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	<title>Nazione Indiana &#187; est</title>
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		<title>Chi salverà i pastori?</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 13:30:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Gaetano Bellone</strong></p>
<p>Camminiamo sulla cresta sempre uguale del monte Gorzano. Da quota 1800 dobbiamo raggiungere quota 2400, la vetta con la croce e il manto di neve anche d&#8217;estate. I gradoni d&#8217;erba che dalla fine della strada dividono il camminante dalla quota sono sempre uguali e ogni 10 metri creano un gioco di prospettive che fa sembrare la vetta a vista.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/17/chi-salvera-i-pastori/">Chi salverà i pastori?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gaetano Bellone</strong></p>
<p>Camminiamo sulla cresta sempre uguale del monte Gorzano. Da quota 1800 dobbiamo raggiungere quota 2400, la vetta con la croce e il manto di neve anche d&#8217;estate. I gradoni d&#8217;erba che dalla fine della strada dividono il camminante dalla quota sono sempre uguali e ogni 10 metri creano un gioco di prospettive che fa sembrare la vetta a vista. Miraggi continui e cadenzati. Il Gorzano è un monte arcaico, poco frequentato, che ha un tanfo di muschio simile a quello dello scatolone del presepe in cantina. Si supera un gradone e si comprende che la vetta è ancora lontana, è una montagna che ti prende per scoramento. Tra un gradone e l&#8217;altro incontriamo Romeo, un giovane pastore macedone. Ci segue da un po’, cerchiamo di evitarlo ma conosce palmo a palmo le traiettorie di chi cammina su questo suo giardino stagionale.</p>
<p>Romeo ha voglia di parlare perché da maggio a settembre non vede anima viva, fatta eccezione per gli altri pastori del rifugio e del capò, il vecchio che dorme in quota con loro per seguire le operazioni e controllare l&#8217;operato. Romeo racconta che per tre mesi porta a spasso le pecore e ha una radiolina che porta con sé per compagnia. È felice dell&#8217;incontro e vuole assolutamente che restiamo a dormire. &#8220;Ammazziamo una pecora, ce la mangiamo sul fuoco&#8221;. Io sono restio, Romeo è insistente, ci ha seguiti per un&#8217;ora e l&#8217;insistenza mi infastidisce. Ho in mente certe storie sui pastori e cerco una via di fuga ma il mio compagno d&#8217;escursione vede nell&#8217;invito una rara possibilità di applicare gli studi di antropologia. Accettiamo, mio malgrado. Romeo felice trotterella fino allo stazzo: &#8220;Devo chiedere il permesso al vecchio&#8221;. Aspettiamo osservando il ragazzo che scende fino al rifugio. Torna dopo poco, con la faccia grave. &#8220;Dovete andarvene&#8221;, ci dice. Siamo perplessi, la faccia non ha più l&#8217;entusiasmo dell&#8217;incontro, l&#8217;espressione è seria e risoluta. Prendiamo la strada verso la vetta. Vediamo che dal rifugio in basso qualcuno ci fissa. È il vecchio: controlla che ci allontaniamo.</p>
<p>Torniamo al rifugio in autunno, quando i macedoni sono ripartiti e il vecchio è tornato a casa, in qualche paese della provincia teramana.</p>
<p>Il rifugio è chiuso malamente con una catena. Entriamo. La stanza è di circa 4 metri per 3. In poco più di 12 mq ci sono tre materassi, coperte di lana ed un pitale, un secchio di latta da 10 litri, sporco di escrementi.</p>
