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	<title>Nazione Indiana &#187; emergenza</title>
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		<title>Documenti TQ</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jul 2011 05:36:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>[Questi documenti sono un invito al dialogo e alla formazione di comitati TQ, rivolto a tutte le categorie di trenta-quarantenni che vorranno lavorare assieme, riconoscendosi in queste prime analisi e ipotesi di lavoro. Chiunque voglia aderire con proposte e idee può farlo scrivendo a:<em> tq.adesioni@gmail.com </em>; per il sito:<a href="http://generazionetq.wordpress.com"> generazionetq.wordpress.com</a>]<br />
</p>
<p><strong>Manifesto TQ</strong></p>
<p>All’inizio del suo secondo decennio, il nuovo secolo appare ancora come un Novecento svuotato di senso.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/27/documenti-tq/">Documenti TQ</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>[Questi documenti sono un invito al dialogo e alla formazione di comitati TQ, rivolto a tutte le categorie di trenta-quarantenni che vorranno lavorare assieme, riconoscendosi in queste prime analisi e ipotesi di lavoro. Chiunque voglia aderire con proposte e idee può farlo scrivendo a:<em> tq.adesioni@gmail.com </em>; per il sito:<a href="http://generazionetq.wordpress.com"> generazionetq.wordpress.com</a>]<span style="font-family: Sylfaen;"><br />
</span></p>
<p><strong>Manifesto TQ</strong></p>
<p>All’inizio del suo secondo decennio, il nuovo secolo appare ancora come un Novecento svuotato di senso. Sono caduti insieme alle ideologie anche gli ideali, insieme all’autorità del passato anche la forza del futuro, insieme alle certezze morali anche quelle materiali. Nel nostro Paese quei diritti del lavoro che erano sentiti come naturali sono stati sempre più indeboliti, e hanno cambiato di significato a seconda di chi li nominava. Lungo i nostri confini, intanto, si agitano e premono ogni giorno, con le diverse ribellioni della migrazione e del tumulto, le urgenze di milioni di uomini e donne ai quali si è scelleratamente risposto quasi solo con i CIE, veri lager dissimulati.<span id="more-39667"></span></p>
<p>Se questi tempi ci sono dati da vivere, e questi sono i tempi che possiamo leggere, in cui possiamo scrivere, è giocoforza per chi lavori nell’ambito della letteratura e dell’editoria passare, dopo molti anni di indignazione solitaria, ad analisi e azioni comuni da condurre con la nettezza radicale del dovere. Questo significa, innanzitutto, osservare il diffondersi del neoliberismo come un’epidemia dell’Occidente, non solo a causa delle destre ma anche di alcune presunte sinistre e dell’inconcludenza delle altre forze poltiche; riconoscere tanto quella pericolosa incarnazione demagogica del pensiero neoliberista che è il berlusconismo, con il suo portato insostenibile di autoritarismo, di sprezzo della legalità e di saccheggio, per bande private, dei beni comuni, quanto quell’ignobile razzismo padano che è il leghismo; constatare il decadimento della partecipazione democratica, il degrado dell’informazione, la distruzione del patrimonio culturale e lo smantellamento del sistema scolastico pubblico, nonché l’espulsione mirata delle donne dal mondo del lavoro e la rappresentazione deformata dei loro corpi nella pubblicità e nei media da parte di una società a cui sembra essere ancora estranea una vera cultura della differenza; ma significa anche, infine, agire, provando a correggere, nei limiti del possibile, il deficit di rappresentanza politica, la definitiva perdita di autonomia decisionale del Parlamento, la confusione e la volgarità del discorso pubblico, l’autodifesa a oltranza di quella che è un’oligarchia politica <em>de facto</em>, incapace di ascoltare le esigenze delle fasce più deboli, le rivendicazioni dei movimenti della società civile e le spinte di una moltitudine di cittadini senza cittadinanza in un Paese ormai multiculturale.</p>
<p>Reagendo a questo stato di cose e all’esclusione di almeno due generazioni di italiani dalla vita politica e produttiva, il 29 aprile del 2011 un centinaio di scrittori, critici, editori, giornalisti si sono riuniti nella sede romana della casa editrice Laterza sotto il nome di TQ, «Trenta-Quaranta», come l’età di chi ha partecipato, invocando quest’assunzione di responsabilità collettiva: con la certezza che la nostra generazione porta su di sé, per la prima volta, il fardello di mutamenti storici che riguardano <em>tutti</em>, e in particolare i più giovani. Nei mesi successivi a quell’appuntamento i partecipanti hanno dialogato tutti insieme in rete, concordando sull’importanza di coniugare l’uso delle nuove tecnologie e la partecipazione fisica a incontri e iniziative.</p>
<p>Se TQ si è formata e continua a operare, non è solo per discutere, ma per intraprendere un cammino condiviso di conoscenza e di azione. Per abbracciare, con l’analisi e la pratica, i temi vasti e intrecciati dell’istruzione, della ricerca, del welfare, del mercato, degli spazi pubblici, della produzione e della distribuzione di cultura. E per ricomporre, contribuendo a riscriverne i termini, quel patto sociale che si è rotto sia per il venir meno del rapporto diretto tra crescita del livello d’istruzione e crescita del reddito, che aveva costituito in passato il fondamento della mobilità sociale, sia per l’annullamento <em>unilaterale</em> del mutuo scambio tra la nostra generazione e quella precedente. TQ non cerca, tuttavia, uno scontro aperto da vivere simbolicamente come «uccisione dei padri» – o delle madri. Si propone, invece, di evitare gli errori della generazione precedente, e al tempo stesso di tenere con chi è venuto prima di noi uno scambio più autentico e profondo, che andrà impostato, comunque, su regole nuove; si propone, quanto a sé, di fare un costante esercizio di <em>autocritica</em>, sia individuale sia collettiva, e di assumersi obblighi – troppo spesso trascurati da molti, e forse anche, finora, da noi stessi – di chiarezza, correttezza e condivisione; si propone, infine, di agire anche e soprattutto con il pensiero rivolto alle generazioni che verranno.</p>
<p>TQ si è raccolta, dunque, non attorno a istanze estetiche, bensì politiche e sociali. Questo non è, infatti, un movimento artistico o letterario nel senso novecentesco del termine, ma un gruppo di intellettuali e lavoratori della conoscenza che ha l’ambizione di intervenire nel cuore della società italiana e nel tessuto ormai consunto delle sue relazioni materiali, di indicarne con maggior forza le lacerazioni – partendo dalla sistematizzazione della provvisorietà lavorativa, la vera ferita generazionale su cui si sono incistati molti dei mali contemporanei – e di avanzare una nuova visione operativa della cultura, in grado di contrastare finalmente l’incessante svalutazione che ha subito il concetto stesso di cultura e il ruolo di chi la produce e la diffonde. TQ considera <em>la cultura un bene comune</em> <em>come lo è l’acqua</em>: un bene a cui l’accesso deve essere universale e tendenzialmente gratuito e la cui gestione deve essere rigorosamente laica e basata sulla competenza. Solo in questo modo, solo combattendo ogni contrapposizione tra derive populiste e torri d’avorio, tra semplicismi anti-intellettuali e snobismi bizantini, si potrà arginare il dilagante disprezzo per il rigore e la fatica che lo studio richiede e restituire all’opinione pubblica adeguati strumenti di lettura del nostro tempo. Anche a questo scopo TQ promuoverà <em>seminari pubblici</em> sui saperi sia umanistici che scientifici ed economici, non solo in una prospettiva di interdisciplinarità ma anche e soprattutto di critica dei saperi stessi.</p>
<p>Nell’intento, poi, di contrastare una preoccupante identificazione tra qualità e quantità in ambito culturale, un ricorso esclusivo a misurazioni numeriche, economicistiche, della conoscenza, TQ si impegna a praticare e a pretendere l’uso di filtri critici in grado di riconoscere e premiare la qualità. Per questo TQ adotta come uno dei suoi principi d’azione la promozione della <em>bibliodiversità</em>,<strong> </strong>difendendo la complessità e la varietà delle scritture in un panorama editoriale prevalentemente orientato ai criteri estetici e produttivi del largo consumo.</p>
<p>Questo non è un appello che basti firmare: <em>questo è</em> <em>un invito, aperto a tutti coloro che lavorano nell’ambito della cultura e delle arti, a pensare e ad agire assieme</em>, deponendo egoismi e rivalità; a mettere in gioco parte del proprio tempo e in discussione il proprio ruolo artistico o intellettuale, e a essere fortemente, fieramente cittadini, operando da mediatori tra i saperi, intervenendo nel dibattito politico, immaginando nuovi modelli di pratiche sociali. È un invito che estendiamo poi a tutto il Paese, un invito al dialogo e alla formazione di comitati TQ, rivolto a tutte le categorie di trenta-quarantenni che vorranno lavorare assieme a noi: dai ricercatori agli economisti, dagli artisti di altre discipline ai lavoratori dello spettacolo, dagli insegnanti agli operai, dai free lance ai precari del terziario avanzato – molti di loro, proprio come noi, alle prese con una somma ennesimale di ruoli distinti: nella stessa giornata, più volte al giorno</p>
<p>In questo tempo di emergenza l’adesione a TQ si fonda dunque su un impegno etico in vista di un’azione politica, su un passo personale in vista di impegni collettivi. Siamo ormai pienamente convinti, infatti, che non sia più sufficiente dedicarsi ciascuno per sé, con distaccata purezza, all’arte e alla letteratura: oggi più che mai è necessario praticare <em>un’alternativa umana e</em> <em>comune </em>al lungo sonno della ragione.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Manifesto TQ/2. Editoria</strong></p>
<p>In un tempo in cui l’editoria non si distingue ormai più da qualsiasi altro settore dell’economia, con l’aggravante dello sfruttamento che molti di coloro che la dirigono fanno della passione di coloro che vi lavorano, in un tempo in cui gli editori non scelgono più i bei libri sperando che vendano, ma i libri che vendono sperando che siano belli, TQ ritiene che l’editoria, pur essendo un mercato, non possa tuttavia essere <em>solo</em> un mercato senza rinunciare a essere anche uno dei luoghi elettivi in cui si forma la coscienza dei cittadini; e vuole che il libro sia sottratto allo statuto di merce e restituito a quello di un bene alla cui preservazione dev’essere interessato anche chi non legge.</p>
<p>Dovendo dunque contrastare i deserti e le derive che il consumismo e il capitalismo hanno prodotto nel campo della cultura, TQ si impegna ad agire secondo quelli che possono essere definiti come criteri di «ecologia culturale» al fine di proteggere e coltivare l’unicità e la varietà delle scritture, e assume come criterio cardinale la <em>bibliodiversità</em>, battendosi contro l’omologazione delle scritture indotta da una produzione editoriale sempre più orientata al largo consumo. In secondo luogo TQ, constatando come la quantità di libri pubblicata ogni anno sia ormai ampiamente oltre la soglia della sostenibilità non solo culturale ma addirittura commerciale, si fa promotore di una proposta di <em>riequilibrio</em> nella produzione dei libri che impegni gli editori a <em>privilegiare la qualità rispetto alla quantità</em>.</p>
<p>Nell’operare di TQ, due sono le preoccupazioni che ne dettano le scelte, l’una strettamente legata all’altra: etica e qualità.</p>
<p><strong>Etica</strong>. L’etica di TQ<strong> </strong>editoria è improntata a un continuo impegno di trasparenza e di riconoscimento della competenza e del merito.</p>
<p><em>Trasparenza</em>. TQ promuove la trasparenza e la pubblicità, da parte degli editori, delle modalità di ottenimento e di gestione dei finanziamenti pubblici (contributi, provvidenze, agevolazioni) e le eventuali forme di reinvestimento non lucrativo. TQ invita inoltre a compiere un’opera di divulgazione dei meccanismi – e delle anomalie – che governano la filiera editoriale.</p>
<p><em>Concentrazioni editoriali</em>. TQ difende e sostiene l’indipendenza e l’autonomia in ogni segmento della filiera; intende inoltre individuare e formulare proposte di correzione per ogni stortura che provenga dalla <em>concentrazione</em>,<em> nelle mani di pochi grandi gruppi</em>, non solo della fase di produzione dei libri (concentrazione orizzontale attraverso la proprietà dei maggiori marchi) ma anche di quella di distribuzione e vendita (concentrazione verticale attraverso la proprietà delle reti distributive, delle catene librarie e di altri servizi editoriali).</p>
<p><em>Diritti del lavoro</em>. TQ si impegna a promuovere la dignità e i diritti dei lavoratori editoriali stabilendo regole e parametri e approntando contratti e tariffari di riferimento per i mestieri dell’editoria, dai correttori di bozze agli impaginatori.</p>
<p>In particolare, prendendo posizione in favore di una delle categorie professionali più importanti e meno tutelate dell’editoria, TQ si farà promotore di una campagna pubblica affinché il nome del traduttore appaia quantomeno sul retro di copertina e nel frontespizio interno di tutti i libri e sia sempre citato nelle recensioni e nelle segnalazioni su giornali, radio, televisioni e internet. Inoltre TQ intende redigere e far adottare quanto più possibile un tariffario generale che, contemperando le esigenze degli editori e quelle dei traduttori, esprima standard minimi di compenso per le varie lingue. Nel suo sito, infine, TQ allestirà un database che favorisca il debutto degli esordienti più capaci e l’affermazione di traduttori che abbiano svolto poche traduzioni ma che abbiano dimostrato abilità e affidabilità.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Editoria a pagamento</em>. Condannando senza compromessi antiche e cattive pratiche come l’editoria a pagamento o in conto d’autore e l’ottenimento di recensioni a pagamento o in cambio dell’acquisto di inserzioni pubblicitarie, TQ stigmatizza la legittimazione e la promozione che tali pratiche stanno ricevendo da gruppi editoriali di grande peso e prestigio in un processo di finta democratizzazione della cultura, in base al quale si considera ormai la pubblicazione come un diritto.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em>Sostegno pubblico</em>. Esercitando una costante opera di pressione sulle forze politiche e sulle istituzioni competenti, TQ reclamerà l’attuazione di politiche di lotta al precariato in ambito culturale, nonché di promozione e sostegno ai libri di qualità e alle librerie indipendenti.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Ecosostenibilità</em>. TQ promuove l’utilizzazione di carte, inchiostri, metodi di lavorazione dei libri e di smaltimento dei rifiuti pienamente ecosostenibili.</p>
<p><strong>Qualità</strong>. TQ si impegna ad alimentare l’attenzione pubblica sulla questione della qualità letteraria, che è indipendente dal successo commerciale di un libro, e a fare ragionate battaglie contro le più deleterie derive mercatistiche dell’editoria italiana, come lo spostamento delle risorse delle case editrici dalla fase di produzione a quella di promozione dei libri.</p>
<p>Proprio in quest’ottica TQ intende costruire <em>un circuito virtuoso per i libri di qualità</em> che inizi <em>anche</em> <em>prima della loro pubblicazione</em> e che predisponga, attraverso i migliori critici letterari, librai e lettori, un’accoglienza attenta e qualificata in grado di aumentare la longevità, la risonanza e la redditività di quei libri.</p>
<p>TQ chiede anche agli autori di abbracciare e promuovere pratiche di qualità nel lavoro creativo e pratiche etiche in quello critico.</p>
<p>Sempre a tal fine TQ si ripropone di essere un riferimento e un raccordo tra le migliori voci della critica letteraria che sono, negli ultimi anni, sempre più isolate e inascoltate, così da conferire al loro impegno in favore dei libri di qualità ancora maggior forza e risalto e da fondare, insieme a loro, una <em>nuova autorevolezza</em>.</p>
<p>A testimoniare e consolidare questa militanza per la qualità letteraria vi è anche il proposito di TQ di segnalare opere miliari da tempo fuori commercio, creando <em>un catalogo di grandi libri dimenticati</em>.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Osservatorio sulle buone e cattive pratiche</em>. TQ si impegna a realizzare un osservatorio sulle buone pratiche che censisca sul territorio i soggetti di qualità (case editrici, librerie, biblioteche, festival, agenzie letterarie e organi di informazione libraria) e a incoraggiare forme di solidarietà e cooperazione tra questi soggetti. Specularmente TQ si ripropone di denunciare in sede pubblica tutte le pratiche che contrastino con principi di etica e di qualità e in particolare quelle che tendono a erodere gli spazi della critica e a depotenziare il dibattito e la formazione di un’opinione pubblica: tra esse l’abuso delle anticipazioni dei libri e la pubblicazione, sui giornali italiani, di recensioni positive della stampa straniera fornite a spese dell’editore.</p>
<p>Anche in materia di premi letterari TQ eserciterà un ruolo attivo di osservatorio critico, al fine di documentare le dinamiche di selezione dei premi italiani e di segnalare pubblicamente le eventuali incongruenze tra le dichiarazioni di principio e gli esiti delle votazioni.</p>
<p>Infine TQ intende formare <em>un nuovo pubblico</em>, educare nel tempo una comunità di lettori forti, facendo riassaporare il piacere estetico della lettura attraverso interventi pubblici e seminari. Si ripromette di perseguire questo obiettivo anche proponendo e valorizzando, sia in ambito accademico che giornalistico, un’attività di critica letteraria in cui la recensione sia dialogo con il libro e con i lettori e bandisca gli slogan promozionali in favore di un giudizio complesso e competente.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Manifesto TQ/3.  Spazi pubblici</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Dopo una lunga stagione di vuoto partecipativo e individualismo ideologico, nell’intento di creare nuove forme di comunità culturale e di condivisione dei saperi e delle pratiche politiche, TQ non si limita alla dimensione immateriale della comunicazione letteraria e della proposta teorica. TQ ritiene infatti teatro della propria azione tanto gli spazi pubblici di carattere istituzionale, quanto spazi che TQ stessa contribuisca a rendere pubblici indipendentemente dalle istituzioni: luoghi dismessi, sofferenti, mercificati, di cui sia possibile riappropriarsi, restituendoli all’uso comune e modificandone la funzione.</p>
<p>TQ svolgerà le proprie attività in luoghi nei quali il dialogo possa avvenire in modo orizzontale, in spazi non elitari né commerciali.<strong> </strong>La definizione è ampia: può includere una piazza, una scuola, un centro sociale occupato o un festival letterario. Rispetto allo svolgimento delle attività, sarà importante mantenere una dimensione il più possibile aperta e conviviale.</p>
<p>TQ interverrà<strong> </strong>attivamente sul territorio e stimolerà la riappropriazione critica degli spazi pubblici e dei beni comuni, affiancando realtà già operanti e elaborando azioni autonome, come ad esempio:</p>
<ul>
<li>il monitoraggio delle istituzioni del territorio e delle loro politiche<strong> </strong>culturali<strong>, </strong>affinché promuovano processi virtuosi di<strong> </strong>interazione col pubblico e progetti d’interesse comune, fuori da<strong> </strong>logiche puramente mercantili e clientelari. In questo quadro TQ considera una priorità la battaglia per la difesa e la riqualificazione delle biblioteche;</li>
<li>l’occupazione, temporanea o a lungo termine, di luoghi della cultura o da restituire alla cultura, e il sostegno a occupazioni già in atto;</li>
<li>azioni estemporanee di interposizione, disturbo o “<em>guerrilla”</em> culturale e artistica, in luoghi inconsueti o a forte connotazione politica e simbolica, come CIE, carceri, sedi di amministrazioni pubbliche, aziende.</li>
</ul>
<p><em>per adesioni: tq.adesioni@gmail.com</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/27/documenti-tq/">Documenti TQ</a></p>
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		<title>Un monito alle vittime dell&#8217;emergenza omofobia</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Nov 2009 07:04:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>[Pubblico un estratto della conferenza tenuta da <a href="mailto:lorenzo.bernini@univr.it">Lorenzo Bernini</a> il 5 novembre 2009 presso l’università di Verona, su invito del gruppo studentesco <a href="mailto:eglbtvr@yahoo.it">EGLBT</a> (etero, gay, lesbo, bisex and transgender) corredato da fotografie di <a href="http://www.linapallotta.com">Lina Pallotta</a>. - Jan Reister]</em></p>
<h3>Fate l&#8217;amore non la guerra &#8211; di Lorenzo Bernini</h3>
<p></p>
<p>Non mi piacciono le fiaccolate.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/18/un-monito-alle-vittime-dellemergenza-omofobia/">Un monito alle vittime dell&#8217;emergenza omofobia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Pubblico un estratto della conferenza tenuta da <a href="mailto:lorenzo.bernini@univr.it">Lorenzo Bernini</a> il 5 novembre 2009 presso l’università di Verona, su invito del gruppo studentesco <a href="mailto:eglbtvr@yahoo.it">EGLBT</a> (etero, gay, lesbo, bisex and transgender) corredato da fotografie di <a href="http://www.linapallotta.com">Lina Pallotta</a>. - Jan Reister]</em></p>
<h3>Fate l&#8217;amore non la guerra &#8211; di Lorenzo Bernini</h3>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-26417" title="1-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/1-450.jpg" alt="1-450" width="450" height="300" /></p>
<p>Non mi piacciono le fiaccolate. O meglio non mi piace il fatto che ultimamente la fiaccolata sembra essere diventata la modalità di manifestazione prediletta dal movimento lesbico gay trans. Come non mi piace lo slogan che è stato scelto per l’ultima manifestazione nazionale contro l’omofobia a Roma: cioè “<a href="http://uguali.wordpress.com/">uguali</a>”. Questo perché in quanto appartenente a una minoranza oppressa, oggetto di discriminazione e di odio, non solo non mi sento uguale, ma soprattutto non aspiro a essere uguale a chi esprime posizioni omofobiche, a chi incarna quello stile di vita eterosessuale che mi esclude, e da cui dipende la mia discriminazione. Aspiro piuttosto a rivendicare la mia diversità, e a farne un punto di partenza per la trasformazione.<span id="more-26206"></span></p>
<p>Condivido la necessità di reclamare uguali diritti. I diritti dobbiamo esigerli tutti: non solo una legge antidiscriminatoria e i pacs, ma anche il matrimonio, l’adozione, l’accesso alle tecniche di riproduzione assistita. Però dobbiamo anche riflettere su ciò che ce ne faremo di questi diritti, se mai riusciremo a conquistarli in Italia. Dovremmo anche riflettere su quale mondo vorremmo una volta che fossimo riusciti a diventarne pienamente cittadini. È importante che lottiamo per avere uguali diritti, per raggiungere un’eguaglianza giuridica anche nello Stato italiano.</p>
<p>Però la parola d’ordine “uguali” rischia di esprimere un desiderio di omologazione sociale, di inclusione nella società così come già è, mentre il mio desiderio, il modo in cui interpreto il mio impegno politico in quanto gay, è quello di contestare questa società, così come essa è e come oggi sta diventando, e di lavorare per il cambiamento. Per questa ragione non riesco a sentirmi rappresentato da manifestazioni che assomigliano a cortei funebri in cui ognuno racconta la sua storia personale di sofferenza per commuovere i presenti e per reclamare una “sicurezza” intesa come la sicurezza repressiva della polizia. E non mi sento rappresentato da manifestazioni in cui si invitano i cittadini italiani a partecipare senza alcuna insegna politica, come se non ci fosse alcuna differenza oggi in Italia tra maggioranza e opposizione parlamentare e sociale, tra destra e sinistra, tra neoliberali e anticapitalisti, tra gerarchie cattoliche e attivisti laici.</p>
<p>In quanto militante gay non riesco insomma a identificarmi nel ruolo di una “povera vittima” che insieme ad altre “povere vittime” si limita a piangere il lutto delle violenze subite dalla comunità omo/trans-sessuale. Non riesco a riconoscermi in iniziative che hanno lo scopo di rivendicare protezione, o meglio di mendicare protezione da quel governo il cui atteggiamento misogino, omofobico, transfobico e razzista è il vero responsabile del nuovo clima di crescente intolleranza per tutte le minoranze che si è ormai ampiamente diffuso in Italia – per le minoranze sessuali, ma anche per la minoranze etniche, religiose e culturali, per i migranti. E di conseguenza sono spaventato dal fatto che la parlamentare del PD Paola Concia, che per quanto non provenga da una militanza nel movimento lesbico è oggi considerata la rappresentante del movimento lesbico gay trans in parlamento, ha aperto addirittura un dialogo con gruppi neofascisti come <a rel="nofollow" href="http://www.casapound.org">casa Pound</a>.</p>
<p>Per queste ragioni al titolo che mi avete proposto per questo incontro sull’emergenza omofobia,  “Fate l’amore, non la guerra” ho scelto di aggiungere un sottotitolo: “Un monito alle ‘vittime’ dell’‘emergenza’ omofobia”, dove le parole “vittime” ed “emergenza” sono tra virgolette, perché sono le parole chiave del mio intervento, quelle su cui vorrei soffermarmi, che vorrei interrogare e mettere in discussione.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-26418" title="2-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/2-450.jpg" alt="2-450" width="450" height="300" /></p>
