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	<title>Nazione Indiana &#187; fabrizio tonello</title>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.45. Febbraio, piovono libri. A milioni.</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 09:30:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>E’ domenica, la settimana è stata faticosa, uno ha voglia di poltrire a letto e tutto andrebbe bene se, improvvisamente  la mia compagna, che è uscita sfidando il freddo, non scodellasse sul comodino il supplemento culturale del “Corriere della sera” di domenica 29 gennaio dove compare in grande evidenza un articolo di Richard Nash intitolato <em>Il libro perfetto per il lettore perfetto.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/06/carta-strampalata-n-45-febbraio-piovono-libri-a-milioni/">carta st[r]amp[al]ata n.45. Febbraio, piovono libri. A milioni.</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/06/carta-strampalata-n-45-febbraio-piovono-libri-a-milioni/452988-35521-1/" rel="attachment wp-att-41583"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/452988-35521-1.jpg" alt="" title="452988-35521-1" width="340" height="258" class="alignleft size-full wp-image-41583" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>E’ domenica, la settimana è stata faticosa, uno ha voglia di poltrire a letto e tutto andrebbe bene se, improvvisamente  la mia compagna, che è uscita sfidando il freddo, non scodellasse sul comodino il supplemento culturale del “Corriere della sera” di domenica 29 gennaio dove compare in grande evidenza un articolo di Richard Nash intitolato <em>Il libro perfetto per il lettore perfetto.</em> “Leggilo –mi dice- è pieno di dati interessanti”.</p>
<p>Il testo, alle pagine 12-13, inizia così: “Nel 1990 l’editoria statunitense ha pubblicato 25.000 titoli. Nel 2010 ne ha pubblicati 2.800.000. Mentre la popolazione è cresciuta del 25%, i libri sono aumentati del 2.120%. Questo enorme aumento non comprende gli ebook, riguarda solo i libri stampati”.<br />
<span id="more-41581"></span></p>
<p>Fin da piccolo, mi sono sempre piaciuti i numeri, le percentuali, le frazioni. Mi sembravano utilissimi per trovare la risposta a domande del tipo: “Se ieri in spiaggia avevo dieci biglie e ne ho perse due, più un’altra che si è rotta, e ogni biglia costa 50 lire, quanto dovrò chiedere alla mamma per avere 20 biglie?”. Da tempo non gioco più però mi è rimasto un sesto senso che mi dice quando i numeri stampati su un giornale o un libro sono sospetti. Nel caso dell’articolo di Nash anche le nipotine pesaresi avrebbero fatto una sonora pernacchia prima di finire di leggere il paragrafo.</p>
<p>Per esempio, è possibile che un paese dove si pubblicano 25.000 titoli passi a pubblicarne 2.800.000 nel giro di vent’anni? Cioè che l’industria editoriale americana di oggi sia oltre <em>cento volte</em> (per la precisione 112 volte) quello che era nel 1990? A me pare difficile, a lume di buon senso, ora vedremo perché. Prima di discutere di libri, ristampe, ebook e altre diavolerie vorrei però far umilmente notare al signor Nash (“un analista della transizione al digitale dell’editoria” lo definisce il “Corriere”) che se i suoi numeri di partenza sono giusti, passare da 25.000 titoli a 2.800.000 rappresenta un aumento non del 2120% bensì dell’11200%, come qualsiasi nipotino in possesso di matita e quaderno gli potrà confermare. Quindi, delle due l’una: o i titoli del 2010 <em>non </em>sono 2.800.000 ma, per esempio, il 2120% di 25.000, cioè 530.000 oppure i titoli sono davvero 2.800.000 ma rappresentano un aumento dell’11200% rispetto al dato di partenza del 1990 e allora bisogna spiegare il mistero di questa incredibile crescita.</p>
<p>Una rapida indagine in Rete (45 secondi circa) permette di scoprire che la seconda ipotesi è quella giusta: <em>in un certo senso</em> i libri pubblicati negli Stati Uniti due anni fa sono circa 2.800.000, come si può accertare <a href="http://www.bowker.com/index.php/press-releases/633-print-isnt-dead-says-bowkers-annual-book-production-report">qui</a>. Ma questa cifra cosa include? Nash implica che si tratti di libri nuovi (“10 mila nuovi titoli alla settimana sono una valanga” scrive più avanti nell’articolo) e in particolare romanzi, che “contengono tante informazioni ambigue da confondere qualsiasi metodo predittivo”. Infine, Nash conclude: “Dopo aver trascorso dieci anni a scoprire gli scrittori trascurati del XX secolo, sto ora cercando di aiutare tutti gli scrittori, pubblicati da qualsiasi editore, a farsi scoprire dai lettori” (facendo capire che sono “due milioni”).</p>
<p>Purtroppo le cose non stanno proprio così.</p>
<p>I 2.800.000 titoli citati da Nash esistono realmente ma non sono affatto “nuovi” libri se non nel senso che, appena usciti dalla legatoria, hanno un buon odore di carta, inchiostro e colla. Come scrive l’autorità mondiale nel campo del mercato librario americano, si tratta prevalentemente di libri “print on-demand” prodotti da aziende specializzate in titoli per i quali il copyright è scaduto. Quindi si pubblica un sacco di Shakespeare, Harriet Beecher Stowe, Dante e Platone in piccolissime tirature perché non ci sono avidi eredi da soddisfare e occhiuti avvocati  pronti a chiedere il pagamento dei diritti d’autore. Il fatto che si ripubblichino <em>Amleto</em> e la <em>Divina Commedia</em> o <em>La capanna dello zio Tom </em>fa certamente piacere, ma di lì a sostenere che il mercato editoriale è cresciuto dell’11200% in vent’anni ce ne corre.</p>
<p>Come scrive il sito Bowker.com, “These books, marketed almost exclusively on the web, are largely on-demand titles produced by reprint houses specializing in public domain works and by presses catering to self-publishers”. Traduzione: quando non si tratta di testi del passato molto passato, i titoli sono quelli stampati dalle cosiddette <em>vanity presses</em>, cioè tipografie mascherate da case editrici che stampano 300 copie delle poesie adolescenziali del signor Smith per permettergli di presentarsi come “poeta” ai cocktail della sua città. Magari ci sono anche i trattati di fisica che dimostrano come Einstein avesse torto, i romanzi erotici scritti da presidi in pensione e altri simili capolavori. Se non vado errato, Umberto Eco scrisse circa 40 anni fa (ovvero assai prima di Internet, dello Web 2, delle piattaforme di condivisione on line ecc.) della “editoria della quarta dimensione”, cioè di quei prodotti che non avevano i requisiti minimi di professionalità per stare sul mercato editoriale normale ma trovavano una loro circolazione sotterranea tra i familiari, gli amici e i sodali dei maestri di montagna, dei farmacisti di paese e dei commercialisti con velleità letterarie.</p>
<p>Ecco, adesso abbiamo la nuova editoria della quarta dimensione, che viene pudicamente definita “non-traditional sector” e rappresenta circa il 90% dei libri pubblicati, (per la precisione 2.776.260 contro i 316.480 dell’editoria tradizionale). Come si diceva, il “non-traditional sector” è composto prevalentemente da ristampe di opere fuori diritti e ciò che rimane non sono “nuovi scrittori” in attesa di essere scoperti (visto che le grandi case editrici sarebbero ben felici di accaparrarsi l’autore del prossimo bestseller) bensì i dilettanti allo sbaraglio che nessuno pubblicherebbe se non sborsassero di tasca loro i soldi necessari alle microtirature da inviare a parenti e amici. La differenza rispetto a 40 anni fa è soltanto che il volume di spazzatura è aumentato di oltre cento volte.</p>
<p>E’ comprensibile che Nash, che cerca di vendere i servizi della sua società Small Demons, inventi attraenti favolette per dare l’impressione al lettore che<em> proprio</em> <em>lui</em> potrebbe essere il prossimo scrittore scoperto da milioni di entusiasti della letteratura <em>underground</em> ma non necessariamente il “Corriere” ha interesse a stampare i numeri in libertà dell’intraprendente americano.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/06/carta-strampalata-n-45-febbraio-piovono-libri-a-milioni/">carta st[r]amp[al]ata n.45. Febbraio, piovono libri. A milioni.</a></p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.44</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Sep 2011 13:08:15 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Documenti esaminati dal <em>Financial Times</em>, da <em>Le Monde</em>, dall’<em>Asahi Shinbun</em> e da <em>Nazione Indiana</em> rivelano finalmente la verità sul tunnel tra Ginevra e l’Abruzzo, la cui esistenza è stata rivelata dal comunicato stampa di Mariastella Gelmini il 23 settembre.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/25/carta-strampalata-n-44/">carta st[r]amp[al]ata n.44</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/mariastella_gelmini_10_410x307_tendenzeonline.info_.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/mariastella_gelmini_10_410x307_tendenzeonline.info_-300x224.jpg" alt="" title="mariastella_gelmini_10_410x307_tendenzeonline.info" width="300" height="224" class="aligncenter size-medium wp-image-40189" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Documenti esaminati dal <em>Financial Times</em>, da <em>Le Monde</em>, dall’<em>Asahi Shinbun</em> e da <em>Nazione Indiana</em> rivelano finalmente la verità sul tunnel tra Ginevra e l’Abruzzo, la cui esistenza è stata rivelata dal comunicato stampa di Mariastella Gelmini il 23 settembre. Secondo il ministro della Pubblica Istruzione, “alla costruzione del tunnel tra il Cern e i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro”.</p>
<p>L’opera doveva restare supersegreta in quanto il suo scopo era la fuga in Svizzera di Berlusconi in caso di arresto su mandato di cattura delle procure di Napoli, Roma, Bari, Milano (seguono le altre 101 procure italiane, qui omesse per brevità).<br />
<span id="more-40188"></span><br />
Come sappiamo, dopo il 25 luglio Mussolini fu arrestato dai carabinieri e condotto proprio al Gran Sasso ma, poiché nel 1943 non esisteva il tunnel, il Duce fu costretto a far intervenire i paracadutisti tedeschi guidati da Otto Skorzeny rischiando che scoppiasse un casino. Il giovane Silvio, che già allora giocava con la sabbia per scavare buche che gli permettessero di arrivare a tirare le trecce delle bambine in spiaggia, pensò subito che se proprio uno doveva scappare in Svizzera ci voleva un traforo, non quei voli militari che non si sa mai come possono andare a finire.</p>
<p>Detto fatto, nel 1994 Berlusconi divenne Presidente del consiglio e immediatamente affidò al ministro Lunardi la costruzione dell’opera, appaltata alla ditta della moglie dello stesso Lunardi, la <em>Rocksoil</em>, per ragioni di segretezza. I primi problemi nacquero quando il governo cadde, ma un breve incontro alle isole Cayman con il nuovo primo ministro, Lamberto Dini, permise ai lavori di proseguire. I primi 10 milioni dello stanziamento furono impiegati da Lunardi per studiare la tecnologia più adatta e cercare i fornitori più affidabili in giro per il mondo: fruttuosi contatti vennero stretti nel corso di numerosi viaggi a Cannes, Ibiza, Miami Beach, Acapulco, Bali, alle Maldive e alle Laccadive.</p>
<p>Esaurita la fase preliminare, e tornato Berlusconi al governo nel 2001, i lavori per il tunnel da 732 chilometri furono effettivamente iniziati. Se scavare sotto le montagne abruzzesi e umbre non provocò difficoltà, il primo problema nacque quando gli ingegneri si accorsero che il tragitto più breve passava sotto Firenze, anzi esattamente sotto il campanile di Giotto. Poiché le vibrazioni avrebbero potuto insospettire il sacrestano e infastidire i turisti, fu scelta una variante che passava invece da Lucca, percorso fortemente caldeggiato dall’allora presidente del Senato Marcello Pera. La deviazione costò 5 milioni di euro, in aggiunta ai 20 già spesi per raggiungere la Toscana.</p>
<p>Nel 2006 il tunnel raggiunse Torino ma l’esito delle elezioni rese necessario creare un’attività di copertura che potesse giustificare la continuazione dei lavori (i trafori, con il via vai dei camion, fanno un sacco di polvere) e quindi fu ideato il progetto di Alta Velocità  ferroviaria attraverso la val di Susa, in direzione di Lione. Naturalmente tutti sapevano che la TAV non aveva nessun senso e che si trattava di una bufala colossale, ma Berlusconi avvisò Sarkozy di qual era il vero scopo della faccenda e il governo francese decise di fingere di crederci. Costo del colloquio: 3 milioni di euro.</p>
<p>Nel 2008 Silvio tornò a Palazzo Chigi e decise che il tunnel per la Svizzera sarebbe probabilmente stato necessario molto presto, quindi si decise di accelerare ulteriormente i lavori nonostante il percorso (con la deviazione lungo la finta Torino-Lione) si fosse allungato di molto. La ditta Lunardi, però, chiese una revisione dei prezzi dovendo tenere a libro paga non soltanto Tarantini e Lavitola ma anche Ruby Rubacuori, Patrizia d’Addario, Barbara Monteleone, Nicole Minetti e le gemelle Kessler. Gli ultimi 7 milioni di euro se ne andarono così e Tremonti rifiutò tutte le richieste di ulteriori stanziamenti a meno che il traforo non fosse fatto passare da Sondrio. Di qui l’ira di Berlusconi e la rottura fra i due.</p>
<p>Di tutto il governo, solo la Gelmini pensava che il tunnel fosse effettivamente stato completato. L’ex consigliere comunale di Desenzano del Garda e avvocato di Reggio Calabria era convinta che, vantando la costruzione dell’opera a scopi scientifici, avrebbe preso due piccioni con una fava: attribuirsi il merito dell’esperimento in quanto ministro dell’Università e della Ricerca e nello stesso tempo occultare meglio lo scopo reale del tunnel.</p>
<p>Purtroppo Silvio, tutto preso dalle nuove e più giovani ragazze, si era scordato di avvisare Mariastella che il piano di fuga verso la Svizzera era stato abbandonato quando Ghedini gli aveva fatto sapere che esisteva un trattato di estradizione con l’Italia e che difficilmente avrebbe potuto dichiararsi “prigioniero politico” per ottenere asilo. La nuova destinazione pare sia la Russia, dove Putin ha graziosamente offerto a Berlusconi e alle Olgettine una grande dacia in Siberia.</p>
<p>Quanto al tunnel, le chiavi sono state provvisoriamente affidate a Renzo Bossi, il “Trota”, che sta studiando la possibilità di una corsa ciclistica fra Bussolengo (l’entrata piemontese) e i laboratori del Gran Sasso (uscita abruzzese). I fisici che lavorano qui hanno però manifestato una certa reticenza perché il traffico di biciclette potrebbe disturbare i neutrini.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/25/carta-strampalata-n-44/">carta st[r]amp[al]ata n.44</a></p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.43</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Sep 2011 08:55:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Franco-Frattini.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>C’è un burlone che si aggira per le redazioni italiane. Un astuto militante per i diritti umani, probabilmente iscritto ad Amnesty International, Human Rights Watch e altre organizzazioni consimili. Il simpatico falsario è riuscito a piazzare un lungo articolo, “Le tre lezioni dell’11 settembre” sulla pagina degli editoriali della <em>Stampa</em> di domenica scorsa, diffondendo le tesi care a tutti i veri democratici: “Non si può vincere il terrorismo solo con gli eserciti”, il concetto di <em>global war on terror</em> è una cazzata, occorre “coinvolgere attivamente le società civili per sviluppare il dialogo tra civiltà e culture diverse”, dobbiamo “migliorare i meccanismi di integrazione all’interno delle nostre società multiculturali” (già echeggiano le urla di Borghezio e i grugniti di Bossi mentre il dentista Calderoli impugna minacciosamente il trapano).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/18/carta-strampalata-n-43/">carta st[r]amp[al]ata n.43</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Franco-Frattini.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-40118" title="Franco-Frattini" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Franco-Frattini-300x222.jpg" alt="" width="300" height="222" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>C’è un burlone che si aggira per le redazioni italiane. Un astuto militante per i diritti umani, probabilmente iscritto ad Amnesty International, Human Rights Watch e altre organizzazioni consimili. Il simpatico falsario è riuscito a piazzare un lungo articolo, “Le tre lezioni dell’11 settembre” sulla pagina degli editoriali della <em>Stampa</em> di domenica scorsa, diffondendo le tesi care a tutti i veri democratici: “Non si può vincere il terrorismo solo con gli eserciti”, il concetto di <em>global war on terror</em> è una cazzata, occorre “coinvolgere attivamente le società civili per sviluppare il dialogo tra civiltà e culture diverse”, dobbiamo “migliorare i meccanismi di integrazione all’interno delle nostre società multiculturali” (già echeggiano le urla di Borghezio e i grugniti di Bossi mentre il dentista Calderoli impugna minacciosamente il trapano).</p>
<p>L’illuminato opinionista criticava, inoltre, i “regimi dittatoriali e sanguinari” del Medio Oriente, che l’Occidente aveva “cinicamente accettato” di sostenere. Per fortuna, “questi patti sono stati irreversibilmente spazzati via dal vento delle rivoluzioni arabe”. Insomma: un editoriale che avrebbe potuto ben figurare sul <em>Manifesto. </em>L’anonimo collaboratore della <em>Stampa </em>ha però voluto esagerare e, invece di ricorrere a uno pseudonimo, si è firmato “Franco Frattini, ministro degli Esteri”.</p>
<p><span id="more-40117"></span></p>
<p>Frattini? <em>Quel</em> Frattini? Il sorridente personaggio comparso decine di volte a fianco di Gheddafi con la sua aria da parrucchiere, anzi da <em>Hair Stylis</em>t, come direbbero a Washington? Il Frattini che, nel 2004 criticava Prodi perché “fa finta di dimenticare che la vera apertura a Gheddafi è venuta da Berlusconi. Quando Berlusconi voleva rimuovere l&#8217; embargo europeo sulla Libia, non ho sentito mezza parola di Prodi su questa posizione della presidenza italiana” (<em>Repubblica</em>, 3 gennaio 2004).</p>
<p>Come si sa, l’embargo fu poi effettivamente cancellato, dando l’avvio a una serie di incontri, abbracci e baciamano culminati nella visita del dittatore libico a Roma, l’anno scorso. Fu in quella occasione che, parlando del simpatico colonnello accompagnato dalle sue amazzoni, l’autentico Frattini disse: “Gheddafi ci apre le porte in tutta l’Africa” (<em>la Stampa</em>, 2 settembre 2010) aggiungendo poi che chi criticava il leader libico per la sua frase su “islamizzare l’Europa” era semplicemente “gente che non capisce la politica internazionale”.</p>
<p>Il Frattini-Frattini (quello che rischia sempre di restare fuori dalle riunioni internazionali perché gli uscieri lo scambiano per il <em>coiffeur</em> di Angela Merkel) ha una lunga storia di ammirazione per il <em>capataz</em> di Tripoli, di cui vantava fino a 7 mesi fa le capacità di innovare sul piano della teoria e della pratica politica: “Faccio l’esempio di Gheddafi. Ha realizzato una riforma che chiama dei congressi provinciali del popolo: distretto per distretto si riuniscono assemblee di tribù e potentati locali, discutono e avanzano richieste al governo e al leader. Cercando una via tra un sistema parlamentare, che non è quello che abbiamo in testa noi, e uno in cui lo sfogatoio della base popolare non esisteva, come in Tunisia. Ogni settimana Gheddafi va lì e ascolta. Per me sono segnali positivi” (<em>Corriere della sera</em>, 22 febbraio 2011).</p>
<p>Altro che Montesquieu! Chi ha bisogno di Rousseau? Tocqueville, chi era costui? Il filosofo politico da studiare è Gheddafi, che cerca  “una via tra un sistema parlamentare, che non è quello che abbiamo in testa noi” e uno in cui funzioni “lo sfogatoio della base popolare”. Ecco, come mai Thomas Jefferson, James Madison e John Stuart Mill nel gettare le basi del costituzionalismo moderno non avevano pensato allo “sfogatoio”?</p>
<p>Meno di un mese dopo, l’autentico Frattini, posando per un attimo l’asciugacapelli, dichiarava al <em>Sole-24 ore</em>: “Gheddafi non si può mandare via”. E, interpretando con la consueta abilità la situazione sul terreno, aggiungeva: “La Cirenaica è ormai di nuovo quasi completamente nelle mani di Tripoli” (16 marzo 2011). Su <em>Repubblica</em> (23 giugno), l’attivissimo ministro degli Esteri, faceva poi sapere che era necessario uno stop «umanitario immediato delle ostilità» in Libia, per creare corridoi che aiutino la popolazione sottoposta ai bombardamenti di Gheddafi soprattutto nelle zone di Misurata e delle “montagne occidentali” (la geografia non è mai stata il suo forte).</p>
<p>Come si vede, il Frattini-Frattini ha cercato di salvare l’amicone del Caimano anche quando la Nato stava bombardando le sue milizie da settimane e settimane: vi sembra possibile che proprio lui, neanche tre mesi dopo, abbia definito quello di Gheddafi un regime “dittatoriale e sanguinario”, con cui l’Occidente aveva “cinicamente accettato”  patti di ogni genere? Certo che no: suvvia, compagno editorialista, la burla è durata abbastanza. Se sei Luciano Canfora o Nicola Tranfaglia, firmati con nome e cognome.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/18/carta-strampalata-n-43/">carta st[r]amp[al]ata n.43</a></p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.42</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Sep 2011 07:30:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong><a href="http://www.lettere.unipd.it/infolettere/pub/docente_public.php?doc=264">Fabrizio Tonello</a></strong></p>
<p>I grandi uomini si riconoscono per la visione storica, la capacità di elevarsi al di sopra delle contingenze del momento, di guardare oltre le piccolezze della vita quotidiana. Giulio Tremonti, per esempio, è andato a Rimini al meeting di Comunione e Liberazione senza preoccuparsi di quisquilie come la Borsa di Milano dove ormai gli operatori più solidi sono le donne delle pulizie a stipendio fisso: &#8220;Waterloo fu vittoria o sconfitta?&#8221; si è chiesto il ministro mentre i pragmatici ciellini, preoccupati per i loro <em>danè</em>, lo guardavano straniti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/09/carta-strampalata-n-42/">carta st[r]amp[al]ata n.42</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/tremonti03G.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/tremonti03G.jpg" alt="" title="tremonti03G" width="300" height="230" class="aligncenter size-full wp-image-40032" /></a></p>
<p>di <strong><a href="http://www.lettere.unipd.it/infolettere/pub/docente_public.php?doc=264">Fabrizio Tonello</a></strong></p>
<p>I grandi uomini si riconoscono per la visione storica, la capacità di elevarsi al di sopra delle contingenze del momento, di guardare oltre le piccolezze della vita quotidiana. Giulio Tremonti, per esempio, è andato a Rimini al meeting di Comunione e Liberazione senza preoccuparsi di quisquilie come la Borsa di Milano dove ormai gli operatori più solidi sono le donne delle pulizie a stipendio fisso: &#8220;Waterloo fu vittoria o sconfitta?&#8221; si è chiesto il ministro mentre i pragmatici ciellini, preoccupati per i loro <em>danè</em>, lo guardavano straniti. E il ministro si è anche risposto da solo: &#8220;Fu una vittoria per l&#8217;Inghilterra e per l&#8217;Atlantico ma fu una sconfitta per l&#8217;Europa&#8221;.</p>
<p><em>Belin!</em>, come direbbero a Genova: l’unità europea avrebbe bisogno di un Napoleone che tenga lontani gli odiati banchieri inglesi e noi che non ci avevamo pensato. Al posto dell’inetto presidente della Commissione UE José Barroso, che è portoghese, quindi praticamente brasiliano, ci vorrebbe un leader autentico, magari un po’ italiano e un po’ francese, come Bonaparte che era nato in Corsica. Forse Tremonti pensava a se stesso, essendo anch’egli uomo di frontiera (Sondrio) benché più italo-svizzero che italo-francese. O forse a Rimini si sentiva una reincarnazione di Mario Appelius, con il suo radiofonico “Dio stramaledica gli Inglesi!” del 1940-42.<br />
<span id="more-40031"></span><br />
