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	<title>Nazione Indiana &#187; esercito</title>
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		<title>Credere, obbedire, combattere (di quando l&#8217;esercito scendeva per strada)</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Aug 2008 16:21:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Il 4 agosto è sempre stato un giorno speciale per me: in questa data nel 1792 nasceva infatti nel Sussex Percy Bysshe Shelley, il poeta romantico che amavo da ragazzina. Avevo circa tredici anni &#8211; dopo aver letto <em>Ode to the West Wind </em>su una vecchia antologia liceale, mia madre mi regalò un’edizione italiana delle sue poesie con traduzione di Roberto Sanesi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/06/credere-obbedire-combattere-di-quando-lesercito-scendeva-per-strada/">Credere, obbedire, combattere (di quando l&#8217;esercito scendeva per strada)</a></p>
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<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Il 4 agosto è sempre stato un giorno speciale per me: in questa data nel 1792 nasceva infatti nel Sussex Percy Bysshe Shelley, il poeta romantico che amavo da ragazzina. Avevo circa tredici anni &#8211; dopo aver letto <em>Ode to the West Wind </em>su una vecchia antologia liceale, mia madre mi regalò un’edizione italiana delle sue poesie con traduzione di Roberto Sanesi. Nella mia fantasia Shelley divenne molto di più dell’autore di poesie o del bel volto efebico dei ritratti –  morto giovane, al largo di Livorno,  personaggio idealista che conversava con le rovine di regni immaginari, con la maga di Atlantide, con il cantore del mattino (l’allodola, dove Keats che avrei conosciuto dopo, sceglieva la malinconia lunare dell’usignolo) e naturalmente con il turbine di foglie nel vento occidentale, si trasformò in uno spettro inquieto che rispondeva alla mia adolescenza. Il fatto che in realtà non lo “vedessi” se non tra i versi tradotti e le mie prime faticose incursioni nell’originale, non costituiva un problema: avevo collezionato una serie di amici fantastici di cui lui era soltanto l’ultimo ed il più eccezionale.<br />
<span id="more-6931"></span><br />
Il 4 agosto rappresentava quindi fino ad oggi uno dei giorni-simbolo per i miei dialoghi con i morti, nei quali sempre più spesso vorrei indugiare, fuggire.<br />
Perché continuo a ritenere questi dialoghi nella loro inutile introiezione molto più fertili, o per lo meno <em>felici</em>, di quelli con la maggioranza dei miei contemporanei e conterranei.  Ma il 4 agosto 2008 non posso esimermi dall’Italia che scende in piazza, nei centri cittadini, e non è la nazionale di calcio. È l’esercito. L’ultimo successo del pacchetto sicurezza del nostro attuale governo. L’avvocato Ignazio La Russa si dichiara contento della scelta di pattuglie a piedi, che guadagnano così maggior visibilità (mitra compresi). In fondo è simpatico, il personaggio La Russa, baffuto e occhio-ceruleo, tifoso dell’Inter, ospite di svariati contenitori televisivi, doppiatore dei Simpson, imitato da Fiorello nel suo accento siciliano, fedele alla linea, ma sempre generosamente disponibile al confronto nei talk-show. Ispira un certo moto affettivo, anche se per esaurimento mediatico, per abitudine involontaria. Davanti a questo straordinario curriculum, il fatto che sia Ministro della Difesa passa legittimamente in secondo piano, le sue dichiarazioni esuberanti diventano accettabili nel bonario paese del bengodi, dove l’umana simpatia è tutto. Resa giustizia al nostro ministro e all’ambito a cui appartiene mi resta però un dubbio. L’esercito scende per strada. Ma in quale conflitto, in quale guerra civile si trova esattamente coinvolta l’Italia? Chi è il nemico dove si nasconde? In quale modo lo riconosceremo? I nemici di una volta avevano per lo meno il buon gusto di rendersi identificabili. Emanavano una puzza terribile, si lavavano con il sangue di bambini cristiani, nascondevano un marchio diabolico, un occhio torvo infetto in un corpo guasto di vecchia, si aggiravano nei luoghi pubblici con strani barattoli colmi di un grasso biancastro per diffondere il morbo, avevano il carnato bruno del feroce Saladino (in seguito una famosa figurina), parlavano una lingua straniera. Queste ultime due categorie, in effetti, le abbiamo ancora. Ma il nemico ha imparato il mestiere, si è fatto scaltro, abile trasformista: nel tempo di uno zapping riesce ad essere simultaneamente il più classico clandestino (un must assoluto), il gruppo giovanile nazifascista che massacra un coetaneo in branco, (ma sia chiaro senza traccia di ideologia e dopotutto non bruciano bandiere), un branco di allegri stupratori, l’anonimo venditore di anfetamina, il bullo della scuola, l’aspirante redattore di testamento biologico, la donna che abortisce, il professore universitario che scrive una lettera… Un aggressore eclettico insomma, che, nutrito dal solito humus genetico-culturale, risponde alla capacità camaleontica dei suoi persecutori più in voga, i quali al saluto romano antepongono il sorriso dell’imbonitore, all’attentato politico preferiscono lo sberleffo e la prepotenza verbale, al posto delle bonifiche e della Libia ci “regalano” Milano 2 e Milano 3,  le più belle città d’Italia, a detta del filantropo supremo, ché Venezia e Firenze sono solo muffa e pantegane dell’Arno. Le care vecchie pantegane. Il male, si sa, ha dinamiche prevedibili eppure ci coglie sempre impreparati. In questa situazione di smarrimento identitario-collettivo il ruolo dell’esercito diventa allora necessario per il bene di ambo le parti. Perché da <em>chiunque</em> sia estirpato il nemico, perché il potere trovi conferma della sua natura primigenia, nonostante gli scossoni e le pelli cambiate nell’ultimo cinquantennio. C’è bisogno non tanto del singolo, del soldato esperto che fa il suo lavoro, che come tale, si spera, sa anche quando non farlo, ma dello spauracchio stolido di arma e divisa sollecito al richiamo di grandi parole. Si nasconde da qualche parte, implicita, la solita vecchia formula come una carta moschicida per la coscienza &#8211; “Credere. Obbedire. Combattere”.  