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	<title>Nazione Indiana &#187; embargo</title>
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		<title>Israele: boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 07:09:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><ins datetime="2009-01-15T18:57:39+00:00">[pubblichiamo un testo che riteniamo importante - Andrea Inglese, Mattia Paganelli, Domenico Pinto, Jan Reister, Marco Rovelli, Antonio Sparzani, Maria Luisa Venuta]</ins><br />
di <strong>Naomi Klein</strong> &#8211; <a title="l'articolo originale in inglese" href="http://www.thenation.com/doc/20090126/klein">the Nation</a> &#8211; via <a title="la traduzione intaliana originale" href="http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&#38;op=viewarticle&#38;artid=8517">Megachip</a></p>
<p>È ora. Un momento che giunge dopo tanto tempo. La strategia migliore per porre fine alla sanguinosa occupazione è quella di far diventare Israele il bersaglio del tipo di movimento globale che pose fine all&#8217;apartheid in Sud Africa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/israele-boicottaggio-ritiro-degli-investimenti-e-sanzioni/">Israele: boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><ins datetime="2009-01-15T18:57:39+00:00">[pubblichiamo un testo che riteniamo importante - Andrea Inglese, Mattia Paganelli, Domenico Pinto, Jan Reister, Marco Rovelli, Antonio Sparzani, Maria Luisa Venuta]</ins><br />
di <strong>Naomi Klein</strong> &#8211; <a title="l'articolo originale in inglese" href="http://www.thenation.com/doc/20090126/klein">the Nation</a> &#8211; via <a title="la traduzione intaliana originale" href="http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&amp;op=viewarticle&amp;artid=8517">Megachip</a></p>
<p>È ora. Un momento che giunge dopo tanto tempo. La strategia migliore per porre fine alla sanguinosa occupazione è quella di far diventare Israele il bersaglio del tipo di movimento globale che pose fine all&#8217;apartheid in Sud Africa.</p>
<p>Nel luglio 2005 <a href="http://www.bdsmovement.net/?q=node/52#Italian">una grande coalizione di gruppi palestinesi</a> delineò un piano proprio per far ciò. Si appellarono alla «gente di coscienza in tutto il mondo per imporre ampi boicottaggi e attuare iniziative di pressioni economiche contro Israele simili a quelle applicate al Sudafrica all&#8217;epoca dell&#8217;apartheid». Nasce così la campagna “Boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni” (<a href="http://www.bdsmovement.net/">Boycott, Divestment and Sanctions</a>), BDS per brevità.<span id="more-13266"></span></p>
<p>Ogni giorno che Israele martella Gaza spinge più persone a convertirsi alla causa BDS, e il discorso del cessate il fuoco non ce la fa a rallentarne lo slancio. Il sostegno sta emergendo persino tra gli ebrei israeliani. Proprio mentre è in corso l&#8217;assalto, circa 500 israeliani, decine dei quali artisti e studiosi rinomati, hanno inviato una <a href="http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&amp;op=viewarticle&amp;artid=8516">lettera</a> agli ambasciatori stranieri di stanza in Israele. La lettera chiede «l&#8217;adozione immediata di misure restrittive e sanzioni» e richiama un chiaro parallelismo con la lotta antiapartheid. «Il boicottaggio del Sud Africa fu efficace, Israele invece viene trattato con guanti di velluto&#8230;. Questo sostegno internazionale deve cessare.»</p>
<p>Tuttavia, molti ancora non ci riescono. Le ragioni sono complesse, emotive e comprensibili. E semplicemente non sono abbastanza buone. Le sanzioni economiche sono gli strumenti più efficaci dell&#8217;arsenale nonviolento. Arrendersi rasenta la complicità attiva. Qui di seguito le maggiori quattro obiezioni alla strategia BDS, seguita da contro-argomentazioni.</p>
