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	<title>Nazione Indiana &#187; Erri de Luca</title>
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		<title>20 luglio 2001</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jul 2011 07:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[carlo giuliani]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/131_15095.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Erri De Luca</strong></p>
<p><em>[Dieci anni fa Genova. Uno spartiacque. Quest'anno molti scrittori hanno voluto ricordare quei giorni, e Carlo Giuliani che è diventato il "ragazzo" fratello di tutti noi, contribuendo a un libro, </em>Per sempre ragazzo<em>, edito da Tropea.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/13/20-luglio-2001/">20 luglio 2001</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/131_15095.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-39546" title="131_15095" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/131_15095-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Erri De Luca</strong></p>
<p><em>[Dieci anni fa Genova. Uno spartiacque. Quest'anno molti scrittori hanno voluto ricordare quei giorni, e Carlo Giuliani che è diventato il "ragazzo" fratello di tutti noi, contribuendo a un libro, </em>Per sempre ragazzo<em>, edito da Tropea. Pubblico la poesia di Erri De Luca. mr]</em>
</p>
<p>*
</p>
<p>
<div id="_mcePaste">Un proverbio persiano dice: «Se vuoi farti un nome,</div>
<div id="_mcePaste">viaggia o muori». Lui non voleva un nome,</div>
<div id="_mcePaste">quel mattino di luglio voleva andare al mare.</div>
<div id="_mcePaste">La strada era già un mare,</div>
<div id="_mcePaste">le ondate di migliaia dietro migliaia dentro le piazze,</div>
<div id="_mcePaste">i vicoli, nei viali, allagavano Genova città.</div>
<div id="_mcePaste">Pensò ch’era Venezia, liquida di canali.</div>
<div id="_mcePaste">Cercò di navigarla, però l’alta marea</div>
<div id="_mcePaste">di molta umanità se lo portava via nella corrente.</div>
<div id="_mcePaste">Più logico seguirla. Era lo stesso una giornata al mare.</div>
</p>
<p>
<div id="_mcePaste">Montava il terzo giorno di acqua alta, a Genova e di luglio,</div>
<div id="_mcePaste">tre giornate di onde di persone.</div>
<p><span id="more-39545"></span></p>
<div id="_mcePaste">C’era l’appuntamento di otto presidenti</div>
<div id="_mcePaste">con la scorta delle gendarmerie assortite,</div>
<div id="_mcePaste">pure le guardie forestali e di penitenziario.</div>
<div id="_mcePaste">C’erano i paracadutisti e i palombari.</div>
<div id="_mcePaste">A parte queste frotte, Genova conteneva</div>
<div id="_mcePaste">la formula migliore di popolo riunito dalla rosa dei venti.</div>
<div id="_mcePaste">Su qualunque mezzo, compreso nave, bicicletta e a piedi:</div>
<div id="_mcePaste">evviva i viaggiatori, sudati, intransigenti, lieti.</div>
</p>
<p>
<div id="_mcePaste">Quel giorno terzo il cretino al potere, incretinito appunto dal potere, scagliò la truppa addosso all’alta marea. Era marea di quelle che non possono defluire a mare. Nella città compressa tra la collina e il porto non aveva uscita, sfogo, scappamento. Aggredita, si riformava ovunque, scossa e scombinata dal suo stesso formato innumerevole. Sbatteva contro i muri, i manganelli, i calci in faccia e gli insulti della truppa arroventata dal sole e dal cretino.</div>
</p>
<p>
<div id="_mcePaste">Lui si mischiò dentro l’acqua agitata.</div>
<div id="_mcePaste">Pensò che il mare non andava preso a calci.</div>
<div id="_mcePaste">Il mare quando è fatto di persone, va ascoltato e basta.</div>
<div id="_mcePaste">Il mare quando è pieno di sale di ragione, va in salita</div>
<div id="_mcePaste">scavalca dighe e moli. Oggi io sono il mare,</div>
<div id="_mcePaste">pensò all’ingresso del piccolo slargo di piazza Alimonda,</div>
<div id="_mcePaste">nome che finisce con un’onda.</div>
<div id="_mcePaste">Gli venne il sorriso veloce di quando scorgeva</div>
<div id="_mcePaste">la strizzatina d’occhio di una coincidenza.</div>
</p>
<p>
<div id="_mcePaste">Amava il latino, traduceva Catullo stordito d’amore,</div>
<div id="_mcePaste">Ovidio spedito in esilio, Virgilio col biglietto</div>
<div id="_mcePaste">per visitare l’aldilà, il gran museo dei morti.</div>
<div id="_mcePaste">Amava il latino. Nel mazzo di carte da studio un ragazzo</div>
<div id="_mcePaste">ci vuole vedere in qualcuna il suo settebello.</div>
<div id="_mcePaste">Mare: in latino al plurale fa mària.</div>
<div id="_mcePaste">Decise quel giorno e quell’ora che avrebbe sposato</div>
<div id="_mcePaste">una di nome Marìa e le avrebbe spiegato perché.</div>
</p>
<p>
<div id="_mcePaste">Su piazza Alimonda il sole batteva a tamburo,</div>
<div id="_mcePaste">la luce bruciava negli occhi.</div>
<div id="_mcePaste">Un carabiniere coi calci</div>
<div id="_mcePaste">sfondò il vetro del suo quattroruotemotrici.</div>
<div id="_mcePaste">Di solito i vetri si rompono da fuori.</div>
<div id="_mcePaste">Quello si ruppe da dentro. Il carabiniere</div>
<div id="_mcePaste">tolse così l’ostacolo alla mira e la sicura all’arma.</div>
<div id="_mcePaste">Lui pensò di dover raccogliere i vetri,</div>
<div id="_mcePaste">non vanno lasciati sul fondo del mare.</div>
<div id="_mcePaste">Chinato a levarli, un estintore gli rotolò vicino.</div>
<div id="_mcePaste">Lo prese, gli venne l’impulso di gettarlo via,</div>
<div id="_mcePaste">s’accorse del carabiniere, del vetro sfondato, del braccio,</div>
<div id="_mcePaste">con l’arma, col dito. Che fai disgraziato?</div>
<div id="_mcePaste">Non vedi che io sono il mare?</div>
</p>
<p>
<div id="_mcePaste">Il mare lanciò l’estintore con tutta la forza</div>
<div id="_mcePaste">del braccio e dell’onda di piazza Alimonda.</div>
<div id="_mcePaste">In volo incrociò la pallottola calibro nove.</div>
<div id="_mcePaste">Cadendo pensò che il mare così abbatte le sue ondate</div>
<div id="_mcePaste">addosso alla scogliera e quando si sollevano gli spruzzi</div>
<div id="_mcePaste">vengono giù e l’onda non c’è più.</div>
<div id="_mcePaste">Il mare nell’urto da azzurro si rompe nel bianco.</div>
<div id="_mcePaste">Gridarono le ali e le lenzuola stese,</div>
<div id="_mcePaste">gridò lo zucchero, la farina, il sale,</div>
<div id="_mcePaste">il marmo, la pagina e la schiuma delle onde vicine,</div>
<div id="_mcePaste">gridò il bianco dell’uovo e delle voci.</div>
</p>
<p>
<div id="_mcePaste">Pensò: non è così che sposerò Maria.</div>
<div id="_mcePaste">Un accento si sposta e si scombina il legittimo destino,</div>
<div id="_mcePaste">può darsi che c’entri il latino,</div>
<div id="_mcePaste">o un giorno violento di luglio, lo scambio di un mare per l’altro.</div>
<div id="_mcePaste">Pensò ch’era arrivato a riva,</div>
<div id="_mcePaste">dove il mare riabbraccia la sua onda schiantata</div>
<div id="_mcePaste">e la riassorbe. Pensò al respiro di sua madre, il mare.</div>
<div id="_mcePaste">Poi scivolò sul fondo, senza peso di vita.</div>
</p>
<p>
<div id="_mcePaste">Dice il proverbio persiano: «Se vuoi farti un nome,</div>
<div id="_mcePaste">viaggia o muori». Dieci anni più tardi il suo nome viaggia</div>
<div id="_mcePaste">insieme alle onde che sono la maggioranza del mondo.</div></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/13/20-luglio-2001/">20 luglio 2001</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>LE RIVOLTE INESTIRPABILI</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/11/13/le-rivolte-inestirpabili/</link>
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		<pubDate>Sat, 13 Nov 2010 09:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo De Marco]]></category>
		<category><![CDATA[Erri de Luca]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>[le foto e i due brani che seguono sono tratti dal libro di </em><em>De Luca e De Marco</em><em> </em>Le rivolte inestirpabili,<em> edizioni Forum, 2010]</em></p>
<p>di <strong>Danilo De Marco</strong> (foto) e <strong>Erri De Luca </strong>(testo)</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/Nazione-indiana-copia.jpg"></a></p>
<p>&#8230;</p>
<p>Danilo è una di queste persone di quell’età che non ha smesso di ficcarsi nei malanni del mondo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/13/le-rivolte-inestirpabili/">LE RIVOLTE INESTIRPABILI</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[le foto e i due brani che seguono sono tratti dal libro di </em><em>De Luca e De Marco</em><em> </em>Le rivolte inestirpabili,<em> edizioni Forum, 2010]</em></p>
<p>di <strong>Danilo De Marco</strong> (foto) e <strong>Erri De Luca </strong>(testo)</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/Nazione-indiana-copia.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-37188" title="Nazione-indiana-copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/Nazione-indiana-copia-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p>&#8230;</p>
