede cronologicamente la prima, è quella del mito, terra di poeti (da Omero a Poe, da Ovidio a Borges). Il mito introduce nell’universo primordiale – che poi per Aristotele sarà regolato «secondo ragione» – esseri ibridi, formati da parti animali e umane. Di più, il mito si compiace di trasformare dei e uomini in animali grazie a una legge difficilmente comprensibile «secondo ragione», ovvero la legge della metamorfosi. Tuttavia, se Zeus s’intrufola per un breve periodo in un corpo di toro per montare una sua giovane conquista, gli uomini, salvo rare eccezioni, sono condannati a rimanere bestie per sempre. L’uomo, anche per il mito, è in fondo più simile agli dei (o a Dio) che a un animale, il quale è più simile a una cosa. Tali incastri apriranno poi la via a una concezione antropomorfica della natura animale, con tutte le sue prerogative simboliche, allegoriche, teologiche o semplicemente speculari, che avrà nelle diverse epoche le sue manifestazioni più tipiche nella favola, nei bestiari, nei fumetti.<br />
Esiste però una terza possibilità di concepire il rapporto tra uomo e animale, e questa è rappresentata da Plutarco, il celebre autore delle <em>Vite parallele</em>, nato nel 47 d. C. a Cheronea e vissuto, pare, fino al 127 d. C.<br />
Plutarco, nei suoi <em>Moralia</em>, dedica alcuni scritti agli animali. Il più noto, <em>De esu carnium</em> (Del mangiare carne) è una breve serie di «logoi», in cui si critica l’uso umano di alimentarsi con carne animale. In un’altra operetta in forma di dialogo, intitolata <em>Bruta animalia ratione uti</em> (Gli animali usano la ragione), l’autore rielabora a suo modo il celebre episodio dell’<em>Odissea</em> in cui la maga Circe, trasformati i compagni di Ulisse in porci, cede alle preghiere dell’eroe liberando i malcapitati dall’incantesimo. Nel suo dialogo Plutarco immagina che Ulisse, vista esaudita la sua richiesta, chieda a Circe che vengano sciolti dall’incantesimo anche gli altri Greci che pascolano nel giardino. Costoro, tuttavia, con grande sorpresa dell’eroe, non desiderano affatto ritornare uomini. Uno di loro, un porco dall’aria particolarmente sveglia, spiega a Ulisse con tagliente retorica e abbondanza di argomentazioni il perché: gli animali, essendo più vicini dell’uomo alla natura, scelgono e praticano le azioni che sono loro necessarie. «Dunque ammetti già – afferma il porco rivolgendosi a Ulisse –  che l’anima degli animali è più felicemente predisposta per natura alla nascita della virtù ed è più compiuta a tale scopo; perché senza avere ricevuto imposizioni né insegnamenti, per così dire, senza semina né coltura, essa produce e fa crescere naturalmente la virtù adeguata a ciascuno di loro».<br />
Il sentimento di Plutarco, che fa da sottofondo ai suoi scritti sugli animali, è quello di un’autentica fedeltà all’infinità varietà della natura, non solo umana. Nelle sue parole, cioè, il concetto di giustizia, paradigma centrale dell’esperienza per i greci, viene esteso con un atto di coraggio a tutte le altre specie animali. Per imporre la sua “eresia”, egli adotta non solo le armi della retorica, ma anche quelle della comicità. A volte noi uomini, per comprendere le sopraffazioni che la nostra stessa ragione regolatrice dell’universo compie, abbiamo bisogno di un porco travestito da sofista o, come si vede in un disegno di Pedrazzini, di un topo stilita in grado di leggere su un interminabile papiro che ruota nel buio di una biblioteca-cloaca i significati reconditi delle nostre abitudini e dei nostri comportamenti.<br />
Plutarco, inoltre, con la sua riflessione, compie un passo definitivo e a cui bisogna sempre tornare se si vuole sostare, foss’anche in punta di china, sulle «proprietà» o «nature» degli animali. Il suo è un atto di solidarietà nei confronti di questi testimoni muti della nostra tragicommedia. Se il demiurgo dell’universo ha voluto innalzare un muro di silenzio tra noi e gli animali, imprigionando noi e loro in un linguaggio reciprocamente indecifrabile, egli non ci impedisce di condividere ciò che ci rende tutti, uomini e animali, eguali, ovvero il comune sostrato di vita, il fatto di essere creature incarnate in un corpo in grado di assaporare la semplice sensazione di essere.<br />
Ai sentimenti di fedeltà, di solidarietà e di empatia nei confronti di tutti gli animali, propri di Plutarco, nei disegni di Pedrazzini si aggiunge un atto di ribellione. Gli animali di Pedrazzini, infatti, non esistono in natura. Quali proprietà potranno mai possedere animali che non fanno parte del nostro mondo? L’infinità varietà della natura, grazie al gesto di rivolta dell’artista, sperimenta l’infinita varietà della fantasia: come se nei disegni di Pedrazzini la fantasia volesse continuare il gioco della natura, come se per Pedrazzini nulla potesse davvero essere visto e compreso in natura senza la forza della fantasia. La sola differenza tra la zoologia scientifica e quella fantastica del disegnatore è che ogni esemplare della sua fantasia, a differenza di quanto vediamo intorno a noi, è una specie in sé, un individuum tanto inaspettato quanto irriproducibile.<br />
E ancora. Pedrazzini osserva come un enciclopedista settecentesco precursore di Kafka e sogna come un Alfred Jarry rivisitato da Cortázar.<br />
La sua è una scuola di alta precisione dove lo spazio, proprio come nelle tavole scientifiche del Settecento, viene smembrato e anatomizzato al fine di creare molteplici punti di vista, compreso quello dell’animale che quello spazio occupa. La sua stessa scelta tecnica, il disegno a china, sottende una volontà etica di rifuggire dal vago, dall’esornativo, da ogni tentazione barocca. Pedrazzini privilegia l’avvicinamento descrittivo, il lento scavo nell’essenza di una «natura» attraverso una cura maniacale dei dettagli. Tutto ciò, un po’ come in Kafka, produce un duplice effetto: più si osservano i suoi strani animali più essi ci sembrano famigliari (in Kafka avviene esattamente il contrario); più ci addentriamo nelle loro «nature», più ci viene sottratto quel potere che l’uomo esercita su di loro, tanto che essi, veri o fantastici che siano, si trasformano in esseri simili a noi, come noi incarnati in corpi finiti e transeunti. Guardando i disegni di Pedrazzini mi sono sentito spesso sollevato da quella che sempre Kafka chiamava «l’angoscia della posizione eretta»; liberato dal mio stesso potere; affrancato finalmente dalla mia stessa «natura» umana.<br />
Sebbene ispirato dalla ragione settecentesca, Pedrazzini non è un enciclopedista che pensa che tutte le «nature» si possano descrivere e spiegare secondo l’ottimismo scientifico e filosofico del XVIII secolo. L’universo, per un artista degli inizi del XXI secolo, se è reale non per questo è realistico: non è un sistema armonico di principi e di rapporti di causa ed effetto e neppure uno zoo dove non esistono specie sconosciute. Ciò che lo caratterizza è anzi una pantagruelica <em>varietas</em> delle forme. E in questo universo, che vive e si moltiplica, egli, come il provetto Faustroll di Jarry, non smette di pensare che il vero studio della «natura» sta nell’applicarsi con umiltà e devozione soprattutto alle sue eccezioni apparentemente incredibili, fantastiche, o solo dimenticate. Detto altrimenti e prendendo a prestito le parole di Julio Cortázar – dopo Kafka forse il più grande osservatore della zoologia umana dal punto di vista degli animali –, ogni atto artistico, in quanto «sospensione della credulità» (Coleridge), è una «tregua» dal «duro, implacabile assedio che il determinismo fa all’uomo». L’arte è un atto insieme di nostalgia e di ribellione, grazie al quale gli uomini, afferma Cortázar, «cessano di essere se stessi e la propria circostanza» e dove desiderano «essere se stessi e l’inaspettato, se stessi e il momento in cui la porta che prima o poi dà sull’ingresso si socchiude lentamente per lasciarci vedere il prato dove nitrisce l’unicorno»&#8230;<br />
O dove dondola il Tapire roulant di Pedrazzini, o dove guarda il suo uccello a forma di domanda che pare trafitto e conficcato al suolo da due bastoncini di legno (a meno che non si tratti della parte superiore delle sue lunghissime ed esili zampe), o dove nuota quel suo grande pesce dall’occhio scettico dentro il quale nuota un altro pesce, molto più piccolo e dall’occhio molto più saccente, che a mo’ di vademecum sembra suggerirgli in una delle tante lingue sconosciute a pescatori e a marinai la rotta da seguire&#8230;</p>
<p><em>Post scriptum</em></p>
<p>Aristotele, dopo aver catalogato le sue 540 specie animali e averle con minuzia aristotelica descritte, affermò, come è noto, che «il riso è una caratteristica propria dell’uomo».<br />
Gli animali di Pedrazzini mi trasmettono quel sentimento di fedeltà all’infinità varietà della natura che è alla base stessa della loro creazione. Non solo. Mi rendono partecipe delle loro «nature», per quanto queste possano sfuggire al nostro quotidiano incubo deterministico.<br />
Provo nei loro confronti una profonda empatia. Sento il loro dolore. Mi ribello alla loro incolpevole e ingiusta esclusione dalla nostra vita di esseri tanto potenti quanto angosciati della nostra posizione di potere. A tal punto che a volte divento uno di loro. Proprio come adesso. E rido. Quello che prima era una fantasia, adesso, ve lo assicuro, è una realtà.<br />
Non date retta ad Aristotele, ad Agostino, a San Tommaso, a Kant, ai post-umanisti del XXI secolo. Ridere, come diceva Rabelais è «soprattutto cosa umana», ma non esclusivamente cosa umana. Adesso che anch’io sono diventato una creazione di Pedrazzini lo so: l’uomo non è l’unico animale che sa ridere!</p>
<p>DE BESTIARUM NATURIS<br />
disegni di Andrea Pedrazzini</p>
<p>testo introduttivo di Massimo Rizzante</p>
<p>12 giugno &#8211; 12 luglio 2008<br />
inaugurazione Giovedì 12 giugno, ore 18.</p>
<p>GALLERIA D&#8217;ARTE DAVICO<br />
Gall. Subalpina 30 &#8211; 10123 Torino<br />
