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	<title>Nazione Indiana &#187; fascismo</title>
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		<title>Trova le differenze</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 11:55:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/001f2944_medium1.jpeg"></a></p>
<p>Grazie al pendolarismo, l’altro giorno sono riuscita a sbirciare le testate vicine al partito in grado di esercitare la pressione più forte sul governo. Salgo sul treno con sullo stomaco “Grazie ai nostri sacrifici, IL DIO SPREAD E’ SAZIO” de <em>Il Giornale</em> ostentato nell’edicola della stazione, ma resto incredula quando mi capita sotto il naso una copia abbandonata di <em>Libero</em>: GLI EVASORI RINGRAZIANO.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/08/trova-le-differenze/">Trova le differenze</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/001f2944_medium1.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/001f2944_medium1.jpeg" alt="" title="001f2944_medium" width="209" height="300" class="alignleft size-full wp-image-40988" /></a></p>
<p>Grazie al pendolarismo, l’altro giorno sono riuscita a sbirciare le testate vicine al partito in grado di esercitare la pressione più forte sul governo. Salgo sul treno con sullo stomaco “Grazie ai nostri sacrifici, IL DIO SPREAD E’ SAZIO” de <em>Il Giornale</em> ostentato nell’edicola della stazione, ma resto incredula quando mi capita sotto il naso una copia abbandonata di <em>Libero</em>: GLI EVASORI RINGRAZIANO. Il titolo del giorno prima &#8211; GOVERNO CHE CHIAGNE E FOTTE – sembrava copiato dai commenti in rete con cui i contribuenti di sinistra e reddito medio-basso sintetizzavano la loro rabbia. Il rebus <em>Trova le differenze</em> si risolve un po’ meglio leggendo gli editoriali.<span id="more-40985"></span><br />
Belpietro narra di un dipendente che gli ha chiesto come fa a portare i soldi in Svizzera, tuonando che Monti non punisce gli evasori e quanti hanno già spostato i grandi capitali all’estero, mentre costringe alla fuga anche i piccoli risparmiatori. Sallusti parla di macelleria sparando sui palloni gonfiati di Francia, ma si consola che la gente ha già capito l’errore di concedere a Monti ciò che stato negato a Berlusconi. “Senza qualcuno che ci difenda da poteri oscuri e lontani ci sentiamo meno sicuri.”<br />
In realtà è storia vecchia &#8211; riporta a quegli anni ’20-’30, con cui le analogie si fanno sempre più inquietanti. Scagliandosi contro il capitalismo mondiale, l’ideologia fascista neutralizza i conflitti in un nazional-populismo tutto a vantaggio della classe dominante. Ha funzionato allora, per funzionare oggi non deve reinventarsi.<br />
Le alternative di sinistra, invece, sono costrette a guardare oltre i confini per cercare di acciuffare l’evanescente Moloch del capitale finanziario. Per questo sono ancora deboli, sia quelle riformiste, sia quelle più radicali. Solo le divisioni sembrano, come allora, forti e inevitabili.</p>
<p><em>pubblicato su</em> L&#8217;Unità, <em>8.12.2011.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/08/trova-le-differenze/">Trova le differenze</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Sillabario indiano: P</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/06/28/sillabario-indiano-p-come-papa/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/06/28/sillabario-indiano-p-come-papa/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 28 Jun 2011 06:45:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[galeazzo ciano]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgia Fiorio]]></category>
		<category><![CDATA[p]]></category>
		<category><![CDATA[papa]]></category>
		<category><![CDATA[sillabario indiano]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori </strong>(fotografie di <strong>Giorgia Fiorio</strong>)<strong><br />
</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/01.2004-01-021.jpg"></a></p>
<p>caro papà<br />
al dibattito delle diciassette<br />
ho parlato bene<br />
insomma non malaccio<br />
visti gli intimi annessi e connessi<br />
(il costrutto autoassolutorio:<br />
vengo da molto lontano)<br />
non mi sono incrodato<br />
ho riesumato nella testa cava<br />
architravi e capitelli<br />
e perfino una statua intatta<br />
ma eccoti il critico acuminato<br />
con passetti felpati<br />
e ancheggiamenti sinoidali<br />
(felini anch’essi)<br />
del fraseggiare di testa<br />
(le nevrotiche vibrisse<br />
tese pur sempre alle insidie)<br />
beninteso ha stravinto<br />
scimmiottando perfino<br />
l&#8217;incresciosa rozzezza teoretica<br />
dell&#8217;imperito sottoscritto<br />
seppure con tatto<br />
appena qualche istante<br />
la stoccata virtuosa del torero<br />
i polsi paralleli e leggeri<br />
a mimare un cabrare di uccelli<br />
il pubblico ha riso<br />
solo allora ho capito:<br />
avevo parlato troppo forte<br />
ero stato troppo assertivo<br />
e chissà che altro<br />
sul mio collo fluiva<br />
sangue caldo e pesante<br />
certo anche bello<br />
(coreografico, arcaico)<br />
la vita se ne andava<br />
bevuta dalla sabbia ocra<br />
dell’arena delle allocuzioni<br />
alle cinque della tarde</p>
<p>caro papà<br />
tu non lo sai<br />
ma è per te che faccio questo<br />
intendo gli enigmi dei suoli e i libri<br />
questo furore di superarmi<br />
distinguermi per equipararmi<br />
appartenere insomma a qualcosa<br />
perfino le frasi<br />
e gli sguardi<br />
elemosinano approvazione<br />
schegge di riconoscimento<br />
oboli psicanalitici<br />
proprio da chi ne è più avaro<br />
come appunto tu<br />
affetto sarebbe troppo</p>
<p>o forse sai:<br />
quando scrivevo la tua morte<br />
manco a dirlo fascista<br />
sul tuo ritratto fiammeggiavano<br />
le mie mani ticchettanti<br />
anche fuori traiettoria<br />
e altri inquieti riflessi<br />
mistero impossibile da addurre<br />
ai diktat della fisica<br />
se lo dicessi non lo crederebbero<br />
(mi interessa che lo credano?)<br />
e poi ancora adesso<br />
domato il fascista Ciano<br />
conte dei miei stivali<br />
struggente e porco<br />
scopro che tu<br />
al suo processo c’eri<br />
acerbo miliziano indignato<br />
ebbro di vendetta<br />
non lo puoi negare<br />
me l’ha detto tuo fratello Jijì<br />
(siete andati assieme)<br />
quando il libro era già scritto<br />
quando eri già morto<br />
da un pezzo<br />
davvero un brutto tiro<br />
farmelo dire dallo zio Jijì<br />
inetto a soddisfare<br />
qualsivoglia domanda<br />
(risettata la memoria:<br />
i dettagli inghiottiti dal presente)</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/2004-22-5.jpg"></a></p>
<p>ammettiamo che riannodassi<br />
un lavoro su me stesso<br />
(si dice così)<br />
questa volta radicale<br />
pensavo<br />
trascinando verso la stazione<br />
la mia insoddisfazione<br />
tra coni gelato branditi come fiaccole<br />
e primiziali esclosioni di seni<br />
inconcludenze domenicali<br />
fatuo tedio automobilistico<br />
forzandomi a decrittare<br />
come si narra un dolore a un dottore<br />
come ci si confessa<br />
appunto a un terapeuta<br />
ammettiamo che non sia troppo tardi<br />
(economicamente sarebbe possibile)<br />
forse mi lasceresti una buona volta in pace<br />
forse avrei una mia esistenza<br />
forse resterebbe il tempo<br />
forse vincerei io<br />
su quest’altro io<br />
che sei tu</p>
<p>caro papà<br />
facciamo un patto<br />
io non ti darò più del fascista<br />
(nemmeno per scherzo<br />
o dopo gli scacchi più atroci)<br />
e tu lasciati uccidere<br />
una volta per tutte<br />
userò un coltello di cristallo<br />
puro e avvenente<br />
e una crudeltà lieve di bimbo<br />
non ti farò male</p>
<p><em>[i titoli delle due fotografie di Giorgia Fiorio @ sono: "Roma Eur 2004" (la prima) e Roma Urbe 2004" (la seconda)]</em></p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/28/sillabario-indiano-p-come-papa/">Sillabario indiano: P</a></p>
<p>Related posts:
<a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/03/29/sillabario-indiano-amicizia/' rel='bookmark' title='Sillabario indiano: A come amicizia'>Sillabario indiano: A come amicizia</a> di Giacomo Sartori (fotografie di Giorgia Fiorio) Andrea mi chiede...&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/28/sillabario-indiano-p-come-papa/">Sillabario indiano: P</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori </strong>(fotografie di <strong>Giorgia Fiorio</strong>)<strong><br />
</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/01.2004-01-021.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-39425" title="01.2004-01-02" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/01.2004-01-021-290x300.jpg" alt="" width="290" height="300" /></a></p>
<p>caro papà<br />
al dibattito delle diciassette<br />
ho parlato bene<br />
insomma non malaccio<br />
visti gli intimi annessi e connessi<br />
(il costrutto autoassolutorio:<br />
vengo da molto lontano)<br />
<span id="more-39352"></span>non mi sono incrodato<br />
ho riesumato nella testa cava<br />
architravi e capitelli<br />
e perfino una statua intatta<br />
ma eccoti il critico acuminato<br />
con passetti felpati<br />
e ancheggiamenti sinoidali<br />
(felini anch’essi)<br />
del fraseggiare di testa<br />
(le nevrotiche vibrisse<br />
tese pur sempre alle insidie)<br />
beninteso ha stravinto<br />
scimmiottando perfino<br />
l&#8217;incresciosa rozzezza teoretica<br />
dell&#8217;imperito sottoscritto<br />
seppure con tatto<br />
appena qualche istante<br />
la stoccata virtuosa del torero<br />
i polsi paralleli e leggeri<br />
a mimare un cabrare di uccelli<br />
il pubblico ha riso<br />
solo allora ho capito:<br />
avevo parlato troppo forte<br />
ero stato troppo assertivo<br />
e chissà che altro<br />
sul mio collo fluiva<br />
sangue caldo e pesante<br />
certo anche bello<br />
(coreografico, arcaico)<br />
la vita se ne andava<br />
bevuta dalla sabbia ocra<br />
dell’arena delle allocuzioni<br />
alle cinque della tarde</p>
<p>caro papà<br />
tu non lo sai<br />
ma è per te che faccio questo<br />
intendo gli enigmi dei suoli e i libri<br />
questo furore di superarmi<br />
distinguermi per equipararmi<br />
appartenere insomma a qualcosa<br />
perfino le frasi<br />
e gli sguardi<br />
elemosinano approvazione<br />
schegge di riconoscimento<br />
oboli psicanalitici<br />
proprio da chi ne è più avaro<br />
come appunto tu<br />
affetto sarebbe troppo</p>
<p>o forse sai:<br />
quando scrivevo la tua morte<br />
manco a dirlo fascista<br />
sul tuo ritratto fiammeggiavano<br />
le mie mani ticchettanti<br />
anche fuori traiettoria<br />
e altri inquieti riflessi<br />
mistero impossibile da addurre<br />
ai diktat della fisica<br />
se lo dicessi non lo crederebbero<br />
(mi interessa che lo credano?)<br />
e poi ancora adesso<br />
domato il fascista Ciano<br />
conte dei miei stivali<br />
struggente e porco<br />
scopro che tu<br />
al suo processo c’eri<br />
acerbo miliziano indignato<br />
ebbro di vendetta<br />
non lo puoi negare<br />
me l’ha detto tuo fratello Jijì<br />
(siete andati assieme)<br />
quando il libro era già scritto<br />
quando eri già morto<br />
da un pezzo<br />
davvero un brutto tiro<br />
farmelo dire dallo zio Jijì<br />
inetto a soddisfare<br />
qualsivoglia domanda<br />
(risettata la memoria:<br />
i dettagli inghiottiti dal presente)</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/2004-22-5.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-39426" title="2004-22-5" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/2004-22-5-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p>ammettiamo che riannodassi<br />
un lavoro su me stesso<br />
(si dice così)<br />
questa volta radicale<br />
pensavo<br />
trascinando verso la stazione<br />
la mia insoddisfazione<br />
tra coni gelato branditi come fiaccole<br />
e primiziali esclosioni di seni<br />
inconcludenze domenicali<br />
fatuo tedio automobilistico<br />
forzandomi a decrittare<br />
come si narra un dolore a un dottore<br />
come ci si confessa<br />
appunto a un terapeuta<br />
ammettiamo che non sia troppo tardi<br />
(economicamente sarebbe possibile)<br />
forse mi lasceresti una buona volta in pace<br />
forse avrei una mia esistenza<br />
forse resterebbe il tempo<br />
forse vincerei io<br />
su quest’altro io<br />
che sei tu</p>
<p>caro papà<br />
facciamo un patto<br />
io non ti darò più del fascista<br />
(nemmeno per scherzo<br />
o dopo gli scacchi più atroci)<br />
e tu lasciati uccidere<br />
una volta per tutte<br />
userò un coltello di cristallo<br />
puro e avvenente<br />
e una crudeltà lieve di bimbo<br />
non ti farò male</p>
<p><em>[i titoli delle due fotografie di Giorgia Fiorio @ sono: "Roma Eur 2004" (la prima) e Roma Urbe 2004" (la seconda)]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/06/28/sillabario-indiano-p-come-papa/">Sillabario indiano: P</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>La scuola è di tutti</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/04/07/la-scuola-e-di-tutti/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/04/07/la-scuola-e-di-tutti/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 07 Apr 2011 09:17:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Girolamo de Michele]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/la_scuola_e_di_tutti._ripensarla_costruirla_difenderla_di_girolamo_de_michele.jpg"></a>di <strong>Marco Rovelli</strong>
La scuola è di tutti. Parrebbe un&#8217;asserzione scontata, anodina, quasi innocua. Non è forse uno dei capisaldi di una democrazia? Ma siamo appunto nel pieno di un&#8217;emergenza democratica, e allora ribadire quella verità è quantomai necessario. Così come necessario è il libro di Girolamo De Michele, appunto <em>La scuola è di tutti&#8230;</em> (Minimum Fax, euro 15), che da tutti dovrebbe essere letto e meditato per comprendere tanto la portata dell&#8217;offensiva berlusconian-gelminiana alla centralità e al senso stesso dell&#8217;istituzione scolastica pubblica, quanto la necessità radicale di resistere, e i mezzi per farlo.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/07/la-scuola-e-di-tutti/">La scuola è di tutti</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/la_scuola_e_di_tutti._ripensarla_costruirla_difenderla_di_girolamo_de_michele.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-38703" title="la_scuola_e_di_tutti._ripensarla_costruirla_difenderla_di_girolamo_de_michele" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/la_scuola_e_di_tutti._ripensarla_costruirla_difenderla_di_girolamo_de_michele-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>di <strong>Marco Rovelli</strong></div>
<div>La scuola è di tutti. Parrebbe un&#8217;asserzione scontata, anodina, quasi innocua. Non è forse uno dei capisaldi di una democrazia? Ma siamo appunto nel pieno di un&#8217;emergenza democratica, e allora ribadire quella verità è quantomai necessario. Così come necessario è il libro di Girolamo De Michele, appunto <em>La scuola è di tutti</em> (Minimum Fax, euro 15), che da tutti dovrebbe essere letto e meditato per comprendere tanto la portata dell&#8217;offensiva berlusconian-gelminiana alla centralità e al senso stesso dell&#8217;istituzione scolastica pubblica, quanto la necessità radicale di resistere, e i mezzi per farlo. I primi a leggerlo dovrebbero essere forse i professori stessi (e lo dico per esperienza diretta), poiché questo libro fornisce una serie di strumenti per pensare il proprio ruolo, per restituirgli quel senso che l&#8217;offensiva di cui sopra tenta quotidianamente di sottrargli. <span id="more-38702"></span>De Michele, insegnante di storia e filosofia in un liceo ferrarese, argomenta su una serie di fronti per passare alla controffensiva. E&#8217; uno di quei libri insomma che auspicava Foucault, libri-bombe, vere e proprie pratiche che trovano il loro senso nell&#8217;uso. Il tutto finalizzato a dimostrare che non esiste alcuna “emergenza educativa” in Italia, come tenta di far credere la propaganda della ministra dalla penna rossa, supportata da una bella schiera di controriformisti: da un Tremonti che crede o finge di credere che “la mente è semplice” (buttando a mare le scienze cognitive e la complessità), a un Galli della Loggia che si lancia in monumentali editoriali senza sapere – come mostra benissimo De Michele – di che cosa sta parlando. E&#8217; un libro che smonta l&#8217;attacco alla scuola pubblica non solo da un punto di vista concettuale (sociale, storico, filosofico, pedagogico: e il filo rosso di una scuola che sappia sviluppare l&#8217;autonomia dello studente sorregge il pensiero di De Michele), ma anche avvalendosi di una messe di dati e statistiche. Manifestando la loro manipolazione ad opera della propaganda ministeriale. Come nel caso delle bufale dei bidelli che sono più dei carabinieri, o del 97% delle risorse che va in stipendi del personale scolastico, o del rendimento degli studenti italiani molto al di sotto della media Ocse: tutte grandi, enormi bufale che però i grandi giornali italiani hanno accettato senza fiatare. Nella realtà, in Italia si spende “percentualmente meno della media europea, e l&#8217;unico settore nel quale la spesa è più alta è il settore di eccellenza internazionale della scuola”, ovvero quella scuola primaria che la controriforma gelminiana sta provando a demolire (ma De Michele ricorda pure che il presupposto infondato di una spesa fuori controllo era stato fatto proprio anche dal Quaderno bianco del ministero Fioroni). Nella realtà, la spesa per il personale è il 73,8% della spesa complessiva dell&#8217;istruzione in Italia, contro una media europea del 79%. Nella realtà, ad abbassare la media dei livelli di apprendimento sono gli studenti delle scuole private, alle quali continuano però ad affluire sempre maggiori finanziamenti statali, a fronte di tagli sempre più drastici alla scuola pubblica. C&#8217;è da smontare allora tutto questo mefitico teatrino spettacolare messo in piedi da chi ha come obiettivo non solo dei tagli di bilancio, ma, a un livello strategico di più ampio respiro, la creazione di “manodopera specializzata e elettori manipolabili al posto di cittadini e lavoratori consapevoli dei propri diritti”. Si tratta di combattere un&#8217;idea di scuola “potenzialmente fascista”, come scrive l&#8217;autore in chiusura, ovvero una scuola fondata sull&#8217;autoritarismo, su una didattica normativa, sul nozionismo, con una funzione selettiva e – si sarebbe detto in altri tempi – di classe.</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/07/la-scuola-e-di-tutti/">La scuola è di tutti</a></p>