<p><strong>1. Le misure punitive alieneranno anziché convincere gli israeliani.</strong> Il mondo ha sperimentato quello che si chiamava “impegno costruttivo”. Ebbene, ha fallito in pieno. Dal 2006 <strong>Israele accresce costantemente la propria criminalità</strong>: l&#8217;espansione degli insediamenti, l&#8217;avvio di una scandalosa guerra contro il Libano e l&#8217;imposizione di <strong>punizioni collettive</strong> su Gaza attraverso un blocco brutale. Nonostante questa escalation, Israele non ha dovuto far fronte a misure punitive, ma anzi, al contrario: armi e <strong>3 miliardi di dollari annui in aiuti</strong> che gli Stati Uniti inviano a Israele, tanto per cominciare. Durante questo periodo chiave, Israele ha goduto di un notevole miglioramento nelle sue relazioni diplomatiche, culturali e commerciali con moteplici altri alleati. Ad esempio, nel 2007, Israele è diventato il primo paese non latino-americano a firmare un accordo di libero scambio con il Mercosur. Nei primi nove mesi del 2008, le esportazioni israeliane verso il Canada sono aumentate del 45%. Un nuovo accordo di scambi commerciali con l&#8217;Unione europea è destinato a raddoppiare le esportazioni di Israele di preparati alimentari. E l&#8217;8 dicembre i ministri europei hanno “rafforzato” <strong>l&#8217;Accordo di Associazione UE-Israele</strong>, una ricompensa a lungo cercata da Gerusalemme.</p>
<p>È in questo contesto che i leader israeliani hanno iniziato la loro ultima guerra: fiduciosi di non dover affrontare costi significativi. È da rimarcare il fatto che in sette giorni di commercio durante la guerra, l&#8217;indice della Borsa di Tel Aviv è salito effettivamente del 10,7 per cento. Quando le carote non funzionano, i bastoni sono necessari.</p>
<p><strong>2. Israele non è il Sud Africa.</strong> Naturalmente non lo è. La rilevanza del modello sudafricano è che dimostra che tattiche BDS possono essere efficaci quando le misure più deboli (le proteste, le petizioni, pressioni di corridoio) hanno fallito. Ed infatti permangono <a title="da The Indipendent, Israeli occupation reminiscent of apartheid" href="http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/civil-rights-group-claim-israeli-occupation-is-reminiscent-of-apartheid-1056546.html">reminiscenze dell&#8217;apartheid</a> profondamente desolanti: documenti di odentità con codici colorati e permessi di viaggio, case rase al suolo dai bulldozer e sfollamenti forzati, strade per soli coloni. Ronnie Kasrils, eminente uomo politico sudafricano, ha detto che l&#8217;architettura della segregazione da lui vista in Cisgiordania e a Gaza nel 2007 è “<a title="Israeli occupation in 2007 worse than apartheid" href="http://www.mg.co.za/article/2007-05-21-israel-2007-worse-than-apartheid">infinitamente peggiore dell&#8217;apartheid</a>”.<strong></strong></p>
<p><strong>3. Perché mettere all&#8217;indice solo Israele, quando Stati Uniti, Gran Bretagna e altri paesi occidentali fanno le stesse cose in Iraq e in Afghanistan?</strong> Il boicottaggio non è un dogma, è una tattica. La ragione per cui la strategia BDS dovrebbe essere tentata contro Israele è pratica: in un paese così piccolo e così dipendente dal commercio potrebbe effettivamente funzionare.<strong></strong></p>
<p><strong>4. Il boicottaggio allontana la comunicazione, c&#8217;è bisogno di più dialogo, non di meno.</strong> A questa obiezione risponderò con una mia storia personale. Per otto anni i miei libri sono stati pubblicati in Israele da una casa editrice commerciale chiamata Babel. Ma quando ho pubblicato “Shock Economy” ho voluto rispettare il boicottaggio. Su consiglio degli attivisti BDS, ho contattato un piccolo editore chiamato <a title="Andalus publishing" href="http://www.andalus.co.il/">Andalus</a>. Andalus è una casa editrice attivista, profondamente coinvolta nel movimento anti-occupazione ed è l&#8217;unico editore israeliano dedicato esclusivamente alla traduzione in ebraico di testi scritti in arabo. Abbiamo redatto un contratto che garantisce che tutti i proventi vadano al lavoro di Andalus, e nessuno per me. In altre parole, io sto boicottando l&#8217;economia di Israele, ma non gli israeliani.</p>
