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	<title>Nazione Indiana &#187; famiglia</title>
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		<title>La scuola, a casa mia</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Mar 2011 09:58:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>evelina santangelo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Da «il Fatto Quotidiano» &#8211; mercoledì 2 marzo 2011</p>
<p style="text-align: justify;"><em>A proposito dei valori che si trasmettono in classe: i miei genitori erano professori, mi hanno insegnato l’importanza della conoscenza e della capacità critica.</em></p>
<p style="text-align: justify;">
di <strong>Evelina Santangelo</strong><br />
A casa mia c’erano molti libri e non erano sugli scaffali come parte dell’arredamento per fare scena.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/02/la-scuola-a-casa-mia/">La scuola, a casa mia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Da <span style="color: #800000;">«il Fatto Quotidiano»</span> &#8211; mercoledì 2 marzo 2011</p>
<p style="text-align: justify;"><em>A proposito dei valori che si trasmettono in classe: i miei genitori erano professori, mi hanno insegnato l’importanza della conoscenza e della capacità critica.</em></p>
<p style="text-align: justify;">
di <strong>Evelina Santangelo</strong><br />
A casa mia c’erano molti libri e non erano sugli scaffali come parte dell’arredamento per fare scena. Si leggevano. C’erano i libri dei miei genitori, i libri delle zie di mio padre e dei miei nonni paterni. Perché, a casa mia, si erano succedute generazioni di professori di ogni disciplina. E quasi tutte le mie zie e i miei zii – paterni e materni – hanno continuato a svolgere orgogliosamente quello che ritenevano un compito tra i più delicati.<br />
A casa mia, quando si doveva fare un complimento a qualcuno, si diceva: «È una bella testa, una bella intelligenza». E se si faceva invece un apprezzamento che aveva a che vedere con la bellezza fisica si pronunciava sempre con garbo, per non offendere.<br />
A casa mia, quando i miei volevano sapere com’era andata a scuola, non ci chiedevano «Quali competenze avete acquisito?», volevano sapere piuttosto cosa avevamo appreso, capito. Né era possibile esprimere un’opinione con arroganza, se si desiderava essere ascoltati.</p>
<p><span id="more-38295"></span></p>
<p style="text-align: justify;">A casa mia giravano molti ragazzi e molte ragazze tutt’altro che bacchettoni. Quando alcuni di essi li ho incontrati in seguito mi hanno detto che, studiando latino e greco, frequentando la mia casa avevano imparato qualcosa che aveva a che vedere anche con la dignità umana e la libertà. Eppure ho sentito spesso dire a mio padre: «Non giurare mai sulla parola dei maestri, discutila, anche se ti sembra infallibile, soprattutto se ti sembra infallibile».<br />
A casa mia, quando è stato ritrovato il corpo di Aldo Moro è stato un giorno di lutto. Come in molte famiglie d’Italia, ritengo. Perché, anche se i miei genitori non erano democristiani, avevano rispetto per il profilo morale, umano e intellettuali di uomini come Aldo Moro.<br />
A casa mia, non si raccontavano tante barzellette. Si preferiva l’ironia, ritenuta dai miei genitori una delle manifestazioni più sottili e alte dell’intelligenza, soprattutto se si era capaci di esercitarla su se stessi. Una buona prassi per non incorrere in tutte le forme più ridicole dell’amor proprio.<br />
A casa mia, i miei, proprio perché erano professori, non pensavano che la scuola fosse perfetta. Anzi ritenevano che avesse ancora molti limiti: il fatto stesso ad esempio che non fossero contemplati nei programmi i dibattiti in corso nella letteratura, nella storia, nell’arte, nella fisica, nelle scienze applicate&#8230; o almeno l’eco di alcuni di quei dibattiti, pensavano costituisse un limite, non solo in termini di conoscenza, ma anche sotto il profilo politico e morale.<br />
A casa mia, certo, non si è mai apprezzato chi confonde un paese con un’azienda. Per una questione di evidenti priorità, se non altro. Essendo le priorità di un’azienda i profitti, a discapito di tutto il resto, se è il caso. Mentre le priorità di un paese democratico e della scuola in un paese democratico attengono alla qualità della vita associata, alla piena esplicazione dei diritti e dei doveri civili, alla formazione di un’opinione pubblica capace di formulare giudizi, compiere scelte, sviluppare professionalità, cosa ben diversa dal plotone di esecutori di competenze che probabilmente andrebbero benissimo per selezionare il personale di una qualche azienda.<br />
A casa mia, mio padre – ho scoperto in seguito – diceva a noi figli quello che diceva ai suoi studenti: «Tutto può essere messo in discussione tranne la propria e l’altrui dignità, tranne essere uomini liberi in un mondo libero».<br />
Così, dunque, andavano le cose a casa mia dove i ruoli del professore e del genitore spesso si confondevano.</p>
<p>A casa sua, signor presidente del Consiglio, cosa le hanno trasmesso, mi chiedo? visto che coglie un tale abisso tra i valori su cui si fonda la scuola pubblica e i valori della famiglia, come se ogni famiglia poi non fosse «fatta a suo modo», nel bene e purtroppo anche nel male, nella felicità e nell’infelicità, direi, forzando il Tolstoj di <em>Anna Karenina</em>. Né, perciò, la famiglia (nemmeno quella che sta bene a lei, signor presidente) può mai farsi misura su cui modellare la scuola pensata per tutti.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/02/la-scuola-a-casa-mia/">La scuola, a casa mia</a></p>
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		<title>Orografia familiare</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Oct 2010 12:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Valentina De Lisi</strong></p>
<p><strong>Infanzia</strong></p>
<p><em>Capodanno </em></p>
<p>La notte di capodanno il padre, medico chirurgo, è di turno in ospedale. La moglie decide di seguirlo con la figlia piccola. Si portano dietro un panettone e una bottiglia di spumante fatti recapitare qualche giorno prima, con un biglietto di ringraziamento, da un paziente.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/10/20/orografia-familiare/">Orografia familiare</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Valentina De Lisi</strong></p>
<p><strong>Infanzia</strong></p>
<p><em>Capodanno </em></p>
<p>La notte di capodanno il padre, medico chirurgo, è di turno in ospedale. La moglie decide di seguirlo con la figlia piccola. Si portano dietro un panettone e una bottiglia di spumante fatti recapitare qualche giorno prima, con un biglietto di ringraziamento, da un paziente. La scatola del panettone contiene una sorpresa per bambini.<br />
Arrivano in ospedale. Si sistemano in una camera asettica nella quale ci sono due lettini per ammalati e un televisore. Il padre indossa un camice verde. Se ne sta appartato.<br />
Marito e moglie iniziano a litigare. La bambina spacchetta una decina di speculum e ci costruisce una casetta.<br />
La discussione dei genitori si protrae. Il padre a un tratto si distende sul lettino e chiude gli occhi.<br />
A mezzanotte, mentre alla tv è la solita litania di trenini e auguri, la madre riempie di spumante un bicchiere di plastica, sorride, e lancia tutto il contenuto addosso al marito disteso, gridando Auguri. La bambina ride.<br />
Il padre, come al ralenti, apre gli occhi, si alza sgocciolando, e in un attimo si è piazzato di fronte alla moglie, le ha tirato uno schiaffo sotto gli occhi della figlia. In televisione la musica disco e il presentatore che urla Auguri.<br />
La madre rimane immobile al centro della stanza, sembra un fantoccio, ha i capelli sulla faccia.<br />
Il padre apre la confezione del panettone, estrae la sorpresa, ritorna sul letto a montare il giochino.<br />
<span id="more-36929"></span><br />
<em>Carnevale</em></p>
<p>A scuola hanno dato la festa di carnevale. La madre ha vestito la figlia da fiore, le ha messo pantaloni e maglietta verdi, una corolla di gommapiuma rossa intorno alla testa. Le ha comprato i coriandoli e una ciambella. Al ritorno la casa è più fredda dell’esterno, c&#8217;è poca luce. La tavola è apparecchiata e il padre sta mangiando solo. La bambina lo saluta sovraeccitata. La madre le dice di andare in bagno a togliersi i coriandoli dai capelli facendoli cadere dentro la vasca. Mentre lo dice si mette una mano tra i capelli e si massaggia la testa, per farle vedere come fare.<br />
La bambina sente che è una giornata speciale, che è carnevale e all&#8217;asilo si festeggia e per le strade c&#8217;è il sole e ci si tira i coriandoli e che oggi è una giornata diversa, che la madre le fa fare una cosa da grande perché è festa. Allora va in bagno, si toglie la corona di gommapiuma, apre il rubinetto della vasca, si mette in ginocchio sul pavimento e si allunga per prendere il tubo flessibile.<br />
Cinque minuti dopo torna in cucina con i capelli completamente bagnati. La madre è seduta al tavolo e guarda il padre sbucciare una mela, ammonticchiare la buccia della frutta sul piatto. La bambina, allegra, dice Ho finito. La madre si volta e la fulmina con lo sguardo. La bambina smette di sorridere. Il padre dice Puttana della miseria.</p>
<p><em>Natale</em></p>
<p>Il marito si avvicina alla moglie. Le tira piano un ciuffo di capelli con una mano mentre le dice tra i denti qualcosa. La figlia li guarda senza capire. Non sa se comunicano in quel modo perché hanno litigato o perché ormai il loro è un modello assunto automaticamente. La moglie gli risponde remissiva. Poi si allontana, si mette a letto in pieno pomeriggio, la coperta sulla testa. La figlia decide di guardare la tv. In soggiorno trova il padre davanti al presepe. Lui le fa cenno di avvicinarsi, prende il pupazzetto dalla culla di paglia e lo porta alla bocca della figlia, le dice Dài un bacetto a Gesù. Poi accende la radio e la sintonizza su un canale religioso.<br />
La figlia va in camera da letto e la madre le chiede Dov&#8217;è tuo padre? Risponde In soggiorno, sta pregando. Lo dice orgogliosa, per rassicurarla. La madre risponde Certo, si batte il petto. Maiale. La bambina si sente stupida.</p>
<p><em>Pasqua </em></p>
<p>All’uscita dalla chiesa la madre dice alla figlia A casa c’è una sorpresa. La figlia, saltellando, chiede Cosa? La madre dice Indovina. Una cosa che desideri. La figlia risponde Un cucciolo di Husky? La madre mente: No, non è un cane. Allora la figlia ci riprova: Un televisore in camera mia?<br />
A casa la madre la porta in giardino. C’è una luce morta, il cielo è soffocante. </p>
<p>La parte esterna della casa, che chiamano “il giardino”, è in realtà un cortile lungo e stretto, con un’aiuola incolta, piena di buganvillee. Nel “giardino” gli inquilini dei piani alti si divertono a tirare la spazzatura. La bambina ha sentito dire ai genitori che qualche volta i vicini lanciano anche i preservativi. Quando l’ha riferito alle compagne, ha provato piacere nel dire una cosa adulta, anche se non ha idea di cosa siano i preservativi: sente che la parola è calda, scandalosa. Dalle sbarre del giardino la bambina guarda tutti i pomeriggi le figlie dei vicini giocare. Sono coetanee ma sembrano vecchie: hanno le unghie smaltate, il seno, passano la giornata in strada, sole. Parlano un dialetto aggressivo. </p>
<p>Il giorno di Pasqua, in giardino, la madre le mostra un cucciolo bastardo, color miele. La figlia esulta.<br />
Il cane cresce presto, smette di rappresentare un’attrazione. Rimane tutto il giorno chiuso fuori, in “giardino”. Il pomeriggio piange dietro il vetro perché vuole entrare in casa, ricevere attenzioni. La bambina ogni tanto distoglie lo sguardo dalla televisione, scosta la tenda e si sente in colpa.</p>
<p><strong>Adolescenza</strong></p>
<p><em>Carnevale </em></p>
<p>A tavola i genitori comunicano che avranno un altro figlio.<br />
La figlia si chiede perché, sono già in tre e le cose finalmente vanno bene. Dice Ma che motivo c’è? I genitori non ascoltano. I nonni dicono Che bella notizia.</p>
<p><em>Natale</em></p>
<p>A Natale la famiglia va in vacanza sulla neve, col neonato.<br />
La figlia maggiore, per protesta, va in giro per le piste con un foulard tigrato in testa, come una zingara. Si è tinta i capelli rosso fuoco e usa un rossetto viola. La madre dice Si combina come un pagliaccio.<br />
La figlia chiama ogni giorno dalla cabina del rifugio il ragazzo con cui esce da qualche mese. I genitori la pressano tutte le volte con una scusa diversa perché chiuda la telefonata.<br />
