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	<title>Nazione Indiana &#187; expo 2015</title>
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		<title>FantaExpo</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 06:30:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/rosacamuna.jpg"></a>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Lavoro per il Dipartimento governativo di Archeologia Celtica, ricostruisco il passato di Milano. Da dopo il GVE, il Grande Vuoto Elettromagnetico, nessuno ricorda più nulla, anche per questo la mia attività negli anni è diventata fondamentale. Il Partito della Rosa Camuna &#8211; che prese le redini di questo paese durante il periodo anarchico post GVE &#8211; sovvenziona e controlla il mio dipartimento con lo stesso alacre impegno che profonde per il Dipartimento Antintrusione Esterne; sono i suoi due fiori all’occhiello.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/02/fantaexpo/">FantaExpo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/rosacamuna.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/rosacamuna.jpg" alt="" title="rosacamuna" width="303" height="245" class="alignnone size-full wp-image-36494" /></a>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Lavoro per il Dipartimento governativo di Archeologia Celtica, ricostruisco il passato di Milano. Da dopo il GVE, il Grande Vuoto Elettromagnetico, nessuno ricorda più nulla, anche per questo la mia attività negli anni è diventata fondamentale. Il Partito della Rosa Camuna &#8211; che prese le redini di questo paese durante il periodo anarchico post GVE &#8211; sovvenziona e controlla il mio dipartimento con lo stesso alacre impegno che profonde per il Dipartimento Antintrusione Esterne; sono i suoi due fiori all’occhiello. Mi occupo da tempo dell’Expo di Milano. Sì, quello del 2015; un sacco di anni fa, lo so. Non ne è rimasta più traccia materiale, sembrava quasi una leggenda; poi per un caso fortuito venimmo a conoscenza di un archivio sepolto di documenti pre-GVE. Pazzesco! In Dipartimento eravamo tutti convinti che dopo il famoso rogo in Piazza del Duomo dei libri e dei quotidiani, voluto dalla Gilda dei Libertari per emanciparci definitivamente delle falsità diffuse dalla stampa, non ci fosse rimasto più nulla di cartaceo in città. Poi avvenne il GVE e addio ricordi. Sfoglio da mesi questi documenti, sotto il controllo armato della milizia presidenziale; hanno paura che serbino sorprese: qualunque cosa scoprirò devo per primo informare il Delfino, saprà lui, poi, se diffonderle o meno. <span id="more-36493"></span><br />
“Ricordati: Milano è la città dell’operosità, del lavoro. È la capitale morale ed economica. Odia le pastette, gli inciuci, i meridionalismi, le romanità.” Così mi disse il Delfino, lui, di persona. “Trovaci dove era sito dell’Expo e faremo una campagna di scavi. Porteremo alla luce l’ultimo grande monumento meneghino pre-GVE”. Sapessero dove mi trovo ora… probabilmente sto rischiando un arresto per attività antilombarda. Ma sono uno scienziato, devo innanzitutto rispondere alla mia coscienza. Perché io quei documenti li ho studiati; erano vecchi fascicoli di quotidiani ingialliti, le annate fra il 2007 e il 2010. <em>Corriere della Sera</em>, c’era scritto; probabilmente materiale sovversivo, estremista, forse foraggiato dalla cricca mondial-rom-meridionalista. Almeno credo. Si dice che per il governo lavorino alcuni <em>Ricordanti</em>. Gente che millanta di non aver subito conseguenze durante il GVE, consiglieri governativi che raccontano come i rom e gli extracomunitari all’inizio del XXI secolo avessero in mano tutte le banche e i gangli del potere politico, obbligando i lombardi a lavorare in nero nei cantieri o nelle fonderie. Ma l’Expo doveva essere la prova della superiorità della razza padana, anche se quello che leggo in questi fogli che mi si sbriciolano in mano è di tutt’altra natura. C’è incoerenza fra il progetto presentato al BIE a Parigi e quello sviluppato in seguito: dov’è la torre landmark? Dove sono i nuovi navigli? E i raggi verdi? Possibile che la giunta comunale meneghina fosse così inconsistente da cambiare idea progettuale nel giro di pochi mesi? E com’è possibile che a tutto il 2010 non avessero ancora iniziato i lavori? Mancavano poco più di quattro anni all’inaugurazione, non ha senso! E l’operosità meneghina dov’è? Non sarà stata mica una leggenda? Sarebbe terribile ammetterlo.<br />