<p>È autunno, facciamo un giro verso Valle Piola, sopra Torricella Sicura. Il borgo, fino a poco tempo fa era in vendita. Ci sono: una chiesa, un casale a due piani ristrutturato e riabbandonato, una specie di scuola più o meno degli anni 60 ed alcune piccole case da contadino, quelle con la stalla al piano terra e le stanze sopra. Qui i pastori stanno fino all&#8217;inverno perché non siamo in quota. Venendo abbiamo visto due ragazzi dell&#8217;est con le pecore ed un pick-up salire da basso. Il pick-up di solito è il mezzo dei titolari delle pecore o comunque di coloro che salgono a prendere il latte e controllare l&#8217;operato dei macedoni. Facciamo un giro nell&#8217;edificio di quella che sembra una scuola, la porta è aperta, la struttura sembra reggere. Non ci sono luce e acqua corrente. In una stanza c&#8217;è un grosso camino, c&#8217;è legna bruciata, asciutta perché il fuoco è recente. C&#8217;è una porta chiusa, entriamo. Due bottiglie di pomodoro, un fiasco di vino a metà, dieci litri d&#8217;acqua nei fiaschi, un pitale sporco al centro della stanza, due brandine con materassi sottili di lana a righe &#8211; quelli che si usavano una volta dalle nostre parti. Fa molto freddo, le tavelle del soffitto hanno il cemento sbrecciato, alcune sono fracassate. Il freddo è pungente, le finestre non chiudono bene. Una stanza ha la porta chiusa a chiave, sentiamo un rumore dentro e ce ne andiamo. Dallo spiazzo dove abbiamo lasciato la macchina si vede una delle finestre della stanza chiusa, è buio e non si vede niente, ma forse da dentro vedono.</p>
<p>Ripartiamo ed incrociamo il pick-up a mezza via. I due proprietari stanno parlando con i due pastori, ci guardano con la faccia seria, come se volessero appuntarci sulla testa un&#8217;espressione minacciosa. &#8220;Da queste parti non siete desiderati&#8221;, questo dicono quelle facce.</p>
<p>Nella Val Chiarino ci sono due rifugi, uno per gli appassionati di montagna, l&#8217;altro per i pastori che ci fanno il cacio. Sono dell&#8217;est pure loro. Due miei amici hanno pernottato al rifugio di sopra. I due pastori li hanno seguiti per un po&#8217;. Si sono fermati a chiacchierare, tante domande, voglia di comunicare. Uno dei pastori è ubriaco, è il suo compleanno. Invita i due amici ad entrare per un bicchiere nel loro rifugio. Una stanza, due brandine con materasso, coperte. Da un lato c&#8217;è l&#8217;attrezzatura per fare il cacio, il resto del latte lo vengono a caricare per portarlo a valle. Dal lato opposto del rifugio, c&#8217;è un pitale di latta, l&#8217;odore si mischia a quello forte del formaggio di pecora. Il tizio ubriaco è insistente, i miei amici sono una coppia, forse in virtù del compleanno si è messo strane idee in testa. Tornano al loro rifugio e si chiudono dentro che non si sa mai&#8230;</p>
<p>O una volta in Valle Vaccara, raccoglievamo “mazze da tamburo”. Veniva sempre un pastore, ci aiutava a raccogliere, anni fa. In cambio chiedeva monete per telefonare, ne aveva un sacco pieno, ci parlava di un vecchio che dormiva con lui, un capo. Il vecchio non voleva che il pastore telefonasse in Romania e non dava soldi al ragazzo fino a che la stagione non era finita. In buona sostanza gli avevano pagato il viaggio dalla Romania all&#8217;Italia, quando era arrivato aveva lasciato i documenti a casa del vecchio ed era salito alla prima quota del pascolo. Una volta a settimana il vecchio veniva col pick-up e lo portava a valle con l&#8217;altro pastore per fargli comprare il pane e qualcos&#8217;altro, allora il ragazzo cercava di chiamare in Romania perché la giovane compagna era incinta. &#8220;Perché il vecchio non vuole che telefoni?&#8221;, cambiava faccia.</p>
<p>A ritroso. È aprile 2009, a L&#8217;Aquila c&#8217;è stato il terremoto. L&#8217;Esercito e la Protezione Civile hanno montato le tende, la confusione sta scemando e hanno cominciato a censire la popolazione. È sera, è passata più o meno una settimana dal sisma. L&#8217;autostazione di Teramo è piena di ragazzi dell&#8217;est, vestiti male e con le facce distrutte, le scarpe logore.</p>
