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	<title>Nazione Indiana &#187; europa</title>
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		<title>Di cosa scriviamo quando scriviamo di crisi. Breve saggio.</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 09:02:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>[Pubblico questo saggio che trovo di grande interesse. Affronta un problema cruciale, ma del tutto sottovalutato, che è quello delle forme di narrazione in grado di costruire un'immagine accessibile, davvero pubblica, della crisi finanziaria, mobilitando immaginazione e affetti, oltre che pretese contabilità economiche e imperativi politici.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/03/di-cosa-scriviamo-quando-scriviamo-di-crisi-breve-saggio/">Di cosa scriviamo quando scriviamo di crisi. Breve saggio.</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Pubblico questo saggio che trovo di grande interesse. Affronta un problema cruciale, ma del tutto sottovalutato, che è quello delle forme di narrazione in grado di costruire un'immagine accessibile, davvero pubblica, della crisi finanziaria, mobilitando immaginazione e affetti, oltre che pretese contabilità economiche e imperativi politici. In un mio articolo apparso anche <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/12/costruire-mondi-comuni-crisi-finanziaria-e-democrazia/">qui</a>, facevo sopratutto riferimento a forme di narrazione audio-video tipiche del documentario. Caminiti prende invece in considerazione un ampio spettro di letteratura di finzione. ]</em></p>
<p>di <strong>Lanfranco Caminiti</strong></p>
<p>* Nella <em>Compagnia degli uomini</em>, Edward Bond, drammaturgo inglese, mette in scena il conflitto tra padre e figlio nella cornice di uno spietato gioco di finanza. <span id="more-41573"></span>Il figlio, disprezzato dal padre contro cui trama e complotta, viene aggirato e schiacciato dagli intrighi degli altri personaggi e finisce per impiccarsi. Colpisce – il testo è del 1990 – il riverbero nella storia reale di Bernard Madoff, l’uomo della più clamorosa e colossale truffa americana ai danni di investitori che si erano fidati di lui, esplosa nel dicembre del 2008 con il suo arresto, inchiodato dalle accuse del figlio, Mark, che, tormentato, ha finito proprio per impiccarsi. I giochi e gli intrighi del denaro sono altamente drammaturgici, tragici e grotteschi nello stesso tempo. Non è una scoperta del teatro contemporaneo: in fin dei conti, cos’altro è <em>Il mercante di Venezia</em> di Shakespeare se non la riflessione tragica e grottesca su un’obbligazione, sulla riscossione di un’assicurazione su un credito, su – diremmo oggi – un Cds? C’è un momento in cui le navi di Antonio sono date per disperse forse naufragate, la sua ricchezza è sfumata, lui è in bancarotta: la libbra di carne richiesta da Shylock non è come uno swap?</p>
<p>* Recentemente la rete televisiva americana HBO ha prodotto <em>Too big to fail</em>, un film per i circuiti televisivi internazionali con un cast stellare: ci sono William Hurt, James Woods, Bill Pullman, Paul Giamatti, Matthew Modine e tanti altri, che interpretano Henry Paulson (allora, Segretario del Tesoro), Ben Bernanke (capo, allora e oggi, della Federal Reserve), Tim Geithner (allora, presidente della Fed di New York, oggi Segretario del Tesoro), Warren Buffett, e vari membri del Congresso. Il film ricostruisce nel dettaglio i retroscena del fallimento della Lehman Brothers dopo il salvataggio della banca Bear Sterns, di Fannie Mae e Freddie Mac, della Aig. Il crollo della Lehman Brothers è considerato ormai universalmente il topos della crisi finanziaria del 2007-08. Senza cedere a alcun manierismo, nel film quel momento cruciale è ricostruito nel maggior dettaglio possibile, per quanto oggi ci è noto da audizioni, inchieste giornalistiche, memoir: il conflitto tra Tesoro americano e privati, le contraddizioni sul piano normativo, le pressioni debite e indebite, l’azzardo morale, il bazooka del <em>quantitative easing</em>, cioè dell’immissione di liquidità senza limite, la dura divergenza con gli inglesi e la sfiducia dei fondi sovrani (i coreani, nel caso). I dialoghi sono fulminanti: uno dei personaggi, il capo di un’importante banca privata di investimenti, precettato, come gli altri, per essere coinvolto nel tentativo di salvataggio della Lehman, viene tratteggiato da Paulson così: «Quando eravamo assieme in Goldman Sachs, ogni tanto lo si sentiva gridare nei corridoi: “C’è del sangue oggi nell’acqua, andiamo a azzannare”. Uno squalo». La società, il mondo degli uomini e delle donne, rimane sullo sfondo, evocato ma mai visibile. Eppure, la certezza che qualsiasi decisione, qualsiasi mossa accada dentro quel mondo chiuso, quell’inner circle fatto di incarichi pubblici che sono stati Ceo di grandi fondi privati e viceversa, avrà effetti enormi sulla vita degli uomini comuni è chiarissima. Davvero, una narrazione notevole.</p>
<p>Anche <em>Margin call</em>, con uno strepitoso Kevin Spacey e Paul Bettany, Jeremy Irons, Stanley Tucci, tra gli altri, è un film sulla crisi finanziaria. Margin call, in finanza, è il margine di garanzia richiesto da un broker (un dealer, una banca) a un investitore per operare sul mercato dei futures o delle opzioni. Dall’andamento del mercato il broker accredita o addebita i guadagni o le perdite giornaliere su un conto. Ma se il conto su cui opera il broker scende sotto una soglia minima, il broker farà un margin call, cioè un ordine perentorio di ricostituzione del margine originale di un future, pena la chiusura del contratto. Succede, spesso, che il broker operi in perdita coi soldi dei clienti. Ed è qui che succedono i pasticci. Il film inizia con il licenziamento di uno dei capi servizio di una grossa banca di credito finanziario. Prima di andare via l’uomo lascerà nelle mani di un giovane analista una chiavetta usb contenente dei dati allarmanti. A causa di un folto pacchetto di azioni virtuali e tossiche la banca è destinata a fallire nel giro di 24 ore. Da quel momento il film si svolge nel corso di una sola notte in cui viene organizzata una riunione d’urgenza per cercare di trovare una soluzione al problema. Si scontrano le vite e le idee di persone completamente diverse tra loro. Ci sarà chi si preoccuperà solo del proprio tornaconto, chi della propria dignità professionale e chi del futuro dei colleghi destinati a perdere il lavoro. Magnificamente scritto. Una materia ostica, difficile, specialistica, diventa un dramma straordinario. Mi è venuto in mente il David Mamet di <em>Americani </em>[<em>Glengarry Glen Ross</em>, 1992], sulla prima grande crisi immobiliare americana e le trasformazioni del mercato e dei venditori. L’ultima grande performance di Jack Lemmon, Shelley «The Machine» Levene. Con la sua frase memorabile contro il nuovo dirigente che vuole rendimenti più alti a qualunque costo, pronto a far firmare contratti di mutui anche ai morti, che aizza i venditori l’uno contro l’altro, facendo le pagelle e mettendo in palio una Cadillac: «In questo mondo non c&#8217;è più posto per gli uomini. Questo non è un mondo per gente come noi. È un mondo di passacarte, di burocrati, di mezzemaniche. Non fa per noi. Non c’è più gusto. Siamo alla fine. Ecco cosa siamo, noi siamo una razza in estinzione!» Beh, dieci anni dopo, i mutui erano ormai solo un derivato finanziario e i subprime non li facevano firmare ai morti, ma poco ci mancava.</p>
<p>Il capostipite di questi film recenti sulla finanza è <em>Wall Street</em> di Oliver Stone, del 1987, con al centro la figura di Gordon Gekko, spietato giocatore della finanza. Peraltro, dopo il crollo e il carcere, Gekko è tornato, con <em>Wall Street. Il denaro non dorme mai</em>, del 2010, dove Michael Douglas fa prima a pezzi il giovane broker Jacob che si è intanto fidanzato con sua figlia, che lo odia imputandogli il suicidio del fratello più giovane e fragile, poi riconquista il suo tesoro nascosto e mentre il mondo finanziario crolla, con la crisi dei subprime, riprende a guadagnare alla grande, proprio perché aveva intuito quello che stava per accadere. Alla fine però, un certo sentimento prevale. L’avidità – la <em>greed</em>, osannata per anni dalla politica americana prima con Reagan e ora con più prudenza dal partito repubblicano e con misticismo dal Tea party – si arrende davanti a un’ecografia, il bimbo che sta per nascere ai due giovani. Quanto era cinico e convincente il primo film, è debole e speranzoso il secondo.</p>
<p>*Il mondo anglosassone ha da tempo messo in scena il mondo finanziario, ne ha fatto drammaturgia, e negli Stati uniti – come potrebbe essere altrimenti, visto che buona parte dell’immaginario occidentale si costruisce là – sono stati lesti nel trasformare la crisi dei subprime e la crisi finanziaria in sceneggiature. Se per un qualsiasi spettatore è difficile riconoscersi nei personaggi, a meno di non essere un broker di Wall Street o il gestore di un hedge fund, queste sceneggiature hanno svolto una funzione didascalica, utile e nient’affatto catartica, molto più che un docufilm di Michael Moore o il pur bello <em>The Corporation</em> [entrambi canadesi, come la rivista «Adbusters» che ha inventato lo slogan Occupy Wall Street]. Perché i crolli della Borsa, i fallimenti dei fondi pensione, il gioco degli swap e di una infinita varietà di derivati fino a diventare incomprensibile, fino a perderne il conto e la ragione, vengono ricondotti a quello che effettivamente <em>anche</em> sono: azioni umane, volontà soggettive, passioni, desideri, lotte di potere, frustrazioni. La crisi, cioè, <em>si capisce narrativamente come non succede altrimenti</em>.</p>
<p>Il circuito finanziario era già entrato di recente nel cinema con un personaggio di <em>La 25<sup>a</sup> ora</em> di Spike Lee: il broker, amico del pusher (Edward Norton) che ha ventiquattr’ore di tempo per salutare il suo mondo prima di andare in prigione, che ha giocato allo scoperto milioni di dollari di un fondo pensione e, mentre il suo capo gli intima di richiamare gli ordini e coprirsi, continua imperterrito e ormai fuori da ogni regola la sua scommessa che si fonda su un solo dato in arrivo su un monitor, il numero trimestrale dei disoccupati. È agghiacciante: il mondo del lavoro, uomini e donne, ridotto a un dato sul monitor per inventare denaro. Il film è del 2002, ma il romanzo di David Benioff, da cui il film è tratto, era stato scritto prima dell’undici settembre, mentre Lee decide di proiettare sul racconto il fascio della luce della tragedia proiettato verso il cielo. È una delle scene più angoscianti: gli amici, raccolti in un appartamento che affaccia su Ground Zero, guardano l’enorme voragine dove le ruspe lavorano senza sosta sotto i riflettori. Questa era l’America di quei giorni: una voragine, uno smarrimento. E un vitalismo senza regole, senza prospettive, senza senso, avvitato su se stesso: fermo sul posto. Una simile voragine, un simile smarrimento si riaprì con la crisi del 2007-08.</p>
<p>* Negli Stati uniti la crisi finanziaria del 2007-08 è stata un’esperienza di vita personale – la crisi dei subprime ha significato la perdita della casa per centinaia di migliaia di mutuatari, la crisi della Lehman Brothers ha comportato la perdita del lavoro per migliaia di addetti che uscivano con gli scatoloni degli effetti personali dai grattacieli luccicanti –, mentre in Europa, in Italia, è rimasto un episodio lontano, impersonale. Non che in Europa non sia arrivata l’onda di quella crisi, ma è rimasta confinata in un ambito inattingibile, quando non incomprensibile alla vita degli europei. <em>Inenarrabile</em>. Le banche, i governi, i tecnici se ne interessavano e vi erano coinvolti e preoccupati. Loro sapevano, non proprio tutto, ma molto di più degli altri, della gente comune. La maggior parte degli europei, degli italiani, ne era informata, ma non ne faceva immediata esperienza. E senza esperienza, non c’era narrazione.</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>* Gli americani hanno reso narrativa la crisi finanziaria attraverso il cinema. L’hanno resa raccontabile. Va detto che già la letteratura se ne era interessata, ne aveva scritto le avvisaglie: Don DeLillo, nel 2003, pubblicò <em>Cosmopolis</em>, un ambizioso romanzo che racconta ventiquattr’ore [è strana questa ricorrenza di un tempo fissato a una sola giornata, e ben più che a un’influenza ormai spensierata di Joyce fa credere che dipenda dalla rapidità e caducità della vita dei movimenti della finanza, <em>overnight</em>] di Eric Parker, un ventottenne multimiliardario gestore di investimenti che attraversa la città – e i suoi ingorghi, qui per una visita presidenziale, lì per il funerale di un rapper, là per un riot – su una limousine superaccessoriata ma non per questo meno fragile e in balia degli eventi. Nel corso di queste ventiquattr’ore Parker perderà una somma incredibile di denaro scommettendo contro il rialzo dello yen, firmando la sua rovina, che è finanziaria e umana. Ma il cinema, e ancora di più il cinema per le reti televisive, è molto più popolare della buona letteratura. Così, gli americani hanno potuto capire le scelte – giuste o sbagliate, giuste e sbagliate – degli uomini che stanno dietro i meccanismi del potere distante, che stanno dentro quei meccanismi lontani. Ciò che è distante è inenarrabile, non riusciamo a attingerlo. La narrazione ha permesso loro di comunicarsi l’esperienza. È difficile sottrarsi alla suggestione che proprio questa narratività, cioè la capacità di raccontare l’esperienza, di condividerla, si sia in realtà riflessa nel movimento di Occupy Wall Street. Il racconto della crisi finanziaria era già comunità linguistica e si è trattato di dare la forma di una comunità politica. Occupy Wall Street è contemporaneamente un movimento di narratori e di lettori di quello straordinario dramma che è la crisi finanziaria. Benjamin ne sarebbe rimasto stupito.</p>
<p>In un testo su «Die Zeit», <em>La fine del capitalismo</em>, Wolfgang Uchatius scrive: «Possiamo immaginare una rappresentazione teatrale all’aperto. C’è un’opera che va in scena dal settembre del 2008, quando la banca d’investimento statunitense Lehman Brothers è fallita. S’intitola <em>Crisi finanziaria</em>». Ecco, Uchatius parla di una rappresentazione teatrale e di un’opera come metafora. Negli Stati uniti, invece, accade proprio questo.</p>
<p>* Noi europei, noi italiani, non abbiamo avuto una narrazione della crisi finanziaria. Forse sta qui uno dei motivi per cui un movimento come quello di Occupy Wall Street rimane inconcepibile. Noi europei, noi italiani, non abbiamo avuto esperienza della crisi finanziaria, e senza esperienza non c’è narrazione. La crisi finanziaria è rimasta confinata tra i tecnici, nell’inner circle, gente che va e viene tra incarichi pubblici e consigli di amministrazione privati di banche o fondi di investimento. L’introduzione di termini tecnici, a volte paradossale, a volte grottesca, come quella dello spread, nel linguaggio giornalistico prima e nella chiacchiera pubblica dopo, non ha modificato questa realtà, anzi l’ha resa ancora più impermeabile, più distante. Lo spread non comunica nulla, se non un dato che sembra oggettivo e bizzarro come il tempo: accanto alle informazioni meteo, le televisioni e i quotidiani vanno introducendo le informazioni spread. Lo spread non appartiene alla nostra esperienza umana quotidiana, a meno di non essere uno che tutti i giorni interviene sul mercato secondario dei titoli. La continua reiterazione dei movimenti dello spread ha finito per uccidere qualsiasi narrazione possibile. Forse, è proprio questo il punto: l’informazione, ossessiva, espropria la narrazione. Siamo inzeppati di analisi, grafici, ragionamenti, statistiche e sequenze, ma piuttosto di facilitarci nel comunicare <em>qualcosa</em>, una qualsiasi esperienza, questa mole di dati diventa disumana, un paesaggio di macerie, una voragine. Non ci sono eroi, nello spread, non ci sono codardi, non ci sono passioni, amori, tradimenti. Lo spread non potrà mai essere un personaggio. E senza personaggi non ci sono storie. Penso alla più recente prosa di Eugenio Scalfari [repubblica.it del 16 gennaio 2012], tipo: «Il Tesoro tuttavia, come la stessa Bce ha suggerito e dal canto nostro abbiamo raccomandato, dovrebbe aumentare il numero dei titoli in scadenza a breve durata, che il mercato vede con favore. Dovrebbe altresì azzerare il fabbisogno con un’operazione che rientra agevolmente nelle sue attuali capacità». Per chi scrive Scalfari? Chi è il lettore di Scalfari? Monti, Draghi, Vittorio Grilli? L’inner circle? Davvero esiste una narrazione comune, sociale – si può essere insieme narratori e lettori – che passa attraverso la differenza che andrebbe sollecitata tra le emissioni e i rendimenti dei titoli a breve, media e lunga scadenza?</p>
<p>Eppure, gli uomini comuni dell’Europa, dell’Italia stanno facendo esperienza della crisi.</p>
<p>* È proprio così? In realtà, quello di cui noi stiamo facendo esperienza non è la crisi finanziaria, ma <em>delle misure varate dai governi europei contro la crisi</em>. In Romania, ieri l’altro, a Bucarest, a Cluj, a Iasi a Targu-Mures, ci sono state manifestazioni di piazza e scontri durissimi con la polizia. La Romania, per rientrare nei livelli di deficit concordati con il Fmi e l’Unione europea, ha dovuto fare i tagli più duri dell&#8217;intera Unione europea. Il 25 percento in meno negli stipendi per i dipendenti pubblici, e tagli consistenti alle pensioni. Oggi un pensionato romeno con 37 anni di lavoro prende in media 160 euro al mese. Pur con tutte le debite proporzioni con il costo della vita, sembrano proprio pochini. In questo senso, anche la Grecia è emblematica. La protesta sociale – quella che gli analisti dei rating definiscono «reform fatigue» e a cui probabilmente assegnano un punteggio e di cui disegnano un grafico – si è intensificata e è lievitata a partire dalle misure imposte dall’Europa al premier Papandreou prima e ora a Papademos <em>per uscire</em> dalla crisi. Tagli agli stipendi per i dipendenti pubblici, e tagli consistenti alle pensioni. Come in Romania. Petros Markaris, lo scrittore greco inventore del commissario Charitos, ci va scrivendo una trilogia, sugli effetti di queste misure. Markaris ha deciso di raccontare le crescenti difficoltà sociali e individuali di questo periodo greco attraverso la forma del “giallo”, che, a ben pensarci, sembra la forma attuale del romanzo europeo. Ma trovo anche interessante che Yanis Varoufakis, del Dipartimento di Economia dell’Università di Atene, abbia scelto per spiegare la globalizzazione una figura mitica della cultura ellenica e fondativa dell’occidente [lo si capisce senza bisogno di scomodare Karl Jung o James Hillman], <em>The Global Minotaur</em>. Come anche che abbia fatto riferimento a Esopo e alla favola delle formiche e delle cicale, per parlare di debiti pubblici e avanzare una <em>Modest proposal for overcoming the euro crisis</em>. Il titolo <em>Modest proposal</em> è un evidente richiamo a Jonathan Swift, e al suo libro del 1729 in cui proponeva, per combattere la sovrappopolazione e la disoccupazione dei cattolici irlandesi, di ingrassare i loro bambini denutriti e darli da mangiare ai ricchi proprietari terrieri anglo-irlandesi. Non so quale possa essere la strada della narrazione della crisi, tra miti e gialli, ricorrendo alle proprie radici linguistiche o praticando una forma europea. Certo, la metafora delle sette fanciulle e dei sette fanciulli dati in pasto al mostro è facilmente comprensibile coi sacrifici economici imposti: resta da capire chi sarà Teseo e quale il filo rosso di Arianna che lo guidi fuori dal labirinto.</p>
<p>* Qui in Europa quindi la situazione è rovesciata rispetto gli Stati uniti: noi non stiamo facendo esperienza della crisi, ma delle misure contro la crisi, della <em>controcrisi</em>. Sembra quasi la stessa cosa, ma <em>in questo lieve slittamento c’è esattamente tutto di diverso</em>. A partire da questa considerazione: a parte la Germania, i paesi europei, in particolare quelli dell’area mediterranea, vivevano già da tempo, da circa un decennio, che è più o meno il tempo dell’introduzione dell’euro, anche se non è solo addebitabile alla moneta unica, un periodo di stagnazione, di mancanza di crescita e sviluppo. Quello che viviamo adesso – le misure contro la crisi – non ha niente a che vedere con lo scoppio di una bolla speculativa immobiliare o di titoli tossici o con l’impazzimento dei derivati finanziari. Quello che viviamo adesso – le misure contro la crisi – non fa che stringere ulteriormente la produzione, verso la recessione. È la nostra esperienza quotidiana: se spendiamo di meno, se stiamo più attenti ai consumi, se aumentano una serie di pagamenti assolutamente improrogabili [in Grecia le tasse sulla casa arrivano insieme alle bollette del gas e della luce], ci rendiamo conto che si produrranno meno oggetti, circolerà meno denaro, ci sarà una minore distribuzione nel commercio, e che tutto questo si traduce poi in minore occupazione.</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>* È questa affabulazione che sta dietro i governi tecnici, in Italia come in Grecia: per principio narrativo, per <em>convenzione narrativa</em>, essi incarnano la soluzione del problema, sono la <em>riforma</em>. Ma mentre negli Stati uniti, dove la crisi finanziaria è esplosa, tutte le misure hanno il segno di tentativi per alleviare lo smarrimento [la disoccupazione, il credit crunch, il calo degli ordini, lo stallo industriale], in Europa le misure, le riforme hanno preso il segno del rigore, dell’austerità, dato che la crisi, impersonalmente, ha preso il segno del debito pubblico. Non, quindi, quello di un inner circle che ha profittato – contro cui gridare: We are the 99% –, ma quello di una colpa universale. Un peccato originale trasmesso a tutta l’umanità europea. O almeno a quella cicaleccia, mediterranea.</p>