Ma poiché che il ministro del Tesoro mette sul tappeto una questione storica, andiamo a dare un’occhiata a quello che successe nella pianura belga nell’anno di grazia 1815. Per esempio: l’esercito “inglese” di cosa era fatto? Di un terzo di soldati nati nelle isole britanniche, ci informa lo storico Alessandro Barbero (<em>La battaglia</em>, Laterza, 2003) mentre il 26% provenivano dai Paesi Bassi e il 39% da vari regni e principati tedeschi. Insomma, il duca di Wellington aveva qualche difficoltà a farsi capire dai suoi stessi soldati e nessuno cantava <em>God Save The King</em>, inno di cui pure ci sarebbe stato bisogno perché il re era Giorgio III, che era matto e aveva dovuto essere rinchiuso già nel 1811.</p>
<p>Certo, si possono costruire gli imperi anche con truppe coloniali e mercenarie, quindi si potrebbe sostenere che Waterloo fu una vittoria della Gran Bretagna anche se nei suoi reggimenti c’erano dei poveracci provenienti da mezza Europa, arruolati “perché hanno messo incinta la ragazza, altri perché sono ricercati e molti di più per la smania di ubriacarsi” come disse lo stesso Wellington. Il problema è che la battaglia non fu vinta dagli inglesi, che nel pomeriggio erano disperati e stavano per cedere di fronte agli assalti dei francesi, ma dai prussiani, che arrivarono al momento giusto.</p>
<p>Ricapitoliamo: la coalizione che combatteva Napoleone era europea e comprendeva anche austriaci e russi (che non fecero in tempo ad arrivare). Delle truppe effettivamente impiegate a Waterloo il 18 giugno, due terzi erano tedesche. I prussiani erano stati sconfitti a Ligny due giorni prima e si erano ritirati verso Wavre, lasciando gli inglesi alle porte di Bruxelles: Waterloo è 12 chilometri a sud della capitale belga. Il piano di Napoleone era di distruggere anche gli inglesi prima che i due pezzi dell’esercito alleato potessero riunirsi.</p>
<p>In realtà, la battaglia iniziò tardi e Napoleone, già alle 13, aveva intravisto le avanguardie  prussiane verso Est, dalla parte di Chapelle-St. Lambert. Gli attacchi della cavalleria di Ney verso le 15,30 furono un tentativo disperato di sfondare il centro della linea di Wellington prima dell’arrivo dei rinforzi prussiani. Era una scommessa rischiosa e i quadrati di fanteria inglesi riuscirono a respingere le cariche, senza farsi prendere dal panico; i corazzieri francesi fallirono nel tentativo di aprire un varco nelle linee di Wellington, una falla che sarebbe poi stata sfruttata dalla fanteria provocando il collasso dello schieramento nemico prima che le truppe di von Bülow rovesciassero la situazione.</p>
<p>Come finì è noto: il centro inglese resse, i prussiani investirono l’ala destra dello schieramento francese, la Vecchia Guardia si trovò presa tra due fuochi e, improvvisamente, il panico si diffuse fra le esauste truppe di Napoleone, come si legge anche nella <em>Certosa di Parma</em> di Stendhal: “Il reggimento, attaccato all’improvviso da nugoli di cavalleria prussiana, dopo aver creduto tutto il giorno nella vittoria, batteva in ritirata o per meglio dire scappava in direzione della Francia”. Il protagonista Fabrizio del Dongo chiede informazioni alla vivandiera che lo ha raccolto e questa risponde: “Siamo spacciati, piccino mio; c’è che la cavalleria dei prussiani ci accoppa a sciabolate, nient’altro che questo c’è”. Gli alleati rimasero padroni del campo, Wellington e Blücher si incontrarono verso le dieci di sera, qualche giorno dopo Napoleone abdicò e fu esiliato a S. Elena.</p>
<p>Waterloo inaugurò un’era di dominio anglosassone sull’Europa? Gli avidi banchieri della City iniziarono allora a succhiare il sangue delle indifese nazioni sul continente? La perfida Albione ci ha sfruttato per quasi duecento anni come suggerisce Tremonti? Non proprio. Il Congresso di Vienna, che si concluse negli stessi giorni, finì con il trionfo della Russia (che inghiottì la Polonia e la Finlandia) e soprattutto della Prussia, che pose le basi dell’unificazione tedesca impadronendosi del Reno-Westfalia e riducendo a 38 gli staterelli tedeschi (da 360 che erano). Ci sarebbero voluti altri 56 anni, ma l’impero tedesco alla fine sarebbe stato proclamato nel 1871. Se proprio si vuol parlare di “egemonia atlantica” sull’Europa occorre spostare le date parecchio più in qua: dopo due guerra mondiali ci fu il piano Marshall (1948) e la fondazione della NATO (1949). Quanto all’imperialismo inglese, sarebbe stata tenuto fuori dalla Comunità Europea fino al 1973.</p>
<p>Durante un comizio in Piemonte in aprile 2010, il nostro aspirante storico delle relazioni internazionali disse a una platea entusiasta: “Noi non leggiamo libri, mangiamo agnolotti”. Sugli agnolotti non posso che essere d’accordo: il mio nonno materno era di Casteggio, poi emigrato a Venezia; ogni domenica, dopo avermi concesso una seconda porzione, mi dava anche un affettuoso scappellotto dicendo: “Stüdia, cit!”. Ecco, il problema di Tremonti è che da piccolo gli davano gli agnolotti senza dirgli di studiare.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/09/carta-strampalata-n-42/">carta st[r]amp[al]ata n.42</a></p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.41</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Aug 2011 08:30:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Don_Quijote.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Torna Ferragosto e tornano i pirati. Bandiere al vento, abbordaggi con la sciabola tra i denti: Pietro Citati è rientrato dalle ferie e scodella ai lettori del Corriere una doppia pagina  in cui le storie di mare che lo appassionano si mescolano con la vita del grande Cervantes.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/24/carta-strampalata-n-41/">carta st[r]ampa[la]ta n.41</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Don_Quijote.jpg"><img class="size-medium wp-image-39915 alignleft" style="margin: 6px;" title="Don_Quijote" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Don_Quijote-224x300.jpg" alt="" width="224" height="300" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Torna Ferragosto e tornano i pirati. Bandiere al vento, abbordaggi con la sciabola tra i denti: Pietro Citati è rientrato dalle ferie e scodella ai lettori del Corriere una doppia pagina  in cui le storie di mare che lo appassionano si mescolano con la vita del grande Cervantes. L’anno scorso aveva intrattenuto i lettori di Repubblica (20 agosto 2010) con una recensione di <em>L’Odissea di Elizabeth Marsh</em>, un libro di Linda Colley che palesemente non aveva letto, quest’anno il nostro critico si esercita sul tema “Cervantes alla guerra d’Inghilterra”, che poi sarebbe la spedizione della flotta di Filippo II, l’<em>Invencible Armada</em>. Il titolista del Corriere aggiunge che “<em>Il «Don Chisciotte» nacque dopo il disastro dell’ Invencible Armada</em>” (15 agosto, p. 28).</p>
<p>E’ innegabile che il Don Chisciotte sia nato dopo il disastro dell’ Invencible Armada, così come dopo la battaglia di Lepanto (1571), la scoperta dell’America (1492) e la costruzione della Cappella Sistina (1481): il primo volume fu pubblicato nel 1605 e la spedizione spagnola era avvenuta nel 1588; che le due cose siano in relazione fra loro, come implica il titolo, è però alquanto azzardato. Il nesso dovrebbe essere il fatto che Cervantes lavorò per un breve periodo come commissario addetto alla requisizione di vettovaglie per la spedizione.</p>
<p><span id="more-39914"></span></p>
<p>Secondo Citati, in questo lavoro l’autore spagnolo “era solo, indifeso, senza appoggi: senza un soldo perché lo Stato non gli versava lo stipendio”. Come il suo Don Chisciotte, Cervantes vagava per l’Andalusia armato di null’altro che della propria lingua sciolta: “con i contadini cercava di usare le buone parole”.</p>
<p>In realtà, Cervantes era una delle rotelline dell’immenso ingranaggio governativo che preparava la spedizione, i cui principali responsabili – Luis Hezar e Francisco Duarte di Cadice &#8211; avevano mandato alla flotta rifornimenti insufficienti, insalubri e nocivi. Non a caso il duca di Medina Sidonia, che era un efficiente amministratore (e non “uno che non capiva nulla di navi” come scrive Citati) fece spogliare il Portogallo di ogni sacco di farina o barile di pesce salato disponibile per garantire ai suoi galeoni un minimo di provviste. Quindi Cervantes “collaborò” alla spedizione né più né meno che le migliaia di funzionari, preti e spie che il re di Spagna aveva mobilitato per preparare l’impresa ma non mise mai piede a bordo di una nave.<br />
Anche perché finì in prigione.</p>
<p>Già, apparentemente il commissario Cervantes aveva un po’ imbrogliato i conti e, quando i superiori gli chiesero dove fossero finite certe merci requisite non fu in grado di dare risposte convincenti. Fu più fortunato di alcuni dei pezzi grossi addetti ai rifornimenti, che nel 1589 finirono impiccati per aver adulterato la farina o barato sulle consegne.</p>
<p>A Citati, comunque, piacciono le tempeste, le battaglie, le navi con le vele spiegate, quindi sorvola su come sia finito lo scrittore (secondo lui privo della mano destra: in realtà era la sinistra) e passa a descrivere  l’avventura dell’Invencible Armada. Peccato che date, tonnellaggi e miglia marine siano un mondo con cui il critico ha poca familiarità. Per esempio, scrive che le navi partirono il 20 luglio “verso le coste dell’Inghilterra, dove giunsero due giorni dopo”. Ora, da La Coruña a Plymouth ci sono parecchie centinaia di miglia  di oceano e la flotta di Filippo II procedeva raramente a una velocità superiore ai due nodi l’ora; per risalire la costa del Portogallo (160 miglia) aveva impiegato 13 giorni. Quindi due giorni chiaramente non sarebbero bastati.</p>
<p>In realtà, come spiega Neil Hanson in <em>The Confident Hope of a Miracle</em>, la più completa e recente storia della tentata invasione, l’Armada incontrò una tempesta che in parte la disperse e avvistò le coste inglesi solo il 29 luglio. Il particolare è di una certa importanza perché, se fosse arrivata prima, avrebbe trovato la flotta di Drake e degli altri ammiragli-pirati bloccata in porto a Plymouth a causa della mancanza di vettovaglie e delle proteste degli arruolati per la tirchieria e l’inefficienza di chi avrebbe dovuto rifornire le loro navi. Quindi, se Medina Sidonia fosse arrivato qualche giorno prima sarebbe finita come a Pearl Harbour: un disastro per i marinai sorpresi all’ancora.</p>
<p>La tesi di fondo di Citati è che gli spagnoli furono sconfitti perché “Era giunto il tempo delle piccole navi da cento, duecento o anche settanta tonnellate: costavano poco, erano più rapide, tenevano meglio il mare e il vento e portavano cannoni più lunghi e leggeri”. Infatti: gli spagnoli avevano inventato delle fregate velocissime di appena 60 tonnellate, le gallizabras, mentre una delle navi di Drake, la Thomas che fu usata come nave incendiaria in uno degli scontri al largo della costa francese, aveva una stazza di 200 tonnellate e altri galeoni inglesi raggiungevano le 325 o più.</p>
<p>Per essere del tutto onesti con il frettoloso ammiraglio Citati, va detto che effettivamente gran parte delle navi spagnole erano più pesanti e lente di quelle inglesi ma la ragione era che molte erano navi da carico, frettolosamente trasformate in navi da guerra per rafforzare la spedizione. Il problema non era il tonnellaggio ma il fatto che l’artiglieria inglese era tecnologicamente avanti di anni rispetto a quella spagnola.</p>
<p>L’Armada aveva pochi cannoni e, soprattutto, erano bocche da fuoco inaffidabili, lentissime da ricaricare, imprecise, raramente servite da artiglieri specializzati come accadeva sulle navi di Elisabetta I. Nell’unico scontro frontale della spedizione, quello avvenuto il 9 agosto al largo di Gravelines, le navi inglesi spararono migliaia di colpi, in gran parte a segno, senza subire alcun danno dall’artiglieria spagnola (d’altra parte, i robusti galeoni spagnoli incassarono il bombardamento con molte perdite ma rimanendo a galla e riuscendo a fare rotta verso nord per tornare in patria).</p>
<p>Durante la navigazione al largo della Scozia e dell’Irlanda, “le tempeste e le navi inglesi affondarono molte galere”. A parte il fatto che le “galere” (navi a remi usate nel Mediterraneo) erano una parte insignificante della spedizione, le “navi inglesi” non affondarono proprio nulla perché, dopo la battaglia di Gravelines, abbandonarono la caccia e tornarono a presidiare il canale della Manica e le coste meridionali. Lo scopo della spedizione spagnola era permettere un’invasione, che avrebbe dovuto essere condotta dall’esercito delle Fiandre: una volta mancato l’appuntamento tra Medina Sidonia e le truppe di Alessandro Farnese a Dunkerque per gli inglesi non c’era motivo per inseguire l’Armada, che fu distrutta dalle tempeste e, soprattutto, dalle malattie e dalla mancanza di cibo e acqua.</p>
<p>Per fortuna, Cervantes era rimasto a terra e, una quindicina d’anni dopo, potè scrivere il <em>Don Chisciotte</em>. Da non confondersi con <em>Moby Dick</em>.</p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.40</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Mar 2011 07:38:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/giuda_giotto_s.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Mercoledi 2 marzo, commentando un articolo delle pagine culturali di <em>Repubblica</em> in cui si parlava di Giuda, la trasmissione <em>Pagina Tre</em> ha definito l’apostolo rinnegato “una figura controversa”. Proprio così: “controversa”. </p>
<p>Giuda Iscariota.</p>
<p>Secondo il mio dizionario “Devoto-Oli, una cosa è “controversa” quando esistono in merito opinioni differenti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/09/carta-strampalata-n-40/">carta st[r]ampa[la]ta n.40</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/giuda_giotto_s.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/giuda_giotto_s.jpg" alt="" title="giuda_giotto_s" width="293" height="319" class="alignleft size-full wp-image-38345" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Mercoledi 2 marzo, commentando un articolo delle pagine culturali di <em>Repubblica</em> in cui si parlava di Giuda, la trasmissione <em>Pagina Tre</em> ha definito l’apostolo rinnegato “una figura controversa”. Proprio così: “controversa”. </p>
<p>Giuda Iscariota.</p>
<p>Secondo il mio dizionario “Devoto-Oli, una cosa è “controversa” quando esistono in merito opinioni differenti. Dal che devo dedurre che ci sono dei fanatici di Giuda, dei sostenitori di Giuda, dei critici moderati di Giuda e  dei “cerchiobottisti” su Giuda, questi ultimi guidati da Pigi Battista: aspettiamo un editoriale del <em>Corriere</em> in merito.<br />
<span id="more-38344"></span><br />
Per dare voce ai sostenitori di Giuda si potrebbe organizzare una bella puntata di <em>Porta a porta</em>, in cui Sgarbi e la Santanchè difenderebbero Giuda, mentre il compito di illustrare le ormai screditate tesi dei Vangeli sul suo presunto tradimento sarebbe affidato a Nicole Minetti (se costei fosse trattenuta dalle sue vicende giudiziarie, anche Alba Parietti potrebbe andare bene).</p>
<p>L’idea di definire Guda “una figura controversa” apre la strada a interessanti sviluppi sulle cosiddette pagine culturali: a quando una serie sui meriti di Hitler, una “figura complessa”? E possiamo fare a meno di un’approfondita inchiesta sull’umanesimo di Pol Pot, sicuramente una “figura da rivalutare”? Non vi piacerebbe un reportage sulla “dubbia figura” di Tamerlano, visto dal punto di vista di una delle sue guardie del corpo?</p>
<p>Una “figura controversa” è stata probabilmente anche Stalin, quanto meno fino al 1956, quando Krusciov fornì alcuni particolari sui processi di Mosca e i gulag. Sono passati 55 anni (cifra tonda) è il momento per rimettere in discussione le semplificazioni opera della propaganda imperialista.</p>
<p>Sono sicuro che Giuliano Ferrara non si farebbe pregare per pubblicare un ritratto di Torquemada visto dal suo fornitore di legna da ardere e fiammiferi (una “figura dubbia”) e Vittorio Feltri, tornato a scrivere dopo la fine della sospensione di tre mesi inflittagli da quei feroci giacobini dell’Ordine dei giornalisti, potrebbe recuperare in chiave positiva una “figura affascinante” come il Dr. Josef Mengele. Quanto ad Alessandro Sallusti, pare sia già in produzione un canotto gonfiabileda allegare al numero del 1° luglio del suo Giornale: avrà le fattezze di un’altra &#8221; figura tragica&#8221;: Benito Mussolini. </p>
<p>L’ingiustamente calunniato Jack lo Squartatore non era forse una “figura controversa” anche lui? E Jeffrey Dahmer (quello che si mangiava gli ex morosi tenuti qualche tempo nel freezer) non potrebbe essere definito una “figura discussa”?</p>
<p>Tra gli intellettuali italiani c’è ormai un consenso generalizzato sul carattere violento e totalitario delle “verità precostituite” della sinistra, quindi Piero Ostellino potrebbe intervenire su Giuda per difendere il principio liberale “meglio 30 denari che un pugno sui denti” mentre il ministro Biondi scriverebbe su: “Il caso Iscariota: la verità 2000 anni dopo” e Susanna Tamaro potrebbe tornare ai fasti degli anni Ottanta con il nuovo libro: “Va’ dove ti porta Giuda”.</p>
<p>A proposito: Ratzinger ha appena scritto un nuovo libro. Dice che Giuda era innocente.</p>
<p>(No, non è uno scherzo, dice proprio così. Io vi scrivo da Salt Lake City dove ho trovato asilo politico-intellettuale fra i mormoni).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/09/carta-strampalata-n-40/">carta st[r]ampa[la]ta n.40</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n. 38</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Dec 2010 09:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/mappamondo_omini_410.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>“Fmi, Cina e India prendono il comando” titola in prima pagina <em>Repubblica</em> del 7 novembre. Spaventato da questo annuncio sul dilagare del Pericolo Giallo, lo zio Evaristo si è precipitato in agenzia a comprare un biglietto di sola andata per gli Stati Uniti, dove una gentile impiegata gli ha però fatto presente che il più grande creditore dell’America è appunto la Cina e quindi sarebbe caduto dalla padella nella brace.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/01/carta-strampalata-n-38/">carta st[r]ampa[la]ta n. 38</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/mappamondo_omini_410.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/mappamondo_omini_410.jpg" alt="" title="mappamondo_omini_410" width="390" height="292" class="alignnone size-full wp-image-37380" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>“Fmi, Cina e India prendono il comando” titola in prima pagina <em>Repubblica</em> del 7 novembre. Spaventato da questo annuncio sul dilagare del Pericolo Giallo, lo zio Evaristo si è precipitato in agenzia a comprare un biglietto di sola andata per gli Stati Uniti, dove una gentile impiegata gli ha però fatto presente che il più grande creditore dell’America è appunto la Cina e quindi sarebbe caduto dalla padella nella brace.</p>
<p>Lo zio Evaristo se ne è andato dopo aver ordinato alla povera ragazza di trovargli un volo <em>one-way</em> per Vanuatu  e io non sono riuscito a convincerlo a rimanere a largo Fochetti neppure mostrandogli la p. 15 di Repubblica dello stesso giorno: lì c’era la tabella delle nuove quote di Cina e India nel Fondo Monetario: 6,39% la prima, 2,75% la seconda. Totale: 9,14%, un po’ poco per “prendere il comando”. Aggiungiamoci pure il Brasile, che ora ha il 2,32% e si arriva solo all’11,46% che non sembra un pacchetto azionario decisivo.<br />
<span id="more-37349"></span><br />
Anche se la quota americana è calata, infatti, gli Stati Uniti restano i primi azionisti con il 17,41% (quasi il doppio di Cina e India messe insieme), poi c’è il Giappone con il 6,46%, poi Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia che insieme hanno il 17,21%, cioè anche loro un bel po’ di più dei nuovi arrivati. </p>
<p>Altri numeri: in un articolo non privo d’interesse, Raffaella De Santis e Dario Pappalardo intervistano vari scrittori sui loro mezzi di mantenimento, tra cui Antonio Pennacchi, l’autore di <em>Canale Mussolini</em>, che “non dimentica il proprio passato da operaio. «Sono uscito nel &#8216; 99 dalla fabbrica, 50 anni di fabbrica. Fabbrica di cavi elettrici e telefonici di Latina. I primi libri li leggevo la notte ai miei compagni di lavoro»” (<em>Repubblica</em>, 2 novembre 2010, p. 58). </p>
<p>Ora, nessuno è obbligato a conoscere le date di nascita degli scrittori ma si sa che Pennacchi, pur non avendo l’età di Ruby Rubacuori, non è nemmeno Matusalemme; un paio di clic su Wikepedia avrebbero permesso di accertare, senza nemmeno disturbare l’ufficio stampa Mondadori, che Pennacchi è nato il 26 gennaio 1950, cioè ha sessant’anni. Ora, se avesse passato mezzo secolo in fabbrica prima del 1999, come dice, questo ci porterebbe al 1949: in fabbrica fin dalla pancia della mamma? </p>
<p>Un altro tema interessante per i futuri antropologi che studieranno l’Italia berlusconiana è la psicologia dei redattori del <em>Giornale</em>, che hanno ormai assunto la mentalità dei soldati giapponesi dispersi nella giungla in Indonesia e nelle Filippine dopo il 1945: malgrado tutti gli sforzi di far capire che la guerra è finita loro resistono e sparano agli intrusi. Prendete il tema della legge elettorale, per esempio: la legge attuale con il premio di maggioranza non ha difensori in grado di intendere e volere. Al <em>Giornale</em>, invece, si lanciano come kamikaze sul tema delle liste bloccate, sostenendo “E’ così in tutta Europa” (8 novembre, p. 5).</p>
<p>Il breve articolo, tentando di giustificare la legge italiana, cita i casi della Spagna, del Portogallo, della Germania, dell’Inghilterra e della Francia, cioè 5 stati sui 27 che compongono l’Unione Europea: un po’ poco per trarre la conclusione “E’ così in tutta Europa”, giusto?</p>
<p>Ma le affermazioni ballerine sono appena cominciate: “Pure in Germania le liste bloccate sono la regola” sostiene l’articolo, “in un sistema proporzionale puro con sbarramento al 5%”. Ora, un sistema proporzionale “puro” non avrebbe alcuno sbarramento, altrimenti si parla di proporzionale “corretta” perché limita l’ingresso in parlamento ai partiti che raggiungano una certa percentuale di voti. Ma il bello viene dopo: “Al Bundestag sono ammessi due voti, uno per eleggere il candidato nel collegio uninominale, il secondo per esprimere la preferenza per una delle liste (immodificabili)”. Ora, se si vota per un collegio uninominale, il tema delle liste bloccate (anziché con preferenze) c’entra come i cavoli a merenda: i cittadini votano, o non votano per un unico candidato nel collegio, quindi il problema di non-scelta creato dalle liste bloccate della legge italiana attuale non esiste.</p>
<p>Questo sistema di collegi uninominali è appunto quello in vigore in Gran Bretagna, dove non esistono “liste” di alcun tipo: nel collegio di Oxford esiste il candidato conservatore,  quello laburista e quello liberaldemocratico: si vota la persona e il partito contemporaneamente. Dovrebbe essere comprensibile anche per i giapponesi che hanno giurato fedeltà a Feltri e Sallusti ma apparentemente no: “In Inghilterra i cittadini userebbero “un sistema maggioritario a turno unico, caso unico in Europa, con liste però non bloccate”.</p>
<p>Più svarioni che parole: il sistema è basato su collegi uninominali, maggioritario nei suoi effetti, ma di per sé nulla impedisce che percentuali di voto e percentuali di seggi coincidano perfettamente, al contrario di quanto accade in Italia, dove la legge prevede un premio di maggioranza che garantisce almeno 340 seggi alla lista più votata. Quanto alle liste “non bloccate”,  in un sistema di circoscrizioni uninominali non ci sono liste: lo dice la parola stessa (uni-nominale: un nome). Le liste sono una caratteristica dei sistemi proporzionali dove si devono eleggere, supponiamo, 20 deputati in una circoscrizione. In Gran Bretagna ogni cirscoscrizione (650 in tutto) ha un solo deputato, quindi niente liste, né bloccate, né aperte, né compatte,  né fisse, né portatili, né impermeabili, né color fucsia, né a forma di fungo. <em>Claro, Señor?</em></p>