<p>Mettere in piedi questo programma ha comportato decine di telefonate, e-mail e messaggi istantanei, da Tel Aviv a Ramallah, a Parigi, a Toronto, a Gaza City. A mio avviso non appena si dà vita ad una strategia di boicottaggio il dialogo aumenta tremendamente. D&#8217;altronde, perché non dovrebbe? Costruire un movimento richiede infinite comunicazioni, come molti nella lotta antiapartheid ricordano bene. L&#8217;argomento secondo il quale sostenendo i boicottaggi ci taglieremo fuori l&#8217;un l&#8217;altro è particolarmente specioso data la gamma di tecnologie a basso costo alla portata delle nostre dita. Siamo sommersi dalla gamma di modi di comunicare l&#8217;uno con l&#8217;altro oltre i confini nazionali. Nessun boicottaggio ci può fermare.</p>
<p>Proprio riguardo ad ora, parecchi orgogliosi sionisti si stanno preparando per un punto a loro favore: forse io non so che parecchi di quei giocattoli molto high-tech provengono da parchi di ricerca israeliani, leader mondiali nell&#8217;Infotech? Abbastanza vero, ma mica tutti. Alcuni giorni dopo l&#8217;assalto di Israele a Gaza, Richard Ramsey, direttore di una società britannica di telecomunicazioni, ha inviato una e-mail alla ditta israeliana di tecnologia MobileMax. «A causa dell&#8217;azione del governo israeliano degli ultimi giorni non saremo più in grado di prendere in considerazione fare affari con voi né con qualsiasi altra società israeliana.»</p>
<p>Quando è stato interpellato da The Nation, Ramsey ha affermato che la sua decisione non è stata politica. «Non possiamo permetterci di perdere neppure uno dei nostri clienti: è stata pura logica difensiva commerciale.»</p>
<p>È stato questo tipo di freddo calcolo che ha portato molte aziende a tirarsi fuori dal Sud Africa due decenni fa. Ed è proprio questo tipo di calcolo la nostra più realistica speranza di portare giustizia, così a lungo negata, alla Palestina.</p>
<p>Traduzione di Manlio Caciopo per <a href="http://www.megachip.info">Megachip</a> 10 gennaio 2009<br />
Articolo orginale del 7 gennaio 2009: <a href="http://www.thenation.com/doc/20090126/klein">http://www.thenation.com/doc/20090126/klein</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/israele-boicottaggio-ritiro-degli-investimenti-e-sanzioni/">Israele: boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni</a></p>
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		<title>Cuba, l&#8217;isola che c&#8217;è</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jun 2008 08:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giampaolo Graziano</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/lavana-foto-di-paolo-graziano1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-6058" title="lavana-foto-di-paolo-graziano1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/lavana-foto-di-paolo-graziano1.jpg" alt="" width="500" height="332" /></a></p>
<p>Prima la liberalizzazione della vendita di lettori dvd, personal computer e forni a microonde, poi l&#8217;accesso ai telefoni cellulari, finora riservati a funzionari e dipendenti di società con capitali esteri: costano nove mesi di un salario cubano, ma chi traffica con i turisti o riceve le rimesse dei familiari emigrati a Miami, finisce che può anche permetterselo. Domani potrebbe essere la volta dei viaggi all&#8217;estero e di una piccola rivoluzione nell&#8217;organizzazione agricola. Forse. Perché quando si parla di trasformazioni sociali ed economiche, nell&#8217;isola di Cuba, un discreto condizionale è d&#8217;obbligo, soprattutto a prevenire le incomprensioni occidentali.<span id="more-6056"></span></p>