<p>Danilo è una di queste persone di quell’età che non ha smesso di ficcarsi nei malanni del mondo. È un giornalista speciale perché non l’ha inviato nessuno, nessuno lo spedisce, nessuno lo prega di recarsi, ci va da solo, si invia da sé. Va nei posti con un solo biglietto di andata, fa amicizia, perlustra, si aggira sul piano terra dei luoghi che possono essere dei contadini cinesi, degli sbandati del Kurdistan. Nomino questo paese che non esiste, il Kurdistan, non lo trovate sulle carte geografiche. È il posto dove abita il popolo dei Kurdi distribuiti in quattro nazioni differenti.<span id="more-37182"></span><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/NI-ok.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-37190" title="NI ok" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/NI-ok-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" /></a></p>
<p>Lo chiamo Kurdistan per simpatia verso un paese che non c’è. In Kurdistan oppure tra i paesani senza terra del Brasile o tra qualche guerrigliero colombiano, questi alcuni dei siti dove Danilo si è disperso. Le fotografie che riporta non provengono da nessuno scippo, da nessuna destrezza, non è un fotografo di quelli che rubano una immagine da una faccia senza che se ne accorga. Danilo prima di scattare una fotografia deve mangiare sale insieme a quello che gli sta di fronte. Ci deve avere a che fare, ci deve diventare amico e deve avere i suoi occhi che lo guardano e stanno alla pari con lui. Se no, non sputa il clic della sua fotografia della sua macchina fotografica. Si impianta nei posti e poi torna, alla fine torna con le notizie, con le facce che ha raccolto. Facce, utensili, mani, è uno degli ultimi di noialtri che continua ad andare. Io mi sono barcamenato negli anni nella guerra in Bosnia a portare degli aiuti semplicemente perché stavano vicini. L’idea di andare lontano, saltare oceani, nazioni, aggirarmi tra popoli sconosciuti non fa per me.</p>
<p>&#8230;</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/nazione-indiana-OK.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-37189" title="nazione-indiana OK" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/nazione-indiana-OK-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p>&#8230;</p>
<p>Danilo si avvia da quelle parti e si sfama con loro. Non vi è nessuna delega da parte di loro. Non sei venuto qui, dicono, da messaggero dell’Occidente, vieni, guarda, prendi e racconta qualcosa di noi laggiù.</p>
<p>Nessuna delega, avviene invece il contrario mi sembra. Tu, Danilo, sei là uno scroccone, arrivi là senza i tuoi maccheroni, senza la tua pasta. Sei ospite, integralmente ospite di persone gigantescamente povere, che tengono moltissimo all’ospitalità.</p>
<p>Tu sei ospite, quello che tu riesci a riportare indietro è il frutto di questo incontro tra il tuo vagabondaggio e la loro ospitalità. Tu non sei il portavoce, tu sei uno che è stato con loro, che ha condiviso un pezzetto, una centesima parte del loro tratto di vita e sei stato accolto alla loro tavola. Bisogna fare molta strada per meritare di essere ospiti, accettati da questa umanità. Guardo attraverso questi rettangolini che tu riporti indietro e dove si raccontano le irriducibilità tra quella vita, quelle speranze di migliorare la vita, e noialtri.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/nazione-indiana-copia.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-37183" title="nazione indiana copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/nazione-indiana-copia-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" /></a></p>
<p>La fotografia non è lo scambio. Non è: tu mi dai da mangiare e io resto con te e ti faccio tante belle fotografie e magari te le mando per incorniciarle. Non è questo, non avviene lì lo scambio. Lo scambio avviene esattamente in quel punto mentre tu stai là. Poi riporti indietro dei pezzetti che ci riguardano perché ci raccontano la tenuta di quella umanità. Queste sono buone notizie per noi. Danilo di solito parte arrotondato e torna assottigliato. Funziona a zampogna il suo viaggio. Si sgonfia da quelle parti fino a passare attraverso le sbarre, diventa sottile come una alice, si ricorda di essere un po’ pesciolino e poi siccome è friulano al ritorno si rifocilla con il vino del suo paese e si rimpolpa… Uno come lui chiede di viaggiare ancora, di spendersi dentro quei posti e riportare indietro la sua notizia di incontro con quelle facce, con quelle persone che stanno nelle periferie del mondo, ammesso che questo nostro budellino tiepido di Occidente sia centro di qualcosa.</p>
<p><em>[1 foto: India, 2004, Zuccherificio di Mehndrana; 2: Ecuador, 2002, Levatrice; 3: Zanzibar, 2004, Raccoglitrice di alghe; 4: Messico, 1995, Il sale della Terra]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/13/le-rivolte-inestirpabili/">LE RIVOLTE INESTIRPABILI</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Ora pro Anobii- varie ed eventuali</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/03/13/ora-pro-anobii-varie-ed-eventuali/</link>
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		<pubDate>Sat, 13 Mar 2010 07:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Enrique Vila-Matas]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Ora pro <a href="http://www.anobii.com/effeffe/books">Anobii</a><br />
di<br />
<strong>effeffe</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/machine.jpeg"></a></p>
<p><strong>Un libro come un&#8217; urna per le ceneri elette</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-1.php_.jpeg"></a></p>
<p><em>L&#8217;originale di Laura</em><br />
Di <strong>Vladimir Nabokov</strong>, Anna Raffetto (Traduttore), Dmitri Nabokov (Curatore)<br />
Dalle prefazione del figlio Dimitri, il racconto dell&#8217;atelier del padre, delle cadute pericolose, si aprono misteriose pagine di una Letteratura assoluta, un romanzo incompiuto- ma quale romanzo non lo è?- che è una partita a scacchi con la morte, e dove la follia di una mossa, indovinata o meno, permetterà di avere la meglio sul temibile avversario.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/13/ora-pro-anobii-varie-ed-eventuali/">Ora pro Anobii- varie ed eventuali</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ora pro <a href="http://www.anobii.com/effeffe/books">Anobii</a><br />
di<br />
<strong>effeffe</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/machine.jpeg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-31790" title="machine" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/machine-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p><strong>Un libro come un&#8217; urna per le ceneri elette</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-1.php_.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-31786" title="image_book-1.php" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-1.php_.jpeg" alt="" width="95" height="150" /></a></p>
<p><em>L&#8217;originale di Laura</em><br />
Di <strong>Vladimir Nabokov</strong>, Anna Raffetto (Traduttore), Dmitri Nabokov (Curatore)<br />
Dalle prefazione del figlio Dimitri, il racconto dell&#8217;atelier del padre, delle cadute pericolose, si aprono misteriose pagine di una Letteratura assoluta, un romanzo incompiuto- ma quale romanzo non lo è?- che è una partita a scacchi con la morte, e dove la follia di una mossa, indovinata o meno, permetterà di avere la meglio sul temibile avversario. Litte- rature, lettera della cancellazione, del levare, in cui ogni segno &#8211; le pagine riprodotte dei taccuini ti scorticano le dita e fatichi a dirle, le parole- traccia una linea, un destino, una voce, quella di Nabokov che ripete, con una certa ossessione sul finale: estirpare, espungere, cancellare, sopprimere, strofinare via&#8230;<span id="more-31784"></span></p>
<p><strong>Un libro che è un dono</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-3.php_.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-31789" title="image_book-3.php" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-3.php_.jpeg" alt="" width="103" height="146" /></a><br />
<em>Imperdonabili</em><br />
Di <strong>Philippe Djian,</strong> D. Petruccioli (Curatore)<br />
&#8220;Pour pardonner, il faut d&#8217;une part s&#8217;entendre, des deux côtés, sur la nature de la faute, savoir qui est coupable de quel mal envers qui ». scrive Derrida a proposito del perdono. Ecco perché nessuno dei protagonisti di un romanzo che si vuole crudele, poetico ma spietato, riesce a dare un seguito alla propria richiesta o azione di perdono. Nessuna riconciliazione è possibile perché in fondo nessuno di loro, sia che si tratti del romanziere Francis, voce narrante, di sua figlia Alice, della seconda moglie, Judith o del giovane Jérémie, riesce a stabilire una forma chiara e netta di colpevolezza . Il perdono è vissuto allora nella sua purezza, non cede alla tentazione della riconciliazione, ma assume una per una tutte le condizioni esecrabili dell&#8217;esistenza, la morte, il lutto, la follia. Imperdonabili, allora, perché ancora umani.</p>
<p><strong>Un libro che è una lettera d&#8217;amore (non al lettore)</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-4.php_.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-31792" title="image_book-4.php" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-4.php_.jpeg" alt="" width="92" height="150" /></a><br />
<em>Il peso della farfalla</em><br />
Di <strong>Erri De Luca</strong><br />
