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	<title>Nazione Indiana &#187; edilizia</title>
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		<title>Milano, trasformazioni contemporanee</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 05:11:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/38_milanoup-2968.jpg"></a></p>
<p><a href="http://www.hanninen.it/">Giovanni Hänninen</a>, fotografo, insieme a Massimo Bricocoli e Paola Savoldi, docenti presso la Scuola di Architettura e Società del Politecnico di Milano, parleranno delle trasformazioni urbanistiche di Milano <strong>giovedì 20 ottobre</strong> alle 21,30 presso <a href="http://www.lascighera.org/dove_siamo">la Scighera</a>, in Via Candiani 131, nel cuore del quartiere Bovisa di Milano.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/18/milano-trasformazioni-contemporanee/">Milano, trasformazioni contemporanee</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/38_milanoup-2968.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-40354" title="38_milanoup-2968" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/38_milanoup-2968.jpg" alt="" width="450" height="299" /></a></p>
<p><a href="http://www.hanninen.it/">Giovanni Hänninen</a>, fotografo, insieme a Massimo Bricocoli e Paola Savoldi, docenti presso la Scuola di Architettura e Società del Politecnico di Milano, parleranno delle trasformazioni urbanistiche di Milano <strong>giovedì 20 ottobre</strong> alle 21,30 presso <a href="http://www.lascighera.org/dove_siamo">la Scighera</a>, in Via Candiani 131, nel cuore del quartiere Bovisa di Milano.</p>
<p>I lettori attenti ricorderanno bene il trio Bricocoli/Hänninen/Savoldi per il loro libro <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/08/un-libro-e-una-mostra-fotografica-per-capire-la-milano-downtown/">Milano Downtown</a>, di cui abbiamo scritto su Nazione Indiana, ed il saggio <a href="http://www.alfabeta2.it/2011/04/19/fare-citta-fare-democrazia/">Fare città, fare democrazia</a> su alfabeta2.it.</p>
<p><em>[La fotografia di Giovanni Hänninen è della serie <a href="http://www.hanninen.it/index.php?/architecture/milano-up/">Milano Up</a>. S ullo sfondo, il Monte Rosa, credo. JR]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/18/milano-trasformazioni-contemporanee/">Milano, trasformazioni contemporanee</a></p>
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		<title>A cento passi dal Municipio</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Oct 2008 05:06:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Barbacetto</strong><br />
I boss stanno a cento passi da Palazzo Marino, dove il sindaco di Milano Letizia Moratti lavora e prepara l’Expo 2015. O li hanno già fatti, quei cento passi che li separano dal palazzo della politica e dell’amministrazione?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/24/a-cento-passi-dal-municipio/">A cento passi dal Municipio</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Barbacetto</strong><br />
I boss stanno a cento passi da Palazzo Marino, dove il sindaco di Milano Letizia Moratti lavora e prepara l’Expo 2015. O li hanno già fatti, quei cento passi che li separano dal palazzo della politica e dell’amministrazione? Certo li hanno fatti nell’hinterland e in altri centri della Lombardia, dove sono già entrati nei municipi. Comunque, a Milano e fuori, hanno già stretto buoni rapporti con gli uomini dei partiti.<br />
<span id="more-9400"></span><br />
«Milano è la vera capitale della ’Ndrangheta», assicura uno che se ne intende, il magistrato calabrese Vincenzo Macrì, della Direzione nazionale antimafia. Ma anche Cosa nostra e Camorra si danno fare sotto la Madonnina. E la politica? Non crede, non vede, non sente. Quando parla, nega che la mafia ci sia, a Milano. Ha rifiutato, finora, di creare una commissione di controllo sugli appalti dell’Expo. Eppure le grandi manovre criminali sono già cominciate.</p>
<p>Ne sa qualcosa Vincenzo Giudice, Forza Italia, consigliere comunale di Milano, presidente della Zincar, società partecipata dal Comune, che è stato avvicinato da Giovanni Cinque, esponente di spicco della cosca calabrese degli Arena. Incontri, riunioni, brindisi, cene elettorali, in cui sono stati coinvolti anche Paolo Galli, Forza Italia, presidente dell’Aler, l’azienda per l’edilizia popolare di Varese. E Massimiliano Carioni, Forza Italia, assessore all’edilizia di Somma Lombardo, che il 14 aprile 2008 è eletto alla Provincia di Varese con oltre 4 mila voti: un successo che fa guadagnare a Carioni il posto di capogruppo del Pdl nell’assemblea provinciale. Ma è Cinque, il boss, che se ne assume (immotivatamente?) il merito, dopo aver mobilitato in campagna elettorale la comunità calabrese.</p>
<p>Ne sa qualcosa anche Loris Cereda, Forza Italia, sindaco di Buccinasco (detta Platì 2), che non trova niente di strano nell’ammettere che riceveva in municipio, il figlio del boss Domenico Barbaro. Lui, detto l’Australiano, aveva cominciato la carriera negli anni 70 con i sequestri di persona e il traffico di droga. I suoi figli, Salvatore e Rosario, sono trentenni efficienti e dinamici, si sono ripuliti un po’, hanno studiato, sono diventati imprenditori, fanno affari, vincono appalti. Settore preferito: edilizia, movimento terra. Ma hanno alle spalle la ’ndrina del padre. Cercano di non usare più le armi, ma le tengono sempre pronte (come dimostrano alcuni bazooka trovati a Buccinasco). Non fanno sparare i killer, ma li allevano e li allenano, nel caso debbano servire. Salvatore e Rosario, la seconda generazione, sono arrestati a Milano il 10 luglio 2008. Eppure il sindaco Cereda non prova alcun imbarazzo.</p>
<p>Ne sa qualcosa anche Alessandro Colucci, Forza Italia, consigliere regionale della Lombardia. «Abbiamo un amico in Regione», dicevano riferendosi a lui due mafiosi (intercettati) della cosca di Africo, guidata dal vecchio patriarca Giuseppe Morabito detto il Tiradritto. A guidare gli affari, però, è ormai il rampollo della famiglia, Salvatore Morabito, classe 1968, affari all’Ortomercato e night club («For a King») aperto dentro gli edifici della Sogemi, la società comunale che gestisce i mercati generali di Milano. È lui in persona a partecipare a una cena elettorale in onore dell’«amico» Colucci, grigliata mista e frittura, al Gianat, ristorante di pesce. Appena in tempo: nel maggio 2007 viene arrestato nel corso di un’operazione antimafia, undici le società coinvolte, 220 i chili di cocaina sequestrati.</p>
<p>Ne sa qualcosa anche Emilio Santomauro, An poi passato all’Udc, due volte consigliere comunale a Milano, ex presidente della commissione urbanistica di Palazzo Marino ed ex presidente della Sogemi: oggi è sotto processo con l’accusa di aver fatto da prestanome a uomini del clan Guida, camorristi con ottimi affari a Milano. Indagato per tentata corruzione nella stessa inchiesta è Francesco De Luca, Forza Italia poi passato alla Dc di Rotondi, oggi deputato della Repubblica: a lui un’avvocatessa milanese ha chiesto di darsi da fare per «aggiustare» in Cassazione un processo ai Guida.</p>