<p>Questo passaggio, dalla crisi finanziaria alla crisi dei debiti pubblici non ha avuto alcuna narrazione. È rimasto patrimonio della nomenklatura – mi ha colpito molto il fatto che Monti abbia detto di essere stato già informato in privato del downgrade deciso da Standard e Poor’s per l’Italia, eppure negli stessi giorni esortava in conferenza-stampa a comprare Bot –, su cui l’informazione, giornalistica perlopiù, apre lampi che rendono ancora più oscuro il buio momentaneamente squarciato.</p>
<p>In un certo senso ci troviamo a ripetere l’esperienza e il pensiero di Benjamin del 1936: «Mai esperienze furono più radicalmente smentite di quelle strategiche dalla guerra di posizione, di quelle economiche dall’inflazione», anche se dovremmo aggiornare l’espressione. Così, adesso: mai esperienze furono più radicalmente smentite di quelle economiche contro la crisi. Rispetto alle misure contro la crisi di adesso, alla <em>controcrisi</em>, non c’è esperienza storica che valga, si sia più o meno innamorati convinti di Keynes o, all’opposto, di von Mises. I governi europei adottano contro la crisi misure che non hanno alcuna narrazione. Il loro arco temporale ha il valore di ventiquattr’ore o poco più, giusto il tempo tra l’apertura delle borse asiatiche e la chiusura di quelle europee, una sorta di odissey joyciana, ma invece di costruire un’epica – il New Deal rooseveltiano, per dire, è stato un’epica – si limitano a una reiterazione coattiva degli stessi meccanismi discorsivi, degli stessi dialoghi: sale lo spread col Bund, interviene la Bce sul mercato secondario, scende lo spread, la Bce rallenta, fino alle ventiquattr’ore successive. Il plot, la trama prevede solo questo acme narrativo, questo happy end: la Bce deve diventare prestatore di ultima istanza, ci vogliono gli eurobond. L’unico arco temporale in cui i governi europei intervengono è quello delle misure del rigore, che si dilata in maniera assolutamente inverosimile, con scadenze al 2027, al 2043, per le pensioni a esempio: nessuna narrazione può tenere un qualsiasi passaggio di esperienze su un futuro così discrezionale; nessun personaggio, nessuna azione può essere narrativamente <em>credibile</em>. Bisogna avere davvero fede nella potenza del capitalismo o nella sussistenza eterna del denaro, per accettare lo scambio – è la proposta sul tavolo in Grecia – dei bond precedenti con un concambio di nuove emissioni al valore del 50/60 percento [nella forbice, sta tutta la trattativa] le cui cedole cominceranno a scadere nel 2043. Avranno ragione loro, nel loro millenarismo, come la Chiesa cattolica crede nel purgatorio e nelle indulgenze?</p>
<p>* Eppure, la narrazione del capitalismo sembra in crisi. Sul «Financial Times», su «Policy Affairs», sul «Wall Street Journal», su «Die Zeit», sul «Guardian», su giornali popolari e riviste pensose fa ormai stabile presenza un dibattito sulla “fine del capitalismo” col punto interrogativo. Non so, a me pare una questione complessa (anche al mio amico Giancarlo, con cui al mattino presto, ormai scevri di sogni, chiacchieriamo di queste cose). Se per un verso è vero che l’opzione sul futuro sembra drammaticamente in crisi, come la capacità di programmazione che però era più propria del socialismo coi suoi piani quinquennali, ma certo anche di un’idea indefettibile del progresso, la forza del capitalismo sta nel suo spirito animale di distruzione, e quindi della possibilità della ricostruzione (con la guerra o con la crisi), nel suo ciclo. E questa – la distruzione, la scomparsa, la perdita – è sicuramente una <em>situazione altamente narrativa</em>. Fa parte della nostra condizione umana rimpiangere ciò che perdiamo – cui finiamo per affidare un valore nel tempo – molto più di ciò che non abbiamo ancora. La perdita del passato è una situazione fortemente drammatica più che l’assenza di futuro e l’incertezza del domani. Come pure, la conoscenza del futuro prossimo – non solamente in un “giallo” – toglie proprio ogni aura narrativa. È nel nichilismo del capitale la sua forza di narrazione, come stava tutta nell’irenico domani la debolezza delle magnifiche sorti e progressive. L’incertezza di stare al mondo, che è tutta la nostra possibilità di avere un arbitrio e un destino, è la molla del nostro desiderio: cosa potremmo mai desiderare se già conosciamo le possibilità del nostro domani? Essersi affidato tutto alla tecnica sembrava aver fatto smarrire, al capitalismo, capacità drammatica: la tecnica è per principio priva di errori e scarti, di principi di soggettività. Il crollo della tecnologia – momentaneo, certo –, anche di quella militare, o la sua riconversione riapre però la sostanza narrativa. Da questo punto di vista, il capitalismo sembra proprio in gran forma. Ma lo è, al contrario, anche dove è stato da poco scoperto. Come scrive Wolfgang Uchatius in «Die Zeit»: «La macchina capitalistica non ha prodotto solo un’opulenza apparente e a tratti oscena, ma ha anche salvato dalla povertà centinaia di milioni di cinesi, indiani, sudcoreani, vietnamiti, e brasiliani». Per loro, è proprio una grande epopea, qualcosa che tra poco i nonni racconteranno ai nipoti.</p>
<p>* Le misure contro la crisi sono spiegate attraverso la forma del saggio accademico, della <em>lectio</em>, i numeri, i dati, le statistiche e le sequenze: non ci sono passioni, personaggi, frustrazioni, ambizioni. È questo grigiore, questa neutralità, questa tristezza che dovrebbero dare credibilità e verosimiglianza: se c’è un debito, per prima cosa vanno ridotte le spese. Non bisogna neanche essere padroni della partita doppia, per saperlo, per capirlo. La riforma del debito è così vestita di <em>ragionevolezza</em>, d’incontrovertibilità, dell’impossibilità della falsificazione, della mancanza di profondità e spessore, della assenza di imprevedibilità, di scarto, mentre qualsiasi esperienza che facciamo delle misure contro la crisi – la disoccupazione, la recessione, la contrazione del credito, la precarietà – assume il carattere della passione, del sentimento, della occasionalità, dell’impeto. Dell’umore. Rimane, cioè, singolare, marginale.</p>
<p>La catastrofe finanziaria americana – la voragine, lo smarrimento – è stata la condizione da cui l’immaginario negli Stati uniti ha sviluppato una narrazione possibile [l’industria che ritorna forte, l’<em>insourcing</em>, l’orgoglio di produrre americano, lo stigma dell’avidità sfrenata], e può anche avanzarsi la suggestione che abbia agito muovendosi sulle linee guida del dopo undici settembre. Mentre la catastrofe europea è un’evocazione che oscura e mette a tacere l’esperienza che quotidianamente facciamo. È una fiaba, rassicurante e terribile come le fiabe. Restano come <em>salvezza</em> le riforme, le misure. Pollicino, misurato, sapiente, ragionevole, nel suo disseminare sassolini, contro l’orco della crisi.</p>
<p>La domanda che possiamo adesso porci è: davvero non riusciamo a costruire narrazione, quindi a scambiare la nostra esperienza della voragine causata dalle misure contro la crisi? Davvero gli Stati uniti stanno ripetendo il miracolo letterario che li attraversò prima, durante e dopo la crisi del ’29 – per tutti, cito <em>Manhattan Transfer</em> di Dos Passos, o Sherwood Anderson – [forse pensava a quello straordinario periodo Vargas LLosa, quando nel 2009 disse che: «La crisi economica avrà almeno un effetto positivo, quello sulla letteratura»], oggi nella crisi finanziaria con linguaggi espressivi diversi e quindi una circolazione diversa, più ampia e capillare, e noi europei scambiamo lucciole per lanterne [le misure contro la crisi come fossero la salvezza, la recessione come fosse la crescita, l’austerità come fosse lo sviluppo]?</p>
<p>* «La lettura», l’inserto domenicale del «Corriere della sera», sembra farne un’imputazione alla scrittura italiana. Gli scrittori italiani si sono impantanati nel raccontare il precariato – questo più o meno dice –, ormai cucinato in tutte le salse, e non colgono l’occasione d’oro della crisi [è proprio questo il titolo dell’articolo, di Alessandro Beretta]. Suggerisce, Beretta, di cercare «altri soggetti», che so, i mutuatari di case, come fa Paul Auster utilizzando la crisi dei subprime come fondale in <em>Sunset Park</em>.</p>
<p>Ecco, questo è esattamente scambiare lucciole per lanterne. La narrazione italiana ha <em>già</em> parlato della crisi. Non fa altro da dieci anni. La crisi del lavoro, il precariato, nelle storie minime, nei reportage, nei testi per il teatro o nei monologhi, nei racconti d’invenzione, aveva esattamente questo senso della catastrofe per una generazione, della voragine, dello smarrimento. Che abbia scelto a volte la vena del comico o del grottesco o della sperimentazione linguistica, non cambia poi molto. Perché gli scrittori italiani dovrebbero scrivere della crisi dei subprime o dei gestori degli hedge fund? Cioè, di cose americane? Le misure contro la crisi, la controcrisi, che è quello che noi viviamo, non modifica la materia narrativa finora già elaborata. La amplifica e la approfondisce. Potrà tutt’al più precarizzare ulteriormente le nostre vite. Lo sta già facendo. O deprimere ancora di più quel po’ di produzione che facciamo: forse il libro di Edoardo Nesi – <em>Storie della mia gente</em> – che ha vinto lo Strega ha fatto solo da apripista. <em>La dismissione</em> il bel libro di Rea che raccontava la fine di un luogo industriale simbolico, l’acciaieria Ilva di Bagnoli, è del 2002. <em>Il declino dell&#8217;impero Whiting</em> [<em>Empire Falls</em>] il romanzo di Richard Russo in cui si descrive la caduta di una famiglia una volta potente, proprietaria delle industrie tessili di una zona del Maine, l’arrivo delle multinazionali, il degrado delle Empire Falls, un luogo industriale simbolico, è Pulitzer 2002. Perché Nesi o Rea avrebbero dovuto scrivere invece di subprime come Paul Auster?</p>
<p>* Per una qualche ragione che io non so spiegare, sembra che mentre negli Stati uniti in crisi si sviluppi una narrazione democratica, nell’Europa in crisi si pongano le premesse di una narrazione totalitaria. Uso questo termine con cautela: il totalitarismo è l’assenza della narrazione. Anzi, contro il totalitarismo – basti pensare all’<em>Arcipelago Gulag </em>o a <em>Una </em><em>giornata di Ivan Denisovič</em> di Aleksandr Solženicyn o a Primo Levi, a Bruno Schulz – può resistere solo la speranza della narrazione. Il totalitarismo è proprio la morte della narrazione, l’incapacità, l’impossibilità di comunicarsi l’esperienza.</p>
<p>Viviamo già in questa impossibilità?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/03/di-cosa-scriviamo-quando-scriviamo-di-crisi-breve-saggio/">Di cosa scriviamo quando scriviamo di crisi. Breve saggio.</a></p>
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		<title>Se il destino degli olandesi dipendesse da Scilipoti</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Dec 2011 10:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>“Frau Nein” la chiamano ormai dalla Francia agli Stati Uniti, e i giornali più autorevoli si spremono le meningi sull’ostinazione con cui la Cancelliera continua a rifiutare gli eurobond o un intervento più forte della Bce, le sole risposte forse in grado di ripristinare la famosa “fiducia dei mercati”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/20/se-il-destino-degli-olandesi-dipendesse-da-scilipoti/">Se il destino degli olandesi dipendesse da Scilipoti</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>“Frau Nein” la chiamano ormai dalla Francia agli Stati Uniti, e i giornali più autorevoli si spremono le meningi sull’ostinazione con cui la Cancelliera continua a rifiutare gli eurobond o un intervento più forte della Bce, le sole risposte forse in grado di ripristinare la famosa “fiducia dei mercati”. Sarà a causa del trauma introiettato dell’inflazione della Repubblica di Weimar? Sarà per un retaggio protestante che presenta debito e colpa, “Schulden” e “Schuld”, come sinonimi? Gli analisti internazionali sembrano analisti di un altro tipo, mentre la stampa tedesca offre un appiglio con cui sottrarsi all’immersione negli sprofondi della finanza emotiva.<span id="more-41092"></span> L’arcano ha un nome, anzi una sigla: Fdp &#8211;  il partito con cui i cristianodemocratici sono al governo. Il partito liberale (l’unico liberista in tutto lo spettro parlamentare tedesco) è risolutamente ostile a ogni soluzione che possa ricadere sul contribuente, al punto che la fronda di euroscettici ha già rischiato di minare la sua leadership attuale. Angela Merkel rischia, in pratica, la crisi di governo se cede alle richieste che va implorando il mondo intero. Il punto interessante è che la FDP, secondo i sondaggi più recenti, oggi varrebbe intorno al 3%. Vale a dire: la popolazione di mezz’Europa è sottoposta ai sacrifici di cui non è per nulla certo l’esito salvifico, perché un piccolo partito ha il potere di dettare la propria linea al capo del governo che, a sua volta, ha il potere di imporsi sugli altri paesi della UE. I meccanismi della finanza sono, l’abbiamo ormai capito, pericolosamente incontrollabili. Ma anche quelli della democrazia mostrano dei lati assurdi quanto oscuri. E’ un po’ come se il destino degli olandesi dovesse dipendere da Scilipoti –  questo, ovviamente, estremizzando e rovesciando la prospettiva. </p>
<p><em>pubblicato su</em>L&#8217;Unità<em>, 20 dicembre 2012.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/20/se-il-destino-degli-olandesi-dipendesse-da-scilipoti/">Se il destino degli olandesi dipendesse da Scilipoti</a></p>
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		<title>Depressione</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 15:22:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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<p>Sono giorni che mi vedo così. Sono la donna bruna che cerca di catturare il pianeta malefico dentro un cerchio di fildiferro per vedere se si allontana o si avvicina. Nel film di Lars von Trier, il finale sarà l’impatto apocalittico.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/24/depressione/">Depressione</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/EKV4gbEAo0I" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Sono giorni che mi vedo così. Sono la donna bruna che cerca di catturare il pianeta malefico dentro un cerchio di fildiferro per vedere se si allontana o si avvicina. Nel film di Lars von Trier, il finale sarà l’impatto apocalittico. Non qui. Qui c’è solo lo sguardo ripetuto attraverso il cerchio, lo spread che sale e scende, l’astro che non capisci se sia più lontano o più vicino. Non si chiama <em>Melanchòlia</em>, ma Depressione. Temo non sia casuale che gli economisti stiano ben attenti a usare il termine. Parlano di crisi, recessione, inflazione. Al minimo accenno alla Grande Depressione sembrano spaventarsi. Divenuti auruspici di meccanismi talmente fuori controllo da apparire eventi catastrofici, temono le profezie che si autoavverano. <span id="more-40852"></span></p>
<p>Anche per questo siamo già in depressione. La depressione è un stato della mente collettiva che coincide con una congiuntura economica. E’ il risultato del senso di impotenza con cui ci affacciamo alle aspettative negative, memori anche solo sottopelle di quanta perdita abbiamo già subito. Mandiamo i figli a studiare in scuole sempre più fatiscenti, compilando bollettini postali per consentire l’acquisto di materiali tra i quali c’è la carta ma anche la carta igienica. Paghiamo ticket sempre più alti per le cure mediche, ma se è necessario un esame urgente, raggranelliamo i soldi per la visita privata. Nelle stazioni ferroviarie funzionano spesso solo gli schermi che trasmettono non-stop spot pubblicitari. Le città si allagano con ogni pioggia forte, i tombini non ripuliti si intasano, nel manto stradale malripezzato le pozzanghere si ingrossano a laghi che continuano ad allargare le buche.</p>
<p>Il lavoro è sempre più scarso, sempre meno tutelato, sempre peggio retribuito. La classe operaia, prima di quasi dissolversi, ha fatto sacrifici senza andare in paradiso. E’ stata raggiunta nel limbo quaresimale dalla classe media. I lavoratori atipici stanno sulla soglia, sempre più numerosi. Non hanno voltato le spalle agli operai della Fiat nel braccio di ferro con Marchionne, ma quando uno di loro si trova faccia a faccia con l’impiegato pubblico troppo lento o scazzato, l’insofferenza verso il tutelato brucia, tutto a vantaggio di chi divide e impera. L’umiliazione resta più indicibile del rancore in cui cerca uno sfogo, è il fondo depressivo che atomizza, che entra in casa, che intossica i rapporti più privati. Se hai uno straccio di lavoro, sai che ti tocca tenerlo caro quasi a qualunque costo. Sotto c’è lo strato nero del lavoro in nero, i clandestini che ne abbassano il costo reale, che portano voti alla Lega, perché c’è sempre chi incassa le rendite delle guerre tra poveri. Difficile resistere alle sirene depressive e alla loro capacità di incattivire, spacciando per visione esistenziale lo sguardo oscurato dal malessere subito. “Siamo soli e il mondo è cattivo”, dice alla sorella bruna in preda al panico, la bionda che trae una forza terminale dalla sua natura melancholica o saturnina .  </p>
<p>L’esito del voto in Spagna indica che la delusione è soprattutto un problema delle sinistre governative. Lo stesso dice, a modo suo, l’altissima fiducia degli elettori del Pd nel governo Monti. Il sollievo e la speranza per la ritirata di Berlusconi sono stati, sin da subito, mescolati al desiderio di affidarsi a un’autorità, come bambini spaventati da una realtà che trascende le loro capacità di comprendere e reagire. Dare la mano a chi dovrebbe guidarli nel buio, chiudendo gli occhi. Ma insieme ad ansia e paura, agisce anche una ragione se non proprio depressiva, almeno disillusa sino al fatalismo. Se l’alternativa alla catastrofe non può che essere ingoiare la minestra austera, che almeno sia preparata da un grande chef che ha imparato la ricetta nei migliori établissment del mondo, in grado – si spera &#8211;  di trattare alla pari con i colleghi dell’Hotel Frankfurter Hof e Hotel Ritz. Nulla di meglio si sarebbero aspettati da un partito che da decenni ha chiesto rinunce con la promessa che si sarebbero tradotte in crescita e dunque benefici, cosa non avveratasi in cui non spera più nessuno. L’ironia del caso italiano fa si che sia stata la destra berlusconiana a imporre, con il voto dei ceti popolari e l’appoggio di Confindustria sino al limite del baratro, il dietrofront sugli slanci liberali di sinistra.  Al “meno tasse per tutti” strombazzato, corrispondeva, nella pratica, il ripristino di ogni privilegio e il “niente tasse per alcuni” molto prammatico, ovvero destinato a tutti quelli in grado di evaderle. Ma quel che sembra arrivato al capolinea in tutta Europa, è il sogno di una società dove capitalismo e socialismo, alla fine di tante lotte, avessero raggiunto un equilibrio soddisfacente per gran parte dei cittadini. Sembrava un’acquisizione così salda che non solo in Italia, inebriata dal nuovo mondo unilaterale, anche la sinistra ha creduto di potersi concedere un po’ di libertinaggio liberale. I danni del New Labour si sono sommati a quelli del thatcherismo, e persino nella Germania graziata dalle casse piene dello Stato, nessuno rivorrebbe più un Gerhard Schröder a capo del Partito Socialdemocratico. Forse anche per questo &#8211; oltre all’assenza di alternative immediate per proteggere il paese dal rischio fallimento &#8211; lo stesso Partito Democratico è stato così pronto e docile nel consegnare delega al governo Monti, malgrado sembrasse certa e addirittura prossima la vittoria elettorale. Pur consapevole che potrebbe pagare carissima la resa delle armi, ha preferito affidare all’outsourcing “tecnico” l’esecuzione della politica economica, nel momento in cui non è stata più un’opzione, ma un’imposizione ineluttabile. Ora si stanno delineando scontri interni tra correnti più liberali e più “sociali”,  ma sempre in una logica binaria e autoreferenziale. Nessuna riflessione dialettica sui propri percorsi che voglia in più – pare impensabile &#8211;  confrontarsi con la base elettorale o con la società. Che i dettati dell’economia abbiano esautorato la politica, pare avvenuto sia per causa che come effetto della sua incapacità di mettersi in discussione e in gioco – non solo in Italia.</p>
