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	<title>Nazione Indiana &#187; editori</title>
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		<title>L&#8217;uomo veloce (2a parte)</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 09:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p>Provai altre volte durante quel mese di agosto a incontrare l&#8217;uomo veloce, altri sabati mattina, altre domeniche, mi piazzavo all&#8217;ingresso del paese, dove soleva passar lui, salutavo le macchine, e speravo: ora spunta, ora arriva. Cosa ci fai che ora passa?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/27/luomo-veloce-2a-parte/">L&#8217;uomo veloce (2a parte)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-26690" title="2008. Bello  impossibile-La sconfitta delle idee, cm 100x100, olio e acr. su tela.rid" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/2008.-Bello-impossibile-La-sconfitta-delle-idee-cm-100x100-olio-e-acr.-su-tela.rid_-150x150.jpg" alt="2008. Bello  impossibile-La sconfitta delle idee, cm 100x100, olio e acr. su tela.rid" width="150" height="150" />Provai altre volte durante quel mese di agosto a incontrare l&#8217;uomo veloce, altri sabati mattina, altre domeniche, mi piazzavo all&#8217;ingresso del paese, dove soleva passar lui, salutavo le macchine, e speravo: ora spunta, ora arriva. Cosa ci fai che ora passa?<br />
Un giorno corsi a casa, nel vicolo, andai al bagno ( è l&#8217;emozione, mi sono detto ) e dopo essermi lavato le mani con un ottimo sapone, perché speravo di stringere la sua di mano, sono uscito di corsa, ho chiesto al vecchio mezzo sordo seduto sul gradino:<br />
&#8221; Dì, è mica passato l&#8217;uomo veloce ? &#8221;<br />
&#8220;Passi veloce? &#8221; gridò.<br />
Gli spiegai chi intendevo, l&#8217;uomo che possedeva non so cosa, come lo chiamava lui, se era passato, e il vecchio disse di sì, non erano più di due minuti che era passato, a quest&#8217;ora era ormai al fondo del paese, disse. Ha la gamba buona. Erano passati anche due Testimoni di Geova, disse.<br />
Non l&#8217;avrei mai più raggiunto&#8230; potevo fare una cosa, non mi restava altro, potevo tagliare giù per una mulattiera dalla chiesetta, attraversare il ponte romanico e risalire il costato di fronte, tra vigne subito e ulivi a mezza costa.<span id="more-26579"></span><br />
Sperando che al fondo del paese l&#8217;uomo veloce imboccasse il sentiero che lo costringeva a venirmi incontro.<br />
Mentre ragionavo, e risalivo di corsa tra odori di verderame, poi all&#8217;ombra degli ulivi e raggiunsi lo sterrato, aspettai, respirando a lungo, sudato, mi sedetti su un ceppo. Avevo fatto anche troppo in fretta.<br />
Venti minuti. Ora deve passare, se ha scelto questo sterrato, ora passa. Ora ti appare dalla curva nel riverbero, ti sembrerà un gioco della luce e aspetterai che non lo sia, che si avvicini, lo riconoscerai, ti farai trovare preparato&#8230; Mi mossi, andai incontro alla curva. Non appariva&#8230; Neanche dietro la curva. Camminai ancora, veloce. Ha preso un altro sterrato, capii. Al fondo del paese poteva prendere questo o tre altri sterrati. E ha preso un altro sterrato&#8230; Ma poi vidi un uomo al fondo, e vidi che era lui, non poteva che esserlo, vestito di pantaloncini chiari e maglietta e cappellino&#8230; Ti viene incontro, mi veniva incontro sì, veloce, come se avesse da dirmi qualcosa. Io rallentai, dissimulando, mi fermai a guardare le piante come faceva mio padre per vedere se avevano olive e mi chiedeva: &lt;&lt; Ne hanno? Io son mezzo orbo&#8230; &gt;&gt; Mi piazzai mezzo de côté come aspetta il torero. Sentivo le sue scarpe da ginnastica mordere la polvere, senza fiatone, mentre io avrei voluto rinfrescarmi, bere dell&#8217;acqua, prepararmi la voce&#8230;<br />
&#8221; Buon giorno! &#8221;<br />
&#8221; Uee, buondì a lei! &#8221; e passò.<br />
&#8221; Senta.&#8221;<br />
Si fermò, si voltò e capì. Forse sapeva da tempo che lo tenevo d&#8217;occhio.<br />
Mi sembrò che avesse sorriso anche.<br />
Buttai giù la saliva e parlai. &#8221; Senta, mi chiamo m. m. e sono uno scrittore.&#8221; Mollai le braccia.<br />
&#8221; Uee &#8221; disse.<br />
&#8221; Ma lei é torinese o milanese? &#8221; Non rispose e allora ripresi: &#8221; Sì, ho pubblicato con piccole case.&#8221;<br />
E gli spiegai tutto, testa inclinata. Anzi non gli spiegai nulla, non so cosa gli dissi, avevo il fiatone.<br />
Mentre parlavo avevo l&#8217;impressione che la sua scarpa da ginnastica neanche troppo cara, all&#8217;apparenza, fosse puntellata alla terra battuta, pronta ad arrancare, appena avessi terminato.<br />
Quando sciaguratamente mollai la presa e ripetei annuendo: &#8221; Sì, scrivo cose del genere, cose liguri&#8230;&#8221; L&#8217;uomo veloce mi scappò come un&#8217;anguilla.<br />
&#8221; Bene, continui e complimenti&#8221;, disse mentre andava.<br />
Lo persi.<br />
Ma ero pronto. &#8221; L&#8217;accompagno un pezzo,&#8221; dissi.<br />
Accorciò il collo.<br />
Salimmo tra le piante, nell&#8217;ombra bionda degli ulivi, attraversando certi terreni che erano miei, glielo dissi, indicandoglieli col mento: &#8221; Son miei.&#8221;<br />
&#8221; Uee!&#8221;<br />
Passata una costiera desolata, gli insegnai una cosa.<br />