<p>Ne sa qualcosa, naturalmente, anche Marcello Dell’Utri, inventore di Forza Italia e senatore Pdl eletto a Milano. La condanna in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa si riferisce ai suoi rapporti con Cosa nostra, presso cui era, secondo la sentenza, ambasciatore per conto di «un noto imprenditore milanese». Ma ora una nuova inchiesta indaga anche sui suoi rapporti con la ’Ndrangheta: un altro imprenditore, Aldo Miccichè, trasferitosi in Venezuela dopo aver collezionato in Italia condanne a 25 anni per truffa e bancarotta, lo aveva messo in contatto con la famiglia Piromalli, che chiedeva aiuto per alleggerire il regime carcerario al patriarca della cosca, Giuseppe, in cella da anni. Alla vigilia delle elezioni, Miccichè prometteva a Dell’Utri un bel pacchetto di voti, ma chiedeva anche il conferimento di una funzione consolare, con rilascio di passaporto diplomatico, al figlio del boss, Antonio Piromalli, classe 1972, imprenditore nel settore ortofrutticolo con sede dell’azienda all’Ortomercato di Milano. Sentiva il fiato degli investigatori sul collo, Antonio. Infatti è arrestato a Milano il 23 luglio, di ritorno da un viaggio d’affari a New York. È accusato di essere uno dei protagonisti della faida tra i Piromalli e i Molè, in guerra per il controllo degli appalti nel porto di Gioia Tauro e dell’autostrada Salerno-Reggio.</p>
<p>Qualcuno si è allarmato per questa lunga serie di relazioni pericolose tra uomini della politica e uomini delle cosche? No. A Milano l’emergenza è quella dei rom. O dei furti e scippi (che pure le statistiche indicano in calo). La mafia a Milano non esiste, come diceva già negli anni Ottanta il sindaco Paolo Pillitteri. Che importa che la cronaca, nerissima, della regione più ricca d’Italia metta in fila scene degne di Gomorra?</p>
<p>A Besnate, nei pressi di Varese, a luglio il capo dell’ufficio tecnico del Comune è stato accoltellato davanti al municipio e si è trascinato, ferito, fin dentro l’ufficio dell’anagrafe, lasciando una scia di sangue sulle scale. Una settimana prima, una bottiglia molotov aveva incendiato l’auto del dirigente dell’ufficio tecnico di un Comune vicino, Lonate Pozzolo. Negli anni scorsi, proprio tra Lonate e Ferno, paesoni sospesi tra boschi, superstrade e centri commerciali, sono state ammazzate quattro persone di origine calabrese. Giuseppe Russo, 28 anni, è stato freddato mentre stava giocando a videopoker in un bar: un killer con il casco in testa, appena sceso da una moto, gli ha scaricato addosso quattro colpi di pistola. Alfonso Muraro è stato invece crivellato di colpi mentre passeggiava nella via principale del suo paese affollata di gente. Francesco Muraro, suo parente, un paio d’anni prima era stato ucciso e poi bruciato insieme alla sua auto.</p>
<p>L’ultimo cadavere è stato trovato la mattina di sabato 27 settembre in un prato di San Giorgio su Legnano, a nordovest di Milano: Cataldo Aloisio, 34 anni, aveva un foro di pistola che dalla bocca arrivava alla nuca. A 200 metri dal cadavere, la nebbiolina di primo autunno lasciava intravedere il cimitero del paese, in cui riposa finalmente in pace, benché con la faccia spappolata, Carmelo Novella, che il 15 luglio scorso era stato ammazzato in un bar di San Vittore Olona con tre colpi di pistola in pieno viso.</p>
<p>Milano, Lombardia, Nord Italia. È solo cronaca nera? No, Gomorra è già qua. Ma i politici, gli imprenditori, la business community, gli intellettuali, i cittadini non se ne sono ancora accorti.</p>
<p>via <a href="http://circolopasolini.splinder.com/post/18666503">Circolo Pasolini</a></p>
<p>articolo pubblicato su L&#8217;Unità del 10 ottobre 2008</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/24/a-cento-passi-dal-municipio/">A cento passi dal Municipio</a></p>
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		<title>La città che sale</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jul 2008 06:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>[<em>lo so dico sempre le stesse cose, ma in certi casi è proprio vero che</em> repetita juvant. <em>G.B.</em>]<br />
<a href='Nessuna'></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Poi all&#8217;improvviso Milano scomparve. Nell&#8217;immaginario collettivo nazionale continuava a vivere solo nei suoi luoghi comuni: la nebbia, le fabbriche, il panettone.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/01/la-citta-che-sale/">La città che sale</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>lo so dico sempre le stesse cose, ma in certi casi è proprio vero che</em> repetita juvant. <em>G.B.</em>]<br />
<a href='Nessuna'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/umberto_boccioni_la_citta_che_sale.jpg" alt="" title="umberto_boccioni_la_citta_che_sale" width="454" height="169" class="alignnone size-full wp-image-6283" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Poi all&#8217;improvviso Milano scomparve. Nell&#8217;immaginario collettivo nazionale continuava a vivere solo nei suoi luoghi comuni: la nebbia, le fabbriche, il panettone. Qualcuno la immaginava ancora una città rampante, da bere. Si smise di rappresentarla, nel cinema, nella fiction televisiva, divenne un buco nero della memoria. Menomale che alcuni scrittori, spesso quelli più artigianali, di “genere”, continuavano a raccontare le sue trasformazioni antropologiche, i suoi panorami mutevoli. La classe operaia che non andava in paradiso ma in pensione, la romantica <em>ligera </em>che diventava criminalità internazionale&#8230; era da farsi: la Milano di Scerbanenco finiva a Piazzale Loreto, da lì, ai suoi tempi, iniziava ancora, e per davvero, l&#8217;aperta campagna. In fondo Peck, all&#8217;inizio del secolo scorso, stagionava i suoi salumi nell&#8217;aria salubre della Brianza. A Precotto. Oggi invece Milano è una città rete, una città territorio, che più che portare la sua nobile tradizione edile nella territorio extraurbano ha visto tracimare dentro di sé la Brianza velenosa di battistiana memoria. Milano s&#8217;è pastrufaziata, per dirla con l&#8217;ingegnere, che oggi non saprebbe più riconoscerlo il territorio. E forse anche la sua borghesia. <span id="more-6282"></span><br />
Quanto è in fondo provinciale questo cercare il <em>placet </em>della firma prestigiosa, dell&#8217;archistar, per giustificare le peggio speculazioni edilizie del ventre cittadino? Da lì, a cascata, tutta la nuova proliferazione di gru che ha ridisegnato il cielo di Milano -che è bello quando è bello- più che governata da professionisti che amano e conoscono a menadito il territorio, così come si faceva quando era bello progettare a Milano, è dato in affido ad estranei, che intasano la città di volumi pensati per la stazione di Tokio, poi bocciati e riciclati qui, manco fossimo una città del terzo mondo a cui rifilare gli scarti di produzione. Io poi, lo dico di continuo, il trittico di CityLife lo paragono ai <em>tri ciucc</em> di via Lazzaro Papi. Due amici che reggono il terzo, che vomita.<br />
Chi ha gestito Milano negli ultimi vent&#8217;anni lo ha fatto col cipiglio dell&#8217;amministratore di condominio, non del politico lungimirante. Abbiamo stracciato il Piano Regolatore e fattone coriandoli per il carnevale ambrosiano. Perché pianificare? A che serve? Perché questi lacci e lacciuoli? A Milano il mercato ha vinto, “la città che sale”, per dirla con Boccioni, è simbolo dell&#8217;interesse privato, non di quello pubblico, e la tradizione del socialismo storico, del <em>welfare</em>, è ridotta a reazione involontaria: le biblioteche rionali frequentate quotidianamente dal popolo minuto, le nostre scuole sempre più povere e che non ostante tutto ancora funzionano, le casa-vacanze a Pietra Ligure per i nostri bambini, intossicati da un&#8217;aria urbana che toglie loro il respiro e il colore delle gote.<br />
