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	<title>Nazione Indiana &#187; etica</title>
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		<title>PASQUA DI RESURREZIONE</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Apr 2011 08:13:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di FRANCO BUFFONI</p>
<p>Punti centrali del cristianesimo sono l’incarnazione e la resurrezione. Io credo sia dannoso indurre un bambino a basare la propria etica su una nascita “divina” e sulla “resurrezione” di un uomo.<br />
Perché glielo si insegna da piccolo, costruendogli un’etica su due eventi che deve accettare in modo dogmatico.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/24/pasqua-di-resurrezione/">PASQUA DI RESURREZIONE</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di FRANCO BUFFONI</p>
<p>Punti centrali del cristianesimo sono l’incarnazione e la resurrezione. Io credo sia dannoso indurre un bambino a basare la propria etica su una nascita “divina” e sulla “resurrezione” di un uomo.<br />
Perché glielo si insegna da piccolo, costruendogli un’etica su due eventi che deve accettare in modo dogmatico. Mandandolo incontro a due pericoli: accettare anche altre ingiunzioni di tipo dogmatico, oppure diventare cinico, amorale, sprovvisto di un’etica.<br />
Infatti, quando &#8211; crescendo &#8211; gli frana, alla luce della ragione, l’impianto etico basato sui dogmi, è ben difficile che l’ex giovane sia in grado di configurarsi in un’altra etica radicata e profonda. Anche da questo &#8211; secondo me &#8211; viene molto del cinismo, dell’opportunismo, della schizofrenia, delle ipocrisie, delle piccole e grandi astuzie che caratterizzano gli italiani.<span id="more-38841"></span><br />
Invece del catechismo e dell’ora di religione cattolica sono favorevole all’insegnamento di un’etica basata sul rispetto della ragione e della natura, sullo studio armonico delle scienze,  dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, della biologia e dell’astrofisica. Se penso a quanti giovani si lasciano attrarre da satanismo e messe nere… Non vorrei offendere il sentimento di nessuno, ma la radice culturale misterica, irrazionale è mutuata da quelle “bianche”. E pure il lessico.<br />
Occorre sostenere una educazione sanamente laica, nel rispetto della natura &#8211; intesa come la physis dei greci, l’essenza da cui tutto si genera e a cui tutto ritorna &#8211; e del metodo della scienza: della prova e della verifica. Un’educazione seria e rigorosa. Più seria e rigorosa di quella che impone l’irrazionale con nascite divine e resurrezioni. Un’educazione in cui, fin dall’inizio, si concepisca la vita con la morte, in inscindibile unità. Un’educazione alla natura e al relativo: quella che Keats definisce la negative capability: l’educazione al dubbio e alla verifica, alla mancanza di assoluti. Liberandoci una buona volta da quella gabbia organizzativa e dogmatica calata da Paolo in poi sul pensiero greco e su certi comportamenti etici normati dalla cultura ebraica.<br />
Altrimenti continuerà a lievitare fino a fagocitarci questo mostro di consumismo e padre Pio, di miracoli e volgarità, di ingiunzioni dogmatiche e banalità a cui abbiamo lasciato campo libero.<br />
Nelle scuole italiane la resurrezione e il principio di gravitazione universale vengono trasmessi come se fossero verità analoghe, dalle stesse cattedre. Perché manca un vero convincimento laico, una vera forza culturale volta a rifondare gli insegnamenti: per l’appunto, un’etica condivisa.<br />
Così si tenta la restaurazione più bieca del vecchio: sostenendo che l’insegnamento dell’evoluzionismo è degradante, e immettendo nei ruoli delle scuole di stato non degli insegnanti di storia delle religioni e delle civiltà culturali, bensì gli insegnanti di religione cattolica scelti dai vescovi, e dando loro anche la possibilità – su semplice richiesta – di “passare” ad insegnare storia e filosofia.<br />
Quanti dimostrano tanto disprezzo per una concezione laica e illuministica della vita e dell’educazione, in cuor loro, consapevolmente o inconsapevolmente, non credono che l’uomo possa essere seriamente educato, ma solo manipolato.</p>
<p>p.s. Ovviamente uso il termine “etica” in un’accezione ampia e generica: le neuroscienze, al riguardo, avrebbero oggi molto da insegnare.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/24/pasqua-di-resurrezione/">PASQUA DI RESURREZIONE</a></p>
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		<title>Per Yusuf</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/04/20/per-yusuf/</link>
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		<pubDate>Wed, 20 Apr 2011 17:26:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong><br />
</strong></p>
<strong>di </strong><strong>Stefano Liberti</strong> e <strong>Andrea Segre</strong>
<p style="font-weight: bold;"> </p>
Pochi minuti fa ci ha chiamato Yusuf Aminu Baba.
E&#8217; un ragazzo nigeriano di 30 anni. Migrante.
E&#8217; il protagonista di <em>A sud di Lampedusa&#8230;</em>, il documentario che abbiamo girato insieme 5 anni fa nel deserto del Niger.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/20/per-yusuf/">Per Yusuf</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><br />
</strong></p>
<div id="_mcePaste"><strong>di </strong><strong>Stefano Liberti</strong> e <strong>Andrea Segre</strong></div>
<p style="font-weight: bold;"><span style="font-weight: normal;"> </span></p>
<div>Pochi minuti fa ci ha chiamato Yusuf Aminu Baba.</div>
<div id="_mcePaste">E&#8217; un ragazzo nigeriano di 30 anni. Migrante.</div>
<div id="_mcePaste">E&#8217; il protagonista di <em>A sud di Lampedusa</em>, il documentario che abbiamo girato insieme 5 anni fa nel deserto del Niger.</div>
<div id="_mcePaste">Da allora ogni tanto ci chiama, per salutarci.</div>
<div id="_mcePaste">Questa volta la telefonata non era uguale alle altre.</div>
<div id="_mcePaste">Ci ha detto: &#8220;Sono a Zuwarah, sulla costa libica, tra poche ore partirò per Lampedusa. Pregate per me. Ho bisogno delle vostre preghiere e dell&#8217;aiuto di Dio&#8221;.</div>
<div id="_mcePaste">Gli abbiamo detto: &#8220;Non partire, è pericoloso&#8221;. Lui ci ha detto: &#8220;Stare qui è più pericoloso&#8221;.</div>
<div id="_mcePaste">Yusuf partirà. Forse è già partito mentre leggete queste righe. Chissà se mai arriverà o se finirà come molti altri inghiottito dal Mediterraneo.<span id="more-38839"></span></div>
<div id="_mcePaste">E dall&#8217;indifferenza.</div>
<div id="_mcePaste">Non c&#8217;è più spazio per strategie diversive. Dobbiamo essere chiari e definitivi: la vita umana ha per noi europei ancora un valore indipendentemente dall&#8217;origine etnica?</div>
<div id="_mcePaste">Dobbiamo solo rispondere a questa domanda. Se la risposta è sì, c&#8217;è un&#8217;unica cosa da fare: avviare immediatamente tutte le procedure per organizzare corridoi umanitari che aiutino i profughi a fuggire dalla guerra in Libia anche via mare.</div>
<div id="_mcePaste">Se invece non lo facciamo e lasciamo che il loro destino sia la Libia o il rischio mortale del barcone, allora abbiamo risposto no a questa domanda.</div>
<div id="_mcePaste">La tv libica ha informato gli stranieri africani presenti nel territorio nazionale che possono lasciare la Libia come e quando vogliono. Tutti coloro che vogliono fuggire lo possono fare. Come lo fanno?</div>
<div id="_mcePaste">O via terra verso Tunisia ed Egitto.</div>
<div id="_mcePaste">O via mare verso l&#8217;Italia.</div>
<div id="_mcePaste">Partono.</div>
<div id="_mcePaste">Partono comunque.</div>
<div id="_mcePaste">Partono perché il regime che è stato nostro grande amico fino a due mesi fa e che oggi in modo confuso bombardiamo, dopo averli sfruttati, detenuti, isolati, deportati, ora li fa partire.</div>
<div id="_mcePaste">Cosa dobbiamo fare?</div>
<div id="_mcePaste">Fregarcene e farli morire, facendo finta che la nostra strategia politica degli ultimi anni sia stata un grande successo disturbato da un incidente di percorso non previsto? E’ un’opzione, ma allora dobbiamo dirlo chiaramente: la storia della nostra civiltà è cambiata, la vita umana non ha valore in sé. Oppure, se ancora crediamo al valore della vita umana, tentiamo di attivare quella che dalla seconda guerra mondiale a oggi è la naturale conseguenza di un conflitto: aiutare i civili a fuggire, dare un rifugio ai civili, indipendentemente dalla loro razza, dalla loro religione e dalla loro cultura. Azione umanitaria, così si chiama: umanitaria (chiediamo scusa, ma è diventato necessario spiegarlo).</div>