Eppure qui, ora che ho un appuntamento segreto con un <em>Ricordante </em>clandestino (se mi scoprono sono finito!) inizio davvero a credere che ho vissuto tutta la mia vita nella menzogna. Perché &#8211; leggendo quelle pagine, quelle parole che restano fisse, non evaporano non si disperdono &#8211; nell’estate del 2010 dell’Expo i milanesi non sapevano ancora nulla, solo che aveva cambiato ben tre amministratori delegati in due anni. Roba degna della peggiore politica borbonica. E le linee metropolitane? Nessun cantiere ancora aperto, si ventilava addirittura l’ipotesi di non costruirle affatto. Ma com’è possibile? E poi, sfogliando quei giornali: infiltrazioni camorristiche, politici lombardissimi in affari con la ‘Ndrangheta, quartieri residenziali costruiti su depositi contaminati di pattume chimico, cricche politico-religiose del malaffare…<br />
Eccolo, il mio contatto è arrivato. L’appuntamento è qui, in questo locale della tradizione meneghina: ordino sushi per tutti e due. È una donna. Vecchissima, sembra eterna. Mi guarda con sospetto, ma so che vuole parlare. Rischiamo tutti e due la vita, certo, ma a cosa serve ricordare se non lo si può condividere? E che cos’è una civiltà se non ha memoria (vera, non falsificata o mitizzata) del suo passato? “Non trovo il sito dell’Expo” le dico, ad un certo punto.<br />
Lei mi guarda ma non dice una parola.<br />
Insisto: “Credo di sapere dove sia. Sospetto vicino alla vecchia fiera di Rho, quella trasformata in campi di lavoro per intellettuali e poeti”.<br />
Mi interrompe: “Campi di concentramento è la giusta definizione”. C’è un attimo infinito di silenzio fra noi due. Intingo il maki nella soia, tipica salsa lombarda, e lo porto alla bocca.<br />
“Sei così giovane” mi dice scuotendo il capo.<br />
“Come fai a ricordare?” le chiedo, di botto.<br />
“E tu cosa sai del GVE?” replica lei.<br />
In realtà nulla. È una sorta di buco nero innominabile per tutti noi figli del post GVE. Lei mi osserva e sembra leggere nei miei silenzi.<br />
“Ero una bambina” mi dice “quando accadde. L’intero paese era davanti al televisore a guardare la finale di coppa del mondo. Nessuno hai mai capito chi sia stato, se i terroristi o addirittura i servizi segreti governativi, quello che so è che fu mandato un segnale elettromagnetico che bruciò il cervello di tutti.”<br />
Resto senza fiato: “E tu?”<br />
Sorride: “Io avevo il televisore spento, mio padre mi stava leggendo una favola.” Una lacrima secca le segna il volto. “Neppure un anno dopo lo internarono alla fiera di Fuksas insieme a quei pochi che avevano tenuto nascosti gli ultimi libri nelle loro case.” Non so cosa dire. Lei mi prende la mano. “Io la verità te la dico. Ma se non ti piacerà non è colpa mia. Ti chiedo solo una cosa.”<br />
Annuisco. “Certo, tutto quello che vuoi.”<br />
Si guarda attorno: “Voglio andare via da questa terra. Voglio morire in un paese civile, dove le donne lavorano o governano, dove i gay si possono sposare, dove si stimolano i giovani talenti, dove si fa ricerca scientifica, si studia l’arte e si tutela il paesaggio. Procurami un lasciapassare per la Romania o per la Turchia, paesi molto più civili e tolleranti del nostro.”<br />
La guardo: “Lo avrai! Dimmi dell’Expo.”<br />
“Non lo troverai mai.”<br />
“Cosa?”<br />
“Parigi tolse d’imperio a Milano &#8211; per evidente inettitudine e inefficienza della sua classe dirigente &#8211; la possibilità di organizzare l’evento. Diede poi a Smirne l’opportunità di portarlo a termine. Quello fu il colpo finale. Milano cadde in un baratro senza fine, fatto di bugie, mafie e guerre fra bande. Il Delfino prese il potere, il resto lo sai. L’Expo di Smirne fu un successo straordinario”.</p>
