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	<title>Nazione Indiana &#187; diritto</title>
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		<title>La società incivile e il diritto come campo di neutralizzazione</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Sep 2011 11:17:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>daniele ventre</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>Racconta Erodoto (Storie, I, 96-98) che i Medi, da poco liberatisi dagli Assiri, erano devastati dalla più totale anomia. Fra di essi si sarebbe distinto però un certo Deioce (il futuro fondatore mitico di Ecbatana, Hangmatana, il &#8220;Punto di incontro&#8221;), il quale, a differenza degli altri notabili e capitribù vicini, spiccava per equanimità e giustizia, virtù che indussero i Medi a eleggerlo re, così da non essere più soggetti all&#8217;aleatorietà destabilizzante di un mondo senza leggi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/04/la-societa-incivile-e-il-diritto-come-campo-di-neutralizzazione/">La società incivile e il diritto come campo di neutralizzazione</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>Racconta Erodoto (Storie, I, 96-98) che i Medi, da poco liberatisi dagli Assiri, erano devastati dalla più totale anomia. Fra di essi si sarebbe distinto però un certo Deioce (il futuro fondatore mitico di Ecbatana, Hangmatana, il &#8220;Punto di incontro&#8221;), il quale, a differenza degli altri notabili e capitribù vicini, spiccava per equanimità e giustizia, virtù che indussero i Medi a eleggerlo re, così da non essere più soggetti all&#8217;aleatorietà destabilizzante di un mondo senza leggi.</p>
<p>Come tutti i miti, la leggenda di Deioce (nessun dato induce a identificarlo con il Daiukku che certe iscrizioni di VIII sec. a.C. dichiarano essere stato vassallo degli Assiri e amministratore della Media per loro conto) contiene in sé una verità metastorica che trascende l&#8217;aspetto evenemenziale del racconto preso di per sé stesso: in una situazione di anomia che mette in pericolo la comunità, l&#8217;argine che immediatamente la comunità stessa trova è il riconoscimento di un&#8217;autorità giudiziaria.</p>
<p><span id="more-39955"></span>In questa situazione qualcuno riconoscerà a tutta prima la condizione di eccezionalità (<em>Ausnahmezustand</em>) teorizzata nel controverso pensiero di Carl Schmitt: in uno stato d&#8217;eccezione, diviene organo sovrano quell&#8217;entità politica (che possa o meno identificarsi con una persona fisica) in grado di farsi garante della legalità -e talora accade che le condizioni di uno stato di eccezione siano precostituite ad arte. Da questo punto di vista, l&#8217;intero, precario equilibrio sociopolitico ed economico sembra destinato a reggersi unicamente sul controbilanciarsi reciproco di minacce di ritorsione, o di coazioni ricattatorie più o meno velate, in un rapporto distorcente, e intercambiabile nei ruoli, fra persecutore-salvatore e ribelle-iperadattato.</p>
<p>In realtà nel mito di Deioce, narrato da Erodoto, lo stato di eccezione, per quanto embrionalmente concettualizzato, ha un ruolo marginale. Il racconto erodoteo parte da una situazione di effettiva, endemica instabilità socioeconomica iniziale, legata a una situazione di anomia (fra i Medi, ribadisce sempre Erodoto, sarebbero stati fenomeni comuni le malversazioni, le razzie, le iniquità). In un simile contesto, Deioce diviene garante di legalità per la sua naturale autorevolezza di giudice equanime. La comunità dei Medi decide allora di tutelarne gli interessi per offrirgli la necessaria serenità e autonomia di garante al di sopra delle parti. Mancano, nel racconto Erodoteo, due connotati della tipica situazione d&#8217;eccezione schmittiana: l&#8217;anomia, o la disnomia, è una condizione originaria, endemica, non viene messa in evidenza nei suoi connotati di immediato, eccezionale, pericolo emergente; soprattutto, l&#8217;organo che infine diventa sovrano non appare delineato sin da subito come autorità che per sé stessa, pur emergendo dalla storia, si pone quasi come estranea e superiore al corpo sociale: Deioce, di quel corpo sociale, è piuttosto parte, e il suo riconoscimento come referente giudiziale primario è espressione della comunità stessa. Per altri versi estraneo al racconto erodoteo è anche l&#8217;insieme di connotati che nella dottrina politica moderna definiscono, per un certo aspetto, la figura del Leviatano di Hobbes, per un altro l&#8217;idea spinoziana dell&#8217;equilibrio politico basato su una sorta di diritto di guerra: non vi si può rinvenire al principio il quadro di un astratto <em>bellum omnium erga omnes</em>, ma quello di una concreta instabilità sociale, e non c&#8217;è nessun processo logico-additivo delle particole di potere sottratte ai singoli perché confluiscano nello Stato; non si assiste infine all&#8217;emersione di un mero equilibrio paritario di forze, ma alla mera convergenza, per convenienza operativa, attorno a una persona fisica che svolge la funzione di fonte animata del diritto  (<em>nomos émpsykhos</em>). Soprattutto, lo scenario di partenza del mito può essere definito, da diversi punti di vista, apolitico: sia nel senso schmittiano (manca l&#8217;opposizione di fondo fra amici e nemici e i Medi puntano piuttosto, scegliendo Deioce, alla neutralizzazione); sia nel senso hobbesiano e spinoziano, per i motivi che si sono detti; sia, soprattutto, nel senso greco, visto che non c&#8217;è fra i Medi un<em> nomos</em>, cioè un modello condiviso di relazione sociale, rappresentanza, comportamento affermatosi come legge in quanto consuetudine distintiva dell&#8217;identità di un corpo sociale, un ordine socioculturale identificato e identificante il cui rispetto è la condizione essenziale per attuare la propria<em> eleutheria</em>, libertà responsabile nella comunità, all&#8217;interno dello spazio pubblico. Quella che Erodoto delinea col mito storico di Deioce è l&#8217;evoluzione di una società apolitica i cui membri, per sfuggire agli inconvenienti dell&#8217;anomia, o meglio, di una disnormatività fonte di squilibrio, si mettono nelle mani di un organo magistratuale che neutralizzi i conflitti. La dimensione primordiale della leggenda storica narrata da Erodoto trova perfetto rispecchiamento nella dimensione della regalità originaria per come viene delineata da uno dei testi giuridico-politici più antichi della storia, il Codice di Hammurabi, iscrizione regale (insieme propagandistica e promulgatoria) in cui la sovranità si identifica per la capacità do &#8220;dare giustizia&#8221; al popolo, o meglio di &#8220;reggerlo, indirizzarlo, farlo procedere diritto, raddrizzarlo, definirne la direzione, stabilirne i diritti&#8221;, secondo le molteplici connotazioni della voce accadica <em>esheru</em> che contraddistingue tale funzione come propria e specifica del sovrano*. Allo stesso modo, nella Grecia pre-politica o proto-politica della tarda età geometrica (fra Omero ed Esiodo), il ruolo dei <em>basileis</em>, residuo di autorità venuto fuori dal naufragio delle monarchie micenee piombate nell&#8217;età buia, è quello di stabilire una<em> itheia dike</em>, una &#8220;giustizia diritta&#8221;, o meglio, andando all&#8217;etimologia dei termini, una &#8220;in<em>dic</em>azione retta&#8221; sul piano della norma. La stessa radice di termini italici e celtici come <em>rex</em> e <em>rix</em> (dalla radice i. e. *Hreg-, &#8220;reggere&#8221;, &#8220;dirigere&#8221;), mostra come, per convergenza evolutiva, nella politicità ancora in fieri o di là da venire delle società tribali arcaiche fra Europa e Medio Oriente, la sovranità intesa come punto di riferimento primario rivestisse questo ruolo di indicatrice della norma, in un sistema sociale dominato dalla sopraffazione, dalla a-norm-alità, dall&#8217;imporsi del più forte.</p>