<div id="_mcePaste">Si dirà: &#8220;Eh, ma come si fa? Gheddafi non ci lascia farlo&#8221;. E&#8217; una scusa inaccettabile. Tutti gli sforzi diplomatici, attraverso le istituzioni internazionali, vanno attivati. E va fatto pubblicamente: i cittadini europei, italiani in testa, devono sapere che i governi stanno cercando di salvare quelle vite umane. E&#8217; una questione culturale e civile imprescindibile per il futuro della nostra dignità. Se ci saranno motivi concreti d’impedimento, se ne discuterà. Ma intanto se vogliamo rispondere sì a quella domanda questo è ciò che bisogna tentare di fare subito: traghetti umanitari dalla Libia per aiutare i profughi a fuggire.</div>
<div id="_mcePaste">Che ne pensa il PD, il più grande partito di opposizione progressista in Italia? Ha il coraggio a pochi giorni dalle elezioni amministrative di rispondere sì a questa domanda?</div>
<div id="_mcePaste">Se lo ha, si faccia portavoce di questa richiesta umanitaria fondamentale. Se pensa di avere dei rischi elettorali in un Paese ormai scavato dall&#8217;intolleranza seminata ovunque dalla piccolezza leghista, lo faccia anche solo con uno slogan umanamente minimo, ma almeno evidente: &#8220;Partono comunque, salviamoli&#8221;.</div>
<div id="_mcePaste">E&#8217; l&#8217;ultimo stadio. Proviamo a non rinunciarci.</div>
<div id="_mcePaste">Mentre leggete queste righe Yusuf potrebbe essere già partito. Arriverà a Lampedusa o finirà in fondo al mare? Provate solo un secondo a porvi questa domanda e vedrete che dietro ce n’è un’altra, che investe nel profondo la nostra cultura e interroga il futuro che vorremmo consegnare ai nostri figli: ha ancora un valore la vita umana?</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/20/per-yusuf/">Per Yusuf</a></p>
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		<title>Il sacrificio di Fukushima</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/03/19/il-sacrificio-di-fukushima/</link>
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		<pubDate>Sat, 19 Mar 2011 06:20:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/fukushima.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Connesso di continuo in questi giorni, a seguire gli sviluppi del disastro giapponese. I sensi all’erta, il pericolo che ci minaccia. Una nube, ancora. Una nube che sfugge, inafferrabile, senza riguardo per frontiere e religioni. Incarnazione tangibile (nella sua intangibile numinosità) dell’essenza perversa del capitalismo globale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/19/il-sacrificio-di-fukushima/">Il sacrificio di Fukushima</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/fukushima.jpg"><img class="aligncenter size-thumbnail wp-image-38465" title="fukushima" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/fukushima-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Connesso di continuo in questi giorni, a seguire gli sviluppi del disastro giapponese. I sensi all’erta, il pericolo che ci minaccia. Una nube, ancora. Una nube che sfugge, inafferrabile, senza riguardo per frontiere e religioni. Incarnazione tangibile (nella sua intangibile numinosità) dell’essenza perversa del capitalismo globale. Poi, nel cuore del disastro, la vicenda dei cinquanta tecnici della Tepco che hanno scelto volontariamente di restare nella centrale di Fukushima a fronteggiare la catastrofe. Che hanno scelto la morte. A fondo perduto, prima di tutto, nonostante ogni ragionevole considerazione: se l&#8217;amore è qualcosa è questo, la responsabilità a una chiamata, la coscienza del senso di sé che non si esaurisce nel sé.<span id="more-38464"></span> Non può non chiedersi ciascuno di noi quanto sarebbe capace di tanta dimenticanza di sé. (E viene da chiedersi, ancora una volta, quanto la sfilacciata, familistica etica italica avrebbe consentito quella scelta, che appare in maniera assai marcata un esito dell’etica giapponese: non si rimarcherà mai abbastanza la compostezza di quel popolo di fronte a questa tragedia). Poi, tra i beneficiari di quel sacrificio, il solito “daimon” mi fa intravedere, oltre all’umanità (gli affetti concreti, la comunità astratta), anche chi ha scelto che questo potesse succedere: l&#8217;amministratore delegato di Tepco, e gli azionisti, gli speculatori finanziari, e anche i politici &#8211; che non sono lì a sacrificarsi. Così che questo sacrificio diventa anche l&#8217;ennesimo, volontario tributo al &#8220;potere&#8221;: dove il potere è quel mostro leviatanico che dispensa Parola e Legge, che sceglie &#8220;per conto di&#8221;, che oggettivizza gli individui in sudditi. E, ancora, si tratta di un potere molecolare, che lega a questo sacrificio tutto il corpo sociale (l&#8217;azionariato diffuso in questo senso è una distribuzione della responsabilità &#8211; in solido &#8211; in tutto il corpo sociale). Una società sacrificale, da questo punto di vista. Ma per il momento vorrei stare ancora nella contemplazione della donazione assoluta di sé di quei cinquanta uomini.</p>
<p><em>(pubblicato su l&#8217;Unità, 19/3/2011)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/19/il-sacrificio-di-fukushima/">Il sacrificio di Fukushima</a></p>
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		<title>Note sul rapporto tra personale e politico (in margine al caso Marrazzo)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/10/25/note-sul-rapporto-tra-personale-e-politico-in-margine-al-caso-marrazzo/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/10/25/note-sul-rapporto-tra-personale-e-politico-in-margine-al-caso-marrazzo/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 25 Oct 2009 13:20:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Al cuore della questione Marrazzo (che emerge per <em>par condicio</em> con le escort di Berlusconi),  la mancanza di aderenza tra posizione etica e posizione politica. Non si fraintenda: non è questione di moralismo. Tutt&#8217;altro. Il moralismo, piuttosto, si basa proprio sullo scollamento tra i piani, su quella frattura tra etica singolare e politica pubblica (per richiamare la distinzione aristotelica), ciò che consente alla Morale la possibilità di un giudizio permanente (essa si fa &#8220;pontefice&#8221; tra un piano e l&#8217;altro).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/25/note-sul-rapporto-tra-personale-e-politico-in-margine-al-caso-marrazzo/">Note sul rapporto tra personale e politico (in margine al caso Marrazzo)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Al cuore della questione Marrazzo (che emerge per <em>par condicio</em> con le escort di Berlusconi),  la mancanza di aderenza tra posizione etica e posizione politica. Non si fraintenda: non è questione di moralismo. Tutt&#8217;altro. Il moralismo, piuttosto, si basa proprio sullo scollamento tra i piani, su quella frattura tra etica singolare e politica pubblica (per richiamare la distinzione aristotelica), ciò che consente alla Morale la possibilità di un giudizio permanente (essa si fa &#8220;pontefice&#8221; tra un piano e l&#8217;altro). Si mostra ancora una volta che l&#8217;idea di politica intesa come mera &#8220;capacità tecnica&#8221; è solo astrazione: essa non regge quando sfrega con il suo &#8220;supplemento&#8221; necessario, ovvero la sfera dei &#8220;valori morali&#8221;. <span id="more-25394"></span>Tra etica e politica, allora, è necessaria una continuità, non un (immaginario, ovvero ideologico, falso) distacco, come se il politico fosse solo un dispositivo macchinale &#8211; buono, allora, solo per gestire l&#8217;esistente. La separazione privato/pubblico è solo una falsa coscienza, funzionale all&#8217;esistente. Il personale è immediatamente politico &#8211; non nel senso iper-ideologico che talvolta era all&#8217;opera negli anni settanta, dove il giudizio morale categorizzava, discriminava e incriminava il &#8220;privato&#8221;, ma nel senso che devono essere le pratiche reali a informare la politica. Partire dai corpi, dalle singolarità, e trasformare il politico.<br />
(Si potrebbe anche dire, la possibilità di rappresentare qualcuno deve poggiare sul presupposto dalla possibilità di rappresentare se stessi. E che la rappresentanza non può esimersi dalla rappresentazione).<br />
Tanto più, allora, per chi si pone l&#8217;obiettivo di un cambiamento sociale, la posizione etica deve &#8220;provarsi&#8221;. Per un politico di sinistra non deve esistere privato dove si possa essere differenti dal modo in cui ci si rappresenta pubblicamente. Non esiste trasformazione possibile, e neppure pensabile, senza etica.<br />