&#8221; Vede quelle fosse, una volta là dentro c&#8217;erano gli ulivi col ceppo, tipo dente con la radice&#8230;&#8221; Lo guardai perché apprezzasse le mie metafore. &#8221; Durante la Grande guerra le olivette sono state tagliate per rifornire il fronte di legna.&#8221;<br />
Mi sembrava che avesse fatto un gesto, guardavo altrove, la frana della collina di fronte. Cercavo cose da dirgli, che facessero effetto. &#8221; Qui frana tutto, &#8221; mi inventai.<br />
Nascose il collo come prima.<br />
&#8221; Frana davvero tutto ? &#8221; disse.<br />
&#8221; Non vede là? &#8221; Feci segno col mento la fiancata di fronte, ingabbiata dal ferro, che conteneva le falesie crepate.<br />
&#8221; Si stacca tutto, lastre che seppellirebbero una macchina, d&#8217;inverno l&#8217;acqua scava, una volta era condotta nei beudi, i beudi venivano puliti e arrivava al torrente senza danni. Ora non vede&#8230; rovi, beudi otturati, l&#8217;acqua sfoga tutta in un punto demolendo i muri. Restano le rocce nude, d&#8217;estate il sole le cuoce e le stacca come denti senza gengive&#8230;&#8221; dissi con immenso sforzo.<br />
Mi fermai un istante perché notasse la mia faccia pietosa, la faccia che fa uno scrittore quando parla di frane, ma l&#8217;uomo veloce tirò dritto e dovetti corrergli appresso. A quel punto sì, mi guardò, credo come per chiedermi fin quando l&#8217;avessi seguito.<br />
&#8221; Le mostro un segreto, una cisterna sotterranea, una peschiera medievale, dove gli abitanti raccoglievano l&#8217;acqua. &#8221;<br />
&#8221; C&#8217;era un villaggio qui ? &#8221;<br />
&#8221; Dietro quel pietraio, ci sono ancora degli archi&#8230; lo vuol vedere? &#8221;<br />
&#8221; No, non importa &#8221;<br />
Camminava veloce, due passi davanti a me. Quel non importa avrebbe fatto rassegnare qualsiasi, io invero, un mezzo passo lo persi e l&#8217;uomo veloce se ne accorse distanziandomi.<br />
Gli corsi di nuovo al fianco. &#8221; Le faccio vedere la peschiera.&#8221;<br />
&#8221; E&#8217; lontana ? &#8221;<br />
&#8221; Dietro il costone, è sulla strada che fa lei per tornare alla villa&#8230;&#8221;<br />
Ci arrivammo, lo invitai a passare tra i rovi, in un sentiero di erba pesta, e tra muri che dovevano esser stati muri di case, di castelli, di caserme, di galere, dalle pietre angolari lavorate, arcate di case ancora in piedi che assomigliano anche loro a denti senza più gengive, ripetei ritenendola una metafora incredibile, una delle mie migliori, e nel mentre dovevo cercarne altre, tante cose da dire, la parola che teneva in piedi immagini, come le costruzioni medievali che gli mostravo tenute in piedi solo dall&#8217;edera. Ti stai giocando tutto.<br />
Spostai una lastra di pietra in un angolo, e lo chiamai. Venne a vedere, sporgendosi guardingo, temendo gli facessi qualche brutto scherzo.<br />
&#8221; Ci vorrebbe la pila, ma è una cisterna,&#8221; dissi.<br />
Dal buio usciva un odore di medioevo e muschio e dopo un po&#8217; che gli occhi guardavano il buio si poteva intuire la profondità della cisterna, che era di parecchi metri. Una grande stanza sotterranea. Col piede feci scendere una scaglia e si sentì il tonfo.<br />
Rimisi a posto la lastra.<br />
&#8221; Ma un giorno o l&#8217;altro spariscono anche queste pietre. &#8221; Gli spiegai che ci venivano coi trattori a fregarsi le pietre angolate, quelle picchettate, le rubavano di giorno, alla luce del sole, le usavano per fare i muri dei giardini dei turisti, le Belle Arti non lo sapevano neanche dell&#8217;esistenza di questi villaggi sepolti. Parlavo con quel senso di responsabilità che mi dava il mio status di scrittore, lui se ne accorse, mi vide mezzo smarrito e mi salutò, disse che adesso doveva andare. Lo salutai, porsi la mia mano lavata col sapone, ma la vidi sporca di sangue, graffiata da qualche rovo e la ritirai. Tirò indietro velocemente anche lui.<br />
Ti ha detto di mandare, mi ripetevo tornando a casa veloce. Era stato prima di sporgerci a guardare la cisterna. Gli avevo chiesto come fare per pubblicare con una di quelle incredibili case editrici legate al suo nome.<br />
Ue! mandi pure, mi aveva detto, mandi a me, poi io giro a X.<br />
Non mi disse che avrebbe letto. L&#8217;uomo veloce non leggeva, avrebbe dato a leggere ad altri, a X, ma X, costretto a leggere, non l&#8217;avrebbe fatto come se si trattasse delle solite cose, ma di cose che gli erano giunte per mano dell&#8217;uomo veloce. Questo mi dicevo.<br />
Il paese, il vicolo, le case, le macchine che passavano e mi salutavano, mi sembravano così necessarie quel giorno, tutto mi sembrava giusto, logico, tutto ciò che aveva costituito la mia storia, era stato perché oggi io incontrassi l&#8217;uomo veloce e ricevessi da lui il permesso di mandare.<br />
L&#8217;estate era terminata. Non avevo più visto l&#8217;uomo veloce, non l&#8217;avevo più cercato. Sapevo bene cosa dovevo fare, e quando tornai in Olanda feci le fotocopie del mio ultimo lavoro e lo mandai all&#8217;uomo veloce. Si trattava del racconto lungo che narrava di un cane e del viaggio che faceva attraverso gli ulivi, costeggiando il guardrail, per giungere al mare.<br />