<p>La situazione della Media di Deioce, il contesto per cui membri di un gruppo sociale impolitico e anomico rinvengono nella figura ipostatizzata del giudice l&#8217;unica ancora di salvezza, fornisce uno schema interpretativo abbastanza calzante circa la situazione dell&#8217;Italia del berlusconismo -intendendo il berlusconismo non tanto nella sua accezione ristretta, come pensiero della maggioranza di centrodestra, ma piuttosto nella sua accezione ampia, e più vera, di orientamento comune, per vari tratti, alla classe dirigente del periodo 1994-2011, al di là dello schieramento partitico. Un connotato essenziale dell&#8217;Italia berlusconiana, un fattore distintivo i cui sviluppi hanno radici lontane, è essenzialmente l&#8217;impoliticità. Non è nemmeno un caso che i due eventi scatenanti dell&#8217;<em>entpolitisierung</em> italica possano in larga parte individuarsi in due momenti tesissimi della nostra storia giudiziaria, il detonare del caso P2, al principio degli anni &#8217;80 del secolo scorso, e ovviamente l&#8217;esplosione di &#8220;mani pulite&#8221; -l&#8217;ora in cui parve, per riecheggiare alla lontana un noto articolo di Cesare Garboli, che l&#8217;ufficiale di Sua Maestà potesse davvero arrestare il nostro canceroso Tartufo. E ancor più banalmente, non è un caso che la risposta della classe dirigente (che continuo a non chiamare classe politica per evidenti ragioni), sia stata, di fatto, l&#8217;attuazione, sia pur in forma parzialmente attenuata, di quell&#8217;autoritarismo che serpeggiava nei progetti di sovversione più oscuri (piano di rinascita in testa), più o meno eterodiretti, della storia d&#8217;Italia fra la fine della seconda guerra mondiale e la fine della guerra fredda. Al configurarsi della svolta autoritaria morbida che il berlusconismo rappresenta, e che introduce una cifra comportamentale (prevaricatoria e prevaricatrice) riconoscibilissima, e deteriore, della socialità italica, hanno contribuito in egual misura quasi tutti gli schieramenti in cui la classe dirigente si divide: ovviamente la &#8220;destra&#8221;, come esplicito propulsore diretto del momentaneo riassestamento egemonico (che impropriamente alcuni chiamano cambiamento politico), ma anche la &#8220;sinistra&#8221;, che ha barattato la vecchia teologia negativa del potere, che le era propria nel contesto dell&#8217;antica dialettica DC-PCI, con l&#8217;acquiescenza (-complicità) fattuale ammantata di critica arguta (d&#8217;ora in poi gli orientamenti partitici italiani apparranno qui adorni, per evidenti motivi, di attenuative virgolette). In un simile contesto, l&#8217;emissione di norme e la loro attuazione non ha connotati di attività politica legislativo-esecutiva, ma si pone semplicemente come intermediazione economica di secondo livello: è un&#8217;attività dirigente di carattere meramente gestionale, che agisce sulle strutture economiche e culturali della società civile ammantandosi di una presunta infallibilità conferitale <em>in rebus</em>  dalla congiuntura e dalla sua interpretazione unidirezionale secondo la forma della ragion tecnica.  In questo senso la gestione delle forze socioeconomiche sul territorio (perifrasi che d&#8217;ora in poi sostituirà il termine &#8220;politica&#8221;, che non vi si identifica) produce una peculiare neolingua, centro e cardine della quale è l&#8217;espressione &#8220;azienda Italia&#8221;, che deve essere rimessa in pari o dismessa o smembrata, o anche abbandonata per le Bahamas con sbottamenti di turpiloquio, ove si ostini, misteriosamente, a non seguire muta e ossequiosa le indicazioni imposte dal direttore generale. Corollario: noteremo anche, incidentalmente, che come accesso all&#8217;attività-funzione di intermediazione economica di secondo livello, o di supergestione interaziendale sul territorio, o di regolamentazione economica di secondo ordine, la collocazione nella classe dirigente è stata in gran parte la via italiana al terziario avanzato. Altrove, per esempio negli USA, in bene come in male, certe attività di carattere gestionale di secondo livello, pur fortemente interfacciate con la politica, non vi si identificano. Non è un caso -e spero di sbagliarmi- che su larga scala il post-industriale italiano, se si esclude forse solo la telefonia cellulare, sia sostanzialmente abortivo: in realtà il nostro (feudal-)capitalismo postindustriale siede in parlamento, o nei consigli regionali, provinciali, comunali (se si esclude qualche eroica eccezione), e ai fini del benessere dell&#8217;intera società civile è un (feudal-)capitalismo postindustriale pletorico, e nella sostanza improduttivo. Quale sia poi, sul piano decisionale, l&#8217;efficacia dell&#8217;azione di un simile comitato di pietra (scheggiata), è evidente dal contraddittorio sull&#8217;ultima finanziaria, che certo non pareggerà il bilancio, ma sicuramente si mangerà un altro pezzo più o meno sostanzioso dei nostri &#8220;diritti&#8221; di &#8220;cittadini&#8221; (ancora una volta, in un tripudio obbligato di virgolette).</p>
<p>La gestione-regolamentazione delle forze socioeconomiche del territorio non conosce reali divisioni fra schieramenti, ma solo tensioni fra gruppi di interessi in perpetua cerca di riassestamento egemonico. L&#8217;<em>input</em> politico delle elezioni, dominate da una superficiale propaganda di colori, viene mediaticamente indirizzato (per dirla con Dahrendorf e con Chomsky) e viene poi ridotto e normalizzato da un <em>output</em> non lineare -così che l&#8217;elettore &#8220;conservatore&#8221;, votando a &#8220;destra&#8221;, potrebbe vedere non attuata la sospirata secessione dal sud degenere o potrebbe assistere al governo di un lenone vagamente pedofilo, mentre l&#8217;elettore &#8220;progressista&#8221;, votando a &#8220;sinistra&#8221;, potrebbe veder sancito il precariato e la depauperazione della scuola pubblica -ma c&#8217;è da ricordare che il più delle volte l&#8217;<em>output</em> per l&#8217;elettore è indifferente. La gestione-regolamentazione non concepisce nemmeno la divisione montesquieuiana dei poteri. Il supremo gestore mediatico, chiunque egli sia, crea il suo partito-azienda, o meglio, il suo <em>staff</em> di pubbliche relazioni, detenendo l&#8217;esecutivo e neutralizzando il parlamento. Al di là della gridata gogna, le dinamiche di congiuntura e riassestamento lo hanno di fatto, per lungo tempo, posto al riparo della pur blanda confutazione elettorale. L&#8217;unico fattore residuale, non ridotto, della vecchia tripartizione dei poteri, è la magistratura, in particolare la magistratura penale, che il<em> cast</em> gestionale non è finora del tutto riuscito a rendere &#8220;innocua&#8221;. Accade così che nella società impolitica, e sostanzialmente in-civile, dell&#8217;Italia contemporanea, la &#8220;riforma della giustizia&#8221; sia il salto dell&#8217;asino di ogni riassestamento egemonico incompiuto, e nello stesso tempo sia, in determinati periodi, ipostatizzata, quasi mitizzata, una sorta di redivivo Deioce per tribù iraniche in coma disnomico. Ed è perciò che l&#8217;ultimo fronte violento di lotta interna, l&#8217;ultimo vero e proprio<em> bellum civile</em>, sull&#8217;alto piano istituzionale, con morti e feriti, è sorto intorno alla magistratura, con i suoi eroici nomi (da Livatino, a Falcone, a Borsellino), insteriliti e sviliti nella stanca ripetizione delle pubbliche commemorazioni, che consegnando l&#8217;eroe al passato, lo riuccidono nei fatti celebrandone nel nome l&#8217;apoteosi -considerando per di più che nel nostro tempo la memoria o è un <em>optional</em> o è, nella migliore delle ipotesi, un&#8217;interpretazione funzionale all&#8217;oggi. Questa ipostatizzazione nasce da un dato di fatto: dei vecchi poteri, quello giudiziario-magistratuale è l&#8217;unico a non essere stato (in senso filosofico) ridotto, è l&#8217;unico rimasto nella sostanza autonomo, per quanto corruttibile esso sia. In pratica, è l&#8217;ultimo organo istituzionale che, per quanto sia spesso degenere e inefficiente  e brontosaurico e corruttibile nella prassi, si oppone ancora di principio al<em> cast</em> gestionale con l&#8217;inquietante imprevedibilità di un interlocutore ontologicamente autonomo, che per sua natura non può essere totalmente ridotto, né <em>de iure</em>, né <em>de facto</em>, né<em> in re</em>, né <em>in dicto</em>, ad alcuna componente economica sul territorio, sia essa industria o banca o mafia o religione.</p>