<p>Il pianeta, malgrado il nuovo governo, non resta fermo. Forse il collasso europeo è ormai inevitabile, però non ci aspetta nessuna fine ultima, solo il dover andar avanti sempre più incerti, sempre più disillusi, sempre più poveri. L’apocalisse, per le anime depresse, somiglia a una favola consolatoria, almeno nella misura in cui cerca di esorcizzare il malessere, oggettivandolo in una rappresentazione esterna – cosa di cui il film di Lars von Trier è un esempio dei più trasparenti. Non sembra casuale che, in questi anni di crisi, le narrazioni apocalittiche si siano moltiplicate sino all’inflazione: libri, film, videogiochi. L’apocalisse addomestica i demoni rendendoli feroci e grandiosi  &#8211; ma soprattutto esterni. Mistifica il nostro sentirci miserabili, non importa se facendoci combattere battaglie splatter contro alieni, o abbandonandoci in un castello abitato da tre privilegiate anime in pena che attendono il bang finale. Esiste però qualcosa che la narrazione apocalittica non può permettersi. Non può mostrare alcun collegamento con la condizione storica e collettiva che la incrementa o la ingenera, con quella depressione di cui gli economisti temono di fare il nome. “Siamo soli e il mondo è cattivo”, lo dice, appunto, la stessa splendida donna che nella prima parte manda a quel paese un capo stronzo, ma prodigo di elogi e promozione. Nella favola nera cinematografica è l’eroina che si licenzia perché la depressione le rende intollerabile ogni gioco e finzione sociale, nel mondo grigio della crisi cadono in depressione i licenziati. Castelli e miserie, come diceva il poeta maledetto, simboli e archetipi che mostrano un’essenza per occultare la contingenza da cui possono sgorgare.</p>
<p>Ma forse gli effetti distorsivi della depressione, con il suo bisogno si esternarsi fosse anche in figure di un nero monocromo, possono riflettersi persino sulle letture della realtà che ci incombe addosso. Dal basso della nostra impotenza, la crisi appare come una trama di attori impersonali spregiudicati o almeno un meccanismo perverso quanto ferreo. Non si può fare altro che cercare di disattivarlo in toto, quindi la risposta più radicale sembra l’unica o comunque la migliore. Se c’è una ragione per la quale l’idea del default pilotato come via d’uscita non mi convince, questa risiede soprattutto nel timore che possa essere una reazione opposta e speculare, quasi “euforica”, all’aut-aut di uno scenario catastrofico non messo discussione. Non escludo che in certi casi – forse già in Grecia allo stato attuale – ci sia possa far meno male saltando dalla finestra del fallimento che continuando a mangiare la minestra della miseria. Però le visioni più o meno complottistiche dello strapotere finanziario rischiano di assolvere la corsa individuale alle scialuppe di salvataggio delle nazioni imbarcate sul Titanic, soprattutto all’interno dell’Europa monetaria. Il meccanismo va analizzato e scomposto in ogni sua componente, a cominciare da quelle che appartengono alla responsabilità della politica. Le posizioni di Merkel o Sarkozy, per dire, ma anche l’incapacità dei governi dei paesi mediterranei di contrattare uniti, acquisendo un peso maggiore sul tavolo delle trattative. Lo sforzo di ragionare in maniera differenziata pur nella situazione di pericolo e ricatto, non ha forse utilità pratica, ma esprime in sé un rifiuto dell’introiezione di una subalternità subita.  </p>
<p>La crisi è globale e globali sono le contestazioni che si levano dal basso. Oltre agli slogan che, nella loro evidenza immediata – “siamo il 99%” &#8211; possiedono un potenziale di aggregazione contagioso, forse è anche il volto stesso dei movimenti a strappare la maschera. Traslocare nei luoghi pubblici, accamparsi come zingari nelle tende, dormire nei sacchi a pelo come barboni. Sperimentare una democrazia più diretta, intervenendo nelle assemblee con un codice di gesti che ricorda il linguaggio dei sordomuti. Intervenire, come accade in America, senza amplificazioni, lasciando che le parole dell’oratore vengano trasmesse coralmente. I movimenti, soprattutto in occidente, traducono, per necessità di cose, in corpi e pratiche lo scandalo occultato: la povertà. Si avvalgono anche di strumenti tecnologici e internet, ma questo lo fanno pure i manifestanti in Egitto o in altri paesi dove la libertà era inaccessibile e il pane lo è diventato. Anche con un’antenna sul tetto di una baracca o uno smartphone in tasca si può essere poveri &#8211; sia nel primo che nel secondo e terzo mondo. Dovunque, tuttavia, la povertà non è soltanto quella materiale. E’ tutto ciò che manca o è venuto a mancare: diritti, prospettive, rappresentanza, sponde politiche, risposte alternative complessive che appaiano già formulate e percorribili. Talvolta, a vedere e sentire gli aderenti dei movimenti, capita di sentirsi sconcertati dinnanzi all’impressione che il linguaggio della protesta debba reinventarsi a partire da una sorta di grado zero. Quella povertà è anche debolezza, certo, ma occorre vederla prima per quel che è – lo specchio non falsato di una condizione vera – prima di pensare che se ne possa uscire con scorciatoie. Inutile illudersi: tra la richiesta di una patrimoniale o di una Tobin Tax, o addirittura una riscrittura mondiale delle regole di governance finanziaria e le questioni della crisi strutturale (sostenibilità della crescita, ambiente, occupazione futura ecc.) c’è di mezzo un deserto da attraversare. Un deserto non confinato alle sole democrazie del mondo avanzato, di cui alcuni paesi come il nostro stanno sperimentando per la prima volta cosa significa essere retrocessi in prossimità di quelli meno sviluppati.<br />
Partire da proposte concrete benché già fin troppo osteggiate, non dovrebbe essere un modo per scambiare correzioni di rotta importanti per risposte esaustive. Il percorso, se vuole essere di “democrazia reale” (o qualcosa che vi somigli), sarà lungo e tutto da costruire.</p>
<p>Eppure ci sono nodi e luoghi da cui conviene cominciare. L’Europa può essere un perno. Se in questo continente cominciassero a cambiare alcune regole, questo potrebbe avere un impatto assai più esteso. Probabilmente, causa di forza maggiore, i summit della politica EU troveranno qualche accordo palliativo che consenta una tregua utile per guadagnare tempo. Bisognerebbe sfruttarla anche dal basso per mettere in piedi quel che finora è stato fatto troppo poco. Creare reti &#8211; avere più scambi, informazioni, coordinamento. Giustapporre un’altra politica a quella che impongono le istituzioni monetarie e i governi con il coltello dalla parte del manico. L’Europa è anche quella in cui per secoli uomini e donne hanno lottato per i loro diritti. L’Europa, ancora prima che intorno agli ideali socialisti, comunisti e anarchici si organizzassero partiti e sindacati, è stata il luogo dove si è combattuto insieme perché i singoli paesi potessero diventare nazioni autonome, pari a quella che nel nome di libertà, fraternità e uguaglianza aveva decapitato la monarchia assoluta. Oggi pare di assistere a un processo inverso. Non lasciamo che la moneta diventata immagine e somiglianza di un pianeta minaccioso la disintegri- e noi con essa.  </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/24/depressione/">Depressione</a></p>
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		<title>Il passaggio che non passa (su elezioni e Tobin Tax)</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 11:04:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>La monotonia delle mie riflessioni è provocata dalla monotonia del mondo che mi circonda. Per questo mi ritrovo ancora incredulo a pensare al “passaggio che non passa”, quasi fossi di fronte a una di quelle stralunate figure beckettiane che non riescono né a morire né a nascere, né a finire né a iniziare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/10/il-passaggio-che-non-passa-su-elezioni-e-tobin-tax/">Il passaggio che non passa (su elezioni e Tobin Tax)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>La monotonia delle mie riflessioni è provocata dalla monotonia del mondo che mi circonda. Per questo mi ritrovo ancora incredulo a pensare al “passaggio che non passa”, quasi fossi di fronte a una di quelle stralunate figure beckettiane che non riescono né a morire né a nascere, né a finire né a iniziare. Prendiamo solo due punti: uno relativo al funzionamento democratico, e uno relativo alla politica economica. Elezioni e referendum, da un lato, e Tobin tax, dall&#8217;altro.</p>
<p>Per potere passare ad altro, uscire da quest’incubo della coazione a ripetere gli stessi errori, mobilitando gli stessi argomenti, in una lotta sempre più aspra e ridicola con le mille contraddizioni e assurdità che emergono ad ogni frase, bisogna spostare il baricentro dell’azione dai rappresentanti ai rappresentati. La democrazia, come regime non solo politico, ma come modello epistemologico, lo richiede. Se il punto di vista di chi dirige conduce all’impasse, alla crisi, alla sofferenza generalizzata, bisogna lasciare spazio a un mutamento di punto di vista. Bisogna elaborare un’altra condotta di medio e lungo termine. Non ci sono garanzie che il passaggio elettorale promuova una svolta significativa, ma non ci sono altri modi che l’attuale democrazia conosca per rendere possibile un&#8217;alternativa. Qualcuno dirà che oggi ci può salvare solo una rivoluzione violenta. Non si può escludere nulla. In ogni caso, se passassimo a una fase rivoluzionaria, vorrebbe dire uscire dal quadro democratico che ha valso dal dopoguerra in poi e aprirsi a orizzonti imprevedibili, in cui soluzioni fasciste e autoritarie sono da mettere in conto assieme a soluzioni progressiste. La &#8220;pacifica Europa degli affari&#8221; potrebbe non solamente ritornare all’originaria pluralità irriducibile degli Stati-nazione, ma questi Stati-nazione potrebbero scegliere il proprio nemico nei vicini di casa e non in una struttura oligarchica internazionale.<span id="more-40670"></span></p>
<p>In ogni caso, la volontà popolare è proprio ciò che gli attuali governi democratici in Europa non si possono permettere. La possibilità di un passaggio ad altro, a qualcosa che non sia la ripetizione del Medesimo, è loro preclusa. Cade Berlusconi, e l’unica cosa in cui l’opposizione può sperare è un governo tecnico, inclusivo, dove sia differito il più possibile il momento di porre la questione di una <em>alternativa </em>politica. Si erano dette due cose, da tempo: 1) l’Europa dei mercati e della Banca Centrale limita la sovranità nazionale, e quindi la democrazia; 2) non vi è più differenza tra destra e sinistra parlamentari; non esistono alternative alle politiche neoliberiste e al loro discorso legittimante. Queste cose si dicevano nell’ottica di smascherare l’<em>ipocrisia</em> del discorso ufficiale. Ora, invece, il discorso ufficiale le dice in prima persona, a chiare lettere, senza ambiguità alcuna.</p>
<p>Ci siamo nutriti dal 1989 della retorica dell’Occidente campione di democrazia e diritti umani, per arrivare nel 2011 a considerare come irresponsabile la proposta di un referendum al popolo greco, nel momento in cui dovrà accettare una serie di provvedimenti legislativi decisi a tavolino non dai suoi rappresentanti eletti, non dalle sue forze di governo, ma da uomini politici di altri paesi e da tecnici <em>apolitici</em> e <em>anazionali</em>. Il popolo è dichiarato irresponsabile, almeno durante la fase della crisi economica. Le democrazie occidentali hanno già conosciuto tutta la vergogna dello “stato d’eccezione” per ragioni di ordine pubblico e sicurezza nazionale. Negli Stati Uniti, la lotta al terrorismo è stata per un decennio un alibi alla violazione “democratica” dei diritti umani. Ora, stiamo entrando in una nuova fase dello “stato d’eccezione”: si potranno revocare le norme della democrazia ordinaria durante le lunghe e tortuose fasi della “crisi economica”. In altre parole, chi proporrà alternative di politica economica verrà considerato un irresponsabile e, nel caso il suo discorso avesse seguito, una vera e propria minaccia alla sicurezza del paese.</p>
<p>Governo greco moribondo, governo italiano moribondo: tutto ma non le elezioni. Ciò vuol dire semplicemente: quali che fossero gli esiti della consultazione elettorale, non sono previste politiche economiche alternative rispetto a quelle proposte da Francia e Germania.</p>
<p>Passiamo alla questione della Tobin Tax. Proposta per la prima volta all’inizio degli anni Settanta. Alla fine degli anni Novanta, viene riproposta da “Le Monde diplomatique” e dall’associazione ATTAC, che avrà un ruolo importante nel movimento altermondialista. A fine secolo, la Tobin Tax è una proposta che nasce all’interno di un movimento popolare, ispirato ai principi della democrazia diretta. Alcuni specialisti e molti cittadini comuni vedono qualcosa che gli specialisti più accreditati e la classe politica non vogliono vedere.</p>
<p>Più di dieci anni dopo, strangolati dalla crisi del debito, la Commissione Europea propone che venga discussa l’introduzione nel 2014 di una tassa sulle transazioni finanziarie. L’Ecofin, ossia l’assemblea europea dei ministri dell’economia e delle finanze non trova un accordo, dal momento che alcuni considerano dannosa l’applicazione di tale tassa nella sola Unione Europea. Si teme, come al solito, la fuga di capitali. (Tutto ciò è accaduto martedì 8 novembre.)</p>
<p>Come tradurre in parole povere questa vicenda? Ci sarebbe una soluzione non rivoluzionaria, ma di riformismo moderato, per evitare la crisi del debito e per non impoverire la maggioranza della popolazione europea che appartiene alla classe media e ai ceti popolari. Si andrebbero a prendere i soldi là dove ve ne sono in abbondanza, in mano a una cerchia ristretta della popolazione super-avvantaggiata, senza per altro rimettere radicalmente in questione l’ordine sociale esistente. Insomma, per anni hanno pagato soprattutto i meno ricchi e i decisamente poveri, ora paghino i molto ricchi. Questa opzione, secondo la nostra classe politica, non è realizzabile. Ma non lo è – ci avvertono – non per ragioni ideologiche. Dopo dieci anni, anche gli specialisti accreditati hanno capito che l’ingenuo popolo altermondialista aveva ragione. Il problema è che, <em>realisticamente</em>, questo piano non può essere realizzato. Ma perché? Perché i molto ricchi <em>non vogliono pagare</em>, e nel mondo attuale <em>hanno tutti gli strumenti</em> per non pagare.</p>
<p>Questo è il problema politico che dovrebbe essere all’ordine del giorno di un riformismo moderato, ossia delle sinistre istituzionali europee anche più timide.</p>
<p>Nel frattempo godiamoci la responsabilità dal gesticolìo sempre più surreale, stravagante, sconsiderato dei nostri tutori politici, nazionali e sovranazionali.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/10/il-passaggio-che-non-passa-su-elezioni-e-tobin-tax/">Il passaggio che non passa (su elezioni e Tobin Tax)</a></p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.42</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Sep 2011 07:30:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong><a href="http://www.lettere.unipd.it/infolettere/pub/docente_public.php?doc=264">Fabrizio Tonello</a></strong></p>
<p>I grandi uomini si riconoscono per la visione storica, la capacità di elevarsi al di sopra delle contingenze del momento, di guardare oltre le piccolezze della vita quotidiana. Giulio Tremonti, per esempio, è andato a Rimini al meeting di Comunione e Liberazione senza preoccuparsi di quisquilie come la Borsa di Milano dove ormai gli operatori più solidi sono le donne delle pulizie a stipendio fisso: &#8220;Waterloo fu vittoria o sconfitta?&#8221; si è chiesto il ministro mentre i pragmatici ciellini, preoccupati per i loro <em>danè</em>, lo guardavano straniti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/09/carta-strampalata-n-42/">carta st[r]amp[al]ata n.42</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/tremonti03G.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/tremonti03G.jpg" alt="" title="tremonti03G" width="300" height="230" class="aligncenter size-full wp-image-40032" /></a></p>
<p>di <strong><a href="http://www.lettere.unipd.it/infolettere/pub/docente_public.php?doc=264">Fabrizio Tonello</a></strong></p>
<p>I grandi uomini si riconoscono per la visione storica, la capacità di elevarsi al di sopra delle contingenze del momento, di guardare oltre le piccolezze della vita quotidiana. Giulio Tremonti, per esempio, è andato a Rimini al meeting di Comunione e Liberazione senza preoccuparsi di quisquilie come la Borsa di Milano dove ormai gli operatori più solidi sono le donne delle pulizie a stipendio fisso: &#8220;Waterloo fu vittoria o sconfitta?&#8221; si è chiesto il ministro mentre i pragmatici ciellini, preoccupati per i loro <em>danè</em>, lo guardavano straniti. E il ministro si è anche risposto da solo: &#8220;Fu una vittoria per l&#8217;Inghilterra e per l&#8217;Atlantico ma fu una sconfitta per l&#8217;Europa&#8221;.</p>
<p><em>Belin!</em>, come direbbero a Genova: l’unità europea avrebbe bisogno di un Napoleone che tenga lontani gli odiati banchieri inglesi e noi che non ci avevamo pensato. Al posto dell’inetto presidente della Commissione UE José Barroso, che è portoghese, quindi praticamente brasiliano, ci vorrebbe un leader autentico, magari un po’ italiano e un po’ francese, come Bonaparte che era nato in Corsica. Forse Tremonti pensava a se stesso, essendo anch’egli uomo di frontiera (Sondrio) benché più italo-svizzero che italo-francese. O forse a Rimini si sentiva una reincarnazione di Mario Appelius, con il suo radiofonico “Dio stramaledica gli Inglesi!” del 1940-42.<br />
<span id="more-40031"></span><br />
Ma poiché che il ministro del Tesoro mette sul tappeto una questione storica, andiamo a dare un’occhiata a quello che successe nella pianura belga nell’anno di grazia 1815. Per esempio: l’esercito “inglese” di cosa era fatto? Di un terzo di soldati nati nelle isole britanniche, ci informa lo storico Alessandro Barbero (<em>La battaglia</em>, Laterza, 2003) mentre il 26% provenivano dai Paesi Bassi e il 39% da vari regni e principati tedeschi. Insomma, il duca di Wellington aveva qualche difficoltà a farsi capire dai suoi stessi soldati e nessuno cantava <em>God Save The King</em>, inno di cui pure ci sarebbe stato bisogno perché il re era Giorgio III, che era matto e aveva dovuto essere rinchiuso già nel 1811.</p>
<p>Certo, si possono costruire gli imperi anche con truppe coloniali e mercenarie, quindi si potrebbe sostenere che Waterloo fu una vittoria della Gran Bretagna anche se nei suoi reggimenti c’erano dei poveracci provenienti da mezza Europa, arruolati “perché hanno messo incinta la ragazza, altri perché sono ricercati e molti di più per la smania di ubriacarsi” come disse lo stesso Wellington. Il problema è che la battaglia non fu vinta dagli inglesi, che nel pomeriggio erano disperati e stavano per cedere di fronte agli assalti dei francesi, ma dai prussiani, che arrivarono al momento giusto.</p>
<p>Ricapitoliamo: la coalizione che combatteva Napoleone era europea e comprendeva anche austriaci e russi (che non fecero in tempo ad arrivare). Delle truppe effettivamente impiegate a Waterloo il 18 giugno, due terzi erano tedesche. I prussiani erano stati sconfitti a Ligny due giorni prima e si erano ritirati verso Wavre, lasciando gli inglesi alle porte di Bruxelles: Waterloo è 12 chilometri a sud della capitale belga. Il piano di Napoleone era di distruggere anche gli inglesi prima che i due pezzi dell’esercito alleato potessero riunirsi.</p>
<p>In realtà, la battaglia iniziò tardi e Napoleone, già alle 13, aveva intravisto le avanguardie  prussiane verso Est, dalla parte di Chapelle-St. Lambert. Gli attacchi della cavalleria di Ney verso le 15,30 furono un tentativo disperato di sfondare il centro della linea di Wellington prima dell’arrivo dei rinforzi prussiani. Era una scommessa rischiosa e i quadrati di fanteria inglesi riuscirono a respingere le cariche, senza farsi prendere dal panico; i corazzieri francesi fallirono nel tentativo di aprire un varco nelle linee di Wellington, una falla che sarebbe poi stata sfruttata dalla fanteria provocando il collasso dello schieramento nemico prima che le truppe di von Bülow rovesciassero la situazione.</p>
<p>Come finì è noto: il centro inglese resse, i prussiani investirono l’ala destra dello schieramento francese, la Vecchia Guardia si trovò presa tra due fuochi e, improvvisamente, il panico si diffuse fra le esauste truppe di Napoleone, come si legge anche nella <em>Certosa di Parma</em> di Stendhal: “Il reggimento, attaccato all’improvviso da nugoli di cavalleria prussiana, dopo aver creduto tutto il giorno nella vittoria, batteva in ritirata o per meglio dire scappava in direzione della Francia”. Il protagonista Fabrizio del Dongo chiede informazioni alla vivandiera che lo ha raccolto e questa risponde: “Siamo spacciati, piccino mio; c’è che la cavalleria dei prussiani ci accoppa a sciabolate, nient’altro che questo c’è”. Gli alleati rimasero padroni del campo, Wellington e Blücher si incontrarono verso le dieci di sera, qualche giorno dopo Napoleone abdicò e fu esiliato a S. Elena.</p>
<p>Waterloo inaugurò un’era di dominio anglosassone sull’Europa? Gli avidi banchieri della City iniziarono allora a succhiare il sangue delle indifese nazioni sul continente? La perfida Albione ci ha sfruttato per quasi duecento anni come suggerisce Tremonti? Non proprio. Il Congresso di Vienna, che si concluse negli stessi giorni, finì con il trionfo della Russia (che inghiottì la Polonia e la Finlandia) e soprattutto della Prussia, che pose le basi dell’unificazione tedesca impadronendosi del Reno-Westfalia e riducendo a 38 gli staterelli tedeschi (da 360 che erano). Ci sarebbero voluti altri 56 anni, ma l’impero tedesco alla fine sarebbe stato proclamato nel 1871. Se proprio si vuol parlare di “egemonia atlantica” sull’Europa occorre spostare le date parecchio più in qua: dopo due guerra mondiali ci fu il piano Marshall (1948) e la fondazione della NATO (1949). Quanto all’imperialismo inglese, sarebbe stata tenuto fuori dalla Comunità Europea fino al 1973.</p>
