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	<title>Nazione Indiana &#187; eroina</title>
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		<title>Un dio idiota</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Sep 2008 07:08:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> </p>

<p></p>
<p align="justify"><em>(In occasione dell&#8217;uscita di &#8220;<strong>Iggy Pop</strong> &#8211; <strong>Lust for life</strong>&#8221; di Paul Trynka, Arcana edizioni).</em></p>
<p>The worse thing in this world is a rockstar. And the only good rockstar is a dead rockstar.</p>
<p><em>Si tratta di rock’n’roll. Si tratta di presenze.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/29/un-dio-idiota/">Un dio idiota</a></p>
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<div></div>
<p><span></p>
<p align="justify"><em>(In occasione dell&#8217;uscita di &#8220;<strong>Iggy Pop</strong> &#8211; <strong>Lust for life</strong>&#8221; di Paul Trynka, Arcana edizioni).</em></p>
<p>The worse thing in this world is a rockstar. And the only good rockstar is a dead rockstar.</p>
<p><em>Si tratta di rock’n’roll. Si tratta di presenze. L’Iguana appare, salmodia le sue immense litanie, in un&#8217;infinita rappresentazione. E noi che lo adoriamo, siamo rapiti nella contemplazione idiota di un’icona. Idiota, perché lui è un messia che non salva, da lui non si attende salvezza, ma la celebrazione dei propri vuoti a perdere. I’m loose. Sticky deep inside. E&#8217; l&#8217;introibo (ad altare dei): la dissoluzione di ogni sostanza interiore, lo slittamento senza fine. Iggy danza. Le danze dissolute di un dio idiota. Un dio di cui si può ridere, come voleva Nietzsche. (Iggy come la Carmen?). E Iggy è la risposta a quel Nietzsche che lamentava la decadenza di una civiltà che non ha partorito nessun nuovo dio. </em></p>
<p align="justify"><em>Un dio che chiede di essere il (mio. tuo. nostro) cane. E che con I wanna be your dog ci lascia al nostro silenzio – ad esso ci restituisce, reintegrati nella nostra disintegrazione.<br />
E&#8217; un dio morto, Iggy, e proprio perché morto continua a ridere. E se continua a esser lì, è perchè si rida di lui.</em>
</p>
<p align="justify"><em>Va da sé che tutto questo non va preso sul serio.</em></p>
<p>m.r.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/erjksafj_Jw&amp;hl=en&amp;fs=1" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/erjksafj_Jw&amp;hl=en&amp;fs=1" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p><em>Il seguente brano è tratto dall&#8217;introduzione al libro di Paul Trynka:</em></p>
<p></span><em><span style="font-family: Times New Roman;"><em><span style="font-family: Times New Roman;"><span lang="IT"> </p>
<p></span></span></em></span></em></p>
<p align="justify">Poi c’era Iggy. L’indistruttibile Iggy, che faceva piazza pulita di qualsiasi droga gli mettessero davanti al naso, che nel corso dei mesi precedenti il suo tour manager aveva dovuto trascinare diverse volte sul palco in stato di semi-incoscienza, che soltanto due giorni prima era stato steso a pugni da alcuni appartenenti a una banda di motociclisti ma li aveva invitati al concerto del Michigan Palace per avere il resto. Che ora appariva tanto rovinato fisicamente e mentalmente, da se stesso e da coloro che gli stavano intorno, che a volte la sua energia vitale e la sua luminosa bellezza sembravano sul punto di prosciugarsi. <span id="more-8835"></span>Era arrivato al punto che almeno uno dei suoi più intimi confidenti era giunto alla conclusione che avesse subito una sorta di esaurimento che aveva danneggiato permanentemente il suo sistema nervoso. Aveva la faccia gonfia e intorno ai suoi ipnotici occhi azzurri che avevano ammaliato una sfilza di ragazze tra le più desiderabili d’America si erano scavate delle rughe. Quella sera aveva deciso di provocare il pubblico composto in gran parte da motociclisti convinti che fosse una checca, indossando un body nero e uno scialle acconciato in modo da formare una specie di gonna trasparente. Nonostante il suo grottesco abbigliamento – o forse proprio facendo leva su quello – diceva a quei teppisti che le loro ragazze morivano dalla voglia di scoparselo. E casomai il messaggio non