Io che di figlie ne ho due e per scelta di vita neppure ho la patente &#8211; ché in un paese civile bisognerebbe tutti muoversi con i mezzi pubblici &#8211; condivido col mio sindaco la scelta dell&#8217;ecopass. Ma, signora mia, un po&#8217; più di coraggio: a che serve tassare solo quel francobollo di territorio? Oppure davvero crede che Milano sia tutta lì? Forse è vero che a pensar male non si sbaglia mai, e io sospetto che a molti milanesi che contano l&#8217;idea che la nostra sia una metropoli enorme che travalica gli stretti confini comunali e si estende ben oltre la provincia, ingloba la demenziale nascente provincia di Monza e si arrampica su su fino alle pendici delle prealpi, che bussa alle porte di Bergamo, che ha propaggini fin oltre il confine ticinese, questa città di sei, sette milioni di abitanti, che in confronto fa apparire Roma una simpatica successione di borghi ameni, che ha una densità di abitanti per chilometro quadrato paragonabile solo a quella di Napoli, questa area metropolitana che c&#8217;è, che vive, che pulsa, che opera, che produce, che soffre, questa città, insomma, pare che i suddetti milanesi non la vogliano proprio vedere. Un buco nero nell&#8217;immaginario non solo nazionale ma soprattutto politico amministrativo. Qui si fa la guerra dei campanili fra Corsico e Cesano Boscone; Novate e Bollate si guardano sdegnosi; Milano e Sesto progettano indifferenti fra loro identici musei fotocopia, “più belli e più grandi che pria”. L&#8217;unica cosa che li mette d&#8217;accordo sono gli zingari. Quelli non li vuole nessuno. Aspetto con ansia il progetto di un nuovo inceneritore, sospetto atterrito che a suo tempo ne faremo buon uso.<br />
Ma ora abbiamo l&#8217;Expo, signora mia. Ebbene: ora che è davvero nostro, posso confessare, quasi sottovoce, quanta paura ho avuto di vedercelo sfilare da sotto il naso da Smirne, che aveva un progetto urbanistico molto più intrigante del nostro? (a proposito: sarà che il <em>rendering </em>è assai fumoso e inconsistente, ma qualcuno l&#8217;ha capito il “nostro” progetto? Com&#8217;è che di giorno in giorno continua a mutare nelle descrizioni del sindaco?) Non sarò comunque di certo io a fare le barricate “antiExpo”. Oltre al mare di turisti, la manifestazione porterà a Milano, soprattutto, decine di migliaia di scienziati, economisti, intellettuali. La mia natura positiva, i miei studi accademici, mi fanno illudere che questa possa davvero essere l&#8217;ultima occasione affinché Milano si riconosca finalmente metropoli internazionale. Anche perché, nei fatti, l&#8217;Expo lo si fa a Rho. Quindi o tassonomici lo ridenominiamo “l&#8217;Expo di Rho” (ma pare davvero poco <em>chic</em>), oppure decidiamo una volte per tutte che Rho, Busto, Settimo Milanese, e via via, Paderno, Cusano, Cologno, e tutta la cinta calcificata attorno alla città, è, di diritto, Milano a tutti gli effetti e si merita perciò pari dignità.<br />
Un po&#8217; di coraggio, milanesi, ancora un ultimo sforzo! Questa città per troppo tempo è stata ossessivamente centripeta, sempre con lo sguardo rivolto alla Madonnina. Certo le vogliamo tutti bene, ma diamole ogni tanto le spalle, cerchiamo d&#8217;essere centrifughi, decidiamo di stimolare gli altri nodi della città-rete, con simboli e funzioni forti, diamo valore e decoro a chi non vive dentro la cerchia dei Navigli. Questa è la vera grande occasione che l&#8217;Expo può regalarci: fare marketing urbano, programmare una rete ciclabile degna di una città piatta come l&#8217;olio, moltiplicare la mobilità pubblica, recuperare le periferie storiche, creare nuove centralità urbane, riprendere a costruire edilizia sociale (ché non si fa da un quarto di secolo), stimolare le università, l&#8217;associazionismo culturale, la società civile. Fare quello che Milano sa fare, come fece quando cinquant&#8217;anni fa si rigirò come un guanto per accogliere quattrocentomila persone nel volgere neppure di quattro anni. Duecentottanta persone, ogni sacrosanto giorno, vedevano per la prima volta Milano, portandosi dietro sogni e speranze. Quel popolo costruì il futuro della città, e la città gli diede cittadinanza e un tetto. Questo sa fare Milano, ve lo dice il figlio di due immigrati meridionali che si sente milanese fino al midollo. Ma l&#8217;Expo, non dimentichiamolo, lo costruiranno i nuovi immigrati. Sarà edificato da muratori rumeni, elettricisti magrebini, cottimisti albanesi, manovali senegalesi. Il nostro futuro passerà dalle loro mani. Dare loro dignità e un tetto mi pare davvero il minimo.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Il Sole 24ore <em>del 15 giugno 2008</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/01/la-citta-che-sale/">La città che sale</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Le città visibili</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jan 2008 09:05:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Spazi urbani in Italia, culture e trasformazioni dal dopoguerra a oggi</strong><br />
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Spazi urbani in Italia, culture e trasformazioni dal dopoguerra a oggi</strong><br />
<small>[Le città visibili è una raccolta di saggi di studiosi inglesi (o italiani che hanno studiato e lavorano in Gran Bretagna), che parla dell'Italia da vari punti di vista - architettura, storia, letteratura, cinema, società. Uno sguadro che, data la distanza, pare mettere meglio a fuoco la nostra nazione. Il libro è molto bello, forse troppo sbilanciato sull'asse Milano-Torino, ma con intuizioni lucide di vero interesse per tutti noi.<br />
Ho chiesto a John Foot (uno dei due curatori, insieme a Robert Lumley) il piacere di pubblicare qui su NI l'introduzione del volume da poco edito da Il Saggiatore. G.B.]</small></p>
<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/le_citta_visibili.jpg' alt='le_citta_visibili.jpg' /><strong> di Robert Lumley e John Foot</strong></p>
<p><small>La gente che s’incontra, se gli chiedi: – Per Pentesilea? – fanno un gesto intorno che non sai se voglia dire: «Qui», oppure: «Più in là», o: «Tutt’in giro», o ancora: «Dalla parte opposta».<br />
– La città – insisti a chiedere.<br />
– Noi veniamo qui a lavorare tutte le mattine – ti rispondono alcuni, e altri: – Noi torniamo qui a dormire.<br />
– Ma la città dove si vive? – chiedi.<br />
(Italo Calvino)</small></p>
<p>Prima di descrivere Pentesilea a Kublai Khan, Marco Polo prevede quello che il suo ascoltatore si aspetterà di trovare all’ingresso della città: una cinta di mura, una porta, gabellieri; «Fino a che non l’hai raggiunta ne sei fuori; [...] il suo spessore compatto ti circonda; intagliato nella sua pietra c’è un disegno che ti si rivelerà se ne segui il tracciato tutto spigoli». Ma, continua, «se credi questo, sbagli». Pentesilea non ha né inizio né fine, non c’è distinzione tra dentro e fuori, e per questo non si sa quando ci si sta arrivando e quando invece la si sta lasciando. <span id="more-5171"></span><br />
Anche la «gente che s’incontra» (si noti che il testo evita di usare il termine «abitanti») è smarrita o incapace di decidere che cosa definisce il «suo» spazio. Dorme o lavora lì, ma dove vive la gente nel senso più stretto del termine? Le esplorazioni del narratore non conducono da nessuna parte: «ogni tanto ai margini della strada un infittirsi di costruzioni dalle magre facciate, alte alte o basse basse come un pettine sdentato, sembra indicare che di là in poi le maglie della città si restringono». Invece, ci sono «altri terreni vaghi, poi un sobborgo arrugginito d’officine e depositi, un cimitero, una fiera con le giostre».<br />