<p>Durante un comizio in Piemonte in aprile 2010, il nostro aspirante storico delle relazioni internazionali disse a una platea entusiasta: “Noi non leggiamo libri, mangiamo agnolotti”. Sugli agnolotti non posso che essere d’accordo: il mio nonno materno era di Casteggio, poi emigrato a Venezia; ogni domenica, dopo avermi concesso una seconda porzione, mi dava anche un affettuoso scappellotto dicendo: “Stüdia, cit!”. Ecco, il problema di Tremonti è che da piccolo gli davano gli agnolotti senza dirgli di studiare.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/09/carta-strampalata-n-42/">carta st[r]amp[al]ata n.42</a></p>
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		<title>Era di maggio</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Sep 2011 06:48:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Mónica Flores Fernandez</strong></p>
<p><em>“À ceux et celles qui feront le XXI’ siècle, nous disons avec notre affection:<br />
‘Créer, c’est résister.<br />
Résister, c’est créer.’”</em><br />
Stéphane Hessel</p>
<p>È il 15 Maggio quando, dopo mesi di letargo e inattività, il popolo spagnolo esce nelle strade delle città più grandi del Paese, indignato.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/09/era-di-maggio/">Era di maggio</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mónica Flores Fernandez</strong></p>
<p><em>“À ceux et celles qui feront le XXI’ siècle, nous disons avec notre affection:<br />
‘Créer, c’est résister.<br />
Résister, c’est créer.’”</em><br />
Stéphane Hessel</p>
<p>È il 15 Maggio quando, dopo mesi di letargo e inattività, il popolo spagnolo esce nelle strade delle città più grandi del Paese, indignato. Manca soltanto una settimana alle elezioni comunali e del governo di diverse comunità autonome. Per quasi un anno la gente ha subito in silenzio, senza protestare, riforme economiche e sociali molto criticate: cambia l’età per andare in pensione dai 65 ai 67 anni, i lavoratori perdono dei diritti, si tagliano i fondi alle scuole, alla sanità e si vede con impotenza come i mercati attaccano costantemente un’economia che è già debole da sé. I disoccupati sono quasi cinque milioni e non pare che la situazione debba migliorare nei mesi seguenti.<br />
	Queste manifestazioni non nascono dal nulla. Per mesi, nei social network, si parla principalmente della situazione spagnola e anche della situazione mondiale e si scambiano idee. La sorpresa di molti è vedere che c’è una folla che pensa nello stesso modo. I servizi che in una democrazia dovrebbero essere provveduti dallo Stato sono stati messi nelle mani delle imprese private. Si è permesso al neoliberalismo di infettare tutta la nostra società. E ora tocca pagare.<br />
Davanti ad una realtà così, i media pubblicano, parlando dei giovani, frasi come “La generación NI-NI, ni estudia, ni trabaja” (1), “El FMI advierte: la actual generación de jóvenes españoles vivirá peor que sus padres” (2) e altre simili, ma queste due sono sicuramente quelle che fanno traboccare il vaso. La generazione attuale di giovani in Spagna è quella meglio formata e preparata di tutta la storia del paese, ma è anche una generazione con un tasso di disoccupazione molto alto a causa di una crisi che non ha provocato.<span id="more-40054"></span></p>
<p>  		 	    </p>
<p>Quel giorno verso le sei del pomeriggio la TV è accesa sul telegiornale 24 ore. Davanti ai miei occhi sorpresi passano immagini delle manifestazioni in diverse città della Spagna. Dal primo istante si vede che non sono proteste giovanili. Non solo. C’è gente di tutte le età, anche famiglie intere con i bambini. Ci sono anche gli anziani e gli studenti. Ci sono disoccupati e gente con lavoro. Donne e uomini. C’è il popolo. Los indignados cominciano a gridare le frasi che diventeranno nei prossimi mesi i loro slogan più conosciuti: “No hay pan para tanto chorizo” (3), “No nos representan”, “¡Democracia real ya!”, “Techo y trabajo sin ser esclavo”, “No es crisis, es estafa” e tanti altri (4). Quando finisce la protesta un centinaio di persone decide di costruire un campeggio nella Piazza del Sol. Vogliono rimanere là fino al 22 Maggio, giorno delle elezioni, ma il 17, verso le cinque del mattino, la polizia caccia alle persone che si trovavano nelle tende. Nello stesso giorno, di sera, si protesta davanti il Tribunale di Madrid per i 19 arrestati alla manifestazione di due giorni prima. E non solo. Di sera la Piazza del Sol è piena di gente che si indigna di nuovo. Questa volta non sono centinaia, ma migliaia (nella piazza c’è spazio per circa 12.000 persone). La frase più ascoltata è “Amanece en Sol”. La polizia ha l’ordine di evacuare la Piazza se ci sono le concentrazioni. Ma questa volta non lo fa. È nato il campeggio di los indignados a Madrid. Presto ci saranno campeggi anche a Barcellona, Siviglia, Málaga, Saragozza e altre città spagnole.<br />
Queste manifestazioni sorprendono soprattutto i politici, tanto che le prime reazioni, come ho detto, sono inviare la polizia per scioglierle e cacciare via la gente dalle piazze. Il movimento non è ancora organizzato quando è già attaccato da diversi media, specialmente della destra meno moderata. I politici sono spaventati. Molti vedono dietro queste proteste la mano del partito opposto. In questi giorni si vede che una parte importante di loro, degli uomini che dovrebbero lavorare per il popolo, sono più preoccupati per le loro sedie che ad ascoltare quello che il popolo dice, grida. Questo modo di agire fa arrabbiare ed indignare ancora di più la gente. Ogni giorno c’è più gente nella Piazza del Sol. Finalmente il governo lancia la sfida: “non potete manifestare il giorno di riflessione”, ovvero il sabato 21 Maggio la piazza dev’essere vuota. La risposta di los indignados è subito: “non manifestiamo, riflettiamo insieme”. E infatti il giorno di riflessione comincia in Piazza del Sol con uno “grido muto”, fatto con il gesto di “applauso” nel linguaggio dei sordomuti (5).</p>
<p> 		         	   </p>
<p>Dopo le elezioni del 22 Maggio la volontà iniziale di los indignados è abbandonare la Piazza del Sol, ma nell’assemblea decidono di rimanere fino al 29, una settimana dopo. Il PP, il partito di destra più grande di Spagna, ha vinto in una parte importante dei comuni e comunità autonome, anche dove tradizionalmente aveva vinto il PSOE, il partito della sinistra. Molti danno responsabilità a los indignados. Loro invece spiegano che non sono dietro nessun partito politico, che sono gente di tutte le ideologie, età, culture, razze&#8230; I media intervistano diversi portavoce del movimento e noi cittadini osserviamo stupiti come i giornalisti e i critici chiedono soluzioni alla situazione che si vive in Spagna a los indignados invece che ai politici, che nel frattempo continuano a criticare le manifestazioni ma non ascoltano le critiche a loro rivolte. Soltanto il Partito Comunista lo fa, in parte perché quello che chiedono los indignados coincide con il proprio programma politico.<br />
Mentre una parte importante della società è nelle strade delle città protestando contro la situazione attuale del paese (i tagli, la disoccupazione, la manca di prospettive per il futuro, una legge elettorale che permette di vincere solo il PP o il PSOE e la sicurezza che nessuno di questi due partiti porterà soluzioni vere&#8230;) c’è chi si preoccupa soltanto di criminalizzare i manifestanti. Di gettare fango. Di cercare di far tacere la gente.</p>
<p> 		 	    </p>
<p>Il 27 Maggio la polizia catalana evacua con violenza e di mattina los indignados di Piazza Catalunya, al centro di Barcellona. Quella sera il Barça, la squadra di calcio,  gioca contro il Manchester e può vincere la Champions. Di solito i tifosi festeggiano le vittorie nella Fontana di Canaletes, molto vicina a Piazza Catalunya. Il governo catalano usa questa scusa per cacciare los indignados. Ma poche ore dopo la violenzia della polizia, che aveva preso a colpi i manifestanti, questi tornano alla Piazza e rifanno il campeggio (6). Il Barça vince la Champions ma non ci sono problemi fra manifestanti e tifosi.<br />
Dopo di aver visto quello che è successo al telegiornale del pomeriggio (nelle ultime settimane ho vissuto collegata quasi 24 ore su 24 ore ai giornali e i telegiornali) chiamo il mio migliore amico. Mi aveva detto che sarebbe stato al campeggio di Barcellona di mattina e sono preoccupata. Mi risponde dall’università. Sa quello che è accaduto a Barcellona per il mio racconto e si arrabbia. Quella sera si farà una manifestazione in contro dell’eccessiva violenza della polizia e lui ci andrà. Quella protesta, come al solito, si fa in un ambiente pacifico e festivo. Purtroppo nei giorni posteriori Barcellona vive proteste più violente, come quella davanti al Parlamento catalano il giorno 14 Giugno, dove diversi politici sono insultati e anche attaccati fisicamente. La polizia da la colpa a los indignados, ma loro condannano questa violenza costringendo politica e polizia a investigare in profondità i fatti. Insomma, a fare il loro lavoro.</p>
<p> 		 	   </p>
<p>Passano le settimane ed i campeggi del 15M (“15 Maggio”, così è chiamato il movimento) sono presenti nella vita quotidiana di tante città. Hanno organizzato una struttura veramente complessa, soprattutto quello della Piazza del Sol di Madrid, che è una città dentro della capitale. È gestita con le assemblee e con gruppi di lavoro divisi in diverse aree, che si occupano dal cibo alle comunicazioni, dalla cura dei bambini alla pulizia. Ma dopo quasi un mese di accampamento i commercianti della Piazza si lamentano delle perdite economiche nei loro negozi e finalmente los indignados decidono andare via il 12 Giugno.<br />
Los indignados, dopo abbandonare le piazze, decidono spostarsi nei quarteri delle grandi città e nei piccoli paesi per fare conoscere a più gente le loro proposte per migliorare la situazione, che sono state pensate e discusse durante questo mese di campeggio sempre nelle assemblee. Dopo quasi un mese dall’inizio delle proteste los indignados si sono organizzati e hanno creato un elenco di proposte politiche, economiche e sociali molto più solido e realista che quello di alcuni partiti politici. La prima richiesta è modificare la legge elettorale per non favorire più il bipartitismo, in modo che i partiti abbiano un potere in Parlamento proporzionale ai voti ricevuti, cosa che non è mai successa nella storia della giovanissima democrazia spagnola.<br />
Il 19 Giugno c’è una grande manifestazione in diverse città spagnole, più di 100.000 persone escono nelle strade per farsi sentire e per dimostrare che non sono d’accordo con le decisioni che i politici hanno preso negli ultimi tempi. Nessuno può più dire che le proteste sono cosa da pochi. </p>
<p> 		 	    </p>
<p>Trovo il mio amico una mattina di Luglio a Barcellona. Come al solito il nostro posto di incontro è Piazza Catalunya ma il campeggio di los indignados non c’è più. Ci sediamo su una panchina vicina al posto dove settimane prima c’erano le tende. I piccioni hanno ritrovato, felici, il loro spazio, per quasi un mese hanno dovuto cambiare casa. Tutto il movimento, tutte le proteste, manifestazioni, urla, indignazione, rabbia, impotenza non c’è più&#8230;rimane solo un Punto Informazioni gestito da poche persone.<br />
I media parlano sull’eventuale scomparsa delle proteste una volta che le piazze sono state evacuate. E invece non è così. Los indignados hanno evitato che molte famiglie perdessero le loro case per non poter pagare l’ipoteca (6), hanno manifestato contro i tagli nell’educazione e nella sanità (7) e anche contro le spese di soldi per eventi veniali e non di vero bisogno, come nel caso del Grande Premio di Formula 1 di Valencia (8). E non solo.<br />
Per tutta l’Europa la gente ha cominciato a reagire, a svegliarsi di una specie da ipnosi che la fermava. Anche in Israele ci sono state manifestazioni che chiedono politiche sociali migliori (9). Il prossimo 15 Ottobre avrà luogo una grande manifestazione davanti alla sede del Governo Europeo a Bruxelles. Indignati spagnoli, tedeschi, francesi&#8230;sono già partiti, a piedi, per informare la gente paese per paese, strada per strada, su quello che chiedono, quello che vogliono e quello che considerano i diritti fondamentali. In ogni paese c’è gente che si aggiunge al gruppo e continua il cammino verso il Belgio (10).<br />
Sicuramente si sbaglia chi crede che il movimento 15M sia finito, spento. Anzi. Magari stia ancora cominciando. Lo diceva in Piazza del Sol un uomo di 76 anni che aveva vissuto il Maggio del ’68: “Quello che non siamo stati capaci di raggiungere noi, lo state ottenendo e l’otterrete ancora voi”. </p>
<p> 		 	   </p>
<p>(1)	La generazione NI-NI, né studia né lavora.<br />
(2)	 Il FMI avverte: l’attuale generazione di giovani spagnoli vivrà peggio dei suoi genitori.<br />
(3)	Il “chorizo” è un tipo di salame molto comune in Spagna. Questa parola si usa abitualmente come sinonimo di “ladro”. L’idea che esprime la frase è che non c’è abbastanza richezza per tutti i ladri.<br />
(4)	“Non ci rappresentano”, “Democrazia reale ora”, “Tetto e lavoro senza essere schiavo”, “Non è crisi, è truffa”.<br />
(5)	http://www.youtube.com/watch?v=jmMKIKXtXSU<br />
(6)	http://politica.elpais.com/politica/2011/05/27/actualidad/1306489864_137130.html<br />
(7)	http://www.eldia.es/2011-07-30/santacruz/5-indignados-protestan-subasta-hipotecaria-extrajudicial.htm<br />
(8)	http://www.lavanguardia.com/salud/20110804/54195848871/salut-definira-en-otono-la-cartera-de-servicios-que-atendera-la-asistencia-primaria.html<br />
(9)	http://www.elpais.com/articulo/Comunidad/Valenciana/dictadura/coche/elpepuespval/20110725elpval_14/Tes<br />
(10)	http://www.publico.es/internacional/390678/mas-de-300-000-indignados-israelies-piden-justicia-social<br />
(11)	http://www.publico.es/espana/388840/los-indignados-parten-rumbo-a-bruselas</p>
<p><em>Mónica ci teneva a scrivere questo pezzo per noi, in italiano. Mi sembrava bello lasciarvi cogliere il suo sforzo: perciò non ho corretto il suo articolo. hj</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/09/era-di-maggio/">Era di maggio</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Todd, l&#8217;anticipatore</title>
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		<pubDate>Mon, 09 May 2011 05:12:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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<p>Dizionario dei luoghi comuni: Emmanuel Todd, quello che aveva previsto lo sfaldamento dell’Unione Sovietica. <em>Il crollo finale. Saggio sulla decomposizione della sfera sovietica</em>, pubblicato in Francia nel 1976 e scritto all’età di 25 anni, è divenuto il titolo onorario di Todd.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/09/todd-lanticipatore/">Todd, l&#8217;anticipatore</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Dizionario dei luoghi comuni: Emmanuel Todd, quello che aveva previsto lo sfaldamento dell’Unione Sovietica. <em>Il crollo finale. Saggio sulla decomposizione della sfera sovietica</em>, pubblicato in Francia nel 1976 e scritto all’età di 25 anni, è divenuto il titolo onorario di Todd. L’autore, nella prefazione dell’edizione del 1990, ricorda che lo guidarono nella decifrazione della crisi i solidi e bruti dati demografici, in particolare l’innalzamento del tasso di morti infantili tra 1971 e 1974.</p>
<p>Todd, storico di formazione, combina le competenze del demografo e dell’antropologo. Ma le sue analisi storico-antropologiche, pur avvalendosi di una solida base empirica, non rinunciano a prese di posizioni polemiche nei confronti del panorama intellettuale e politico. Fin dallo studio sull’URSS, il lavoro di Todd presenta due aspetti complementari: da un lato, la ricerca che opera in modo scientifico e apolitico, con un’attenzione privilegiata a processi di lungo periodo (alfabetizzazione, contraccezione, ecc.) e alle strutture antropologiche di base (i modelli familiari); dall’altro, un’esigenza militante di tirare delle conseguenze politiche dai risultati ottenuti. Questo significa non solo avanzare soluzioni nei confronti di problemi sociali maggiori, ma sopratutto anticiparli quei problemi, valutandoli nella loro complessità antropologica e inquadrandoli in una prospettiva storica ampia.<span id="more-38960"></span></p>
<p>Il suo contributo più importante alle discipline storiche è probabilmente riconducibile ai due studi dell’inizio degli anni Ottanta, <em>Il terzo pianeta</em> (1983)<em> </em>e l’<em>Infanzia del mondo</em> (1984), in cui Todd avanza l’ipotesi di una derivazione delle ideologie politiche e religiose dai valori di base che costituiscono i modelli familiari presenti nelle diverse aree del pianeta. Todd difende qui un’ipotesi esplicativa forte: la diffusione delle grandi ideologie della modernità – liberalismo, comunismo e gli ibridi dell’uno e dell’altro – è avvenuta in modo ineguale nel mondo, in quanto esse hanno di volta in volta incontrato un terreno favorevole o sfavorevole al loro sviluppo nello strato antropologico dei modelli familiari. In altre parole, le ideologie e i sistemi politici che da esse derivano sono delle trasposizioni sul piano sociale di valori fondamentali che reggono le relazioni umane all’interno dei nuclei familiari. La diversa organizzazione di questi valori (uguaglianza-disuguaglianza, libertà-autorità), producendo un numero ristretto di tipologie familiari, costituisce la variabile “lenta” della storia umana che entra in relazione con le variabili più “veloci”, quali i sistemi economici, religiosi, politici.</p>
<p>Nell’ottobre del 2010 è uscita in Francia l’edizione tascabile di <em>Après la démocratie</em>, un saggio del 2008 (Gallimard, «Folio Actuel», pp. 320, € 7,80). Pochi mesi sono bastati per esaurire la nuova edizione. Un tale successo, nell’ottica italiana, è abbastanza sorprendente. Innanzitutto, Todd non è allineato con nessuna scuola di pensiero, ed è particolarmente allergico alle mode intellettuali. Inoltre, i suoi lavori coniugano la verve polemica francese con lo stile sobrio anglosassone, costantemente rivolto alla perentorietà dei dati più che alla profusione delle idee. Questo fa del suo libro non uno dei tanti <em>pamphlet </em>che denunciano la crisi della democrazia, ma un tentativo sistematico di farne la diagnosi, accompagnato da un’eziologia e da plausibili proposte terapeutiche. L’osservatorio principale dell’insorgenza della crisi è la Francia del neo-eletto Sarkozy (2007), ma attraverso di essa è lo stallo politico dell’intera Europa ad essere preso in considerazione.</p>
<p>Todd è convinto che i nostri mali vengono più dall’idiozia della nostre classi dirigenti e dagli esperti – gli economisti in testa – che le condizionano ideologicamente, più che da una consapevole strategia di dominio. Non che la volontà di dominio sia carente nello strato più ricco dell’elite, ma essa sfocia in una sorta di delirio, che ha sinistre parentele con quello del Tony Montana di Brian De Palma («The world is yours»). L’analisi dell’atomizzazione in atto <em>anche</em> nella fascia più alta della società è forse uno dei contributi più interessanti del libro di Todd. A questo livello, vi è una lotta senza quartiere per trasformare i momentanei vantaggi salariali delle professioni meglio pagate (manager, dirigenti, ecc.) in stabili e definitivi privilegi da membri di una borghesia finanziaria, dotata di sufficiente capitale per vivere di rendita. Una tale rapacità, di cui noi, in Italia, siamo di continuo spettatori privilegiati, non risponde neppure più a una coscienza e a un progetto di classe. Non solo dunque l’omogeneità del gruppo sociale si sfalda verso il basso, secondo la proverbiale logica della guerra tra i poveri, ma si sfalda anche verso l’alto, operando una rottura tra le classi medie superiori e una ristretta classe capitalista, sempre più avulsa dalla realtà e condannata a un’insaziabile sete di potere.</p>
<p>Su questo sfondo, la classe politica gioca la sua peculiare partita, che è così riassunta da Todd: “come evitare che le consultazioni elettorali lascino emergere ciò che preoccupa veramente i cittadini, ovvero la gestione dell’economia, e che sia rimesso in discussione il libero mercato?”. Da questo impossibile accordo tra politici ed elettori, nasce l’esigenza sempre più marcata, da parte dei politici, di manipolare l’elettorato, in modo tale che le sue richieste, sul piano della politica economica, siano costantemente inevase, differite, magicamente trasformate in altro. Ed è inutile dire che se la sinistra è incapace quanto la destra di modificare il modello economico dominante, la destra ha molto più agio nel proporre delle soluzioni immaginarie. L’islamofobia, in quest’ottica, non è semplicemente una peculiarità ideologica dell’estrema destra su scala ormai europea. La designazione del capro espiatorio e la proposta di una democrazia “etnica” diventa l’unico margine di manovra che la classe politica, almeno a destra, possiede per rispondere allo scontento crescente dell’elettorato. Non volendo più agire sul proprio terreno, la lotta di classe e la politica economica, la sinistra si è così condannata alla paralisi, dal momento che lo scontro etnico è tradizionalmente terreno della destra. Forse Todd non esagera, quando dice che il PS francese non vuole vincere le elezioni, accontentandosi dei vantaggi offerti dalla presenza nelle amministrazioni locali. Pensiamo al caso italiano. Finché la sinistra non governa, può senza difficoltà essere apocalittica, diffondendo ciò che Berlusconi definisce “pessimismo”. Ma il giorno in cui governerà, come potrà inoculare ottimismo negli elettori senza prendersela con gli immigrati e, <em>nel contempo</em>, senza alzare i salari dei ceti popolari e garantire lavoro per le fasce giovani e qualificate della classe media?</p>