Continuai a scrivere altre storie, ne ripresi altre che avevo abbandonato, recuperai entusiasmo. La sera alle cinque chiamavo l&#8217;ufficio sul porto e se l&#8217;indomani c&#8217;era lavoro andavo a scaricare il pesce dalle barche, altrimenti mi fregavo le mani e mi mettevo a scrivere storie. Ne avevo trovato di buone, piene di parole che assomigliavano davvero al filo spinato del muro di cinta di Villa Scenchi. Storie che gli piaceranno, mi dicevo. Vedrai&#8230;<br />
L&#8217;autunno durò molto poco e l&#8217;inverno portò notti lunghissime. Le storie che scrivevo ora avevano l&#8217;aspetto di certe narrazioni russe, lente, noiose a tratti, e lunghe quanto gli inverni russi.<br />
Dalla ditta ammiraglia a cui avevo mandato, risposte non ne giunsero mai. Andavo al mare, spazzato dal vento nordico, la sabbia finissima volava via sulla lastra di ghiaccio che era la spiaggia, la marea lasciava a riva spazzatura, corde, legname, cadaveri di molluschi. Non rispondono, mi dicevo. Non seppi più nulla.<br />
E un giorno mi decisi a chiamare. Telefonai direttamente alla holding presieduta dall&#8217;uomo veloce.<br />
Il centralino mise una musica, dopo qualche istante mi passarono una segretaria, dissi che volevo parlare con l&#8217;uomo veloce, che chiamavo dall&#8217;Olanda, che avevo pochi soldi, e dissi, poiché mi fu chiesto, che gli volevo parlare perché ero scrittore ed era stato l&#8217;uomo veloce, durante uno dei nostri incontri sotto gli ulivi, a parlare di massimi sistemi, a chiedermi di mandare le mie cose in lettura. La segretaria disse attenda, mise un&#8217;altra musica e dopo un minuto prese la parola un&#8217;altra donna, mi chiese cosa desideravo. Dissi che l&#8217;avevo appena detto alla sua collega, desideravo parlare all&#8217;uomo veloce, spiegargli chi ero, ricordargli che m&#8217;aveva detto di mandare e avevo obbedito, che ero quello che incontrava l&#8217;uomo veloce sotto gli ulivi, lo scrittore.<br />
La donna disse che l&#8217;uomo veloce non c&#8217;era, era in America. Bene, dissi, quando tornava volevo parlargli. Bene, disse. Quando tornava? chiesi. La prossima settimana, disse. Bene.<br />
Telefonai dopo una settimana, ci vollero di nuovo dodici minuti di telefono per parlare alla stessa segretaria. L&#8217;uomo veloce delegava lei, disse la segretaria. Bene, dissi. Allora volevo sapere se le mie cose erano giunte, se le avevano lette. Quali cose, mi disse la signora.<br />
Avevo mandato un racconto cagnesco, dissi. Non era giunto nulla, disse. Nulla di cagnesco, dissero dopo altri dodici minuti passati, immagino, a cercare.<br />
Rimandai il racconto. Ritelefonai. Sì, ora era giunto, disse la segretaria. Lo mandavano a X in lettura.<br />
Ma dopo due mesi, X, col quale non riuscii mai a parlare, mi fece sapere attraverso una sua segretaria, che il mio cane s&#8217;era perso, non gli era mai giunto. Ero sicuro di aver mandato?<br />
Telefonai alla segretaria dell&#8217;uomo veloce e spiegai che il mio cane non era mai giunto a destinazione. Dissi che l&#8217;inverno era passato, ora le giornate in Olanda erano molto belle, ma a me facevano schifo perché io avevo spedito il cane all&#8217;uomo veloce perché giungesse a X. Invece il cane si era perso. Mi passi l&#8217;uomo veloce, dissi. E&#8217; in vacanza in Liguria, a Luvaira, disse.</p>
<p>(Immagine: Gaetano Vari, <em>Bello impossibile &#8211; La sconfitta delle idee</em>, olio e acrilico su tela, 100&#215;100 cm)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/27/luomo-veloce-2a-parte/">L&#8217;uomo veloce (2a parte)</a></p>
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		<title>L&#8217;uomo veloce (1a parte)</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 09:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p>Era ormai di spalle. Mi era passato davanti e l&#8217;avevo guardato come si guardano i turisti, abbassando il capo in saluto. Era estate, l&#8217;uomo veloce portava pantaloncini corti e maglietta, scarpe da ginnastica, un cappellino chiaro. Un turista qualsiasi, le 11, circa, di un mattino neanche troppo caldo: il sole aveva aggirato il costone e cominciava a esercitarsi sugli asfalti e gli intonaci del vicolo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/25/luomo-veloce-1a-parte/">L&#8217;uomo veloce (1a parte)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-26687" title="2009, Vite Parallele, cm 100.100, olio e acrilico su tela_rid" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/2009-Vite-Parallele-cm-100.100-olio-e-acrilico-su-tela_rid-150x150.jpg" alt="2009, Vite Parallele, cm 100.100, olio e acrilico su tela_rid" width="150" height="150" />Era ormai di spalle. Mi era passato davanti e l&#8217;avevo guardato come si guardano i turisti, abbassando il capo in saluto. Era estate, l&#8217;uomo veloce portava pantaloncini corti e maglietta, scarpe da ginnastica, un cappellino chiaro. Un turista qualsiasi, le 11, circa, di un mattino neanche troppo caldo: il sole aveva aggirato il costone e cominciava a esercitarsi sugli asfalti e gli intonaci del vicolo.<br />
Passò e forse abbassò il capo pure lui. Io non salutavo per vedere se mi restituivano il saluto, ma lo facevo automaticamente. Me l&#8217;aveva insegnato mia madre: si saluta sempre nella vita e non si sbaglia mai.<br />
Passò e si diresse verso Luvaira.<br />