In questo racconto, uno dei più affascinanti delle <em>Città invisibili</em>, Italo Calvino mette in rilievo, e al tempo stesso in dubbio, la possibilità di classificare e dare un nome alle cose. La situazione sopra descritta può evocare l’esperienza di qualcuno che si perde in una periferia infinita, ma può riferirsi anche alla ricerca di un geografo o di un etnografo che voglia leggere i segni spaziali dell’identità urbana. Gli interrogativi formulati dal personaggio possono valere sia per il viaggiatore che per il ricercatore. Le risposte, però, conducono solo ad altre domande, tra cui: «Che cos’è una città?». Appare chiaro che le vecchie certezze fondate sull’idea che siano le mura e le leggi a definire una città oggi non sono più pertinenti. Ma allora che cosa rimane? È il problema che affligge Marco Polo, Kublai Khan, Italo Calvino e il lettore delle Città invisibili. Un problema che è stato al centro di dibattiti nel campo della sociologia, degli studi urbani, dell’architettura e della geografia, e a cui è legata la pubblicazione di una considerevole mole di testi in Italia e nel resto del mondo.<br />
La semplicità delle domande poste da Calvino ne nasconde la natura radicale. Come scrittore e intellettuale, Calvino era profondamente consapevole dei dibattiti a lui contemporanei, che nell’Italia degli anni sessanta giunsero a conclusioni estreme. Il fatto che <em>Le città invisibili</em> sia diventato un testo di culto per gli architetti e gli urbanisti oltre che per i critici letterari è sintomatico della risonanza di tali dibattiti. In questo volume, <em>Le città visibili</em>, non viene offerta un’unica definizione di città che trovi unanimi tutti gli autori; come suggerisce il titolo, si intende invece proporre una dimensione di apertura a diverse idee di soggetto, costruzione e immaginario. Questo taglio metodologico è particolarmente evidente nei contributi dedicati all’appropriazione letteraria e cinematografica della città, ma emerge anche in quelli dedicati alla trattazione dell’architettura dei grattacieli e alle proposte di «riimmaginare» la città che hanno un impatto diretto sull’ambiente costruito. Più che <em>l’oggetto</em> dell’analisi, che sia un film o un edificio, conta <em>come </em>un particolare fenomeno viene analizzato. Da questo punto di vista, il libro è sistematicamente interdisciplinare e fa dialogare approcci sviluppati in campi diversi come la storia sociale, la storia dell’arte, l’antropologia, gli studi letterari e cinematografici, l’architettura, l’urbanistica e la sociologia. Allo stesso tempo, è suddiviso in aree tematiche più ampie. Questa introduzione si propone di dare «indicazioni» su come accostarsi alle differenti sezioni e di mostrare come esse costituiscano un insieme organico. Alcuni contributi affrontano più esplicitamente questioni teoriche e metodologiche come la categorizzazione e l’analisi.<br />
Apre il volume «Attraverso lo specchio. Studi e ricerche sulla città italiana contemporanea (1973-2002)» di Sergio Pace, che traccia una rassegna panoramica delle più rilevanti pubblicazioni italiane sul tema degli ultimi anni e fornisce, nel ricchissimo apparato di note, un utile strumento per orientarsi nella bibliografia sull’argomento. Il contributo che chiude il volume, «<em>Adriati-città</em>. Un paesaggio postindustriale» di Pippo Ciorra, apre invece uno squarcio su un futuro urbano <em>in progress</em>.<br />
Pace analizza il particolare rapporto esistente tra le città italiane e una specifica tradizione di studi dedicata a esplorarne e celebrarne la peculiarità, le origini e l’unicità: la «biografia urbana», un genere importante per la storia delle identità civiche (e alimentato dalle pubblicazioni di università e piccole case editrici) che presenta, però, evidenti limiti metodologici. Più interessante, per quanto sotto altri aspetti problematico, è l’affacciarsi, sulla scena degli studi urbani, di un approccio interdisciplinare. Qui Pace distingue tra gli urbanisti per caso, per i quali la città rimane in secondo piano rispetto all’oggetto di indagine (un evento storico o un problema sociologico), e gli urbanisti per natura, per i quali lo spazio urbano costituisce l’oggetto preciso di analisi. Per Pace, alcuni degli studi più stimolanti, come quello di Cesare de Seta su Napoli o quello di Sandro Portelli su Terni, appartengono a quest’ultima categoria e si fondano su una solida base storica. Al contrario, l’autore è scettico riguardo a quelle correnti di pensiero, prevalenti tra sociologi e architetti, che trascurano la storia urbana e l’indagine dell’ambiente costruito a favore di letture soggettive dell’ambiente urbano in cui tutto diventa virtuale. Nuove direzioni di ricerca vengono additate anche dai paesi anglofoni, dove sono saliti alla ribalta degli studi temi come la razza, il genere sessuale, lo spazio pubblico e il significato della cittadinanza. Pace osserva che in Italia si rileva una certa riluttanza ad affrontare questo tipo di problemi. Una riluttanza di cui, nelle pagine di questo libro, non c’è traccia.<br />
«<em>Adriati-città</em>» di Pippo Ciorra chiude <em>Le città visibili</em> presentando una delle più recenti declinazioni della «città»: la «città-rete». Ciorra propone un’analisi che combina la macrocategoria «conurbazione» sovraregionale (in questo caso l’Adriati-città) con la microanalisi dell’unità abitativa chiamata <em>Hotel House</em>, un condominio di lusso la cui breve storia riassume i grandi cambiamenti che hanno portato le seconde case degli italiani a diventare prime case per gli immigrati. Per i nuovi abitanti, che considerano inutili gli spazi pubblici predefiniti del condominio, il vero spazio pubblico è la spiaggia. È il modello del sistema aperto che si contrappone al sistema chiuso della città. Secondo Ciorra, può essere un buon tema di riflessione per chi voglia ragionare sulla questione delle nuove condizioni della vita urbana, sull’intreccio di rapporti fisici e immateriali tra i luoghi e le persone, sulla necessità di far corrispondere alla stratificazione delle identità dei gruppi sociali non un sistema forma identità chiuso e definito, come nella città storica, ma uno spazio aperto e flessibile, preparato ad accogliere e interagire con linguaggi, sistemi espressivi e identità diverse.</p>
<p><strong>Seconda parte: L’immigrazione: città vecchie, identità nuove </strong></p>
<p><small>Inclusione dell’altro significa piuttosto che i confini della comunità sono aperti a tutti: anche – e soprattutto – a coloro che sono reciprocamente estranei e tali vogliono rimanere.<br />
(Jürgen Habermas)</small></p>
<p>Tra il 1958 e il 1962 nella sola Milano arrivano da altre parti d’Italia circa 350mila persone, l’equivalente della popolazione di una città come Bari. Nei due decenni precedenti il 1971, la popolazione della provincia di Milano aumenta di 600mila persone, un incremento del 25 per cento; si potrebbero fornire cifre ugualmente impressionanti per Torino e altri centri industriali. Il censimento del 1992, però, registra un nuovo tipo di emigrazione: lo stanziamento in Italia di persone provenienti da altri paesi. Pur costituendo, secondo le stime, solo il 2 per cento della popolazione (una percentuale bassa in confronto a quella di paesi come Francia, Germania e Gran Bretagna), questi immigrati rappresentano un cambiamento demografico epocale: non solo l’Italia ha cessato di «esportare» persone dall’altra parte dell’Atlantico e nel Nord Europa, ma è diventata un paese «importatore». Il «miracolo economico», con la sua massiccia ondata migratoria interna, ha rappresentato un grande cambiamento per città come Milano e Torino, ma l’arrivo, pur numericamente meno significativo, di stranieri viene percepito come fonte di difficoltà maggiori. Sono questi cambiamenti demografici e la loro realtà vissuta a costituire il tema centrale della seconda parte di <em>Le città visibili</em>.<br />