Nella fattispecie, Piero Marrazzo doveva rivendicare i suoi comportamenti,  farne un motore di un&#8217;azione politica &#8220;altra&#8221;. Che difendesse gay e trans. Che facesse una battaglia per i dico. Che combattesse la Binetti nel suo partito. (Ma l&#8217;iimpefetto va inteso al passato: era <em>prima </em>che doveva fare tutto questo). Ma non lo fa. Resta nel paradigma dello scollamento privato/pubblico, dicendo che le sue sono solo &#8220;debolezze private&#8221;. Prova vergogna e si dimette. (Sia chiaro, non ci sono scappatoie in questo caso alla vergogna di Marrazzo: anni e anni di menzogne alla propria donna non possono avere altro esito). E&#8217; allora è giusto così, che se ne vada. Così come dovrebbero andarsene &#8211; e più ancora &#8211; tutti i divorziati, puttanieri, amanti, che si fanno latori delle posizioni della Chiesa, o i noti consumatori di coca che appoggiano politiche proibizioniste, o chi parla di legalità e poi commette abusi edilizi nel proprio privato&#8230; (Poi certo, che Berlusconi abbia negato tutto, non dica la verità e non pensi nemmeno lontanamente a dimettersi, è un piano diverso del discorso, il paragone non dovrebbe neanche porsi&#8230;).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/25/note-sul-rapporto-tra-personale-e-politico-in-margine-al-caso-marrazzo/">Note sul rapporto tra personale e politico (in margine al caso Marrazzo)</a></p>
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		<title>Disastri catechistici</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Feb 2009 10:27:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Punti centrali del cristianesimo sono l’incarnazione e la resurrezione. Io credo sia dannoso indurre un giovane a basare la propria etica su una nascita “divina” e sulla “resurrezione” di un uomo.</p>
<p>Perché glielo si insegna da piccolo, costruendogli un’etica su due eventi che deve accettare in modo dogmatico.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/10/disastri-catechistici/">Disastri catechistici</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Punti centrali del cristianesimo sono l’incarnazione e la resurrezione. Io credo sia dannoso indurre un giovane a basare la propria etica su una nascita “divina” e sulla “resurrezione” di un uomo.</p>
<p>Perché glielo si insegna da piccolo, costruendogli un’etica su due eventi che deve accettare in modo dogmatico. Mandandolo incontro a due pericoli: accettare anche altre ingiunzioni di tipo dogmatico, oppure diventare cinico, amorale, sprovvisto di un’etica.</p>
<p>Infatti, quando &#8211; crescendo &#8211; gli frana, alla luce della ragione, l’impianto etico basato sui dogmi, è ben difficile che l’ex giovane sia in grado di costruirsi un’altra etica radicata e profonda. Da qui viene molto del cinismo, dell’opportunismo, della schizofrenia, delle ipocrisie, delle piccole e grandi astuzie che caratterizzano gli italiani. Ne è emblema chi li rappresenta oggi a Palazzo Chigi.</p>
<p><span id="more-14309"></span></p>
<p>Invece del catechismo e dell’ora di religione cattolica sono favorevole all’insegnamento di un’etica basata sul rispetto della ragione e della natura, sullo studio armonico delle scienze,  dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, della biologia e dell’astrofisica. Se penso a quanti giovani si lasciano attrarre da satanismo e messe nere… Non vorrei offendere il sentimento di nessuno, ma la radice culturale misterica, irrazionale è mutuata da quelle “bianche”. E pure il lessico.</p>
<p>Occorre sostenere una educazione sanamente laica, nel rispetto della natura &#8211; intesa come la physis dei greci, l’essenza da cui tutto si genera e a cui tutto ritorna – e il metodo della scienza: della prova e della verifica. Un’educazione seria e rigorosa. Più seria e rigorosa di quella che impone l’irrazionale con nascite divine e resurrezioni. Un’educazione in cui, fin dall’inizio, si concepisca la vita con la morte, in inscindibile unità.</p>
<p>Un’educazione alla natura e al relativo: quella che Keats definisce la <em>negative capability</em>: l’educazione al dubbio e alla verifica, alla mancanza di assoluti.</p>
<p>Altrimenti continuerà a lievitare fino a fagocitarci questo mostro di consumismo e padre Pio, di miracoli e volgarità, di ingiunzioni dogmatiche e banalità a cui abbiamo lasciato campo libero. Perché manca un vero convincimento laico, una vera forza culturale volta a rifondare gli insegnamenti: per l’appunto, un’etica. Così si tenta la restaurazione più bieca del vecchio: sostenendo che l’insegnamento dell’evoluzionismo è degradante, e immettendo nei ruoli delle scuole di stato non degli insegnanti di storia delle religioni e delle civiltà culturali, bensì gli insegnanti di religione cattolica scelti dai vescovi, e dando loro anche la possibilità – su semplice richiesta – di “passare” ad insegnare storia e filosofia.</p>
<p>Quanti dimostrano tanto disprezzo per una concezione laica e illuministica della vita e dell’educazione, in cuor loro, consapevolmente o inconsapevolmente, non credono che l’uomo possa essere seriamente educato, ma solo manipolato.</p>
<p><strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/10/disastri-catechistici/">Disastri catechistici</a></p>
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		<title>Vogliamo arrenderci alla barbarie?</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Feb 2009 07:38:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Giovedì 5 febbraio è stato il giorno della vergogna. In spregio ai più elementari diritti umani, è passata la legge che, di fatto, spingendo i medici a farsi delatori, nega le cure ai &#8220;clandestini&#8221;. E fa ancora più disgusto, tutto questo, se si pensa che coloro i quali l&#8217;hanno voluta sono gli stessi che, nel caso di Eluana, si riempiono la bocca con la salvezza dell&#8217;umano – l&#8217;unica traccia coerente, in questo, è in realtà proprio il disprezzo per l&#8217;umano, in nome delle convenienze politiche.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/08/vogliamo-arrenderci-alla-barbarie/">Vogliamo arrenderci alla barbarie?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><span>Giovedì 5 febbraio è stato il giorno della vergogna. In spregio ai più elementari diritti umani, è passata la legge che, di fatto, spingendo i medici a farsi delatori, nega le cure ai &#8220;clandestini&#8221;. E fa ancora più disgusto, tutto questo, se si pensa che coloro i quali l&#8217;hanno voluta sono gli stessi che, nel caso di Eluana, si riempiono la bocca con la salvezza dell&#8217;umano – l&#8217;unica traccia coerente, in questo, è in realtà proprio il disprezzo per l&#8217;umano, in nome delle convenienze politiche. La stessa Medici Senza Frontiere ha dichiarato tutto il suo sconcerto, e chi meglio di loro conosce le condizioni sanitarie e psicologiche dei &#8220;clandestini&#8221;? (Varrebbe la pena di notare che MSF è attiva nelle zone del mondo di conflitti e fame, e tra queste c&#8217;è il nostro meridione affollato di braccia nere). <span id="more-14239"></span>Dal sito di <strong><a href="http://www.medicisenzafrontiere.it">Msf </a> </strong>è allora opportuno scaricare e leggersi il rapporto &#8220;Una stagione all&#8217;inferno – Rapporto sulle condizioni degli immigrati impiegati in agricoltura nelle regioni del Sud Italia&#8221;. Di fronte alla barbarie in corso, è tanto più necessario difendere quegli spazi di libertà che sono rimasti. Uno di questi è l&#8217; <a href="www.ambulatoriopopolare.org"><strong>Ambulatorio Medico Popolare di Milano</strong></a>. Dopo la Conchetta stava per toccare all&#8217;AMP, di essere sgomberato: la data prevista era il 27 gennaio, Giornata della memoria – le strane coincidenze prodotte dal caso. Coincidenze significative, dacché l&#8217;AMP è un luogo in cui si fornisce assistenza sanitaria di base gratuita per tutti, con un ambulatorio aperto due pomeriggi alla settimana, oltre che un&#8217;associazione che organizza campagne di informazione per il diritto alla salute. Diritto per tutti, dunque anzitutto un luogo sicuro per gli immigrati, che vengono accolti, ascoltati, curati, da volontari che si impegnano in una forma di solidarietà militante. La data prevista per lo sgombero, adesso, è fissata al 22 aprile. Non lasciamolo solo, l&#8217;AMP: e quanti più possibile, quel giorno, siano a sua difesa, in via dei Transiti 28.</span></p>
<p><span>(pubblicato su l&#8217;Unità, 8/2/2009)</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/08/vogliamo-arrenderci-alla-barbarie/">Vogliamo arrenderci alla barbarie?</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Dove guarda l&#8217;uccello a forma di domanda</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Jun 2008 10:56:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>Sul De Bestiarum Naturis di Andrea Pedrazzini</strong></p>