L&#8217;avrei rivisto sempre vestito così. Era la sua divisa delle vacanze. Tranne qualche volta d&#8217;inverno che l&#8217;incontrai col cappotto e un ombrello credo.<span id="more-26576"></span><br />
Io durante l&#8217;inverno al paese venivo di rado. Ritrovavo la Liguria solo in estate, gli sguardi e l&#8217;immenso piacere che sentivo nell&#8217;obbedire a mia madre: salutare la gente; lui invece penso che venisse regolarmente anche durante la brutta stagione. Forse aveva molte case di vacanza. Non glielo chiesi mai.<br />
Per lui venire in vallata significava neanche quattro ore di macchina, credo che avesse l&#8217;autista, un giorno li avrei visti su di una Audi blu, di quelle molto grosse. Per me invece venire d&#8217;inverno era quasi impossibile, vivevo in Olanda, lavoravo saltuariamente sul porto a scaricare o traducevo atti di ufficio per avvocati, dichiarazioni di piccoli spacciatori e trafficanti italiani e spagnoli, ai quali facevo da interprete durante i processi.<br />
Venire in Liguria durante l&#8217;inverno, malgrado al paese possedessi una casa e una legnaia, era un azzardo. Se il tempo era bello trovavo sempre qualche giornata in campagna, bruciare sterpaglia e ramaglia di ulivi potati, alzare le reti, dai contadini, a impastare cemento e passar le pietre per rialzare qualche muro caduto. Ma se pioveva tiravo la cinghia, andavo a fregare un po&#8217; di cachi e aranci negli orti.<br />
Quel giorno d&#8217;estate, verso le 11, ero seduto sul gradino del vicolo, accanto a un vecchio. Il vecchio mi diede di gomito, e fece segno col mento. Siccome era abbastanza sordo, disse forte:<br />
&#8221; Quello che hai salutato è il padrone di non so cosa. &#8221; E mi disse il nome.<br />
L&#8217;uomo sentì sicuramente perché accorciò il collo.<br />
Attesi una manciata di secondi, il tempo di fare allontanare un altro po&#8217; l&#8217;uomo e quando sicuramente non poteva più sentirci, dissi al vecchio:<br />
&#8221; Cosa mi dici ? &#8221;<br />
&#8221; Non lo sapevi? Ha comparato la villa dei Scenchi, a Luvaira, sai quella col parco?&#8221;<br />
&#8220;Come no, ci passavo sempre d&#8217;inverno al ritorno da scuola, il pomeriggio tardi&#8230;&#8221;<br />
&#8221; Sei passato? &#8221;<br />
&#8221; Niente&#8230; E viene in ferie? &#8221; dissi forte.<br />
&#8221; Gli piace camminare, fa avanti indietro la mattina, ogni tanto se la spacca per le terrazze, prende la mulattiera da qui e va a uscire a Carpasio. Ogni tanto si ferma a parlare, dice: allora, stiamo al fresco? E io lo saluto e gli dico che stiamo al fresco.&#8221;<br />
Mi tremavano le gambe. Era il destino che aveva fatto venire in vallata quest&#8217;uomo.<br />
Cominciai a informarmi, a chiedere quando lo vedevano, se era sempre di mattina o anche di sera, quando si passeggia volentieri. Se frequentava i bar della valle, ma era impossibile, quella gente lì non va al bar. I ristoranti. No, neanche, doveva avere un cuoco e camerieri, seppi che a tutte le ore uscivano dei filippini dal cancello di Villa Scenchi&#8230; Quel cancello, d&#8217;inverno, da bambino avevi sempre così tanta paura a passarci davanti.<br />
Da chi conosceva le sue abitudini mi feci spiegare che mulattiere prendeva di solito. In un paio di giorni misi assieme un bel po&#8217; di informazioni. Erano più o meno le cose che m&#8217;aveva detto il vecchio. In agosto l&#8217;uomo scendeva da Torino ogni venerdì sera e il lunedì mattina la Audi usciva dal cancello e prendeva l&#8217;autostrada. Lo svincolo era a qualche chilometro da Luvaira.<br />
La sera me ne stavo nell&#8217;orto fino a tardi, seduto su un ceppo di eucaliptus, a parlare da solo.<br />
L&#8217;uomo è uno dei più grandi editori, mi dicevo, direttore e presidente di diverse case, di cui fanno parte altre quattro o cinque case. L&#8217;uomo è tutto questo e passa le vacanze a Luvaira. I rondoni gridavano in cielo come se il mondo da qualche sera avesse conosciuto un’urgenza. Le rane in fondo, nel torrente, una grande gigantesca rana che pulsava nel fondovalle.<br />
L&#8217;uomo è tutto questo e le mattine di sabato e domenica lo puoi incontrare per le mulattiere.<br />
L&#8217;uomo si ferma a parlare con la gente. È lui che si ferma.<br />
Cominciai a progettare incontri, a segnarmi tempi, appuntarmi possibilità. Un sabato uscii di casa all&#8217;alba e mi sedetti sui gradini all&#8217;ingresso del paese e aspettai.<br />
Arriva esattamente da laggiù, mi dissi. Dalla curva dopo il ponte, sì, l&#8217;uomo sarebbe spuntato velocemente con la sua tenuta da turista camminatore, il fisico molto in forma, malgrado l&#8217;età, e i suoi occhi severi avrebbero guardato velocemente le acque del torrente e il ponte in stile romanico. Avrebbe gettato sguardi qua e là come fanno i turisti colti e importanti, perseguitati dalla fretta anche in vacanza.<br />
Un po&#8217; me lo dicevo come se fosse già apparso dalla curva e stesse salendomi incontro. Ma se non mi ero alzato e non gli andavo incontro era perché l&#8217;uomo non era ancora spuntato. Ci pensai e provai un senso di angoscia, forse oggi non cammina, oggi è l&#8217;unica mattinata di un sabato di agosto, da quando ha comprato villa Scenchi, che ha deciso di non trascorrere camminando veloce&#8230;<br />