Gli operai dello stabilimento Om di Milano chiamavano gli immigrati «la legione straniera», un soprannome allo stesso tempo affettuoso e sprezzante. Assunti giorno per giorno come manovali generici davanti ai cancelli della fabbrica con una modalità che ricordava il reclutamento dei braccianti del Sud, gli immigrati subivano discriminazioni razziali e abusi. Tuttavia, la descrizione che fa Gianfranco Petrillo degli anni cinquanta e sessanta è sostanzialmente una storia di integrazione riuscita, nonostante le differenze linguistiche e culturali esistenti tra milanesi e migranti. In particolare, Petrillo dimostra come Milano, per la complessa e multiforme struttura socioeconomica e la mobilitazione delle organizzazioni della società civile (sindacati, partiti di massa, la Chiesa), sia stata in grado di rispondere in maniera positiva all’immigrazione. Attraverso la creazione di una rete di interessi e appartenenze comuni con i nuovi arrivati, infatti, è stato possibile dare vita, sia dall’alto (le opere di carità) sia dal basso (le lotte operaie), a un senso di solidarietà e un’identità collettiva tra milanesi e migranti. La storia della reazione all’arrivo dei «nuovi immigrati» degli anni novanta è piuttosto diversa: Petrillo arriva a suggerire che sia stata proprio l’esperienza degli immigrati della prima ondata ad alimentare la conflittualità anziché suscitare in loro un senso di empatia nei confronti dei loro successori stranieri. In un contesto postfordista e di frammentazione sociale, tendono a prevalere atteggiamenti e politiche dichiaratamente opposti all’integrazione. La storia e la memoria spesso diventano solo fardelli da accantonare o di cui bisogna disfarsi.<br />
Se Petrillo si concentra su come la società ospite abbia reagito all’immigrazione e ne traccia un panorama a vasto raggio, il saggio di John Foot sulle coree adotta un approccio microstorico centrato sulla strategia e le scelte degli immigrati. Infatti, esistevano diversi tipi di coree (un fenomeno che riguardava decine di migliaia di persone nell’area milanese), con un unico elemento in comune: si trattava di agglomerati urbani di case costruite dagli immigrati stessi. Come indica il titolo del saggio, «Dentro la città irregolare. Una rivisitazione delle coree milanesi, 1950-2000», l’analisi ha confini spazio temporali ben definiti.<br />
La posizione di Cerchiarello (di cui si propone uno studio approfondito), che sorge su un terreno a metà tra città e campagna, di fianco a un’autostrada e a una raffineria, e la morfologia stessa del «villaggio» e delle sue abitazioni sono legate alla marginalità degli immigrati e alla loro aspirazione a ricreare una comunità, a sentirsi a casa. La misura del passare del tempo è data dalla costruzione delle case, che è graduale, e dai cambiamenti d’uso, che riflettono l’alternanza generazionale e l’invecchiamento degli abitanti originari. La chiusura della raffineria negli anni ottanta e l’arrivo di nuovi immigrati riecheggiano i cambiamenti descritti da Petrillo. L’uso di album fotografici e di interviste registrate evidenzia le qualità specifiche di «luogo» di un fenomeno spesso archiviato come un segno di arretratezza e povertà.<br />
Nel suo contributo su San Salvario, un quartiere centrale di Torino, Laura Maritano analizza il discorso dei membri del Comitato Spontaneo locale per mostrare come gli immigrati stranieri vengano dipinti come elementi pericolosi all’interno della città, forze estranee che devono essere respinte. Il riferimento del Comitato al territorio è letto come il riemergere di un certo essenzialismo culturale legato alla rinascita del nazionalismo storico. Inoltre, è netta la contrapposizione tra una Torino ideale – una città d’arte, di decoro e di vita familiare – e l’immagine di una città contaminata dallo sporco, dal disordine e dal crimine. L’impegno nel Comitato Spontaneo di un ex membro del Partito comunista e il riferimento alla sua esperienza personale di immigrato negli anni sessanta, adotto a giustificarne l’atteggiamento discriminatorio anziché ispirato alla volontà di accogliere i nuovi arrivati, sono un utile corollario delle osservazioni di Petrillo su Milano. </p>
<p><strong>Terza parte: Rinnovamento urbano e modernità problematica</strong> </p>
<p><small>Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!&#8230; Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’Impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri.<br />
(Tommaso Marinetti)</p>
<p>Perché le città sono tanto importanti? Per prima cosa, ci forniscono lo spazio pubblico senza il quale, in questa epoca di telecomunicazioni, la vita pubblica sparirebbe. Il paradigma dello spazio pubblico è la piazza: senza di essa, la città non esisterebbe.<br />
(Richard Rogers)</small></p>
<p>Nell’Introduzione all’edizione del 1980 del suo celebre <em>Architettura della prima età della macchina</em>, Reyner Banham rivolge lo sguardo al passato, agli anni sessanta: </p>
<p><small>Venti anni fa [....] molte delle convinzioni sulle quali si era basato il Movimento moderno erano ancora valide e in buona condizione, e quella che sembrava essere una seconda età della macchina, gloriosa quanto la prima, ci seduceva nei Favolosi Anni Sessanta – la miniaturizzazione, la transistorizzazione, i viaggi in jet e razzi, droghe e una nuova chimica domestica, la televisione e il computer sembravano offrire più del solito, soltanto meglio. Tutto ciò che era stato promesso dalla Prima Età della Macchina, ma non era mai stato propriamente mantenuto, sembrava ora alla portata di ognuno.</small></p>
<p>In queste circostanze Banham poteva ancora sostenere l’importanza e la rilevanza della «rivoluzione delle sensibilità» dei futuristi. Retrospettivamente, però, «l’esaurirsi di quell’entusiasmo lasciò l’International Style capriccioso e inservibile proprio come una vecchia automobile con un serbatoio che si svuota velocemente e nessuna stazione di servizio in vista».<br />
La crisi del modernismo e l’emergere del postmodernismo costituiscono una delle chiavi di volta della periodizzazione di <em>Le città visibili</em>.<br />
Il miracolo economico (solitamente collocato tra il 1958 e il 1963) rappresenta il momento di massimo entusiasmo per l’automobile (simbolo di modernità per eccellenza secondo Marinetti), la costruzione di grattacieli e infrastrutture stradali, la celebrazione del «neocapitalismo». Il grattacielo Pirelli di Gio Ponti del 1960 è considerato l’incarnazione del nuovo spirito per le sue linee geometriche nette, la sua trasparenza e l’uso di nuove tecnologie e materiali. Michelangelo Antonioni ne inserisce alcune immagini nei titoli di testa del film La notte (1960) e Reyner Banham lo elogia su <em>Architectural Review</em>. Torino, nel frattempo, progetta di superare la città rivale con un nuovo Centro Direzionale.<br />
Come dimostrano i contributi «Utopie architettoniche e la “nuova dimensione”» di Mary Louise Lobsinger e «Architettura e modernità nella Milano del dopoguerra» di Arnardóttir, il decennio si aprì con una decisa affermazione del modernismo come ethos e bagaglio teorico.<br />
Il concetto della «nuova dimensione», scrive Lobsinger, fu sviluppato da architetti e teorici in risposta a «una nuova realtà, che sembra rovesciare tutti i modelli prestabiliti nella sua “corsa sfrenata”». All’interno della «nuova dimensione», l’attenzione per le forme architettoniche e la polarizzazione tra la città nel suo intero e le varie parti che la compongono vengono messi da parte a favore di una concezione dell’architettura come «opera aperta» e della città come ambiente in divenire. Il problema, per gli architetti di idee politiche più radicali, era quello di scoprire all’interno di questo impeto di movimento e mobilità il potenziale latente in grado di dare vita a una società più giusta ed equilibrata invece di fermarlo o imprigionarlo in un progetto. Gli architetti del periodo erano affascinati dal modello dell’autostrada del Sole, che nel 1962 collegò Napoli e Milano, e da forme nuove come gli Autogrill Pavesi, che punteggiavano la nuova rete autostradale. Nella sua analisi del concorso per la costruzione di un nuovo Centro Direzionale a Torino, Lobsinger esamina le proposte presentate in rapporto a questa nuova svolta teorica prima di fornire la sua valutazione dell’importanza della «nuova dimensione» alla luce delle critiche contemporanee.<br />
