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	<title>Nazione Indiana &#187; economia</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Aug 2011 10:24:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Olandese-Volante.jpg"></a></p>
<p>Si scrive “default”, si legge “fallimento”. E’ quanto è stato appena evitato, ma per le borse il re è rimasto nudo nell’equazione elementare Stato = debito statale. La bancarotta degli Stati Uniti: apparsa all’orizzonte con l’ineluttabilità delle notizie che tocca dare, quasi un sogno di mezz’estate che all’ultimo istante deve svanire come il vascello di <em>Pirati dei Caraibi</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/02/default/">default</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Olandese-Volante.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Olandese-Volante-300x212.jpg" alt="" title="Olandese-Volante" width="300" height="212" class="alignleft size-medium wp-image-39704" /></a></p>
<p>Si scrive “default”, si legge “fallimento”. E’ quanto è stato appena evitato, ma per le borse il re è rimasto nudo nell’equazione elementare Stato = debito statale. La bancarotta degli Stati Uniti: apparsa all’orizzonte con l’ineluttabilità delle notizie che tocca dare, quasi un sogno di mezz’estate che all’ultimo istante deve svanire come il vascello di <em>Pirati dei Caraibi</em>. Invece non è un sortilegio malefico, una chimera da scrollarsi di dosso con un ”non è successo niente”. Stiamo pagando, abbiamo già pagato, pagheremo ancora, anche per quel che è accaduto tra il Congresso e il governo USA.<span id="more-39703"></span> Il presidente Obama ha calato le brache. Questa è la sintesi di quanto hanno scritto i giornali americani. Tutti tagli, non un centesimo in più di tasse, per tirare avanti senza soluzione e senza prospettive di ripresa economica. Per una volta, non siamo tacitabili di sbruffoneria mediterranea, se affermiamo che siamo uguali agli Stati Uniti. Il “New York Times” commenta lapidario: “quest’episodio dimostra l’efficacia dell’estorsione” &#8211; altro termine fin troppo familiare. Bastano un tot di quelli che vogliono restare padroni in casa propria, a Monza come nel Minnesota, e il capo della superpotenza democratica finisce per cedere quasi su tutto. Esercitano un potere capace di ricatto, la destra più estrema con il suo elettorato effettivo e potenziale, i media, le agenzie di rating, le istituzioni economiche sovranazionali, le borse. Se vuole farsi avanti qualcun altro, basta guardare al nostro paese, c’è ancora spazio. Intanto, per l’impossibilità provata di governare in modo sovrano, i mercati finanziari, origine del disastro, restano l’unico mistero oracolare da cui tutti pendiamo. Forse, a questo punto, ci sentiremmo più sicuri sulla nave di Capitan Barbossa che non esiste.</p>
<p>pubblicato su<em> L&#8217;Unità</em>, 2 agosto 2011<em></em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/02/default/">default</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>piccole patrie, distretti economici</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Oct 2010 06:13:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gherardo bortolotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>da Nord Operaio : lavoratori, sindacato, politica tra globalizzazione e territorialità</strong></p>
<p>[<em>Da parecchie settimane, è scoppiato in provincia di Brescia <a title="la scuola di adro su google news" href="http://news.google.it/news/search?aq=f&#38;pz=1&#38;cf=all&#38;ned=it&#38;hl=it&#38;q=scuola+di+adro" target="_blank">il caso della scuola di Adro</a>, il nuovo complesso scolastico della cittadina franciacortina tappezzato di simboli della Lega Nord come fosse la scuola di un regime totalitario.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/15/piccole-patrie-distretti-economici/">piccole patrie, distretti economici</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>da Nord Operaio : lavoratori, sindacato, politica tra globalizzazione e territorialità</strong></p>
<p>[<em>Da parecchie settimane, è scoppiato in provincia di Brescia <a title="la scuola di adro su google news" href="http://news.google.it/news/search?aq=f&amp;pz=1&amp;cf=all&amp;ned=it&amp;hl=it&amp;q=scuola+di+adro" target="_blank">il caso della scuola di Adro</a>, il nuovo complesso scolastico della cittadina franciacortina tappezzato di simboli della Lega Nord come fosse la scuola di un regime totalitario. Il sindaco, Oscar Lancini, ha difeso e sta difendendo questa operazione continuando a richiamarsi al concetto di identità territoriale, espressa anche dal massiccio consenso popolare della Lega alle ultime elezioni amministrative.</em></p>
<p><em>Per spiegare il successo della Lega, d’altra parte, si ricorre spesso a concetti come identità, comunità, radicamento e così via. Tutti strumenti ideologici che appaiono adeguati eppure insufficienti. Sarebbe interessante cercare di capire di quale realtà effettiva sono espressione e, al tempo stesso, strumento questi concetti.</em></p>
<p>Nord Operaio : lavoratori, sindacato, politica tra globalizzazione e territorialità<em> è un libro edito nel 2008 da Manifestolibri e raccoglie i materiali di una giornata di discussione tenuta a Brescia in quello stesso anno e promossa da Associazione per il rinnovamento della sinistra e Centro riforma dello stato. Tra i vari interventi trovo quello di <strong>Matteo Gaddi</strong>, da cui ho selezionato i passaggi che riporto in questo post - estremamente utili, mi sembra, per capire di che cosa si parla, in effetti, quando si parla di identità, comunità, radicamento e “piccole patrie” in casi come questi.</em></p>
<p><em>Ringrazio per la disponibilità Manifestolibri e ringrazio anche Matteo Gaddi, che purtroppo non sono riuscito a contattare e che, magari, qualche lettore di NI può avvertire.</em>]</p>
<p>Da tempo la Lombardia, come evidenziano molti indicatori economici, “segna il passo”. Ce lo indicano i dati relativi alla riduzione della spesa per investimenti delle industrie lombarde, la diminuzione del valore aggiunto prodotto nei settori a tecnologia medio alta, il basso numero di brevetti a confronto con le regioni europee più sviluppate ecc.</p>
<p>In questo quadro di declino economico si colloca l’attuale tendenza del capitalismo alla mercificazione del territorio lombardo: si tratta di una vera e propria messa a valore del territorio e delle sue risorse. Per questo accolgo volentieri l’invito di Vittorio Rieser di concentrare la mia comunicazione su quelle che stiamo indagando come le trasformazioni del capitalismo di territorio, che hanno ovviamente ricadute e conseguenze immediate sulla composizione della forza lavoro, sulla sua distribuzione territoriale, sul tessuto sociale, sulle forme di organizzazione e di rappresentanza del mondo del lavoro e della società.</p>
<p><span id="more-36887"></span>Nel fare questo, cercherò di utilizzare alcune di chiavi di lettura.</p>
<p>La prima: si tratta di indagare e verificare come si è riorganizzata la produzione economica capitalistica in Italia, in particolare nel centro-nord, attraverso la struttura dei cosiddetti distretti territoriali produttivi, in alcuni casi esplicitamente teorizzati; cito, ad esempio, il libro di Beccattini sui distretti produttivi e il <em>Capitalismo molecolare</em> di Bonomi.</p>
<p>In particolare nel testo di Bonomi viene presentata una ipotesi, e una proposta, sul capitalismo di territorio secondo la quale il territorio stesso viene riarticolato e riorganizzato in piattaforme produttive.</p>
<p>Per limitarci alle regioni del Centro Nord sono almeno sette (su dodici complessive) le piattaforme produttive individuate da Bonomi che si sono strutturate nei territori e che da questi pretendono investimenti, servizi e infrastrutture per poter competere:</p>
<ul>
<li>l’asse Torino-Ivrea (meccanica ed elettronica);</li>
<li>il Piemonte del lavoro autonomo e della logistica da Cuneo ad Alessandria, con il porto di Genova come porta territoriale; in quest’area si collocano le multinazionali tascabili e il distretto agroalimentare;</li>
<li>la città infinita della pedemontana lombarda (da Varese a Brescia) dove operano transnazionali, medie imprese globalizzate e un pulviscolo di subfornitori;</li>
<li>la pedemontana veneta, anche questa caratterizzata da multinazionali tascabili e una miriade di piccoli produttori;</li>
<li>la via emiliana allo sviluppo caratterizzata da un capitalismo di comunità fatto di un mix tra distretti e multinazionali;</li>
<li>l’area adriatica che da Venezia, passando per Rimini e Ancona, arriva a Pescara e intreccia cultura dei servizi e modello produttivo;</li>