Tel. 011-562.91.52<br />
galleriadavico@virgilio.it</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/03/dove-guarda-luccello-a-forma-di-domanda/">Dove guarda l&#8217;uccello a forma di domanda</a></p>
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		<title>La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</title>
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		<pubDate>Thu, 15 May 2008 11:39:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" title="opereitaliane.jpg"></a></p>
<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>1</p>
<p>Cara Ornela,</p>
<p>ho letto <em>Il paese dove non si muore mai</em> (2004). Ho letto anche la tua seconda opera, <em>Buvez du cacao Van Houten!</em> (2005), che non è ancora stata pubblicata in Italia. Infine, <em>La mano che non mordi</em><em> </em>(2007).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/">La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" title="opereitaliane.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" alt="opereitaliane.jpg" /></a></p>
<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>1</p>
<p>Cara Ornela,</p>
<p>ho letto <em>Il paese dove non si muore mai</em> (2004). Ho letto anche la tua seconda opera, <em>Buvez du cacao Van Houten!</em> (2005), che non è ancora stata pubblicata in Italia. Infine, <em>La mano che non mordi</em><em> </em>(2007).<br />
Nel primo romanzo, dedicato interamente al tuo paese d’origine, l’Albania, il paese in cui la parola «paura» è priva di significato – mentre la parola «umiltà» è perfino assente dal lessico –, dove la morte è «un processo estraneo» e dove il detto più diffuso è «Vivi che ti odio, e muori che ti piango», tu racconti l’educazione di Elona, di Ormira, di Ornela, di Ina, di Eva, molteplici eroine che ne formano una sola.<span id="more-5913"></span> Esplori il passaggio dall’infanzia all’adolescenza sotto una delle tante varianti del totalitarismo della seconda metà del XX secolo, quella rappresentata dal «timoniere» e camerata Enver Hoxha, che fondò nel 1941 il Partito comunista albanese e che governò la Repubblica popolare di Albania dal 1945 all’11 aprile del 1985, giorno della sua morte.<br />
La domanda che il lettore rincorre è la seguente: come ci si educa all’amore, al sesso, ai libri, all’amicizia, alla morte, cercando allo stesso tempo di sfuggire alla «rieducazione» fornita dalla «Madre-Partito»? E come si conserva la propria «squisita solitudine» in una società di delatori dove perfino i dialoghi notturni con una «stufa a legna» – amica segreta capace di riscaldare i sogni infantili – si rivelano un dono insperato dello Stato?</p>
<p><em>La lotta di classe è rimasta fuori, Ornela, la competizione che t’infligge la scuola anche, la mamma sta dormendo, non può vegliare sui tuoi pensieri attraverso gli occhi che cambiano animo. Lo Stato non è fatto così male se ci lascia dormire e gustare il torpore pacifico delle coperte, e poi questa conversazione. La notte è sempre la notte, purché il comunismo o il capitalismo non trovino il modo di abolirla.</em></p>
<p>Ovunque lo Stato. Un giorno il padre della protagonista dai molti nomi scompare nel nulla. Si dice che sia finito in carcere per motivi politici. Con quale accusa? Nessuno lo sa. Qualcuno afferma che la colpa è della moglie: la sua «bellezza folgorante» aveva reso insonne uno dei capi del Partito che voleva scoparla a tutti i costi.<br />
Il grande tema del tuo libro: la bellezza fisica è un’acerrima nemica del regime totalitario che non fa che spogliarla del suo fascino, elevando un inno di gloria moralizzatrice all’eguaglianza delle coscienze. Mistifica il suo potere di seduzione. E si vendica, trasformandola in un crimine. Chi è bello è contro la marcia della Storia verso una società comunista in grado finalmente di sbarazzarsi della lotta di classe e di ogni antagonismo estetico!<br />
La morale totalitaria è la vendetta della laidezza sulla bellezza.<br />
Tuttavia, tale vendetta non è inscritta soltanto nel codice genetico del regime. Essa è radicata in modo del tutto naturale, come afferma la protagonista nel primo capitolo del tuo romanzo, anche «nello spirito del popolo»: come una foglia su un ramo di un albero. Una delle questioni più importanti, anzi quasi vitale per il popolo albanese, è infatti quella della «puttaneria», la quale si fonda su una sola tesi: «una ragazza bella è troia, e una brutta – poverina! – non lo è». La bellezza fisica è una «tara» sia per lo Stato comunista che vorrebbe estirparla attraverso i dogmi politici sia per il popolo che, grazie alle sue radici «machiste» e al suo «istinto di proprietà molto sviluppato» – paradossalmente contrario alla marcia della Storia –, vorrebbe che la donna, quando il marito è in viaggio d’affari o in prigione, avesse l’accortezza di farsi ricucire «un po’ là sotto» in modo da dimostrargli che «la sua dolorosa assenza» le ha ristretto «lo spazio tra le cosce».<br />
Le storie delle molteplici eroine che ne formano una sola sono raccontate talvolta alla prima persona, talvolta alla terza. Sempre al passato. La prospettiva è quella dell’epilogo del romanzo, intitolato «Terra promessa».<br />
La madre e la figlia, dopo aver venduto tutto quello che possiedono per comprare due biglietti d’aereo, partono per Roma: la terra dell’esilio, con tutto il suo carico di illusioni e felicità, le attende. Una volta scesa all’aeroporto, Eva, la figlia, è delusa: le donne «dell’altra riva» non assomigliano per nulla «a Sophia Loren o a Gina Lollobrigida. Dov’era la famosa bellezza delle donne italiane?». Dov’era il fascino di quelle mogli della televisione che «pur circondate da tre figli avevano corpi sontuosi e che stendendo il bucato fatto con il detersivo Dash stendevano a terra anche i cuori degli uomini?». La madre, mentre la figlia è dal tabaccaio – «un altro mondo», afferma estasiata la narratrice – è abbordata da un giovanotto: «A quanto scopi?». La madre, che non comprende l’italiano, arrossisce di piacere pensando che egli voglia portarle i bagagli.<br />
Nella «terra promessa» il coraggioso popolo albanese per il quale la morte è «un processo estraneo», comincia a comprendere che si può morire. E che la «bellezza folgorante», invece di essere una «tara» o un crimine, può essere, in questa terra demonizzata dalla morale comunista, una prerogativa indispensabile per discendere i cerchi altrimenti impenetrabili del suo inferno.</p>
<p>2</p>
<p>Nei racconti che formano il tuo secondo libro,<em> Buvez du cacao Van Houten!</em>, il paesaggio non è quasi più quello albanese, ma quello francese, di Parigi, della tua nuova «terra promessa» (sebbene la lingua che fin dal principio hai eletto per scrivere la tua opera resti l’italiano).<br />
La «terra promessa», nella tua novella <em>Il prezzo del thé</em>, è ora il paradiso del «principio attivo delle alghe blu», capace di rendere ogni volto privo di asprezze, puro e tonificato eternamente bello, giovane e in grado di eliminare dalle occhiaie e dalle prime rughe della protagonista ogni macchia dovuta alla migrazione. Qui si vende anche un tè contro ogni sorta di problemi: «contro l’invecchiamento, contro il tempo&#8230; Tè contro il cancro, contro l’obesità, contro le giornate tristi, contro l’amore, contro la morte». Contro tutto, salvo lo «spaesamento». Qui, nella nuova «terra promessa», la bellezza non è più un problema per persone in carne ed ossa, per esseri mortali alle prese con lo spaesamento e la morte. Si tratta, al contrario, di un paese meraviglioso dove si è già realizzato, grazie al «principio attivo delle alghe blu», il grande ideale un tempo chiamato «comunismo»: il mondo senza classi è il mondo in cui tutti possono essere belli.<br />
Ciò mi riporta al tuo primo libro, <em>Il paese dove non si muore mai</em>.<br />
Nel capitolo intitolato «Macchie», la narratrice si ricorda di una banale influenza che all’età di sei o sette anni l’aveva obbligata a letto per alcuni giorni. Leggendo un manuale di anatomia scopre per la prima volta il corpo umano: «Dunque, noi eravamo fatti così, dentro eravamo il miscuglio di quelle robe strane e colorate, al di fuori della nostra volontà, o meglio della mia volontà». Che fare? A chi chiedere aiuto? A Dio? Alla mamma? Stretta al corpo della madre, la bambina esclama: «Ho paura, ho paura, mamma, paura che siamo solo carne e ossa».<br />
In un altro capitolo, «Tuorli d’uovo», Ormira è nel gabinetto sporco e puzzolente della sua scuola, quando vede scritto sul muro con una materia di «colore pastoso di marrone scuro» il suo nome: «Ormira è la più carina della classe IV C perché ha delle grandi tette». La cosa le provoca una certa soddisfazione. Il piacere di essere bella, tuttavia, provato per la prima volta dentro le mura sporche e puzzolenti di un gabinetto, si scontrerà ben presto con le «gambe storte» della sua insegnante, la camerata Dhoksi, emblema ambulante dell’educazione comunista per la quale la bellezza è concepita come assenza di onestà: «Dài, Dhoksi – dirà la protagonista ribelle – insegnami il Partito, perché se no divento puttana. Salvami Dhoksi, con le tue gambe storte e oneste. Tu sei già salva, perché nessuno vuole scoparti».<br />
Ormira, la ragazzina che diventerà una bella ragazza di nome Ornela o Eva, sa che la sua bellezza, per il semplice fatto di essere stata scoperta tra le mura di un gabinetto sporco e puzzolente, deve fare i conti con la mortalità: la bellezza che dimentica la merda, dimentica, in fondo, da dove viene. E con la Storia, che può prendere diversi volti, come quello, ad esempio, di un’insegnante comunista che squadra Ormira dalla testa ai piedi come se fosse una puttana in erba.<br />
Ecco un aspetto poco esplorato dalla prosa romanzesca: la bellezza si dà in modo tanto più intenso quanto più la Storia bussa alla sua porta. Che cosa voglio dire? Quando la Storia si ritira, come nella «terra promessa» dove «il principio attivo delle alghe blu» ha come ideale la scomparsa di ogni invecchiamento, di ogni corruzione della materia, insomma, di ogni dimensione temporale, anche la bellezza perde il suo fascino profondo, cioè il suo essere sorella siamese della mortalità, e gira a vuoto.</p>