La costruzione della Torre Velasca e del grattacielo Pirelli a Milano e il dibattito che ne derivò precedono questi sviluppi. I due grattacieli appartengono a un momento in cui al centro dell’attenzione c’era ancora il singolo edificio, per quanto valutato nel suo rapporto con il contesto urbano. Tuttavia, le arene su cui si svolgeva il dibattito erano sempre le stesse: le riviste <em>Domus</em>, <em>Casabella continuità</em> e <em>Stile Industria</em>. Nel suo testo, Arnardóttir esamina il milieu culturale, nazionale e internazionale, che univa intellettuali, come Reyner Banham e il filosofo Enzo Paci, e architetti, in particolare Ernesto N. Rogers e Gio Ponti. È interessante notare che Rogers dirigeva <em>Casabella </em>e Ponti <em>Domus</em>.<br />
Le argomentazioni pro e contro i due grattacieli, di conseguenza, diedero vita a un dibattito che andò ben oltre l’ambito locale. Allo stesso tempo, però, si discuteva anche su quale dei due fosse il simbolo della città e delle sue aspirazioni. Il risultato oggi è chiaro: è stato il grattacielo Pirelli di Gio Ponti, e non la Torre Velasca, a diventare sinonimo della Milano degli anni del miracolo economico. L’analisi di Arnardóttir, comunque, si sofferma soprattutto sul linguaggio e le espressioni usate nel corso del dibattito, che vede contrapporsi interpretazioni diverse della modernità e del Movimento moderno.<br />
Il fatto che la Torre Velasca e il grattacielo Pirelli siano stati costruiti è, di per sé, estremamente significativo. Il Centro Direzionale di Torino non venne mai costruito. I grandi progetti di rinnovamento urbanistico furono accantonati a causa della congiuntura economica, ma anche di una crisi di fiducia. Negli anni ottanta si assistette al trionfo di idee di rigenerazione, restaurazione e conservazione: gli anni del boom venivano associati alla speculazione edilizia e alla distruzione dell’ambiente storico e naturale, come aveva denunciato Francesco Rosi nel 1963 nel film <em>Le mani sulla città</em>, ambientato a Napoli. La storia di Napoli e quella di Torino sono diverse sotto molti punti di vista, ma alla fine del XX secolo tra le due città sono emersi interessanti parallelismi, come illustrano i contributi di Robert Lumley e Nicholas Dines. In entrambi i casi si è cercato di inventare una nuova identità per la città, un’identità in cui risultano fondamentali alcuni luoghi della loro storia di capitali di un regno (Napoli ex capitale del regno delle Due Sicilie, Torino ex capitale del regno dei Savoia e prima capitale dell’Italia unita). Entrambe le città, inoltre, hanno proposto un nuovo rapporto tra arte contemporanea e spazi pubblici tradizionali, secondo politiche culturali influenzate da idee postmoderne.<br />
Tuttavia, i due contributi si focalizzano su aspetti molto diversi. Per Dines, il punto privilegiato di osservazione è una piazza, piazza Plebiscito, di cui l’autore analizza la storia, la trasformazione in uno spazio pubblico contemporaneo, i diversi usi e fruitori ai quali è stata aperta e soprattutto i conflitti che hanno attraversato e definito lo spazio e il suo posto a Napoli. Lo studio dello spazio come microcosmo e l’analisi del divario tra uno sguardo «dall’alto» e uno «dal basso» sono basati su metodi etnografici. Per Lumley, il punto di osservazione è un movimento artistico, l’Arte Povera, inteso sia come momento di intensità creativa della vita culturale torinese sia come mezzo privilegiato per trasformare Torino in città d’arte. I protagonisti di questa ondata creativa furono gli artisti, mentre critici influenti, direttori di museo e autorità locali, con il loro sostegno a diverso titolo, contribuirono a istituzionalizzare il movimento con un preciso piano di ingenti stanziamenti pubblici a sostegno dell’arte. Nel caso di Torino, l’arte contemporanea è servita sia per affermare la modernità sia per recuperare un’eredità storica in un momento di crisi per l’identità e l’economia della città. </p>
<p><strong>Quarta parte: Narrazioni urbane «alte» e «basse» </strong></p>
<p><small>Al giorno d’oggi, le semplici distinzioni tra cultura alta e cultura bassa, buon gusto e cattivo gusto, profondità e superficialità, avanguardia e cultura di massa, sono sempre più sommerse sotto un’ondata di connessioni, suggerimenti e significati urbani [...] la conoscenza non è più monumentale e monolitica ma differenziata e nomade.<br />
(Iain Chambers)</small></p>
<p>Gli attributi «alta» e «bassa», quando rapportati alla letteratura o alla cultura, sono quasi del tutto scomparsi dall’uso comune. I cambiamenti culturali ma anche il modo di studiare la cultura, a quanto pare, hanno avuto effetto. Al tempo stesso, però, alcune categorie di giudizio con riferimento ai valori continuano a esistere, pur essendo oggi usate tra virgolette. I tre contributi presentati nella quarta parte alludono a queste distinzioni, o comunque mettono in rilievo la consapevolezza della loro coesistenza. Italo Calvino è chiaramente associato alla Letteratura con la L maiuscola ed è riconosciuto a livello internazionale come uno dei maggiori scrittori europei oltre che italiani.<br />
Giorgio Scerbanenco è considerato essenzialmente un autore di romanzi polizieschi (quelli che in Francia si chiamano <em>noir </em>e in Italia <em>gialli</em>) ed è conosciuto da un ampio pubblico di lettori. La «letteratura italiana dell’immigrazione», invece, non è (ancora) associata a nomi di rilievo e non è un genere consolidato, ma un genere emergente. Tra questi tipi di narrazione, probabilmente quella di Scerbanenco fa più esplicitamente riferimento all’ambiente urbano. Esse, però, offrono un punto di vista diverso non solo perché impiegano strategie narrative diverse, ma anche perché appartengono a momenti diversi: gli anni sessanta nel caso di Calvino e Scerbanenco, gli anni novanta nel caso degli scrittori immigrati.<br />
Il Calvino del saggio di Claudia Nocentini deve ancora scrivere <em>Le città invisibili</em>. È un Calvino osservato durante il periodo formativo della sua carriera, a partire dall’arrivo a Torino nel 1941. Nocentini ripercorre i mutamenti del suo rapporto con la città da quel momento fino ai racconti dei primi anni sessanta ambientati a Torino, analizzando, oltre alla sua produzione letteraria, anche il suo lavoro di editor per la Einaudi. Il contributo rivela il divario tra il fascino esercitato su Calvino dagli operai e dalla cultura industriale di Torino e i suoi tentativi di rappresentarli letterariamente, dimostrando come lo scrittore riesca a trovare la propria voce solo rinunciando al realismo sociale. Con gli ultimi racconti del ciclo di Marcovaldo, la «città-prigione» è sostituita dalla città come «luogo di incontri casuali con oggetti inattesi» e come «aggregato eterogeneo di persone». Inoltre, per Calvino, cosmopolita culturale incapace di restare troppo a lungo nello stesso posto, Torino conduce ad altre città e altri mondi.<br />
Giuliana Pieri scrive che nei romanzi di Scerbanenco Milano è «la città noir per eccellenza: una città di dolore, sofferenza, solitudine, isolamento e violenza estrema». Tuttavia, questa Milano dovette essere creata dall’autore, visto che negli anni sessanta si parlava ancora di Milano «come se finisse a Porta Venezia» e come se la gente «non facesse altro che mangiare panettoni o <em>pan meino</em>». Scerbanenco disegna una nuova geografia del crimine, collocata in periferia anziché nel centro storico, una geografia che segue la nuova mappa dell’industria e dell’urbanizzazione. Il suo modo di raccontare il crimine, afferma Pieri, servì a smascherare il falso ottimismo e l’ipocrisia dell’Italia del boom.<br />