Ci sono dei libri che sai &#8211; lo immagini- dalle prime frasi non appartenerti. Sono libri che appartengono innanzitutto a un luogo, poi, ma non per successione casuale o sintomatica di un falso, a una persona. Non c&#8217;è nulla che possa trattenerti in quei luoghi, a prescindere dal libro che stai leggendo, ora una storia di marinai, e di oceani, una di magnifiche macchine volanti e di aria, perché non sai distinguere i venti o la direzione delle correnti. E sai anche che la donna &#8211; l&#8217;uomo- a cui quelle parole sono indirizzate, frasi rivolte e spezzate, non sei tu. Nella buca delle lettere che quella sì ti appartiene, ti è noto il mittente ma c&#8217;è un errore ne destinatario. Quella lettera te la giri tra le mani, come quando sfogli un libro che ti è estraneo, e la tentazione di aprirla affida il suo alibi all&#8217;errore dell&#8217; attribuzione, al fatto che sia capitata a te.<br />
Allora leggi ogni frase con distacco che perfino ti commuove la frase a te non indirizzata, l&#8217;impressione del viaggio che non farai mai, il peso di una farfalla, o di una visione che non ti farà cadere. Almeno così, ti pare.</p>
<p><strong>Un libro che è un atto di fedeltà all&#8217;uomo (e alla donna)</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-2.php_.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-31787" title="image_book-2.php" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-2.php_.jpeg" alt="" width="88" height="150" /></a><br />
<em>Quel fantastico giovedì</em><br />
Di<strong> John Steinbeck</strong><br />
In francese, il titolo recita tendre (tenero) e in inglese, ovvero nella sua versione originale, sweet, dolce. Si sa che noi italiani siamo gente da superlativi, issimi in ogni nostra esternazione sull&#8217;esistere. Intanto Steinbeck la cui poetica è tutto tranne che tenera, o dolce, affida ai suoi personaggi, innanzitutto Doc, biologo reduce della seconda guerra mondiale e poi Suzy, una prostituta nella piccola cittadini di cui Doc è originario un messaggio semplice. Grazie alla comunità degli amici in cui la storia si svolge, i due si incamminano nella realizzazione delle più segrete ambizioni, &#8220;l&#8217; amore &#8221; su tutte, e che pur perdendone a tratti la speranza riescono a realizzare. Come spesso accade nella vita di ognuno &#8211; qui è il lettore che parla- quando i fatti della vita, della comunità a cui si appartiene e soprattutto la storia, la Storia in cui si è, sembra suggerire che &#8220;nulla sarà come prima&#8221; ci si scopre d&#8217;un tratto ancora una volta capaci di fare di quel mutamento una ragione in più di vitalità, una forte, seppure disperata vitalità.</p>
<p><strong>Sulla magnifica resa degli scrittori</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book.php_.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-31785" title="image_book.php" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book.php_.jpeg" alt="" width="96" height="150" /></a><br />
<em>Bartleby e compagnia</em><br />
Di <strong>Enrique Vila-Matas</strong>, D. Manera (Traduttore)<br />
Non amo particolarmente la parola scrittore. Preferisco che si parli delle opere scritte proprio in un tempo in cui lo scrittore senza opera sarebbe la più grande ambizione di ogni critico o casa editrice. Leggere e pubblicare libri non scritti, che si leggono assai facilmente, senza consumare carta, distruggere alberi, pensateci solo per un attimo! Eppure, molti sanno che ad ogni libro si accompagna un altro, silenzioso, alter ego mai nato, e solo accorti lettori riescono dalla voce del solo sopravvissuto a indovinarne il respiro. Vila-Matas ricostruisce passo dopo passo la cartografia dei libri mai esistiti, di quelli che attraverso la rivolta dei personaggi, degli &#8220;scrittori&#8221;, Bartleby, Lord Chandos, Kafka, Benjamin, affidano alla negazione di sé la più autentica testimonianza di essere, nonostante tutto, vivi.</p>
<p><strong>Un libro come quello degli ospiti</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-5.php_.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-31794" title="image_book-5.php" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-5.php_.jpeg" alt="" width="102" height="147" /></a><br />
<em>Atti relativi alla morte di Raymond Roussel</em><br />
Di <strong>Leonardo Sciascia</strong><br />
Per la prima volta senti la distanza del come se. Si ha come la sensazione di un ribaltamento delle vite. Raymond Roussel abita la città di Sciascia, la sua civiltà composta e ricomposta nelle stanze di un grande albergo, così come lui avrebbe potuto percorrere i corridoi del suo equivalente a Parigi. Del resto gli arrondissement citati, per dovere di cronaca, sia ben chiaro, sono più o meno gli stessi in cui lo scrittore siciliano risiedeva in ognuno dei lunghi soggiorni nella capitale. E così sembra riecheggiare tra le pagine del celebre dandy, la stessa dimensione libertina cui tutta l&#8217;opera di Sciascia aveva guardato, lo stesso fascino suggerito dalla grazia di una donna mai descritta e il cui nome diventa negli atti stilati dai burocrati, ogni volta diverso. Qui la signora Fredez diventa Dufrène poi Freder e infine nuovamente Fredez, mentre nelle pagine di Sciascia avevamo appena sfiorato la vedova Roscio, intravisto la Nicolosi&#8230;</p>
<p><strong>Un libro dell&#8217;interno ritorno</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-6.php_.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-31796" title="image_book-6.php" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/image_book-6.php_.jpeg" alt="" width="94" height="150" /></a><br />
<em>Il tempo invecchia in fretta</em><br />
Nove storie<br />
Di <strong>Antonio Tabucchi</strong><br />
Di uno scrittore si possono amare soltanto i libri. Ogni libro è una storia d&#8217;amore a sé che non vi dice nulla degli amori a venire, o di quelli passati. per quanto un profumo, una voce sembrino attraversarli tutti. Lo stile di Tabucchi è nella frase. Nella composizione delle voci che i suoi personaggi, assai discreti sussurrano, vincendo ogni rumore di fondo.<br />
In quasi tutte le storie &#8211; storie ancor più che racconti- una canzone, talvolta fischiettata, altre immaginata accompagna i personaggi. Due filosofi francesi, Deleuze e Guattari avevano scritto che nel refrain, nel ritornello, avveniva, per i bambini, un complesso processo di appropriazione dello spazio &#8211; eppure la musica è innanzitutto una questione di &#8220;Tempo&#8221;. Il bambino che ha paura si ripete il la la la, di una frase dimenticata, un verso, una parola che sembrava davvero importante. Lèo Ferrè cantava <em>Avec le temps&#8230; Avec le temps, va, tout s&#8217;en va </em><br />
Tabucchi invece ci dimostra attraverso le sue storie che non è affatto vero che il tempo se ne vada, e di come ogni sua briciola, istante, corso, a patto che sia condiviso, ritorni, insperato, ogni volta. La storia che a mio parere racconta meglio come sia possibile adescare il tempo, si intitola <em>Fra Generali</em>. Si racconta di come due &#8220;uomini contro&#8221; ai primi colpi di tosse del comunismo, all&#8217;epoca dei fatti d&#8217;Ungheria, ufficiale contro ufficiale, cedessero ciascuno à son temps, di fronte alla marcia inarrestabile della Storia. E di come a distanza di mezzo secolo l&#8217;uno dei due trovasse il coraggio di ritrovare il tempo perduto. Perché non è vero che esiste la felicità, ma solo il tempo dell&#8217;essere stati felici. Il tempo che parla le parole delle &#8220;pauvres gens&#8221;</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/13/ora-pro-anobii-varie-ed-eventuali/">Ora pro Anobii- varie ed eventuali</a></p>
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		<title>Danilo De Marco: L&#8217;INSONNIA DELLA TERRA</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 09:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>testo di <strong>Erri De Luca</strong><strong><br />
</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/18-HaitiBimbo-con-le-patate-copia.jpg"></a> Haiti: <em>Bimbo con le patate</em></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/brasile-luomo-che-esce-copier-copia2.jpg"></a> Brasile: <em>L&#8217;uomo che esce dal forno</em></p>
<p></p>
<p>L&#8217;umanità ha inventato il grano, il riso, l&#8217;orzo. La staffetta innumerevole delle generazioni contadine ha migliorato i semi, li ha resi più fecondi. Nessun potente ha potuto fare a meno dei coltivatori.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/11/linsonnia-della-terra/">Danilo De Marco: L&#8217;INSONNIA DELLA TERRA</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>testo di <strong>Erri De Luca</strong><strong><br />
</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/18-HaitiBimbo-con-le-patate-copia.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-30530" title="18 HaitiBimbo con le patate copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/18-HaitiBimbo-con-le-patate-copia-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a> Haiti: <em>Bimbo con le patate</em></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/brasile-luomo-che-esce-copier-copia2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-31177" title="brasile l'uomo che esce copier copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/brasile-luomo-che-esce-copier-copia2-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a> Brasile: <em>L&#8217;uomo che esce dal forno</em></p>