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		<title>Perchè, e come, scrivere un romanzo (su Galeazzo Ciano)</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Feb 2011 08:00:52 +0000</pubDate>
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<p>In passato ho voluto scrivere un romanzo sulle ultime fasi della malattia di mio padre, sulla sua agonia. Mi sono quindi messo all’opera. Prima ancora che me ne rendessi conto il testo mi ha però preso per mano, conducendomi molto indietro, in plaghe dove non avevo pianificato di avventurarmi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/09/perche-si-scrive-un-romanzo/">Perchè, e come, scrivere un romanzo (su Galeazzo Ciano)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>In passato ho voluto scrivere un romanzo sulle ultime fasi della malattia di mio padre, sulla sua agonia. Mi sono quindi messo all’opera. Prima ancora che me ne rendessi conto il testo mi ha però preso per mano, conducendomi molto indietro, in plaghe dove non avevo pianificato di avventurarmi. Incurante della mia costernazione me ne ha mostrate i recessi meno presentabili, ha preteso che prendessi nota di quello che vedevo. Non c’era niente da fare, non mollava la mia mano: dovevo stare lì, dovevo liberarmi dei filtri abituali con i quali interpretavo il mio mondo. Per capire qualcosa del paesaggio inospitale dove mi trovavo, costellato di canzoni patriottiche e motti ideologici e camice nere, mi sono dovuto documentare sul fascismo, del quale sapevo molto poco. Un vero lavorone, che mi ha permesso però di penetrare nel tempio segreto del mio genitore: molte di quelle che pensavo essere particolarità del suo carattere, scoprivo, erano in realtà riverberi più o meno diretti e più o meno vividi della sua epoca. Del resto quel suo universo nero, constatavo, mi aveva in realtà irrimediabilmente contagiato, beninteso senza che me ne rendessi conto: le reazioni erano germinate in me come malattie non ancora diagnosticate, vere e proprie bombe a effetto ritardato. <span id="more-38080"></span>Nel romanzo s’è insomma incistato quel passato ormai desueto che gettava una luce implacabile, come un sole ostinato che tardi a tramontare, non solo su mio padre morente, ma anche su me stesso. Ho dovuto parlare &#8211; cosa ancora più remota dai piani iniziali – di me.</p>
<p>Documentandomi sul fascismo mi sono imbattuto in quella tragedia nazionale che è l’esecuzione di Galeazzo Ciano. Mussolini, il dittatore senescente e ormai schiavo dei frutti mortiferi delle sue malefatte, lascia condannare a morte, con l’accusa di averlo tradito, il marito della figlia preferita, con la quale ha avuto fin dall’inizio un legame selvaggio e pavido. Come in una tragedia raciniana il genero non può fare niente per evitare la morte che sente avvicinarsi, nessuno può fare nulla per scongiurarla. Nemmeno Edda Mussolini, che si batte con unghiate di pantera ferita, scoprendo in lei quel ruolo di moglie devota mai abitato in precedenza, e nemmeno la giovane spia che i tedeschi gli hanno affiancato, e tosto caduta nella rete del suo charme (avviando un doppio gioco che le fa rischiare ogni giorno la pelle). Lui non è uno stinco di santo, ha anzi colpe tetragone e raccapriccianti, e fino all’ultimo sfoggia con baldanza la sua alterigia e la sua irresponsabilità, però sul finire in lui germina anche una timida e scontrosa grandezza, e muore degnamente. Hanno previsto di fucilarlo alle spalle, come si deve a un traditore, ma lui all’ultimo momento si volta, guarda in faccia chi gli spara. L’esecuzione si svolge all’italiana, e quindi nessuno dei condannati è ucciso dalle approssimate raffiche del plotone, e dopo concitate confabulazioni vengono sparati altri colpi, e poi si passa a un trattamento individuale alla tempia, e per finire ci vuole qualche ulteriore pistolettata per pacare gli ultimi sussulti. Una scena da macelleria, ha commentato un testimone pur ben svezzato alle carneficine naziste.</p>
<p>Questo dramma incastonato nel più vasto dramma nazionale mi ha soggiogato fin dal primo momento. Per convincermi a raccontarlo le ha usate tutte, ma proprio tutte, sussurrandomi fra le altre cose che nessun altro aveva osato farlo, che era pane per i miei denti, che era un’occasione d’oro. Certo, queste sue lusinghe erano allettanti, ma a niente sarebbero valse se non mi avesse irretito con le sue qualità intrinseche. Insomma, l’ho scritto. Con i miei mezzi e i miei vezzi, vale a dire condensando, sposando angoli visuali bislacchi, e giocando di ellissi, al punto da rendere forse incomprensibile la vicenda. E la mia scrittura ha voluto dire la sua, recidendo ulteriormente e raggrumando, con storpiature somatiche e cinetiche degne del miglior Bacon: invece del televisivo tomo di settecento pagine che avrebbe scatenato frotte di lussuriosi editori, è venuto fuori un serrato groviglio di parole. Invece di starsene in panciolle il lettore è chiamato a collaborare e a interrogarsi. Della tarantiniana macelleria finale, tanto per fare un esempio, nel mio libro non c’è traccia. Cosa ci posso fare, così è.</p>
<p>Finito un libro, uno scrittore ha la tendenza a domandarsi cosa vuol dire e perché lo ha scritto. Spesso la risposta è piuttosto facile, o per lo meno le tracce a terra sono evidenti. A posteriori, per esempio, lo capisco bene perché ho scritto il romanzo su mio padre: per imparare le verità a cui accennavo qui sopra (si ha sempre tendenza a dimenticare che gli scrittori parlano in primo luogo a loro stessi). Altre volte è più arduo. Confesso che questa volta mi è quasi impossibile. Certo Galeazzo Ciano è il prototipo dell’italiano, e la sua vicenda ci dice moltissimo sul potere in Italia, a cominciare da quello attuale. E la sua tragedia è il tipico macabro colpo di testa di un paese dedito alla commedia. Ma queste sono in fondo giustificazioni esteriori, che non mi sembrano poter risvegliare, da sole, la macchina narrativa che sonnecchia in me. Un altro argomento più sottile potrebbe allora essere che io tante bassezze di Ciano le conosco nell’intimo, o comunque posso capirle. Per descrivere un personaggio occorre invischiarsi nei lacci appiccicosi dell’empatia: e io sento sulla pelle il suo barcamenarsi tra vanità e abiezione, il suo compulsivo bisogno di conferme profane e virili, la sua intelligenza fulminea ma schiava dei sentimenti più infantili, il suo avvilupparsi con ghigni di baldracca nella sua stessa bassezza, le roboanti strategie per non specchiarsi nella melanconia, le inascoltate fragilità di fanciulla della sua salute precaria, compagne delle più inscusabili crudeltà.</p>
<p>Per finire vorrei confessare che a quel processo mio padre c’era. Non ho potuto chiedergli dei dettagli, perché l’ho saputo solo a stesura ultimata, quando lui aveva tolto il disturbo ormai da anni, ma ora so per certo che scalpitava tra gli spettatori, pure lui ebbro di vendetta. Le attrazioni inconsce non sono mai abbastanza considerate, quando si parla di scrittura. Si scrive con le trippe e con il sangue, il sangue ereditato da chi ci ha preceduto.</p>
<p>Del resto non sta scritto da nessuna parte che un autore debba per forza sapere perché scrive i libri che scrive. Quando ci alziamo la mattina mica sappiamo cosa ci riserverà la giornata, e i piani che facciamo si rivelano il più delle volte fallaci, sordi alle nostre istanze più intime. Per uno scrittore un romanzo non è in fondo che una giornata che dura qualche anno, una giornata che può essere brutta o bella, che può insegnare tanto o dare invece l’impressione – peraltro sempre mendace – di avere sprecato il tempo. Quindi mi arrendo, e dichiaro formalmente che non so perché ho scritto questo romanzo che riconosco pur sempre come sangue del mio sangue.</p>
<p><em>[questa riflessione, certo molto parziale, è apparsa sul quotidiano "Trentino" del 08.02.11]<br />
</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/02/09/perche-si-scrive-un-romanzo/">Perchè, e come, scrivere un romanzo (su Galeazzo Ciano)</a></p>
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		<title>Il fascismo al Premio Strega</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Sep 2010 07:32:16 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><em>Canale Mussolini</em> di Antonio Pennacchi, che come è noto ha vinto il Premio Strega, e che è venuto in spiaggia con noi, è la saga di una famiglia contadina originaria del Polesine. Una famiglia fascista. Proprio per i meriti acquisiti in una mortifera azione squadrista, i Peruzzi (si chiamano così) vengono ricompensati con due poderi nella fascistissima bonifica agraria dell’Agro Pontino: di punto in bianco i mezzadri padani si trovano catapultati nel “deserto” pontino, tra i “marocchini”.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/20/il-fascismo-al-premio-strega/">Il fascismo al Premio Strega</a></p>
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<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><em>Canale Mussolini</em> di Antonio Pennacchi, che come è noto ha vinto il Premio Strega, e che è venuto in spiaggia con noi, è la saga di una famiglia contadina originaria del Polesine. Una famiglia fascista. Proprio per i meriti acquisiti in una mortifera azione squadrista, i Peruzzi (si chiamano così) vengono ricompensati con due poderi nella fascistissima bonifica agraria dell’Agro Pontino: di punto in bianco i mezzadri padani si trovano catapultati nel “deserto” pontino, tra i “marocchini”. E fascisti lo resteranno fino alla fine, quando si daranno da fare per contrastare lo sbarco inglese a Anzio, in attesa dei rinforzi nazisti.</p>
<p>Tutti i familiari, ed è questa la principale forza del romanzo, sono veraci e diretti: ciascuno incarna a modo suo una comune istrionica vitalità (molto veneta). Si esprimono rigorosamente in dialetto, un dialetto “veneto-pontino” colorito e efficace, iconoclasta e comico. Un dialetto fagocitante e pervasivo che è una lettura in chiave epica della realtà, un subdolo grandangolo linguistico che fa apparire Mussolini<span id="more-36681"></span> un uomo decisamente simpatico, anche se un po’ burbero e umorale (e impenitente donnaiolo), che ci presenta un Adolf Hitler bonaccione, che trasforma le malefatte delle squadracce fasciste in giuste e goliardiche scampagnate, e i massacri coloniali come tragicomici (fumettistici) corpo a corpo. Visti attraverso quella terragna e dissacrante lente tutti i fascisti sono persone, seppure con i loro difetti, molto umane. Nella vicenda di Canale Mussolini non ci sono fascisti malvagi, non c’è il Male, per il semplice motivo che per la filosofia veicolata da quella lingua contadina e ancestrale, pre-morale, gli uomini sono per definizione anche cattivi, come lo sono anche le bestie, il cui rango, come in tutte le civiltà agricole, non è poi così inferiore a quello umano.</p>
<p>La voce narrante che ci racconta la vicenda, intrattenendoci con continue e un po’ pedanti spiegazioni e digressioni, che spaziano dall’agronomia alla storia (dando per scontato, e probabilmente non a torto, che l’interlocutore contemporaneo abbia completamente scordato il mondo contadino che in otto casi su dieci era quello dei suoi nonni, e abbia completamente rimosso il Ventennio), non è però tenera nei confronti del fascismo. Nei suoi didascalici chiarimenti cita in particolare il delitto Matteotti (anche se l’assassinio sembra essere causato dall’ostinata reazione della vittima, più che a una volontà omicida), le violenze delle squadre fasciste (pur interpretate come una obbligata risposta), l’uso dei gas letali in Africa (senza nessuna scusante, in questo caso), l’emanazione delle leggi razziali e i loro effetti (pur sottolineando il contributo dato da tante personalità ebree al fascismo), e soprattutto le irresponsabilità e leggerezze che hanno portato alla disfatta militare, al 25 luglio, e alla successiva guerra civile. Anche se indulgono alla assolutoria vulgata della nefasta alleanza con la Germania come causa di tutti i mali, anche se spesso facilone, queste precisazioni fanno sì che <em>Canale Mussolini</em> non possa essere tacciato di apologia del fascismo. Sembrerebbe anzi che Pennacchi, servendosi del suo professorale io narrante (nelle ultime pagine si scopre chi è davvero), abbia fatto molta attenzione a non mostrarsi mai indulgente nei confronti delle colpe del fascismo, parandosi il fianco ogni qualvolta potrebbero sorgere sospetti di connivenza. Quando proprio i protagonisti la combinano troppo grossa, o si intestardiscono a sostenere l’insostenibile, la voce narrante (e Pennacchi), se la cava prendendo le distanze, vale a dire specificando che quelle idee e quelle frasi fascisteggianti sono le loro, quella raccontata è la loro verità (“la verità dei Peruzzi”), non la verità assoluta.</p>
<p>Protetti dallo sguardo sempre benevolo di chi racconta, immancabilmente pronto a trovare giustificazioni e scusanti, di ordine sociologico (la povertà, il ruolo di reietti) o altro, i personaggi sono liberi di comportarsi come vogliono, non sono chiamati a rispondere delle loro azioni, non hanno alcuna colpa. Sono solo vittime. E mano a mano che il tempo passa, e diventa più difficile, per la logica democratica del narratore, che è anche la nostra, di avallarli, di considerarli solo delle pedine della storia, la frase liberatoria “Ognuno gà le so razon” diventa sempre più frequente, fino a diventare, come ha già sottolineato Cordelli, un ritornello. “Ognuno gà le so razon” può giustificare tutto, dagli eccidi dei partigiani allo sterminio degli etiopi e degli ebrei. Il dilemma della banalità del male trova finalmente una soluzione: nel buon senso veneto.</p>
<p><em>Canale Mussolini</em> ci descrive insomma il fascismo dall’interno (come già per esempio il notevole <em>A cercare la bella morte</em> di Carlo Mazzantini), e lo fa servendosi dell’arma più potente, la lingua, ma  nello stesso tempo prende le distanze, collocando la vicenda nel quadro di una visione storica che si vuole oggettiva. A ben guardare non è così. La retorica delle gesta della famiglia Peruzzi, a cominciare dall’enfasi data alla giovinezza, al ruolo ambivalente della donna (fornello/bordello), alla forza fisica, alle imprese muscolari, al vitalismo guerriero, alla procreazione, alla “efficienza fascista”, è la tipica retorica, checché ne speculi il filtro della voce narrante, del fascismo. Ma soprattutto sono abilmente sottaciuti tutti i correlati aspetti negativi, tutte le implicazioni sul piano famigliare e personale, le conseguenze implicite, i traumi, le sofferenze, le miserie affettive, la violenza, l’irridimibile immaturità, che si celano dietro quei miti energici e apparentemente innocui e ariosi. Chiunque provenga come il sottoscritto da una famiglia fascista (anche nel mio caso erano persone oneste e integre e coraggiose, e perfino miti, anche nella mia famiglia circolano esilaranti aneddoti riguardanti la pace e la guerra), e abbia intrapreso un arduo percorso di maturazione e di emancipazione, sa di cosa parlo. Pennacchi bada invece, a scapito della verosimiglianza, a non gettare alcuna ombra sui suoi personaggi, a non metterli in contraddizione con la sensibilità del lettore attuale (si potrebbero fare molti esempi). Di qui l’impressione di fatuità, di mancanza di profondità, di stilizzazione fumettistica, di non completamente innocente idealizzazione, che, a dispetto di tanti aspetti positivi, finisce per costituirne a mio avviso la sua cifra ultima.<em></em></p>