<p>È strano che ci sia tanta gente dell&#8217;est, sopratutto è strano in questo momento di confusione, i teramani riempiono le piazze con le macchine piene di piumoni, i posti pubblici sono affollati di famiglie terrorizzate dal sisma. In mezzo ad un tale caos, un assembramento come quello dell&#8217;autostazione passerebbe inosservato, se non fosse per i vestiti logori. Mi siedo accanto ad uno molto giovane. Racconta che stava in montagna, sopra L&#8217;Aquila, dopo il terremoto lui ed altri non sapevano che fare, se scendere a valle dai proprietari del gregge. Alcuni allora sono scesi nei campi e rimasti fino a che non è iniziato il censimento. Poi sono scappati e hanno avvertito gli altri. I documenti qualcuno ce li aveva pure ma li aveva lasciati al proprietario del gregge. Nell&#8217;autostazione ci sono almeno 100 persone, ci sono ancora le vecchie panche di legno al piazzale. Chiedo quante persone ci saranno sparse per le montagne&#8230;sgrana gli occhi, alza la fronte come se fosse una domanda sciocca: &#8220;Pieno, pieno&#8221;.<br />
Qualche tempo fa in provincia di Teramo è morto un giovane pastore, quasi un ragazzino. L’hanno trovato sulla brandina, morto di freddo. Il vecchio proprietario delle pecore, il datore di lavoro, è una brava persona, un lavoratore, quella vita da bestie l’ha fatta pure lui da giovane. Adesso quella vita la fa fare ad altri. Queste cose non si sanno oppure si ignorano, perché quelli lassù non sono uomini, sono pastori.</p>
<p><img class="alignnone size-large wp-image-41324" title="Campo Imperatore, Abruzzo" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Campo-Imperatore-Abruzzo-1024x489.jpg" alt="" width="700" height="334" /></p>
<p><em>Nell&#8217;immagine: Campo Imperatore, Abruzzo</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/17/chi-salvera-i-pastori/">Chi salverà i pastori?</a></p>
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		<title>Diorama dell&#8217;est #6</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Oct 2007 20:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giorgio vasta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Catelli</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/ya-len069.jpg"></a></p>
<p>Caffè, Yalta</p>
<p>E tu sapevi tutto eterno, mi ricordo, in quei caffè del porto, a Yalta, dissipavi le penombre, con la mano leggera, l’incessante sigaretta, vigilavi sull’autunno, quell’onda più lesta, nel buio, quel rammarico di sabbie, cancellavi, le distanze dalla vita, reclamavi quei minuti, lì, per sempre, li fissavi nell’acciaio, dello sguardo più lucente, nella voce di sirena e vento, che scioglievi tra i bicchieri, lungo il fumo azzurro ed il silenzio.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/23/diorama-dellest-6/">Diorama dell&#8217;est #6</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Catelli</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/ya-len069.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/ya-len069.thumbnail.jpg" /></a></p>
<p>Caffè, Yalta</p>
<p>E tu sapevi tutto eterno, mi ricordo, in quei caffè del porto, a Yalta, dissipavi le penombre, con la mano leggera, l’incessante sigaretta, vigilavi sull’autunno, quell’onda più lesta, nel buio, quel rammarico di sabbie, cancellavi, le distanze dalla vita, reclamavi quei minuti, lì, per sempre, li fissavi nell’acciaio, dello sguardo più lucente, nella voce di sirena e vento, che scioglievi tra i bicchieri, lungo il fumo azzurro ed il silenzio. <span id="more-4657"></span><br />