risultasse abbastanza esplicito, annunciò con tono lascivo il titolo della prossima canzone, <em>Cock In My Pocket</em>. E anche allora, mentre percorreva il palco danzando con flessuose movenze da ballerino, emanava un’energia sciamanica che elettrizzava gli spettatori, per metà affascinati, per metà sprezzanti, o semplicemente inebetiti dalle pasticche di Quaalude – che era diventata la droga <em>du jour </em>al Palace. Sospinto senza sosta dalla criminale, psicotica chitarra di James Williamson, Iggy si lanciò in brani come <em>Gimme Danger </em>o <em>I Got Nothing</em>, canzoni riguardanti la sensazione di essere un predestinato, canzoni che sentiva l’obbligo di continuare a scrivere anche se nessuna casa discografica sembrava interessata a pubblicarle.</p>
<p align="justify">Ora tutti i presenti, favorevoli o contrari, sembravano consci del fatto che lui era effettivamente un predestinato. Quando cominciò a snocciolare versi come &#8220;<em>I don’t care if you throw all the ice in the world, I’m making ten thousand, baby, so screw you </em>/ Puoi metterti tutti i gioielli del mondo, me ne frego, io me ne sono fatte diecimila, baby, quindi fottiti&#8221;, tutti i presenti sapevano che si trattava di una vuota bravata. E anche se Iggy Pop non lo sapeva, Jim Osterberg – colui che aveva creato questo alter ego sfuggito a ogni controllo – ne era consapevole.</p>
<p align="justify">All’inizio della serata, durante la sua breve conversazione con Jim, Michael Tipton, che aveva intenzione di immortalare il concerto con un registratore a bobine, si era reso conto che quella avrebbe potuto essere l’ultima esibizione degli Stooges – che a Iggy si presentava l’occasione per sdrammatizzare, prendersi gioco del pubblico e della sua stessa situazione disperata. Erano in molti, sia tra i fan che tra i detrattori della band, coloro che andavano ai concerti degli Stooges soprattutto per la curiosità di vedere che razza di risibile abbigliamento avrebbe usato quella sera Iggy e per godersi l’atmosfera di sfida e di ostilità che si creava spesso tra la band e il pubblico, ma prima di quella sera nessuno aveva mai assistito a un’esibizione tanto caotica e insensata. &#8220;Io <em>sono </em>il più grande!&#8221; gridò Iggy al pubblico nei momenti finali dello spettacolo mentre una gragnuola di uova si abbatteva sul palco e lui ne riceveva uno in piena faccia. Le uova erano dirette principalmente verso Iggy, ma Ron stava attento soprattutto alle sigarette accese, preoccupato che potessero incendiargli i capelli. Quando una pesante moneta si stagliò improvvisamente fuori dal cono di luce e lo colpì dolorosamente sul cranio, Ron portò una mano al punto che gli doleva e la ritrasse sporca di sangue.</p>
<p align="justify">Tutti quelli che facevano parte dell’entourage degli Stooges avevano la sensazione sempre più forte che quella baraonda non poteva durare a lungo. Natalie Schlossman, l’ex organizzatrice del loro fan club, aveva accudito la band per quasi quattro anni, facendo da balia a Iggy quando perdeva il controllo, spesso mettendolo materialmente a letto e sottraendogli i vestiti nella vana speranza che non si aggirasse per i corridoi degli hotel in cerca di droga. Ormai Natalie era avvezza a tutte le possibili combinazioni sessuali messe in atto dalla band – James in una stanza da bagno chiazzata di sangue con due ragazze, Iggy in camera da letto con tre ragazze, Scottie Thurston e Ron in una stanza d’albergo con una ragazza, venti persone impegnate in un’orgia in camera di Iggy – ma osservava le loro attività con benigna e materna sollecitudine, cucinando per loro e lavando i loro sempre più logori abiti di scena. Per quanto fosse patetico lo stato in cui trovava Iggy, Natalie sapeva che sul palco lui avrebbe saputo scavare dentro se stesso fino a raggiungere qualcosa di puro e integro.</p>