<p><em>Il coordinamento di associazioni trans <a href="http://www.sylviarivera.org/">Sylvia Rivera</a>. Da sinistra a Destra: Juana Ramos (Associazione Transexualia – Madrid), Laurella Arietti (circolo Pink – Verona), Porpora Marcasciano e Marcella Di Folco (<a href="http://www.mit-italia.it/">Movimento d’Identità Transessuale</a>)</em></p>
<p>Prima di soffermarmi su queste parole del sottotitolo, vorrei però iniziare dal commentare il titolo. Il motto che avete scelto, “Fate l’amore, non la guerra”, è ben diverso dalla parola d’ordine “uguali” – e personalmente mi sarebbe piaciuto molto che il movimento lesbico gay trans avesse scelto uno slogan come questo per l’ultima manifestazione romana. La contrapposizione tra fare l’amore e fare la guerra esiste già in Ovidio (nelle Eroidi). “Gli altri facciano la guerra, Protesilao faccia l’amore”: queste sono le parole che Laodamia pronuncia pensando al marito, il guerriero greco Protesilao che sta per partire per la guerra di Troia &#8211; sarà il primo dei guerrieri greci a toccare terra e il primo a essere ucciso dai Troiani.</p>
<p>Il motto “Fate l’amore non fate la guerra” come noi lo conosciamo non deriva però da Ovidio, ma è generalmente attribuito al filosofo inglese Bertrand Russell (1872-1970), che fu un intellettuale pacifista e anticonformista, laicista e socialista, difensore dei diritti delle donne e della libertà sessuale – un intellettuale che pagò caro il suo impegno politico. Russell si oppose infatti all’ingresso della Gran Bretagna nella prima guerra mondiale, e per questo perse il suo posto di insegnamento al Trinity College, fu arrestato e trascorse ben sei mesi in carcere. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale invece Russell accantonò il suo pacifismo, e sostenne la necessità che l’Inghilterra intervenisse militarmente contro Hitler. Negli anni della guerra fredda tornò invece a difendere le ragioni del pacifismo, fu un sostenitore del disarmo nucleare e fu condannato a un’altra settimana di prigione in seguito a una manifestazione per il disarmo. Morì nel 1970, e fece in tempo a prendere parte anche alle manifestazioni pacifiste contro la guerra del Vietnam. Alla sua morte il suo “fate l’amore, non la guerra” divenne uno dei motti più ricorrenti nel movimento pacifista e della contestazione.</p>
<p>Erano gli anni della rivoluzione sessuale, in cui i giovani dei movimenti studenteschi americani ed europei sognavano un mondo diverso da quello dei loro padri e delle loro madri, un mondo in cui il sesso fosse libero, senza costrizioni, in cui l’amore potesse prendere forme diverse dalla famiglia eterosessuale riproduttiva che nella sua struttura classica è sinonimo di oppressione della moglie da parte del marito, dei figli e delle figlie da parte dei genitori. I giovani degli anni settanta sognavano un mondo rinnovato, in cui la logica dell’amore prevalesse sulle logiche della sopraffazione sessuale e generazionale, e sulle logiche della guerra e della violenza.</p>
<p>È appunto da questa effervescenza politica e sociale che nacquero tanto i movimenti femministi, quanto i movimenti gay lesbici e transessuali. E non nacquero come movimenti di vittime che chiedono pietà e protezione alla società così come essa esiste, ma come movimenti audaci e coraggiosi che aspirano a trasformare la società. Ad esempio allo Stonewall Inn di New York il 28 giugno 1969 transessuali gay e lesbiche non chiesero la protezione della polizia, ma al contrario reagirono contro la polizia che abitualmente faceva irruzione nei locali gay maltrattandone e arrestandone gli avventori. In quel caso non si trattò di una reazione non violenta, ma di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Moti_di_Stonewall">una guerriglia urbana</a> che durò alcuni giorni – e che fu iniziata dalla transessuale Sylvia Rivera che lanciò una bottiglia contro un poliziotto.</p>
<p>Questa è la ricorrenza che il movimento festeggia ogni 28 giugno come giornata dell’orgoglio lesbico gay trans. Questa è la ricorrenza che tradizionalmente il movimento festeggia esibendo provocatoriamente corpi seminudi, grandi seni siliconati, paillettes, lustrini e indumenti di cuoio nelle gay parade come segno della rivoluzione sessuale, come segno dell’aspirazione a un mondo creativo e gioioso, “anormale” forse, ma certamente “favoloso”.</p>
<p>La parola “gay” che negli anni settanta è stata scelta dal movimento anglosassone al posto del più tradizionale “omosessuale”, che è un termine che deriva dal lessico medico, allude proprio al desiderio di essere diversi dagli altri, di essere provocatoriamente gioiosi, gai appunto. La parola “gay” designa inizialmente anche la volontà di non manifestare nel modo serioso e austero dei movimenti marxisti di quegli anni, la volontà di rigettare l’organizzazione di stampo militarista che caratterizza alcuni di quei movimenti, per privilegiare l’ironia, la provocazione, la gioia di esibire il proprio corpo. “Gay” negli anni settanta ha più o meno il significato politico che oggi, mutatis mutandis, ha acquistato la parola “queer”, con cui una parte del movimento ha scelto di rinominarsi, mentre un’altra parte del movimento rigetta quel modo gaio di manifestare, e plaude a un nuovo modo di scendere in piazza, più educato e disciplinato – un modo di manifestare che dovrebbe renderci più rispettabili, non più orgogliosi della nostra differenza ma appunto “uguali”, non più inclini a scandalizzare ma al contrario impegnati a dichiarare i nostri buoni sentimenti, a raccontare le nostre storie per impietosire chi ha il buon cuore di ascoltarci.</p>
<p>Anche in Italia abbiamo avuto la nostra Stonewall: il 5 aprile 1972 si tenne a Sanremo un convegno di psichiatri, organizzata dal Centro Italiano di Sessuologia, un organismo di ispirazione cattolica, che tra le altre cose si proponeva di discutere le possibili cure dell’omosessualità. Una quarantina di militanti del FUORI (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), protestarono di fronte al convegno con slogan come “psichiatri, siamo venuti a curarvi!”. Mentre gli psichiatri cattolici entravano nella sala del convegno, i manifestanti li irrisero urlando loro “normali!”, come un insulto. Naturalmente vennero sgomberati dalla polizia, ma Angelo Pezzana, uno dei fondatori del movimento, riuscì a prendere la parola durante il convegno. Non dichiarò “sono una vittima di voi psichiatri”, “sono infelice a causa vostra e di quelli come voi”, ma al contrario dichiarò <a href="http://books.google.com/books?id=2cJ1zT70ucwC&amp;pg=PA57&amp;lpg=PA57&amp;dq=gianni+rossi+barilli+sanremo&amp;source=bl&amp;ots=yT1pv3BcD9&amp;sig=UdrPRef4gZDS1-DA0jiQIEZmGJo&amp;hl=it&amp;ei=djf0SrGAOJTSmgPE98W1Aw&amp;sa=X&amp;oi=book_result&amp;ct=result&amp;resnum=1&amp;ved=0CAgQ6AEwAA#v=onepage&amp;q=&amp;f=false">“sono omosessuale e felice di esserlo”</a>. E a me dispiace molto che questo richiamo alla felicità, e anche alla felicità della partecipazione politica, alla felicità del manifestare assieme agli altri per costruire un mondo diverso, sembra essersi persa nel nostro movimento.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-26419" title="3-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/3-450.jpg" alt="3-450" width="450" height="300" /><br />
<em> Vinicio Diamanti e Porpora Marcasciano</em></p>
<p>Sono passati molti anni da allora, tante cose sono cambiate in meglio nelle vite dei gay delle lesbiche, delle donne e degli uomini trans italiani, anche se oggi ci troviamo ad affrontare questa “emergenza” omofobia. Il movimento è cresciuto moltissimo, oggi le nostre manifestazioni non sono più composte da pochi militanti coraggiosi, ma riempiono le strade e le piazze delle città e coinvolgono anche molti simpatizzanti eterosessuali. Per fortuna oggi la polizia non ci carica e non ci arresta, ma piuttosto protegge le nostre manifestazioni dal rischio di aggressioni esterne.</p>
<p>E tuttavia anziché aver acquistato maggior grinta, maggior forza trasformativa, il movimento sembra essersi assestato su posizioni moderate. Anziché promuovere cambiamento, sappiamo chiedere soltanto l’accesso agli stessi diritti di cui godono le persone eterosessuali, e l’assimilazione sociale. Anziché dichiarare la nostra felicità, il nostro orgoglio di non essere uguali agli altri, il nostro desiderio di non essere “normali”, impersoniamo il ruolo di vittime che supplicano protezione a chiunque, che chiedono l’approvazione di qualsiasi forza politica, che aspirando a essere “normali” come tutti gli altri, dialogando persino con i neofascisti.</p>
<p>Non sto negando che siamo anche delle vittime, vittime della violenza omofobia e transfobica. Omofobia e transfobia sono realtà nella nostra società e nell’ultimo anno e negli ultimissimi mesi sono stati sempre più frequenti gli episodi di violenza verso le persone lesbiche gay e transessuali. Però essere vittime non neutralizza la nostra responsabilità, non ci esime cioè dalla decisione su che cosa possiamo e dobbiamo fare a partire dalla violenza che subiamo.</p>
<p>Un’importante riflessione filosofica sulla responsabilità delle vittime è stata sviluppata dopo la seconda guerra mondiale da alcuni filosofi di origine ebraica, come la tedesca Hannah Arendt (1906-1975) e il lituano-francese Emmanuel Lévinas (1905-1995). Arendt ne Le origini del totalitarismo sostiene che il popolo ebraico in Europa prima della Shoah è stato responsabile di non aver compreso l’importanza della politica, e di aver confuso l’eguaglianza giuridica e l’assimilazione sociale con l’emancipazione politica – con la rivendicazione politica dei diritti per gli ebrei e per tutte le minoranze. Sempre Arendt in Vita activa ha poi difeso l’importanza dell’azione politica, arrivando a sostenere che la politica è l’attività più propriamente e pienamente umana, quella in cui l’esistenza umana trova maggiormente senso e realizza la sua felicità.</p>
<p>Lévinas, in testi come Totalità e infinito e Altrimenti che essere o aldilà dell’essenza ha invece condotto un’importante riflessione non-violenta sul concetto di responsabilità, secondo cui la responsabilità si definisce non in relazione a ciò che si è fatto, ma in relazione alla presenza dell’altro che è sempre di fronte a noi, anche quando non abbiamo agito un atto, ma lo abbiamo subito. La filosofa ebrea lesbofemminista Judith Butler (1956-) in tempi recenti ha riformulato il pensiero di Lévinas per criticare l’attuale politica dello Stato di Israele verso il popolo palestinese. Una vittima può reagire alla violenza subita con l’autodifesa (come accadde a Stonewall), oppure esercitando violenza su altri (come quella che oggi il governo israeliano esercita sul popolo palestinese), oppure restando congelata nel proprio ruolo di vittima e reclamando protezione, oppure ancora scegliendo di rifiutare la violenza e di costruire un mondo pacifico. Quest’ultima a mio avviso, quando è possibile, è la scelta propriamente morale, e propriamente politica.</p>
<p><em><del datetime="2009-11-18T12:49:01+00:00">[intervento redazionale - JR]</del><br />
</em></p>
<p>Come sapete anche gli omosessuali sono stati rinchiusi e uccisi nei campi di sterminio nazisti: quella che oggi chiamiamo “emergenza” omofobia non è che l’“emergere”, sui giornali e in tv, di una violenza che lesbiche gay e transessuali hanno da sempre subito nella storia. L’emergenza omofobia sui nostri media segue altre emergenze: l’emergenza bullismo, ad esempio – che è ad essa legata perché i bambini e gli adolescenti più bersagliati a scuola dai compagni come ben sappiamo sono i bambini e gli adolescenti effeminati, quelli che non si conformano agli standard di virilità ritenuti accettabili dai loro coetanei.</p>
<p>Un’altra emergenza che ha preceduto l’emergenza omofobia è l’emergenza della violenza sulle donne – l’emergenza stupri. Il movimento femminista ha più volte denunciato che la maggior parte degli stupri in Italia è sempre avvenuta e continua ad avvenire tra le mura domestiche: nelle famiglie eterosessuali tradizionali da sempre i mariti violentano le mogli, i padri da sempre violentano le figlie. Ma come sapete la cosiddetta emergenza stupri riguarda altre violenze, quelle compiute per strada dai cosiddetti “extracomunitari”: questi per i giornali e le tv costituiscono l’emergenza, perché sono una tragica novità, mentre i “normali” stupri familiari non fanno notizia.</p>
<p>Emergenza omofobia, emergenza bullismo ed emergenza stupri rientrano poi in quella che giornali e tv hanno presentato come una più ampia emergenza sicurezza, che tende a rappresentare tutti i cittadini italiani come vittime potenziali di un crimine generalizzato in crescita nella società italiana a causa dell’immigrazione. Un’emergenza che per questo governo deve essere risolta con l’impiego della polizia e dell’esercito: non stanziando fondi per l’educazione alla non violenza, per un’educazione sessuale nelle scuole incentrata sui diritti delle donne e delle minoranze sessuali, e ancora per un’educazione alla diversità culturale che possa far sentire i migranti più accolti nel nostro paese (questo governo sta continuamente tagliando fondi per l’istruzione, dalla scuola elementare all’università), ma attraverso l’esercizio della repressione poliziesca – una violenza istituzionale che deve essere più forte della violenza criminale.</p>
<p>Di nuovo non sto negando affatto che bullismo stupri e omofobia siano realtà con cui dobbiamo fare i conti, e che dobbiamo contrastare. Né sto negando che l’aumento di alcuni crimini in Italia sia legato alla presenza nel nostro paese di migranti poveri e disperati – poveri e disperati, ma non per questo privi di responsabilità per ciò che fanno. Vorrei però sottolineare il fatto che le politiche securitarie e repressive di questo governo, e anche i tagli al sistema scolastico e universitario che riguardano me come ricercatore e voi come studenti, sono concause di queste emergenze.</p>
<p>È come se oggi in Italia si fossero infranti degli argini morali, e di conseguenza stessero “emergendo” razzismi e intolleranze che sono sempre state parte della nostra società, ma che prima i cittadini italiani avevano più remore a esprimere pubblicamente. Ed è indubbio che il fatto che certi personaggi siedano nel nostro parlamento e appartengano al nostro governo faccia sentire gli italiani maggiormente legittimati a esprimere pubblicamente il loro razzismo e la loro intolleranze.</p>
<p>Di fronte al vice presidente del Senato Calderoli che chiama i gay “culattoni” e porta provocatoriamente un maiale a passeggiare sul luogo destinato alla costruzione di una moschea; di fronte al ministro dell’Interno Maroni che voleva prendere le impronte digitali ai bambini rom e che ha sostenuto che occorre “essere cattivi con i clandestini”; di fronte ai respingimenti dei barconi dei migranti a Lampedusa; oppure di fronte al presidente del Consiglio Berlusconi che anche di fronte agli “scandali sessuali” di cui è protagonista si vanta della sua virilità, che racconta barzellette sui gay agli operai impegnati nella ricostruzione dopo il terremoto in Abruzzo e che si dichiara contrario a un’Italia multietnica; di fronte a tutto questo, e sono solo degli esempi, perché dovremmo stupirci se il nostro vicino di casa si sente legittimato a dire quanto gli facciano schifo il colore della nostra pelle o le nostre abitudini sessuali? Se in seguito al pacchetto sicurezza un anno fa a Roma la polizia ha organizzato violente retate contro le prostitute transessuali – più che delle retate, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=wj_X2Tn6fyg">delle vere e proprie cacce alle trans</a> – perché dovremmo stupirci se alcuni gruppetti di balordi si sentono legittimati a proseguire questa caccia alle minoranze sessuali? Anche l’atteggiamento del governo italiano oggi è razzista, anche quella istituzionale è omofobia e transfobia – e questo è il terreno di coltura su cui si sviluppano gli episodi più estremi della violenza di cui siamo vittime.</p>
<p>Siamo vittime della violenza omofobica e transfobica, quindi. E se un tempo di questa violenza l’informazione non faceva parola, negli ultimi tempi per fortuna giornali e televisioni non ce la nascondono più. Quello della vittima sembra anzi essere il ruolo che più volentieri ci viene attribuito dai media. Un ruolo “rispettabile” che gli stessi membri del governo e i loro colleghi e amici sono disposti a riconoscerci. Tutti infatti (o meglio: quasi tutti), anche quando ci hanno insultato con barzellette o male parole il giorno prima, sono poi disposti a difenderci – almeno nelle dichiarazioni ufficiali – quando appariamo come vittime di violenza. Persino il sindaco di Roma Alemanno, ex estremista di destra poi entrato in AN e nel PdL, ha preso parte alla fiaccolata romana contro le violenze omofobiche, per poi dire che come buona parte dei parlamentari del PdL avrebbe votato contro l’approvazione del disegno di legge Concia per l’introduzione nel codice penale dell’aggravante di omofobia nei casi di violenza.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-26421" title="5-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/5-450.jpg" alt="5-450" width="300" height="450" />Di fronte a questa situazione a mio avviso, anche se siamo vittime della violenza omofobica e transfobica, dovremmo sforzarci di non essere soltanto delle vittime, e di recuperare almeno un po’ della volontà trasformativa che caratterizzava gli inizi del nostro movimento. Dovremmo seguire l’insegnamento di Arendt, e riacquistare il senso della felicità pubblica, della partecipazione attiva alla politica, non solo per reclamare protezione da questa società così com’è, ma anche per contribuire alla trasformazione della società in nome dei principi di eguaglianza giuridica e di rispetto per le differenze.</p>
<p>Lo scrittore Christopher Isherwood (1904-1986) – l’autore di Addio a Berlino da cui è stato tratto nel 1972 il famoso musical di Bob Fosse Cabaret con Liza Minnelli – sosteneva che l’omosessualità era stata per lui motivo di ispirazione, perché gli aveva permesso di esercitare uno sguardo obliquo sul mondo, uno sguardo queer, che è lo sguardo curioso di chi non si accontenta di guardare il mondo così come solitamente appare, come lo guardano i più, ma lo osserva secondo una prospettiva imprevista e inedita.</p>
<p>Il filosofo francese Michel Foucault (1926-1984), autore di capolavori come Storia della follia, Sorvegliare e punire, La volontà di sapere, intervistato sulla propria omosessualità nel 1981, dichiarò invece: “Bisogna diffidare dalla tendenza a ricondurre la questione dell’omosessualità al problema del ‘chi sono?’, ‘qual è il segreto del mio desiderio?’. Forse sarebbe meglio domandarsi: ‘Quali reazioni possono, attraverso l’omosessualità, essere stabilite, inventate, moltiplicate, modulate?’”. E poi continuò: “L’omosessualità è una grande occasione storica per riaprire virtualità relazionali ed affettive, non tanto per le qualità intrinseche dell’omosessuale, ma perché la sua posizione in un certo senso ‘trasversale’, le linee diagonali che può tracciare nel tessuto sociale, permettono di fare emergere tali virtualità”.</p>
<p>A mio avviso sarebbe importante che il movimento lesbico gay trans, anche a partire dal fatto che essere lesbiche gay trans in Italia oggi, come purtroppo da sempre, significa essere esposti alla violenza omofobica e transfobica, continuasse a vivere l’omosessualità e la transessualità come osservatori privilegiati sul mondo, come occasioni di trasformazione e di cambiamento, o almeno, di fronte alla deriva neoautoritaria che sta prendendo la politica italiana, come occasioni di resistenza, di difesa della nostra costituzione antifascista e dei diritti che sancisce, e anche di difesa delle conquiste sociali e culturali – anche se per il momento non giuridiche – che la comunità omo/trans-sessuale ha comunque ottenuto anche in Italia dagli anni settanta ad oggi.</p>
<p>In questa prospettiva, ad esempio, il movimento avrebbe dovuto essere più radicale nell’affermare che avremmo voluto non l’introduzione dell’aggravante per omosessualità nel codice penale, come proponeva il disegno di legge Concia, ma l’introduzione dell’omofobia e della transfobia nella legge Mancino. Anziché appoggiare direttamente il disegno di legge Concia con una manifestazione intitolata “uguali”, a mio avviso il movimento avrebbe dovuto appoggiarlo indirettamente (obliquamente, in modo queer) indicendo una manifestazione dal titolo diverso – magari “fate l’amore, non la guerra”, oppure “orgogliosi di essere diversi e antifascisti” – chiedendo l’ampliamento della legge Mancino.</p>
<p>La differenza tra il disegno di legge Concia che è stato discusso e bocciato e la legge Mancino infatti non è di poco conto: accontentandosi del disegno di legge Concia gli omosessuali hanno assunto il ruolo di vittime che chiedono protezione giuridica e poliziesca solo per se stessi, dimenticando la responsabilità dell’impegno politico verso gli altri – solo gli omosessuali hanno assunto questo ruolo, perché il disegno di legge concia non nominava uomini e donne transessuali, né gli uomini e le donne migranti. Se il movimento lesbico gay trans avesse invece manifestato unito per l’ampliamento della legge Mancino, a mio avviso avrebbe assunto il ruolo di una forza politica che difende le ragioni dell’antifascismo contro i rischi di neoautoritarismo, di esautorazione delle prerogative parlamentari, di cancellazione dei diritti costituzionali, di razzismo, di omofobia e di transfobia presenti oggi nel nostro paese.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-26422" title="6-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/6-450.jpg" alt="6-450" width="450" height="295" /><br />
<em> Marcella Di Folco e Vladimir Luxuria</em></p>
<p>Il disegno di legge Concia avrebbe introdotto nel codice penale, all&#8217;articolo 61, tra le circostanze aggravanti in caso di aggressione, il fatto che il reato sia stato commesso per ragioni relative all’orientamento sessuale della persona aggredita – quindi nel caso in cui la vittima sia un gay o una lesbica, non un/una transessuale o un/una migrante (per ora l’articolo 61 considera aggravanti i futili motivi, oppure il fatto che l’aggressione serva per coprire un precedente reato o per commetterne un altro, o ancora l’uso di sevizie e la crudeltà nell’esercizio della violenza, o il fatto che la violenza sia associata a un abuso di potere…).</p>
<p>Al disegno di legge Concia, che sulla carta era appoggiato da parte del PD, parte del PdL e persino da parte della Lega, sono state opposte due obiezioni: la prima era relativa alla presunta ambiguità del termine “orientamento sessuale” – tutti sappiamo a che l’espressione indica l’omosessualità, tranne alcuni parlamentari del PdL, secondo cui l’espressione comprende anche la pedofilia, la necrofilia o la zoofilia, e che pertanto hanno chiesto che il disegno di legge fosse rimandato in Commissione…</p>
<p>La seconda, che è stata determinante per la bocciatura del disegno di legge durante la discussione parlamentare, è stata sollevata dall’UdC, ed era relativa al fatto che questa aggravante avrebbe compromesso il principio costituzionale dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Anche questa è una motivazione pretestuosa, perché l’articolo 3 non sostiene soltanto “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, ma continua: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.</p>
<p>Nello spirito di quanto affermato dall’articolo 3 della Costituzione, sostenere che un’aggressione di una minoranza oppressa è più grave di un’aggressione compiuta a scopo di rapina non è affatto una discriminazione a favore della minoranza – come è stato pretestuosamente obiettato a disegno di legge Concia – ma rientra nel tentativo da parte dello Stato di rimuovere gli ostacoli culturali e sociali che impediscono l’eguaglianza giuridica dei cittadini (come avviene nelle politiche di pari opportunità per le donne). Il rilievo di incostituzionalità era quindi evidentemente pretestuoso. E infatti la corte costituzionale non ha mai obiettato che la legge Scelba o la legge Mancino contraddicano l’articolo 3 della costituzione.<br />
Quando fu scritta la costituzione, nel 1946 e nel 1947, i costituenti la corredarono di una norma, la XII norma transitoria, che afferma inderogabilmente il principio secondo cui “è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Da questo principio generale la norma transitoria trae come conclusione che per 5 anni, in deroga all’articolo 48 (secondo cui tutti i cittadini maggiorenni, uomini e donne, hanno uguale diritto di partecipare alle elezioni e di esercitare il diritto di voto), i “capi responsabili” del partito fascista non potevano candidarsi alle elezioni. La XII norma transitoria ha avuto applicazione nel 1952 nella legge 645 o legge Scelba, che introduce il reato di apologia di fascismo che consiste non solo nel fare propaganda per ricostituire il partito fascista, ma anche nell’“esaltare, minacciare o usare la violenza come metodo di lotta politica, nel denigrare i principi democratici e le libertà sancite dalla costituzione” e nel fare “propaganda razzista”.</p>
<p>Anche la legge 205 del 1993, o legge Mancino, è un’applicazione della XII norma transitoria. La legge Mancino punisce con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sull&#8217;odio razziale o etnico, e chi incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. La proposta originaria avanzata dal movimento lesbico gay e trans era di aggiungere la discriminazione per ragioni relative all’orientamento e all’identità sessuali alle discriminazioni per motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi già punite dalla legge Mancino. Ma su una tale proposta non si sarebbe mai raggiunto un accordo con le destre né con i cattolici, e allora si è ripiegato – a mio avviso sbagliando – sul sostegno incondizionato e diretto del disegno di legge Concia.</p>