Il neonato ha una tuta da neve in miniatura, in braccio è rigido, si muove come un unico blocco. Lo mettono sullo slittino. Lo riprendono con la telecamera, gli scattano centinaia di foto.<br />
La sera la figlia vorrebbe stare davanti al camino fino a tardi ma è richiamata all’ordine perché deve “dare una mano col fratellino”.</p>
<p><em>Capodanno</em></p>
<p>La figlia vorrebbe passare il capodanno con gli amici.<br />
Il padre le dice di no. Lei chiede perché non può, il padre non risponde. Allora lo insulta. Il padre si alza di scatto e lei scappa in camera, sposta il comò sulla porta perché non c’è chiave. Il padre bussa forte sulla porta, la madre s’intromette, si infila tra la porta e il padre. Si sente una colluttazione. Poi niente. La figlia rimane tutta la notte in camera mentre in salotto i genitori festeggiano con gli altri parenti.</p>
<p><em>Pasqua</em></p>
<p>Prima delle vacanze di pasqua i professori hanno avvertito i genitori che la figlia va male. Hanno detto che la ragazza non è seguita.<br />
La madre, all’uscita dal ricevimento, dice alla figlia che se non studia verrà bocciata. Passano le vacanze dai nonni, sulla costa. C’è un vento incessante, che proviene dal mare. La luce è giallastra. La figlia maggiore va in spiaggia col cappotto, sola. La sabbia è scura e spessa, di un colore simile a quello del cielo. Si porta dietro i libri scolastici, si rende conto che ha dimenticato come si studia. Immagina di trovarsi su una spiaggia in Oceania. Progetta di viaggiare, prima o poi.</p>
<p><strong>Maturità</strong></p>
<p><em>Natale</em></p>
<p>La figlia torna in città per le feste, ha trovato lavoro a Londra dove vive da quattro mesi. Trova il fratello cresciuto, adolescente, la voce scura e le scarpe da basket numero 42. Durante la cena di Natale si ubriacano insieme, ridono. Più tardi, mentre i genitori dormono, lei gli tiene la testa sul water per aiutarlo a vomitare.</p>
<p><em>Capodanno </em></p>
<p>La notte di capodanno i genitori escono e la figlia decide di rimanere in casa col fidanzato.<br />
Cucinano il cotechino, litigano perché nel purè c’è troppo sale. Guardano La corazzata Potemkin.<br />
Fanno l’amore sul divano.</p>
<p><em>Pasqua</em></p>
<p>La figlia  torna a casa qualche giorno. Il padre ha i capelli bianchi, il viso asimmetrico per un piccolo ictus.<br />
I genitori passano il tempo sul divano a guardare insieme la televisione, la madre cuce sciarpe, il padre fa zapping, legge una rivista d’elettronica.<br />
Il fratello si è preso la camera della sorella, esce tutti i pomeriggi.<br />
I genitori cucinano quattro portate per pasto.<br />
Il padre ha comprato alla figlia un impermeabile per quando tornerà in Inghilterra.<br />
La figlia scopre che i genitori sono vecchi. Prova paura e, forse, tenerezza.</p>
<p><em>Carnevale</em></p>
<p>La figlia ha preso casa a Londra con il fidanzato. Gli ha comunicato che non vuole figli. Lui ha detto calmo Tanto c’è tempo, poi ha abbassato gli occhi per un attimo.<br />
Ogni tanto la figlia chatta col fratello, si dicono cose importanti.<br />
Vive tranquilla. Da qualche tempo, però, quando parla con i genitori per telefono, prova la sensazione che aveva da bambina, quando il cane guaiva in giardino dietro il vetro e lei chiudeva la tenda e ricacciava le lacrime.</p>
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		<title>2D &#8211; 3D family</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Feb 2009 06:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mattia paganelli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
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		<title>Avviso agli studenti / 4</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Nov 2008 07:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Raoul Vaneigem</strong></p>
IMPARARE L&#8217;AUTONOMIA, NON LA DIPENDENZA
<p align="justify">La scuola ha promulgato per secoli il sequestro del fanciullo da parte della famiglia autoritaria e particolare. Ora che si abbozza tra i genitori e la loro progenie una comprensione reciproca fatta di affetto e di autonomia progressiva, sarebbe un peccato che la scuola cessasse di ispirarsi alla comunità familiare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/01/avviso-agli-studenti-4/">Avviso agli studenti / 4</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Raoul Vaneigem</strong></p>
<h2>IMPARARE L&#8217;AUTONOMIA, NON LA DIPENDENZA</h2>
<p align="justify">La scuola ha promulgato per secoli il sequestro del fanciullo da parte della famiglia autoritaria e particolare. Ora che si abbozza tra i genitori e la loro progenie una comprensione reciproca fatta di affetto e di autonomia progressiva, sarebbe un peccato che la scuola cessasse di ispirarsi alla comunità familiare.</p>
<p>Paradossalmente il sistema educativo, che accoglie con i giovani ciò che cambia di più, è anche quello che meno è cambiato.<span id="more-10259"></span></p>
<p>La famiglia tradizionale preferiva fabbricare dei bambini in serie piuttosto che offrire la vita a due o tre piccoli esseri ai quali avrebbe dedicato senza riserve amore e attenzione. Quelli che non morivano in tenera età serbavano nel cuore il più delle volte una ferita segreta. La tirannia, il senso di colpa, il ricatto affettivo generarono in tal modo generazioni di spacconi che nascondevano sotto la durezza del carattere un infantilismo che imponeva loro di cercare un sostituto del padre e della madre in quelle famiglie a prestito che erano le chiese, i partiti, le sette, il gregarismo nazionale e i copi di armata di ogni genere. La storia non ha conosciuto, per la sua disumanità, che dei bravacci in carenza di affetto. Ci voleva un bel po&#8217; di cinismo per evocare la &#8220;selezione naturale&#8221;, tipica della specie animale, quando la produzione di carne da cannone e da fabbrica implicava la sua correzione statistica, e l&#8217;economia familiare di procreazione comportava un vizio di forma in cui la morte svolgeva la sua parte.<!--more--></p>
<p>L&#8217;evoluzione dei costumi ci fa guardare oggi come ad una mostruosità questa proliferazione bestiale di vite irrimediabilmente condannate a venir riassorbite sotto i colpi di machete della guerra, del massacro, della carestia, della malattia. Eppure: stigmatizzare la sovrappopolazione dei paesi dove l&#8217;oscurantismo religioso si nutre della miseria che consciamente mantiene, e accettare che in Europa uno stesso spirito arcaico e sprezzante continui a trattare gli studenti come bestiame denota un&#8217;evidente incoerenza.</p>
<p>Perché il sovraffollamento delle classi non è solo causa di comportamenti barbari, di vandalismo, di delinquenza, di noia, di disperazione, perpetua per di più l&#8217;ignobile criterio della competitività, la lotta concorrenziale che elimina chiunque non si conformi alle esigenze del mercato. Il bruto arrivista ha la meglio sull&#8217;essere sensibile e generoso, ecco ciò che i disonesti al potere chiamano anch&#8217;essi, come i brillanti pensatori di un tempo, una selezione naturale.</p>
<p>Non ci sono bambini stupidi, ci sono solo educazioni imbecilli. Forzare lo scolare a issarsi fino in cima al cesto contribuisce al progresso laborioso della rabbia e della furbizia animali, non certo allo sviluppo di un&#8217;intelligenza creatrice e umana.</p>
<p>Ricordate che nessuno è paragonabile né riducibile a nessun altro, a niente altro. Ciascuno possiede le sue proprie qualità, non gli resta che affinarle per il piacere di sentirsi in accordo con ciò che vive. Che si cessi dunque di escludere dal campo educativo il fanciullo che si interessa più ai sogni e ai criteri che alla storia dell&#8217;Ipero romano. Per chi rifiuta di lasciarsi programmare dai calcolatori della vendita promozionale, tutte le strade portano verso di sé e verso la creazione.</p>
<p>Ieri ci si doveva identificare al padre, eroe o cretino dai così dolci sarcasmi. Ora che i padri si accorgono che la loro indipendenza progredisce con l&#8217;indipendenza del bambino, ora che sentono abbastanza l&#8217;amore di sé e degli altri per aiutare l&#8217;adolescente a disfarsi della loro immagine, chi sopporterà che la scuola proponga ancora come modelli di realizzazione il finanziere efficace e corrotto, l&#8217;uomo politico energico e rimbecillito, il mafioso che regna con il clientelismo e la corruzione, mentre l&#8217;uomo d&#8217;affari trae i suoi ultimi profitti dal saccheggio del pianeta?</p>
<p>Ricercare la propria identità in una religione, un&#8217;ideologia, una nazionalità, una razza, una cultura, una tradizione, un mito, un&#8217;immagine vuol dire condannarsi a non raggiungersi mai. Identificarsi a ciò che si possiede in sé di più vivo, questo solo emancipa.</p>
<p> </p>
<div><strong></strong></div>
<p><strong></p>
<p align="justify">L&#8217;alleanza con il bambino è un&#8217;alleanza con la natura</p>
<p> </p>
<p></strong></p>
<p align="justify"> </p>
<p>La violenza esercitata contro il bambino da parte della famiglia patriarcale partecipava dello stupro della natura operato dal lavoro della merce. Che la coscienza di un saccheggio planetario sia passata dalla difesa dell&#8217;ambiente ad una volontà di approccio non violento alle risorse naturali ha contribuito non poco a spezzare il giogo che lo sfruttamento economico faceva pesare sull&#8217;uomo, la donna, il bambino, la fauna e la flora.</p>
<p>Il sentire che noi deriviamo da una matrice comune, la terra, il cui ricordo si riavviva al momento della gestazione nel ventre materno, ha tanto meglio nutrito la nostalgia di un&#8217;età dell&#8217;oro e di un&#8217;armonia originale quanto più il lavoro forzato ci separava dalla natura e da noi stessi con uno strappo a lungo percepito come u tormento esistenziale, una sofferenza dell&#8217;essere.</p>
<p>Il fallimento di un&#8217;economia di saccheggio e di inquinamento e l&#8217;emergere di un progetto di ricreazione simbiotica dell&#8217;uomo e del suo ambiente naturale ci sbarazzano ormai di un paradiso perduto il cui fantasma ha ossessionato la storia imponente a costruirsi umanamente: il mito del buon selvaggio, del comunismo primitivo, del millenarismo apocalittico che, dopo aver fatto i bei giorni del nazismo, rinasce sotto il nome di integralismo.</p>
<p>Almeno avremo imparato che la vita non è una regressione allo stadio protoplasmatico ma un processo di affinamento e di organizzazione dei desideri.</p>
<p>Nella lotta contro il cancro, è prevalsa a lungo l&#8217;idea che si dovessero distuggere le cellule che un&#8217;improvvisa e frenetica proliferazione condannava al deperimento. Si ritiene oggi preferibile rafforzare il potenziale di vita delle cellule periferiche sane e favorire la riconquista di ciò che è vivo piuttosto che annientare quelle di cui la morte si è impadronita. Mi piacerebbe molto che un simile atteggiamento determinasse sovranamente il nostro rapporto con noi stessi, coi nostri simili e con il mondo.</p>
<p>Al contrario di tante generazioni abbrutite che fecero della sensibilità una debolezza, da cui molti si premunivano diventando sanguinari, noi sappiamo ormai l&#8217;amore di ciò che vive risveglia un&#8217;intelligenza senza pari misura con lo spirito contorto che regna sugli universi totalitari.</p>
<p>Un&#8217;etica del rispetto degli esseri, altamente stimabile, prescrive di non uccidere un animale, di non abbattere un albero senza aver tentato di tutto per evitarlo. Ciò nondimeno, quel che una tale raccomandazione comporta di artificio e di costrizione, non eliminerà mai la convinzione come la coscienza che il danno che si fa a ciò che è vivo lo si fa a se stessi, se non si fa attenzione, perché ciò che è vivo non è un oggetto ma un soggetto che merita di essere trattato secondo il diritto imprescrittibile di ciò che è nato alla vita.</p>
<p> </p>
<div><strong></strong></div>
<p><strong></p>
<p align="justify">Sull&#8217;aiuto indispensabile al rifiuto dell&#8217;assistenza permanente</p>
<p> </p>
<p></strong></p>
<p align="justify"> </p>
<p>Il cammino dell&#8217;autonomia è simile a quello del bambino che impare a camminare.</p>
<p>Non ci si riesce senza lacrime e sforzi. Il rischio di cadere, di farsi male, di soffrire aggiunge ai primi passi l&#8217;ostacolo della paura. Tuttavia il soccorso di un affetto che incoraggia a rialzarsi, a ricominciare, ad ostinarsi, a coordinare i gesti dimostra che la padrnanza dei movimenti si acquisisce meglio e più presto che nelle condizioni di un tempo in cui si trattava di progredire non solo sotto i fuochi incrociati della vanità beffarda, della minaccia diffusa, dell&#8217;angoscia di non essere più amati se non ci si applica, ma soprattutto attraverso un malessere, discretamente nutrit dall&#8217;ambiguità dei genitori desiderosi e nello stesso tempo timorosi che il loro bambino faccia i suoi primi passi verso un&#8217;autonomia che lo sottrarrebbe alla loro autorità tutelare e toglierebbe loro la sensazione di essere indispensabili.</p>