<p>L&#8217;ipostatizzazione della legge, e del magistrato in specie, non è ovviamente un rimedio. Prima di tutto, corruttibilità, inefficienze, arbitrii, rimangono a ferire il cittadino comune, che non può scatenare il potere dei <em>media</em> -che anzi, in presenza di un processo penale diventato spettacolo, lo travolgono, disinterpretando ogni dettaglio privato e reinserendolo nell&#8217;ottica del crimine a cui l&#8217;ipotetico colpevole è ormai associato, morta la presunzione d&#8217;innocenza del diritto penale moderno. Soprattutto, la magistratura, nella sua residuale autonomia, è sì irriducibile, il che è irrinunciabilmente un bene, ma è anche potenzialmente fuori controllo. Appare evidente a chiunque il degrado giuridico di una società in cui una pletora di dispositivi normativi (chiamarli &#8220;leggi&#8221; è improprio) spesso in potenziale contrasto fra loro,  apre sovente la via, nella contingenza del dibattimento civile o penale, all&#8217;interpretazione della norma e della procedura (uso i termini con voluta, parziale, improprietà, in senso metaforico) -e  la proliferazione di leggi e la pericolosità dell&#8217;esercizio del diritto penale <em>sibi permissus</em> emergeva per esempio, sotto altri cieli, per altri problemi, in tempi e luoghi non sospetti, o meno sospetti dei nostri, almeno per certe questioni, (Francia, 1966), in un aureo libretto di denuncia dei magistrati Denis Salas e Antoine Garapon, <em>La république penalisée</em>, nel quale si stigmatizzavano le potenziali storture di cui è capace una legislazione minuta che abbia l&#8217;occhio alla discrezionalità, sia pur socioeconomicamente non &#8220;ridotta&#8221;, del magistrato, e che trasforma il cittadino nell&#8217;ospite mal sopportato di una casa di correzione.  Tornando a noi, e ai nostri sospettissimi tempi, nella sostanza dei fatti, se la società italiana degli anni &#8217;10 del XXI secolo è regredita, fra governo e parlamento, &#8220;federalismo&#8221; ed &#8220;autonomie&#8221; locali, alla dimensione prepolitica che vigeva agli albori della protostoria, prima del codice di Hammurapi e della civiltà che lo ha prodotto, il massimo che questa società in-civile è riuscita a darsi, come orizzonte ideale, è l&#8217;ipostatizzazione discontinua di una figura di magistrato-giustiziere che soggettivamente decide nella contingenza del giudizio. Un giudizialismo improprio che invoca l&#8217;intervento<em> ex machina</em> (<em>iuridica</em>) di una divinità bifronte, i cui poteri, di fatto fuori controllo, si sperano astrattamente limitati a un certo ambito -e non possiamo nemmeno parlare di deriva giustizialista, che è un fenomeno diverso, meno ibrido, più netto, tipico di civiltà giuridiche di prassi e credibilità sociale più mature. Così, nello spazio pubblico lacerato da mille singolarità, il cittadino abdica alla sua responsabilità politica, mentre il magistrato diventa, per altri aspetti, l&#8217;auspicato censore cosmico di quelle singolarità, il tecnico del sociale sforacchiato, la figura a cui si richiede, su varia scala, il riparo del pubblico guasto.</p>
<p>I paradossi dell&#8217;assenza del politico, che nascono da questa situazione, sono molteplici e tutti suscettibili di pericolosi sviluppi. Al fondo, rimane il paradosso dell&#8217;autorità, additato già nel 1921, alla vigilia dell&#8217;avvento fascismo, da un maestro defilato del diritto italiano, Giuseppe Capograssi, che in un&#8217;opera a suo tempo misconosciuta (<em>Riflessioni sull&#8217;autorità e la sua crisi</em>), identificava la matrice della politica nell&#8217;autorità come espressione positiva della partecipazione responsabile dell&#8217;individuo al costituirsi della comunità. Sia il <em>cast</em> gestionale sia la massa degli uomini comuni, intimamente impolitici, incivili, alieni anche solo all&#8217;idea di assunzione autorizzante di responsabilità, cercano piuttosto autoritarismi deresponsabilizzanti -di qui la dialettica impropria fra il presidente criminale e la magistratura senza qualità. E da questa dis-assunzione di responsabilità, la dimensione umana ne esce es-autor-ata, sul piano cognitivo (avere autorità significa poter dire <em>auctor sum</em>, sostengo in buona fede e in buona fede lotto per ciò che sostengo, pronto ad accettare la smentita) e sul piano etico-politico -al punto che è possibile il rovesciamento di ogni coordinata assiologica, così che il precario che lotta per il suo diritto al lavoro diviene, nelle parole di Brunetta, &#8220;la parte peggiore d&#8217;Italia&#8221;, la cultura diventa, nelle parole di Tremonti, un&#8217;attivitià voluttuaria con cui &#8220;non si incartano panini&#8221; (non sarà mai stato nei ristoranti danteschi del centro di Firenze), un mafioso pluriomicida diventa, nelle parole di un Dell&#8217;Utri, addirittura &#8220;un eroe&#8221;, il pluralismo e il pensiero laico diventano, nelle parole di Woitila e Ratzinger, &#8220;pericoloso relativismo&#8221; e &#8220;false luci del mondo&#8221;. Espressione pubblica del paradosso dell&#8217;autorità è il paradosso della comunità. Vi sono certo uomini e le donne che, magari a partire dai cosiddetti movimenti &#8220;antipolitici&#8221; (che a questo punto sono in realtà genuinamente<em> politici</em>,  la vera antipolitica essendo truffaldinamente e saldamente attestata nel palazzo, a &#8220;destra&#8221; come a &#8220;sinistra&#8221;, dall&#8217;impero mediatico alla tecnostruttura bancario-burocratica, passando per la dirigenza FIAT), sostengono con più sincerità e coscienza, fra gli altri temi di punta, l&#8217;azione della magistratura contro il <em>premier</em> criminale: ma anche così, non bisogna mai dimenticare un dato. C&#8217;è il serio rischio che il punto di riferimento per la ricostituzione di una <em>com-munitas</em>, cioè di una società in cui ognuno è titolare di un <em>munus</em>, contributo-remunerazione sociale (per seguire alla lontana Roberto Esposito), sia una delle tante cerchie di <em>im-munes</em>, di membri di un ordine professionale riverito e forte che ha, ben ritagliato nello spazio pubblico, il suo <em>témenos</em> di prerogative di casta. A un livello più ampio, mentre i più diversi centri di potere (grande capitale, classe dirigente, chiesa cattolica, mafie) si ritagliano a vario titolo e in vari contesti spazi sempre più larghi di immunità, e lo spazio vitale dell&#8217;<em>homo com-munis</em> viene così svilito, sminuito e diminuito sempre di più, insieme alla sovranità e all&#8217;autorità pubblica, si cerca diffusamente nell&#8217;ambito del diritto (inteso in senso ampio di funzione giuridica e godimento di diritti irrinunciabili) quello che con Schmitt possiamo chiamare un campo di neutralizzazione dei conflitti storico-sociali, un ambiente socioculturale dove riparare, a cui ricondurre ultimativamente i conflitti, perché siano risolti e neutralizzati -Schmitt vedeva nella tecnica come dominio sulla natura il campo di neutralizzazione dominante nell&#8217;età contemporanea. Fatto sta che mentre la tecnica è di per sé un campo di neutralizzazione cieco (come Schmitt stesso  nota), in pratica non è un vero campo di neutralizzazione, ma solo un insieme di apparecchiature prostetiche, nel frattempo ognuno dei sullodati centri di potere ha la forza di tutelare i suoi privilegi a danno di tutti, almeno fin dove cominciano i privilegi di un altro centro di potere; ogni centro di potere cerca di legittimarsi a partire dal suo pacchetto di non negoziabili diritti; ogni centro di potere definisce il suo specifico campo di neutralizzazione, avendo la forza di piegare almeno in parte a proprio vantaggio il diritto in senso giuridico; ogni centro di potere, nella crassa materialità della sua deriva storica e della sua riduzione economica, ha abdicato alla sua autorità (significherebbe altrimenti riconoscere l&#8217;autorità altrui in un clima di valorizzazione dell&#8217;altro), in nome di un autoritarismo particolare; ogni centro di potere (partito chiesa impresa cosca) non concepisce l&#8217;altro nella problematica dialettica di interlocutore-avversario (<em>iustus hostis</em>), ma cerca di ridurlo a termini nulli, fagocitandolo, o di annientarlo (mediaticamente economicamente fisicamente), se si dimostra irriducibile, consumandosi in una guerra di dissipazione sociale senza uscita qualora l&#8217;avversario non sia eliminabile.</p>