<p>A mio avviso si è trattato di una scelta sbagliata, perché la differenza tra le leggi Scelba e Mancino e il disegno di legge Concia è enorme, e le prime hanno un significato politico che l’ultimo non avrebbe potuto avere. Le leggi Scelba e Mancino non hanno infatti introdotto un’aggravante a un reato, ma hanno introdotto nuovi reati: l’apologia di fascismo e la discriminazione o l’incitazione alla discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi – a cui originariamente e giustamente il movimento lesbico gay trans chiedeva di aggiungere la discriminazione per motivi relativi all’orientamento e all’identità sessuali. Si tratta quindi, in questo caso, non solo di reati di violenza e di omicidio, ma anche di reati di opinione – si tratta di affermare il principio che non possono essere pronunciate parole di odio contro le minoranze. Un principio tanto più necessario in una società come è diventata oggi quella italiana, in cui come dicevo prima sembrano essere saltati degli argini morali, e sembra che tutto possa essere detto impunemente, senza ricevere alcun biasimo – né giuridico, né morale.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-26423" title="7-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/7-450.jpg" alt="7-450" width="450" height="300" /><br />
<em> Valerie Taccarelli (Movimento d’Identità Transessuale)</em></p>
<p>Quando furono promulgate le leggi Scelba e Mancino, esponenti del Movimento Sociale Italiano e di Allenanza Nazionale sostennero che queste due leggi fossero in contrasto non con l’articolo 3, ma con l’articolo 21 della Costituzione, che è l’articolo che garantisce la libertà di pensiero. Ad oggi però nessuno ha richiesto l’intervento della corte costituzionale per la legge Mancino. La corte costituzionale si è invece pronunciata sulla legge Scelba, che fu applicata contro alcuni esponenti del Movimento Sociale Italiano. Durante i processi fu sollevata l’obiezione di anticostituzionalità, ma in due sentenze del 1957 e del 1958 la corte costituzionale rispose che proprio per garantire la libertà di pensiero la costituzione italiana proibisce la riorganizzazione del partito fascista, e che quindi è coerente con la costituzione bandire anche quelle forme di propaganda che potrebbero condurre a tale riorganizzazione.</p>
<p>Secondo queste sentenze della corte costituzionale, quindi, alla base della struttura della nostra costituzione sta un principio classico del liberalismo – affermato per la prima volta alla fine del 1600 dal filosofo britannico John Locke (1632-1704) contro i “papisti”, cioè contro i cattolici –, che è un principio molto semplice secondo il quale per garantire la tolleranza in democrazia è necessario bandire l’intolleranza: non si può insomma essere tolleranti con gli intolleranti. La democrazia liberale non è infatti il regime in cui si può dire tutto e in cui la volontà della maggioranza non ha alcun freno, ma è il regime che pone a proprio fondamento i principi della libertà e dell’uguaglianza, che pone questi principi al di sopra della volontà della maggioranza, che difende questi valori da chi tenta di metterli in discussione attraverso forme di propaganda.</p>
<p>A mio avviso questo principio di Locke è un principio politico che anche il movimento lesbico gay e trans dovrebbe fare suo, e che dovremmo aggiungere come auspicabile motto del movimento: “Fate l’amore, non la guerra”, “siate orgogliosi di essere diversi e antifascisti”, “non siate tolleranti con gli intolleranti”! Perché non si può dialogare politicamente con i neofascisti di casa Pound. Non si può cercare di fare una “leggiucchia” contro l’omofobia – e non contro la transfobia e il razzismo – assieme al PdL e alla Lega. E non ha senso chiedere protezione a coloro che hanno creato quel clima d’odio per le minoranze che è un ottimo terreno di coltura per le violenze omofobiche e transfobiche. Siamo vittime di violenza, ma questo non ci condanna a essere solo vittime di violenza – e non ci esime dalle nostre responsabilità politiche.</p>
<p>Chi si identifica con la vittima, chi si accontenta del ruolo di vittima che oggi i giornali e le tv cuciono addosso a noi lesbiche gay e transessuali, può accontentarsi di supplicare protezione a chiunque, di qualsiasi parte politica faccia parte, di destra o di sinistra, cattolico o laico.</p>
<p>Ma fare politica non è supplicare protezione – è un’altra cosa. Fare politica significa non rimanere neutrali ed equidistanti rispetto agli attori politici presenti, ma significa prendere posizione – non in nome del proprio personale interesse, ma in nome di una giustizia che riguarda tutti e tutte. Ad esempio significa difendere i valori dell’antifascismo e dell’antirazzismo, fare opposizione contro le derive neoautoritarie e razziste di questo governo, e interpretare la difesa di un documento antico ma prezioso come la costituzione – questa resistenza oggi necessaria – non come un gesto di conservazione ma come un gesto di trasformazione volto al futuro.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-26424" title="8-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/8-450.jpg" alt="8-450" width="450" height="300" /></p>
<p><em> Lorenzo Bernini, Valerie Taccarelli e Mirca Vergnano (associazione Evadamo di Torino) al seminario trans organizzato dal coordinamento Sylvia Rivera a Terranova Bracciolini (FI) nel maggio 2008<br />
</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p>L’autore:</p>
<ul>
<li> Le pecore e il pastore. Critica, politica, etica nel pensiero di Michel Foucault <a href="www.liguori.it/schedanew.asp?isbn=4495">Liguori</a></li>
<li> Transessualità e scienze sociali. Identità di genere nella postmodernità.<a href="http://books.google.com/books?id=kuOUvzS9Y_oC&amp;pg=PA49&amp;lpg=PA49&amp;dq=%22Lorenzo+Bernini%22#v=onepage&amp;q=%22Lorenzo%20Bernini%22&amp;f=false">ebook</a></li>
<li> Intervista <a href="www.arcigaymilano.org/dosart.asp?ID=21892">arcigay</a></li>
<li> Intervista <a href="www.c6.tv/component/library?task=view&amp;id=2165">C6 TV</a></li>
<li><a href="www.fuoriaula.com/fuori-aula-network/news/romeo-love-23-chi-siamo">Romeo in Love</a> &#8211; Podcast sulla cultura gay, lesbica, bisessuale e transessuale (GLBT*)</li>
<li><a href="http://www.la7.it/intrattenimento/dettaglio.asp?prop=universication&amp;video=31995">universication</a> La7  (minuto 14:51)</li>
<li>Altri <a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/lorenzo-bernini">articoli di Lorenzo Bernini</a> su Nazione Indiana.</li>
</ul>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/18/un-monito-alle-vittime-dellemergenza-omofobia/">Un monito alle vittime dell&#8217;emergenza omofobia</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>I taxi di Milano, la privacy e tutto quanto</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Aug 2008 05:03:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <a href="http://ziccardi.typepad.com">Giovanni Ziccardi<br />
</a></p>
<p>Il Comune di Milano ha finanziato, con un milione di euro, l&#8217;installazione, sui taxi locali, di telecamere che riprendono i clienti e l&#8217;abitacolo. La stessa cosa è già stata fatta a Firenze e, presto, sarà portata a compimento a Roma.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/12/i-taxi-di-milano-la-privacy-e-tutto-quanto/">I taxi di Milano, la privacy e tutto quanto</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://ziccardi.typepad.com">Giovanni Ziccardi<br />
</a></p>
<div id="attachment_7064" class="wp-caption alignnone" style="width: 510px"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/44cb4b91287cfcd8111d471867502a3cac861ab0.jpg"><img class="size-full wp-image-7064" title="piazza George Orwell videosorvegliata" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/44cb4b91287cfcd8111d471867502a3cac861ab0.jpg" alt="piazza George Orwell videosorvegliata" width="500" height="326" /></a><p class="wp-caption-text">piazza George Orwell videosorvegliata</p></div>
<p>Il Comune di Milano ha finanziato, con un milione di euro, l&#8217;installazione, sui taxi locali, di telecamere che riprendono i clienti e l&#8217;abitacolo. La stessa cosa è già stata fatta a Firenze e, presto, sarà portata a compimento a Roma.<span id="more-7063"></span><br />
Grazie anche ad un contributo parziale: il tassista riceve dal Comune 1.000 euro e deve aggiungerne più o meno altri 1.400 per completare l&#8217;installazione del sistema e pagare il canone annuo del servizio di gestione dei dati.<br />
Il vicesindaco di Milano, De Corato, ha dichiarato al Corriere della Sera (pagina 27 del 30 luglio 2008): &#8220;Siamo orgogliosi di essere la città più videosorvegliata d&#8217;Italia. Le telecamere mettono in crisi i delinquenti&#8221;.<br />
Sempre a Milano, si legge sul Corriere, vi sono 900 telecamere attive in città; l&#8217;ATM, dal canto suo, ha annunciato l&#8217;obiettivo di avere 2.500 telecamere funzionanti nelle zone afferenti la metropolitana entro la fine del 2009.<br />
Ad onor del vero, il quotidiano scrive anche che la proposta in stile orwelliano &#8220;video-taxi 19-84&#8243; ha avuto poco &#8220;appeal&#8221; tra i tassisti milanesi: sono rimasti nella cassa del Comune, inutilizzati, 800 mila euro che però, con ogni probabilità, soddisferanno appetiti simili manifestati dagli edicolanti cittadini. Anche loro hanno sollevato, infatti, l&#8217;esigenza di installare telecamere: si spera, per il loro business, che non inquadrino zone dell&#8217;edicola che espongono film o riviste particolari.</p>
<p>Gli annunci degli esponenti politici milanesi sono l&#8217;occasione per una riflessione sulla normativa in tema di privacy italiana a dieci anni, più o meno, dall&#8217;entrata in vigore della legge.<br />
Le parole provenienti dagli amministratori milanesi, unitamente a ciò che è successo in Italia in questi ultimi dieci anni, ci suggeriscono di procedere ad un&#8217;analisi al contrario: non ragionare, in particolare, su quali valori e comportamenti siano tutelati oggi dalla normativa sulla privacy in Italia ma, al contrario, su quali siano le eccezioni/limitazioni che rendono la legge italiana per molti settori, &#8220;trasparente&#8221;, come se non ci fosse e, soprattutto, su quali siano i poteri che progressivamente si sono &#8220;chiamati fuori&#8221;.</p>
<p>Quando fu introdotta in Italia, per la prima volta, nel 1996/1997 una normativa sulla privacy, ci fu immediatamente una sorta di &#8220;fuggi fuggi&#8221; generale di gran parte dei settori della nostra società; organi legislativi, giudiziari, di governo e autorità indipendenti fecero finta, in molti casi, di non vedere, oppure concessero proroghe su proroghe sperando in una &#8220;conversione sulla via di Damasco&#8221; di molte amministrazioni geneticamente refrattarie al concetto di privacy.<br />
L&#8217;effetto delle proroghe, soprattutto nel settore pubblico, fu devastante: si percepì il valore privacy come superfluo, poco importante, &#8220;tanto gli adempimenti venivano sempre prorogati&#8221;&#8230;</p>
<p>In ordine temporale, i primi a chiamarsi fuori furono i giornalisti e tutto il mondo dei media e della stampa, in nome di un &#8220;diritto di cronaca&#8221; sacrosanto ma che andrebbe letto e inteso, in Italia, in maniera molto più nobile del puro pettegolezzo/morbosità/&#8221;incontinenza&#8221; che i nostri organi di stampa hanno spesso manifestato. In pratica, l&#8217;idea di un codice di autoregolamentazione/deontologico/disciplinare da concordarsi col Garante e, addirittura, incorporato come allegato nella normativa vigente si è rivelato, in pratica, essere semplicemente un elenco di eccezioni e di zone franche concesse alla stampa.</p>
<p>I secondi a chiamarsi fuori furono quasi tutti gli apparati del settore pubblico, con motivazioni tra le più varie: la prevalenza del diritto all&#8217;accesso sul diritto alla privacy, il problema di costi e mancanza di risorse (&#8220;non abbiamo i soldi per la carta igienica, figuratevi se ci preoccupiamo della privacy nei nostri uffici&#8221; ha comunicato un magistrato a un rappresentante del Garante durante un convegno cui ho assistito), le già dette continue proroghe, di sei mesi in sei mesi, che hanno reso nulla la percezione d&#8217;importanza di questi valori.</p>
<p>Contestualmente, soprattutto dopo l&#8217;attentato di Madrid, vi è stata, anche in Italia, l&#8217;emergenza sicurezza e terrorismo, che ha portato alla custodia a tempo indeterminato dei file di log e delle informazioni sulle comunicazioni (saltando a piè pari i limiti che erano previsti dalla legge sulla privacy e causando anche uno spiacevole &#8220;incidente diplomatico&#8221; in tema di data retention) alla disciplina degli Internet cafè e delle postazioni Internet aperte al pubblico.</p>
<p>Poi si è continuato con la recente polemica sulla raccolta di impronte biometriche dei bambini. Tralasciando questioni politiche e di merito, si noti che la biometria era sempre stata considerata, anche nelle decisioni del Garante, un argomento molto delicato, quasi una extrema ratio: in alcune occasioni il Garante ha vietato la raccolta di impronte digitali perché ritenuta un metodo non proporzionato, in punto di invasività, per gli scopi della raccolta e dell&#8217;obiettivo da raggiungere.<br />
Si è poi passati alla sorveglianza/pattuglia nelle città (che, in pochi lo scrivono, ma comporta anche grossi problemi di privacy) e, ora, alle videocamere sui taxi.</p>
<p>A seguito di tali episodi, anche il semplice osservatore può notare come la legge sulla privacy italiana, in questi anni, sia diventata &#8220;trasparente&#8221; per tanti attori e settori della nostra società; ciò porta al fatto che sono molte di più le eccezioni (ovvero le situazioni che, a seguito di un giudizio di importanza elaborato, di solito, dal mondo politico, sono considerate preminenti rispetto al diritto alla privacy) rispetto alle aree protette dall&#8217;ombrello della legge.</p>
<p>Le motivazioni sono state, in questi dieci anni, sempre le stesse: &#8220;è più importante la sicurezza della privacy&#8221;, &#8220;è più importante il diritto di cronaca della privacy&#8221;, &#8220;le telecamere tengono lontani i delinquenti&#8221; e simili.<br />
Non vogliamo discutere, nel merito, questo modo di ragionare, perché è molto soggettivo, legato alla formazione culturale, alle opinioni politiche e alle esperienze personali di ognuno di noi.</p>
<p>Vorremmo però far notare che un approccio di questo tipo, in Italia, ha dato vita a un problema enorme: tutto sembra essere più importante del diritto alla privacy, e ci stiamo avvicinando alla società sorvegliata perfetta.</p>
<p>Da ogni parte ci informano che siamo &#8220;in emergenza&#8221;: emergenza terrorismo, emergenza immigrazione e clandestini, emergenza Rom, emergenza intercettazioni, emergenza sicurezza, emergenza tagli alle spese. L&#8217;emergenza che può giustificare un annullamento del diritto alla privacy del singolo riguarda, ormai, ogni ambito: niente più privacy in città, in negozio, in metropolitana, in taxi, sul posto di lavoro e così via.</p>
<p>Pensiamo però che anche in (asserita) emergenza sia sempre necessario valutare con cura il bilanciamento tra esigenze di sicurezza e esigenze di privacy, tenendo a mente che il rapporto tra questi due valori non è, come molti vogliono far credere, o bianco o nero, ma può manifestare zone di grigio che possono creare un quadro che sia rispettoso della privacy e contemporaneamente benefico per la sicurezza.</p>
<p>Un primo passo può essere una spiegazione chiara, al cittadino, delle modalità di gestione di tutti i dati trattati e dei limiti che, comunque, devono essere rispettati.</p>
<p>Se il potere politico, sia a livello locale sia a livello centrale, decide legittimamente di prendere un provvedimento lesivo della privacy ma volto a garantire più sicurezza, il cittadino non ha molto margine di azione se non impugnare il provvedimento, ove possibile, o, in occasione di nuove elezioni, non votare più quel soggetto. Ha però il diritto di conoscere nei dettagli, chiaramente e senza dubbi, come i suoi dati siano trattati.</p>
<p>Il Comune decide di mettere le telecamere sui taxi, o nelle edicole? Bene. Che fine fanno le registrazioni delle telecamere sui taxi? Chi le gestisce? Con che misure di sicurezza? È stato fatto un test di sicurezza sulle banche dati a protezione da accessi abusivi esterni? L&#8217;informativa è chiara? Posso mantenere riservato (non ripreso dalla telecamera) l&#8217;indirizzo di destinazione che comunico al tassista, perché magari corrisponde a una struttura sanitaria o a un sexy shop? Posso chiedere al guidatore di spegnere la telecamera, dopo avergli dato opportune garanzie che non sono delinquente, dal momento che devo fare una telefonata importante? Se sono un VIP, magari in compagnia? La telecamera come sarà posizionata? Mobile o fissa? Sul volto o sulle gambe? I dati che mi riguardano verranno distrutti a fine corsa, una volta che ho pagato e il tassista è incolume?</p>
<p>Occorre una maggiore coscienza del cittadino, in una vita sociale che sta diventando completamente controllata, su che destinazione e &#8220;vita&#8221; abbiano i dati. Siamo in un periodo critico per la privacy in Italia e, leggendo le recenti dichiarazioni del Garante, lo stesso sembra mantenersi molto cauto e diplomatico, quasi rassegnato, a volte con consigli più da bonario parroco di provincia che da agguerrito difensore dei diritti alla privacy dei cittadini: fornisce suggerimenti, annuncia analisi, esterna timidi consigli, ma non sembra in grado di arginare, come se avesse armi spuntate rispetto all&#8217;emergenza in corso, questo attacco sistematico a ogni aspetto della privacy.<br />
Non ci sembra di esagerare, per chiudere il discorso, nel dire che oggi la legge sulla privacy sia più un&#8217;eccezione (che va a colpire soprattutto i deboli, contro cui è molto semplice fare la voce grossa) che una regola, tanti sono i settori che si sono &#8220;chiamati fuori&#8221; per i motivi più vari.</p>
<p>Risulta però molto difficile ragionare pacatamente e fare proposte se, veramente &#8220;siamo tutti contenti di vivere nella città più sorvegliata&#8221; e se anche il Garante si è ormai rassegnato a vedere il diritto alla privacy posto dal mondo politico, nella classifica di importanza dei diritti tutelati dalla nostra società, in una posizione inferiore a tutti gli altri.</p>
<p>Biometria, sorveglianza e videocamere, stampa e media, file di log e controllo del traffico, grandi provider sono già &#8220;sfuggiti&#8221; o stanno sfuggendo alla normativa: presto avremo la raccolta delle impronte di tutti i detenuti, la banca dati del DNA (prima il DNA dei colpevoli di crimini di sangue poi, ad abundantiam, di tutti gli altri), le telecamere in dotazione non solo a tassisti, edicolanti, negozianti e aziende di trasporti ma a chiunque ne faccia richiesta, non riusciremo più a distinguere il nobile diritto di cronaca dalla pura morbosità del giornalista (anche quest&#8217;ultima, oggi, tutelata dalla normativa sulla privacy in Italia grazie a un sistema di eccezioni e riserve che il &#8220;potere forte&#8221; della stampa ha ottenuto già da diversi anni) e cercheremo presto, come un ago in un pagliaio, un taxi col bollino &#8220;camera-free&#8221; o &#8220;privacy oriented&#8221;, un angolo non coperto dalle telecamere per scambiarci un bacio che non sia trasmesso in mondovisione con la nostra compagna o un&#8217;edicola dove comprare ciò che più ci piace senza che qualcuno ci osservi.</p>
<p>Leggo, intanto, che negli Stati Uniti d&#8217;America, a New York, vi è il <a href="http://punto-informatico.it/2287898/PI/News/new-york-polizia-video-registra-spari.aspx">progetto di dare alle Forze dell&#8217;Ordine delle armi con installata, sotto alla canna, una telecamera</a> che filmi tutto ciò che succede, soprattutto in caso di scontri a fuoco. L&#8217;agente non ha la possibilità di modificare, cancellare o rimuovere in alcun modo la registrazione cifrata di oltre un&#8217;ora di video e audio, che si attiva non appena l&#8217;agente estrae la pistola e la punta contro un soggetto o una situazione.<br />
Se siete a New York e un poliziotto vi punta una pistola addosso, ricordatevi quindi di dire &#8220;cheese&#8221;; se, invece, a Milano avete la fortuna di &#8220;salire&#8221; su uno dei (pochi) video-taxi 19-84, state attenti a cosa fate e dite.<br />
Consiglio di ascoltare, e mi perdonino le signore che leggono, la prima strofa di una bella <a href="http://www.youtube.com/watch?v=d5m9Is5y8K0">canzone dei Baustelle, &#8220;L&#8217;aeroplano&#8221;</a>, contenuta nell&#8217;ultimo album, traccia n. 5.<br />
Ascoltata la strofa, in questi giorni la battuta è davvero facile: resta un bel video!</p>
<p>Giovanni Ziccardi</p>
<p><em>Giovanni Ziccardi, Avvocato, è Professore di &#8220;Informatica giuridica&#8221; e &#8220;Informatica giuridica avanzata&#8221; presso la Facoltà di Giurisprudenza dell&#8217;Università degli Studi di Milano e siede nel Board of Directors di Ip Justice. Il suo sito è all&#8217;indirizzo <a href="http://www.ziccardi.org">http://www.ziccardi.org</a>, il suo Blog è consultabile all&#8217;indirizzo <a href="http://ziccardi.typepad.com">http://ziccardi.typepad.com</a></em></p>
<p>Pubblicato su <a title="link all'originale su Punto Informatico" href="http://punto-informatico.it/2376232/PI/Commenti/taxi-milano-privacy-tutto-quanto.aspx">Punto Informatico</a> Anno XIII n. 3049 di venerdì 1 agosto 2008. La fotografia non compare nell&#8217;originale, viene da <a title="autoironia" href="http://groups.google.com/group/it.fan.marco-ditri/browse_thread/thread/cabee6c68a4f0db0#">it.fan.marco-ditri</a> ed è un esempio di <a title="autoironia" href="http://monsterlippa.info/2008/06/10/riferimenti-circolari/">corto circuito informativo</a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/12/i-taxi-di-milano-la-privacy-e-tutto-quanto/">I taxi di Milano, la privacy e tutto quanto</a></p>
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		<title>Chiaiano, un&#8217;altra verità</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Aug 2008 22:16:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/trashosaurus.jpg"></a>di<strong> Maurizio Braucci</strong></p>
<p>“Ogni volta che ci dicono: perché non protestavate quando la camorra sversava i rifiuti tossici? Io salto dalla sedia. Ma come? Negli anni ’80 facevamo i presidi di notte, rischiando la vita, per bloccare i camion che lavoravano per la criminalità organizzata.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/05/chiaiano-unaltra-verita/">Chiaiano, un&#8217;altra verità</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/trashosaurus.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6872" title="trashosaurus" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/trashosaurus-300x297.jpg" alt="" width="300" height="297" /></a>di<strong> Maurizio Braucci</strong></p>
<p>“Ogni volta che ci dicono: perché non protestavate quando la camorra sversava i rifiuti tossici? Io salto dalla sedia. Ma come? Negli anni ’80 facevamo i presidi di notte, rischiando la vita, per bloccare i camion che lavoravano per la criminalità organizzata. Come pensate che siano nate tante inchieste dell’antimafia?” E’ Angelo Genovese a parlare, zoologo, ha 48 anni, ex attivista di Legambiente, oggi è tra quanti sono contrari  all’apertura della discarica di Chiaiano.”La mia prima denuncia sullo sversamento dei rifiuti tossici risale all’85, allora la gestione stava nelle mani di piccoli clan locali da cui, noi attivisti, subivamo minacce ed intimidazioni perché portavamo alla luce un sistema del tutto abusivo e la legge era dalla nostra parte.&#8221;<span id="more-6870"></span> Pochi anni prima, nel 1980, Mimmo Beneventano, consigliere comunale del PCI, era stato assassinato ad Ottaviano perché si stava interessando della discarica della ditta La Marca. La situazione si aggravò dopo il 1982, quando venne approvato il DPR 915 che regolamentava l’attività di smaltimento rifiuti, e da cui poi, in seguito, si arrivava ad istituire un registro regionale per chi operava nel settore. Venivano fissati dei requisiti tecnici più elevati – numero minimo di mezzi di trasporto, siti di stoccaggio provvisori etc- in quella che sembrava una tutela contro il malaffare. Invece, in Campania, a causa dell’assenza di controlli e della corruzione della pubblica amministrazione, i clan più ricchi entrarono nel business creando delle società capaci di soddisfare i requisiti. Da allora, il traffico di rifiuti tossici dal nord Italia si è incrociato con lo smaltimento di quelli ordinari attraverso concessionari regolarmente iscritti all’albo degli smaltitori. Nell’89 bloccammo la discarica di Ercolano e, mentre eravamo lì, con la polizia presente, arrivarono dei camion carichi di rifiuti tossici. In quegli anni, grazie alle nostre denunce e a quelle di altri gruppi ambientalisti, si fecero varie interrogazioni parlamentari e le commissioni antimafia coniarono il termine ecomafie. Capisci adesso perché mi arrabbio quando ci dicono che noi campani non protestavamo contro la camorra?”.<br />
Angelo mi parla con calma, ogni tanto si rammarica di non ricordare bene le date e mi rimanda al suo sito web dove sono pubblicati articoli di oltre vent’anni fa. Lui è uno dei collegamenti tra l’attuale movimento ambientalista campano e quello passato “Poi, negli anni ’90 mi feci da parte, le delusioni erano state tante, la frustrazione cresceva e anche la sfiducia nei partiti e nelle organizzazioni per cui militavo. Ho iniziato a pensare a me, alla mia famiglia, ma nel 2007 non ho potuto restare indifferente di fronte al fatto che volevano riaprire la discarica di Terzigno, nel Parco Nazionale del Vesuvio, che noi siamo riusciti a far chiudere 15 anni fa. Ed eccomi qui ancora, a protestare, solo che stavolta lo Stato non è più dalla nostra parte. Oggi lottiamo contro i decreti dei commissari speciali e del governo, contro leggi che contravvengono alla costituzione e all’ordinamento europeo”.<br />
