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	<title>Nazione Indiana &#187; droga</title>
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		<title>Il talento di mr Scott</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Dec 2008 07:30:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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<p>di <strong>Gianluca Veltri</strong></p>
<p>Il 19 giugno del 1982 compivo diciotto anni. L’Italia stava facendo pietà ai Mondiali di Spagna. In quel giorno di teorico giubilo il mio cuore era gonfio di dispiacere: era giunta ai giornali italiani la notizia della morte di James Honeyman Scott, il chitarrista dei Pretenders.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/13/il-talento-di-mr-scott/">Il talento di mr Scott</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/naHa4gofIUY&#038;hl=it&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/naHa4gofIUY&#038;hl=it&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>di <strong>Gianluca Veltri</strong></p>
<p>Il 19 giugno del 1982 compivo diciotto anni. L’Italia stava facendo pietà ai Mondiali di Spagna. In quel giorno di teorico giubilo il mio cuore era gonfio di dispiacere: era giunta ai giornali italiani la notizia della morte di James Honeyman Scott, il chitarrista dei Pretenders. Il decesso era avvenuto il 16 giugno a Londra, per un arresto cardiaco, a causa di una overdose accidentale di eroina e pasticche. Non si seppe molto di più. Non ero a conoscenza del fatto che Scott fosse un tossico – anzi, associavo la sua chitarra a immagini piene di sole – ma la cosa non meravigliò nessuno. Qualche giorno dopo l’Italia pareggiò con il Camerun (botta e risposta di Graziani e M’Bida), e sembrò che nulla potesse più risollevarci. <span id="more-12205"></span><br />
Ero un fan della prima ora dei Pretenders. Anche se non lo avevo confessato a nessuno, il secondo disco, apparso poco meno di un anno prima, non mi aveva esaltato quanto il primo, ma, come avrebbe cantato un po’ di tempo dopo Caparezza, il secondo album è sempre il più difficile. Si sarebbero rifatti con gli interessi, ne ero certo. Erano bravi e giovani. James Honeyman Scott aveva 25 anni. Aveva talento.<br />
Intuii vagamente, al mio diciottesimo compleanno, che quei Pretenders non sarebbero esistiti mai più. Che peccato.<br />
Ebbi subito la percezione che quel suono <em>din-don-dante</em> come di carillon, e quegli scrosci di corde melodiosi, erano finiti proprio in quei giorni della mia maggiore età. Perché era lui, Jimmy, il responsabile di quel suono che mi piaceva tanto. E anche se la morte di un chitarrista rock è un evento che viene metabolizzato con facilità, quasi fosse nel novero delle possibilità, che in fondo ci può stare, a me dispiaceva un sacco: per lui, che aveva solo 25 anni, e anche, egoisticamente, per me, che amavo il suono della sua chitarra. Ah, Jimmy Scott.<br />
Solo due dischi incise. Ma gli sono bastati per diventare un caposcuola.</p>
<p>Il chitarrista degli Smiths, Johnny Marr, genio indiscusso della 6 (e della 12) corde, dichiara che il suo stile è stato influenzato in maniera fondamentale da James Honeyman Scott. Nel 1990 confidò in un’intervista: “La prima volta che ho suonato &#8216;Kid&#8217; con i Pretenders non riuscivo a crederci. Per anni ho utilizzato quell&#8217;assolo per riscaldarmi ogni giorno”. “Kid” appartiene al primo album dei Pretenders, intitolato semplicemente “Pretenders” (1979). Il gruppo, nato giusto trent’anni fa intorno alla figura di Chrissie Hynde, cantante e chitarrista dell’Ohio, annoverava i tre inglesi Pete Farndon al basso, Martin Chambers alla batteria e James alla chitarra. Fu un successo planetario, sotto la regia del produttore Chris Thomas. In epoca new-wave e post-punk, il gruppo andava a raccogliere le energie ancora vibranti del presente e del passato prossimo, ma anche eredità anni ’50 e ’60 e il talento melodico dei Kinks. Aggressività e melodia. Pete Townshend, il chitarrista dei Who, definì l’effetto di quella fusione “come una droga”. Con la sfrontatezza dei debuttanti, i quattro avevano vergato sul retro-copertina un consiglio per l’ascoltatore: “play this record loud”, suonalo ad alto volume.</p>
<p>Se, con il senno del poi, riascolti “Kid”, una canzone malinconica ma dai ritmi serrati, sembra quasi che la Hynde la stia cantando per Jimmy: </p>
<p>“Spegni la luce, vattene<br />
pieno di grazia, ti copri il volto.</p>
<p>Ragazzo, grazioso ragazzo<br />
i tuoi occhi sono azzurri ma non piangi<br />
so che le lacrime di rabbia sono troppo preziose<br />
non le lascerai andare”.</p>
<p>Le parti chitarristiche sono di una freschezza senza risparmio. C&#8217;è dentro western, jingle jangle, flamenco. Lo stile di Honeyman Scott è molto ricco e melodioso. In merito, la Hynde dichiarò nel 1999 (Jimmy era morto già da 17 anni): “Era lui il sound dei Pretenders, il mio sound non è quello. Quando l&#8217;ho conosciuto ero una chitarrista e cantante punk, con scarso senso melodico, mentre era Jimmy quello melodico, e ha tirato fuori tutta la mia parte melodica”.<br />
Jimmy, già con il solo album d’esordio, è come se avesse depositato il marchio sonoro del gruppo: un chitarrismo fatto di lick, arpeggi, jingle-jangle, fraseggi, brevi assolo, ritardi, ricami, frasi brillanti, cantilene, con un’inventiva timbrica e melodica davvero scintillante. Un saggio perfetto di questo stile è in “Tattoed Love Boys”, che sarebbe un pezzo punk, acre e provocatorio. Ma sopra questo tessuto Jimmy ci mette tre note (<em>din-don-dan</em>) di cristalli che indirizzano il mood in un’altra direzione, che aprono spazi imprevisti. In “Private Life”, il lungo reggae contenuto in “Pretenders”, si apprezza nettamente la differenza delle due chitarre, della Hynde e di Scott. Chrissie suona la ritmica, in levare, suono secco come lo stile. Jimmy invece le  sovrappone leccate a singole corde scampanellanti, con un effetto avvolgente, producendosi anche in ben tre assolo, l’ultimo dei quali, il più lungo, è davvero superbo, hendrixiano, molto emozionante.<br />
Certo Jimmy Scott non era (il) solo: all’epoca si stavano affermando gruppi britannici in cui lo stile chitarristico era assai innovativo: per citarne soltanto alcuni, i Police di Andy Summers, i Gang of Four di Andrew Gill; di lì a poco gli scozzesi Cocteau Twins di Robin Guthrie e gli Smiths di Johnny Marr. Tutti gruppi in cui la trama del suono era caratterizzata soprattutto dallo stile e dall’inventiva timbrica del chitarrista.<br />
Il grande botto di “Pretenders” fu il terzo singolo “Brass in Pocket”. Esplose nell’estate del 1980, era presente in tutti i juke-box. La grazia di questo pezzo sorprende ancora adesso, mi fa pensare a un’innocenza che non esiste più (ma forse sto pensando alla mia). Che lavoro stupendo fa Jimmy in questa canzoncina, che è una delle poche co-firmate da egli stesso con la Hynde: arpeggi luminescenti, una rete scintillante di corde che stendono un velo pastellato e leggero di nostalgia già alla prima nota del primo ascolto.<br />
Il mondo era con loro e il tempo sembrava dalla loro parte. Ma la sabbia nella clessidra cominciava già a cadere nella metà  sbagliata.<br />
Nel 1981 uscì il secondo album dei Pretenders, più patinato e pretenzioso del primo, privo di quell’urgenza che aveva reso necessario il disco di esordio. Ma certo non mancano le delizie: la chitarra di Jimmy squarcia come lampi nella notte in “Bad Boys Get Spanked”, un rock’n’roll tetro e gangsteristico. “Message of Love” è addirittura una delle sue prove migliori: c’è dentro una buonissima aria, molto vitale e sensuale. Nella strofa la chitarra ha un suono rock bello acido e si fa da sola domande e risposte. Nel ritornello cambia del tutto timbro, iniziando a risuonare in un magnifico jingle-jangle. È, “Message of Love”, uno dei pezzi che hanno definito il suono-Pretenders, e uno di quelli che probabilmente hanno più influenzato Johnny Marr degli Smiths. Dai reperti video disponibili si può verificare che tutte le parti di chitarra di “Message of Love” sono suonate da Jimmy, mentre Chrissie si dedica esclusivamente a cantare. Jimmy è stilosissimo, biondo, magro, timido, sorridente, british. Che appartenga all’élite dei fuoriclasse, è confermato dalla sua nonchalance nell’eseguire senza apparente impegno qualsiasi passaggio chitarristico.<br />
La seconda parte di “Pretenders II” è un po’ deprimente, tanto da lasciare quasi presagire le catastrofi incombenti, ma Jimmy è comunque sempre meraviglioso: sia che fraseggi in saliscendi, come in “Day after Day”, sia che arpeggi fino a trasformare la sua Rickenbacker in un usignolo in “Jealous Dogs”, sia che infine si produca in accompagnamenti contromelodici e assolo squisitamente bluesy sullo stile dell’ex-Stones Mick Taylor, in “The English Roses”.<br />
Jimmy si era nel frattempo sposato con la modella Peggy Sue Fender (!), mentre i suoi compagni di band Chrissie Hynde e il bassista Pete Farndon avevano consumato una storia d’amore ormai finita. La realtà era che sia Jimmy sia Pete Farndon (concittadini di Hereford) avevano una frequentazione rischiosa con le droghe. Soprattutto Farndon, la cui dipendenza dall’eroina era diventata un grosso problema. Fu per questo che, dopo la conclusione del tour di promozione all’album “Pretenders II” – che comunque confermava e precisava lo stile-Pretenders, e quindi lo stile-Honeyman Scott – fu indetta una riunione straordinaria a Londra. Attenzione alle date. Era il 14 giugno del 1982. La situazione era insostenibile. Chrissie Hynde, il batterista Martin Chambers e Jimmy Scott decisero che Pete Farndon andava allontanato dai Pretenders, se si voleva che il gruppo continuasse a vivere. Jimmy suggerì che Chrissie facesse un pensierino per inserire nella band un terzo chitarrista, Robbie McIntosh. Ma non si fece in tempo a pianificare granché: il 16 giugno Jimmy fu stroncato in un bagno da un arresto cardiaco, dovuto a un’overdose di droghe. Si parlò di intolleranza alla cocaina, lui aveva la tendenza a mischiare pericolosamente sostanze come fossero note. Goodbye Jimmy Scott.<br />
I Pretenders, se vogliamo essere precisi, finiscono in quei due giorni di giugno (anche se proprio in questo autunno 2008 è uscito un loro nuovo album).<br />
Chrissie Hynde era distrutta, la band dimezzata in poche ore, e veniva a mancare colui che aveva sfornato il conio sonoro dei Pretenders. Come ha dichiarato recentemente il batterista Martin Chambers, unico superstite con la Hynde del team primigenio dei Pretenders, “nonostante i risultati ottenuti dal nucleo originario della band in soli due album, Jimmy e Chrissie stavano solo iniziando a capire di cosa erano capaci come team creativo”.<br />
Per sostituire Honeyman Scott fu chiamato proprio Robbie McIntosh (che Jimmy avrebbe voluto nella band), il quale sarebbe rimasto nei Pretenders cinque anni per poi entrare nel gruppo di Paul McCartney. McIntosh riprodurrà il suono-Scott abbastanza filologicamente, rispettando il marchio della fabbrica, senza però la brillantezza e la freschezza dell’originale e degli esordi. Non uscirono album fino al 1984. Nel frattempo, quasi a confermare i presagi oscuri, quasi a giustificare la <em>conventio ad excludendum</em> di quel drammatico 16 giugno, Pete Farndon morì di overdose l’anno dopo, il 14 aprile 1983. Già da dieci mesi, ormai, era solo l’ex bassista dei Pretenders. Il suo posto era stato preso da Malcolm Foster.<br />