Scerbanenco, che non a caso aveva ambientato i suoi primi gialli a Boston, voleva trasformare Milano in qualcosa di simile a Marsiglia, Chicago o Parigi.<br />
Un senso di nostalgia per la metropoli e la cultura metropolitana in Italia era ampiamente presente in forma di evocazione di modelli stranieri, soprattutto americani. Scerbanenco fu probabilmente molto influenzato dalla narrativa americana <em>hard boiled</em>, come le utopie architettoniche dovevano molto alla teoria e alla pratica degli Stati Uniti.<br />
Tuttavia, si può affermare che solo negli anni novanta le città italiane hanno cominciato ad acquisire alcune caratteristiche della metropoli moderna. È soprattutto l’immigrazione da ogni parte del mondo, dal Marocco e dalla Tunisia allo Sri Lanka, dalle Filippine alla Russia, per non parlare dell’Europa orientale, a segnalare che è in atto un mutamento storico. In «Città immaginarie», Sandra Ponzanesi mostra che i nuovi immigrati non sono più solamente oggetto del discorso della stampa, della televisione e degli altri media (come si è visto nella seconda parte), ma sono ormai soggetti, «io» a pieno titolo delle loro stesse narrazioni. E queste narrazioni forniscono un punto di vista alternativo non solo di «come le cose sono realmente», compresa l’esperienza del razzismo, ma di «come dovrebbero essere».<br />
Per Ponzanesi, la letteratura dell’immigrazione (all’interno della quale sceglie tre romanzi di fine anni novanta) rivela una particolare sensibilità spaziale nei confronti della città. <em>Flâneur</em> più per circostanza che per scelta, il protagonista di <em>Io venditore di elefanti </em>di Pap Khouma è in costante movimento; «spesso, più che concentrarsi sulla città, la descrizione si sofferma sullo spostamento tra due città, sulla strada tra una festa popolare e l’altra, tra una spiaggia e l’altra, sul trasferimento da una pensione all’altra». <em>Sette gocce di sangue</em> racconta l’esperienza della città attraverso lo sguardo di donne lacerate tra culture diverse e consapevoli della loro visibilità. Qui, anche l’integrazione e l’emarginazione sono viste come un difficile problema di scelta e compromesso a livello individuale. La città funziona come «la rifrazione di processi globali di sincretismo oltre che della moltiplicazione delle differenze».</p>
<p><strong>Quinta parte: Zone grigie: la città e il cinema </strong></p>
<p><small>Spesso la nostra percezione della città non è distinta, ma piuttosto parziale, frammentaria, mista ad altre sensazioni.<br />
Praticamente ogni nostro senso è in gioco e l’immagine è l’aggregato di tutti gli stimoli.<br />
(Kevin Lynch)</small></p>
<p>I contributi di Enrica Capussotti e Abele Longo si occupano rispettivamente di Milano nei primi anni sessanta e Palermo nella seconda metà degli anni novanta: Milano, «lo spazio visivo della modernità», Palermo, «una terra desolata» in stile postmoderno. Il cinema è forse il mezzo di comunicazione che ha contribuito, più di ogni altro, a modellare il paesaggio urbano, immaginario o documentato, che nel corso del tempo ha alimentato la nostra idea dell’aspetto caratteristico della città italiana. Ma in questi studi viene adottata una prospettiva insolita: l’immaginario dominante associato a città come Roma, Firenze e Venezia è del tutto assente e, al suo posto, c’è un «viaggio nel tempo» lungo l’autostrada del Sole, da Nord a Sud, che evita i centri storici e le immagini da cartolina.<br />
Capussotti si concentra sulla neonata cultura giovanile ed esamina, utilizzando un’ampia gamma di testi (film, riviste, stampa), quelle reazioni alla modernità e alla modernizzazione che Umberto Eco avrebbe definito «apocalittiche» e «integrate», termini che l’autrice sta ben attenta a contestualizzare. La sceneggiatura di un film, Milano nera, scritta da Pier Paolo Pasolini durante un soggiorno di «venti atroci giorni» in città, costituisce il punto di partenza della descrizione che Capussotti fa dell’appropriazione italiana del rock’n’roll e del panico morale dei commentatori politici e culturali. La reazione viscerale di Pasolini alla «nevrosi collettiva» dilagante a Milano (da lui paragonata alla situazione di New York, Londra e del Nord Europa) è collegata alla critica del «neocapitalismo» incarnata dalla sua visione della realtà urbana con le sue «rovine di vecchie case sventrate» lungo canali abbandonati messi in risalto da «giganteschi diamanti», i grattacieli di uffici che si vedono in lontananza.<br />
Significativamente, sono proprio le rovine, i terreni desolati e gli spazi indeterminati dei film di Pasolini di fine anni cinquanta e inizio anni sessanta a entrare nel linguaggio del cinema e a venire usati per descrivere la condizione urbana contemporanea. Longo vede <em>Uccellacci e uccellini</em> come il «modello principale della città-testo» dell’opera di Ciprì e Maresco, che portano «all’estrema conclusione naturale» l’idea del «genocidio della cultura contadina» e rendono «la campagna urbanizzata» o la «città che si espande senza regole» la caratteristica specifica dei loro film. Longo mette in relazione due film, <em>Lo zio di Brooklyn </em>e <em>Totò che visse due volte</em>, con la storia del cinema (specialmente con film di autori meridionali e sul meridione), ma anche con la mutevole topografia della «vera» Palermo. Ma i corpi hanno la stessa importanza dei luoghi. È il loro rapporto a costituire il panorama urbano: «luoghi e corpi divengono parte dello stesso paesaggio apocalittico. La loro è una città vuota, abbandonata, persa nel tempo, priva di donne e bambini e abitata da surreali relitti umani che vivono ai margini».<br />
Queste indicazioni sono, ovviamente, semplici istruzioni per l’uso che possono essere seguite oppure no. Avremmo potuto decidere di organizzare il libro in modo diverso, per esempio suddividendo i testi in base al periodo trattato o ad altri temi. Consigliamo di accostarsi alla lettura come se si trattasse di una camminata per la città, liberi di fare collegamenti e associazioni a seconda del saggio o dell’ordine in cui si affronta la lettura. Senza trascurare, ovviamente, le immagini e il loro rapporto con il testo scritto. Insomma, <em>Le città visibili </em>è pensato per aggiungere ulteriori quesiti a quelli formulati dall’instancabile Marco Polo di Calvino. </p>
<p><strong>LE CITTÀ VISIBILI<br />
Spazi urbani in Italia, culture e trasformazioni dal dopoguerra a oggi</strong></p>
<p>Traduzione di Francesca Maioli</p>
<p>A cura di Robert Lumley e John Foot</p>
<p>Introduzione. Indicazioni, di Robert Lumley e John Foot </p>
<p><strong>Uno sguardo generale </strong></p>
<p>1. Attraverso lo specchio. Studi e ricerche sulla città italiana contemporanea (1973-2002), di Sergio Pace </p>
<p><strong>L’immigrazione: città vecchie, identità nuove </strong></p>
<p>2. La Piccola Mela: Milano città d’immigrazione, di Gianfranco Petrillo<br />
3. Dentro la città irregolare. Una rivisitazione delle coree milanesi, 1950-2000, di John Foot<br />
4. Immigrazione, nazionalismo e concezioni discriminatorie di luogo a Torino, di Laura Maritano </p>
<p><strong>Rinnovamento urbano e modernità problematica</strong> </p>
<p>5. Utopie architettoniche e la «nuova dimensione». Torino negli anni sessanta, di Mary Louise Lobsinger<br />
6. Architettura e modernità nella Milano del dopoguerra, di Halldóra Arnardóttir<br />