<p align="justify">Attualmente però anche lei era turbata dall’atmosfera di negatività che circondava la band, un pesante miasma che attribuiva principalmente a James Williamson. Se fosse finita in fretta, sarebbe stata una benedizione per tutti quelli che vi erano coinvolti. Avvicinandosi a Tipton, Iggy gli chiese se era il caso di eseguire <em>Louie Louie</em>. Alla prospettiva di riprendere quel trito classico da garage, James Williamson gli lanciò uno sguardo torvo, ma attaccò brutalmente i tre accordi che costituiscono il semplicistico riff della canzone e gli altri si accodarono. Mentre Iggy lanciava guaiti e strillava &#8220;<em>I never thought it would come to this </em>/ Non avrei mai creduto che si potesse arrivare a questo&#8221;, l’ottusa cagnara degli Stooges crebbe di intensità e Iggy gratificò la folla di un sorridente &#8220;vaffanculo&#8221; prima di lanciarsi in un’oscena versione del testo che aveva tenuto a battesimo il suo passaggio allo status di star ancora col nome di Jim Orsterberg, batterista e cantante, quasi dieci anni prima. La canzone che aveva segnato gli inizi della sua carriera ora appariva particolarmente appropriata per sancirne la fine. All’epoca, nel 1965, il pubblico era formato da quindicenni debuttanti in società che con fare innocente gli lanciavano sul palco le sue caramelle preferite, durante un idilliaco soggiorno estivo passato in compagnia dei più facoltosi e acculturati industriali del Michigan. Adesso, a quanto pareva, le ambizioni culturali del suo pubblico non andavano oltre la curiosità di assistere a caotici scontri di automobili.</p>
<p align="justify">Ottenuta storpiando irrimediabilmente la canzone originale di Richard Berry fino a trasformarla in un ottuso inno da stadio con un testo sboccato da scolari, l’attuale versione di <em>Louie Louie </em>era stata calibrata sul basso livello intellettuale dei suoi spettatori. &#8220;<em>She got a rag on, I move above </em>/ Porta un’assorbente, mi do subito da fare&#8221;, cantava; la voce era rauca ma ogni parola veniva enunciata chiaramente e il cantante ammiccava verso il pubblico in modo che a nessuno sfuggisse l’allusione alle mestruazioni, &#8220;<em>it won’t be long before I take it off </em>[…] <em>I feel a rose down in her hair, her ass is black and her tits are bare </em>– non ci metto molto a levarglielo […] tocco una rosa giù in mezzo ai peli, ha il culo nero e le tette pesanti&#8221;.</p>
<p align="justify">Più o meno a questo punto, mentre James Williamson si lanciava in un vizioso e lancinante assolo di chitarra, Iggy si trattenne dal tuffarsi in mezzo agli spettatori. Rimanevano solo pochi minuti. L’uragano di note di James si trasformò in una turgida versione del rozzo riff della canzone che sembrava gonfiata a forza di steroidi; poi il chitarrista mitigò la sua furia attestandosi su una serie relativamente misurata di accordi spezzati e Iggy cantò delicatamente l’ultimo verso. Improvvisamente era tutto finito e, sostenuto da una rullata di Scottie, Iggy proclamò &#8220;Be’, avete perso un’altra occasione, la prossima volta forse sarete più fortunati&#8221;, prima di scomparire tra le ali del sipario. Ma non ci sarebbe stata una prossima volta.</p>
<p align="justify">Questa spiacevole, grottesca, pietosa esibizione non rappresentava comunque il punto più basso nella disgraziata storia recente degli Stooges. Avevano sopportato umiliazioni maggiori, abbandonando il palco vergognosi e prostrati. Questa volta avevano almeno portato a termine il loro set. Lo spirito combattivo del loro cantante era però definitivamente stato messo al tappeto. Per tutto quel tempo lui era stato fedele alla musica che – ne era convinto – avrebbe trasformato il mondo, e tutto ciò stava diventando merda. Il mattino seguente telefonò ai suoi compagni Stooges per annunciare che non ce la faceva più ad andare avanti.</p>
<p align="justify">Se solo avesse potuto prevedere cosa gli riservava il futuro, forse si sarebbe mantenuto in contatto con gli altri Stooges cercando la loro compagnia, perché la verità era che non aveva ancora toccato il fondo. C’era ancora una distanza infinitamente maggiore da percorrere verso il basso, una discesa negli inferi di Hollywood i cui abitanti si sarebbero affollati intorno a lui come avvoltoi bramosi di avere la loro parte di carogna, persuadendolo a ripetere sacrifici rituali e pratiche di autolesionismo, o adottandolo come dissoluto fidanzato da trofeo per poi deridere pubblicamente il suo stato patetico. E alla fine il cantante sembrò aver rinunciato alla sua bruciante ambizione, confidando ai pochi ancora disposti ad ascoltarlo che c’era una maledizione su di lui, e sugli Stooges. E che non c’era via d’uscita.</p>