<p><em>Canale Mussolini</em> ci mostra una sola faccia della medaglia. Non sovverte, come lo sanno fare i grandi romanzi, le mitologie convenzionali e le visioni precostituite. A differenza dei grandi romanzi, mente. Non credo che sia un caso. La visione spensierata e deresponsabilizzante che ci presenta è in perfetta sintonia con la mancata presa di coscienza delle implicazioni storiche o anche semplicemente umane, e degli effetti anche a lunga distanza, con la mancata ricerca di antidoti e rimedi (se non altro sul piano simbolico), con la subito abortita indagine delle responsabilità, che caratterizzano la storia italiana recente. La ricezione del libro, unanimemente e diamantinamente acritica, e succube dall’ammaliante ma grossolana retorica del testo, travestita da epopea, ne è una riprova. Solo Cordelli ha espresso le sue pesanti perplessità. A differenza della Germania, che ci si è messa soprattutto a partire dagli anni ’70, l’Italia non ha ancora fatto i conti con il fascismo, e questo romanzo – lasciando stare l’attuale situazione politica &#8211; ne è la prova lampante e irrefutabile. Non è il romanzo della pacificazione. Non ancora.</p>
<p><em>[questo testo è stato pubblicato su "Alias" del 18 settembre 2010]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/09/20/il-fascismo-al-premio-strega/">Il fascismo al Premio Strega</a></p>
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		<title>Mandiamoli in pensione i direttori artistici gli addetti alla cultura</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/07/14/mandiamoli-in-pensione-i-direttori-artistici-gli-addetti-alla-cultura/</link>
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		<pubDate>Wed, 14 Jul 2010 13:54:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[assessori]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[renato sarti]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[teatro della cooperativa]]></category>
		<category><![CDATA[teatro on off]]></category>

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		<description><![CDATA[di <strong>Marco Rovelli</strong>
<strong><br />
</strong>
L&#8217;assessore alla cultura della Provincia di Milano, il berlusconide Novo (sic) Umberto Maerna, ha convocato i responsabili  di tre teatri per sollecitarli (anzi, per consigliarli amichevolmente, direi, è più consono allo stile) a non inserire nell&#8217;Invito al teatro &#8211; a cui la Provincia stessa eroga un contributo finanziario &#8211; alcuni spettacoli <em>osceni&#8230;</em>.<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/14/mandiamoli-in-pensione-i-direttori-artistici-gli-addetti-alla-cultura/">Mandiamoli in pensione i direttori artistici gli addetti alla cultura</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">di <strong>Marco Rovelli</strong></div>
<div><strong><br />
</strong></div>
<div id="_mcePaste">L&#8217;assessore alla cultura della Provincia di Milano, il berlusconide Novo (sic) Umberto Maerna, ha convocato i responsabili  di tre teatri per sollecitarli (anzi, per consigliarli amichevolmente, direi, è più consono allo stile) a non inserire nell&#8217;Invito al teatro &#8211; a cui la Provincia stessa eroga un contributo finanziario &#8211; alcuni spettacoli <em>osceni</em>. Così il Teatro della Cooperativa dovrebbe evitare amichevolmente di presentare la <em>Trilogia del benessere</em>, tre atti unici di Renato Sarti, il primo dei quali andato in scena nel 1991 per la regia di Giorgio Strehler, che raccontano storie di carcere, prostituzione, tossicodipendenza, e <em>Chicago Boys</em>, un cabaret tragico sui crimini del neoliberismo. E l&#8217;<em>Out Off</em> dovrebbe amichevolmente evitare di presentare Orgia di Pasolini &#8211; quel pervertito. &#8220;Messaggi poco positivi per i giovani&#8221;, dicono. Ma come. Il nostro presidente fa vanto di ricevere a palazzo schiere angeliche di signorine, giù giù fino ai fascistissimi consiglieri provinciali che comiziano da trans-balconi in delirio cocastico. Ma questi sono lussi della casta eletta, s&#8217;intende. E poi il popolo mica può capire le sottigliezze di letterati pervertiti. Si torni ai telefoni bianchi.</div>
<div id="_mcePaste">Sono andato a vedermi il curriculum di Maerna. Dite, prego: se questo è un assessore alla cultura.<span id="more-36100"></span></div>
<div id="_mcePaste"><strong>Vicepresidente e Assessore con deleghe a Cultura &#8211; Beni culturali ed eventi culturali &#8211; Politiche per l&#8217;integrazione</strong></div>
<div id="_mcePaste">Novo Umberto Maerna è nato a Milano il 6 Settembre 1956 e risiede a Magenta in provincia di Milano.</div>
<div id="_mcePaste">Diplomato Perito Industriale, Specializzazione Elettronica, nel Luglio 1975 presso l&#8217;Istituto Tecnico Industriale Statale &#8220;Omar&#8221; di Novara, si laurea in Ingegneria Elettronica presso il Politecnico di Milano nell&#8217;Aprile 1982.</div>
<div id="_mcePaste">Il primo impiego dall&#8217;Ottobre 1983 al Gennaio 1987 è presso la Società GTE Telecomunicazioni, ora SIEMENS Telecomunicazioni, di Cassina de Pecchi (MI) con la mansione di Progettista di Sistemi Elettronici per Telecomunicazioni e successivamente con l&#8217;incarico di Proposal Engineer con il compito di effettuare analisi tecniche, elaborare proposte e formulare offerte di sistemi di telecomunicazioni per Società Pubbliche del Far Est (Cina, Thailandia, principalmente).</div>
<div id="_mcePaste">Dal Febbraio 1987 al Dicembre 1989 è impiegato presso la Società SIXCOM S.p.a. del gruppo OLIVETTI operante nel settore dell&#8217;ingegneria telematica e delle reti locali e geografiche con la mansione di Responsabile del Marketing di Prodotto alle dirette dipendenze del Direttore Marketing.</div>
<div id="_mcePaste">Dal Gennaio 1990 al Marzo 1991 lavora presso la Società HESA S.p.a. di Milano Rappresentante Italiana della Multinazionale Giapponese HAMAMATSU PHOTONICS K.K. JAPAN con l&#8217;incarico di Sales Engineer alle dirette dipendenze del Direttore Commerciale.</div>
<div id="_mcePaste">Dall&#8217;Aprile 1991 è impiegato presso la Società: HAMAMATSU PHOTONICS ITALIA, Società a Responsabilità Limitata e filiale italiana della multinazionale giapponese HAMAMATSU PHOTONICS K.K operante nel settore dell&#8217;optoelettronica e dei sistemi di analisi di immagine per l&#8217;industria e la ricerca, con le seguenti mansioni:</div>
<div id="_mcePaste">•	Aprile 1991: Sales Marketing Manager (Direttore Marketing e Vendite);</div>
<div id="_mcePaste">•	Novembre 1999: General Manager (Direttore Generale);</div>
<div id="_mcePaste">•	Dal Gennaio 2003: Managing Director (Amministratore Delegato) e membro del Consiglio di Amministrazione della Società.</div>
<div id="_mcePaste">Inoltre:</div>
<div id="_mcePaste">•	1988 &#8211; 1993 Membro C.D.A. Municipalizzata ASM (acqua, gas e servizi) presso la città di Magenta.</div>
<div id="_mcePaste">•	1999 &#8211; 2004 Assessore c/o Amministrazione Provinciale di Milano con deleghe all’ Agricoltura, Parchi, Protezione Civile, Cave, Edilizia Varia.</div>
<div id="_mcePaste">•	Dal 1/12/2004 al 14/04/2005 Vicesindaco e Assessore con delega ambiente e polizia locale e sicurezza c/o il Comune di Segrate (MI).</div>
<div id="_mcePaste">•	Dal 15/04/2005 Vicesindaco e Assessore con delega al commercio e attività produttive c/o il Comune di Segrate (MI).</div>
<div id="_mcePaste">•	Dal 15/01/07 Vice Presidente e componente C. d A. di AMSA</div>
<div id="_mcePaste">•	Da Aprile 09 Vice Coordinatore Vicario del Pdl della Città di Milano</div>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/14/mandiamoli-in-pensione-i-direttori-artistici-gli-addetti-alla-cultura/">Mandiamoli in pensione i direttori artistici gli addetti alla cultura</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Song of choice</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/04/16/song-of-choice/</link>
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		<pubDate>Fri, 16 Apr 2010 06:43:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Gian Paolo Ragnoli]]></category>
		<category><![CDATA[peggy seeger]]></category>

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		<description><![CDATA[<p></p>
<p lang="en-GB">di <strong>Peggy Seeger</strong></p>
<p lang="en-GB">Early every year the seeds are growing<br />
Unseen, unheard they lie beneath the ground<br />
Would you know before their leaves are showing<br />
That with weeds all your garden will abound?</p>
<p lang="en-GB">If you close your eyes, stop your ears<br />
Shut your mouth then how can you know ?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/16/song-of-choice/">Song of choice</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { size: 21cm 29.7cm; margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { color: #0000ff } --></p>
<p lang="en-GB">di <strong>Peggy Seeger</strong></p>
<p lang="en-GB">Early every year the seeds are growing<br />
Unseen, unheard they lie beneath the ground<br />
Would you know before their leaves are showing<br />
That with weeds all your garden will abound?</p>
<p lang="en-GB">If you close your eyes, stop your ears<br />
Shut your mouth then how can you know ?<br />
For seeds you cannot hear may not be there<br />
Seeds you cannot see may never grow</p>
<p lang="en-GB">In January you&#8217;ve still got the choice<br />
You can cut the weeds before they start to bud<br />
If you leave them to grow high they&#8217;ll silence your voice<br />
And in December you may pay with your blood<span id="more-32779"></span></p>
<p lang="en-GB">So close your eyes, stop your ears,<br />
Shut your mouth and take it slow<br />
Let others take the lead and you bring up the rear<br />
And later you can say you didn&#8217;t know</p>
<p lang="en-GB">Every day another vulture takes flight<br />
There&#8217;s another danger born every morning<br />
In the darkness of your blindness the beast will learn to bite<br />
How can you fight if you can&#8217;t recognise a warning?</p>
<p lang="en-GB">Today you may earn a living wage<br />
Tomorrow you may be on the dole<br />
Though there&#8217;s millions going hungry you needn&#8217;t disengage<br />
For it&#8217;s them, not you, that&#8217;s fallen in the hole</p>
<p lang="en-GB">It&#8217;s alright for you if you run with the pack<br />
It&#8217;s alright if you agree with all they do<br />
If fascism is slowly climbing back<br />
It&#8217;s not here yet so what&#8217;s it got to do with you?</p>
<p lang="en-GB">The weeds are all around us and they&#8217;re growing<br />
It&#8217;ll soon be too late for the knife<br />
If you leave them on the wind that around the world is blowing<br />
You may pay for your silence with your life</p>
<p lang="en-GB">So close your eyes, stop your ears,<br />
Shut your mouth and never dare<br />
And if it happens here they&#8217;ll never come for you<br />
Because they&#8217;ll know you really didn&#8217;t care</p>
<p lang="en-GB">
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/ATWvl9ElafY&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/ATWvl9ElafY&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Presto ogni anno i semi cominciano a crescere</p>
<p>Non visti, silenziosi se ne stanno sotto terra</p>
<p>Come puoi capire, finché le foglie non lo fanno vedere,</p>
<p>Se saranno erbacce quelle che ricoprono il tuo giardino?</p>
<p>Se chiudi gli occhi, ti tappi le orecchie e non parli</p>
<p>Come puoi saperlo?</p>
<p>I semi che non vedi forse non esistono,</p>
<p>Quelli che non senti non cresceranno mai</p>
<p>In gennaio puoi ancora scegliere,</p>
<p>Puoi estirpare le erbacce prima che si ingrossino</p>
<p>Ma se le lasci crescere metteranno a tacere la tua voce</p>
<p>E a dicembre pagherai con il tuo sangue</p>
<p>Allora chiudi gli occhi, tappati le orecchie,</p>
<p>Stai zitto e prenditela comoda,</p>
<p>Lascia che siano altri a comandare e stattene dietro,</p>
<p>Dopo potrai dire che non sapevi nulla</p>
<p>Ogni giorno un altro avvoltoio prende il volo</p>
<p>Ogni mattina porta un nuovo pericolo</p>
<p>Nel buio della tua cecità le bestie imparano a mordere</p>
<p>Ma come puoi lottare se non riconosci l’allarme?</p>
<p>Allora chiudi gli occhi…</p>
<p>Magari oggi hai un salario per vivere</p>
<p>Domani potresti essere senza lavoro</p>
<p>Ma anche se milioni hanno fame non occorre che te ne preoccupi</p>
<p>Perché sono loro, non tu, a cadere nel baratro</p>
<p>Allora chiudi gli occhi…</p>
<p>Oggi i soldati hanno portato via una persona</p>
<p>Domani potrebbero portarne via due</p>
<p>In aprile si sono presi la Grecia</p>
<p>Ma di sicuro non porteranno via te</p>
<p>Allora chiudi gli occhi…</p>
<p>Va bene per te se cavalchi il passato?</p>
<p>Va bene per te essere d’accordo con tutto quello che fanno?</p>
<p>Se il fascismo sta lentamente ritornando</p>
<p>Non è ancora chiaro che cosa tutto questo abbia a che fare con te?</p>
<p>Le erbacce sono tutt’intorno e stanno crescendo</p>
<p>Tra poco sarà troppo tardi per la notte</p>
<p>Se le lasci trasportare dal vento che soffia per il mondo</p>
<p>Potresti pagare il tuo silenzio con la vita</p>
<p>Allora chiudi gli occhi, tappati le orecchie,</p>
<p>Chiudi la bocca e non osare mai</p>
<p>E se succede qui non sarà mai per te</p>
<p>Perché lo sanno, a te non è mai importato davvero.</p>
<p><em>Peggy Seeger, cantante, musicista e uno dei nomi principali del folk revival angloamericano, sorella di Pete Seeger e compagna per più di trent’anni di Ewan Mc Coll, scrisse Song of Choice alla fine degli anni sessanta, come si può intuire dall’accenno al colpo di stato fascista in Grecia (aprile ’67).</em></p>
<p><em>Il motivo di riproporla è dato, purtroppo, dalla cupa somiglianza del nostro presente con un triste passato che sembra in procinto di tornare. Un attacco ogni giorno sempre più forte all’indipendenza della magistratura, alla separazione dei poteri, all’impianto stesso della Costituzione repubblicana, al lavoro dei giornalisti liberi, il tutto condito qua e là da aggressioni di squadracce fasciste, da ronde padane, da misteriose morti in carcere di persone affidate alla tutela dello stato, dagli attacchi violenti di quella che non c’è altro modo di definire se non “stampa del padrone” contro chiunque non sia allineato, contro qualunque dissenso, anche il più moderato.</em></p>
<p><em>Il bel testo di Peggy Seeger, nella sua limpida chiarezza brechtiana, ci ricorda che c’è sempre un momento in cui possiamo scegliere se reagire o voltare la testa dall’altra parte, sperando che quello che sta succedendo non ci riguardi.</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>Una bellissima versione di Song of Choice, cantata da Roberta Zanuso, si può trovare in Mashinka, un eccellente album di canzoni popolari e d’autore inciso da Maria Colegni, ex componente, come Zanuso, del Gruppo Folk Internazionale di Moni Ovadia. Il cd è pubblicato da Nota Music, per chi fosse interessato l’indirizzo mail è: <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="mailto:info@nota.it">info@nota.it</a></span></span></em></p>
<p><em>La versione dell’autrice si trova nel cd The Folkways Years:1955-1992, pubblicato dalla Smithsonian Folkways e, solo in versione audio, su Youtube: http://www.youtube.com/watch?v=ATWvl9ElafY</em></p>
<p><strong>Gian Paolo Ragnoli</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/04/16/song-of-choice/">Song of choice</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Danilo De Marco: R/ESISTENZE</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/02/25/30500/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/02/25/30500/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 08:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo De Marco]]></category>
		<category><![CDATA[Erri de Luca]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[guerra civile]]></category>
		<category><![CDATA[partigiani]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>testo di <strong>Erri De Luca</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Cid-VISO-002-copia4.jpg"></a> il partigiano &#8220;Cid&#8221;</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-030-copia.jpg"></a> la partigiana &#8220;Dorica&#8221;</p>
<p></p>