Mi guardavi, già severa lungo il dubbio, già più amara nella corsa molle, d’ogni cosa verso il buio, non crescevano le navi alle finestre spente, non salivano i rumori d’ogni folla dileguata, solo un fragile tinnire di metalli, fra le dita cieche della brezza : balenava, nella fioca indifferenza di candele, un lampo d’accendino, divorava già la tenue carta, le materie profumate dell’incendio, ti donava quel respiro fondo in cui fuggire, quella nostalgia del tempo da lasciare, piano, alle risacche scure d’altri flutti.<br />
Aspettavo, la tua voce tra i pensieri, le parole pallide sorprese già negli occhi, la più tenue confidenza con le ore, con la tenebra indifesa che accoglieva i nostri gesti, mi giungevano, gli sguardi lenti, le magnifiche incertezze delle mani lungo l’aria, le distanze impassibili affondate tra i lumi, cercate, con dolore improvviso, bagliore di lampo, rincorsa di anni.<br />
Segrete banchine condonano il tempo, dispongono quiete le cose, accolgono i volti, là non toccavi l&#8217;approdo che insegui, so della fuga che insidi ai momenti, già mi sfuggivi alle spalle, oltre il dubbio, ti promettevi al futuro nell’ombra, senza concedere l’attimo grande, il viso imprendibile, il tocco leggero, senza tradire i moli raggiunti, l’ampia catena d’ore divise, i treni del viaggio, mai più disperdere il vasto presente, l’umida luce dell’alba, i gesti del sonno, le tazze sfiorate al risveglio, la stretta incessante degli occhi al mio fianco.</p>
<p>Pioggia, Yalta</p>
<p>Piove, sulla copertina del disco, senza fine, senza possibile nuovo destino, piove, attraverso la vita, in quell’istante, come ora sempre, piove, oltre la volontà e l’inganno, l’illusione il sogno, la mattina già fredda, sul lungomare di Yalta, sulle parole di brina, sciolte nella voce, piove, lungo i visi le vetrate, la via vuota la scritta, senza rimorso rimedio, pausa sollievo, piove, sopra l’aria la musica, le giostre vane il silenzio : dove mi porti, nel fumo smarrito della tua sigaretta, perché vuoi negarmi una sola boccata, un morso perduto di ceneri e menta, il veleno sottile che abbiamo diviso, non c’è mai riparo alla vita, lo sai, neppure nel tuo minaccioso prodigio, nel taglio infedele degli occhi felini, alla riva già fredda che invade lo sguardo, ci stringe il destino indifeso del viaggio, la casa che ancora trattiene le sere, il profumo fatale, gli aromi del tè, le pallide cose che attendono il gelo, le borse accostate alla soglia del vuoto : non sai fuggire dal nostro rimpianto, cerchi un rifugio nei giorni più lieti, entri nel Gastronom fioco di luci, chiedi più tenere brevi dolcezze, freni le dita del tempo sui vetri, senti la calma increspata dell’ombra, un lieve tinnire di tazze sommesse, la vastità del passato che non ti conosce : ora vediamo la via dell’aperto, la successione di luci e di gesti, l’arida pena di voci e silenzi, come potremo tornare a qualcosa, tutto è già cenere all’orlo dei passi, cadono lente le strade negli occhi, tutto è già stato non cede all’attesa, quale frantume dell’anno ti resta, quale parola o sorriso ti salva, tu sai distinguere forse nel tempo, sai calcolare il minuto che basta, già mi distacchi severa nell’ombra, incidi nell’aria confini e distanze.</p>
<p>Alushta, alba</p>
<p>Quando la luce appare, oltre il promontorio, subdola, e sale, come un vapore nel buio, un polline leggero nell’oscurità stupita, subito il mare si fa di metallo, rivela il suo resistere nell’ombra incalcolabile, si tende all’avanzare dell’ora lungo il cielo, e la musica si perde, nel vuoto del chiarore, smarrite le muraglie cieche della notte, l’invisibile stanza che serrava il silenzio delle cose, la pausa della vita senza nome, la deriva quieta degli sguardi e delle anime : dove, adesso ritrovare, l’indirizzo dissolto dei gesti e delle voci, un domicilio vasto e fondo per il sonno, un equilibrio delle vie sopra la luce, mentre il giorno batte già furioso il lungomare, dissipa l’incerto sopravvivere