<p>L&#8217;insegnamento dei più piccini si è modellato senza fatica sulle attitudini familiari che fanno di tutto per assicurare la felicità nell&#8217;indipendenza &#8211; tant&#8217;è vero che i genitori la recuperano non appena l&#8217;adolescente ne prende possesso. Ispirandosi a quella comprensione osmotica dove si educa lasciandosi educare, le scuole materne attingono al privilegio di accordare il dono dell&#8217;affetto e il dono delle prime conoscenze &#8211; e che una qualità tanto preziosa all&#8217;esistenza degli individui e delle collettività sia considerata degna dei salari più bassi da parte dell&#8217;affarismo governativo la dice lunga su quale disprezzo dell&#8217;utilità pubblica raggiunga la logica del profitto.</p>
<p>La rottura è brutale all&#8217;ingresso nelle superiori. Si regredisce nella famiglia arcaica dove il fanciullo imparava a cavarsela da solo unicamente firmando un atto di una riconoscenza eterna a coloro che avevano assicurato il suo ammaestramento. La fiducia in sé, minata e compensata con l&#8217;insolenza, ricompone la ripugnante mescolanza di superbia e servilità che formava, nel passato, la norma del comportamento sociale.</p>
<p>Al desiderio sincero di fare dell&#8217;adolescente un essere umano a tutti gli effetti si sovrappone in un evitabile malessere l&#8217;esercizio di un potere al quale la struttura gerarchica costringe l&#8217;insegnante. Come potrebbe non vincere la tentazione di rendersi indispensabile e di coltivare nello studente una debolezza che ne rende più facile il dominio? Chi vende stampelle ha bisogno di zoppi.</p>
<p>Usciamo appena e con pena da una società in cui, non avendo mai potuto credere in se stessi, gli individui hanno accordato la loro credenza a tutti i poteri che li storpiavano facendoli marciare. Dio, chiese, Stato, patria, partito, leaders e piccoli padri dei popoli, tutto è stato ragionevole pretesto per non dover vivere da se stessi. Questi bambini che un tempo rialzavamo per farli per farli cadere, è tempo di insegnar loro a imparare da soli. Che sia infine rotta l&#8217;abitudine di essere in domanda anziché essere in offerta, e che sia archiviata la miserabile società di assistiti permanenti la cui passività fa la forza dei corrotti.</p>
<p> </p>
<div><strong></strong></div>
<p><strong></p>
<p align="justify">Il denaro del servizio pubblico non deve più essere al servizio del denaro</p>
<p> </p>
<p></strong></p>
<p align="justify"> </p>
<p>L&#8217;educazione appartiene alla creazione dell&#8217;uomo, non alla produzione di merci. Avremmo dunque revocato l&#8217;assurdo dispotismo degli dei per tollerare il fatalismo di un&#8217;economia che corrompe e degrada la vita sul pianeta e nella nostra esistenza quotidiana?</p>
<p>La sola arma di cui disponiamo è la volontà di vivere, alleata alla coscienza che la propaga. A giudicare dalla capacità dell&#8217;uomo a sovvertire ciò che lo uccide, può essere un&#8217;arma assoluta.</p>
<p>La logica degli affari, che tenta di governarci, esige che ogni retribuzione, sovvenzione o elemosina consentita si pagni con la massima obbedienza al sistema mercantile. Non avete altra scelta che seguirla o rifiutarla seguendo i vostri desideri. O entrerete come clienti nel mercato europeo del sapere lucrativo &#8211; cioè come schiavi di una burocrazia parassitaria, condannata a crollare sotto il peso crescente della sua inutilità -, o vi batterete per la vostra autonomia, getterete le basi per una scuola ed una società nuove, e recuperete, per investirlo nella qualità della vita, il denaro dilapidato ogni giorno nella corruzione ordinaria delle operazioni finanziarie.</p>
<p>&#8220;Il Sindacato nazionale unificato delle imposte valuta a 230 miliardi di franchi, cioè quasi l&#8217;ammontare del deficit del bilancio francese, la frode imputabile ai gruppi di affari come lo imostra il velo appena sollevato sulle pratiche di corruzione dei grandi gruppi industriali e finanziari.&#8221;(*)</p>
<p>Il denaro rubato alla vita è messo al servizio del denaro. Tale è la realtà nascosta dall&#8217;ombra assurda e minacciosa delle grandi istituzioni economiche: Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Organizzazione di cooperazione e di sviluppo economico, Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio, Commissione europea, Banca di Francia, eccetera. Il loro sostegno alle fondazioni e ai centri di ricerca universitaria richiede in cambio che sia propagato il vangelo del profitto, facilmente trasfigurato in verità universale dalla venialità della stampa, della radio, della televisione.</p>
<p>Ma per quanto sembri formidabile, la macchina gira a vuoto, si sfascia, lentamente; finirà come nella <em>Colonia penale</em> di Kafka, per scolpiere la sua Legge nella carne del suo padrone.</p>
<p>Non si vede forse, col favore di una reazione etica, qualche magistrato coraggioso spezzare l&#8217;impunità che garantiva l&#8217;arroganza finanziaria? Tassare le grandi fortune (l&#8217;1% dei francesi possiede il 25% della ricchezza nazionale e il 10% ne detiene il 55%), tassare gli introiti incassati dagli uomini d&#8217;affari, denunciare lo scandalo delle spese di rappresentanza, colpire con pesanti multe i gestori della corruzione, bloccare gli averi della frode internazionale indicando a sufficienza, su una carta leggibile da tutti, gli accessi al tesoro che i cittadini alimentano e di cui sono sistematicamente spogliati. Non è meno vero che la pista si confonderà sotto l&#8217;effetto devastante della rassegnazione se il denaro non sarà recuperato per essere investito nel solo campo che sia veramente di interesse generale: la qualità della vita quotidiana e del suo ambiente.</p>
<p>Certo i magistrati integri dispongono dell&#8217;apparato della giustizia, e voi non avete niente perché non avete creato niente che possa sostenervi. Eppure voi possedete sulla repressione, per quanto giusta si ritenga, un vantaggio di cui questa non potrà mai avvalersi: la generosità di ciò che è vivo, senza la quale non c&#8217;è né creazione né progresso umano.</p>
<p>L&#8217;insegnamento si trova nello stato di quegli alloggi non occupati che i proprietari preferiscono abbandonare al degrado perché lo spazio vuoto è redditizio mentre accogliervi degli uomini, delle donne, dei bambini, spogliati del loro diritto all&#8217;habitat, non lo è. Come viene accertato da <em>The Economist</em>, &#8220;La subordinazione del commercio ai diritti dell&#8217;uomo avrebbe un costo superiore ai benefici previsti&#8221; (9 Aprile 1994). Tuttavia, requisire un edificio per trovare un riparo alla miseria &#8211; voglio dire installarvisi passivamente perché ci si sta al caldo &#8211; non sfugge in ultima istanza al piano di distruzione dei beni utili al quale conduzono l&#8217;inflazione dei settori parassitari e la burocrazia proliferante da lei generata.</p>
<p>Ciò di cui vi impadronirete vi apparterrà veramente soltanto se lo renderete migliore; nel senso stesso in cui vivere significa vivere meglio. Occupate dunque gli edifici scolastici anziché lasciarvi possedere dal loro sfacelo programmato. Abbelliteli secondo il vostro gusto, ché la bellezza incita alla creazione e all&#8217;amore, mentre la bruttezza attira l&#8217;odio e l&#8217;annientamento. Trasformateli in ateliers creativi, in centri di incontro, in parchi dell&#8217;intelligenza attraente. Che le scuole siano i frutteti di un gaio sapere, come gli orti che i disoccupati e i più deboli non hanno ancora avuto l&#8217;immaginazione di piantare nelle grandi città sfondando il bitume e il cemento.</p>
<p>Gli errori e i tentativi di chi intraprende di creare e di crearsi non sono niente a confronto del privilegio che conferisce una tale decisione: abolire il timore di essere se stessi che segretamente nutre e solletica le forze della repressione.</p>
<p>Noi siamo nati, diceva Shakespeare, per camminare sulla testa dei re. I re e i loro eserciti di boia sono ormai polvere. Imparate a camminare soli e sfiorerete coi piedi quelli che, nel loro mondo che muore, non hanno che l&#8217;ambizione di morire con lui.</p>
<p>Sta alle collettività di allieve e professori il compito di strappare la scuola alla glaciazione del profitto e renderla alla semplice generosità dell&#8217;umano. Perché bisognerà presto o tardi che la qualità della vita trovi accesso alla sovranità che un&#8217;economia ridotta a vendere e a valorizzare il suo fallimento le nega.</p>
<p>Dal momento in cui voi formulerete il progetto di un insegnamento fondato su un patto naturale con la vita, non dovrete più mendicare il denaro di quelli che vi sfruttano e vi disprezzano approfittando di voi. Quel denaro lo esigerete perché saprete come e perché impadronirvene.</p>
<p>Si è al di sotto di ogni speranza di vita finché si resta al di qua delle proprie capacità.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p align="right">20 febbraio 1995</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Note:</p>
<p>* C. de Brie, &#8220;La politica pervertita dai gruppi d&#8217;affari&#8221;, Le Monde Diplomatique, ottobre 1994</p>
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		<title>Avviso agli studenti / 1</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Oct 2008 15:01:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>(In occasione della lotta degli studenti contro la riforma Gelmini, pubblico, in quattro puntate, il testo integrale del bellissimo, fondamentale testo di Raoul Vaneigem</em> Avviso agli studenti<em>, nella traduzione di Sergio Ghirardi. Perché questa lotta possa essere solo essere l&#8217;inizio di una vera riforma).</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/avviso-agli-studenti-1/">Avviso agli studenti / 1</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>(In occasione della lotta degli studenti contro la riforma Gelmini, pubblico, in quattro puntate, il testo integrale del bellissimo, fondamentale testo di Raoul Vaneigem</em> Avviso agli studenti<em>, nella traduzione di Sergio Ghirardi. Perché questa lotta possa essere solo essere l&#8217;inizio di una vera riforma).</em></p>
<p>di <strong>Raoul Vaneigem</strong></p>
<div><span><em></em></span></div>
<div><span><em></em></span></div>
<div><span><em></em></span></div>
<div><span><em></em></span></div>
<p><span><em></p>
<p style="text-align: right;">L’essere umano deve potere tutto, e non dovere niente.</p>
<p style="text-align: right;">Non c’erano che poche cose, in effetti, di cui non si credeva capace.</p>
<p style="text-align: right;">Non contava che tutto quello che faceva gli riuscisse: spesso non gli riusciva.</p>
<p style="text-align: right;">Ma lo poteva lo stesso.</p>
<p style="text-align: right;">
<div><strong></strong></div>
<p> </p>
<p> 
</p>
<p style="text-align: right;">Georg Groddeck</p>
<p style="text-align: justify;"> <br />
La scuola è stata, con la famiglia, la fabbrica, la caserma e accessoriamente l&#8217;ospedale e la prigione, il passaggio ineluttabile in cui la società mercantile piegava a suo vantaggio il destino degli esseri che si dicono umani.</p>
<p>Il governo che essa esercitava su nature ancora appassionate delle libertà dell&#8217;infanzia l’apparentava, infatti, a quei luoghi poco propizi alla realizzazione e alla felicità che furono &#8211; e che restano in diversa misura &#8211; il recinto familiare, l&#8217;officina o l&#8217;ufficio, l&#8217;istituzione militare, la clinica, le carceri.<span id="more-10242"></span></p>
<p>La scuola ha forse perso il carattere ributtante che presentava nel XIX e XX secolo, quando rompeva gli spiriti e i corpi alle dure realtà del rendimento e della servitù, facendosi gloria di educare per dovere, autorità e austerità, non per piacere e per passione? Niente è meno certo, e non si potrà negare che sotto l&#8217;apparente sollecitudine della modernità, numerosi arcaismi continuano a scandire la vita di studentesse e studenti.</p>
<p>L&#8217;impresa scolastica non ha forse obbedito fino ad oggi a una preoccupazione dominante: migliorare le tecniche di ammaestramento affinché l&#8217;animale sia redditizio?</p>
<p>Nessun ragazzo supera la soglia di una scuola senza esporsi al rischio di perdersi: voglio dire di perdere questa vita esuberante, avida di conoscenze e di meraviglie, che sarebbe così esaltante nutrire, invece di sterilizzarla e farla disperare con il noioso lavoro del sapere astratto. Che terribile constatazione quegli sguardi così brillanti di colpo sbiaditi!</p>