<p>[l'immagine in apice viene da <a href="http://www.vocidallastrada.com/2010/04/il-fondo-monetario-europeo-e.html">qui</a>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/12/01/carta-strampalata-n-38/">carta st[r]ampa[la]ta n. 38</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.37</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/11/24/carta-strampalata-n-37/</link>
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		<pubDate>Wed, 24 Nov 2010 09:30:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/repubblica_italiana2.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Al soccorso della ridotta berlusconiana, ormai simile al sogno nazifascista di un’estrema resistenza sulle Alpi dopo l’aprile 1945, arriva l’intellettuale di riferimento della destra, Marcello Veneziani, che nell’editoriale del <em>Giornale</em> (15 novembre) spiega a Galli della Loggia: “La guerra è appena cominciata”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/24/carta-strampalata-n-37/">carta st[r]ampa[la]ta n.37</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/repubblica_italiana2.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/repubblica_italiana2.jpg" alt="" title="repubblica_italiana2" width="336" height="355" class="alignnone size-full wp-image-37290" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Al soccorso della ridotta berlusconiana, ormai simile al sogno nazifascista di un’estrema resistenza sulle Alpi dopo l’aprile 1945, arriva l’intellettuale di riferimento della destra, Marcello Veneziani, che nell’editoriale del <em>Giornale</em> (15 novembre) spiega a Galli della Loggia: “La guerra è appena cominciata”. Sallusti, Veneziani e la Santanchè apparentemente aspettano le “armi segrete” di Berlusconi che dovrebbero rovesciare il corso della guerra e far trionfare il Reich per mille anni. Li ritroveremo in Valtellina, armati fino ai denti, in compagnia delle ceneri di Dante, come proponeva il gerarca Pavolini nell’aprile 1945?</p>
<p><span id="more-37278"></span></p>
<p>Gran parte dell’articolo, intitolato “Da quando i comici fanno i politici, gli storici hanno deciso di fare i comici” ha però come bersaglio Paul Ginsborg, lo storico di origine inglese, che ha recentemente pubblicato da Einaudi <em>Salviamo l’Italia</em>, definito da Veneziani un “libretto che dovrebbe far vergognare la categoria degli storici”.</p>
<p>Non è del tutto chiaro quali siano le qualificazioni del nostro Heidegger di Bisceglie per impartire lezioni a Ginsborg, visto che non risulta abbia mai insegnato storia in una università, nemmeno la Vita-San Raffaele di don Verzè, e la sua vasta bibliografia manca di ricerche storiche vere e proprie, pur spaziando da <em>La sposa invisibile</em> fino a<em> Sul destino</em>, passando per <em>La cultura della destra</em>. Il prolifico Veneziani ha trovato il tempo di occuparsi di ’68, di Lega Nord, di filosofi “comunitari”, di fare l’elogio della “tradizione” e di scagliarsi <em>Contro i barbari</em> ma non risulta abbia mai prodotto neppure un Bignami di storia per gli istituti tecnici.</p>
<p>Senza farsi intimidire da quello che definisce lo “storico violaceo che viene dall’Inghilterra”, Veneziani  produce una lunga lista di contestazioni: “Apprendo poi che la Repubblica italiana è nata nel ’48, e dunque il referendum del 2 giugno del ’46 è una bufala e il primo presidente della Repubblica, De Nicola, tra il ’46 e il ’48 era dunque solo un clandestino, un abusivo napoletano”. L’ironia è giustificata da quello che appare un lapsus calami: “la Repubblica italiana, fondata nel 1948…” scrive Ginsborg a p. 14 del suo libro. In realtà, bastava andare a p. 66 per scoprire che l’autore è perfettamente al corrente del referendum del 1946 ma si riferisce ai due anni successivi come ad un “processo di fondazione” che si chiude solo con l’entrata in vigore della Costituzione, il 1° gennaio 1948 e quindi, al massimo, gli si può rimproverare di essere stato sbrigativo e un po’ criptico nello scrivere “fondata nel 1948”. </p>
<p>Veneziani, un cultore del verbo “apprendere” (usato 4 volte nelle 4 mezze colonnine di p. 2), continua così: “Apprendo persino che Dante è sepolto a Firenze e non, come sanno pure i bambini sin dalle elementari, a Ravenna”. Ginsborg ha scritto davvero così, “Dante è sepolto a Firenze”? Non proprio. Questo è il testo originale: “Nella Basilica di Santa Croce a Firenze, trasformatasi col tempo nel Pantheon della grandezza italiana, fra la tomba di Machiavelli e quella di Dante, si trova il sepolcro del drammaturgo e poeta Vittorio Alfieri, oggi certo molto meno noto dei suoi due illustri compatrioti…”. Tutta la pagina riguarda il monumento di Canova, dominato da una figura femminile che rappresenta l’Italia: la tomba di Dante è citata solo en passant. Forse i bambini delle elementari lo ignorano ma gli adulti che hanno a disposizione Wikipedia dovrebbero sapere che il sepolcro in Santa Croce, apprestato per ospitare le ossa di Dante nel 1829, fu una delle tappe della guerra tra Firenze e Ravenna per impadronirsi delle spoglie del poeta, guerra iniziata addirittura nel 1519 e proseguita per secoli (gli ultimi spostamenti dei resti di Dante risalgono alla seconda guerra mondiale) finora a vantaggio di Ravenna. Quindi, se è vero che la “tomba” del poeta fiorentino si trova in Romagna, non è meno vero che Ginsborg mai ha sostenuto che Dante fosse “sepolto” a Firenze. </p>
<p>Veneziani, però, ha ben altre frecce al suo arco: Ginsborg scriverebbe varie sciocchezze, tra cui “che il clientelismo nasce per colpa della Chiesa (ma i clientes, caro storico, esistevano già nell’antica Roma precristiana)”. Infatti, il testo che Veneziani evidentemente non ha letto, a p. 96 spiega: “Nel caso dell’Italia il clientelismo risale ai tempi dell’antica Roma, quando fra patrono e cliente veniva stabilito un patto formale in cui il secondo giurava fedeltà al primo ricevendone in cambio una serie di garanzie giuridiche riguardanti il comnportamento del patrono”. Nel subcapitolo dedicato a questo argomento, lungo sei pagine, esiste un solo paragrafo che parla della Chiesa, per dire che “Esiste un forte legame tra il clientelismo e le prassi sociali a lungo termine della Chiesa, che ha sempre incoraggiato una cultura di sottomissione e docilità nei confronti delle gerarchie sociali, accompagnata da complesse strutture di mediazione, sia spirituali sia mondane, individuali e collettive” (p. 98). Un po’ più complicato di come la fa il nostro censore di Bisceglie, a quanto pare.</p>
<p>Il collaboratore del <em>Giornale</em> non demorde: “Poi apprendo che Gioberti era razzista, confondendo il primato morale e civile degli italiani con il primato biologico e zoologico della razza”. A dire la verità “zoologico”, secondo il mio dizionario Devoto Oli, si riferisce al mondo animale e quindi non si vede cosa c’entri con i ragionamenti di Ginsborg su Gioberti, che era un uomo del suo tempo e non esitava a scrivere: “L’imitazione ci è tanto più interdetta, che il legnaggio pelasgico [la razza italiana] è la stirpe regia della gran famiglia giaipetica del ramo indogermanico; onde la nostra linea [razziale] sovrastando per l’antichità dell’incivilimento e per gli altri privilegi ricevuti dal cielo alle altre schiatte d’Europa, non può essere moralmente ligia a nessuna”. Questa prosa barocca e ampollosa viene definita da Ginsborg “uno di quei deliri di supremazia razziale tanto cari ai nazionalisti di ogni paese”: francamente sembra il minimo che si possa dire, tanto più che l’autore si affretta addirittura ad aggiungere che “l’opera di Gioberti, nonostante gli eccessi, sostiene una tesi che godeva di vasti consensi” nell’Italia di allora.</p>
<p><em>In cauda venenum</em>, l’editoriale cita il passo del libro in cui si dice che Berlusconi usa “poco manganello e niente olio di ricino” e commenta: “mi sono perso le squadracce berlusconiane che manganellano, ma poco, i loro avversari”. Veneziani forse ha rimosso i fatti di Genova nel 2001, quando squadracce di polizia berlusconiana caricarono i manifestanti che protestavano pacificamente, ne ammazzarono uno (Carlo Giuliani) e ne massacrarono alcune centinaia nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, fatti per i quali la sentenza del processo d’appello del marzo 2010 ha chiarito le responsabilità degli agenti. Secondo i pm Vittorio Ranieri Miniati e Patrizia Petruzziello, “ragazzi e ragazze arrestati durante le manifestazioni furono picchiati, tenuti ore e ore in piedi con le mani alzate, accompagnati in bagno e lasciati con le porte aperte, insultati, spogliati, derisi e minacciati di guai peggiori, tra cui la sodomizzazione”. Strano che Veneziani “si sia perso” gli avvenimenti di Genova: quella settimana conduceva “Prima pagina”, la rassegna stampa di Radio Tre e difendeva a spada tratta i poliziotti nelle risposte agli ascoltatori.</p>
<p>[l'immagine in apice viene da <a href="http://www.arealocale.com/images/cantastoria/repubblica_italiana2.jpg">qui</a>]</p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n. 36</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Nov 2010 09:30:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/feltri_15.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>“Poi c’è il Direttore, alto calvo con gli occhiali d’oro, con la barba grigia che gli vien sul petto, tutto vestito di nero e sempre abbottonato fin sotto il mento”. Di fronte a lui i ragazzi “entrano tutti tremanti in Direzione” o “scappano da tutte le parti” quando “appare a una cantonata”: pressappoco così doveva sentirsi Vittorio Feltri l’11 novembre, quando è stato convocato a Roma dall’Ordine dei giornalisti per discutere del caso Boffo, anche se nessuno dei consiglieri dell’Ordine che discutevano i provvedimenti disciplinari contro di lui sembra la controfigura del direttore della scuola di De Amicis nel libro <em>Cuore</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/16/carta-strampalata-n-36/">carta st[r]ampa[la]ta n. 36</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/feltri_15.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/feltri_15.jpg" alt="" title="feltri_15" width="250" height="347" class="alignleft size-full wp-image-37221" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>“Poi c’è il Direttore, alto calvo con gli occhiali d’oro, con la barba grigia che gli vien sul petto, tutto vestito di nero e sempre abbottonato fin sotto il mento”. Di fronte a lui i ragazzi “entrano tutti tremanti in Direzione” o “scappano da tutte le parti” quando “appare a una cantonata”: pressappoco così doveva sentirsi Vittorio Feltri l’11 novembre, quando è stato convocato a Roma dall’Ordine dei giornalisti per discutere del caso Boffo, anche se nessuno dei consiglieri dell’Ordine che discutevano i provvedimenti disciplinari contro di lui sembra la controfigura del direttore della scuola di De Amicis nel libro <em>Cuore</em>. Peraltro, non risulta che i dirigenti dell’Ordine abbiano mai sfoggiato il cipiglio di Beria, la ferocia di Torquemada o la propensione ai massacri di Pol Pot.<br />
<span id="more-37214"></span><br />
Sta di fatto che Feltri, mentre passeggiava nervosamente in corridoio in attesa della sentenza, ha pensato bene di rilasciare un’intervista  (11 novembre, p. 4) all’ottimo Luca Telese del <em>Fatto Quotidiano</em>, che questa settimana conduce la rassegna stampa del mattino su Radio Tre. Nell’intervista, Feltri si comporta come gli studenti di <em>Cuore </em>di fronte al “maestro di seconda, Coatti, un omone con una grande capigliatura crespa, una gran barba nera, due grandi occhi scuri, e una voce da bombarda; il quale minaccia sempre i ragazzi di farli a pezzi e di portarli per il collo in Questura, e fa ogni specie di facce spaventevoli”. </p>
<p>Alla domanda di Telese su come nacque il caso Boffo, Feltri risponde: “Mi portò la notizia Sallusti” (allora condirettore, ora direttore responsabile del <em>Giornale</em>). Telese: “Come nacque il titolo Velina ingrata con cui hai sputtanato Veronica?”( corredato da una foto dell’ex moglie di Berlusconi mentre si esibiva a seno nudo in teatro). Feltri: “Qualcuno, anzi … Sallusti, mi mise quella foto sul tavolo”. Telese: “Sallusti ci parla [con Berlusconi]?” Feltri: “E’ un paese libero, questo”. Telese: “Sallusti pensa che si debba fare quadrato [attorno a Berlusconi] tu che vada difesa la libertà [di critica]?” Feltri: “Messa così… sì”.</p>
<p>Per ragioni di spazio, Telese ha dovuto tagliare delle parti ugualmente interessanti dell’intervista, che qui riproduciamo per gentile concessione dell’autore:<br />
D. Il bilancio del giornale è migliorato?<br />
R. Perdevamo 22 milioni di euro, ora siamo a 7. Se non fosse per lo stipendio di Sallusti…<br />
Domanda: Oggi hai il raffreddore?<br />
Risposta: Sì, è Sallusti che lascia sempre la finestra aperta.<br />
D. Il medico cosa ti dice?<br />
R. E’ Sallusti che mi fa venire la pressione alta…<br />
D. Vedo che hai una macchiolina di ketchup sulla giacca<br />
R. Sì, è Sallusti che mi schizza quando andiamo in mensa e lui prende le patatine fritte…<br />
D. E il contratto miliardario che si diceva ti avesse fatto Berlusconi?<br />
R. Macché contratto miliardario! Per andare a sciare ho dovuto ricorrere al Gratta e Vinci.<br />
D. E com’è andata?<br />
R. Sallusti mi ha perso il tagliando vincente.</p>
<p>Evidentemente convinto da questa autodifesa, l’Ordine dei giornalisti ha ridotto la sospensione di Feltri dall’esercizio della professione da sei mesi a tre: come il Direttore deamicisiano che i ragazzi “chiamati per un rimprovero, non li sgrida, ma li piglia per le mani, e dice tante ragioni, che non dovevano far così, e che bisogna che si pentano, e che promettano d’esser buoni, e parla con tanta buona maniera e con una voce così dolce che tutti escono con gli occhi rossi, più confusi che se li avesse puniti”.</p>
<p>[l'immagine in apice viene da <a href="http://3.bp.blogspot.com/_R7mXhe9MvO8/SAsUr-cS_UI/AAAAAAAAALg/-BUTPg1sU4g/s400/feltri_15.jpg">qui</a>]</p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.35</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Nov 2010 10:30:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/TeaParty_web.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Elezioni del Congresso negli Stati Uniti: trionfa il partito del tè. Netta sconfitta del partito del caffè, mentre alcuni risultati interessanti hanno ottenuto il partito della camomilla e quello della tisana al finocchio. Il partito della verbena e quella della rosa canina non hanno raccolto consensi fra gli elettori.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/09/carta-strampalata-n-35/">carta st[r]ampa[la]ta n.35</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/TeaParty_web.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-37157" title="TeaParty_web" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/TeaParty_web-300x210.jpg" alt="" width="300" height="210" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Elezioni del Congresso negli Stati Uniti: trionfa il partito del tè. Netta sconfitta del partito del caffè, mentre alcuni risultati interessanti hanno ottenuto il partito della camomilla e quello della tisana al finocchio. Il partito della verbena e quella della rosa canina non hanno raccolto consensi fra gli elettori.</p>
<p>Martedì 2 e mercoledì 3 novembre sono state giornate faticose nelle redazioni, costrette a produrre pagine su pagine su un argomento –l’America- che confonde le idee anche ai più diligenti. Più o meno tutti i giornali si riferiscono alla galassia di gruppi sotto l’etichetta “Tea Party” come al “partito del tè”. Naturalmente, “party” significa anche “partito” ma, nel caso specifico, ha invece lo stesso significato che nello spot televisivo con George Clooney: “No Martini, no party”. Il riferimento è proprio a una festa, un party, come fu ironicamente battezzata l’incursione dei coloni americani nel porto di Boston il 16 dicembre 1773, quando i rivoluzionari gettarono in mare un carico di tè per protestare contro le tasse imposte dal parlamento inglese. I gruppi nati l’anno scorso per protestare contro gli aumenti delle tasse e l’aumento del deficit che attribuiscono ad Obama hanno scelto questo riferimento alla prima rivolta antifiscale della storia americana, un party che diede il via alla lotta per l’indipendenza.</p>
<p><span id="more-37154"></span></p>
<p>A dare il via è <em>Repubblica</em> (2 novembre, p. 17) che proclama d’autorità Ron Paul “senatore” facendo della famiglia Paul l’unica nella storia della repubblica a mandare al Senato contemporaneamente padre e figlio (quest’ultimo, Rand, è infatti stato eletto in Kentucky). Saranno mica nepotisti al Senato americano? In realtà Ron Paul è deputato. Così come il futuro speaker della Camera  John Boehner, che viene ribattezzato <em>Bonheur</em>, “felicità” in francese. Lo svarione ritorna anche il 4 novembre, a p. 6: ah, <em>quelle bonheur</em> questi giornali!</p>
<p>Guardiamo al solitamente accurato <em>Avvenire</em>, dove non riescono ad azzeccare lo spelling del nome di un senatore americano neppure per sbaglio: il senatore del Nevada faticosamente rieletto si chiama Reid, e non Raid, quello del Tennessee <em>Alexander</em> e non Alexandre. Ma i refusi sarebbero perdonabili se il redattore non scrivesse che i democratici avanzano “in alcuni Stati chiave come la California, il Connecticut e il Delaware”. A parte che difficilmente il Delaware (popolazione 865.000 abitanti) può essere definito la chiave di alcunché, sarà bene ricordare che i democratici si sono limitati a mantenere un seggio che era nelle loro mani dal lontano 1973, quando fu eletto per la prima volta come senatore l’attuale vicepresidente Joe Biden.</p>
<p>Giovedi 4 perfino il diligentissimo <em>Fatto Quotidiano</em> si fa cogliere in fallo (p. 13), attribuendo a John Dingell, il deputato del Michigan rieletto, “altri 4 anni alla Camera”. Peccato che negli Stati Uniti si voti per la Camera ogni due anni e non ogni 4. La notizia continua così: “si candida a diventare il più longevo deputato della storia degli Usa. Per ora è terzo ma i primi due (Carl Hayden e Robert Byrd) sono arrivati a quota 56 e 57 anni”. Byrd, in realtà, era un senatore dal 1958 (è stato anche deputato ma solo per 6 anni, dal 1952 al 1958). Quanto a Hayden, anche lui era diventato senatore dopo essere stato deputato.</p>
<p>Anche al <em>Foglio</em>, dove sono tutti gasati per i Tea Party, fanno le cose più semplici di quanto non siano: “Si dice che sia stata [Sarah] Palin a selezionare molti candidati” (che fonti, che precisione, che incisività!) “e che oggi 48 dei 77 dei suoi prescelti siano stati eletti –percentuale trionfale” (4 novembre, p. 3). Beh, ammesso che i numeri siano giusti, i posti in palio in questa tornata elettorale erano 510: 435 deputati, 37 senatori e 38 governatori. Se davvero Sarah ha appoggiato 48 candidati che hanno vinto, la sua percentuale di successo è il 9,4%, non esattamente “trionfale”. Al <em>Foglio</em> omettono poi di precisare che quattro candidati fortemente sostenuti dalla Palin, Sharron Angle in Nevada, Ken Buck in Colorado, Christine O’Donnell in Delaware e Joe Miller in Alaska (lo stato di cui la Palin era governatore) sono stati sconfitti, privando i repubblicani di una possibile riconquista del Senato che avrebbe avuto un impatto politico enorme. Qualche altro trionfo come questi…</p>
<p>Torniamo a <em>Repubblica</em>, dove l’infografica che accompagna gli articoli è sempre fonte di curiosità, un po’ meno di notizie esatte. Il 4 novembre (p. 3) si dice che un Congresso diviso, con la Camera in mano a un partito e il Senato a un altro “ha pochissimi precedenti. L’ultima volta fu nel 1930”. Infatti, basta risalire al 2001 per trovare un Senato democratico e una Camera a maggioranza repubblicana. Poi si potrebbe citare il caso del 1981-87, sei anni in cui i repubblicani, trascinati dall’elezione di Ronald Reagan, furono maggioranza al Senato mentre i democratici controllavano la Camera. Per quanto riguarda Marco Rubio, il repubblicano della Florida frettolosamente etichettato “l’Obama dell’ultradestra” sarà forse una speranza del suo partito ma certamente non è il “neogovernatore della Florida” (p. 6) perché è stato eletto senatore.</p>
<p>Una tesi originale sui motivi della sconfitta dei democratici la offre Fiamma Nirenstein sul <em>Giornale</em> del 5 novembre. Per l’autrice, il presidente paga l’insicurezza in politica estera: “chi può dimenticarsi il profondo inchino di Obama a re Abdullah d&#8217;Arabia, o il discorso all&#8217;Università del Cairo, un misto di sensi di colpa e di improbabili mani tese verso l&#8217;Islam?” Ecco, l’americano medio che è rimasto disoccupato, magari ha perso la casa, non sa come arriverà a Natale poteva dimenticarsi il profondo inchino di Obama a re Abdullah? No di certo: chi di inchino ferisce, di inchino perisce.</p>
<p>[l'immagine in apice viene da<a href="http://nomoreabsolutes.wordpress.com/page/2/"> qui</a>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/09/carta-strampalata-n-35/">carta st[r]ampa[la]ta n.35</a></p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.34 &#8211; Good bye Ruby Tuesday</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/11/03/carta-strampalata-n-34/</link>
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		<pubDate>Wed, 03 Nov 2010 09:00:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/silvio-berlusconi.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Il problema di Silvio non sono i nemici, ahimé spesso confusi e pasticcioni, bensì gli amici: l’avvocato Ghedinescu giova alla sua immagine pubblica? E, quando si presenta in tribunale con una goccia di sangue all’angolo della bocca, risolve i guai giudiziari del presidente del consiglio?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/03/carta-strampalata-n-34/">carta st[r]ampa[la]ta n.34 &#8211; Good bye Ruby Tuesday</a></p>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Il problema di Silvio non sono i nemici, ahimé spesso confusi e pasticcioni, bensì gli amici: l’avvocato Ghedinescu giova alla sua immagine pubblica? E, quando si presenta in tribunale con una goccia di sangue all’angolo della bocca, risolve i guai giudiziari del presidente del consiglio? C’è chi ne dubita (lo stesso Berlusconi, ultimamente).</p>
<p>Tuttavia Ghedinescu appare come un fiero paladino, Orlando a Roncisvalle, se messo a confronto con quelli di <em>Libero</em> che, nella loro difesa del Satiro-in-Chief, rischiano di farlo finire a presto presto a Rebibbia, con la chiave della cella buttata nel Tevere… Inizia Maria Giovanna Maglie, che domenica 31 ottobre si esercitava in svariate colonne di contorsionismi sotto il titolo: “Da moralista incallita vi dico: la sinistra sfrutta le donne del Cav”. E cosa diceva la Maglie? Il presidente del Consiglio “ascolta i problemi personali delle signorine che gli portano a casa e in villa, le sfama, spende quattrini, fa regali, <em>spesso</em> senza favori sessuali in cambio…”</p>
<p>“Spesso”. C’è scritto proprio così: “<em>spesso</em> senza favori sessuali in cambio”. Ora, se c’è uno “spesso” c’è anche un “qualche volta”, giusto? Se Ghedinescu va dal procuratore di Milano a dirgli “il mio cliente invita a cena (ecc. ecc.) delle signorine spesso senza favori sessuali in cambio” la domanda seguente è: “Scusi, avvocato, e le altre volte?”. Forse Ghedinescu dovrebbe spiegare alla Maglie che “favori sessuali in cambio di denaro o di altra utilità economica” (per esempio gioielli, auto e regalie varie) ricadono precisamente nell’ipotesi di reato di cui all’ art. 600 bis del Codice Penale, intitolato “Prostituzione minorile”.<br />
<span id="more-37076"></span><br />
Forse Ghedinescu dovrebbe mandare un motociclista della Presidenza del Consiglio alla redazione di <em>Libero</em> (viale Majno 42 &#8211; 20129 Milano) con una copia del Codice e un segnalibro alla pagina dell’articolo 600 bis, dove si legge: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti sessuali con un minore di età compresa tra i quattordici e i diciotto anni, in cambio di denaro o di altra utilità economica, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni”. </p>