<li>la piattaforma tosco-umbro-marchigiana con medie imprese competitive campioni nel made in Italy.</li>
</ul>
<p>Si tratta di un’ideologia economico-produttiva che al Nord è assolutamente trasversale, tanto al centrodestra che governa le regioni di Veneto e Lombardia, quanto al centrosinistra impegnato in numerose amministrazioni locali.</p>
<p>L’idea che sta alla base della riorganizzazione territoriale del capitalismo è la cancellazione di ogni forma di conflittualità verticale, di classe, la classica contrapposizione proletariato/padronato.</p>
<p>A questa cancellazione ha fatto seguito un processo di sostituzione. Invece della conflittualità, della frattura, si è progressivamente affermata una doppia saldatura: la saldatura lavoratore/padroncino nei piccoli luoghi di lavoro; o addirittura la saldatura più ampia, quella di territorio, intendendo come territorio un contesto non solo geografico, ma economico, sociale e politico in competizione con gli altri.</p>
<p>Ora, intanto, cos’è successo nei distretti produttivi territoriali, che come tali vivono fortune alterne? Dopo il 2001 sembrava che fossero in grave difficoltà, messi all’angolo dal processo di internazionalizzazione delle grandi aziende, mentre dopo il 2005 appaiono in grande ripresa. La realtà attuale è fatta di luci ed ombre come mette ben in evidenza l’ultimo rapporto della Fondazione Nord Est sulla congiuntura del primo semestre 2008 e altri studi riferiti alle altre aree del Nord del Paese.</p>
<p>Nei distretti territoriali è avvenuta una grande frammentazione e riorganizzazione della produzione, quella che nei decenni scorsi era individuabile come una produzione, soprattutto a livello industriale, verticalmente integrata (stava tutto nella stessa unità produttiva, dalle attività manifatturiere ai servizi) si è distribuita &#8211; quasi polverizzata &#8211; sul territorio.</p>
<p>Il modello mantiene, in genere, una medio-grande azienda come capofila di una filiera, che costruisce attorno a sé quella che Bonomi chiama una ragnatela di relazioni con piccoli o piccolissimi produttori, spesso in precedenza espulsi da quello che era il ciclo produttivo originario.</p>
<p>Si tratta di veri e propri “sistemi a grappolo”, scrive Bonomi, “in cui poche medie imprese controllano la produzione di tante imprese minori” arrivando a raggiungere il risultato, per quanto concerne le medie imprese leader, di aver “verticalizzato molti dei sistemi produttivi locali, come ad esempio i distretti industriali”.</p>
<p>Insomma, quella che prima era una integrazione verticale del ciclo produttivo, a livello di singola fabbrica, adesso si ricrea a livello territoriale attraverso le filiere da cui prendono i nomi i vari distretti a seconda della specifica specializzazione produttiva.</p>
<p>Si tratta delle circa 4.000 medie imprese leader censite nel Rapporto redatto da Union Camere e Mediobanca, attive nei settori storici del made in Italy (tessile, abbigliamento, calzature, legno-arredo, meccanica leggera, meccatronica) con filiere composte in media da 244 fornitori.</p>
<p>Le prime undici province italiane per numero di medie imprese sono concentrate nel Nord: Milano, Brescia, Vicenza, Treviso, Padova, Modena, Bologna, Bergamo, Varese e Torino.</p>
<p>In questa espulsione, dal ciclo produttivo verticalmente integrato nella grande fabbrica, di singole lavorazioni o segmenti, la sinistra, soprattutto di governo, ha avuto un ruolo attivo nell’accompagnare, con sostegni finanziari e con incentivi, la nascita e la diffusione di attività economiche autonome. Con queste scelte si è favorito e accompagnato il processo di frammentazione e la distribuzione territoriale del ciclo produttivo. Mantenendo e quasi incentivando dimensioni d’impresa piccole e piccolissime che trovano conferma nei dati attuali relativi alle strutture produttive di molte aree del Nord.</p>
<p>Per fare un esempio: in Lombardia in vent’anni &#8211; cioè dagli anni ‘80 agli anni 2000 &#8211; il numero di imprese e il numero di addetti, a conferma dei dati che citava Montanari, è continuamente cresciuto. Ma dal 1981 al 2001 la dimensione media di impresa ha continuato a scendere, passando dai 6,51 addetti del 1981 al 4,95 del 2001.</p>
<p>Si è assistito, quindi, alla crescita del numero di imprese, all’aumento del numero di addetti, ma al tempo stesso si è verificata una significativa riduzione delle soglie dimensionali delle imprese. Con tutto quanto ne consegue &#8211; in termini fortemente negativi e peggiorativi &#8211; in tema di investimenti in ricerca e sviluppo, in innovazioni di processo e di prodotto, di lavorazioni ad elevato contenuto tecnologico ecc.</p>
<p>Quindi, quella che era la produzione integrata prima in una fabbrica, adesso si integra in maniera diversa sul territorio, e costruisce una filiera produttiva, che spesso coincide con quelli che sono i distretti produttivi territoriali, riconosciuti per legge, soprattutto per legge regionale.</p>
<p>Altrettanto spesso origina i distretti produttivi che, anche se non dispongono di un riconoscimento normativo, di fatto costituiscono realtà produttive immediatamente percepibili, tasselli del tessuto produttivo locale.</p>
<p>E attorno alla filiera si strutturano anche tutti i servizi: la logistica, i servizi amministrativi, quelli di supporto, quelli finanziari , di comunicazione, di marketing, quelli gestionali, ecc.</p>
<p>[…]</p>
<p>Appare interessante indagare dove e come si realizza quella doppia saldatura, la saldatura lavoratore/padrone (come passa, si afferma e si radica l’idea che le singole imprese e impresine per reggere la competizione nell’attuale fase di globalizzazione debbano realizzare questa saldatura di comunanza di interessi tra produttori, siano essi proprietari o lavoratori dipendenti) o addirittura la saldatura più ampia di territorio in competizione con altri territori. Non entro nel merito di questo, ma nei documenti di programmazione economico-finanziaria e nei programmi regionali di sviluppo della Regione Lombardia, il concetto dell’attivazione di tutte le risorse di territorio in funzione di competizione con gli altri è esplicitamente teorizzata, e alla teorizzazione sul piano economico-sociale segue anche una strutturazione istituzionale che cancella il governo pubblico con il concetto di governance.</p>
<p>Attraverso la governance ci si propone di costruire decisioni politiche con la compartecipazione di tutti questi attori, de-istituzionalizzando le decisioni e costruendo circuiti di produzione della decisione politica che vedono come partecipi poteri politici, istituzionali, economici, su un piano di pariteticità, ma al riparo da pericolosi processi di partecipazione delle comunità locali e, addirittura, delle stesse assemblee elettive (consigli comunali, regionali ecc.).</p>
<p>Ma torniamo al ragionamento sui distretti, al loro rapporto con il territorio, con i poteri e le istituzioni locali. Torino, Brescia e Vicenza sono i tre territori su cui si è deciso di focalizzare l’inchiesta: tra questi Brescia e Vicenza sono territori molto ricchi di distretti.</p>
<p>Vicenza, infatti, annovera i distretti del tessile abbigliamento, dell’elettromeccanica, dell’oreficeria, dei metalli e della ceramica (quindi almeno quattro).</p>
<p>A Brescia esistono almeno quattro distretti espressamente previsti per legge regionale (lavorazione metalli, tessili e calza, cuoio-calzature e confezione abbigliamento). Nel caso di Brescia, a conferma dell’esistenza di distretti di fatto anche se non riconosciuti sul piano normativo, andrebbe aggiunto, per dimensioni territoriali e impatto sociale, un distretto che per legge non verrà mai riconosciuto, cioè il distretto del rifiuto, che vede la convergenza tanto di aziende ex municipalizzate col ciclo dei rifiuti solidi urbani (ex Asm Brescia, ora A2A) che vede la propria chiusura con l’inceneritore, tanto la filiera della ferriera e acciaio, che anche sul piano dell’impiego, cioè della stratificazione dell’occupazione, sembra presentare dei profili molto interessanti &#8211; e preoccupanti &#8211; nell’ambito dell’inchiesta sociale. Cioè, nei segmenti più duri, meno qualificati e meno pagati del ciclo del rifiuto ovviamente lavorano gli ultimi della scala sociale, a partire dagli stranieri, meglio se irregolari.</p>
<p>Questa è la lettura, quindi, del capitalismo territoriale, che si intreccia con un secondo aspetto di piattaforme territoriali, che curiosamente, ma non troppo, trovano una loro intersezione col secondo elemento di proposta dell’inchiesta, che è la questione delle multiutility, cioè le ex aziende municipalizzate di servizi. Perché lo trattiamo? Primo: per l’evidente intreccio col territorio e con le ovvie conseguenze, negative, di carattere ambientale.</p>