Il sole aveva aggirato già la fiancata fasciata dalla gigantesca rete di ferro, inondava la striscia di asfalto e i canneti e le terrazze a ponente. Quando mi alzai e mi spostai di qualche metro fu perché &#8211; se volevo guardare giù dove l&#8217;uomo sarebbe spuntato &#8211; dovevo assottigliare gli occhi e mettere una mano controsole.<br />
Disponevo ancora di mezzo metro di gradino all&#8217;ombra. Poi il sole era dappertutto.<br />
È un dolore, mi dissi, è come lavorare a un romanzo, è un esercizio, come per tutto, o pensavi che la prima volta che tentavi di incontrarlo spuntasse davvero&#8230; Alla fine decisi di andargli incontro, come per cambiare rotta al destino, ecco, come per materializzare l&#8217;uomo, accorciare l&#8217;asfalto tra noi, pensando che se l&#8217;avessi incontrato strada facendo tutto sarebbe sembrato molto più naturale. Ma dovevo essere pronto. Gli avrei detto: comincia presto il caldo. Lui mi avrebbe risposto: già, buondì. Oppure buona passeggiata, e avrebbe proseguito col suo passo da camminatore, rimettendo in fretta tra di noi altro asfalto.<br />
Ecco lo sbaglio, hai fatto bene a pensarci. Tu devi fermarlo, deve capire che lo vuoi fermare, e deve capire che sei deciso, che non riuscirà a fregarti, deve capire che giochi in casa, che conosci ogni sentiero, ogni terrazza, ogni zolla di asfalto, sputo di cemento di questa valle. Ciò che devi fare è farti ascoltare, non devi lasciare che ci risia in fretta  dell&#8217;asfalto tra voi, perché lui è questo che tenterà. L&#8217;hai già notato come saluta la gente, anche quelli che lo fermano con una battuta. Hai visto com&#8217;è veloce a rispondere, un tono gentile ma scappando, risponde senza perdere il ritmo.<br />
Giunsi dunque alla curva e guardai oltre. Non arrivava. Costeggiai il torrente, tratti di muretti, cui seguivano tratti di vuoto, e tratti di guardrail in ferro. Era la strada che facevo percorrere a un cane in un racconto. Poi tratti all&#8217;ombra, il sole di nuovo dietro i costoni. E prima di ogni curva il cuore mi parlava: è lì dietro, ora esci dalla curva e l&#8217;uomo veloce ti appare, vestito di bianco, lo vedi da lontano così hai tutto il tempo per prepararti, ma sei già preparato.<br />
Poi dietro la curva il sole, castigo, il riverbero, l&#8217;asfalto deserto luccicante di incandescenze, ogni tanto le macchine che scendevano e salivano e quelle che salivano mi salutavano, quelle che scendevano rallentavano, si fermavano a chiedere se volevo un passaggio. No, facevo con la mano, o m&#8217;abbassavo a dire nei finestrini che stavo facendo due passi&#8230;<br />
Scendo perché sto tentando di incontrare l&#8217;uomo veloce, avrei confessato loro, e l&#8217;avrei chiesto a quelli che salivano: sentite, voi che salite da Luvaira, per caso l&#8217;avete visto, l&#8217;uomo veloce, in tenuta da camminatore, lui, l&#8217;uomo che controlla quattro o cinque case editrici. Uno spettacolo.<br />
Magari l&#8217;avevano appena sorpassato, sì, un tale, veloce, un buon passo, polpacci potenti e pantaloncini chiari. Non tutti dovevano sapere chi era&#8230;<br />
Oltre il confine politico che separa gli antichi possedimenti Savoia, la mia parte, e quelli Doria, la parte di Luvaira, cominciai a temere di andare incontro a un uomo che non sarebbe mai arrivato. Faceva tutto quel caldo, di colpo, e la campagna era gialla, nei canneti lungo il torrente, e nelle terrazze di là, nei cipressi del cimitero, piena di cicale, e nelle cisterne sui bordi c&#8217;era qualche rana che provava. Camminavo esattamente come faceva il cane del mio miglior racconto, e cioè rasentando il guardrail. Anche i nostri propositi si assomigliavano. Era un cane che dietro ogni curva sognava di trovare il mare, fin quando il salso non l&#8217;avrebbe guidato davanti a un posto che assomigliava a una collina tagliata e allora si sarebbe fermato a guardare.<br />
Avevo sorpassato il cimitero e a un certo punto vidi anch&#8217;io il mio mare, non l&#8217;uomo veloce, ma villa Scenchi, dove l&#8217;uomo veloce viveva.<br />
Le passeggiate dell&#8217;uomo veloce erano sempre e soltanto verso montagna. Era la sua zona franca, la striscia di asfalto e ulivi e orti incolti, attraverso la quale il mondo gli permetteva di passeggiare e di scappare alle domande della gente. Una striscia di mondo fatta di case di pietre, di vicoli dai colori liguri, di posti popolati da tutto fuorché da gente indegna, che mai l&#8217;avrebbe importunato, offeso, umiliato, e che tuttalpiù gli avrebbe chiesto eh, allora? Come parlano lentamente i liguri dandoti tutto il tempo per scappare salutando in fretta, sorridendo e allungando il passo.<br />
Certo, si stupirà quando lo fermerai e gli dirai che sei tu. Mi dissi questo.<br />
&lt;&lt; Tu, uno scrittore, qui? &gt;&gt; ti dirà. O forse no, è svelto, ti vedrà e avrà già capito che sei tu.<br />
Mi fermai. Non l&#8217;avevo incontrato. Era evidente. Non quel giorno. Anche questo era certo. Forse non l&#8217;avrei incontrato mai.<br />
Ora capivo io: ogni volta in cui l&#8217;uomo veloce scappa a un sorriso o alle domande sulla grande casa di cui è presidente, egli si sta preparando per scappare a te.<br />
Dunque, quel giorno, nel vedermi da lontano, prima che me ne accorgessi io, appena fuori di una curva, era molto probabile che l&#8217;uomo veloce avesse intuito dal mio passo che ero io, &lt;&lt; è il passo del grande narratore il tuo, vecchia lenza! &gt;&gt;, ed indietreggiato, è tornato in fretta a villa Scenchi. Si è nascosto.<br />