<p>Ecco quattro muri. lì consenso generale decide che, con ipocriti riguardi, vi saremo imprigionati, costretti, colpevolizzati, giudicati, onorati, puniti, umiliati, etichettati, manipolati, vezzeggiati, violentati, consolati, trattati come aborti che questuano aiuto e assistenza. Di che cosa vi lamentate? obbietteranno gli autori di leggi e decreti. Non è forse il modo migliore di iniziare i novellini alle regole immutabili che reggono il mondo e l&#8217;esistenza? Senza dubbio. Ma perché i giovani dovrebbero ancora accontentarsi di una società senza gioia e senza avvenire, che gli stessi adulti sopportano ormai rassegnati, con un&#8217;acrimonia e un malessere crescenti?</p>
<p><strong>Una scuola dove la vita si annoia insegna solo la barbarie</strong></p>
<p>Il mondo è cambiato più in trent’anni che in tremila. Mai &#8211; perlomeno nell&#8217;Europa occidentale &#8211; la sensibilità dei ragazzi ha tanto deviato dai vecchi istinti predatori che fecero dell&#8217;animale umano la più feroce e la più distruttrice delle specie terrestri.</p>
<p>Eppure, l&#8217;intelligenza resta fossilizzata, quasi impotente a percepire la mutazione che si opera sotto i nostri occhi. Una mutazione paragonabile all&#8217;invenzione dell&#8217;utensile, che produsse un tempo il lavoro di sfruttamento della natura e generò una società composta di padroni e di schiavi. Una mutazione in cui si rivela la vera specificità umana: non la produzione di una sopravvivenza sottomessa agli imperativi di un&#8217;economia lucrativa, ma la creazione di un ambiente favorevole a una vita più intensa e più ricca.</p>
<p>Il nostro sistema educativo si inorgoglisce a ragione di aver risposto con efficacia alle esigenze di una società patriacale un tempo onnipotente, tenendo conto di un solo dettaglio: che una tale gloria è al contempo ripugnante e superata.</p>
<p>Su cosa poggiava il potere patriarcale, la tirannia del padre, la potenza del maschio? Su una struttura gerarchica, il culto del capo, il disprezzo della donna, la devastazione della natura, lo stupro e la violenza oppressiva. Questo potere, la storia lo abbandona ormai in uno stato di avanzata decomposizione: nella comunità europea, i regimi dittatoriali sono scomparsi, l&#8217;esercito e la polizia virano all&#8217;assistenza sociale, lo Stato si dissolve nelle acque torbide degli affari e l&#8217;assolutismo paternalistico non è altro che un ricordo di marionette.</p>
<p>Bisogna davvero coltivare la stupidità con una prolissità ministeriale per non revocare immediatamente un insegnamento che il passato impasta ancora con i lieviti ignobili del dispotismo, del lavoro forzato, della disciplina militare e di quell&#8217;astrazione, la cui etimologia &#8211; abstrahere, tirar fuori da -esprime bene l&#8217;esilio da sè, la separazione dalla vita.</p>
<p>Finalmente agonizza quella società in cui si entrava vivi solo per imparare a morire. La vita riprende i suoi diritti timidamente come se, per la prima volta nella storia, essa si ispirasse ad un&#8217;eterna primavera anziché mortificarsi di un inverno senza fine.</p>
<p>Odiosa ieri, la scuola oggi è soltanto ridicola. Essa funzionava implacabilmente secondo i meccanismi di un ordine che si credeva immutabile. La sua perfezione meccanica tetanizzava l&#8217;esuberanza, la curiosità, la generosità degli adolescenti per meglio integrarli nei cassetti di un armadio che l&#8217;usura del lavoro trasformava a poco a poco in bara. Il potere delle cose usciva vincitore sul desiderio degli esseri.</p>
<p>La logica di un&#8217;economia allora fiorente era irrefrenabile, come lo sgranarsi delle ore della sopravvivenza che suonano con costanza a raccolta verso la morte. La potenza dei pregiudizi, la forza d&#8217;inerzia, la rassegnazione abitudinaria esercitavano così comunemente la loro presa sull&#8217;insieme dei cittadini che ad eccezione di qualche renitente, amante dell&#8217;indipendenza, la maggior parte delle persone trovava il proprio tornaconto nella miserabile speranza di una promozione sociale e di una carriera garantita fino alla pensione.</p>
<p>Non mancavano dunque delle eccellenti ragioni per spingere il ragazzo sulla retta via della convenienza, perché rimettersi ciecamente all&#8217;autorità professorale offriva all&#8217;impetratore gli allori di una ricompensa suprema: la certezza di un lavoro e di un salario.</p>
<p>I pedagoghi dissertavano sul fallimento scolastico senza preoccuparsi dello scacchiere su cui si tramava l&#8217;esistenza quotidiana, giocata ad ogni passo nell&#8217;angoscia del merito e del demerito, della perdita e del profitto, dell&#8217;onore e del disonore. Una costernante banalità regnava nelle idee e nei comportamenti: c&#8217;erano i forti e i deboli, i ricchi e i poveri, i furbi e gli imbecilli, i fortunati e gli sfortunati.</p>
<p>Certo la prospettiva di dover passare la propria vita in una fabbrica o in un ufficio a guadagnare il denaro del mese non era atta ad esaltare i sogni di felicità e di armonia che l&#8217;infanzia nutriva, Essa produceva in serie degli adulti insoddisfatti, frustrati di un destino che avrebbero desiderato più generoso. Delusi e istruiti dalle lezioni dell&#8217;amarezza non trovavano, nella maggior parte dei casi, altra scappatoia al loro risentimento che dispute assurde, sostenute dalle migliori ragioni del mondo. I conflitti religiosi, politici, ideologici procuravano loro l&#8217;alibi di una Causa &#8211; come dicevano pomposamente &#8211; che nascondeva loro di fatto la triste violenza del male di sopravvivere di cui soffrivano. Così la loro esistenza scorreva nell&#8217;ombra ghiacciata di una vita assente. Ma quando l&#8217;aria è ammorbata, gli appestati dettano legge. Per inumani che fossero i principi dispotici che reggevano l&#8217;insegnamento e inculcavano ai ragazzi le sanguinose vanità dell&#8217;età adulta -quelli che Jean Vigo beffeggia nel suo film Zero in condotta -, partecipavano della coerenza di un sistema preponderante, rispondevano alle ingiunzioni di una società che non si riconosceva altro motore principale se non il potere e il profitto.</p>
<p>Ma oramai, anche se l&#8217;educazione si ostina ad obbedire agli stessi moventi, la coerenza è scomparsa: c&#8217;è sempre meno da, guadagnare e sempre più vita sprecata a raschiare gli avanzi.</p>
<p>L&#8217;insopportabile predominanza degli interessi finanziari sul desiderio di vivere non riesce più a ingannare. Il tintinnio quotidiano dell&#8217;esca del guadagno risuona assurdamente nella misura in cui il denaro si svaluta, che un fallimento comune livella capitalismo di Stato e capitalismo privato, e che scivolano verso la fogna del passato i valori patriarcali del padrone e dello schiavo, le ideologie di destra e di sinistra, il collettivismo e il liberalismo, tutto ciò che si è edificato sullo stupro della natura terrestre e della natura umana in nome della sacrosanta merce.</p>
<p>Un nuovo stile sta nascendo, dissimulato soltanto dall&#8217;ombra di un colosso i cui piedi di argilla hanno già ceduto. La scuola rimane confinata nella penombra del vecchio mondo che sprofonda.</p>
<p>Bisogna distruggerla? Domanda doppiamente assurda.</p>
<p>Prima di tutto perché è già distrutta. Sempre meno interessati da ciò che insegnano e studiano &#8211; e soprattutto dalla maniera di istruire e istruirsi &#8211; professori e allievi non sono forse indaffarati a far colare a picco insieme il vecchio piroscafo pedagogico che fa acqua da tutte le parti?</p>
<p>La noia genera la violenza, la bruttezza degli edifici incita al vandalismo, le costruzioni moderne, cementate dal disprezzo degli impresari immobiliari, si screpolano, crollano, prendono fuoco, secondo l&#8217;usura programmata dei loro materiali di paccottiglia.</p>
<p>In secondo luogo, perché l&#8217;istinto di annientamento si iscrive nella logica di morte di una società mercantile la cui necessità lucrativa esaurisce la parte viva degli esseri e delle cose, la degrada, la inquina, la uccide. Accentuare la rovina non dà profitti solo agli avvoltoi dell&#8217;immobiliare, agli ideologi della paura e della sicurezza, ai partiti dell&#8217;odio, dell&#8217;esclusione, dell&#8217;ignoranza, dà anche garanzie a quell&#8217;immobilismo che non cessa di cambiare abiti nuovi e maschera la sua nullità dietro a riforme tanto spettacolari quanto effimere.</p>
<p>La scuola è al centro di una zona di turbolenza dove gli anni giovanili rovinano nella tetraggine, dove la nevrosi coniugata dell&#8217;insegnante e dell&#8217;insegnato imprime il suo movimento al bilanciere della rassegnazione e della rivolta, della frustrazione e della rabbia. Essa è anche il luogo privilegiato di una rinascita. Porta in gestazione la coscienza che è al centro della nostra epoca: assicurare la priorità di ciò che vive sull&#8217;economia di sopravvivenza.</p>
<p>Essa detiene la chiave dei sogni in una società senza sogno: la risoluzione di cancellare la noia sotto il rigoglio di un paesaggio in cui la volontà di essere felici bandirà le fabbriche inquinanti, l&#8217;agricoltura intensiva, le prigioni di ogni genere, i laboratori di affari sospetti, i depositi di prodotti sofisticati, e quelle cattedre di verità politiche, burocratiche, ecclesiastiche che chiamano lo spirito a meccanizzare il corpo e lo condannano a claudicare nell&#8217;inumano.</p>
<p>Stimolato dalle speranze della Rivoluzione, Saint-Just scriveva: &#8220;La felicità è un&#8217;idea nuova in Europa.&#8221; Ci sono voluti due secoli perché l&#8217;idea, cedendo al desiderio, esigesse la sua realizzazione individuale e collettiva.</p>
<p>Ormai, ogni bambino, ogni adolescente, ogni adulto si trova all&#8217;incrocio di una scelta: sfinirsi in un mondo sfinito dalla logica della redditività ad ogni costo, o creare la propria vita creando un ambiente che ne assicuri la pienezza e l&#8217;armonia. Perché l&#8217;esistenza quotidiana non può essere confusa più a lungo con questa sopravvivenza adattativa a cui l’hanno ridotta gli uomini che producono la merce e dalla quale sono prodotti.</p>
<p>Noi non vogliamo più una scuola in cui si impara a sopravvivere disimparando a vivere. La maggior parte degli uomini non sono stati altro che animali spiritualizzati, capaci di promuovere una tecnologia al servizio dei loro interessi predatori ma incapaci di affinare umanamente la vita e raggiungere così la propria specificità di uomo, di donna, di fanciullo. Al termine di una corsa frenetica verso il profitto, i topi in tuta e in giacca e cravatta scoprono che non resta più che una misera porzione del formaggio terrestre che hanno rosicchiato da ogni lato. Dovranno progredire nel deperimento, o operare una mutazione che li renderà umani.</p>
<p>E&#8217; tempo che il <em>memento vivere</em> prenda il posto del <em>memento mori</em> che bollava le conoscenze sotto il pretesto che niente è mai acquisito.</p>
<p>Ci siamo lasciati troppo a lungo persuadere che non c&#8217;era da attendere altro dalla sorte comune che la decadenza e la morte. É una visione da vegliardi prematuri, da golden boys caduti in senilità precoce perché hanno preferito il denaro all&#8217;infanzia. Che questi fantasmi di un presente coniugato al passato cessino di occultare la volontà di vivere che cerca in ciascuno di noi la via della sua sovranità!</p>
<p>Per spezzare l&#8217;oppressione, la miseria, lo sfruttamento, non basta più una sovversione avvelenata dai valori morti che essa combatte. É venuta l&#8217;ora di scommettere sulla passione incomprimibile di ciò che è vivo, dell&#8217;amore, della conoscenza, dell&#8217;avventura che chiunque abbia deciso di crearsi secondo la sua &#8220;linea di cuore&#8221; inaugura ad ogni istante.</p>
<p>La società nuova comincia dove comincia l&#8217;apprendistato di una vita onnipresente. Una vita da percepire e da comprendere nel minerale, nel vegetale, nell&#8217;animale, regni da cui l&#8217;uomo deriva e che porta in sé con tanta incoscienza e disprezzo. Ma anche una vita fondata sulla creatività, non sul lavoro; sull&#8217;autenticità, non sull&#8217;apparire; sull&#8217;esuberanza dei desideri, non sui meccanismi di rimozione e di sfogo. Una vita spogliata della paura, dell&#8217;obbligo, del senso di colpa, dello scambio, della dipendenza. Perché essa coniuga inseparabilmente la coscienza e il godimento di sé e del mondo.</p>
<p>Una donna che ha la sfortuna di abitare un paese incancrenito dalla barbarie e dall&#8217;oscurantismo scriveva: &#8220;In Algeria si insegna al bambino a lavare un morto, io voglio insegnargli i gesti dell&#8217;amore.&#8221; Senza scadere in tanta morbosità, il nostro insegnamento, sotto la sua apparente eleganza, troppo spesso, non è stato che un abbigliamento dei morti. Si tratta ora di ritrovare fin nelle formulazioni del sapere i gesti dell&#8217;amore: la chiave della conoscenza è la chiave della libertà dove l&#8217;affetto è offerto senza riserve.</p>