<p>In questo contesto, il diritto è un concetto vuoto, senza autorità, la moltiplicazione dei diritti si traduce solo in moltiplicazione delle tutele, e dunque dei controlli, la società incivile oscilla fra la situazione somala della disintegrazione tribale, la situazione algerina dello stato d&#8217;eccezione permanente e un totalitarismo strisciante perché, ancora una volta, <em>in rebus</em>, la libertà diviene semplicemente una <em>libertas</em> senatoria, tutela dell&#8217;<em>immunitas</em> di alcuni a danno della <em>communitas</em> svilita di tutti gli altri (&#8220;libertà della chiesa&#8221;, &#8220;popolo delle libertà&#8221; etc.), il ricorso all&#8217;ipostasi decentrata del magistrato essendo ormai solo più l&#8217;invocazione incerta e asfittica di un Cesare ancora di là da venire, o di un altro Deioce, fondatore di una nuova Hangmatana, di un nuovo Punto di Incontro.</p>
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<p>*Rimando a tal proposito all&#8217;articolo  <a title="Il codice di Hammurabi: promulgazione di norme o celebrazione del buon regno?" href="http://www.jus.unitn.it/cardozo/Review/2005/Lanfranchi.pdf">Il &#8220;codice&#8221; di Hammurabi: promulgazione di norme o celebrazione del buon regno?</a> di Giovanni B. Lanfranchi</p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/04/la-societa-incivile-e-il-diritto-come-campo-di-neutralizzazione/">La società incivile e il diritto come campo di neutralizzazione</a></p>
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		<title>Il Minottino: un manuale di sopravvivenza giuridica in rete</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Sep 2009 05:41:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>Con oltre un anno di ritardo (da maggio 2008) segnalo un testo ancora importante nonostante le nuove leggi sulla rete varate nel frattempo &#8211; Jan Reister</em></p>
<p>Daniele Minotti è un avvocato che si occupa di diritto penale dell’informatica e che sul <a title="il blog di daniele minotti" href="http://www.minotti.net/">suo blog</a> commenta i fatti italiani di diritto e web.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/16/il-minottino-un-manuale-di-sopravvivenza-giuridica-in-rete/">Il Minottino: un manuale di sopravvivenza giuridica in rete</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Con oltre un anno di ritardo (da maggio 2008) segnalo un testo ancora importante nonostante le nuove leggi sulla rete varate nel frattempo &#8211; Jan Reister</em></p>
<p>Daniele Minotti è un avvocato che si occupa di <span class="Apple-style-span" style="font-size: 12px; line-height: normal;">diritto penale dell’informatica e che sul <a title="il blog di daniele minotti" href="http://www.minotti.net/">suo blog</a> commenta i fatti italiani di diritto e web. Ora ha scritto un piccolo compendio di problemi giuridici ad uso di chi giurista non è, ma vive quotidianamente la rete scrivendo su blog, forum e altri canali.</span></p>
<p><a href="http://www.minotti.net/il-minottino/">Il Minottino &#8211; manuale di sopravvivenza giuridica ad uso del blogger</a> è un testo divulgativo per chi scrive in rete e vuole orientarsi tra i problemi più comuni  che si incontrano (responsabilità, copyright, diffamazione, pubblicità &#8211; solo per citarne alcuni): lo fa senza dare delle risposte pronte all&#8217;uso, ma permettendo al lettore di riflettere e farsi un&#8217;opinione operativa, offrendo i punti di riferimento e le fonti necessarie.</p>
<p>Dopo aver letto il Minottino vi capiterà di aggiornare le note legali del vostro blog (come abbiamo <a href="http://www.nazioneindiana.com/chi-siamo/nota-legale/">fatto</a> qui) e magari parlarne ai vostri amici e lettori; ma la cosa più importante da fare è passarlo ai vostri amici magistrati, avvocati, periti e funzionari di polizia perché troveranno interessantissimo l&#8217;apparato di fonti e soprattutto la lista di siti e blog giuridici che Daniele Minotti segnala a fine libro.</p>
<p>Il testo è liberamente scaricabile come pdf dal suo editore, <a href="http://ebookstore.simplicissimus.it/daniele_minotti-il_minottino?category_id=0&amp;search_string=minotti&amp;search_category_id=0">Simplicissimus Book Farm</a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/16/il-minottino-un-manuale-di-sopravvivenza-giuridica-in-rete/">Il Minottino: un manuale di sopravvivenza giuridica in rete</a></p>
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		<title>La rivoluzione di un padre</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Feb 2009 23:35:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>roberto saviano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>Beppino Englaro, il papà di Eluana, sta dando forza e senso alle istituzioni italiane e alla possibilità che un cittadino del nostro Paese, nonostante tutto, possa ancora sperare nelle leggi e nella giustizia. Ciò credo debba essere evidente anche per chi non accetta di voler sospendere uno stato vegetativo permanente e ritiene che ogni forma di vita, anche la più inerte, debba essere tutelata.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/09/la-rivoluzione-di-un-padre/">La rivoluzione di un padre</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>Beppino Englaro, il papà di Eluana, sta dando forza e senso alle istituzioni italiane e alla possibilità che un cittadino del nostro Paese, nonostante tutto, possa ancora sperare nelle leggi e nella giustizia. Ciò credo debba essere evidente anche per chi non accetta di voler sospendere uno stato vegetativo permanente e ritiene che ogni forma di vita, anche la più inerte, debba essere tutelata.<br />
Mi sono chiesto perché Beppino Englaro, come qualcuno del resto gli aveva suggerito, non avesse ritenuto opportuno risolvere tutto &#8220;all&#8217;italiana&#8221;. Molti negli ospedali sussurrano: &#8220;Perché farne una battaglia simbolica? La portava in Olanda e tutto si risolveva&#8221;. Altri ancora consigliavano il solito metodo silenzioso, due carte da cento euro a un&#8217;infermiera esperta e tutto si risolveva subito e in silenzio.<span id="more-14264"></span><br />
Come nel film &#8220;Le invasioni barbariche&#8221;, dove un professore canadese ormai malato terminale e in preda a feroci dolori si raccoglie con amici e familiari in una casa su un lago e grazie al sostegno economico del figlio e a una brava infermiera pratica clandestinamente l&#8217;eutanasia.<br />
Mi chiedo perché e con quale spirito accetta tutto questo clamore. Perché non prende esempio da chi silenziosamente emigra alla ricerca della felicità, sempre che le proprie finanze glielo permettano. Alla ricerca di tecniche di fecondazione in Italia proibite o alla ricerca di una fine dignitosa. Con l&#8217;amara consapevolezza che oramai non si emigra dall&#8217;Italia solo per trovare lavoro, ma anche per nascere e per morire. Nella vicenda Englaro ritornano sotto veste nuova quelle formule lontane e polverose che ci ripetevano all&#8217;università durante le lezioni di filosofia.<br />
Il principio kantiano: &#8220;Agisci in modo che tu possa volere che la massima delle tue azioni divenga universale&#8221; si fa carne e sudore. E forse solo in questa circostanza riesci a spiegarti la storia di Socrate e capisci solo ora dopo averla ascoltata migliaia di volte perché ha bevuto la cicuta e non è scappato. Tutto questo ritorna attuale e risulta evidente che quel voler restare, quella via di fuga ignorata, anzi aborrita, è molto più di una campagna a favore di una singola morte dignitosa, è una battaglia in difesa della vita di tutti. E per questo Beppino, nonostante il suo dramma privato, ha dovuto subire l&#8217;accusa di essere un padre che vuole togliere acqua e cibo alla propria figlia, contro coloro che dileggiano la Suprema Corte e contro chi minaccia sanzioni e ritorsioni per le Regioni che accettino di accogliere la sua causa, nel pieno rispetto di una sentenza della Corte di cassazione.<br />
L&#8217;unica risposta che ho trovato a questa domanda, la più plausibile, è che la lotta quotidiana di Beppino Englaro non sia solo per Eluana, sua figlia, ma anche e soprattutto in difesa del Diritto, perché è chiaro che la vita del Diritto è diritto alla vita. Beppino Englaro con la sua battaglia sta aprendo una nuova strada, sta dimostrando che in Italia si può e si deve restare utilizzando gli strumenti che la democrazia mette a disposizione. In Italia non esiste nulla di più rivoluzionario della certezza del Diritto. E mi viene in mente che tutelare la certezza dei diritti, la certezza dei crediti, costituirebbe la stangata definitiva all&#8217;economia criminale. Se fosse possibile, nella mia terra, rivolgersi a un tribunale per veder riconosciuto, in un tempo congruo, la fondatezza del proprio diritto, non si avvertirebbe certo il bisogno di ricorrere a soluzioni altre. Beppino questo sta dimostrando al Paese. Non sarebbe necessario ricorrere al potere di dissuasione delle organizzazioni criminali, che al Sud hanno il monopolio, illegale, nel fruttuoso business del recupero crediti.<br />