<p>A quanto pare, il grande cuore di Silvio, potrebbe costargli da sei mesi a tre anni, <em>salvo che il fatto costituisca più grave reato</em>. Ora, si sa che non solo l’ormai celeberrima Ruby ma anche Noemi Letizia era minorenne all’epoca delle affettuose telefonate con Papi. E la Maglie come lo difende? “A Casoria arrivarono le truppe cammellate a raccontare storie di una poco più che ragazzina, a interrogare compagni di scuola..”. Ecco, Ghedinescu, stenda un paio di memorie difensive basate su questi concetti: Noemi, all’epoca dei fatti, era “poco più che ragazzina”. Per quanto riguarda Ruby, “E’ grave pensare a un reato del premier”. Poi ci risentiamo da Guantanamo.</p>
<p>Lasciamo da parte Maria Giovanna Maglie e voltiamo pagina: Gianluigi Nuzzi intervista Lele Mora, sempre a proposito di Ruby, e il famoso procacciatore di carne fresca si difende così: “Mai e poi mai si poteva pensare che fosse minorenne. E mica gliene davo 19 o 20, ma non meno di 22-23 anni…”. A beneficio dei paladini di Silvio che scrivono su <em>Libero</em>, Ghedinescu potrebbe citare un precedente giuridico interessante: le dichiarazioni di Roman Polanski al giudice californiano che lo interrogava sui suoi rapporti sessuali con una minorenne. </p>
<p>Polanski ammise i fatti ma disse appunto che pensava che la ragazza avesse 18 anni. Risultato: prima della sentenza, per non correre il rischio di passare 50 anni dietro le sbarre, fu costretto a fuggire dagli Stati Uniti, dove non è più rientrato dal 1978 in poi. E nel 2009, come si sa, la giustizia americana ha chiesto il suo arresto e la sua estradizione alla Svizzera. Polanski è stato liberato dopo tanticchia settimane in carcere, e poi agli arresti domiciliari, ma la minaccia di finire su un volo diretto ad Alcatraz non è ancora del tutto scongiurata.</p>
<p>La Maglie e Nuzzi, appare chiaro, lavorano per il re di Prussia ma il direttore di <em>Libero</em>, Maurizio Belpietro, che fa? Scrive nel suo editoriale: “La storia è piena di capi di Stato puttanieri. Il più noto è John Fitzgerald Kennedy, il presidente americano ucciso a Dallas. Sulle sue avventure galanti sono stati scritti molti libri e in uno di questi Jed Mercurio, scrittore e sceneggiatore inglese, descrive l’uomo che più incarna il mito americano con le seguenti  frasi: «Egli ha sempre avuto donne &#8211; abbondantemente, in successione, contemporaneamente, sotto forma di amiche di famiglia o di società, ereditiere, modelle, attrici, conoscenze professionali, mogli di colleghi, ragazze incontrate ai ricevimenti, commesse, prostitute &#8211; fin da quando scoprì da ragazzo che le donne gli piacevano, e che lui piaceva alle donne». L’attivismo sotto le lenzuola di Kennedy è difficile da contestare, salvo che Belpietro sceglie una fonte non proprio impeccabile: Mercurio, infatti, di mestiere fa lo sceneggiatore televisivo, non lo storico o il biografo, e quello che cita Belpietro è un <em>romanzo</em> intitolato “American Adulterer”, come si può verificare <a href="http://www.guardian.co.uk/books/2009/mar/29/american-adulterer-jed-mercurio-jfk">qui</a>.</p>
<p>Il teleonnipresente Belpietro continua poi scrivendo che “Kennedy è il politico americano che più piace alla sinistra italiana” e che “Di questo atteggiamento  è prova vivente Walter Veltroni, che è innamorato perso dell’uomo della Nuova Frontiera, al punto da avergli addirittura dedicato una biografia”. Forse che sì, forse che no. Veltroni ha effettivamente scritto un libro su uno dei fratelli Kennedy ma non si trattava di John Fitzgerald bensì di Robert, il che era intuibile dal titolo <em>Il sogno spezzato. Le idee di Robert Kennedy</em> (i San Tommaso che volessero vedere la copertina possono trovarla <a href="http://www.unilibro.it/find_buy/Scheda/libreria/autore-veltroni_walter/sku-12432904/il_sogno_spezzato_le_idee_di_robert_kennedy_.htm">qui</a>).</p>
<p>E se vogliamo tornare alla tesi centrale dell’articolo, sarà anche vero che la storia è piena di capi di Stato puttanieri ma nessuno di loro pensava che il popolo sarebbe stato entusiasta di scoprire le loro performance: Luigi XIV esibiva volentieri le sue favorite ma –occorre ricordarlo?- <em>all’epoca il suffragio universale non era ancora stato inventato</em>. In tempi più recenti, Kennedy aveva bisogno della complicità di mezza Washington per nascondere le sue trasgressioni e Mitterrand non frequentava minorenni: semplicemente di famiglie ne aveva due, una delle quali tenuta ben nascosta fino alla morte. Era di grande cuore anche lui ma non telefonava alla Gendarmerie per far liberare le ninfette arrestate per furto da poliziotti crudeli.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/11/03/carta-strampalata-n-34/">carta st[r]ampa[la]ta n.34 &#8211; Good bye Ruby Tuesday</a></p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.33</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Oct 2010 11:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Territorio]]></category>
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		<category><![CDATA[marco cattaneo]]></category>
		<category><![CDATA[Nassim Nicholas Taleb]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/black_swan.gif"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Il bello dei festival è che sono … delle feste, quindi nessuno si stupisce se Tizio si ubriaca, Caio fa un gavettone agli amici e Sempronio lecca la meringa dal pavimento dove è caduta. Così, sapendo che a Genova, il 29 ottobre, si apre il festival della Scienza a Repubblica  si mettono immediatamente di buon umore e decidono di intrattenere i lettori con un inserto di tre pagine (sia pure confinato tra le pubblicità dei divani e delle cucine).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/28/carta-strampalata-n-33/">carta st[r]ampa[la]ta n.33</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/black_swan.gif"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/black_swan-300x231.gif" alt="" title="black_swan" width="300" height="231" class="alignleft size-medium wp-image-37010" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Il bello dei festival è che sono … delle feste, quindi nessuno si stupisce se Tizio si ubriaca, Caio fa un gavettone agli amici e Sempronio lecca la meringa dal pavimento dove è caduta. Così, sapendo che a Genova, il 29 ottobre, si apre il festival della Scienza a Repubblica  si mettono immediatamente di buon umore e decidono di intrattenere i lettori con un inserto di tre pagine (sia pure confinato tra le pubblicità dei divani e delle cucine).<br />
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Il pezzo forte del supplemento umoristico di domenica 24 è stato affidato non a seri professionisti del genere come Michele Serra o Alessandro Robecchi, bensì al redattore Marco Cattaneo, che titola il suo articolo “Perché scommetto sulla mia ignoranza”, il tutto fra virgolette come se fosse una dichiarazione fresca fresca di Nassim Nicholas Taleb, l’autore di <em>Cigno nero</em>, un libro che potrebbe essere succintamente descritto come una ricerca sull’impossibilità di fare previsioni sulla base di dati statistici perché “alla base, la statistica non può funzionare nel caso di avvenimenti molto rari” (la citazione è tratta dal sito web personale di Taleb, visibile <a href="http://www.fooledbyrandomness.com/">qui</a>.</p>
<p>Io personalmente avrei dei dubbi nel descrivere il lavoro statistico straordinariamente approfondito di Taleb come una “scommessa sull’ignoranza”: l’autore è un devoto discepolo di Benoît Mandelbrot, il matematico francese scomparso il 14 ottobre scorso che ha creato la geometria dei frattali ed è considerato uno dei geni del XX secolo. Ma forse a Repubblica la pensano diversamente.</p>
<p>Cattaneo scrive che gli operatori di Wall Street, “si accontentano mediamente di modesti guadagni, ma non tengono in conto la possibilità di subire invece enormi perdite. Perché non succede mai, o quasi. E’ proprio il comportamento osservato da Daniel Kahneman e Amos Tversky, che ci hanno vinto il Nobel per l’economia nel 2002 con i loro esperimenti sui guadagni e le perdite in denaro: siamo più inclini a correre un rischio quando si tratta di perdite piuttosto che quando si tratta di guadagni”. Diciamo che, come riassunto delle teorie per cui è stato assegnato il Nobel per l’economia a Kahneman (Tversky era morto nel 1996) equivale più o meno a un riassunto dei Promessi sposi che spieghi: “Due giovani lombardi vogliono sposarsi ma incontrano varie difficoltà. Alla fine l’amore trionfa”.</p>
<p>Cominciamo dagli operatori di Wall Street che “si accontentano mediamente di modesti guadagni”: come tutti sanno il problema è piuttosto il contrario. Alla ricerca di guadagni né tranquilli né modesti, ma invece immediati ed enormi, i giovani traders cocainomani si sono lanciati in un’orgia di scommesse sui mutui cosiddetti subprime e sui credit default swaps che hanno fatto fallire Bear Stearns, Lehman Brothers e avrebbero affondato anche il resto della gang delle banche d’affari di New York, se non fosse intervenuto il governo americano con alcuni fantastiliardi di dollari.</p>
<p>Questi comportamenti  sono “il contrario” delle osservazioni compiute da Kahneman e Tversky? No: se gli speculatori di Borsa si accontentassero di “mediamente di modesti guadagni” questo sarebbe perfettamente in linea con quanto i due autori spiegano nel loro volume di 840 pagine Choices, Values and Frames. La loro teoria è appunto quella di una ostilità al rischio “nel campo dei guadagni” e di una “propensione al rischio nel campo delle perdite” (p. 23).</p>
<p>Cosa tutto questo c’entri con Taleb (che, tra parentesi, non insegna all’università del Massachusetts bensì alla New York University) non è del tutto chiaro. Cattaneo si limita a dirci che l’autore del Cigno nero scommette sulla propria ignoranza: “Nel senso che mentre gli altri credono di conoscere l’andamento dei mercati lui crede di non conoscerlo, e dunque di non sapere quando arriverà – arriverà- il cigno nero, il tracollo. Perde un po’ tutti i giorni, acquistando di continuo opzioni finanziarie che quasi mai vanno a buon segno. Ma quando sui mercati arriva un terremoto lui guadagna cifre astronomiche”.</p>
<p>A Repubblica devono avere una sfera di cristallo nuova di zecca in redazione perché queste cose Taleb non gliele ha certo dette: “I am on permanent MEDIA blackout, completely fed up answering the same questions” è la lapidaria dichiarazione che compare come prima riga sulla sua <a href="http://www.fooledbyrandomness.com/">pagina web</a>.  Per quanto riguarda l’affermazione “quando sui mercati arriva un terremoto lui guadagna cifre astronomiche” non sembra che Taleb sia entusiasta dell’arrivo dei terremoti finanziari, almeno se andiamo a vedere cosa scrive nella rubrica <a href="http://www.fooledbyrandomness.com/imbeciles.htm">Quotes &#038; Warnings that the Imbeciles Chose to Ignore</a>: “Globalization creates interlocking fragility, while reducing volatility and giving the appearance of stability. In other words it creates devastating Black Swans. We have never lived before under the threat of a global collapse (…) [banks] all resemble one another. True, we now have fewer failures, but when they occur …. I shiver at the thought.”</p>
<p>“I shiver at the thought”, “Rabbrividisco al pensiero”: non esattamente ciò che direbbe qualcuno che aspetta il terremoto finanziario per “guadagnare cifre astronomiche”</p>
<p>In realtà, Cattaneo ha solo vagamente sentito parlare di cosa fa Empirica LLC, il fondo gestito da Taleb, che si occupa solo di opzioni, cioè di previsioni su un dato andamento delle azioni X o delle obbligazioni Y, del mercato turco o dei cambi tra le valute asiatiche. Se fosse vera la spiegazione che Taleb “perde un po’ tutti i giorni” in attesa del cataclisma, il simpatico libanese sarebbe ridotto in miseria da un pezzo. Quello che fa Empirica è cercare di integrare nelle sue previsioni la possibilità di eventi catastrofici, che è piuttosto diverso dall’aspettarli continuando, nel frattempo, a perdere quattrini.</p>
<p>Forse sarà meglio citare in originale la fonte di Cattaneo e cioè il libro di Malcolm Gladwell What the Dog Saw: Taleb e i suoi colleghi “non credono che cose come il mercato borsistico si comportino nello stesso modo dei fenomeni fisici come le statistiche di mortalità. Gli eventi fisici, che siano i tassi di mortalità o le partite di poker, sono la prevedibile funzione di un gruppo di fattori limitati e stabili, e tendono a seguire ciò che gli statistici chiamano una distribuzione normale, una curva a campana. Ma i su e giù del mercato seguono una curva a campana?” La risposta di Taleb è no perché nei mercati, a differenza che nel mondo fisico, “le regole possono essere cambiate”. </p>
<p>Da qui a vantare le virtù dell’ignoranza…</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/28/carta-strampalata-n-33/">carta st[r]ampa[la]ta n.33</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.32</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Sep 2010 08:30:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/marra_280xFree.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>I giornali bisogna leggerli attentamente. E’ come con le facce: ci vorrebbe una pagina intitolata “Lombroso sei tutti noi” su Facebook. Ai suoi tempi, il criminologo veronese non avrebbe avuto dubbi: vi pare che uno col riporto dei capelli come Alfonso Marra possa fare il presidente della Corte d’Appello di Milano?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/16/carta-strampalata-n-32/">carta st[r]ampa[la]ta n.32</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/marra_280xFree.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/marra_280xFree.jpg" alt="" title="marra_280xFree" width="280" height="188" class="alignleft size-full wp-image-36618" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>I giornali bisogna leggerli attentamente. E’ come con le facce: ci vorrebbe una pagina intitolata “Lombroso sei tutti noi” su Facebook. Ai suoi tempi, il criminologo veronese non avrebbe avuto dubbi: vi pare che uno col riporto dei capelli come Alfonso Marra possa fare il presidente della Corte d’Appello di Milano? Il CSM si è spaccato a metà ed è dovuta intervenire la P3, la caritatevole associazione di Carboni e Verdini, per farlo nominare: Lombroso lo avrebbe immediatamente fatto accomodare in una stanzetta bianca e con le sbarre alle finestre per studiarlo meglio.<br />
<span id="more-36616"></span><br />
Ora, da qualche giorno sto leggendo attentamente il <em>Giornale</em> di Feltri e devo dire che in cambio di 1,20 euro, meno del prezzo di un cappuccino, ci si diverte più che a Disneyland. Prendete il titolo di prima pagina lunedì: “Fallisce il nuovo attacco di pm e sinistra: cade la pista Berlusconi-P3”. Non so a voi, ma a me “cade la pista Berlusconi- P3” fa subito pensare “restano aperte le altre piste”, non proprio una cosa lusinghiera per il noto trapiantato che compare in camicia nera nella foto sotto il titolo. Anche perché nella foto sembra Al Capone dopo l’arresto (caro Ghedini, prima di querelare Nazione Indiana se la prenda con il foto-editor del <em>Giornale</em>).</p>
<p>Comunque, il “cade la pista P-3” mi fa pensare che i requisiti per governare oggi non siano cose di altri tempi come il senso dello Stato, l’integrità politica e personale, la devozione al bene collettivo, la visione del futuro dell’Italia: dalle parti di Feltri si accontentano dell’insufficienza di prove. Esagero? </p>
<p>Vediamo il numero di sabato della stessa testata, che ha in prima pagina una bella foto di Rubina Affronte, la studentessa accusata di aver lanciato un fumogeno contro Raffaele Bonanni. A p. 8 c’è un articolo basato sulle dichiarazioni del ministro Sacconi che dice “Andava arrestata”. Sorvoliamo sul fatto che neppure nella Russia di Putin o nella Libia di Gheddafi sono i ministri a decidere se un cittadino va arrestato o no (ho aperto su Facebook una sottoscrizione per spedire a Sacconi alcuni trattatelli sulla divisione dei poteri, cominciando da Montesquieu). Per quale motivo, secondo il ministro del Welfare, la Affronte andava arrestata? Attenzione, attenzione.</p>
<p>“I reati contro la persona non possono avere inferiore dignità rispetto ai reati contro il patrimonio”. Sacconi dice proprio così: vuole la par condicio dei reati contro il patrimonio. Se lasciate a piede libero quelli di Askatasuna, fate uscire anche Carboni, Balducci e alcuni altri amici che non hanno mai indossato la keffiah né lanciato sampietrini. Ora sì che ci capiamo: a noi del governo che facciamo solo reati contro il patrimonio, in genere pubblico, ci arrestate ogni due per tre e ci tocca fare leggi per abbreviare la prescrizione a getto continuo per tentare di scapolarla, quelli dei centri sociali affumicano un sindacalista amico nostro e manco li sbattete in galera. Povero Sacconi, ministro del welfare de noantri: gli resta solo di iscriversi ad Askatasuna e mettersi nelle mani di Giancarlo Caselli (Ghedini, Lei che ne pensa?).</p>
<p>Se a p. 8 si chiede la par condicio, a p. 5 sotto il titolo “Quanti incontri tra Fini e i giudici” si pubblica la prova schiacciante del “tradimento” del presidente della Camera: una foto in cui lo si vede a colloquio con un magistrato. E non un magistrato come Vincenzo Carbone, quello che divenne primo presidente della Corte di Cassazione grazie al TAR del Lazio e poi chiedeva agli amici cosa avrebbe fatto dopo essere andato in pensione. No, a Pescara il voltagabbana Fini osava addirittura parlare con un procuratore capo di provincia, uno di quelli che magari domani ti arrestano per reati contro il patrimonio: Nicola Trifuoggi.</p>
<p>Certo, gli incontri dei nostri ministri e sottosegretari con mafiosi doc, oligarchi russi, ricercati dall’Fbi, preti pedofili irlandesi, narcotrafficanti messicani, pirati somali, truffatori internazionali, magnaccia pugliesi, camorristi napoletani o gangster marsigliesi sono logici e per il <em>Giornale</em> assai commendevoli: se invece Fini viene scoperto a discutere con qualcuno che di professione dà la caccia a queste brave persone la cosa è intollerabile: “flirta con le toghe” (11/9/2011, p. 5). </p>
<p>E cosa si dicevano i due cospiratori Fini e Trifuoggi? “L’uomo [Berlusconi] confonde il consenso popolare con una sorta di immunità”. Ma no! Che idea! Berlusconi non ha mai pensato all’ immunità: infatti le 24 leggi e leggine per depenalizzare il falso in bilancio, creare il “legittimo impedimento”, teorizzare la non processabilità del presidente del consiglio e forgiare scudi giuridici regolarmente cancellati dalla Corte Costituzionale, tutto questo è un’ossessione degli avvocati per estorcere a Silvio parcelle immeritate. Berlusconi, lui, dice “sono innocente” e se ne va a testa alta con la chioma al vento (seguito da Ghedini sempre più disperato).</p>
<p>Lasciamo da parte la politica dove, si sa, è facile farsi prendere la mano e passiamo alle pagine culturali del quotidiano di Feltri. Lunedì 13 settembre, la pagina 23 se la prende con il festival letteratura di Mantova, evidentemente confuso con la “settimana rossa” di cui la città fu protagonista 91 anni fa, nel 1919: “Libri pochi, slogan molti. In piazza il solito show da carrozzone itinerante”.</p>
<p>A giudicare dalle dimensioni del tendone-libreria in piazza delle Erbe e dalle numerose bancarelle nelle strade del centro i libri non erano affatto pochi ma Luigi Mascheroni è granitico nelle sue certezze: “Dovrebbero soprattutto far leggere i libri, invece fannosolo parlare gli autori”. Ora abbiamo capito: far parlare gli autori è notoriamente controproducente, la gente capisce cosa vogliono dire e i libri non li compra più nessuno perché diventano un doppione. Per l’anno prossimo si potrebbe tentare una formula diversa: nessun autore e invece lettura obbligatoria ad alta voce di almeno 300 pagine di Naipaul prima di essere ammessi entro la cinta daziaria della città. E solo dopo aver superato un esame orale di lettura dei cosiddetti diari di Mussolini, tenuto dal noto storico Marcello Dell’Utri, si verrebbe ammessi a Palazzo Ducale.</p>
<p>Mascheroni deplora che quest’anno siano stati “più affollati i dibattiti che i reading” e aggiunge, palesemente disgustato: “Hanno più successo i giornalisti dei poeti”. Infatti, l’intera pagina accanto a quella dove scrive l’inviato a Mantova è dedicata a chi? Al giornalista Pietro Calabrese recentemente scomparso.</p>
<p>I giornali del lunedì sono i più interessanti e, come dicevamo all’inizio, bisogna leggerli attentamente. Se si arrivava a p. 33 del <em>Giornale</em>, infatti, si trovava un lungo articolo sulla seconda giornata di campionato: “Trionfo dei lillipuziani”. Cristiano Gatti commentava così le vittorie del Chievo sul Genoa, del Cagliari sulla Roma, del Cesena sul Milan e del Brescia sul Palermo: “conviene celebrare e festeggiare questo tsunami pauperista senza andare troppo oltre” scriveva l’ammirato redattore che poi, temendo di essersi spinto un po’ in là, ha subito aggiunto di non voler fare del “facile terzomondismo”.<br />
Terzomondismo.</p>
<p>Vincono il Cesena, il Brescia, il Chievo (un quartiere di Verona) e festeggiarli sarebbe “terzomondismo”.<br />
Ma alle pagine sportive del Giornale sono infiltrati bolscevichi o non hanno mai sentito parlare dei confini della Padania? Passi per Cesena, che secondo Bossi fa sempre parte del Nord ma è città infida, vogliamo guardare su Google Maps dove sono Brescia e Verona? Mi par già di sentire le telefonate a Feltri del sindaco di Brescia Adriano Paroli e di quello di Verona Flavio Tosi: il povero redattore rischia di venire incaricato di seguire il campionato promozione della Sicilia occidentale in men che non si dica. </p>
<p>A Sciacca avrà senz’altro molto tempo libero per leggere Frantz Fanon e approfondire la categoria “terzomondismo”. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/16/carta-strampalata-n-32/">carta st[r]ampa[la]ta n.32</a></p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.31</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 08:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>“Fino a quando Rupert Murdoch continuerà a spendere soldi nel malandato mondo dell’editoria, forse bisognerà trattare con cautela gli eccessi dei tanti declinisti del mondo del giornalismo”  scriveva in prima pagina il <em>Foglio </em>del 2 settembre. Gli articoli (tre in prima pagina e tre nelle pagine interne) non lesinavano applausi e incoraggiamenti a Murdoch: uno dei testi di p.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/08/carta-strampalata-n-31/">carta st[r]ampa[la]ta n.31</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/rupert_murdoch.05.02.07_lrg.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/rupert_murdoch.05.02.07_lrg-186x300.jpg" alt="" title="rupert_murdoch.05.02.07_lrg" width="186" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-36553" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>“Fino a quando Rupert Murdoch continuerà a spendere soldi nel malandato mondo dell’editoria, forse bisognerà trattare con cautela gli eccessi dei tanti declinisti del mondo del giornalismo”  scriveva in prima pagina il <em>Foglio </em>del 2 settembre. Gli articoli (tre in prima pagina e tre nelle pagine interne) non lesinavano applausi e incoraggiamenti a Murdoch: uno dei testi di p. 1 era intitolato “La lezione di Rupert”.<br />
<span id="more-36526"></span><br />
A p. 3 il Foglio spiegava che “prima di chiunque altro Murdoch ha capito che la sfida per l’editoria del futuro sarà quella di creare un organo capace di muoversi con agilità su ciascuno dei binari che le nuove tecnologie offriranno”. Seguivano le cifre: dall’inizio dell’estate il sito <em>Wall Street Journal</em> “aveva venduto 20 mila applicazioni per la tavoletta di Jobs [l’iPad]” incassando “qualcosa come due miliardi e mezzo di dollari”. Nulla di strano, quindi, se recentemente Murdoch aveva fatto un investimento spettacolare: ha acquistato per 850 milioni di sterline “lo stabilimento tipografico più grande del mondo. E’ in Inghilterra ed è grande come venti campi da calcio messi tutti lì, uno a fianco all’altro”.</p>