<p><strong> di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Pedrazzini disegna come Rabelais, sente come Plutarco.<br />
Di qui, in primo luogo, il lato comico, non burlesco, non vignettistico, non caricaturale del suo tratto.<br />
Il comico si fonda su un’acuta osservazione dell’infinita <em>varietas</em> della natura e sull’altrettanto infinita potenzialità della fantasia di mettere alla prova ogni travestimento dell’umano, ogni suo irrigidimento moralistico, ogni suo atteggiamento pedagogico, ogni sua pretesa astratta di giudicare dall’alto gli eventi umani e non umani: nelle creazioni comiche il trionfo della sovrana ragione del riso vince sulle ragioni della serietà.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/03/dove-guarda-luccello-a-forma-di-domanda/">Dove guarda l&#8217;uccello a forma di domanda</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Sul De Bestiarum Naturis di Andrea Pedrazzini</strong></p>
<p><strong> di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Pedrazzini disegna come Rabelais, sente come Plutarco.<br />
Di qui, in primo luogo, il lato comico, non burlesco, non vignettistico, non caricaturale del suo tratto.<br />
Il comico si fonda su un’acuta osservazione dell’infinita <em>varietas</em> della natura e sull’altrettanto infinita potenzialità della fantasia di mettere alla prova ogni travestimento dell’umano, ogni suo irrigidimento moralistico, ogni suo atteggiamento pedagogico, ogni sua pretesa astratta di giudicare dall’alto gli eventi umani e non umani: nelle creazioni comiche il trionfo della sovrana ragione del riso vince sulle ragioni della serietà. L’uomo davvero serio è colui che non si prende sul serio, e soprattutto, come Pedrazzini ci mostra attraverso i suoi animali, non prende sul serio l’Uomo.<span id="more-6043"></span><br />
Panurge, il personaggio di Rabelais, vorrebbe sposarsi, ma non sa decidersi. Chiede consiglio a Pantagruele, il quale ha un’idea: farsi portare le opere di tutti i grandi sapienti dell’antichità, Omero, Platone, Aristotele, Virgilio e aprire per tre volte a caso ciascuno dei loro scritti. Leggendo ogni volta il passo corrispondente, prima o poi – Pantagruele ne è certo –, la risposta salterà fuori. Dopo dotte e interminabili disquisizioni, i due, sconfortati, si danno per vinti, tanto che Panurge pensa di giocarsi la sorte ai dadi. In seguito, chiede consiglio un po’ a tutti, sacerdoti, cabalisti, filosofi, ma niente: nessuno è in grado di rispondere al suo fondamentale quesito: «Devo sposarmi oppure no?». La sua «fantasia» di matrimonio, così la chiama Rabelais, si scontra contro la «realtà» dei suoi interlocutori, che rappresentano un sapere tanto enciclopedico quanto inutile.<br />
Di che stupirsi? Per tutti i Sorbonagri di questo mondo il sapere è una cosa talmente seria da non contemplare né la «fantasia» fin troppo umana di Panurge né quella fin troppo popolata da animali di Pedrazzini.<br />
Nell’opera di Pedrazzini c’è, tuttavia, una radice più antica, e in fondo eretica.<br />
Che cosa pensiamo quando pensiamo al rapporto tra uomini e animali?<br />
Fin dalla nostra antichità, i Greci ci hanno offerto grosso modo due vie di interpretazione, che senza molti scossoni sono arrivate fino a noi.<br />
Aristotele, il primo grande catalogatore, ci ha fornito una classificazione descrittiva delle specie animali (più di 540!), corredata da un’imponente messe di informazioni e spiegazioni relative ai singoli fenomeni, affermando, come faranno poi Porfirio, Plinio il Vecchio, Claudio Eliano, Agostino, San Tommaso, Cartesio, Kant e ancor oggi illustri scienziati americani, che la differenza tra uomo e animale risiede nel fatto che quest’ultimo è privo di «ragione» (e di «anima immortale») e che essendo l’universo regolato da leggi che possono essere comprese solo dalla ragione umana, l’animale deve limitarsi a seguire ciecamente quelle leggi, vivendo e morendo per l’eternità nella notte degli istinti.<br />
La seconda via, che precede cronologicamente la prima, è quella del mito, terra di poeti (da Omero a Poe, da Ovidio a Borges). Il mito introduce nell’universo primordiale – che poi per Aristotele sarà regolato «secondo ragione» – esseri ibridi, formati da parti animali e umane. Di più, il mito si compiace di trasformare dei e uomini in animali grazie a una legge difficilmente comprensibile «secondo ragione», ovvero la legge della metamorfosi. Tuttavia, se Zeus s’intrufola per un breve periodo in un corpo di toro per montare una sua giovane conquista, gli uomini, salvo rare eccezioni, sono condannati a rimanere bestie per sempre. L’uomo, anche per il mito, è in fondo più simile agli dei (o a Dio) che a un animale, il quale è più simile a una cosa. Tali incastri apriranno poi la via a una concezione antropomorfica della natura animale, con tutte le sue prerogative simboliche, allegoriche, teologiche o semplicemente speculari, che avrà nelle diverse epoche le sue manifestazioni più tipiche nella favola, nei bestiari, nei fumetti.<br />
Esiste però una terza possibilità di concepire il rapporto tra uomo e animale, e questa è rappresentata da Plutarco, il celebre autore delle <em>Vite parallele</em>, nato nel 47 d. C. a Cheronea e vissuto, pare, fino al 127 d. C.<br />
Plutarco, nei suoi <em>Moralia</em>, dedica alcuni scritti agli animali. Il più noto, <em>De esu carnium</em> (Del mangiare carne) è una breve serie di «logoi», in cui si critica l’uso umano di alimentarsi con carne animale. In un’altra operetta in forma di dialogo, intitolata <em>Bruta animalia ratione uti</em> (Gli animali usano la ragione), l’autore rielabora a suo modo il celebre episodio dell’<em>Odissea</em> in cui la maga Circe, trasformati i compagni di Ulisse in porci, cede alle preghiere dell’eroe liberando i malcapitati dall’incantesimo. Nel suo dialogo Plutarco immagina che Ulisse, vista esaudita la sua richiesta, chieda a Circe che vengano sciolti dall’incantesimo anche gli altri Greci che pascolano nel giardino. Costoro, tuttavia, con grande sorpresa dell’eroe, non desiderano affatto ritornare uomini. Uno di loro, un porco dall’aria particolarmente sveglia, spiega a Ulisse con tagliente retorica e abbondanza di argomentazioni il perché: gli animali, essendo più vicini dell’uomo alla natura, scelgono e praticano le azioni che sono loro necessarie. «Dunque ammetti già – afferma il porco rivolgendosi a Ulisse –  che l’anima degli animali è più felicemente predisposta per natura alla nascita della virtù ed è più compiuta a tale scopo; perché senza avere ricevuto imposizioni né insegnamenti, per così dire, senza semina né coltura, essa produce e fa crescere naturalmente la virtù adeguata a ciascuno di loro».<br />
Il sentimento di Plutarco, che fa da sottofondo ai suoi scritti sugli animali, è quello di un’autentica fedeltà all’infinità varietà della natura, non solo umana. Nelle sue parole, cioè, il concetto di giustizia, paradigma centrale dell’esperienza per i greci, viene esteso con un atto di coraggio a tutte le altre specie animali. Per imporre la sua “eresia”, egli adotta non solo le armi della retorica, ma anche quelle della comicità. A volte noi uomini, per comprendere le sopraffazioni che la nostra stessa ragione regolatrice dell’universo compie, abbiamo bisogno di un porco travestito da sofista o, come si vede in un disegno di Pedrazzini, di un topo stilita in grado di leggere su un interminabile papiro che ruota nel buio di una biblioteca-cloaca i significati reconditi delle nostre abitudini e dei nostri comportamenti.<br />
Plutarco, inoltre, con la sua riflessione, compie un passo definitivo e a cui bisogna sempre tornare se si vuole sostare, foss’anche in punta di china, sulle «proprietà» o «nature» degli animali. Il suo è un atto di solidarietà nei confronti di questi testimoni muti della nostra tragicommedia. Se il demiurgo dell’universo ha voluto innalzare un muro di silenzio tra noi e gli animali, imprigionando noi e loro in un linguaggio reciprocamente indecifrabile, egli non ci impedisce di condividere ciò che ci rende tutti, uomini e animali, eguali, ovvero il comune sostrato di vita, il fatto di essere creature incarnate in un corpo in grado di assaporare la semplice sensazione di essere.<br />