<p>Che l&#8217;infanzia sia caduta nella trappola di una scuola che ha ucciso il meraviglioso invece di esaltarlo indica abbastanza in quale urgenza si trovi l&#8217;insegnamento, se non vuole cadere in seguito nella barbarie della noia, di creare un mondo di cui sia permesso meravigliarsi.</p>
<p>Guardatevi tuttavia dall&#8217;attendere aiuto o panacea da qualche salvatore supremo. Sarebbe vano, sicuramente, accordare credito a un governo, a una fazione politica, accozzaglia di gente preoccupata di sostenere prima di tutto l&#8217;interesse del loro potere vacillante; e nemmeno a tribuni e maitres à penser, personaggi massmediatici che moltiplicano la loro immagine per scongiurare la nullità che riflette lo specchio della loro esistenza quotidiana. Ma sarebbe soprattutto andare contro se stessi, inginocchiarsi come un questuante, un assistito, un inferiore, mentre l&#8217;educazione deve avere per scopo l&#8217;autonomia, l&#8217;indipendenza, la creazione di sé, senza la quale non vi è vero aiuto reciproco, autentica solidarietà, collettività senza oppressione.</p>
<p>Una società che non ha altra risposta alla miseria che il clientelismo, la carità e l&#8217;arte di arrangiarsi è una società mafiosa. Mettere la scuola sotto il segno della competizione, incitare alla corruzione, che è la morale degli affari.</p>
<p>La sola assistenza degna di un essere umano è quella di cui ha bisogno per muoversi con i propri mezzi. Se la scuola non insegna a battersi per la volontà di vivere e non per la volontà di potenza, essa condannerà intere generazioni alla rassegnazione, alla servitù e alla rivolta suicida. Rovescerà in soffio di morte e di barbarie ciò che ciascuno possiede in sé di più vivo e di più umano.</p>
<p>Io non immagino altro progetto educativo che quello di formarsi nell&#8217;amore e nella conoscenza di ciò che è vivo. Al di fuori di una scuola della vita dove la vita si trova e si cerca senza fine &#8211; dall&#8217;arte di amare fino alle matematiche speculative &#8211; non vi è che la noia e il peso morto di un passato totalitano.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Note:</p>
<p>* Nel testo <em>école buissonnière. Faire l&#8217;école buissonière</em> significa marinare la scuola, ma nel contesto significa una struttura di apprendimento senza rigidità, aperta alla vita.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p></em></span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/avviso-agli-studenti-1/">Avviso agli studenti / 1</a></p>
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		<title>Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Oct 2008 09:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
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<p>di <strong>Sergio Garufi </strong></p>
<p style="padding-left: 105px;">Nicole vive col marito Martino e la figlia Arianna in un piccolo appartamento di una casa di ringhiera. Hanno appena finito di cenare. Lui è andato nello studiolo a stampare alcuni preventivi che gli serviranno l’indomani e Arianna si è chiusa in camera sua, ha mandato un sms a un’amica di scuola e si è messa a ballare con la musica di <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/01-coldplay-viva-la-vida.mp3" target="_blank"><em><strong>Viva la vida dei Coldplay</strong></em></a>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/17/tre-personaggi-in-cerca-damore/">Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-9648" title="teguise" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise1.jpg" alt="" width="489" height="426" /></a></p>
<p>di <strong>Sergio Garufi </strong></p>
<p style="padding-left: 105px;">Nicole vive col marito Martino e la figlia Arianna in un piccolo appartamento di una casa di ringhiera. Hanno appena finito di cenare. Lui è andato nello studiolo a stampare alcuni preventivi che gli serviranno l’indomani e Arianna si è chiusa in camera sua, ha mandato un sms a un’amica di scuola e si è messa a ballare con la musica di <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/01-coldplay-viva-la-vida.mp3" target="_blank"><em><strong>Viva la vida dei Coldplay</strong></em></a>. Arianna ha 16 anni ed è innamorata di Francesco, uno studente dell’istituto alberghiero di un anno più grande di lei. Lui ha la passione della cucina, da grande vuole fare il cuoco; lei dipinge quadri astratti, legge tanto come la madre e gioca a pallavolo. <span id="more-9647"></span>Quando camminano per strada il mondo intorno non esiste, ognuno è perso negli occhi dell’altro. Nicole li chiama scherzosamente “I coniugi di Erba”, alludendo a Olindo e Rosy, gli assassini innamorati che ora sognano una cella matrimoniale. Nei lunghi pomeriggi che trascorrono assieme nella casa vuota dei genitori di lui, Arianna e Francesco sperimentano nuovi piatti e fanno l’amore. Lei gli chiede consigli sui suoi dipinti e lui le fa assaggiare i suoi esperimenti culinari. Per loro la vita è una sterminata distesa di possibilità, tutto è ancora da compiersi. In cucina Nicole sta lavando i piatti. E’ triste, si sente prigioniera di un rapporto finito. Col tempo le differenze e la mancanza di interessi comuni hanno allargato il fossato che li divide. Da anni ormai il loro letto è silenzioso, e gli occasionali tradimenti sono solo brevi ore d’aria in una detenzione di cui non vede la fine. Forse quando Arianna sarà grande, pensa, potrò andarmene, ma col suo stipendio da impiegata statale avrà sempre bisogno di un uomo col quale condividere le spese. La notte precedente, a letto nel dormiveglia, Martino ha scoreggiato rumorosamente. Per lei è stato lo sfregio definitivo, e le scuse imbarazzate e tardive del marito, sussurrate in un orecchio quando è rientrato da lavoro, le hanno solo confermato l’intenzionalità dell’atto, la volontà di ferirla. Adesso, mentre sta finendo di lavare i piatti, sogna di scappare a Parigi, la città delle mille librerie, dove si può essere poveri senza vergognarsi, dove anche l’aria che respiri è poetica. Arianna entra in cucina in quel momento, prende un bicchiere di aranciata dal frigo e avverte qualcosa nel silenzio assorto della madre con ancora le mani nel lavello. Le dice: “Mamma, perché non vai a Parigi? E’ il tuo sogno. Io e papà staremo bene, tu ci verrai a trovare spesso. Vai, che ci stai a fare qui?” Nicole la guarda e sorride. Poi si avvicina, l&#8217;abbraccia forte e piange in silenzio. Per un attimo, i loro inconsci hanno dialogato.</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 105px;">Camilla domani compie 5 anni. In famiglia sono tutti orgogliosi di lei, la chiamano “il fenomeno” perché sa già scrivere e leggere, anche al computer. Lo fa sul portatile della madre, un MacBook con la copertina fucsia che accende da sola. Ha due fratelli, uno di 3 e l’altro di 7 anni. Dormono insieme nella stessa cameretta: Marco e Andrea su un letto a castello e lei su un lettino. Sono le nove e mezza di sera e la madre li invita ad andare a dormire. Camilla è nascosta dietro le tende del soggiorno, che sono un po’ scostate dalla parete. Quei 30 cm x 2 metri sono la sua casa di fantasia, uno spazio tutto per lei dove riceve e parla con amici immaginari. Quando è a letto, si spegne la luce e i suoi fratellini finalmente dormono, Camilla resta ancora un po’ con gli occhi aperti a fissare quel buio impenetrabile, e l’assale il timore che nella vita nulla esista al di fuori di lei, che sia tutto un teatro fondato sulla sua effimera presenza, una commedia che svanirà quando lei uscirà di scena. Al risveglio le càpita spesso di guardare in faccia le persone per cercare di capire se stanno recitando o meno. A scuola gioca con gli amichetti a un-due-tre-stella!, poi quando esce si accorge che ad aspettarla accanto alla madre c’è suo zio Emanuele, elegantissimo in giacca e cravatta perché appena uscito dall’ufficio. Lei è abituata a vederlo vestito sportivo, quando va in moto a trovarla la domenica pomeriggio. Ora è venuto a farle gli auguri e portarle un regalo, il portafoglio rosa delle Winx. Le dice che ormai è grande e deve avere i suoi soldini. Dentro ci sono 5 euro in monete. Lei è felice, lui la prende in braccia e la sbaciucchia sulle guance. In questo momento il mondo ha un’altra consistenza, non è più una finzione inquietante. In macchina, ritornando a casa, dice: “Mamma, che bello che è lo zio Lele, è bello come un fidanzato”.</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 105px;">Prima ancora di essere il luogo dell’apprendimento, la scuola è il luogo della formazione dei ricordi e della personalità. Con Luca feci tutte le elementari e le medie, era il mio migliore amico. Poi io mi trasferii a vivere altrove con la mia famiglia e i nostri rapporti si allentarono. Altre scuole, altri paesaggi, altri amici e amori. Però ogni tanto ci si sentiva, non ci perdemmo mai di vista. Finito il turistico lui incominciò a fare il fotografo. Faceva reportage di viaggi, lavorava per i giornali più noti. Il suo passaporto era pieno di timbri di paesi stranieri, lo doveva cambiare prima della scadenza normale perché presto esauriva le pagine disponibili. Se ripenso a quando eravamo piccoli, mi rendo conto che da subito aveva manifestato quella passione. In fondo è un uomo fortunato, fa quello che ha sempre sognato. Nella sua cameretta c&#8217;era un piccolo mappamondo, di quelli che si illuminano internamente. Gli piaceva farlo girare e a occhi chiusi indicare un punto a caso del globo. Poi, aperti gli occhi, mi diceva tutto di quel paese: capitale, numero di abitanti, stati confinanti, tipo di economia. A quel tempo il mio mappamondo era il dizionario, che scorrevo con la stessa curiosità. Scrivere è stato il mio modo di viaggiare, a sei anni siamo già formati, a leggere bene c’è già tutto ciò che saremo. L’altro giorno mi è comparso fuori dal negozio. Mi guardava sorridendo col suo faccione dalla vetrina. Erano sette anni che non lo vedevo. Ora è molto ingrassato, vive a Teguise e da lì si sposta per tutti i suoi giri. Siamo andati a bere qualcosa in centro, mi ha raccontato che a maggio ha avuto un piccolo infarto, l&#8217;hanno portato all&#8217;ospedale in elicottero. Ma non drammatizza mai, lui è un ercolino sempre in piedi. Si è messo con una nuova ragazza, e io l’ho invitato a cena la sera successiva, così gli presentavo la mia. Cinzia di lui non sa nulla. Gli fa i complimenti per la scelta coraggiosa di abbandonare questa città orribile, ma non sa che vi è stato quasi costretto. Certe scelte radicali si prendono solo quando la vita ti mette con le spalle al muro. Lui era arrivato a un punto in cui non riusciva più a lavorare, si era guastato i rapporti di lavoro con tutti quelli che contano a Milano ed era pieno di debiti. E’ che è un casinista di natura, totalmente inaffidabile. Prende un impegno e non lo rispetta, dà bidoni a destra e a manca, e l’unica cosa che lo ha salvato dal naufragio totale è il suo talento cristallino. In un momento di particolare stasi del lavoro, quando tutte le porte sembravano chiuse per lui, ha approfittato di una vacanza alle Canarie per andare a trovare la sorella che ci viveva da prima di lui. Lì ha conosciuto una ragazza del posto, che faceva il medico condotto, era separata e aveva un figlio piccolo, e ha deciso di trasferirsi. I primi tempi campava realizzando cartoline e gadget vari. Mentre racconta la sua versione dei fatti, molto più edulcorata di quella che so io, lo guardo con malinconia e tenerezza. Conosco i suoi dolori, il fatto che ha perso presto entrambi i genitori e a volte si sente solo. Mi spiace che fra noi ci siano così tanti chilometri, mi spiace non conoscere casa sua, la sua nuova donna, il nuovo orizzonte che lo ha accolto. So che a quello che dice va fatta la tara, e che non saranno tutte rose e fiori, però un po’ lo invidio lo stesso, almeno lui è stato coerente anche nelle contraddizioni. Un sacco di volte, quando era qui, mi faceva incazzare, ed evitavo di vederlo pure per lunghi periodi, ma so che sono importante per lui, che nella sua vita conto, e anche se ha mille conoscenze in giro per il mondo, alla fine è me e pochi altri che cerca. Terminata la cena ci mostra le foto della sua nuova vita. Le ha sul cellulare e le riversiamo sul pc. Ci sono volti che non conosco. Ora la sua donna è una trentacinquenne di Terni, anche lei separata, incontrata mentre era in vacanza alle Canarie. Ha mollato tutto e lo ha raggiunto lì. E’ una piccolina bionda, carina, ritratta in spiaggia in topless. Hanno un furgone e lui ha realizzato una sorta di tendalino trasparente che li protegge dalla sabbia trasportata dal vento senza privarli della vista del panorama. Insieme fanno immersioni e vanno a pesca con una barca di amici. Con la ragazza precedente le cose non andavano bene, e dopo tre anni si sono lasciati. Gli dispiace per il bambino, non vederlo più, e penso che in queste separazioni chi soffre senza averne colpa è l’indotto, i parenti acquisiti e persi. Ci racconta che a Teguise sono censite 56 nazionalità diverse, tutto un mondo di naufraghi approdati in quell&#8217;isola in seguito a fallimenti sentimentali o economici. Ha una compagnia di amici cosmopolita, ognuno con la sua storia di fughe e speranze. Poco prima di uscire Luca va su Google earth, zoommando identifichiamo casa sua in mezzo a una serie di crateri vulcanici. E’ una villetta bianca isolata e circondata solo da fichi d&#8217;india. Dice che non c&#8217;è inquinamento luminoso, che a volte la sera, dopo una faticosa giornata di lavoro, lui e lei spengono le luci, si sdraiano abbracciati e stanchi su un materasso in terrazzo e si addormentano guardando le stelle.</p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/17/tre-personaggi-in-cerca-damore/">Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</a></p>