Nel febbraio del 1994, la gestione dei rifiuti in Campania viene commissariata, secondo alcuni si tratta di un metodo per razionalizzare e ammodernare una situazione giunta ormai al tracollo, secondo altri è anche un modo per eliminare la presenza della criminalità organizzata che ormai pervade la gestione delle discariche su tutto il territorio. Tuttavia, i poteri speciali del commissario di turno e un flusso elevato di soldi, fino ad oggi 2 miliardi di euro, in 14 anni non riescono a risolvere la crisi. Col tempo, il commissariamento crea un scollamento tra politica e società civile, gli obiettivi divergono e i poteri speciali, che dovrebbero servire ad imporre una strategia risolutiva, si pongono molto spesso al servizio di una rete affaristica e clientelare che oggi rappresenta il vero mostro che tormenta la Campania. Dopo tre commissioni di inchiesta parlamentare, un processo contro i massimi attori politici ed imprenditoriali della gestione, una cinquantina di arresti ed inchieste che si aggiungono a quelle già in corso, anziché di emergenza sarebbe più giusto parlare di “scandalo” rifiuti.<br />
Pietro F., che ha ricoperto un incarico di rilievo alla Provincia di Napoli fino al 1996, racconta. “Ho preso parte a quella che chiamerei ‘fase 1’ dell’attuale emergenza. Allora già subodoravo che il commissariamento non sarebbe servito a risolvere la situazione ma, anzi, a peggiorarla. Nel 1995, con la giunta regionale di Antonio Rastrelli di An, ho visto il prevalere del consociativismo, l’emergenza offriva ai partiti la possibilità di trasformare una situazione di disoccupazione strutturale in una larga rete di clientelismi. Io stesso presi parte all’emanazione del primo bando di formazione per operatori ecologici che poi portò all’assunzione di 2.500 persone. Regione, Provincia e Comune aggirarono il collocamento e scelsero i corsisti anche tra liste di disoccupati create all’ultimo minuto, con evidente infiltrazione della camorra che comprava gli elenchi dei nomi da gruppi già esistenti. Fu una spartizione tra destra e sinistra, divisa in quartieri e aree, secondo le esigenze di ciascun partito che ne guadagnò bacini di voti. Con questa prima manovra, siamo arrivati ad avere oggi in Campania 12.000 addetti alla raccolta dei rifiuti, cioè 1 ogni 400 abitanti mentre la media italiana è 1 ogni 9.000.”.<br />
Napoli e la sua provincia sono l’area più problematica a causa del grande flusso di rifiuti prodotto, il 75% di quelli regionali, e dell’altissima densità abitativa . Nel 2000 viene creata, per gestire l’igiene ambientale nel capoluogo, l’ASIA, azienda municipalizzata dove il Comune di Napoli ha la maggioranza azionaria e di cui nomina gli amministratori.<br />
“Dopo anni di cortei tra i disoccupati” spiega Franco Catapano, dipendente dell’ASIA “Nel 1998 presi parte ad un corso di formazione di 1.500 ore per la raccolta differenziata. Nel 2000 fummo assunti dall’ASIA, eravamo in 2300 ma di cui solo 150 in possesso della qualifica, gli altri provenivano da lavori socialmente utili, cassa integrazione e mobilità, era una politica di assorbimento della disoccupazione. In 8 anni, quelli come me che hanno la qualifica non sono mai stati utilizzati per la differenziata, io ad esempio spazzo le strade, quel poco di differenziata che oggi si fa a Napoli, il 10%, la fanno i dipendenti generici. Dell’attuale organico di 2.200 dipendenti ASIA, solo la metà sta in strada, gli altri ricoprono livelli superiori e mansioni d’ufficio: autista, capogruppo, ispettore etc. Quindi, quando si dice che l’ASIA ha un eccesso di dipendenti si dice una mezza verità: gli addetti alla pulizia, gli operatori ecologici, siamo in pochi. Molti dei promossi sono i delegati sindacali, il che spiega perché l’azienda possa fare quello che vuole con le promozioni e i turni di lavoro. L’azienda è interessata solo alla raccolta dei rifiuti tal quale, perché deve rispettare gli appalti esterni, cioè consegnare l’immondizia nei centri di raccolta, fino a ieri gestiti dalla FIBE. Questo conviene pure ai dipendenti, perché è lavoro fatto di notte, con gli straordinari e un turno di riposo in mezzo, ma in cambio devono garantire che quando c’è emergenza vanno e raccolgono, ogni tipologia di rifiuti, senza dare problemi. La Corte dei Conti ha messo sotto inchiesta l’azienda per i milioni di ore di straordinari pagati, dopo averla già condannata per non aver fatto la differenziata, perdendo soldi dalla mancata vendita dei materiali riciclabili. Gli appalti esterni sembrano essere la cosa più importante per l’azienda, tutto avviene all’esterno: riparazione automezzi, pezzi di ricambio, guardiania, pulizia degli uffici e via dicendo. Fino all’anno scorso noi venivamo prelevati ogni mattina dai nostri distretti e portati nelle strade da spazzare a bordo di autobus di lusso, quelli a due piani. La gente ci vedeva arrivare come dei turisti ma con la scopa e la divisa, non credeva ai propri occhi. Questo perché avevano appaltato il trasporto dei dipendenti ad un’azienda amica, credo che siano tutte aziende amiche quelle che ottengono gli appalti ASIA”. Attraverso aziende come l’ASIA, amministrate dal settore pubblico, sottoposte al diritto privato, ma le cui perdite sono pagate dai contribuenti, i partiti danno appalti agli imprenditori, i quali a loro volta assumono personale su indicazione politica. E’ una catena infinita, è il nuovo metodo, dopo tangentopoli, con cui in Italia i partiti si finanziano e creano reti clientelari e voti di scambio.<br />
Questa catena infinita pervade tutta la questione rifiuti campana, un blocco costituito da politici e imprenditori, locali e nazionali, pubblica amministrazione e camorra, che attraverso società miste e consorzi sono il corpo fisico dell’emergenza. In Campania, gli osservatori più avveduti, commentando la successione di ben 10 commissari ai rifiuti in 14 anni, dicono “Ogni volta, arrivano prima i soldi e poi il commissario”.</p>
<p>Il movimento di protesta</p>
<p>I gabbiani si levano urlando verso il cielo, lo oscurano in battiti frenetici, allontanandosi dalla massa di rifiuti che giacciono accatastati sulla piazzola. “Hanno visto un topo” dice Virgina. Non sarebbe una scena strana se non fosse che ci troviamo ad Acerra, provincia di Napoli al confine col casertano, a 20 km dal mare, dove la FIBE, società della multinazionale Impregilo, concessionaria dell’intero ciclo dei rifiuti campani dal 2000 al 2005, ha iniziato 4 anni fa la costruzione di un inceneritore. L’inceneritore non è ancora ultimato, ma in compenso La FIBE ha installato un sito di trasferenza temporanea di rifiuti, quelli da cui vediamo levarsi i gabbiani.Virginia Pretellese è un’architetto che fa parte del comitato ambientalista  “Donne del 29 agosto” contro la costruzione dell’inceneritore. “Il nome del comitato ricorda il giorno, nel 2004, in cui una marcia pacifica di circa 30.000 cittadini, che protestavano contro l’apertura del cantiere per l’inceneritore, furono caricate violentemente dalle forze dell’ordine. Ci furono numerosi feriti, tra cui donne e bambini, anche se, per uno strano accordo sottobanco, nessuno denunciò nessuno, in quanto polizia e carabinieri dissero di aver reagito contro un gruppetto che lanciava pietre. Ma l’effetto della repressione è stato quello di spaventare molti dei miei concittadini e ridurre la partecipazione della gente. Qui, dagli anni ’70, abbiamo lo stabilimento chimico della Montefibre che ha già procurato gravi danni all’ambiente, adesso si aggiungerà anche l’inceneritore. Dal 1999 denunciamo questa inutile mostruosità, all’inizio ci sentivamo soli, eravamo una comunità abbandonata a se stessa, oggi invece sentiamo intorno a noi una forte solidarietà. Quando ho visto che anche Napoli aveva i suoi comitati contro gli inceneritori, mi sono detta: allora, vedi?, eravamo nel giusto”. Dell’attuale lotta ambientalista campana, Acerra è il simbolo per la sua battaglia contro quello che viene considerato tecnologicamente un ferro vecchio, perno del piano industriale (7 impianti di stoccaggio e 2 inceneritori)  con cui la FIBE nel 1998 si aggiudica la gara per lo smaltimento dei rifiuti campani. Per tale piano, la FIBE trova come finanziatori le maggiori banche italiane, lo inizia senza mai entrare però a regime, commette degli illeciti, tra cui la famosa vicenda delle finte ecoballe sparse per mezza regione, infine viene inquisita dalla magistratura. Dopo aver messo in ginocchio la Campania, nel 2005 i vertici FIBE chiedono al governo Berlusconi di rescindergli il contratto, ma continuano fino ad oggi a gestire tutta l’impiantistica, in attesa di riottenere dallo stato, pur senza averne diritto, i capitali investiti. Intanto, il subentro, al posto della FIBE, di un’altra società nella gestione dell’inceneritore potrebbe essere conveniente solo grazie ai contributi statali CIP6, 55 euro per ogni tonnellata di rifiuti bruciati, ma l’Europa li sta abrogando. Così, per tutelare il capitale della società della Impregilo, due ordinanze di Prodi del 2008 mantengono per la sola Italia i CIP6 e ridefiniscono come termocombustibili le finte ecoballe, materia prima che si converte in denaro per chi le brucia. E’ un modo per far ripartire le gare d’appalto che fino ad allora sono andate deserte a causa del grande impegno finanziario iniziale richiesto ai concessionari e che deve indennizzare la FIBE. La vicenda campana diventa un emblema della finanza e della politica italiana, lo stato tutela i capitali delle imprese e delle banche anche quando a farne le spese sono  i diritti e la salute dei cittadini. “La cosa più ridicola” mi fa notare Virginia Pretellese “E’ che noi con le nostre proteste non siamo mai riuscite a bloccare l’inceneritore, abbiamo portato alla luce la questione, questo sì, ma la protezione delle forze dell’ordine intorno al cantiere è stata tale che non siamo mai nemmeno riusciti ad avvicinarci. Si sono bloccati da soli perché hanno sbagliato il progetto, la zona in cui hanno iniziato a costruire, chiamata Pantano per l’abbondanza di acque, gli ha ostacolato i lavori. Poi è intervenuta la magistratura che ha messo sotto inchiesta la FIBE ed oggi l’impianto giace lì, per nostra fortuna ancora incompleto”. Dopo Acerra, dal 2004 ad oggi si sono susseguite proteste in tutte le aree in cui i commissari ai rifiuti avevano stabilito di aprire delle discariche: Marigliano, Terzigno, Giugliano, Ferrandelle, Macchia Soprana, Savignano Irpino, Lo Uttaro, Piganataro Maggiore, Coda di Volpe, Macchia Soprana, Sant’Arcangelo Trimonte, Pianura&#8230;.. La fiducia nello stato è svanita e lo stato non dà nessun segno di discontinuità col recente passato.</p>
<p>Chiaiano, ultima tappa.<br />
“Napoli deve avere la sua discarica” dicono i sostenitori del piano industriale dei rifiuti “Nel resto della Campania non vogliono la sua immondizia”. Malgrado abbia una densità abitativa tra le più alte al mondo, Napoli deve trovare un buco dove piazzare le 5.200 tonnellate che produce ogni giorno insieme alla sua provincia. A febbraio 2008, il sindaco Iervolino suggerisce al governo Prodi e al commissario De Gennaro che questa discarica si apra a Chiaiano, periferia nord, all’interno di un’area protetta nel Parco Metropolitano delle Colline. Mauro Forte, architetto e attivista del presidio contro la discarica di Chiaiano, racconta “Nel 2002, con altri colleghi  abbiamo vinto un concorso indetto dal WWF per valorizzare la Selva di Chiaiano. Si tratta di 500 ettari di bosco con aree coltivate a bosco di castagno, ciliege e piene di vie d’acqua. Anni fa, in una tenuta situata nella selva, furono rinvenute delle scorie tossiche che poi la magistratura ha appurato provenissero dalla base NATO di Bagnoli. Una mattina, mentre facevamo i rilievi per il nostro progetto, trovammo centinaia di sacchi pieni di bustine vuote che erano servite da contenitori per fosfati, c’era ancora l’indirizzo: stabilimento Miralanza di Venezia. Quando ho saputo della scelta della discarica mi sono chiesto come riusciranno, visti i volumi di spazzatura di cui parlano, a far venire qui 300 camion al giorno, che tra andata e ritorno fanno 600 autoveicoli, in pratica uno ogni 2 minuti e mezzo nell’arco di 24 ore. Le strade attuali sono impensabili per questo scopo, ci sarebbe bisogno di infrastrutture viarie che certamente non si possono attuare nei tempi che il governo Berlusconi ha dichiarato come termine dell’emergenza rifiuti”. L’attuale presidente del consiglio punta molto sul caso Campania per dare un’immagine decisionista del suo governo, il 28 maggio vara un decreto in  base alle indicazioni del commissario subentrante Guido Bertolaso, il quale, quando ha ricoperto la medesima carica nel 2006-2007, ha trovato i seguenti ostacoli: proteste dei cittadini, inchieste della magistratura sugli abusi, rifiuti nocivi mischiati con quelli ordinari. A tale scopo, il decreto prevede gli arresti per chi ostacola l’uso di una discarica, affida tutte le inchieste sugli scandali rifiuti ad un’unica  superprocura che difficilmente potrà essere efficiente, autorizza lo sversamento di tipologie di rifiuti anche nocivi e, in più, pone l’esercito a guardia delle discariche. Anzichè fortificare lo stato di diritto e fare luce sulle cause della crisi dei rifiuti, il governo Berlusconi attacca le forze che hanno fatto venire a galla lo scempio, società civile e magistratura, legittimando invece le accozzaglie di rifiuti ordinari e tossici contro cui, da anni, si battono gli ambientalisti. Teresa Musto è un’attivista di Chiaiano, lei e suo marito Matteo mi spiegano alcuni retroscena della protesta “Vuoi un esempio delle speculazioni sull’emergenza rifiuti? La FIBE è proprietaria di una cava all’interno della selva che, come si legge sugli atti della commissione parlamentare, fu comprata nel 2001 da un intermediario per 200 milioni di lire e rivenduta a quella società per 2 miliardi e mezzo. Che fiducia possiamo avere noi in chi ci propone l’apertura della discarica? Già nel 2001 ci fu una forte protesta a Chiaiano contro il progetto di sversare nella cava della FIBE della frazione organica, allora nacque un comitato che poi è stato alla base dell’inizio delle proteste attuali”. Le proteste di Chiaiano raggiungono un livello drammatico quando, la sera del 23 maggio e la mattina del 24, le forze dell’ordine caricano improvvisamente il presidio, numerosi i feriti, due gravi, mentre un’accanita campagna stampa bolla i manifestanti come emissari della camorra che sarebbe contro la discarica. Nessuna prova di ciò viene fornita, ma intanto gli abitanti di Chiaiano sentono su di sé la repressione e la calunnia. Sabina Laddaga, trentacinque anni, è un architetto che segue le proteste dal 2004, compresa quella attuale “I politici, tutti, hanno detto solo bugie, Paolo Russo, parlamentare di Forza Italia, che è stato anche presidente della commissione sui rifiuti, una settimana prima delle scorse elezioni disse ad un convegno che la discarica di Chiaiano non si sarebbe mai fatta, una settimana dopo, ad un altro convegno, ha affermato il contrario. Quando ci fu il collegamento in diretta da Chiaiano con la trasmissione Anno Zero, una donna girava con un manifesto di alcuni mesi prima, firmato da Alleanza Nazionale e Forza Italia, in cui si diceva che la discarica qui era un progetto folle. Voleva mostrarlo all’onorevole Mantovano di An che stava negli studi della Rai, non ne ebbe il tempo perché i politici locali di centrodestra la trascinarono via, dissimulando che in quell’occasione non era giusto che comparissero dei simboli di partiti”. Dopo gli scontri, a giugno si arriva ad un accordo tra istituzioni e manifestanti: si lasceranno entrare i tecnici per effettuare le prove di idoneità della cava, ma insieme a degli esperti eletti dai comitati della protesta. Tra questi ci sono Franco Ortolani e Giovan Battista De Medici, geologi e docenti dell’Università di Napoli. “Pensa” mi dice Teresa Musto “Che gran parte dei tecnici del commissariato sono ex allievi di Ortolani e De Medici. E’ grazie a loro due che la discarica non è ancora stata aperta, ribattono colpo su colpo alle scempiaggini che vengono dette. Ma la verità è che queste analisi hanno solo un carattere politico, l’Istituto di Geologia ha già tutti i rilievi fatti per legge negli anni passati”. Mentre parlo con lei, arriva d’un tratto la notizia che in un incontro ufficiale, i tecnici si sono espressi per l’idoneità della cava,  vedo sui volti di Teresa e del marito l’angoscia, sanno che con il decreto Berlusconi ogni protesta significherà l’arresto e il carcere, si sentono messi di fronte ad un’ardua decisione. “Il decreto è incostituzionale, perché limita delle libertà fondamentali” continua Teresa “Ma la Corte Costituzionale può intervenire solo dopo che si siano verificati dei casi concreti, cioè dopo che qualcuno di noi venga arrestato”. Per fortuna, almeno per ora, la notizia dell’idoneità si rivela falsa.<br />
Gli esperti che si oppongono alla discarica sono lì perché fanno parte di un’altra realtà che, da anni, anima il movimento di protesta contro lo scandalo dei rifiuti. Le Assise di Palazzo Marigliano sono assemblee pubbliche, iniziate nel 2005, che si svolgono ogni domenica nell’omonimo palazzo nobiliare, principalmente sul tema dei rifiuti. Presidente onorario è quel Gerardo Marotta che dirige l’Istituto degli Studi Filosofici che si fa portatore della tradizione umanistica del Mezzogiorno d’Italia, quella dei Gaetano Filangieri e dei Benedetto Croce. Le Assise si sono radunate già all’inizio degli anni ’90 per contrastare la distruzione urbanistica della città tentata da Paolo Cirino Pomicino, e ci riuscirono. “Se vuoi sapere chi c’è dietro questo movimento” mi spiega Sergio De Stasio, un vecchio militante ambientalista ”Te lo dico io. Ci sono i giacobini, perché questa è l’Assise, gli ultimi giacobini d’Italia. Sono loro a scendere in campo quando la democrazia viene violata, e qui in Campania questo accade da 14 anni. Hanno competenze scientifiche, giuridiche e culturali, sono i figli di Domenico Cirillo e cento altri. Se li avessero ascoltati prima, non saremmo arrivati al punto in cui siamo”. Da anni, le Assisi pubblicano un bollettino che spiega le ragioni della protesta, in questo modo forniscono gli strumenti critici e di analisi della situazione attuale “Nel 1799, durante la rivoluzione napoletana” continua Sergio De Stasio “I giacobini si trovarono il popolo contro e nacque una cesura storica tra gli intellettuali liberali e la città che è stata causa di tanti mali. Oggi, questi giacobini sono al fianco di un  popolo che non vuole più essere oppresso. E’ l’occasione per cambiare qualcosa, dobbiamo sfruttarla”. Da alcuni anni, in Campania, con l’incontro tra diversi gruppi sociali e politici, tra professionisti, scienziati, vecchi e nuovi ambientalisti, si è iniziato ad elaborare un piano di gestione dei rifiuti basato sul riciclaggio, come impone la legislazione europea, abolendo discariche ed inceneritori e, soprattutto, interrompendo la gestione straordinaria dell’emergenza. Contro queste richieste si è scatenata una campagna di mistificazione, che in buona o cattiva fede, impedisce che le proteste appaiano come quelle di una società civile che si oppone ad uno stato reo di perseguire, nel migliore dei casi, obiettivi non condivisi dalla collettività. E’ l’emergere di un “ecologismo popolare” in un contesto fino ad ieri privo di cultura ambientalista, un fenomeno tipico ormai di molti paesi del sud del mondo che si ritrovano a difendere ambiente e risorse minacciate dagli interessi dei paesi più sviluppati. Oggi, la Campania è costretta a ricordarsi che la sua collocazione è al sud del nord, un nord che non è più solo una collocazione geografica ma un modello di sviluppo basato su industria e finanza, protette dalla politica. Lo scontro è aperto, ed è uno scontro per la democrazia e la giustizia ambientale.</p>
<p><em>(Pubblicato su &#8220;Diario&#8221;, 26.6.2008. Nell&#8217; immagine:&#8221;Trash-O-Saurus&#8221; )</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/05/chiaiano-unaltra-verita/">Chiaiano, un&#8217;altra verità</a></p>
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		<title>I boschi ombrosi e l’arte dell&#8217;oblio</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jul 2008 05:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="center">&#160;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/foto_ridotta.jpg"></a></p>
<p align="center">&#160;</p>
<p>di <strong>Marco Palasciano</strong></p>
<p style="text-align: center;">
</p><p>[ Si pubblica uno studio-racconto che ritengo di grande rilievo. Lo scrittore Marco Palasciano fa chiarezza sulla realtà dei rifiuti campani, ovvero la complica terribilmente. D.P. ]</p>
<p style="text-align: center">
</p><p style="text-align: center">
</p>
<p style="text-align: center"><strong>Prologo.</strong></p>
<p style="text-align: right"><em>Presso «de l’ombre il vasto impero» (</em>Orfeo<em>, atto III)</em></p>
<p>__Un’Europa si aggira tra i fantasmi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/28/i-boschi-ombrosi-e-l%e2%80%99arte-delloblio/">I boschi ombrosi e l’arte dell&#8217;oblio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/foto_ridotta.jpg"><img class="size-full wp-image-6429 aligncenter" title="foto_ridotta" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/foto_ridotta.jpg" alt="" width="360" height="360" /></a></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;">di <strong>Marco Palasciano</strong></span></p>
<p style="text-align: center;">
<p><small>[ Si pubblica uno studio-racconto che ritengo di grande rilievo. Lo scrittore Marco Palasciano fa chiarezza sulla realtà dei rifiuti campani, ovvero la complica terribilmente. D.P. ]</small></p>
<p style="text-align: center">
<p style="text-align: center">
<span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;"></p>
<p style="text-align: center"><strong>Prologo.</strong></p>
<p style="text-align: right"><em>Presso «de l’ombre il vasto impero» (</em>Orfeo<em>, atto III)</em></p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span>Un’Europa si aggira tra i fantasmi. Rifugiatasi nella loro caverna, la ragazza affannata dalla corsa sulla riva – un fiore d’ibisco le cade dai capelli – prova a afferrare per un lembo una, un’altra, né mai riesce a far presa, di quelle figure vane, a gridare nei loro orecchi sordi che c’è un toro che la insegue. Ma lei per le ombre è un’ombra; camminano senza vederla, intente al loro niente; e già un mugghito ottenebra la soglia.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>(Quest’Europa non è Europa, è Campania; e quel toro non è Zeus innamorato, ma un mostro sbranatore, metà ragno, affine al kraken che aspettava Andromeda.)<br />
<span id="more-6427"></span></p>
<p style="text-align: center">
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><strong>1.</strong></p>
<p style="text-align: right"><em>Da Capua alla selva di Chiaiano</em></p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>1.</strong>1.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>La Campania e il pensiero: Vico, Bruno, Parmenide. La storia, l’ars memoriæ, la ragione metro del giudizio. Ora, per la delizia del dicotomista naïf, predomina il perfetto contrario: sradicamento e tabula rasa, oblio sistematico, plebei a un tavolino di caffè che annuiscono a uno gnomone<a title="testo1" name="testo1" href="#nota1"><strong>[1]</strong></a> introiettato nei loro encefali.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Il sole risplende sulle miserie umane, sulla piazza ricca e illustre di scolpiti dèi, di stemmi preziosi. Sul tavolino, un manifesto che nessuno legge. Hanno tutti dimenticato gli occhiali.</p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>1.</strong>2.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>È il 1° giugno 2008, domenica, luna in Toro. Cinque cittadini di Capua (già è molto – si dirà – da una città nota al mondo per i suoi ozi), dopo avere trascorso la mattinata a raccogliere a piè del loro campanile firme pro la fine del regime commissariale e il ripristino della legalità in Campania<a title="testo2" name="testo2" href="#nota2"><strong>[2]</strong></a>, partecipano al corteo – composto da circa diecimila anime fatte fiume venute fin dalle Alpi e da oltremare, sette bambini in testa, antichi magistrati, egregie donne, No Dal Molin, No TAV, No Acatarsía, ragazzi rasta e snelli a torso nudo e vecchine con il parasole, qualcuno in sedia a rotelle, in pensieri alati, le consuete belle bandiere striscioni cartelli oneste arguzie sdegno ingentilito – che dalla stazione metro Chiaiano-Marianella si muove quieto e multicolore per il paio di chilometri di via Santa Maria a Cubito (ai lati, per un tratto – e il pur piú alto fra noi ne sale su un muretto a esperire meglio; là, un ficheto –, scorci di mondo bucolico ancóra, foglie scaglie speranza spiranti, qui cólto qui foresto, nell’aria dolce che si allegra del sole pomeridiano malgrado — … il sangue che ci hanno fatto buttare in queste settimane — si accora la vox populi al microfono) e si concluderà, il corteo<a title="testo3" name="testo3" href="#nota3"><strong>[3]</strong></a>, in Marano di Napoli, presso piazza Rosa del Ciel, mi correggo: piazza Rosa dei Venti, detta pure rotonda Titanic per la sua vaga aiuola naviforme (non per ricordo della Titanomàchia; ché a lottare in Campania con gli dèi, alla piana di Flegra, non furono i Titani ma i Giganti); poco oltre, ci preannuncia un amico casertano freelance camera a mano, è sistemato un palco cui fanno ala degli stand: tra cui quello d’un organizzatissimo mediacenter, dal quale via web (vedi <a href="http://www.chiaianodiscarica.it/"> <strong>www.chiaiaNOdiscarica.it</strong></a>) zampilla informazione viva, mentre altrove zampetta deformazione vile.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>— Parlavano di vetrine spaccate, parlavano di chissà quali balordi dovevano arrivare in questa città e in questo quartiere — svergogna i mala media la vox populi. Cui consuona, fluendo per il cyberspazio, una cartolina virtuale:</p>