<p>Sugli economisti Todd è ancora più implacabile, lui che difende, ma su scala europea, l’universalmente biasimato protezionismo. Egli sottolinea il paradosso per cui, nel momento in cui la dottrina liberista regna incontrastata, il sistema di cui descrive il buon funzionamento implode. In tutto ciò egli non vede semplicemente una cinica difesa ideologica delle classi dominanti, ma un vero e proprio accecamento intellettuale, che ha dinamiche proprie, legate al conformismo intellettuale e accademico. Si può notare, per altro, come un discorso analogo può essere fatto per l’islamofobia. Nel momento in cui i moti rivoluzionari stanno scuotendo il mondo arabo – rivelando l’esistenza di una popolazione giovanile, alfabetizzata e refrattaria a forme d’indottrinamento politico o religioso tradizionali – in diversi paesi d’Europa la minaccia islamica è considerata di grande attualità, favorendo le disastrose speculazioni elettorali delle destre estreme e moderate. Anche in questo caso Todd è stato anticipatore, confutando la convinzione occidentale di un’eccezione arabo-musulmana, che designerebbe i popoli arabi, per ragioni culturali e religiose, come irrimediabilmente estranei ai valori democratici. <em>L’incontro delle civiltà</em>, scritto con il demografo Youssef Courbage (nella traduzione italiana di Roberto Ciccarelli uscito da Tropea nel 2009: pp. 160, € 14,90), metteva in luce già nel 2007 i dati demografici determinanti a ipotizzare un processo irreversibile di modernizzazione: nel mondo arabo l’alfabetizzazione è quasi compiuta e il tasso di fecondità si avvicina in molti casi a quello delle Francia o degli Stati Uniti. E, secondo Todd, l’innalzamento dell’alfabetizzazione e il calo della fecondità tendono, storicamente, ad essere concomitanti alla rivoluzione.</p>
<p>*</p>
<p><em>[Questo articolo è apparso, in forma scorciata, sul <a href="http://www.alfabeta2.it/2011/05/05/sommario-alfalibri-n°-1/">supplemento letterario</a> di <a href="http://www.alfabeta2.it/2011/05/05/sommario-del-n°-9-–-maggio-2011/">alfabeta2 </a>n° 9, maggio 2011]</em></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"> </span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/09/todd-lanticipatore/">Todd, l&#8217;anticipatore</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Trittico per Taiwan</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 11:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>a Danilo Kiš</p>
<p>lascia perdere gli abissi,<br />
e concentrati sul male dei singoli molluschi<br />
le specie scompaiono l’individuo invece più di Cupido è anacronistico<br />
tieni presente che per quanto pronunciate le tue scapole non sono ali<br />
(anche se a volte le Muse zoppicano e frequentano uomini mortali)<br />
vedi, siamo esposti alla morte come provette alla luce,<br />
la lucidità conta solo se si è perduti<br />
e, infine, tra «l’apparenza della pienezza e la pienezza»<br />
esiste una differenza<br />
che né Dio né la genetica saranno mai in grado di scoprire</p>
<p>Danilo Kiš (1935-1989) è stato l’ultimo scrittore jugoslavo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/24/trittico-per-taiwan/">Trittico per Taiwan</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>a Danilo Kiš</p>
<p>lascia perdere gli abissi,<br />
e concentrati sul male dei singoli molluschi<br />
le specie scompaiono l’individuo invece più di Cupido è anacronistico<br />
tieni presente che per quanto pronunciate le tue scapole non sono ali<br />
(anche se a volte le Muse zoppicano e frequentano uomini mortali)<br />
vedi, siamo esposti alla morte come provette alla luce,<br />
la lucidità conta solo se si è perduti<br />
e, infine, tra «l’apparenza della pienezza e la pienezza»<br />
esiste una differenza<br />
che né Dio né la genetica saranno mai in grado di scoprire</p>
<p>Danilo Kiš (1935-1989) è stato l’ultimo scrittore jugoslavo. Nato a Subotica (al confine con l’Ungheria), è morto a Parigi. Il padre era un ebreo ungherese, mentre la madre, di religione ortodossa, era originaria del Montenegro. Trascorse l’infanzia a Novi Sad (Voivodina, Serbia) fino al 1942, quando la sua famiglia, a causa del massacro degli Ebrei e dei Serbi da parte dei fascisti tedeschi e ungheresi, è costretta a fuggire. <span id="more-36194"></span>Il padre scompare ad Auschwitz nel 1947. Kiš, con la madre, è rimpatriato a Cetinje, nel Montenegro. Dopo gli studi letterari a Belgrado, diventerà lettore di serbo-croato a Strasbrugo, a Bordeaux e a Lille, in Francia. Dal 1980 fino alla morte vivrà a Parigi. L’intera opera romanzesca di Kiš, dalla trilogia <em>Giardino, cenere</em> (1965), <em>Dolori precoci</em> (1969) e <em>Clessidra</em> (1972), passando per <em>Una tomba per Boris Davidovic</em> (1976), fino a <em>Enciclopedia dei morti</em> (1983) è una grande sfida lanciata al mondo artisticamente più refrattario a essere descritto: quello di Auschwitz e della Kolyma. Egli, che ha vissuto da vicino la scomparsa non solo fisica, ma anche metafisica, dell’individuo – i corpi senza tomba dei campi di concentramento –, si è ribellato alla possibilità che ogni «singolo mollusco», ogni singola vita, fosse a tal punto distrutta da non poter essere ricordata e, attraverso anche pochi dettagli, ricostruita. Se la Storia, con i suoi orrori, ci ha insegnato che ci sono state vite che non hanno meritato di essere vissute, l’arte di Kiš è lì a testimoniare che nessuna morte dovrebbe rimanere priva di un volto.</p>
<p>a Iosif Brodskij</p>
<p>solo i dannati conoscono il futuro<br />
non si curano se qualcuno abbatte un muro<br />
hanno buone maniere con i clienti delle hall<br />
ascoltano Ray Charles sulla spiaggia di Cape Cod</p>
<p>solo i dannati soffrono di cuore a causa di staliniti acute<br />
leggono Auden in presenza di statue mute<br />
mandano biglietti di condoglianze a chi si è perso in digressioni storiche<br />
bevono indifferenti alle latitudini alcoliche</p>
<p>solo i dannati conversano con un celeste durante un pic-nic<br />
usano tovaglioli di carta per scrivere a M.lle Véronique<br />
scambiano con gli antichi sigarette e consorti<br />
prendono al volo il vaporetto per l’isola dei morti</p>
<p>solo i dannati conoscono il futuro<br />
passano giorni interi davanti a un muro<br />
scontano lunghi anni al Polo Nord<br />
si addormentano per sempre nell’impero del Superbowl</p>
<p>Josif Brodskij (1940-1996), poeta e saggista, è nato a Leningrado (oggi San Pietroburgo), è morto a New York ed è sepolto nel cimitero di San Michele, a Venezia. Insofferente all’ideologia sovietica, interrompe gli studi ed è educato dalla madre. I primi versi risalgono agli anni Cinquanta. Nel 1964 è accusato di «parassitismo sociale» e condannato a cinque anni di deportazione in una regione del nord dell’Unione Sovietica. Nel 1965 è liberato. Autorizzato a emigrare nel 1972, da allora sceglie di vivere negli Stati Uniti. Incomincia a scrivere anche in inglese e soggiorna per lunghi periodi in Italia, a Venezia. Nel 1987 riceve il Premio Nobel per la Letteratura. Muore nella sua casa di Brooklyn al n. 44 di Morton Street. Brodskij fu scoperto e riconosciuto da Anna Achmatova, avendo come modello Mandel’stam. Si rivolse ben presto verso la poesia di lingua inglese: John Donne, T.S. Eliot, R. Frost, Auden, «la più grande mente del XX secolo». Fu un lettore di classici latini, soprattutto di Orazio. Tutta la sua poesia è una lunga e indisciplinata elegia, che, come voleva il suo amato Auden, si regge sulle «benedette leggi metriche che vietano risposte automatiche» e sullo spirito satirico che vieta alle sue domande di essere benedette dalla consolazione. Dolore e ragione.</p>
<p>a Seferis</p>
<p>Non ci sono testimoni, fumata nera</p>
<p>Ma almeno tu, Apostolos,<br />
vieta al cancro dell’acqua di corrodere Venezia<br />
Salva questo documento di pietra<br />
perché io possa aggiungere al catalogo delle navi<br />
qualche barchetta di carta<br />
Per troppa concentrazione troppo a lungo<br />
sull’acqua alta ho camminato e non ho camminato<br />
Ti ho perduto</p>
<p>e non ti ho perduto</p>
<p>Giorgos Seferis (1900-1971), poeta e saggista, nasce a Smirne. Frequenta il liceo ad Atene e si laurea in Legge a Parigi. Nel 1922, in seguito ai massacri in Anatolia, la grecità è sradicata dalle rive dell’Asia minore. L’evento rimarrà impresso per sempre nella memoria di Seferis. Nel 1926 rientra ad Atene. Nel 1931 inizia la carriera diplomatica che lo porterà a vivere nel corso degli anni Quaranta e Cinquanta in molti paesi (Londra, Albania, Egitto, Turchia, Libano). Nel 1963 riceve il Premio Nobel per la Letteratura. Muore ad Atene.<br />
La Grecia antica, la relazione tra la Grecia moderna e la Grecia antica, la relazione tra la Grecia e l’Occidente: ecco i tre assi della poesia e della riflessione di Seferis. L’essenza dell’Ellenismo è la misura come giustizia. Così anche il verso di Seferis è misurato, giusto, privo di ricercatezza, di enfasi, né lirico né mai troppo figlio delle parole della tribù. Antico e moderno, ma profondamente storico, perché in grado di concepire la tradizione come un fiume che si rinnova ogni volta che il corpo del presente vi si immerge.</p>
<p>P.S. Il mio amico YU Jen-chih, redattore della rivista INK di Taiwan, mi ha chiesto tre poesie. La mia scelta è caduta su quelle dedicate a tre poeti europei a cui sono molto grato. Il mondo è vasto e non tutti i lettori di Taiwan conoscono Kiš, Brodskij e Seferis: che i miei minuscoli ritratti servano da ponte tra l&#8217;Europa e l&#8217;Oriente.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/24/trittico-per-taiwan/">Trittico per Taiwan</a></p>
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		<title>Cosa c’è di europeo nella letteratura europea?</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 09:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Dubravka Ugrešić</strong></p>
<p><em>La letteratura europea e l’Eurovision Song Contest</em></p>
<p>La nozione di letteratura europea, così come viene intesa dai politici dell’Unione, da coloro che finanziano la cultura, dagli editori, dai dipartimenti di letteratura, dalle università vecchio stile e molto spesso dagli scrittori stessi, non è poi così diversa da quella di “miglior canzone pop in Europa” che si ha all’Eurovision Song Contest.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/05/cosa-c%e2%80%99e-di-europeo-nella-letteratura-europea/">Cosa c’è di europeo nella letteratura europea?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Dubravka Ugrešić</strong></p>
<p><em>La letteratura europea e l’Eurovision Song Contest</em></p>
<p>La nozione di letteratura europea, così come viene intesa dai politici dell’Unione, da coloro che finanziano la cultura, dagli editori, dai dipartimenti di letteratura, dalle università vecchio stile e molto spesso dagli scrittori stessi, non è poi così diversa da quella di “miglior canzone pop in Europa” che si ha all’Eurovision Song Contest. <span id="more-25557"></span><br />
L’Eurovision Song Contest è l’esempio più straordinario della fusione spirituale del continente: è una grandiosa (in grandioso <em>stile europeo</em>) sarabanda del kitsch musicale di tutti i paesi europei. Molto più di quello musicale, tuttavia, sono altri gli aspetti del concorso che offrono l’intrattenimento maggiore: le <em>mises</em> (quest’anno gli interpreti ciprioti avevano i vestiti migliori!); la messa in scena (gli irlandesi quest’anno avevano tanto di quel fumo sul palco che hanno quasi scatenato un incendio!); il momento della votazione (Croazia, dieci punti! Belgio, due punti!); le cartoline televisive dai diversi paesi o le brevi visite agli studi di Tallinn e di Dublino; l’intrattenimento “politico” (Scommetto che la Croazia darà un alto punteggio agli sloveni e che gli sloveni daranno il massimo dei voti alla Croazia!); la presenza di nuovi paesi partecipanti (Oh, quest’anno abbiamo anche i bosniaci!); l’assenza di alcuni paesi non-partecipanti (Per me nessun serbo canterà in Europa!). Quanto alla musica, è scontato che i turchi siano presenti con un brano folcloristico dal sapore orientaleggiante, mentre gli svedesi cerchino di replicare i successi da hit parade dei loro ABBA. Il più grande spettacolo europeo ha anche un lato didattico (Il pubblico impara a conoscere nuovi stati: Lettonia, Estonia, Lituania) e uno ideologico (D’accordo, abbiamo fatto entrare gli estoni, ma in nessun caso permetteremo ai turchi di fare altrettanto: il loro modo di cantare ha grossi limiti!). Il tutto, naturalmente, produce grandi profitti. Ci sono momenti in cui s’inarca stupiti il sopracciglio, quando, ad esempio, appare Diva (Viva la diva! ), il travestito israeliano. Ma una certa meraviglia, in un concorso <em>mainstream</em> come questo, non può che rivelarsi rigenerante.</p>
<p>La vita letteraria europea, generalmente, non è poi così diversa dall’Eurovision Song Contest. Anch’essa ha i suoi grandi nomi dietro ai quali c’è sempre (Sempre!) uno Stato. È certo meno spettacolare. Ma la cerimonia del <em>Man Booker Prize</em>, trasmessa ogni anno da qualche canale televisivo, dimostra che anche la letteratura può diventare uno spettacolo holliwoodiano. I vincitori del premio si riuniscono rumorosamente sul palco (Canada, dieci punti!) e ringraziano in modo incredibilmente simile a quello delle pop star. I giudici emettono un giudizio più eloquente, il che non stupisce se si pensa che le parole, più che le note musicali, sono la sostanza della letteratura. Considerando l’impatto commerciale dello show, si conferma la validità del confronto che ho proposto all’inizio, indipendentemente da chi lo reputi ingiusto, malizioso o poco riguardoso.</p>
<p><em>Il ruolo di Gregor G. Drubnik in tutto questo</em></p>
<p>Circa trent’anni fa apparve in un numero del <em>New York Times</em> una notizia inventata su Gregor G. Drubnik, uno scrittore bulgaro che, secondo l’articolo, aveva vinto nel 1971 il premio Nobel per la letteratura. L’articolo traboccava di epiteti discriminatori – <em>le davvero stupefacenti qualità del lavoro di Drobnik</em> – che, nelle intenzioni del giornalista, avrebbero dovuto essere divertenti. La sola idea, infatti, che un bulgaro potesse vincere il premio Nobel per la letteratura avrebbe dovuto far sorridere i lettori.</p>
<p>Se mi fossi imbattuta in quell’articolo quando fu pubblicato, anch’io avrei sorriso. A quel tempo studiavo la letteratura comparata ed ero assai preseuntuosa. Leggevo gli scrittori europei e americani, scrivevo tesine su Proust e Joyce, leggevo i russi più e meno noti e studiavo le scuole di teoria letteraria quando la teoria letteraria era al suo apogeo. Pensavo di essere in simbiosi con il grande mondo della letteratura. In Jugoslavia, in quel periodo, c’era stata un’improvvisa ondata di pubblicazioni e un grande incremento delle traduzioni, e io seguivo ogni novità su cui riuscivo a mettere le mani. Quando nei primi anni Ottanta giunsi per la prima volta negli Stati Uniti, ciò che mi colpì, guardando la selezione dei libri in traduzione nelle librerie, fu la loro scarsa scelta. Non potevo dirlo a nessuno, primo perché nessuno mi avrebbe creduto e poi perché, solo pochi anni dopo, la situazione nelle librerie americane – almeno per le traduzioni – era già cambiata drasticamente.</p>
<p>Nei primi anni Novanta la situazione mutò anche “a casa mia”: le locali librerie erano desolatamente vuote e per me era assai difficile convincere qualcuno che solo pochi anni prima le cose erano ben differenti. In quello stesso periodo i miei libri cominciavano a farsi strada nel mondo e io, non molto dopo, li seguii. Convinta com’ero di essere in piena comunicazione con il grande mondo letterario (qualunque cosa questo significhi), mi ero dimenticata della possibilità che forse il grande mondo non stava comunicando con me.</p>
<p>Allorché il mio primo romanzo fu pubblicato in Inghilterra, un critico concluse la sua recensione con una domanda: <em>Siamo sicuri che è questo quello che ci serve?</em> Solo più tardi compresi che cosa aveva voluto dire. Non mi ero accorta che nel corso dei miei viaggi un’etichetta continuava a rincorrermi: <em>Made in Balkans</em>. Quando qualcuno viene dai Balcani, non ci si aspetta da lui o da lei che produca libri di autentico valore letterario, ma che dia vita allo stereotipo che NOI abbiamo di LORO, gli abitanti dei Balcani, o dei luoghi da dove tutti LORO provengono. Avevo, perciò, completamente dimenticato da dove venivo e dove stavo andando o, in altre parole, ignoravo i codici di comunicazione stabiliti da tempo tra il centro culturale e la periferia. In tutto questo le mie capacità letterarie non c’entravano nulla.</p>
<p>Saltò fuori che, dopo trent’anni, l’ombra della guerra fredda di Drubnik stava ancora in agguato ai margini della periferia. Il numero di etichette che gli altri affibbiavano a me e ai miei libri continuava a crescere. Altre apparvero accanto a <em>Made in Balkans</em>: il collasso della Jugoslavia, la caduta del comunismo, la guerra, il nazionalismo, i nuovi stati, le nuove identità… Le mie opere comunicavano con il lettore straniero portandosi sulle spalle un grosso fardello. Sembravo una viaggiatrice con più valigie per mano che cercava di mantenere un’aria aggraziata. I miei colleghi dell’Europa occidentale, al contrario di me, viaggiavano leggeri e senza bagagli: tutto ciò che i lettori vedevano era rappresentato dalle loro persone e dai loro libri. Nel mio caso, il bagaglio stava seppellendo sia me che i miei libri. La situazione era cambiata drasticamente anche “a casa mia”. Le etichette cominciavano a prolificare anche laggiù. Improvvisamente, per comprendere i miei libri diventò importante sapere se fossi una croata o una serba, e chi fossero i miei genitori. </p>
<p>Dieci anni fa avevo un passaporto jugoslavo, con la sua morbida e flessibile copertina rosso scuro. Ero una scrittice jugoslava. Poi arrivò la guerra e i croati, senza neanche chiedermi il permesso, mi mostrarono un passaporto croato blu. Il governo croato si aspettava dai suoi cittadini una metamorfosi istantanea, come se il passaporto fosse stato una sorta di pillola magica. Dato che nel mio caso specifico le cose non filarono per niente lisce, mi esclusero dalla loro letteratura e da altre cariche. Con il passaporto croato in mano abbandonai la mia terra natale, quella appena acquisita e quella precedentemente demolita, e cominciai a viaggiare per il mondo. Con un entusiasmo da Eurosong il resto del mondo prese a considerarmi una scrittrice croata: diventai la rappresentante letteraria di un paese che non mi voleva. Cominciai così anch’io a non desiderare più il luogo che non mi desiderava. Non sono una fan dell’amore non corrisposto. Ancor oggi, comunque, non mi sono liberata delle etichette.</p>
<p>Ho di nuovo in mano un passaporto con una morbida e flessibile copertina rosso scuro, un passaporto olandese. Questo nuovo passaporto fa di me una scrittice olandese? Potrebbe, ma ne dubito. Ora che ho un passaporto olandese sarò in grado di “reintegrarmi” nei ranghi degli scrittori croati? Forse sì, ma ne dubito. Qual è il mio vero problema? Forse mi vergogno della mia etichetta di scrittrice croata che ancora mi perseguita? No. Mi sentirei meglio con un marchio Gucci o Armani? Sicuramente sì, ma non è questo il punto. Allora cos’è che voglio? Perché sono così allergica alle etichette?</p>
<p>Perché? Perché la ricezione delle opere letterarie ha mostrato che il fardello dell’identità finisce per impantanare l’opera. Perché è stato dimostrato chiaramente che le etichette alterano la sostanza di un’opera e il suo significato. Perché l’etichetta è, in effetti, un’interpretazione testuale semplificatrice, quasi sempre fuorviante. Perché un’etichetta fa sì che si legga in un’opera qualcosa che non c’è. E infine perché l’etichetta discrimina l’opera. Acconsentire supinamente a essere marchiati da un’identità nazionale significa sostenere e promuovere la letteratura come una nozione geopolitica, la qual cosa, in effetti, vista la realtà, potrebbe anche essere vera. Ma perché mai dovrei abbracciare la “realtà” solo perché è una “realtà”?</p>
<p>Perché la grande maggioranza dei miei colleghi sente la necessità di aggrapparsi a questa etichetta?  Perché l’identità nazionale di uno scrittore, l’appartenere a un preciso paese, permette di affermarsi all’interno del mercato letterario e della comunicazione. Perché in questo modo è molto più facile e molto più rapido spostarsi dalla periferia al centro. Perché per molti scrittori l’etichetta dell’identità nazionale è il solo modo di comunicare contemporaneamente in un contesto locale e in un contesto globale, facendosi accettare e riconoscere come scrittori bosniaci, sloveni o bulgari. L’etichetta dell’identità nazionale è il presupposto fondamentale delle vecchie istituzioni letterarie nazionali, ma anche del moderno mercato letterario. Perché si tratta di un presupposto etnico, una vera e propria formula pubblicitaria che ha proiettato, per ragioni letterarie buone o cattive, molti scrittori dalla periferia al mercato letterario globale. Il mercato ha sempre bisogno di uno scrittore bulgaro, serbo o albanese. Di uno, al massimo due. Una certa sovrabbondanza, naturalmente, sarebbe fonte di confusione. </p>