<p>Forse l’entusiasmo per l’energico editore australiano, affettuosamente soprannominato “il vecchio squalo”, ha preso un po’ la mano agli zelanti redattori: due miliardi  e mezzo di dollari si scrivono, in cifra, $ 2.500.000.000. Se questo è il ricavato della vendita di 20.000 applicazioni (cioè degli abbonamenti allo <em>Wall Street Journal</em> via iPad) se ne deduce che: (2.500.000.000/20.000)=125.000. Caruccio questo abbonamento a 125.000 dollari: forse si tratta di un’offerta speciale della durata di mille anni, supponendo che il nuovo gadget di Steve Jobs duri il doppio di quanto sia durata, fino ad oggi, la stampa fatta di carta e inchiostro.<br />
Altro che declinismo! Questa sì che è fiducia nei giornali, nel futuro del capitalismo e della civiltà occidentale. Bisogna sperare che l’effetto serra, con conseguente aumento del livello medio del mare, non costringa Murdoch a cambiare la testata del suo quotidiano, visto che lo Wall Street Journal prende il nome da Wall Street, una stradina nella parte bassa di Manhattan, che è un’isola non molto alta sul livello del vicino oceano Atlantico. Se necessario, i lettori del 2050 riceveranno uno <em>Wall Bay Journal</em> oppure uno <em>Wall Gulf Journal</em> senza supplemento di prezzo, naturalmente.</p>
<p>Il titolo di pagina 3 del Foglio recitava: “Così Murdoch combatte i professionisti del declinismo giornalistico” e su questo stesso argomento il <em>New York Times</em> ha pubblicato una lunga inchiesta, pubblicata in parte sull’International <em>Herald Tribune</em> del 3 settembre. L’articolo di Don Van Natta, Jo Becker e Graham Bowley spiega che effettivamente Rupert Murdoch continua a “spendere soldi nel malandato mondo dell’editoria” ma si tratta di indennizzi miliardari che ha dovuto sborsare a seguito delle querele per diffamazione, o quanto meno per violazione della privacy, da cui ha dovuto difendersi in Gran Bretagna.</p>
<p>Non si tratta di noccioline: Max Clifford, l’agente di varie celebrità inglesi, ha ricevuto 1 milione di sterline (circa 1.250.000 euro) mentre Gordon Taylor, un dirigente della federcalcio britannica, ne ha ottenuto 700.000, cioè circa 875.000 euro. Ma per quale motivo Murdoch ha dovuto firmare degli assegni milionari? Beh, si tratta di un tema che al <em>Foglio</em> dovrebbe stare molto a cuore: le intercettazioni.</p>
<p>Pare che <em>News of the World</em> (l’equivalente locale dei nostri <em>Chi</em> oppure <em>Novella 2000</em>) avesse l’abitudine di procurarsi i suoi scoop non pubblicando i testi di intercettazioni legali, disposte dalla magistratura (orrore! giustizialismo!) bensì intercettando direttamente le sue vittime. Se ne occupava Glenn Mulcaire, uno sbrindellato investigatore che sembra uscito da un romanzo di Jim Thompson, responsabile di aver manipolato i telefoni di mezza Londra a beneficio del giornale. Mulcaire aveva messo sotto controllo, tra gli altri, i telefoni dei due nipoti della regina Elisabetta, frequente bersaglio di <em>News of the World</em>.</p>
<p>A differenza dell’Italia, dove Fabrizio Corona ha trasformato le sue disavventure giudiziarie in altrettanta pubblicità gratuita, i giudici inglesi prendono sul serio ricatti e violazioni della privacy, quindi Mulcaire ha passato vari mesi in prigione e Murdoch gli ha pagato 80.000 sterline, 100.000 euro, perché tenesse il becco chiuso. Il direttore che gli aveva commissionato il lavoro, Andy Coulson, ha dovuto dare le dimissioni da <em>News of the World</em> ma non è rimasto a lungo disoccupato: è diventato responsabile della comunicazione di David Cameron.</p>
<p>Il nuovo primo ministro era entrato a Downing Street l’11 maggio e nel giro di cinque giorni aveva già ricevuto per un incontro privato Ruper Murdoch. Il tema doveva essere qualcosa di più terra terra delle le elucubrazioni sulla Big Society, che il <em>Foglio</em> pubblica volentieri, perché poco dopo David Cameron criticava gli “sprechi” della BBC (il principale concorrente di Murdoch) e proponeva di tagliare il suo bilancio.</p>
<p>Riassumiamo: in Italia, le intercettazioni che servono a fronteggiarela criminalità dei colletti bianchi sono (cito sempre dal <em>Foglio</em>, del quale ho sottoscritto un abbonamento fino al 2050 sul mio iPad) “barbarie”, “giustizialismo”, “inciviltà giuridica”, “stalinismo”. I magistrati che le ordinano sono “giacobini”, quando non seguaci di Pol Pot o “mentecatti” come li definì il trapiantato pilifero la cui (ex) moglie era azionista di riferimento del <em>Foglio </em>medesimo, assieme a quel Denis Verdini assai interessato ad appalti e costruzioni assortite, oltre che coordinatore del Pdl. I giornalisti che difendono i giudici e rivelano le indagini  sulle varie cricche di regime sono, Giuliano Ferrara dixit, niente meno che “mozzorecchi”.</p>
<p>Non risulta che le intercettazioni di Murdoch, certo utilissime per combattere il declino delle tirature, suscitino la stessa riprovazione, lo stesso sdegno, la stessa indignazione civile tra i redattori del <em>Foglio</em>.  Non abbiamo ancora letto un editoriale di condanna dopo la divulgazione dei risultati dell’inchiesta parlamentare presieduta dal conservatore John Whittingdale sui metodi di <em>News of the World</em>. Ci è sfuggita la manifestazione di dubbi, incertezze, rossori, quando Cameron ha assunto Coulson come responsabile della comunicazione del suo governo. Ma forse la notizia dei processi, delle condanne, degli indennizzi è sfuggita agli attenti studiosi del futuro della carta stampata: doveva essere un malfunzionamento nei loro iPad.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/08/carta-strampalata-n-31/">carta st[r]ampa[la]ta n.31</a></p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.30</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 08:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/elizabeth-marsh.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Pietro Citati delizia i lettori di <em>Repubblica</em> (20 agosto) con una recensione di <em>L’Odissea di Elizabeth Marsh</em>, “uno dei libri di storia più belli e divertenti che abbia letto negli ultimi anni”. Ecco, il libro di Linda Colley sarà anche bello, ma “letto” non sembra l’aggettivo giusto per dare conto del rapporto fra il critico Citati e il volume pubblicato da Einaudi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/01/carta-strampalata-n-30/">carta st[r]ampa[la]ta n.30</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/elizabeth-marsh.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/elizabeth-marsh-197x300.jpg" alt="" title="elizabeth marsh" width="197" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-36480" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Pietro Citati delizia i lettori di <em>Repubblica</em> (20 agosto) con una recensione di <em>L’Odissea di Elizabeth Marsh</em>, “uno dei libri di storia più belli e divertenti che abbia letto negli ultimi anni”. Ecco, il libro di Linda Colley sarà anche bello, ma “letto” non sembra l’aggettivo giusto per dare conto del rapporto fra il critico Citati e il volume pubblicato da Einaudi.<br />
<span id="more-36479"></span><br />
Per esempio, Citati scrive che Elizabeth Marsh, una ragazza inglese figlia di un capo falegname della Royal Navy, “imparò il francese, l’aritmetica e la contabilità, la musica e il canto; aveva una cultura come pochissime donne dell’epoca e si muoveva con disinvoltura nel mondo complicatissimo dei commerci marini”.  Il che sarebbe molto interessante se fosse quanto dice il libro.</p>
<p>La Colley (cito dall’edizione originale) scrive che crescere tra Portsmouth, Londra e Chatham, a contatto con gli arsenali della marina inglese, permise a Elizabeth Marsh di acquisire, in un certo senso, “una pseudoeducazione rispettabile” (<em>counterfeit of genteel female education</em>). La ragazza “imparò l’aritmetica e i rudimenti della contabilità dal padre” (quindi non andava a scuola) e prese a interessarsi “di alcuni dei più innocui passatempi diffusi tra i marinai, come leggere, [ascoltare] musica e cantare”. Insomma, la “cultura come pochissime donne dell’epoca” sarebbe consistita nell’aver imparato a leggere e far di conto in casa, oltre ad ascoltare musica e cantare: probabilmente le ballate dei marinai, visto che l’iPod non era ancora stato inventato.</p>
<p>Per essere del tutto onesti con il frettoloso recensore, va detto che a un certo punto la Colley attribuisce a Elizabeth Marsh la conoscenza del francese ma non si sbilancia troppo: “Le visite alla zia Mary e allo zio Duval a Londra <em>sembra</em> abbiano permesso a Elizabeth Marsh di imparare a parlare e a leggere il francese”. Non esattamente una frequentazione della Sorbona: Jean Duval, come precisa il volume, faceva il panettiere e non l’insegnante di lingue , o almeno il precettore.</p>
<p>Quanto alla “disinvoltura nel mondo complicatissimo dei commerci marini” nelle 349 pagine del libro non ce n’è una sola dove si parli di Elizabeth come di una donna con un’attività lavorativa indipendente: chi si occupava di traffici di vario tipo, dal baccalà agli schiavi, era il marito James Crisp mentre l’eroina del libro di Linda Colley poco sembra aver fatto nella vita salvo ballare, bere vini liquorosi e mangiare ostriche (sulla vita mondana i dettagli riferiti da Citati sono esatti) e scrivere uno scarno volumetto sulla prigionia in Marocco, di cui diremo tra un momento. </p>
<p>A questo punto sarà forse utile riassumere il libro, che palesemente è l’opera di uno storico serio ma con l’occhio attento alle vendite, a cui l’editore ha imposto un titolo roboante, <em>The Ordeal of Elizabeth Marsh</em>, su cui gli uffici stampa marciano allegramente. Per inciso, “ordeal” in inglese ha un senso più forte di quello che ha “odissea” in italiano, riferendosi a esperienze orribili ma anche alla pratica del “giudizio di Dio” che consisteva nel sottoporre l’accusato a prove come camminare nel fuoco per accertarne l’innocenza (“ordalia”).</p>
<p>Elizabeth Marsh era la figlia di Milbourne Marsh, un capo falegname della marina inglese, e nacque a Portsmouth nel 1735. Fino a 19 anni fece una vita del tutto normale sulla terraferma, poi seguì i genitori a Minorca, allora una base della Royal Navy nel Mediterraneo, e a Gibilterra. Da lì iniziano le sue avventure, che consistettero essenzialmente nel cadere nelle mani del sultano del Marocco assieme all’equipaggio della nave su cui stava tornando a Londra e al futuro marito James Crisp, che è il protagonista delle parti interessanti del libro. Liberata dal Marocco grazie a diplomatici che sapevano il loro mestiere, si stabilisce a Londra dove fa una vita agiata e per nulla avventurosa mentre Crisp crea un impero commerciale che spazia quattro continenti: ha interessi nel traffico di schiavi tra Africa e America, nella pesca del merluzzo in Atlantico, nella raccolta del corallo nel Mediterraneo, negli scambi con il Baltico e con l’oceano Indiano. La Colley descrive nei dettagli questa fase di protoglobalizzazione dell’economia  e l’ascesa della Gran Bretagna  come potenza mondiale.</p>
<p>Le storie emozionanti che riguardano Elizabeth cominciano quando Crisp fa bancarotta in una crisi che ha le sue radici nella guerra di successione spagnola e, dopo aver sperato di cominciare una nuova vita nelle colonie americane, parte per Dacca, nell’odierno Bangladesh, che era all’epoca un’avamposto della Compagnia delle Indie. Elizabeth, rimasta a Londra, parte per raggiungerlo nel 1770 e ci arriva sette mesi dopo avendo fatto tappa anche a Rio de Janeiro (il Boeing 747 non era ancora stato inventato). A Dacca Crisp riesce ad avviare una nuova attività commerciale ma la moglie sembra apprezzare poco la vita in colonia o i doveri familiari: prima rispedisce la figlia in Inghilterra, poi affida il figlio di 9 anni a un mercante che frequenta l’Iran perché impari il persiano e, infine, lascia il marito per un tour dell’India orientale che dura 18 mesi. Nel 1777 lo abbandona definitivamente per raggiungere la famiglia a Londra e torna a Madras solo dopo la sua morte, probabilmente per occuparsi dell’eredità (in realtà, solo debiti).</p>
<p>Fin qui il volume della Colley, che si basa essenzialmente su un libro scritto dalla Marsh per raccontare le sue esperienze in Marocco, <em>The Female Captive</em>, e su uno scarno diario del viaggio in India (censurato dalla famiglia) da cui appare chiaramente che Elizabeth era una sciocchina principalmente interessata alla vita di società, sia pure capace di affrontare i rischi e le fatiche fisiche dei viaggi settecenteschi (il Club Mediterranée non era ancora stato inventato). Le parti interessanti di <em>L’Odissea di Elizabeth Marsh</em> sono quelle in cui si parla dell’ascesa della potenza inglese, della spietatezza con cui armi e commercio marciavano insieme, della mobilità sociale nella Londra dell’epoca. </p>
<p>Tutto questo cosa diventa nella paginata di Repubblica del 20 agosto? Un ridicolo “Elizabeth alla conquista del mondo”, illustrato da un quadro dove marito e moglie consultano inseme una carta geografica. Peccato che si tratti palesemente di un dipinto che non c’entra nulla con l’epoca di Elizabeth Marsh perché mostra due coniugi vestiti alla moda di fine Ottocento, o forse inizio Novecento, che studiano quella che sembra essere la carta di un’isola nella sala da pranzo di una comoda villa da qualche parte nel Mediterraneo (si vedono le linee altimetriche). Una “conquista del mondo” che non sembra andare più lontano di Capri, Ibiza o Porquerolles, insomma.</p>
<p>Torniamo a Citati, che non solo cede alle lusinghe dell’ufficio stampa ma ci mette del suo: la madre di Elizabeth Marsh, Elizabeth Bouchier, era “probabilmente una mulatta”. La Colley si limita a dire che la vedova conosciuta da Milbourne Marsh in Giamaica non compariva nelle liste degli immigrati  dalla Gran Bretagna né in quelle dei bambini battezzati in loco, però potrebbe essere stata la figlia di una donna presente nei registri di Port Royal con il nome Margaret Boucher, una grafia leggermente diversa, come abitante nella parrocchia di razza bianca. Oppure, in teoria (<em>conceivably</em>) “potrebbe essere stata una mulatta, la figlia battezzata di un proprietario terriero bianco (&#8230;) e di una madre schiava africana”. La Colley non dà alcun elemento per affermare che Elizabeth Bouchier era “probabilmente una mulatta”: si limita a registrare anche questa possibilità in mancanza di fonti certe.<br />
Passiamo alla Kingston, la nave che riportò in Inghilterra Milbourne Marsh e la moglie. Citati si preoccupa di precisare che “doveva impedire il contrabbando dello zucchero della Giamaica, e gli assalti degli spagnoli alle navi mercantili inglesi” ma omette la parte più interessante della frase, che è: “<em>&#8230;and to suppress any slave rebellions within Jamaica itself</em>”. Un particolare non trascurabile: il motivo della partenza era una rivolta di schiavi, chiamati maroons, nell’interno dell’isola, una rivolta che portò il governatore a proclamare la legge marziale e a chiedere l’invio di sei compagnie di soldati per fronteggiare la situazione. Marsh, lui stesso proprietario di alcuni schiavi, decise di filarsela prima che la situazione precipitasse, o almeno prima di essere arruolato nella milizia che doveva difendere la capitale. Quattro anni dopo, gli schiavi ribelli avrebbero costretto gli inglesi a firmare un trattato per mettere fine alla guerriglia e sarebbero rimasti di fatto indipendenti fino al 1796.</p>
<p>I Marsh si imbarcano e, scrive Citati, la moglie “passava le giornate sul ponte della Kingston”. Forse sulle navi passeggeri di oggi  i turisti passano le giornate “sul ponte” nel senso di stare all’aperto a guardare il mare ma su una nave da guerra inglese del ‘700 il ponte era un luogo alquanto affollato di marinai addetti alle vele, che sicuramente non volevano donne impiccione tra i piedi (la Costa crociere non era ancora stata inventata). La signora Marsh, scrive la Colley, “si riposava sul ponte inferiore (orlop deck) il posto più tranquillo, buio e riparato [che ci fosse] a bordo”. </p>
<p>Nasce Elizabeth che, come abbiamo visto, ha una vita senza emozioni fino a 19 anni, poi segue i genitori a Minorca e, nel 1756, a Gibilterra, dove il padre è incaricato di ispezionare le fortificazioni e proporre miglioramenti in vista di un possibile attacco francese o spagnolo. La guerra, e le epidemie, convincono immediatamente la ragazza che non è un posto per lei e decide di tornare in Inghilterra, facendosi catturare dalle navi del sultano del Marocco.</p>
<p>La permanenza a Marrakech di Elizabeth Marsh dura pochi mesi e James Crisp, il compagno di prigionia fatto passare per marito allo scopo di frenare l’interesse virile del sultano, chiede la sua mano nel 1757 e la ottiene. Seguono dieci anni di vita tranquilla e agiata a Londra, in cui Elizabeth dà alla luce due figli e non pensa affatto alla “conquista del mondo” (i marines amricani non erano ancora stati inventati). Nel 1767 Crisp fa bancarotta, a causa della perdita della sua base commerciale sull’isola di Man, indipendente fino al 1765, e di una crisi commerciale nel Mediterraneo: a Genova le sue navi cariche di granaglie vengono sequestrate per fronteggiare l’emergenza carestia. Citati preferisce sottolineare che Elizabeth “rimase sola con due figli di nemmeno sette anni, senza casa, senza danaro e senza un lavoro di qualsiasi genere”.<br />
Per quanto riguarda il “lavoro”, dal libro della Colley non risulta che Elizabeth abbia mai fatto nulla in vita sua, se non chiamare la servitù per farsi servire il tè, o portare in palanchino quando era in India. E’ vero che nel 1767 l’intraprendente Crisp non aveva più quasi nulla ma nel frattempo la famiglia della moglie aveva fatto strada, in particolare lo zio George Marsh, che era diventato Clerk of the Acts, il funzionario più alto in grado della marina: Elizabeth non rischiò mai di restare senza un tetto. Infatti, quando il marito partì per l’India in cerca di fortuna lei rimase tranquillamente a casa dei genitori a scrivere <em>The Female Captive</em> per occupare il tempo e anche guadagnare qualche soldo (il libro vendette 750 copie, una tiratura rispettabile per l’epoca, ma non fu ristampato). Poi, come si è detto, raggiunse il marito con una navigazione non facile nell’Atlantico, ma nulla di più avventuroso di quel che capitava a mercanti, soldati e marinai che a decine di migliaia andavano e venivano per mare all’interno dell’Impero britannico. </p>
<p>Quanto alla scoperta dell’India sconosciuta (il viaggio di 18 mesi in India, “per terra e per mare” su cui Citati si dilunga) basterà dire che la nostra esploratrice definisce “moschee” i templi indù e manifesta ad ogni tappa la sua pocaggine: “Era l’ignoranza il maggior ostacolo per lei” scrive onestamente la Colley. E’ sempre l’autrice inglese a spiegare che gran parte della cosiddetta odissea consistette in visite alle città e alle basi commerciali della Compagnia delle Indie in compagnia di tale George Smith, che Elizabeth presentava come suo “cugino”. Durante queste tappe, alcune delle quali durarono per settimane o mesi, Elizabeth Marsh si dava al ballo, ai party e in generale ai piaceri della vita coloniale : non precisamente un safari nella giungla, né l‘esplorazione dell’Antartide in solitario (le spedizioni polari non erano ancora state inventate). </p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.29</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Aug 2010 07:30:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>E’ bello avere degli amici. E’ bellissimo avere degli amici che ti difendono. E’ meraviglioso avere degli amici di cultura che guardano alla Storia (quella con la S maiuscola) per interpretare il presente. Così si dev’essere detto il ben noto trapiantato pilifero leggendo che il toscanissimo deputato del Pdl Maurizio Bianconi ha lanciato il grido di guerra: “Badogliano!” contro l’infame traditore Gianfranco Fini.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/23/carta-strampalata-n-29/">carta st[r]ampa[la]ta n.29</a></p>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>E’ bello avere degli amici. E’ bellissimo avere degli amici che ti difendono. E’ meraviglioso avere degli amici di cultura che guardano alla Storia (quella con la S maiuscola) per interpretare il presente. Così si dev’essere detto il ben noto trapiantato pilifero leggendo che il toscanissimo deputato del Pdl Maurizio Bianconi ha lanciato il grido di guerra: “Badogliano!” contro l’infame traditore Gianfranco Fini. Per qualcuno con la formazione politica di Fini, che ha nel suo DNA addirittura Julius Evola, si tratta della più infamante delle accuse. Bianconi ha precisato che Fini “E’ come Badoglio” in quanto ha fatto nascere i gruppi di <em>Futuro e Libertà</em> con un proclama “come quello di Badoglio che dopo il 25 luglio disse la famosa frase: continueremo la guerra a fianco dell’alleato tedesco. Salvo poi tradirlo” (<em>Giornale della Toscana</em>, 6 agosto).<br />
<span id="more-36463"></span><br />
Bianconi apparentemente non si sentiva minimamente imbarazzato dal trovarsi in compagnia dei gerarchi fascisti che fondarono la repubblica di Salò all’ombra delle SS, degli organizzatori del processo-farsa di Verona, delle varie bande di torturatori che si formarono nelle file repubblichine appunto in odio ai “banditi badogliani”.  Del resto, se si fanno le fiction televisive in onore di Osvaldo Valenti, spacciandolo per un “semplice attore” e dimenticando di citare il suo ruolo come torturatore di partigiani, si può anche insultare Fini paragonandolo a Badoglio, si sarà detto l’audace deputato. </p>
<p>Ora, perfino quelli del Foglio (su cui torneremo tra un attimo) capiscono che “I paragoni storici è meglio lasciarli agli storici” (14 agosto) altrimenti si pasticcia. Se Fini è come Badoglio, ne discendono varie graziose conseguenze che forse il focoso Bianconi non aveva del tutto valutato: </p>
<p>1) Berlusconi è come Mussolini. E fin qui, il Capo potrebbe anche apprezzare: il Duce era sicuramente virile, spregiudicato e decisionista (se quei mollaccioni dei socialdemocratici europei non lo amano, pazienza).</p>
<p>2) Berlusconi è come Mussolini, dopo il 25 luglio, quindi il Gran Consiglio ha votato contro di lui. Tira aria di golpe all’interno del Pdl? Gasparri e Cicchitto tramano nell’ombra? La Russa è in contatto con gli inglesi? La Gelmini è una Mata Hari al servizio di potenze straniere? Quando esce dal parrucchiere, la Brambilla è rossa di capelli come Anna Chapman, la spia del Cremlino recentemente scoperta dall’Fbi: un’infiltrata anche lei? </p>
<p>3) Berlusconi è come Mussolini, dopo il 25 luglio, quindi in stato d’arresto: chissà Ghedini e Alfano cosa ne pensano. O il deputato Bianconi viene informato nottetempo dalla procura di Firenze di cose che non ci dice?  Qui aleggia il fantasma della Boccassini, senza contare che siamo già al 24 agosto e non si vedono all’orizzonte i paracadutisti di Angela Merkel pronti a liberare Silvio dal Gran Sasso (anzi, da una delle casette delle New Town che ha fatto costruire all’Aquila).</p>
<p>4) Berlusconi è come Mussolini, quindi finirà a Piazzale Loreto?  Bianconi parla perché ha la bocca ma all’idea che prima o poi i regimi personali finiscono dovrebbe arrivarci pure lui: non risulta che i molteplici lifting proteggano da guerre, rivoluzioni, crolli dell’economia e altri accidenti delle vicende umane. Urge una rapida ecompleta marcia indietro, sennò tocca rifare tutti i libri  di storia e geografia delle elementari.</p>
<p>Una versione più dotta del catenaccio a difesa del Capo (Nereo Rocco, dove sei quando c’è bisogno di te?) è apparsa sul <em>Foglio</em>, dove Ruggero Guarini ha paragonato Berlusconi niente meno che alla “bella copia del dio Hermes” (sabato 21 agosto). Bella copia di un dio, qui si scherza col fuoco, anzi col fulmine di Zeus: come tutti sanno, gli dei greci erano particolarmente permalosi, suscettibili, bizzosi, molto attenti agli insulti degli umani ed estremamente vendicativi.</p>