<p>È la società A2A che gestisce l’inceneritore più grosso in Europa (750.000 t/anno di capacità di incenerimento) a Brescia e due inceneritori a Milano e le cui strategie nel settore dei rifiuti risultano completamente condizionate da questo approccio “inceneritorista”; è la società Iride (asse Torino-Genova) che propone continuamente di potenziare la produzione di energia elettrica attraverso nuove e più potenti centrali termoelettriche nell’area del Nordovest; sarà la futura multiutility del Nordest, che gestirà i rigassificatori di Trieste, gli impianti di produzione di energia e gli inceneritori del Veneto. Quindi, l’intreccio con le trasformazioni del territorio e gli impatti ambientali è fin troppo evidente.</p>
<p>Ma è anche uno snodo di quello che Tronti diceva questa mattina: le trasformazioni del capitalismo. Anche qui è evidente: gruppi industriali storici che dismettono le produzioni originarie &#8211; o almeno le ridimensionano fortemente &#8211; e si orientano su quello che si va strutturando come il mercato delle utilities, mercato che si va costituendo, più o meno forzatamente “grazie” ai numerosi provvedimenti di liberalizzazione dei servizi pubblici locali e territoriali.</p>
<p>Cosa significa per i gruppi industriali riorientare la propria attività di impresa?</p>
<p>Significa, ad esempio, che tra il 2001 e il 2007 il numero di imprese manifatturiere a partecipazione straniera, nel settentrione, ha visto una contrazione di 385 operazioni di dismissione manifatturiera industriale. Su 385 operazioni soltanto 100 hanno coinciso con la cessione della proprietà in mani italiane, mentre in 185 casi si è trattato di vera e propria cessazione di attività. Nel Nord Est le cessazioni, su 206 dismissioni, sono state 142 e a queste dismissioni di attività manifatturiere da parte di gruppi societari stranieri ha corrisposto una analoga dinamica degli occupati: in sette anni nel Nord Ovest nelle imprese a controllo straniero gli addetti sono scesi da 312.000 a 279.000; mentre nel Nord Est la riduzione è stata da 96.000 a 93.000.</p>
<p>Contemporaneamente, però, sono gli stessi gruppi stranieri che stanno mettendo le mani sulle reti del Nord, cioè gli impianti fissi di trasporto pubblico, le reti di distribuzione di energia, le reti di distribuzione del gas, presto le reti di distribuzione dell’acqua. Quindi, una trasformazione forte che riguarda il capitalismo di territorio e un orientamento della sua produzione da quella che era la tradizionale attività manifatturiera-industriale, alla produzione e alla distribuzione di servizi pubblici.</p>
<p>È bene ricordare che si tratta di servizi dalla domanda fortemente anelastica: senza acqua, senza energia, senza servizio rifiuti, senza trasporto nelle città spesso non si vive.</p>
<p>Questi tre poli che abbiamo individuato, e che coincidono anche con i territori della ricerca, Iride, A2A, le multiutility del Nordest, presentano forti elementi comuni: processo di aggregazione e fusione societaria, di forte privatizzazione &#8211; cioè con l’ingresso di privati &#8211; e di finanziarizzazione di quelle che erano originariamente attività organizzate, gestite e prodotte in chiave prettamente industriale.</p>
<p>Su queste scelte la politica ha un ruolo decisivo. Altro che, come diceva qualcuno fino a qualche tempo fa, “crisi della politica”.</p>
<p>Ma quale crisi della politica? Nella ridefinizione del capitalismo di territorio, la politica, come produzione di decisioni efficaci, concrete, che determinano conseguenze immediate, visibile e percepibili, ha un ruolo di primo piano. E anche in questo noi scontiamo le cosiddette “idee ricevute”.</p>
<p>Qualche giorno fa ero a fare un seminario per i compagni di Rifondazione comunista dell’Emilia Romagna. Questi compagni mi dicevano che, a loro avviso il processo di aggregazione della maxi utility, Hera-Iride, era comunque inarrestabile e difficile da contrastare sul piano del senso comune perché nella testa della gente avrebbe prodotto economie di scala, vantaggi in termini di bollette e di riduzione dei costi. Questa è una classica idea “ricevuta”, rispetto alla quale la sinistra deve recuperare una piena autonomia di analisi e di giudizio. Andiamo a verificare cosa concretamente hanno comportato, non solo per i costi all’utenza, ma per la democrazia locale, per gli impatti ambientali e territoriali, e infine per gli impatti sul lavoro, questi tipi di aggregazioni e di privatizzazioni.</p>
<p>Sul lavoro abbiamo cominciato ad indagarli ed è bene farlo visto che in due città comprese nella presente ricerca/inchiesta, la platea dei lavoratori dei servizi pubblici risulta molto significativa: secondo i dati della ricerca condotta dall’Ufficio Studi di Mediobanca per la Fondazione Civicum a Brescia i dipendenti di queste aziende risultano essere 2.831 e a Torino addirittura 10.633.</p>
<p>Primo elemento: si determina la rottura dell’unità contrattuale, e chi fa sindacato sa bene cosa significa rompere l’unità contrattuale dei lavoratori di una medesima azienda, sia in termini economici che normativi . Prendiamo, ad esempio, il comparto energetico; nel quale magari erano in vigore i contratti tipici e ordinari, quello dell’energia, quello di Federgas-acqua . Per conseguire l’obiettivo della rottura dell’unità contrattuale si è proceduto alla segmentazione del ciclo produttivo e, attraverso la segmentazione del ciclo, alla individuazione di alcuni segmenti di questo ai quali applicare contratti che niente avevano a che fare col comparto tradizionale di Federgas-acqua e dell’energia, chiaramente svantaggiosi in termini salariali, in termini di contrattazione, di relazioni sindacali, sulla parte normativa ecc.</p>
<p>Secondo elemento: si è proceduto ad una vera e propria esternalizzazione di pezzi di servizio &#8211; spesso quelli che presentano il minor valore della produzione, quelli scarsamente qualificati sul piano tecnologico, della qualità e dell’organizzazione del lavoro ecc. &#8211; sui quali viene meno qualsiasi capacità di controllo da parte degli Enti locali proprietari. Una volta esternalizzati, su questi segmenti gli Enti pubblici non controllano più niente.</p>
<p>Terzo elemento: un uso smodato della procedura di subappalto. Basti pensare all’esempio più clamoroso, quello del Trasporto pubblico locale. Dove il subappalto viene esplicitamente teorizzato come un elemento di contenimento dei costi (del lavoro, ovviamente) e codificato per via normativa.</p>
<p>Il decreto Burlando che liberalizza il trasporto pubblico locale consente di arrivare fino al 15% di servizi di trasporto pubblico locale in subappalto. Tutte le leggi regionali, tutte le amministrazioni locali, a prescindere dal colore politico, hanno fatto ricorso al massimo di subappalto possibile per abbassare il costo del lavoro.<br />
Cosa vuol dire? Che gli autisti di autobus o di tram, gli autoferrotranvieri, potevano fare anche 12 o 16 ore di orario continuato perché le ditte in subappalto non garantivano loro le medesime condizioni di lavoro stabilite dai contratti dei dipendenti diretti delle società di trasporto pubblico locale.</p>
<p>E allora, attraverso questi elementi di indagine sulla struttura del capitalismo, di indagine sul territorio, di inchiesta sui lavoratori, crediamo che si possano riprodurre degli elementi di conoscenza e di approfondimento migliore, ma anche di intercettazione di lavoratori che ci sfuggono.</p>
<p>Nella filiera del distretto produttivo, pensate a quanti lavoratori sono impiegati in piccole o piccolissime aziende in cui il sindacato non è nemmeno presente e non c’è nemmeno un lavoratore sindacalizzato. Pensiamo a quanti lavoratori formalmente autonomi di fatto lavorano in condizioni di piena, se non peggiore, dipendenza del lavoratore dipendente ordinario. Si tratta di ditte piccolissime, a conduzione famigliare, che lavorano in condizioni di monocommittenza, con tempi, orari, costi definiti dalla grande e media impresa leader del distretto, quelle 4.000 famose censite da Unioncamere, da cui si diparte la struttura a ragnatela (o a grappolo) di produzione.</p>
<p>[…]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/15/piccole-patrie-distretti-economici/">piccole patrie, distretti economici</a></p>
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		<title>da &#8220;Economia&#8221;</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/07/09/da-economia/</link>