E a lui il merito di aver insegnato a questo Paese che è ancora possibile rivolgersi alle istituzioni e alla magistratura per vedere affermati i propri diritti in un momento di profonda e tangibile sfiducia. E nonostante tutte le traversie burocratiche, è lì a dimostrare che nel diritto deve esistere la possibilità di trovare una soluzione.<br />
Per una volta in Italia la coscienza e il diritto non emigrano. Per una volta non si va via per ottenere qualcosa, o soltanto per chiederla. Per una volta non si cerca altrove di essere ascoltati Qualsiasi cittadino italiano, comunque la pensi non può non considerare Beppino Englaro un uomo che sta restituendo al nostro Paese quella dignità che spesso noi stessi gli togliamo.<br />
Immagino che Beppino Englaro, guardando la sua Eluana, sappia che il dolore di sua figlia è il dolore di ogni singolo individuo che lotta per l&#8217;affermazione dei propri diritti. Se avesse agito in silenzio, trovando scorciatoie a lui sarebbe rimasto forse solo il suo dolore. Rivolgendosi al diritto, combattendo all&#8217;interno delle istituzioni e con le istituzioni, chiedendo che la sentenza della Suprema Corte sia rispettata, ha fatto sì, invece, che il dolore per una figlia in coma da 17 anni, smettesse di essere un dolore privato e diventasse anche il mio, il nostro, dolore. Ha fatto riscoprire una delle meraviglie dimenticate del principio democratico, l&#8217;empatia. Quando il dolore di uno è il dolore di tutti. E così il diritto di uno diviene il diritto di tutti.</p>
<p><em>pubblicato su &#8220;La Repubblica&#8221;, il 23.1.2009.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/09/la-rivoluzione-di-un-padre/">La rivoluzione di un padre</a></p>
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		<title>Se non ora, quando&#8230;</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Feb 2009 10:26:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong> e sottoscritto da tutta <strong>Nazione Indiana</strong></p>
<p>Abbiamo assistito all’arroganza di chi crede di possedere La Verità e la utilizza come una mannaia contro chi ha un’idea diversa, più interlocutoria più perplessa più umana, di verità&#8230;</p>
<p>Abbiamo assistito all’indifferenza e alla ottusa presunzione con cui figure istituzionali hanno tentato di schiacciare il diritto sulla base di «convinzioni giuridiche etiche e legislative», come ha dichiarato il governatore Formigoni, incuranti del fatto che le convinzioni non possono in alcun modo sostituirsi al diritto.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/07/se-non-ora-quando/">Se non ora, quando&#8230;</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-14226" title="beppino_big" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/beppino_big.jpg" alt="beppino_big" width="401" height="175" /></p>
<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong> e sottoscritto da tutta <strong>Nazione Indiana</strong></p>
<p>Abbiamo assistito all’arroganza di chi crede di possedere La Verità e la utilizza come una mannaia contro chi ha un’idea diversa, più interlocutoria più perplessa più umana, di verità&#8230;</p>
<p>Abbiamo assistito all’indifferenza e alla ottusa presunzione con cui figure istituzionali hanno tentato di schiacciare il diritto sulla base di «convinzioni giuridiche etiche e legislative», come ha dichiarato il governatore Formigoni, incuranti del fatto che le convinzioni non possono in alcun modo sostituirsi al diritto.</p>
<p>Abbiamo assistito alla spregiudicatezza con cui la Chiesa e i suoi prelati hanno violato la sacralità stessa della Parola (il verbo) mistificando la verità, ricorrendo a menzognere argomentazioni cliniche (come la presunta sofferenza della morte per disidratazione o la presunta «morte di fame e sete»), per corroborare posizioni di ordine etico-confessionale che, per quanto legittime, peccano di disonestà appunto, se si trincerano dietro alla menzogna.<span id="more-14225"></span></p>
<p>Abbiamo assistito alla leggerezza con cui quella stessa Chiesa ha usato (e continua a usare) pesi e misure diverse, se non addirittura logiche diverse, a seconda se si tratti di difendere il naturale corso del concepimento o l’innaturale interruzione di una morte.</p>
<p>Abbiamo assistito al cinismo con cui quella Chiesa e quei prelati hanno fatto strame della pietà dinanzi a un uomo, una figlia, una madre&#8230; dinanzi a una famiglia colpita da un lutto terribile e straziata da una scelta che dovrebbe consigliare, se non addirittura imporre, almeno la carità del silenzio.</p>
<p>Abbiamo assistito all’oscenità di malati (anzi, disabili) portati nelle piazze da associazioni cattoliche&#8230; come se la malattia o l’invalidità possano essere “bandiere” da esibire o brandire contro qualcuno o qualcosa, come se disabili e malati non fossero, prima ancora che disabili e malati, persone uniche e irriducibili libere di scegliere ognuno per sé, secondo diritti riconosciuti a tutti.</p>
<p>Abbiamo assistito alla presunzione con cui troppi si sono eletti a giudici di questo padre riservato, dallo sguardo dolente e severo, scagliando contro di lui, scompostamente, parole ottuse come pietre, («Vita» «Morte» «Coscienza») che, nella loro vuota genericità e disincarnata inconsistenza, fanno ancora più male a chi sperimenta quotidianamente un dolore così, una perdita tale.</p>
<p>Abbiamo assistito al disprezzo di ogni forma di  pudore da parte di un Presidente del Consiglio che si permette di barattare il destino di questa ragazza, di questo padre e di questa madre con il consenso del Vaticano al punto da dichiarare: «dobbiamo comunque cercare di non disattendere le istanze della Chiesa», incurante della laicità di uno Stato che, fino a prova contraria, non può e non deve essere succube di volontà, desideri, anatemi di nessuna Chiesa.</p>
<p>Adesso, quando sembrava che – nonostante una tale arroganza, una tale indifferenza, una tale ottusità, una tale spregiudicatezza, un tale cinismo, una tale oscenità, una tale presunzione, un tale disprezzo – fosse finalmente arrivato il momento del silenzio, della restituzione di questa figlia a questo padre e a questa madre perché si compia, come ha detto Peppino Englaro, «il percorso naturale della morte bloccato dai medici»&#8230; non è più possibile tollerare oltre!<br />
Non è più possibile permettere che vengano addirittura sovvertiti i fondamenti stessi della nostra Costituzione, che venga messa in discussione la legittimità del Presidente della nostra Repubblica, sommo garante della nostra Carta costituzionale! Non è più possibile tollerare che venga perpetrato un tale Abuso nei confronti stessi della nostra Democrazia nel silenzio connivente di tutti noi&#8230;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/07/se-non-ora-quando/">Se non ora, quando&#8230;</a></p>
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		<title>L&#8217;ORDINE DEL CREATO</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Dec 2008 06:51:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/immagine.jpeg"></a> Perché tengo tanto a coniugare la riflessione sull’omosessualità a quella sull’ateismo e sulla diffusione della cultura scientifica? Perché sono convinto che una vera e profonda accettazione dell’omosessualità nelle nostre società non possa che conseguire all’affrancamento dal retaggio abramitico. Quel retaggio in virtù del quale si ritiene che un “creatore” abbia voluto generi e specie così come sono, immutabilmente: l’ordine del “creato”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/30/lordine-del-creato/">L&#8217;ORDINE DEL CREATO</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/immagine.jpeg"><img class="size-full wp-image-12941 alignleft" title="immagine" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/immagine.jpeg" alt="" width="128" height="128" /></a> Perché tengo tanto a coniugare la riflessione sull’omosessualità a quella sull’ateismo e sulla diffusione della cultura scientifica? Perché sono convinto che una vera e profonda accettazione dell’omosessualità nelle nostre società non possa che conseguire all’affrancamento dal retaggio abramitico. Quel retaggio in virtù del quale si ritiene che un “creatore” abbia voluto generi e specie così come sono, immutabilmente: l’ordine del “creato”.</p>