La Hynde dedicò ben due canzoni a Jimmy, contenute nel terzo disco dei nuovi Pretenders, il primo senza i due martiri della droga Pete Farndon e James Honeyman Scott. “Learning to Crawl” (1984) annovera alla traccia 2 “Back on the Chain Gang”, destinata a diventare con ogni probabilità il pezzo più amato dei Pretenders. È una canzone quasi commovente, che inizia con le parole: “Ho trovato una tua foto…”:</p>
<p>&#8220;Ho trovato una tua foto<br />
quelli sono stati i giorni più felici della mia vita<br />
il tuo contributo è stato<br />
come una pausa dalla battaglia<br />
nella vita disperata di un cuore solitario&#8221;. </p>
<p>L’altro pezzo per il chitarrista defunto è in coda all’album e si intitola “2000 Miles”. Sopra note chitarristiche che fanno <em>din-don-dan</em>, molto “scottiane”, Chrissie saluta il suo gemello perduto cantando:</p>
<p>&#8220;Se n&#8217;è andato<br />
a 2000 miglia di distanza<br />
è molto lontano<br />
cade la neve<br />
ogni giorno fa più freddo<br />
mi manchi.”</p>
<p>e ancora:</p>
<p>“I nostri cuori cantavano<br />
e sembrava Natale<br />
2000 miglia<br />
sono tante da percorrere attraverso la neve<br />
ti penserò<br />
ovunque andrai”.</p>
<p>Dopo quel traumatico terzo album, che vedeva l’assetto della band stravolto per metà, e il gruppo privato proprio di colui ch’era stato il responsabile della grana sonora, i Pretenders continueranno fino ai giorni nostri a pubblicare – più o meno buoni – dischi e a fare tour, mutando formazione all’occorrenza, destinati a divenire sempre meno Pretenders, e sempre più il gruppo puro e semplice di Chrissie Hynde.  </p>
<p>Su come andò in Spagna, invece, in quell’inizio estate del 1982, è superfluo dilungarsi. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/13/il-talento-di-mr-scott/">Il talento di mr Scott</a></p>
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		<title>Crimini e affari</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Oct 2008 16:02:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Raffaele Cantone</strong></p>
<p>Sono ormai settimane che tutti i media si occupano della crisi economica che attanaglia Stati Uniti, Europa, persino Paesi emergenti come la Cina e l’India. È stato spiegato, anche ai non addetti ai lavori, che i problemi sono cominciati con le istituzioni finanziarie; le banche americane, esposte per molti miliardi di dollari per mutui troppo facilmente erogati, sono in sofferenza ed in alcuni casi sono fallite.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/21/crimini-e-affari/">Crimini e affari</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Raffaele Cantone</strong></p>
<p>Sono ormai settimane che tutti i media si occupano della crisi economica che attanaglia Stati Uniti, Europa, persino Paesi emergenti come la Cina e l’India. È stato spiegato, anche ai non addetti ai lavori, che i problemi sono cominciati con le istituzioni finanziarie; le banche americane, esposte per molti miliardi di dollari per mutui troppo facilmente erogati, sono in sofferenza ed in alcuni casi sono fallite. Siccome poi i mutui americani, cartolarizzati in derivati, erano stati venduti &#8211; in un momento di orgia speculativa che aveva fatto intravedere grossi guadagni senza considerare i relativi rischi &#8211; alle istituzioni finanziarie di tutto il mondo, il crollo delle banche statunitensi, come in una sorta di domino che è tipico della globalizzazione economica, si sta riverberando dovunque.<span id="more-9922"></span>Gli analisti sono oggi concordi nel prevedere che la finanza malata contagierà l’economia reale, perché &#8211; banalizzando &#8211; essendoci in giro meno denaro ed avendo le banche necessità di recuperare liquidità, i finanziamenti alle imprese si ridurranno; non molti giorni fa un periodico, ad esempio, raccontava come anche clienti affidabili non sempre riescono a procurarsi denari dalle banche e, comunque, li ottengono con interessi più elevati. È affermazione generale che siamo alle soglie di una crisi che assomiglia sempre più a quella del 1929. Così come dimostra l’esperienza, non tutti perdono durante queste tempeste finanziarie e gli speculatori approfitteranno, come al solito, per modificare le strutture di controllo e di comando di molte istituzioni imprenditoriali e finanziarie. Se queste sono le prospettive, è necessario paventare &#8211; per l’economia italiana, da sempre meno forte di quella di altri Paesi occidentali, pur con una rete protettiva che si è dimostrata più efficace che in altri Stati &#8211; il rischio che nelle manovre che si faranno possano ambire ad un ruolo, come una sorta di convitato di pietra, le varie forme di mafia di cui purtroppo la penisola non scarseggia. Esse, infatti, non hanno problemi di liquidità; i loro affari &#8211; soprattutto la droga e l’economia parassitaria ad essa collegata &#8211; non conoscono crisi e da tempo hanno dimostrato interesse per la diversificazione degli investimenti, anche grazie a consulenti di eccezionali capacità professionali. Non è una previsione catastrofistica collegata alla deformazione professionale di chi si è occupato di tali fenomeni; la dimensione finanziaria delle organizzazioni malavitose ha raggiunto, infatti, livelli di sofisticazione impensabili. Voglio raccontare un episodio solo apparentemente banale, emerso in un’indagine. Un esponente di primo piano di un pericoloso clan, sottoposto anche a misure di prevenzione personali e patrimoniali, si scoprì che utilizzava una carta di credito per acquisti nel nord Italia e all’estero; costui, però, non aveva un conto corrente e quindi non avrebbe dovuto possederne. Le indagini del Ros spiegarono l’arcano: grazie alla consulenza di un abile promotore finanziario &#8211; evidentemente compiacente così come l&#8217;istituto bancario di riferimento, fra l’altro non certo una banca di paese &#8211; il boss era riuscito ad ottenere ciò che era precluso ad un privato cittadino o ad un imprenditore anche di successo; una carta di credito a suo nome «agganciata» ad un conto altrui, con domiciliazione in parte estera, che impediva ogni controllo sui suoi acquisti. I clan, quindi, sono ormai avvezzi a muoversi nel settore finanziario, trovando i più svariati modi per aggirare regole e controlli. Se a questo dato si aggiunge che i boss riciclano da sempre grosse risorse economiche in imprese colluse, ottenendo compartecipazioni ai guadagni, è un’ipotesi tutt’altro che peregrina che quei personaggi possano tentare di approfittare della crisi di liquidità per mettere a disposizione i propri mezzi a chi ne ha bisogno o, persino, per fare shopping di imprese, nascondendosi &#8211; perché no &#8211; dietro fondi di «private equity» con basi in paradisi fiscali. È un’occasione d’oro per la borghesia mafiosa per fare il salto di qualità e per sedersi &#8211; come ha già cercato più volte di fare &#8211; ai tavoli del potere economico che conta. Solo un attento e continuo monitoraggio delle istituzioni di controllo (Banca d’Italia, Consob, Ufficio italiano cambi) potrà impedire che al danno, per tutti i cittadini, della crisi si aggiunga un vero e proprio disastro per l’economia nazionale.</p>
<p><em>pubblicato su &#8220;il Mattino&#8221; del 21.10.2008.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/21/crimini-e-affari/">Crimini e affari</a></p>
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		<title>Dal buco al blog nella società dei sospiri virtuali</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/05/09/dal-buco-al-blog-nella-societa-dei-sospiri-virtuali/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 09 May 2008 10:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/binagone.bmp" title="binagone.bmp"></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong> </p>
<p>Chi è Arvo, il protagonista del nuovo romanzo di Valter Binaghi, <em>Devoti a Babele</em>, Perdisa Editore, pagg. 122 euro 12,00? Un ragazzo del &#8217;77, un sopravvissuto al piombo che cadeva sugli omonimi anni, che noi ragazzi nati all&#8217;inizio dei Sessanta o ancor meglio verso la fine dei Cinquanta, come il nostro autore, abbiamo assaggiato a lingua protesa, come cani masochisti affamati di quei tempi duri.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/09/dal-buco-al-blog-nella-societa-dei-sospiri-virtuali/">Dal buco al blog nella società dei sospiri virtuali</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p> <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/binagone.bmp" title="binagone.bmp"><img width="182" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/binagone.bmp" alt="binagone.bmp" height="266" style="width: 177px; height: 268px" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong> </p>
<p>Chi è Arvo, il protagonista del nuovo romanzo di Valter Binaghi, <em>Devoti a Babele</em>, Perdisa Editore, pagg. 122 euro 12,00? Un ragazzo del &#8217;77, un sopravvissuto al piombo che cadeva sugli omonimi anni, che noi ragazzi nati all&#8217;inizio dei Sessanta o ancor meglio verso la fine dei Cinquanta, come il nostro autore, abbiamo assaggiato a lingua protesa, come cani masochisti affamati di quei tempi duri.<span id="more-5866"></span></p>
<p>Arvo è un piccolo borghese della grande metropoli del nord, una Milano dove alle undici di sera c&#8217;è il coprifuoco e per il resto della giornata, se vai in centro, vi trovi più mezzi della celere che taxi, soprattutto nella molto armeggiata Piazza San Babila dei ragazzi nazi dalle scarpe a punta. E&#8217; un ragazzo del suo tempo che tiene in camera i poster dei Rolling Stones e dei Police (siamo all&#8217;inizio degli Ottanta e il rock, con la morte di John Bonham dei Led Zeppelin, è per molti ufficialmente morto assieme alla sua epoca) e per il resto si tira in vena appena può la droga dei tempi, l&#8217;eroina della botta e via, la &#8220;roba&#8221; che non ti fa pensare, la droga di chi vuol rallentare le proprie pene e pure il resto fino a rallentarsi anche gli anni di vita; non certo la polvere bianca d&#8217;oggi, la cocaina divenuta per tutti i cani e tutti i porci, che ti ingloba ancor di più nel sistema dell&#8217;arrampicata mobile e <em>liquida</em> e ti fa accelerare la corsa verso il successo, fino al bang a testa sotto nel solito baratro, all&#8217;ultimo capitolo della tua tragicommedia d&#8217;un uomo ridicolo.</p>
<p>Arvo lo seguiamo attraverso i suoi buchi, le sue colazioni a base di caffelatte e krumiri rubate alla povera madre vedova, lo seguiamo nei suoi accampamenti a Piazza Vetra alla ricerca della maledettissima roba in cambio di stereo &#8220;zanzati&#8221;. Nella seconda parte, il ragazzo finisce finalmente in una comunità terapeutica, Castalia. Se prima, all&#8217;inizio degli &#8217;80, siamo alla fine di un&#8217;epoca fotografabile tra il multicolor della psichedelia di massa e il nero buco di una Vermicino dove si consuma una morte in diretta del tutto simile a quella che troviamo in uno dei  capolavori &#8220;neri&#8221; di Billy Wilder, <em>L&#8217;asso nella manica</em> (1951) e si prospetta a larghe falde di spot ramazzotteschi fighettismo e berlusconismo strafottuto da bere, deglutire e -perdio- vomitare, ora siamo arrivati alla fine di questo decennio buggerone e  corto, in una succursale fantastica ma anche parecchio brianzola di quel farabuttificio globalizzato che è Dianetics. A seguire il Programma, del quale Arvo diventa sostenitore e in seguito, uscito dal megatraforo della dipendenza, istruttore. Un Programma di normalizzazione ma anche di risucchio dell&#8217;anima, cosicchè è vero che si esce dalla schiavitù della droga, ma pagando il prezzo di un abbandono totale della propria indipendenza psicologica, della propria effettiva libertà di scegliere.</p>