<p align="justify">Poi ci fu un’esistenza confusa, condotta in stato di semi-incoscienza: ricovero in un istituto psichiatrico e rifugio in un desolato garage condiviso con un gigolo di Hollywood. E poi la prigione. Era l’oblio, ritenuto da tanti il destino che si meritava. Mentre molti dei suoi amici avevano concluso le loro caotiche, disperate vite con un’overdose di eroina o minati dall’abuso di alcolici, la sorte riservata a Iggy sembrava quella di un totem colpito da una misteriosa maledizione, di uno zimbello di cui prendersi gioco, una dimostrazione pratica di miserabile fallimento.</p>
<p align="justify">Eppure, proprio mentre lo sciagurato cantante cadeva nell’anonimato, cominciava a diffondersi la notizia della tacita, eroica fine degli Stooges. Per alcuni, quest’ultimo atto si prestava a un’interpretazione aggiornata della mitologia western, l’impavido eroismo d’altri tempi di cinque <em>pistoleros </em>che procedono impassibili verso la fine perfettamente consci della propria sorte. Secondo altri, i paralleli erano quasi biblici, dal momento che ben presto uno scrittore inglese – vero e proprio Giovanni Battista per Iggy – avrebbe preso un aereo da Los Angeles a Parigi portando con sé un nastro dello spettacolo al Michigan Palace, sacra reliquia che sarebbe presto passata di mano in mano tra gli adepti. Ai giovani appassionati di musica bastava uno sguardo alla copertina di <em>Metallic KO </em>– l’album basato sulle registrazioni di Michael Tipton, con la foto blu e argento di Iggy disteso come un Cristo dopo la Deposizione, un’immagine dalle forti suggestioni erotiche e omosessuali – per capire che quella musica rappresentava un messaggio vitale. Quella musica era l’antidoto tanto atteso a un blando panorama di <em>progressive </em>pomposa e pretenziosa, di compiacente intimità country rock, di musica artefatta controllata da produttori senza volto e suonata da turnisti da sala d’incisione. Gli Stooges di Iggy, al contrario, erano autentici e genuini: eroici, predestinati e troppo ottusi per rendersene conto. Il loro frontman divenne un simbolo: di sensualità, noia, energia e inerzia – e di una devozione alla sua musica che quasi gli era costata la vita, e forse poteva metterla ancora in pericolo.</p>
<p align="justify"> </p>
<div><em><span style="font-family: Times New Roman;"><em><span style="font-family: Times New Roman;"><span lang="IT">(Per gentile concessione di Arcana edizioni)</span></span></em></span></em></div>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/29/un-dio-idiota/">Un dio idiota</a></p>
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		<title>“Volto d&#8217;angelo cuor di demonio!”- Chet Baker</title>
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		<pubDate>Tue, 13 May 2008 13:07:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p><strong>Chet Baker: dopo vent&#8217;anni di stupefatto ascolto* </strong><br />
di<br />
<strong>Ade Zeno</strong></p>
<p>La sera del 29 aprile 1988, davanti alle svariate centinaia di persone che gremivano la Grosser Sendersaal di Hannover, sarebbe stata scritta una delle più belle e trascinanti pagine del jazz (della poesia) mondiale, pagina lunga meno di due ore, ma ormai incontestabilmente eterna, tanta è la meraviglia che ancora oggi riesce a muovere in chi ha l&#8217;avventura di imbattersi, pure distrattamente, anche solo in un breve passaggio di quella storica registrazione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/13/%e2%80%9cvolto-dangelo-cuor-di-demonio%e2%80%9d-chet-baker/">“Volto d&#8217;angelo cuor di demonio!”- Chet Baker</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="355"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/007P6bFgRCU&#038;hl=en"></param><param name="wmode" value="transparent"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/007P6bFgRCU&#038;hl=en" type="application/x-shockwave-flash" wmode="transparent" width="425" height="355"></embed></object></p>
<p><strong>Chet Baker: dopo vent&#8217;anni di stupefatto ascolto* </strong><br />
di<br />
<strong>Ade Zeno</strong></p>