<p>3</p>
<p>In un racconto del tuo secondo libro, intitolato <em>Sulla bellezza</em>, un «ragazzo-immagine», frivolo ma sensibile, si stupisce quando alcune ragazze della discoteca dove lavora, gli annunciano, ridendo, la morte di Lolly, una pornostar di ventisette anni. Lolly aveva scelto di essere cremata. Sebbene non abbia mai conosciuto Lolly in carne e ossa, il ragazzo immagina «il suo corpo, le sue anche generose», «i suoi seni siliconati che bruciavano, quel corpo così ardentemente desiderato che bruciava». È sconcertato dalle risate delle ragazze. La morte di Lolly non le ha turbate: «Lolly è morta – continuano a dire e a ridere. Ha, ha, ha è m-o-r-t-a!». Perché stupirsi delle loro risate? Queste ragazze non hanno mai conosciuto Ormira, la ragazzina di sei o sette anni che aveva paura di essere soltanto «carne e ossa». Né il suo stupore alla scoperta della propria bellezza.<br />
Il riso delle ragazze che annunciano la morte di Lolly non possiede neppure alcuna forza desacralizzante. Ecco un altro aspetto poco esplorato: quando la Storia si ritira, anche la comicità – che è sorella siamese della sensualità – gira a vuoto.</p>
<p>4</p>
<p>Nel tuo terzo libro, <em>La mano che non mordi</em>, la protagonista intraprende un viaggio da Parigi a Sarajevo.<br />
Fin dall’inizio è perfettamente consapevole di non essere una vera viaggiatrice. Se con il pensiero ha sempre voluto «viaggiare l’intero mondo e al di là», il suo corpo le complica la vita: «Mi sono detta poi che se sforzo un po’ la mia carne, forse lei può trovare piacere unendosi al pensiero che ama viaggiare». Quando raggiunge dei luoghi sconosciuti, i suoi sensi si acuiscono, mentre le novità le richiedono un’attenzione che poi paga: la protagonista è qualcuno che si dà senza alcuna protezione.<br />
Il caso vuole che il suo corpo – come quello di tutte le tue eroine – sia piacente, assillato da quella «tara» che nessuna insegnante dalle gambe storte è riuscita a estirpare. Alla stregua di Ormira, di Ornela, di Eva, anche la protagonista de La mano che non mordi, è cresciuta nell’Albania comunista degli anni settanta e ottanta e perciò conosce a menadito il peccato originale di essere bella, fisicamente bella.<br />
A Sarajevo si ritrova in un appartamento con alcune donne del posto, «donne forti», dalle carni straripanti. L’argomento della discussione è «la bellezza interiore». Una voce si infiamma: «L’uomo vuole una donna col cervello! La bella se la scopano due sere e poi tornano a casa!». Tutte, fiere della loro bruttezza, «tirano pietre» sulla bellezza fisica offrendo ai loro mariti su un piatto d’argento i loro cervelli d’Einstein. La protagonista pensa: nulla è cambiato: «Essere belli [...] essere fragili ed eleganti, avere un’aria cagionevole non era comunista. Le anime è meglio non turbarle. Si deve essere uguali ma in possesso del valore vero: la bellezza interiore». Nella Tirana degli anni settanta come nella Sarajevo degli inizi del XXI secolo l’interiorità viene elevata a mito per rendere uomini e donne, belli e brutti, tutti uguali, tutti fieri di sapere che la bellezza non sarà mai in grado di salvare il mondo.<br />
Ciò che è cambiato è lo sguardo della protagonista. Fotografa con «lo spirito» ciò che le sta intorno, ma la durata dell’esposizione alla luce del mondo balcanico le produce una violenta compassione, a tal punto che il suo bel corpo, arranca, si muove a fatica, come se si trovasse in un vicolo cieco, come fisicamente ferito da <em>un eccesso di mortalità</em>. Scopre di essere diventata straniera alla sua gente. Ha probabilmente contratto la malattia del suo amico Mirsad. Anche lei è «diventata verde», «verde di migrazione»: «Il verde della denutrizione, quello tipico di chi ha le radici in aria». La malattia della migrazione si insinua in chi ha abitato a lungo lontano dalla propria terra e vi fa ritorno. Da quel momento costui comincia a perdere «l’ovvio, l’ovvio di esistere». Comincia ad andare per il mondo «con il corpo messo a nudo», anzi, «senza pelle». «I miei organi – confida Mirsad alla protagonista – sono a vista d’occhio, fuori, come esposti a una mostra, tutti li possono toccare, curiosare, osservare, spostare, pizzicare».<br />
Una volta a Parigi, nella solitudine della sua casa, isolata da tutto, distesa sul pavimento, il bel corpo non esposto alla luce violenta della compassione, il suo viaggio finisce. La fine del viaggio è la presa di coscienza della protagonista che soltanto «lontano» da tutto ciò che le è «vicino», è possibile per lei pensare, ovvero viaggiare «l’intero mondo e al di là».</p>
<p><em>Post scriptum sulla bellezza degli animali</em></p>
<p>Quando la protagonista de <em>La mano che non mordi</em> giunge a Sarajevo si addolora nel vedere molti animali ridotti a pelle e ossa che si aggirano sanguinanti per le strade. Riflette: nei Balcani «gli umani non hanno tempo per gli animali. Li hanno persino cancellati dalla loro esistenza. A Tirana ai cani gettano le pietre, e ci sono delle leggi per sterminarli a colpi di rivoltella».<br />
Questo mi ha fatto pensare a <em>La vita degli animali</em> di J. M. Coetzee, e a Kafka, e a un commento di Elias Canetti su un suo racconto.<br />
Elizabeth Costello, l’anziana scrittrice protagonista delle due novelle che formano l’opera di Coetzee, tenta, nel corso delle sue conferenze all’Appleton College, di aprire una breccia nei cervelli e nei cuori dei suoi ascoltatori affinché costoro modifichino il loro inveterato atteggiamento nei confronti degli animali, il cui massacro condotto ai giorni nostri su scala industriale, giunge a paragonare per dimensioni ed efferatezza a quello perpetrato dal Terzo Reich nei confronti degli ebrei. Elizabeth Costello si appella a una delle più importanti facoltà umane: l’empatia. Ciascuno di noi, afferma la scrittrice, può grazie a questa facoltà condividere l’essere di un altro. Può, perciò, se solo si sforzasse di nutrire questo suo talento ricevuto in dote dalla natura, comprendere in che cosa consiste la vita di un animale. Soltanto se si giunge a percepire la sostanza dell’essere di un animale, si può sperare di sottrarre a noi stessi una parte del nostro potere su di lui e quindi godere con lui ciò che ci accomuna: la pienezza della vita.<br />
Ma in che cosa consiste il nostro potere sull’animale?<br />
In un racconto di Kafka, <em>Una vecchia pagina</em>, che fa parte della raccolta <em>Un medico condotto</em>, un calzolaio, che ha il suo laboratorio nella piazza dove si erge il palazzo dell’Imperatore, è impaurito dall’arrivo di un popolo nomade e barbaro. I costumi e le usanze di quelle genti gli sono incomprensibili. Non sembrano neppure possedere una lingua. Rubano e divorano tutto. Il calzolaio segue da vicino quello che il macellaio di fronte è obbligato a fare per salvarsi:</p>
<p><em>Ultimamente il macellaio pensò di potersi risparmiare almeno la fatica di macellare, e al mattino portò un bue vivo. Non deve assolutamente rifarlo. Per un’ora io rimasi disteso sul pavimento in un angolo del mio laboratorio, e mi ammucchiai addosso tutti i miei vestiti, le coperte e i guanciali pur di non sentire i muggiti di quel bue che i nomadi assalivano da ogni parte per strappargli coi denti brandelli di carne viva.</em></p>
<p>Nell’<em>Altro processo</em>, Canetti, commentando questo passaggio, si domanda: «Si può dire davvero che il narratore si sottrasse all’intollerabile?».<br />
Il calzolaio, durante il massacro del bue, si stende al suolo e cerca di sparire sotto una montagna di vestiti, di coperte e di guanciali. Desidera farsi piccolo – metamorfizzarsi in qualcosa di piccolo –, diminuire il suo peso corporeo per sottrarre potere a se stesso. Per questa ragione, afferma Canetti, nell’opera di Kafka l’uomo si trasforma spesso in piccoli animali inoffensivi che non riescono neppure a sollevarsi dal suolo. Kafka sa che cosa significa essere un piccolo animale perché conosce bene ciò che egli stesso ha definito una volta, in una lettera a Felice, «l’angoscia della posizione eretta», posizione che è a fondamento di ogni potere dell’uomo sugli altri animali.<br />
Di solito noi siamo fieri della nostra posizione eretta, ovvero non utilizziamo né la nostra empatia né la nostra capacità di metamorfosi.<br />
In questo modo cancelliamo colpevolmente dal nostro orizzonte la vita degli animali – gesto che tu, cara e angosciata Ornela, distesa sul pavimento, il bel corpo esposto alla luce violenta della compassione, fedele alla lettera e ai racconti di Kafka, hai il grande merito di non compiere mai. Cancelliamo il loro essere. Rifiutiamo di prendere il loro posto. Ma così facendo, una parte della bellezza del mondo ci resta preclusa.</p>
<p><em>Nota</em><br />
Con questo pezzo vorrei avviare una rubrica mensile dedicata a opere romanzesche, poetiche e saggistiche di lingua italiana: una finestra aperta sul presente, dove si potrà parlare allo stesso modo dei poeti più conosciuti del XX e del XXI secolo come del più sconosciuto degli autori, inedito perfino a se stesso. E&#8217; quasi inutile aggiungere, che la critica letteraria di uno scrittore è una forma di autobiografia, uno specchio della sua opera compiuta e da compiere. E ancora: di tutto ciò che si perde, che irrimediabilmente va perduto, il mio desiderio è quello di recuperare quelle opere capaci di strapparmi con violenza o con eleganza alle mie consuetudini, capaci di scuotere il corpo quando la mente sembra non poterne più.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/">La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a></p>
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		<title>I liquidi di Dio</title>