<p>La terza parte, trattata intelligentemente e abilmente da Binaghi con altro passo stilistico, perchè i tempi lo richiedono per via di un&#8217;accelerazione del ritmo della comunicazione, trova Arvo, nel frattempo sposato e inquadrato nella vita piccolo borghese di quasi tutti, alle prese con una nuova, potentissima dipendenza: quella della Rete, delle ossessioni psicodrammatiche del virtuale. Una caduta, la sua, dal virtuale dell&#8217;endovena cosmica al virtuale della comunicazione illusoriamente totale, con Arvo &#8211; personaggio  simbolico di una generazione di figli dei figli della guerra che in una sorta di effetto <em>rebound</em> hanno sconfessato gli sforzi e il sudore e le lacrime dei loro padri- che chiede amore ed erotismo via blog a una sconosciuta che sempre tale rimarrà, ectoplasma danzante nel liquido fintamente amniotico di una blogosfera megafono di semplici, banali sospiri di desiderio. Sarà la famiglia, banalmente ma realisticamente, a raddrizzare la via del protagonista verso una grigia ma solida salvezza dall&#8217;ultima dipendenza.</p>
<p>Un romanzo compatto e molto ben riuscito, dalla scrittura &#8211; tipica di quest&#8217;autore &#8211; che s&#8217;imbeve di una religiosità affannata e del senso di colpa di un&#8217;intera generazione che si è fin troppo stordita con cose che meritavano certamente meno attenzione, e nessuna passione; così che i libri di Binaghi, sempre più lontani, passo dopo passo cioè libro dopo libro, da qualsiasi &#8220;genere&#8221; codificato, diventano ben strutturati apologhi di una generazione cardine e certamente più interessante di altre, nella quale si trova successo pieno in una società opposta a quella vagheggiata in anni ben distanti, e al contempo continue ricadute nel bisogno di stordimento, nella vecchia droga, sul filo di un istinto di autodistruzione divenuto purtroppo di massa, in certo senso seminato a rattrappite mani alle nuove generazioni.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/09/dal-buco-al-blog-nella-societa-dei-sospiri-virtuali/">Dal buco al blog nella società dei sospiri virtuali</a></p>
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		<title>La Bianca di Santa Elisabetta</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Nov 2007 16:54:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[droga]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><br />
di <strong>Giuseppe Rizzo</strong></p>
<p>«Sai come facciamo?», mi chiede.<br />
Io di fronte a questa sicurezza frano. Sudo, anche se qua dentro fa freddo. Siamo in un garage buio, e fa freddo. Cioè, forse solo io sento freddo. Mentre lui ride. E questa è una prima differenza.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/11/28/la-bianca-di-santa-elisabetta/">La Bianca di Santa Elisabetta</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/11/sfocato.jpg' alt='sfocato.jpg' /><br />
di <strong>Giuseppe Rizzo</strong></p>
<p>«Sai come facciamo?», mi chiede.<br />
Io di fronte a questa sicurezza frano. Sudo, anche se qua dentro fa freddo. Siamo in un garage buio, e fa freddo. Cioè, forse solo io sento freddo. Mentre lui ride. E questa è una prima differenza. È tutta una questione di differenze, tra me e lui. Siamo cresciuti nello stesso schifoso paese. Ma. “Ma” è tutto quello che mi viene da dire quando ci penso. Io non so se lui si è mai posto il problema quando mi guarda. Lui è qui per dare. Vendere, più che altro. Io lo so, mi ci ha mandato un amico comune dicendomi che con lui avrei trovato quello che cercavo. E infatti, mentre cerco di controllarmi, mi indica con gli occhi un copertone di camion. L’amico aveva ragione.<span id="more-4823"></span><br />
«Non so nemmeno perché la tengo ancora qui, sono convinto che in qualunque altro posto&#8230;», dice, alzando le spalle a completare la frase.<br />
Poi va al copertone e ci infila una mano dentro. Lo scotch si straccia, la mano viene via. Tiene un grosso pacchetto di stracci ricoperto di grasso nero.<br />
«Dicono che i cani così non la sentono».<br />
Io non sono sicuro che questa non sia un’altra leggenda metropolitana, ma mi fido. Su un tavolo apre il pacchetto con due bacchette di ferro. Fa mosse rapide, sbroglia tutto in fretta, poi si pulisce le mani.<br />
«Arriva da Palermo», butta via il fazzolettino di carta e tira su col naso. È inverno. Fa freddo. Fuori le luci delle case sono già quasi tutte spente. A Santa Elisabetta non si tira tardi la notte. Non ce n’è motivo. Fuori, la luce soffocata di un lampione illumina la coda tagliata di un cane. Mentre la osservo scomparire, lungo il budello di strade che costeggiano il garage dove ci troviamo, lui mi fa:<br />
«È strano, io a Palermo non ci sono mai stato».<br />
Sorrido, ma a me stesso. Lui neanche mi guarda. Sta parlando da solo.<br />
«Sono stato dappertutto, ma mai a Palermo: non mi piace», conclude.<br />
Si chiama N. e devo credergli. So che è stato in giro parecchio. A Parma, a Bolzano, a Vicenza, a Milano, a Padova, a Belluno, a Torino. Dovunque ci fosse qualche emigrato pronto ad ospitarlo. Che cosa ci sia andato a fare, poi, non lo sa neanche lui. Lì la gente che si lascia alle spalle Santa Elisabetta ci va per lavorare e a lui lavorare fa schifo. Non gli è mai piaciuto. Da bimbo non gli piaceva neanche giocare. La fatica non la capiva, allora come oggi. Da ragazzo s’è comprato tutto quello che s’era potuto comprare coi soldi dei genitori e poi li aveva salutati, ciao ciao. Era capitato che avesse alzato le mani su sua madre e suo padre lo aveva buttato fuori di casa. I vecchi presto erano tornati sui loro passi, ma a lui ormai la cosa non interessava più.<br />
Aveva conosciuto D. e D. gli aveva spiegato perché lavorare fa schifo. Lui non ci aveva mai pensato, ma D. aveva ragione: «Che dignità c’è a spaccarsi il culo per tutta una vita e poi morire schiattati dalla fame?». D. gli disse che la fame era tutto nella vita, e che lui doveva sempre starci attento. Questa cosa non l’aveva capita subito, nonostante, mi ha detto, ci avesse pensato parecchio.<br />
Intanto si fruga nella tasca di dietro dei jeans. Un dragone argentato è ricamato lungo la coscia fino al culo.<br />
«Dici che sarà buona?», sorride, ma ancora non mi guarda.<br />
Con un coltellino ha già tagliato il pacco della Bianca. L’eroina la chiama così perché D. gli ha detto che quelli giusti la chiamano così. A differenza della coca, che è coca e basta. E che a lui non piace.<br />
«Il difetto della Bianca è che è sempre buona – mi dice –, se non è buona non te ne accorgi perché sei già crepato. Con la coca è diverso. Troppo sbattimento. A me piace rilassarmi. Forse è più pericolosa ma questo io non lo so per sicuro. Certo, nel giro di poco può mandare tutto a merda, ma questo capita ai rotti, gente che non serve a un cazzo e perciò anche se crepa è lo stesso, tranne che poi i cazzi da cacare con gli sbirri aumentano».<br />
Per fortuna, per ora non è morto ancora nessuno. Ma la Bianca a Santa Elisabetta se la compra solo C., che morirebbe comunque perché ha già il corpo ridotto uno sfascio e non ci farebbe caso nessuno. Il resto va fuori. La provincia s’allatta con la Bianca del paese. Millecinquecento anime scarse. Per lo più vecchi, e impiegati, e qualche disgraziato che non se ne può andare.  Le strade sono vuote, il corso è pieno di case cadenti come tanti molari cariati. Ci stanno anche le pecore, ma quelle non sanno dove andarsene.<br />
«Vuoi provarla?», mi chiede guardandomi per la prima volta negli occhi.<br />
Faccio di no con la testa e allargo le labbra in un sorriso.<br />
«È per amici», dico.<br />
Mi guarda, sta per dire qualcosa ma gli serro subito le labbra con la domanda che mi aveva fatto all’inizio:«Allora, come fate?».<br />
Nel rigirargliela mi ricordo di quello che mi aveva detto l’amico che mi ha mandato da N.: «Se cerchi qualche storia prova con lui, è uno che parla, quello che fa lo fa senza pensarci su, come se stesse facendo una partita col computer o una gita».<br />
E così gli indico il copertone con un leggero movimento della testa verso destra e gli ripeto: «Allora, come fate?».<br />
«Arriva con quelli», mi fa, e anche lui adesso guarda il copertone. «Con quelli e tutto il resto».<br />
«Gli autobus?», chiedo.<br />
«Gli autobus».<br />
Sto zitto, capisco che non è il mio turno. E infatti:<br />
«Hai presente come viaggiavano i pizzini di Provenzano? Allo stesso modo».<br />
La semplicità del suo ragionamento mi stordisce un po’. Faccio mente locale. Pochi mesi fa, prima che arrestassero l’ammazzacristiani di Corleone, gli sbirri avevano fermato uno degli autobus della linea Palermo-Joppolo per un controllo strano. Avevano fatto scendere l’autista e lo avevano perquisito. Cercavano qualcosa ma quello addosso non aveva niente. Trovarono quello che cercavano in un borsone nel fondo-pancia dell’autobus. Tra stracci vecchi e mutande pescarono un pizzino che diceva: «Fondo S. tutto apposto. Ok 21». La grammatica della nuova lingua mafiosa voluta da Provenzano era chiara. L’autista era un corriere. Il messaggio era ancora chiuso nella tipica forma dei pizzini: piegato fino all’estremo, avvolto nello scotch e con il numero 12 scritto a matita nel lato più lungo ad indicare a chi doveva essere recapitato. I mafiosi di oggi sono prima dei numeri, e poi delle facce. Se è possibile nascondere nomi e facce è possibile arginare il cancro del pentitismo. È la sfida che Provenzano ha tentato lungo gli anni della sua latitanza. Lui lo hanno arrestato ma l’idea è destinata a sopravvivergli. L’autista-corriere però è stato arrestato e poi scarcerato immediatamente. Non c’erano prove che quel borsone fosse suo, né che lui potesse essere uno dei qualsiasi riferimenti indicati nel pizzino.<br />
Rigiro i miei pensieri a N. e lui:<br />
«Noi da allora ci siamo fatti furbi. Le cose piccole le portano due tre ragazzetti dentro le suole delle scarpe o dentro dei libri bucati apposta. Pensa, sono un paio di pivelletti che studiano a Palermo e che si sono proposti di farlo spontaneamente, per arrotondare. Noi non li abbiamo nemmeno cercati. Un giorno eravamo qui, loro pigliano un paio di panetti di haschish e mi fanno: “Ma lo sai come fanno in America”. Io dico: “No, come fanno in America?” E loro: “I ragazzi bucano i libri oppure le suole delle scarpe e la roba se la portano appresso”. L’hanno visto fare in un cazzo di film, capisci, e credono di saperla lunga. Noi gli diamo cento euro a viaggio e loro restano contenti, ci si pagano la birretta il sabato sera o la discoteca per la pupa. Il patto è che se c’è un posto di blocco e però ci sono solo gli sbirri se la tengono addosso, zitti e muti, tanto quelli non la trovano, anzi non la cercano neanche. È già raro che fermano gli autobus dei pendolari, figuriamoci se si mettono ogni giorno a far scendere venti trenta persone per perquisirle tutte. Se ci sono i cani è diverso. Mollano tutto sotto qualche seggiolino o dietro negli ultimi posti. Non hanno paura perché sanno che gli altri, anche se li hanno visti, non parleranno. In genere sono tutti paesani oppure di paesi vicini, e perciò sono abituati a farsi i cazzi loro, non ci prova nessuno a fare l’eroe. Comunque, se li beccano sono cazzi loro, devono stare muti e basta, e questo lo sanno fare. Fino a oggi non ci sono stati problemi».<br />