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		<pubDate>Fri, 09 Jul 2010 05:46:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Domenico Lombardini]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Lombardini</strong></p>
<p>inguaribile strabismo dell’osservazione &#8211; puntare<br />
un dito frangendo uno schermo acqueo che riverbera<br />
in onde concentriche i tocchi; così osservare<br />
modifica l’oggetto, senza una possibile oggettività</p>
<p style="text-align: left;">°</p>
<p>non è questo il migliore dei mondi, diceva<br />
- è forse il peggiore; l’altro ascoltava<br />
e fissava la granulazione salivare sul labbro, non capiva</p>
<p>°</p>
<p></p>
<p>mi sono adagiato su un comodo reticolo,<br />
e ho accettato senza riserve la consistenza<br />
finita del corpo; poi ho creato nel mio addome<br />
un’apertura, uno speco verminoso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/09/da-economia/">da &#8220;Economia&#8221;</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Lombardini</strong></p>
<p>inguaribile strabismo dell’osservazione &#8211; puntare<br />
un dito frangendo uno schermo acqueo che riverbera<br />
in onde concentriche i tocchi; così osservare<br />
modifica l’oggetto, senza una possibile oggettività</p>
<p style="text-align: left;">°</p>
<p>non è questo il migliore dei mondi, diceva<br />
- è forse il peggiore; l’altro ascoltava<br />
e fissava la granulazione salivare sul labbro, non capiva</p>
<p>°</p>
<p><span id="more-36056"></span></p>
<p>mi sono adagiato su un comodo reticolo,<br />
e ho accettato senza riserve la consistenza<br />
finita del corpo; poi ho creato nel mio addome<br />
un’apertura, uno speco verminoso. venne un medico,<br />
mi disse: è normale &#8211; non passerà.</p>
<p>°</p>
<p>ho pietà della mia coazione a ripetere<br />
atteggiamenti-pensieri-stati mentali.<br />
ho pietà della mia pietà.</p>
<p>°</p>
<p>la nostalgia è un rimedio a cui troppi indulgono. la fiducia<br />
nel futuro è d’altronde necessaria, o meglio, strategica:<br />
<em>struggle for life</em> (l’urgenza del tempo presente è vomitevole)</p>
<p>°</p>
<p>un sogno: torso atterra, nudo, cazzo eretto, infitto.<br />
poi la pelvi muoversi, lo sperma uscire<br />
e intridere la terra &#8211; non volevo. una voce alta mi gridava: <em>bravo</em>.</p>
<p>°</p>
<p>i figli crescono alla luce delle vetrine<br />
[principio del piacere indicativo]<br />
scandali di un mondo in rovina.<br />
vedi un muro, l’intonaco nuovo: no, solo crepe, fili di ferro<br />
sporgenti, ossa da corpi sfatti.</p>
<p>°</p>
<p>l’aria non si fa abbracciare, con schiocco<br />
le mie braccia chiudono circonvoluzioni<br />
ridicole. solo ora mi accorgo: a loro basta<br />
questo, la vìa sicura, il corso illuminato, il nodo<br />
urbano del consumo, l’ingurgitamento;<br />
il mondo è fango.</p>
<p>°</p>
<p><strong>Anni Ottanta</strong></p>
<p>bastarono al mantice e all&#8217;aria<br />
quattro piastrelle, anche linoleum.<br />
sì, al mantice, all&#8217;aria del ventre,<br />
pochi figli, uno o due, agli angoli<br />
di una casa spoglia, il lavoro, la fatica:<br />
al sudore corrispose consumo.</p>
<p>°</p>
<p><strong>(vite kafkiane)</strong></p>
<p>nel piccolo, nella brevità di passi<br />
e gesti che per stanchezza e prassi<br />
perdono levità, per code di facce<br />
e scapole, lo sguardo fisso al muro,<br />
l’incoscienza fatta regola &#8211; sul muro<br />
scrostato di edifici,<br />
una falena nera mi dice<br />
che questa vita è persa:<br />
<em>scappa, sentimi, scappa, vìa da questa farsa</em>.</p>
<p>°</p>
<p>non c’è nulla di più disonesto della spontaneità;<br />
e gettarsi &#8211; <em>cupio dissolvi</em> &#8211; nel vuoto di una creatività<br />
che esibisce e non risolve.</p>
<p>°</p>
<p>correlato psicologico del post-fordismo: forma mentale<br />
e abitudine al dolore della produzione. la macchina che produce<br />
perde olio – sangue <em>mai</em>.</p>
<p>[Da Domenico Lombardini, <em>Economia</em>, prefazione di Francesco Marotta, <em>punto</em><strong>a</strong><em>capo</em>, 2010]</p>
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		<title>CONFLITTI D’INTERESSI</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Mar 2009 06:20:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto d'interessi]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[liberismo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Per una volta tanto mi toccherà perfino parlare bene della televisione e ammettere a malincuore che a vederla talvolta si impara qualcosa di nuovo. Almeno a me è successo così quando ho appreso, assistendo la settimana scorsa all’intervista a Romano Prodi, che la Lehmann and brothers,  la celebre banca d’affari fallita allo scoppio della crisi finanziaria questo autunno, godeva fino a poche ore prima del suo fallimento di un giudizio (rating) largamente positivo da parte delle società incaricate di esprimere una valutazione sui suoi prodotti finanziari.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/27/conflitti-d%e2%80%99interessi/">CONFLITTI D’INTERESSI</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Per una volta tanto mi toccherà perfino parlare bene della televisione e ammettere a malincuore che a vederla talvolta si impara qualcosa di nuovo. Almeno a me è successo così quando ho appreso, assistendo la settimana scorsa all’intervista a Romano Prodi, che la Lehmann and brothers,  la celebre banca d’affari fallita allo scoppio della crisi finanziaria questo autunno, godeva fino a poche ore prima del suo fallimento di un giudizio (rating) largamente positivo da parte delle società incaricate di esprimere una valutazione sui suoi prodotti finanziari.</p>
<p>Ma non è questo il primo caso di sbagli così clamorosi da parte delle società di rating (Moody’s, Fitch, Standard &#038; Poor); per esempio anche nelle vicende di Swissair, Parmalat ed Enron si trovano errori di valutazione simili. La cosa è particolarmente inquietante perché la legge prevede che qualsiasi ente economico che intenda emettere prodotti finanziari derivati debba obbligatoriamente farsi rilasciare un rating sul proprio prodotto. Ciò significa che le società  di rating dovrebbero svolgere una funzione di controllo sul mercato finanziario.<span id="more-16124"></span></p>
<p>Queste sono società a capitale privato, spesso quotate in borsa o controllate da gruppi finanziari con vasti interessi borsistici, che vengono pagate per la loro attività di valutazione dagli stessi soggetti che devono essere valutati. In altri termini i mercati finanziari sono controllati da enti posseduti da gruppi privati che hanno enormi interessi negli stessi mercati e che per le loro attività di controllo si fanno pagare da coloro che dovrebbero controllare.</p>
<p>E’ lecito chiedersi quale controllo reale ci si possa aspettare da un simile sistema, che sembra essere stato inventato da un preside di una di quelle scuole private di bienni di recupero, in cui si entra con la terza media e nel giro di un paio d’anni si esce ingegneri nucleari. In realtà c’è poco da ridere, i giudizi sono emessi anche sui titoli di stato e orientano il mercato costituendo spesso un’arma di ricatto nei confronti delle politiche di vari governi con conseguenze disastrose, specie nel terzo e nell’ormai ex secondo mondo.</p>
<p>Sembra che il sistema liberista ami giudicare gli altri, ma quanto a se stesso preferisca giudicarsi da solo. Non è un caso che un altro importante cardine della globalizzazione liberista sia  il tentativo di costituire un diritto privato internazionale sottraendo alla sovranità e alle leggi degli stati tutte quelle materie che potevano rientrare negli interessi dei grandi gruppi finanziari multinazionali. Il progetto, favorito dall’organizzazione mondiale del commercio, punta a sostituire alle legislazioni nazionali delle forme di arbitrato internazionale nel caso di controversie giudiziarie, che ovviamente favorirebbero i soggetti economicamente più forti.</p>
<p>In fondo si potrebbe riassumere tutto questo affermando che il sistema finanziario internazionale ha ignorato i propri conflitti d’interessi riuscendo addirittura a spacciare come standard di alta qualità le connivenze e le assenze di controlli, ha considerato il mondo degli affari come un ambito in cui tutto è lecito per fare profitto e ha cercato di costruirsi leggi su misura. Se fossi un girotondino, mi verrebbe da dire che i mercati internazionali  hanno le stesse priorità di Silvio Berlusconi. E forse, aggiungerei, il provincialismo del folklore e degli scandali ci ha distratto, impedendoci di riconoscere che dietro le bandane non si nascondeva un ostacolo alla modernizzazione globalistica, ma al contrario la forma più casereccia e solo apparentemente più proterva di una modernizzazione che faceva del conflitto d’interessi e dell’elusione delle leggi degli stati alcuni dei propri cardini strategici.  </p>