<p>Comunque, supponendo che Guarini la passi liscia e non sia colpito dal tridente di Poseidone, sarà bene ricordare che Hermes (poi latinizzato in Mercurio) era soprattutto il dio dei ladri, visto che appena nato aveva tentato di rubare le mandrie del fratello maggiore Apollo. Guarini rivendica questo comune tratto di carattere fra l’antenato e il nostro Cavaliere e nessuno ha (ancora) accusato Berlusconi di abigeato, ovvero di aver nascosto il bestiame a Villa Certosa, opportunamente protetta dal segreto di stato non solo sulle girls ma anche sulla refurtiva. Peccato esistano varie sentenze che certificano come e qualmente il palazzinaro rifatto abbia scippato la casa editrice Mondadori grazie a un giudizio comprato, e abbia ottenuto la villa di Arcore grazie alla circonvenzione di una minorenne. Guarini, non ti sembra poco prudente parlare di corda in casa dell’impiccato?</p>
<p>Omero considerava Hermes il massimo dei predoni e gli rendeva omaggio per questo: si capisce che a Verdini e compagnia il personaggio debba piacere. Guarini aggiunge  alla “astuzia in affari” e alla “birichinaggine” anche la “natura fallica” di Silvio/Hermes ma qui pattina sul ghiacio sottile: la mia Garzantina di mitologia greca, infatti, ricorda che Hermes Psychopompos, accompagnatore delle anime, era l’appellativo con cui questo dio infido e sinistro veniva più spesso ricordato. Siamo sicuri che Silvio, nel suo vitalismo senile, sia entusiasta di essere paragonato a colui che  conduce i defunti nell’aldilà? </p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.28</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Aug 2010 09:30:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/182-044the-beatles-posters.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Seppellito Marx. Distrutto Lenin. Incriminato Stalin. Dimenticato Roosevelt. Svergognato Togliatti. Ridimensionato Berlinguer. Cosa resta alla sinistra italiana? Harry Potter e Obama, a quanto sembra. Ma la Rowling non scrive più e Obama precipita nei sondaggi. Era rimasta una sola icona all’internazionalismo proletario, un faro per i progressisti di tutto il mondo, una consolazione per i nostalgici del socialismo: i Beatles.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/17/carta-strampalata-n-28/">carta st[r]ampa[la]ta n.28</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/182-044the-beatles-posters.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/182-044the-beatles-posters.jpg" alt="" title="182-044the-beatles-posters" width="400" height="314" class="alignnone size-full wp-image-36428" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Seppellito Marx. Distrutto Lenin. Incriminato Stalin. Dimenticato Roosevelt. Svergognato Togliatti. Ridimensionato Berlinguer. Cosa resta alla sinistra italiana? Harry Potter e Obama, a quanto sembra. Ma la Rowling non scrive più e Obama precipita nei sondaggi. Era rimasta una sola icona all’internazionalismo proletario, un faro per i progressisti di tutto il mondo, una consolazione per i nostalgici del socialismo: i Beatles. Sì, il quartetto di Liverpool autore di memorabili canzoni di lotta come “Michelle ma belle, these are words that go together well”.<br />
<span id="more-36419"></span><br />
Sostituito l’obiettivo della dittatura del proletariato con quello della dittatura del magistrato, il Minculpop guidato da Eugenio Scalfari, Concita Degregorio e Manu Chao avrebbe cancellato dal repertorio delle (ex) Feste dell’Unità <em>L’internazionale</em>, <em>Bandiera Rossa</em> e perfino <em>Bella Ciao</em>, imponendo che all’inizio e alla fine di ogni giornata di dibattiti sia suonato il nuovo inno unificante e unificatore: <em>Imagine</em> dei Beatles.</p>
<p>E così sabato 14 agosto, mentre noi giocavamo con palette e secchielli,  <em>Il Foglio</em> ha vibrato il colpo mortale contro ciò che rimaneva della cultura di sinistra, definendo “citrullo” John Lennon, “mediocre” Ringo Starr e “copioni senza vergogna” i Beatles. Alla penna sadica di Camillo Langone sono bastate 30 righe in prima pagina per distruggere l’ultimo mito degli antiberlusconiani. Pare che Veltroni, Realacci e la Melandri siano stati visti mentre vagavano in stato confusionale a Capalbio, scoppiando improvvisamente a piangere ogni pochi minuti. </p>
<p>Per il noto musicologo Langone, Imagine “è un testo da centro commerciale, perfetto per favorire gli acquisti”. Guarda, guarda: non sapevamo che al <em>Foglio </em>avessero qualcosa contro i centri commerciali visto che, dalla nascita, il giornale consacra la parte migliore delle sue energie a difendere l’ex proprietario della Standa, un ben noto trapiantato pilifero che ama esibirsi in canzone pseudonapoletane di fronte a fanciulle cresciute in convento.</p>
<p>Ma veniamo al cuore delle accuse contenute nella devastante prosa Langoniana: “Il critico Piero Scaruffi ha analiticamente spiegato come gli Scarafaggi fossero dei copioni senza vergogna e imitassero i Beach Boys in ogni dettaglio, dalle armonie vocali al modo di suonare il basso a quegli arrangiamenti barocchetti che sono arrivati fino a Cesare Cremonini, pari pari. Chi non ci crede ascolti <em>God only knows</em>, pubblicato dai californiani un anno prima di <em>Sergent Pepper</em>, e trasecoli”.</p>
<p>Intanto che noi poveri radical-chic trasecoliamo di fronte a scoperte così originali, vediamo cosa dice il ponderoso dizionario Ragazzini 2011 alla voce “scarafaggi”:  traduzione inglese cockroach. Nel testo di Langone “Scarafaggi” era scritto maiuscolo, quindi non doveva trattarsi di un giudizio spregiativo ma di un riferimento al nome del gruppo: forse che “beatles”, in inglese, sono gli insetti grossi e neri che ossessionavano l’immaginario di Kafka? Non proprio: coleottero e, talvolta, scarafaggio in inglese si dice anche “beetle”, con due “e”, che c’entra con “beatle” quanto “seem”, sembrare, c’entra con “seam”, cucire.</p>
<p>I Beatles copiavano i Beach Boys? La risposta è meglio lasciarla alle fonti: Derek Taylor, il loro addetto stampa, si trasferì a Los Angeles nel 1965 per lavorare proprio per i Beach Boys e, a casa sua, si incontrarono Brian Wilson e Paul McCartney. Ecco cosa scriveva Taylor: “C’era stato, per molti anni, un legame di mutua, calda ammirazione, tra i Beach Boys e i Beatles, uno scambio di esultanza ad ogni nuovo disco degli altri (&#8230;) </p>
<p>Negli anni tra <em>Surfin’ Safari</em> e  <em>Revolver</em>, Lennon/McCartney e Wilson osservarono lo sviluppo del lavoro reciproco con crescente interesse e con una sostanziale influenza sulle loro sperimentazioni” (John Luerssen, <em>The Beach Boys: the essential interviews</em>).</p>
<p>I rapporti erano eccellenti: Lennon definì Brian Wilson, il fondatore dei Beach Boys, “un genio” e Wilson riconobbe lo stimolo dato da <em>Rubber Soul </em> nel creare il loro album di maggior successo, <em>Pet Sounds</em>, la cui canzone più importante, <em>Good Vibrations</em>, era stata suonata da lui in anteprima per Paul McCartney nel 1966 a Los Angeles. Non a caso Paul definì poi <em>Pet Sounds</em> il migliore album che avesse mai sentito, con <em>God only knows</em> la sua canzone preferita. Ma, come i corni che si sentono nell’esordio di <em>God only knows</em> ricordano il secondo atto del <em>Crepuscolo degli dei</em> di Wagner, così <em>Sergent Pepper</em> lascia trapelare molteplici influenze musicali, tra cui quella dei Beach Boys. </p>
<p>Sia Wilson che McCartney erano “dotati per la melodia, arrangiatori istintivi e chitarristi elettrici precoci. Wilson non era al livello di McCartney come cantante o scrittore di liriche ma nello studio di registrazione, dove faceva anche il produttore dei dischi dei Beach Boys, era senza pari” scrive il biografo dei Beatles Jonathan Gould, che ha dedicato un intero libro, <em>Can’t Buy Me Love</em>, al rapporto fra i Beatles e gli Stati Uniti. E proprio Gould non ha remore nello scrivere: “<em>Pet Sounds</em> aprì gli occhi di Paul [McCartney] su un mondo di eclettiche possibilità musicali e fu in base allo standard fissato da questo disco che avrebbe misurato il suo stesso lavoro nell’anno successivo”.</p>
<p>Qualcuno crede davvero che il rapporto di emulazione tra due gruppi famosi in tutto il mondo, e diversissimi tra loro,  possa essere definito “plagio”? Che i Beatles “copiassero” era un segreto così ben difeso che ci voleva <em>il Foglio</em> per scoprirlo, quarant’anni dopo?</p>
<p>Ah già, forse era un complotto della sinistra, che ha censurato queste tremende rivelazioni per preservare la propria identità. Probabilmente c’era anche lo zampino della Procura di Milano.</p>
<p>Conclude Langone: “Io poi, francamente non capisco perché qualcuno si interessi ai Beatles quando esistono gli Stones, i Groove Armada, gli Interpol”. </p>
<p>Quanto agli Stones, il fatto che dei settantenni schiamazzino in pubblico urlando “I can get no satisfaction” sembra una pubblicità per il Viagra più che una performance musicale degna di nota. Per il resto, speriamo che nessuno confonda gli Interpol (uno dei tanti gruppi americani post-punk) con l’Interpol vero e proprio, altrimenti Verdini, Cosentino, Caliendo, Brancher, Scajola e altri beniamini del <em>Foglio</em> potrebbero pensare di essere stati scaricati da Giuliano Ferrara e scappare in Libia col motoscafo di Briatore: da villa Certosa sono al massimo un paio di giorni di navigazione. </p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.27</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Aug 2010 09:30:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Una rapida carrellata sulle notizie di sabato: otto medici, fra cui tre donne, uccisi in Afghanistan; in Russia 52 morti per gli incendi, in pericolo alcune centrali nucleari;  Fidel Castro interviene, dopo 4 anni di silenzio, per evocare il pericolo di una guerra atomica; nove miliardi di euro di tasse evase recuperati dalla guardia di finanza nel 2009; sei italiani su dieci non vanno in vacanza perché non ce la fanno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/09/carta-strampalata-n-27/">carta st[r]ampa[la]ta n.27</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/470_windsor_polo01_470x300.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/470_windsor_polo01_470x300.jpg" alt="" title="470_windsor_polo01_470x300" width="470" height="300" class="alignnone size-full wp-image-36375" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Una rapida carrellata sulle notizie di sabato: otto medici, fra cui tre donne, uccisi in Afghanistan; in Russia 52 morti per gli incendi, in pericolo alcune centrali nucleari;  Fidel Castro interviene, dopo 4 anni di silenzio, per evocare il pericolo di una guerra atomica; nove miliardi di euro di tasse evase recuperati dalla guardia di finanza nel 2009; sei italiani su dieci non vanno in vacanza perché non ce la fanno. Insomma, anche senza ricorrere ai temi ferragostani come i vip in vacanza a Capalbio o il cane che, lasciato solo, si “suicida” (<em>Corriere</em>, p. 26 e 27), di notizie per riempire il giornale della domenica ce n’erano.<br />
<span id="more-36373"></span><br />
Infatti, domenica 8 agosto <em>Libero</em> ha un titolo che domina la prima pagina: “I Fini ora chiedono la privacy”, notizia il cui impatto sulla vita di tutti i cittadini non può sfuggire ad alcuno.  Sempre in prima pagina c’è un editoriale dal titolo un po’ criptico, “Basta umor nero. Adesso ha deciso di farci sbellicare”,  un intervento di Mario Giordano di un’obiettività anglosassone, “Bocchino e soci fanno il doppio gioco” e perfino il richiamo a un articolo di Geronimo (al secolo Paolo Cirino Pomicino, la cui carriera fu stroncata dallo scandalo delle mazzette della sanità): “Inutile rinegoziare con i fuorusciti”.</p>
<p>Ai quattro articoli di prima pagina su Fini seguono due articoli a p. 2 (con foto dell’ormai troppo noto appartamento di Montecarlo), due articoli a p. 3 (con foto di Elisabetta Tulliani e del fratello), due articoli a p. 4, tre articoli a p. 6, tre a p. 7, tre a p. 8 e uno a p. 9. Totale 17 pezzi tutti sullo stesso argomento, interrotti solo dalla pubblicità di stivali da polo (tipico sport bergamasco) che occupa tutta la p. 5.</p>
<p>Dimenticavo di segnalare, a p. 10, un commento del noto costituzionalista Stefania Craxi che fa le pulci a Montesquieu: “Ha perfettamente ragione il Presidente Berlusconi quando contrappone la grande quantità di volontà popolare, raccolta da lui e dal suo Governo, agli stop e alle recriminazioni di istituti della democrazia scritta”. Per esempio, quando la banda Bassotti se ne va col malloppo della banca, i poliziotti non dovrebbero gridare: “Stop! In nome della legge fermatevi!” Sarebbe una recriminazione. Se poi si bada alla “democrazia scritta” dove si va a finire? Ridateci la democrazia orale, magari con le mentine per avere l’alito più fresco.</p>
<p>Sempre di fronte al menù di stragi in Afghanistan, catastrofi ecologiche in Russia, appelli di Fidel Castro e altre sciocchezzuole domenicali, il <em>Giornale</em> che fa? Prima di tutto mette una bella foto di Jean Paul Belmondo con la nuova compagna sotto il titolo “Lasciate che i settantenni si godano la vita” (sì, caro Feltri, sappiamo che ne hai compiuti 67, ma insomma&#8230;). Poi, ignorando i 1600 morti per le alluvioni in Pakistan, le previsioni sull’aumento della disoccupazione italiana in autunno e il blocco di esportazioni di grano dalla Russia (che minaccia di far salire i prezzi del pane alle stelle) il quotidiano del Fratello-di-voi-sapete-chi dedica il titolo principale alle case di Alleanza Nazionale: “Dopo il cognato spunta l’amico”. Troviamo poi un intervento dell’Heidegger di Bisceglie, Marcello Veneziani, su Fini ex subacqueo e un’intervista a Giuliano Urbani “Il ribaltone è già fallito”. Questo si che è giornalismo.</p>
<p>A seguire, le pagine 2, 3, 4, 5, 6 e 9 sono dedicate a Fini e al patrimonio di AN, per esempio: “Che fine ha fatto il gatto ereditato?” (p. 2) che si collega  idealmente alla pubblicità di croccantini di p. 8: “Per un’estate che lascia il segno divertitevi con i vostri amici a 4 zampe”. A p. 7 la già citata pubblicità di stivali da polo <em>La Martina</em>, che sicuramente attirerà l’attenzione del popolo della Val Brembana e della Val Seriana, tirato in ballo da una dotta analisi delle pagine culturali: “Come in politica, anche in pittura si allungano le distanze fra i gusti delle élite e quelli popolari”. L’articolo di Luca Beatrice  (p. 19) rivendica orgogliosamente  la passione per “un’arte bella, autentica, ideale fusione fra contemporaneità e tradizione, non generica ma fortemente incline  a considerare le radici locali” perché la sinistra “fin dai tempi di Togliatti non riconosce il bello”. </p>
<p>Ecco, noi saputelli che invece ci accontentiamo di un’arte brutta, falsa,  generica e priva di radici  come quella di Francis Bacon subiremo il giusto contrappasso: studiare l’opera omnia di Erica il Cane, il Caravaggio  dei nostri tempi, secondo il <em>Giornale</em>. Un’opera alquanto vasta, trattandosi di giganteschi murales, opere per definizione “radicate” nei muri dove sono state dipinte.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/09/carta-strampalata-n-27/">carta st[r]ampa[la]ta n.27</a></p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.26</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Aug 2010 15:43:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>È tutta una questione di numeri. Sabato 31 luglio, il <em>Giornale</em> spara un titolo a tutta pagina: “Il nuovo gruppo nasce con il pallottoliere” (p.5). I deputati che hanno seguito Fini sono 33, numero  che è stato immediatamente dichiarato illegale da Cicchitto, come le intercettazioni della Procura di Palermo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/06/carta-strampalata-n-26/">carta st[r]ampa[la]ta n.26</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/matematica.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/matematica.jpg" alt="" title="matematica" width="400" height="300" class="alignnone size-full wp-image-36362" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>È tutta una questione di numeri. Sabato 31 luglio, il <em>Giornale</em> spara un titolo a tutta pagina: “Il nuovo gruppo nasce con il pallottoliere” (p.5). I deputati che hanno seguito Fini sono 33, numero  che è stato immediatamente dichiarato illegale da Cicchitto, come le intercettazioni della Procura di Palermo. Il Sudoku, che sul <em>Giornale</em> stava a p. 33, d’ora in poi sarà ribattezzato “Sumontekarlo” e la pagina sarà numerata come 32bis.</p>
<p>In effetti, al <em>Giornale</em> si fanno gli straordinari: azzannare i polpacci di Gianfranco Fini, mordere le chiappe di Italo Bocchino e addentare le caviglie  di Fabio Granata è fatica. Le carte della casa a Montecarlo di qua, le sorti del  governo  di là, le interviste a celebri pensatori liberali come Pino Rauti e Francesco Storace, le “dieci domande” al presidente della Camera in stile Repubblica de noantri: per riempire le 36 pagine Feltri ha dovuto mobilitare pure le donne delle pulizie.<br />
<span id="more-36361"></span><br />
Comprensibile che, in tutto questo ambaradan, qualcuno abbia dimenticato la calcolatrice e, sotto il titolo di cui dicevamo, abbia pubblicato una tabella che non necessariamente sarebbe stata approvata dalla mia maestra delle elementari. Il Senato, secondo il <em>Giornale</em>, è composto da 322 senatori, la maggioranza necessaria , secondo la tabella, sarebbe 158. Ohibò! 137 senatori rimangono fedeli a Berlusconi e 26 appartengono alla Lega, totale 163, quindi il centrodestra avrebbe un confortevole margine di sicurezza di cinque voti.</p>
<p>Vediamo di risolvere, sia pure senza l’aiuto del matematico russo Grigori Perelman, la complessa equazione da cui dipendono gli equilibri parlamentari: 322 fratto 2 più 1. Ovvero: la maggioranza di un’assemblea legislativa richiede la metà dei componenti più uno e la metà dei 322 senatori quant’è? 161 dice la mia matita Faber Castell. Più uno, quanto sarebbe? 162 e non 158. Sorpresa: al Senato, Berlusconi avrebbe 163 voti, cioè si troverebbe nella stessa condizione di Prodi, con un solo voto di maggioranza.  Se si desse retta a Repubblica, che attribuisce a ciò che rimane del Pdl 161 seggi, il governo sarebbe già sotto.</p>
<p>È tutta una questione di numeri: a fianco dei conti su Camera e Senato, il Giornale sostiene in un colonnino che “La squadra di Fini costa ai cittadini 35 milioni di euro per cinque mesi”. Trentacinque milioni, mica noccioline. Poi uno legge l’articolo e scopre che i 35 milioni di euro corrispondono ai trasferimenti dal bilancio della Camera ai gruppi per l’intero 2010 e per tutti i gruppi parlamentari. Cioè Pdl, Lega, Pd, Italia dei Valori e quant’altro. La parte che toccava ai 271 parlamentari di Berlusconi e Fini era 11.684.296 euro. I 33 scissionisti, quindi, quanto incasseranno? Circa 1,4 milioni per 12 mesi, ovvero 580.000 euro da agosto a dicembre. Arrotondiamo pure a 600.000: si tratta di circa 58 volte di meno di quanto dichiari il titolo sui 35 milioni, senza contare che i parlamentari vengono pagati indipendentemente dal gruppo a cui appartengono, quindi che i 33 giuda seguano Fini, si iscrivano a Scientology o si dichiarino seguaci di Fidel Castro nel bilancio costano uguale.</p>
<p>È tutta una questione di numeri:  contro l’ipotesi un governo tecnico che escluda Berlusconi, Umberto Bossi (cito dal <em>Giornale </em>di domenica 1 agosto) “mostra i denti: «La Lega ha qualcosa come 20 milioni di uomini pronti a battersi fino alla fine, se non c’è democrazia nel Paese la riportiamo noi»”. E’ l’inflazione: se il padano Mussolini, nel 1940, favoleggiava  di 8 milioni di baionette, il padano Bossi, nel 2010, vanta ben 20 milioni di uomini pronti a seguirlo. Da dove verranno? Il conto è presto fatto: nelle presumibili aree di reclutamento della Lega -Piemonte, Lombardia e Veneto- abitano circa 19 milioni di persone, quindi grosso modo 9 milioni di maschi (che vivono tanticchia meno delle femmine). I nove milioni non sono tutti in età militare: comprendono neonati, iscritti alle elementari, teenager avvezzi a maneggiare la playstation più che il kalashnikov, oltre a una discreta quota di ultrasettantenni con l’artrosi, di residenti nelle cliniche “Anni azzurri” e altri fedelissimi bisognosi del pannolone. A essere molto generosi, di uomini in grado di marciare  su Roma ne restano 4 milioni, gli altri 16 milioni Bossi li recluterà fra gli extracomunitari? Certo che lo spettacolo delle colonne di camice verdi riunite al casello di Melegnano, inquadrate da Calderoli con le braghe corte, pronte a imboccaare l’autostrada dietro lo striscione “No al governo tecnico” sarebbe degno di Almodovar.</p>
<p>È tutta una questione di numeri: sempre domenica, al bar della spiaggia siamo la metà di mille e io cerco invano di ordinare due ghiaccioli. Poi il vicino di tavolo, che di solito parcheggia il SUV nero, blindato e con i vetri fumé in quarta fila, si mette a snocciolare le cifre: “Berlusconi sta in carrozza: al Senato la maggioranza è 158 e lui ha 163 fedelissimi”. Gli chiedo di prestarmi il <em>Giornale</em>, dove sta leggendo un articolo  intitolato “Ribaltone impossibile”. A fianco, p. 4, la stessa tabella del giorno precedente: senatori 322, maggioranza 158. Torno sotto l’ombrellone e cerco di rileggere  <em>Il mago dei numeri</em> di Hans Magnus Enzesberger, promettendo alle nipotine pesaresi 33 ghiaccioli a testa se riescono a risolvere da sole l’equazione da cui dipendono le sorti dell’Italia: 322 fratto 2 più 1.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/06/carta-strampalata-n-26/">carta st[r]ampa[la]ta n.26</a></p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.24 bis</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 10:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/waterloo.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Sono al mare con le mie nipotine pesaresi e quando sento strillare “Cacca! Cacca! Pipì! Popò!” penso siano arrivate le cuginette di Fano: due anni è l’età giusta per scoprire le funzioni corporali e giocare a scandalizzare i grandi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/28/carta-strampalata-n-24-2/">carta st[r]ampa[la]ta n.24 bis</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/waterloo.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-36283" title="waterloo" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/waterloo.jpg" alt="" width="315" height="489" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Sono al mare con le mie nipotine pesaresi e quando sento strillare “Cacca! Cacca! Pipì! Popò!” penso siano arrivate le cuginette di Fano: due anni è l’età giusta per scoprire le funzioni corporali e giocare a scandalizzare i grandi. Invece è il vicino di ombrellone che legge a voce alta un articolo del <em>Foglio</em>. Nel solleone domenicale qualcuno deve aver trovato divertente un articolo di tale Filippo Timi che inizia: “Porca puttana caco sangue dal culo!” e continua “Tutti facciamo la cacca, tutti. Per quanto una persona sia importante, deve, come me, andare in bagno e cacare: il Papa, Berlusconi, Obama, la Kidman, Raoul Bova, Valentino, Armani&#8230;” la lista prosegue e, dopo la battuta finale “Fare la cacca è uno dei rari momenti per stare soli con se stessi” mi precipito sulla passerella che scavalca la ferrovia dietro la spiaggia, guardando se arriva in lontananza l’Intercity Milano-Crotone per buttarmi di sotto. Ha 120 minuti di ritardo e lascio perdere.<br />
<span id="more-36281"></span><br />
La meditazione di Timi (che, per convincere i lettori di avere più di due anni precisava nell’articolo di averne 36) era già uscita su <em>Rolling Stone</em> e non mi era del tutto chiaro perché il Foglio di lunedì 26 avesse deciso di ripubblicarla. Poi il vicino lettore si è messo a sfogliare il <em>Corriere della sera</em> e ho capito: sotto la testatina “Segreti storici” Paolo Rastelli si dilungava  sulle emorroidi di Napoleone che avrebbero causato la sconfitta di Waterloo (26 luglio, p. 22). Dal che si deduce che la domenica milanese provoca un generale ritorno all’infanzia e, in mancanza di secchiello e paletta, i giornalisti dei quotidiani si mettono a saltare su e giù dalle scrivanie delle redazioni gridando “Cacca! Cacca! Pipì! Popò!” fino a quando un vicedirettore non li  conduce per mano al computer e, porgendo un lecca-lecca, dice: “Scrivi, caro, scrivi”.</p>