Provo a immaginarmi di che genere di problemi sta parlando N. ed è chiaro che problemi non ce ne sono, almeno per lui, altrimenti non rischierebbe. I ragazzetti sono due tre studenti con la fedina penale pulita. Viaggiano sempre con pochissima roba addosso, ma lo fanno spesso, così evitano i carichi grossi e le condanne pesanti. Rischiano poco e guadagnano sicuro. Da parte sua, N., e con lui la famiglia di Santa Elisabetta che gestisce il traffico, evita i soldi per le staffette e gli staffettari. Prima che saltassero fuori gli studenti erano l’unico modo per far arrivare la droga al paese.<br />
Si usavano due macchine. Una partiva una mezzoretta prima e funzionava da staffetta.  Appena incontrava un posto di blocco bastava uno squillo all’autista della seconda macchina, quella col carico di droga, perché questa infilasse una delle tante deviazioni lungo l’autostrada Palermo-Agrigento e facesse marcia indietro.<br />
«Per i carichi grossi ora è tutta un’altra storia. Abbiamo un nostro uomo. Lo paghiamo, è un nostro stipendiato. Fa l’autista sulla linea Palermo-Santa Elisabetta. Il giorno che c’è lui, con la corsa delle 7 di sera, il carico viene messo dentro una scatola di metallo e piazzato sotto l’autobus. Quando arriva al paese è già notte. Il viaggio dura tre ore, tre ore e mezza. All’arrivo l’autista scende al bar, c’è sempre qualcuno che lo conosce e che gli offre da bere, oppure do qualche euro a qualcuno per offrirgliene. Io non lo avvicino mai, lui neanche mi conosce e non sa nemmeno per chi lavora. I contatti sono mantenuti sempre da un’altra persona, fin dall’inizio della faccenda. Mentre lui è al bar, un altro nostro uomo smonta la scatola da sotto l’autobus parcheggiato poco sopra il bar e controlla che sia tutto apposto, ci mette i soldi e la rimonta al suo posto. Poi l’autista si riprende l’autobus e lo riporta alla rimessa. L’indomani, alle 14 riparte per Palermo e il cerchio si chiude. Noi abbiamo la roba e loro hanno i soldi. Noi non sappiamo chi sono loro, e loro non sanno chi siamo noi».<br />
Tranne il fatto che il carico non arriva a gente qualunque ma a uomini della famiglia di Santa Elisabetta: è chiaro che questo è il discorso di un imprenditore, non di un delinquente. Le cose si sono evolute. Cosa Nostra ha fatto proprie le strategie di esternalizzazione delle grandi imprese. Mantiene per sé la gestione dei servizi (droga, armi, rifiuti e quant’altro), ma ne appalta all’esterno molti passaggi, in genere agli avvicinati, gente fidata ma non affiliata. Si potrebbe dire che ha esternalizzato le responsabilità penali mantenendo intatti i guadagni materiali. E anche per le cose grosse ci sono uomini esterni all’organizzazione che se ne occupano.<br />
«È semplice, no?», mi fa N.<br />
«Fila, fila», rispondo io.<br />
«Allora lo compriamo, ‘sto capolavoro?», taglia secco.<br />
«Certo», dico io, e caccio fuori il portafogli.<br />
Ci mettiamo d’accordo su dosi e denaro. Poi, inaspettatamente, mi dice:<br />
«Guarda che lo so che devi fare».<br />
Ho un attimo di mancamento. Mi afferra per la giacca e mi guarda. Guarda che lo so che devi fare. Ma che vuol dire che lo sa che devo fare? Che devo fare?<br />
«La scrivi ancora quella robaccia sui giornali?», mi chiede, ma è una di quelle domande che si rispondono da sole.<br />
«Si», dico, ma non sono tanto sicuro.<br />
Mi lascia stare.<br />
«Ma ormai i giornali non li legge più nessuno», mi fa, «è carta straccia». Si mette a ridere. Mi prende per un braccio e mi accompagna al portone. Non mi saluta, mi dice:<br />
«Se ci metti il mio nome t’ammazzo».<br />
«Va bene Nicola».</p>
<p>[<em>Giuseppe Rizzo è nato ventiquattro anni fa in Sicilia. Ha una laurea in Giornalismo conseguita a Palermo e una specialistica in corso alla Sapienza. Ha scritto per</em> il Giornale di Sicilia, <em>per </em>Il Mucchio Selvaggio <em>e per</em> il Quotidiano della Sera.]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/11/28/la-bianca-di-santa-elisabetta/">La Bianca di Santa Elisabetta</a></p>
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		<title>Una luce nel mondo morto</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/10/14/una-luce-nel-mondo-morto/</link>
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		<pubDate>Sun, 14 Oct 2007 05:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Questo viale deserto, grigio e tremebondo io lo chiamo la Prospettiva Cosmodemonica. E’ diritto, coi platani ai lati, marciapiedi senza pedoni, poche auto parcheggiate, pochi negozi. Non è neanche lungo, è un viale corto, il viale principale del paese fantasma merdacchioso di Mezzaluna.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/14/una-luce-nel-mondo-morto/">Una luce nel mondo morto</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/linguaccia300.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/linguaccia300.jpg" /></a> </p>
<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Questo viale deserto, grigio e tremebondo io lo chiamo la Prospettiva Cosmodemonica. E’ diritto, coi platani ai lati, marciapiedi senza pedoni, poche auto parcheggiate, pochi negozi. Non è neanche lungo, è un viale corto, il viale principale del paese fantasma merdacchioso di Mezzaluna.<br />
Lo percorro tre volte, avanti e indietro, con la R4, cercando chissà che, forse di vedere qualche faccia conosciuta, poi rinuncio e me ne torno a casa.<br />
Parcheggio la R4 alla cazzo di cane e entro nella mia vecchia casa a due piani, col piano terra disabitato e il giardino con le erbacce. Salgo le scale, entro nel soggiorno e metto un disco dei Devo a tutto volume. Sono grandi i Devo, i Maciste della New Wave.<span id="more-4563"></span><br />
Suonano il campanello. Mi affaccio alla finestra per controllare, perché se è qualche parassita che viene qua a scroccare lo mando al diavolo, ma mi viene un mezzo colpo. Sono le due sbarbe di Massa Lombarda, non so come si chiamano. Cioè, probabilmente me lo hanno detto, ma chi si ricorda.<br />
Cosa vogliono? Bah, si sa cosa vogliono. Cosa vogliono di solito le sbarbe?<br />
Scendo le scale e apro.<br />
“Ohhh, ciao Toni!” fa la biondina, che è la più carina, anzi è proprio carina da matti. Anche l’altra, che è morettina, mi saluta, sorride, ed è carina pure lei. Guardo in strada. Non c’è nessuno. Come sono arrivate qua? Evidentemente le hanno accompagnate, poi hanno mandato il tipo o la tipa a fare un giro. Per essere sole con me, senza impiastri tra i piedi. Perché io, le sbarbe lo sanno, gli impiastri non li sopporto.<br />
“Ciao Toni, come stai? Possiamo salire, ehhh?”<br />
Un <em>ehhh</em> furbetto, da sbarba furbetta. Le faccio salire, ridacchio con loro, passo anche un braccio intorno alla vita della morettina, che ride.<br />
“Ciao Toni, ce l’hai un po’ da fumare, ehhh?”<br />
Ecco quello che vogliono sempre le sbarbe: da fumare. Hanno chiesto a un amico o un’amica di fare ventidue chilometri per venire qua a fumare. Lo sanno che ho il fumo buono. Le sbarbe hanno sempre le dritte giuste.<br />
“Un po’ di fumo per le sbarbe, ehhh, Toni?”<br />
Apro la cassetta rossa sopra il giradischi e tiro fuori il caccolo. Un bel troccolo di nero Manali fresco e profumato, fumo da sballo che viene da Rotterdam. Mi siedo e lo scaldo, lo sbriciolo e lo modello in tanti pallini che bruceranno di un fuoco fresco e fragrante che arriva dritto al cervello. La sbarba biondina mi siede sulle ginocchia. Mi passa una mano tra i capelli. Mi viene un leggero capogiro. Oggi va così, di capogiri.<br />
“Mah” faccio, allusivo, “non so mica però se ho voglia di fumare”.<br />
La biondina fa<em> ehhh</em>, mi si sdruscia addosso e appoggia le labbra fresche e umide contro le mie. Da dietro arriva la morettina che mi infila una mano sotto la maglia, lungo la schiena.<br />
“Ohhh, Toni, dai, abbiamo una voglia di fumare&#8230; prepara questo cannone, fa’ il bravo. Non vuoi fare il bravo con le sbarbe?”<br />
<em>Ehhh?<br />
</em>Preparo un cannone da guerra e lo faccio accendere alla morettina. Tira una bordata golosa, poi un’altra e lo passa alla biondina.<br />
“Ohhh, che buono questo fumo” fa, “ è <em>divino</em>”.<br />
Mi passano il cannone, caccio un paio di tiri distratti, ma cosa può importarmi del fumo? Neanche lo sento.<br />
Tocco una tettina della biondina. Lei ride, mi infila la lingua in bocca. E’ già partita. Anche la morettina è decollata. Mi sfilano la maglietta, mi baciano sul collo. Ci spostiamo sul divano, tolgo i pantaloni alla biondina, ammiro le belle gambe chiare, con la pelle di luna. La morettina tira dal cannone, lo passa alla biondina, ridono, si sfilano magliette e camicette, mi tolgono i pantaloni, mi tirano fuori il cazzo, che è già duro come un bastone.<br />
No, è sbagliato, è <em>ancora</em> duro, da stamattina. A me talvolta, anzi spesso, fa così la roba. Mi viene duro come un sasso e non va più giù. Comunque va bene perché la biondina fa, prima di prenderlo in bocca: “osta com’è duro!”.<br />
Ci stendiamo sul divano, ci voltoliamo, ci baciamo, lecco le loro passerine strette e profumate. Tirano ancora dal cannone, partono per l’iperspazio, mi vengono addosso come gatte, mi baciano, poi la biondina lo vuole dentro e io glielo infilo tutto fino all’elsa, lei fa “ohhh”, io pompo come un dannato e lui è un legno stagionato e lubrificato dalla sua passerina calda, poi la morettina vuole il suo turno, io mi stendo sulla schiena e lei mi viene sopra, la biondina mi bacia, mi sdruscia la passerina sulla faccia, poi la morettina fa “dai Toni sborrami dentro” e qui viene il problema.<br />
Il problema.<br />
Con la roba è una parola eiaculare. Si può stantuffare per ore e ore, ma lo spermaceti non esce, oppure esce quando gli tira a lui, magari senza uno straccio di orgasmo.<br />
Però mi scoccia che non esca, così mi concentro al massimo, tendo i muscoli, i nervi, mi prendo la lingua della biondina che mi bacia come una ventosa e finisce che arriva una cosa forte, quasi dolorosa. Insomma, il classico orgasmo strampalato da roba.<br />
“Ohhh” fa la morettina, che smonta da cavallo e si stende accanto a me. Anche la morettina si stende accanto a me, dall’altra parte, e sospira. Anche la morettina sospira, e anch’io.<br />
“Ma è sempre duro!” fa la biondina.<br />
Normale. Con la roba si può eiaculare ma lui rimane su a tempo indeterminato.<br />
La biondina  fa “adesso tocca a me” e mi viene a cavalcioni. Fa “ahhh&#8230;” e chiude gli occhi. Fa “dai Toni sborrami dentro anche a me”, ma io sento, io so che non uscirà neanche una goccia di spermaceti in questa posizione. Così la ribalto sulla schiena e, tendendomi come un asse da muratore, appoggiandomi sulla punta dei piedi e sulle mani, riesco ad avere un secondo orgasmo che batte come un martello nei lombi. Mi accascio, con una vampata di sballo da roba che mi attraversa come una scarica di calore.<br />
“Oh. Oh” faccio, sballato, scoppiato, disarticolato.<br />
La morettina, intanto, ha rollato un altro cannone. Ridono, sgrignano spalancando la bocca.<br />
Le sbarbe sono, sono sempre state e sempre saranno di una golosità insaziabile.<br />
Faccio un giretto sulla Prospettiva Cosmodemonica, così, tanto per vedere se ci sono novità. Avanti e indietro due volte. La situazione è immobile, un’immagine in pausa.<br />
Una foto.<br />
Ma dove sono finiti gli abitanti di questo paese? Sono tutti morti?<br />