Ora sa chi sei&#8230; Questo era importante. Mi ero fermato sul ciglio opposto della strada. Davanti a me il muro di cinta di villa Scenchi, lunghissimo e antico, un intonaco che aveva respirato i motori di cent&#8217;anni, grigio, sovrastato da un filo spinato che assomigliava alla mia scrittura. A una doppia interminabile frase scritta senza virgole, e ci dovevano essere telecamere a guardar quel filo spinato, e il cancello di ferro battuto che non mostrava nulla di ciò che c&#8217;era dietro se non cime di cipressi alti e le canne di bambù lasciate crescere in modo da nascondere l&#8217;interno anche agli occhi appostati sul fianco opposto.<br />
Più a mare, un&#8217;altra porta nel muro, più piccola, e una piccola edicola religiosa.<br />
Ecco, mi dissi, lui è lì dentro, tra le due muraglie vegetali, forse sta camminando nel parco, veloce, bordo piscina ( c&#8217;è una piscina nel parco di villa Schenchi? non può essere, questo è un centro storico, le Belle Arti, i vincoli, ma l&#8217;uomo veloce dispone senz&#8217;altro di architetti milanesi, geometri torinesi, chissà quali strategie hanno usato per presentare un progetto in commissione edilizia ) o che cammina nell&#8217;acqua ed emerge perché un filippino gli fa segno che lo chiamano al telefono, e allora esce e risponde camminando, mentre il filippino gli mette addosso un paio di asciugamani.<br />
Oppure va a finire che questo fine settimana non è venuto, senti che silenzio di rane là dentro&#8230; E mentre mi dicevo questo, si fermavano al mio fianco amici con apecar, con macchine, con camion e mi chiedevano se salivo su, se volevo un passaggio fino al paese&#8230; Ebbi anche paura che qualche videocamera segnalasse la strana presenza dello scrittore in attesa e che uscissero dalla villa milizie di filippini. Ma ero sicuro che se m&#8217;avesse visto lui, in uno di quei televisori che in scarface fanno vedere fuori, non avrei corso pericoli, l&#8217;uomo veloce avrebbe chiesto per ora di non liberare filippini, né chiamare la polizia, o fatto uscire il giardiniere a chiedermi se avevo bisogno.<br />
Perché, lui, l&#8217;uomo veloce, se ti vedesse lo capirebbe subito che sei tu, lo scrittore, che sei lì per dirgli: sono io&#8230; E nient&#8217;altro.<br />
E allora non gli avrei detto davvero nient&#8217;altro. Perché non sarei mai riuscito a dirgli altro.<br />
Così tornai sui miei passi e accettai il passaggio dalla prima macchina che si fermò al mio fianco per chiedermi se salivo al paese.<br />
Perché in questa valle mi conoscono tutti? Un giorno lo proverò a chiedere all&#8217;uomo veloce se lo sa.<br />
Non lo sa. Perché le macchine si fermano, perché mi salutano tutti? Perché sono figlio di una storia, figlio di un mondo, perché se voi tracciate un cerchio intorno ai confini della mia valle e ne cercate il centro scoprirete che là, in quel vicolo, davanti a quella chiesetta, là dove sono nato e cresciuto c&#8217;è il centro della valle e del mondo, e io sono figlio di quel vicolo. Ecco perché. Sono la voce pop. Per questo tutti mi salutano quando passano e si fermano a chiedere se voglio uno strappo, dissi all&#8217;ometto che mi rimorchiava. Sorrise, guardando la strada, e annuì.<br />
Eppure mi sembra che ormai non mi saluti nemmeno più il 50% della gente che mi salutava un tempo. C&#8217;erano tempi in cui camminavo per i paesi e la gente, i vecchi, mi chiamavano col nome di mio padre, e quelli di mezza età facevano il mio nome. Ora i vecchi che mi chiamavano col nome di mio padre non c&#8217;erano più, ora erano vecchi altri uomini, erano vecchi gli uomini che allora, quando ero ragazzo io, erano arzilli. E i giovani di adesso, quelli che avevano la metà dei miei anni non mi conoscevano neanche, sapevano che vivevo in Olanda, che ero scrittore, che la gente mi sorrideva, che tornavo perché avevo una casa che volevo vendere.</p>
<p>(continua)</p>
<p>(Immagine: Gaetano Vari, <em>Vite parallele</em>, olio e acrilico su tela, 100&#215;100 cm)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/25/luomo-veloce-1a-parte/">L&#8217;uomo veloce (1a parte)</a></p>
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		<title>Autismi 15 &#8211; Il mio primo editore</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Nov 2009 09:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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<p>Il mio primo editore era un editore molto prestigioso, lo è tuttora. Io invece ero una nullità, lo sono tuttora. Apprezzo le persone che nella loro testa tengono ben separate le capre dai cavoli. È lui che mi ha insegnato che a scrivere i romanzi al giorno d’oggi non ci vuol niente, quello che è difficile è appiccicarci sopra una bella copertina e venderli.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/12/autismi-15-il-mio-primo-editore/">Autismi 15 &#8211; Il mio primo editore</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-26194" title="Keith Haring, Andy Mouse (1986) © Keith Haring Foundation" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/Keith-Haring-Andy-Mouse-1986-©-Keith-Haring-Foundation-150x150.jpg" alt="Keith Haring, Andy Mouse (1986) © Keith Haring Foundation" width="150" height="150" /></p>