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		<title>La mia famiglia è un caravanserraglio di tricicli rotti</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Aug 2008 06:19:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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<p>di <strong>Loris Righetto</strong></p>
<p>Quelli come me ci soffrono a vivere da soli perché si sono convinti che  il cuore di nessun uomo è un’isola. E neanche quello di una donna. È una questione di spazi personali che si intersecano. Quelli come me sono nati in famiglie vecchia scuola formato XL tipo: padre, madre, fratello, io, fratello tris, sorella, cane a pelo corto, gatto a pelo lungo, gatto bigio, gatto incazzoso, tartaruga in fuga, e una sfilza di canarini dal cuore debole rimpiazzati l’uno con l’altro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/la-mia-famiglia-e-un-caravanserraglio-di-tricicli-rotti/">La mia famiglia è un caravanserraglio di tricicli rotti</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/familyfeuddvd.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/familyfeuddvd-300x300.jpg" alt="" title="familyfeuddvd" width="300" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-7301" /></a></p>
<p>di <strong>Loris Righetto</strong></p>
<p>Quelli come me ci soffrono a vivere da soli perché si sono convinti che  il cuore di nessun uomo è un’isola. E neanche quello di una donna. È una questione di spazi personali che si intersecano. Quelli come me sono nati in famiglie vecchia scuola formato XL tipo: padre, madre, fratello, io, fratello tris, sorella, cane a pelo corto, gatto a pelo lungo, gatto bigio, gatto incazzoso, tartaruga in fuga, e una sfilza di canarini dal cuore debole rimpiazzati l’uno con l’altro. Mi è difficile guardare indietro senza provare tenerezza, nostalgia addirittura, anche per tragici eventi come quello del triciclo che mio padre portò una volta a casa. Disse che potevamo giocarci tutt’ettré, ma la priorità d’uso spettava al più piccolo dei suoi figli. Non intendeva dire che Riccardo era il suo prediletto, quanto che Gianluigi ed io dovevamo lasciargli spazio di crescita. Protestai, perché la priorità ce l’aveva lui e non qualcun altro? Ad esempio io?<span id="more-7298"></span></p>
<p>Recentemente ho fatto un sogno in cui un Riccardo adulto in uno scenario dell’infanzia mi vuole uccidere.<br />
-Perché?, -ho il tempo di chiederegli nel sogno.<br />
-Perché voi avete sempre avuto più giocattoli di me.<br />
-non è vero, -protesto. Poi gli frego la carta di credito e vado a sbancomattare per la città; lui per ripicca sgattaiola in camera mia e mi nasconde una bomba sotto il letto.<br />
-Ho paura che mio fratello nutra ancora del rancore infantile nei miei confronti, -ho detto alla mia ragazza, dopo averglielo raccontato. Sotto le lenzuola giocherellava con le dita della mia mano.  Ho delle dita a salsicciotto e ne sono un po’ complessato e lei io la amo perché mi dice che invece sono carine, sono a stella marina. Comunque,  -Sei tu che distorci, -mi ha detto a proposito del sogno.<br />
-Sono io che distorco?<br />
-A volte lo fai anche quando discutiamo. Distorci i fatti per darti ragione.<br />
-Guarda che mi ricordo come sono andate le cose, non ho mica l’Alzheimer<br />
-E come fai a ricordarti se sono passati vent’anni da allora?<br />
-Se lo ricorda bene il mio sedere!, -ho detto, -E un sedere non distorce affatto. Un sedere non può mentire!<br />
-Vedi che stai distorcendo?</p>
<p>Comunque c’ha pensato Gianluigi, mio fratello più grande, a metterci tutti in pari. Lui ha avuto sempre queste grandiose reazioni tipo elefante che avvista un topo. Un giorno che Riccardo era stato spedito a trovare la nonna, ha preso il triciclo e l’ha sfasciato. Quella scena io l’ho vista in diretta, perché sono uscito in cortile proprio mentre con le sue gambe da undicenne, su quel triciclo stile verdi anni d’asilo, ci faceva la figura di un clown in un arena deserta.<br />
Com’è che iniziano le discordie tra i fratelli? Incomincia che tu pretendi il tuo giro. E tuo fratello te lo nega. Tu ti metti a frignare. E lui afferra il giocattolo della discordia, lo solleva sopra la testa e l0 scaraventa sul cemento. O almeno, questo è quello che è successo tra me e Gianluigi. Sulla forcella, tra i rottami, la ruota più grande sembrava una girandola.<br />
Ho detto: -E adesso?<br />
Gianluigi ha risposto la stessa cosa che avrei risposto io nelle sue scarpe da ginnica, e cioè:- Non è stata colpa mia.<br />
Gli ho creduto. Già allora ero un bambino con un debole per le storie incredibili. Ha una fantasia molto sviluppata, diceva mia madre quando ne parlava con sua sorella, -Se lo lasci andare ti racconta di quelle storie, ma di quelle storie…<br />
Me lo diceva accarezzandomi i capelli, quasi ne fosse fiera.<br />
L’alunno distorce la realtà, diceva la maestra. Ma la maestra e mia ragazza si sbagliano. Raccontare storie non è distorcere la realtà, ma mettere ordine nella realtà secondo la personale percezione. Gli ho creduto, comunque. È l’empatia dei fratelli: dicendo “non è stata colpa mia”, Anselmo non intendeva negare l’evidenza. Intendeva che c’era un solo triciclo per tre figli, di quattro, sette e undici anni. Intendeva che era il tipico triciclo irrispettoso degli standard CEE. Un triciclo arrivato in Europa dentro un container con su scritto “China Shipping”. Con tutta probabilità il subdolo tentativo di una multinazionale asiatica di minare alla base la società occidentale.<br />
-Me lo giuri che non lo dici alla mamma?<br />
Gianluigi me l’ha chiesto con certi occhi, certi occhi che lui solo sa fare, certi occhi tipo cucciolo di foca inseguito da un manipolo di eschimesi con un randello  in mano. Mio fratello non è cattivo, è solo un po’ maldestro. E poi di fronte a quegli occhi lì, come fai, gli dici di sì. Ma prima gli ho fatto giurare che per un mese lui si mangiava al posto mio la verdura cotta della nonna, peperonata, ravette e catalogne comprese. Mio fratello ha avuto un moto d’orgoglio.<br />
No, ha detto, le catalogne no.<br />
Liberissimo, ho detto io, e ho fatto per andarmene, ma lui mi ha trattenuto per la maglia.<br />
Ok, ha detto, Ok, anche <em>le maledette catalogne</em>.<br />
Siamo andati da mia madre per raccontarle l’incredibile storia di come tornati da una passeggiata nel bosco avevamo trovato il nuovo triciclo fatto misteriosamente a pezzi. Mia madre stirava in ripostiglio e solo a guardarci deve aver annusato la tipica puzza da pannolino sporco. Con un repentino <em>coupe de theatre </em>Gianluigi mi ha bruciato sul tempo e puntato il dito contro di me ha gridato: -Lui, lui! È stato lui! Ha rotto lui il triciclo nuovo! L’ho visto io!<br />
Mamma andava fiera della mia fantasia ma a volte la mettevo in imbarazzo. Una volta siamo andati a trovare sua sorella e la zia mi ha chiesto:<br />
-Ma bravo, cos’hai imparato oggi a scuola?<br />
-Lo sai che è nato un bambino con tre teste?<br />
-Eh?<br />
-Sì, zia, ti giuro di sì. Una donna ha partorito un bambino con tre teste. E una era la testa di un gatto.<br />
Non è neanche così improbabile che mamma abbia creduto a Gianluigi. Secondo me è più improbabile che lo scorso natale Gianluigi abbia “dimenticato” aperto sul desktop del computer del salotto dei miei genitori un file di testo. Una lettera. Prima di pranzo mi sono seduto lì e non ho potuto non leggerla. Si trattava di una mail alla sua ragazza, dove si lamentava che nutro un complesso di superiorità nei miei confronti. <em>Mi sottovaluta</em>, diceva Gianluigi alla sua ragazza, <em>E viene in cerca di me solo quando ha bisogno di qualcosa. E poi secondo me è gay</em>.</p>
<p>La mia ragazza sostiene che sotto uno strato di macerie ho un dolore fossile, e dovrei schizzarlo fuori, come un brufolo, e possibilmente piangere per il dolore che ho somatizzato. A sentire lei dovrei gridare. Lei lo chiama <em>Urlo Primordiale. Urlo Primordiale Del Mio Culo</em>, minimizzo io.<br />
-Ridi, ridi, -dice lei e mi lascia la mano, -E intanto sei lì che mastichi e rimastichi i sentimenti contradditori che da vent’anni nutri per tuo padre e tuo fratello!<br />
-Quali sentimenti contradditori?, -mi difendo, -Per la mia famiglia io provo affetto.<br />
-No, invece. Stai solo cercando di proteggerti. E così non li metti di fronte alle loro responsabilità.<br />
La mia ragazza non concepisce perché a prendersi la sculacciata al posto di Gianluigi sia stato io. Ad onore del vero devo dire che non è stata una vera sculacciata, giusto una decina di carezze ad alta velocità su fondoschiena smutandato. Certo non violente. Certo non intenzionate ad arrecare lesioni gravi. Direi piuttosto un onesto esercitare la pedagogia patriarcale del <em>Risparmia il Bastone E Vizierai Il Fanciullo</em>. </p>
<p>-Volevate il triciclo? Dovevate pedalare, invece di romperlo, -ha detto mio papà durante il pranzo di natale, quando ridacchiando ho riesumato l’aneddoto. E credo che con questo non intendesse dire che mal che si vuole non duole. No, intendeva che tutti le abbiamo prese da qualcuno. Io le ho prese da mio padre, mio padre le ha prese da suo padre, e questo network di legnate potrebbe risalire al giorno in cui il Macacus Rhesus ha smesso di essere solo un Macacus Rhesus e ha fatto uno scatto avanti verso l’umanità. Ma allora com’è che vent’anni dopo, seduti attorno ad una tavola troppo piccola, Gianluigi si è preso il pezzo di pane croccante che mi ero preparato io, e senza nemmeno chiedermi per favore? Guardalo come se lo sgranocchia. Nemmeno se ne accorge che ha sconfinato nel mio territorio. Ed io, io senza pensarci mi sono seduto al posto che storicamente appartiene a Riccardo, che fa finta di niente, ma ha sbuffato: di qui la tv si vede molto meglio. Di fianco a me la mia ragazza ha osservato il siparietto, e mi lancia sguardi, eloquenti frecciatine come a dire: <em>la tua famiglia è un caravanserraglio di tricicli rotti</em>. Il fatto è che lei  è figlia unica e non capisce. Che nonostante i limiti evidenti queste ipocrisie protettive sono necessarie. L’altra notte ho sognato che con una gomitata accidentale le rompevo un dente. Nel sogno mi scusavo e tentavo di riparare offrendole da bere. Questo sentirsi forzati dalle decisioni incerte di chi viene prima di te, questo assorbire gli sbalzi d’umore di chi ti cresce troppo vicino, questo elaborare gli schiaffi e le carezze e rifilare il benservito a chi viene dopo, tutto ciò ai miei occhi non è che un  effetto collaterale. La mia ragazza ancora non sa, non l’ha capito che l’amore, per come lo so io, è un cuscino che serve a proteggere le persone che amo da me.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/21/la-mia-famiglia-e-un-caravanserraglio-di-tricicli-rotti/">La mia famiglia è un caravanserraglio di tricicli rotti</a></p>