<p>Sono atterrato all&#8217;Avana in una notte limpida del gennaio scorso, quando di riforme si parlava con l&#8217;interesse che si riserva all&#8217;ultimo incontro del <em>Campeonato de Pelota</em>, il torneo nazionale di baseball: un argomento appassionante proprio perché squisitamente superfluo. L&#8217;errore sta tutto qui, nella riduzione della questione cubana (e di quella tibetana, cinese, venezuelana&#8230;) alle parole chiave della società euroamericana: libertà, democrazia, consumo, individuo. L&#8217;incomprensione occidentale per questo socialismo in salsa caraibica trabocca interamente nel primo sguardo spaesato all&#8217;antica capitale coloniale, L&#8217;Avana <em>vieja</em>, brulicante di vita e passioni nella penombra della notte tropicale. Per essere una metropoli insonne di circa 3 milioni di abitanti, al viaggiatore occidentale L&#8217;Avana apparirà inspiegabilmente buia. Colpa della nebbia atlantica o squisita sensibilità crepuscolare? Niente di tutto ciò: è soltanto l&#8217;effetto della crisi energetica che, dall&#8217;inizio degli anni &#8217;90, costringe a ridurre all&#8217;osso l&#8217;illuminazione pubblica. Di questo si preoccupa il cittadino cubano, con apprensione molto maggiore di quanta ne riservi al tema delle &#8220;liberalizzazioni&#8221;: quando migliorerà la situazione energetica? e quando s&#8217;allargheranno le maglie dell&#8217;embargo statunitense? <em>Cuándo</em>?</p>
<p>Frutto dell&#8217;atteggiamento pragmatico che s&#8217;esercita nelle ristrettezze, le riforme del neopresidente Raul Castro, succeduto in piena continuità al <em>líder maximo</em> Fidel, suo fratello, non derivano da un diverso punto di vista sul problema delle libertà personali, ma sono il risultato del migliore approvvigionamento del paese: un (temporaneo?) incremento delle disponibilità di energia che, secondo alcuni osservatori, sarebbe l&#8217;indizio più eloquente del progressivo sgretolamento della struttura dell&#8217;embargo.</p>
<p>In ogni caso, Cuba continua a lottare con la carenza di combustibile e risorse energetiche sin dal 1991, anno in cui la dissoluzione dell&#8217;Unione Sovietica ha abbattuto del 90% il volume di scambi con l&#8217;estero. Da allora il sistema nazionale dei trasporti è entrato in una lunga crisi, che il popolo cubano affronta con un misto di rassegnazione e spirito d&#8217;iniziativa: sulle strade, compresa l&#8217;<em>Autopista Nacional</em>, che collega la capitale a Camagüey, sono ricomparsi i carri trainati da muli, mentre le auto d&#8217;epoca ­- le Mercury, le Buick, le Cadillac importate sull&#8217;isola prima della rivoluzione del &#8217;59 e golosamente fotografate dai reporter di tutto il mondo &#8211; sono state dichiarate da Castro patrimonio nazionale e circolano ancora nelle vie dell&#8217;Avana, magari taroccate con i robusti motori Lada di produzione russa.</p>
<p>Grazie alla necessità di tenere in vita il più a lungo possibile queste vecchie signore, i cubani sono diventati i migliori meccanici del pianeta, e non è raro vederli trascorrere i pomeriggi festivi con la testa nel cofano, in cerca di quel dannato rumore metallico. Ma soprattutto, il Governo cubano ha trasformato l&#8217;antiquato parco auto dell&#8217;isola in un sistema di trasporto pubblico informale e tuttavia adatto allo scopo: «la <em>botella</em>, l&#8217;autostop di Stato &#8211; dice Esteban Morales, dirigente del Dipartimento dell&#8217;Economia &#8211; è un modello di solidarietà socialista e una risposta