<p>Il mio primo editore era un editore molto prestigioso, lo è tuttora. Io invece ero una nullità, lo sono tuttora. Apprezzo le persone che nella loro testa tengono ben separate le capre dai cavoli. È lui che mi ha insegnato che a scrivere i romanzi al giorno d’oggi non ci vuol niente, quello che è difficile è appiccicarci sopra una bella copertina e venderli. È una lezione che mi è stata enormemente utile. Fa piacere quando si impara qualcosa che davvero serve, nella vita.</p>
<p>Il mio primo editore mi è rimasto nel cuore, perché la prima fidanzata e il primo editore non si dimenticano tanto facilmente. Come la mia prima fidanzata era un po’ vanitosetto, ma proprio per questo mi piaceva ancora di più. Come la mia prima fidanzata era un po’ bugiardino, ma questo non mi disturbava più di tanto. <span id="more-26010"></span>Neanche quando la mia ingessata agente letteraria dava ragione a lui, dando per scontato che il bugiardone fossi io. Si può capire: loro abitavano la stessa pretenziosa città, venivano dallo stesso avvantaggiato ambiente sociale, si vedevano alle stesse esclusive feste. La nota stonata ero io, l’avrebbe capito anche un dromedario. Del resto pure la sua assistente era un po’ bugiardina. No, non c’è!, mi diceva sempre, e io al telefono vedevo il suo naso assistenziale che si allungava. NON C’È!, esultava. A sentire lei non c’era mai, la casa editrice andava avanti da sola, come una barca a vela con il timone automatico. La metafora nautica non è scelta a caso, si badi bene.</p>
<p>Secondo il mio primo editore io ero un agrimensore. All’inizio cercavo di spiegargli che non ero affatto un agrimensore, per il semplice motivo che gli agrimensori non esistono più da un bel pezzo. Gli ultimi agrimensori li trovi nei romanzi di cento anni fa!, gli dicevo. Adesso i geometri usano il laser!, gli dicevo. Lui però guardava nel vuoto, perché era chiaro che gli piacevo proprio perché ai suoi occhi ero un esemplare perfetto di agrimensore. Come un cane ti delizia perché è un cane: se ti mettessi a considerarlo per esempio un essere umano cominceresti a dirti che potrebbe essere un pochino più intelligente, potrebbe avere almeno la patente. E allora facevo io stesso l’agrimensore, perché in fondo mi piace fare contenta la gente.</p>
<p>Il mio primo editore era sempre molto abbronzato. Anche in pienissimo inverno. Fa piacere avere un editore molto abbronzato. Gli editori terrei e smunti hai sempre paura che ti schiattino davanti, che non arrivino fino alla fine della sofferta stesura del tuo prossimo libro. Sono appena tornato dal Kazakistan, ti sarebbe piaciuto, mi diceva. Ieri ero in un ranch del Texas, ti sarebbe piaciuto, mi diceva. Stamattina ero in Corsica, il mare era forza otto, diceva. Io nonostante gli schiaffetti che mi davo nel cesso ero pallidino, perché non ero stato da nessuna parte.</p>
<p>Secondo il mio amico giornalista famoso l’unica cosa che sa fare bene il mio editore è andare in barca a vela. Quello di libri non ci ha mai capito nulla!, mi dice il mio amico giornalista famoso, quando ci ritroviamo a mangiare una pizza nella pizzeria vicino al suo studio. Ma proprio niente!, mi dice, disegnando una croce con il coltello, e con la guancia gonfia di pizza metà masticata e metà no. È il tipico figlio di papà che si trova catapultato in una poltrona di presidente, senza sapere se è una poltrona o una vasca da bagno Jacuzzi!, dice. Il mio amico giornalista famoso sa sempre tutto di tutti, ma in questo caso credo proprio che sbagli di grosso.</p>
<p>Il mio editore erano in realtà tre persone diverse, un po’ come succede &#8211; e forse non è un caso &#8211; anche a dio. Un signore molto lungo, uno medio, e uno piuttosto corto, alias l’incarnazione con cui avevo a che fare io, il dio vero e proprio. Una trinità con una faccia da deficiente, una faccia abbastanza normale, e una molto furba, vale a dire la sua. Mai visto tre fratelli più diversi uno dall’altro. Mai vista una tale biodiversità all’interno di una stessa nidiata. Tutto può essere, per carità, ma se davvero il padre era lo stesso doveva come minimo avere tre teste ben differenti una dall’altra, come cerbero. Per quanto mi riguarda il fatto che fosse trino non mi disturbava, aumentava anzi il fascino esoterico della mia avventura editoriale.</p>
<p>Una volta che mi aveva detto di passare a trovarlo l’ho sorpreso mentre si specchiava in un lucidissimo e spropositato tavolo ovale assieme alle sue due altre facce e a molte altre persone anch’esse tirate a lucido. Lui era a capotavola, e tutti lo guardavano con la deferenza con cui si contempla dio. A me mi fissavano con il rictus facciale di chi prende nota di un escremento deliquescente sul marciapiede. Appena però mi ha avvistato lui si è alzato e ha tirato un separé: in un lampo l’angolo dove ci trovavamo è diventato il suo lussuoso ufficio. Il sistema era davvero ingegnoso, e l’isolamento acustico era perfetto. Si è stravaccato sulla sua poltrona in pelle di non so che cosa, forse di scrittore famoso, e ha allungato le gambe sulla scrivania. E ha sbuffato. Come a dire che al di là del separé erano restati i noiosoni, e al di qua quelli che valevano qualcosa. Ci siamo accesi una sigaretta, e abbiamo cominciato a parlare del più e del meno. Dall’altra parte del separé i suoi sottoposti continuavano l’importantissima ma noiosa riunione rispecchiata dal gigantesco tavolo lucidissimo, noi discutevamo dei fatti nostri. Dietro di lui c’era la foto di una grande barca a vela, la sua inseparabile barca a vela: era anche lei dei nostri. Fa piacere avere un editore che fa queste cose.</p>