Ai sentimenti di fedeltà, di solidarietà e di empatia nei confronti di tutti gli animali, propri di Plutarco, nei disegni di Pedrazzini si aggiunge un atto di ribellione. Gli animali di Pedrazzini, infatti, non esistono in natura. Quali proprietà potranno mai possedere animali che non fanno parte del nostro mondo? L’infinità varietà della natura, grazie al gesto di rivolta dell’artista, sperimenta l’infinita varietà della fantasia: come se nei disegni di Pedrazzini la fantasia volesse continuare il gioco della natura, come se per Pedrazzini nulla potesse davvero essere visto e compreso in natura senza la forza della fantasia. La sola differenza tra la zoologia scientifica e quella fantastica del disegnatore è che ogni esemplare della sua fantasia, a differenza di quanto vediamo intorno a noi, è una specie in sé, un individuum tanto inaspettato quanto irriproducibile.<br />
E ancora. Pedrazzini osserva come un enciclopedista settecentesco precursore di Kafka e sogna come un Alfred Jarry rivisitato da Cortázar.<br />
La sua è una scuola di alta precisione dove lo spazio, proprio come nelle tavole scientifiche del Settecento, viene smembrato e anatomizzato al fine di creare molteplici punti di vista, compreso quello dell’animale che quello spazio occupa. La sua stessa scelta tecnica, il disegno a china, sottende una volontà etica di rifuggire dal vago, dall’esornativo, da ogni tentazione barocca. Pedrazzini privilegia l’avvicinamento descrittivo, il lento scavo nell’essenza di una «natura» attraverso una cura maniacale dei dettagli. Tutto ciò, un po’ come in Kafka, produce un duplice effetto: più si osservano i suoi strani animali più essi ci sembrano famigliari (in Kafka avviene esattamente il contrario); più ci addentriamo nelle loro «nature», più ci viene sottratto quel potere che l’uomo esercita su di loro, tanto che essi, veri o fantastici che siano, si trasformano in esseri simili a noi, come noi incarnati in corpi finiti e transeunti. Guardando i disegni di Pedrazzini mi sono sentito spesso sollevato da quella che sempre Kafka chiamava «l’angoscia della posizione eretta»; liberato dal mio stesso potere; affrancato finalmente dalla mia stessa «natura» umana.<br />
Sebbene ispirato dalla ragione settecentesca, Pedrazzini non è un enciclopedista che pensa che tutte le «nature» si possano descrivere e spiegare secondo l’ottimismo scientifico e filosofico del XVIII secolo. L’universo, per un artista degli inizi del XXI secolo, se è reale non per questo è realistico: non è un sistema armonico di principi e di rapporti di causa ed effetto e neppure uno zoo dove non esistono specie sconosciute. Ciò che lo caratterizza è anzi una pantagruelica <em>varietas</em> delle forme. E in questo universo, che vive e si moltiplica, egli, come il provetto Faustroll di Jarry, non smette di pensare che il vero studio della «natura» sta nell’applicarsi con umiltà e devozione soprattutto alle sue eccezioni apparentemente incredibili, fantastiche, o solo dimenticate. Detto altrimenti e prendendo a prestito le parole di Julio Cortázar – dopo Kafka forse il più grande osservatore della zoologia umana dal punto di vista degli animali –, ogni atto artistico, in quanto «sospensione della credulità» (Coleridge), è una «tregua» dal «duro, implacabile assedio che il determinismo fa all’uomo». L’arte è un atto insieme di nostalgia e di ribellione, grazie al quale gli uomini, afferma Cortázar, «cessano di essere se stessi e la propria circostanza» e dove desiderano «essere se stessi e l’inaspettato, se stessi e il momento in cui la porta che prima o poi dà sull’ingresso si socchiude lentamente per lasciarci vedere il prato dove nitrisce l’unicorno»&#8230;<br />
O dove dondola il Tapire roulant di Pedrazzini, o dove guarda il suo uccello a forma di domanda che pare trafitto e conficcato al suolo da due bastoncini di legno (a meno che non si tratti della parte superiore delle sue lunghissime ed esili zampe), o dove nuota quel suo grande pesce dall’occhio scettico dentro il quale nuota un altro pesce, molto più piccolo e dall’occhio molto più saccente, che a mo’ di vademecum sembra suggerirgli in una delle tante lingue sconosciute a pescatori e a marinai la rotta da seguire&#8230;</p>
<p><em>Post scriptum</em></p>
<p>Aristotele, dopo aver catalogato le sue 540 specie animali e averle con minuzia aristotelica descritte, affermò, come è noto, che «il riso è una caratteristica propria dell’uomo».<br />
Gli animali di Pedrazzini mi trasmettono quel sentimento di fedeltà all’infinità varietà della natura che è alla base stessa della loro creazione. Non solo. Mi rendono partecipe delle loro «nature», per quanto queste possano sfuggire al nostro quotidiano incubo deterministico.<br />
Provo nei loro confronti una profonda empatia. Sento il loro dolore. Mi ribello alla loro incolpevole e ingiusta esclusione dalla nostra vita di esseri tanto potenti quanto angosciati della nostra posizione di potere. A tal punto che a volte divento uno di loro. Proprio come adesso. E rido. Quello che prima era una fantasia, adesso, ve lo assicuro, è una realtà.<br />
Non date retta ad Aristotele, ad Agostino, a San Tommaso, a Kant, ai post-umanisti del XXI secolo. Ridere, come diceva Rabelais è «soprattutto cosa umana», ma non esclusivamente cosa umana. Adesso che anch’io sono diventato una creazione di Pedrazzini lo so: l’uomo non è l’unico animale che sa ridere!</p>
<p>DE BESTIARUM NATURIS<br />
disegni di Andrea Pedrazzini</p>
<p>testo introduttivo di Massimo Rizzante</p>
<p>12 giugno &#8211; 12 luglio 2008<br />
inaugurazione Giovedì 12 giugno, ore 18.</p>
<p>GALLERIA D&#8217;ARTE DAVICO<br />
Gall. Subalpina 30 &#8211; 10123 Torino<br />
Tel. 011-562.91.52<br />
galleriadavico@virgilio.it</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/03/dove-guarda-luccello-a-forma-di-domanda/">Dove guarda l&#8217;uccello a forma di domanda</a></p>
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		<title>Il corpo di Antigone e la 194</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jan 2008 23:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="justify">di <strong>Marco Rovelli</strong> </p>
<p align="justify">Al tempo del referendum sulla procreazione assistita, Enzo Mazzi scrisse un bell’articolo sulla dialettica <em>insuperabile</em> tra etica e potere. Mostrando, insieme, come nel corpo della chiesa vi fossero differenze che l’unanimismo mediatico <em>in mortem wojtyla</em> tendeva a occultare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/08/il-corpo-di-antigone-e-la-194-3/">Il corpo di Antigone e la 194</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">di <strong>Marco Rovelli</strong> </p>
<p align="justify">Al tempo del referendum sulla procreazione assistita, Enzo Mazzi scrisse un bell’articolo sulla dialettica <em>insuperabile</em> tra etica e potere. Mostrando, insieme, come nel corpo della chiesa vi fossero differenze che l’unanimismo mediatico <em>in mortem wojtyla</em> tendeva a occultare. Ne risultava che, sui referendum a venire sulla procreazione assistita, era palese come non fosse <em>scritto</em> da nessuna parte che un cattolico era tenuto a votare in <em>quel</em> certo modo (che era poi, furbescamente, il non voto).</p>
<p>Mazzi affrontava la questione, decisiva, del rapporto tra potere e etica in modo (paradossale, per un prete) foucaultiano: rappresentandola attraverso le figure di Creonte e Antigone. Una messa in figura estremamente fertile, che vale tutt&#8217;oggi, quando ci dobbiamo apprestare ad affrontare una battaglia decisiva, quella per la difesa della 194. Ciò che, ovviamente, Ratzinger/Creonte non può accettare, laddove egli non può far altro che tentare di imporre <em>con forza</em> il diritto (la forza del diritto, il diritto della forza) sopra il corpo fluido di Antigone.<span id="more-5139"></span></p>
<p>La battaglia è decisiva, perchè la questione dell&#8217;aborto non è semplicemente una questione di diritti civili, di laicità, e quant&#8217;altro. E&#8217; una questione che riguarda la natura stessa del potere, e del suo stabilimento. Antigone – l’etica, insomma &#8211; non è che l’indefinizione che oltrepassa ogni <em>stabilimento</em> del potere. Essa è il <em>fuori</em>-legge – ma un fuori che è definito, recintato, conchiuso, dal potere. Antigone è la <em>forma fluens</em> che il potere, come lo sguardo di Medusa, vuole fissare – la <em>chora</em> – la materia informe – su cui il potere si esercita. Esercitandosi, il potere produce verità: verità che potrebbe essere raffigurata come i solchi prodotti dal potere sulla materia. (Ma la materia resiste. E reagisce).</p>
<p><strong>Il potere produce verità – e la produce <em>sul</em> corpo di Antigone. E Antigone è una donna.</strong></p>
<p>Questo conflitto tra potere/verità e corpo/amore, questo irriducibile attrito &#8211; ma anche, per allargare la <em>famiglia</em>, tra Ragione e Violenza, nei termini hegeliani di E. Weil (e di Bataille), o di Sacro e Violenza, in quelli di Girard &#8211; è la sfuggente, dileguante, inafferrabile sostanza ontologica dell’animale umano: e forse, la differenza specifica del suo genere.</p>