7. Torino dopo l’Arte Povera. Una nuova città d’arte, di Robert Lumley<br />
8. Spazi pubblici contesi. La creazione di una nuova immagine per Napoli e il caso di piazza del Plebiscito, di Nicholas Dines </p>
<p><strong>Narrazioni urbane «alte» e «basse» </strong></p>
<p>9. Calvino a Torino. La scrittura e l’attività editoriale, di Claudia Nocentini<br />
10. La città e il crimine nei gialli di Giorgio Scerbanenco, di Giuliana Pieri<br />
11. Città immaginarie. Spazio e identità nella letteratura italiana dell’immigrazione, di Sandra Ponzanesi </p>
<p><strong>Zone grigie: la città e il cinema </strong></p>
<p>12. Soggetti e luoghi della modernità: giovani e Milano negli anni cinquanta, di Enrica Capussotti<br />
13. Palermo nei film di Ciprì e Maresco, di Abele Longo </p>
<p><strong>PAESAGGIPOSTINDUSTRIALI </strong></p>
<p>14. Adriati-città. Un paesaggio postindustriale, di Pippo Ciorra </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/28/le-citta-visibili/">Le città visibili</a></p>
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		<title>Abusare è bello</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Feb 2007 06:36:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
<strong>di Mauro Baldrati<br />
</strong><br />
Qualche giorno fa un’amica mi ha chiesto di accompagnarla all’incontro con un’agenzia immobiliare per visionare una proposta edilizia. Poiché lavoro nel settore, (non nel mercato immobiliare, ma in urbanistica), potevo osservare, consigliare.<br />
Così siamo andati nella sede dell’agenzia, un loft spazioso, luminoso, ben progettato, dove ci ha accolto un agente immobiliare dall’aria stanca e dai modi affabili.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/02/17/abusare-e-bello/">Abusare è bello</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/02/abusare-e-bello450.png" id="image3334" alt="abusare è bello - foto di Mauro Baldrati" /><br />
<strong>di Mauro Baldrati<br />
</strong><br />
Qualche giorno fa un’amica mi ha chiesto di accompagnarla all’incontro con un’agenzia immobiliare per visionare una proposta edilizia. Poiché lavoro nel settore, (non nel mercato immobiliare, ma in urbanistica), potevo osservare, consigliare.<br />
Così siamo andati nella sede dell’agenzia, un loft spazioso, luminoso, ben progettato, dove ci ha accolto un agente immobiliare dall’aria stanca e dai modi affabili. Ci ha fatto accomodare in una saletta con un tavolo dal ripiano di vetro e ha tirato fuori una serie di disegni da una cartellina.<br />
Io conoscevo a grandi linee l’intervento di cui stava parlando: alcune palazzine di appartamenti – tre, di sei appartamenti ciascuna – situate sui colli di una cittadina dell’area metropolitana di Bologna. <span id="more-3333"></span><br />
Subito l’agente immobiliare ha iniziato a spiegare la complicatissima situazione patrimoniale: si trattava di liquidare i soci di una cooperativa che aveva presentato il progetto, con circa 150.000 euro; poi, a concessione rilasciata, sarebbero iniziati i lavori, per un totale di circa 300.000 euro, da sommare ai 150.000. C’erano molti “circa”, così ho chiesto: “ma il progetto è stato approvato”? E lui: “no”. Allora io, sapendo che si trattava di un piano particolareggiato (cioè un progetto concordato col comune subordinato a una convenzione che prevede varie clausole), ho chiesto: “e la convenzione? E’ stata sottoscritta”? E lui: “no”. Dunque, come purtroppo spesso accade, si vendeva un’idea, una serie di parole, in cambio di denaro sonante. E’ un’abitudine diffusa presso gli immobiliaristi, si mettono in vendita appartamenti – anche con roboanti annunci sulle riviste specializzate – non ancora concessionati. E i problemi non mancano mai. Per esempio, fino al 2005 in Comune di Bologna era possibile, per un “buco” nel regolamento edilizio, effettuare il cambio di destinazione d’uso di unità immobiliari in zone produttive verso l’abitativo. L’abitazione in zona artigianale-industriale è incompatibile, per i problemi che tutti possono immaginare: rumore, odori ecc. Però presentando due pratiche distinte, una prima che prevedeva uffici – già progettati secondo la configurazione abitativa – cui faceva seguito una seconda che trasformava gli uffici in abitazioni (dopo la fine lavori della prima), era possibile aggirare l’ostacolo. I costruttori quindi hanno iniziato a rastrellare la città acquistando capannoni e laboratori dismessi, che venivano immediatamente trasformati in palazzi per uffici, spesso monolocali. Un’invasione di uffici, decine e decine di uffici. Poi, la giunta Cofferati ha bloccato tutto, con una variante al regolamento che ha di fatto vanificato il doppio cambio d’uso. Molti costruttori quindi si sono trovati a lavori iniziati con una quantità di uffici, alcuni già venduti come appartamenti, altri non ancora venduti – invendibili. Furiosi, hanno assoldato avvocati superaggressivi che hanno inondato il TAR di ricorsi. Molti cittadini però intanto hanno comprato un ufficio con l’opzione – promessa dall’immobiliarista – “possibilità di trasformarlo in abitazione”, bloccata.<br />
Ma torniamo alla nostra piccola vicenda. Alquanto perplesso da quella intricata situazione patrimoniale, intanto che la mia stordita amica continuava ad ascoltare l’agente immobiliare, ho guardato i disegni. I progetti non erano malvagi, erano firmati da uno stimato architetto bolognese. Però ho notato in un attico una scala di cui non capivo la funzione. “Scusi” ho chiesto, “dove porta questa scala?”.  L’agente immobiliare ha ammiccato e ha detto: “vede come è alto il soffitto? Oltre 4 metri. Si può fare un bel soppalchino”. Un soppalco. Ma non disegnato nel progetto. Strano, perché nei piani particolareggiati la superficie viene sfruttata fino all’ultimo centimetro quadrato; era alquanto improbabile la sua realizzazione. Infatti alla mia domanda: “ma si può fare?” lui ha risposto “Eh, no”. E io: “ah. Così sarebbe un abuso”. E lui, improvvisamente allegro: “beh, sì, ma sa, a progetto approvato uno in casa propria&#8230;” Dunque nelle parole, nell’idea, era contenuto un abuso, e l’architetto aveva progettato l’appartamento già predisposto. Poi, con aria di complicità, l’agente immobiliare ha detto: “sa, prima o poi viene un bel condono e si mette tutto a posto”.<br />
Già. Ormai la cultura dei condoni – edilizi, fiscali – diffusa a piene mani dall’ex ministro Tremonti, è passata a livello di massa. Quante volte, parlando con un cittadino che non poteva sanare in via ordinaria (ma solo con una salata sanzione) un abuso in casa sua, la risposta è stata: “non possiamo aspettare un po’? Dicono che deve uscire il condono&#8230;”. La cultura di massa del condono è oltremodo distruttiva, rade al suolo la già scarsa cultura della legalità che caratterizza il nostro paese.<br />
L’abuso diviene la norma, perché la legge è aria fritta, la legge contiene al suo interno un codice segreto – il meccanismo per aggirarla – che la vanifica nell’atto stesso della sua promulgazione.</p>
<p>[Nota: la foto è di Mauro Baldrati, che mi scrive: <em>"Metto anche una foto, che forse non c'entra nulla, anche se la mia teoria è che il rapporto testo-immagine non deve per forza essere diretto, ma vi sono corrispondenze talvolta nascoste, indirette. Questa è stata scattata in una cava abbandonata di Milano (quartiere Lorenteggio), un posto metafisico che usavo spesso come scenario (chissà se esiste ancora). La ragazza era un'attrice della compagnia di Strehler, col costume di scena di un personaggio punk; a me piace accostarla al titolo"</em> - JR]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/02/17/abusare-e-bello/">Abusare è bello</a></p>
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