gli oblii, fruga tra il sospeso reclinare degli istanti, per colmare d’un nome ogni parvenza, d’un preciso destino ogni rimpianto : non vacillano ancora le cose, sorprese nel sogno, sepolte in un’ eterna fatalità estiva, in un riposto limbo d’illusione, si dispongono lente, ignare, al progressivo urto dei rumori, all’improvviso sguardo della luce, certe d’una propria vita irraggiungibile, serene come al fondo del mare, nel buio flutto della sorte, cedute senza più timore al destino : come andarsene ormai, dal giorno senza fuga, siamo preda, già, d’ogni più futile evidenza, di quel cieco bagliore che nasconde, le più lievi sostanze d’ogni vivere, cancella i varchi tra le ombre, quel vapore sottile dei corpi nel buio, quel ritroso smarrirsi d’anime al vuoto : restiamo, traversati da un vento incolore, stupiti all’avanzare d’altre forze su di noi, scavalcati dai demoni del giorno, eppure vivi, a sorreggere lo sforzo della notte, conservare umida la traccia d’ogni ombra, distillare le cupe acque del rimpianto, d’ogni vasto e perduto esistere di volti, sino al nostro solo tempo di fantasmi, al nostro vero spazio di sonnambuli, ove perdere di nuovo, sembianza nome volto, sommergerci di buio attesa incanti, navigare nell’incerto soffio delle tenebre, sino al più sincero silenzioso riconoscersi, limpido quieto dissiparsi, dignitoso lieve scomparire.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/23/diorama-dellest-6/">Diorama dell&#8217;est #6</a></p>
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		<title>Diorama dell&#8217;est #5</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Oct 2007 00:28:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giorgio vasta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Catelli</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/bratis-2-b-051.jpg"></a></p>
<p>Hlavnà Stanica</p>
<p>Ora puoi stringere il dono dell’istante, al caffè della stazione, a Bratislava, nell’ora dubbiosa che mescola i treni e divide, l’arrivo il partire, la sosta l’addio, l’attesa il ritorno, quali sostanze aduni al ricordo, quali stagioni trattieni alla mano, senza smarrire il peso del giorno, vasta misura di brezze penombre, luci fragori, solo più largo lo spazio fra i gesti, morbido e lento il vagare dei treni, lasco e cedevole il ferro dell’ora, il sole raggiunge i vagoni del sonno, tocca in silenzio le ruggini quiete, varca gli asfalti donati al risveglio, celebra calme stanchezze d’estate.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/08/diorama-dellest-5/">Diorama dell&#8217;est #5</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Catelli</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/bratis-2-b-051.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/bratis-2-b-051.thumbnail.jpg" /></a></p>
<p>Hlavnà Stanica</p>
<p>Ora puoi stringere il dono dell’istante, al caffè della stazione, a Bratislava, nell’ora dubbiosa che mescola i treni e divide, l’arrivo il partire, la sosta l’addio, l’attesa il ritorno, quali sostanze aduni al ricordo, quali stagioni trattieni alla mano, senza smarrire il peso del giorno, vasta misura di brezze penombre, luci fragori, solo più largo lo spazio fra i gesti, morbido e lento il vagare dei treni, lasco e cedevole il ferro dell’ora, il sole raggiunge i vagoni del sonno, tocca in silenzio le ruggini quiete, varca gli asfalti donati al risveglio, celebra calme stanchezze d’estate.<span id="more-4570"></span></p>
<p>Bratislava, Café Central</p>