<p style="padding-left: 20px"><em>Sono al presidio di Chiaiano da giorni, ed è vergognoso vedere sui TG nazionali e sui quotidiani notizie false e tendenziose. Raccontano di presunti scontri e di clima tesissimo</em><a title="testo4" name="testo4" href="#nota4"><strong>[4]</strong></a>: <em>in realtà qui ci sono clown, mamme e bambini che giocano, e liberi cittadini che si stanno riunendo in nome del diritto alla salute</em><a title="testo5" name="testo5" href="#nota5"><strong>[5]</strong></a> <em>e con animo pacifista, aperto al dialogo</em><a title="testo6" name="testo6" href="#nota6"><strong>[6]</strong></a>.</p>
<p>Bello è per me, che nacqui nel maggio francese; e che spero di non morire prima del ritorno di Àstrea – spiga e tutto – dagli stellanti giri.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Ma un po’ di violenza, a essere precisi, c’è stata, una settimana fa<a title="testo7" name="testo7" href="#nota7"><strong>[7]</strong></a>: i rappresentanti di non so quale legge hanno spezzato il braccio a una bambina<a title="testo8" name="testo8" href="#nota8"><strong>[8]</strong></a>, hanno spinto altri giú da uno strapiombo d’una decina di metri<a title="testo9" name="testo9" href="#nota9"><strong>[9]</strong></a>, smanganellato un giornalista<a title="testo10" name="testo10" href="#nota10"><strong>[10]</strong></a> ecc. Però li comprendo: nel cuore dell’uomo sta sempre appiattata la belva, avida di estrudere la sua rabbia, che è amore sublimato.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Infine meglio questi che chi freddo ti lima via la vita tra lunghi aspri tormenti, a cocktail di scorie aeree e terrestri, tu in beckettiana attesa di bonifica, la pancia a gonfiarsi di cancri o di feti deformi. In proposito, certo piú tardi parlerà sul palco anche il dottor Marfella, tossicologo oncologo al Pascale, che incontriamo nel corteo; e che avemmo relatore a Capua, l’anno passato, a un nostro convegno, <em>Ecomafie e inceneritori: tumori senza rumore</em>.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Fu là che facemmo l’unico mezzo proselito in due anni; che è qui col mio zainetto sulle spalle, ora, perché è giovane e forte e io un mezzo morto. Sopra ambo noi poi svetta quel sodale al cui cospetto moralmente io non sono che un’ombra, e del quale cristallizzerò fra queste pagine qualche sospiro saturnino ad alternarlo con i miei. Completano la delegazione capuana due soci ARCI, alla cui strumentazione si deve l’immagine che andrà a illustrare l’editio princeps di questo racconto, foto scattata or ora a uno striscione: «Selva di Chiaiano: da itinerario di Maggio dei monumenti a discarica di monnezza» (piú corretto <em>munnezza</em>).</p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>1.</strong>3.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Nella quale selva, «ultimo polmone verde di Napoli» (corpus italicarum chronicarum, 2008, passim), si doveva portare a compimento il Parco delle Colline. Poi, a menomare quello e altri spazi materiali e morali dell’umano, ecco che decerne il suo decreto<a title="testo11" name="testo11" href="#nota11"><strong>[11]</strong></a> un visir bellicoso, degno successore di quel Prodi che prolungò l’infamia CIP6<a title="testo12" name="testo12" href="#nota12"><strong>[12]</strong></a> apposta per rimettere in gioco i teratovalorizzatori (sic) campani – sennò non convenivano a nessuno<a title="testo13" name="testo13" href="#nota13"><strong>[13]</strong></a> – e per colmo dichiarò abili al rogo, per quando ad Acerra si inaugurerà l’inferno, le false ecoballe<a title="testo14" name="testo14" href="#nota14"><strong>[14]</strong></a>.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Ed ecco rispuntare Bertolaso, come in un incubo latebroso. Ecco i novissimi rimedi, nati stravecchi già lo scorso secolo, dei due Ber; e i due lino, Basso e Iervo, a far prego si accomodi; il cardinale Sepe (ah questi cardinali) pronto a benedire la vendita di kelle terre, per trenta sicli, da parte Sancti Benedicti o di non sao quale arcikonfraternita massonica o kon altri fini que le possette<a title="testo15" name="testo15" href="#nota15"><strong>[15]</strong></a>; la parchità a cadere nell’oblio; Arcadia addio; le Malebolge in terra. E i chiaianesi i maranesi ecc.? le mani nei capelli.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Le mani alle molotov no: quella è una leggenda metropolittoria. Ma, mentre uomini donne vecchi bambini protestano a braccia alzate, tu asino presuntuoso orecchi il TG e borbotti: «O barbaròi, o bòrboros, o birbe, è colpa vostra, ecco, se l’immondizia è ancora per le strade», oblioso che per fare la discarica ci vorranno assai peripli lunari, e pubblici denari, mentre che la munnezza (ma piú Gerione) tutto il mondo appuzza. Lo sai?<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>E intanto, un volantino<a title="testo16" name="testo16" href="#nota16"><strong>[16]</strong></a> informa, già</p>
<p style="padding-left: 20px"><em>devastano con espropri interi campi coltivati a ciliegie, da spianare per il passaggio di centinaia di camion al giorno</em><a title="testo17" name="testo17" href="#nota17"><strong>[17]</strong></a> <em>[…]. E lo sai che le cave distano da 200 metri a 2 km da casa tua? con quattro mega ospedali</em><a title="testo18" name="testo18" href="#nota18"><strong>[18]</strong></a> <em>intorno, ai quali fanno riferimento tutte le regioni del sud. Tutto questo con la scusa dell’emergenza.</em></p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>1.</strong>4.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Chiaiano – non lo si dimentichi – è un’inezia, come l’intera questione discariche e come l’intera emergenza rifiuti, se si confronti col problema vero: la Campania cui urge la bonifica; l’infelice che giace su un fianco imbozzolata (ma non è una crisalide) in un intrico di fili sul fondo di un fosso tramortita dal veleno dell’aracnotauro che la tiene in vita per poterne sbocconcellare un brano oggi un brano domani e stuprarla a suo piacere in conno e in culo né alcuno dai casali e le caserme mostra di udirla gemere poiché forse hanno gli orecchi chiusi dal ragnatelo come lei ne ha chiusa la bocca, lei gli organi esterni pieni di piaghe e le viscere di eiaculato tossico e continuano ad arrivare ancora tutta la notte illune o a luna ridens non uno ma innumeri Api traboccanti seme nero e non stiamo parlando di buoi egizi né di albi versòri, continuano – come dice il poeta –</p>
<p style="padding-left: 20px"><em>tutti i notturni abusi che il cafone<br />
non lamenta e il satellite non segue</em></p>
<p>e a un tratto delle ombre si avvicinano e conficcano intorno quattro ceri fetido fumiganti – allegoria degli inceneritori…<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Basta, Muse: NI ci avrà ben chiesto uno scritto su Chiaiano; torniamo in tema, in lettera, in corteo.</p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>1.</strong>5.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>In corteo, tra di noi (non io e le Muse: io e l’alto sodale etico ecc.), per un tratto si parla di essere e tempo; o, per la precisione, di aiòn, kairòs e chrònos. E passa, il tempo; ecco piú obliqui i raggi, e il sole che meno ferisce il tuo capo, comunque domani dolente.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Il carro del sole, per inciso, in questi giorni viaggia in congiunzione con quello di Venere; che, a credere agli antichi, lo caricherebbe d’amore. Con lei ascende, con lei si asconde, entrambi incorniciati nei miei etterni Gemelli. E venerdí, aggiungendosi Mercurio…<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>— E questi stronzi in quindici anni non sono riusciti a organizzare il minimo della raccolta differenziata: la differenziazione almeno tra secco e umido — ci ricorda un signore hippy col megafono (e non è di stelle e pianeti che parla). — In quindici anni sono riusciti soltanto a rubare milioni di euro<a title="testo19" name="testo19" href="#nota19"><strong>[19]</strong></a>. E dopo quindici anni vengono qui, ci mandano l’esercito…<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>(Quattordici anni e centodieci giorni, a essere precisi.)<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Saturno è allo zenith quando giungiamo all’albero semispezzato, e costretto a piegarsi dall’aria alla terra, sacrificato a servire da intralcio al traffico in qualche kairòs terribile, presso cui il corteo ha fine. Ecco gli stand e il palco; e nel mentre che questo si prepara ad animarsi di musica e di logos, un sottoinsieme dei capuani, i maschi, decide di inoltrarsi.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Per la cupa<a title="testo20" name="testo20" href="#nota20"><strong>[20]</strong></a> del Cane. E andare a visionare – sulla soglia è seduta su una pietra una donna, ignoro se mortale o immortale – il luogo della contesa tra popolo e governanti: la selva.
</p>
<p style="text-align: center">
<p align="center">
<p align="center"><strong>2.</strong></p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>2.</strong>1.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Il calle che la taglia, sinuoso tra le coste di verzura che infrescano d’un colpo e ti incamíci, è segmentato da frequenti ostacoli: montagnette di terra e detriti alzate dai ribelli a impacciare l’avanzata della milizia e dei futuri carichi d’immondizia, se mai saranno. A un punto, qualche giovane e meno giovane, presso un gazebo messo lí, e brandine, sediòle, una chitarra; nessun pirata, a ora, della Malesia, né mortai o casse di granate. A qualcuno di noi viene, frattanto, da cantare l’<em>Orfeo</em> di Monteverdi, giusto perché in un bosco ombroso ci si trova:</p>
<p style="padding-left: 20px"><em><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/vi-ricorda-boschi-ombrosi.mp3" target="_blank"><strong>Vi ricorda, o boschi ombrosi?</strong></a><br />
vi ricorda, o boschi ombrosi,<br />
de’ miei lunghi aspri tormenti,<br />
quando i sassi a’ miei lamenti<br />
rispondean, fatti pietosi?…</em></p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span>E viene naturale, a percorrere a piedi il lungo serpe, domandarsi che senso voglia avere fare qua e non altrove una discarica<a title="testo21" name="testo21" href="#nota21"><strong>[21]</strong></a> – c’è, ci dicono, anche un agriturismo, oltre le ciliegie dell’Arecca<a title="testo22" name="testo22" href="#nota22"><strong>[22]</strong></a> e i castagni cedui e il tenero suncus etruscus – visto tra l’altro che, per giungere alla meta, i trecento camion al giorno di rifiuti (anche pericolosi, da decreto<a title="testo23" name="testo23" href="#nota23"><strong>[23]</strong></a>) pasarán prima in mezzo all’abitato, sotto i balconi e tra i bambin che giocano, e poi per questa via nel verde; che pare troppo facile a sbarrarsi, e a difendersi da tra le fronde stile Robin Hood. Forse, la cava Poligono è un falso obiettivo – come qualcuno di noi ha sentito dire alle assise di Palazzo Marigliano –, su cui si vorrebbe accentrare l’attenzione per decentrarla da altri: come, nel casertano, la cava Mastroianni. Cosí accadde per Pianura, dove si vinse mentre Marigliano e Ferrandelle venivano perdute.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Ultimo, fresco di giornata, è il dubbio sul significato che dovrà darsi all’ostinazione – mulina o diabolica? – di chi voglia impiantare, qui, una megalodiscarica ex novo, ancora, dopo un coup de théâtre come questo: Walter Ganapini<a title="testo24" name="testo24" href="#nota24"><strong>[24]</strong></a> che ieri, sabato 31 maggio, rinviene altrove – cioè in Santa Maria La Fossa, nel sito di Parco Saurino – una discarica stupenda, in regola, perfetta, pronta da chissà quanto, e inutilizzata chissà perché. Né questo è il solo absurdum riscontrato, in quei loci un tempo amœni, dal buon assessore; del quale gioverà visionare su YouTube l’intervista completa, registrata da Matteo Incerti giusto oggi a Chiaiano.</p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>2.</strong>2.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>E giusto oggi, intorno a mezzogiorno, sotto gli occhi del sole che tutto mira, nello stesso momento in cui davanti a un bar di Capua (su un tavolino un manifesto che nessuno legge) altri si sprecava in onesti discorsi sulla meccanica della cosiddetta emergenza rifiuti a petto di paesani antidialettici, davanti a un bar di Casal di Principe<a title="testo25" name="testo25" href="#nota25"><strong>[25]</strong></a> il supertestimone Michele Orsi lo hanno sparato al cuore e alla testa due sicari<a title="testo26" name="testo26" href="#nota26"><strong>[26]</strong></a> che nessuno ha visto niente.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>«E veramente fui figliuol dell’orsa»? Azienda leader nel settore delle cose immonde, la società ECO 4 da lui diretta – in cui tra l’altro si erano piazzati due nipoti del cardinale Sepe (ah questi cardinali) – giovò al moltiplicarsi per mille anfratti e balze dei tesori dei boss ecomafiosi, trovandosi immischiata fin forse in una perversa connection fra i vertici del commissariato<a title="testo27" name="testo27" href="#nota27"><strong>[27]</strong></a> e i vertici della camorra<a title="testo28" name="testo28" href="#nota28"><strong>[28]</strong></a>. Cosí da fiore a fiore reca il polline una farfalla prònube. Nauseato, cinque mesi di carcere, il sequestro dei beni, malgrado le minacce ecco Orsi pronto per additare tutti i politici coinvolti; tremano gli empi; morto, ecco festare caroselli d’auto, senza pietà correndo e sonando gli ottoni per il suo atroce paese, piene di giovani perduti.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Giovedí prossimo avrebbe dovuto deporre innanzi a un giudice; verrà invece deposto nel sepolcro, quello stesso mattino; e per giudici avrà Eaco e Minosse. Funerale semideserto; ma i suoi concittadini non se ne resteranno chiusi in casa. Altro tempio<a title="testo29" name="testo29" href="#nota29"><strong>[29]</strong></a> a quell’ora affolleranno: per le nozze<a title="testo30" name="testo30" href="#nota30"><strong>[30]</strong></a> non di Orfeo né di Cadmo ma di Carmine, figlio del feroce Sandokan<a title="testo31" name="testo31" href="#nota31"><strong>[31]</strong></a>, principe di Casale.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>E l’indomani stesso, venerdí, alle sette e mezza della sera, Walter Ganapini (messo da qualche giorno sotto scorta<a title="testo32" name="testo32" href="#nota32"><strong>[32]</strong></a>) sopravvivrà – per grazia di stellium mercuriale – a un “incidente” misterioso<a title="testo33" name="testo33" href="#nota33"><strong>[33]</strong></a>. Sventrata solamente la sua Croma, incornata da un toro a quattro ruote apparso e disparso. Rabbia dei rei, pizzini accartocciati, per questa volta niente caroselli.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Cosí ha intanto descritto, oggi, la discarica fossatara ieri scoperta: — Nuova. Teli, argilla, tutti i sistemi di tenuta, la vasca del percolato – da novecento metri cubi – mai usata. E a quel punto diciamo che ho provato anche un po’ di paura, nel senso che la domanda immediata è: com’è possibile che nessuno si sia posto il tema di usare questa discarica?, che da sola è in grado di contenere tutti i rifiuti della Campania per sei mesi: e dunque, usandola, non ci sarebbe mai stata l’emergenza.</p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>2.</strong>3.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>«Ma allora è vero che l’emergenza rifiuti è costruita ad arte?», potrebbe pensare qualcuno; «che il ricatto della fretta, le città che scoppiano di immondizia, la differenziata che non decolla da anni e anni, le bugie degli esperti di ’sta minchia, la politica valzer di puttane, tutto è stato ed è parte di un “banale” (Arendt) piano affaristico-camorristico per lucrare dapprima sulle discariche, e infine sbolognando alla Campania quei loro costosi, dannosi, inutilissimi inceneritori in cui sognano di bruciare l’Italia intera?».<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Gli inceneritori sono un racconto a sé, se non un romanzo. Per ora dico solo che chiunque ne parli bene lo fa per una di queste, in sintesi, tre I: o per ignoranza, o per interesse, o per imbecillità.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Riguardo gli impianti di compostaggio, questi sí una cosa buona, Ganapini nell’intervista ha accennato tra l’altro a quello di San Tammaro; che non è attivo solo perché mancano le soffianti. Due settimane prima, da quelle parti aveva già indagato – modestamente – il nostro Osservatorio capuano per l’ambiente urbano e rurale (ex Comitato capuano allarme rifiuti); cavandone i dati seguenti. Un mese fa i lavori si sono bloccati, benché l’impianto fosse quasi pronto, poiché qualcuno ha decretato di adibirne i locali allo stoccaggio “provvisorio” di ventimila balle di rifiuti.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>«Ciò vuol dire che», come scritto nel nostro manifesto del 17 maggio,</p>
<p style="padding-left: 20px"><em>per tamponare l’equivalente di appena 3 giorni di consumi campani, si sono interrotti i lavori di un impianto da 6 milioni di euro e capace di trattare 30.000 tonnellate all’anno (circa il 25% della produzione di rifiuto organico della provincia).</em></p>
<p>Nel contempo a cinquanta metri da lí, presso una discarica morta di nome Maruzzella, si stanno allestendo un altro stoccatoio di balle, e una vasca da FOS, cui lavorano – convocate mediante trattativa privata – ditte di San Cipriano d’Aversa, di Casal di Principe…</p>
<p style="padding-left: 20px"><em>Tutto ciò si offre allo sguardo dell’osservatore come libro aperto sulla meccanica della cosiddetta emergenza rifiuti: si ostacolano, di fatto, le realizzazioni che gioverebbero strutturalmente a una futura gestione ordinaria (l’impianto di compostaggio), mentre si adottano soluzioni (piazzole per lo stoccaggio e la trasferenza) che concedono, di volta in volta, al commissario – oramai sottosegretario – di guadare le situazioni critiche, e alle ditte locali (si tenga presente di qual loco qui si parla) di prosperare di settimana in settimana con camion, asfalto e cemento.</em></p>
<p align="center">
<p align="center">
<p align="center"><strong>3.</strong></p>
<p style="text-align: right"><em>Dalla selva di Chiaiano a Capua</em></p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>3.</strong>1.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Ma, intanto, a chi si dà dei camorristi<a title="testo34" name="testo34" href="#nota34"><strong>[34]</strong></a>? ai cives in protesta civilissima di Chiaiano e dintorni.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>— E questa cosa è davvero seccante da sentirsi, visto che ormai come accusa viene da ogni parte politica — ci dirà piú tardi un’amica mugnanese. — A destra [un visir bellicoso] dice spudoratamente che la discarica si farà perché il terreno lo consente, il che non ha senso perché i dati si avranno solo nei prossimi giorni<a title="testo35" name="testo35" href="#nota35"><strong>[35]</strong></a>; a sinistra ti ritrovi giornali come «la Repubblica» che dicono enormi… e ti risparmio il francesismo<a title="testo36" name="testo36" href="#nota36"><strong>[36]</strong></a>, tipo che non si vuole la discarica lí perché ci vanno le coppiette<a title="testo37" name="testo37" href="#nota37"><strong>[37]</strong></a>; e poco importa se sta venendo fuori — (grazie all’arte, tanto invisa al governo, dell’intercettazione) — che la Di Gennaro e Bertolaso erano conniventi alla gestione illegale dei rifiuti<a title="testo38" name="testo38" href="#nota38"><strong>[38]</strong></a>: l’importante è dare a noi cittadini del camorrista o del black block<a title="testo39" name="testo39" href="#nota39"><strong>[39]</strong></a>.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>(Ma il Comune di Marano chiederà ufficialmente<a title="testo40" name="testo40" href="#nota40"><strong>[40]</strong></a> che si estenda l’area protetta, proprio a impedire strumentalizzazioni da parte dei boss del cemento<a title="testo41" name="testo41" href="#nota41"><strong>[41]</strong></a>; e ogni lauzengier dovrà solo contorcersi autoglossoproctico.)</p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>3.</strong>2.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Magari avessimo noialtri, a Capua, qualche migliaio di concittadini che si dànno una smossa, per l’agro che períclita tra la Cariddi della camorra e la Scilla della scienza avolterata, invece di trovarci sempre a sisifare in quattro gatti se non, quando il Volturno è in secca, due; che poi siamo letterati, umanisti, non certo tossicologi o geochimici; e proviamo vergogna, quando abbiamo dei dati da trattare, a dover fare le veci degli esperti. Io non l’ENEA, io non Paul Connet sono. Ci fosse almeno un tecnico, di qui, che si metta a disposizione dell’osservatorio; no: temono chissà quali ombre. Cosí diventano ombre essi stessi.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Paralisi, gnomone, simonia. Una piazza che è l’opposto dell’agorà. Questa mattina, prima del pellegrinaggio nel napoletano (e: lungo la Giugliano-Marcianise, che commozione, o Goethe, le pergole di asprinio), con profonda desolazione abbiamo preso atto di quanti – a parte confondere percolato e pergolati – si spaurino a mettere un nonnulla di firma su una petizione; e se non vi è paura, di chissà che bussare nottetempo casa per casa, volentieri (o meglio macchinieri) vi è chiusura; semiautistica inettitudine all’ascolto, che si accompagna a quella di argomentare, per il che – trionfo della mala istruzione – muori al dialogo e vivi nella chiacchiera; la chiacchiera come modalità inautentica dell’esserci, per dirla heideggerianamente.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>— Chest’è ’a scola, ’o vi’. Un fallimento, totale proprio.</p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>3.</strong>3.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Ma a proposito di Heidegger e di sentieri interrotti, eccoci giunti al punto della selva in cui siamo costretti a interrompere, dopo un chilohypnerotòmetro, il vïaggio. Non vedremo l’antica cava tufacea – già poligono di iuessèi marines<a title="testo42" name="testo42" href="#nota42"><strong>[42]</strong></a> – condannata a trasformarsi, altro che dilettoso monte, in immondezzaio: vengono contro a noi, giuro, tre fiere.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Cani; uno scisso Cerbero. Ci minacciano, cupi, quali tori gelosi e d’ira ardenti, massime il capo, bianco<a title="testo43" name="testo43" href="#nota43"><strong>[43]</strong></a>. Facciamo dietrofront, dantescamente, non essendo forniti di cetre incantatrici né offe soporate; e ci trottano dietro, per orridi attimi, che uno pensa alla fine di Atteone; ma è meglio, Orfeo insegna, non voltarsi a guardare.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Poi – stanchi di trattare di munnezza – si gioca a chi intenda prima quali versi, di quelli improvvisati per la via dal poeta che è fra noi, siano endecasillabi perfetti, e quali invece ipèrmetri o ipòmetri. O si addita una felce, un equiseto, un cespo di matricaria; e si fa lezioncina di botanica. (Che saranno quegli erbi giganteschi, con foglie lunghe un metro, ricordanti la flora radioattiva di certi <em>Sogni</em>?)<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Infine una pianta di cicuta – se non è di angelica silvestris – ci riporta a Socrate, e all’aneddoto del flauto (una siringa, immagino; non amava gli aulòi, pure se i suoi discorsi – per musicalità e suadenza – nel <em>Simposio</em> sono detti «arie da aulòs»): su cui si concentrava nello studio di una melodia, in cella, nell’attesa che gli approntassero il farmaco.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>— Stai per morire: a che ti serve impararla?<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>— A conoscerla prima di morire.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Cosí, se dobbiamo finire avvelenati dai rifiuti, almeno impariamo a distinguere gli endecasillabi.</p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>3.</strong>4.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Dopo tanto galateo in bosco, e mezz’ora di còmiti in comizio, maiores cadunt umbræ e salutate le terre ribelli ci avviamo a rincasare nel meno selvaggio dei natii borghi possibili. Ci chiuderemo nei nostri studiòli e daccapo ci passerà di mente che la varíetas dominante, qui, ha altra episteme (si fa per dire) e codice che i nostri; torneremo ad amare l’uomo in sé; e quando avremo battuto un nuovo manifesto, da farne quelle povere fotocopie e da spiegare a voce, “aulica” o meno, torneremo a riaccorgerci di quanto possano pesare – su una città abituata ai negozi con re ed imperatori, altro che ozi – centoquarantasette anni e otto mesi di decadenza.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Torneranno a noi malinconia e misantropia; forsanche immagineremo piú degne di affezione le pietre di Capua che gli abitanti, essendo esse abili a piú organici argomentari: ecco contrappuntarsi a uno scenario barocco una facciata medievale e, qui intarsiato, un frammento di antico anfiteatro, che ci esemplano la brillanza vitale del riciclo. Come oggi uno scrivente che fra le proprie pagine incastoni qualche parola antica, un sintagma dantesco, zanzottesco…<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Ma poi daccapo uno s’ ’u scorda ca ’a ggente è…; e se non rimuovessimo ogni volta questa e piú atre consapevolezze, staremmo forse tanto sconsolati che i nostri sospiri farebbero controsospirare, a borborigmi geòdici, fin i sassi della selva di Chiaiano.</p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>3.</strong>5.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Altro l’orbe orbo obliò: le discariche pronte, i vagli mobili, la Costituzione, quante volte l’Italia è stata biasimata dall’Europa e perché, che cosa fa davvero la Germania con i nostri rifiuti anziché arderli<a title="testo44" name="testo44" href="#nota44"><strong>[44]</strong></a>, quanto poco ci vorrebbe ad attrezzarsi come Vedelago<a title="testo45" name="testo45" href="#nota45"><strong>[45]</strong></a>, per quali impianti invece fanno il tifo – a esempio – Vaticano e Benetton<a title="testo46" name="testo46" href="#nota46"><strong>[46]</strong></a>, come per opus Dei opus Diaboli transire sínitur, chi è quel Guido nipote del cardinal Ruini (ah questi cardinali), quanti suoi vice sono stati arrestati ecc.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Tutto, piú o meno a fondo, scordato e seppellito. Come ceneri tossiche in un campo, o una pecora morta; o come saranno seppelliti dalla Storia (se non è mia patetica illusione) tutti i grandi politici e industriali e i príncipi e generali grandi protagonisti di questi grandi tempi di munnezza. Parimenti in nessuna enciclopedia è citato il sommo traditore dei napoletani; alle sofferenze dei quali stette a guardare, scrive Lomonaco, «col riso dell’impudenza», «del tutto otturate le orecchie»; e né la cetra di Orfeo, né il flauto di Socrate avrebbe mosso a pietà quell’infimo, o il tale cardinale calabrese (ah questi cardinali), o gli altri affossatori della nostra repubblica.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Cosí spietata venga, se non la dea Nemesi, la damnatio umana.</p>