<p>I fascismi crollarono per la loro avventura in guerra. I fascismi che si astennero durarono a lungo in Spagna, in Portogallo. Ci voleva la guerra, voluta dai regimi di Germania, Italia, Giappone, per sconfiggerli.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/25/30500/">Danilo De Marco: R/ESISTENZE</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>testo di <strong>Erri De Luca</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Cid-VISO-002-copia4.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-30525" title="Cid VISO 002 copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Cid-VISO-002-copia4-237x300.jpg" alt="" width="237" height="300" /></a> il partigiano &#8220;Cid&#8221;</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-030-copia.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-30748" title="VISO-030-copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-030-copia-229x300.jpg" alt="" width="229" height="300" /></a> la partigiana &#8220;Dorica&#8221;</p>
<p><span id="more-30500"></span></p>
<p>I fascismi crollarono per la loro avventura in guerra. I fascismi che si astennero durarono a lungo in Spagna, in Portogallo. Ci voleva la guerra, voluta dai regimi di Germania, Italia, Giappone, per sconfiggerli. Allora fu giusto, per riscattare il nome del loro paese, che una minoranza di italiani prendesse le armi contro gli occupanti tedeschi e gli altri italiani al loro servizio. Fu giusta la guerra civile, l’attacco di una minoranza  in inferiorità numerica contro un esercito ben addestrato che reagiva con rappresaglie e stragi di inermi. Il Millenovecento è stato un secolo specializzato in sterminio di indifesi, più che di soldati.<br />
Allora è stata giusta la guerra secondaria combattuta nell’aspro dei monti, nella clandestinità urbana. Quella lotta armata non poteva decidere la sorte di quell’urto mondiale tra eserciti, ma poteva contribuire alla sconfitta dei fascismi e al buon nome di un popolo nuovo.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-029-copia1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-30747" title="VISO-029-copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/VISO-029-copia1-229x300.jpg" alt="" width="229" height="300" /></a> il partigiano &#8220;Cino da Monte&#8221;</p>
<p>Solo in Jugoslavia la guerra partigiana riusci da sola a vincere contro nazisti e fascisti, senza intervento di russi e di americani. Da noi la lotta armata partigiana fu guerra secondaria, perciò più amara, più dura da combattere davanti all’evidenza che i fascismi alla fine del ’43 erano in rotta e il loro crollo solo questione di tempo. Quei nostri partigiani, quella spicciola minoranza di popolo agì lo stesso per guadagnarsi il dopoguerra della dignità. Quella minoranza si procurò il rispetto, poi l’affetto di una maggioranza che stava a guardare alla finestra, aspettando la fine della guerra. Solo anni più tardi quella maggioranza si mise a celebrare la lotta partigiana. L’Italia di quel primo dopoguerra credeva ancora nella monarchia, nella più sbracata famiglia di regnanti in fuga di tutta la storia moderna d’Europa. E ci volle un referendum a conteggio assistito, incoraggiato, per dichiarare l’Italia una Repubblica.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Walchiria-T-copia.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-30750" title="Walchiria T copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Walchiria-T-copia-222x300.jpg" alt="" width="222" height="300" /></a> la partigiana &#8220;Walchiria&#8221;</p>
<p>L’Italia del dopoguerra mise in soffitta le donne e gli uomini che l’avevano liberata a mano armata. E oggi queste sono le ultime facce, l’ultima stesura di una gioventù coraggiosa che fece la cosa giusta al prezzo più alto.<br />
Lasciano un buon nome, di quelli da nominare a una tavola alzandosi in piedi e toccando bicchieri alla loro salute.</p>
<h5>(tratto da: <em>CID il Partigiano</em>, ed. Circolo culturale Menocchio, 2009)</h5>
<address style="text-align: center;"> </address>
<address style="text-align: center;">***<br />
</address>
<address> </address>
<address>Ed ecco nei due testi che seguono come il fotografo Danilo De Marco descrive &#8211; in questa nostra epoca di revisionismi &#8211; il suo progetto (non ancora concluso) R/ESISTENZE:</address>
<p><em>&#8220;Ho raccolto in questi anni i volti dei partigiani italiani, &#8220;francesi&#8221; (armeni, ebrei, polacchi, tedeschi), greci, austriaci&#8230;: i loro volti oggi, segnati dal tempo; volti a mio avviso che ci riguardano e ci concernono. L’inquadratura ripetitiva e chiusa, come si usa con le foto segnaletiche dei delinquenti, dei banditi, tutta concentrata sul volto: meglio ancora sugli occhi. </em><br />
<em>Gli occhi, unico punto di messa a fuoco, unico centro rimasto, forse, di un tempo salvato. </em><br />
<em>Ma la memoria sembra scivolare, scappare da quegli occhi sui piani del volto che via via si sfuocano, e lo spazio, quello spazio della vita per cui avevano combattuto, cancellato. </em><br />
<em>Con la perdita della memoria rischiamo di perdere la continuità di significato e giudizio.&#8221; </em><br />
<em> </em></p>
<p><em> </em><em>&#8220;Qui, dove?<br />
Resistere a chi e a che cosa?</em><br />
<em></em><em>E chi dà nome a ciò che le persone scelgono di essere, quando rifiutano il conformismo e lo stato di fatto (partigiani o banditi, resistenti o terroristi, patrioti o criminali)? Chi definisce, dove sta il confine, chi lo fissa e difende, come muta?<br />
Dal 2004 attraverso le strade d’Europa cerco queste persone: cerco i volti<br />
di quelli che hanno accettato di rimettersi in “gioco” in questa doppia sfida della memoria e del tempo.<br />
Ecco qui allora i loro volti oggi, segnati dal tempo; volti che ci riguardano e ci concernono.&#8221;</em></p>
<p><em></em><em> </em><em>Danilo De Marco</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/25/30500/">Danilo De Marco: R/ESISTENZE</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Mussolini, Bellocchio, e l&#8217;imbrigliata rappresentazione del male</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Dec 2009 08:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giacomo sartori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>In questo periodo sto leggendo la voluminosa e ottima biografia di Margherita Sarfatti scritta da Françoise Liffran, uscita da poco (<em>Margherita Sarfatti, L’égérie du Duce</em>, Seuil, pp. 758). Mi piace e mi avvince, ma avrei tanta voglia di prendere in mano, nei preziosi ritagli di tempo che ho per leggere, uno dei romanzi che mi fanno l’occhiolino dalla pila di libri in attesa di essere letti, e invece vado avanti stoicamente, so che andrò avanti fino alla fine (mi manca poco).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/16/mussolini-bellocchio-e-la-rappresentazione-del-male/">Mussolini, Bellocchio, e l&#8217;imbrigliata rappresentazione del male</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-27576" title="Mussolini_public_speaking_250" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Mussolini_public_speaking_250-150x150.png" alt="Mussolini_public_speaking_250" width="150" height="150" />In questo periodo sto leggendo la voluminosa e ottima biografia di Margherita Sarfatti scritta da Françoise Liffran, uscita da poco (<em>Margherita Sarfatti, L’égérie du Duce</em>, Seuil, pp. 758). Mi piace e mi avvince, ma avrei tanta voglia di prendere in mano, nei preziosi ritagli di tempo che ho per leggere, uno dei romanzi che mi fanno l’occhiolino dalla pila di libri in attesa di essere letti, e invece vado avanti stoicamente, so che andrò avanti fino alla fine (mi manca poco). Per senso civico, perché documentandomi per scrivere un mio romanzo ho capito quanto sia importante la storia del fascismo per capire qualcosa del presente.</p>
<p>Certo nemmeno la Sarfatti è un bel personaggio, certo il suo pervicace arrivismo, la sua sempre interessata intelligenza, i suoi ininterrotti intrighi, mettono un po’ a disagio, finiscono per dare un senso di capogiro. Ma quello che colpisce di più nella sua biografia è pur sempre l’assoluta e costante abiezione di Mussolini, con il quale la donna ha avuto una lunghissima relazione con risvolti fondamentali per la storia nazionale (il determinante sostegno finanziario, umano, ideologico, fornito dalla Sarfatti in alcuni periodi chiave del futuro dittatore, e più tardi il ruolo importante della stessa nelle vicende della cultura nazionale). <span id="more-27509"></span>Mussolini si è servito di lei (che cercava costantemente di trarne dei vantaggi, intendiamoci) per vent’anni, fino alla sua messa in disparte, e fino all’esilio, il giorno stesso dell’emanazione delle leggi razziali (era ebrea).</p>
<p>La turpitudine di Mussolini è presente in tutto il suo operato fin da ragazzo, fin dagli anni di emigrazione in Svizzera, e si manifesta in tutte le sue azioni, in tutte le sue scelte, in tutte le sue mosse politiche, in tutte i suoi rapporti con le persone e con le numerosissime donne (per quelle più importanti: G. Bocchini Padiglione, <em>L’harem del Duce</em>, Mursia). È un male che si allontana dalla visione che tendiamo a avere oggi &#8211; sempre più incapaci di vedere il male in noi stessi come siamo &#8211; del male cioè come crudeltà gratuita e sadismo, come unghiata di energia distruttiva derivante da un qualche squilibrio psichico (siamo permeati, oltre che di cinema di azione, anche di vaghe cognizioni di psicologia). Mussolini non è né crudele né sadico, né squilibrato, opera il male perché ne ha bisogno per i suoi fini sessuali e di potere. Il suo è un male che non ha niente di luciferino o anche solo di epico, che non ha niente a che fare con l’audacia e la ferocia di Hitler (impareggiabilmente analizzate, soprattutto nei loro risvolti dinamici, da Gombrowicz nel suo diario), ed è invece bassezza quotidiana, meschinità, trivialità, immediato interesse, incontinente lussuria, abbietta perseveranza non priva di buon senso, gretto genio politico privo di remore, codardia, pusillanimità. Il suo male è prima di tutto assenza assoluta di bene, vale a dire di un qualche atomo di empatia per il prossimo, o di un qualche pur rarefatto sentimento, o pietà, o ideale, o principio, o decenza, di una minima briciola di morale, di qualcosa insomma di umano (fa eccezione forse la relazione con il fratello Arnaldo).</p>
<p>Quello di Mussolini è in fondo il male ordinario che si annida in tutti noi, e che tutti noi conosciamo alla perfezione, con la differenza che in lui non trova niente che lo argini o lo controbilanci, e quindi si espande in ogni momento in tanti rivoli paralleli che prendono forza mano a mano che il tempo passa. È un male che non ha niente a che fare con la banalità del male descritta dalla Arendt, che ne rappresenta per così dire l’esatta antitesi, perché è svincolato dalle condizioni esteriori, si autoalimenta, preesiste al male che diventerà storia e tragedia: l’omicidio di Matteotti, dei fratelli Rosselli, i gas tossici in Africa, le migliaia (contabilizzate di recente da G. Mayda) di ebrei italiani trucidati nei campi di concentrazione, le stragi dei repubblichini. È un male sordido, ostinato, intimo, imbronciato, pugnace, truce, cinico, prosaico, sempre vigile, un male che in ogni momento si esercita in intrecci paralleli e spesso contradditori (mancando un qualche ideale, anche negativo, unificante), un male che è presente già, e che anzi è ancora più evidente, negli anni prima della presa del potere, perché appunto ancora svincolato dai pretesti che potrebbero pur sempre, se non giustificarlo, per lo meno spiegarlo.</p>
<p>In <em>Vincere</em> di Bellocchio (in Francia è uscito solo adesso) ho trovato un Mussolini molto diverso da quello che mi aspettavo. Ho trovato un Mussolini che certo non è in grado di esprimere un qualche sentimento, certo è egotista e brusco e collerico, certo è assente perfino nella relazione passionale, e non può dire “ti amo” (se la cava, quando proprio è costretto, con un sibillino e forse ironico “ich liebe dich”), certo quando si tratta di politica è fin dall’inizio un infatuato, un violento, ma è pur sempre un individuo che non ripugna. Ho trovato un Mussolini che nella vita privata sembra anzi sapere quasi ascoltare, che parla sommessamente, che fa l’amore con una concentrata ritenzione certo solipsisticamente proiettata in avanti, ma anche dimentica di sé (e gli occhi rovesciati non possono non fare pensare all’umanissimo Casanova di Fellini). Un Mussolini silenzioso, pensoso, tutto assorto nel suo folle ideale di grandezza, e quindi in fondo tutt’altro che meschino, tutt’altro che schifoso. Un Mussolini che si stupisce quando Ida Dalser, l’amante (e moglie, anche se le prove sono state occultate per sempre dalla macchina fascista) trentina, gli consegna i soldi (ricavati dalla vendita di tutti i suoi averi) mentre sta fondando il guerrafondaio <em>Il Popolo d’Italia</em>, che per qualche istante resta silenzioso (potrebbe essere quasi commosso), e vuole in un primo momento rifiutare.</p>
<p>In <em>Vincere</em> ho trovato un Mussolini che come qualsiasi marito borghese di buon senso tra l’amante e la moglie nella bufera opta per quest’ultima, in un modo che potrebbe far pensare a un qualche attaccamento, o comunque interesse, per la famiglia (inesistenti nel vero Mussolini). Un Mussolini che quando il re lo visita in ospedale, complimentandosi, ci si immagina abbia combattuto valorosamente (aveva invece ucciso cinque suoi commilitoni maneggiando incautamente un mortaio a un corso di istruzione al quale s’era iscritto per sfuggire i pericoli e la durezza del fronte, lui che nei suoi scritti osannava l’eroismo). Un Mussolini che poi sul balcone di Piazza Venezia, quando dall’attore si passa alle immagini vere, del vero Mussolini ripreso da molto vicino, diventa – ai nostri occhi smaliziati ed esperti di oggi &#8211; univocamente grottesco e ridicolo (tanto più che alle vere immagini è abbinata la voce dell’attore, priva della ferocità elettrizzante di quella di Mussolini), e quindi ancora meno colonizzato dal male, ancora più lontano dalla mia immagine.</p>
<p>E quindi fin dall’inizio <em>Vincere</em> mi è sembrato melenso. Intendiamoci, <em>Vincere</em> non è affatto un film melenso, perché ha il bel ritmo e l’intelligenza e la ricchezza di riferimenti e la pulizia di tutti i film di Bellocchio, e le immagini di archivio che lo costellano sono montate (con rapide cadenze futuriste) molto bene, ma rispetto alla rappresentazione di Mussolini che preesisteva nella mia testa, il Mussolini del film (il bravo Filippo Timi), restava un buon uomo, un fanatico dal carattere burbero, per certi versi quasi – nella sua antipatia &#8211; simpatico, che finisce per diventare un grottesco tiranno. In lui non c’era l’ombra di quella che mi sembra essere l’essenza di Mussolini, c’era piuttosto un’eco di altri grandi burberi visti al cinema (impersonati da Jean Gabin, Lino Ventura …). Tra quel personaggio e le mortifere malefatte del vero Mussolini restava quindi uno iato che l’abile macchina cinematografica, tutta centrata sul rapporto con Ida Dalser, tutta fedele agli inoffensivi canoni del melodramma più classico, non riusciva a colmare, che il massiccio impiego di immagini di archivio rendevano più grande ancora. E quindi non potevo lasciarmi prendere dal film.</p>
<p>Con Ida Dalser le cose non andavano meglio. Certo la bellissima Giovanna Mezzogiorno appare un po’ ammaccata dopo il suo primo (violento) internamento in manicomio, e quindi è un po’ meno bella (o comunque la sua bellezza si incanaglisce, fa pensare a molte acciaccate bellezze femminili viste al cinema, per esempio la protagonista di Million Dollar Baby), ma poi presto le ammaccature passano, e ritorna bella e fresca e intatta come prima. Certo la bellissima Mezzogiorno è molto brava (in particolare nella scena in cui legge la lettera del figlio), non dico questo, e certo sa ricreare in modo molto convincente la sofferenza di Ida Dalser per la separazione dal figliolo Benito Albino, ma la sua giovane e sofferente bellezza resta pur sempre quella virginea e non completamente umana (carnale) di Maria Maddalena, mantenendo lo spettatore in un ambito che gli è familiare, e che nulla ha che fare con le tragiche malefatte di Mussolini e del fascismo. L’infernale manicomio di Pergine Valsugana è rappresentato come un luogo pulito e quieto, quello di San Clemente come un attraente giardino dove si svolge un tran-tran per certi versi bucolico, che fa pensare a tratti a un pacato garden party. Nella mia testa mi aspettavo l’apocalisse psichiatrica (nella realtà sia Ida Dalser che il figlio ci sono morti, nei terribili manicomi dell’epoca), e invece trovavo una sofferenza senza eccessi insopportabili, senza umiliazioni del corpo, senza destrutturazione della mente, una sofferenza tutta moderna, pulita, accettabile. Bella (come è e resta bella la protagonista). La sofferenza del melodramma.</p>