<p>Da tale retaggio viene l’ottuso trincerarsi di molti dietro al cosiddetto “diritto naturale”. Da qui i feroci attacchi da parte dei vari fondamentalismi abramitici &#8211; in primis quello vaticano &#8211; contro il movimento Lgbt.</p>
<p>Costoro non hanno digerito Darwin. Costoro &#8211; se messi alle strette &#8211; giungono a inventarsi la teoria dell’<em>Intelligent Design</em>. Per costoro le rivendicazioni femministe e gay (vedi gli attacchi che riservano alla Ru486 e alla teoria <em>gender</em>) vanno contro l’ordine naturale e dunque contro la creazione. (Lo dicevano anche delle suffragette un secolo fa).</p>
<p>Con costoro non si può discutere: costoro devono solo essere sconfitti politicamente. Come è avvenuto in Spagna. Come purtroppo non sta avvenendo in Italia.</p>
<p><strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/30/lordine-del-creato/">L&#8217;ORDINE DEL CREATO</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>♫ dei poeti le voci [3]: MARIA VALENTE</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Dec 2008 10:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<description><![CDATA[<p align="center">&#160;</p>
<p><br />



</p><p align="center"><br />
<br />
<br />

</p>



<p></p>
<p style="padding-left: 390px;">[ img © ,\\' ]</p>
<p align="center">&#160;&#160;<strong>Maria Valente</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/maria-valente_disconnect-the-machine-o-la-buona-morte.mp3"><strong>DISCONNECT THE MACHINE O LA BUONA MORTE</strong></a></p>
<p align="center">&#160;</p>
<p align="center">&#160;&#160;<strong>DISCONNECT THE MACHINE O LA BUONA MORTE&#160;&#160;</strong></p>
<p align="center">&#160;</p>
<p></p>
<p style="padding-left: 50px"><strong>La vita? la morte?&#8230; succede come i fiori e il loro vezzo<br />
di decorare il tritacarne, renderlo confortevole- così<br />
farcito di metastasi – rosa determinante o piuttosto<br />
grigio accogliente che si spalanca e inghiotte tutto:<br />
braccia e busto, gambe e busto, bastone e carota,<br />
bastone e carota, bastone e carota</strong></p>
<p style="padding-left: 50px;">nessuna indicazione sul senso di marcia</p>
<p style="padding-left: 50px;">se abbiamo conservato i nomi è stato per<br />
abitudine, unicamente per abitudine, perché è b&#8230;</p>
<p style="padding-left: 50px;">ma più spesso, preferisco confinarmi nella più<br />
piccola delle mie idee: una formula magica, le<br />
prime parole.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/16/%e2%99%ab-dei-poeti-le-voci-3-maria-valente/">♫ dei poeti le voci [3]: MARIA VALENTE</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center">&nbsp;</p>
<p><center><br />
<table width="75%" style="border:20px solid #31BD00;" align="center" cellspacing=0 cellpadding=0>
<tr>
<td bgcolor=#005200>
<p align="center"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/mediumheartbt.gif" alt="" /><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/mediumheartbt.gif" alt="" /><br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/higheartbt.gif" alt="" /><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/higheartbt.gif" alt="" /><br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/slowheartbt.gif" alt="" /><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/slowheartbt.gif" alt="" /><br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/heartbt.gif" alt="" /><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/heartbt.gif" alt="" />
</p>
</td>
</tr>
</table>
<p></center></p>
<p style="padding-left: 390px;"><small>[ img © ,\\' ]</small></p>
<p align="center"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-admin/images/media-button-music.gif"/>&nbsp;&nbsp;<span style="color: #0066cc; font-size:8pt;"><strong>Maria Valente</strong></span><br />
<script type="text/javascript" src="http://mediaplayer.yahoo.com/js"></script><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/maria-valente_disconnect-the-machine-o-la-buona-morte.mp3"><span style="color: #0066cc; font-size:8pt;"><strong>DISCONNECT THE MACHINE O LA BUONA MORTE</strong></span></a></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center"><span style="color: #00ff00; background-color:#005200; font-size:11pt;">&nbsp;&nbsp;<strong><font face="Arial">DISCONNECT THE MACHINE O LA BUONA MORTE&nbsp;&nbsp;</font></strong></span></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><font size="2" face="Arial"></p>
<p style="padding-left: 50px"><strong>La vita? la morte?&#8230; succede come i fiori e il loro vezzo<br />
di decorare il tritacarne, renderlo confortevole- così<br />
farcito di metastasi – rosa determinante o piuttosto<br />
grigio accogliente che si spalanca e inghiotte tutto:<br />
braccia e busto, gambe e busto, bastone e carota,<br />
bastone e carota, bastone e carota</p>
<p style="padding-left: 50px;">nessuna indicazione sul senso di marcia</p>
<p style="padding-left: 50px;">se abbiamo conservato i nomi è stato per<br />
abitudine, unicamente per abitudine, perché è b&#8230;</p>
<p style="padding-left: 50px;">ma più spesso, preferisco confinarmi nella più<br />
piccola delle mie idee: una formula magica, le<br />
prime parole. il resto: l’ho già scordato come<br />
il mio indirizzo – ammesso pure che qualcuno<br />
mi abiti, perché dovrei farne parte?<br />
<span id="more-12249"></span><br />
-le occasioni nelle sue braccia anche scomparvero<br />
-come dirti: che c’è? come piove o fa’ piano<br />
o restano schiacciate tutte nella pancia, spaccata<br />
in due come un’arancia</p>
<p style="padding-left: 50px;">nelle tue mani i miei pensieri intrappolati<br />
-oppure indossi i miei denti come una collana<br />
nelle tue mani, i miei pensieri si spellano<br />
l’intimità che la malattia ha forzato, una<br />
perizia &#8211; nelle tue mani sgocciolo corallo<br />
igienica – esisteva così poco quasi senza<br />
implicazioni</p>
<p style="padding-left: 50px;">freddo freddo&#8230; quando torni?//&#8230; freddo freddo<br />
-senti ancora le voci?//&#8230; solo quando mi parlano</p>
<p style="padding-left: 50px;">perché è bello sentire che il sole sorge anche se<br />
ognuno sa che è solo un modo di dire<br />
(con lei che, amore a rovescio, scatta come una<br />
molla in bagno a vomitare e qualcuno da dietro<br />
che le tiene i capelli, piacere di scarico- il tuo<br />
profilo accartocciato- piccole scariche- il tuo<br />
profilo che sbatte da tutte le parti, capillare</p>
<p style="padding-left: 50px;">ogni volta che guardo qualcosa da vicino,<br />
brulica di larve -abbiamo la stessa iride-<br />
dice lei- interni scarni, una camera<br />
gestionale attrezzata di tutto punto<br />
per un feto fantasma un uovo bianco/<br />
i sentieri interrotti, le superfici guaste<br />
-ma qui abitare dove tutto è stato preso<br />
-ma forse mutando la forma delle ali<br />
-perdere le foglie i fili o vocali. perdere i capelli</p>
<p style="padding-left: 50px;">Tutta la storia accede sui pannelli e un occhio<br />
sempre vigile accompagna l’industria dei pro-<br />
totipi, le teste insabbiate, infilate nei sacchetti<br />
così, tanto per assegnarsi una struttura, discutere<br />
animatamente del progetto di una bufala ben<br />
costruita con pezzi di cordicella, trucioli,<br />
materiali di scarto: tutta una cava ingombra<br />
di bisogni e carenze, l’uomo in avanzo non<br />
è che una scoria, una crosta sformata in un<br />
grumo di muco</p>
<p style="padding-left: 50px;">l’individuo codificato che vive in un burrone,<br />
a pelo d’acqua o l’intestino di un mammifero</p>
<p style="padding-left: 50px;">e l’individuo codificato che inghiotte piaga<br />
dopo piaga- vivo per stordimento e continua<br />
a succhiare liquido che cola via dal ventre aperto</p>
<p style="padding-left: 50px;">qualunque fetta di cielo vista da qui sarebbe<br />
pleonastica/ tutta slacciata e un viso che si<br />
sfrolla i visi da sminare e sempre lo stesso<br />
equivoco: come dev’essere tenera la<br />
creazione qui! per questo cielo senza chiglia e<br />
senza istanza</p>
<p style="padding-left: 50px;">ho chiesto alle vene solo di difendermi mentre<br />
urlavo: non avete il diritto di trattenerci qui<br />
di tagliarci le gole, non ne avete il diritto!