<p>[<em>pubblicato in versione più breve sulle pagine milanesi de</em> Il Corriere della Sera <em>il 29 agosto 2010</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/02/fantaexpo/">FantaExpo</a></p>
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		<title>Notizie da una città alla deriva</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jul 2009 09:43:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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di <strong>Marco Belpoliti</strong></p>
<p>Cosa succede a Milano? Di quale male oscuro soffre la città della finanza e del lavoro, della moda e del design? Il giorno degli stati generali dell’Expo, vanto della metropoli del XXI secolo, il Presidente del consiglio la definisce una città africana.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/24/notizie-da-una-citta-alla-deriva/">Notizie da una città alla deriva</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/buzzati-duomo-di-milano-1952.jpg" alt="buzzati-duomo-di-milano-1952" title="buzzati-duomo-di-milano-1952" width="320" height="246" class="aligncenter size-full wp-image-19506" /><br />
di <strong>Marco Belpoliti</strong></p>
<p>Cosa succede a Milano? Di quale male oscuro soffre la città della finanza e del lavoro, della moda e del design? Il giorno degli stati generali dell’Expo, vanto della metropoli del XXI secolo, il Presidente del consiglio la definisce una città africana. Mentre si vieta il consumo di alcool agli uder 16, scelta giusta ma solo repressiva, nel contempo si espande la città della movida, degli happy hour: da Corso Como all’Arco della Pace, dai Navigli a viale Piave. E contro il successo delle bici a nolo, offerte dal Comune, non si vedono nuove piste ciclabili né in centro né in periferia. <span id="more-19505"></span><br />
A Milano una nuova colata di cemento – grattacieli a grappoli e sopraelevazioni degli immobili dovunque – non ha come contropartita nuove aree verdi. Costruire costruire, mentre la bolla immobiliare esplode. I quartieri popolari della periferia abbandonati a se stessi e il centro vuoto: la parrocchia del Duomo probabilmente non ha neppure 100 abitanti; la sera alle 20 solo bar e uffici vuoti. Intorno a Piazza Duomo non ci abita più nessuno, e si deve ricorrere alle ronde padane là dove una città abitata, con negozi aperti, gente per le strade, offrirebbe un controllo sociale che nessuna polizia sa dare. Piuttosto che rendere vivibili ai residenti i marciapiedi, li si svende ai ristoranti e ai locali per riempirli di tavolini e di gente di passaggio. La pulizia degli edifici, sgorbiati dai writers, è costata come un piccolo quartiere di case ad affitti accessibili, mentre una delle poche mostre visitate dai giovani al Pac, voluta da Vittorio Sgarbi, è stata dedicata a loro, ai disegnatori selvaggi cui dà la caccia un corpo speciale di vigili urbani.<br />
Per chi è giovane e non vuole sorbirsi litri di birra e vino, non esistono luoghi di aggregazione, biblioteche che aprano la sera, centri sociali, spazi dove studiare, usare il computer, o solo leggere fuori di casa. Essere giovani a Milano sembra una colpa, se non proprio un reato. E anche i bambini piccoli non se la passano bene: asili insufficienti, parchi pochissimi, aree giochi quasi assenti. Milano è una città che non si cura dei suoi figli? Sembra proprio di sì. Se Silvio Berlusconi si lamenta per la città sporca, ricoperta di scritte e graffiti, forse non ha mai visto di persona i cantieri interminabili di via Ampere, piazza XXV aprile, piazza Novelli, e tanti altri, vero e proprio sbrego polveroso, non proprio bello a vedersi, in una città che è sempre stata orgogliosa del proprio “fare”, della propria efficienza. Uno scrittore non certo incline a simpatie di sinistra, cattolico militante, discepolo di Testori, Luca Doninelli in un libro bruciante ha definito tutto questo “Il crollo delle aspettative”.<br />