<p>Il fascismo e i fascisti non entrano nei manicomi del film. In quei manicomi nessuno è fascista, nessuno sembra essere corresponsabile del fascismo: il fascismo, la violenza, il Male, restano all’esterno. Con la bellissima Ida sono (quasi) tutti buoni, umani, comprensivi. Che Ida Dalser (nella realtà molto meno bella) e Benito Albino finiscano per morire (lei nel ’37, lui nel ‘42), lo spettatore lo viene a sapere solo dalle didascalie in chiusura del film. Il film finisce prima. Non potrebbe seguirli nel loro calvario, diventerebbe qualcosa d’altro.</p>
<p>Io stimo Bellocchio, e mi sembra coraggioso affrontare di petto questa vicenda marginale ma molto rivelatrice della nostra storia. E forse <em>Vincere</em> resta pur sempre un bel film (la critica francese lo ha unanimemente osannato). Però ecco, io mi aspettavo un pugno nello stomaco, e invece è come se avessi bevuto un bicchiere d’acqua fresca. Ma probabilmente l’abiezione che ho in mente io non si potrebbe rappresentare, probabilmente sarebbe insostenibile, probabilmente apparirebbe l’opera di un pazzo (Pasolini, dove sei?). E allora torno alla biografia di Margherita Sarfatti, e al vero male di Mussolini, che è pedissequo imbricamento e giustapposizione di piccoli e grandi mali. Perché non crediamo, mentre trama le sue altre numerosissime malefatte, il dittatore fa tenere d’occhio anche questi due prigionieri (di Benito Albino se ne occupa direttamente, finché è vivo, Arnaldo), non è solo preso, come sembra suggerire il film, dagli affari di stato, dai mali della storia (e segue personalmente anche le sorti di molti altri prigionieri, esuli, confinati). E mentre leggo la biografia della Sarfatti mi domando, come mai anche il grande Bellocchio ci dia una versione tanto edulcorata, se non dipenda sempre dal solito problema, che a tanti anni di distanza non abbiamo ancora fatto i conti col fascismo, e quindi esitiamo eternamente tra indulgenza (vale a dire mancata consapevolezza dei devastanti effetti dell’interiorizzazione dei valori fascisti in milioni di italiani, durante il ventennio come anche nei decenni successivi), dando per scontato che gli italiani il fascismo lo abbiano solo subito (come suggerisce la scena del film con i ciechi che camminano nella nebbia mentre il futuro dittatore enuncia la sua sete di potere), e retorica visione esteriore, quasi il fascismo non avesse nulla a che fare con noi e con le nostre famiglie (i manipoli di fascisti “cattivi”, il pazzo che si sgola dei filmati dell’epoca ripresi nel film).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/16/mussolini-bellocchio-e-la-rappresentazione-del-male/">Mussolini, Bellocchio, e l&#8217;imbrigliata rappresentazione del male</a></p>
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		<title>Boris Pahor: qui è proibito parlare</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/06/02/boris-pahor-qui-e-proibito-parlare/</link>
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		<pubDate>Tue, 02 Jun 2009 06:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
</p>
<p>Non so mai bene come cominciare una recensione a un libro che mi è particolarmente piaciuto e che per questo motivo desidero indurre altri a leggere; alla fine mi dico che la linea migliore è quella di raccontare come è accaduto a me di conoscere e amare quel libro.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/02/boris-pahor-qui-e-proibito-parlare/">Boris Pahor: qui è proibito parlare</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/trieste_rive.jpeg" alt="trieste_rive" title="trieste_rive" width="450" height="337" class="alignleft size-full wp-image-18115" /></p>
<p>Non so mai bene come cominciare una recensione a un libro che mi è particolarmente piaciuto e che per questo motivo desidero indurre altri a leggere; alla fine mi dico che la linea migliore è quella di raccontare come è accaduto a me di conoscere e amare quel libro. Questa volta è andata così, che il 9 febbraio scorso ho ascoltato, come varie altre volte, soprattutto se sono in auto, <em>Fahrenheit</em>, la trasmissione pomeridiana di radiotre, <em>libri e idee</em>. Quel pomeriggio Marino Sinibaldi, conduttore storico della trasmissione, un po’ gigione ma simpatico e molto informato, incontrava <strong>Boris Pahor</strong>, per parlare (<a href="http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/archivio_2009/audio/intervista2009_02_09.ram">qui</a> per risentire l&#8217;intervista) del suo libro appena uscito in Italia col titolo <em>Qui è proibito parlare</em>; lo aveva già incontrato per parlare di <em>Necropolis</em>, il suo libro più famoso, sull’esperienza dell’autore nei campi di concentramento nazisti (Dachau, Bergen-Belsen e altri). Ma quella volta non mi era capitato di ascoltare la trasmissione.<br />
Questa invece mi ha subito attirato non appena ho sentito che la storia era ambientata a Trieste, città per la quale, per ragioni profondamente oscure, provo un interesse e un’emozione smodatamente appassionati.<br />
<span id="more-18114"></span><br />
Pahor, nato nel 1913 nella Trieste grande sbocco absburgico sul Mediterraneo, è di identità e di famiglia slovena. E, pur conoscendo e parlando perfettamente l’italiano, con un discreto accento triestino, scrive in sloveno. Scrisse questo <em>Parnik trobi nji</em> (che significa più o meno: &#8220;il vaporetto fischia da matto&#8221;) nel 1963, ma solo ora <a href="http://www.ibs.it/code/9788881121786/pahor-boris/qui-proibito-parlare.html">è stato</a>  ottimamente tradotto in italiano da Martina Clerici.</p>
<p>Mi ha fatto venire in mente un altro romanzo che a suo tempo avevo molto amato, <em>La danza immobile</em>, di Manuel Scorza – scritto vent’anni dopo questo di Pahor – per il comune tema di una storia d’amore intrisa e segnata da una forte passione politica.<br />
Ma nel latinoamericano Scorza tutto viene raccontato e rivissuto con un traboccante senso di pienezza di gioie e di dolori, esplosioni di vitalità non trattenute, mentre nel misurato centroeuropeo Pahor tutto è levità e discrezione. Discrezione, sì, questa mi sembra una parola che molto si addice alla sua narrazione, senza che ciò minimamente implichi assenza di emozioni, o emozioni meno intense.</p>
<p>Ema e Danilo, i suoi personaggi, che, come il loro autore, vivono a Trieste ma sono di nazionalità e cultura ardentemente slovene, – siamo alla fine degli anni ’30 del secolo scorso, Hitler invade la Polonia e l’oppressione del regime fascista sulle minoranze linguistiche è particolarmente odiosa e dura – cominciano la loro relazione anche all’insegna di un comune senso di ribellione, prima di tutto appunto linguistica, vissuta con dolore e rabbia, ma anche con grandi fierezza e coraggio.</p>
<p>La storia è lineare, e in apparenza esile, ma quello che mi ha soprattutto colpito è la delicatezza di ogni descrizione, tanto dei gesti dei protagonisti, quanto dei paesaggi del Golfo., il <em>Zaliv</em>, quella grande apertura della città giuliana nel suo mare. Cento volte Pahor descrive il tramonto, o la qualità della luce sullo specchio delle acque triestine, e cento diverse sfumature il lettore ne apprezza. Così come cento gesti ed emozioni Ema ha per Danilo e di nuovo cento occhi diversi sono quelli che le vedono e le accarezzano.</p>
<p>Molto felice è la mano di Pahor, leggera e intensa, nel mescolare la relazione d’amore che cresce lentamente, e non in modo subitaneo, con la complicità politica nella lotta clandestina, a cominciare dalla distribuzione di testi sloveni agli scolari figli delle famiglie slovene dislocate sia a Trieste che, soprattutto, nella provincia. Tuttora del resto la provincia di Trieste (la più piccola d’Italia come superficie) è prevalentemente slovena.</p>
<p>Aggiungo che il volume è molto opportunamente completato da note necessarie a dare notizia al lettore italiano dei molti scrittori sloveni menzionati nel testo, e anche delle principali variazioni toponomastiche intervenute da allora ad oggi, il molo Audace era allora molo S. Carlo, piazza Unità d’Italia era allora piazza Grande, ecc.</p>
<p>Un libro per molti versi commovente, nella migliore accezione del termine. Andrebbe, insieme con altri, letto e meditato da tutti coloro che nel nostro paese, a cominciare purtroppo dai partiti della sinistra tradizionale, hanno completamente trascurato in tutto il secondo dopoguerra la questione giuliana e in generale dei confini orientali, lasciandola in pasto alla propaganda fascista e postfascista. Tra gli “altri” libri cui accennavo, a me è stato particolarmente utile, già molti anni fa, il volume di Angelo Ara e Claudio Magris, <em>Trieste, un’identità di frontiera</em>, Einaudi 1987.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/02/boris-pahor-qui-e-proibito-parlare/">Boris Pahor: qui è proibito parlare</a></p>
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		<title>In quella terra quasi di nessuno. Omaggio a G. A. Borgese</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Mar 2009 09:00:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><em>E Borgese resta in quella terra quasi di nessuno.</em><br />
Leonardo Sciascia</p>
<p>Quasi tutto è iniziato quando il 22 aprile del 2000 ho letto una lettera inviata al direttore di un giornale italiano firmata dalla famiglia Borgese (la moglie Elisabeth Mann, la figlia Dominica e la nipote Giovanna), nella quale si constatava con stupore che in un libro dello storico tedesco Helmut Goetz, intitolato <em>Il giuramento rifiutato.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/22/in-quella-terra-quasi-di-nessuno-omaggio-a-g-a-borgese/">In quella terra quasi di nessuno. Omaggio a G. A. Borgese</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><em>E Borgese resta in quella terra quasi di nessuno.</em><br />
Leonardo Sciascia</p>
<p>Quasi tutto è iniziato quando il 22 aprile del 2000 ho letto una lettera inviata al direttore di un giornale italiano firmata dalla famiglia Borgese (la moglie Elisabeth Mann, la figlia Dominica e la nipote Giovanna), nella quale si constatava con stupore che in un libro dello storico tedesco Helmut Goetz, intitolato <em>Il giuramento rifiutato. I docenti universitari e il regime fascista</em>, e recensito pochi giorni prima sullo stesso giornale, il «nome di Borgese» non figurava «tra i professori che rifiutarono di firmare il giuramento di fedeltà al regime fascista». <span id="more-15864"></span><br />
Sono andato a rileggermi l’articolo. In realtà, oltre al libro di Goetz, la giornalista segnalava l’uscita di un altro volume sullo stesso argomento di Giorgio Boatti dal titolo <em>Preferirei di no</em>. Entrambi gli storici erano concordi sui numeri: nel 1931 su oltre milleduecento accademici italiani soltanto dodici avevano opposto il loro rifiuto al regime. E precisamente: Francesco e Edoardo Ruffini, Fabio Luzzatto, Giorgio Levi Della Vida, Gaetano De Sanctis, Ernesto Buonaiuti, Vito Volterra, Bartolo (o Bortolo) Nigrisoli, Marco (o Mario) Carrara, Lionello Venturi, Giorgio Errera, Piero Martinetti. In effetti, il nome di Giuseppe Antonio Borgese, allora professore di Estetica all’Università di Milano non c’era, e neppure quello di Errico Presutti, professore di Diritto amministrativo e costituzionale a Napoli, che, secondo un firmatario di un’altra lettera al direttore pubblicata accanto a quella della famiglia Borgese, si era anch’egli rifiutato di prestare giuramento.<br />
«L’eroica minoranza» che disse di no al fascismo non era formata da «pericolosi sovversivi», scriveva la giornalista. Erano persone di diversa estrazione sociale: figli di alto-borghesi e di tabaccai. C’erano cattolici, anticlericali, socialisti, liberali, monarchici, ebrei. Certo, nel 1925, molti avevano sottofirmato la <em>Risposta di scrittori, professori e pubblicisti italiani</em> redatta da Benedetto Croce (fra questi Borgese non c’era) e uscita il 1 maggio sul quotidiano «Il Mondo» in opposizione al <em>Manifesto degli intellettuali del fascismo</em> scritto da Giovanni Gentile e pubblicato qualche settimana prima sulla stampa nazionale.<br />
Non erano tuttavia degli attivisti politici. Anzi, nessuno di loro aveva preso consegne né da Togliatti, che con il suo tipico ‘doppiogiochismo’ pensava che i professori rimanendo in cattedra avrebbero svolto un compito molto utile al partito, né da Croce, che incoraggiava i professori a continuare il loro insegnamento «secondo l’idea di libertà», né dalla Chiesa che per l’occasione aveva escogitato uno dei suoi innumerevoli capolavori di dissimulazione, ordinando ai suoi fedeli «di giurare, ma con riserva interiore».<br />
L’argomento del presunto mancato giuramento di Borgese ha cominciato a quel punto a incuriosirmi. Ben presto, dopo alcune ricerche – sul finire degli anni Novanta erano usciti diversi saggi sull’argomento – mi sono reso conto che il ‘caso’ Borgese, come si diceva allora, non esisteva. O meglio: esisteva ed esiste l’oblio dell’opera di Borgese, oblio a cui gli intellettuali italiani rispondevano alla fine del XX secolo con un’interpretazione esclusivamente politica delle scelte e delle esitazioni dell’autore siciliano.<br />
Ecco in sintesi i fatti. Borgese, che già da una decina d’anni si era ritirato dalla vita politica, coglie l’occasione nel luglio del 1931, dopo alcuni chiari segnali di essere <em>persona non grata</em> ai giovani del GUF e alle autorità accademiche fascistizzate, di trascorrere un periodo come visiting professor (e, allo stesso tempo, come corrispondente estero per il «Corriere della Sera») negli Stati Uniti. Quando l’8 ottobre dello stesso anno viene emanata la disposizione che impone ai docenti universitari l’obbligo di giuramento al regime, egli è altrove. Seguono un paio d’anni di incertezza esistenziale, professionale e politica. Ma già il 18 agosto del 1933 egli invia da Boston una lunga lettera a Mussolini (il 17 ottobre del 1934 ne invierà un’altra) dove, oltre a rivendicare il suo operato all’epoca della «questione adriatica» (dopo la prima guerra mondiale Borgese, con Salvemini e Bissolati, fu ritenuto uno dei massimi responsabili delle tesi ‘disfattiste’ e ‘rinunciatarie’ che vedevano schierati da una parte coloro che sostenevano l’autodeterminazione dei popoli e dall’altra i nazionalisti alla D’Annunzio che blateravano di «vittoria mutilata»), chiarisce la sua posizione ideologica fondata sulla dottrina mazziniana, ripresa a suo modo di vedere da Wilson, che sarà alla base del suo pensiero politico universalistico degli anni Trenta e Quaranta. Inoltre, sul giuramento è esplicito: «Il giuramento implicherebbe ormai l’adesione a un ordine, più ancora che politico, filosofico e religioso [...] Giurare fu strettamente proibito dal Cristo (Matth. V, 33-37). Giurare con animo reticente o equivoco, o comunque spergiuro, fu considerato delitto gravissimo, secondo solo al parricidio, da tutta l’antichità pagana».<br />
Da parte di Mussolini e del governo fascista un silenzio interessato. Borgese, che fino a quel momento non era stato considerato un antifascista, non doveva agli occhi del regime diventare improvvisamente un martire dell’antifascismo. Si dovevano poi mantenere buone relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti ed evitare qualsiasi ripercussione internazionale. Non avendo alcuna risposta, Borgese, quando nell’ottobre del 1934 sta per scadere il suo mandato all’estero, invia da Northampton al rettore dell’Università di Milano una succinta quanto esplicita dichiarazione: «Prego la S. V. di voler prendere nota che io non ho prestato, né mi propongo di prestare il giuramento fascista prescritto ai professori universitari – gradisca il cordiale ossequio di G. A. Borgese».<br />
Dov’è il ‘caso’? Dov’è il crimine? Di che cosa è colpevole Borgese? Di essere stato altrove quando un manipolo di persone della sua stessa stoffa, per nulla «sovversive», per nulla politicizzate, si rifiutavano di aderire al regime? O di non aver immediatamente e con eroismo fatto pervenire alle autorità il suo diniego? Perché l’attenzione dei critici non si è rivolta invece ai suoi ideali mazziniani che l’ancoravano all’Italia fin dai tempi della sua rilettura di De Sanctis? O al mito che egli, esule deluso della propria patria, andava erigendo sulle pagine lette e commentate della <em>Divina Commedia</em>? O ancora al fatto, quanto mai concreto, di un uomo di cinquant’anni che, trovandosi in un altro paese, alle prese con un’altra lingua e con altri costumi, aveva dovuto riflettere su alcune tappe della sua vita prima di formulare in piena coscienza la sua decisione senza ritorno?<br />
Borgese a me sembra uno dei tanti casi istruiti da quella diabolica macchina processuale che proprio verso la fine del XX secolo in Italia e in Europa ha cominciato a funzionare, accumulando accuse su accuse nei confronti di molte personalità del passato.<br />