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		<pubDate>Sat, 03 May 2008 05:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Anne Carson </strong>traduzione di <strong>Antonella Anedda</strong></p>
<p><strong>IO</strong></p>
<p>Sento un leggero click nel sogno.<br />
La notte scroscia il suo rubinetto d’argento<br />
lungo il dorso.<br />
Ore 4. Mi sveglio. Pensando</p>
<p>all’uomo che<br />
andò via in Settembre.<br />
Il suo nome era Legge.</p>
<p>Il mio viso nello specchio del bagno<br />
è striato di bianco.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/03/i-liquidi-di-dio/">I liquidi di Dio</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.theage.com.au/ffximage/2005/07/26/VIOLA,0.jpg" alt="null" /></p>
<p>di <strong>Anne Carson </strong>traduzione di <strong>Antonella Anedda</strong></p>
<p><strong>IO</strong></p>
<p>Sento un leggero click nel sogno.<br />
La notte scroscia il suo rubinetto d’argento<br />
lungo il dorso.<br />
Ore 4. Mi sveglio. Pensando</p>
<p>all’uomo che<br />
andò via in Settembre.<br />
Il suo nome era Legge.</p>
<p>Il mio viso nello specchio del bagno<br />
è striato di bianco.<br />
Mi lavo e torno a letto.<br />
Domani andrò da mia madre.</p>
<p><span id="more-5773"></span></p>
<p><strong>LEI</strong></p>
<p>Lei vive in una brughiera del nord.<br />
Vive sola.<br />
La primavera laggiù si apre a rasoio.<br />
Viaggio tutto il giorno in treno con un mucchio di libri -</p>
<p>alcuni per mia madre, altri per me<br />
incluse <em>Le Opere Complete di Emily Brontë</em>.<br />
E’ il mio autore preferito.</p>
<p>E’anche la mia paura piu’ grande, quella che affronto.<br />
Ogni volta che vado da mia madre<br />
sento che mi trasformo in Emily Brontë,</p>
<p>la solitudine intorno a me come una landa<br />
il corpo sgraziato che cammina nel fango<br />
con una forma del divenire<br />
che muore quando varco la porta di cucina.<br />
Di quale cibo, Emily, abbiamo bisogno?</p>
<p><strong>Lista dei liquidi di Dio</strong></p>
<p>Era una notte di vento di novembre.<br />
Le foglie colavano oltre il vetro.<br />
Dio teneva il libro della vita aperto alla parola PIACERE</p>
<p>con una mano impediva alle pagine di volare<br />
per il vento che soffiava dalla porta<br />
<em>Poiché ho lavorato la loro carne come un setaccio</em></p>
<p>scrisse Dio in alto alla pagina<br />
poi stilò la lista seguente:<br />
Alcool<br />
Sangue<br />
Gratitudine<br />
Memoria<br />
Semenza<br />
Canto<br />
Lacrime<br />
Tempo</p>
<p><strong>La fatica di Dio</strong></p>
<p>Il chiarore della luna in cucina è un segno di Dio.<br />
Il tipo di tristezza che è un tunnel di suzione nera<br />
che vi estrae dal vostro ombelico e che i buddisti chiamano</p>
<p>“assenza di manto spirituale” è un segno di Dio.<br />
Le pastoie che orlano come ciglia la conversazione umana<br />
sono un segno di Dio.<br />
Perfino la calma di Dio è un segno di Dio.<br />
L’odore freddo da stordire delle patate o del denaro.<br />
Solidi blocchi di silenzio.</p>
<p>A partire da questi diversi segni possiamo constatare<br />
che lavoro resti ancora da compiere.<br />
Scacciate la vostra tristezza, è una cappa di fatica.</p>
<p><strong>I</strong></p>
<p>I can hear little clicks inside my dream.<br />
Night drips its silver tap<br />
down the back.<br />
At 4 a.m. I wake. Thinking</p>
<p>of the man who<br />
left in September.<br />
His name was Law.</p>
<p>My face in the bathroom mirror<br />
has white streaks down it.<br />
I rinse the face and return to bed.<br />
Tomorrow I am going to visit my mother.</p>
<p><strong>SHE</strong></p>
<p>She lives on a moor in the north.<br />
She lives alone.<br />
Spring opens like a blade there.<br />
I travel all day on trains and bring a lot of books –</p>
<p>some for my mother, some for me<br />
including <em>The Collected Works Of Emily Brontë</em>.<br />
This is my favourite author.</p>
<p>Also my main fear, which I mean to confront.<br />
Whenever I visit my mother<br />
I feel I am turning into Emily Brontë,<br />
my lonely life around me like a moor,<br />
my ungainly body stumping over the mud flats with a look of transformation<br />
that dies when I come in the kitchen door.<br />
What meat is it, Emily, we need?</p>
<p><strong>God’s List of Liquids</strong></p>
<p>It was a November night of wind.<br />
Leaves tore past the window.<br />
God had the book of life open at PLEASURE</p>
<p>and was holding the pages down with one hand<br />
because of the wind from the door.<br />
<em>For I made their flesh as a sieve</em></p>
<p>wrote God at the top of the page<br />
and then listed in order:<br />
Alcohol<br />
Blood<br />
Gratitude<br />
Memory<br />
Semen<br />
Song<br />
Tears<br />
Time</p>
<p><strong>God’s Work</strong></p>
<p>Moonlight in the kitchen is a sign of God.<br />
The kind of sadness that is a black suction pipe extracting you<br />
from your own navel and which the Buddhists call</p>
<p>“no mindcover” is a sign of God.<br />
The blind alleys that run alongside human conversation<br />
like lashes are a sign of God.</p>
<p>God’s own calmness is a sign of God.<br />
The surprisingly cold smell of potatoes or money.<br />
Solid pieces of silence.</p>
<p>From these diverse signs you can see<br />
how much work remains to do.<br />
Put away your sadness, it is a mantle of work.</p>
<p><em>Le poesie sono tratte da </em>Glass, Irony and God <em>(New York: New Directions Books, 1992).</em> I<em> e</em> SHE<em> con traduzione di Antonella Anedda sono apparse sul numero 37, anno 2007 della rivista </em>Testo A Fronte <em>(Milano: Marcos y Marcos).</em></p>
<p><em>Immagine: Bill Viola, Angels Departing</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/03/i-liquidi-di-dio/">I liquidi di Dio</a></p>
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		<title>Flaubert Dry</title>
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		<pubDate>Fri, 02 May 2008 08:46:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Omar Viel</strong></p>
<p><em>L’éducation sentimentale</em> era un pre-dinner a base di bourbon e Martini servito in un’ampolla chiusa a forma di mammella. Qualcuno lo ordinava solo per l’ampolla. Era un contenitore grosso come la tetta di una vacca olandese, molto leggero, e si maneggiava usando una sottile impugnatura simile a quella dei boccali da birra.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/02/flaubert-dry/">Flaubert Dry</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Omar Viel</strong></p>
<p><em>L’éducation sentimentale</em> era un pre-dinner a base di bourbon e Martini servito in un’ampolla chiusa a forma di mammella. Qualcuno lo ordinava solo per l’ampolla. Era un contenitore grosso come la tetta di una vacca olandese, molto leggero, e si maneggiava usando una sottile impugnatura simile a quella dei boccali da birra. Tra i riflessi del cristallo il liquido fluttuava e schiumava, uscendo a spruzzi da un bel capezzolo rosso vivo. <em>L’éducation</em> si beveva in una luce da tramonto tropicale, mentre le onde sonore delle chitarre acustiche si propagavano dagli altoparlanti attraverso le sale aperte, rimbalzando sui banconi di legno laccato, gli sgabelli da vertigine, le chaise-longue leopardate, i quadri astratti del genere <em>color-field painting</em>. <span id="more-5802"></span>Al centro del tramonto c’erano le cameriere. Immaginatele come entità corporee inaccessibili, ispiratrici di desideri che loro stesse non avrebbero potuto soddisfare. Donne dai seni turgidi, in minigonne di canapa e lingerie Wolford, con il logo del locale tatuato sulle guance (tre graffi cicatrizzati che ricordavano un’artigliata).<br />
Il Flaubert Dry era un perfetto esempio di spazio mutevole. Il design incitava alla violenza. Tutto era affilato ma carezzevole, come le scarpe di quel centinaio di clienti che ogni sera raschiavano il parquet con i sassolini attaccati al cuoio delle suole. Un posto dove fama voleva dire desiderio: un desiderio di elevazione, di significato e di azione caratteristico dell’individuo sano. Qualcosa di così onesto da sembrare osceno, come una vergine nuda che entrasse da Marks &#038; Spencer a rifarsi il guardaroba. E infatti i frequentatori del Flaubert Dry inseguivano il successo nello stesso modo in cui, da adolescenti, scrutavano lo specchio in cerca di qualità estetiche – senza trovarle, naturalmente, perché la bellezza non si nasconde, per non parlare del fatto che male sopporta repliche e riflessioni.<br />
Mi ero attaccata alla mammella già un paio di volte e cominciava a girarmi la testa. Johnny aveva comprato tre o quattro spinelli da un pusher con l’aspetto di un demone in perizoma (il corpo palestrato, la faccia butterata, il cranio con due escrescenze all’altezza dell’osso parietale – insomma, il genere di adulto da cui ogni adolescente vorrebbe essere stuprata). Uno spinello grosso come un dito, un lungo bozzolo di cartine Drum farcito con il fiore della resina di canapa. Educatamente me lo fece accendere. I Led Zeppelin cantavano <em>Babe, I’m gonna leave you</em> a volume critico, indebolendo le mie difese emozionali. Sugli scaffali retroilluminati c’erano almeno seicento bottiglie di liquori policromi. I ventilatori ronzavano, spargendo una brezza variabile e fradicia. Altri due sorsi e mi misi a singhiozzare.<br />
In quei momenti capivo solo ciò che provavo, come un animaletto ferito. Non sentivo dolore, eppure avevo inarcato il busto, reggendomi lo stomaco quasi che l’alcool lo stesse per sciogliere.<br />
Johnny s’incuriosì. Me lo dimostrò appoggiando la guancia sul piano dove tenevo la mammella. Mi fissò in modo analitico, comprensivo.<br />
– Tutto bene? – chiese.<br />
– Adesso passa.<br />
– Devo chiamare qualcuno? Se vuoi lo faccio.<br />
Gli risposi con un deciso no della testa. Ma Johnny non era abituato a prendere sul serio quello che la gente gli diceva e saltò giù dallo sgabello. Dopo un minuto era di nuovo al suo posto. Questa volta aveva compagnia.<br />