<p>Non a caso non sono state la moderna Milano e la sue istituzioni finanziarie e imprenditoriali a sollevare il tema del conflitto d’interessi, quello che secondo la formula giornalistica è incompatibile con una nazione moderna, ma cittadini qualsiasi spesso lontani geograficamente e socialmente dai luoghi, veri o presunti, della modernità di questo paese. Mai come oggi il conflitto d’interessi non mi sembra essere un’anomalia italiana, ma una forma tipica dei rapporti  tra economia e politica nell’era del liberismo trionfante.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/27/conflitti-d%e2%80%99interessi/">CONFLITTI D’INTERESSI</a></p>
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		<title>L’interesse è usura</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/23/l%e2%80%99interesse-e-usura/</link>
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		<pubDate>Sun, 23 Nov 2008 08:31:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[crisi finanziaria]]></category>
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		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Tripodi]]></category>
		<category><![CDATA[profitto]]></category>
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		<category><![CDATA[usura]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p><em>Interesse zero e nuove forme d’usura.</em><br />
Che differenza c’è tra interesse e usura? Dal mio punto di vista nessuno. Cambiano certo le forme e i tassi dell’usura, ma dal punto di vista concettuale non vi è alcuna differenza.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/23/l%e2%80%99interesse-e-usura/">L’interesse è usura</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p><em>Interesse zero e nuove forme d’usura.</em><br />
Che differenza c’è tra interesse e usura? Dal mio punto di vista nessuno. Cambiano certo le forme e i tassi dell’usura, ma dal punto di vista concettuale non vi è alcuna differenza. In economia invece il discrimine passa tra ciò che viene ritenuto legale e ciò che viene ritenuto illegale. Per interi millenni i concetti si sono sovrapposti tanto che l’usura veniva intesa- e unanimemente condannata &#8211; come prestito di denaro in cambio di interessi. Il motivo dello stigma dell’usura è di grande importanza. Prestare soldi a interessi veniva condannato senz’appello perché ciò significava vendere il tempo e il tempo non appartiene agli uomini bensì a Dio. Ci hanno pensato prima le banche e poi gli stati a distinguere gli interessi dall’usura. L’usura è stata così introiettata nell’ordine economico.<br />
<span id="more-11374"></span><br />
Inserita nella legalità, l’usura si trasforma alchemicamente in interesse, viene ritenuta imprescindibile, legittima e salutare per l’ordine economico mentre l’usura con tutto lo stigma che si porta appresso viene sospinta nell’illegalità e abbandonata, almeno in teoria, alla sfera criminale. <em>Nel mondo moderno e contemporaneo l’interesse è divenuta la forma d’usura legale, mentre l’usura è divenuta la forma dell’interesse illegale.</em> La differenza tra usura e interesse è tutta qui, nella decisione di indicare quali siano le forme di legalità del prestito a interesse. Ma vi sono interi campi dell’economia in cui discernere il legale dall’illegale è veramente complicato. In Italia esiste una legge, la n.108/96, in base alla quale l&#8217;usura scatta quando il tasso d&#8217;interesse praticato nel finanziamento supera il tasso soglia, che si ottiene aumentando del 50% il tasso effettivo globale medio (TEGM) riferito alla categoria di operazioni del finanziamento effettuato. Nella pratica ci sono condizioni del mercato legale dei prestiti che superano abbondantemente il tasso di soglia o si allontanano da esso di qualche centesimale giusto per non incorrere nei dispositivi di legge. Il campo dove il discrimine è più sottile è quello del credito al consumo che sta modificando profondamente la concezione stessa sia dell’interesse sia dell’usura. <em>L’interesse ormai non si paga solo sul tempo, ma anche sull’attività economica. È estorto come funzione pura dell’attività economica. L’attività di produzione viene vieppiù svolta per dar luogo a margini finanziari. La finanza cessa di essere un mezzo per avviare attività con attese di utili derivanti dalla produzione;semmai si inverte la situazione: vi sono attività di produzione che vengono attivate o reiterate prioritariamente per attivare margini finanziari.</em></p>
<p> Che con l’attività finanziaria si possa guadagnare di più che con l’attività produttiva lo hanno dimostrato in tanti: se ne sono accorti coloro i quali guidano le imprese. Interi settori dell’economia della produzione hanno interiorizzato la speculazione finanziaria lucrando non tanto sui margini della produzione ma su quelli della finanza. Vendono magari a prezzi di costo, ma guadagnano sulle operazioni finanziare, concessioni di prestiti e affini, messe in atto soprattutto nel circolo distributivo e commerciale. Nello sviluppo del credito al consumo, un flagello che sta distruggendo le economie proletarie di mezzo mondo, l’interesse è subdolo e l’usura in agguato. Soprattutto se in tutta legalità vengono praticati tassi a interessi zero, una formula irresistibile per i <em>lavoratori del consumo</em> che si fanno truffare in tutta allegria. I dispositivi ambigui con i quali si passa dagli interessi zero all’usura certa li chiarisco con un esempio. </p>
<p>Tempo addietro mi sono recato presso uno studio dentistico multinazionale per un apparecchio ortodontico di cui aveva bisogno mia figlia. La pubblicità sugli interessi zero mi aveva impressionato e volevo andare a fondo della questione. Ancora non avevo riflettuto abbastanza sull’argomento del credito al consumo, ma avevo studiato il caso Fiat, società che ha avuto buoni profitti nel settore del credito anche nel suo momento più disastroso grazie a una sua controllata che prestava soldi ai clienti Fiat. Nello studio dentistico per un apparecchio ortodontico mobile mi avevano chiesto 2900 euro da pagare a rate, naturalmente senza interessi. Ho chiesto che non mi raccontassero la favola degli interessi zero e mi facessero vedere i costi effettivi, ma il dirigente di quella società mi ha spiegato pieno di enfasi che anche se poteva risultare incredibile era vero; la sua società praticava interessi a tasso zero, prova ne era che anche pagando in contanti avrebbero fatto le medesime condizioni, anzi che non era neanche possibile pagare in contanti per motivi contabili. Avendo la sua società tante filiali nel mondo ha scelto che si movimenti il meno possibile denaro e che gli introiti passino attraverso le società finanziarie concordate. Dunque avrei dovuto rassegnarmi alla bontà degli interessi zero. A quel punto quasi convinto mi sono fatto dare il modulo del contratto grazie al quale ho scoperto che le rate non le avrei pagate alla società alla quale mi ero rivolto ma a una società finanziaria la quale effettivamente mi avrebbe fatto pagare i 2.940 euro previsti in 24 comode rate  di 122,50 euro ciascuna e allo 0% di interessi. </p>
<p>Al momento sono trasalito all’evidenza che una società finanziaria mi facesse un prestito senza pretendere interessi, ma per la mia natura sospettosa cominciai a pensare che 1) pagando le prestazioni dentistiche a una società finanziaria che non erogava alcuna prestazione medica non avrei potuto mai rivalermi sulla società che invece forniva la prestazione, 2) che gli interessi zero erano compresi nel prezzo garantendo lauti guadagni alla finanziaria e moneta contante alla società prestatrice del servizio, 3) che società finanziaria e società erogatrice del servizio potevano essere società di diverso nome ma di comune proprietà. Sospettoso anche dei miei sospetti iniziai nelle settimane appresso a fare un’inchiesta presso altri studi dentistici per verificare quale fosse il prezzo medio delle prestazioni di cui necessitava mia figlia depurato dagli interessi. Tra i 12 preventivi che mi sono fatto fare il prezzo minimo per la medesima prestazione è stato di 1200 euro e il prezzo massimo di 1900 euro. Dal che ho dedotto che gli interessi zero garantitimi dalla società multinazionale oscillavano da un minimo dell’83% a un massimo del 141% ( certo diviso per due anni, quindi 41, 5% e 70,05% su base annua). Anche i criminali più incalliti dell’usura scoppierebbero d’invidia. Sono tornato dalla società di servizi dentistici per complimentarmi con loro. Non solo rendono un servigio comodissimo ai propri clienti, ma riescono anche a fare un sacco di soldi in più. Ma sempre per la mia natura dispettosa mi sono convinto a non accedere più ad alcun mezzo di credito al consumo pur se offerto a interessi zero. E consiglio vivamente di fare altrettanto.</p>