<p><em>L’Europa giù fino all’India</em></p>
<p>La burocrazia culturale dell’Unione Europea, i numerosi managers, gli addetti e i “supporters” (burocrati che ‘supportano le questioni culturali’) – tutti costoro fanno ciò che possono per prendere una posizione. La globalizzazione, un’altra parola cara all’imperialismo culturale statunitense, preoccupa la cultura dell’Unione Europea. Mentre i critici americani usano il termine imperialismo senza rimorsi, gli europei rabbrividiscono solo a sentirlo nominare. Hanno paura di essere tacciati di antiamericanismo, come lo sono i francesi – i quali protestano per proteggere i loro prodotti culturali, nonché per quello che gli è stato sottratto: il loro perduto primato culturale. È stato dimostrato che l’antiamericanismo non è né culturalmente, né politicamente, né strategicamente, né finanziariamente produttivo: non sono solo gli uomini d’affari americani a far soldi nell’industria culturale statunitense, ma anche gli intermediari europei. </p>
<p>L’“identità culturale” europea (qualunque cosa ciò significhi) è “minacciata” dalle pervasive produzioni culturali di massa americane; e dagli abitanti dell’Europa dell’Est che attendono di essere ammessi, ciascuno trascinando il suo fardello culturale; dagli emigrati del circuito culturale non-europeo (il punto più doloroso, tra l’altro, del subconscio culturale europeo) i cui numeri crescono minacciosamente di ora in ora. A quale luogo appartengono tutti questi marocchini, algerini, cinesi, arabi? Chi riuscirebbe a registrarne il numero esatto in Europa? Quali categorie usare? Il loro passaporto? La lingua? La sfera culturale a cui si suppone appartengano?</p>
<p>Fiera della sua ideologia e della sua pratica del multiculturalismo, la burocrazia culturale dell’Unione Europea perpetua, per adesso, un collaudato e sicuro approccio – <em>io Tarzan, tu Jane</em> – una formula questa che riconosce le più varie identità culturali e che incoraggia il mantenimento delle specificità regionali (o di altro tipo) e, ovviamente, l’integrazione, sebbene nessuno sappia cosa voglia dire davvero questa parola. Così a ciascuno la sua fede, a ciascuna il suo burka. Fin tanto che un marocchino mette nel carrello della spesa qualcosa di <em>marocchino</em>, qualsiasi cosa ciò significhi, e noi invece ci mettiamo qualcosa di <em>europeo</em>, qualsiasi cosa ciò voglia dire, nel mondo tutto va per il meglio. È così che per lo più si scambiano i prodotti culturali, è questo il modo in cui il mercato procede, e le dinamiche della vita letteraria si sviluppano in base allo stesso radicato meccanismo.</p>
<p>Nel mondo tutto potrebbe andare per il meglio… se non ci fossero individui che cantano fuori dal coro, pezzi non funzionanti dell’ingranaggio, persone che erodono gli stereotipi culturali, ponendosi domande su chi sono e su chi dovrebbero essere. Individui così crescono più in fretta dei promoter culturali, dei manager, della burocrazia culturale dell’Unione Europea che si batte per l’identità culturale europea. Crescono più in fretta dei loro critici e interpreti, professori universitari e lettori. In altre parole: nessuno sa che cosa fare di loro.</p>
<p>Che cosa dovrebbero fare gli olandesi con Moses Isegawa, uno scrittore africano che vive in Olanda e scrive in inglese? Che cosa dovrebbero fare con me? Vivo ad Amsterdam, eppure non scrivo in olandese. Che cosa dovrebbero fare i croati con me? Scrivo in croato, ma ho una «cattiva reputazione» e torno a casa solo per le vacanze di Natale. Che cosa dovrebbero fare con me i serbi e i bosniaci? Possono leggermi nella lingua in cui scrivo – SBC (serbo-croato-bosniaco)? Come trattano gli olandesi uno scrittore marocchino il quale, anziché scrivere testi sulle differenze culturali tra marocchini e olandesi che chiunque potrebbe comprendere facilmente, si è impegnato nella ricostruzione dell’olandese del XVIII secolo? Che cosa dovrebbero fare i francesi con un arabo che ha iniziato una nuova versione della <em>Recherche</em> o i tedeschi con uno scrittore turco che sta scrivendo un nuovo <em>I dolori del giovane Werther</em>? </p>
<p>Fra le numerose disfunzioni del sistema letterario esistente, ho il mio esempio preferito. Joydeep Roy Bhattacharaya è nato a Calcutta. Ha lasciato l’India quando aveva vent’anni, conseguendo una laurea in Filosofia negli Stati Uniti. Vive a New York. Joydeep ha scritto un romanzo. Il tema del suo romanzo è l’Ungheria e un circolo di intellettuali ungheresi degli anni Sessanta. Gli ungheresi hanno subito tradotto il libro. Un intellettuale ungherese si è lamentato con me affermando che il romanzo parla dell’Ungheria, ma <em>all’indiana</em>. «Avrebbe fatto meglio a scrivere sull’India», ha commentato. </p>
<p>Joydeep è un uomo carino e fotogenico. L’editore inglese ha pubblicato il suo romanzo con la segreta speranza che Joydeep cambi idea e scriva qualcosa sull’India. Qualcosa tipo <em>Il dio delle piccole cose</em>, ma da una prospettiva maschile. Mia madre, a cui ho mostrato il libro di Joydeep con la sua fotografia in quarta di copertina, ha istintivamente concordato con l’editore inglese: «Perché non scrive sull’India?», ha sospirato. «È addirittura più carino di Sandokan…».</p>
<p>In un mondo in cui il «kit-identità» è diventato come lo spazzolino da denti – qualcosa di cui non si può fare a meno – Joydeep ha scelto il sentiero più arduo. Ha gettato nelle immondizie il suo «kit-identità», consapevole che gli avrebbe potuto garantire buoni profitti, e ha preferito il diritto a una libera scelta letteraria, a una letteratura libera. Joydeep conosce bene le conseguenze del suo suicidio simbolico. “A casa sua”, in India, non credo che abbiano un debole per lui. I paesi di cui scrive si lamentano poiché sono convinti di essere gli unici depositari del copyright sui loro temi. Il suo editore inglese tollera Joydeep e il suo “virus” europeo solo perché spera che ne guarirà e che arriverà il momento in cui tornerà tematicamente al “luogo a cui appartiene”: l’India. Perciò, alla domanda “che cosa c’è di ‘europeo’ nelle letterature europee?”, io rispondo: c’è il signor Bhattacharaya, un indiano nato a Calcutta che vive a New York e scrive sull’Europa.</p>
<p><em>La zona grigia della letteratura</em></p>
<p>È così che va il mondo. I croati pubblicano scrittori “croati autentici” con lo slogan pubblicitario «Leggete croato!» (come se i lettori fossero ansiosi di leggere tutto ciò che non sia scritto in croato!); serbi, lituani, estoni, lettoni, macedoni, sloveni e gli altri si sono stipati nel concetto ottocentesco di una letteratura suddivisa per gruppo sanguigno; i catalogatori letterari dell’Europa occidentale, totalmente disorientati dall’ampia penetrazione di scrittori migranti nel tessuto letterario nazionale, lottano per mantenere ben netti i confini tra letteratura “autoctona” ed “alloctona”, “nazionale” ed “émigrée”, e il risultato sembra una modesta revisione dello slogan croato (che, rivisto secondo gli standard politicamente corretti dell’Europa, suona all’incirca così: “Leggete croato, ma anche marocchino!”). Mentre ci si occupa ossessivamente dei problemi dell’identità letteraria, storica, nazionale, etnica ed europea, una vasta zona grigia di letteratura non territoriale cresce negli interstizi letterari europei (e non solo). Questa zona è abitata da autori “etnicamente inautentici”, émigrés, migranti, scrittori in esilio, scrittori che appartengono simultaneamente a due culture, autori bilingui che scrivono “né da qui né da lì”, in ogni caso oltre i confini delle loro letterature nazionali. La letteratura della zona grigia è composta da autori che scrivono nella loro lingua materna vivendo nel contesto linguistico del paese che li ospita e da altri che scelgono la lingua del loro paese ospitante. Ci sono scrittori che erodono progressivamente le convenzioni linguistiche e si muovono liberamente tra le lingue e le culture, traducendo significati: ci sono scrittori che stanno creando una nuova lingua e una nuova cultura attraverso incroci linguistici e culturali.</p>
<p>Queste “nuove lingue”, e di conseguenza le lingue della letteratura, sono caratterizzate da un’interazione tra diverse lingue, o deviazioni dalla lingua standard (per esempio, il <em>Black english</em>, lo <em>spanglish</em>, il <em>newyoricano</em> e molti altri). Lo slang degli adolescenti olandesi, ad esempio, è chiamato <em>smurfentaal</em>, ossia “lingua dei puffi”, dal nome dei piccoli personaggi blu, ed è un olandese “basso” attraversato dal marocchino, dal turco, dall’antillano, dall’inglese e da altre lingue. Nuovi dialetti stanno nascendo, che gradualmente diventano lingue letterarie: lo spagnolo-chicano, il turco-tedesco, il francese-algerino, il russo-americano. Le combinazioni sono infinite. Nella costellazione linguistica del dopo-Jugoslavia – nella quale la lingua comune, il serbo-croato, è stata abolita e suddivisa ufficialmente in lingua croata, lingua serba e lingua bosniaca – la variante sovversiva dell’uso linguistico è di fatto una retro-variante: la lingua SCB (un’abbreviazione per lingua serbo-bosniaco-croata usata dai pubblici ministeri del Tribunale dell’Aia).</p>
<p>Quasi tutti gli scrittori che stanno dando vita alle nuove letterature si sono sradicati dai loro contesti originari. Non si sentono “a casa loro” nei paesi dove vivono, né sognano di ritornare nei paesi da cui sono fuggiti. Questi nuovi scrittori si stanno costruendo il loro spazio, una terza zona culturale, una «terza geografia». La nuova letteratura è pubblicata ancora sotto categorie spesso discriminatorie, iniquamente coercitive, imposte dal di fuori, come letteratura dell’esilio, letteratura etnica, letteratura migrante, letteratura dell’emigrazione, letteratura della diaspora – in parte perché i critici letterari sono impreparati. Un codice interpretativo adeguato alla nuova realtà letteraria non è ancora stato trovato. Arjun Appadurai, ad esempio, avverte  che le «formazioni postnazionali» non possono essere definite con il vocabolario politico esistente. Non c’è ancora una terminologia in grado di descrivere gli interessi sovrapposti di numerosi gruppi, solidarietà translocali, mobilitazioni transnazionali e identità postnazionali.</p>
<p>Non è ancora stato dato un nome a questa nuova zona letteraria. Se si guarda al crescente numero di corsi presenti nelle università americane si potrebbe scegliere il termine «letteratura transnazionale». Azade Seyhan scrive: «Intendo per letteratura transnazionale un genere di scrittura che opera al di fuori del canone nazionale, che affronta i problemi tenendo conto delle culture prive di un territorio e che parla per esse in quelle che chiamo comunità e alleanze paranazionali. Queste ultime sono comunità che si creano entro i confini nazionali o tra i cittadini del paese ospitante, ma che rimangono culturalmente e linguisticamente a distanza da essi e che, in alcuni casi, sono separate sia dalla nazione d’origine che da quella che li ospita».  Franz Kafka, praghese che scriveva in tedesco, è una figura simbolo della letteratura priva di un territorio. Una ben nota definizione di Deleuze e Guattari, quella di «letteratura minore», potrebbe essere una fertile formula teorica per articolare in futuro la letteratura transnazionale. La cultura contemporanea senza territorio o transnazionale è un processo dinamico e insolitamente complesso. I suoi concetti-chiave e i suoi temi privilegiati – l’archiviazione della memoria etnica, linguistica e nazionale; la dislocazione e lo spostamento;  gli scambi culturali e il trapianto o la traduzione della cultura; le narrative del ricordo; il bilinguismo o il multilinguismo; l’esilio, ecc.) mutano costantemente, subiscono modificazioni, si moltiplicano e sovrappongono i significati in un ininterrotto processo d’interazione. </p>
<p>Mentre i pensatori europei – imbarazzati dal numero di scrittori sempre più famosi che non appartengono “né a qui né a lì” – cercano di definire i turbolenti processi delle migrazioni letterarie, facendo ricorso, in mancanza di nozioni migliori, al vecchio termine goethiano di «letteratura mondiale», molti scrittori europei “etnicamente puri” si coccolano il loro polveroso concetto di letteratura nazionale, godendo come topi nel formaggio. I buchi nel formaggio, però, stanno diventando sempre più grandi, di formaggio ce n’è sempre meno e la babelica cacofonia dei nuovi, incomprensibili e terribili concetti che si fa strada (unità post-nazionali, unità transnazionali, mobilitazioni di confine, unità paranazionali…) diventa sempre più rumorosa. Chi poteva prevedere che questo mondo invisibile, alternativo e discriminato avrebbe avuto una crescita più rapida di quello precedente? Chi avrebbe anche solo sognato che Lolita si sarebbe svegliata un giorno a Teheran? Che Raskol’nikov avrebbe percosso nonne a Shangai? Che il figlio di quel bulgaro, Gregor G. Drubnik, che vive nelle isole Faer Oer e scrive in una lingua mista di bulgaro, farsi e ladino, sarebbe diventato il più credibile candidato per il premio Nobel?</p>
<p><strong>(traduzione di Carlo Tirinanzi)</strong></p>
<p><strong>Nota</strong><br />
Il saggio fa parte del volume <em>Al di là del genere</em> (di prossima pubblicazione) che contiene gli interventi dei partecipanti alla seconda edizione del &#8220;Seminario Internazionale sul Romanzo&#8221; (2007-2008) che si è svolta alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell&#8217;Università di Trento. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/05/cosa-c%e2%80%99e-di-europeo-nella-letteratura-europea/">Cosa c’è di europeo nella letteratura europea?</a></p>
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		<title>Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (2)</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Sep 2009 06:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
<em>[La prima parte di questa intervista è apparsa <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/17/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper">qui</a>]</em></p>
<p>a cura di <strong>Lorenzo Galbiati</strong> &#8211; traduzione di <strong>Daniela Filippin</strong></p>
<p><strong><br />
Jeff Halper</strong>, ebreo israeliano di origine statunitense (è nato nel Minnesota nel 1946), è urbanista e antropologo, e  insegna all’Università Ben Gurion del Negev.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/24/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper-2/">Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (2)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/jeff-halper-11-300x261.jpg" alt="jeff-halper 1" title="jeff-halper 1" width="300" height="261" class="aligncenter size-medium wp-image-22726" /><br />
<em>[La prima parte di questa intervista è apparsa <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/17/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper">qui</a>]</em></p>
<p>a cura di <strong>Lorenzo Galbiati</strong> &#8211; traduzione di <strong>Daniela Filippin</strong></p>
<p><strong><br />
Jeff Halper</strong>, ebreo israeliano di origine statunitense (è nato nel Minnesota nel 1946), è urbanista e antropologo, e  insegna all’Università Ben Gurion del Negev.<br />
In Israele ha fondato nel 1997 l’ICAHD, <em>Israeli Committee Against House Demolitions</em> ( <a href="http://www.icahd.org">www.icahd.org</a> ), associazione di persone che per vie legali e con la disobbedienza civile si oppongono alla demolizione delle case palestinesi, e che  forniscono supporto economico e materiale per  la loro ricostruzione.<br />
<strong><br />
Quali responsabilità ha l&#8217;Europa verso la condizione dei palestinesi di Gaza e l&#8217;attuale situazione politica che si è venuta a creare in Israele? Se non possiamo aspettarci molto in futuro dai nostri politici in relazione al raggiungimento di una soluzione pacifica, giusta e dignitosa per la questione israelo-palestinese, che cosa possiamo fare noi cittadini europei?</strong></p>
<p>Halper: “Di seguito trovate dei commenti che ho fatto recentemente in Germania riguardo a questo argomento.”<br />
<span id="more-22722"></span><br />
<strong>REDIMERE ISRAELE E L&#8217;EUROPA ATTRAVERSO I DIRITTI UMANI</strong><br />
(Pensieri di Jeff Halper alla ricezione del Premio 2009 Kant World Citizen, presso Friburgo in Germania)</p>
<p>Il mondo dell&#8217;attivismo politico è molto diverso da quello accademico (sebbene si spererebbe in una maggiore integrazione di questi due mondi). Prendendo in considerazione la rilevanza di Immanuel Kant per il nostro lavoro di pacifisti, la questione non riguarda se i suoi concetti, argomenti o proposte siano &#8220;datati&#8221;, la maggiore preoccupazione degli ambienti accademici. Piuttosto riguarda se possano portare a delle analisi che possano a loro volta poi essere applicate a situazioni nuove, comprese quelle politiche. Alla luce di questo, il lavoro di Kant &#8211; e per i nostri scopi, il suo trattato del 1795, &#8220;Per la pace perpetua&#8221; in particolare &#8211; può essere molto utile come guida. Fra le altre cose, Kant individua due principali questioni di grande rilevanza anche per i nostri tempi, questioni con le quali noi che cerchiamo la pace in Israele/Palestina facciamo i conti quotidianamente: (1) come fare in modo che gli stati accettino le proprie responsabilità nel perseguire la giustizia e opporsi alle ingiustizie; (2) come mobilitare la società civile nella causa della giustizia. </p>
<p><strong>L&#8217;irresponsabilità degli stati</strong></p>
<p>Nella mia esperienza di quasi mezzo secolo come attivista nella società civile, gli stati, sebbene possiedano la responsabilità e l&#8217;autorità del sistema mondiale moderno, non faranno la cosa giusta se lasciati a decidere per sé. Anche nei casi in cui la pace mondiale viene palesemente minacciata o quando esiste un&#8217;ingiustizia che influisce sulle vite di milioni di persone, i governi troveranno dei pretesti per perseguire qualche propria agenda politica, una combinazione di interessi interni e internazionali, che non hanno granché da spartire con il bene né dei cittadini (anche se poi le campagne sono invariabilmente impostate in quel modo), né per il bene della comunità globale. Il fatto che Israele ignori, e che gli sia permesso dagli stati amici di ignorare i diritti umani, le leggi internazionali, dozzine di risoluzioni ONU e una Corte di Giustizia Internazionale che sentenzia contro la costruzione del Muro durante l&#8217;occupazione degli ultimi 43 anni, la dice lunga sui fallimenti dei governi (in questo caso, quelli europei con quello americano alla loro guida). Racconta del loro fallimento nel costringere Israele a rispettare i propri obblighi. Se in agosto del 2008 ho dovuto rischiare la mia vita per portare una vecchia barca da pesca da Cipro a Gaza, sfidando la Marina Israeliana per rompere il crudele ed illegale assedio di due anni imposto ad una popolazione già impoverita e traumatizzata, era solo perché i governi, il cui lavoro dovrebbe essere di far rispettare le leggi internazionali e garantire un ordine mondiale pacifico, hanno abdicato nei confronti delle proprie responsabilità.</p>
<p>Il nostro pericoloso viaggio ha rappresentato ciò che viene chiamata la &#8220;politica della vergogna&#8221;, cioè il cercare di imbarazzare i governi mettendoli in una posizione di dover per forza fare il proprio dovere. Kant ipotizza una struttura sociale per la &#8220;pace perpetua&#8221; che, in effetti, contiene molti degli elementi del sistema mondiale attuale: stati liberi con costituzioni repubblicane come ideale condiviso da molti e, in molti luoghi, come realtà politica; una federazione di stati sovrani; infine, l&#8217;importanza assoluta della legge internazionale. Ma nell&#8217;ordine razionale di Kant manca l&#8217;elemento della buona fede da parte degli stati, che dovrebbe essere imposta dai cittadini organizzatisi in una società civile.  </p>
<p><strong><br />
Mobilitare la società civile</strong></p>
<p>L&#8217;irresponsabilità degli stati non è mai stata così evidente come col conflitto israelo-palestinese, che già da 60 anni sarebbe dovuto essere risolto, risparmiando in tutti questi anni decine di migliaia di vite e di case, e contemporaneamente evitando l&#8217;attuale tensione e polarizzazione fra relazioni islamiche e occidentali, portando dunque ad un crescente senso d&#8217;insicurezza percepito da tutti nel mondo. Quindi l&#8217;assioma che ho appena proposto &#8211; che gli stati di loro iniziativa non faranno la cosa giusta &#8211; ha una clausola: a meno che non vengano punzecchiati, spinti e, alla fin fine, costretti dalla gente ad agire. Ma come si fa a fare in modo che la gente spinga, e poi nella direzione giusta? Dopotutto, la società civile nel suo insieme è lontana dall&#8217;essere progressista. E&#8217; il contrario, se si considerano i governi che vengono spesso eletti. Israele è un esempio perfetto. Il 1948 segna il nostro anno d&#8217;indipendenza. Cosa importa se è anche l&#8217;anno della <em>nakba</em>, una catastrofe per il popolo palestinese, anno nel quale più di 700 000 abitanti indigeni che non presero parte ai combattimenti (almeno la metà della popolazione palestinese) furono cacciati dalle proprie case, che vennero poi demolite. Questa fu vista dagli ebrei come una cosa buona, e tutto ciò solo tre anni dopo l&#8217;olocausto. Oggi si testimonia come in Israele un&#8217;occupazione durata senza tregua per più di quattro decenni possa essere trasformata in una non-questione. Vien fuori che la gente, non meno i governi, ha la capacità di guardare l&#8217;ingiustizia dritta negli occhi e continuare comunque a negarla o minimizzarla, persino giustificarla o non vederla affatto. Questa capacità ricorda l&#8217;evocativa descrizione di Ralph Ellison su come i neri d&#8217;America furono resi invisibili:</p>