Cosa succede, dunque, alla capitale morale? La risposta non è facile da dare, ma di sicuro non è più governata da una classe dirigente che si preoccupa della gente che ci vive. Pietro Colaprico, un cronista che l’ha battuta palmo a palmo, che la descrive da anni e la racconta anche nei suoi romanzi, ieri spiegava a un lettore milanese, che affranto gli ha scritto, che seppure lui non sia un vecchietto spaventato né un ragazzo della movida, ma solo un lavoratore con famiglia, ha la netta sensazione che chi dirige la città, Letizia Moratti e la sua giunta, non faccia nulla per lui e per la gente in generale. Cosa porta l’Expo, si chiede, solo litigi e alti stipendi tra i gruppi di potere. Oggi Milano è amministrato da un ceto di magnati, aristocrazia del denaro e della finanza, legata a doppio filo con un ceto di costruttori. L’ultimo successo, inaugurato qualche giorno fa, è una strada a quattro corsie, un sottopasso, che attraversa la zona della Stazione Garibaldi, dove sorgeranno i nuovi monumenti edilizi alla ricchezza meneghina, non una scuola o una biblioteca degna di questo nome.<br />
Del resto, l’assenza di una vera classe dirigente, che conosce la città, che la frequenta fuori dalla cerchia dei Navigli, è un dato oramai assodato. Se negli anni Novanta il sindaco Albertini – di cui qualcuno chiede oggi a gran voce il ritorno – si era definito l’amministratore del condominio-Milano, ora sembra che l’orizzonte si sia ristretto al pianerottolo di casa, una magione di via della Spiga piuttosto che un palazzo scalcagnato della Barona. Una città che invecchia e con lei i suoi capi. Per Formigoni, oramai ultrasessantenne, si appresta probabilmente il quarto mandato, mentre alla Triennale – l’unica istituzione culturale che sembra funzionare – ci si affida per il comitato scientifico a un celebre critico d’arte competente, ma oramai settantenne, Germano Celant.<br />
Sconsolato Colarpico concludeva che questa città anche “mia” adesso sembra “cosa loro”, ma “a Milano, a lungo andare, se sali troppo in alto senza veri meriti – pronostica il cronista –, la paghi. Lo dice la storia”. Una conclusione molto amara, ma per fortuna a Milano non c’è solo questo, dalla Caritas a Esterni, da Mulplicity alle associazioni di volontariato, c’è anche un’altra città che non ha perso la speranza e non sta certo ad aspettare i tempi migliori. Per dirla con Italo Calvino delle “Città invisibili”, nell’Inferno delle metropoli bisogna dare spazio a ciò che Inferno non è. </p>
<p>[<em>pubblicato su </em>La Stampa <em>il 19 luglio 2009</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/24/notizie-da-una-citta-alla-deriva/">Notizie da una città alla deriva</a></p>
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		<title>Urbanità 7</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Dec 2008 07:30:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[<em>risposta inedita ad una lettera, recapitatami da una rivista, che mi chiedeva un'opinione sulla </em>querelle<em> di Brera.</em> G.B.]</p>
<p>Gentilissima lettrice,<br />
la verità è che Milano ha sempre avuto un rapporto, come dire, “infastidito” con la sua eredità storico-artistica.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/02/urbanita-7/">Urbanità 7</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg" alt="" title="180px-dandies" width="152" height="276" class="alignnone size-full wp-image-7895" /></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[<em>risposta inedita ad una lettera, recapitatami da una rivista, che mi chiedeva un'opinione sulla </em>querelle<em> di Brera.</em> G.B.]</p>
<p>Gentilissima lettrice,<br />
la verità è che Milano ha sempre avuto un rapporto, come dire, “infastidito” con la sua eredità storico-artistica. A conti fatti le emergenze monumentali di questa città non sono, facendo una gretta conta, inferiori a quelle di Firenze, però i milanesi pare se ne disinteressino. Non a caso m&#8217;è capitato spesso di dover spiegare ai turisti stranieri che il Cenacolo di Leonardo sta proprio qui, in questa città, mica a Firenze come molti di loro credono. Nessuna città può fare a meno della sua memoria, ovvio, ma Milano ha sempre buttato lo sguardo oltre, verso il futuro. È la sua più antica tradizione quella di cambiare continuamente pelle, per poi, magari, rimpiangere con lacrime di coccodrillo, quello che ha perduto. È quell&#8217;atteggiamento ben descritto da Manzoni nei Promessi Sposi: “adelante con juicio”. Correre, ma lentamente. Delle due polarità, però, è quella della lentezza che ha preso il sopravvento in questi ultimi decenni. Una lentezza che appare sempre più puro immobilismo, ammettiamolo. Oggi a dir la verità sembra che il vento stia cambiando, e noi stiamo qui, vigili, a capire se è solo un&#8217;impressione o è qualcosa di più concreto.<br />