– Ciao bambina, – mi salutò la ragazza che lo aveva seguito.<br />
– Ciao Remedios.<br />
– Che cos’hai, bambina? No, non dirmelo, prima ti asciugo le lacrime.<br />
– Posso farlo da sola.<br />
– Non mi costa niente aiutarti. Vieni qui, fatti guardare.<br />
Conoscevo Remedios da tutta la vita. Il nostro rapporto era fatto di similitudini. Eravamo nate lo stesso giorno alla clinica Zuckmayer. Avevamo frequentato il liceo a Coira (la stessa classe), e ai tempi dell’agenzia dividevamo un flat in Edgware Road, a due passi da Marble Arch, nel centro di Londra. Quel posto ci serviva da base operativa, perché l’aria di Milano mi procurava dei pruriti alla pelle che i medici non riuscivano a spiegare. Ci assomigliavamo, eravamo alte uguali. Avevamo lo stesso peso, la stessa taglia. Confesserò una cosa. Avevo voglia di abbracciarla. E per farlo mi sarei sbarazzata volentieri di Johnny Deep.<br />
Remedios era calore. Aveva un viso ovale con treccine bionde da bambola. Quando mi trovavo nel suo campo gravitazionale provavo una precisa fiducia nel significato delle cose, o la certezza che ne avessero uno. Lo sentivo anche in quel momento, mentre vedevo passare dietro le sue spalle un centauro dadaista – il corpo di zebra, il viso da efebo, i movimenti svagati, l’aria un po’ ottusa.<br />
Remedios. Stava cercando un segno rivelatore nella mia espressione. Il senso del disagio, l’argomento della crisi. Glielo leggevo negli occhi. Voleva introdursi nella mia coscienza attraverso le sue manifestazioni facciali. Mi pulì le guance con un fazzoletto. La stoffa tamponò la pelle quasi senza sfregarla. Remedios emanava un odore di professionismo, l’aroma inconfondibile che sprigiona dal corpo delle conversatrici.<br />
Sì, conversare, parlare per mestiere. Avere a che fare con il desiderio di felicità della gente, mentre le leggi della natura complottano per tradirlo. Trovare argomenti di conversazione che si adattino a un <em>Victorine</em> o a un <em>Madame Arnoux</em>, strutturati long drink da meditazione. E i clienti fissi, i clienti nuovi, uomini soli, donne sole, a interpretarli, ad accoppiarli. Per quel lavoro ci voleva l’energia di un giaguaro, ma a Remedios non solo piaceva, si divertiva anche a trovare le forze per farlo. Il che, dovete ammetterlo, è il solo presupposto della passione.<br />
– Devo dirti una cosa, Remedios.<br />
– Che cosa, bambina?<br />
– Ti voglio bene.<br />
Remedios allargò il fazzoletto e me lo ripassò sulle guance. Poi fissò attentamente la pelle per apprezzare il risultato. Sembrava assorta.<br />
– È qualcosa che non avresti dovuto dirmi, Vera. Non qui. Non alle otto di sera.<br />
– Non dovevo, Remedios?<br />
– Non lo avresti detto se non ci fosse un problema.<br />
– No, non lo avrei detto.<br />
– Lo avresti pensato, ma non lo avresti detto.<br />
Abbassò il fazzoletto, valutò la sua distanza da Johnny e mi parlò all’orecchio. Chiudere gli occhi e ascoltarla era una delle mie forme preferite di oblio.<br />
Poi, non soddisfatta, si voltò verso Johnny e disse: – Scusa, puoi lasciarci sole un momento?<br />
– Perché? – si stupì JD. – A Vera piace se vi sto a sentire.<br />
– È vero, bambina?<br />
– Credo di sì, Remedios.<br />
Lei mi studiò in apparenza senza sforzo. – Vi conoscete da molto?<br />
– Da un paio d’ore soltanto, – ammisi. – Però in questo momento ho l’impressione che la presenza di Johnny possa valorizzare quello che dico.<br />
– A beneficio di chi?<br />
– Tuo, immagino.<br />
– Io non ho bisogno che Johnny ti valorizzi.<br />
– Non stiamo parlando dei tuoi bisogni, – intervenne JD, spegnendo lo spinello e assumendo la posizione adatta a reggersi il mento.<br />
– Di che cosa stiamo parlando, allora?<br />
– Del fatto che la gente non l’ascolta.<br />
Remedios sorrise in modo neutro, con una comprensione senza ironia.<br />
– Johnny ha ragione, – dissi.<br />
– Ma stai parlando con me, Vera. E io non sono la gente.<br />
– Immagina di non conoscermi. Immagina di non avere mai visto la mia faccia. Sono un’estranea, Remedios, e a prima vista nemmeno troppo simpatica. Perché dovresti ascoltarmi?<br />
– Ti vedo continuamente, Vera. Passiamo insieme almeno trenta ore la settimana.<br />
– Sì, ma supponi di perdere la memoria. Non ti ricordi chi sei, dove abiti, se Parigi è in Francia o sulla luna. Perché dovresti ascoltarmi?<br />
– Perché?<br />
– Be’, Johnny lo conosci, non è così? Se lui mi ascolta lo faresti anche tu.<br />
– Ma se non mi ricordo di Parigi, perché dovrei ricordarmi di Johnny?<br />
Le sorrisi. – Johnny lo vedi dappertutto, Remedios! Ti guardi attorno e lui è appeso ai muri. È uno di famiglia. Di lui ti fidi.<br />
– È questa la tua idea?<br />
– È così che funziona.<br />
Lei spostò una ciocca di capelli scivolata davanti ai miei occhi. Era così fin da bambina. Non materna, ma stregata dalla tessitura delle cose.<br />
– È questo che mi spaventa, – riconobbi. – Ho bisogno di Johnny perché la gente mi ascolti. JD mi è indispensabile come il suo sound mediterraneo.<br />
Remedios accavallò le gambe e raddrizzò la testa, una successione di movimenti che mi spiegai come il segno di una decisa volontà interpretativa. La fissavo, aspettando che dicesse qualcosa. Le sostanze commestibili che avevo assimilato nel corso della giornata, quasi tutte letali in modo non significativo, mi stavano procurando una euforia convincente, al punto da crederla un dato ambientale.<br />
– Non pensavo che ti interessasse, – disse Remedios.<br />
– Che cosa?<br />
– Parlare alla gente.<br />
– Oh, per me quello che conta è lasciare aperta ogni possibilità espressiva. C’è ancora da bere?<br />
Johnny agitò la mammella per farmi capire che era quasi vuota.<br />
– Vi ordino qualcosa, – disse Remedios.<br />
– Tu che cosa prendi?<br />
– Una <em>Tentazione di Sant’Antonio</em>.<br />
– Che cos’è, un long drink?<br />
– In un certo senso. Soda con l’aggiunta di rosso Congo, un colorante insapore. Ai clienti con cui parlo dico che è Campari.<br />
– E loro ti credono?<br />
Scoppiammo a ridere simultaneamente, lasciando andare la testa l’una sulla spalla dell’altra.<br />
– Vorrei un’altra mammella, – disse Johnny sbadigliando. – Ma questa volta con dentro una ciliegia al maraschino.<br />
– Come? – esclamò Remedios. – Come, come? È una tetta, Johnny. La ciliegina non passa dal capezzolo.<br />
Scoppiai a ridere più forte, producendo un suono vibrato, uno sbuffo d’aria sotto pressione. Il petto di Remedios sussultava, la mia fronte appoggiata alla sua si muoveva da una parte e dall’altra, come se il pavimento fosse sul punto di sprofondare. Per non cadere, lei si aggrappò ai miei fianchi. Forse anche Johnny si divertiva. Forse la risposta di Remedios gli era servita da introduzione al senso del ridicolo, un genere d’incontro che poteva chiarirgli la sua distanza dal divino. Piegai la testa da un lato, decisa a vedere l’espressione della sua faccia. Ed eccolo il testimonial di una nota bibita energizzante che si sta fissando l’unghia di una mano. Quell’unghia lo interessava sul serio. Muoveva il dito circolarmente, pazientemente. Lo studiava da prospettive diverse, la mente sgombra da inquietudini conoscitive, come se il suo scopo fosse solo quello di tenere occupata la vista. Decisamente, lo spettacolo non valeva la fatica della torsione alla quale mi costringeva.<br />
Mi voltai e alle spalle di Remedios vidi qualcosa di più interessante. Al centro della sala erano comparsi tre uomini. Li notavo perché sembravano i soli a non capire dove si trovassero. Contai tre teste, sei gambe e cinque braccia, associando la mutilazione di uno di loro alle guerre di logoramento. In realtà l’uomo senza braccio aveva l’aria del coordinatore qualificato ed era senza dubbio un apprezzato leader per anzianità. Teneva in mano una sigaretta spenta e parlava quasi senza muovere le labbra, come se la lingua in cui si esprimeva avesse una prevalenza di consonanti. Se quei tre fossero stati vestiti con giacche scure, spiegazzate, e camicie bianche, ormai molli per la completa perdita di amido, forse avrei capito subito il loro mestiere. Invece indossavano jeans pre-usurati e un giubbotto in Cordura multitasche, come la maggior parte dei clienti. Mi incuriosiva il modo in cui si guardavano attorno, l’apparente indifferenza dei loro sguardi dalla occulta propensione analitica. Senza dare nell’occhio valutavano funzione, dimensione e distanza delle cose. Tracciavano linee di demarcazione tra aree di influenza, esaminavano ingressi, vani, vie di fuga, sommando e sottraendo da un valore critico metri e metri cubi di aria condizionata. Tutto questo in relazione alla posizione dei clienti e ai loro modi di agire, che valutavano molto prima delle loro facce.<br />
La svolta arrivò inaspettata. L’uomo senza braccio mormorò qualcosa, indicando il bancone del bar. Il gesto generò un movimento coordinato. Il più grasso del gruppo rifilò una pacca sulla natica del centauro, dando allo stesso tempo una strizzata d’occhio alla telecamera di vigilanza – un documento da cineteca sui temi della determinazione violenta e dell’indifferenza verso la sfera privata. La musica si fermò. Non esisteva una ragione precisa perché questo succedesse. Però successe. Il mio senso della vista cominciò a operare su un livello di energia autonomo. Sentivo l’urgenza di capire le ragioni di quel cambiamento, non per curiosità ma per istinto di sopravvivenza. Lo dimostrava il fatto che l’uomo verso cui si incamminavano quei tre continuava a bere con indolenza il suo mescal. Perché? Risposta: era il solo che già conoscesse l’esatta natura del pericolo.<br />
– Ho una cosa per te, Gabriel, – gli disse il grasso, appoggiandosi pesantemente al banco.<br />