La lista è infinita: Nietzsche, antidemocratico e anticristiano; Heidegger, in odor di nazismo; Henry Miller pornografo e antisemita; Brecht, accusato di plagiare gli amici e le sue amanti; Faulkner, razzista e antifemminista; Thomas Mann, sospettato di essersi infatuato per un certo periodo delle teorie naziste; Ezra Pound, apostata mussoliniano; Max Frisch, antisemita e nazionalista; Céline, antisemita con manifeste fissazioni eugenetiche; Freud, despota e colpevole di aver voluto infliggere all’intera umanità la sua ferita narcisistica; Cioran, fascista della prima ora; Eluard, cantore degli ideali sovietici; Malaparte, mazziniano, nazionalista, fascista, e poi comunista, Kundera, giovane comunista e al contempo delatore anticomunista&#8230;<br />
La regola d’oro dei pubblici accusatori di questo enorme processo consiste nel criminalizzare la vita degli autori al fine di non permettere che le loro opere vengano lette e giudicate in modo autonomo. La criminalizzazione, naturalmente, è fatta a fin di bene, ovvero è condotta per farla finita una volta per tutte con i pregiudizi del passato. Coloro che la compiono, infatti, non si sentono parte in causa. Sono arroccati nel presente. E dall’alto della loro presunta morale possono far piazza pulita di un’epoca storica. La memoria rivendica i suoi diritti sulla biografia degli autori, con tutto il loro carico di contraddizioni, irrazionalità, ambiguità ed errori, ma allo stesso tempo lascia ai lettori del futuro una «terra quasi di nessuno», una terra devastata, la terra delle opere d’arte e del pensiero che hanno subito la criminalizzazione dei loro autori.<br />
Così, nel momento del bilancio secolare, molti critici italiani hanno preferito criminalizzare i silenzi dell’esule Borgese nei confronti del regime fascista piuttosto che leggere le sue opere.</p>
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		<title>DIRITTO DI SCIOPERO ( E ALTRI DIRITTI)</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 08:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Benché mi fosse ripromesso di non interessarmi più di politica, mi vedo costretto a venir meno a questo mio proposito ( ed è tale deplorevole incostanza del mio carattere che mi ha sempre impedito di intraprendere una vera dieta, cosa di cui ora avrei più che mai bisogno) a seguito del disegno di legge presentato dal ministro Sacconi sulla limitazione del diritto di sciopero nel settore dei trasporti, che mi sembra essere un altro importante tassello nella costruzione della nuova Italia berlusconiana.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/09/diritto-di-sciopero-e-altri-diritti/">DIRITTO DI SCIOPERO ( E ALTRI DIRITTI)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Benché mi fosse ripromesso di non interessarmi più di politica, mi vedo costretto a venir meno a questo mio proposito ( ed è tale deplorevole incostanza del mio carattere che mi ha sempre impedito di intraprendere una vera dieta, cosa di cui ora avrei più che mai bisogno) a seguito del disegno di legge presentato dal ministro Sacconi sulla limitazione del diritto di sciopero nel settore dei trasporti, che mi sembra essere un altro importante tassello nella costruzione della nuova Italia berlusconiana. </p>
<p><span id="more-15321"></span>Non occorre certo ripetere qui le analisi che Luciano Gallino e altri commentatori hanno svolto ottimamente per sottolineare che questo provvedimento è un testa di ponte per arrivare domani a limitare il diritto di sciopero in tutti gli altri comparti e per colpire oggi la libertà d’iniziativa della CGIL: infatti legare il diritto di convocazione di sciopero alla rappresentatività del sindacato ( in pratica solo un sindacato con più del 50% di rappresentanza potrà convocare uno sciopero oppure dovrà organizzare un complicato referendum preventivo che svuoterà lo sciopero di ogni efficacia) in assenza di libere elezioni per determinare l’effettivo grado di rappresentatività di ogni organizzazione sindacale nelle varie categorie significa nei fatti eliminare la possibilità per i lavoratori di dire la loro sui contratti di categoria e altri importanti aspetti della vita professionale. Questo fatto non ha rilievo puramente sindacale perché la democrazia sindacale, in un sistema in cui l’economia ha un potere illimitato, è uno dei pochi elementi di effettiva libertà decisionale delle persone e dunque ha un effetto benefico su tutta la società. </p>
<p>Ciò  vale dappertutto, ma doppiamente nella realtà italiana dove in una scena politica paralizzata dal trasformismo e dall’inettitudine del ceto politico e dalla cappa di piombo dell’apparato mediatico gli unici elementi di apertura e attenzione alla condizioni e alle problematiche del paese reale possono venire dal mondo sindacale e da alcuni settori dell’associazionismo sociale e politico non partitico. Prendere provvedimenti contro il diritto di sciopero in una fase di crisi economica, dunque in una fase di probabile aumento delle tensioni sociali, getta anche una luce inquietante su come verranno gestite queste tensioni. </p>
<p>Non bisogna parlare però a proposito di questi provvedimenti, come pure è stato fatto in maniera erronea, di situazione da ventennio fascista: infatti l’eliminazione dei diritti sindacali è un obiettivo tipicamente liberista nell’ottica della costituzione di un mercato integrale del lavoro, mentre per i fascisti essa era un corollario della più generale eliminazione della libertà d’espressione. Non si tratta di acribia filologica, ma di capire il senso di un’operazione politica: infatti il liberismo non pensa a uno stato etico, ma semplicemente punta all’eliminazione di tutti quei diritti ( e quelle libertà) che contrastano con la libertà di mercato. L’autoritarismo di origine liberista è pragmatico e non ideologico, punta a risultati concreti e circoscritti in un quadro di persistenza di alcune garanzie costituzionali. Ciò è dimostrato dal fatto che il tentativo di compressione ed eliminazione dei diritti sindacali è avvenuto o sta avvenendo in molte parti del mondo in varie forme. Pertanto parlare di fascismo, oltre a essere un esempio di quell’italico estremismo verbale e retorico che ha spesso ingenerato confusione, è sbagliato e rischia di non far capire quanto sta accadendo.</p>
<p>In  questi anni si è parlato di caso o anomalia italiana, intendendo con questa espressione il fatto che il blocco che sosteneva Berlusconi con le sue pulsioni autoritarie fosse un ostacolo alla modernizzazione del paese e rappresentasse in qualche misura la sintesi delle storiche malattie italiane. Mi ha sempre molto sorpreso in questa tesi che non cercasse di spiegare come mai la base delle fortune elettorali berlusconiane fosse la Lombardia, ossia la regione italiana indubbiamente più moderna e globalizzata. Verrebbe quasi da chiedersi se la modernizzazione liberista non esalti piuttosto queste anomalie italiane: per esempio il familismo amorale nella prospettiva della distruzione dello stato sociale è  molto utile sia come ammortizzatore sociale a costo zero sia come catalizzatore identitario per non far comprendere ai singoli la propria effettiva solitudine, altrettanto si potrebbe dire delle forme di localismo e razzismo. Ma questo è un altro problema, quello che invece indica chiaramente questa proposta di legge, il  consenso alla quale va ben oltre i confini della maggioranza di governo come dimostra il silenzio di molta parte dell’opposizione, è che il conflitto sociale non ha più diritto di esistere.<br />
.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/03/09/diritto-di-sciopero-e-altri-diritti/">DIRITTO DI SCIOPERO ( E ALTRI DIRITTI)</a></p>
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		<title>Autismi 2 &#8211; Mio suocero (2a parte)</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jan 2009 05:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/76962.jpg"></a> di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Tra un lavaggio di piatti e l’altro tornavo da quello che era stato per quattro giorni mio suocero. Quel mio suocero che non avevo frequentato da vivo, e che adesso aveva pensato bene di morire. Che era morto e faceva il morto rispettabile tra quella gente preoccupata di mostrarsi rispettabile.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/07/autismi-2-mio-suocero-2a-parte/">Autismi 2 &#8211; Mio suocero (2a parte)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/76962.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-13068" title="76962" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/76962-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a> di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Tra un lavaggio di piatti e l’altro tornavo da quello che era stato per quattro giorni mio suocero. Quel mio suocero che non avevo frequentato da vivo, e che adesso aveva pensato bene di morire. Che era morto e faceva il morto rispettabile tra quella gente preoccupata di mostrarsi rispettabile. Gruppetti di parenti e di conoscenti stavano un tempo più o meno lungo in silenzio al suo capezzale, tenendo gli occhi compostamente rivolti verso il pavimento, o anche bisbigliando qualche frase compita ai loro vicini, come si parla in presenza dei morti. Poi uscivano sospirando dalla stanza, e affrontavano l’altra faccia del lutto, quella sociale. Nei loro occhi ricompariva il compiacimento di star facendo la cosa giusta al momento giusto. E erano sostituiti al capezzale da altri contegnosi gruppetti. Era una veglia funebre che non finiva mai.<span id="more-13060"></span></p>
<p>Io non ero mai stato così a lungo a contatto con un cadavere. Di solito accanto a un defunto ci si lascia andare ai ricordi, si ripercorre il passato comune, si cerca di venire a patti con il proprio dolore. Ma quel morto lì per me era uno sconosciuto, non suscitava in me del dolore. La mia era pietà, pietà per lui e per quella che adesso mia moglie, e per la madre ridotta a una fragile ombra di sofferenza, non un vero dolore. Lo guardavo, e non riuscivo a capirlo.</p>
<p>L’unica nota stonata era il grande amico, il quale non cercava di dare la minima compostezza al proprio dolore. Era elegante, ma il portamento era quello sgangherato di una persona nello stesso tempo avvilita e esasperata. Da come squadrava i presenti era chiaro che conosceva i suoi polli. Vedeva come ostentavano una tristezza che non provavano, che erano ben contenti che non fosse toccata a loro. Il suo non era nemmeno disprezzo, somigliava più a un divertito e macabro stupore. Non parlava, non aveva nessuno con cui parlare. Solo al suo amico avrebbe potuto comunicare i commenti che gli passavano per la testa. Ma il suo collega terrorista adesso era morto. Stando lì gli esprimeva la sua fedeltà senza condizioni. Dalle due condanne a morte erano passati molti anni, ma il legame era restato intatto. Cominciavo a apprezzarlo.</p>
<p>Non parlava con nessuno, ma stava lì. Le ore passavano, ed era sempre lì. Era una persona con importanti responsabilità a livello nazionale, e quotidiani appuntamenti ai massimi livelli della gerarchia dello stato, a quanto mi aveva detto mia moglie, ma stava lì a esprimere il suo disgusto per la vita che s’era mostrata così infida, a ribadire la sua amicizia. Era chiaro che non era d’accordo con quello che era successo, non era d’accordo che il suo amico fosse morto. Più che triste sembrava scornato, deluso. Come un tennista che nello shock della sconfitta si domanda come ha fatto a perdere nonostante si sia battuto così bene. Era abituato a vincere, non a perdere.</p>
<p>Quando ne avevo abbastanza tornavo in cucina. Ero contento che mentre sgominavo una catasta di stoviglie se ne formasse immancabilmente un’altra: così potevo ricominciare. Potevo restare nel mio nido, dove i cognati pesi massimi non mettevano piede. Vuotavo completamente la metà del lavello dove avevo messo il detersivo, e prima di ririempirla la sciacquavo per bene, perché io in fatto di lavatura di piatti sono sempre stato molto esigente. E anche l’altra parte, quella che usavo per sciacquare, la rinfrescavo per bene. Poi ricominciavo.</p>
<p>Proprio di fronte alla mia testa c’era una finestra: mentre mi davo da fare potevo osservare la strada che portava alla chiesa del villaggio, la chiesa stessa, bassa e quieta, e al di là di questa una scarruffata foresta di pini marittimi che si arrampicava su una rinascimentale ma pur sempre atletica collina. Dall’altra parte dell’appartamento c’era quella caricatura del lutto, e il rumore del traffico incessante della strada costiera. Lì invece non c’era traffico, non si vedeva nessun centro commerciale. La parte vecchia del paese sembrava una riserva naturale che avesse resistito all’assedio balneare e mercantile che faceva pressione dall’altra.</p>
<p>Finito un lavaggio mi asciugavo le mani con lo straccio, e andavo di nuovo dal mio ex-nuovo suocero, badando di non imbattermi nel mio nuovo temibile cognato. Era impossibile non fare un legame tra il nostro matrimonio e la sua morte, mi dicevo, osservandolo nel suo ruolo di morto dignitoso e rispettabile circondato da conoscenti dignitosi e rispettabili. Tra i due avvenimenti c’erano troppi pochi giorni, per poterli separare nella propria testa. Dopo il matrimonio erano tornati a casa, e lui era morto. L’ultima cosa importante che aveva fatto era venire al matrimonio della figlia minore. Il vago malessere che si sentiva nei muscoli e nelle ossa al suo rientro, che lui aveva preso per stanchezza, era in realtà la prossimità della morte. Mentre noi languivamo nell’inedia lui si era trovato a avere a che fare con la morte, senza sapere che si trattava della morte. O forse se ne era reso conto, vallo a sapere. In ogni modo prima del fine settimana era schiattato. La mattina la moglie era andato a svegliarlo, perché contrariamente al solito non si era ancora alzato. E poi lo aveva svegliato ancora, visto che non si decideva a alzarsi. In realtà era morto durante la notte.</p>
<p>Il collega terrorista di mio suocero continuava i suoi inquietanti avanti e indietro. Non parlava con le altre persone, le guardava anzi con malcelata avversione. Sembrava pensare che avrebbero fatto bene a morire loro, invece del suo amico di sempre. Ce l’aveva con la morte, e con le altre persone che erano lì e che non erano morte. Quelle persone che facevano mostra di un dolore e di una pietà che erano genuine solo fino a un certo punto. Le trafiggeva con il suo sguardo cinico di alto dirigente: era evidente che stentava a tenersi dentro le frasi che gli ispiravano. Era chiaro che non si sarebbe schiodato di lì prima di avere scortato il suo compagno di battaglia fino al cimitero. Era chiaro che per nulla al mondo avrebbe lasciato il suo amico solo con quella gente. Aveva una moglie, che lo seguiva tenendosi un po’ discosta, come uno zoologo che segue le tracce di una pericolosa pantera. Nemmeno lei poteva avvicinarsi più di tanto.</p>
<p>Anche mio padre tra poco sarebbe stato morto, mi dicevo fissando il mio ex-suocero, che ascoltava con gli occhi chiusi i bisbigli che lo circondavano. Lui era ancora vivo, ma ne aveva per poco. Aveva un cancro ad uno stadio molto avanzato. Erano nati lo stesso anno, e probabilmente sarebbero morti lo stesso anno. Appena prima della fine di quel secolo di surrealistica violenza del quale erano entrambi figli fedeli. Un’altra delle tante cosiddette coincidenze che mi univa a quella che da cinque giorni era mia moglie. Mio padre però da morto non sarebbe sembrato un uomo di stato sovietico, sarebbe sembrato un terrorista. Bastava vedere come si stava preparando al fatidico evento: già da diversi mesi si faceva la barba solo sporadicamente, e si lavava di rado. Puzzava. Si rivolgeva agli altri con malcelata insofferenza, quasi con astio, rimproverandogli tacitamente il fatto che sarebbero sopravvissuti. Aveva deciso di dare un’intonazione provocatoriamente radicale anche alla propria sparizione. Non voleva capitolare in extremis alle consuetudini sociali, intendeva mostrarsi coerente fino alla fine.</p>
<p>Ogni tanto al lavello della cucina trovavo adesso un’altra persona, una donna. La prima volta ci ero rimasto male: mi sentivo usurpato. Avrei voluto dirle che se ne andasse fuori dai piedi, che c’ero prima io. Che si dedicasse a qualcos’altro, invece di farmi concorrenza con i piatti. Poi invece avevo capito che quella donna con i capelli ossigenati che regolarmente mi fregava il posto non era affatto una cattiva persona. Si dava anche lei da fare come poteva, lavando i piatti. Anche lei probabilmente era a più agio con le mani nel detersivo che in quelle di un’altra persona con l’aria grave. Non ce l’aveva con me, aveva trovato anche lei la mia stessa scappatoia. E a conti fatti c’era da fare anche per due: potevo sempre farmi passare i piatti da sciacquare o passare lo strofinaccio per terra. Per fortuna c’erano sempre delle mani che portavano vassoi di stoviglie sporche. Se avessi potuto scegliere avrei preferito lavare i piatti da solo, perché in fatto di piatti ho tutte le mie piccole manie, ma in fondo mi andava bene anche così. Sempre meglio di rimanere tutto il tempo di là con la gente che fingeva di essere addolorata.</p>