<span id="more-11565"></span><br />
Dell&#8217;allargamento del Museo di Brera, tanto per capirci, io ne sento parlare fin da quando ero ragazzo. Mi ricordo pure che nei rampanti anni Ottanta del secolo scorso si arrivò pure a definire un progetto – <em>Brera 2</em> – affidato a un famoso architetto inglese, James Stirling, che finì in un nulla di fatto. Un quarto di secolo dopo ancora se ne parla come qualcosa di imminente. Si sono succeduti governi nazionali di tutti i colori politici, tutti con la soluzione in tasca: chi più “gigantista”, chi più “terra terra”, poi, come al solito, non se ne è fatto nulla, lasciando Brera in una surreale decadenza (dal punto di vista del numero dei visitatori è il 40esimo museo nazionale. Un insulto, in pratica).</p>
<p>Diciamoci la verità: mette tristezza sapere che un patrimonio di tale levatura &#8211; per quello che possiede Brera è senza dubbio fra i primi musei al mondo &#8211; sia così sottoutilizzato. E non è certo chiedendo agli stilisti milanesi, come è stato proposto tempo fa, di rifare l&#8217;uniforme degli uscieri che risolveremmo  i cronici problemi della pinacoteca: gli allestimenti museografici ormai obsoleti, i magazzini che traboccano di capolavori mai esposti, la totale assenza di multimedialità o, più semplicemente, il personale impiegato inadatto a ricevere turisti da tutto il mondo. Tutto ciò nella Milano che cerca di fare il grande salto con l&#8217;Expo 2015. Sembra l&#8217;ennesima occasione sprecata, in un paese che si vanta di possedere il più cospicuo patrimonio artistico del mondo.</p>
<p>L&#8217;ultima proposta, è cosa di questi giorni, cerca una mediazione: non si progetterà più una Accademia di Belle Arti <em>ex novo</em> in Bovisa &#8211; idea, tra l&#8217;altro, sensata, dato il nuovo polo universitario ormai ben saldo nel territorio e la presenza della sede distaccata della Triennale –  ma, in ogni caso, si sposterà l&#8217;Accademia in una ex caserma ristrutturata <em>ad hoc</em>, liberando così il palazzo storico di Brera di un intero piano, raddoppiando di conseguenza lo spazio espositivo del museo. Bene. Trovo sia una soluzione decorosa. Non straordinaria, ma decorosa. Avremmo potuto avere un museo all&#8217;avanguardia nel mondo, forse avremo un museo, quanto meno, visitabile. Occorrerà vedere il progetto architettonico, ovviamente, per quanto io resti dell&#8217;idea che insistere a esporre in palazzi storici opere di tale levatura sia museograficamente errato. Però mi rendo conto quanto il legame simbolico col palazzo seicentesco e la collocazione centrale siano elementi da non sottovalutare.</p>
<p>Il vero problema è capire se, anche in questo caso, siamo nel mondo delle intenzioni o meno. Il Ministro della difesa ha promesso – a detta sua proprio per fare un favore, graziosamente, al Sindaco di Milano – che libererà al più presto la caserma di via Mascheroni. Vediamo cosa accadrà. Nel 2009 la pinacoteca festeggia il bicentenario, forse è la volta buona. Forse. Ma che si smetta di perdere tempo. Sempre per dirla con Manzoni:<br />
- Giacché la cosa si deve fare, si farà presto.<br />
- Presto, presto, padre molto reverendo: meglio oggi che domani. </p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/09/urbanita-1/">Urbanità 1</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/15/urbanita-2/">Urbanità 2</a><br />