<p><span id="more-30305"></span></p>
<p>L&#8217;umanità ha inventato il grano, il riso, l&#8217;orzo. La staffetta innumerevole delle generazioni contadine ha migliorato i semi, li ha resi più fecondi. Nessun potente ha potuto fare a meno dei coltivatori. Li ha oppressi, predati, ma sempre ne ha avuto bisogno.<br />
Oggi qualche imbizzarrita ditta ha messo sotto suo brevetto il grano, il riso, l&#8217;orzo. Dicono legalmente di averlo inventato loro. Oggi i potenti fanno in modo che i contadini abbiano bisogno di loro. In questa inversione sta il preciso segno del progresso. Progrediamo verso l&#8217;asservimento della terra e dei coltivatori. Perciò siamo oggi tutti senza terra, anche chi ha un campetto ben iscritto a suo nome in un catasto.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/Sri-Lanka-donne-tamil-del-té-3-copia1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-31179" title="Sri Lanka donne tamil del té 3 copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/Sri-Lanka-donne-tamil-del-té-3-copia1-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" /></a></p>
<p>Sri Lanka: <em>Le donne del té</em></p>
<p>Prima la terra ha perso il suo sabato di riposo poi i suoi lavoratori hanno perduto il sonno. Danilo De Marco fotografa l&#8217;insonnia della terra, trasmessa dal suolo alle facce di chi ci sta chino sopra. Le loro fattezze sono quelle della terra senza sabati.<br />
Avete voglia di andare dietro a gazzette e notiziari: là passa solo il rumore della storia, il mangiavite che sbatte il mondo come un tappeto. Lontano dagli usci ferrati, dal mazzo delle chiavi che aprono solo a noi, la storia scrive piano addosso ai poveri, con tecnica di acquaforte, a punta d’incisione e bagno di mordente. Scrive le loro facce. Quelle dei ricchi le lascia in bianco, a una salute tiepida, imbottita, le trasforma in visi, che sono facce addomesticate, cartoline da illustrazione, buone per arredarci i rotocalchi.<br />
Sulle facce dei poveri scrive le avventure: il gelo, il vento, gli insetti, l’acqua piovana che straripa e inzuppa, la siccità che sfrega polvere sugli zigomi, mentre agli occhi affiora la malinconia dello stomaco, e ancora; il sole quando pesa come un sacco sulla schiena di chi ci sta sotto. E solo un bracciante può dire: niente di lieve sotto il sole.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/R-Messico-copia2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-31180" title="R Messico copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/R-Messico-copia2-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" /></a><em> </em></p>
<p>Messico: <em>La difesa della terra</em></p>
<p>La storia ama la pergamena cotica dei poveri e la spiana a pagina. Un tempo anche da noi c’erano facce così. Ecco la curva del polso di chi sa impugnare roncola, zappa, badile, ascia, piccone, il manico delle leve che bussa alla porta per chiedere. Donne, uomini dal chiuso dei recenti premono per spostare il confine del campo. Qui stanno gli ospiti della polvere del suolo, quelli che hanno diritti di scarto, documenti rilasciati da soldati di malavoglia, in lingue diverse dalle loro.<br />
Chi si è inteso con il suo simile e si è associato a lui per conforto, coraggio, convinzione, chi ha pensato che due non è il doppio ma il contrario di uno, la smentita di essere soli, l’esperienza di formare catena, questa persona ha una faccia politica. Povera la pretesa della fotografia che crede di fissare, che presume da sé il diritto dell’inquadratura.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/R-Zanzibar-copia.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-31181" title="R Zanzibar copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/R-Zanzibar-copia-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" /></a> Zanzibar: <em>Le donne delle alghe</em></p>
<p>Il sorriso è la smorfia che più somiglia allo sbadiglio. Nelle fotografie di Danilo che fruga tra le croste spellate del pianeta, spuntano sorrisi rari, nessuno sbadiglio. Chi è senza terra è insonne. La terra maledice.<br />
Insieme ai brevettatori abusivi di semenze vitali, spuntano i nuovi proprietari delle acque. Sarebbero capaci di esibire un diritto di sfruttamento delle nuvole, della neve.<br />
Senza terra è un primo passaggio, una tappa dell&#8217;esproprio. Già si sta  in vaste zone dell&#8217;Asia senza cielo, scomparso oltre una condensa di gas e di fumo. Crescono bambini che ignorano le stelle. Presto l&#8217;aria verrà erogata come la corrente. Chi perde la terra sotto i piedi ha perso.<br />
Ci si dedica all&#8217;alpinismo per poter abbracciare di nascosto la superficie perduta, con la scusa di praticare uno sport.<br />
Col suo bianconero illuminato a giorno Danilo anticipa un pianeta svuotato di colori. Mentre scivoleranno i giorni dell&#8217;anno 08 di un secolo con data avvicinata di scadenza, il vento gioca a fare mulinelli e cicloni sopra un suolo espropriato. La sua trottola fa rima con la frase di chi disse: &#8220;Mia è la terra, stranieri e residenti di passaggio voi siete presso di me&#8221; (Levitico/Vaikrà 25,23).</p>
<address>[Le foto di De Marco e il testo di De Luca sono tratte dal calendario <em>Senza terra</em>, 2008]<br />
</address>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/11/linsonnia-della-terra/">Danilo De Marco: L&#8217;INSONNIA DELLA TERRA</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Danilo De Marco: LA COMUNE DI OAXACA</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 09:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Testi di <strong>Carlos Montemayor </strong>e <strong>Erri De Luca</strong><strong> </strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/NINFA-nonna-copia.jpg"></a> Ninfa (nonna)</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/FELIPE-rettore-universitario-ex-prigioniero-politico-copia.jpg"></a> Felipe (rettore dell&#8217;università)</p>
<p></p>
<p><em>L’insurrezione popolare che, nell’anno 2006, visse per vari mesi lo stato di Oaxaca fu particolarmente sorprendente per la massiccia mobilitazione spontanea, per la repressione a livello statale e federale e per l’interesse che meritò da parte di organizzazioni internazionali di difesa dei diritti umani.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/03/la-comune-di-oaxaca/">Danilo De Marco: LA COMUNE DI OAXACA</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Testi di <strong>Carlos Montemayor </strong>e <strong>Erri De Luca</strong><strong> </strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/NINFA-nonna-copia.jpg"><img title="NINFA nonna copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/NINFA-nonna-copia-205x300.jpg" alt="" width="205" height="300" /></a> Ninfa (nonna)</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/FELIPE-rettore-universitario-ex-prigioniero-politico-copia.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-31349" title="FELIPE rettore universitario ex prigioniero politico copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/FELIPE-rettore-universitario-ex-prigioniero-politico-copia-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /></a> Felipe (rettore dell&#8217;università)</p>
<p><span id="more-30504"></span></p>
<p><em>L’insurrezione popolare che, nell’anno 2006, visse per vari mesi lo stato di Oaxaca fu particolarmente sorprendente per la massiccia mobilitazione spontanea, per la repressione a livello statale e federale e per l’interesse che meritò da parte di organizzazioni internazionali di difesa dei diritti umani. Pochi movimenti di dissenso sociale sono stati così fulminanti come quello della nascita delle barricate popolari per le strade di Oaxaca. Il vigore del movimento si espresse in molteplici forme: politica, ludica, guerrigliera, organizzativa, senza distinzione generazionale. Ribellione paradossale di radici e libertà; cascata brillante di canto, pietre, incendi, marce, ballate e suoni. In quella lotta, nella sua forza e creatività collettiva, noi messicani abbiamo potuto essere più liberi, più reali, più fortunati. Pochi processi sociali hanno la capacità di essere un’anteprima delle controversie che si presenteranno nel futuro. In questi ritratti, Danilo De Marco riunisce alcuni volti della lotta di Oaxaca e della sua speranza.</em></p>
<p><em>Carlos Montemayor</em></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/MIREYA-maestra-copia.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-31355" title="MIREYA-maestra-copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/MIREYA-maestra-copia-217x300.jpg" alt="" width="217" height="300" /></a> Mireya (maestra elementare)</p>
<p>(NB: tutto è cominciato con uno sciopero degli insegnanti)</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/Isabel-bambina-delle-barricate-copia.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-31352" title="Isabel bambina delle barricate copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/Isabel-bambina-delle-barricate-copia-221x300.jpg" alt="" width="221" height="300" /></a> Isabel (bambina delle barricate)</p>
<p><em>La differenza tra queste e le foto segnaletiche scattate ai detenuti sta negli occhi.</em><br />