<p>Maggio 2008, Pino Tripodi</p>
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		<title>Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Oct 2008 09:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Sergio Garufi </strong></p>
<p style="padding-left: 105px;">Nicole vive col marito Martino e la figlia Arianna in un piccolo appartamento di una casa di ringhiera. Hanno appena finito di cenare. Lui è andato nello studiolo a stampare alcuni preventivi che gli serviranno l’indomani e Arianna si è chiusa in camera sua, ha mandato un sms a un’amica di scuola e si è messa a ballare con la musica di <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/01-coldplay-viva-la-vida.mp3" target="_blank"><em><strong>Viva la vida dei Coldplay</strong></em></a>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/17/tre-personaggi-in-cerca-damore/">Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-9648" title="teguise" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise1.jpg" alt="" width="489" height="426" /></a></p>
<p>di <strong>Sergio Garufi </strong></p>
<p style="padding-left: 105px;">Nicole vive col marito Martino e la figlia Arianna in un piccolo appartamento di una casa di ringhiera. Hanno appena finito di cenare. Lui è andato nello studiolo a stampare alcuni preventivi che gli serviranno l’indomani e Arianna si è chiusa in camera sua, ha mandato un sms a un’amica di scuola e si è messa a ballare con la musica di <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/01-coldplay-viva-la-vida.mp3" target="_blank"><em><strong>Viva la vida dei Coldplay</strong></em></a>. Arianna ha 16 anni ed è innamorata di Francesco, uno studente dell’istituto alberghiero di un anno più grande di lei. Lui ha la passione della cucina, da grande vuole fare il cuoco; lei dipinge quadri astratti, legge tanto come la madre e gioca a pallavolo. <span id="more-9647"></span>Quando camminano per strada il mondo intorno non esiste, ognuno è perso negli occhi dell’altro. Nicole li chiama scherzosamente “I coniugi di Erba”, alludendo a Olindo e Rosy, gli assassini innamorati che ora sognano una cella matrimoniale. Nei lunghi pomeriggi che trascorrono assieme nella casa vuota dei genitori di lui, Arianna e Francesco sperimentano nuovi piatti e fanno l’amore. Lei gli chiede consigli sui suoi dipinti e lui le fa assaggiare i suoi esperimenti culinari. Per loro la vita è una sterminata distesa di possibilità, tutto è ancora da compiersi. In cucina Nicole sta lavando i piatti. E’ triste, si sente prigioniera di un rapporto finito. Col tempo le differenze e la mancanza di interessi comuni hanno allargato il fossato che li divide. Da anni ormai il loro letto è silenzioso, e gli occasionali tradimenti sono solo brevi ore d’aria in una detenzione di cui non vede la fine. Forse quando Arianna sarà grande, pensa, potrò andarmene, ma col suo stipendio da impiegata statale avrà sempre bisogno di un uomo col quale condividere le spese. La notte precedente, a letto nel dormiveglia, Martino ha scoreggiato rumorosamente. Per lei è stato lo sfregio definitivo, e le scuse imbarazzate e tardive del marito, sussurrate in un orecchio quando è rientrato da lavoro, le hanno solo confermato l’intenzionalità dell’atto, la volontà di ferirla. Adesso, mentre sta finendo di lavare i piatti, sogna di scappare a Parigi, la città delle mille librerie, dove si può essere poveri senza vergognarsi, dove anche l’aria che respiri è poetica. Arianna entra in cucina in quel momento, prende un bicchiere di aranciata dal frigo e avverte qualcosa nel silenzio assorto della madre con ancora le mani nel lavello. Le dice: “Mamma, perché non vai a Parigi? E’ il tuo sogno. Io e papà staremo bene, tu ci verrai a trovare spesso. Vai, che ci stai a fare qui?” Nicole la guarda e sorride. Poi si avvicina, l&#8217;abbraccia forte e piange in silenzio. Per un attimo, i loro inconsci hanno dialogato.</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 105px;">Camilla domani compie 5 anni. In famiglia sono tutti orgogliosi di lei, la chiamano “il fenomeno” perché sa già scrivere e leggere, anche al computer. Lo fa sul portatile della madre, un MacBook con la copertina fucsia che accende da sola. Ha due fratelli, uno di 3 e l’altro di 7 anni. Dormono insieme nella stessa cameretta: Marco e Andrea su un letto a castello e lei su un lettino. Sono le nove e mezza di sera e la madre li invita ad andare a dormire. Camilla è nascosta dietro le tende del soggiorno, che sono un po’ scostate dalla parete. Quei 30 cm x 2 metri sono la sua casa di fantasia, uno spazio tutto per lei dove riceve e parla con amici immaginari. Quando è a letto, si spegne la luce e i suoi fratellini finalmente dormono, Camilla resta ancora un po’ con gli occhi aperti a fissare quel buio impenetrabile, e l’assale il timore che nella vita nulla esista al di fuori di lei, che sia tutto un teatro fondato sulla sua effimera presenza, una commedia che svanirà quando lei uscirà di scena. Al risveglio le càpita spesso di guardare in faccia le persone per cercare di capire se stanno recitando o meno. A scuola gioca con gli amichetti a un-due-tre-stella!, poi quando esce si accorge che ad aspettarla accanto alla madre c’è suo zio Emanuele, elegantissimo in giacca e cravatta perché appena uscito dall’ufficio. Lei è abituata a vederlo vestito sportivo, quando va in moto a trovarla la domenica pomeriggio. Ora è venuto a farle gli auguri e portarle un regalo, il portafoglio rosa delle Winx. Le dice che ormai è grande e deve avere i suoi soldini. Dentro ci sono 5 euro in monete. Lei è felice, lui la prende in braccia e la sbaciucchia sulle guance. In questo momento il mondo ha un’altra consistenza, non è più una finzione inquietante. In macchina, ritornando a casa, dice: “Mamma, che bello che è lo zio Lele, è bello come un fidanzato”.</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 105px;">Prima ancora di essere il luogo dell’apprendimento, la scuola è il luogo della formazione dei ricordi e della personalità. Con Luca feci tutte le elementari e le medie, era il mio migliore amico. Poi io mi trasferii a vivere altrove con la mia famiglia e i nostri rapporti si allentarono. Altre scuole, altri paesaggi, altri amici e amori. Però ogni tanto ci si sentiva, non ci perdemmo mai di vista. Finito il turistico lui incominciò a fare il fotografo. Faceva reportage di viaggi, lavorava per i giornali più noti. Il suo passaporto era pieno di timbri di paesi stranieri, lo doveva cambiare prima della scadenza normale perché presto esauriva le pagine disponibili. Se ripenso a quando eravamo piccoli, mi rendo conto che da subito aveva manifestato quella passione. In fondo è un uomo fortunato, fa quello che ha sempre sognato. Nella sua cameretta c&#8217;era un piccolo mappamondo, di quelli che si illuminano internamente. Gli piaceva farlo girare e a occhi chiusi indicare un punto a caso del globo. Poi, aperti gli occhi, mi diceva tutto di quel paese: capitale, numero di abitanti, stati confinanti, tipo di economia. A quel tempo il mio mappamondo era il dizionario, che scorrevo con la stessa curiosità. Scrivere è stato il mio modo di viaggiare, a sei anni siamo già formati, a leggere bene c’è già tutto ciò che saremo. L’altro giorno mi è comparso fuori dal negozio. Mi guardava sorridendo col suo faccione dalla vetrina. Erano sette anni che non lo vedevo. Ora è molto ingrassato, vive a Teguise e da lì si sposta per tutti i suoi giri. Siamo andati a bere qualcosa in centro, mi ha raccontato che a maggio ha avuto un piccolo infarto, l&#8217;hanno portato all&#8217;ospedale in elicottero. Ma non drammatizza mai, lui è un ercolino sempre in piedi. Si è messo con una nuova ragazza, e io l’ho invitato a cena la sera successiva, così gli presentavo la mia. Cinzia di lui non sa nulla. Gli fa i complimenti per la scelta coraggiosa di abbandonare questa città orribile, ma non sa che vi è stato quasi costretto. Certe scelte radicali si prendono solo quando la vita ti mette con le spalle al muro. Lui era arrivato a un punto in cui non riusciva più a lavorare, si era guastato i rapporti