Gabriel era un ragazzo alto e nero di capelli, il naso spezzato da boxer. Aveva un pizzetto tagliente, quasi cesellato, e la carnagione olivastra. Indossava abiti da uomo d’affari e si tastava la cravatta a nodo largo come se la consistenza del tessuto gli desse sicurezza. Il grasso sfilò una mano dalla tasca. Gabriel ne seguì il movimento. La mano si fermò a mezz’aria, lasciando cadere sopra il bancone qualcosa di viscido. Gabriel sorrise e scosse la testa. Sembrava trovare l’iniziativa del grasso una mancanza di stile. Sopra il piano umido luccicava una pallina giallastra, una specie di uovo di quaglia con dei filamenti a un’estremità.<br />
Capii che si trattava di un bulbo oculare quando gli altri due uomini ci appoggiarono accanto un lobo di fegato e un piccolo rene. In quel momento mi accorsi che esisteva altra vita cerebrale oltre la mia. Ero in mezzo alla gente, e la gente gridava, arretrava, si ammassava. La sala piombò nel buio. Le sole fonti di luce risparmiate dal collasso nervoso del locale furono una lampada da tavolo alle spalle di Gabriel e lo scaffale fluorescente dei liquori.<br />
– Che roba è? – domandò Gabriel, voltandosi verso l’uomo senza braccio. – Che roba sarebbe?<br />
– Prove, – disse l’uomo senza braccio.<br />
– Prove? Che genere di prove? Ehi, ehi&#8230; ragazzi. Ragazzi, io mi occupo di frattaglie. Compro e vendo fottutissime interiora. Avete presente il fantastico mondo dei visceri? Andiamo, la gente va pazza per queste cose.<br />
– Zitto, – gli intimò il grasso. – Zitto, coglione.<br />
Vicino a me qualcuno piangeva. Una voce chiese: – Chi siete? Chi sarebbe questo Gabriel?<br />
L’uomo senza braccio si voltò. L’oscurità aveva maglie così strette che lui probabilmente non poteva vedere oltre la linea dei primi tavoli.<br />
– Gabriel è un trafficante di organi, – rispose in tono mite l’uomo senza braccio. – E queste sul tavolo sono le prove che abbiamo raccolto.<br />
– Cristo, – esclamò la stessa voce nel buio, – come diavolo fate a portarvi in tasca certe porcherie?<br />
Il grasso si voltò di scatto e fissò l’oscurità. Anche il terzo uomo fece un passo in avanti per capire da dove provenisse la voce.<br />
– Adesso ce ne andiamo, – annunciò l’uomo senza braccio. – È tutto finito, gente.<br />
Ma mentre quei tre erano voltati, il pubblico assisteva a una scena raccapricciante. Il trafficante d’organi ingoiò le prove e si sciacquò la bocca con un sorso di mescal. Quando il grasso se ne accorse, Gabriel lo inchiodò ai fatti con un rutto cupo e prolungato.<br />
– È tutto a posto, – disse l’uomo senza braccio.<br />
– Oh no, no&#8230; – gridò il grasso. – Santissima Madre di Dio, no&#8230; – e afferrò Gabriel per il collo, schiacciandolo contro il bancone.<br />
Gabriel rise fino quasi a piangere. Dalla gola gli usciva un suono di aria strozzata. Rideva e si dimenava, cercando con le dita gli occhi del grasso. Riuscì quasi subito a divincolarsi. Era agile e si dileguò nel buio.<br />
– Non muovetevi, gente, – gridò l’uomo senza braccio e fece segno al grasso di inseguire Gabriel.<br />
La luce si riaccese di colpo. La canzone ricominciò da dove era stata interrotta. Il locale prese l’aspetto di una camera da letto illuminata nel cuore della notte. I clienti erano spettri, sonnambuli, lemuri. Avevano facce scioccate, espressioni da stato di narcosi. Sugli zigomi scendevano le lacrime. E di Gabriel, del grasso e del terzo uomo nessuna traccia.<br />
– È tutto a posto, – ripeté l’uomo senza braccio, che non si era mosso dal banco. – La cosa è risolta. Permettete, gente, che vi offra da bere.<br />
Chi si trovava in piedi cercò il sostegno delle pareti o di un tavolo, di qualsiasi oggetto a portata di mano, purché fosse stabile e sufficientemente strutturato. Non solo per il bisogno di appoggiarsi a qualcosa, ma per una esigenza di contatto. Per ognuno era importante constatare di essere ancora una entità corporea, con un volume rispettabile, un peso adeguato, una consistenza di corpo vivo. La mancanza di certezze faceva dare di stomaco una cameriera a due passi dalla porta dei bagni.<br />
– Da bere per tutti, – gridò l’uomo senza braccio. – Coraggio, gente, fatevi sotto.<br />
Il barman passò una spugna sul banco e si mise al lavoro. Ammucchiò bicchieri e ghiaccio tritato, mescolò gin a succo d’arancia, riempì di fragole i frullatori.<br />
– Mio Dio, Remedios, – piagnucolai.<br />
– Ssst&#8230; – fece lei. – Non agitarti, bambina.<br />
– È orribile, non è vero? – sentii dire alle mie spalle, ma più che una voce era un suono spaventoso. – Be’, Johnny, come te la passi?</p>
<p>Il presente frammento è tratto dal romanzo di Omar Viel, <em>Fetish</em>, Lampi di stampa, Milano 2005</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/02/flaubert-dry/">Flaubert Dry</a></p>
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		<title>Processo a Dio</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/03/28/processo-a-dio/</link>
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		<pubDate>Fri, 28 Mar 2008 07:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Auschwitz]]></category>
		<category><![CDATA[dio]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[ebrei]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Rizzo]]></category>
		<category><![CDATA[Ottavia Piccolo]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Massini]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>

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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Giuseppe Rizzo</strong></p>
<p>Capelli di donna. Biondi, scuri, grigi, secchi. Ossa. Femori, clavicole, crani. Denti. Di adulti, di bambini. Valigie. Vestiti. Scarpe, libri, collanine, anelli. Centinaia di lettere mai spedite. Fascicoli. Schedari, numeri. Report di esperimenti. (Tagli coscia destra, soggetto morto per dissanguamento.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/28/processo-a-dio/">Processo a Dio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/0207_processo_1.jpg' alt='0207_processo_1.jpg' /></p>
<p>di <strong>Giuseppe Rizzo</strong></p>
<p>Capelli di donna. Biondi, scuri, grigi, secchi. Ossa. Femori, clavicole, crani. Denti. Di adulti, di bambini. Valigie. Vestiti. Scarpe, libri, collanine, anelli. Centinaia di lettere mai spedite. Fascicoli. Schedari, numeri. Report di esperimenti. (Tagli coscia destra, soggetto morto per dissanguamento. Ripeti).<br />
Questo è il mondo del padiglione 41 del campo di concentramento nazista di Lublino-Maidanek fino al momento della liberazione. <span id="more-5551"></span>Un secondo dopo, è un’aula di tribunale dove il catalogo di aberrazioni diventa materia di accusa. Vi si aggirano Elga Firsch, altri quattro sopravvissuti alla soluzione finale, e un unico imputato. Elga Firsch sostiene l’accusa; il rabbino Nachman, la difesa; i vecchi saggi Solomon e Mordecai sono i giudici e il giovane Adek è l’estensore degli atti del processo. L’imputato è il comandante delle SS Rudolf W. Reinhard. Dio. Così come si era definito lui stesso quando il campo era ancora in mano ai nazisti.<br />
Quando Stefano Massini scrive le prime righe di “Processo a Dio” è a lui che pensa. Ha trent’anni. La morte, la solitudine, l’incomunicabilità e la follia sono stati i punti di fuga della sua prospettiva teatrale. Oltre che, ovviamente, anche le lenti attraverso cui guardare il mondo. Non fosse così, “La fine di Shavuoth”, “Memorie del boia”, il premio Tondelli 2005 “L&#8217;assordante odore del bianco” – le tre opere che assieme a “Processo a Dio” compongono la quadrilogia pubblicata da Ubulibri – non sarebbero tra le opere più politiche (e feroci e dirette e dure) degli ultimi anni. In ognuna di loro, per di più, Massini non si interroga solo sulla vita e sulla morte, ma ritorna di volta in volta sul ruolo dell’arte e dell’artista. I protagonisti della trilogia sono: Kafka, Honoré de Balzac e Vincent Van Gogh.<br />
In “Processo a Dio”, la protagonista, si è detto, è Elga Firsch. Una donna. Un aspetto nuovo rispetto alle altre opere della quadrilogia ma coerente con la linea poetica finora seguita da Massini. Basti pensare alla sua collaborazione con il “Teatro delle Donne” di Calenzano, alla regia di “Norma 44” di Dacia Maraini, e all’omaggio ad Anna Politkovskaja, la giornalista russa uccisa per i suoi articoli sulla cecenia, in “Donna non rieducabile”. In tutte queste opere, la figura femminile diventa viatico per esplorare la violenza che domina il mondo e, allo stesso tempo, esempio per fronteggiarla. Tutte le protagoniste dei testi di Massini sono infatti aspre, sole, ma anche dure, forti, audaci. Mai come in questo spettacolo, però, così vicine alle ansie dell’autore stesso.<br />
Umorale e isterica – così per come richiedeva il personaggio – Ottavia Piccolo indossa i panni di Elga Firsch ma porta anche la maschera di Massini. È un’ex attrice deportata. È una figlia del teatro come lui. A lei quindi lo scrittore affida la ricerca di risposte che non ha trovato nelle pagine di Elie Wiesel, Primo Levi, dei fiolosfi Hans Jonas e Theodor Adorno e di moltissimi altri ancora. Risposte a domande che echeggiano da molto tempo nella storia del ventesimo secolo: che valore ha la vita ridotta a pattume? Che significa morire sotto il tacco di qualcuno? Che sapore ha l’annullamento? Che luogo occupa Auschwitz nella geografia celeste? Su ogni domanda, Massini aveva deciso di costruire un capo di accusa nei confronti di Dio.  Poi, però, a testo concluso, aveva infilato tutto in un cassetto. Troppo duro, troppo fragile. Troppo asciutto, troppo retorico.<br />
Bisogna ringraziare Sergio Fantoni, autore, attore, doppiatore, traduttore e regista teatrale, se quest’atto unico ha potuto vedere la luce – visto che è stato lui a tirarlo letteralmente fuori dal cassetto di Massini. Sulle sue pagine ha lavorato per spogliarle di ogni possibile forzatura retorica – per cui non una parola sembra in più nello spettacolo –e riuscire a disegnare una geometria narrativa classica, senza però costringere il pubblico a una pièce risaputa.<br />