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		<title>Il mondo di Christina</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Dec 2007 07:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Sfoglio un libro ricevuto da poco, <em>Memory and magic</em>, il catalogo di una mostra sul pittore realista americano Andrew Wyeth. Mi sembra appropriato, sottintende la memoria come tema costante dell’artista, la magia come attitudine dello sguardo. Le scene rurali, la quieta solitudine del paesaggio, la concentrazione sui particolari, come il tessuto sottile di una tenda che ondeggia sul chiaro del vetro, le foglie intrappolate nel ghiaccio o la prospettiva scelta per raccontare una foresta di sempreverdi – il loro riflesso capovolto nel lago, l’immersione e l’uso delle figure umane come strumenti di un messaggio, trasformano la realtà in una dimensione dello spirito.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/28/il-mondo-di-christina/">Il mondo di Christina</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img alt="" src="http://farm5.static.flickr.com/4060/4668889462_1384e69a30.jpg" class="alignnone" width="440" height="300" />di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Sfoglio un libro ricevuto da poco, <em>Memory and magic</em>, il catalogo di una mostra sul pittore realista americano Andrew Wyeth. Mi sembra appropriato, sottintende la memoria come tema costante dell’artista, la magia come attitudine dello sguardo. Le scene rurali, la quieta solitudine del paesaggio, la concentrazione sui particolari, come il tessuto sottile di una tenda che ondeggia sul chiaro del vetro, le foglie intrappolate nel ghiaccio o la prospettiva scelta per raccontare una foresta di sempreverdi – il loro riflesso capovolto nel lago, l’immersione e l’uso delle figure umane come strumenti di un messaggio, trasformano la realtà in una dimensione dello spirito.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><span id="more-5063"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Nel 1948 Wyeth dipinse uno dei suoi quadri più famosi – <em>Christina’s World</em>, Il mondo di Christina. Una figura esile di donna in abito rosa è seduta sul crinale di una collina, tra l’erba gialla e marrone di un autunno incipiente. Si appoggia con le mani al terreno, dando le spalle allo spettatore, in una torsione del busto verso la cima del colle, dove si stagliano una fattoria e, poco lontano sulla sinistra, un granaio.<o :p> </o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Christina Olson, la donna dietro l’immagine, era la vicina di casa di Andrew e Betsy Wyeth, a Cushing nel Maine. Abitava con il fratello Alvaro in una modesta fattoria: soffriva di una disabilità motoria, ma per tutta la vita rifiutò l’uso della sedia a rotelle. Quando la paralisi delle gambe fu totale, Christina iniziò a trascinarsi per la casa, portandosi dietro il peso del corpo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Quindi la figura protesa verso la salita, come sbilanciata nel desiderio di ciò che è all’apice, è anche una donna che realmente coabita con un impedimento fisico, che arranca con fatica verso una destinazione. Nella forma dipinta desiderio e fatica sono compagni indissolubili.<o :p> </o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">A dirla tutta, come spiega nel saggio che accompagna le tavole del libro Anne Classen Knutson, nonostante la figura <em>sia </em>Christina Olson, c’è ben poco di veritiero nel quadro di Wyeth, a partire dalla modella per l’immagine. Solo le braccia e le mani (i punti di leva), appartengono alla Olson: per il resto posò Betsy, la moglie del pittore. Immagino che sia ancora per la fatica: una simile posizione avrebbe sfiancato Christina, più di altri a causa del suo handicap. La fattoria stessa non è riprodotta fedelmente, ma, soprattutto, nel contesto reale non c’era nessuna pendenza, nessun terreno inclinato. Inventando la collina Wyeth crea un senso della distanza, dà alla scena un valore simbolico, trasmette le sue proprie intenzioni, la misura di un sentimento piuttosto che una resa oggettiva di un paesaggio.<o :p> </o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><em>Wyeth percepiva la casa degli Olson, che non era mai stata modernizzata, come una capsula di tempo da un’altra era. Gli Olson stessi erano parte di una discendenza nel New England che risaliva fino al diciassettesimo secolo, quando uno dei loro antenati aveva presieduto ai processi delle streghe di Salem. Per Wyeth, quindi, Christina divenne “un simbolo della gente del New England nel passato – come realmente erano”.</em><o :p><br />
</o>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Dunque ciò che la donna scorge, guardando la fattoria sulla collina, è il passato. Ma quale esattamente? Il passato di un paese e di una famiglia o un tempo interiore, che ci riguarda tutti, anche se siamo nati altrove, se siamo stati nomadi, se sono state altre le montagne o le pianure?<o :p></o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><em>“Sento la solitudine di quella figura – forse la stessa che sentivo quando ero ragazzo</em>”, scrisse il pittore. E ancora: <em>“È stata la mia esperienza quanto la sua”</em>.<o :p> </o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Che cos’è il mondo di Christina?</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">La casa, la storia familiare a cui la protagonista si volge con la caparbietà con cui rifiuta ogni supporto esterno per le gambe? È il suo corpo svantaggiato e solitario che lei difende dal compromesso di relazione con gli altri e con l’ambiente, come un pegno dell’identità?</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">O è la nostalgia del pittore, l’anelito verso il padre perso tre anni prima, N.C. Wyeth, pittore a sua volta, che per primo trasmise al figlio la necessità della completa identificazione con i soggetti della sua arte, l’attenzione che permette di essere contemporaneamente l’osservatore e l’oggetto?<o :p> </o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><em>N.C. insegnò a suo figlio non solo a memorizzare la forma concreta di una cosa, ma nel caso di una brocca, per esempio, a conoscerla così bene che avrebbe potuto rivelare “la forma del suo interno come il fenomeno della sua cavità, il suo peso, la sua pressione sul suolo, il suo odore, la partizione dell’aria”.</em><span><br />
</span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">O ancora è il mistero del passato di ognuno, il legarsi fluido degli incontri, degli episodi vissuti, che confluisce nel paese amato e perduto della nostra appartenenza?<o :p> </o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Guardando l’immagine, c’è un&#8217;altra vita di ostinazione e diversità che mi viene in mente: la storia di Helen Keller, nata in Alabama nel 1880, rimasta cieca e sorda a poco più di un anno di vita in seguito ad una malattia, e di Anna Sullivan, <em>Anna dei Miracoli</em>, la donna, anch’essa parzialmente cieca, che fu sua maestra per quasi cinquant’anni.<span>  </span><o :p><br />
</o>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">La bambina Helen è selvaggia, testarda, viziata – per troppo amore, troppa pietà i genitori non le negano nulla. Non si accorgono che quella che per loro resta una terribile sciagura <em>è</em> a tutti gli effetti la natura della figlia, non comprendono che non è la bambina che loro vedono e assecondano, ma lo spettro della malattia, il senso ineluttabile di una colpa al quale tentano di porre rimedio. Anna al contrario, la vede per come è, lavora perché la bambina non diventi altro da sé, ma abiti interamente il suo corpo, lo possa toccare e non solo dibattersi o crogiolarsi al suo interno, come in una scatola chiusa. Non le fornisce nessuno strumento utile: fa di Helen lo strumento di se stessa, aiutandola nella scoperta di un linguaggio, l’unica proprietà dell’essere umano, ciò che mostra il luogo dove le cose sono sempre state. Non sapevamo che esse erano là, pur percependole, perché non avevamo la parola, il significato, per dirle. Quando con le mani sotto la pompa Helen comprende e ripete il suono “acqua”, non varca l’ingresso di una qualche società civile, ma attinge al senso interiore di vista e udito, una verità individuale riconosciuta nella più universale delle sostanze: traccia i confini della sua propria casa di tempo ed esperienza. Desiderio e fatica.<o :p> </o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">La forza dell’acqua gelida sulla pelle della bambina è la stessa che la cima del colle esercita sulla donna nel quadro. Ma l’artista, consapevole del suo linguaggio, fa un passo ulteriore, ponendo la donna di schiena, svincola il nome di Christina dal contingente storico e precario della sua persona, ci indica ciò che lui ha immaginato e ci permette di immaginare qualcosa di nostro, privato. Il nostro corpo frontale entra nella tela, prende posto come un’ombra al termine della luce, negli abiti, i muscoli, la magrezza della figura protagonista.<o :p> </o></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify">Ecco, noi percepiamo gli oggetti all’interno della fattoria come lei li ricorda: una lampada ad olio accesa su di un vecchio tavolo di legno. Un soffitto di travi che nascondono un nido di ghiri. Le finestre grandi, gli stipiti arrugginiti, l’assenza di tendaggi. Le coperte di lana stese e rincalzate sui letti del piano superiore. E più oltre scorgiamo il margine di un’altra terra, altri volti domestici, un campo di ulivi nel tardo pomeriggio, le torri antiche di una città, una periferia industriale, una porta da cui entriamo ed usciamo più volte, che svela la sua irraggiungibile solidità. Noi non vediamo gli occhi di Christina. Il modo in cui si illuminano o affievoliscono eternamente consumati nel guardare. <em>Siamo </em>quegli occhi appena prima della pagina seguente, l’autunno concluso, la stanza del sonno.</p>
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		<title>Battersea power station</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Nov 2007 04:30:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/jh-battersea.jpg" title="jh-battersea.jpg"></a> </p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong><br />
<em> </em></p>
<p><em>al paese di Torri</em></p>
<p><em>Purify the colors, purify my mind<br />
Purify the colors, purify my mind<br />
And spread the ashes of the colors<br />
over this heart of mine!<br />
ARCADE FIRE, Neighbourhood #1 (tunnels)</em></p>
<p>La Battersea Power Station è il mio confine sud, incastonato nell’orizzonte londinese tra la ruota panoramica e la City.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/11/04/battersea-power-station/">Battersea power station</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/jh-battersea.jpg" title="jh-battersea.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/jh-battersea.thumbnail.jpg" alt="jh-battersea.jpg" /></a> </p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong><br />
<em> </em></p>
<p><em>al paese di Torri</em></p>
<p><em>Purify the colors, purify my mind<br />
Purify the colors, purify my mind<br />
And spread the ashes of the colors<br />
over this heart of mine!<br />
ARCADE FIRE, Neighbourhood #1 (tunnels)</em></p>
<p>La Battersea Power Station è il mio confine sud, incastonato nell’orizzonte londinese tra la ruota panoramica e la City. La centrale elettrica in disuso è un castello abbandonato della modernità. Spesso invento storie fantastiche sul suo conto: in una è la fabbrica da cui escono liquidi, e poi a sbuffi di vapore, i sogni e gli incubi di Londra; in un’altra è il rifugio dell’unicorno, non più incatenato sullo stemma reale. Le rovine industriali sono il selvatico delle grandi città, i nuovi spazi impervi, spiritati: il cigolio della ferraglia, del becco mostruoso delle gru, l’acciottolarsi dei detriti sul vento. <span id="more-4707"></span>Come una forma tangibile del cielo – spesso mi accorgo del mondo superiore, sollevando gli occhi tra le sue ciminiere, bianche di nuvolaglia e ossame. Giganteggiano sull’acqua opaca, la riva di scarti, gabbiani, pesci solidificati in fango del Tamigi. Le osservo in lontananza, quasi umanizzate dalla mia solitudine. Vedo le mura interne decomposte, volgersi all’erba, allo scandirsi cronometrico dell’acqua in una palude urbana: la ruggine si schianta mostrando le radici. L’assenza della vegetazione ed il suo inizio. L’intero della vita che torna, quasi irriconoscibile, ma sempre con lentezza, sempre senza troppo rumore.</p>
<p>Accanto alla centrale c’è un parco che si apre in recinti, giardini e prati, tutto attorno ad un lago abitato da cigni, anatre, folaghe. La mia passeggiata è piuttosto abitudinaria: mi infilo in uno dei cancelli che danno sulla terra rialzata, sulla natura incolta affacciata sull’acqua, mi dirigo ad un albero, di cui non riconosco la specie, dai rami robusti, scuri, piegati verso la riva. Non c’è quasi mai nessuno. Mi arrampico, mi siedo appoggiata al tronco e inizio a leggere &#8211; ad esempio The Virgin Suicides di Eugenides l’ho letto quasi tutto tra questo luogo e l’appartamento in Deeley Road, dove abitavo nel 2004 – una strada di palazzi come caserme, da cui venivo a piedi. Ci sono parti nel libro sugli olmi del quartiere, sul loro respiro, sul manto fitto dell’autunno nei cortili, che per me sono indissolubilmente legate al mio albero di Battersea Park. Oppure vago nei pensieri, dondolando i piedi liberi, guardando il lago, il sole che ne fa quasi una carta stagnola, le battaglie degli uccelli per il cibo gettato dai passanti.</p>