di lavoro con tutti quelli che contano a Milano ed era pieno di debiti. E’ che è un casinista di natura, totalmente inaffidabile. Prende un impegno e non lo rispetta, dà bidoni a destra e a manca, e l’unica cosa che lo ha salvato dal naufragio totale è il suo talento cristallino. In un momento di particolare stasi del lavoro, quando tutte le porte sembravano chiuse per lui, ha approfittato di una vacanza alle Canarie per andare a trovare la sorella che ci viveva da prima di lui. Lì ha conosciuto una ragazza del posto, che faceva il medico condotto, era separata e aveva un figlio piccolo, e ha deciso di trasferirsi. I primi tempi campava realizzando cartoline e gadget vari. Mentre racconta la sua versione dei fatti, molto più edulcorata di quella che so io, lo guardo con malinconia e tenerezza. Conosco i suoi dolori, il fatto che ha perso presto entrambi i genitori e a volte si sente solo. Mi spiace che fra noi ci siano così tanti chilometri, mi spiace non conoscere casa sua, la sua nuova donna, il nuovo orizzonte che lo ha accolto. So che a quello che dice va fatta la tara, e che non saranno tutte rose e fiori, però un po’ lo invidio lo stesso, almeno lui è stato coerente anche nelle contraddizioni. Un sacco di volte, quando era qui, mi faceva incazzare, ed evitavo di vederlo pure per lunghi periodi, ma so che sono importante per lui, che nella sua vita conto, e anche se ha mille conoscenze in giro per il mondo, alla fine è me e pochi altri che cerca. Terminata la cena ci mostra le foto della sua nuova vita. Le ha sul cellulare e le riversiamo sul pc. Ci sono volti che non conosco. Ora la sua donna è una trentacinquenne di Terni, anche lei separata, incontrata mentre era in vacanza alle Canarie. Ha mollato tutto e lo ha raggiunto lì. E’ una piccolina bionda, carina, ritratta in spiaggia in topless. Hanno un furgone e lui ha realizzato una sorta di tendalino trasparente che li protegge dalla sabbia trasportata dal vento senza privarli della vista del panorama. Insieme fanno immersioni e vanno a pesca con una barca di amici. Con la ragazza precedente le cose non andavano bene, e dopo tre anni si sono lasciati. Gli dispiace per il bambino, non vederlo più, e penso che in queste separazioni chi soffre senza averne colpa è l’indotto, i parenti acquisiti e persi. Ci racconta che a Teguise sono censite 56 nazionalità diverse, tutto un mondo di naufraghi approdati in quell&#8217;isola in seguito a fallimenti sentimentali o economici. Ha una compagnia di amici cosmopolita, ognuno con la sua storia di fughe e speranze. Poco prima di uscire Luca va su Google earth, zoommando identifichiamo casa sua in mezzo a una serie di crateri vulcanici. E’ una villetta bianca isolata e circondata solo da fichi d&#8217;india. Dice che non c&#8217;è inquinamento luminoso, che a volte la sera, dopo una faticosa giornata di lavoro, lui e lei spengono le luci, si sdraiano abbracciati e stanchi su un materasso in terrazzo e si addormentano guardando le stelle.</p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/17/tre-personaggi-in-cerca-damore/">Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Dalla Milano da bere a quella da vomitare #1</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Jul 2008 10:49:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p><strong>1. C&#8217;era una volta la Milano da bere&#8230;</strong></p>
<p>Nacque tutto da uno spot, quello dell’amaro Ramazzotti. Sulle note di <em>Birdland</em>, capolavoro jazz-rock dei Weather Report, si stendeva un tappeto d’immagini <em>glamour </em>della città di Milano nel pieno sfolgorio di paillettes.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/05/dalla-milano-da-bere-a-quella-da-vomitare-1/">Dalla Milano da bere a quella da vomitare #1</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/ramazzotti.jpg'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/ramazzotti-300x225.jpg" alt="" title="ramazzotti" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-6337" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p><strong>1. C&#8217;era una volta la Milano da bere&#8230;</strong></p>
<p>Nacque tutto da uno spot, quello dell’amaro Ramazzotti. Sulle note di <em>Birdland</em>, capolavoro jazz-rock dei Weather Report, si stendeva un tappeto d’immagini <em>glamour </em>della città di Milano nel pieno sfolgorio di paillettes. Se negli anni Sessanta c’era stata l’anticipazione – proprio l’aperitivo immaginifico &#8211; del grande attore teatrale e televisivo Ernesto Calindri, che beveva il suo Cynar in mezzo a una piazza (Piazza Siena, vicinissimo a casa mia, dove nel settembre del &#8217;67 vidi sfrecciare la Fiat 1100 scura della banda Cavallero inseguita a pistolettate da due Gazzelle Alfa Romeo della polizia) , mentre le auto, nel bianco e nero della pellicola d’antan, sfrecciavano non solo simbolicamente attorno all’attore che placidamente sorbiva il suo aperitivo “contro il logorio della vita moderna”, vent’anni dopo tutto era cambiato, a parte la speranza di un nuovo rinascimento all’ombra della Rinascente. Milano si ripresentava nell’immaginario degli italiani non più come il mulo da traino dell’intera economia nazionale, ma come dispensatore di mode, vezzi, abitudini. L’aperitivo non veniva più sorbito in Galleria, come da decenni di tradizione, ma per il lungo e il largo di una metropoli pulsante, una specie di piccola mela rilucente, che aveva allontanato da sé tutte le nebbie propagate dagli anni di piombo. Gli anni Ottanta furono gli anni di Milano, questa <em>Milano da bere </em>che, a partire da uno slogan felice e di successo, riprese a rappresentarsi agli occhi dell’opinione pubblica e dell’immaginario collettivo come simbolo di durata nel successo, di velocità, arditezza, anche di gioia di vivere.<span id="more-6336"></span><br />
Erano finiti i tempi della Milano antonioniana disarcionata da se stessa, quella de <em>La notte</em>, una Milano che si spegne malinconicamente la sera, lasciando andare i propri personaggi verso l’oblio di una festa per ricchi, e defluire verso un addio. Ora, dopo l’intervallo da coprifuoco degli anni Settanta – anni di lotte politiche, di camionette della Celere posizionate notte e giorno in Piazza San Babila, covo dell’estremismo di destra – il rinascimento di una città verticalizzava una spinta propulsiva che sembrava inarrestabile; in concomitanza e serrando le fila, i socialisti di Craxi facevano il bello e il cattivo tempo amministrando la città con una disinvoltura inedita anche per un paese già abbastanza disinvolto nel governare come l’Italia, e poi il made in Italy della moda, che finalmente usciva allo scoperto andando a conquistare mercati in tutto il mondo, sicché la zona più centrale della città, a due passi dal Duomo e sede delle vie dell’incontestabile <em>glamour nazionale </em>venivano battezzate &#8220;Triangolo della moda.&#8221;<br />
Era il neoboom, era il ritorno di fiamma di una speranza di progresso che nella città, al di là delle folgorazioni pubblicitarie, era palpabile a ogni ora del giorno e della notte. I locali erano di nuovo presi d’assalto, si suonava il jazz per tutta la città, si riempivano i ristoranti e i menu diventavano più internazionali, dando spazio alle leggere voluttà della <em>nouvelle cuisine</em>. E le discoteche, che sparavano per le sale la musica tipica di quegli anni, tra la disco e la elettronica, il tambureggiare asfissiante di motivi che celebravano la trasgressione gay come <em>Relax </em>dei Frankie Goes To Hollywood, e che in locali come il Divina – famoso per la clientela gay e lesbo tranquillamente mischiata a quella etero – diventavano inni di un’ era nuova, di un periodo nel quale la prosperità economica coesisteva  con una disillusione da ultimo spettacolo che gli anni Sessanta, più ingenui e impreparati al peggio, non avevano avuto.<br />
Milano viveva al di sopra della proprie possibilità in una specie di apnea della felicità, facendo finta di non aver capito quello che sarebbe successo, in una finta ingenuità che da Tangentopoli in poi la città e poi il resto del paese avrebbe pagata cara.</p>
<p><strong>2. Come la realtà quotidiana divenne un mito   </strong></p>