Parole piene di speranza,  lealtà, coraggio, tradite nella loro essenza. A cosa? A cosa? Per cosa? Per cosa marcia l’esercito in strada? In cosa credono? In cosa crede chi ce li manda? A cosa educano intimidazione, repressione, paura? Perché tanta solerzia governativa non viene spesa nella conoscenza dell’altro oltre che nella sua espulsione radicale, come un corpuscolo morto dall’occhio? E molte altre domande spontanee a raffica, domande dettate dal comune buon senso, domande che si fa mia nonna che ha la quinta elementare, che pure in pochi sembrano porsi. Nemmeno i morti mi danno consolazione. Perché parlo da sola. Certo non mancheranno coloro che la pensano come me e coloro pronti a viziare le mie intenzioni, ma mancano gli interlocutori reali, la dialettica: ovunque si diffonde la stessa omologazione acritica, la tendenza aprioristica a schierarsi “contro”, una sorta di rassegnazione sognante per cui qualsiasi cosa succeda non ci riguarda, in fin dei conti. </p>
<p>Credere. Obbedire. Combattere. Come sarebbero nobili, svincolati dall’ideologia in cui fioriscono, questi verbi. Ne mancherebbe però un quarto. Il meno altisonante, il più umile, sempre esule, malsopportato nel vocabolario di ogni tempo.  Riapro un buon libro, il segno si trova da solo per quante volte ho letto quella pagina, che mi commuove, da sciocca quale sono. È l’<em>Apologia della storia </em>di Marc Bloch. Lo apro per illudermi forte nella materia che ho scelto su tutte, anche su letteratura inglese che pure amavo di più, ho amato fin da bambina. Storia. Il tentativo di indagare un frammento del nostro passato, per trovare una strada, lasciare testimonianza, così che, se non noi, coloro dopo di noi potranno apprendere, riflettere, criticare, essere migliori. Tesi di dottorato, articoli, libri chiusi nelle biblioteche, noiosissime lezioni scolastiche piene di numeri e date.  </p>
<p>“Un motto in sintesi, domina e illumina i nostri studi: “comprendere”. Non diciamo che il bravo storico è estraneo alle passioni; ha per lo meno quella. Motto, non nascondiamocelo, carico di difficoltà, ma anche di speranza. Soprattutto, motto carico di amicizia. Persino nell’azione, noi giudichiamo troppo. È comodo gridare: “a morte!”. Non comprenderemo mai abbastanza. Chi è diverso da noi – straniero, avversario politico – passa, quasi necessariamente, per un cattivo. Anche per condurre le lotte che non si possono evitare, un po’ più di intelligenza delle anime sarebbe necessaria; a maggior ragione, per evitarle, quando si è ancora in tempo. La storia, purché rinunci alle sue false arie da arcangelo, deve aiutarci a guarire da questo difetto. Essa è una vasta esperienza delle varietà umane, un lungo incontro fra gli uomini. La vita, come la scienza, ha tutto da guadagnare dal fatto che questo incontro sia fraterno”. </p>
<p>Per contrasto, con il 4 agosto rovinato, mi rivedo qualche mese fa, a Milano, in piena campagna elettorale. Non ero mai stata a Milano in quella situazione. Alcune stazioni della metropolitana erano chiuse per via di un tentato suicidio e da Piazzale Loreto ho dovuto prendere l’autobus, viaggiando in superficie. Ovunque capeggiavano manifesti di Alleanza Nazionale e Forza Italia, inneggianti a grandi lettere la questione sicurezza. Ne ricordo uno in particolare con Gianfranco Fini, la posa rassicurante, composta, lo sguardo senza emozione che gli è tipico, sopra una frase che diceva più o meno “Mai più clandestini sotto casa”. La corsa in autobus era affollata e lenta, un’anabasi in delirio, l’effetto del mezzo unito a quello dei manifesti mi aveva stordito con una leggera nausea – credo di aver tenuto per dieci minuti buoni la bocca spalancata come davanti a cose mai lontanamente sospettate. Mi è sembrato per un po’ di essere dentro uno di quei film americani anni Cinquanta sugli alieni, <em>La cosa da un altro mondo</em> oppure<em> L’invasione degli ultracorpi</em>. I clandestini (ma a posteriori avrebbero potuto essere individui qualsiasi appartenenti alla categoria del nemico, elencati sopra) scoppiavano come enormi baccelli viscidi dentro la testa, il torace, il sesso. Prendevano le mie fattezze, si impossessavano delle mie cose fino a gettare la mia carcassa inservibile in una discarica di corpi a cielo aperto. Avvertivo una terribile sensazione sudaticcia di asfissia. Solo che non era un set cinematografico. È il mio paese. </p>
<p><em>Immagine: Kevin McCarthy, Dana Wynter </em> ne <em>L&#8217;invasione degli ultracorpi (Don Siegel, 1956) </em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/06/credere-obbedire-combattere-di-quando-lesercito-scendeva-per-strada/">Credere, obbedire, combattere (di quando l&#8217;esercito scendeva per strada)</a></p>
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