<em>In queste guardano dritto in faccia, in quelle altre il prigioniero ha gli occhi prigionieri, nella messa a fuoco a vuoto delle bestie rinchiuse allo zoo. Gli occhi dei prigionieri guardano l&#8217;aldilà delle sbarre, staccati dal presente in cui sono finiti. Qui gli occhi stanno nella più dritta e schietta messa a fuoco. Sono occhi usciti allo scoperto, di chi si è esposto a viso aperto alle intemperie di natura e a quelle dell&#8217; oppressione. Questi occhi hanno smesso di abbassarsi per umiliazione o a sollevarsi al cielo per aiuto. Sono gli occhi di chi l&#8217;aiuto ha deciso di darselo da solo. Eccoli dritti in faccia a chi li guarda,pupille scure senza ombra, nessun riparo tra loro e chi sta dirimpetto.</em><br />
<em>Vengo pure io da barricate, sbarramenti, linee che non cedono di un passo, si fanno sbaragliare ma non si spostano. Vedo in queste facce il prossimo mio senza me stesso. Amo la sua lotta che alza di un centimetro la schiena piegata dei miseri del mondo. Amo l&#8217;anziano che si batte con la stessa precisione con cui pianta un olivo: non per vederne i frutti ma per lasciare agli altri un&#8217;ombra e un esempio.</em></p>
<p><em>Erri De Luca</em></p>
<p><em>La lotta di un popolo per la dignità e per la libertà, in qualsiasi parte del mondo avvenga, in realtà arrichisce la vita di tutti gli uomini. Perché la dignità del passato non è quella del presente. La dignità umana e la libertà che conquistarono i nostri nonni o i padri dei nostri nonni, non assicurano la nostra libertà e la nostra dignità. Ogni generazione deve lottare per la sua propria libertà.</em></p>
<p><em>Carlos Montemayor</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/03/la-comune-di-oaxaca/">Danilo De Marco: LA COMUNE DI OAXACA</a></p>
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		<title>Danilo De Marco: R/ESISTENZE</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 08:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<category><![CDATA[partigiani]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>testo di <strong>Erri De Luca</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Cid-VISO-002-copia4.jpg"></a> il partigiano &#8220;Cid&#8221;</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-030-copia.jpg"></a> la partigiana &#8220;Dorica&#8221;</p>
<p></p>
<p>I fascismi crollarono per la loro avventura in guerra. I fascismi che si astennero durarono a lungo in Spagna, in Portogallo. Ci voleva la guerra, voluta dai regimi di Germania, Italia, Giappone, per sconfiggerli.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/25/30500/">Danilo De Marco: R/ESISTENZE</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>testo di <strong>Erri De Luca</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Cid-VISO-002-copia4.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-30525" title="Cid VISO 002 copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Cid-VISO-002-copia4-237x300.jpg" alt="" width="237" height="300" /></a> il partigiano &#8220;Cid&#8221;</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-030-copia.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-30748" title="VISO-030-copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-030-copia-229x300.jpg" alt="" width="229" height="300" /></a> la partigiana &#8220;Dorica&#8221;</p>
<p><span id="more-30500"></span></p>
<p>I fascismi crollarono per la loro avventura in guerra. I fascismi che si astennero durarono a lungo in Spagna, in Portogallo. Ci voleva la guerra, voluta dai regimi di Germania, Italia, Giappone, per sconfiggerli. Allora fu giusto, per riscattare il nome del loro paese, che una minoranza di italiani prendesse le armi contro gli occupanti tedeschi e gli altri italiani al loro servizio. Fu giusta la guerra civile, l’attacco di una minoranza  in inferiorità numerica contro un esercito ben addestrato che reagiva con rappresaglie e stragi di inermi. Il Millenovecento è stato un secolo specializzato in sterminio di indifesi, più che di soldati.<br />
Allora è stata giusta la guerra secondaria combattuta nell’aspro dei monti, nella clandestinità urbana. Quella lotta armata non poteva decidere la sorte di quell’urto mondiale tra eserciti, ma poteva contribuire alla sconfitta dei fascismi e al buon nome di un popolo nuovo.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-029-copia1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-30747" title="VISO-029-copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-029-copia1-229x300.jpg" alt="" width="229" height="300" /></a> il partigiano &#8220;Cino da Monte&#8221;</p>
<p>Solo in Jugoslavia la guerra partigiana riusci da sola a vincere contro nazisti e fascisti, senza intervento di russi e di americani. Da noi la lotta armata partigiana fu guerra secondaria, perciò più amara, più dura da combattere davanti all’evidenza che i fascismi alla fine del ’43 erano in rotta e il loro crollo solo questione di tempo. Quei nostri partigiani, quella spicciola minoranza di popolo agì lo stesso per guadagnarsi il dopoguerra della dignità. Quella minoranza si procurò il rispetto, poi l’affetto di una maggioranza che stava a guardare alla finestra, aspettando la fine della guerra. Solo anni più tardi quella maggioranza si mise a celebrare la lotta partigiana. L’Italia di quel primo dopoguerra credeva ancora nella monarchia, nella più sbracata famiglia di regnanti in fuga di tutta la storia moderna d’Europa. E ci volle un referendum a conteggio assistito, incoraggiato, per dichiarare l’Italia una Repubblica.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Walchiria-T-copia.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-30750" title="Walchiria T copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Walchiria-T-copia-222x300.jpg" alt="" width="222" height="300" /></a> la partigiana &#8220;Walchiria&#8221;</p>
<p>L’Italia del dopoguerra mise in soffitta le donne e gli uomini che l’avevano liberata a mano armata. E oggi queste sono le ultime facce, l’ultima stesura di una gioventù coraggiosa che fece la cosa giusta al prezzo più alto.<br />
Lasciano un buon nome, di quelli da nominare a una tavola alzandosi in piedi e toccando bicchieri alla loro salute.</p>
<h5>(tratto da: <em>CID il Partigiano</em>, ed. Circolo culturale Menocchio, 2009)</h5>
<address style="text-align: center;"> </address>
<address style="text-align: center;">***<br />
</address>
<address> </address>
<address>Ed ecco nei due testi che seguono come il fotografo Danilo De Marco descrive &#8211; in questa nostra epoca di revisionismi &#8211; il suo progetto (non ancora concluso) R/ESISTENZE:</address>
<p><em>&#8220;Ho raccolto in questi anni i volti dei partigiani italiani, &#8220;francesi&#8221; (armeni, ebrei, polacchi, tedeschi), greci, austriaci&#8230;: i loro volti oggi, segnati dal tempo; volti a mio avviso che ci riguardano e ci concernono. L’inquadratura ripetitiva e chiusa, come si usa con le foto segnaletiche dei delinquenti, dei banditi, tutta concentrata sul volto: meglio ancora sugli occhi. </em><br />
<em>Gli occhi, unico punto di messa a fuoco, unico centro rimasto, forse, di un tempo salvato. </em><br />
<em>Ma la memoria sembra scivolare, scappare da quegli occhi sui piani del volto che via via si sfuocano, e lo spazio, quello spazio della vita per cui avevano combattuto, cancellato. </em><br />
<em>Con la perdita della memoria rischiamo di perdere la continuità di significato e giudizio.&#8221; </em><br />
<em> </em></p>
<p><em> </em><em>&#8220;Qui, dove?<br />
Resistere a chi e a che cosa?</em><br />
<em></em><em>E chi dà nome a ciò che le persone scelgono di essere, quando rifiutano il conformismo e lo stato di fatto (partigiani o banditi, resistenti o terroristi, patrioti o criminali)? Chi definisce, dove sta il confine, chi lo fissa e difende, come muta?<br />
Dal 2004 attraverso le strade d’Europa cerco queste persone: cerco i volti<br />
di quelli che hanno accettato di rimettersi in “gioco” in questa doppia sfida della memoria e del tempo.<br />
Ecco qui allora i loro volti oggi, segnati dal tempo; volti che ci riguardano e ci concernono.&#8221;</em></p>
<p><em></em><em> </em><em>Danilo De Marco</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/25/30500/">Danilo De Marco: R/ESISTENZE</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Erri De Luca</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 06:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[[Nell'ambito del dibattito sulla responsabilità dell'autore, dopo gli interventi di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena Janeczek</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea Inglese</a>, rispondendo a una nostra richiesta De Luca ci ha gentilmente mandato il pezzo che segue]
<p><strong>IL CALZOLAIO</strong></p>
<p>di <strong>Erri De Luca</strong></p>
<p>Un calzolaio è tenuto a fare bene le scarpe, questo è il suo compito istituzionale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/17/il-calzolaio/">La responsabilità dell&#8217;autore: Erri De Luca</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<address> </address>
<address>[Nell'ambito del dibattito sulla responsabilità dell'autore, dopo gli interventi di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena Janeczek</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea Inglese</a>, rispondendo a una nostra richiesta De Luca ci ha gentilmente mandato il pezzo che segue]</address>