<p>E&#8217; a mio parere necessario avere chiara la portata dello scontro che si sta giocando oggi. Se è vero che la questione dell&#8217;aborto è una questione che riguarda la natura stessa del potere, e del suo stabilimento, allora il tentativo dei clericali insieme agli atei devoti è il culmine di un&#8217;offensiva che negli ultimi trent&#8217;anni ha segnato l&#8217;arretramento dei diritti conquistati nel secolo ancora precedente. Il potere che definisce il vero, stavolta, vuole far presa <em>dentro</em> il corpo di Antigone, rastrellare ogni residuo di resistenza, imprimere il suo marchio su ogni resto. Per questo, oggi ancor più di due anni fa, è necessario produrre resistenza. La resistenza del corpo di Antigone alla Parola di Creonte.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/08/il-corpo-di-antigone-e-la-194-3/">Il corpo di Antigone e la 194</a></p>
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		<title>Replica a Berardinelli</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2006 10:13:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<category><![CDATA[alfonso berardinelli]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong> e <strong>Andrea Raos</strong></p>
<p class="MsoBodyText">
</p><p class="MsoBodyText">Ringraziamo Alfonso Berardinelli per aver <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/02/08/gli-intellettuali-esistono-per-doversi-giustificare-e-berardinelli-lo-fa/">risposto</a> sul “Foglio” alla nostra <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/02/01/lettera-aperta-ad-alfonso-berardinellli/">lettera aperta</a>. Lo ringraziamo, senza alcuna ironia, perché ha dimostrato così di credere ancora nel valore del dibattito culturale. Ha dimostrato che il confronto ha senso anche quando si annuncia aspro e scomodo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/02/09/replica-a-berardinelli/">Replica a Berardinelli</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong> e <strong>Andrea Raos</strong></p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT">Ringraziamo Alfonso Berardinelli per aver <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/02/08/gli-intellettuali-esistono-per-doversi-giustificare-e-berardinelli-lo-fa/">risposto</a> sul “Foglio” alla nostra <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/02/01/lettera-aperta-ad-alfonso-berardinellli/">lettera aperta</a>. Lo ringraziamo, senza alcuna ironia, perché ha dimostrato così di credere ancora nel valore del dibattito culturale. Ha dimostrato che il confronto ha senso anche quando si annuncia aspro e scomodo. Anche quando nasce da un blog letterario e non sulle pagine di un qualche quotidiano o periodico di grande tiratura. Anche quando è proposto da persone che non possono far valere gli stessi suoi titoli, ma solo la bontà o meno dei loro argomenti. Le risposte che ci dà non ci hanno comunque convinto, ma ci indicano un percorso da compiere. Ci sollecitano insomma ad approfondire le nostre ragioni, questo ruolo di “passeurs”, di “spalloni della poesia” che per pura passione ci siamo trovati ad assumere. Cercheremo di mostrare anche sulle pagine di Nazione Indiana il valore e l’interesse di una certa corrente della produzione poetica francese.</span></p>
<p class="MsoBodyText"><span id="more-1717"></span></p>
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT">L’impressione di Berardinelli è che questi autori scrivano testi inutili e che ripercorrano un vicolo cieco già battuto (lui pensa senz’altro al filone <em>Tel quel</em> e ai “teorici” dell’<em>écriture</em>). Certo gli autori che noi abbiamo proposto hanno una storia, delle eredità culturali in parte condivise; ma non sono degli epigoni. E si muovono in direzioni comunque diverse rispetto a quanto in Italia si fa. Nella sua controreplica, Berardinelli ribadisce per la seconda volta che queste poesie non lo convincono perché afflitte da una “indeterminatezza della forma”. In questa asciuttezza il suo giudizio diventa però insindacabile e anche non falsificabile: Berardinelli rifiuta di entrare nel merito, di spiegarci come e perché. Noi invece osserviamo due cose:</span></p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin-left: 36pt; text-indent: -18pt"><span lang="IT" /><!--[endif]--><span lang="IT">1. Sul piano generale, il discorso di Berardinelli potrebbe essere interpretato (se ci si attiene solo a quanto da lui detto nel suo primo articolo), come una pura e semplice difesa delle forme tradizionali contro tutta la modernità, a partire almeno da Duchamp. Perché no. Ma a quel punto due frasi non ci bastano, e leggeremmo col più vivo interesse un’argomentazione più approfondita. Se invece, come ci sembra più probabile, Berardinelli rifiuta ciò che – in modo del tutto aprioristico ed automatico – egli incasella nella tradizione della neoavanguardia come comunemente intesa in Italia (e da lui in più occasioni criticata), rispondiamo che questo non è vero, e che proprio questa distanza ci sembra uno dei maggiori punti di forza dei poeti in questione. E sarebbe allora del più grande interesse discutere dei limiti, della portata dell’innovazione letteraria. Nel suo secondo articolo, Berardinelli dice che l’”avanguardia” ha già dato tutto il poco che doveva dare. Non siamo d’accordo. Perché questo è vero di una certa parte della neoavanguardia italiana, in cui la sperimentazione è andata di pari passo con una prepotente opera di canonizzazione della stessa (la famosa “avanguardia museale” di Sanguineti), che è stata anche occupazione dell’accademia; ma non lo è di altre operazioni, condotte in parallelo o in seguito, che non hanno mai messo in sordina il proprio potenziale critico e che &#8211; piaccia o no a Berardinelli ed alla stessa avanguardia “ufficiale” &#8211; esistono, e continuano in forme sempre inattese (per l’Italia, vogliamo citare almeno Giancarlo Majorino, che Berardinelli stesso ha avuto occasione di lodare, e Giuliano Mesa – ben  lontani dall’essere gli unici esempi possibili). </span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin-left: 18pt"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin-left: 36pt; text-indent: -18pt"><!--[if !supportLists]--><span lang="IT">2.</span>      <!--[endif]--><span lang="IT">Più in particolare, vogliamo ribadire almeno due esempi di sperimentazione sulla forma (non semplice rifiuto della stessa) contenuti nel nostro dossier francese. Christophe Tarkos, che (vale forse la pena precisarlo) lavorava sull’avanguardia non dalle fredde aule di una qualsivoglia accademia, ma da una posizione di grave disagio psichico (una posizione, insomma, fortemente “esistenziale”), Tarkos, dunque, sottopone il linguaggio ordinato e razionalizzante agli stessi scossoni che attraversano la sua mente, costituendo una peculiare forma di dettato ossessivo attraverso iterazioni e parallelismi. La sua frase cresce a poco a poco e torna su di sé di continuo, dilatandosi, senza trovare mai vero compimento. La sua percezione sempre in bilico, sempre sul punto di sprofondare ed annullarsi, è al tempo stesso tentativo di “dare forma” ed ammissione del proprio scacco. Può piacere o no (ammesso che “piacere” sia il termine adatto in questo caso – lo era forse per Van Gogh? o per Amelia Rosselli, la sua pronuncia dissestata e percossa?), tutto si può dire – ma non certo che si tratti della stanca ripetizione di un ribellismo di facciata.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin-left: 35.4pt"><span lang="IT">Eric Suchère – che potrebbe forse sembrare il più “informale” di tutti – compie in realtà un lavoro di un’estrema raffinatezza sulla scomposizione della forma. Questo aspetto è forse poco apparente nella pur ottima traduzione di Massimo Sannelli; lo legga, se ne avrà l’occasione, in originale, e vedrà dispiegarsi tutto il suo lavoro di microincisione sull’alessandrino. Il problema (qui si tocca un altro punto centrale) è che Suchère il suo lavoro lo compie a partire da suggestioni che riguardano non solo o non tanto l’eterno microcosmo della poesia, ma andando a cercare nuovi stimoli nelle arti figurative e nella musica contemporanea. Che non significa dire di ispirarsi all’avanguardia di tre generazioni fa (Stockhausen o lo stesso Duchamp trasformati – loro malgrado – in soprammobili da salotto buono) ma ai <em>nostri</em> contemporanei negli altri campi della creazione. Non è vero che non accade mai nulla, e che tutto si ripete; le innovazioni, gli squarci, gli slanci in avanti esistono, vengono dalle direzioni più impensate – basta volerli e saperli riconoscere. Da questo punto di vista lo scetticismo di Berardinelli, salutare cura di lucidità di fronte alle finte esaltazioni ed alla mortifera asfitticità degli anni Ottanta, ci sembra ormai fuori fuoco di fronte a ciò che, nel campo della <em>nuova</em> letteratura, <em>realmente accade</em>.</span></p>