D’un tratto lo vedo. Non c’era prima, ne sono sicuro. Inchiodo la macchina e scendo con la macchina fotografica, che porto sempre con me. E’ un cane di piccola taglia, disteso su un fianco. L’hanno spappolato, escono gli intestini, lo stomaco, tutto. Giace in una pozza scura. Lo inquadro, lo fotografo in bianco e nero con questa luce diffusa dai platani, con le ombre morbide.<br />
Fotografo tutto ciò che è distrutto, rovinato: carcasse di auto, manifesti strappati, case diroccate, alberi secchi. Cerco la bellezza nella deformità e nella fine. Cerco la luce nel Mondo Morto.<br />
Torno a casa e trovo la Pinina che mi aspetta davanti al portone. Ha appoggiato la bicicletta al muro e ha una sporta di plastica in mano. Appena mi vede ride. Ride sempre la Pinina. Ha un modo di ridere, con gli occhi che brillano e una cadenza trascinante, maliziosa, che eccita. Lo farebbe venire duro a un pettirosso la Pinina.<br />
“Oi, Toni” fa la Pinina, “facciamo un giretto?”<br />
Un giretto. Quando viene qua vuole sempre fare un giretto in macchina.<br />
“Però prima beviamo un goccetto?” fa.<br />
Apro il portone, saliamo le scale. La Pinina va diretta al mobiletto di fianco al divano, prende la bottiglia di Slivowitz che mi hanno portato dalla Yugo. Beve un lungo sorso a garganella. Ne beve un altro, poi me la porge. Anch’io bevo un sorso, perché sento qualcosa di preoccupante che mi serpeggia lungo la schiena, sulla nuca: è la roba che inizia a calare. E’ ancora presto, dannazione. Bevo. L’alcol aiuta, si connette con la roba, la tira su. Per un po’.<br />
La Pinina ride rovesciando indietro la testa, scuotendo i lunghi capelli castani.<br />
La Pinina è la ragazza del mio migliore amico. Cioè, del mio migliore di adesso, di questo momento, perché le migliori amicizie cambiano nel tempo e nello spazio. Un mio migliore amico di dieci anni fa, quando eravamo hippies, non lo vedo da tre anni. E’ ancora il mio migliore amico?<br />
La Pinina beve un altro sorso poderoso, poi fa “andiamo, dai”.<br />
Usciamo, saltiamo sulla RE4, punto verso la campagna.<br />
La Pinina dice delle robe, dice che è andata a fare la spesa, ride continuamente.<br />
Io guardo i prati, il grano, i frutteti, penso che sto andando in campagna con la ragazza del mio migliore amico, e lui non sa niente. Però io alla Pinina non ho mai fatto alcuna richiesta, mai. Lei arriva a casa mia, beve la Slivowitz, ride, poi usciamo. <br />
Imbocco il sentiero nel boschetto e arrivo nella piazzola dove c’è la centralina del metano. Spengo la macchina. La Pinina ride come una matta, mi mette una mano sul cazzo, fa “osta della miseria è già bell’e duro”. Poi si apre la camicetta, tira fuori le tette. C’è da dire questo della Pinina: non è che sia bella, anzi, potrebbe essere definita bruttina; oppure, se lo è, la sua è una bellezza scalena con quegli occhi asimmetrici e il naso grande. Però ha il più bel paio di tette della Bassaromagna: grosse quanto basta, dritte, coi capezzoli gonfi. Me le sdruscia sulla faccia, sospira, intanto che me lo smanetta. Mi tira giù i pantaloni, mi viene a cavallo e se lo mette dentro. Rovescia indietro la testa, mi tira i capelli. Io sento la sua passerina calda, aderente, mi piace, però ho questa sensazione inquietante della roba che vuole calare ma non può, è tenuta su dall’alcol. Poi la Pinina esce, mi fa spingere indietro il sedile, si accuccia davanti a me e lo prende in bocca. Io mi abbandono sul sedile, chiudo gli occhi. Ha questa passione la Pinina. Questa deve essere la sesta volta che veniamo qui e, a parte la prima, le nostre scappatelle si sono sempre concluse con un rapporto orale.<br />
“Dai, sborrami in gola” fa, con la bocca piena.<br />
Non è così semplice. Lui è sempre duro, è come un ramo di quercia, ma non riesco a farlo copulare. La Pinina è brava, è una grande professionista, usa i denti, la lingua, succhia, lo lubrifica tutto e usa anche le mani, però per quanto mi tenda o mi lasci andare alla sua bocca non ce la faccio a eiaculare. La roba me lo impedisce. Però a un certo punto allargo le gambe fino a spaccarmi, mi godo al massimo la sua mano che mi massaggia le palle, l’altra che mi solletica la cappella, e anche l’ano, e vado con lo spermaceti. La Pinina geme e lo ingoia tutto, fino all’ultima goccia. Come voleva.<br />
Mi accascio sul sedile, coi pantaloni calati, stremato, il cazzo sempre duro.<br />
La Pinina ride, scende dalla macchina, si ricompone. Fa: “Dai Toni, vieni giù che voglio fare una cosa”. La guardo stravolto, sballinato, con gli occhi storti. Scendo faticosamente, gemebondo. La Pinina si inginocchia davanti al mio cazzo, lo fa dondolare. Poi apre la sporta di plastica e tira fuori una pagnotta. Col dito indice pratica un buco, in alto, e ci infila dentro il mio cazzo. Ride. Fa: “dai toni, pisciaci dentro”. Guardo il mio cazzo dentro la pagnotta. “Che?” faccio. “Sì, dai, Toni, fai una pisciatina qui dentro”. In effetti ho parecchia pipì, e dopo avere esclamato un paio di “osta della miseria!” la lascio andare nella pagnotta. Cioè, non è facile fare pipì in una pagnotta col pene eretto, devo spingere indietro il bacino e la Pinina lo allontana dal buco, guarda il filo di orina che sparisce dentro la mollica. Quando ho finito me lo sgocciola, soppesa la pagnotta. Ride.<br />
Io mi tiro su i pantaloni. “E adesso?” faccio. “Lo&#8230; mangiate?”<br />
La Pinina sembra pensarci su, fa: “Ma.. no, no”, come se una decisione, mangiarlo o non mangiarlo, valesse l’altra. Penso a lei e al mio migliore amico che mangiano la pagnotta inzuppata della mia pipì. Mi verrebbe da ridere, ma nel mio sangue scorre la roba, che non è tollerante con la risata. E’ trucida la roba.<br />
La Pinina butta la pagnotta. La lancia già dal pendio. “La mangerà qualcun altro” fa. “I topi. Magari una bella topa”. <br />
 </p>
<p>Mentre torniamo in paese, in fretta perché la Pinina deve comparare un altro pane, penso che è tardi e sta per tornare la Franca, la mia fidanzata ufficiale. E’ venerdì, arriva stanca morta da un paesotto della Bassaferrarese ancora più merdacchioso di Mezzaluna dove la sua azienda ha preso un lavoro. Vorrà farsi una doccia, mangiare rilassata, andare a letto e fare l’amore. Intanto la roba sta calando, la sento che mi scortica vivo, mi succhia il calore, mi prosciuga il midollo.<br />
Sono le tre. Non riesco a dormire. Non ho dormito, perché non è autentico sonno la catalessi sconvolta dai pruriti e dalle semi-veglie della roba. Non si dorme, né si sta svegli. E’ un non-sonno, un non-tempo.<br />
Davanti a me, sul tavolo, ci sono due contenitori di plastica, scatolette col coperchio per conservare gli alimenti: quella di sinistra contiene una trentina di pillole bianche, i sonniferi. Me li ha dati il Pippo, un tossico che ha tentato e ritentato, inutilmente, di smettere. Dice che, se uno vuole affrontare il grande viaggio senza rivolgersi alla sanità pubblica, dove ti schedano, e in barba al segreto professionale in un paese merdacchioso come Mezzaluna dopo cinque secondi tutti sanno tutto di tutti, i sonniferi sono fondamentali per resistere ai terribili dolori muscolari, ai mal di testa e all’insonnia feroce che subentrano all’astinenza.<br />
Nella scatoletta di destra ci sono tre etti di <em>brown sugar</em> purissima, che ho comprato a Rotterdam col Manali un mese fa. Venti milligrammi al giorno suddivisi in tre schizzi rendono quanto un grammo di roba comprata sul mercato.<br />
A sinistra c’è il salto nel buio, c’è l’ignoto.<br />
A destra c’è la Prospettiva Cosmodemonica tremebonda, la Prospettiva interminabile.<br />
A sinistra c’è la sofferenza, l’incertezza, c’è la spinta per tornare indietro.<br />
A destra c’è la caduta sul piano inclinato, la certezza del non-ritorno.<br />
Stanotte devo fare una scelta.<br />
Non ho mai fatto una scelta, non mi sono mai posto il problema.<br />
Franca mi ha dato l’ultimatum: o ne esci, o me ne vado.<br />
Intanto dopo avere fatto l’amore con lei mi è finalmente andato giù. E’ a riposo, morbido, caldo, rilassato. Non ho dovuto concentrarmi, né mettermi in tensione. E’ più potente della roba, la Franca. Io la voglio, la Franca.<br />
Nondimeno è forte, fortissimo il desiderio di farmi uno schizzo notturno. Forte è il richiamo del <em>flash</em>, o della sua idea. Perché non c’è più <em>flash</em>, solo la palpebra pesante, la testa che cade in avanti.<br />
Guardo le scatole.<br />
Stanotte devo fare una scelta.<br />
Cerco una luce. Una luce nel Mondo Morto.</p>
<p><em>(La foto è di Mauro Baldrati)</em><br />
 </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/14/una-luce-nel-mondo-morto/">Una luce nel mondo morto</a></p>
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		<title>Simpatia per il diavolo</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jul 2007 08:51:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Charles Manson]]></category>
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<p>di <strong>Gianluca Veltri</strong></p>
<p>Nel 1967, quando Charles Manson uscì dal carcere di San Quintino, California, vi aveva trascorso già metà della sua vita per reati vari. Manson era nato nel 1934 a Cincinnati, Ohio, da una sedicenne così strampalata e strafatta da non sapere neanche con chi lo avesse concepito.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/07/16/simpatia-per-il-diavolo/">Simpatia per il diavolo</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/manson-beatles.JPG' alt='manson-beatles.JPG' /></p>
<p>di <strong>Gianluca Veltri</strong></p>
<p>Nel 1967, quando Charles Manson uscì dal carcere di San Quintino, California, vi aveva trascorso già metà della sua vita per reati vari. Manson era nato nel 1934 a Cincinnati, Ohio, da una sedicenne così strampalata e strafatta da non sapere neanche con chi lo avesse concepito. Ben presto era diventato un delinquente patentato.<br />
Nel 1969 Charles Manson aveva quasi trentacinque anni. <span id="more-4137"></span><br />
Uscito di galera, Charles si stabilisce nel quartiere più beat e alla moda di San Francisco, Haight Ashbury. Partecipa alla <em>Summer of Love</em> di Frisco, la splendida estate che celebra la cultura dei figli dei fiori, degli <em>hippy</em>, della vita come amore, pace e musica. Pur filtrato tra questi ideali giovanili, l’oscuro carisma di Manson non tarda a sprigionarsi. Basso di statura, occhi ardenti e profondi, Charles possiede un magnetismo che riesce a esercitare soprattutto sulle donne e sui soggetti più suggestionabili. In breve diventa una specie di guru, il leader di una comune che di lì a qualche tempo diventerà la tristemente famosa <em>Manson Family</em>.<br />
Ma il sogno di Charles è diventare un cantante: ha nel cassetto una manciata di canzoni e farebbe di tutto pur di vederle pubblicate. Nelle maglie dei suoi adepti è caduto anche il batterista dei Beach Boys, Dennis Wilson. Per tentare di capire quei tempi – e un po’ anche i nostri, che sono figli di quelli – pensate a questo connubio: l’oscurità malefica di Manson a braccetto con il surf californiano solare di Wilson jr. L’ambivalenza. Il fratellino dei Beach Boys, che da allora entrerà in una spirale letale di alcol droga e malessere, cerca di introdurre Charles nel circuito musicale, mettendolo in contatto con un produttore discografico. Questi viene individuato in Terry Melcher, figlio dell’attrice Doris Day, con una certa esperienza dell’ambiente, avendo tra l’altro prodotto il primo disco dei Byrds. Terry annusa puzza di bruciato, Manson non gli piace neanche un po’ e si rende irreperibile. Nascostosi a casa della madre, presta la sua villa losangelina di Cielo Drive al regista Roman Polanski e alla moglie Sharon Tate. Sharon, attrice giovane e bellissima, è incinta di otto mesi di un bambino che non vedrà mai la luce. Cielo Drive è sulla collina di Bel Air, un posto di Los Angeles per super-ricchi. Non sarà una bella idea, per Polanski e moglie,  approfittare della disponibilità di quella villa.<br />