<p>Nel nostro bosco, sull’Appennino, quello dietro il campo di calcio, c’era un tronco caduto di castagno, arcuato come un ponte vegetale sul terreno. Ora è completamente distrutto, dalle piogge, il passaggio dei cervi, il peso invernale delle nevi. Amavamo quel resto d’albero: ci potevamo sedere sopra nell’ombra della radura, sotto la parete di roccia ed il muschio che risalivano fino al tetto aperto delle fronde, tra i sassi. Quando le mie sorelle erano piccole lasciavo i regali sparsi, sulla corteccia, come se fossero doni dei folletti.<br />
Un pomeriggio, gli ultimi giorni d’agosto del 1997, me ne ero venuta nel bosco con il mio vecchio flauto di legno, in uno dei miei attacchi di insofferenza.<br />
Stavo lì nei pantaloni di tela sbrindellati di pezze giallo e arancio e suonavo per gli sterpi. Dopo un po’ arrivò la tua voce, dal sentiero. Eri allegro. Mi chiamavi: “O cugina pifferaia, hai finito l’esilio? A casa c’è l’Ofelia che ci ha preparato la merenda”. Ofelia, la compagna di mio padre, ci preparava ancora la merenda come se fossimo due ragazzini, scordandosi volutamente che tu avevi vent’anni ed io ventidue. La pasta fritta con lo zucchero o il sale di cui facevamo indigestione, i bomboloni, la torta di panna e mirtilli, o anche, non meno apprezzato, il solito gigantesco barattolo di Nutella, con il pane pronto sulla tavola. Era proprio quest’ultimo che ci aspettava in cucina. La Nutella, se ci penso bene, è stata quasi un vincolo adolescenziale tra cugini nel paese di Torri. Io ed Elisa rientravamo ad ore impossibili nella notte, nei nostri sedici, diciassette anni, godendoci tutta la libertà dell’estate, e continuavamo a parlare sedute al tavolo con i cucchiaini intinti nella cioccolata, per finire a dormire nello stesso letto, ad una piazza, come quando eravamo bambine. Nella tarda mattinata, quando ci svegliavamo, Ofelia con aria fintamente minatoria ci diceva: “Vi ho sentito tornare cosa credete… erano le quattro”. Ma poi aggiungeva un barattolo extra nella spesa. Sara e Benedetta, le mie sorelle, ripetono questo rito con gli amici, ora che hanno la nostra età di allora, ed io che resto alzata a leggere o a scrivere quando vado in montagna, le ascolto raccontarsi, con un misto di nostalgia e stupore.</p>
<p>“Sei venuto a piedi o in motorino?”, ti chiesi.<br />
“In motorino”.<br />
“Sfaticato! Hai fatto bene… senti perché non facciamo merenda qui? Dai, Matteo. Ti aspetto, vai a prendere il pane?”. Che sfacciata. Ma tu non dicevi di no: mi guardasti con aria ironica e rassegnata, riavviandoti verso casa, per accontentarmi. Erano anni che non trascorrevamo qualche giorno insieme, d’agosto a Torri. Che non consumavamo i pomeriggi a giocare a carte al bar con gli altri ragazzi, che mi insegnavi per l’ennesima volta il gioco del tressette, sapendo che di lì a un mese me ne sarei scordata completamente. Che ascoltavi con eroica pazienza i miei sfoghi sentimentali o ti offrivi di coprirmi, se restavo a dormire fuori, dicendo che passavo la notte da te, in mansarda.<br />
Di che parlavamo con il pane stracolmo di Nutella, seduti sulla trama delle foglie?<br />
Mi chiedesti di dirti ancora dei miei spiritelli, di cui leggevo le storie ai bambini del paese in piazza, imitandone le voci. Da piccolo tu avevi paura di Dracula. Mio padre, ti illustrava il film di Nosferatu, facendo smorfie e gesti mostruosi con tutto il corpo, spengendo la luce d’improvviso. Tu scappavi nell’altra stanza, ti nascondevi sotto il tavolo, finché lui non iniziava a ridere, molto più bambino di noi. Io non glielo permettevo. Gli dicevo in anticipo che di vampiri e castelli rumeni non ne volevo sapere un bel nulla.<br />
“Ti ricordi quando dormivamo assieme nel lettone a casa della nonna, io te ed Elisa? Tu eri insopportabile, lì nel mezzo. Prendevi tutto il posto e noi ci stringevamo sugli angoli. E protestavi, anche!”<br />
“Ma avevo cinque anni… voi eravate più grandi”, ridevi.<br />
Ti eri impuntato, quella volta, che ti escludevamo perché eri maschio, che anche tu avevi diritto di passare la notte con noi, dalla nonna. Dormire assieme da bambini ha un suo potere speciale – è un’alleanza nel momento più sconosciuto della giornata, quando tutto diventa inquieto e sfuggente. Gli alberi all’esterno, il loro lamento di vocali, di misteriosi suggerimenti contro la finestra.<br />
Con Elisa avevamo questo progetto: aspettare che tutti dormissero nella casa: poi scendere giù nel prato, a controllare se c’era qualcuno. Non sapevamo chi o cosa sarebbe dovuto venire. Avevo delle idee al riguardo e finivo sempre con lo spaventarla, come quando le raccontai dell’impiccagione di Pinocchio, di cui avevo letto a scuola. Pinocchio era un libro terribile, per me, crudele. Lo leggevo avidamente e lo detestavo con uguale passione. Ero arrabbiata con Pinocchio per come ammazzava il grillo e per come vendeva il suo abbecedario: una tale preziosa parola fatta di sillabe lente e ghirigori, come puoi venderla Pinocchio? Ma poi mi dispiaceva molto di più per tutti gli animali che morivano nel libro: Melampo, i ciuchini, i pesci nella padella d’olio bollente dove finiva il burattino. Un libro esemplare della tortura.<br />
Pensando agli assassini incappucciati, alle corse a perdifiato per i fossi pieni di bisce, rospi ed orbettini, decidemmo che forse era meglio declinare, restarcene nel sicuro delle coperte.</p>
<p>“ E le bolle di sapone, te le ricordi? Quelle con il Nelsen piatti, dentro i bricchi di smalto?”</p>
<p>Se dovessi scegliere un ultimo ricordo, sceglierei quel pomeriggio, in cui ci immergevamo nel nostro passato, enumerando i giocattoli, le piccole liti, come se anche Elisa, che non veniva più in montagna, fosse lì seduta con noi. Il mondo dell’esperienza epurato dalla carne, una crosta staccata, esangue &#8211; così inconsistente sulla nostra formidabile infanzia. Avevi questo volto morbido, quest’aria gentile mentre da ragazzo diventavi uomo. Conservo ancora in un diario, la poesia che mi scrivesti quella sera, seduto sulla finestra. Mi consegnasti il foglio quasi imbarazzato.<br />
“Ti ho scritto una poesia… lo sai, però io non sono bravo come te. Non ho nemmeno studiato”.<br />
Era una poesia su Torri, sulla tua montagna. Su come potevamo fermare tutto quassù, dimenticare. Il nostro minuscolo paese dei fiori, nel comune più boscoso di tutta l’Italia. “A te cugina, che credi nei folletti”, riporta la dedica.<br />
Il mio migliore amico si era ucciso in luglio, con il gas di scarico dell’auto. Negli anni a seguire ne avrei riversato così tanto nelle poesie, nei racconti, nei diari, nei monologhi interiori mai trascritti, sorprendendomi a fissare qualcuno che avrebbe potuto essere lui, in una strada cittadina, su di un treno, eppure mi sarebbe restata dentro la sorpresa, di quando ti spiegai, in cucina, come sviscerando il cuore di un estraneo. Soprattutto avrei tenuto dentro il dubbio di un futuro alternativo, non intaccato dalla sua morte, dal rischio indulgente della mitizzazione – i dispersi dissolti in stati d’animo,  beatificati rifugi dell’ego, quando si è assediati dai timori, resi mediocri, insufficienti: i giorni e gli altri percepiti come una sentenza.<br />
Come avrei ricordato? Come avrei spogliato dalla nostalgia la mia esigua giustizia?<br />
Lo raccontavo a tutti ciò che era successo quell’estate, con una foga maniacale, inquisitoria, malcelando la paura in un grossolano distacco. Tu dicesti semplicemente che lo rispettavi. E che lo rispettavi tanto più a fondo perché non riuscivi affatto a capirlo &#8211; tu che trovavi il lato piacevole di ogni cosa, perfino del tuo lavoro in fabbrica, quando per ovviare alla noia, ti raccontavi da solo fiabe assurde. C’era questa gioia serena che mettevi nei rapporti, senza giudizi di sorta, che calmava il mio modo carnale, impulsivo di agire. La parola per dirti è bontà, un vocabolo ingiustamente schernito nel sinonimo di un fare ingenuo, approssimativo, che non scalfisce la pelle degli eventi, il nostro bisogno di ferire, di pose inautentiche di disprezzo. In te riacquisiva tutto il suo genuino valore: lo stare da pari a pari con gli altri e con l’esistenza, lo stare aperti. Non ha importanza che tu lo comprendessi: era nel tuo non saperlo che si radicava più forte. Eri mio cugino. Eri buono.</p>
<p>Non concepivo ancora la precarietà che ci compone, né credo si comprenda del tutto finché si è dentro la fiumana dei sogni e degli affetti. Temiamo la perdita di coloro che amiamo &#8211; un incubo diurno da scacciare &#8211; ma ne facciamo ugualmente figure immortali, cardini di direzioni estemporanee, illusi nel nostro egoismo di poter tornare, quando ci sembra opportuno, ai loro volti conosciuti, i loro gesti di consolazione.<br />
Ma la vita è molto più sbrigativa, disattenta.<br />
La vita è un inventario sbagliato, procede per accumulo, per repentine detrazioni. Come il segno primo dello scrivere, lei è spinta per sua natura continuamente a colpire e colpisce di fretta, nauseata e assolta – e lascia agli astanti, agli involontari complici, agli strumenti, l’affondo irregolare dell’impronta.</p>
<p>Ti rividi un’altra volta, nel mese di settembre. A gennaio una nostra comune conoscenza mi portò i tuoi saluti: sarei passata a trovarti, risposi, alla sala giochi dove ti fermavi qualche volta la sera. Ma non accadde. La notte del quattordici febbraio, ti ricoverarono d’urgenza a Firenze, per un incidente d’auto – avevi perso il controllo, rientrando dalla discoteca, eri stato sbalzato fuori dall’impatto con un muro. Con una fiducia disperata nella tua forza sperammo per quindici giorni che tornassi. Avresti avuto danni irreversibili, una paralisi, un occhio perduto, ma saresti stato vivo, e mio zio, quando venni in ospedale mi disse di non entrare, di non vederti sfigurato dallo schianto. La tua pelle di bambino. Che tu sapevi comunque che noi c’eravamo, che saresti stato a casa in poche settimane, non poteva che essere così. Poi l’aneurisma nel centro del cervello. Una bacca, una pallottola di sangue. Ti dichiararono clinicamente morto, pronto per l’espianto, come avresti voluto. Lo avevi detto una volta a tua madre, commentando la notizia della donna che aveva partorito un feto gravemente menomato, per poter donare gli organi. Un affermare astratto, che diventa d’improvviso spietato testimone.<br />
Non ricordo il funerale; non ricordo nulla.<br />
Non sapevo come guardare i miei zii, come chiedere un’altra possibilità, una soltanto, come non odiare il mio dolore, come combattere l’impossibile, come non fare delle preghiere che uscivano inutili, una maledizione.</p>
<p>Occorre tanto tempo per accettare, far sì che la pena d’intensità immutabile scopra la fibra di un punto d’approdo, una nuova partenza. Occorre esserne travolti, con l’asfissia ermetica del vuoto, senza spiegazioni esaustive, vergognandosi invece, molto, della meschinità accentratrice della propria sofferenza.<br />
Il mondo ha le sue vie atroci, insospettabili per renderci l’amore, la dignità delle storie private.</p>
<p>A distanza, nella mia vita londinese, appena fuori dal parco, io non so se sia un suono o un odore o l’aria desolata dalle ciminiere &#8211; rivedo tutto con chiarezza, ci ascolto nel bosco: sei tu, la mia epifania, che scivola nella mente, s’ispessisce, s’irradia tutto d’intorno &#8211; il mio attimo di rivelazione.<br />
Quanto calore c’è nelle lacrime represse? Quanta verità da indagare nei vissuti trascorsi? E quanto davvero di comune, di tralasciabile, negli sguardi scambiati, i dialoghi familiari, il silenzio perfino del sonno nella solita stanza?</p>
<p>Camminando verso la centrale elettrica posso piangere non vista. Piango il tuo nome teso dentro la gola. Piango la rabbia, Matteo, il molto male che ho inferto a me stessa, come per punirmi per ciò che non riuscivo a salvare, non potevo; piango la mia rigida coerenza del non dire finché non si è marchiati incandescenti e poi si è pietra, secrezione esposta delle ossa. Piango gli appuntamenti mancati, i tuoi organi in altre persone, come codici ignoti della memoria, manoscritti sporcati di arterie, e la morte che esiste e le poesie scritte sui davanzali delle finestre. Ti lascio andare. Supero l’eco del traffico nel fiume, nella benevola indifferenza del paesaggio, la sua notturna, quieta pulizia.</p>
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