<p>La sera del 29 aprile 1988, davanti alle svariate centinaia di persone che gremivano la Grosser Sendersaal di Hannover, sarebbe stata scritta una delle più belle e trascinanti pagine del jazz (della poesia) mondiale, pagina lunga meno di due ore, ma ormai incontestabilmente eterna, tanta è la meraviglia che ancora oggi riesce a muovere in chi ha l&#8217;avventura di imbattersi, pure distrattamente, anche solo in un breve passaggio di quella storica registrazione. <em>The last great concert,</em> fortunatamente immortalato e facilmente reperibile, è un monumento alla perfezione emozionale, un trionfo di leggerezza esplosiva. Soprattutto è il testamento in sibemolle dell&#8217;immenso, straordinario poeta che riuscì a essere, forse suo malgrado, Chet Baker. Lo stesso artista che appena due settimane dopo, il 13 maggio, volò giù da una finestra del Prins Hendrik, un albergo economico situato a due passi dalla stazione centrale di Amsterdam, schiantandosi per sempre su un marciapiede deserto.<br />
<span id="more-5895"></span></p>
<p> A vent&#8217;anni da quel drammatico epilogo ci piace l&#8217;idea di offrire un tributo alla sua memoria puntando lo sguardo – l&#8217;orecchio – non sull&#8217;anniversario della morte, ma appunto su quello del grande concerto tedesco che più di qualsiasi altra rievocazione ha ora la forza di restituirci la potenza lirica di Chet in tutto il suo splendore. Uno splendore intaccato dagli eccessi, dalla disperazione romantica di un essere debole e farabutto, soprattutto dalla droga, l&#8217;imprescindibile eroina che affiancò con demoniaca onnipresenza ogni suo gesto, ogni sua parola, trasformando lentamente un corpo agile e leggero nell&#8217;involucro consumato e senza denti che adesso ci guarda con aria assente dall&#8217;altra estremità di uno scatto in bianco e nero. Lo stesso corpo disfatto che, travestito da cowboy – giubbotto di pelle con le frange e stivali a punta –  salì barcollante sul palco in mezzo all&#8217;orchestra sinfonica della Nord Deutscher Rundfunk, un oceano di musicisti, gli archi da una parte, la big band dall&#8217;altra, e lui al centro, solitario e sperduto come un piccolo dio. </p>
<p>Evento preceduto da cinque giorni di prove, a cui tuttavia Chet non partecipò, come al solito restio a rispettare scadenze e appuntamenti, come sempre rapito e distratto da altro, dalla sua vita compulsiva e sconclusionata, incapace di contemplare altre regole all&#8217;infuori delle proprie. Rassegnati all&#8217;idea di un pietoso fallimento – né, del resto, sarebbe stata la prima volta che Baker si prodigava in imbarazzanti performance da tossico incapace di governare lo strumento – gli organizzatori decisero in extremis di registrare la sezione d&#8217;accompagnamento nella speranza di fargliela ascoltare – e memorizzare – quanto prima. A due ore dall&#8217;inizio non erano in pochi a prevedere disastri, tanto più che, a quanto pareva, lo stato fisico del trombettista versava in pessime condizioni: le gengive infiammate, i denti inferiori doloranti, e l&#8217;umore a terra per mille ulteriori motivi. Ora, per comprendere cosa iniziò a succedere centoventi minuti dopo, dobbiamo solo inserire il cd in questione, schiacciare il tasto play, e fermarci ad ascoltare.</p>
<p> L&#8217;attacco è affidato a un classico di tutti i tempi, quell&#8217;All Blues che alla fine degli anni Cinquanta segnò per sempre i destini del jazz in un&#8217;incisione pilastro, Kind Of Blue, firmata Miles Davis; quarantaquattro secondi di intro ammininistrati da piano, basso e batteria, l&#8217;applauso del pubblico scoppia al decimo, ci fa capire che Chet è entrato in scena soltanto adesso, composto battimani di benvenuto, poi di nuovo spazio alla ritmica, un tappeto lieve, misurato, in attesa di svelare il resto. Le prime note di tromba arrivano in leggero ritardo rispetto alle regole della battuta, una pausa di troppo che sembra lunghissima e per mezzo istante proviamo a immaginare che sì, sta per andare tutto a rotoli. Timore infondato, senza ragion d&#8217;essere, il fiato di Baker si è solo preso il suo tempo, e a partire dal primo do diesis non smetterà più di modulare meraviglie. Imposta il tema, lo fa suo cambiando qualche accento, insegue concentrato l&#8217;accompagnamento che nel frattempo si è gonfiato, moltiplicato con l&#8217;aggiunta della sezione di fiati in sordina. E quando, concluso il tema,  i primi cenni d&#8217;improvvisazione iniziano a farsi strada con la rotonda dolcezza del tutto simile alla voce di un flicorno, veniamo definitivamente conquistati dalla certezza di una rivelazione progressiva.</p>