Nel frattempo la <em>Manson Family</em> si è trasferita nella Death Valley, luogo sinistro e desertico nel quale si consumano, in una atmosfera di esaltazione, festini e orge a base di acidi, spinelli e sesso liberissimo. Charles ascolta ossessivamente il <em>White Album</em> dei Beatles e soprattutto il brano <em>Helter skelter</em> (che significa “ottovolante”): in esso sostiene di rinvenire cifrate conferme alle sue teorie deliranti. Secondo Manson sta per arrivare il giorno del giudizio universale, nel quale tutti i neri si ribelleranno alla società dei bianchi, sovvertendo le regole.<br />
La guerra razziale, ribattezzata <em>ottovolante</em>, darà modo a Manson e alla sua orribile famigliola di impadronirsi dell’unica cosa che veramente conta: il potere. Invasato da queste deliranti corrispondenze, ribattezza una delle sue ragazze <em>Sex Sadie</em>, come un’altra canzone del Disco Bianco.<br />
L’8 agosto del 1969 Manson rompe gli indugi e guida la sua setta verso l’azione. L’obiettivo è la casa del <em>giuda </em>Terry Melcher, il produttore che non ha creduto in lui, ritenuto reo di aver tarpato i suoi sogni di gloria, le sue aspirazioni musicali. Di notte la comune di sanguinari fa irruzione nella villa di Cielo Drive. Roman Polanski è assente, e così si salva la vita; ma a caro prezzo. Sua moglie Sharon Tate (con il bambino che ha nella pancia) viene massacrata a colpi di coltello, insieme ad altre tre persone ospiti della casa: Wojcheck Frykowski, Abigail Folger, Jay Sebring. Sui muri, col sangue, viene scritta la parola PIGS (maiali), che parafrasa <em>Piggies</em>, l’ennesima canzone del Disco Bianco dei Beatles.<br />
La notte successiva, come belve assetate non ancora sazie, i miliziani della <em>Manson Family</em> uccidono due negozianti, i coniugi La Bianca. Questa volta il messaggio che fanno trovare sul muro è ancora più esplicito: HELTER SKELTER. Cosa c’entrerà mai l’ottovolante con una storia così atroce, devono essersi chiesti gli Americani meno avvertiti sulla musica rock. In breve, ovviamente, l’arcano fu svelato. Fu aperto l’album bianco. Ma fu solo l’inizio di un mistero e di un dilemma che accompagna il rock e la sua supposta parentela con Satana, nonché la presunta, ingannevole piana solarità della musica dei Beatles.<br />
Che razza di canzone è <em>Helter Skelter</em>? Perchè in quei tempi i Rolling Stones cantavano una canzone dal titolo <em>Sympathy for the Devil</em>? Perché i Beatles attiravano tanti squilibrati, al punto che John Lennon, finirà undici anni più tardi addirittura ucciso egli stesso da uno di loro?<br />
Non è facile rispondere a questi quesiti, e comunque le risposte, qui, non sono quasi mai univoche. <em>Helter Skelter</em> ci offre la prima sorpresa quando scopriamo che, dietro l’abituale doppia firma, a comporla fu in realtà il solo Paul McCartney; dei quattro Beatles il baronetto pulito, l’anima borghese più impeccabile. Non già l’anticonformista, il rivoluzionario, il pervertito John Lennon. L’establishment non avrebbe mai intentato un processo “Gli USA contro Paul McCartney”. Perché dunque Paul compose questa canzone, peraltro non bellissima, diciamolo pure sommessamente? Forse perché, banalmente, in quell’almanacco onnicomprensivo di suoni e atmosfere che il Disco Bianco voleva essere, mancava un brano di <em>hard rock</em>, genere che i Beatles non avevano mai frequentato. Geloso del muro del suono degli Who, Paul McCartney escogitò questi quattro minuti di fracasso minaccioso, di rumore disarticolato, suonati in maniera talmente selvaggia che alla fine dell’incisione si sente distintamente qualcuno (forse Ringo Starr) dire: “Ho le vesciche alle mani”! C’era un’esigenza da “Cencelli dei generi”, un’operazione di antologia degli stili.<br />
Tutto qua? Manco per sogno. La faccenda è assai più complessa e sfumata, e si inserisce nel quadro della controcultura di quel tempo.  I Beatles (e in particolare John Lennon, lui e certo non McCartney), con l’Album Bianco stavano conducendo un gioco un po’ <em>troppo </em>raffinato, come nota uno dei loro esegeti più autorevoli, Ian McDonald. Le loro esercitazioni nel campo della “casualità sonora” li portarono a pezzi estremi e rischiosi come <em>Revolution 9</em>, otto minuti in cui venivano esplorati territori di sub-coscienza, zone di confine tra veglia e sonno, con messaggi tra le righe, nastri registrati al contrario, ripetizioni ossessive. Il particolare, che McDonald non manca di notare, è che quel disco dei Beatles non era come un libro di Burroughs, non era un oggetto che capitava in mano solo ai patiti del genere, o ai consumatori più che consapevoli. No. L’Album Bianco non era un prodotto di nicchia, perché era un disco dei Beatles. Dunque entrò in poche settimane nelle case di milioni di persone, che, accanto a <em>Obladì obladà</em>, trovarono avventure psichedeliche pericolose, disturbi sonori conturbanti, spiazzanti auto-citazioni  come <em>Glass Onion</em>, tenebrose ambiguità, pezzi di conversazione farfugliati, rimandi interni, parole bisbigliate e sbagliate apposta. Tutto con il deliberato scopo di <em>confondere le idee</em>, rompere gli schemi, usare in modo allusivo e oscuro ogni strumento di controcultura artistica, in cerca di originalità devianti.<br />
La mentalità rock era ancora giovane, certa materia non si maneggiava con la stessa noncuranza con la quale ci facciamo scivolare tutto addosso, adesso. Quando si dice che i Beatles furono importanti, ci si riferisce anche alla loro capacità di abbattere frontiere, essere innovativi, comunicare in modo anticonvenzionale, lanciare messaggi anche tra le righe, che contribuirono a cambiamenti determinanti sul gusto dei giovani. Tutto questo, rimanendo popolari. Mentre i Rolling Stones occhieggiavano furbescamente, plaetealmente  e senza mezzi termini al diavolo nella loro (pur notevole, splendida e selvaggia) <em>Symphaty for the Devil</em>, con un  messaggio diretto, i Beatles preferivano al contrario vie più sotterranee, problematiche, ambigue, apparentemente casuali ma forse proprio per questo più insinuanti.<br />
Per certe menti muovere le acque equivale a rimestare nel torbido. E nell’ubriacatura generale che furono quegli anni, non tutti erano forniti di adeguati strumenti di decodificazione. Lo stimolo straordinariamente febbrile di tante idee aveva bisogno di una ricezione intelligente, equilibrata, capace di mediazioni.<br />
Charles Manson era predestinato a sbroccare. Mica è colpa dei Beatles (di Paul, poi!). Ad avere un po’ di pazienza, avrebbe forse potuto trovare la conferma delle sue farneticazioni pure in una <em>reclame </em>dei formaggini, o nel cartellone di una <em>piece </em>teatrale, o nelle avvertenze dell’aspirina. Chi può saperlo? Purtroppo la trovò &#8211; la conferma – e la volle trovare, in un disco dei Beatles, e lo fece sapere a tutto il mondo nella maniera più fragorosa, orrenda e sanguinaria. Da allora si sprecano le diatribe su chi vuole una parentela strutturale del rock con il diavolo, e chi invece sostiene che sia semplicemente connaturata al genere umano una certa propensione per il Male.<br />
La controversia, benché stucchevole, è ben viva. </p>
<p>Alcune note finali. Una settimana dopo la strage di Cielo Drive (quando si dice tempismo!) la cultura rock giovanile si autocelebrò nel più grandioso raduno musicale della storia: il festival di Woodstock.<br />
Charles Manson, al contrario della sua setta, in gran parte convertita, non mostra alcun segno di pentimento. Si parlava del 2007 come dell’anno in cui gli sarebbe stata concessa la libertà condizionata. Ma pochi giorni fa gli è stata negata per l&#8217;undicesima volta dall&#8217;amministrazione carceraria della California. Le canzoni che il <em>giuda </em>Terry Meltcher, proprietario della casa di Cielo Drive e vero obiettivo del massacro, non gli volle pubblicare <em>illo tempore</em>, non sono affatto sataniche. Riccardo Bertoncelli le avvicina allo stile intimista di un Donovan.<br />
Il suddetto Meltcher si è spento per malattia nel 2004. Il Beach Boy Dennis Wilson morì annegato a soli 39 anni, una ventina di anni prima. Roman Polanski si è – come si suole dire – <em>rifatto una vita</em>. John Lennon invece, la sua vita l’ha persa troppo presto, ucciso per mano di un folle fan nel 1980, proprio quando era ormai diventato un normalissimo papà quarantenne alle prese con le pappe del figlioletto Sean.<br />
Infine, gli U2 – gruppo dal pacifismo doc buonista e corretto &#8211; hanno reinterpretato <em>Helter Skelter</em> dalla parte di Lennon e McCartney, nel tentativo di restituire la canzone (e, in un processo di slittamento metonimico, tutta la musica rock) al suo vitalismo più sano, dopo che sul brano era calata una comprensibile, sinistra aura. Il concetto era: “Charles Manson ha rubato indebitamente questa canzone ai Beatles; adesso noi gliela sottraiamo per ridarla a tutti”. Ci sono riusciti?</p>
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		<title>Il doping negli sport professionistici</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Sep 2006 05:50:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di <a href="http://www.schneier.com/blog/archives/2006/08/doping_in_profe.html">Bruce Schneier</a></strong>, traduzione di <a href="http://www.communicationvalley.it/crypto-gram.html">Communcation Valley</a></p>
<p>La grossa novità nel ciclismo professionistico è che è stato annullato il titolo di vincitore del Tour de France a Floyd Landis perché il ciclista è risultato positivo al test antidoping, che ha rivelato l’uso di una droga per aumentare le prestazioni.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/09/08/il-doping-negli-sport-professionistici/">Il doping negli sport professionistici</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di <a href="http://www.schneier.com/blog/archives/2006/08/doping_in_profe.html">Bruce Schneier</a></strong>, traduzione di <a href="http://www.communicationvalley.it/crypto-gram.html">Communcation Valley</a></p>
<p>La grossa novità nel ciclismo professionistico è che è stato annullato il titolo di vincitore del Tour de France a Floyd Landis perché il ciclista è risultato positivo al test antidoping, che ha rivelato l’uso di una droga per aumentare le prestazioni. Lasciando da parte per un momento l’intera questione sul permettere ad atleti professionisti l’uso di droghe per l’aumento di prestazioni, sulla pericolosità di tali droghe, e su cosa sia anzitutto una droga per l’aumento di prestazioni, vorrei parlare della sicurezza e delle questioni economiche legate alla problematica del doping negli sport professionistici.<br />
<span id="more-2401"></span><br />
Il test antidoping è una problematica di sicurezza. Le varie federazioni sportive di tutto il mondo fanno del loro meglio per rilevare il doping illegale, e gli atleti fanno del loro meglio per eludere i test. È il classico braccio di ferro di sicurezza: i progressi delle tecnologie di rilevamento portano a progressi nell’elusione di tali rilevazioni, che a loro volta stimolano lo sviluppo di migliori capacità di rilevamento. Al momento pare che siano le droghe ad avere la meglio; in alcuni contesti i test antidoping vengono anche definiti “test d’intelligenza”: se non riesci ad aggirarli, non meriti di giocare.</p>