</p>
<p style="padding-left: 50px;">-</p>
<p style="padding-left: 50px;">la permanenza si rivela un accidente<br />
consolidato, una vecchia abitudine,<br />
che si asseconda solo per imbarazzo
</p>
<p style="padding-left: 50px;">-succede che alla vita subentrino i congegni</p>
<p style="padding-left: 50px;">tutta fiorita dall’occipite al metatarso<br />
e come didascalia un ossame bianchissimo<br />
tutta fiorita, ali croccanti a fari spenti nella<br />
notte tutta imbrattata tutta sfiorita tutta dis-<br />
fatta in brodo primordiale: ci sono cose che<br />
solo un embrione è in grado di sopportare</p>
<p style="padding-left: 50px;">(allora decidi tu: puoi andartene o rimanere qui:<br />
. qui /. con noi./ al buio/ dove la luce non si tocca.<br />
dietro la nuca un desiderio estorto,<br />
il mento rovesciato contro il vetro stellato</p>
<p style="padding-left: 50px;">la vita  a quattro zampe o al condizionale passato</p>
<p style="padding-left: 50px;">“NUTRIMENTO &amp; IDRATAZIONE GARANTITE<br />
FINO AD ESAURIMENTO” esaurimento e la chiamano vita…<br />
per accanimento, con tutte le viscere stracciate in<br />
arcipelago</p>
<p style="padding-left: 50px;">– ma senza allontanarsi<br />
troppo dal tubo, facendo sì che emetta braccia e<br />
gambe e dia  inizio al balletto meccanico<br />
ruotando fettucce o triturando corpi di<br />
compensato che piovono segatura o carne a<br />
seconda dei casi.</p>
<p style="padding-left: 50px;">la vita col sondino? una vita assai “misteriosa”<br />
con tutti quei tubicini che spremono fuori la<br />
vita dai contorni – chiamarla vita è un progetto<br />
“ambizioso” da formulare una proposta di<br />
sopravviversi con tutta la flora batterica e<br />
intestinale // chiamarla vita è così&#8230; è così&#8230;<br />
do-lo-ro-so<br />
quando la vita ti guarda e ti chiede: cos’altro<br />
sai fare?</p>
<p style="padding-left: 50px;">se tutte  le vostre facoltà fossero sterminate<br />
continuereste a danzare?</p>
<p style="padding-left: 50px;">-“quello che conta è la fermentazione degli enzimi”<br />
-anche se piega come burro i lampioni e rosicchia<br />
piloni in cemento armato?</p>
<p style="padding-left: 50px;">vivere a strappi a scatti vivere irreversibile-<br />
ravanando la terra con le unghie coi rebbi,<br />
vivere un brutto vizio- vivere irreversibile/<br />
con la spina dorsale  incastrata tra i denti/<br />
vivere a cateratte vivere irreversibile, tenendo<br />
assieme i pezzi  con spille e cosmesi<br />
vivere senza scampo vivere irreversibile<br />
infilzati alle sbarre come risarcimento</p>
<p style="padding-left: 50px;">o&#8230; magari&#8230; vivere senz’altro<br />
pretesto che non sia vivere per un atto di protesta<br />
provarsi a declinare i vegetalia tantum, vivere di<br />
respiro e di amaranto</p>
<p style="padding-left: 50px;">ogni tanto resta una crosticina di sangue<br />
rappresa alle ovaie, ma tanto non bisogna avere<br />
fretta, i morti non hanno fretta, i morti ormai hanno<br />
smesso di scappare- &#8230; la vita? &#8230; la morte?&#8230;<br />
succede !</p>
<p></strong></p>
<p></font></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>(Le citazioni sono più numerose dei versi per cui tralascio di compilare una lista ineusaribile, dirò solo che la musica è tratta da <em>Connect the machine to the lips tower *be proud of your cake* </em>dall&#8217;album <em>Punk&#8230;.Not Diet!</em> dei Giardini di Mirò. M.V.)</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>su Nazione Indiana di Maria Valente <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/24/blu-organico/" target="_blank"><strong>BLU ORGANICO</strong></a></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center">[ <em>la voce di <strong>Maria Valente</strong> nasce poesia e la sua poesia nasce già voce - per essere recitata dalla sua voce - dalle sue vibrazioni - indecisioni - slanci di certezze e tenerezze - ritiri e avanzate - incursioni - cantilene - il passaggio fra le lettere del testo è un incarnarsi provvisorio già teso verso il dover essere detto -  da mente a voce - da voce a memoria - com'era la poesia antica - aedi o tenzoni di rime che fossero - cetra o versi sul cozzare delle spade di latta dei pupi sulle corazze - o forse il parlare da soli di quando si è scossi o tristi - dimenticati o dementi per strade<br />
&nbsp;<br />
,\\'<br />
&nbsp;<br />
ci sono testi che si pubblicano con il "pilota automatico" - si copia incollano quasi alla leggera - righe fiere si consegnano in pasto a fiere  - altri - come questo - che tastano il polso al cuore del mondo e ne disegnano elettrocardiogrammi sempre diversi - invece - per il tema - per le profondità che stanano e smuovono - si pubblicano con un certo tremore - come per cavalli non ancora domati che non fanno da Lipizzani bardati il giro della pista a passo di polka - ma scartano all'improvviso - sbuffano dalle froge - s'impennano ombrosi di lato<br />
&nbsp;<br />
,\\'<br />
&nbsp;<br />
<strong>DISCONNECT THE MACHINE O LA BUONA MORTE</strong> per la teoria e la pratica dei <strong>vasicomunicanti</strong> esce in contemporanea leggermente differita anche su <a href="http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article1633" target="_blank"><strong>AbsolutePoetry</strong></a></em> ]</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/28/♫-dei-poeti-le-voci-2-viola-amarelli/" target="_blank"><strong>♫ dei poeti le voci [2]: VIOLA AMARELLI</strong></a></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/16/%e2%99%ab-dei-poeti-le-voci-3-maria-valente/">♫ dei poeti le voci [3]: MARIA VALENTE</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2008/12/16/%e2%99%ab-dei-poeti-le-voci-3-maria-valente/feed/</wfw:commentRss>
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		</item>
		<item>
		<title>194: dall&#8217;interno</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/01/13/194-dallinterno/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/01/13/194-dallinterno/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 13 Jan 2008 07:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[194]]></category>
		<category><![CDATA[aborto]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[maternità]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2008/01/13/194-dallinterno/</guid>
		<description><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p><em>Per le donne l’aborto è soprattutto silenzio.</em></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/mare_di_hrissi.jpg" title="mare di hrissi"></a></p>
<p>Leggendo in questi giorni i vari <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/07/sulla-194/">dibattiti nati nella rete</a> attorno alla legge 194, non ho potuto fare a meno di rilevare tra idee, teorie, condanne e vagheggiamenti disparati la mancanza di un resoconto diretto su cosa è l&#8217;aborto dall&#8217;interno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/13/194-dallinterno/">194: dall&#8217;interno</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p><em>Per le donne l’aborto è soprattutto silenzio.</em></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/mare_di_hrissi.jpg" title="mare di hrissi"><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman'"><span></span></span><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/mare_di_hrissi.thumbnail.jpg" alt="mare di hrissi" align="left" /></a></p>
<p>Leggendo in questi giorni i vari <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/07/sulla-194/">dibattiti nati nella rete</a> attorno alla legge 194, non ho potuto fare a meno di rilevare tra idee, teorie, condanne e vagheggiamenti disparati la mancanza di un resoconto diretto su cosa è l&#8217;aborto dall&#8217;interno. Mi ero detta per questo stesso <em>taboo</em> implicito di tacere su questo argomento, di astenermi da questo tipo di discorso così esposto alla forza macellante sia di chi lancia anatemi, sia di chi sfrutta anche quest&#8217;occasione per far sfoggio di scienza. Ma poi mi tormentano gli spettri: il corpo della donna, il corpo del feto, il corpo indesiderato della libertà di scelta,  il  corpo della parola doppiamente diretto contro se stessi e il mondo.<span id="more-5160"></span> Quindi tanto vale prendere coraggio – come donna che ha qualcosa in merito da dire. In alcuni commenti sul <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/08/il-corpo-di-antigone-e-la-194-3/">post della 194 su Nazione Indiana</a> leggevo della differenza tra uomini e donne nel rapportarsi al problema: i primi teorizzano, dove le seconde argomentano, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/07/sulla-194/#comment-85199">suggeriva una donna firmandosi Alcor</a>. È vero, la donna non riesce a staccarsi dal concreto dell’esperienza, per motivi che spesso più che contingenti alla sua natura hanno una matrice storico-culturale. Non è facile prima di tutto teorizzare su qualcosa che si vive nella carne, la quale non è esattamente una proprietà: si può possedere ciò che ci sfugge e ci tradisce continuamente come il corpo? Stabilire un possesso diventa ancora più difficile parlando di donne – creature che per secoli, fermandoci al solo Occidente, sono state determinate quasi esclusivamente dalle caratteristiche e potenzialità del loro corpo, posto quale simbolo esclusivo del valore di una donna nella comunità. L’essere femminile, le superfici lisce, curvilinee, chiuse, che nascondono il portento della vita e della morte. Noi non siamo abituate a pensare “fuori da noi stesse”.</p>