<p> Il resto è un susseguirsi di poesia e adrenalina, che prende il via dai nove minuti di My Funny Valentine in cui la voce flebile e rotta di Chet si alterna con un lunghissimo e malinconico assolo mescolato alle fantasie degli archi, per poi toccare il cielo con i ritmi incalzanti di classici della fibrillazione come Well You Needn&#8217;t, Look For The Silver Lining, Conception, e la mirabolante <strong>Sippin&#8217; At Bells</strong> che si guadagna uno scroscio di applausi senza fine. Un&#8217;ora e mezza di stupore assoluto, finita la quale è quasi impossibile non provare l&#8217;impulso di tornare indietro e riascoltare tutto daccapo, o almeno frammenti di quel tutto, i passaggi più profondi, le tante, tantissime sequenze da imparare a memoria e da imprimere per sempre nel nostro bagaglio genetico. Al termine di quella sera Chet sapeva bene di aver dato il meglio di sé, così come era perfettamente consapevole di aver consumato ogni molecola spartendo la propria arte con il caos dell&#8217;autodistruzione. Le cronache raccontano che pochi minuti dopo essere sceso dal palco salì al volante della sua Alfa devastata per raggiungere il più in fretta possibile i compagni di sventura con cui condividere dosi da iniettare nelle vene. Aspetti che fanno parte integrante dell&#8217;agiografia di un mito, e con i quali, purtroppo, non è possibile evitare di fare i conti. Per fortuna è la musica a farla da padrona, e con lei la genialità di chi ha saputo e voluto interpretarla attraverso gesti unici. E proprio a lei, alla sua astrale bellezza, dedichiamo oggi un timido saluto, dopo vent&#8217;anni di silenzio, e di devoto, stupefatto ascolto.  </p>
<p>*Articolo pubblicato su <strong>Liberazione</strong> di oggi e girato dall&#8217;autore a Nazione Indiana</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/13/%e2%80%9cvolto-dangelo-cuor-di-demonio%e2%80%9d-chet-baker/">“Volto d&#8217;angelo cuor di demonio!”- Chet Baker</a></p>
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		<title>Dal buco al blog nella società dei sospiri virtuali</title>
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		<pubDate>Fri, 09 May 2008 10:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong> </p>
<p>Chi è Arvo, il protagonista del nuovo romanzo di Valter Binaghi, <em>Devoti a Babele</em>, Perdisa Editore, pagg. 122 euro 12,00? Un ragazzo del &#8217;77, un sopravvissuto al piombo che cadeva sugli omonimi anni, che noi ragazzi nati all&#8217;inizio dei Sessanta o ancor meglio verso la fine dei Cinquanta, come il nostro autore, abbiamo assaggiato a lingua protesa, come cani masochisti affamati di quei tempi duri.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/09/dal-buco-al-blog-nella-societa-dei-sospiri-virtuali/">Dal buco al blog nella società dei sospiri virtuali</a></p>
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<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong> </p>
<p>Chi è Arvo, il protagonista del nuovo romanzo di Valter Binaghi, <em>Devoti a Babele</em>, Perdisa Editore, pagg. 122 euro 12,00? Un ragazzo del &#8217;77, un sopravvissuto al piombo che cadeva sugli omonimi anni, che noi ragazzi nati all&#8217;inizio dei Sessanta o ancor meglio verso la fine dei Cinquanta, come il nostro autore, abbiamo assaggiato a lingua protesa, come cani masochisti affamati di quei tempi duri.<span id="more-5866"></span></p>