<p>Essendo il <em>Corriere</em> un giornale per famiglie, il caporedattore anziano ha lasciato che Rastelli si sbizzarrisse per tre quarti di pagina sulle emorroidi dell’imperatore francese ma poi ha fatto un titolo eufemistico: “Napoleone e il «mal di sella» che lo appiedò a Waterloo”.  L’incipit dell’articolo è tambureggiante:  “Un attacco di emorroidi e la mancanza di qualche etto di chiodi. Si può perdere una battaglia (anche) per due piccoli guai del genere. E’ capitato a Napoleone, a Waterloo, nel 1815”. Il sottotitolo in rosso non lascia spazio a dubbi: <span style="color: #800000;">Il dolore gli impedì di cavalcare e il generale non vide la battaglia (che finì in disfatta)</span>.</p>
<p>Secondo l’autore del pezzo, “Il Napoleone di Austerlitz, che a cavallo dall’alto del Pratzen guardava l’attacco degli austro-russi e ne programmava la disfatta, è un ricordo lontano. Quello di Waterloo non «vede» la battaglia, né fisicamente né con gli occhi della mente: per tutta la giornata, la sua conduzione tattica appare lenta e non sempre all’altezza della sua fama, la sua presa sulla situazione sembra tutt’altro che salda”.</p>
<p>Infatti, qualsiasi libro su Waterloo (ne esistono intere biblioteche) spiega che Napoleone stabilì il suo quartier generale  in cima a una collinetta  vicino alla fattoria di Rossomme: “Da lì era possibile sorvegliare col cannocchiale l’intero orizzonte da Hougoumont, a sinistra, fino al bosco detto di Paris, o di Frischermont, e alle alture di Chapelle-St. Lambert, che sbarravano l’orizzonte sulla destra” (Alessandro Barbero, <em>La battaglia</em>, Laterza, p. 74).</p>
<p>Incurante di simili dettagli e concentrato sul ruolo dei dolori di culo nella Storia, Rastelli spiega così il momento decisivo dello scontro: “Quando, verso le 15,30, Ney decide di impiegare contro gli inglesi, che hanno già respinto tutti gli attacchi della fanteria francese, i cinquemila corazzieri della sua cavalleria pesante, l’imperatore piegato dalle emorroidi è lontano nelle retrovie, non lo sa, forse non se ne rende conto e non lo ferma, Perché la mossa di Ney è un’idiozia: la fanteria attaccata dalla cavalleria si chiudeva in quadrato, formazione che, irta di baionette, era praticamente invulnerabile”.</p>
<p>In realtà, Napoleone “vedeva” perfettamente la battaglia per quanto era possibile a un generale dell’epoca. Già alle 13 aveva intravisto le avanguardie  prussiane dalla parte di Chapelle-St. Lambert, informazione che era stata poi confermata dalla cattura di un portaordini tedesco. La mossa di Ney delle 15,30 non era quindi “un’idiozia”, come pontificano gli strateghi da spiaggia 195 anni dopo, ma piuttosto un tentativo disperato di sfondare il centro della linea di Wellington prima dell’arrivo dei rinforzi prussiani.</p>
<p>Era una scommessa rischiosa (Ney ebbe vari cavalli uccisi sotto di sé) ma non una prova di incompetenza: a Eylau, nel 1807, era stata precisamente una carica di cavalleria a sfondare lo schieramento russo. Certo, i quadrati di fanteria disposti a scacchiera erano in grado di respingere le cariche, se non si facevano prendere dal panico, ma i corazzieri francesi speravano appunto nel contrario: riuscire a sfondare in due o tre punti, aprendo una falla nella linea di Wellington, una falla che sarebbe poi stata sfruttata dalla fanteria provocando il collasso dello schieramento nemico.</p>
<p>L’articolo del <em>Corriere</em> tira poi in ballo i chiodi che sarebbero serviti per mettere fuori uso i cannoni inglesi: i chiodi non c’erano, “Così non appena la cavalleria si allontana, gli artiglieri inglesi escono dai quadrati e riprendono a sparare. I corazzieri attaccano e riattaccano ma senza concludere niente, se non dissanguarsi”.  Davvero? Sentiamo cosa scriveva il vincitore, il duca di Wellington, qualche tempo dopo la battaglia: “Avevo il diritto di aspettarmi che gli ufficiali e gli artiglieri avrebbero fatto la stessa cosa che ho fatto io, cioè rifugiarsi nei quadrati di fanteria fino a quando la cavalleria non fosse stata costretta a sgombrare. Invece non hanno fatto niente del genere: se la sono semplicemente squagliata, portandosi via cassoni, munizioni e tutto; e quando, dopo qualche minuto, la cavalleria francese è stata respinta, e si sarebbe potuto fare buon uso dei cannoni, non c’erano artiglieri per farli funzionare”. Altro che chiodi: l’incredibile disciplina della fanteria inglese e prussiana, l’abilità di Wellington  e l’arrivo di 25.000 uomini  di von Bülow nel momento decisivo sono le spiegazioni della sconfitta francese a Waterloo.<br />
Sconfitta che fu resa irreparabile anche dagli errori di Napoleone, che non previde il possibile arrivo dei prussiani sul campo di battaglia e non diede al maresciallo Grouchy, che questo arrivo avrebbe dovuto impedire, ordini precisi per bloccare Blücher. Uno sbaglio dovuto alla presunzione: avendo battuto i prussiani a Ligny due giorni prima, l’imperatore pensava che  essi si sarebbero ritirati verso Liegi o verso Namur, non che avrebbero ripiegato verso nord per ricongiungersi a Wellington. Per questa ragione Grouchy, al momento decisivo, rimase ad alcuni chilometri di distanza, incerto sul da farsi. Certamente qualche storico della domenica scoprirà, prima della fine dell’estate, che anche Grouchy aveva le emorroidi. Nel frattempo, siamo al mare, pasticciamo con la sabbia, compriamoci un ghiacciolo, “Cacca! Cacca! Pipì! Popò!”.</p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.24</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 09:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Fa caldo, caldissimo. Non lo dice il termometro (strumento illuministico-razionalista e quindi giacobino, tendenzialmente totalitario, come direbbero gli intellettuali della fondazione Magna Carta) ma quello che succede nelle redazioni del <em>Foglio</em>, del <em>Giornale</em> e di <em>Libero</em>, palesemente colpite dai black-out elettrici della settimana scorsa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/19/carta-strampalata-n-24/">carta st[r]ampa[la]ta n.24</a></p>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Fa caldo, caldissimo. Non lo dice il termometro (strumento illuministico-razionalista e quindi giacobino, tendenzialmente totalitario, come direbbero gli intellettuali della fondazione Magna Carta) ma quello che succede nelle redazioni del <em>Foglio</em>, del <em>Giornale</em> e di <em>Libero</em>, palesemente colpite dai black-out elettrici della settimana scorsa. Per esempio, il <em>Giornale</em> di domenica 18 luglio dedicava un enorme titolo in prima pagina, seguito dalle intere pagine 2 e 3, a un’intervista con Fedele Confalonieri, l’alter ego di Silvio fin da quando andavano dai salesiani. Titolo: “Vi racconto il vero Berlusconi”.<br />
<span id="more-36118"></span><br />
E cosa racconta il fedele Fedele? Che Berlusconi amava più “ballare con le ragazze” che suonare e cantare nella band di cui entrambi facevano parte; che comunque “è un uomo di spettacolo nato”; che “è sempre stato molto sorprendente”; che “alla fine alla base di tutto c’è la fortuna”. Che originalità! Che creatività! Che rivelazioni! Uno scoop che segue quello della prima pagina di venerdì 16, sotto il titolo “E Berlusconi se la canta”, illustrato da un fotomontaggio in cui compaiono insieme il Nostro e Charles Aznavour. che deve esibirsi lunedì 19 a Milano.</p>
<p>Il cugino di campagna del <em>Giornale</em>, il mitico <em>Libero</em>, decide che la crisi economica, le quotidiane novità sugli allegri compari Carboni, Verdini e Cosentino, la manovra di Tremonti, il chiacchiericcio sui governi di unità nazionale, gli attacchi in Afghanistan e la marea nera in Louisiana sono quisquilie, pinzillacchere, notizie vecchie e sbadigliose. Quindi dedica l’intera prima pagina a: “<em>Libero</em> 10 e gode”, ovvero un’autocelebrazione dei propri dieci anni di vita. Per l’occasione, a <em>Libero</em> rispolverano gli ex direttori come (L)ittorio Feltri, i collaboratori di lungo corso come Mario Giordano e perfino l’immancabile Betulla, al secolo Renato Farina, unico scribacchino italiano che sia riuscito a combinarla talmente grossa da farsi espellere dall’Ordine dei giornalisti (faceva lo spione di magistrati, il che nel PDL è risultato opera talmente meritoria da mandarlo in parlamento). Seguono sei pagine dedicate ai memorabili fasti giornalistici del quotidiano “popolar-scapigliato”, come lo stesso si autodefinisce a p. 3.</p>
<p>Sabato, <em>il Foglio</em> (“tendenza Veronica”) affida invece a Umberto Silva un’interessante riflessione sull’attualità politico-giudiziaria: “Quanti sono gli italiani che pensano che il paese sia governato da una Banda Bassotti capeggiata dal premier? Tutti. Lo pensa l’opposizione, lo pensa il terzo polo, lo pensano i finiani.”</p>
<p>Roba forte, come si vede. Ma questo Silva da dove sbuca? Sarà mica un fratellastro della Boccassini, un cugino di Travaglio, un nipote di Padellaro, uno pseudonimo di Valentino Parlato?<br />
Non bastasse, l’articolo continua così: “Lo pensa la puritana Lega, che gli è alleata solo per ottenere quel federalismo con cui lo scalzerà, e lo pensano anche i suoi seguaci, che anche per questo lo ammirano. Naturalmente lo penso anch’io e sono sicuro che lo pensa anche lui, il Cavaliere, quando la mattina legge i giornali”. Ullallà, una confessione in piena regola, che poi l’autore rafforza sostenendo che comunque gli italiani amano Silvio “perché il bandito piace, lui che si permette di tutto senza piegarsi a malinconici compromessi con le buone maniere della civiltà”. Dal che si deduce che Berlusconi starebbe “fuori” non solo dalle buone maniere ma perfino dalla “civiltà” stessa, tesi che neppure Maurizio Viroli nel suo recente saggio <em>La libertà dei servi</em> (Laterza), aveva osato avanzare.</p>
<p>Naturalmente, è possibile che Silva abbia rispolverato il suo manuale del liceo e scoperto l’esistenza dell’antifrasi, una figura retorica che consiste nell’affermare qualcosa intendendo l’esatto opposto. Il manuale riporta vari esempi, come l’esclamare “Che bella macchina!” di fronte a un orrendo catorcio. Il problema, però, nasce se qualcuno dice “Che catorcio!” di fronte a un autentico catorcio: il manuale non prevede, in questo caso, che il vero senso della frase sia “Che bella macchina!”</p>
<p>Lo sa bene l’Heidegger di Bisceglie, ovvero Marcello Veneziani, che il giorno dopo risponde fulmineamente sul <em>Giornale</em>: “Quella tesi ridicola sul Cav malavitoso”. L’onnipresente giornalista-filosofo tempesta: “Mi offende leggere la riduzione di questa fase della nostra vita politica al disegno criminale. Offende l’intelligenza, la dignità, il nostro senso morale. Ma offende soprattutto la percezione della realtà, dei fatti e delle circostanze” (p. 4). Certo, l’invettiva sarebbe stata più convincente se avesse scritto “la realtà” invece che “la percezione della realtà”, concetto leggermente diverso, ma passons…</p>
<p>Insomma, nei giornali di famiglia si litiga? O siamo noi intellettuali da strapazzo che cerchiamo conferma ai nostri preconcetti giacobini? Per dirimere la questione siamo andati a vedere se, nelle questioni non politiche, nelle notizie di cronaca che non toccano Berlusconi, gli house organ del centrodestra sono politicamente compatti e ideologicamente puri. Prendiamo la notizia di due genitori di Reggio Emilia, la cui bambina, due anni fa, era stata affidata a un istituto dal Tribunale dei minori che aveva deciso di togliere loro la patria potestà. Per <em>Libero </em>non ci sono dubbi: “Coppia di ex tossici rapisce la figlia dal centro di accoglienza” e il giornalista rincara la dose: “E’ la seconda volta che ci provano” (18 luglio, p. 21). In cella, e buttate via la chiave, non ci sono dubbi.</p>
<p>La stessa notizia ha l’onore della prima pagina sul <em>Giornale</em>, ma Annamaria Bernardini de Pace la pensa diversamente: “Riprendersi i figli è un diritto se il giudice è lento a decidere”. Mica scherzi. La commentatrice tuona: “L’attesa della parola definitiva di un Tribunale è in Italia, sempre ingiustamente e insopportabilmente, oltre il segno dell’umana pazienza. Soprattutto quando si tratta della vita di un bambino” (p. 13). E, per chi non avesse proprio capito, il redattore delle Cronache sovrappone all’articolo della Bernardini un titolo a tutta pagina: “Quando rapire un figlio è un diritto”. In galera, in galera! I giudici, naturalmente.</p>
<p><span style="color: #3366ff;">[L'immagine in apice è tratta da <a href="http://www.sleeveface.com/">Sleeveface</a>]</span></p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n. 23</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jul 2010 08:30:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/resizer.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Ogni giorno i giornali danno ampio spazio alle analisi economiche di professori universitari, banchieri, ministri del Tesoro e celebri uomini d’affari, previsioni che sono diligentemente riportate, spesso in prima pagina, dal più blasonato quotidiano italiano. Per esempio, il 4 agosto 2007, Francesco Giavazzi scriveva: “La crisi del mercato ipotecario americano è seria, da qualche settimana ha colpito anche le Borse, ma difficilmente si trasformerà in una crisi finanziaria generalizzata.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/14/carta-strampalata-n-23/">carta st[r]ampa[la]ta n. 23</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/resizer.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/resizer.jpg" alt="" title="resizer" width="475" height="280" class="alignnone size-full wp-image-36099" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Ogni giorno i giornali danno ampio spazio alle analisi economiche di professori universitari, banchieri, ministri del Tesoro e celebri uomini d’affari, previsioni che sono diligentemente riportate, spesso in prima pagina, dal più blasonato quotidiano italiano. Per esempio, il 4 agosto 2007, Francesco Giavazzi scriveva: “La crisi del mercato ipotecario americano è seria, da qualche settimana ha colpito anche le Borse, ma difficilmente si trasformerà in una crisi finanziaria generalizzata. Nel mondo l&#8217; economia continua a crescere rapidamente: in Oriente, in Europa e nonostante tutto anche negli Usa (+3,4 per cento nel secondo semestre dell&#8217; anno). La crescita consente agli investitori di assorbire le perdite ed evita che il contagio si diffonda.”<br />
<span id="more-36054"></span><br />
Infatti, pochi giorni prima la banca d’investimenti Bear Sterns aveva ammesso che i suoi fondi d’investimento che operavano sul mercato dei mutui immobiliari valevano all’incirca quanto un lecca-lecca. La Bear Sterns sarebbe poi stata inghiottita da JPMorgan Chase nel marzo 2008, preludio allo tsunami finanziario che sarebbe arrivato in autunno.</p>
<p>Per le previsioni sulla recessione forse dovremmo ignorare gli editorialisti troppo sicuri di sé e rivolgerci a dei guru che hanno dimostrato misteriose quanto reali capacità: per esempio l’ormai celebre folpo Paul, che il 12 giugno scorso prevedeva correttamente la vittoria della Germania sull’Australia (4 a 0). In mancanza della Sibilla Cumana Paul, il simpatico cefalopode dell&#8217; acquario di Oberhausen (il mio Devoto-Oli lo definisce “polpo” ma trovo che il veneziano “folpo” renda meglio l’idea) ha dimostrato delle abilità insospettate, quanto meno nel calcio. Con grande sconcerto dei suoi ammiratori tedeschi,  ha infatti previsto correttamente anche la sconfitta della Germania contro la Serbia del 18 giugno.</p>
<p>Tra gli umani, invece, il celebre businessman americano Warren Buffett, il 23 agosto 2008, dichiarava: “La Borsa? Oggi è più attraente” e così facendo “rincuorava Wall Street”, almeno secondo il nostro quotidiano lombardo che pubblicava con una certa  evidenza la notizia. Infatti, se il Dow Jones quotava quel giorno 11.715 punti, due mesi dopo, il 23 ottobre, era ancora più attraente: 8.691, cioè il 26% in meno. La Borsa americana aveva perso un quarto del suo valore in meno tempo di quanto non ce ne voglia per leggere la trilogia <em>Millennium </em>di Stieg Larsson, ora opportunamente mandata in edicola dallo stesso quotidiano.</p>
<p>E se avessimo chiesto al tentacolare indovino? Lui, almeno, il  22 giugno 2010 ha scelto le cozze contenute nella vaschetta con i colori tedeschi, prevedendo correttamente il risultato di Germania-Ghana: 1 a 0.<br />
Come si sa, il mese di settembre 2008 fu parecchio agitato sul fronte dell’economia. Il 15, per dirne una, scomparve Lehman Brothers, una cassa di risparmio di provincia che era in attività dal 1858 e gestiva 275 miliardi di dollari, poco meno del prodotto interno lordo della Grecia. Pluff, il 14 settembre c’era, il 15 era scomparsa nell’oceano atlantico. </p>
<p>Cinque giorni prima, il 10 settembre, il blasonato quotidiano dal cui archivio attingiamo queste informazioni, commissionava un articolo al direttore dell’Economist Bill Emmott, articolo intitolato: “Dagli USA una buona notizia”. L’autore parlava di “un raggio di sole che viene a squarciare i nuvoloni neri dell&#8217; economia” (p. 36). Infatti, nei 30 giorni successivi il Dow Jones avrebbe perso 2.780 punti, il sistema finanziario americano sarebbe andato sull’orlo del collasso e sarebbe iniziata una rapidissima crescita della disoccupazione che, due anni dopo, non accenna a invertirsi. Un raggio di sole, <em>indeed</em>.</p>
<p>Al contrario, il folpo Paul non si è sbagliato sull’esito finale di Germania-Inghilterra (4-1), né su quello delle altre partite che la Germania doveva giocare, compresi i quarti di finale. E  le pagine sportive del suddetto quotidiano, alla vigilia dei quarti di finale cosa annunciavano? “Argentina e Brasile favorite su Germania e Olanda” (30 giugno, p. 55). Infatti: Germania-Argentina  4 a 0 e Olanda-Brasile 2 a 1.</p>
<p>Ma torniamo alle previsioni economiche: una settimana prima della disintegrazione di Lehman Brothers, il 7 settembre 2008, cosa diceva l’uomo più potente d’Europa, il banchiere da cui dipende la sorte di tutti coloro che hanno un mutuo da pagare tra Lampedusa e capo Nord? “Trichet: toccato il fondo, ripresa graduale dal 2009” (p. 26).</p>
<p>Forse alla Banca Centrale Europea avrebbero dovuto mettere nell’acquario del nostro <em>octopus vulgaris</em>, pescato all’isola d’Elba, un modellino del grattacielo Lehman Brothers e osservare le sue reazioni. L’unico rischio sarebbe stato la morte istantanea: al contrario dei banchieri, i folpi sono animali sensibili.</p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.22</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 08:30:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/foto-pertini.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Confesso: la vita dei giornalisti delle pagine culturali mi affascina, forse perché in Italia “pagine culturali” è un ossimoro, come “ghiaccio bollente”, “Berlusconi incensurato” o “Scajola cosciente di ciò che accade intorno a lui”. Nelle sezioni Cultura (di solito accuratamente nascoste tra i listini di Borsa e il gossip televisivo) gli infelici redattori che abbiamo descritto su <em>Nazione Indiana</em> la settimana scorsa convivono faticosamente con “le Firme”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/05/carta-strampalata-n-22/">carta st[r]ampa[la]ta n.22</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/foto-pertini.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-36032" title="foto pertini" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/foto-pertini.jpg" alt="" width="336" height="486" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Confesso: la vita dei giornalisti delle pagine culturali mi affascina, forse perché in Italia “pagine culturali” è un ossimoro, come “ghiaccio bollente”, “Berlusconi incensurato” o “Scajola cosciente di ciò che accade intorno a lui”. Nelle sezioni Cultura (di solito accuratamente nascoste tra i listini di Borsa e il gossip televisivo) gli infelici redattori che abbiamo descritto su <em>Nazione Indiana</em> la settimana scorsa convivono faticosamente con “le Firme”.<br />
<span id="more-36030"></span><br />
Le Firme sono il fiore all’occhiello del giornale, gli intellettuali che il direttore vuole assolutamente far scrivere e (un tempo) arruolava con contratti milionari. Ora sono piuttosto loro, le Firme, che andrebbero ogni settimana a farsi cavare un litro di sangue pur di apparire a <em>Domenica In</em> o di firmare 50 righe nelle auguste pagine del <em>Corriere</em> o dell’inserto domenicale del <em>Sole </em>(<em>il foglio</em> e <em>il manifesto</em> riscuotono un successo di stima ma sono considerate solo come tappe per essere promossi in serie A). Solo che una volta le Firme erano Montale, Buzzati, Volponi, Pasolini; adesso sono Gianluca Nicoletti, Mina e Simona Ventura.</p>
<p>Anche <em>il Giornale</em> ha le sue Firme, in particolare Marcello Veneziani, la cui produzione editoriale è sterminata: ha collaborato praticamente a tutti i giornali d’Italia, compreso il fascistissimo <em>Borghese</em>, ha scritto libri con tutti gli editori, per esempio Ciarrapico, quello accusato di aver arraffato contributi pubblici per 20 milioni di euro con giornali di forte impronta culturale come <em>Ciociaria Oggi</em>. Sul suo sito web, Veneziani, afferma di essere posseduto dalla “inquietudine del viandante” : infatti è passato dalle edizioni Settimo Sigillo alla più redditizia Mondadori, dalla scomparsa SugarCo alla frizzante Fazi.</p>
<p>Al <em>Giornale</em>, Veneziani si occupa di un po’ di tutto ma mercoledì 30 giugno (p. 34) si cimentava con un pezzo di storia intitolato, niente meno, “Così i camalli affondarono la democrazia dell’alternanza”. Congratulazioni al caporedattore che ha messo la parola “camalli” nel titolo, difficilmente comprensibile per i suoi lettori in quanto desueta: oggi i portuali genovesi vengono probabilmente chiamati “operatori alle banchine” o qualcosa di simile. Ma vediamo quali sono le tesi del giornalista-scrittore-filosofo sugli avvenimenti del luglio 1960.</p>
<p>Ce lo dice il sottotitolo: “Il 30 giugno di cinquant’anni fa i portuali misero Genova a ferro e fuoco”. Belìn, “a ferro e a fuoco”. La foto su tre colonne che illustra l’articolo mostra gruppetti di persone in mezzo ai tavolini rovesciati di un bar, non precisamente un’immagine tipo Baghdad. E’ vero che ci furono scontri per varie ore tra la Celere e i giovani che manifestavano contro il congresso dell’Msi ma non ci fu nemmeno un morto, né tra i poliziotti né tra i dimostranti, e l’episodio più grave fu il caso di un dirigente degli odiati celerini gettato dai “feroci camalli”, come li definisce l’autore, nella fontana di piazza De Ferrari. Suvvia Veneziani, “a ferro e a fuoco”: guarda che gli archivi dei giornali dell’epoca adesso sono disponibili anche on line, non si possono sparare balle troppo grosse.</p>
<p>La tesi dell’articolo è che il governo Tambroni , “il primo governo di centro-destra che godeva dell’appoggio esterno dell’Msi” era “legittimamente uscito dalle urne” e fu rovesciato “da un vero e proprio golpe di piazza” organizzato  dai portuali comunisti e dal “violento” Sandro Pertini.</p>
<p>Il filosofo di Bisceglie dichiara <a href="http://www.marcelloveneziani.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=47&amp;Itemid=29">sul proprio sito</a> che “non pretende di scoprire verità che nessuno finora aveva mai pensato o conosciuto” e quindi è necessario dargli un piccolo aiuto sulla faccenda del governo Tambroni “legittimamente uscito dalle urne”. Nella primavera 1960 non c’erano affatto state elezioni: il 24 febbraio si era dimesso il governo Segni per contrasti interni alla DC, come spesso accadeva a quei tempi, e ci furono vari tentativi di comporre un nuovo esecutivo, tra cui un incarico a Fanfani, che rinunciò il 22 aprile. Solo allora il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi diede l’incarico a Ferdinando Tambroni, che il 29 aprile ottenne la fiducia con i voti missini. Non c’era stata alcuna campagna elettorale di un “centrodestra” contro un “centrosinistra” e la “democrazia dell’alternanza” era di là da venire: furono le varie correnti democristiane a dilaniarsi tra loro e la reazione di Genova fu contro il congresso dell’Msi, allora guidato da un gerarca della repubblica di Salò, un fascista fatto e finito come Giorgio Almirante.</p>