all&#8217;assedio economico che Cuba subisce da più di quarant&#8217;anni». Tutti i crocevia delle principali arterie di comunicazione dell&#8217;isola, specie quelli che si trovano alle porte delle maggiori città, sono presidiati da decine di persone in attesa del passaggio giusto, del mezzo che procede nella propria direzione: alcuni sventolano qualche <em>peso</em> cubano per indicare che sono disposti a condividere le spese della benzina, altri si affidano soltanto al buon cuore dei conducenti. Qualora non bastasse, ci pensano gli <em>Amarillos</em> a fermare i &#8220;veicoli di Stato&#8221; (l&#8217;80% del totale, contrassegnati dalle targhe blu) e a stiparli di autostoppisti, fino a esaurimento dei posti. Li riconosci perché sono vestiti di giallo, distribuiscono foglietti numerati agli astanti, ogni tanto alzano il palmo per fermare un autocarro o un camion militare: gli <em>Amarillos</em>, che prendono il nome dalla divisa giallo-ocra,<em> </em>sono funzionari addetti a regolare la richiesta di un passaggio, seguendo alcune regole basilari: una donna, ad esempio, ha sempre la precedenza, se accompagna un bambino ancor di più. Qualche volta la <em>botella</em> è necessaria anche ai lavoratori, categoria alla quale si riservano i maggiori riguardi: se è possibile, bisogna farli arrivare in orario.</p>
<p>Percorrendo l&#8217;Autopista in direzione Santa Clara, il cuore geografico e morale della Cuba rivoluzionaria, gli operai che aspettano di essere caricati vanno tutti alla stessa destinazione: al Cayo Santa Maria, un isolotto della costa atlantica situato proprio di fronte a Caibarien, un tempo porto di prim&#8217;ordine, poi soppiantato da L&#8217;Avana, Cienfuegos, Santiago. «Il problema è che le acque sono troppe basse per l&#8217;approdo delle navi da carico», spiega Xavier, marinaio di lungo corso, che ora si dedica alle immersioni con i turisti lungo la barriera corallina. Da quando l&#8217;abbiamo caricato, sulla strada che da Santa Clara conduce verso il mare, non ha smesso di raccontare: «prima il carico dello zucchero avveniva al largo, con le chiatte da trasporto. Ora è più rapido e meno costoso farlo direttamente nei porti dove si può attraccare. E poi, dopo che hanno costruito quella strada, l&#8217;acqua è veramente troppo bassa!».</p>
<p>La strada di cui parla Xavier, che abbisogna di continua manutenzione ed è sostenuta ogni giorno da decine di carpentieri, è una lingua d&#8217;asfalto sul mare lunga 48 km: chilometri di solitudine percorsi su ponti e scogliere, tra mangrovie e fenicotteri in volo. L&#8217;opera -monumentale &#8211; è uno dei più arditi risultati delle nuove direttrici governative in materia di economia e sviluppo, che indicano il turismo come &#8220;nuova priorità nazionale&#8221;: consente infatti di raggiungere i paradisi tropicali delle isole senza prendere alcun aereo, portando agevolmente migliaia di villeggianti negli <em>all inclusive</em> dell&#8217;arcipelago.</p>
<p>Nel 2007, dopo la conclusione di questa e altre infrastrutture analoghe, il Ministero del Turismo ha puntato ad una crescita del settore dell&#8217;8,1%, registrando l&#8217;ingresso di 2,4 milioni di turisti, in buona parte finiti nei <em>resort</em> di Cayo Coco, Varadero, Cayo Santa Maria. Lì spendono in <em>peso convertible</em>, la moneta che il Governo conia appositamente per gli stranieri, stabilendo una provocatoria equivalenza con la valuta statunitense: un peso uguale un dollaro. La moneta che i cubani hanno in tasca vale 24 volte di meno e questo doppio corso costituisce uno dei maggiori problemi del paese: «ce ne libereremo presto», promettono al Ministero dell&#8217;Economia, ma intanto il <em>peso</em> dei turisti sorregge robustamente lo sviluppo del paese, che ha operato una vigorosa riconversione produttiva dopo gli anni terribili del <em>Periodo Especial</em>, succeduto all&#8217;interruzione degli scambi con le nazioni del blocco socialista. Tra il &#8217;90 e il &#8217;95 sbarcare il lunario a Cuba è stato davvero un&#8217;impresa, con la carne di gallina e persino i <em>platani</em> (le banane da friggere in olio di semi) che raggiungevano prezzi vertiginosi al mercato nero.</p>