È un atto unico con un inizio forse un po’ troppo lento, ma esaurita la parte iniziale della preparazione al processo, della sua giustificazione, la messa in scena diventa tesa come un arco. Ogni freccia è scagliata per colpire un bersaglio preciso e inchiodare Dio alle sue colpe. I monologhi della Piccolo sono serrati, crudi, dominati dall’emozione ma controllati da ogni possibile eccesso. La difesa del rabbino Nachman è talvolta sconsolata, talvolta impotente. Alle accuse di tradimento, di schiavitù, di miseria, di barbarie a cui sono stati costretti i deportati non può che rispondere con la voce rotta dal dubbio, gli occhi bassi, l’anima sfinita. E se si perde in allegorie, discorsi fumosi, prediche, c’è suo figlio Adek che alza gli occhi dagli atti del processo che sta compilando per ricordargli di limitarsi ai fatti, di portare prove concrete, se ne è capace, dell’esistenza (e dell’innocenza) di Dio.<br />
I caratteri dei due personaggi stridono il più delle volte, creando una tensione scenica potente. Adek vorrebbe farla finita subito con Reinhard e con Dio, piazzando una pallottola in fronte al primo per dimostrare la sua rabbia verso il secondo; il secondo ricorda che non è la prima volta che gli uomini si imbarcano in una tale impresa. “Da più di cinquemila anni – dice – gli ebrei processano Dio”. E a Elga cerca di far capire che non ci si può domandare dove <em>lui </em>fosse quando milioni di persone venivano annichilite, senza chiedersi anche <em>dove fosse l’uomo</em>.<br />
In questa battaglia dialettica, lo sostengono (e allo stesso tempo lo fronteggiano) i due saggi ebrei interpretati meravigliosamente da Silvano Piccardi e Olek Mincer. Sempre sull’orlo del baratro, lì lì per sprofondare nello sconcerto di scoprirsi illusi da un Dio che non esiste, Solomon e Mordecai mostrano sui loro volti e nelle loro parole i morsi del dubbio. Meno convincente, accanto alle loro interpretazione, sembra essere quella di Francesco Zecca nei panni dell’ufficiale SS. Troppo impostato, troppo rigido, anche se regala al pubblico un meraviglioso climax narrativo quando, in una serie di scambi feroci con la Piccolo, ammette di aver provato dei brividi nel sentirsi Dio, padrone della vita e della morte altrui.<br />
Da questo momento in poi, anche lui prende consapevolezza di essere un sopravvissuto. Il dramma si allenta per un po’, prende fiato e si dirige verso la sua conclusione. Tutti si muovono ora sul palco come dei derelitti. Sordi e austeri, come i rumori e le musiche di Cesare Picco &#8211; suoni di spari, sirene, brani di vecchi valzer viennesi; poveri, come le scene e i costumi di Gianfranco Padovani – due tavoloni, una carrucola, qualche residuo dell’inferno che era stato il campo prima della liberazione: le valigie dei deportati, gli indumenti, i loro <em>resti</em>.<br />
In questo quadro, non c’è tic o sospiro o gesto che non arrivi al cuore senza far male. L’ultimo è una pistola puntata da Elga alla testa di Reinhard-Dio. È la fine dello spettacolo e del processo. Ogni accusa si è abbattuta come una scure sul capo di chi conserva nel proprio animo la fede in un creatore. Ma i colpi di pistola non si sentono. O forse sì. Massini ha preferito che ognuno trovasse una sua risposta. Certo è che quando il sipario cala sulla scena, le luci si spengono, i rumori si placano, ognuno sente il proprio cuore ricominciare a battere.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/28/processo-a-dio/">Processo a Dio</a></p>
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		<title>Inocenza e realtà</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Feb 2008 06:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[dio]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[padre]]></category>
		<category><![CDATA[poesia dialettale]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/trockel-ohne-titel-1983.jpg" title="trockel-ohne-titel-1983.jpg"></a> </p>
<p>di <strong>Fabio Franzin</strong></p>
<p><strong>(Innocenza e realtà) </strong>Nel dialetto Veneto-Trevigiano dell’Opitergino-Mottense</p>
<p><em>(a mio figlio Jacopo)</em></p>
<p><strong>‘A paròea “mort”</strong></p>
<p>E cussì, cussìta, fra noàntri<br />
dó te ‘à tocà pròpio de dirla<br />
par primo a tì chea paròea</p>
<p>chea paròea che senpre fa paura,<br />
che ne paréa de ‘vértea sconta<br />
par ben, pa’l tó ben.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/04/inocenza-e-realta/">Inocenza e realtà</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/trockel-ohne-titel-1983.jpg" title="trockel-ohne-titel-1983.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/trockel-ohne-titel-1983.thumbnail.jpg" alt="trockel-ohne-titel-1983.jpg" /></a> </p>
<p>di <strong>Fabio Franzin</strong></p>
<p><strong>(Innocenza e realtà) </strong>Nel dialetto Veneto-Trevigiano dell’Opitergino-Mottense</p>
<p><em>(a mio figlio Jacopo)</em></p>
<p><strong>‘A paròea “mort”</strong></p>
<p>E cussì, cussìta, fra noàntri<br />
dó te ‘à tocà pròpio de dirla<br />
par primo a tì chea paròea<span id="more-5272"></span></p>
<p>chea paròea che senpre fa paura,<br />
che ne paréa de ‘vértea sconta<br />
par ben, pa’l tó ben. Senpi sol<br />
a pensar che bastésse no’ usarla<br />
drento casa pa’ riussìr a seràrla<br />
davero fòra, fòra da tì par sempre<br />
magari, pa’ tègnerte tel bonbàso<br />
el pì possìbie, drento a ’na bèa<br />
bòzha de amór infrangìbie; che<br />
fin ‘dèss, co’ te portée co’ mì<br />
a mandarghe un basét co’a manina<br />
a chel nòno che varda in banda -<br />
tramèdho i fiori tel vaso &#8211; ai cancèi<br />
de l’entrata, sempre te ‘ò dita: <em>dai<br />
che andiamo a salutare il nonno Toni<br />
che fa la nanna</em>. E cussì, cussìta,<br />
te ‘sta sera de afa nanna la fa anca<br />
‘sta zhiìga co’e àe vèrte, schinzhàdha<br />
tel ‘sfalto macià de ojàzh de un parchéjo</p>
<p>e cussì, cussìta, te ‘à tocà de dirla<br />
par primo a tì chea paròea maédheta</p>
<p>e prima ‘ncora che scuminzhiésse<br />
a dirte su ‘e sòite senpiàdhe de rito<br />
tì, co’ tuta ‘a naturàezha dei tó dó<br />
àni, te me ‘a ‘à dita cussì, cussìta,<br />
come che te sì bon, senza‘a ère<br />
in mèdho, senza nianca un rizh<br />
de domanda tacà tea coda. Cussì, cussìta</p>
<p>che pa’ un momento ‘ò vussù credher<br />
che te ‘a ‘vesse scanbiàdha, che te fusse<br />
drio mostràrme ‘na moto, un modheìn</p>
<p>dei tui tut a tòchi, co’l dedhìn intrincà<br />
verso chel pòro grumét de péne, là,<br />
par tèra, tel parché de chel parchéjo.</p>
<p><strong>La parola « morte »</strong></p>
<p><em>E così, così, fra noi / due è toccato pronunciarla per primo / proprio a te quella parola // quella parola che sempre angoscia, / che ci sembrava di avertela celata / per bene, per il tuo bene. Sciocchi noi solo / a pensare che bastasse non pronunciarla / fra le mura di casa per poter chiuderla / davvero fuori, fuori da te, per sempre / magari, per continuare ad adagiarti nel cotone / il più a lungo possibile, dentro una bella / bolla di amore infrangibile; che / sinora, quando ti portavo con me / a soffiare un bacio con la manina / a quel nonno che guarda sempre di lato – fra i fiori nei vasi &#8211; ai cancelli dell’entrata, sempre ti ho detto</em>: dai /che andiamo a salutare il nonno Antonio / che fa la nanna. <em>E così, così, / in questa sera afosa fa la nanna anche / questo passero con le ali aperte, spiaccicato, / nell’asfalto chiazzato di oliaccio di un parcheggio // e così, così, è toccato pronunciarla / per primo a te quella maledetta parola // e prima ancora che iniziassi / a dirti le usuali baggianate di rito / tu, con tutta la naturalezza dei tuoi due / anni, me l’hai detta così, così / come ne sei capace, priva di erre / in centro, senza neanche il ricciolo / di un punto di domanda sulla coda. Così, così // che per un istante ho voluto pensare / che l’avessi scambiato, che stessi / indicandomi una moto, un modellino dei tuoi // tutto a pezzi, col tuo ditino teso / verso quel povero mucchietto di piume, lì, / in terra, nel perché di quel parcheggio.</em></p>
<p><strong>Ladri</strong></p>
<p>Cussì ne ‘à tocà anca a noàntri,<br />
stanòt, catàr ‘a porta in sfesa,<br />
‘a seradhùra scassàdha, schàje<br />
de ‘egno sparpagnàdhe tel zerbìn</p>
<p>e chel sòito casìn, tee càmare,<br />
de chi che tràfeghe, in pressa:<br />
cassée rebaltàdhe sora ‘l let,<br />
svodhà i armerόni tel palché</p>
<p>e chea sensazhiόn de barbarie<br />
te l’aria: profanazhiόn de nido;<br />
chel fià de oro portà via, caro<br />
parché fondù in carati de memoria.</p>
<p>Nostro fiòl vardàrse intorno,<br />
spaesà, provàr a capìr. <em>“I manda<br />
i putèi,‘dèss”</em>, ne ‘à dit i caranba<br />
vignùdhi, po’, pa’l soraluògo,</p>
<p><em>“ghi’n ven brincà zhinque, ieri<br />
nòt te ‘na viléta, zhinque fiòi<br />
dai sète ai quindese àni”. </em>E mì,<br />
pensàr a ‘sti pore bòce obligàdhi</p>
<p>dai sui a ‘ndar a robàr; ‘a scuòea<br />
del scasso, ‘a giografia de case,<br />
apartamenti, de stanze e cassée<br />
che ghe ‘à tocà inparàr invezhe</p>
<p>de sentàrse drio un banco, zogàr.<br />
E mé fiòl che vièn fòra daa sό<br />
camaréta, co’ una dee sό amate<br />
machinéte in man, ‘a fàvoea</p>
<p>che ‘l me conta, là, tel curidhòio:<br />
<em>“allora, c’era un ladro cattivo<br />
e uno buono, il ladro buono dice<br />
a quello cattivo: sai che i giochi<br />
del bimbo non si devono toccare”.</em></p>
<p><strong>Ladri</strong></p>