<p>Al mio editore piacevano le mie lettere. Mi diceva sempre che erano proprio belle. Io allora gliene scrivevo parecchie. A me sarebbe piaciuto che mi rispondesse anche solo quattro linee, ma non mi rispondeva mai. Neanche due paroline. Neanche una cartolina. Non c’era nessun cartello, ma la nostra corrispondenza era severamente a senso unico. Io però lo capivo, perché lui era un editore molto famoso, pieno di faccende urgentissime da sbrigare, mentre io ero solo un agrimensore, con dei campi che non esistevano nemmeno più da misurare. Immaginiamoci se un importantissimo editore dovesse rispondere a tutte le lettere di tutti gli scrittorucoli che ci sono in giro. In fondo fa bene, mi dicevo. Proprio belle le tue lettere!, mi diceva lui quando ci parlavamo, con la voce con cui si loda la groppa di un cavallo che ci si è comprato.</p>
<p>Un giorno il mio editore mi ha invitato nella sua celebre villa sul lago. Nella sua villa sul lago c’era un caminetto, e sul lato del caminetto c’erano le firme di tanti grandissimi scrittori. Parecchi di quegli scrittori che avevano firmato sul muro avevano vinto il premio nobel. Ernest Hemingway, Thomas Mann, Eugenio Montale, William Faulkner, tanto per intenderci. Firmo anch’io!, ho detto io, sguainando la penna che tengo sempre pronta in tasca. NOO!, ha esclamato lui, saltandomi addosso come fanno i rugbisti. Aveva l’aria terrorizzata, quasi avessi l’intenzione di cancellare le preziose firme dei suoi amati nobel. Io allora gli spiegato che non rovinavo niente, semplicemente aggiungevo la mia annodata firmetta. Trascinandomi lontano dal caminetto lui mi ha spiegato che avrei firmato un’altra volta, in fondo non c’era nessunissima fretta.</p>
<p>Con i primi editori purtroppo a un certo punto crolla tutto, proprio come succede con le prime fidanzate. Se così non fosse le prime fidanzate diventerebbero delle pedisseque consorti, invece che delle fate ci accompagnano per tutta la vita, e i primi editori si metamorfoserebbero in banalissimi editori: nessun scrittore penserebbe più a loro con occhi sognanti. La mia prima fidanzata mi ha lasciato con l’inverosimile pretesto che perdevo sempre le chiavi di casa e i lavori, e non avrei mai imparato a fare il padre. Il mio primo editore invece mi ha lasciato perché non sapevo scrivere i romanzi. Qualcuno lo aveva convinto, o s’era convinto da solo, che non sapevo scrivere i romanzi. Secondo lui sapevo scrivere i racconti, ma non i romanzi. Non i romanzi per cui la gente fa la fila, in ogni caso. E allora mi ha lasciato. C’est la vie.</p>
<p>Si ha un bel dire, ma una prima fidanzata rimane una prima fidanzata, e un primo editore rimane un primo editore. Ogni tanto penso a lui, e sospiro. Penso al magico separé con il quale il suo ufficio ridiventa un’accogliente e intima alcova, penso ai suoi occhietti furbi, alla sua magnifica villa sul lago, alla sua splendente ammiraglia con i sedili in pelle di scrittore celebre.</p>
<p>Se vincessi il nobel per la letteratura la prima persona a cui telefonerei sarebbe lui. Ho vinto il nobel della letteratura, gli direi, con la voce di chi ti comunica che è appena stato al bar a bersi un caffè. Peccato che non sia più tu il mio editore, era la volta che ci guadagnavi un po’ di soldi, metterei lì subito dopo. Un vero peccato!, insisterei. Sarà per un’altra occasione, adesso non stare lì a farne una tragedia!, lo consolerei, per tirarlo su un pochino. In ogni caso per la firma sul caminetto se ne può ancora parlare, direi. Ogni tanto mi rivedo mentalmente la scena, lo confesso.</p>
<p>Qualche volta gli scrivo ancora, confesso anche questo. Delle lettere con il francobollo come una volta, perché non ho il suo indirizzo di posta elettronica. Guarda che nel cassetto ho un romanzo che è una vera e propria perla!, gli scrivo per esempio. Non lo dico per vantarmi, ma è un’autentica bomba! Esattamente quello che ci vuole per mettere il resto della letteratura nazionale in ginocchio per cinque anni! Basta che me lo dici, o che me lo fai dire da uno dei tuoi efficienti sottoposti, e te lo mando! Cavati una buona volta dalla testa l’ideaccia che non sappia scrivere dei romanzi, ti supplico! Non è ancora troppo tardi! Naturalmente cerco di fare in modo che sia una bella lettera, dato che gli piacciono le belle lettere. Breve, immaginando che abbia ancora moltissimo da fare, ma palpitante di sentimenti sbarazzini e di vagolante intelligenza. Parisiana, per intenderci. So però che non cambierà idea. So che scorrerà la mia lettera con implacabili occhi di ghiaccio, come fanno da che mondo è mondo le ex prime fidanzate.</p>
<pre>(Immagine: Keith Haring, <em>Andy Mouse</em>, © Keith Haring Foundation)</pre>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/12/autismi-15-il-mio-primo-editore/">Autismi 15 &#8211; Il mio primo editore</a></p>
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