<p>Nonostante questo &#8211; dicono oggi i cubani più fiduciosi nel modello castrista &#8211; non una scuola è stata chiusa, non un ospedale. Anzi, il prestigio del <em>welfare</em> cubano cresce nel continente latinoamericano e oltre, tanto da inaugurare i primi esperimenti del cosiddetto &#8220;turismo della salute&#8221;. Allo scopo sono stati già firmati accordi con  Colombia, Cile, Messico e Germania, mentre ci sono trattative aperte con le compagnie di assicurazione sanitaria del Canada. «Aumentano le persone che, da questi paesi, vengono a Cuba per fare terapie o subire un intervento &#8211; spiega Yulieta &#8211; poi restano qui per riposarsi e trascorrere la convalescenza in un villaggio vacanze».</p>
<p>Yulieta ci lavora, in un villaggio. Alle cucine, due settimane al mese: 23 anni, studentessa creola, abita a Remedios, una cittadina sulla costa davanti ai <em>cayos</em>, con un bambino e nessun marito. La scuola alberghiera, quella che frequenta da quasi due anni per imparare la professione, le piace abbastanza: «il ritmo è di quattro settimane in aula e quattro di lavoro nei <em>resort</em> o negli alberghi, ma si guadagna anche qualcosa. Mi piace, imparo le lingue, conosco persone che vengono da tutto il mondo».</p>
<p>E cosa le sembra del mondo che ha sentito raccontare, quello che non fa i conti con la <em>tarjeta</em>, la tessera alimentare; quello che non subisce quotidiane interruzioni dell&#8217;energia elettrica? Yulieta non ne sembra sedotta. Abbiamo dormito presso di lei due giorni, i suoi genitori hanno una <em>casa particular</em>, una delle soluzioni del socialismo di transizione che  permette l&#8217;iniziativa privata in alcuni settori: la loro è una sorta di pensione casalinga autorizzata dallo Stato, cui pagano circa 280 <em>pesos</em> convertibili di tasse al mese. Sono tanti, ma ce la fanno: «sono quelli che ci vogliono per le scuole, per i servizi, per la sanità», taglia corto Yulieta. Suo figlio Ozmel ha avuto la meningite da piccolissimo, «una forma lieve &#8211; dice &#8211; ma ho potuto tenerlo due mesi in ospedale, con tutte le cure, senza sborsare un soldo».</p>
<p>Il padre di suo figlio è fuggito a Miami molti anni fa, con l&#8217;ultima grande migrazione, quella dei <em>balseros</em> che vide oltre 30.000 cubani tentare il mare verso la Florida, spinti dagli effetti terribili della crisi del &#8217;94. Ogni tanto lo sente, lui domanda del bambino che sta prevalentemente con i nonni; qualche volta le ha anche chiesto di raggiungerla: «ma per affrontare il viaggio e il passaggio clandestino attraverso il Messico &#8211; obietta Yulieta &#8211; ti chiedono 10.000 dollari per un adulto e 2.000 per un bambino. Qui sto bene, ho potuto lasciare la scuola e il lavoro per crescere mio figlio nei primi anni, sapendo che dopo avrei trovato di nuovo il mio posto nella società. A Miami, che ne so? E poi&#8230; se li avessi dodicimila dollari, potrei fare la bella vita nel mio paese. Mica c&#8217;è bisogno di andare altrove!».</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Questo reportage, scritto nel febbraio scorso, è stato pubblicato con alcune modifiche su &#8220;la Voce delle Voci&#8221; (anno XXV, n. 5) di maggio.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/12/cuba-lisola-che-ce/">Cuba, l&#8217;isola che c&#8217;è</a></p>
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