<p>Marco Mignani era un pubblicitario illuminato. Se ne è andato nell’aprile di quest’anno, stroncato a 64 anni da un tumore al colon. Era una specie di simbolo ignoto ai più di una città, Milano, che è stata e forse è ancora un modo di essere. Era un periodo florido per la pubblicità, quello degli anni Ottanta: Carosello aveva lasciato il campo ai “commercial” d’impronta statunitense, fatti di brevi spot – proprio macchie filmiche straordinariamente compresse e complesse, nelle quali esistono, nello spazio a volte di pochi secondi, luci, ombre, suoni e dialoghi propri di un vero film, soltanto enormemente “infeltriti” nel tempo. Mignani era un uomo saggio e tranquillo, soprattutto un uomo di grande creatività. Il pubblicitario è una specie di scrittore a tema, che deve trovare, più che uno svolgimento, una chiave. Al contrario di uno sceneggiatore cinematografico o di un romanziere, deve partire da uno sviluppo, fatto dalla sua osservazione della realtà, per arrivare a un’idea nodale, a un nucleo sintetizzante, che deve racchiudere uno slogan e soprattutto una filosofia. E’ un lavoro tutto di compressione e di sintesi, difficile perché bisogna sfrondare, cercare quasi l’assoluto, cercare la fiamma dell’idea primigenia.<br />
Mignani divenne famoso per lo slogan sulla Milano da bere dell’Amaro Ramazzotti, a metà anni Ottanta. Uno slogan che uscì dal comparto pubblicitario e dalla società dello spettacolo e dei suoi fruitori, e divenne simbolo, prima positivo e poi irrimediabilmente negativo, allo scoccare dell’ora terribile di Tangentopoli, di una speranza disattesa ferocemente.<br />
Ma quest’uomo, che non aveva nulla del pubblicitario avido e cinicamente temerario che proprio certa pubblicistica ha rappresentato, è stato lo scopritore – come un cercatore d’oro lo è della vena aurifera che lo farà ricco – di altri slogan felici e passati alla storia: come quello dei &#8220;dieci piani di morbidezza&#8221; per Scottex, o &#8220;più buono proprio non ce n&#8217;è&#8221; per Beltè. Si potrebbe andare avanti a lungo: Mignani davvero faceva il mestiere del cercatore d’oro, se crediamo alla suggestione che ogni buona idea c’è sempre stata; bisogna soltanto farla venire magicamente alla luce.<br />
Certo, lo slogan del Ramazzotti era stato trovato dal pubblicitario milanese proprio da una precisa osservazione di come la città in quel periodo stava velocemente cambiando: Mignani osservò le modelle che arrivavano a frotte in città, come se Milano fosse divenuta una sorella  di New York, osservò il cambiamento del rito dell’aperitivo, i ristoranti del centro che cominciarono a inventarsi piatti nuovi per tempi nuovi, come il carpaccio con la rucola. E in effetti, se andiamo a rivedere quello spot, ritroviamo convulsamente ritratti i momenti di una giornata tutti reali, tutti vissuti, tutti visti da tutti. La rappresentazione mitizzata di una realtà che allora era tangibile.</p>
<p><strong>3. Tutto e solo impegno</strong></p>
<p>”Si, Milano è la città dell’amaro Ramazzotti, l’amaro di chi vive e lavora, l’amaro della vita, di una giornata che non è mai finita, che è nato qui 170 anni fa e che ancora oggi porta dovunque questa Milano da vivere, da sognare, da godere; questa Milano da Bere.” Questo era il testo del famoso spot pubblicitario che annunciò gli anni dello splendore meneghino. Era un amaro, una bevanda ad alta gradazione alcolica che serve alla digestione di “piatti forti”. In pochi minuti i capisaldi della città venivano mostrati da una macchina da presa famelica, che sembrava ingurgitare senza pietà, con la follia di tutti i dopoguerra, strade, piazze, situazioni, momenti di lavoro e di relax. Era come se non ci fosse separazione tra un atto e l’altro della giornata. A Milano tutto era impegnativo, ma con successo, come se si andasse al lavoro fischiettando su quelle note americane, su quella colonna sonora da film hollywoodiano. Una città americanizzata, un po’ <em>Wall Street </em>di Oliver Stone, un po’ <em>Vacanze di Natale </em>dei Vanzina, sussiegosa e clamorosa, plastificata e impellicciata. Una città ubriaca di quell’amaro che divenne appunto calice da sorbirsi all’indomani del crollo verticale, quando tutto quel tormentoso abbandono all’ottimismo divenne dopo sbornia annunciato  mille volte, divenne chiusura definitiva del dopoguerra e delle sue illusioni e delle sue speranze, divenne l’oggi.</p>
<p><em>(Pubblicato su La Tribuna &#8211; 30.06.2008. Continua.)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/05/dalla-milano-da-bere-a-quella-da-vomitare-1/">Dalla Milano da bere a quella da vomitare #1</a></p>
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		<title>Giovanni Arrighi a &#8220;L&#8217;infedele&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 04 May 2008 11:20:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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<p>La presenza di Giovanni Arrighi <strong>mercoledì 7 maggio ore 21</strong> in televisione, alla trasmissione di Gad Lerner <em>L’infedele</em>, su <strong>La 7</strong>, è una di quelle rare occasioni da non perdere per chi voglia sapere qualcosa in più e di meglio sul mondo in cui viviamo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/04/giovanni-arrighi-a-linfedele/">Giovanni Arrighi a &#8220;L&#8217;infedele&#8221;</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Mascitelli </strong></p>
<p>La presenza di Giovanni Arrighi <strong>mercoledì 7 maggio ore 21</strong> in televisione, alla trasmissione di Gad Lerner <em>L’infedele</em>, su <strong>La 7</strong>, è una di quelle rare occasioni da non perdere per chi voglia sapere qualcosa in più e di meglio sul mondo in cui viviamo. <strong>Giovanni Arrighi</strong>, professore di sociologia alla John Hopkins University di Baltimora, infatti è uno dei più eminenti intellettuali mondiali, le cui tesi storiche ed economiche sono al centro del dibattito internazionale. Alcuni dei suoi libri, come <em>Il lungo XX secolo</em> (ed. it Il Saggiatore, 1999) e <em>Adam Smith a Pechino</em> (Feltrinelli, 2008), sono delle opere considerate indispensabili per capire i processi di globalizzazione e l’attuale fase di turbolenza mondiale. Categoria principale dell’analisi dell’attuale momento è per Arrighi quella di caos sistemico, in altri termini l’attuale globalizzazione non sarebbe altro che un momento in cui il capitalismo distrugge gli equilibri politici che hanno retto la fase precedente di accumulazione perché ormai questi non sono più in grado di garantirne l’espansione.<br />
<span id="more-5845"></span><br />
Conseguenza di questa analisi è che la globalizzazione non è un processo pacifico al massimo turbato da qualche oppositore residualmente legato a forme di produzione passate, come affermano le teorie più in voga, ma è sostanzialmente una fase di lotta per l’egemonia caratterizzata principalmente da disordine e violenza. Altra aspetto importante è che la globalizzazione non è un elemento assolutamente nuovo e imprevisto nella storia perché già nel passato si sono conosciute altre fasi di caos sistemico nei passaggi da un ciclo capitalistico di accumulazione all’altro. Infatti il capitalismo, che non è nato con la rivoluzione industriale ma nei comuni italiani medievali, ha sempre creato forme politiche ( e militari) adatte a garantire la sua crescita per poi abbatterle conflittualmente quando queste si rivelavano obsolete. Così, per esempio, il sistema capitalistico che ebbe il suo epicentro nella Amsterdam seicentesca nacque dal lungo periodo di guerre olandesi cinquecentesche contro la Spagna e declinò a favore dell’Inghilterra con le guerre di successione settecentesche.</p>
<p>L’originalità teorica di una simile impostazione è dovuta al ricorso sia a categorie classiche della teoria critica, per esempio la nozione di imperialismo, sia alla visione storica di <strong>Braudel</strong>, il grande storico francese che per primo notò come il capitalismo fosse un modo di organizzazione sociale preesistente alla rivoluzione industriale. Il pregio delle ricostruzioni storiche di Arrighi non consiste soltanto nel fornire un’adeguata sistemazione teorica a determinati fenomeni e problemi, ma sta anche nel dare un’idea molto concreta dei rapporti di forza finanziari, politici e militari che si celano dietro a categorie astratte come quelle di capitalismo. Non si deve pensare che l’opera di Arrighi sia un lavoro erudito di scavo nel passato perché al contrario la sua rilettura della storia capitalistica è l’elemento essenziale per comprendere il presente, prova ne sia che il suo ultimo saggio, <em>Adam Smith a Pechino</em>, attraverso un’interpretazione inedita e avversa a quella della vulgata liberista del pensiero del grande economista scozzese, indaga i rapporti politici ed economici attuali tra Cina e Stati Uniti.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/04/giovanni-arrighi-a-linfedele/">Giovanni Arrighi a &#8220;L&#8217;infedele&#8221;</a></p>
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