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<p align="center"><strong>Epilogo.</strong></p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span>Il gran sole carico d’amore è tramontato nell’immensa lacrima che avvolge il piú del mondo e ha nome oceano, lasciandoci prima alla notte e poi alla sorda luna che impudente sorride disfiorando coi medusèi tentacoli il Tifata. Il suo funereo carro seguono farfatopi neroalati, spargendo per lo spazio la tenue sabbia degli incubi, invisibile come un flusso di nanoparticelle.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Salendo abbraccerà in un sola fredda occhiata il lago d’Averno e la Reggia di Caserta, i Lagni contaminati e il carrozzone della Sibilla, i templi di Pæstum e le ville dei camorristi, il grattacielo osceno in via Medina e l’anfiteatro di Capua antica canoro di ruggiti fantasma, una strada di campagna dove un treruote porta a spasso sotto un telo alcuni bidoni di scorie abusive del nordest e la stazione di Napoli centrale con alcuni gentili noglobal del nordest seduti tra i loro zainetti in attesa del treno delle 4.07, la bianca palla aliena della centrale nucleare in letargo sul Garigliano e le ombre di Plinio e suo nipote che siedono presso la riva del mare e guardano con atarassia al Vesuvio che si prepara a curare le piaghe della Campania con il suo fuoco quello sí veramente purificatore, la tomba di Leopardi su cui riposa le ali chiuse come un libro chiuso una farfalla nei cui ommatídi si specchiano le prime nubi che tinteggia l’alba – ecco, è già lunedí e io non so come può concludersi questa storia – e il cantiere acerrano dove incompiuta torre nacque già rugginosa e sogna un suo finale babelico.</p>
<p></span>
</p>
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<p><span style="font-size: 12pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;"><br />
<a title="nota1" name="nota1"></a><strong>1.</strong> <em>gnomone</em>: «gobbo» televisivo. <a title="torna su" href="#testo1"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota2" name="nota2"></a><strong>2. </strong>Petizione lanciata dal Coordinamento regionale rifiuti il 21 maggio.<a title="torna su" href="#testo2"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota3" name="nota3"></a><strong>3.</strong> Che un Giulio Di Donato oltraggerà parlando di «cascàmi del sessantotto, scampoli di indiani metropolitani, rivoluzionari obesi, lussuriosi della protesta» riunitisi a Chiaiano «per una masturbazione collettiva nelle cave di tufo con tanto di orgasmo virtuale sognando la rivoluzione» (<em>Giustizialisti in agguato</em>, «Roma», 7 giugno).<a title="torna su" href="#testo3"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota4" name="nota4"></a><strong>4. </strong>Vedi per es. Attilio Bolzoni, <em>Le barricate in attesa dell’ora X tra ultras, guappi e centri sociali</em>, «la Repubblica», 27 maggio: «I “fetienti” […] sono pronti con le loro molotov […], forse anche con le loro armi». «Dietro piazza Titanic», scriveva due giorni prima, «qualcuno ha nascosto un piccolo arsenale» (<em>Il chilometro maledetto</em>); «forse qualcuno […] anche “fatto” di coca. I caporioni l’avevano distribuita gratis la polvere bianca» (<em>Irriducibili alla rotonda, la notte della resa e i tecnici entrano dal cancello secondario</em>, 28 maggio).<a title="torna su" href="#testo4"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota5" name="nota5"></a><strong>5.</strong> Sui rischi per la salute delle popolazioni residenti in prossimità di discariche (a norma) vedi per es. Mark S. Goldberg, Nohal Al-Homsi, Lise Goulet, Helene Riberdy, <em>Incidence of cancer among persons living near a municipal solid waste landfill site in Montreal, Quebec</em>, «Archives of Environmental Health», vol. 50, n. 6, novembre-dicembre 1995.<a title="torna su" href="#testo5"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota6" name="nota6"></a><strong>6.</strong> La loro è, scriverà Erri De Luca, «una rivolta compatta ma di forza quieta e ragionevole: ha accettato di trattare, di aspettare le conclusioni delle perizie scientifiche, di smobilitare la barricata nel frattempo» (<em>La repubblica di Chiaiano</em>, «il manifesto», 5 giugno).<a title="torna su" href="#testo6"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota7" name="nota7"></a><strong>7.</strong> Il 23 maggio. Due giorni dopo, sulla «Repubblica» si giustifica il tutto, in prima pagina, col lancio di fantomatici accrocchi esplosivi «contro la polizia che ha risposto caricando», e all’interno si cita Roberto Maroni: «qualcuno ha organizzato un attacco violento contro la polizia» (Liana Milella, <em>«Non ci sarà dialogo con chi usa le molotov»</em>). Controtestimonia Elisa Di Guida in una lettera aperta, scritta la sera stessa del 23: «Ma io ero lí. E la storia è un’altra. Alle 20 e 20 almeno 100 uomini, tra poliziotti, carabinieri e guardie di finanza hanno caricato la gente inerme […]. La gente urlava ma non rispondeva alla violenza […]. Lo stato di polizia e l’atmosfera violenta di questa sera somigliano troppo a quelli dei regimi totalitaristi. Proprio quelli di cui racconto, con orrore, ai miei studenti durante le lezioni di storia».<a title="torna su" href="#testo7"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota8" name="nota8"></a><strong>8. </strong>Emanuela Campochiaro.<a title="torna su" href="#testo8"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota9" name="nota9"></a><strong>9.</strong> Vedi per es. Dario Del Porto, <em>Chiaiano, il ferito caduto dal muro: «Ero appeso, manganellate sulle mani»</em>, «la Repubblica», 26 maggio.<a title="torna su" href="#testo9"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota10" name="nota10"></a><strong>10.</strong> Romolo Sticchi.<a title="torna su" href="#testo10"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota11" name="nota11"></a><strong>11.</strong> Decreto legge n. 90 del 23 maggio 2008 (il 9 luglio sarà convertito in legge). Nell’art. 9 è autorizzata la realizzazione di discariche in dieci località, tra cui Chiaiano; nell’art. 2 il sottosegretario di Stato con delega all’emergenza rifiuti in Campania è autorizzato a realizzare le discariche «anche in deroga a specifiche disposizioni legislative e regolamentari in materia ambientale, paesaggistico-territoriale, di pianificazione del territorio e della difesa del suolo, nonché igienico-sanitaria».<a title="torna su" href="#testo11"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota12" name="nota12"></a><strong>12.</strong> Con l’art. 1 dell’ordinanza n. 3656 del 6 febbraio 2008.<a title="torna su" href="#testo12"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota13" name="nota13"></a><strong>13.</strong> «La decisione di Prodi di dare i contributi CIP6 ai tre inceneritori della Campania» (ancora non si era aggiunto alla lista quello di Napoli) «apre la porta per il ritorno in gara di A2A e di Veolia […] che ha avuto la scorsa settimana 6 dirigenti […] arrestati» (Alex Zanotelli, <em>Il ritorno dei CIP6: politica da inquinamento</em>, comunicato, 4 febbraio). Per inciso, Veolia è tra gli sponsor della fondazione di Umberto Veronesi, il quale parlò piuttosto bene degli inceneritori a <em>Che tempo che fa</em>, su RAI 3, il 20 gennaio; seguirono, tre giorni dopo, gli arresti di cui sopra (da non confondere con quelli di cui sotto). Al completamento dell’impianto di Acerra opera, attualmente, ancora la FIBE, massima responsabile dell’attuale disastro rifiuti; il cui amministratore delegato è un tale Massimo Malvagna. Martedí scorso, 27 maggio, l’AGI riportava: «Malvagna, intervistato dal GR1, assicura che il nuovo termovalorizzatore può bruciare tutto, anche rifiuti nocivi, e non è pericoloso». Lo stesso giorno il Malvagna, la Di Gennaro et alii venivano arrestati sotto accusa di falso ideologico, traffico illecito di rifiuti, truffa aggravata ai danni dello Stato ecc.<a title="torna su" href="#testo13"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota14" name="nota14"></a><strong>14.</strong> Con l’art. 4 dell’ordinanza n. 3657 del 20 febbraio 2008. Un mese e mezzo prima, Walter Ganapini ricordava: «non possono essere bruciate poiché non si sa cosa ci sia dentro. È notorio che sostanze tossiche provenienti da lavorazioni industriali sono state assemblate con rifiuti ordinari. Due anni fa, alcune ecoballe portate a Terni per essere smaltite si rivelarono radioattive e contaminarono l’inceneritore. […] La Germania si è detta pronta a stoccarle in grande profondità nel suo sottosuolo senza rischi ambientali. Una proposta che ha suscitato ironie ma che andrebbe presa in considerazione» (Simone Verde, <em>Fermiamo la lobby degli inceneritori</em>, «il manifesto», 6 gennaio).<a title="torna su" href="#testo14"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota15" name="nota15"></a><strong>15. </strong>L’Augustissima arciconfraternita della santissima Trinità dei pellegrini e convalescenti.<a title="torna su" href="#testo15"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota16" name="nota16"></a><strong>16.</strong> Del Forum del terzo settore e dell’ASCOM di Marano di Napoli.<a title="torna su" href="#testo16"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota17" name="nota17"></a><strong>17. </strong>I quali, destinati a incolonnarsi «dall’alba fino a mezzogiorno» per la già sovratrafficata via Santa Maria a Cubito ecc. e da qui «insinuarsi nel viottolo» che conduce alle cave, «rappresentano un incubo per chiunque abbia fatto anche una sola volta nella vita quella strada alle otto di mattina» (Antonio Menna, <em>Ragionamenti sul no a Chiaiano</em>, blog personale, 12 giugno).<a title="torna su" href="#testo17"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota18" name="nota18"></a><strong>18.</strong> Cardarelli, Cotugno, Monaldi, Pascale.<a title="torna su" href="#testo18"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota19" name="nota19"></a><strong>19. </strong>O meglio a dilapidarne per «una spesa totale accertata di oltre 2 miliardi di euro» (Paolo Chiariello, <em>Monnezzopoli. La grande truffa</em>, Tullio Pironti, Napoli 2008, p. 52).<a title="torna su" href="#testo19"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota20" name="nota20"></a><strong>20.</strong> <em>cupa</em>: strada di campagna, incassata rispetto al piano, e sovrastata da una volta d’alberi.<a title="torna su" href="#testo20"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota21" name="nota21"></a><strong>21.</strong> Su questo tema vedi per es. Francesca Pilla, <em>«I siti alternativi ci sono, a bloccarli è De Mita»</em>, «il manifesto», 15 gennaio 2008. O anche la relazione tenuta da Giovan Battista de’ Medici a una conferenza stampa delle Assise della città di Napoli e del Mezzogiorno d’Italia, presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, il 12 maggio 2007: «Io feci un discorso molto chiaro alla dottoressa Di Gennaro […]: “Dottoressa, io le ho consegnato la relazione dei siti che secondo me sono i migliori […]; però voi volete continuare per forza su Serre […]. Allora io non capisco questa situazione; […] se ci sono siti alternativi idonei a ospitare discariche, […] perché si insiste sulle aree protette?”». Circa un anno dopo, cinque giorni fa, Marta Di Gennaro – ex vice di Bertolaso – è stata arrestata. Una sua frase resterà famosa: «Noi stiamo parlando di una discarica da truccare e voi ci dovete aiutare a fare quello» (citata da lei stessa in una telefonata a Guido Bertolaso, 28 giugno 2007).<a title="torna su" href="#testo21"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota22" name="nota22"></a><strong>22.</strong> Varietà che cresce sull’omonima collina fin dal 1629, si narra, quando donna Catarina Mandrie y Manriquez de Mendoza marchesa di Cirella – allontanata da Madrid, dacché Elisabetta di Francia la seppe amante di Filippo IV, e fatta principessa di Marano – qui trapiantò una dozzina di ciliegi portati con sé a ricordo della Spagna.<a title="torna su" href="#testo22"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota23" name="nota23"></a><strong>23.</strong> Il secondo comma dell’art. 9 del citato decreto legge del 23 maggio autorizza lo smaltimento in discarica delle tipologie di rifiuti pericolosi contraddistinte dai codici CER 19.01.11 (ceneri pesanti), 19.01.13 (ceneri leggere), 19.02.05 (fanghi industriali) ecc. Si noti, inoltre, che il governo precedente ha esteso il segreto di Stato anche allo smaltimento delle scorie prodotte dagli inceneritori e da altri – quale in teoria quale in pratica – «impianti civili per produzione di energia» (punto 17 dell’allegato al decreto del presidente del Consiglio dei ministri dell’8 aprile 2008).<a title="torna su" href="#testo23"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota24" name="nota24"></a><strong>24.</strong> Assessore tecnico all’ambiente della regione Campania.<a title="torna su" href="#testo24"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota25" name="nota25"></a><strong>25.</strong> Roxy Bar, corso Dante. La vittima era scesa di casa ad acquistare delle bibite per i figli.<a title="torna su" href="#testo25"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota26" name="nota26"></a><strong>26.</strong> Armati di una calibro 9×21 e di una calibro 9 short, dalle quali sono partiti diciotto proiettili.<a title="torna su" href="#testo26"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota27" name="nota27"></a><strong>27.</strong> Primo incriminato Claudio De Biasio, all’epoca vice di Bertolaso. Lui, i fratelli Orsi et alii sono stati arrestati il 3 aprile 2007 sotto accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato, concorso esterno in associazione mafiosa di stampo camorristico, favoreggiamento ecc. «A questo punto arrivati, chiunque avrebbe pensato che Claudio De Biasio […] sarebbe stato messo da parte. E invece […] ricompare a Roma, negli uffici della Protezione civile, quindi sempre alle dipendenze di Guido Bertolaso» (Paolo Chiariello, op. cit., pp. 171-172).<a title="torna su" href="#testo27"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota28" name="nota28"></a><strong>28.</strong> In ispecifico, della confederazione dei Casalesi e del clan mondragonese dei La Torre.<a title="torna su" href="#testo28"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota29" name="nota29"></a><strong>29.</strong> La chiesa dello Spirito Santo, a circa un chilometro da quella del funerale, Maria Santissima Preziosa.<a title="torna su" href="#testo29"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota30" name="nota30"></a><strong>30. </strong>Il banchetto si terrà all’Hotel Raito di Vietri sul Mare. Lo guasterà una retata della squadra mobile di Caserta.<a title="torna su" href="#testo30"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota31" name="nota31"></a><strong>31.</strong> Francesco Schiavone, in carcere dall’11 luglio 1998. Il 19 giugno 2008 verrà confermata la sua condanna all’ergastolo.<a title="torna su" href="#testo31"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota32" name="nota32"></a><strong>32.</strong> Nessuna scorta, invece, a Michele Orsi, malgrado la richiesta del suo avvocato.<a title="torna su" href="#testo32"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota33" name="nota33"></a><strong>33. </strong>Sull’autostrada A1, direzione Reggio Emilia, nei pressi del casello di Modena nord.<a title="torna su" href="#testo33"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota34" name="nota34"></a><strong>34.</strong> Non sarebbe però «la camorra con la C maiuscola» quella che – secondo certa stampa – «Ingaggia bande di ultras, facili alla cocaina», e sta «dietro quelle barricate»; bensí «delinquenza di quartiere che ha piccoli interessi edilizi intorno alle cave e li vedrebbe impoveriti dallo smaltimento dei rifiuti» (Giuseppe D’Avanzo, <em>La città che gioca con i suoi vizi</em>, «la Repubblica», 27 maggio).<a title="torna su" href="#testo34"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota35" name="nota35"></a><strong>35. </strong>«Intanto, di certo c’è solo che, a norma di legge, per essere idoneo a ospitare una discarica, il sito deve essere stabile, il suolo impermeabile, lontano da falde acquifere e coltivazioni di pregio, ospedali e centri abitati, facilmente raggiungibile dai mezzi. “A Chiaiano non c’è nemmeno una di queste condizioni” commenta Ortolani. […] “Le cave adiacenti sono già crollate [e] tutta la zona è molto instabile anche perché, con le piogge, l’acqua dilava attraverso le cave e finisce nella falda sottostante. […]”. [Quelli del] commissariato sono convinti di poter effettuare l’impermeabilizzazione “ma sono sfortunati – commenta il geologo – perché a giugno è caduta molta pioggia e si è visto che il terreno l’ha assorbita tutta, non c’è nessuna fascia di terreno argilloso o altro che la blocchi in tutta la zona. In queste condizioni, bastano 15-30 giorni al percolato per arrivare in falda”» (Adriana Pollice, <em>«Ma il tavolo tecnico in realtà non c’è mai stato»</em>, «il manifesto», 24 giugno). E quandanche riuscisse l’impermeabilizzazione, sarebbe disastro: «Chi vive a Marano lo sa: quando piove, dalla collina dei Camaldoli arriva un torrente di detriti nel centro storico […] perché sulla collina hanno costruito abusivamente, i terreni che assorbivano l’acqua piovana non ci sono piú. La pioggia impatta l’asfalto e scivola a valle. Puntualmente si allaga il quartiere del Truglio […]. Sull’altro versante dei Camaldoli, quello delle cave, la terra e il tufo, invece, assorbono ancora e il torrente di detriti non arriva sulle case. Se le cave vengono occluse e la zona impermeabilizzata, oltre che urbanizzata per il passaggio dei camion, anche quel ventricolo della collina pomperà acqua e detriti durante le piogge. Saremo invasi da due lati. Ci vuole poco a fare la fine di Sarno» (Antonio Menna, art. cit.).<a title="torna su" href="#testo35"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota36" name="nota36"></a><strong>36. </strong>Cfr. Franco Ortolani, <em>Chiaiano: perché il quotidiano «la Repubblica» diffonde notizie false?</em>, comunicato, 9 giugno.<a title="torna su" href="#testo36"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota37" name="nota37"></a><strong>37.</strong> Vedi Giorgio Bocca, <em>A Napoli rivolte popolari contro il popolo</em>, «il Venerdí di Repubblica», 6 giugno. Ivi il Bocca tra l’altro sbotta, confusionario: «Ma cosa vogliono questi sofisti della Magna Grecia, che non solo hanno permesso alla camorra di diventare governo, ma sostengono anche che sia conveniente e giusto assecondarla in questa manifestazione d’inciviltà che è la sepoltura di Napoli sotto una coltre di immondizie?». Commenterà la blogger Ciboulette (riferendosi non a noi «sofisti», ovviamente, ma a lui): «Se questi sono gli intellettuali che abbiamo, non voglio pensare a cosa sono gli ignoranti».<a title="torna su" href="#testo37"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota38" name="nota38"></a><strong>38. </strong>«Non capisco come è possibile che la Di Gennaro risulti colpevole e lui ne esca pulito» (Nando Vignola, <em>Promesse, monnezza e “intoccabili”</em>, «La voce democratica», 5-19 giugno). Illuminante in proposito mi sembra Claudio Lanti, <em>Guido Bertolaso, l’uomo dalla mano d’oro</em>, «La Velina Azzurra» (supplemento di «Italian Outlook»), 13 gennaio 2005.<a title="torna su" href="#testo38"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota39" name="nota39"></a><strong>39.</strong> O dire, ampliando il tiro, che «l’Italia che va in piazza a Chiaiano incarna la parte piú meschina del Paese» (Michele Brambilla, <em>L’Italia dei peggiori</em>, «il Giornale», 26 maggio).<a title="torna su" href="#testo39"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota40" name="nota40"></a><strong>40.</strong> Il 19 giugno, in una riunione convocata dall’Assessorato all’urbanistica della provincia di Napoli.<a title="torna su" href="#testo40"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota41" name="nota41"></a><strong>41.</strong> Vedi due articoli di Conchita Sannino che appariranno il 4 giugno rispettivamente su «la Repubblica» e «la Repubblica Napoli»: «Un affare da 100 milioni di euro aleggia sui suoli edificabili che circondano la cava della discordia di Chiaiano. Proprio lí dovrebbero nascere 570 appartamenti, una maxi lottizzazione […] i cui profitti verrebbero drasticamente minacciati dall’avvento della discarica» (<em>Centinaia di case vicino alla discarica: la superprocura indaga su Chiaiano</em>); da ciò «il sospetto che qualcuno abbia provato o stia provando a strumentalizzare la protesta» (<em>Chiaiano, tutti i sospetti del sindaco sulla maxi lottizzazione edilizia</em>). Si tratterebbe, secondo «la Repubblica Napoli», di una certa Marlin costruzioni.<a title="torna su" href="#testo41"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota42" name="nota42"></a><strong>42. </strong>Per il che, ricorderà il geochimico Domenico Cicchella, «C’è già una grossa contaminazione di piombo e antimonio […]. Quindi […], volendo allestire una discarica nella cava, sarebbe necessaria prima la bonifica, che peraltro è estremamente costosa» (Comune di Marano di Napoli, <em>Cava di Chiaiano, i tecnici di parte: indagini allo stato sono approssimative</em>, comunicato, 19 giugno).<a title="torna su" href="#testo42"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota43" name="nota43"></a><strong>43. </strong>Cane citato anche in Marcello Anselmo, <em>La sagra della monnezza</em>, «Napoli Monitor», maggio-giugno, pp. 1 e 5.<a title="torna su" href="#testo43"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota44" name="nota44"></a><strong>44.</strong> Vedi dichiarazione del Ministero dell’ambiente della Sassonia riportata dall’ANSA il 21 maggio.<a title="torna su" href="#testo44"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota45" name="nota45"></a><strong>45.</strong> Dove ormai si attua il riciclo pressoché al 100%.<a title="torna su" href="#testo45"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota46" name="nota46"></a><strong>46.</strong> La Benetton controlla un terzo della IGLI, azionista di maggioranza della IMPREGILO (fino al 2005 una cosa di Cesare Romiti), che a sua volta controlla la FIBE, «una società “protetta” dal governo e vicina al Vaticano» (Giantomaso De Matteis, <em>In un contratto l’oro della FIBE, la società “figlia” di IMPREGILO</em>, «la Repubblica Napoli», 26 febbraio 2005). Che in questo «grande affare trasversale» sia implicato il Vaticano lo ha esplicato, per es., Tommaso Sodano (attualmente sotto scorta) nella sua relazione al convegno <em>Gestione rifiuti in Campania: cronaca di un disastro</em>, Palazzo Marigliano, Napoli, 22 ottobre 2006.<a title="torna su" href="#testo46"><strong>[»]</strong></a></span></p>
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<p><small>[ layout di pagina di <strong>orsola puecher</strong> ]</small></p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/28/i-boschi-ombrosi-e-l%e2%80%99arte-delloblio/">I boschi ombrosi e l’arte dell&#8217;oblio</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Chiaiano è sola?</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jun 2008 18:15:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p><em>Maurizio Braucci mi manda questo appello a cui potete aderire inviando una mail all&#8217;indirizzo che compare qui sotto e un bel video realizzato dai bambini della scuola Virgilio IV realizzato con Giovanna Pignataro, la figlia di <a href="http://www.felicepignataro.org/">Felice Pignataro</a>.hj</em></p>