<p><em>Sono l&#8217;uomo invisibile&#8230; invisibile, capiscimi, semplicemente perché la gente si rifiuta di vedermi. E&#8217; come se io fossi circondato da specchi di duro vetro distorto. Quando mi si avvicinano vedono solo ciò che mi circonda, se stessi o immagini provenienti dalle loro immaginazioni. In effetti, vedono tutto e qualsiasi cosa fuorché me&#8230;</em><br />
 <br />
Questa descrizione potrebbe essere applicata ai palestinesi, per non parlare dei miliardi di altri poveri, immigrati e persone &#8220;illegali&#8221; sparite dalla vista.</p>
<p>Dunque, perché non mobilitare l&#8217;Europa? Non è un compito facile, soprattutto visto che è un continente ancora tormentato dai sensi di colpa per l&#8217;olocausto e risucchiato dagli interessi politici di una grande potenza mondiale, Israele. Io non ho mai capito come l&#8217;espiazione per l&#8217;olocausto, che tutt&#8217;oggi sussiste in molte parti d&#8217;Europa, sia collegata alla nascita di un&#8217;Europa nella quale la lezione sia stata appresa &#8211; in particolare, che nell&#8217;ambito della politica estera sia resa una priorità assoluta alla traduzione sotto forma di leggi per il rispetto per i diritti umani e degli accordi internazionali a protezioni dei popoli. Questo è un punto cruciale, visto che l&#8217;Europa avrà un ruolo costruttivo nel risolvere il conflitto israelo-palestinese. Se l&#8217;Europa confonderà il sostegno per le politiche di occupazione d&#8217;Israele con l&#8217;espiazione, diventerà al contrario un ostacolo alla pace. </p>
<p>L&#8217;Europa, con la Germania logicamente in testa, è davvero arrivata lontano in ciò che io chiamo un processo di &#8220;redenzione&#8221;, fase che ogni stato precedentemente coloniale e oppressivo dovrebbe attraversare. Ha riconosciuto la terribile ingiustizia inflitta al popolo ebraico (fra gli altri) ed ha accettato le proprie responsabilità. La comunità internazionale ha riconosciuto che la Germania nazista ed i suoi alleati avessero perpetrato questi crimini; sotto forma di giustizia ristoratrice, la nuova Europa si è ricostituita come unione democratica assumendo un ruolo di responsabilità negli affari mondiali. L&#8217;Europa ha anche offerto un notevole sostegno ad Israele dal giorno della sua concezione (sebbene a volte sia stata persino troppo notevole, come nel caso della Germania che ha provveduto a far avere ad Israele dei sottomarini trasportatori di testate nucleari). L&#8217;Europa costituisce il principale compagno di scambi commerciali, donando ad Israele uno status privilegiato. Tuttavia, ad un certo punto del processo di redenzione, un paese, un continente dovrebbe raggiungere un momento nel quale poi evolvere, momento in cui il bisogno di provare sensi di colpa per passate azioni sia poi sostituito dall&#8217;assunzione di un ruolo negli affari internazionali, in cui le lezioni apprese e le responsabilità accettate saranno tradotte nel contributo a perseguire un ordine mondiale più giusto e basato sui diritti umani.</p>
<p>Scegliere di aiutare Israele a districarsi da un conflitto sempre più in deterioramento, che mette sempre di più a repentaglio la propria stessa sicurezza, suggerirebbe il più vero e significativo atto di espiazione e redenzione. Un atto di tale portata e significato richiederebbe, tuttavia, che l&#8217;Europa indirizzi con fermezza, ma anche con spirito costruttivo le violazioni di diritti umani subite dai palestinesi per mano israeliana. In effetti, la redenzione di Israele e dell&#8217;Europa dipende allo stesso modo dal riuscire a far raggiungere l&#8217;autodeterminazione palestinese. Per i primi perché risolverebbe una volta per tutte le paure per la sicurezza d&#8217;Israele, rimuovendo proprio la fonte delle proprie paure, cioè l&#8217;oppressione dei palestinesi da parte di Israele. Per i secondi perché l&#8217;Europa avrebbe finalmente mantenuto le promesse fatte al mondo intero dopo l&#8217;Olocausto: che avrebbe assicurato la giustizia, la riconciliazione fra i popoli e un ordine mondiale pacifico. Assicurarsi del bene di Israele e contemporaneamente assumere un ruolo centrale come voce post-Olocausto per una moralità degli affari politici si avvicina alla visione di Kant della Germania e anche dell&#8217;Europa, una forza motrice dietro ad un nuovo ordine politico dedicato alla pace perpetua. </p>
<p>Ma Israele deve ancora iniziare il suo processo di redenzione, assumendosi la responsabilità per la terribile distruzione della società palestinese e la sua perpetua occupazione, durante la quale ha distrutto 24 000 case di civili innocenti (le case NON vengono distrutte per motivi di sicurezza!). Al contrario, Israele si trova ancora in uno stato di esaltazione nel suo tentativo di imporre uno stato esclusivamente ebraico sull&#8217;intero territorio d&#8217;Israele &#8211; cioè la Palestina &#8211; con crimini perpetui di pulizia etnica, occupazione, guerra e oppressione per i quali dovremmo prima o poi cercare la redenzione. Dunque, questa diventerebbe l&#8217;Europa dall&#8217;approccio diverso che io, come ebreo israeliano, spero di poter vedere, portando la pace fra la mia gente ed i palestinesi. Suggerisco quindi all&#8217;Europa che se ha davvero un &#8220;rapporto speciale&#8221; con Israele, non più basato sul ricatto dell&#8217;Olocausto, occupi dunque una posizione privilegiata per aiutarci a superare la sua ideologia dell&#8217;occupazione, aiutandoci ad adottare i valori post-Olocausto di rispetto per i diritti umani.</p>
<p>Anche Israele deve chiudere con l&#8217;Olocausto. Nelle mani di cinici politici, che lo usano per giustificare le proprie politiche di oppressione e ammutolire qualsiasi critica, soprattutto quella europea, il retaggio stesso dell&#8217;Olocausto diventa un pericolo da non sottovalutare, dissacrare o distorcere. Quanto sarebbe orribile se i giovani, in Israele, Europa e altrove venissero a considerare l&#8217;Olocausto come poco più che un pretesto per impedire ogni critica mossa contro Israele, svuotandolo del reale significato e potenziale per crescere come popolo. Come Avraham Burg, un ex speaker del parlamento israeliano e capo della Jewish Agency asserisce nel titolo del suo recente libro: <em>L&#8217;Olocausto è finito: solleviamoci dalle sue ceneri</em>. </p>
<p>Marc Ellis, un teologo della liberazione, ebreo, asserisce che l&#8217;ebraismo moderno è definito da ciò che ci è avvenuto durante l&#8217;Olocausto e ciò che stiamo facendo ai palestinesi. Questo si potrebbe dire anche dell&#8217;Europa. La prova per vedere se essa ha veramente superato il suo passato olocaustiano si determina constatando se sta sostenendo Israele nel suo compito più urgente, cioè quello di mettere fine a ogni conflitto con i palestinesi. Ecco come riconcilierebbe le responsabilità che le sono state imposte dall&#8217;Olocausto col suo ruolo di difensore e fautore dei diritti umani e della legge internazionale. Affinché la visione di Kant per una federazione di stati repubblicani sostenitori della Legge delle Nazioni possa avere un significato, la comunità internazionale &#8211; guidata dall&#8217;Europa, che si è mossa per redimersi dal proprio passato &#8211; deve salvare Israele da se stesso. Lo spettro dello stato ebraico che impone qualcosa che somigli anche solo vagamente ad un olocausto (o semplicemente a uno stato di oppressione permanente) su una popolazione palestinese indifesa è semplicemente troppo orribile da immaginare. Eppure gli ebrei israeliani eleggono ripetutamente dei governi che non solo espandono e rafforzano l&#8217;occupazione di Israele, ma senza fare di loro iniziativa ciò che sarebbe necessario per cessare il conflitto. Risolvere il conflitto israelo-palestinese richiederà una ferma asserzione di volontà e primato dei diritti umani da parte della comunità internazionale. L&#8217;Europa sarà fondamentale nel portare avanti le proprie responsabilità verso Israele e la comunità internazionale, o alternativamente tradirà e fraintenderà i propri obblighi post-Olocausto verso il popolo ebraico, sostenendo le politiche di occupazione di Israele a detrimento di tutti i coinvolti, prima di tutti gli ebrei israeliani stessi. Questo è il Categorico Imperativo Kantiano del giorno.   <br />
<strong><br />
Come valuti la pratica del boicottaggio verso Israele? E, se la sostieni, quali tipi di boicottaggio auspichi? </strong>  </p>
<p>Halper: “Noi dell&#8217;ICAHD sosteniamo il Boicottaggio/Disinvestimento/Sanzioni (BDS); in effetti, siamo stati il primo gruppo israeliano ad appoggiarlo. Ecco la nostra dichiarazione.”</p>
<p>27 gennaio, 2005</p>
<p><strong>SANZIONI CONTRO L&#8217;OCCUPAZIONE ISRAELIANA: SAREBBE ORA</strong></p>
<p>Dopo anni di sforzi diplomatici e politici atti a indurre Israele a interrompere la propria occupazione, mentre al contrario la si osserva diventare più forte e radicata, ICAHD sostiene un&#8217;articolata campagna di strategiche sanzioni contro Israele <em>finché non cesserà l&#8217;occupazione</em>; in altre parole, una campagna che prenda di mira l&#8217;occupazione israeliana e non Israele stesso.  Noi crediamo che nella maggior parte dei casi, semplicemente applicare leggi esistenti, internazionali ma anche interne, renderebbe l&#8217;occupazione inattuabile e porterebbe Israele in linea con gli accordi sui diritti umani. Noi favoriamo anche un selettivo disinvestimento e boicottaggio come strumenti di pressione economica e morale.</p>
<p>Visto che le sanzioni sono un mezzo potente, non-violento e popolare per contrastare l&#8217;occupazione, una campagna di sanzioni ci sembra il prossimo e più logico passo da compiere fra i tentativi internazionali per far cessare l&#8217;occupazione. Sapendo che il processo sarà articolato nel tempo, attualmente l&#8217;ICAHD sostiene i seguenti elementi:<br />
Vendita e trasferimento di armi ad Israele devono essere condizionati dall&#8217;uso che ne verrà fatto e in modo che non perpetrino l&#8217;occupazione o violino i diritti umani e le leggi umanitarie internazionali, violazioni che sarebbero interrotte se il governo applicasse leggi e regolamenti esistenti riguardanti l&#8217;uso delle armi, in concordia coi diritti umani;  <br />
Le sanzioni di commercio contro Israele dovute alle sue violazioni dell&#8217;“Association Agreements”, firmato con l&#8217;UE, che proibisce la vendita di prodotti fabbricati negli insediamenti come “Made in Israel”, come anche per le violazioni di altre clausole sui diritti umani; <br />
Disinvestimento da compagnie che traggono profitto dal proprio coinvolgimento nell&#8217;occupazione. In questa vena l&#8217;ICAHD dà il proprio sostegno a iniziative come quelle della Chiesa Presbiteriana degli USA, che prende di mira le aziende offerenti contributi materiali verso l&#8217;occupazione. Certamente sosteniamo la campagna contro i bulldozer Caterpillar, che demoliscono migliaia di case palestinesi. <br />
Boicottaggio dei prodotti provenienti dagli insediamenti e delle aziende che danno alloggio ai coloni o che hanno un ruolo di rilievo nel perpetrare l&#8217;occupazione; <br />
Boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane che non hanno adempiuto alle proprie responsabilità per sostenere la libertà d&#8217;espressione dei loro omologhi palestinesi, comprese le università, le facoltà e gli studenti. Il nostro invito ad un boicottaggio accademico delle università israeliane si oppone all&#8217;organizzazione di conferenze accademiche internazionali in Israele e collaborazioni internazionali in progetti di ricerca. Non si applica però al boicottaggio di studiosi individuali o ricercatori.<br />
Individui quali politici e amministratori, personale militare che obbedisce ad ordini altrui, ma personalmente responsabili per violazioni di diritti umani, compresi processi davanti a tribunali internazionali e proibizioni a viaggiare in altri paesi.   </p>
<p>L&#8217;ICAHD lancia un appello alla comunità internazionale: i governi, i sindacati, le comunità universitarie, religiose e più in generale la società civile deve fare tutto il possibile per far gravare il peso della responsabilità dell&#8217;occupazione su Israele. Mentre invitiamo anche le autorità palestinesi ad aderire alle convenzioni per i diritti umani, la nostra campagna per l&#8217;applicazione di sanzioni selettive contro l&#8217;occupazione si concentra in particolar modo su Israele, che da solo ha il potere di mettere fine all&#8217;occupazione ed è il solo a violare le leggi internazionali riguardo alle responsabilità che spettano ad una potenza colonizzatrice.  </p>
<p>Noi crediamo che una delle più efficaci mire del BDS dovrebbe essere quella del commercio di armi fra i Paesi di tutto il mondo e Israele. Se i popoli del mondo potessero vedere fino a che punto i loro governi e le loro corporazioni sono coinvolte nell&#8217;aiutare Israele a mantenere militarmente l&#8217;occupazione, e soprattutto quante armi e tattiche di &#8220;contro-insorgenza&#8221; sviluppate e sperimentate da Israele nel proprio &#8220;laboratorio palestinese&#8221; arrivano anche ad essere applicate dalle forze dell&#8217;ordine dei propri Paesi, ne sarebbero sconvolti. Questo è un modo efficace per rendere il conflitto una questione anche propria, locale, mostrando come penetri anche all&#8217;interno delle proprie comunità, minacciandone le libertà civili. </p>
<p><strong>In quali modi la diffusione del sionismo dalla creazione di Israele in poi ha cambiato la percezione della propria identità di ebreo negli ebrei appartenenti alle comunità della diaspora? E in quali modi, di conseguenza, ha cambiato le forme di partecipazione degli ebrei diasporici alla vita civile e politica europea e americana?</strong></p>
<p>Halper: “Di seguito riporto l&#8217;articolo scritto dopo che mi fu negato il permesso di parlare in una sinagoga di Sydney, Australia. Parla esattamente degli argomenti di cui chiedi.”<br />
<strong><br />
GLI EBREI DELLA DIASPORA DEVONO SMETTERLA DI IDEALIZZARE ISRAELE</strong><br />
Jeff Halper<br />
(Pubblicato nel <em>Sydney Morning Herald</em>, 10 Aprile, 2009)</p>
<p>Una cosa buffa mi è accaduta mentre mi dirigevo verso la sinagoga di Sydney; la conferenza in programma è stata annullata. Lo scandalo alla sola idea che io parlassi di fronte ad una comunità ebraica in Australia, risultava veramente scioccante per un israeliano. Se è assai vero che io sono molto critico dell&#8217;occupazione da parte d&#8217;Israele e che metto in discussione la soluzione dei due stati (considerando fino a dove si estendono gli insediamenti israeliani), non è comunque una giustificazione per la demonizzazione a cui sono stato sottoposto nelle pagine dell&#8217;altrimenti rispettabile <em>Australian Jewish News</em>. Dopotutto, opinioni simili alle mie si possono prontamente trovare nei maggiori media israeliani. In effetti, io stesso scrivo spesso per la stampa israeliana e parlo regolarmente alla TV e la radio israeliane.</p>
<p>Qual è dunque il motivo per questa reazione isterica? Perché sono stato bandito dal tempio Emmanuel di Sydney, una sinagoga auto-definita progressista? Perché io, un israeliano, dovrei indirizzarmi alla comunità ebraica da una chiesa? Perché sono stato invitato a parlare in ogni università dell&#8217;Australia orientale eppure, alla Monash University, la cosiddetta università ebraica d&#8217;Australia, ho dovuto tenere una riunione clandestina con i professori ebrei in una stanza buia, lontano dalle sale dei discorsi degli intellettuali? E poi, perché gli israeliani che hanno partecipato alle mie conferenze, assieme agli ebrei australiani, quando i capi delle comunità ebraiche condannavano me e le mie posizioni, hanno al contrario espresso apprezzamento per il fatto che un &#8220;vero&#8221; israeliano stesse finalmente rendendo accessibile agli australiani le proprie vedute, anche nel momento in cui non le condividevano? Tutto ciò solleva delle domande inquietanti sul diritto degli ebrei della diaspora di poter ascoltare vedute divergenti sul conflitto degli israeliani con i palestinesi, i punti di vista spesso sostenuti dagli stessi israeliani. Questo è un fenomeno di censura che gli israeliani critici sopportano da parte degli auto-eletti paladini dell&#8217;ebraicità in altre parti del mondo.</p>
<p>La controversia australiana solleva una questione ancora più grave, comunque. Quale dovrebbe essere la natura del rapporto degli ebrei della diaspora con Israele? Ho il sospetto che qualsiasi genere di minaccia io possa rappresentare, ha meno a che fare con Israele e tutto a che vedere con la paura che io possa mettere in discussione l&#8217;immagine idealizzata d&#8217;Israele, che io chiamo l&#8217;immagine “Leon Uris” d&#8217;Israele che, ammesso che sia mai esistita, certamente non esiste oggi. Ma loro vi si aggrappano con trasporto, direi anche disperazione, nonostante ciò che appare nei notiziari. Può sembrare una strana cosa da dirsi, ma non credo che gli ebrei della diaspora abbiano elaborato il fatto che Israele è un paese a loro straniero, lontano dalla loro versione idealizzata quanto l&#8217;immagine dell&#8217;Australia come un&#8217;unica, allegra terra dei canguri. </p>
<p>I paesi cambiano, evolvono. Cosa penserebbero i padri fondatori dell&#8217;Australia, persino quelli che fino al 1973, perseguendo una politica per un&#8217;Australia bianca, potessero vedere la società multi-culturale che è diventata oggi l&#8217;Australia? Beh, si dà il caso che quasi il 30% di cittadini israeliani non siano ebrei, e potremmo ben aver incorporato altri quattro milioni di palestinesi (i residenti dei territori occupati). Per di più, è chiaro che la stragrande maggioranza degli ebrei del mondo non emigrerà in Israele. Questi dati di fatto, in aggiunta al bisogno urgente che Israele faccia pace coi suoi vicini, vogliono dire qualcosa. Vogliono dire che Israele deve cambiare con modi che Ben Gurion e Leon Uris non avevano previsto, anche se è difficile da accettare per gli ebrei della diaspora. </p>
<p>Il problema pare essere che gli ebrei della diaspora usano Israele come pilastro della propria identità etnica, diffondendo l&#8217;immagine di un Israele perseguitato come modo di mantenere intatta la comunità. Ma questo non crea presupposti per delle relazioni sane. Israele non può continuare a essere concepito come un voyeuristico ideale da un popolo che, sebbene professi un impegno affinché Israele sopravviva, in realtà necessita di un Israele in guerra per la sopravvivenza interna della propria comunità. Ecco perché io, in qualità di israeliano critico, appaio così minaccioso. Posso sia concepire un Israele molto diverso dallo &#8220;stato ebraico&#8221; così affettuosamente accarezzato a distanza dagli ebrei della diaspora, sia concepirne uno pacifico. Paradossalmente, è proprio l&#8217;idea di uno stato normale che viva in pace coi propri vicini che pare così minaccioso agli ebrei all&#8217;estero, perché li lascia senza una causa esteriore contro cui galvanizzarsi.</p>
<p>Ma Israele non può incarnare questo ruolo. Gli ebrei della diaspora devono costruirsi una vita propria, rivalorizzare la cultura della diaspora (che il sionismo ha scaricato come effimera e superficiale), ritrovare dei reali, affascinanti motivi per i quali i loro figli dovrebbero voler restare ebrei. Sostenere ciecamente le politiche militari di estrema destra d&#8217;Israele non è affatto il modo di ottenere tutto ciò. Questo sostegno privo di qualsiasi forma di critica è in contraddizione con i valori liberali che definiscono l&#8217;essere ebreo della diaspora, allontanando la nuova generazione di ebrei pensanti.</p>
<p>Ecco la minaccia che io rappresento. Ciò che mi è accaduto in Australia è solo un minuscolo episodio in una triste saga di reciproco sfruttamento a danno sia degli ebrei della diaspora, che di Israele. Le lezioni sono tre: gli ebrei della diaspora devono lasciare andare Israele, costruirsi una vita (ebraica) indipendente, e tornare ad assumere un impegno storico a favore della giustizia sociale e dei diritti umani. Possono augurare il meglio a Israele, ma sperando in una cessazione dell&#8217;occupazione, sperando in una giusta pace per i palestinesi. Per quel che mi riguarda, io torno a casa mia a Gerusalemme per continuare la giusta lotta.</p>
<p>Jeff Halper, 24 luglio 2009</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/24/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper-2/">Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (2)</a></p>
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		<title>Il mercato degli organi: il buco nero della globalizzazione</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Dec 2008 07:55:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella </strong></p>
<p>Alla divisione del mondo in venditori e compratori siamo abituati da decenni, consumisti fin dentro al midollo. Ma è a quella tra venditori e compratori di pezzi di corpi umani che Nancy Scheper-Hughes – antropologa e fondatrice di ‘Organs Watch’, la più grande organizzazione mondiale fondata in California nel 1999 al puro scopo di tenere monitorata questa particolare fetta di mercato – costantemente ci spinge a riflettere.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/19/il-mercato-degli-organi-il-buco-nero-della-globalizzazione/">Il mercato degli organi: il buco nero della globalizzazione</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella </strong></p>