<p>Il cammino per l’uguaglianza non passa solo per le vie legali, ma per la strada assai più tortuosa della propria identità.</p>
<p>Leggevo poco tempo fa un misconosciuto mito in una delle Genesi Apocrife, secondo il quale tra Lilith (la donna demoniaca) ed Eva, era esistita una prima Eva, del tutto simile alla progenitrice che conosciamo. Sfortunatamente Adamo assisté alla sua creazione. E Dio la creò seguendo l’ordine del corpo, assemblando muscolatura, organi, vasi sanguigni, ossame. Adamo fu disgustato dalla scoperta delle interiora, come dal presentimento dei suoi propri limiti e non riuscì ad accettarla come compagna. Così la prima Eva se ne andò dal Paradiso Terrestre – non morì, non si trasformò in spirito, semplicemente scomparve nel nulla. Questa storia mi è sembrata celare un altro significato dietro l’orrore della vista: il riconoscimento di un simile, un’uguaglianza. Ad esclusione degli organi riproduttivi la donna mostrava il solito meccanismo dell’uomo, con le stesse possibilità. Rifiutandola, è questa uguaglianza identitaria che andava perduta, almeno finché qualcuno, magari un’altra donna, non fosse andata a ricercare quella silenziosa antenata. Tolta la prima Eva, resta la madre, il mistero del grembo, in cui sommergere l’altro, viziando la sua e la propria percezione dei diritti, delle emozioni, delle aspettative di un soggetto. Nel passato la donna è stata per lo più solo questo, l’emblema della maternità o nel peggiore dei casi l’antimadre, lo stereotipo della strega, la sua assoluta negazione, segnando la via personale e sociale non solo di un pensiero, ma di un intero mondo emotivo. Se conoscenza e consapevolezza ci fanno sperare in una libertà da un ruolo consolidato nelle epoche, i nostri sentimenti più intimi ci àncorano a colpe, sensi di inadeguatezza, responsabilità non pienamente risolte.</p>
<p>Nel linguaggio di una donna il feto è già “questo bambino” anche se ha deciso di abortire. Oppure non viene nominata quella vita in potenza per evitare altra pena, perché non tutte hanno la forza o l’incoscienza di registrare lucidamente ciò che stanno facendo. L’aborto è un trauma incondivisibile e feroce. Non parliamo di “una cosa” che ci viene impiantata dentro, come una bambola in una valigia, ma di qualcosa che cresce con noi, che trasforma il nostro corpo e poi se ne stacca per uscire nel mondo. Un bravo compagno può stare accanto a chi decida di abortire, ma non può arrogarsi nessun altro diritto, nella stessa misura in cui la sua perdita non sarà mai equiparabile a quella della donna. Non esiste nessuno, se non qualcuno completamente pazzo o ignorante, che possa dirsi a favore dell’aborto in sé come atto, così come si è favorevoli all’abbraccio dei propri cari quale manifestazione d’affetto. Questa cosa proprio non ha senso &#8211; sarebbe come dire sono a favore del suicidio. Gli abortisti non sono dei fanatici promulgatori della morte, ma individui favorevoli alla libertà di una scelta, che tentano di comprenderla, uomini o altre donne che siano, in nome di rispetto e responsabilità. Ho letto, nelle varie discussioni, tante parole, ma non mi pare di aver trovato “compassione”. Compassione intesa quale tentativo di sentire ciò che l’altro sperimenta o almeno provarci, senza l’aspettativa di un tornaconto, trovando perfino la decenza ed il pudore di fermarsi dove non si riesce a capire o immaginare. È questo credo, che come esseri umani dovremmo sforzarci di fare &#8211; a prescindere dalla legge. Ricordarci che non è il proliferare di bambini come in un formicaio a far crescere un paese e una coscienza, ma il modo di rapportarsi a loro, che passa prima di tutto per come ci rapportiamo a noi stessi. L’amore che diamo è la misura di quello che siamo. Se non si adempie all’essere,  con tutto il dolore, il sacrificio, la severità che comporta, come sarà la qualità del nostro amore?</p>
<p>È nell’eredità di domande simili, più che negli accadimenti del corpo, che appare, come un dovere ed un fastidio, il sintomo dell’esistenza umana. E non esiste una risposta univoca, imponibile.</p>
<p>La nostra storia moderna ci insegna che anche in campo medico era difficile distinguere tra la materia fetale e la materia materna. In Europa come in alcune culture primitive contemporanee, il feto non solo era nutrito dalla madre, ma la sua sete aveva tratti inquietanti, vampiristici. Non c’era nulla di più indifeso e al tempo stesso di più difficile da comprendere come la vita in divenire dentro un’altra vita &#8211; i due corpi diventavano quasi lo stesso: meraviglioso e spaventoso. I miti di demoni bambini, o addirittura demoni “feto”, che tornano a tormentare la madre e la famiglia che li ha esclusi, sono sempre proliferati. Le madri eschimesi, in un passato recente tra le più grandi praticatrici di aborto, hanno una parola “angiaq” per indicare il feto abortito che torna assetato di sangue e vita. Da un punto di vista emotivo questo si spiega con lo shock e con il senso di colpa di cui una donna in qualsiasi tempo o cultura difficilmente si libera – anche in una cultura, come quella Inuit, che riconosceva l’aborto come metodo per il controllo delle nascite.</p>
<p>Una donna che oggi decide di abortire nella nostra società, in Italia, se vuole ha la possibilità di vedere su vari siti internet cosa è un feto di un mese, di vedere le sue parti formate e di decidere ugualmente di gettarlo nella spazzatura. Oppure può negarsi questa consapevolezza, fare finta che non esista, almeno fino alla fine dell’attesa, fino al giorno dopo il day-hospital. Io non mi sentirei di biasimarla.</p>
<p>Si dovrebbe invece ricordare che la vita è qualcosa di più di una massa pulsante, biologicamente “viva”, soggetta a piacere e dolore fisico &#8211; la vita sta in cose come riconoscimento, identità, la cura che una madre può dare al proprio figlio. Se questo, per un qualsiasi motivo, vacilla, subentra l’aborto. Perché i figli non sono solo quella bella creatura che esce da noi &#8211; sono esseri che crescono, che andranno accuditi, seguiti, amati. Supporre che una donna possa non abortire (nonostante questa sia la sua decisione)  perché il marito non vuole, come da alcuni è stato suggerito, mi dà i brividi, perché è negare con la forza dell’ignoranza estrema il significato della gravidanza: un’irripetibile unità in cui non vale parlare di contenitore e contenuto. O forse qualcuno crede che una donna possa portare dentro di sé per nove mesi un figlio, come i barboni si portano dietro il sacco malandato delle loro proprietà, e poi scaricarlo al marito, al compagno, ad ignoti, come se nulla fosse? C’è davvero qualcuno, mi chiedo, che non si interroga se per caso dietro una gravidanza negata non si nasconda in modo ancora più crudele l’immagine dell’amore, esattamente come dietro la vita che nasce? In quanti si chiedono cosa succede in un caso d’aborto? Senza speculazioni, senza filosofia, la brutalità conclusiva di poche ore d’ospedale? Spesso una donna che decide per l’aborto non riuscirà mai ad assolversi, si sentirà schiacciata tra due diverse meschinità: quella del gesto che sta per compiere e quella dell’amore ad un possibile figlio, che non può o non vuole dare.</p>
<p>Quando ti sottoponi ad aborto fai tutti gli esami. Compresa l’ecografia dove c’è il cuore del feto che batte sullo schermo e sai che quel cuore è parte di te. Non ancora persona, eppure nutrito da te. I dottori sono educati, ma non puoi evitare di sentirti guardata come un mostro. Magari non sono loro a farlo. Magari è qualcosa, un pensiero occhiuto, attaccato come una zecca, dentro di te. Il giorno dell’ospedalizzazione non si vede l’ora che finisca. Dura molto poco il raschiamento: ti raschiano via ciò che stai generando, hai le gambe sollevate e poiché l’anestesia è leggera il sonno non è così profondo. Al risveglio puoi chiedere, impastando le parole per effetto dell’anestetico, se potrai avere ancora figli. Dopo torni nel letto &#8211; perdi il sangue rosso di una strana mestruazione. Hai un senso di vuoto, non come l’inizio o la fine – non una mancanza, un dolore, un desiderio, un pentimento – ma la forma del niente che d’improvviso abiti. Certo queste cose non sono una novità. Non pretendo di portare nessuna illuminante verità. Ma provate a sentirle, ad esercitare la compassione se ne siete in grado. Una donna che abortisce può trovare difficoltà a confidarsi perfino con chi le è vicino oppure può scendere una densa omertà sull’argomento “per il suo stesso bene”. L’aborto è un’atroce, duratura, incomunicabile solitudine. Questo sceglie una donna. Che almeno sia libera di farlo.</p>
<p>Su questo <a href="http://www.svss-uspda.ch/it/testimoni/testimoni.htm">sito</a> si possono almeno trovare delle testimonianze.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/13/194-dallinterno/">194: dall&#8217;interno</a></p>
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