<p>La Obchodnà riluce nella pioggia, io veglio lungo i vetri al Café Central, questa nube di calore luce mi difende, mentre il giorno vara i suoi tram nella caligine, li sferra ignari e lievi nella vasta perdizione, mi raggiunge coll’ondata del suo ghiaccio, coi marosi di ferro del suo tempo predatore, dall’oceano fondo e freddo che distilla una stagione di bufere : è solo il tuo profilo che mi popola d’attese l’accadere, mi dischiude i fiori della polvere, scatena le più terse primavere nello sguardo, come credere davvero al meccanismo, delle cose in corsa, dei volti nella strada, ordinata distruzione, dei giorni delle vite, accumulo di stanche cerimonie, moti senza luogo, calcolo metallico di nuove produzioni : così semplice, distinto, il disegno degli affanni, la fortuita fatale traiettoria degli sguardi, nella via che s’anima di corpi di colori, già si mescolano i segni, le facezie del destino, le complesse architetture che sorreggono e dissolvono, l’istante in ogni gesto, il minuto nell’oblio, l’ora nel ritardo e nell’attesa : io non posso varcare il giorno fino a te, un fiume impenetrabile di cose gesti ombre ci divide, una catena di minuti strade ponti che rinvia, l’anello preciso dell’incontro, già dissolvo passi mete traiettorie nell’attendere, l’approdo serale il tuo sorriso, s’increspano i cerchi del vuoto intorno a me, come in sogno si perde la città per moti lenti, flussi opachi, legioni silenziose, popola e cancella ogni piazza verso il buio, si divide sola dal suo giorno, con immobile saldezza nel distacco, limpido rigore nell’oblio, calma indifferenza lungo il gelo.</p>
<p>Bratislava</p>
<p>Il fiume voga torvo ai suoi rancori, preme la spalla sfinita del ponte, muove un corteo di sospiri, una cupa marea d’abbandoni : serpeggia fra i cementi un palpito di voci, un sommesso vibrìo d’eliche vapori, già s’affilano i partenti, scivolano al gorgo inafferrabile, frugano il ritardo nel minuto, afferrano luce tra i piloni, sfiorano clemenze della sera, esitano al valico dell’onda che dimentica.</p>
<p>Bratislava, dicembre</p>
<p>Questi saldi minuti, d’ogni nostro vederci, sono attesa timore, annuncio delle vie, vaste, a perdifiato, del cieco non vedersi, promessa del mancare, intervallo che divide valve di silenzio.<br />
Ogni volta che arrivi, so, te ne andrai, ogni volta ti vedo, piano, svanire, già mentre sottile mi parli per l’ombra, nel tremore di candela che spira nel caffé, al riparo dai geli del Danubio, dai venti che ti cercano, leggera vela di spavento, meraviglia della sera e degli autunni : ancora cammino, fra le ore del giorno, che lentissime scivolano verso la tua sera, già temo il franare, di stanchi minuti fra noi, tazzine deserte alle mani, bianche leggere dita nel buio : dove corrono, già, le tue strade, quali brine ti chiamano alle soglie del ritorno, la vita silenziosa t’insegue, modella fra le ore le muraglie del tuo giorno, dispone la catena che ti guida fra i minuti, concede minimi respiri di rivolta, pallidi giardini per la resa : noi sporgiamo le mani, nell’aria, cerchiamo le pareti, elastiche, dell’ora, l’invisibile lancetta che ci tiene, il dorso buio delle cose in cui sparire, ma non sale nelle dita il lampo della fuga, non si compie il gesto che recide, già svaniscono farfalle nel futuro, luci concesse dalla sera nel cielo : ogni volta so, dal tuo tacere, che i passi salpano al commiato, le labbra stringono a lasciare, i sorrisi soffiano luce per la notte : resta, sì, un domani, resta, uno spaurire nell’attesa, vuota, prima delle mani, dei silenzi felici, del tuo riso, un affollarsi della vita, verso il tuo stupito riapparire, ma, sento l’infrangersi, remoto, del futuro su di noi, quell’onda nera, vasta, che già precipita nel buio, immensa, e corre, sempre più veloce a cancellare, altri minuti leggeri, altre stanze, altre vane candele nei bar, altre luci, quel volto che vedo sorridere lieto, nel taxi, e non cessa, mai, di restare.</p>
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