<p>Alla divisione del mondo in venditori e compratori siamo abituati da decenni, consumisti fin dentro al midollo. Ma è a quella tra venditori e compratori di pezzi di corpi umani che Nancy Scheper-Hughes – antropologa e fondatrice di ‘Organs Watch’, la più grande organizzazione mondiale fondata in California nel 1999 al puro scopo di tenere monitorata questa particolare fetta di mercato – costantemente ci spinge a riflettere. Divisione naturale tra le aree di benessere e quelle di povertà estrema, tra le zone di pace e democrazia e quelle di guerra e dittatura del pianeta. “Parte del lavoro è eliminare l’idea che si tratti di leggende” continua dal sito della sua organizzazione la Scheper-Hughes – unica antropologa a far parte della ‘Bellagio Task Force’, gruppo di ricerca formato da chirurghi dei trapianti, specialisti dell’acquisizione di organi e attivisti per i diritti umani, che si occupa di esaminare gli effetti prodotti dal traffico di organi umani nel mondo – “così, dopo aver parlato con molti chirurghi statunitensi, ho deciso di cominciare a seguire il percorso reale dei corpi destinati ai traffici”.<span id="more-12486"></span><br />
La risposta chiara a questa provocazione è fornita a distanza da Alice Mobota, presidente della ‘Lega dei Diritti Umani’ del Mozambico: “La lentezza e l’indifferenza del governo e della polizia sono una prova chiara della potenza dell’organizzazione che gestisce il traffico, e degli interessi che lo collegano a persone infiltrate nel Governo”.<br />
Persino il Pontefice, nei giorni scorsi, si è riferito a quello che sta diventando un fenomeno sempre più esposto come a un “atto abominevole e moralmente illecito, che per di più spesso tocca i bambini”.<br />
Il fenomeno è molto più esteso di quanto si possa immaginare.<br />
Le cifre uscite dal Vienna Forum To Fight Human Trafficking dell’ONU conclusosi il 15 febbraio 2008 sono spaventose. I Paesi coinvolti nel puro traffico di organi – che rientra nel più esteso traffico di individui a scopo di schiavitù, adozione o prostituzione – sono moltissimi. I venditori, a buon mercato, sono: la Cina, il Brasile l’Argentina, la Colombia, il Messico, il Mozambico, il Sud Africa, l’Afganistan, l’Iraq, la Palestina, l’India, il Nepal, il Pakistan, la Thailandia, le Filippine, il Laos, il Vietnam, la Russia. Per venire più vicini a noi, i centri di smistamento si trovano in Turchia, in Repubblica Ceca, nel Caucaso, in Georgia, e smerciano organi umani provenienti da Moldavia, Turchia, Russia, Ucraina, Bielorussia, Romania, Bosnia, Kosovo, Macedonia, Albania. I Paesi compratori, che, almeno in questo, non dimostrano grande capacità contrattuale, date le cifre a cui gli ospedali vendono il pacchetto organo-trapianto, sono: Stati Uniti, Inghilterra, Belgio, Francia, Italia, Germania, Olanda, Austria, Danimarca, Spagna, Polonia, Svezia, Norvegia, Finlandia, Israele, Sud Africa, Emirati Arabi. Un rene in Turchia frutta a chi se lo fa espiantare 2700 dollari. Poco più di un terzo di questa cifra se il donatore viene, invece, da India o Iraq. Lo stesso organo viene impiantato anche per 150mila dollari, a seconda dell’urgenza e della liquidità del paziente.<br />
È a tutti gli effetti, quindi, un fenomeno globale, aiutato da ottime strutture ospedaliere private situate anche nei Paesi più poveri – e aperte, in linea di massima, solo agli occidentali – dalla ormai più che provata efficacia dei farmaci antirigetto e da una domanda vastissima. Non parrebbe sbagliato, dunque, estendere la tanto sfruttata formula di “fuga di cervelli” anche a quella di reni, muscoli cardiaci, cornee, polmoni, fegati, ossa, tendini. Tenendo salva l’attenuante della non-volontarietà.<br />
La divisione “naturale” tra venditori e compratori a cui si riferiva Nancy Scheper-Hughes si può anche illustrare con le cifre pubblicate dal Forum di Vienna dell’ONU: nelle zone del sud del mondo 13 milioni di bambini minori di 5 anni muoiono ogni anno per fame o malnutrizione, mentre si calcola che, ogni sera, più di 200 milioni rimangano a stomaco vuoto. 121 milioni di bambini vengono privati dell’istruzione di base poiché nei loro Paesi non vige l’obbligo della scuola gratuita e accessibile a tutti. Esistono poi i cosiddetti “piccoli soldati”, impegnati nei tanti conflitti bellici del mondo: 300mila sono minori di 18 anni. Il risultato: negli ultimi dieci anni sono morti in guerra oltre 2 milioni di bambini e più di 6 milioni sono rimasti invalidi. Sono invece 211 i milioni di bambini-lavoratori in stato di schiavitù. Poi ancora il giro di prostituzione, soprattutto di minorenni, che in paesi orientali come la Thailandia in passato ha coperto il 10-15% del Pil. Stando a uno studio del governo degli USA citato dagli atti del Forum di Vienna, 800mila persone, ogni anno, sono oggetto di traffici internazionali e intercontinentali (per schiavitù, prostituzione, adozione, smercio di organi umani).<br />
È solo in questa coltura fertile che può trovare linfa il redditizio business degli organi, il lato più nero e innominabile della globalizzazione.<br />
“Ancora non possiamo dire i numeri precisi legati al traffico di organi umani” continua la Scheper-Hughes “ma una stima ottimistica potrebbe aggirarsi attorno ai 15mila reni commerciati all’anno, e anche per gli altri organi le proporzioni sono mantenute. E la maggior parte delle vittime è costretta dal bisogno, più che dalla forza. E poi ci sono i casi di omicidio a scopo di espianto, per quanto riguarda cuori e polmoni, e i centri più interessati sono Brasile, Pakistan e Filippine.”<br />
Solo in Europa ci sono attualmente 120mila pazienti in dialisi e circa 40mila in attesa di un trapianto di reni, stando a un recente reportage del Parlamento Europeo. Lo stesso documento parla di liste d’attesa di 3 anni, che diventerebbero 10 entro il 2015, portando ad aumentare quindi anche il numero dei decessi. Un vecchio adagio recita che ovunque ci sia domanda c’è mercato, e quindi business.<br />
Nel corso delle ricerche per scrivere il mio romanzo, “Espianti”, edito da Transeuropa, mi è capitato più volte di imbattermi in addetti ai lavori che mi parlassero del “buco” del valico di Trieste, come una cosa conosciuta da tutti. Una sorta di porta appositamente spalancata verso il nostro Paese.<br />
Ora, mettiamo che tu lavori per una organizzazione occidentale, anche umanitaria in, poniamo, India. E mettiamo che tu ti renda conto, dopo un po’ che presti il tuo servizio, di quello che questa organizzazione, sottobanco, fa, sfruttando il paravento delle sue attività come copertura. E mettiamo che quello che compie sia far incetta di corpi, o di organi umani, per lo più di bambini, da rivendere negli ospedali della stessa India, o addirittura da far volare nel Paese occidentale di origine, per pazienti “comodi e ricchi”. E mettiamo che tutto quello che abbiamo posto fino adesso sia vero. Questo c’è anche, dentro al mio romanzo.<br />
Una sola volta, in Italia, un rappresentante del mondo politico ha tentato di parlare pubblicamente della cosa. Il ministro per la Famiglia e la Solidarietà sociale Antonio Guidi, nella sua audizione alla commissione Affari sociali della Camera, il 21 settembre 1994, dichiara: “Uno scarso controllo alle frontiere e i troppi bambini possono aver determinato abusi nei loro confronti e addirittura traffico d’organi. Dobbiamo controllare le frontiere, ma anche i reparti maternità delle cliniche private.” Vincenzo Basile, allora deputato nelle file di An spiega che “fare un trapianto d’organo presuppone strutture altamente specializzate, siano esse in Italia o all’estero, e che quindi è necessario individuare i terminali. Si vedrà se è il caso di sentire anche il guardasigilli Biondi, e se istituire una commissione d’inchiesta sul problema dei trapianti d’organo e del traffico di bambini”. La commissione d’inchiesta non è poi mai partita. E subito l’allora ministro della Sanità, Raffaele Costa, mentre già l’entourage di Guidi si era attivato per ridimensionare l’allarme, si affretta a dichiarare: “I trapianti in Italia avvengono solo nelle strutture pubbliche: non è concepibile che queste accettino organi sottobanco. Nessun chirurgo e nessuna equipe si presterebbero a simili crimini: per ragioni morali, per deontologia e, infine, per motivi pratici, perchè la cosa non potrebbe essere tenuta nascosta”, chiudendo di fatto la faccenda una volta per tutte, senza che in seguito sia stata mai riaperta.<br />
Sapendo bene, probabilmente, che nessuna delle tre motivazioni, nel nostro Paese, regge.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/19/il-mercato-degli-organi-il-buco-nero-della-globalizzazione/">Il mercato degli organi: il buco nero della globalizzazione</a></p>
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		<title>LA SCUOLA PER TUTTI NON SERVE PIU’</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Oct 2008 05:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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<p>Circa due anni fa Norberto Bottani,  illustre esperto di problemi scolastici, si guadagnò l’attenzione fugace dei giornali con una dichiarazione ad effetto nella quale si annunciava che tra 50 anni la figura dell’insegnante come la conosciamo oggi non sarebbe più esistita nella scuola europea, sostituita da qualcosa di simile a un assistente sociale.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/06/la-scuola-per-tutti-non-serve-piu%e2%80%99/">LA SCUOLA PER TUTTI NON SERVE PIU’</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Circa due anni fa Norberto Bottani,  illustre esperto di problemi scolastici, si guadagnò l’attenzione fugace dei giornali con una dichiarazione ad effetto nella quale si annunciava che tra 50 anni la figura dell’insegnante come la conosciamo oggi non sarebbe più esistita nella scuola europea, sostituita da qualcosa di simile a un assistente sociale. Questa dichiarazione era fatta secondo la consueta tecnica della previsione che si autoavvera o, se si preferisce, del presentare un obiettivo di alcune politiche come una tendenza naturale.  Tale uscita in sé non sarebbe significativa se non fosse possibile rintracciare nelle politiche scolastiche di vari paesi europei elementi che confermano tale ipotesi: un esempio per tutti la ventilata proposta in Germania di abolire le bocciature o quanto meno di limitarle non è frutto di un’improvvisa irruzione dello spirito del maggio parigino in qualche serio ministro del governo federale, ma la risposta alla continua pressione dell’OCSE (l’organizzazione che ha come scopo quello di indirizzare le politiche dei paesi più ricchi verso un maggiore sviluppo economico) a limitare i costi della scuola.<br />
<span id="more-9255"></span><br />
L’OCSE ha individuato da molti anni nella scuola uno dei principali settori in cui tagliare la spesa pubblica, sulla base di un ragionamento molto semplice: i sistemi scolastici attuali producono troppe persone qualificate rispetto a quelle che sono le esigenze delle moderne società di mercato. Siccome nella concezione della società di questa organizzazione lo studio e la formazione non hanno alcuna valenza di crescita personale e civile ma soltanto di utilità economica, è ovvio che le spese scolastiche siano considerate superflue. Infatti a cominciare dagli anni settanta, dopo due decenni di crescita, la percentuale di lavori qualificati si è stabilizzata, mentre la scolarità superiore continuava a espandersi. </p>
<p>Naturalmente la soluzione più ovvia sarebbe quella di un ritorno all’antico con un sistema chiuso di studi superiori (o di scuole private d’élite in cui si viene ammessi per censo), ma in Europa in questa forma diretta sarebbe troppo impopolare per qualsiasi governo. Allora viene suggerita una politica che apparentemente affermi una volontà di riforma della scuola, ma che nella sostanza tagli i fondi e lentamente dequalifichi la didattica e trasformi la maggioranza delle scuole in immensi oratori mal gestiti. Prova ne sia che ogni riforma proposta o realizzata comporta sempre una riduzione della spesa<br />
Le politiche dell’istruzione in Italia degli ultimi quindici anni (con l’unica parziale eccezione di Fioroni) da Berlinguer alla Gelmini hanno seguito questo tipo di obbiettivo e di strategia sia pure con modi, linguaggi e tempi diversi.</p>
<p>L’OCSE è anche l’organizzazione che promuove le cosiddette prove PISA per la valutazione dell’efficienza dei sistemi scolastici, sui criteri delle quali ci sarebbe molto da obiettare, ma non essendoci qui lo spazio, prendiamole pure per buone. Gli attuali tagli alla spesa scolastica in Italia, e non solo,  sono spesso giustificati con i pessimi risultati ottenuti dalla scuola italiana in queste prove (non a caso  la ragioneria di stato è stata la prima a interpretare questi risultati come la prova di uno spreco e quindi semplicemente della necessità di tagliare i costi). Ma se si analizzano con attenzione questi esiti, vediamo che la scuola superiore italiana nella sua media è insufficiente, ma la scuola del centro-nord è generalmente nella media internazionale e i licei vanno meglio degli istituti professionali e tecnici (tutte cose che si sapevano, credo). </p>
<p>Dal che si potrebbe dedurre che c’è un problema non di scuola in quanto tale, ma di un paese a due velocità e di un tipo di scuola tecnica pensata per una produzione industriale pesante e fordista che non esiste più e si trasforma lentamente in un deposito di studenti difficili. E invece no, per la maggioranza dei commentatori, delle istituzioni economiche e della classe politica l’unica conseguenza è che la scuola fa schifo, quindi è uno spreco e quindi vanno tagliate le spese. Insomma un bel paralogismo che trova un adeguato sbocco nelle misure attuali che colpiscono principalmente la scuola elementare (ma naturalmente ci sarà un secondo tempo per le superiori), che non era coinvolta nelle prove PISA. </p>
<p>Come dicevo sopra, politiche del genere possono essere rintracciate in ogni paese europeo. E questo la dice molto sulla lungimiranza delle èlites occidentali: l’efficienza di un sistema scolastico anche sul piano utilitaristico non può essere valutata solo dalle immediate ricadute sul mondo del lavoro, perché un fattore di ricchezza e sviluppo anche economici è quell’intelletto generale, cioè quella sfera della società nella quale nascono  bisogni e soluzioni nuove, che può essere alimentato solo da un livello culturale generale elevato. Ma da un’epoca e da un sistema che hanno ritenuto la loro più alta realizzazione il giocare al casinò delle borse i risparmi e i soldi delle pensioni di gente inerme e inconsapevole non era forse lecito attendersi altro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/06/la-scuola-per-tutti-non-serve-piu%e2%80%99/">LA SCUOLA PER TUTTI NON SERVE PIU’</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Manifestazione internazionale contro la caccia alle foche</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/27/manifestazione-internazionale-contro-la-caccia-alle-foche/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 27 Jun 2008 07:00:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/babyharpseal2.jpg'></a><br />
</p>
<p>Si svolgerà a <strong>Bruxelles il 1° luglio 2008</strong> la manifestazione internazionale organizzata dalle associazioni animaliste di tutta Europa, per chiedere alla Commissione Europea e agli Stati Membri di <strong>vietare la commercializzazione e l&#8217;importazione dei prodotti di foca nell&#8217;Unione Europea</strong>. L&#8217;evento avrà luogo di fronte al Palazzo della Commissione Europea (Berlaymont) e vedrà la partecipazione di <a href="http://www.hsus.org/about_us/humane_society_international_hsi/">Humane Society International</a>, <a href="http://gaiaitalia.it/index.php">GAIA</a>, <a href="http://www.eurogroupanimalwelfare.org/">Eurogroup for Animals </a>e di molte delle associazioni in esso riunite, tra cui la <a href="http://www.infolav.org/">LAV</a> e l&#8217;<a href="http://www.ifaw.org/ifaw/general/default.aspx">IFAW</a>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/27/manifestazione-internazionale-contro-la-caccia-alle-foche/">Manifestazione internazionale contro la caccia alle foche</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/babyharpseal2.jpg'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/babyharpseal2.jpg" alt="" title="babyharpseal2" width="400" height="300" class="aligncenter size-full wp-image-6229" /></a><br />
<span id="more-6228"></span></p>
<p>Si svolgerà a <strong>Bruxelles il 1° luglio 2008</strong> la manifestazione internazionale organizzata dalle associazioni animaliste di tutta Europa, per chiedere alla Commissione Europea e agli Stati Membri di <strong>vietare la commercializzazione e l&#8217;importazione dei prodotti di foca nell&#8217;Unione Europea</strong>. L&#8217;evento avrà luogo di fronte al Palazzo della Commissione Europea (Berlaymont) e vedrà la partecipazione di <a href="http://www.hsus.org/about_us/humane_society_international_hsi/">Humane Society International</a>, <a href="http://gaiaitalia.it/index.php">GAIA</a>, <a href="http://www.eurogroupanimalwelfare.org/">Eurogroup for Animals </a>e di molte delle associazioni in esso riunite, tra cui la <a href="http://www.infolav.org/">LAV</a> e l&#8217;<a href="http://www.ifaw.org/ifaw/general/default.aspx">IFAW</a>. </p>
<p>La Commissione Europea, dopo l’espressione del Parlamento europeo con le risoluzioni e le dichiarazioni scritte e dopo le risoluzioni e le mozioni del Consiglio d’Europa, che hanno chiesto norme europee che vietino l’importazione dei prodotti di foca sul territorio comunitario, è chiamata a predisporre una <strong>proposta legislativa </strong>che vada in questa direzione. La Commissione UE ha annunciato che tale proposta sarà pubblicata nei prossimi mesi, ma al momento non ne ha reso noti i contenuti.</p>
<p>Il raduno a Bruxelles rappresenta la conferma di quanto emerso dalla consultazione pubblica effettuata dalla Commissione Europea sul proprio sito, in cui una schiacciante maggioranza di persone, organizzazioni e cittadini ha espresso la propria univoca <strong>condanna alla strage di circa 300 mila foche ogni anno, chiedendo la fine del commercio delle loro pelli e dei prodotti derivati in Europa</strong>. </p>
<p><em>(Sul sito della <a href="http://www.infolav.org/">Lav</a> alla sezione </em>&#8220;Le nostre campagne/Pellicce&#8221;<em> tutte le informazioni su questa pratica aberrante. Qui di seguito vi riporto invece una canzone tradizionale Inuit, dove si racconta di come nacquero le foche. Gli Inuit sono stati per necessità popolo di cacciatori e molti dei loro canti celebrano la caccia, l&#8217;apparizione della foca dai buchi nel ghiaccio a cui si affaccia per respirare e dove l&#8217;uomo può attendere per ore di affondare l&#8217;arpione. Tuttavia l&#8217;animale ucciso non è mai visto solo come preda e cibo, tanto meno come oggetto a scopo di lucro: così come il cacciatore esulta è capace di partecipare in modo del tutto paritario alla paura e al dolore della foca. </em>f.m.<em>) </em></p>
<p><strong>La storia della Sedna o Nuliajuk, la dea del mare</strong></p>
<p><em>La storia di Nuliajuk, Madre del Mare, Signora di Tutti gli Animali, la Più Terribile degli Spiriti, per cui Nulla è Impossibile</em></p>
<p>Una volta, in tempo di carestia<br />
quando l’intero villaggio si dirigeva verso i nuovi terreni di caccia,<br />
una piccola orfana chiamata Nuliajuk<br />
fu abbandonata. Nessuno poteva occuparsi<br />
di un’altra bocca da sfamare.</p>
<p>Avevano fretta<br />
di arrivare in un luogo dove ci fosse cibo.<br />
Costruirono una zattera unendo i kayak per attraversare il fiume<br />
ed i genitori spinsero i loro bambini a bordo.<br />
La piccola Nuliajuk che non aveva nessuno che l’accudisse<br />
saltò sulla zattera non appena lasciò la riva<br />
desiderando andare con gli altri,<br />
ma i passeggeri la gettarono nell’acqua.</p>
<p>La bambina tentò di tenersi al bordo della zattera<br />
ma loro le tagliarono le dita<br />
e mentre lei annegava<br />
le falangi divennero vive nell’acqua<br />
e si mutarono in foche:<br />
È così che le foche nacquero.</p>
<p>E Nuliajuk fluttuò sul fondo<br />
dove divenne Madre del Mare<br />
e Signora di Tutte le Bestie sul mare e sulla terra.</p>
<p>Vive laggiù nella casa sotto le acque<br />
e sa tutto quello che facciamo,<br />
e quando infrangiamo le regole ci punisce<br />
nascondendo gli animali. Allora la caccia va male<br />
ed il popolo è affamato. Ecco perché<br />
è la più temuta degli dei.</p>
<p>Nuliajuk ha dato le foche all’umanità, è vero,<br />
ma non è amica delle genti<br />
perché loro non ebbe pietà di lei quando viveva sulla terra,<br />
gettandola nell’oceano ad affogare.<br />
Così è ovvio che vorrebbe che l’umanità intera agonizzasse.<br />
Ecco perché facciamo del nostro meglio<br />
cerchiamo di essere benevoli<br />
affinché Nuliajuk pensi a noi con generosità.</p>
<p><em>da:</em> Knud Rasmussen, <em>Eskimo Songs and Stories</em>. (Cambridge, Massachussets: Delacorte Press, 1973). <em>Traduzione di </em>Francesca Matteoni. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/27/manifestazione-internazionale-contro-la-caccia-alle-foche/">Manifestazione internazionale contro la caccia alle foche</a></p>
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