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		<title>Urbanità 1</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Sep 2008 07:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[<em>Da qualche tempo a questa parte, da più parti, mi vengono richieste opinioni su temi urbani e territoriali. Mi accorgo, di volta in volta, di annotarmele come su un ipotetico taccuino, quasi fossero gli appunti di un discorso del quale, in realtà, non ho ancora chiara la forma.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/09/urbanita-1/">Urbanità 1</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/180px-dandies.jpg" alt="" title="180px-dandies" width="152" height="276" class="alignnone size-full wp-image-7895" /></a>   di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[<em>Da qualche tempo a questa parte, da più parti, mi vengono richieste opinioni su temi urbani e territoriali. Mi accorgo, di volta in volta, di annotarmele come su un ipotetico taccuino, quasi fossero gli appunti di un discorso del quale, in realtà, non ho ancora chiara la forma. Li deposito qui su NI più come stimoli di una discussione che come testi definitivi.</em> G.B.]</p>
<p>Lo slogan in effetti suona bene: “prima le case agli italiani”, pare persino razionale. Ovviamente non lo è. Anche perché se davvero escludessimo per decreto le domande degli extracomunitari dalle liste per le case popolari, non risolveremmo un bel niente. Lo slogan successivo diverrebbe: “ prima le case ai residenti in Lombardia”, per poi diventare “le case ai residenti a Milano”, “nel mio quartiere”, “a quelli con tutti e quattro i nonni nati fra la Bovisa e la Comasina”.<br />
<span id="more-7894"></span><br />
Il vero motto dovrebbe essere, più logicamente: “una casa per tutti”. Perché la casa è un diritto inalienabile, da garantire a chiunque. Ma da oltre venti anni a questa parte di edilizia pubblica &#8211; che sia a Milano o a Roma, indifferentemente dalle giunte di destra o di sinistra &#8211; non s&#8217;è ne è costruita affatto. Colpevolmente.</p>
<p>Si è lasciato il mercato a se stesso, con la vana speranza della sua autoregolamentazione. Ma il mercato non è morale, mettiamocelo bene in testa, e non ne ha il dovere. La politica dovrebbe esserlo. Ma non lo è di certo questa politica dello struzzo, che si vergogna addirittura di parlare di case popolari, fa così poco <em>chic</em>, e oggi bercia di “social housing”, ché in inglese è molto più <em>trendy</em>. Nel frattempo neppure un decimo delle richieste di abitazioni in affitto fatte ai comuni trova una risposta, scatenando una vera e propria guerra dei poveri. </p>
<p>Io che ci sono cresciuto in una casa popolare (e me ne vanto) trovo immorale che ci si ritrovi nel ventunesimo secolo con le baraccopoli ai margini delle nostre città, identiche alle <em>favelas </em>sudamericane. C&#8217;è da rimpiangere le vituperate “case Fanfani”, che diedero un tetto alle decine di migliaia di ex contadini inurbati che, col sudore della fronte, misero le loro braccia a disposizione del boom economico. </p>
<p>Siamo un popolo dalla memoria corta. Ma l&#8217;Expo 2015, non dimentichiamocelo, lo costruiranno i muratori magrebini, gli operai rumeni. Se devono costruirlo, il nostro futuro, hanno anche il diritto di abitarlo. Insieme a noi. </p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Costruire <em>n. 302, luglio 2008</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/09/urbanita-1/">Urbanità 1</a></p>
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		<title>La città che sale</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/07/01/la-citta-che-sale/</link>
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		<pubDate>Tue, 01 Jul 2008 06:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>[<em>lo so dico sempre le stesse cose, ma in certi casi è proprio vero che</em> repetita juvant. <em>G.B.</em>]<br />
<a href='Nessuna'></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Poi all&#8217;improvviso Milano scomparve. Nell&#8217;immaginario collettivo nazionale continuava a vivere solo nei suoi luoghi comuni: la nebbia, le fabbriche, il panettone.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/01/la-citta-che-sale/">La città che sale</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>lo so dico sempre le stesse cose, ma in certi casi è proprio vero che</em> repetita juvant. <em>G.B.</em>]<br />