<p><strong>IL CALZOLAIO</strong></p>
<p>di <strong>Erri De Luca</strong></p>
<p>Un calzolaio è tenuto a fare bene le scarpe, questo è il suo compito istituzionale. Se poi vuole darsi un supplemento di responsabilità civile, allora deve stargli a cuore la buona causa di dare libertà di scarpa e di cammino a tutti, di più a chi ne è privo.<br />
Lo stesso uno scrittore: è tenuto a scrivere bene le sue storie e se ha fatto questo in buona coscienza, ha meritato il rango e lo stipendio. Ma se ci tiene a darsi un impegno in più, allora gli spetta di promuovere la libertà di parola per chiunque, compresi i suoi avversari. Libertà di parola detta, scritta, letta, cantata: per tutti non solo per qualche collega ristretto da un regime.<br />
In anni passati ho letto di qualche scrittore nostrano che esigeva il silenzio, l&#8217;ammutolimento civile per qualcuno a lui sgradito. Questo è rinnegamento puro dell&#8217;unico impegno e impiego utile di uno scrittore: garante del diritto di espressione di chiunque.</p>
<p>Al di fuori di questo ambito a me è capitato nella vita di servire qualche buona causa. Ho fatto parte dell&#8217;ultima generazione rivoluzionaria di Europa, ho fatto l&#8217;autista di convogli di aiuti nella guerra di Bosnia, sono stato a Belgrado nella primavera del &#8217;99  a stare dalla parte del bersaglio degli attacchi aerei della Nato. Queste e altre simili sono state mie mosse di cittadinanza. La scrittura non c&#8217;entra e se c&#8217;entra, segue come in una cordata su un ghiacciaio. A battere pista davanti ci pensa la vita.<br />
Diffido di scrittori in politica. <span id="more-30400"></span>La lusinga di una tribuna ha rimbambito e deluso più di uno. Uno per tutti, perché lo preferivo, Leonardo Sciascia, finito a occupare da pedone un  banco parlamentare. Se quello è impegno di scrittore, meglio niente. Infatti smise in fretta.</p>
<p>Perciò non vi so dire, donne e uomini affacciati sopra questo schermetto illuminato, in che consiste l&#8217;impegno civile di uno scrittore, uno che ha un piccolo diritto di ascolto. Un amico, poeta in Sarajevo negli anni 90 smaltì in città l&#8217;assedio, il più lungo del 1900. Rifiutò inviti all&#8217;estero presso illustri colleghi, istituzioni. Izet Sarajlic (nato nel 1930, morto nel 2002): coi suoi versi di amore tre generazioni bosniache avevano celebrato fidanzamenti e nozze. Chi è responsabile della festa, lo è pure del dolore. Così restò in città, nelle file per il pane, l&#8217;acqua, sotto la dissenteria di colpi dei cecchini e dell&#8217;artiglieria. Quello è stato il suo impegno: stare, condividere la malora del suo popolo. Non pubblicare appelli dall&#8217;estero, aggiungere una firma  in calce a un manifesto: stare, verbo che a volte copre tutto il da farsi urgente. Stare coi suoi dentro Sarajevo, in quegli anni, come scrive lui: &#8220;Il più grande carcere d&#8217;Europa&#8221;.<br />
E&#8217; solo un esempio di responsabilità civile, io sono uno che scrive storie, cioè che racconta esempi, non so trarre, astrarre alcuna regola di comportamento. Non sono una persona impegnata, sono uno che qualche volta ha preso degli impegni. Non mi piace firmare appelli, petizioni e simili sciacquature di coscienza. Se posso, preferisco stare al pianoterra dove succede attrito tra idee e ordine pubblico. In quei posti, dalla Val di Susa a Termini Imerese, si lavora al pezzo di libertà da custodire, in minoranza contro l&#8217;usura della dote assegnata dalla costituzione. La libertà comporta isolamento e rischio feriale, su piste remote e di periferia, non è una passeggiata al centro un fine settimana.</p>
<p>Aggiungo un esempio opposto a quello di Sarajlic: l&#8217;effetto letterario di un impegno civile. Quando la mia generazione politica cominciò a entrare in massa nelle prigioni contagiò la popolazione rinchiusa. Scoppiarono rivolte, che produssero poi la riforma carceraria. A volte i traguardi riformisti hanno bisogno di spinte rivoluzionarie. Effetto secondario dell&#8217;entrata dei militanti politici in prigione fu l&#8217;arrivo dei libri: prima non c&#8217;erano. Entrarono coi rivoluzionari e cambiarono il tempo e il luogo delle reclusioni. Fu rotta la privazione supplementare del diritto di leggere: in certi posti è diritto di accesso alla parola. Tra questi due esempi fa la spola il mio pensiero quando rispondo di letteratura e impegno. Non c&#8217;è linea prescritta, se c&#8217;è non la conosco. Credo nel tentativo giorno dietro giorno di scippare ai poteri costituiti dei pezzi di verità. Oggi compito per me urgente è di sapere quanti stranieri sono stati uccisi a Rosarno nella caccia all&#8217;uomo. Nessuno: dice l&#8217;autorità. Il  giornalismo attuale, senza spirito di inchiesta non sa e non può smentire la menzogna. Torno al calzolaio: qui si tratta di fare un paio di scarpe buone alla verità scalza che non sa fare un passo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/17/il-calzolaio/">La responsabilità dell&#8217;autore: Erri De Luca</a></p>
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		<title>libertAria</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jul 2009 06:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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<p align="center"><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/cdcover.jpg"> c</a></strong></p>
<p>[Dopo una lunga fatica... il primo CD di <strong>Marco Rovelli libertAria</strong> è pronto.  La copertina che vedete è stata realizzata da <a href="http://www.articodesign.it">Caterina Livi Bacci</a>, elaborando le tavole di <a href="http://www.ottogabos.com">Otto Gabos</a>, che si trovano tutte, a colori, nel libretto interno, insieme ai testi - delle canzoni, e d'accompagnamento.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/21/libertaria/">libertAria</a></p>
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<p align="center"><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/cdcover.jpg"> c<img class="alignnone size-medium wp-image-18793" title="cdcover" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/cdcover-300x257.jpg" alt="cdcover" width="300" height="257" /></a></strong></p>
<p>[Dopo una lunga fatica... il primo CD di <strong>Marco Rovelli libertAria</strong> è pronto.  La copertina che vedete è stata realizzata da <a href="http://www.articodesign.it">Caterina Livi Bacci</a>, elaborando le tavole di <a href="http://www.ottogabos.com">Otto Gabos</a>, che si trovano tutte, a colori, nel libretto interno, insieme ai testi - delle canzoni, e d'accompagnamento. Tra le canzoni del cd, <em>Il campo</em> canta di storie migranti legate a <em>Lager italiani</em> e al mio libro venturo, <em>Servi</em>.<em> Il dio dei denari</em> nasce invece dai miei incontri con le donne i cui uomini sono morti sul lavoro, e chudeva <em>Lavorare uccide</em>. E così <em>Girotondo</em>, una canzone che nasce dai tentati pogrom ai campi rom. Altre canzoni sono legate ad altri libri: <em>Indiana</em>, testo scritto con Wu Ming 2 in margine a <em>Manituana</em>; <em>La mia parte</em>, canto a margine de <em>Il coraggio del pettirosso</em>, "lavorata" con Maurizio Maggiani; <em>L’odore del mondo</em>, canto a margine di <em>Gomorra</em>. E poi <em>L’intimità</em>, canzone che è il risultato di una riscrittura di un testo scritto appositamente da Erri De Luca, e <em>La comunarda</em> e <em>Al vino</em>, testi scritti con Francesco Forlani. Di seguito mp3 e testo di <em>La mia parte</em>. Altri brani sono sul <a href="www.myspace.com/marcorovellisbandati">myspace</a>. Se volete il cd, scrivetemi: rovelli.sbandati[at]gmail.com (12 euri + 2 per la spedizione).]</p>
<p>[podcast]http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/03-traccia-3.mp3[/podcast]<span id="more-18792"></span></p>
<p>Nel giardino dei mirti un etiope parlava<br />
Azena parola di tagliola<br />
diceva a un ingegnere mezzo apuo e mezzo niente<br />
che a un poeta basta una parola sola<br />
per scintillare mondi e sciogliere frontiere<br />
saltare oltre ogni retta via<br />
parlò finalmente il giovane ingegnere<br />
io voglio la mia parte di Dio<br />
la mia parte di anarchia</p>
<p>L&#8217;anarchia non smette mai di domandare<br />
diceva la donna dei deserti<br />
e il giovane sostava e aveva voglia di baciare<br />
quella bocca sopra i suoi seni offerti<br />
dopo il caffè speziato mentre colava miele<br />
schiudeva amore splendeva Fatiha<br />
e un&#8217;altra volta ancora parlò il giovane ingegnere<br />
io voglio la mia parte di Dio<br />
la mia parte di anarchia</p>
<p>Stare dentro un cerchio che non ha circonferenza<br />
un cerchio con il centro in ogni dove<br />
rispondere in silenzio sguardo all&#8217;orizzonte<br />
altrove</p>
<p>Bello è il deserto, puro e pulito<br />
e nulla ci può marcire<br />
c&#8217;è solo pietra e silenzio infinito<br />
e nessuna voglia di morire<br />
Risplende forte e lieve il pensiero<br />
che pare illumini la via<br />
e come cantasse al mondo intero<br />
io voglio la mia parte di Dio<br />
la mia parte di anarchia<br />
Brucia di vita in quelle notti<br />
deserte al centro del cielo<br />
brucia di vita il giovane aspetta<br />
e si trova disarmato e solo<br />
Strappati il cuore, il poeta declama<br />