<p>Arvo è un piccolo borghese della grande metropoli del nord, una Milano dove alle undici di sera c&#8217;è il coprifuoco e per il resto della giornata, se vai in centro, vi trovi più mezzi della celere che taxi, soprattutto nella molto armeggiata Piazza San Babila dei ragazzi nazi dalle scarpe a punta. E&#8217; un ragazzo del suo tempo che tiene in camera i poster dei Rolling Stones e dei Police (siamo all&#8217;inizio degli Ottanta e il rock, con la morte di John Bonham dei Led Zeppelin, è per molti ufficialmente morto assieme alla sua epoca) e per il resto si tira in vena appena può la droga dei tempi, l&#8217;eroina della botta e via, la &#8220;roba&#8221; che non ti fa pensare, la droga di chi vuol rallentare le proprie pene e pure il resto fino a rallentarsi anche gli anni di vita; non certo la polvere bianca d&#8217;oggi, la cocaina divenuta per tutti i cani e tutti i porci, che ti ingloba ancor di più nel sistema dell&#8217;arrampicata mobile e <em>liquida</em> e ti fa accelerare la corsa verso il successo, fino al bang a testa sotto nel solito baratro, all&#8217;ultimo capitolo della tua tragicommedia d&#8217;un uomo ridicolo.</p>
<p>Arvo lo seguiamo attraverso i suoi buchi, le sue colazioni a base di caffelatte e krumiri rubate alla povera madre vedova, lo seguiamo nei suoi accampamenti a Piazza Vetra alla ricerca della maledettissima roba in cambio di stereo &#8220;zanzati&#8221;. Nella seconda parte, il ragazzo finisce finalmente in una comunità terapeutica, Castalia. Se prima, all&#8217;inizio degli &#8217;80, siamo alla fine di un&#8217;epoca fotografabile tra il multicolor della psichedelia di massa e il nero buco di una Vermicino dove si consuma una morte in diretta del tutto simile a quella che troviamo in uno dei  capolavori &#8220;neri&#8221; di Billy Wilder, <em>L&#8217;asso nella manica</em> (1951) e si prospetta a larghe falde di spot ramazzotteschi fighettismo e berlusconismo strafottuto da bere, deglutire e -perdio- vomitare, ora siamo arrivati alla fine di questo decennio buggerone e  corto, in una succursale fantastica ma anche parecchio brianzola di quel farabuttificio globalizzato che è Dianetics. A seguire il Programma, del quale Arvo diventa sostenitore e in seguito, uscito dal megatraforo della dipendenza, istruttore. Un Programma di normalizzazione ma anche di risucchio dell&#8217;anima, cosicchè è vero che si esce dalla schiavitù della droga, ma pagando il prezzo di un abbandono totale della propria indipendenza psicologica, della propria effettiva libertà di scegliere.</p>
<p>La terza parte, trattata intelligentemente e abilmente da Binaghi con altro passo stilistico, perchè i tempi lo richiedono per via di un&#8217;accelerazione del ritmo della comunicazione, trova Arvo, nel frattempo sposato e inquadrato nella vita piccolo borghese di quasi tutti, alle prese con una nuova, potentissima dipendenza: quella della Rete, delle ossessioni psicodrammatiche del virtuale. Una caduta, la sua, dal virtuale dell&#8217;endovena cosmica al virtuale della comunicazione illusoriamente totale, con Arvo &#8211; personaggio  simbolico di una generazione di figli dei figli della guerra che in una sorta di effetto <em>rebound</em> hanno sconfessato gli sforzi e il sudore e le lacrime dei loro padri- che chiede amore ed erotismo via blog a una sconosciuta che sempre tale rimarrà, ectoplasma danzante nel liquido fintamente amniotico di una blogosfera megafono di semplici, banali sospiri di desiderio. Sarà la famiglia, banalmente ma realisticamente, a raddrizzare la via del protagonista verso una grigia ma solida salvezza dall&#8217;ultima dipendenza.</p>
<p>Un romanzo compatto e molto ben riuscito, dalla scrittura &#8211; tipica di quest&#8217;autore &#8211; che s&#8217;imbeve di una religiosità affannata e del senso di colpa di un&#8217;intera generazione che si è fin troppo stordita con cose che meritavano certamente meno attenzione, e nessuna passione; così che i libri di Binaghi, sempre più lontani, passo dopo passo cioè libro dopo libro, da qualsiasi &#8220;genere&#8221; codificato, diventano ben strutturati apologhi di una generazione cardine e certamente più interessante di altre, nella quale si trova successo pieno in una società opposta a quella vagheggiata in anni ben distanti, e al contempo continue ricadute nel bisogno di stordimento, nella vecchia droga, sul filo di un istinto di autodistruzione divenuto purtroppo di massa, in certo senso seminato a rattrappite mani alle nuove generazioni.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/09/dal-buco-al-blog-nella-societa-dei-sospiri-virtuali/">Dal buco al blog nella società dei sospiri virtuali</a></p>
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