<a href='Nessuna'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/umberto_boccioni_la_citta_che_sale.jpg" alt="" title="umberto_boccioni_la_citta_che_sale" width="454" height="169" class="alignnone size-full wp-image-6283" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Poi all&#8217;improvviso Milano scomparve. Nell&#8217;immaginario collettivo nazionale continuava a vivere solo nei suoi luoghi comuni: la nebbia, le fabbriche, il panettone. Qualcuno la immaginava ancora una città rampante, da bere. Si smise di rappresentarla, nel cinema, nella fiction televisiva, divenne un buco nero della memoria. Menomale che alcuni scrittori, spesso quelli più artigianali, di “genere”, continuavano a raccontare le sue trasformazioni antropologiche, i suoi panorami mutevoli. La classe operaia che non andava in paradiso ma in pensione, la romantica <em>ligera </em>che diventava criminalità internazionale&#8230; era da farsi: la Milano di Scerbanenco finiva a Piazzale Loreto, da lì, ai suoi tempi, iniziava ancora, e per davvero, l&#8217;aperta campagna. In fondo Peck, all&#8217;inizio del secolo scorso, stagionava i suoi salumi nell&#8217;aria salubre della Brianza. A Precotto. Oggi invece Milano è una città rete, una città territorio, che più che portare la sua nobile tradizione edile nella territorio extraurbano ha visto tracimare dentro di sé la Brianza velenosa di battistiana memoria. Milano s&#8217;è pastrufaziata, per dirla con l&#8217;ingegnere, che oggi non saprebbe più riconoscerlo il territorio. E forse anche la sua borghesia. <span id="more-6282"></span><br />
Quanto è in fondo provinciale questo cercare il <em>placet </em>della firma prestigiosa, dell&#8217;archistar, per giustificare le peggio speculazioni edilizie del ventre cittadino? Da lì, a cascata, tutta la nuova proliferazione di gru che ha ridisegnato il cielo di Milano -che è bello quando è bello- più che governata da professionisti che amano e conoscono a menadito il territorio, così come si faceva quando era bello progettare a Milano, è dato in affido ad estranei, che intasano la città di volumi pensati per la stazione di Tokio, poi bocciati e riciclati qui, manco fossimo una città del terzo mondo a cui rifilare gli scarti di produzione. Io poi, lo dico di continuo, il trittico di CityLife lo paragono ai <em>tri ciucc</em> di via Lazzaro Papi. Due amici che reggono il terzo, che vomita.<br />
Chi ha gestito Milano negli ultimi vent&#8217;anni lo ha fatto col cipiglio dell&#8217;amministratore di condominio, non del politico lungimirante. Abbiamo stracciato il Piano Regolatore e fattone coriandoli per il carnevale ambrosiano. Perché pianificare? A che serve? Perché questi lacci e lacciuoli? A Milano il mercato ha vinto, “la città che sale”, per dirla con Boccioni, è simbolo dell&#8217;interesse privato, non di quello pubblico, e la tradizione del socialismo storico, del <em>welfare</em>, è ridotta a reazione involontaria: le biblioteche rionali frequentate quotidianamente dal popolo minuto, le nostre scuole sempre più povere e che non ostante tutto ancora funzionano, le casa-vacanze a Pietra Ligure per i nostri bambini, intossicati da un&#8217;aria urbana che toglie loro il respiro e il colore delle gote.<br />
Io che di figlie ne ho due e per scelta di vita neppure ho la patente &#8211; ché in un paese civile bisognerebbe tutti muoversi con i mezzi pubblici &#8211; condivido col mio sindaco la scelta dell&#8217;ecopass. Ma, signora mia, un po&#8217; più di coraggio: a che serve tassare solo quel francobollo di territorio? Oppure davvero crede che Milano sia tutta lì? Forse è vero che a pensar male non si sbaglia mai, e io sospetto che a molti milanesi che contano l&#8217;idea che la nostra sia una metropoli enorme che travalica gli stretti confini comunali e si estende ben oltre la provincia, ingloba la demenziale nascente provincia di Monza e si arrampica su su fino alle pendici delle prealpi, che bussa alle porte