<p>Nell’attesa del responso sull’idoneità dei terreni delle cave, gli abitanti di Chiaiano, Marano e Mugnano continuano a presidiare pacificamente i luoghi della contesa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/17/chiaiano-e-sola/">Chiaiano è sola?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/6Dj0z5OpROA&#038;hl=en"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/6Dj0z5OpROA&#038;hl=en" type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p><em>Maurizio Braucci mi manda questo appello a cui potete aderire inviando una mail all&#8217;indirizzo che compare qui sotto e un bel video realizzato dai bambini della scuola Virgilio IV realizzato con Giovanna Pignataro, la figlia di <a href="http://www.felicepignataro.org/">Felice Pignataro</a>.hj</em></p>
<p>Nell’attesa del responso sull’idoneità dei terreni delle cave, gli abitanti di Chiaiano, Marano e Mugnano continuano a presidiare pacificamente i luoghi della contesa. Nei giorni di fuoco della protesta, i cronisti di radio, giornali e televisioni hanno spesso descritto chi si opponeva alla discarica come una folla di egoisti o di oscuri personaggi, inventando storie di armi, droga e camorra. Lo stesso era accaduto a gennaio a Pianura, mentre allora come oggi il consiglio comunale e quello regionale si sono tenuti a distanza dalle tensioni che hanno contribuito a provocare con le loro assurde politiche sui rifiuti. A loro e al governo Berlusconi, gli abitanti di Chiaiano, Marano e Mugnano chiedono<span id="more-6164"></span><br />
•	di non realizzare una discarica in un terreno non idoneo, già destinato a parco naturale.<br />
•	di interrompere la gestione straordinaria dei rifiuti che perdura dal 1994 e che ha causato l             l’attuale disastro ambientale.<br />
•	di iniziare immediatamente la raccolta differenziata a Napoli e in  Campania applicandola legislazione europea<br />
•	di lasciare libera la magistratura di indagare sulle reti di illeciti intorno alla gestione dei rifiuti.<br />
Sui media, la popolazione campana appare sempre passiva rispetto alla cosa pubblica, oppure se si mobilita lo fa perché prezzolata da loschi interessi. Si cita spesso la camorra. Se analizziamo il passato recente, la camorra sembrerebbe più incline all’apertura che non alla chiusura delle discariche, avendo dimostrato di saper entrare nel loro funzionamento. Come per la camorra, l’emergenza rifiuti è stata finora anche per politici ed imprenditori un’occasione di speculazione e di violazione dei diritti sociali ed ambientali. Il decreto Berlusconi si inserisce perfettamente in questa filosofia emergenziale e tenta di rimuovere gli ostacoli alla sua realizzazione. E lo fa in più punti: nella costituzione di una superprocura che controlli le inchieste accettabili e quelle “inadeguate&#8221;, nella possibilità di stoccare in discarica diverse tipologie di rifiuti speciali e tossici, nello stanziamento senza controllo di altri 150 milioni di euro che permetterà di assegnare le infrastrutture senza gara d’appalto, nell&#8217;imposizione di uno stato d’eccezione con norme penali ad hoc per colpire chi protesta. Ma esistono altre vie d’uscita dall’emergenza:  la riduzione drastica degli imballaggi, la separazione almeno del secco dall’umido, l&#8217;allestimento d&#8217;impianti per la trasformazione dei rifiuti differenziati, in grado di ricavare compost (utile per bonifiche e agricoltura), nuovi polimeri dalla plastica, nuovo vetro. Perchè non si può virare il piano in questa direzione? E perchè si continuano a fare scelte così bizzarre: aree vulcaniche come Terzigno o la Selva di Chiaiano, unico polmone verde di Napoli. Ancora una volta, si chiede ai cittadini di sacrificarsi al buio, senza nessun segnale di inversione reale di rotta, di emancipazione dalla sudditanza agli interessi forti.<br />
Con questo appello intendiamo esprimere la nostra solidarietà alle persone che abitano nella zona delle cave di Chiaiano, che animano i presidi e partecipano alle manifestazioni contro la discarica e rivolgiamo ai mass media l’esigenza di un racconto dei fatti non pregiudiziale.<br />
Aderiscono all’appello tra gli altri:<br />
24 Grana-Anselmo Marcello-Biasiucci Antonio-Braucci Maurizio-Capone Maurizio-Cerciello Carlo-De Luca Erri-Esposito Patrizio-Evangelisti Valerio–Farina Riccardo-Ferrara Luciano-Frasca Gabriele-Geremicca Fabrizio-Lanzetta Oreste-Loguercio Canio-Longobardi Sergio-Martinelli Marco-Onorato Antonio-Orioles Riccardo-Pavolini Lorenzo-Persico Luca Zulù-Philopat Marco-Piccoli Guido-Piro Sergio-Riccio Alessandra–Rossomando Luca-Salvia Marco-Scateni Luciano-Sepe Daniele-Wu Ming-Zanotelli Alex</p>
<p>Per sottoscrivere l’appello, scrivete una mail con vostro nome, cognome, professione, città di residenza a: antoniabasura@gmail.com . L’appello, con l’elenco completo di coloro che hanno aderito, è sul sito: www.rifiutizerocampania.org/</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/17/chiaiano-e-sola/">Chiaiano è sola?</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Vittime collaterali</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jan 2008 10:30:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Tiziana de Novellis</strong></p>
<p><em>[Questo testo è stato scritto a ridosso delle numerose delibere 'anti-immigrati' emanate da comuni del Nord Italia, culminate con quella milanese volta ad escludere i figli di immigrati clandestini dagli asili comunali. L'informazione mediatica procede a ondate.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/21/vittime-collaterali/">Vittime collaterali</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tiziana de Novellis</strong></p>
<p><em>[Questo testo è stato scritto a ridosso delle numerose delibere 'anti-immigrati' emanate da comuni del Nord Italia, culminate con quella milanese volta ad escludere i figli di immigrati clandestini dagli asili comunali. L'informazione mediatica procede a ondate. I rifiuti campani hanno sommerso la cosiddetta "emergenza sicurezza" e sono stati a loro volta sommersi da altre "emergenze". Non per questo, nel frattempo, la condizione degli immigrati in Italia è migliorata…]</em></p>
<p>&#8220;Mi dispiace che ci separiamo così. Per il funerale non c&#8217;è problema, ho già lasciato i soldi all&#8217;uomo della legna. Cara sorella, resta a scuola. Cara mamma, abbi cura di te perché il mondo è brutto. Tutti, per piacere, abbiate cura del cucciolo. Razvan&#8221;</p>
<p>Dedicato a Razvan Sulicuc, impiccatosi a 11 anni nella sua baracca di Cariesti, un mese dopo la partenza della madre per l’Italia alla ricerca di lavoro. (da “la Repubblica”, 12/11/2007)<br />
<span id="more-5186"></span><br />
Molte persone oggi, commosse dalle “cronache degli orrori” che i nostri mass-media diffondono con profusione insopportabile, credono che, per effetto di una gigantesca ondata migratoria o per una costituzionale debolezza dei sistemi di controllo dell’ordine pubblico, o per qualche altra causa, stiamo entrando in un periodo in cui “pericolo” e “rischio-immigrati” dominano la vita quotidiana. Per rendersene conto basta sfogliare i giornali e leggere il lungo elenco di provvedimenti anti-immigrati presi in diversi comuni del lombardo-veneto. Nessuno di questi provvedimenti è povero di contenuti atroci. Anche se la potenza della legge, a questo riguardo, è quasi priva di importanza. Al fine dell’emarginazione sistematica, il diffuso movimento xenofobo è uno strumento più efficace delle leggi.</p>
<p>Proporrei questo postulato: si è sempre razzisti verso gli emarginati. O almeno, per non negare valore alla solidarietà sociale, si potrebbe sostenere che, senza un reale impegno solidale, si è sempre razzisti verso gli emarginati. Il grado minore o maggiore di razzismo diffuso nella nostra società dipenderebbe così dall’impegno sociale individuale e collettivo. Non mancano persone che, sia per cultura nazionalistica, sia per egoismo, sia perché confondono la sicurezza della loro vita quotidiana con l’insensibilità, sia, infine perché privi di apertura mentale, si adattano bene al razzismo o lo considerano come un dettaglio indifferente. Costoro, se il postulato è valido, sono di fatto razzisti.</p>
<p>Viviamo in un’epoca in cui la relativa “sicurezza” degli italiani, che la gran parte della classe politica e dei mass-media reclama a gran voce, è ampiamente controbilanciata dalle disastrose condizioni di esistenza di interi gruppi etnici causate dal sistema dell’economia globale. Se il pericolo è così grave, è di certo dovuto alle disuguali condizioni di vita che l’economia occidentale ha diffuso sull’intero pianeta. Ma questo sistema non si aziona da solo, e non è “onesto” voler far ricadere sui più deboli &#8211; “vittime del sistema” &#8211; una situazione di cui l’Occidente sviluppato porta la piena responsabilità. L’arma che si vuole adoperare, poi, per garantire “sicurezza”, vale a dire la lunga lista di ordinanze e circolari comunali, ha un carattere comune che, malgrado le apparenze, ne costituisce il vero pericolo: <em>la xenofobia</em>. Nel corso della storia umana è possibile verificare che i conflitti più feroci e accaniti sono, in assoluto, quelli “razzisti”. Le loro conseguenze disastrose sono la chiave di lettura della nostra epoca. L’Occidente è ormai divenuto il simbolo di tutto ciò che diceva di non voler fare e che, invece, ha fatto. E la sua crisi, le sue incertezze, le sue fobie originano proprio da questo.</p>
<p>Nel perverso meccanismo innescato dall’inarrestabile “macchina” dell’economia globale si inserisce il complesso problema della società multietnica. “Sicurezza” e “immigrati” sono oggi forse le parole più usate dai nostri mass-media. Si nota sin troppo spesso, che, in un gran numero di sondaggi, in ogni genere di emittenti televisive e giornali, si fa appello al pericolo “percepito” dagli italiani in relazione alla presenza di “immigrati”. Il rischio xenofobo continua a suscitare emozioni collettive, mentre la parola “razzismo”, parola di sinistra memoria, è bandita tra gli spettri del passato. Quasi che giornali e politici raccomandassero xenofobia ma senza razzismo, sicurezza ma senza discriminazione, espulsioni di cittadini comunitari ma senza nazionalismo, allontanamento dalle scuole ma senza emarginazione. Ciò è assai grave.</p>
<p>Il più grande paradosso del “bel paese” è il fatto che non solo richiediamo e utilizziamo, senza troppi scrupoli e senza andare troppo per il sottile, immigrati regolari (3 milioni e 700.000, il 6,2 per cento della popolazione) e non, per ogni genere di lavoro che ci fa comodo, a basso prezzo e senza garanzie (un esercito di badanti, manovali, braccianti agricoli, operai di ogni specie), ma che ostacoliamo in ogni modo possibile l’integrazione di queste persone nelle nostre istituzioni sociali. E anche quella dei loro figli. Perché mai un figlio di immigrato, per giunta clandestino, dovrebbe andare a scuola e, per giunta, a nostre spese? Tanto cosa importa: mica sono italiani! A furor di popolo la soluzione migliore sarebbe che gli immigrati venissero qui senza inutili fardelli familiari. Cosa che tra l’altro succede, anche senza l’ordinanza del sindaco di Milano, che nega ai bambini immigrati sprovvisti di permesso di soggiorno l’iscrizione alle scuole materne. In Romania, nel 2006, sessantamila bambini (dati dell’associazione rumena per i diritti dei bambini) sono rimasti a casa senza genitori, affidati a familiari o relegati in orfanotrofio. Vittime collaterali che non interessano a nessuno.</p>
<p>Cosa conta l’integrazione sociale e l’istruzione di un bambino straniero a confronto della necessità di istruzione di un bambino italiano? Può essere relegato nella sua baracca da clandestino. Può essere rimpatriato con la sua famiglia, ammesso che ne abbia una. Può essere sfruttato da mercanti di bambini, a ricerca di carne fresca per i ricchi pedofili. Può mendicare per strada. Può quasi tutto, a condizione che non vada a scuola sottraendo risorse alla comunità. Coloro che, nelle squallide retrovie urbane sono ipocritamente definiti “stranieri irregolari”, sono in realtà trattati come “rifiuti umani”, come minaccia alla sicurezza e al benessere sociale, o, nella migliore delle ipotesi, come cittadini a diritti “ridotti”.</p>
<p>La Convenzione sui diritti dell’infanzia (approvata dalle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e ratificata dall’Italia con una legge del 27 maggio 1991) sancisce che “gli Stati parti si impegnano a rispettare i diritti enunciati” e a “garantirli a ogni fanciullo che dipende dalla loro giurisdizione”, “a prescindere da ogni considerazione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione” (art.2). Questi diritti comprendono il “diritto alla vita” e “alla sopravvivenza” (art.6); la tutela “da ogni forma di violenza, di oltraggio”, “di maltrattamenti o di sfruttamento, compresa la violenza sessuale” (art.19); la tutela della salute e il poter “beneficiare di servizi medici e di riabilitazione” (art.24); il diritto all’educazione e il poter accedere all’“insegnamento primario obbligatorio e gratuito per tutti” (art.28); il diritto “a professare e a praticare la propria religione” (art.30). In modo vario, molti di questi diritti, sono stati negati dalle diverse ordinanze comunali dei comuni del lombardo-veneto.</p>
<p>Se si considerano i dati presentati a New York il 10 dicembre 2007 dall’UNICEF, nei Paesi in via di sviluppo, anche se l’incidenza dei bambini sottopeso è diminuita, rispetto al 1990, dal 32 al 27 per cento, tutt’ora <strong>143 milioni</strong> di bambini nel mondo soffre di denutrizione. Polmonite e malaria sono responsabili del 27 per cento delle morti annue di bambini con età inferiore ai 5 anni. La mancanza di servizi igienici basilari e di acqua potabile contribuisce, a sua volta, alla morte di un milione e mezzo di bambini per infezioni intestinali. (Nel 2004 il 41 per cento della popolazione mondiale non usufruiva di servizi igienici adeguati). C’è da considerare, infine, che in molti Paesi i nuovi contagi da HIV sono concentrati tra giovani e bambini, e costituiscono il 40 per cento dei 4,3 milioni di nuove infezioni registrate nel 2004. (Dati del database globale UNICEF).</p>
<p>Nonostante i dati a dir poco allarmanti diffusi dall’UNICEF, negli ultimi due anni, gli aiuti pubblici allo sviluppo (APS) devoluti dall’Italia ai Paesi in via di sviluppo, sono diminuiti del 41 per cento (Rapporto del CONCORD, organismo europeo che raccoglie oltre 1600 ONG, del maggio 2007). Nel 2006 l’Italia ha destinato 2,9 miliardi di euro in APS, ma di questa somma 1,3 miliardi sono stati utilizzati per la cancellazione del debito di alcuni paesi, tra cui Iraq e Nigeria. Ciò significa che il 44 per cento della cifra stanziata nel 2006 non ha portato alcuna risorsa concreta ai paesi più poveri. In sostanza, solo lo 0,11 per cento del PIL è stato destinato dall’Italia in aiuti allo sviluppo. Una performance a dir poco deludente considerando che il nostro paese ha sottoscritto, al “Millenium goals” delle Nazioni Unite, l’impegno di raggiungere lo 0,7 per cento del rapporto APS/PIL entro il 2015.</p>
<p>E non meno allarmante risulta essere la condizione di vita dei bambini migranti non accompagnati, vittime di un perverso sistema di sfruttamento e di abusi. In Italia, i minori stranieri sono un gruppo sempre più numeroso. Secondo il rapporto annuale dell’organizzazione non governativa “Save the children”, i minori stranieri non accompagnati presenti in Italia al 31 marzo 2006 erano 6358. Un numero sicuramente inferiore alla realtà, poiché molti di loro non entrano in contatto con istituzioni e servizi sociali, sopravvivendo ai margini della società. Di questi, il 37,5 per cento proveniva dalla Romania, il 20,4 per cento dal Marocco, il 16 per cento dall’Albania, per la restante quota dall’Afghanistan e dall’Africa sub-sahariana. L’80 per cento dei minori stranieri ha un’età compresa tra i 15 e i 17 anni, il 20 per cento tra i 7 e i 14, ma non mancano bambini con età inferiore ai 7 anni. Giungono in Italia dopo viaggi terribili (talvolta possono durare anni), generalmente organizzati da trafficanti e contrabbandieri, per costi di 3000–4000 euro, pagati dalle famiglie ma, più spesso, dai bambini stessi. Mossi da povertà estrema, guerre, conflitti, dittature feroci, queste piccole vittime, se sopravvivono al viaggio, giungono nel nostro Paese nella speranza di una vita migliore. In Italia, per la gran parte di loro, li attende un destino di accattonaggio, furto e prostituzione coatta. È il modo in cui dovranno ripagare il debito contratto con i mercanti di “schiavi”. D’altronde nessuna tutela, nessuna forma concreta di accoglienza è prevista dalle istituzioni italiane. Sopravviveranno in piccoli gruppi, dormendo in edifici abbandonati o in provvisorie baracche, rubando e prostituendosi. In questo modo il passo verso il carcere minorile è breve. (I minori stranieri sono l’83 per cento della popolazione degli istituti penali minorili a Roma, l’87 per cento a Milano, il 90,6 per cento a Firenze, il 67,5 per cento a Torino).</p>
<p>L’umiliazione continua, quasi metodica, dei ceti sociali più deboli è un fattore essenziale della nostra organizzazione sociale. Ma verso gli immigrati raggiunge un grado assai più elevato. Antisociale, se non disumano. Se fosse applicato all’interno della comunità dei cittadini italiani il sistema di emarginazione e di esclusione sociale adottato per gli immigrati, si sovvertirebbe l’intero ordine sociale. Ciò nonostante, la sistematica esclusione, l’emarginazione legalizzata è, ormai, divenuta prassi. In queste condizioni, fare di questo sistema “razzista” una regola politica, attraverso leggi dello Stato, è veramente il colmo dell’incoscienza. Certo ci sono sempre stati emarginazione, povertà, miseria, condizioni di vita ai limiti del possibile, ma l’elemento che caratterizza la nostra epoca è che riguardano gli immigrati. E questo delinea il quadro di un nuovo “darwinismo” della sopravvivenza. O di un vecchio “razzismo”, che dir si voglia.</p>
<p>Ogni volta che in uno Stato si assiste al cinico trasferimento di privilegi e di beni verso determinate fasce sociali “nazionali”, bisogna innanzi tutto porsi il problema della coscienza, individuale e collettiva. Certo, gli italiani, dal punto di vista nazionale, hanno tutti un’ottima coscienza. Ma ci sono diversi modi di averla. Gli italiani sono quasi tutti convinti che quello che l’Italia ha fatto, fa, e farà, nei confronti degli immigrati &#8211; salvo rare e isolate “eccezioni” in piccoli comuni padani privi di rilievo &#8211; è giusto e buono. Ma questa persuasione è astratta e cieca, perché è quasi sempre accompagnata dalla cattiva coscienza di chi non vuol vedere. L’Italia dei campi profughi mostra il volto di una miseria tanto devastante e cinica quanto oppressiva e feroce. Una miseria che sopravvive tra l’indifferenza della comunità e la negligenza delle amministrazioni. Non è sufficiente, per avere una buona coscienza, difendere dei principi astratti. Bisogna essere coinvolti in un ambiente in cui tutta l’attività sia diretta, in maniera effettiva, in senso contrario alla miseria dell’emarginazione. La nostra solidarietà non può essere fatta di parole, per essere efficace bisognerebbe che fosse costituita di una realtà concreta di vera integrazione sociale.</p>
<p>La trasformazione del mondo indotta dall’economia “globale” ha accentuato ancora di più le differenze sociali, determinando l’arricchimento di pochi, se non pochissimi, e in misura sempre maggiore. L’accentramento dei poteri economici è un fenomeno che è sempre esistito ma che ora permette la moltiplicazione degli utili, perché “globalizzazione” significa controllo economico del mondo attraverso strutture di potere sempre più “selezionate” e “sofisticate”, non più localizzate in singoli Stati, ma in intere parti del mondo. In sostanza, la causa prima dell’emigrazione di massa è l’Occidente stesso. Questo, però, potrebbe &#8211; e dovrebbe &#8211; essere considerato come uno dei pochi aspetti positivi del fenomeno globale. Nel mondo del terzo millennio, la libera circolazione di uomini liberi – liberi anche dalle origini etniche – può significare non soltanto aumento dei conflitti sociali e della criminalità, ma una più ampia e benefica convivenza che potrà avere come effetto prosperità e democratizzazione, che potrà trasformare il nostro stanco e invecchiato paese in un luogo più libero, più vitale, più civile. Un luogo dove “diversità” può divenire emblema di “civiltà”.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/21/vittime-collaterali/">Vittime collaterali</a></p>
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		<title>Post (moderno):la monnezza spiegata ai bambini -1</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Jan 2008 22:36:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/modern.bmp' title='modern.bmp'></a></p>
<p>Modern/Postmodern, 1980 Mark Tansey</p>
<p><strong>Dialettica dei rifiuti </strong><br />
di<br />
<strong>Fabio Matteo</strong><br />
Consigliere di Amministrazione della ASìA Napoli s.p.a.<br />
<a href="http://www.Asianapoli.it">www.Asianapoli.it</a></p>
<p>Nel 1878 F. Engels avvertiva in Dialettica della natura: “Non aduliamoci troppo per la nostra vittoria umana sulla natura; la natura si vendica di ogni nostra vittoria” .&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/06/post-modernola-monnezza-spiegata-ai-bambini-1/">Post (moderno):la monnezza spiegata ai bambini -1</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/modern.bmp' title='modern.bmp'><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/modern.bmp' alt='modern.bmp' /></a></p>
<p>Modern/Postmodern, 1980 Mark Tansey</p>
<p><strong>Dialettica dei rifiuti </strong><br />
di<br />
<strong>Fabio Matteo</strong><br />
Consigliere di Amministrazione della ASìA Napoli s.p.a.<br />
<a href="http://www.Asianapoli.it">www.Asianapoli.it</a></p>
<p>Nel 1878 F. Engels avvertiva in Dialettica della natura: “Non aduliamoci troppo per la nostra vittoria umana sulla natura; la natura si vendica di ogni nostra vittoria” . La previsione di un futuro di cieche violenze esponenziali inflitte al suolo, all’acqua e all’aria del nostro pianeta, si basava allora sugli effetti della timida quanto feroce rivoluzione industriale ottocentesca, mentre la minaccia di una vendetta, di una ritorsione possibile sul nuovo sistema imposto dall’era tecnologica avanzata, era un monito chiaroveggente ad imporre regole di protezione sociali e naturali. Nell’avvicendarsi degli eventi storici, scarse sono state l’attenzione e la lungimiranza posta sull’accordo di quelle regole che a seconda delle fasi di sviluppo industriale ed economico avrebbero dovuto salvaguardarci. I rifiuti sono solo l’ultimo male da scontare, un cancro della natura, tanto più simbolico della nostra cecità in quanto ci lascia brancolare nel buio (e nel tanfo) delle nostre stesse “vittorie umane”, dei nostri consumi così deteriorabili eppure tanto difficili da smaltire.<br />
<span id="more-5113"></span></p>
<p>Dal secondo dopoguerra, in questo folle e devastante conflitto intrapreso dall’uomo contro la natura e contro se stesso, nella disarmonia e nello squilibrio delle scelte attuate, lo smaltimento dei nostri rifiuti appare come una sorta di auto punizione. Esso ha difatti il potere di inquinare contemporaneamente la terra (discariche), l’acqua (le infiltrazioni nelle falde acquifere, nei fiumi e laghi del percolato prodotto dalla discarica) e l’aria (i fumi emessi dagli impianti di incenerimento). Eppure l’invenzione della plastica, l’uso della carta e dell’alluminio per realizzare o imballare merci e beni di consumo, il principio dell’usa e getta, sottendono senza dubbio ad un nuovo modello di sviluppo, meglio conosciuto sotto lo slogan del consumo di massa e della crescita del profitto capitalistico. </p>
<p>Modello di sviluppo che ci porta a rompere quel patto implicito di sopravvivenza e di convivenza istituito con il nostro pianeta, cioè quando ogni sostanza usata dagli uomini ritornava disponibile per il consumo senza produzione di rifiuti, o quando la discarica, unico sistema di smaltimento per millenni, digeriva i nostri rifiuti organici per restituirli alla terra in un sistema di compensazione. Partendo da questi presupposti e dai sintomi di un’indigestione, vorrei soffermarmi sul concetto di discarica; da quando ai rifiuti organici si sono aggiunti quelli inorganici (plastica, alluminio, poli-accoppiati), l’immissione incontrollata nell’ecosistema di oggetti creati dalla tecnica ma rifiutati dai processi naturali di biodegradazione ha mostrato il volto inquinante e implosivo delle discariche, sottraendo gradualmente ettari di territorio alla flora e alla fauna o ad altro uso umano più consono al mantenimento dell’habitat.</p>
<p>I segnali d’allarme dell’inquinamento per troppo tempo trascurati e l’esaurimento dei corpi recettori, hanno posto la politica e la società civile davanti ad una scelta: ridurre a monte la produzione dei rifiuti inorganici o costruire inceneritori capaci di sostituire la tecnologia delle discariche? Si è optato per la scelta seconda nell’intento di preservare e potenziare i livelli di consumo dei beni senza intaccare il profitto capitalistico. Solo negli anni ‘70, con l’incidente di Seveso, si è intuito che l’incenerimento della materia inorganica può essere dannoso per l’uomo almeno quanto l’inquinamento delle falde acquifere, e ci si è trovati ancora una volta di fronte a nuove scelte: costruire sistemi di incenerimento che fossero più sicuri e che al contempo recuperassero energia oppure ridurre la produzione dei rifiuti e adoperarsi per il recupero della materia prima-seconda attraverso la pratica della raccolta differenziata? </p>