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT">Il giudizio di Berardinelli ci ha sorpreso solo a metà, a dire il vero. Noi crediamo che la sua lezione migliore stia in due “qualità”: il <em>gusto</em> e un certo <em>scetticismo</em>. Mentre nel mondo degli specialisti universitari, il gusto è una prerogativa sempre più rara e a volte considerata del tutto superflua, Berardinelli ha continuato a difendere la necessità del gusto. Mentre nel frastagliato e variopinto mondo della poesia, il kitsch si diffondeva a macchia d’olio dietro formule altisonanti o liberatorie, Berardinelli ha saputo conservare una giusta, disincantata, distanza di fronte alla scrittura in versi. Lo scetticismo gli ha permesso inoltre di esercitare quella critica delle idee, che è momento culminante del saggismo che egli da tempo difende. E le sue lucide riflessioni su costumi, stili e dottrine della sinistra già all’altezza degli anni Ottanta sono stati per noi – erano per noi anni di formazione – un varco angusto e istruttivo.</span></p>
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT">Ma il gusto come lo scetticismo sono qualità anche “conservatrici”, soprattutto se non sono costantemente messe alla prova, fino al tradimento. Nel suo modo di parlare dei poeti francesi, di formulare il suo giudizio, a noi Berardinelli ha dato l’impressione di un atteggiamento pregiudiziale, di una rinuncia a mettere nuovamente in gioco le proprie categorie, di una mancanza di curiosità. Ma anche di autoritarismo, rifiutando di affiancare una qualche concreta dimostrazione al suo verdetto. E questa impressione è stata rafforzata dal passo in cui Berardinelli si chiede come sia possibile che testi simili siano stati messi in circolazione da una rivista come “Nuovi Argomenti”. </span></p>
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT">Berardinelli, abbiamo bisogno di critici che abbiano gusto e che siano severi. Non di padri castranti che si rivolgano ai responsabili della rivista per cui abbiamo lavorato invocando censure. </span></p>
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT">Ci rammarichiamo di una cosa, di un nostro errore. Per noi è triste che Berardinelli scriva sul “Foglio”, indipendentemente da cosa vi scriva. Ma forse nella nostra lettera a Berardinelli non avremmo dovuto esprimere il giudizio negativo sul “Foglio” e questa nostra amarezza. Ciò ha scatenato nei commenti alla nostra lettera un processo di condanna o assoluzione, relativo a questa collaborazione. E Berardinelli ha dedicato una buona parte della sua risposta al nostro scritto per “giustificare” i motivi della sua scelta, rispondendo ad un attacco personale che gli era stato rivolto in un commento da una lettrice. Altre erano le nostre perplessità, meno legate alla persona, e più alla sua funzione e al contesto in cui essa si esercita. Una riflessione utile (che la nostra frase di partenza sottintendeva) dovrebbe interrogarsi piuttosto su questi punti: </span></p>
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT">1) perché qualcuno come Berardinelli (che ha scritto quello che ha scritto, che ha la storia che ha) è finito a scrivere per un quotidiano diretto da Giuliano Ferrara? La variegata stampa di sinistra ha qualche responsabilità in questo? </span></p>
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT">2) Può un critico separare senza alcuna conseguenza l’universo dei temi cosiddetti “culturali” da quello dei temi cosiddetti “politici”, sostenendo che i due possono vivere in completa e tranquilla indipendenza? </span></p>
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT">3) Il fatto di collaborare per un quotidiano di cui non si condivide la linea politica non condiziona in nessuno modo ciò che uno, come critico, può scrivere?</span></p>
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT">Ci rendiamo conto che anche per molti dei nostri coetanei queste domande suonano bizzarre, quasi inintelligibili. È che l’orecchio nel frattempo si è fatto sempre più apolitico. Non il suo, Berardinelli, che si è formato anche su Fortini. E infatti anche se l’attacco era grossolano e aprioristico, lei ne ha comunque riconosciuto la pertinenza, fornendo una giustificazione pubblica.</span></p>
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT">In quella famiglia culturale della sinistra a cui poco ormai la lega, avrebbe potuto giocare il ruolo utile, costruttivo, dell’<em>ospite ingrato</em>, subendone però le conseguenze, i contraccolpi e le repliche, le smentite e gli equivoci. Presso la famiglia che ora la accoglie e le offre lavoro, rischia invece di essere solo graditissimo commensale. Quanto a noi, condividiamo con lei la colpa, la colpa insita nel venire ogni giorno a patti con una società di cui detestiamo molti aspetti, aspetti di cui non ci rassegniamo ad accettare l’ineluttabilità. Ma l’isolamento (così lo chiameremmo, piuttosto che solitudine), quello ci auguriamo che non ci riguardi: dentro la famiglia della sinistra, noi continueremo a muoverci assieme ad altri, di generazioni e provenienze diverse, tessendo relazioni e amicizie, rinnovando occasioni d’incontro e d’insoddisfazione, condividendo progetti e lotte, scambiando quel tanto di esperienza e di immaginazione utopica che ancora ci rimane. </span></p>
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT">A questa lettera, aggiungiamo come postilla una citazione di Pier Vincenzo Mengaldo, rivolta più che altro ai nostri compagni di strada e lettori di sinistra. La morale è questa: i compromessi si sono sempre fatti, ma nella piena e scomoda consapevolezza di farli. Oggi li facciamo, ma dimenticandone, con uno scuotimento di spalle, il peso inevitabile (e necessario).</span></p>
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT">“Una posizione coerente da parte ‘degli antichi romani’, per usare la spiritosa etichetta di Cases, vorrebbe che non si scrivesse sulla ‘terza pagina’ di un giornale di cui non si condivide affatto la linea politica della prima. Naturalmente così non è stato e non è: quasi tutti, a cominciare dal sottoscritto che non è precisamente un antico romano, abbiamo derogato a quel principio, e non sempre per vile compromesso ma spesso con buoni argomenti ed esiti apprezzabili (ricordo in particolare la collaborazione ‘rivoluzionaria’, ma per questo a un certo punto bloccata, di Fortini al ‘Corriere’); o anche per la semplice coscienza che i padroni del vapore ti lasciano dire ogni cosa sulle pagine culturali, tanto non contano niente: certo purché non si passi, come Fortini con l’invasione statunitense di Grenada, il limite. E questo vale anche in partenza. Sarà difficile ad esempio che nel giornale x, parlando con la dovuta ammirazione dell’ultimo romanzo di Oz o di Yehoshua, io possa attaccare a fondo – e non sarebbe una divagazione – la politica dell’attuale governo israeliano; o forse mi censurerei io per primo, nel timore di essere infamato, per il riflesso pavloviano oggi vigente, come antisemita, macchiando così la mia finora candida fedina.</span></p>
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT">Non è il caso di insistere con gli aneddoti. Ma è chiaro che le cose sono due e non una. La prima già accennata, è che l’intiepidimento della critica, militante o no, in Italia è connesso con il preoccupante calo del suo tasso di politicità; ma il secondo è che la mala politicità dei giornali (non tutti, per amor del cielo) impedisce che si eserciti su di loro una critica che sia, come deve, anche critica politica.”</span></p>
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT"> </span></p>
<p class="MsoBodyText"><span lang="IT">(Pier Vincenzo Mengaldo, <em>La critica militante in Italia, oggi</em>, in “L’ospite ingrato”, n°1 / 2004)</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span lang="IT"> </span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/02/09/replica-a-berardinelli/">Replica a Berardinelli</a></p>
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		<title>Lettera aperta ad Alfonso Berardinelli</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2006 10:29:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong> e <strong>Andrea Raos</strong></p>
<p>Caro Berardinelli,</p>