<p>Mano a mano che il pomeriggio avanzava sempre più spesso accanto alla salma trovavo due signore anziane che parlavano a voce alta. Probabilmente c’erano anche prima, ma io non le avevo notate. Erano le sorelle di mio suocero. Non bisbigliavano, non fissavano il pavimento. Si parlavano dalle rispettive poltrone poste da una parte e dall’altra del letto come se si trattasse di un normale malato. Vociavano e gesticolavano, nonostante quel loro disordinato chiasso desse all’evidenza molto fastidio alla cognata, vale a dire mia suocera.</p>
<p>Anche da morto sei proprio bello, dicevano al fratello. Lo ripetevano prendendo a testimoni gli altri, come si potrebbe fare appunto per tirare su di morale un malato. E rievocavamo episodi dove lui ne aveva combinata una delle sue. Ridevano fino a piegarsi in due sulla rispettiva poltrona, mentre aggiungevano altri dettagli. Ridevano e nello stesso tempo piangevano. Piangevano di tenerezza e di dolore. Ne aveva sempre combinate di tutti i colori, fin da molto piccolo, dicevano, lanciandosi delle occhiate di connivenza, come quando si parla in presenza di una persona un po’ dura di comprendonio. Sembrava quasi che rimproverassero al loro fratello rispettivamente minore e maggiore la monelleria di essere morto.</p>
<p>Era impossibile non legare il nostro matrimonio con la sua morte, mi ripetevo, guardando mio suocero ora trasformato in silenzioso e enigmatico cadavere. Era venuto al matrimonio, si era messo l’animo in pace rispetto alla figlia che gli aveva sempre dato dei pensieri, e poi era morto. Aveva deciso che ne aveva abbastanza di diventare ogni giorno più vecchio, con la prospettiva di diventare più vecchio ancora, e magari malato. Ne aveva abbastanza di litigare allo strenuo con la moglie. Per tutta la sua vita era vissuto di azione, anche nei suoi aspetti più violenti e drammatici, non di trantran famigliare. E comunque adesso che anche la seconda figlia era sistemata non aveva più niente da fare. E quindi era morto. Mi aveva per così dire affidato la figlia, e s’era ritirato alla chetichella, senza dare noia a nessuno. Il matrimonio e la sua scomparsa erano intimamente legati.</p>
<p>La donna che lavava i piatti con me mi parlava lentamente, perché pensava che essendo straniero non capissi molto. Mio suocero era una persona molto generosa, aveva fatto tantissimo per suo marito, che era un nipote adottivo, mi disse. Riusciva a trasformare in denaro qualsiasi cosa toccasse, ma non sapeva nemmeno cosa fosse l’avidità. Aveva ricominciato tutto a quarant’anni, dopo gli avvenimenti in cui era stato coinvolto nella colonia nel frattempo resasi indipendente: partendo dal niente era riuscito a diventare benestante. Lei e suo marito avevano un ristorante, mi disse, come giustificando il fatto che era abituata a lavare i piatti. Fra i clienti avevano molti italiani, tenne a precisare, facendo gli occhi come se parlasse di qualcosa di divertente. Io però non sembravo tanto un italiano, parevo piuttosto un olandese, aggiunse dopo un momento di silenzio. Io gli risposi che doveva aver ragione, perché spesso in Italia mi parlavano in inglese, o in tedesco. Lei rise, perché pensava che fosse una battuta.</p>
<p>In effetti quel mio suocero doveva avere dei lati molto belli, mi dicevo, osservando come ascoltava le sue ciarliere sorelle. Certo era collerico, certo era violento, certo si era sempre negato alla bambina che ora era mia moglie, ma era indubitabile che doveva aver avuto anche molte qualità. Era generoso, era aperto, sapeva coltivare le amicizie. Perfino adesso sulle sue labbra sembrava aleggiare l’ombra di un ironico sorriso. E quindi il terrorismo non era forse un aspetto così sostanziale come mi era sempre sembrato. Il suo terrorismo apparteneva in fondo alla preistoria.</p>
<p>Le due anziane sorelle avevano preso possesso della salma, adesso che era scesa l’oscurità, e che l’appartamento si stava svuotando. Loro non avevano bisogno di mostrarsi tristi, visto che erano tristi davvero. Dicevano quello che avevano voglia di dire, chiamando a testimoni gli altri presenti, trasformando la veglia funebre in un allegro e toccante chiacchiericcio. Quella relativamente più giovane con un inizio di baffi era la zia omosessuale di cui mi aveva parlato mia moglie, capivo adesso. Era lei che sparava fuori le battute più irriverenti, era lei che rideva più rumorosamente. Ogni tanto si trattava di una battuta razzista: un razzismo bonaccione e truculento di un altro tempo, venato di aromi coloniali.</p>
<p>L’anziana donna che adesso era mia suocera avrebbe voluto che le due cognate stessero zitte, che pregassero il suo Dio bigotto. Le guardava con un astio esausto, incredulo. Era troppo debole e troppo poco lucida per reagire, ma era chiaro che non sopportava quel loro comportamento, non le poteva sopportare. Aveva combattuto contro di loro per tutta una vita, aveva strenuamente avversato quello che di loro s’annidava nel marito, e adesso quelle arpie approfittavano della sua prostrazione per prendere il sopravvento. Se avesse potuto le avrebbe sbattute a calci fuori di casa. Io invece le trovavo sempre più simpatiche.</p>
<p>Ripensavo di nuovo a quello che mi aveva detto mio suocero prima di montare sul taxi il giorno dopo del matrimonio. Adesso dovrai avere moltissima pazienza, aveva ribadito, fissando il marciapiede. L’avevo presa per una minaccia. Capivo adesso che parlava in primo luogo di se stesso: si rimproverava di non averla avuta, la pazienza che richiedeva la donna che aveva generato mia moglie. Non era una frase da terrorista, era anzi una frase che prendeva le distanze dal terrorismo. Non era un proclama, era un messaggio indirizzato a me, alla persona che aveva avuto modo di inquadrare durante la cena. Qualcosa in lui sapeva che quei pochi attimi strappati ai saluti mentre salivano sul taxi erano l’ultima occasione per parlarmi.</p>
<p>Il nostro matrimonio era all’origine della morte del padre di mia moglie, il quale evidentemente era più attaccato a lei di quanto pensasse, mi dicevo. Era a causa di quell’innegabile legame che lei aveva preso la notizia così male. Quella morte era cominciata già il giorno dopo della cerimonia, già ai primi battibecchi. I nostri litigi di quella settimana erano in realtà l’attesa del trauma della scomparsa di suo padre, del dolore che l’avrebbe accompagnato, e che sarebbe verosimilmente durato degli anni. Era quello il vero motivo per cui il viaggio di nozze ci era apparso a entrambi tanto improbabile. Non si trattava dell’agonia della nostra relazione, stavamo covando la morte di suo padre. Probabilmente il nostro rapporto non era allo stremo, era il solito travagliato rapporto con i suoi imprevedibili e scoraggianti alti e bassi, il rapporto molto forte che durava ormai da dieci anni. Probabilmente il matrimonio non era stato un errore, era stata anzi una decisione azzeccata.</p>
<p>Adesso non andavo quasi più nella cucina. Non sentivo più il bisogno di nascondermi lavando i piatti. Me ne stavo lì ad ascoltare le due anziane sorelle che rievocavano speziati episodi della vita di mio suocero. Osservavo la zia tozza e con un inizio di baffi, la cui l’omosessualità nessuno in famiglia aveva mai nominato. Era lei che sovvertiva provocatoriamente le abitudini consolidate del lutto, trasformandolo in qualcosa di ben più pregnante. Era lei che aveva fatto piazza pulita dei benpensanti che si erano aggirati per la casa per tutta la giornata. Era lei che dava più noia alla cognata, chiusa nel suo dolore austero e egotista. E era lei che assomigliava di più a quella che adesso era mia moglie. Osservandola capivo da dove venivano la sfrontatezza e l’insolenza di quest’ultima, da dove veniva la sua sete di libertà.</p>
<p>Ma anch’io ero come mio padre, mi dicevo, ascoltando con un orecchio gli scambi verbali delle due vecchie iconoclaste, una delle quali aveva avuto il coraggio di vivere la propria omosessualità in quell’ambiente retrogrado che aveva avviluppato la sua esistenza. Aveva ragione mia moglie, avevo la sindrome del latitante. Non ero un terrorista, ma vivevo come se fossi un latitante, continuavo a scappare. Quel giorno ero stato tutto il giorno a lavare i piatti, ero fuggito per l’ennesima volta. Ero anch’io come mio padre, non sapevo adattarmi alle regole sociali, senza peraltro avere il coraggio di oppormi frontalmente.</p>
<p>L’amico terrorista si aggirava per la penombra dell’appartamento con movimenti striscianti e piccoli scatti involontari della testa: sembrava una fiera con i nervi tesi allo spasimo. Anche lui al cambiare dei tempi si era convertito alla vita civile, anche lui s’era costruito una maschera che col tempo era diventata un modo di essere, anche lui si era dedicato a accumulare denaro. Denaro e potere. Ma quel frangente lo affondava in un vortice regressivo, lo riportava indietro agli anni del tritolo e delle attività clandestine, agli anni lontanissimi degli ideali.</p>
<p>Stava facendosi tardi, presto ce ne saremmo andati con la vecchia zia razzista e omosessuale, che ci avrebbe ospitati da lei a dormire. Sentivo quindi il bisogno di stare accanto a quello che era stato per quattro giorni mio suocero. Di stargli vicino davvero. Non mi appariva più l’estraneo che mi era apparso quella mattina. Stando assieme per tutta quella lunghissima giornata avevamo in fondo finito per fare conoscenza, mi sembrava. E comunque anche senza conoscerlo lo conoscevo tramite la figlia, tramite gli atomi della figlia che ritrovavo nella sorella omosessuale, tramite i geni indomiti che vorticavano in quel ramo della famiglia, e che erano sciamati anche in mia moglie. Quei barlumi di follia che amavo. Il fatto che lui fosse morto e io fossi ancora vivo non mi appariva più una differenza così fondamentale come mi era sembrata quel mattino.</p>
<p><small><em>Immagine: <a href="http://www.gerhard-richter.com">Gerhard Richter</a>, &#8220;Gegenüberstellung 3&#8243; [Confronto 3], in </em>Baader-Meinhof<em>, 1988, cm 112 x 102, olio su tela, The Museum of Modern Art, New York.</em></small></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/07/autismi-2-mio-suocero-2a-parte/">Autismi 2 &#8211; Mio suocero (2a parte)</a></p>
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		<title>Autismi 2 &#8211; Mio suocero (1a parte)</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jan 2009 05:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/7699.jpg"></a> di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Quando l’ho conosciuto mio suocero non mi ha fatto l’effetto di un terrorista. Aveva un completo blu scuro che gli stava molto bene, e un’elegante cravatta. Era molto tranquillo. Più che un terrorista, sembrava un signore molto distinto e sicuro della propria posizione sociale, un grosso dignitario di un paese socialista con gli zigomi alti e le guance sode.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/05/autismi-2-mio-suocero-1a-parte/">Autismi 2 &#8211; Mio suocero (1a parte)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/7699.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-13055" title="7699" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/7699-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a> di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Quando l’ho conosciuto mio suocero non mi ha fatto l’effetto di un terrorista. Aveva un completo blu scuro che gli stava molto bene, e un’elegante cravatta. Era molto tranquillo. Più che un terrorista, sembrava un signore molto distinto e sicuro della propria posizione sociale, un grosso dignitario di un paese socialista con gli zigomi alti e le guance sode. Facevo fatica a immaginarmi che avesse pianificato degli attentati, avesse trasportato degli esplosivi, avesse sparato a bruciapelo. Non sembrava il tipo che è stato condannato a morte. E invece era stato condannato a morte. Poi era riuscito a scamparla, ma la condanna era stata emessa.<span id="more-13050"></span></p>
<p>I terroristi non hanno necessariamente scritto in faccia che sono terroristi, mi dicevo, mentre osservavo la pelle liscia e morbida del suo viso rasato da poco. Anzi, molti individui sembrano terroristi fatti e finiti, e invece sono mansueti come pecore imbottite di sedativi. Mio padre per esempio aveva ostentatamente rifiutato le regole democratiche, aveva fatto per tutta la vita l’apologia del fascismo, s’era sistematicamente defilato dai suoi doveri di padre, ma nei fatti aveva vissuto come un qualsiasi piccolo borghese. Lui che si era sempre atteggiato a terrorista non era affatto un terrorista, mentre mio suocero, che era un terrorista fatto e finito, o comunque lo era stato, e per questo era stato condannato a morte, sembrava un alto dignitario di un paese socialista, di quelli che sono partiti da una famiglia di contadini e sono arrivati ai vertici mondiali. Vatti a fidare delle apparenze.</p>
<p>Mio suocero non faceva caso alle persone che entravano e uscivano dalla sua stanza. Sembrava contento che venissero tutti a trovarlo, ma nello stesso tempo pareva preso da altre cose. Non parlava con nessuno. Nemmeno a me parlava, nonostante fossi suo genero. Da soli quattro giorni, ma pur sempre il genero. Aveva i capelli tirati all’indietro e molto in ordine. Si sarebbe quasi detto che non muovesse la testa per non correre il rischio di scombinarsi la pettinatura, come fanno certe signore con la messa in piega. A quanto  pare era un terrorista che ci teneva ai capelli.</p>
<p>Anche a casa si era sempre comportato da terrorista, a stare ai racconti di mia moglie. Brandiva pistole e altre armi da fuoco, fracassava i mobili, minacciava le sue due figlie di ammazzarle di botte, minacciava di uccidersi, batteva la testa nel muro fino a cadere stecchito per terra. Aizzava contro la bambina che sarebbe poi diventata mia moglie il suo cane lupo. I terroristi ci se li immagina sempre durante le loro austere azioni terroriste, mentre la vita del terrorista ha un sacco di attese, un sacco di tempi morti: gran parte dei terroristi sono terroristi anche nella vita privata. Anzi, a stare ai resoconti di mia moglie è proprio nella vita privata che i terroristi sono più terroristi.</p>
<p>Nel bislungo e come fossilizzato appartamento con le vetrate che davano sulla litoranea molto trafficata c’era sempre più gente. E con mio grande imbarazzo tutti mi salutavano. Ero il marito di una delle figlie, quindi davano per scontato che conoscessi tutti, e che conoscessi la casa. Era la prima volta che mettevo il naso lì, ma tutti i parenti e gli amici di famiglia mi trattavano come se fossi un intimo di casa. Non cercavo di ricordare i nomi, erano troppi, e troppo simili tra di loro. Stringevo meccanicamente mani che non avevo mai stretto e fissavo occhi che non avevo mai incrociato.</p>
<p>Mi sembrava di capirlo, mentre osservavo la sua faccia ostentatamente impassibile. Mi sembrava di capire perché nella seconda metà della sua esistenza aveva sentito la necessità di cucirsi addosso quella maschera di alto-borghese. Mi dicevo che i veri terroristi devono necessariamente nascondersi sotto una parvenza di normalità, ne va della loro sopravvivenza. Avrei voluto chiedergli come vedeva il rapporto tra terrorismo e normalità, se pensava anche lui che in certe condizioni gli estremi finiscono per toccarsi. Ma era evidente che non mi avrebbe dato corda: non aveva abbastanza confidenza. Forse se lo avessi incontrato una decina di anni prima mi avrebbe risposto, mi dicevo. Forse al primo marito glielo aveva detto, cosa c’è in comune tra l’essere un terrorista e la corazza borghese che aveva indossato. A me non diceva niente.</p>
<p>C’eravamo visti per la prima volta quattro giorni prima. In dieci anni che stavo con sua figlia assieme non ci eravamo mai incontrati, ma al matrimonio era venuto. Era salito apposta dalla riviera del sud con la consorte, avevano preso un albergo non troppo lontano da casa nostra. Mi era sembrato affabile e alla mano, per quello che avevo potuto capire. Ma non l’avevo osservato più di tanto, perché durante il pranzo di nozze era seduto all’altro capo della tavolata. Dalla mia parte c’era mia madre, che vociferava che al giorno d’oggi il matrimonio non è molto grave, perché se dio vuole c’è il divorzio. Il divorzio è la più bella invenzione degli ultimi duemila anni, la più sana, diceva. Parlava in italiano, ma tutti sembravano capire. Anche perché ripeteva ogni frase gridando via-via più forte. Dopodichè riprendeva una sua altra farneticazione riguardo alle mogli che stirano le camice dei mariti, con ampi gesti però che facevano piuttosto pensare a degli amplessi. Queste e altre inopportune pazzie che mi impedivano di rilassarmi e tanto meno di osservare mio suocero. E comunque quel giorno non ero molto lucido, perchè avevo mal di testa. Secondo mia moglie avevo mal di testa perché mi sposavo contro voglia. Io invece le avevo detto che avevo mal di testa perché avevo mal di testa, senza nessuna ragione particolare.</p>