<p>Possiamo ricavare una possibile risposta al dilemma dall’analisi dei dati che riguardano la gestione dei rifiuti urbani nell’Unione Europea, aggiornati al 2005, dai quali si evince che circa il 45% dei rifiuti urbani prodotti quotidianamente è ancora smaltito in discarica, il 19% è incenerito e il 37% è recuperato attraverso la raccolta differenziata. In Italia le cifre sono più sconfortanti, circa il 55% dei rifiuti urbani è digerito in discarica, il 12% è cremato e il 24% è differenziato. Eppure nessuno osa parlare di riduzione della produzione dei rifiuti, anzi la produzione giornaliera procapite aumenta costantemente: se agli inizi degli anni ‘90 ogni cittadino ne produceva in media meno di un Kg al giorno nel 2005 ci avviciniamo inquietantemente ai due Kg. E’ importante evidenziare che la pratica dell’incenerimento ha prodotto un aumento vertiginoso della produzione dei rifiuti, in questo senso è fondamentale analizzare il caso Brescia , che possiede l’inceneritore più grande di Europa. </p>
<p>Nondimeno, quella macchina produce discariche all’infinito per tutti quei residui che non è possibile incenerire, ridicolizzando gli sforzi tesi a ridurre la produzione dei rifiuti a monte e rendendo accessoria la raccolta differenziata finalizzata al recupero di materia. Senza dubbio un business c’è, ed è attivato da quella tassa chiamata Cip 6 che grava sulle bollette Enel dei cittadini permettendo l’erogazione dei contributi statali agli impianti di termovalorizzazione. Dunque incentivi statali per il sostegno degli inceneritori e non per la raccolta differenziata: uno scandalo che sembra sia stato abolito per i futuri impianti.</p>
<p><strong>Queste riflessioni possono dare qualche spunto sulla vicenda della Campania, dove l’illusione di sostituire rapidamente al “tutto in discarica” il “tutto incenerito” ha determinato un disastroso stato di emergenza permanente, un’esperienza a dir poco tragica. Per una rapida cronistoria, ricordiamo che nel febbraio del 1994 veniva istituito il Commissariato di Governo per l’emergenza rifiuti che promuoveva l’allestimento di dieci enormi discariche regionali, dove dovevano essere smaltiti più del 90% dei rifiuti urbani prodotti quotidianamente dai cittadini campani. Fra il 1996 e il 2000, quando le suddette discariche erano già in via di esaurimento, venne approvato il piano di smaltimento regionale che prevedeva la costruzione di due mega inceneritori ad Acerra (NA) ed a Santa Maria La Fossa (CE) che avrebbero dovuto bruciare circa il 35% dei rifiuti urbani prodotti quotidianamente, dopo essere stati trasformati in Combustibile Derivato dai Rifiuti (CDR) da sette impianti di selezione dislocati sul territorio delle cinque province campane. Il 35% doveva essere differenziato e il restante 30% smaltito in discarica.  Questi i progetti</strong>. </p>
<p>A più di dieci anni dall’approvazione del piano sopracitato la situazione è la seguente: il 58% dei rifiuti urbani prodotti è ancora smaltito in discarica, il 35%, il cosiddetto CDR è parcheggiato, imballato, presso piazzole di stoccaggio provvisorio a Villa Literno (CE) e Giugliano (NA), e solo il 7% è differenziato. Nel dicembre 2005 la magistratura rinviò a giudizio i responsabili della società affidataria che gestiva i sette impianti di CDR, insieme all&#8217;ex Commissario Bassolino e stabilì, con apposita sentenza, che il CDR stoccato provvisoriamente a Villa Literno e Giugliano non fosse più considerato CDR bensì l’equivalente della frazione di scarto che può essere smaltita solo in discarica. Contestualmente il Governo Italiano rescisse il contratto con la società affidataria Fibe s.p.a. del Gruppo Impregilo (lo stesso che ha vinto la gara per costruire il ponte sullo stretto di Messina). </p>
<p>Allo stato attuale, la Regione Campania avrebbe bisogno di impianti di discarica per interrare il 93% dei rifiuti urbani prodotti quotidianamente! Forse qualche spiraglio di “luce” si aprirà quando “dovrebbe”, senza il consenso dei cittadini acerrani, entrare in funzione l’unico impianto di termovalorizzazione costruito, quello di Acerra (NA), nel quale però sarà possibile incenerire appena il 10% dei rifiuti urbani campani, pari a quelli trasformati in CDR dall’unico impianto di selezione regionale abilitato finalmente a produrre il CDR a Tufino dei sette in funzione. </p>
<p>Per come è stato strutturato il sistema di gestione dei rifiuti urbani in Campania, appare evidente che oggi siano necessarie discariche e piazzole di stoccaggio capaci di intercettare più del 90% della spazzatura prodotta e trattata quotidianamente, e a nulla servono le proteste dei sindaci campani che si oppongono alla realizzazione di siti di discarica per adesso ancora indispensabili. Per di più, il disastro campano è aggravato dal fatto che praticamente non esiste impiantistica per la raccolta differenziata, ciò spiega perché la RD non supera la quota del 10%. </p>
<p>Esistono solo due impianti di compostaggio capaci di intercettare appena il 3% di tutto il rifiuto organico che è possibile recuperare a Polla (SA) e Teora (AV) ma sono da tempo saturi. <strong>La politica ha fallito: Rastrelli (AN) Losco (Udeur-PD), Bassolino (DS-PD)</strong>. </p>
<p> Il territorio regionale è stato ed è da più di trent’anni meta dei traffici e degli scarichi di rifiuti tossici ed industriali del ricco nord padano che, per risparmiare, ha arricchito e arricchisce le tasche dei camorristi del Casertano e del Napoletano avvelenando l’acqua, il suolo agricolo e l’aria di cui si nutrono milioni di cittadini. Forse in Campania, più che in altre regioni italiane, era necessario scommettere sulla Raccolta Differenziata ed in particolare sulla riduzione della produzione dei rifiuti. La trasformazione del contestato Decreto Legge n° 61 dell’11 maggio 2007, dal 05 luglio 2007 Legge n° 87, ha individuato solo siti di discarica idonei a smaltire le frazioni di scarto prodotti dagli impianti di selezione (ex-CDR) regionali, sono, invece, necessari almeno dieci siti dove realizzare, entro un anno, impianti di compostaggio per la frazione organica da raccolta differenziata ed è basilare imporre ad ogni comune campano la realizzazione di un’isola ecologica.</p>
<p> E’ indispensabile costruire al più presto un’impiantistica regionale atta a ricevere e trattare le frazioni di rifiuto mono e multi-materiale raccolte separatamente, così come è fondamentale il fattore tempo, poiché ogni soluzione tampone, palliativa, ha una durata limitata. Poi sarà emergenza, di nuovo, come sempre. Certo, se i comuni e gli ATO campani (ex Consorzi) sfruttassero i fondi Por 2007-2013 (300 milioni di euro sono stanziabili per opere finalizzate all’incremento della Raccolta differenziata), molti di questi impianti a gestione pubblica verrebbero realizzati quasi a costo zero, ma serve programmazione, spirito di iniziativa e disponibilità delle amministrazioni locali, fino ad oggi troppo refrattarie.</p>
<p> Una volta realizzati impianti alternativi, sarà possibile misurare quanti rifiuti urbani si possono sottrarre al destino della discarica e degli inceneritori. Si può però affermare, con ragionevole certezza, che almeno il 70% dei rifiuti prodotti potrà essere recuperata. Infatti, circa il 30% di questi sono frazione organica che potrebbe essere quasi tutta intercettata dagli impianti di compostaggio, il 40% sono frazioni di imballaggio, carta, cartone, plastica, alluminio, vetro e legno. Sulla gestione di queste frazioni si può intervenire in due modi: 1) potenziando la raccolta differenziata, privilegiando il sistema di raccolta mono-materiale porta a porta ed utilizzando al meglio i lavoratori dei consorzi di bacino interregionali che fino ad oggi vengono stipendiati senza avere la possibilità di lavorare; 2) adottando politiche di riduzione a monte della produzione dei rifiuti. In questo senso è utile sottolineare che nei principi stabiliti nell’ultima Direttiva Europea sui rifiuti n° 2006/12/CE del 5 aprile 2006 si ribadisce quanto affermato nelle precedenti Direttive europee in materia e cioè che è compito degli “stati membri adottare le misure appropriate per promuovere in primo luogo la prevenzione e la riduzione dei rifiuti, in secondo luogo il riciclaggio ed in ultima analisi l’uso dei rifiuti come fonte di energia”. Tuttavia, non si è fatto praticamente nulla per contenere o ridurre la produzione dei rifiuti. </p>
<p>Abbiamo mostrato in precedenza che l’indice di crescita della produzione dei rifiuti è purtroppo in costante aumento(+3% l’anno). Diventa quindi obbligatorio iniziare ad individuare quali provvedimenti occorre applicare per dare sostanza ai principi sopra enunciati, che rischiano altrimenti di restare solo su carta. Per ridurre i rifiuti è necessario innanzitutto intervenire sull’industria della distribuzione dei prodotti. L’annunciata riscrittura del Decreto Legislativo n° 152 emesso un anno fa dal governo Berlusconi, può permetterci di recuperare terreno sul fronte della riduzione. E’ necessario attivare circuiti virtuosi che promuovano la restituzione dei prodotti usati al distributore grande o piccolo che sia; progettare ed immettere nel ciclo produttivo articoli concepiti per essere riutilizzabili più volte; sostituire gradualmente l’economia dell’usa e getta con un’economia incentrata sulla vendita dei servizi di catering, consegna a domicilio, lavaggio, sterilizzazione e rigenerazione di articoli pluriuso nel caso di feste o manifestazioni pubbliche e private; promuovere accordi di programma fra gli enti locali e le associazioni dei ristoratori, dei commercianti, della grande e piccola distribuzione, dei gestori di pubblici esercizi per sostituire gli imballaggi a perdere con imballaggi a rendere; promuovere ed incentivare il compostaggio domestico; creare e sostenere il mercato del riuso.</p>
<p> Naturalmente sono solo alcune delle misure urgenti che le amministrazioni comunali, provinciali e regionali dovrebbero adottare, perché il cittadino non senta di affondare, oltre che nella spazzatura, nei Decreti, nelle indecisioni amministrative, nelle lentezze burocratiche, sotto l’occhio perplesso dell’Unione Europea, che comincia giustamente a ipotizzare un attentato alla sanità pubblica.<br />
Le idee, le proposte per tentare di risolvere l’emergenza rifiuti in Campania, in Italia e in Europa, non mancano. La Sinistra deve prendere una posizione chiara, trasformando i molteplici NO alle Discariche e agli Inceneritori in proposte e strategie alternative, nella consapevolezza che le problematiche ambientali prodotte dal modello di sviluppo dominante possono essere superate definitivamente solo se si individua un sistema economico e sociale diverso da quello attuale, poiché, per dirla con le parole di Giorgio Nebbia: “le società capitalistiche, per le proprie regole intrinseche, possono sopravvivere soltanto con una continua crescita della produzione e del «consumo» delle merci a spese di una crescente sottrazione e contaminazione delle risorse naturali del pianeta” .</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/06/post-modernola-monnezza-spiegata-ai-bambini-1/">Post (moderno):la monnezza spiegata ai bambini -1</a></p>
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		<title>Munnetsunami</title>
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		<pubDate>Tue, 22 May 2007 11:22:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p></p>
<p><em>Solo all’alba il fuoco si spense piano piano, e dal fumo emerse il profilo scuro delle rovine.</em></p>
<p>                                                                                         (<em>W.G.Sebald</em>, Gli anelli di Saturno)</p>
<p>Esco dalla palestra sudato.<br />
Negli spogliatoi ho rovistato a manate nella borsa, ho fatto cumuli di canottiera e pantaloni umidi sulla panca, ho appeso l’accappatoio sul gancio, ho aperto tutte le zip e ho frugato in tutte le tasche.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/05/22/munnutsunami/">Munnetsunami</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/05/onda.thumbnail.jpg' alt='onda.jpg' /></p>
<p><em>Solo all’alba il fuoco si spense piano piano, e dal fumo emerse il profilo scuro delle rovine.</em></p>
<p>                                                                                         (<em>W.G.Sebald</em>, Gli anelli di Saturno)</p>
<p>Esco dalla palestra sudato.<br />
Negli spogliatoi ho rovistato a manate nella borsa, ho fatto cumuli di canottiera e pantaloni umidi sulla panca, ho appeso l’accappatoio sul gancio, ho aperto tutte le zip e ho frugato in tutte le tasche. Alla fine mi sono arreso, con ogni evidenza avevo lasciato a casa lo shampoo e il bagnoschiuma – forse sulla lavatrice, quando la borsa era ancora mezza vuota e ero andato a rispondere al telefono.<br />
Sono rimasto qualche secondo, nudo, a pensare se mettermi lo stesso sotto il getto dell’acqua e poi lavarmi di nuovo dopo, col sapone, o se asciugarmi alla meglio e aspettare di essere arrivato a casa per una doccia fatta per bene. Sono andato ai lavandini, mi sono buttato in faccia un po’ di acqua e mi sono vestito.<br />
<span id="more-3912"></span></p>
<p>Fa caldo, entro in macchina sudato e attaccaticcio.<br />
Guido coi finestrini chiusi, evito che il vento si infili sotto la maglietta. Su via Stadera c’è il solito traffico di mezzogiorno, giro a sinistra, imbocco una strada parallela che sbuca dietro alle cosiddette Case Nuove, una scorciatoia che a volte ti fa risparmiare interi quarti d’ora. Invece riesco a fare solo pochi metri e mi fermo dietro a una fila di macchine. La coda è ancora ordinata e silenziosa, deve essersi formata da poco. Non ci sono motorini che sbucano ai lati, non ci sono le automobili dei soliti furbi in doppia fila che rombano impazienti cercando di insinuarsi poche decine di metri più in là. Guardo in cielo e vedo un aereo sbucare da dietro una nuvola e abbassarsi di colpo verso Capodichino. Comincia a fare davvero troppo caldo, abbasso i finestrini, e subito i rumori di fuori salgono di un tono. Qualche clacson, i suoni ferrosi dei motori surriscaldati. E la puzza di spazzatura fermentata si allarga subito nell’abitacolo, un odore dolciastro e nemmeno troppo fastidioso, all’inizio.<br />
La fila avanza pianissimo. Nell’ultimo tratto di strada prima della curva che mi porta all’incrocio dietro casa mia, un furgone della cartellonistica stradale sta fermo con le frecce d’emergenza accese davanti a quella che è una vera e propria frana di spazzatura. I quattro bidoni, sulla sinistra, sono stracolmi, i sacchetti sono ammassati ai lati, spingono contro le pareti di metallo, si accumulano strato su strato, qualcuno chiuso e integro, molti aperti. Tutta la corsia di sinistra, quella opposta a dove sto io, è completamente invasa di spazzatura per almeno quindici metri. Qualche macchina prova a passarci sopra, e i sacchi esplodono con botti secchi sotto gli pneumatici, le gomme frantumano bicchieri e bottiglie, sull’asfalto brillano schegge polverizzate di vetro. </p>
<p>Uno degli operai avanza a passi larghi e lenti sul tappeto di immondizia, col collo degli scarponi libera una porzione di strada larga una decina di centimetri e si piega a fissare a terra il segnale di senso unico alternato, quello tondo, col bordo rosso e le due frecce, una rossa e una nera, che puntano in alto e in basso. Guido da dieci anni, e l’avevo visto usare solo in presenza di cantieri o di crolli sassosi sulle strade di montagna.<br />
Come segnale per l’ostruzione causata da spazzatura franata, mai.<br />
A casa mi sono infilato subito sotto la doccia, ci sono rimasto un quarto d’ora. Dopo pranzo ho finito “Non è un paese per vecchi” di Mc Carthy e mi sono addormentato. Alle quattro del pomeriggio mi sono svegliato tossendo, sono saltato dal letto e sono andato in cucina, mi sono attaccato alla bottiglia d’acqua e ne ho bevuta mezza, ma continuavo a tossire. Allora mi sono reso conto che non era la gola, erano i bronchi. La casa puzzava di quella puzza inconfondibile di plastica e cartone bruciato. Sono andato al balcone e ho visto i fili neri di fumo che uscivano dai bidoni in strada. Ho chiuso le finestre, tutte. Non m’ero accorto che nel frattempo avevano preso a bruciare anche altri due gruppi di cassonetti – quello a dieci metri, che raccoglie la spazzatura dell’altro parco accanto al mio, e quello più su ancora, del quale però riuscivo a vedere solo il fumo e le fiamme. Dietro ai vetri sono rimasto a guardare fuori. Qualcuno stava affacciato ai balconi a guardare giù, come nelle feste popolari estive, quando passa il corteo del patrono. Qualcun altro passava a piedi con una mano a coppa davanti alla bocca e al naso. Un ragazzino alto e magro ha lanciato un sacchetto nel mucchio fumante e è corso via. All’altezza dei roghi le macchine rallentano, ormai il fumo comincia a ammassarsi, diventa una parete scura e sottile, una nebbia nera al di là della quale è difficile vedere.<br />
Resto dietro la finestra, a respirare.</p>
<p><em>A Napoli e provincia c’è un incendio di spazzatura ogni dieci minuti.<br />
Sulle strade giacciono più di settemila tonnellate di rifiuti.<br />
Le Asl hanno denunciato al Ministero della Sanità 13 nuovi casi di epatite A.<br />
Il sindaco di Frattamaggiore sta pensando di chiudere la città per i rifiuti. Sarà il primo caso nella storia dei comuni italiani di una città chiusa per munnezza. </em></p>
<p><em>Sabato prossimo chiuderà la discarica di Villaricca, l’unica aperta, l’unica funzionante.<br />
Dopo quella, molto semplicemente, non ci sarà più posto dove mettere la spazzatura.<br />
I camion della raccolta non avranno più motivi per uscire.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/05/22/munnutsunami/">Munnetsunami</a></p>
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		<title>Le proporzioni del senso</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Oct 2006 08:57:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[emergenza]]></category>
		<category><![CDATA[primo amore]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Zangrando]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><strong>Lettera aperta ad Antonio Moresco<br />
</strong><br />
di <a href="http://zoide.splinder.com/">Stefano Zangrando<br />
</a><br />
Caro Antonio,</p>
<p>ho letto con affetto e perplessità i tuoi articoli sull’“emergenza di specie” apparsi recentemente su <em>Il primo amore</em>. <em>[<a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_233.html" rel="nofollow">La sproporzione</a>, <a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_273.html" rel="nofollow">Uomini o struzzi?</a> ndr]</em> Affetto, perché conosco e stimo il tuo slancio e lo sai.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/10/27/le-proporzioni-del-senso/">Le proporzioni del senso</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Lettera aperta ad Antonio Moresco<br />
</strong><br />
di <a href="http://zoide.splinder.com/">Stefano Zangrando<br />
</a><br />
Caro Antonio,</p>
<p>ho letto con affetto e perplessità i tuoi articoli sull’“emergenza di specie” apparsi recentemente su <em>Il primo amore</em>. <em>[<a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_233.html" rel="nofollow">La sproporzione</a>, <a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_273.html" rel="nofollow">Uomini o struzzi?</a> ndr]</em> Affetto, perché conosco e stimo il tuo slancio e lo sai. Perplessità, perché qualcosa del tuo discorso non mi torna. Non mi torna, in particolare, l’idea della sproporzione. Perché dovremmo smettere proprio adesso di guerreggiare e di ucciderci? L’emergenza di specie è una realtà e un’urgenza da molto tempo ormai; non ho riferimenti bibliografici d’annata, ma chi ti scrive, se non altri, un senso animale d’allarme lo ha avuto fin dai primi mesi di vita della sua comunissima coscienza.<br />
<span id="more-2613"></span></p>
<p>Ho detto senso <em>animale</em>, perché è di questo che stiamo parlando, no? Non mi pare, almeno, che una cultura distaccata dalla vita in senso biologico, ossia una cultura-decoro, ornamentale, come quella che viene praticata oggi e da sempre da molti intellettuali in vista e non, possa assumere come problema quello dell’imminente fine della specie. Credo, d’altra parte, che sia troppo tardi per trattare la fine della specie come un problema seriamente culturale, di cui doversi occupare verbalmente. È già stato fatto e non è servito. Per questo il tuo intervento mi appare anacronistico. Credo invece che, vivendo ormai la fine della specie, abbiamo a che fare con un problema interamente materiale, la cui urgenza ha scavalcato da un pezzo l’ansiosa verbosità delle cassandre e i piccoli sabotaggi degli ambientalisti. Ci aggrapperemo <em>in extremis</em>, con tutte le forze del nostro corpo, ad ogni possibile ancora di salvataggio, ma non servirà. Moriremo presto, in molti, e lo sappiamo. Se non facciamo niente per evitarlo, secondo me è innanzitutto a causa di un tragicomico abbaglio: perché la nostra confidenza culturale con la morte (in realtà una forma di reificazione che ci aliena da essa) è ormai superiore alla paura naturale che ne abbiamo. Ciò non ci impedirà, peraltro, di morire male: la qualità delle catastrofi previste dagli scienziati che citi suggerisce che soffriremo molto e potremo aiutarci poco. Ciò non toglie, a sua volta, che il compito più nobile e sensato che ci resti, a mio modo di vedere, sia quello di aiutarci a vicenda a morire nel modo più dolce possibile, attenuando, per quanto ne siamo capaci, il dolore e la solitudine altrui e nostri. Questa, per quanto mi riguarda e nonostante tutte le letture, è l’unica visione e opinione che ho maturato e continuo ad avere rispetto al problema che tenti di risollevare.</p>
<p>La sola visione alternativa convincente l’ho incontrata nell’opera letteraria di Paolo Volponi, ed è quella della mutazione. <em>Corporale</em> narra, con una potente metafora, di un uomo disposto a mutare, a trasformarsi in un essere post-umano, ma non nel senso tecnologico, scientifico-modaiolo del termine, bensì in quello meramente bio-chimico, organico. Lo spettro, in quel caso, era la bomba atomica – ma nella realtà, come sai, l’offerta era molto più varia già allora, negli anni Sessanta del secolo scorso. Pochi anni dopo, <em>Il pianeta irritabile</em> prolunga questa metafora in un mondo post-atomico dove la specie umana non ha più asilo. Solo brandelli di civiltà sopravvivono, come i versi di Dante citati a memoria da un elefante o la poesia scritta sul foglietto che alla fine, per non morire di fame, un nano deforme si infila con toccante rispetto nel cratere sanguinante della bocca. Volponi, materialista e leopardiano, si spinge oltre l’uomo, è questa la grandezza del suo atto di fede e di pensiero. È questa la verosimiglianza della sua utopia.</p>
<p>Dovremmo sempre evitare di confondere la fine dell’uomo con la fine del mondo. L’uomo finirà, è la nostra sola certezza, ma il mondo, molto probabilmente, proseguirà a lungo, e con lui durerà la vita che lo abita, qualunque sia la forma che essa assumerà. Il nostro vero problema, prima che tutto precipitasse, non era l’estinzione della specie, ma quello della civiltà; questo lo aveva capito Calvino, che negli stessi anni di Volponi immaginava come poter trasmettere il meglio del patrimonio culturale dell’umanità ad ipotetici extraterrestri, permettendone la conservazione, quindi la sopravvivenza, oltre la fine dell’uomo. Ma questa urgenza sembra ormai non interessare più nessuno; forse, anche in questo caso, perché siamo fuori tempo massimo. Pure è questo, se proprio devo scegliere, il mio anacronismo, perché la vita della cultura mi interessa più della vita biologica. In questo senso, evidentemente, non mi riconosco nell’utopia di Volponi. Ma riconosco la generosità “oltreumana” della sua idea di mutazione. Neanche a me, del resto, interessa l’uomo come specie, perché preoccuparsene significherebbe lottare per la semplice, insensata sopravvivenza della creatura più dannosa che abbia mai abitato la biosfera; mi interessano invece gli uomini come autori e protagonisti di una o più civiltà, perché sono queste ultime le nostre creazioni più fragili e personali, creazioni materiali e di senso, individuali e collettive, che hanno sempre avuto qualcosa di grandioso, anche nei momenti, sempre reiterati e sofferti, della loro più atroce smentita. Invece non c’è niente di grandioso nella capacità che la vita biologica ha di rigenerarsi: la vita è semplicemente, materialmente divina, superiore a qualsiasi nostra possibilità creatrice e di controllo. Le donne lo sanno bene. Anche per questo continueremo a figliare nonostante la catastrofe: perché non possiamo che servire la vita fino in fondo, come un servo fedele il padrone.</p>
<p>Eppure è proprio questo nostro limite che va difeso, non la nostra volontà di superarlo. Non ci è concesso andare oltre noi stessi, oltre l’uomo come specie, violenta e bellicosa per giunta: perché dovremmo opporci a questo destino biologico? Siamo condannati a sparire, come molte altre specie, una volta che la vita abbia esaurito il tentativo di perfezionarsi attraverso di noi. Ecco, a me pare che il tentativo chiamato “specie umana” si stia esaurendo. Per propria mano, sia pure, ma il verdetto non cambia. E se è così, ciò che accadrà oltre la fine dell’uomo non sono affari nostri, sono affari della vita. Proviamo, una volta tanto, a compiere un gesto d’umiltà: se tutto in noi e intorno a noi ci sta dicendo che è giunto il nostro momento, facciamoci da parte. Aiutandoci l’un l’altro, magari, a morire bene.</p>
<p><small><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/10/29/il-colosso/">Qui</a> la replica di Antonio Moresco.</small></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/10/27/le-proporzioni-del-senso/">Le proporzioni del senso</a></p>
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