<p>Ma a differenza di molte altre “gare di forza” di sicurezza, chi effettua i rilevamenti ha la possibilità di esaminare il passato. Lo scorso anno un laboratorio ha analizzato l’urina di Lance Armstrong e ha trovato tracce della sostanza vietata EPO. Il dettaglio interessante è che il campione di urina analizzato non era del 2005, ma del 1999. A quell’epoca non vi erano buoni test per individuare la EPO nelle urine. Oggi sì, e il laboratorio ha preso un campione di urina congelato (e chi lo sapeva che i laboratori conservano i campioni di urina degli atleti?) e lo ha analizzato. Il test fu poi annullato (le procedure di laboratorio sono state approssimative), ma non credo che siano state comprese a fondo le reali implicazioni di quell’episodio. I test possono andare indietro nel tempo.</p>
<p>Questo causa due effetti importanti. Primo: i medici che sviluppano nuove droghe per l’aumento di prestazioni possono conoscere esattamente quali tipi di test verranno condotti dai laboratori antidoping, e possono verificare con anticipo la propria abilità nell’eludere i rilevamenti di tali droghe. Ma non possono sapere quali tipi di test verranno sviluppati in futuro, e gli atleti non possono dare per scontato che, siccome una certa droga non è rintracciabile oggi, continuerà a esserlo anche negli anni a venire.</p>
<p>Secondo: gli atleti accusati di doping in base ad analisi condotte su campioni di urina vecchi di qualche anno non hanno modo di difendersi. Non possono sottoporsi nuovamente alle analisi, è troppo tardi. Se io fossi un atleta preoccupato per tali accuse, farei periodici depositi in garanzia della mia urina, così da poter avere qualche possibilità in più per contestare un’accusa.</p>
<p>Il braccio di ferro del doping continuerà a causa degli incentivi. Si tratta del classico Dilemma del Prigioniero. Consideriamo due atleti in competizione, Alice e Bob. Sia Alice sia Bob devono decidere individualmente se faranno uso di droghe o meno.</p>
<p>Immaginiamo Alice mentre valuta le proprie due opzioni:</p>
<p>“Se Bob non prende droghe”, pensa, “allora sarà nel mio miglior interesse prenderle, perché mi daranno un margine di prestazioni ai danni di Bob. Avrò maggiori possibilità di vittoria.</p>
<p>“Analogamente, se Bob fa uso di droghe, è anche nel mio interesse accettare di usarle. In questo modo, almeno, Bob non avrà vantaggi su di me.</p>
<p>Perciò, anche se non posso controllare quel che Bob sceglierà di fare, il prendere droghe mi darà comunque un risultato migliore, a prescindere dalle decisioni di Bob”.</p>
<p>Purtroppo Bob farà esattamente lo stesso ragionamento. Risultato: entrambi faranno uso di droghe per l’aumento di prestazioni e nessuno dei due avrà un vantaggio rispetto all’altro. Se potessero fidarsi l’uno dell’altra, potrebbero rifiutarsi di assumere droghe e mantenere la stessa situazione di equilibrio, senza alcun rischio legale o fisico. Ma gli atleti in competizione non possono fidarsi gli uni degli altri, e tutti hanno la sensazione che sia meglio drogarsi (e continuare a cercare droghe sempre più nuove e non rilevabili) per competere. E il braccio di ferro va avanti.</p>
<p>Alcuni sport sono molto più vigili di altri rispetto alla questione doping. Il ciclismo europeo è particolarmente attento, e anche le Olimpiadi. Gli sport professionistici americani sono molto più permissivi, spesso cercano di dare un’immagine di vigilanza mentre in realtà continuano a permettere agli atleti di assumere sostanze che aumentano le prestazioni. Sanno che i loro sostenitori vogliono vedere linebacker muscolosi, battitori vigorosi e scattisti veloci come fulmini. E quindi, con una strizzatina d’occhio e un cenno di assenso, eseguono soltanto i test più semplici.</p>
<p>Si prenda per esempio l’attuale dibattito sull’uso dell’HGH, l’ormone della crescita, nel baseball. Vi sono test e sanzioni molto gravi per l’uso di steroidi, ma tutti sanno che adesso i giocatori stanno prendendo l’HGH perché non vi sono analisi delle urine a riguardo. Si sta sviluppando un esame del sangue per rilevarlo, ma è ancora ben lungi dal funzionare. Il metodo per fermare l’utilizzo di HGH è quello di prendere campioni di sangue oggi e conservarli per analisi future, ma il sindacato dei giocatori si è rifiutato di permettere una cosa del genere, e la commissione del baseball non sta spingendo in questa direzione.</p>
<p>Alla fin fine, il doping è una questione puramente economica. Gli atleti continueranno a drogarsi perché il Dilemma del Prigioniero li costringe a farlo. Le autorità sportive continueranno a migliorare le proprie tecniche di rilevamento oppure a fingere di farlo, a seconda dei propri sostenitori e degli introiti. E con il continuo progresso tecnologico, gli atleti professionisti diventeranno sempre più come auto da corsa volontariamente ideate e plasmate.</p>
<p><a href="http://www.msnbc.msn.com/id/14059185/">http://www.msnbc.msn.com/id/14059185/</a><br />
<a href="http://www.schneier.com/blog/archives/2005/09/lance_armstrong.html">Il caso Armstrong</a><br />
Il baseball e l’HGH: <a href="http://sports.yahoo.com/mlb/news?slug=jp-hgh061206&amp;prov=yhoo&amp;type=lgns">1</a>, <a href="http://sports.yahoo.com/mlb/news?slug=jp-hgh060706&amp;prov=yhoo&amp;type=lgns">2</a>.<br />
Questo articolo è originariamente apparso su <a href="http://www.wired.com/news/columns/0,71566-0.html">Wired.com</a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/09/08/il-doping-negli-sport-professionistici/">Il doping negli sport professionistici</a></p>
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		<title>Due letture sul terrorismo</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Aug 2005 16:09:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>Propongo due letture estive anti-propaganda sul tema del terrorismo: <strong>Iraq</strong> di <strong>Slavoj Žižek </strong>e <strong>La nuova economia del terrorismo</strong> di <strong>Loretta Napoleoni</strong>. Il governo italiano è schierato con gli Stati Uniti nella lotta contro il “terrorismo islamico”, partecipando all’intervento militare in Iraq.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/08/11/due-letture-sul-terrorismo/">Due letture sul terrorismo</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>Propongo due letture estive anti-propaganda sul tema del terrorismo: <strong>Iraq</strong> di <strong>Slavoj Žižek </strong>e <strong>La nuova economia del terrorismo</strong> di <strong>Loretta Napoleoni</strong>. Il governo italiano è schierato con gli Stati Uniti nella lotta contro il “terrorismo islamico”, partecipando all’intervento militare in Iraq. Siamo quindi da tempo bersagli di una possibile rappresaglia. Per ora siamo innanzitutto bersagli di una propaganda “occidentale” che ha alcuni obiettivi di fondo: 1) sacralizzare il nemico terrorista, rendendolo incarnazione del Male e impedendo così ogni analisi politica delle sue azioni; 2) spostare l’attenzione sull’aspetto “religioso” del nemico terrorista, impedendo un’analisi del suo aspetto “economico”; 3) legittimare l’ingiustificabile guerra in Iraq, rendendo impronunciabile ogni contestazione di tipo pacifista; 4) legittimare la restrizione delle libertà fondamentali, acquisendo strumenti di maggiore controllo e repressione delle opposizioni politiche interne (movimenti altermondialisti, ecc.); 5) legittimare l’uso ufficiale della tortura oggi e di una eventuale bomba atomica “tattica” domani, di fronte all’estrema barbarie del nemico terrorista.</em><br />
<span id="more-1266"></span><br />
A questi obiettivi ne va aggiunto un altro, meno immediato negli effetti, ma di portata ben più ampia: una ripulitura dell’aspetto barbaro del capitalismo nella sua versione coloniale e neocoloniale. Il terrorismo, che è stato per almeno cinquant’anni considerato la modalità di scontro più praticabile nel periodo della Guerra fredda, sia per i movimenti di liberazione sia per le potenze occidentali che si opponevano ad essi, diviene ora una modalità aberrante ed esclusiva del fondamentalismo islamico armato. Per di più, l’associazione esclusiva tra Al-Qaeda, la jihad e il terrorismo, come sottolinea Žižek, favorisce speculazioni sul carattere “intrinsecamente” terroristico della religione islamica.</p>
<p>Partiamo subito da una domanda spregiudicata, che si pone <strong>Žižek</strong>:<br />
“perché no gli Stati Uniti come polizia globale? (…) pensiamo alla percezione, largamente condivisa, degli Stati Uniti come nuovo Impero romano. <em>Il problema degli Stati Uniti oggi non è che sono un nuovo impero globale, ma che non lo sono: in altre parole, pur pretendendo di esserlo, continuano ad agire come uno stato-nazione, perseguendo i propri interessi senza sosta</em>.”</p>
<p>Io credo che bisognerebbe radicalizzare il punto di vista di Žižek: gli Stati Uniti non riescono neppure ad agire come un vero stato-nazione, se questo significa perseguire politiche che riescano ad armonizzare gli interessi delle varie realtà sociali ed economiche che costituiscono il paese. A quale “nazione” giova la politica del governo Bush? Il problema del conflitto d’interessi, prima di essere una caratteristica italiana come la pizza e il mandolino, è una specificità statunitense, degli ultimi governi repubblicani della famiglia Bush. Bisognerebbe allora chiedersi: può un paese del capitalismo avanzato, dove l’interesse privato minaccia costantemente quello pubblico, fare una politica estera di “stato-nazione”? Oggi, poi, l’assurdità è accentuata dal fatto, che la politica che gli Stati Uniti pretendono di fare vorrebbe essere mondiale, imperialistica. Il problema è che non ne sono capaci. Il fallimento in Iraq, il più grave dopo quello del Vietnam, lo dimostra. Hanno annunciato che si ritireranno dal paese, anche se la guerriglia non sarà sconfitta e nel paese non sarà tornata la pace. Perché gli Stati Uniti hanno perso la guerra in Iraq?</p>
<p>La popolazione statunitense non è diversa dalla nostra. Non è disposta a vedere morire la propria gente per un ideale troppo astratto come “garantire la democrazia nel mondo”. Tale popolazione, inoltre, <em>è</em> particolarmente poco attenta e curiosa a ciò che è il resto del mondo. Questo fa si ché la potenza imperialista non possa subire gravi perdite in termini di vite umane. La polizia mondiale statunitense non può rischiare di perdere troppi poliziotti. In Iraq finisce, infatti, che i poliziotti se ne stanno rintanati nelle loro questure, mentre fuori impazza la malavita. Ciò che gli Stati Uniti non dovrebbero mai fare è trovarsi nella situazione di <em>dover occupare militarmente un territorio</em>. E invece pretendono di farlo. Ma perché questa <em>incoerenza</em>? Si potrebbe rispondere così: il successo militare (imperialista), è del tutto secondario rispetto al successo economico delle aziende (private) che riforniscono il Pentagono o di quelle che estraggono e raffinano il petrolio.</p>