<p>sul numero di ottobre-dicembre di &#8220;Nuovi Argomenti&#8221; abbiamo presentato un dossier sulla poesia francese contemporanea, composto di traduzioni di sei poeti e di un saggio introduttivo, dal titolo <em>Le macchine liriche. Sei poeti francesi della contemporaneità</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/02/01/lettera-aperta-ad-alfonso-berardinellli/">Lettera aperta ad Alfonso Berardinelli</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong> e <strong>Andrea Raos</strong></p>
<p>Caro Berardinelli,</p>
<p>sul numero di ottobre-dicembre di &#8220;Nuovi Argomenti&#8221; abbiamo presentato un dossier sulla poesia francese contemporanea, composto di traduzioni di sei poeti e di un saggio introduttivo, dal titolo <em>Le macchine liriche. Sei poeti francesi della contemporaneità</em>.</p>
<p>Qualche giorno dopo, sul &#8220;Foglio&#8221; del 29 dicembre 2005, è apparso un suo articolo intitolato <em>Ecco cosa si scopre passando in rivista le riviste letterarie</em>. Sottotitolo: <em>Il Verri, Lo Straniero, Micromega e Nuovi Argomenti, tra un Pasolini bipartisan e i discutibili poeti francesi</em>. In questo articolo, lei dedica un po&#8217; più di due colonne a criticare il senso, la pertinenza ed i criterî di scelta del nostro lavoro, adducendo una serie di argomenti ai quali desideriamo ribattere.</p>
<p><span id="more-1679"></span></p>
<p>Prima di entrare nel merito del suo discorso, è necessaria un&#8217;osservazione generale.</p>
<p>Il panorama italiano degli ultimi anni ha sofferto di una flagrante disattenzione nei confronti della poesia francese più recente, con l&#8217;unica &#8211; lodevole &#8211; eccezione dell&#8217;antologia <em>Nel pieno giorno dell&#8217;oscurità</em>, curata nel 2000 da Fabio Pusterla per Marcos y Marcos (che peraltro segue criterî del tutto diversi dai nostri ed accoglie tutt&#8217;altri poeti). Si tratta di un ritardo colossale, che non riguarda solo la poesia e che ha radici complesse. La sua conseguenza che qui più ci importa è che la visione del quadro francese ne risulta offuscata e parcellizzata. Non era nostra ambizione porre da soli rimedio a questa situazione; ma volevamo certo contribuire a fare chiarezza, imprimendo alla materia un taglio preciso, che illuminasse un &#8220;campo&#8221; ben determinato.</p>
<p>Venendo ora al suo discorso, è sintomatico che nella nostra selezione lei insista a vedere, contro la nostra esplicita intenzione, la rappresentazione di una scuola: &#8220;(&#8230;) forse l&#8217;intera poesia francese di oggi e degli ultimi decenni costituisce un insieme così omogeneo che a noi italiani, abituati tutto sommato a una maggiore e più barbarica varietà, fa l&#8217;impressione di una vera scuola o accademia&#8221;.</p>
<p>&#8220;Sintomatico&#8221;, dicevamo, di almeno tre cose:</p>
<p>1. Il &#8220;noi italiani&#8221; è sintomo di un riflesso identitario, di una chiusura a riccio anche in campo culturale, che ha una ricca e variegata storia nel nostro ridente Paese; e che non stona di certo nelle colonne del quotidiano per cui lei scrive, ma che suona invece molto male alle orecchie di chi, come noi, insiste a credere &#8211; malgrado l&#8217;asprezza dei tempi &#8211; all&#8217;aria pura della libera circolazione delle idee.</p>
<p>2. L&#8217;&#8221;abituati (&#8230;) a una maggiore e più barbarica varietà&#8221; è sintomo di un perdurante stereotipo riguardo alla sorgiva creatività delle nostre genti, in particolare in materia di poesia; quando a noi sembra invece che, negli ultimi decenni, la poesia di lingua italiana si sia quasi del tutto fossilizzata nella sterile ripetizione di forme ereditate e di un lessico striminzito, ancora e sempre poco più che petrarchesco, ormai del tutto privi della benché minima pertinenza rispetto al mondo che ci circonda. Per non parlare degli strumenti conoscitivi e di riflessione politica, cronicamente assenti dal bagaglio culturale dell&#8217;intellettuale italiano medio &#8211; pur sempre pronto a versare endecasillabiche lacrime di coccodrillo su Pasolini o chi per lui.<br />
Quando diciamo &#8220;quasi&#8221; intendiamo dire che esiste in realtà un fronte variegato e vivace nella più giovane poesia italiana. Ma esso è costituito proprio da poeti che sono particolarmente in ascolto sia della ricerca letteraria che si svolge in altri paesi, sia della riflessione teorica che a più ampio raggio coinvolge altre forme d&#8217;arte.</p>
<p>3. L&#8217;&#8221;impressione di una vera scuola o accademia&#8221;, infine, è sintomo di un orecchio ormai del tutto atrofizzato, conseguenza diretta della fossilizzazione di cui al punto 2. Va detto che, a fronte del nostro sforzo per caratterizzare, nell&#8217;introduzione, ciascun poeta, lei non si degna di entrare nel vivo della materia, per cui riesce arduo anche controbattere. Ma resta il fatto che lei non ravvisa alcuna differenza fra sperimentazioni su forme non tradizionali, a partire sia dal verso che dalla prosa, condotte su un arco di quasi mezzo secolo; in un modo che equivale a confondere Gozzano e Montale, o Charlie Parker e John Coltrane.</p>
<p>Di fondo, lei sembra rimproverare a questi poeti &#8211; grazie anche ad un incomprensibile excursus sulla poesia statunitense; avevamo pur scritto che si trattava di poesia francese&#8230; &#8211; di creare forme non immediatamente riconoscibili, non fondate su un&#8217;idea tradizionale di verso o prosa, lontane anche da ciò che, nella sua giovinezza e nostra infanzia, veniva chiamato in Italia &#8220;avanguardia&#8221;.</p>
<p>Non intendiamo attribuire alla poesia francese di oggi alcuna centralità particolare. La nozione stessa di &#8220;centralità&#8221; in letteratura, del resto, ci è lontana. Ma riteniamo che i poeti da noi presentati veicolino, ciascuno a suo modo, una serie di istanze formali ed espressive &#8211; non le uniche valide, certo; non l&#8217;abbiamo mai sostenuto &#8211; da troppo tempo tenute in naftalina da tanta, troppa poesia di lingua italiana. Lo stimolo a inventare nuove forme, il diritto di mettere in discussione anche i parametri in apparenza più stabili (come la stessa nozione di &#8220;verso&#8221;, lo stesso nome &#8220;poesia&#8221;) sono quintessenziali alla creazione artistica; come lo è la possibilità, ad essi legata, di cercare nuove strade per la diffusione del proprio nucleo incandescente in altri campi della scrittura e dell&#8217;agire creativo. Tutto ciò come espressione della creatività in seno ad una società <em>libera</em> &#8211; libera anche, come ogni autentica democrazia, di affrontare sino in fondo le proprie contraddizioni. Non ci pare che tale sia la situazione italiana attuale. Lei cosa ne pensa?</p>
<p>Se vorrà rispondere a questa nostra domanda, speriamo che con l&#8217;occasione vorrà dirci anche in termini positivi cosa, secondo lei, la poesia dovrebbe essere o fare. Il suo articolo è, da questo punto di vista, del tutto sfuggente. Lettura gradevole, pertanto, per chi abbia già le idee chiare &#8211; per chi, in altri termini, non sappia nulla di poesia -; ma prodotto indegno, per gli stessi motivi, di chi voglia fregiarsi del nome di critico letterario.</p>
<p>Infine, sappia che condividiamo in pieno la sua preoccupazione pedagogica, la sua inquietudine quanto alle generazioni a venire. Lei scrive infatti: &#8220;Perché (&#8230;) mettere in circolazione testi poetici che se verranno presi per buoni da qualche giovane aspirante poeta sarà un disastro?&#8221;</p>
<p>Che approvino o no il nostro operato &#8211; non abbiamo alcuna ambizione paternalistica, e il ruolo di maestrini ci va stretto -, noi pensiamo che i giovani poeti abbiano il diritto di esordire in un mondo che da loro non si aspetti solo la funerea ripetizione dell&#8217;identico. Da questo punto di vista, siamo giovanissimi; e più ancora di noi lo è il decano della nostra selezione, l&#8217;ultrasettantenne Jean-Jacques Viton, che la migliore poesia di oggi vede ancora ben lontano davanti a sé.</p>
<p>Quanto al &#8220;disastro&#8221; da lei paventato, creda, arriverà comunque, e non riguarderà solo la poesia, non la letteratura soltanto. Inventare forme che sappiano portarne testimonianza, questo noi crediamo urgente.</p>
<p><small>***<br />
L&#8217;articolo di Alfonso Berardinelli può essere letto, in data 29.12.05, sul sito <a href="http://www.ilfoglio.it">www.ilfoglio.it</a>. Per accedere agli archivî è necessario iscriversi (è gratuito). Nei giorni a venire pubblicheremo su NI anche i materiali poetici e critici che compongono il dossier &#8220;Le macchine liriche&#8221;.</small></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/02/01/lettera-aperta-ad-alfonso-berardinellli/">Lettera aperta ad Alfonso Berardinelli</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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