voce saggia di follia<br />
strappalo e mangia, ché Fatiha ti ama<br />
lei è la tua parte di Dio<br />
la tua parte di anarchia</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/21/libertaria/">libertAria</a></p>
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		<title>Expertise</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 11:07:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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<p>di <a href="http://lavienbeige.wordpress.com/" target="_blank"><strong>Sergio Garufi</strong></a></p>
<p>Un’idea che m’è venuta poco fa, parlando con Pino. Pino è un mio caro amico da quasi 30 anni. Da ragazzini suonavamo assieme in un complessino <em>new wave</em> sfigatissimo, i <em>Dopo</em>. Lui la chitarra e io la batteria.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/09/expertise/">Expertise</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/medjugorje.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-15361" title="medjugorje" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/medjugorje.jpg" alt="medjugorje" width="150" height="190" /></a></p>
<p>di <a href="http://lavienbeige.wordpress.com/" target="_blank"><strong>Sergio Garufi</strong></a></p>
<p>Un’idea che m’è venuta poco fa, parlando con Pino. Pino è un mio caro amico da quasi 30 anni. Da ragazzini suonavamo assieme in un complessino <em>new wave</em> sfigatissimo, i <em>Dopo</em>. Lui la chitarra e io la batteria. Entrambi con scarso talento e altrettanto scarsa determinazione. Sciolto il gruppo abbiamo continuato a frequentarci, nonostante le vistose differenze. Io che sembro uno scandinavo e lui che è uno scurissimo calabrese, a lui che non frega niente dei libri e io che vivo di quelli. Negli anni ha scoperto la sua vocazione mistica: è diventato prima buddista e ora fervente cattolico, anche se fervente è dire poco. Per capirci: l’ultimo capodanno l’ha passato sulla montagna delle apparizioni di Medjugorie con una temperatura di -10, e ogni venerdì sera subito dopo lavoro va ad Erba agli incontri di Radio Maria.<span id="more-15360"></span> Le rare volte che discutiamo di controverse questioni etiche, tipo il referendum sulla fecondazione assistita o il recente caso <strong>Englaro</strong>, finisce che litighiamo di brutto, per cui cerco in ogni modo di evitarle. Perché lo frequento, allora? Perché ho l’impressione che sia uno che capisce meglio di altri il dolore. Ho amici carissimi che vedo spesso ai quali tuttavia non confiderei mai certe mie preoccupazioni, con lui invece sento di poterlo fare e da lui ricevo parole di profonda comprensione umana, non sermoncini seriali e preconfezionati, forse perché nella vita ha dovuto affrontare molti brutti momenti. Ad ogni modo stasera l’ho incontrato, siamo andati al bar e poi a casa sua. Lì, purtroppo, ha riattaccato con Medjugorie, e mi si è accesa una lampadina. La lampadina riguarda una notizia che mi incuriosì e che ripresi in un articolo che scrissi per un giornale e in una conferenza che feci al <em>Circolo dei lettori</em> di Torino qualche anno fa. Si tratta di un bizzarro expertise che fece <strong>Federico Zeri</strong> nel 1987 analizzando l’immagine fotografica della Madonna di Medjugorie riprodotta in un santino assai diffuso. Si trattava di un’immagine “miracolosa” ottenuta da un pellegrino che udì pronunciare il suo nome sulla montagna delle apparizioni e non vedendo nessuno fotografò in quella direzione. Lo storico dell’arte ricollegava lo schema iconografico compositivo a una singolare combinazione fra un dipinto sacro di <strong>Ambrogio Lorenzetti</strong> e il volto di una diva hollywoodiana degli anni 50, <strong>Linda Darnell</strong> (che non a caso recitò la parte della Madonna nel film <em>Bernadette</em> dedicato alla piccola veggente di Lourdes). Era un viso “caratterizzato da una dolcezza un po’ <span style="color: #000000;"><em>gemütlich</em>,</span> attraente ma non sensuale, di uno splendore casalingo, castigato”. A Zeri non interessava tanto appurare se fosse vera o falsa, gli premeva piuttosto dimostrare che anche le visioni religiose si rifanno sempre ad un repertorio mnemonico-visivo noto a chi le percepisce. Che è un po’ ciò che denuncia quell’aneddoto di <strong>Bernard Berenson</strong>, quando gli riferirono che la Madonna era apparsa a <strong>Pio XII</strong> e lui chiese: “<em>in che stile</em>?” Pensavo insomma a questo mentre stasera Pino mi rivelava che le apparizioni di Medjugorie continuano tutt’oggi. Anzi, rispettano una cadenza molto puntuale. Dei 6 veggenti iniziali, Pino affermava che oggi 2 di questi vedono la Madonna una volta al mese ciascuno: Miriana il 2 e Mariam il 25. La prima riceve un messaggio della Madonna rivolto in particolar modo ai non credenti (<em>quorum ego</em>, quindi), mentre la seconda ascolta il messaggio indirizzato ai cattolici. Poco dopo, tradotti, questi testi vengono trasmessi al pubblico da Radio Maria. Forse, nell’ennesimo disperato tentativo di convertirmi, Pino ha controllato gli appunti sul suo cellulare e si è messo a leggermi il messaggio del 2 marzo rivolto ai non credenti, un discorsetto che mi sono trascritto interamente con lui basito per il mio inaspettato interesse. Me lo sono trascritto perché penso sarebbe utile farne un’esegesi delle fonti e un’analisi dello stile e della lingua sulla scorta dell’expertise artistico di Zeri. Anche in questo caso, non tanto per confutarne l’autenticità, quanto piuttosto per dimostrare che ciascuno di noi, compresa la Madonna, possiede un particolare repertorio mnemonico-verbale e lessicografico non meno vincolante di quello figurativo, e da qui cercare di individuare tutte le influenze, i debiti, le ricorrenze, gli stilemi, le citazioni e gli eventuali plagi. Ecco, dovrei controllare, però così su due piedi giurerei che un’espressione dell’ultimo testo della Madonna sia stata copiata paro paro da un libro di <strong>Erri de Luca</strong>. Ma per fare un’analisi seria e approfondita ci vorrebbe un critico vero, mica me. Io intanto butto lì l’idea.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/09/expertise/">Expertise</a></p>
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		<title>Dell&#8217;ora, del qui &#8211; su &#8220;Il giorno prima della felicità&#8221; di Erri De Luca</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Feb 2009 07:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong>&#8230;</p>
C&#8217;è una musica, nei libri di Erri De Luca, che torna sempre. Sempre la stessa, e sempre nuova. E&#8217; una forza che risuona fine alle orecchie di chi sta in attesa di un ascolto: la forza di un silenzio pieno di sguardo, che sprigiona suoni primordiali, essenziali.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/10/dellora-del-qui-su-il-giorno-prima-della-felicita-di-erri-de-luca/">Dell&#8217;ora, del qui &#8211; su &#8220;Il giorno prima della felicità&#8221; di Erri De Luca</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<div><span><span>C&#8217;<span style="font-family: Times New Roman;">è</span> una musica, nei libri di Erri De Luca, che torna sempre. Sempre la stessa, e sempre nuova. E&#8217; una forza che risuona fine alle orecchie di chi sta in attesa di un ascolto: la forza di un silenzio pieno di sguardo, che sprigiona suoni primordiali, essenziali. E&#8217; cos<span style="font-family: Times New Roman;">ì</span> anche nell&#8217;ultimo romanzo, <em>Il giorno prima della felicità</em> (Feltrinelli, 13 euro). Musica scarna, e precisa: poche parole, ma quelle <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>giuste<span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span> (come quelle dieci parole che il giovane protagonista senza nome scambia col pescatore durante l&#8217;uscita notturna). Parole da dove tracima un di più: &#8220;Lo scrittore dev&#8217;essere più piccolo della materia che racconta. Si deve vedere che la storia gli scappa da tutte le parti e che lui ne raccoglie solo un poco. Chi legge ha il gusto di quell&#8217;abbondanza che trabocca oltre lo scrittore&#8221;. E c&#8217;<span style="font-family: Times New Roman;">è</span> tanto che scorre, in questo libro: sangue, soprattutto (anzi, &#8220;sangui&#8221;, per citare un lemma ricorrente in altri testi di De Luca), e poi popolo che invade le strade, sperma versato, acque traversate per salvezze, lacrime che fuggono una pazzia, odori emanati in un cortile, cibi che si gustano, corpi che si toccano, libri che si offrono fuori da scaffali e nascondigli, parole che escono dalla bocca e vanno credute e fanno fede.<span id="more-14190"></span></p>
<p>E&#8217; un romanzo di formazione, se dobbiamo nominarlo: c&#8217;<span style="font-family: Times New Roman;">è</span> una relazione tra un vecchio maestro, don Gaetano, e il guaglione che passa la linea della maggiore età, e si fa uomo <span style="font-family: Times New Roman;">-</span> attraversando il sangue. Il sangue di una donna, e il sangue di una lotta al coltello. E&#8217; il sangue della sua personale rivolta, fondata sulla felicità, quella provata con una donna, con il corpo di una donna da sempre invocato, nominato, desiderato, una donna che riappare e a cui il guaglione si consegna, e dice Sì. Una rivolta del sì, la sua. E&#8217; questa la felicità: dire Sì, e accettarne tutte le conseguenze.</p>