<p><em>Così è toccato anche a noi, / questa notte, trovare la porta semichiusa, / la serratura scassinata, schegge / di legno sparse sullo zerbino // e quel consueto scompiglio, nelle camere, / di chi frughi di furia: / cassettiere ribaltate sopra il letto, svuotati gli armadi nel parquet // e quel senso di barbarie / nell’aria: profanazione di un nido; / quella manciata d’oro trafugata, cara / perché fusa in carati di memoria. // Nostro figlio guardarsi intorno, / spaesato, tentare di comprendere.</em> “Mandano / i minori, ora”, <em>ci hanno detto i carabinieri / venuti, poi, per il sopralluogo, // </em>“ne abbiamo acciuffati cinque, ieri / notte in una villetta, cinque ragazzini / dai sette ai quindici anni”. <em>E io, / pensare a questi poveri bambini costretti // dai loro genitori ad andare a rubare; la scuola / dello scasso, la geografia di case, / appartamenti, di stanze e cassetti / che hanno dovuto imparare invece // di potersi sedere dietro un banco, giocare. / E mio figlio che esce dalla sua / cameretta, con uno dei suoi amati / modellini d’auto in mano, la favola // che mi racconta, lì, in corridoio: / </em>“allora, c’era un ladro cattivo / e uno buono, il ladro buono dice / a quello cattivo: sai che i giochi del / bimbo non si devono toccare”.</p>
<p><strong>Scondicuc</strong></p>
<p>Lo ‘vée fat pa’ zogàr,<br />
sol pa’ farghe un scherzo,<br />
una de chee monàdhe<br />
che a volte un pare ghe<br />
fa al sό putèl, cussìta…<br />
parché ‘l pensa che sie<br />
bèl, de farlo ridér… ma<br />
co’ lo ‘ò vist là, (mì scont<br />
drio un àlbaro) fermo, fra<br />
i sasséti dea stradhéa, co’<br />
‘e sό braghesséte curte,<br />
el baretìn, caro cèo mio,<br />
e ’ò capìo che ‘l se sintìa<br />
pers in mèdho al parco, pièn<br />
de paura, sol e ribandonà,<br />
‘i òci ‘ndar de qua e de ‘à,<br />
de ‘à e de qua, senza catàr<br />
‘a sόea figura ‘ndo’ che<br />
i varàe podhù sintirse sicuri…<br />
te che l’àtimo (parché no’<br />
l’é stat altro che un istante)<br />
‘ò sintìo ‘l cuòr sbregàrse,<br />
vèrderse come se ‘na lama…</p>
<p>e mì, e ‘a mé ànema, caro<br />
Dio, e tì, che tii vede òni<br />
minùt da tanti de chii àni<br />
i mé òci persi, te domande:</p>
<p>situ senza, o l’atu forse fat<br />
de pièra, de fèro el tό cuòr?</p>
<p><strong>Nascondino</strong></p>
<p><em>Lo avevo fatto per gioco, / solo per fargli uno scherzo, / una di quelle stupidaggini / che a volte un padre / fa a suo figlio, così… / perché pensa riesca / bene, di farlo ridere… ma / quando l’ho visto lì, (io nascosto / dietro un albero) fermo, fra / i sassolini del sentiero, con / i suoi pantaloncini corti, / il berrettino, caro piccolino mio, / e ho compreso che si sentiva / perso in mezzo al parco, impaurito, / solo e abbandonato, / gli occhi vagare qua e là, / là e qua, senza scorgere / l’unica figura dove / avrebbero potuto trovar sicurezza… / in quell’attimo (perché non / è stato altro che un istante) / ho sentito il cuore lacerarsi, / spezzarsi come se una lama… // ed io, e la mia anima, caro / Dio, e tu, che lo scorgi ogni / istante da così tanti anni / il mio sguardo perso, ti chiedo: // ne sei privo, o ce l’hai forse / di pietra, di ferro il tuo cuore?</em></p>
<p><em>(Immagine: Rosemarie Trockel &#8211; Ohne Titel, 1983)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/04/inocenza-e-realta/">Inocenza e realtà</a></p>
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		<title>Lettera all&#8217;amico miscredente</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Feb 2008 16:31:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[dio]]></category>
		<category><![CDATA[idoli]]></category>
		<category><![CDATA[spirito libero]]></category>
		<category><![CDATA[turbine]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Valter Binaghi</strong> </p>
<p></p>
<p>La prima volta che ti ho incontrato eri uno scolaro sporco e malvestito, l’abominio della maestra di terza elementare, quello che graffiava le pagine col pennino spuntato e regolarmente prendeva due in calligrafia. Te ne fottevi del bello scrivere, e succhiavi castagne secche fregate al cartolaio: mentre col mio sussiego di bravo figlio d’impiegati ti mettevo in guardia dalle spaventose reprimende della zitella, allargavi il tuo sorriso sgangherato: &#8211; Dagli una spanna di cazzo e vedrai come si calma –</p>
<p>E così grazie, amico, per avere una prima volta sgomberato l’altare dall’idolo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/01/lettera-allamico-miscredente/">Lettera all&#8217;amico miscredente</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Valter Binaghi</strong> </p>
<p><img border="0" width="400" src="http://alderano.altervista.org/cavecruze.jpg" height="300" style="width: 156px; height: 131px" /></p>
<p>La prima volta che ti ho incontrato eri uno scolaro sporco e malvestito, l’abominio della maestra di terza elementare, quello che graffiava le pagine col pennino spuntato e regolarmente prendeva due in calligrafia. Te ne fottevi del bello scrivere, e succhiavi castagne secche fregate al cartolaio: mentre col mio sussiego di bravo figlio d’impiegati ti mettevo in guardia dalle spaventose reprimende della zitella, allargavi il tuo sorriso sgangherato: &#8211; Dagli una spanna di cazzo e vedrai come si calma –<span id="more-5271"></span></p>
<p>E così grazie, amico, per avere una prima volta sgomberato l’altare dall’idolo.</p>
<p>Nessun Dio nel candore pastorizzato della pagina di scuola, ma solo addestramento all’obbedienza, e il castigo rifinito dei sensi che mimava la virtù.</p>
<p>Ti ho incontrato più tardi, all’angolo della strada, mentre allungavi circospetto una banconota al ragazzino, a venti passi dalla farmacia: &#8211; Alcol a 95 gradi. Capito? Di che è per tua mamma, per fare il nocino – A te, nessuno nel paese serviva più nemmeno un bicchierino: eri il barbiere rovinato dal delirium che ha fatto uno sbrego alla guancia paffuta dell’assessore, ubriacone con un piede nella fossa, strafelice di esplodere nell’alto dei cieli come un’inutile cometa, obbrobrio del borghese che amministra i suoi giorni.</p>
<p>E così grazie ancora, per avermi insegnato che siamo figli del lusso e dello spreco: nessun Dio nella partita doppia, nell’economia pelosa dei buoni propositi, nel programma fariseo che affetta il paradiso giorno per giorno senza lacrime e senza gioia: solo uno sbirro cosmico a guardia di quei loro sudati risparmi.</p>
<p>E di nuovo sei venuto sulla mia strada, a scardinare le premesse di un’educazione scientifica mentre imparavo i segreti del motore e dell’accelerazione che ha nome Progresso: eri un bidello che masticava bestemmie, smerciavi panini al salame sottocosto agli studenti alla faccia dell’azienda incaricata dal Consiglio d’Istituto, e ogni giorno deridevi i miei sforzi: &#8211; Bella cosa la macchina, e il concerto dei pistoni, e le ruote come mandibole affamate di strada, ma chi guida? – dicevi – chi è che schiaccia il pedale, e decide dove si deve andare? Questa, caro mio, è la scienza che qui ti si nasconde! –</p>
<p>E di nuovo grazie, per avere infranto con una sassata lo specchio mentitore: nessun Dio nell’algido silenzio dei laboratori, nè davanti alle lenti del cannocchiale di Galileo, solo volontà di dominio, e lavori forzati per la natura stuprata.</p>
<p>E fosti sempre tu, sotto altre spoglie, a venirmi appresso nel corteo, quando cavalcavo l’onda della buona causa dietro uno striscione di quattro metri, e ben chiaro avevo in mente il bersaglio dell’odio sacrosanto, e la geografia del nuovo mondo che avremmo edificato una volta abbattuta la rocca del nemico di classe, ed eri questa volta l’anarchico barbuto che sibilava velenose apostrofi rubate a un filosofo tedesco impazzito a Torino.</p>
<p>- Che ne sarà – dicevi &#8211; del rivoluzionario di un tempo quando sarà giunto sul podio, e Attila legherà il cavallo, una volta nominato consigliere regionale? –</p>
<p>Grazie ancora, sgradevole amico: nessun Dio nel livore di un cuore risentito, niente santità nell’oppresso che è solo un oppressore mancato.</p>
<p>E ancora, ancora, mentre battezzavo coi più dolci nomi lo sfinimento e il riposo tra le braccia di lei, mi hai ricordato che quello è il tepore di una tana che contiene due solitudini, il silenzio ovattato che copre lo strepito del mondo là fuori.</p>
<p>– Basterete a voi stessi? – dicevi: &#8211; Forse si, ma solo a patto di essere l’uno per l’altro il carcere dei desideri, e lo sbirro che custodisce i nuovi sogni sotto chiave. –</p>
<p>Nessun Dio, nessun Dio tra le coltri e nella culla, nessun Dio che garantisce un patto tra le generazioni, e protegga il sangue dalla corruzione dei cuori.</p>
<p>E ancora adesso, mentre mi proclamo padre felice e compositore di trame, artigiano verboso prodigo di citazioni, proprio mentre mi accingo a celebrare l’ordine del mondo che si svela alla canizie (so il particolare e l’universale, lo yin e lo yang, conosco il posto di ogni cosa meglio del maggiordomo di Aristotele), tu vieni come un tarlo nella notte, l’insetto sconveniente sulla pagina già scritta, di nuovo a mettere zizzania tra i germogli di un sereno raccolto: – Faticosa regia, mosaico paziente, lodevole sforzo di una vita filosofale, che fa della sua pace l’ombelico del mondo, arruolato nel racket della pace interiore. Tutto questo tu chiami Dio: e se fosse soltanto la forma di un romanzo? -</p>
<p>Volentieri ti seguo ancora, molto deplorevole compagno, ben lontano da filosofi e preti di ogni risma se provano a benedire la pace presunta che esorcizza l’inquietudine del cuore, e volentieri me ne sto insieme a te su uno spuntone di roccia, senza acqua nè pascolo, l’alta solitudine battuta dal vento che pochi sopportano.</p>
<p>Dimmi che sei quello di sempre, lo spirito libero, che non hai fatto del rifiuto un catechismo, la meschina certezza ombelicale dell’ultimo uomo che fa di sè la misura del mondo, dimmi che andremo ancora insieme io e te, colui che afferma e colui che nega, gemelli indissolubili, scavatori dell’essere, portati dal turbine che ogni volta io provo a nominare e tu a mordere per sputare la moneta falsa: le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo, finchè c’è un carcere da sfondare e un idolo da abbattere, finchè il muto richiamo ci sveglia nella notte, la febbre senza brividi, la demenza innocente, ancora e sempre, Dio.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/01/lettera-allamico-miscredente/">Lettera all&#8217;amico miscredente</a></p>
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