<p>In conclusione, affidarsi alla politica di polizia mondiale degli Stati Uniti, significa mettersi nelle mani di un poliziotto <em>inaffidabile</em> sotto troppi punti di vista. Lo conferma di continuo anche il libro della <strong>Napoleoni</strong>. Gli Stati Uniti si sono candidati anche come polizia mondiale antidroga in lotta contro il traffico mondiale di stupefacenti. Soltanto che: “Milioni di dollari frutto del narcotraffico a livello mondiale sono ripuliti negli Stati Uniti (dal 30 al 40 percento finisce nell’economia statunitense) mentre il resto viene erogato nell’economia illegale internazionale e (…) è utilizzato per alimentare la nuova economia del terrorismo.”</p>
<p>Facciamo un paio di esempi concreti, citati dalla <strong>Napoleoni</strong>. Il caso della <strong>Colombia</strong>. Dal 1964 è attivo nel paese il FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia). È un’organizzazione di tendenza marxista che lotta a favore dei contadini contro i grandi proprietari terrieri e che si oppone all’influenza statunitense e alla privatizzazione delle risorse naturali. Nel corso della sua storia, per poter sopravvivere, il <strong>FARC</strong> ha finito per stringere un’alleanza, intorno agli anni ’80, con i narcotrafficanti colombiani. Ora, la cocaina colombiana è giunta negli Stati Uniti attraverso la “sponda” cubana. <strong>Cuba</strong>, infatti, in cambio di una percentuale sui profitti del traffico, si è proposta come punto di approdo delle navi provenienti dalla Colombia. E da Cuba, poi, su piccole imbarcazioni, la coca giunge in <strong>Florida</strong>. In tutto questo traffico, le banche statunitensi intervengono nella fase delicata del riciclaggio degli enormi profitti della vendita. Scrive la Napoleoni:</p>
<p>“alla metà degli anni ottanta il contrabbando di droga dalla Colombia faceva affluire nell’economia della Florida circa quindici milioni di dollari all’anno. Questa gigantesca iniezione di contanti proveniva perlopiù dal riciclaggio di denaro sporco, che inevitabilmente corrompeva le strutture finanziare dello stato. Le banche, sempre assetate di denaro fresco, erano ben disposte verso operazioni con un’elevata liquidità e non facevano domande imbarazzanti (…).”</p>
<p>In un paese del capitalismo avanzato, che propugna il liberalismo come unica ricetta economica, le <strong>banche</strong> sono al di fuori di qualsiasi regolamentazione. Quando si parla, a proposito del terrorismo o del narcotraffico, di “legislazione d’emergenza”, bisognerebbe applicarla innanzitutto alle banche e alle strutture finanziarie. <em>Perché non si parla mai di una legislazione d’emergenza in ambito finanziario? </em>Siamo disposti a tenere un individuo vagamente sospetto in cella per un tempo sempre più dilatato, sperando di trarne chissà quali magnifici vantaggi, ma non si solleva nemmeno lontanamente questo semplice problema: come possiamo limitare drasticamente l’autonomia delle banche nel raccogliere denaro sospetto?</p>
<p>Eccoci in pieno in una di quelle fondamentali <strong>contraddizioni di sistema </strong>che dovrebbero imporre, ad ogni passo, un’<strong>autocritica costante</strong> ai sostenitori di una società libera e democratica fondata su un’economia di tipo capitalistico. Il male che ci minaccia sotto le sembianze di kamikaze con turbante o passamontagna è in parte un <strong>male nostro</strong>, da noi nutrito in molti modi. Il primo passo per combatterlo è allora operare sul proprio corpo, sulla sua fisiologia. È una questione pragmatica, di efficacia dell’azione. È più facile controllare ciò che è già in mio potere (banche e istituti finanziari, ad esempio) piuttosto che controllare ciò che sfugge al mio potere (cellule terroristiche segrete, basi d’addestramento all’estero).</p>
<p>Ci troviamo così confrontati a questo paradosso: <strong>la burocrazia del controllo delle persone s’infittisce spaventosamente, laddove quella del controllo dei soldi permane in uno stato di permeabilità e porosità assoluta</strong>. Siamo disposti a lasciar sparare in testa ad un innocente, come è accaduto al cittadino brasiliano assassinato dalla polizia londinese, ma non ci permettiamo di minacciare lontanamente il segreto bancario.</p>
<p>(Questo punto è toccato anche da <strong>Žižek</strong>, parlando della legislazione europea in fatto di immigrazione. Egli scrive: “Recentemente, un’ignominiosa decisione dell’Unione Europea è passata praticamente sotto silenzio: il progetto di istituire una polizia di confine paneuropea per assicurare l’isolamento del territorio dell’Unione e prevenire i flussi di immigrazione. Questa è le verità della globalizzazione: la costruzione di nuovi muri che salvaguardino la prospera Europa dalle orde degli immigrati. (…) nella stracelebrata circolazione aperta del capitalismo globale, sono le “cose” (le merci) a circolare liberamente, mentre la circolazione delle “persone” è molto più controllata.”)</p>
<p>Facciamo un altro esempio, che nulla a che fare con la lotta al terrorismo. Il problema <strong>Africa</strong>, ossia il problema delle guerre africane, delle guerre tra stati e delle guerre civili. Queste guerre sono grandemente responsabili del mancato sviluppo di molti paesi africani e della condizione di miseria in cui vive una larga fetta di popolazione. Qual è l’atteggiamento dei ricchi paesi europei, nei confronti dell’Africa? <strong>Gli aiuti</strong>. Fornire aiuti, alimentare la “cooperazione”. Solo che gli aiuti non sembrano risolvere i problemi. I razzisti dicono che è colpa semplicemente degli africani, che “il difetto è nel manico”, che quella gente non sa far altro che fare la guerra e rubare. I più illuminati disquisiscono sulle forme che questo aiuto dovrebbe avere per essere efficace. Un giovane giornalista tanzaniano, nel documentario <strong>L’incubo di Darwin </strong>(mai uscito in Italia), propone una semplice soluzione al problema. <strong>Le aziende europee cessino di vendere armi ai paesi africani</strong>. Senza armi non si possono armare i poveri, che attendono le guerre come unica possibilità per ottenere uno stipendio decente. L’unica economia che funziona sempre e ovunque in Africa è l’economia di guerra. Smettiamo di mandare sacchi di farina e impegniamoci a livello europeo per impedire alle nostre aziende di vendere armi all’Africa. Avete mai sentito difendere questo argomento nei ripetuti dibattiti sulle sciagure dell’Africa? Forse non si tratta della soluzione unica e infallibile. Ma come mai non ne parla nessuno?</p>
<p>(Il documentario <strong>L’incubo di Darwin </strong>- <em>Darwin’s nightmare </em>- del registra austriaco <strong>Hubert Sauper </strong>mette a nudo il complesso traffico tra Europa e Africa che ha in <strong>Tanzania</strong> il luogo di snodo principale. Le aziende del pesce, i cui proprietari sono <strong>indiani</strong>, si servono di manodopera locale sottopagata per raccogliere e confezionare il persico del Nilo, pesce infestante del Lago Vittoria. Aerei cargo di compagnie aeree <strong>russe </strong>o <strong>ucraine</strong> giungono in Tanzania in apparenza vuoti, per caricare tonnellate di pesce da depositare in Europa. In realtà, gli aerei giungono carichi di armi di fabbricazione europea, da smistare verso i compratori africani. Gli africani vendono insomma <strong>tutto</strong> il loro pesce agli europei a prezzi bassissimi e comprano da noi armi a prezzi di mercato per ammazzarsi. In termini di responsabilità, essa va divisa equamente tra i corrotti governi africani e i cinici governanti europei. Iniziamo allora a prenderci le nostre responsabilità, obbligando i nostri governi a legiferare in materia. Basterebbe, anche qui, creare una <strong>legislazione d’emergenza sulla vendita di armi europee in Africa</strong>, per favorire concretamente la soluzione del problema.)</p>
<p>L’ultimo esempio di contraddizioni di sistema dell’attuale capitalismo e dell’impossibilità degli Stati Uniti di condurre una politica imperialistica o anche soltanto coerentemente nazionalista, ci è fornito ancora una volta da Loretta Napoleoni. Non si tratta dei due casi più celebri: il sostegno statunitense al regime talebano e a quello irakeno, che da amici divengono di colpo nemici. Parliamo ora delle guerra nella ex-Iugoslavia. Leggiamo:</p>
<p>“Visto il risultato della jihad antisovietica, Washington si sentiva sicura di poter ripetere in Iugoslavia il successo dell’operazione occulta condotta in Afghanistan, e per questa ragione nel 1991 il Pentagono stipulò un’alleanza segreta con i gruppi islamici fondamentalisti iugoslavi. Il controspionaggio americano, insieme con quelli turco e iraniano, organizzò una <em>Croatian pipeline </em>sulla falsariga di quella afgana: in Croazia affluivano armi turche e iraniane, in un primo momento sui velivoli della Iran Air e in seguito con una squadriglia di Hercules C-130 americani. Armi e attrezzature venivano pagate con denaro saudita (…).”</p>
<p>Ancora una volta la scelta degli Stati Uniti è quella di muoversi secondo il modello consolidato dell’azione terroristica: aggiramento dell’embargo stabilito dall’ONU, finanziamenti occulti, traffico illecito di armi, ecc. Dall’inizio della Guerra fredda, gli Stati Uniti, assieme all’Unione Sovietica e a paesi colonialisti europei come la Francia, <strong>hanno finanziato, fornito armi e organizzato attività di tipo terroristico</strong>. Per gli Stati Uniti ciò rientrava nella <strong>dottrina dell’antisommossa </strong>che li portò, soprattutto dopo il Vietnam, a intensificare gli aiuti occulti, economici e militari, a tutte le forze anticomuniste, sia di matrice fascista che di matrice islamica radicale. Il concetto di base era semplice: gli Stati Uniti non potevano rischiare più guerre convenzionali nemmeno con un nemico minore (i vietcong). Dovevano agire per procura, appoggiando <strong>il nemico del proprio nemico</strong>. (Per cinquant’anni gli Stati Uniti e alcuni stati europei sono stati agenti del terrorismo internazionale e della sua economia illecita ed occulta. Lo sono stati essenzialmente i <strong>governi</strong>, che negli USA hanno violato norme imposte dal Congresso e in Europa dai parlamenti. Oggi, quando per la prima volta l’effetto di una politica terrorista cade pesantemente sulle nostre popolazioni, sui cittadini statunitensi ed europei, si scopre e si addita la barbarie del “terrorismo”. Ma quando colpiva cileni, tutsi o kurdi, ciò appariva un prezzo tollerabile da pagare, per non esporsi direttamente in un conflitto armato.)</p>
<p>Ma l’Occidente, e gli Stati Uniti in particolare, non pecca solo di <strong>ipocrisia</strong>. Pecca anche di <strong>ottusità strategica</strong>. E qui anche i cinici che da noi tanto abbondano dovrebbero riflettere al loro consenso nei confronti delle politiche statunitensi e di quelle europee, appena più mitigate. Torniamo al caso della <em>Croatian pipeline </em>e vediamo quale ne è stato l’esito. Scrive la Napoleoni: “Solo alla metà degli anni novanta risultò evidente che gli Stati Uniti si erano lasciati ingannare: la <em>Croatian pipeline </em>era stata manipolata per costituire una roccaforte del fondamentalismo islamico alle porte dell’Europa. Ormai non c’era più modo di sottrarsi alle conseguenze di quella scelta, e, com’era accaduto in occasione della Guerra del Golfo, gli Stati Uniti si trovarono a combattere contro coloro che avevano contribuito ad armare.”</p>
<p>*</p>
<p>Slavoj Žižek, <em>Iraq</em>, Cortina, 2004.</p>
<p>Loretta Napoleoni , <em>La nuova economia del terrorismo</em>, Marco Tropea Editore, 2004.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/08/11/due-letture-sul-terrorismo/">Due letture sul terrorismo</a></p>
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