<p>La strada che conduce alla rivolta è la parola del testimone: il guaglione apprende a vivere da don Gaetano il portiere, che gli racconta storie, e la Storia. A far da sfondo prospettico alla vicenda del guaglione, a far da coro, i racconti della guerra, e in particolare della rivolta di Napoli, l&#8217;insurrezione/resurrezione del popolo napoletano contro i tedeschi, la rivolta che libera la citt<span style="font-family: Times New Roman;">à</span> e d<span style="font-family: Times New Roman;">à</span> nuova forma al popolo. In una rivolta il popolo smette di essere&#8221;soldatino di piombo<span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span> e passa la linea della maggiore età, prendendo in mano il suo destino <span style="font-family: Times New Roman;">-</span> cos<span style="font-family: Times New Roman;">ì</span> come fa il guaglione accettando la sua personale rivolta. Sono dunque le <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>consegne di una storia<span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span> che don Gaetano passa al guaglione, la sua <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>eredità&#8221;, affinch<span style="font-family: Times New Roman;">é</span> il figlio di Nessuno possa riconoscere la sua origine, la sua appartenenza, e si riconosca figlio di un popolo, di una città che si leva e consacra il suo sangue. Cos<span style="font-family: Times New Roman;">ì</span> come il proprio sangue, nella lotta al coltello, consacra lui stesso. La rivolta, l&#8217;amore.</p>
<p>Intorno al guaglione, a don Gaetano e ad Anna <span style="font-family: Times New Roman;">-</span> una serie di altre figure e di <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>quadri<span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span> memorabili. Ne citerò due. Il Vesuvio a cui il guaglione <span style="font-family: Times New Roman;">- </span>sempre accompagnato dalla sua guida, don Gaetano <span style="font-family: Times New Roman;">-</span> ascende, e in vetta al quale conosce il desiderio fisico, il sesso che gonfia, la cenere fecondata, ravvolto in una sorta di nube della non-conoscenza <span style="font-family: Times New Roman;">-</span> una pagina che richiama alla mente, in maniera del tutto incongrua, l&#8217;erotico Gesuvio di Georges Bataille. E poi quella pagina, struggente, dedicata ad Aniello, una creatura indifesa, che muore sotto le violenze del padre: <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>Una volta <span style="font-family: Times New Roman;">-</span> scrive il guaglione di quel padre &#8211; gli tirai contro una pietra. Nemmeno se ne accorse. Non valevamo niente. Se la tirava un altro con più mira e più forza, se tiravamo in molti, Aniello si poteva salvare<span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>. E anche questo, come tutto il resto, parla di noi. Dell&#8217;ora, del qui.</p>
<p></span></span><span></span></div>
<p><em>(pubblicato su l&#8217;Unità, 8/2/2009)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/10/dellora-del-qui-su-il-giorno-prima-della-felicita-di-erri-de-luca/">Dell&#8217;ora, del qui &#8211; su &#8220;Il giorno prima della felicità&#8221; di Erri De Luca</a></p>
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		<title>A Gamba Tesa: un libro a peso</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Oct 2006 09:19:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Antonella Cilento]]></category>
		<category><![CDATA[Erri de Luca]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Peppe Lanzetta]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><br />
Ci sono due definizioni che non amo. Una è &#8220;corsi di scrittura creativa&#8221; &#8211; e qualcuno dovrà pure spiegarmi cosa sarà mai una scrittura non creativa. L&#8217;altra è &#8220;peso&#8221;. Stamattina  in una libreria di Mezzocannone,  ho assistito a un fenomeno strano.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/10/06/a-gamba-tesa-un-libro-a-peso/">A Gamba Tesa: un libro a peso</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/bilancia.jpg" alt="bilancia.jpg" /><br />
Ci sono due definizioni che non amo. Una è &#8220;corsi di scrittura creativa&#8221; &#8211; e qualcuno dovrà pure spiegarmi cosa sarà mai una scrittura non creativa. L&#8217;altra è &#8220;peso&#8221;. Stamattina  in una libreria di Mezzocannone,  ho assistito a un fenomeno strano. Due libri risposti sul bancone, l&#8217;uno di 149 (ringraziamenti compresi con l&#8217;Iva) e l&#8217;altro di 47 hanno attirato la mia attenzione. Li ho presi e a quel punto è successo il caso. Quello di 47 pagine pesava molto di più di quello di 149. Davanti a me c&#8217;era un maresciallo dell&#8217;esercito e gli ho chiesto se la cosa dipendesse da me o si trattava di qualcosa di oggettivo. Lui ha fatto lo stesso ed effettivamente, sorpreso, ha constatato la medesima anomalia. Ci siamo allora chiesti come fosse possibile. Lui è andato via e io sono rimasto. Ho aperto i due volumi è ho trovato la soluzione- nei libri le risposte sono dentro, non fuori.<span id="more-2526"></span><br />
In uno l&#8217;incipit era:<br />
&#8220;Cantavamo spesso da bambine , io e Iole, mia sorella, la celeberrima canzone &#8220;Santa Lucia&#8221; insieme alla sigla di un quasi altrettanto celebre  cartone animato, capitan Harlock: &#8220;Capitan Harlock zùmzùm, capitan Harlock zùmzùm&#8221; e poi, come un&#8217;eco, &#8221; Harlock&#8230; Harlock&#8221;.<br />
Quello  minuto (dopo celeberrimo possiamo permetterci anche questo) faceva più o meno così:<br />
&#8220;Bambini operati per sbaglio, rimborsati, infettati negli ospedali, maltrapiantati. bambini sloveni già napoletani dallo sguardo spento o dalla vita pure&#8221;. A fare la differenza erano le parole, perchè le parole come le persone non hanno lo stesso peso.<br />
Entrambi su Napoli, il primo appena uscito di Antonella Cilento, &#8220;Napoli sul mare luccica&#8221; e l&#8217;altro, vecchio di dieci anni, &#8220;Leggende metronapoletane&#8221;, di Peppe Lanzetta. Di lui avevo letto e ammirato come per un libro di Céline (qualsiasi) &#8220;Tropico di Napoli&#8221;. Facendo una ricerca con Monica e A., cittadine creative, ho trovato una recensione di Erri De Luca a quel libro.</p>
<p>dal Corriere della Sera. 16 febbraio 2000<br />
Erri De Luca</p>
<p>Lanzetta, un quarantenne nella città-pentola</p>
<p>Lanzetta proviene dalla pressione di una città-pentola, con folla insaccata nella più alta densità abitativa. A lei può applicarsi la formula di assedio che si legge in Ezechiele: «Lei (la città) è la pentola e noi siamo la carne» (II, 3). Lanzetta da vari libri e anni scrive la folla che gli brulica intorno e lascia nelle sue pagine l&#8217;unto del loro strusciarsi. In quest&#8217;ultima storia, «Tropico di Napoli», affiora una schiuma di facce, di esistenze fissate in poche righe, un arrembaggio di miserie scosse da desideri. Insieme producono l&#8217;energia termica aggiunta a un suolo già vulcanico di suo. Non provo nemmeno a dar conto della varietà umana prelevata da Lanzetta nella zona della ferrovia napoletana, dove campeggia la più triste e la più ignorata del mondo tra le statue di Garibaldi. </p>
<p>Per traccia continua si segue l&#8217;ansia di un quarantenne sgangherato dai debiti, addentato da strozzini e truffatori. Con colpi di forbice da montatore di pellicole, Lanzetta smuove intorno al suo minimo eroe un popolo illegale, clandestino, sessuale per ossessione di esaudirsi almeno in quello. Il sesso qui è un antinfiammatorio, una spremuta ormonale che deve dare al corpo in guerra l&#8217;armistizio di uno svuotamento. Sesso è l&#8217;accordatura dei nervi dei vivi e causa più o meno diretta di mortalità. </p>
<p>Lanzetta sa che un romanzo è una raccolta di biografie, ma a lui non bastano, lui deve da esse estrarre la biologia, la meccanica nuda della vita. Nella sua città-pentola gorgogliano gli umori corporali, una furia di ghiandole e secrezioni endocrine di esseri umani che si cercano per amarsi, uccidersi, spremersi fino all&#8217;ultima risorsa. Lanzetta racconta ma non ha l&#8217;aria di essere il supponente padrone delle storie, al contrario il loro servo che le accompagna con fedeltà anche se sono losche, infami, perché lui a nessuno dei suoi nega una striscia di tenerezza.</p>
<p> E si arriva alla fine del libro che si è rimasti in pochi: le facce emerse vengono sommerse da una mortalità brusca e fantasiosa, perché la morte nella città di Lanzetta non è una vecchia che si trascina per ospedali, ma una ragazza che va per la strada e afferra in mezzo al mucchio della vita fresca, guizzante come dentro la vasca dei capitoni. Lanzetta può pure sbandare forte dietro la sua scrittura, picchiata più da un batterista che da un dattilografo, ma si salva con l&#8217;estremismo dei sentimenti che lo erseguitano a scrivere. Finché non si addomesticherà a scrittor da allori, le vene della città avranno come liquido di contrasto il suo inchiostro che ne restituisce la cupa luminescenza.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/10/06/a-gamba-tesa-un-libro-a-peso/">A Gamba Tesa: un libro a peso</a></p>
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