di Bergamo, che ha propaggini fin oltre il confine ticinese, questa città di sei, sette milioni di abitanti, che in confronto fa apparire Roma una simpatica successione di borghi ameni, che ha una densità di abitanti per chilometro quadrato paragonabile solo a quella di Napoli, questa area metropolitana che c&#8217;è, che vive, che pulsa, che opera, che produce, che soffre, questa città, insomma, pare che i suddetti milanesi non la vogliano proprio vedere. Un buco nero nell&#8217;immaginario non solo nazionale ma soprattutto politico amministrativo. Qui si fa la guerra dei campanili fra Corsico e Cesano Boscone; Novate e Bollate si guardano sdegnosi; Milano e Sesto progettano indifferenti fra loro identici musei fotocopia, “più belli e più grandi che pria”. L&#8217;unica cosa che li mette d&#8217;accordo sono gli zingari. Quelli non li vuole nessuno. Aspetto con ansia il progetto di un nuovo inceneritore, sospetto atterrito che a suo tempo ne faremo buon uso.<br />
Ma ora abbiamo l&#8217;Expo, signora mia. Ebbene: ora che è davvero nostro, posso confessare, quasi sottovoce, quanta paura ho avuto di vedercelo sfilare da sotto il naso da Smirne, che aveva un progetto urbanistico molto più intrigante del nostro? (a proposito: sarà che il <em>rendering </em>è assai fumoso e inconsistente, ma qualcuno l&#8217;ha capito il “nostro” progetto? Com&#8217;è che di giorno in giorno continua a mutare nelle descrizioni del sindaco?) Non sarò comunque di certo io a fare le barricate “antiExpo”. Oltre al mare di turisti, la manifestazione porterà a Milano, soprattutto, decine di migliaia di scienziati, economisti, intellettuali. La mia natura positiva, i miei studi accademici, mi fanno illudere che questa possa davvero essere l&#8217;ultima occasione affinché Milano si riconosca finalmente metropoli internazionale. Anche perché, nei fatti, l&#8217;Expo lo si fa a Rho. Quindi o tassonomici lo ridenominiamo “l&#8217;Expo di Rho” (ma pare davvero poco <em>chic</em>), oppure decidiamo una volte per tutte che Rho, Busto, Settimo Milanese, e via via, Paderno, Cusano, Cologno, e tutta la cinta calcificata attorno alla città, è, di diritto, Milano a tutti gli effetti e si merita perciò pari dignità.<br />
Un po&#8217; di coraggio, milanesi, ancora un ultimo sforzo! Questa città per troppo tempo è stata ossessivamente centripeta, sempre con lo sguardo rivolto alla Madonnina. Certo le vogliamo tutti bene, ma diamole ogni tanto le spalle, cerchiamo d&#8217;essere centrifughi, decidiamo di stimolare gli altri nodi della città-rete, con simboli e funzioni forti, diamo valore e decoro a chi non vive dentro la cerchia dei Navigli. Questa è la vera grande occasione che l&#8217;Expo può regalarci: fare marketing urbano, programmare una rete ciclabile degna di una città piatta come l&#8217;olio, moltiplicare la mobilità pubblica, recuperare le periferie storiche, creare nuove centralità urbane, riprendere a costruire edilizia sociale (ché non si fa da un quarto di secolo), stimolare le università, l&#8217;associazionismo culturale, la società civile. Fare quello che Milano sa fare, come fece quando cinquant&#8217;anni fa si rigirò come un guanto per accogliere quattrocentomila persone nel volgere neppure di quattro anni. Duecentottanta persone, ogni sacrosanto giorno, vedevano per la prima volta Milano, portandosi dietro sogni e speranze. Quel popolo costruì il futuro della città, e la città gli diede cittadinanza e un tetto. Questo sa fare Milano, ve lo dice il figlio di due immigrati meridionali che si sente milanese fino al midollo. Ma l&#8217;Expo, non dimentichiamolo, lo costruiranno i nuovi immigrati. Sarà edificato da muratori rumeni, elettricisti magrebini, cottimisti albanesi, manovali senegalesi. Il nostro futuro passerà dalle loro mani. Dare loro dignità e un tetto mi pare davvero il minimo.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Il Sole 24ore <em>del 15 giugno 2008</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/07/01/la-citta-che-sale/">La città che sale</a></p>
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