<p>Sempre il filosofo di Bisceglie, che non troppo tempo fa era alla ricerca della sposa invisibile “che si nasconde dietro mille volti: il primo amore, la madre perduta, l’autrice celata, la prostituta, la dea…” , continua nella sua opera storiografica sull’anno 1960: “Anche la guerra fredda, con l’avvento di Krusciov e Kennedy si era intiepidita”. Vediamo, vediamo, il 30 giugno 1960: Krusciov e Kennedy cosa facevano? Il primo si preparava alla famosa seduta del 12 ottobre alle Nazioni Unite quando, infuriato dall’intervento del delegato filippino, si tolse una scarpa per sbatterla più volte sul banco dietro cui stava: un momento in cui, ai diplomatici occidentali, non apparve affatto tiepido. Quanto al compianto Kennedy, doveva ancora diventare presidente perché in giugno 1960 alle elezioni mancavano parecchi mesi e Richard Nixon era un avversario formidabile: JFK sarebbe stato eletto (con un forte sospetto di brogli) solo in novembre e sarebbe entrato in carica solo nel gennaio 1961. Tra l’altro, in politica estera, il candidato democratico, aveva una posizione estremamente bellicosa, accusando l’amministrazione Eisenhower di aver lasciato i russi prendere un vantaggio nella produzione di missili (l’inesistente missile gap di cui molto si discusse in quei mesi). Altro che “intiepidimento”.</p>
<p>Veneziani conclude che “quando si parla del rumore di sciabole dei militari e carabinieri italiani, e della strisciante tentazione golpista che attraversò l’italia tra il ’64 e il ’70 (…) si deve considerare quel precedente genovese che rendeva impossibile la nascita per vie democratiche di un centro-destra in Italia”. Magari le idee di un golpe (di Freda, Ventura, Rauti, Valerio Borghese e qualche altra decina di missini o ex missini) furono un po’ più di una “tentazione”: il piano di colpo di Stato del generale De Lorenzo arrivò allesoglie della realizzazione, le bombe a Milano del 1969 facevano parte di una strategia della tensione che doveva provocare la nascita di un governo autoritario, così come gli attentati sui treni per cui fu condannato Mario Tuti negli anni ’70 e la bomba di Bologna nel 1980. Per fortuna che il nostro filosofo, ammorbidito dall’età nonostante l’aspetto giovanile, scrive, con magnanimità, che a Genova “forse fece bene la polizia a non rispondere col fuoco”. Almeno nel 1960: cosa fece nel 2001 (con l’entusiastica approvazione di Veneziani) lo sappiamo bene.</p>
<p><span style="color: #00ccff;">[ndr. avrete tutti riconosciuto nell'immagine in apice un fotoritocco, su pacifico fondo azzurro, del "violento Sandro Pertini"]</span></p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.21</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jun 2010 08:00:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/habeas_corpus_1.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Mica facile. No, sul serio: la vita dei giornalisti delle pagine culturali è un inferno. Uno va in redazione la mattina e si propone di scrivere su qualche tema  semplice semplice, come “Dio e l’Uomo”, “Chiesa e Stato”, “Autorità e Libertà” o magari “Capitalismo e Democrazia”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/28/carta-strampalata-n-21/">carta st[r]ampa[la]ta n.21</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/habeas_corpus_1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/habeas_corpus_1-300x239.jpg" alt="" title="habeas_corpus_1" width="300" height="239" class="aligncenter size-medium wp-image-35932" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Mica facile. No, sul serio: la vita dei giornalisti delle pagine culturali è un inferno. Uno va in redazione la mattina e si propone di scrivere su qualche tema  semplice semplice, come “Dio e l’Uomo”, “Chiesa e Stato”, “Autorità e Libertà” o magari “Capitalismo e Democrazia”. Il caporedattore neppure vi bada, il direttore è chiuso nella sua stanza, e fino alle sei del pomeriggio vi tocca fare un solitario sul computer, telefonare agli amici della testata concorrente per scambiare un po’ di gossip e, alla fine, consultare il sito di <em>Nazione Indiana</em>. Meglio fare il cronista di nera: un omicidio è un omicidio mentre l’epistemologia chissà cos’è.<br />
<span id="more-35897"></span><br />
Poi i capoccioni del giornale hanno “un’idea” per le pagine del giorno dopo. Una polemica Cavour-Garibaldi? I diari segreti di Togliatti? Rivelazioni scabrose su De Gasperi? No, temi già sfruttati. Il caporedattore vorrebbe un pezzo sulle diatribe tra i giurati del premio Strega, mentre il direttore, che vola alto, pensava a un’inchiesta su “Gianfranco Fini e Hannah Arendt”. Intanto si sono fatte le 18,30 e alle 20,00 bisogna chiudere le pagine.</p>
<p>Passa per caso un vicedirettore che pensa al futuro (il proprio) e butta lì: “Se affrontassimo il tema della privacy? Intercettazioni, libertà personale, rapporto pubblico/privato, libertà di stampa: tutto passa di lì”. Silenzio. Poi il direttore esplode: “Ottima idea! Marina occupatene tu.”</p>
<p>E fu così che la povera Marina Valensise, che di mattina ingolla café-au-lait, a pranzo si concede solo una ficelle con un po’ di Brie e a cena si accontenta di crudités, fu messa al lavoro su concetti  decisamente anglosassoni come la privacy. Come far giocare i francesi a cricket e gli inglesi alla bélote.</p>
<p>Il risultato, sbrodolato su quattro-pagine-quattro del Foglio di sabato 12 giugno, mostra tutta l’antica saggezza del proverbio milanese “Ofelè fa ‘l tò mestè”, che tradotto dal mio sherpa lombardo suonerebbe pressappoco: “Ciascuno faccia il suo mestiere” (e non quello degli altri). Il minestrone comprende infatti il console romano Lucio Quinzio insieme al saggista Edmund Burke, San Paolo insieme a Montesquieu, Sant’Agostino in compagnia di Benjamin Constant, il monarchico Royer-Collard a braccetto con Milan Kundera.</p>
<p>Per esempio, tutti sanno che la <em>Glorious Revolution</em> inglese non è del 1689 bensì del 1688 (quando il re Giacomo II fuggì in Francia il 23 dicembre e Guglielmo d’Orange si insediò al suo posto, il 28 dicembre) ma non importa. Lascia perplessi, invece, il fatto che l’idea del governo rappresentativo “di John Locke, che nella Rivoluzione inglese 1689 aveva difeso l’habeas corpus e la dottrina della tolleranza, rielaborata attraverso la teoria di Montesquieu della separazione dei poteri…”. Certo, le cose britanniche sono complicate, e l’italiano della frase è piuttosto zoppicante ma quel riferimento all’habeas corpus appare alquanto fuori luogo, visto che nell’indice analitico di <em>Two Treatises of Government</em> non compare (sto usando l’edizione critica curata da Peter Laslett per la Cambridge University Press, 1999). Nell’indice si citano Adamo ed Eva, la torre di Babele, il cannibalismo, le concubine, don Chisciotte della Mancia, il profeta Geroboamo e l’arca di Noè, ma non l’<em>habeas corpus</em>. Come mai?</p>
<p>Sarà forse perché  il concetto era presente già nella Magna Charta, imposta nel 1215  dai baroni a re Giovanni, detto Senza Terra? (Per chi volesse approfondire la questione, se ne parla anche nel <em>Robin Hood</em> di Ridley Scott che, secondo l’ANSA, <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cinema/2010/05/18/visualizza_new.html_1793917266.html">cerca di raccontare le verità storicamente accertate</a>).  Oppure perché già dieci anni prima del 1689, nel 1679, il parlamento aveva votato un Habeas Corpus Act che codificava il diritto di ogni persona arrestata ad essere presentata davanti a un giudice il più rapidamente possibile? Insomma, Locke certamente era per l’Habeas Corpus e contro gli arresti arbitrari, ma nella sua opera principale si occupava d’altro.</p>
<p>Valensise ha tradotto Benjamin Constant e Alain Finkielkraut ma di questo la si può perdonare. Quando si avventura nella storia della Grecia antica ha le idee un po’ confuse: il cittadino, scrive,  “aveva  l’obbligo di prendere partito, di schierarsi per una fazione in lotta, [il] dovere [di] partecipare alla vita della polis, difendere le sue idee. E il pazzo che avesse voluto tenersi a distanza dall’agone politico, ostentando magari una calma imperturbabile, andava incontro all’ostracismo, alla perdita dei diritti politici, decretata dal potere pubblico”.</p>
<p>In realtà, il cittadino comune era tanto poco disturbato nel suo “tenersi a distanza dall’agone politico” che Atene lo pagava per frequentare l’agorà o prendere parte alle giurie popolari. Quanto all’ostracismo, la redattrice del <em>Foglio</em> avrebbe potuto utilmente consultare le opinioni di un ex ambasciatore  di nome Alberto Indelicato sull’altro organo della famiglia, il <em>Giornale</em>, dove si sosteneva  che l’ostracismo  ad Atene fu “estremamente limitato” e diretto solo “nei confronti di dirigenti politici troppo popolari e che avevano successo”. Secondo Indelicato, “dal 443 al 416 a.C. fu eseguito una sola volta” (20 agosto 1999).</p>
<p>Dirigenti politici troppo popolari, com’è ovvio: la procedura, che richiedeva una votazione dell’assemblea, non era certo usata per privare il cittadino qualsiasi dei suoi diritti politici, ma veniva usata per esiliare dei leader che minacciassero di instaurare un potere personale, come avvenne con Alcibiade. Una visitina alla biblioteca Sormani avrebbe poi permesso di consultare un autorevole testo dello storico inglese Moses Finley, che sull’ostracismo scriveva: “L’ostracismo venne introdotto nel momento in cui gli ateniesi introdussero un sistema democratico, dopo i decenni della tirannide pisistratide. (…) Si decise che il rischio di un’altra tirannide poteva essere ridotto espellendo per dieci anni un leader troppo fortunato e popolare, se si raggiungeva un minimo di 6000 voti in un procedimento formale di votazione” (<em>La politica nel mondo antico</em>, Laterza 1985, p. 82).</p>
<p>Dalla Grecia a Roma: leggendo un po’ frettolosamente Fustel de Coulanges, Marina Valensise scrive che: “Il civis romano apparteneva allo stato anima e corpo: era votato alla sua difesa, a Roma doveva prestare servizio militare fino a 46 anni, i suoi beni erano a disposizione dello stato, così come lo erano i gioielli delle donne, i crediti dei creditori, gli ulivi degli agricoltori tenuti, in caso di necessità, a cedere l’olio prodotto allo stato. Di privacy, dunque, nessuna traccia”.</p>
<p><em>A vrai dire</em>, non è del tutto chiaro cosa c’entri il servizio militare con la privacy: se l’esistenza della leva significa che la privacy scompare, evidentemente questo prezioso bene non è mai esistito nei secoli, e in particolare in nessuna democrazia occidentale. Fino a ieri, infatti gli eserciti di coscritti erano la base della difesa nazionale in tutto il mondo e solo molto recentemente sono stati sostituiti da truppe volontarie o professionisti.</p>
<p>Con buona pace dell’autrice, la descrizione “i beni del cittadino romano] erano a disposizione dello stato, così come lo erano i gioielli delle donne, i crediti dei creditori, gli ulivi degli agricoltori” si attaglia di più all’economia cambogiana sotto Pol Pot che a quella della Roma antica, peraltro difficile da sintetizzare in una frase visto che il periodo da prendere in considerazione supera i mille anni. Durante la repubblica, Roma era uno stato militarizzato? Certo, la percentuale di maschi adulti che  prestavano servizio militare era molto elevata. Che questo significasse un’economia di guerra permanente e un egualitarismo simile a quello della Corea del Nord è una tesi che farebbe bocciare qualsiasi studente all’esame di maturità.</p>
<p>Per esempio, Livio ci dice che nel 214 a. C., durante il conflitto con Cartagine, i consoli ordinarono un prelievo fiscale straordinario sui contribuenti più ricchi, ai quali fu richiesto di fornire l’equipaggiamento e la paga per piccoli gruppi marinai, fino a un massimo di 8: “Fu questa <em>la prima volta</em> che una flotta romana venne equipaggiata a spese dei privati”. C’era Annibale alle porte, il provvedimento non sembra particolarmente staliniano.</p>
<p>Per <em>il Foglio</em>, “i beni [dei cittadini] erano a disposizione dello stato”. La verità è piuttosto il contrario: élite politica ed élite economica largamente coincidevano: “Gli aristocratici possedevano molta parte della ricchezza” (Finley, op. cit., p. 20). “Quasi tutti i senatori venivano da ricche famiglie di proprietari terrieri. I loro vasti profitti come generali e governatori venivano investiti quasi interamente in terre, e il prezzo della terra andò alle stelle” (<em>The Columbia History of the World</em>, 1981, p. 195). E per quanto riguarda “i gioielli delle donne”, Tito Livio riferisce nelle sue <em>Storie </em>(34, 1-8) che, nell’anno 195 a. C., una legge suntuaria (cioè sul lusso) che limitava l’uso di carrozze e ornamenti fu abolita di fronte alle energiche proteste delle signore ingioiellate.</p>
<p>Non vorremmo pensare che queste cupe descrizioni della repubblica romana debbano servire a giustificare poco nobili preoccupazioni per la privacy telefonica di ministri, sottosegretari e appaltatori della “cricca”… </p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.20 &#8211; Mondiali</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 08:00:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/lorenzo_buffon.jpg"></a>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>“Il gigante è in ginocchio. Steso dal nervo sciatico, un dolore violento e improvviso, una scarica elettrica che parte dalla schiena e scende lungo la coscia. Gianluigi Buffon è fermo ai box, come una Ferrari che perde olio dal motore.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/23/carta-strampalata-n-20/">carta st[r]ampa[la]ta n.20 &#8211; Mondiali</a></p>
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<p>“Il gigante è in ginocchio. Steso dal nervo sciatico, un dolore violento e improvviso, una scarica elettrica che parte dalla schiena e scende lungo la coscia. Gianluigi Buffon è fermo ai box, come una Ferrari che perde olio dal motore. Malinconico e arrabbiato” scriveva Alessandro Bocci sul <em>Corriere della Sera</em> del 16 giugno (p.48). Eh già, Buffon perde olio dal motore malgrado l’accurata manutenzione effettuata in tutti questi anni.</p>
<p>Il portiere della Juventus  sembra aver stimolato i cronisti inviati in Sudafrica alla ricerca di eroi: il <em>Mattino di Padova</em>, per esempio, scriveva  il 20 giugno, che “Gigi Buffon ha voluto riunire tutti i compagni per abbracciarli forte, uno a uno. «Non vengo perché ho dolore &#8211; ha confidato loro &#8211; ma lottate anche per me»”. Un saluto degno dei re spartani alle Termopili, dei gladiatori che entravano nel Colosseo, di Enrico Toti prima di andare a lanciare la stampella contro gli austriaci. Peccato che l’effetto retorico fosse un po’ rovinato dal seguito dell’articolo: “«Sono sicuro che farete una grande partita»” Certo, cos’era la difesa di Stalingrado dai nazisti in confronto alla sofferenza di dover guardare la partita in tv?</p>
<p>L’indisposizione di Buffon ha risvegliato un grande interesse qui a <em>Nazione Indiana</em>: ci sembrava  che la stampa italiana non avesse indagato a sufficienza su quel “male subdolo”, sul “dolore violento e improvviso” che ha colpito il bravo portiere. Possibile che la sciatica colpisca anche in giovane età? Buffon ha risposto in televisione a Ilaria D&#8217; Amico, nel corso di <em>Sky Mondiali Show</em>, citando il caso della compagna Alena Seredova: “Anche la gravidanza dà questi problemi, [il nervo] si infiamma a seconda di come si posiziona il bambino, ora non possiamo fare un&#8217; esegesi del nervo sciatico, però sono informazioni che servono”. Mmmmmmh, “ora non possiamo fare un&#8217; esegesi del nervo sciatico”, cosa mai vorrà dire?<br />
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La <em>Stampa</em> del 22 dava credito a un’altra versione, palesemente di fantasia: Buffon andrebbe presto sotto i ferri “per risolvere l’erna del disco”. Proprio così, “erna”, che ammesso voglia dire “ernia”, comunque con la sciatica c’entra poco. La nostra inchiesta ha invece dato ben altri risultati, assolutamente stupefacenti. Partiamo dalle verità ufficiali: “Di Buffon ce ne sono due. Il primo, Lorenzo, compirà ottant’anni a dicembre, ed è stato un grande portiere di Milan, Genoa e Inter tra il 1949 e il 1963. Gigi della Juve, il secondo Buffon, viene dallo stesso ceppo familiare”. Così scriveva la Gazzetta dello Sport nel luglio 2009. Zio e nipote, due generazioni accomunate solo dalla passione per il calcio e dalla bravura.</p>
<p>La realtà è un po’ diversa: Gigi Buffon non esiste. Di Buffon ce n’è uno solo, Lorenzo.</p>
<p>La nostra indagine è  partita da un drammatico match tra Italia e Inghilterra 49 anni fa, a Roma, finito 3 a 2 per i fortissimi inglesi dopo che gli azzurri erano andati in vantaggio con Sivori e Brighenti. In porta, Lorenzo Buffon. Al 9’ minuto del secondo tempo l’incidente che cambiava il corso della partita, e della storia del calcio italiano: uscendo coraggiosamente sui piedi di Hayes, Buffon veniva travolto, subiva la frattura del setto nasale e veniva sostituito da Vavassori. Leggiamo la cronaca sull’<em>Unità</em> del 25 maggio 1961: “Buffon è stato sollecitamente avviato a bordo di una autoambulanza al Policlinico Italia. Qui è stato immediatamente visitato dal prof. Zappalà che ha diagnosticato (…) la frattura del setto nasale con spostamento delle ossa nasali verso sinistra. La prognosi è di quindici giorni salvo complicazioni”.</p>
<p>In realtà, le complicazioni ci furono. Sostanzialmente, la carriera del povero Buffon finì  sul prato dello stadio olimpico: non recuperò mai il senso della posizione, la tempestività dei riflessi, la sicurezza nelle uscite che lo avevano portato in nazionale. Anche la sua vita personale iniziò ad andare a rotoli: quell’anno nacque la figlia che aveva avuto dalla celeberrima valletta di <em>Lascia o raddoppia</em>?, Edy Campagnoli. Poco dopo, la separazione. Nell’Italia del 1961 chi si separava era messo all’indice, così Buffon (secondo la versione ufficiale) salì su un aereo, destinazione Stati Uniti: “Per cambiare aria, lasciarsi dietro i pettegolezzi”.</p>
<p>La realtà era ben diversa: la meta di Lorenzo Buffon non erano le grandi praterie, bensì  l’efficiente clinica in Romania della Dr.ssa Ana Aslan, che nel 1958 aveva scoperto il segreto dell’eterna giovinezza: il Gerovital. Il medicinale-miracolo convinse addirittura <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/John_F._Kennedy">John F. Kennedy</a>, <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Marlene_Dietrich">Marlene Dietrich</a>, <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Kirk_Douglas">Kirk Douglas</a> e <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Salvador_Dal%C3%AD">Salvador Dalí</a>: logico che Buffon, già oltre i 30 anni e fortemente provato dalla ferita, volesse provarlo.</p>
<p>Lorenzo alternava lunghi periodi in Romania per seguire le cure a brevi apparizioni in Italia per mantenere il segreto, di cui non erano stati messi al corrente neppure i dirigenti dell’Inter.Dopo i mondiali del Cile del 1962, a causa delle difficoltà fisiche rinunciò al posto in Nazionale: la sua ultima partita fu contro la Svizzera, il 7 giugno (vittoria italiana per 3 a 0). L&#8217;anno successivo giocò molto meno e e l’allenatore Helenio Herrera lo sostituì con <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ottavio_Bugatti">Ottavio Bugatti </a> e lo fece poi vendere alla Fiorentina, dove giocò una sola partita in tutto il campionato. Dopo una stagione in Serie C con l&#8217;Ivrea nel 1965, chiuse la carriera.</p>
<p>Rientrato segretamente in Romania, Buffon continuò con incredibile tenacia le cure, che tardavano a dare i risultati sperati: il Gerovital di allora era un prodotto incredibilmente primitivo, sostanzialmente un antidolorifico simile alla novocaina. Solo negli anni Ottanta, la Dr. Aslan, con la collaborazione del suo paziente italiano, riuscì a mettere a punto un cocktail di farmaci ultrasegreto che davvero funzionava.</p>
<p>Nel frattempo, Buffon si era anche rifatto una vita, scegliendo come compagna l’infermiera che, nei primi anni di cure, gli aveva praticato  le dolorose iniezioni, lo aveva aiutato a fare ginnastica, gli aveva cambiato i pannoloni e aveva spinto la carrozzella nel parco di Bucarest, dove Lorenzo amava guardare i piccioni: “Mi ricordano quelli di piazza S.Marco a Venezia” diceva nei momenti di tristezza. La fortunata si chiamava Alena Seredova, era 30 centimetri più alta di lui, ma Buffon ne era perdutamente innamorato.</p>
<p>Gli anni passavano, e Buffon migliorava (cioè, ringiovaniva) ma non osava farsi vedere in pubblico, né sognare il ritorno alla passione di sempre, giocare come portiere. Un sovradosaggio di farmaci, poi, aveva provocato un effetto sconvolgente per l’anziano portiere: era tornato ad avere il fisico (e il cervello) di un bambino di 11 anni. Da pensionato al parco a teenager in un paese straniero: davvero l’eroico Buffon ha sopportato tutto per amore del calcio e della maglia azzurra.</p>
<p>Lorenzo sarebbe probabilmente rimasto in Romania se, nel dicembre 1989, la rivoluzione non avesse abbattuto il dittatore Ceausescu e con lui l’establishment medico del Paese, tra cui la Dr.ssa Aslan. La folla invase il suo istituto, distrusse i laboratori, disperse gli archivi degli esperimenti, fino a incendiare tutto l’isolato. Con l’aiuto della Seredova,  che aveva messo da parte una buona scorta di farmaci, Buffon si ritirò in campagna , dove decise di sfruttare la sua “eccessiva” giovinezza rientrando in Italia e costruendosi una nuova personalità.</p>
<p>Con l’aiuto dei servizi segreti rumeni (molto interessati agli esperimenti della Aslan, di cui conoscevano il valore), Buffon si costruì una nuova identità: non più <a href="http://www.acmilan.com.pl/legendy/lorenzo_buffon.jpg">Lorenzo</a> ma <a href="http://www.astrogoal.it/Gossip/images/buffon-seredova.jpg">Pierluigi</a>, non più il Friuli ma la Toscana, non più il 1929 come anno di nascita ma il 1978. La somiglianza, nelle fotografie, è evidente.</p>
<p>Dei lontani cugini furono arruolati per recitare la parte dei genitori e così “nacque” Pierluigi. Gli opportuni certificati furono compilati, fu creata una personalità che resistesse almeno ad indagini superficiali, come si fa per ogni “spia venuta dal freddo” che si rispetti. Nel caso di Buffon tutto era più facile, essendo madrelingua e pochissimo loquace di natura (i portieri non devono neppure inteagire troppo con i compagni di squadra).</p>
<p>Il “nuovo” Buffon fa il suo esordio in Serie A nella partita Parma-Milan (0-0) del 19 novembre 1995 a “soli 17 anni”. Con il Parma torna anche a giocare in Europa, in Coppa UEFA, contro il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Vit%C3%B3ria_Guimar%C3%A3es">Vitória Guimarães</a> il 24 settembre 1996. Naturalmente, se si fosse trattato di un vero diciassettenne di una squadra di provincia sarebbe inspiegabile il fatto che nella stagione successiva (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Serie_A_1996-1997">1996-1997</a>) fosse già titolare e l&#8217;anno successivo esordisse in Nazionale. Ma, naturalmente, il “bambino prodigio” del Parma aveva dietro le spalle centinaia di partite giocate e cinque scudetti: spolverata via la ruggine, ritrovò tutto il suo talento, facendo nella seconda carriera anche meglio che nella prima. Il successo portò anche alla felicità familiare: Alena Seredova, che da anni assumeva anche lei il cocktail segreto di farmaci della giovinezza faceva carriera come modella e sfornava poi due graziosì bebè. La trasformazione della coppia era completa, la felicità immensa.</p>
<p>Fino a quella maledetta infiammazione del nervo sciatico il 14 giugno 2010. Dopo la partita con il Paraguay, Vittorio Zucconi ha scritto su <em>Repubblica</em>: “la sciatica è una malattia della vecchiaia. “Crudele o troppo ben informato? </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/23/carta-strampalata-n-20/">carta st[r]ampa[la]ta n.20 &#8211; Mondiali</a></p>
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