<p>Verso la metà della mattinata una signora molto anziana ma ancora fiera della propria mummificata femminilità mi chiese dove avrebbe potuto trovare un bicchiere di acqua. Io indicai vagamente la direzione di quella che supponevo potesse essere la cucina. Mi sentivo un impostore. Mi ero dipinto sulla faccia un’espressione adatta alla circostanza, recitavo. Stringevo mani, baciavo guance, dicevo frasi. Incameravo condoglianze per un dolore che non provavo, che non potevo materialmente provare. Fingevo. Per questo mi guardavo intorno come chi teme di essere scoperto. Per questo mi sudavano le mani. Avevo paura di venire smascherato.</p>
<p>Ci eravamo sposati per non separarci. Ero io che le avevo fatto la proposta. Lei all’inizio non voleva saperne. Una settimana dopo il matrimonio sarei ripartito con un’altra venticinquenne, mi diceva. Non sapevo nemmeno io cosa volevo, non l’avevo mai saputo, mi diceva, con oscillamenti della testa di commiserazione. Le proponevo quella cosa solo perché ero ridotto molto male, e non sapevo dove sbattere la testa, mi diceva. Avevo intenzione di vivere alle sue spalle, diceva. Poi invece aveva accettato. E anzi ci aveva preso gusto, si era buttata anima e corpo nei preparativi. Telefonava a destra e a sinistra e prendeva le decisioni che si devono prendere quando si organizza un matrimonio, era contenta. Non era il suo primo matrimonio, ma era come se fosse il primo. E quindi anch’io ero contento. Dopo molti mesi ci sorridevamo, andavamo a mangiare al ristorante senza che nessuno dei due si alzasse di scatto e scomparisse nel nulla. E adesso eravamo sposati. E senza che nessuno lo avesse programmato ci trovavamo a casa dei suoi.</p>
<p>Il migliore amico di mio suocero si aggirava per la casa con le mani dietro la schiena. Ogni tanto entrava nella stanza con le persiane abbassate dove si trovava il suo fedele amico, e poi usciva scuotendo la testa: riprendeva a trascinarsi per la casa con le mani in tasca e mordendosi le labbra dall’interno. Era evidente che non aveva intenzione di parlare con nessuno. Anche lui era stato un terrorista, anche lui era stato condannato a morte. Lanciava in avanti le gambe con dispetto, come fanno le persone che sono stizzite ma che per qualche ragione preferiscono tenersela dentro. O anche si sedeva su una poltrona con i gomiti appoggiati alle ginocchia, e si stringeva la testa tra le mani.</p>
<p>Mio suocero non sembrava essere a disagio, sdraiato vestito di tutto punto sul letto. Pareva considerare normale il fatto di essere morto. Per certi versi appariva sollevato: almeno aveva finito gli incessanti litigi con la moglie, almeno tutte le grane erano finite. Ma era chiaro che per lui il decesso era qualcosa di serio, che va affrontato con una estrema dignità. Anche la morte faceva parte della maschera che copriva l’anima da terrorista. Era tutto preso nella rappresentazione della morte, di una morte dignitosa e rispettabile. Per questo aveva appuntato sul petto lo stemmino della legione l’onore, per questo sembrava esibirlo con l’impettita fierezza degli anziani ex-combattenti. Era morto, e in più era tutto preso dal suo ruolo di cadavere dignitoso e rispettabile, e quindi non potevamo parlare. Potevamo al massimo comunicare nel pensiero, ammesso che dentro di lui ci fosse ancora un pensiero. Per parlare nel senso stretto del termine era però troppo tardi.</p>
<p>Il giorno dopo il matrimonio eravamo usciti a cena. La donna che adesso era mia moglie, i suoi attempati genitori, ora miei suoceri, e io. Per dieci anni non c’eravamo mai incontrati, ma adesso ero il marito, quindi cenavamo assieme. Mangiavamo assieme come persone che non si conoscono e che non hanno niente da dirsi, ma senza imbarazzo apparente. Fino agli zingari. Non so come il discorso era caduto sugli zingari, e mio suocero sosteneva che la vera soluzione era espellerli tutti dal territorio nazionale. Mia moglie era insorta, aveva detto che erano molto meglio di molti connazionali che hanno una villa con piscina e un’alta opinione di loro stessi. Mi domandavo se si sarebbe alzata e si sarebbe affrettata verso l’uscita, come faceva con me. Se così fosse stato, avrei dovuto seguirla, o restare con i suoceri? Era più indicato porre l’accento sul mio ruolo di marito o su quello di genero? Era un dilemma che mi si poneva per la prima volta. Era invece seguito un silenzio nel quale la comunicazione era affidata ai tintinnii delle forchette. Poi mio suocero mi aveva domandato che lavoro facevo, e io avevo risposto che in quel momento non avevo un lavoro. Facendo un mulinello con la mano, come chi vuol far capire che ha molte possibilità, e deve solo decidersi a scegliere.</p>
<p>C’era un’atmosfera artificiale, in quel poco rarefatto appartamento affacciato sul traffico balneare nel quale mi trovavo per la prima volta. Non ero solo io che fingevo, anche gli altri fingevano. Sotto al dolore e al raccoglimento di circostanza appariva la deferenza alle regole sociali, la preoccupazione di dosare le parole e i gesti, di mostrarsi nella giusta luce. Nelle addolorate occhiate che circolavano si leggevano la soddisfazione di agire come si deve agire e l’amor proprio. Gli uomini erano vestiti di scuro e molto eleganti, e anche le donne erano imbalsamate nella loro eleganza. Molte avevano i capelli ossigenati: non avevo mai visto così tante donne che fingevano di essere bionde tutte assieme.</p>
<p>Adesso dovevo avere molta pazienza, perché sua figlia non aveva affatto un carattere facile, mi aveva detto il mio nuovo suocero prima di salire sul taxi che li avrebbe portati all’albergo, dopo la cena. Per niente facile, aveva ribadito, con una faccia che esprimeva un autentico spavento. Parlava a un volume normale, e senza affatto tirarsi in disparte, ma pur sempre in modo che sentissi solo io. Quelle sue frasi minacciose lanciate con scaltra destrezza nel frastuono della metropoli in modo che potessi sentirle solo io erano delle dichiarazioni da consumato terrorista di destra, mi pareva. Avrei voluto ribattergli che vivevamo assieme da dieci anni, e quindi le occasioni per conoscersi a fondo non erano certo mancate. E se avevamo deciso di sposarci voleva dire che ci andava bene così. Ma mi sembrava evidente che il mio parere non gli interessava.</p>
<p>Verso la fine della mattinata nel corridoio dell’appartamento dei miei suoceri spuntò una fila di persone, capitanata da un signore con i baffi pendenti sui lati e con una bandiera francese che gli attraversava di sbieco il pancione. Sgusciavano uno per uno nella stanza lasciando passare chi ne stava uscendo, come se avessero preparato nei dettagli la coreografia. Il primo era il sindaco della cittadina, e quelli che lo seguivano in fila indiana erano i vari consiglieri comunale, sentii bisbigliare da qualcuno. Un consigliere piuttosto giovane con i capelli lunghi remava su una carrozzella a rotelle. A quanto pare mio suocero faceva parte del consiglio comunale, e quindi venivano a dargli l’estremo saluto. Da terrorista si era convertito alle regole democratiche, si era trasformato in un rispettato consigliere del centrodestra. A differenza di mio padre lui si era convertito.</p>
<p>Il mattino dopo ancora quelli che erano adesso i miei suoceri erano ripartiti per il sud, dove si erano stabiliti dopo il periodo del terrorismo coloniale. E io mi ero ritrovato solo con quella che era e sarebbe rimasta mia moglie. Era stato un disastro fin dall’inizio. Non c’era più nessuna traccia della gioia del periodo dei preparativi. Nemmeno il più piccolo indizio. Era come se il palloncino di felicità che si era andato ingrossando nelle ultime settimane fosse esploso. Al posto della contentezza erano ritornate le recriminazioni astiose, al posto dei sorrisi gli sguardi in cagnesco. Lei aveva preso quindici giorni di ferie, ma né io né lei avevamo voglia di fare alcunché. Ci alzavamo molto tardi, ci salutavamo appena.</p>
<p>All’inizio della settimana successiva avremmo dovuto partire per un giro di una settimana in Marocco, che nel trasporto prematrimoniale avevamo presagito come un felice di viaggio di nozze. Ma era chiaro che né io né lei avevamo voglia di andare in Marocco, e che anzi la prospettiva ci spaventava. Quindi non ne parlavamo, non facevamo nessun preparativo. Ognuno di noi constatava che il nostro tardivo matrimonio non apportava niente di nuovo: eravamo infelici come prima. In termini di felicità non cambiava niente che fossimo sposati o meno. Anzi, era peggio, perché adesso c’era di mezzo quel legame formale che le rispettive esperienze familiari ci portavano a considerare il suggello del fallimento affettivo.</p>
<p>All’inizio del pomeriggio mentre uscivo dalla stanza di mio suocero mi si avvicinò un signore con la testa infossata nel collo e le braccia lunghe. Pensai che si sbagliasse di persona, invece puntava proprio verso di me. La sua faccia ammaccata per certi versi mi diceva qualcosa, ma non mi ricordavo se davvero l’avevo già vista da qualche parte. Era il marito della sorella di mia moglie, ci eravamo già presentati, sputò fuori la faccia da pugile, accorgendosi che stentavo a inquadrarla. Poi per un lungo momento mi fissò con le sopracciglia sollevate, come sfidandomi a ribattere qualcosa. Per qualche motivo sembrava sempre più furente. Complimenti per essere entrato in una famiglia ricca al momento giusto, aggiunse, constatando che avevo la faccia tosta di non dire niente. Si riferiva all’eredità. Ma non l’ho capito subito: sul momento vedevo solo l’astio feroce, che da un momento all’altro avrebbe potuto trasformarsi in allenata aggressione fisica. Era impossibile non vederlo. Voltò i tacchi, e si mise a parlare con un militare in divisa.</p>
<p>La notizia della morte del padre si era abbattuta su quella che da quattro giorni era mia moglie come una mazzata. Era come se il fatto che si fossero frequentati così poco aggravasse le cose, rendesse il distacco ancora più doloroso. Il malessere dei giorni precedenti acquistava il suo vero senso, mi sembrava: in qualche modo avevamo presentito quello che sarebbe successo. Invece di partire per il Marocco dovevamo partire per la riviera del sud, la nostra vera meta era quella.</p>
<p>Adesso sapevo dove era la cucina. La grande cucina era l’unico posto dove potevo tirare il respiro, e dove non rischiavo di imbattermi in cognati appassionati di pugilato, mi ero reso conto. Per darmi un contegno, ma anche solo per passare il tempo, lavavo le stoviglie. Lavavo montagne di tazze e di bicchieri e piatti, che a quanto pare nessun altro pensava di lavare. A me è sempre piaciuto lavare i piatti. Modestia a parte penso di essere un ottimo lavatore di piatti, molto valido sia sul piano della velocità che su quello della qualità del lavaggio, ma attento anche al risparmio energetico. Ero contento di poter rifugiarmi in quell’attività nella quale mi sentivo perfettamente a mio agio. Sotto il lavandino c’erano dei guanti di gomma, ma io non li mettevo, perché i piatti mi piace lavarli con le mani nude, sentendo le scivolosità dello sporco e l’attrito inconfondibile della ceramica pulita.</p>
<p><small><em>(continua)</em></small></p>
<p><small><em>Immagine: <a href="http://www.gerhard-richter.com/">Gerhard Richter</a>, &#8220;Beerdigung&#8221; [Funerale], in</em> Baader-Meinhof<em>, 1988, cm 200 x 320, olio su tela, The Museum of Modern Art, New York.</em></small></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/05/autismi-2-mio-suocero-1a-parte/">Autismi 2 &#8211; Mio suocero (1a parte)</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Nembo (Kid) e la cartoonizzazione della Storia</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Sep 2008 21:14:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/nembo.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>L&#8217;antrofonico La Russa ha rammemorato &#8220;quelli della Nembo&#8221; come esempio di soldati repubblichini che meritano il rispetto di chi guardi con obiettività alla storia d&#8217;Italia, in quanto &#8220;dal loro punto di vista combatterono credendo di difendere la patria&#8221;.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/08/nembo-kid-e-la-cartoonizzazione-della-storia/">Nembo (Kid) e la cartoonizzazione della Storia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/nembo.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8197" title="nembo" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/nembo-222x300.jpg" alt="" width="155" height="210" /></a></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>L&#8217;antrofonico La Russa ha rammemorato &#8220;quelli della Nembo&#8221; come esempio di soldati repubblichini che meritano il rispetto di chi guardi con obiettività alla storia d&#8217;Italia, in quanto &#8220;dal loro punto di vista combatterono credendo di difendere la patria&#8221;. L&#8217;ingenuità di tale enunciato è disarmante, se non fosse che lascia tralucere un ben forte <em>arrière-pensée</em>: quello di uno che è rimasto, senza mezzi termini, fascista. Il loro punto di vista, dice l&#8217;Ignazio. E parla di credenza, ovvero di fede. <span id="more-8193"></span>Bene, sfido chiunque a trovare qualcuno che impugna le armi secondo un altro punto di vista. O meglio, ci sono, certo: per esempio tutti coloro che erano stati arruolati a forza nell&#8217;esercito repubblichino perché non avevano avuto il coraggio di darsi alla macchia o di affrontare la fucilazione (che, lo si ricordi, veniva <em>bandita</em> anche con manifesti pubblici firmati dal giovane Almirante). Ma non stiamo parlando di quelli, qui, bensì di giovani che avevano scelto liberamente la parte del campo di battaglia. La buona fede, l&#8217;intenzione, la credenza – non possono costituire metro di giudizio storico.</p>
<p>Ricordo che, ai tempi della tesi di dottorato, leggendo i verbali del Comitato centrale del Pci dopo il famigerato discorso di Kruscev al XX Congresso, che avviò il processo politico frettolosamente definito &#8220;destalinizzazione&#8221;, Mario Montagnana disse che bisognava &#8220;mettere in rilievo la buona fede di Stalin&#8221;. E forse aveva ragione sulla buona fede, Stalin era un uomo &#8220;integerrimo&#8221; che &#8220;sacrificò&#8221; la sua vita (oltre a quello di qualche milione di altre, va da sé) per la Causa. Ma questa sua buona fede ci diceva qualcosa in quanto rilievo storico? No, nulla. Ci diceva qualcosa solo dell&#8217;attaccamento sentimentale di Montagnana. La buona fede, e la fede in genere, non sposta di un ette il senso storico delle cose. Perché è di questo che stiamo parlando, che si dovrebbe parlare. Invece l&#8217;Ignazio sfrutta l&#8217;8 settembre – che nella retorica fascista ha sempre e solo rappresentato il tradimento e il disonore – per rivelare a tutti il suo attaccamento sentimentale alla propria <em>storia</em>.</p>
<p>Sul sito ufficiale dell&#8217;associazione nazionale Nembo (i militari del reggimento paracadutisti) sono trascritti alcuni passi &#8220;dal diario di guerra della Medaglia d’Oro al Valor Militare Magg. Mario Rizzatti&#8221;:</p>
<div><em></em></div>
<div><em></em></div>
<div><em></em></div>
<p><em></p>
<p align="justify">Io mi rifiuto di ubbidire all’ordine di tradire la Patria e di passare al nemico perché questo è un diritto e un dovere militare. Quindi io, con il mio battaglione continuo la guerra da leale alleato al fianco della Germania.</p>
<p> </p>
<p></em></p>
<p align="justify">Sulla &#8220;Patria&#8221; ci sarebbe tanto da dire – il maggiore decide ciò che spetterebbe, per definizione (e tanto più per la sua), solo a una comunità decidere: qual è la Patria – su questo ha scritto pagine fondamentali Claudio Pavone in &#8220;Guerra civile&#8221;. Mi interessa notare, qui, il gesto paradossale del maggiore che decide di smettere di obbedire e compiere – kierkegaardianamente, si potrebbe dire, come Abramo con Isacco – il &#8220;salto nella fede&#8221;: obbedisce solo alla voce interiore, e accetta il rischio. Fede, decisione, sacrificio – sono i termini chiave della narrazione del sito dell&#8217;associazione Nembo &#8211; significativamente anche quando racconta dei paracadutisti schieratisi con il Corpo Italiano di Liberazione a fianco degli Alleati. Ora, certo sappiamo come la pedagogia delle scuole fasciste, e il discorso pubblico di un&#8217;intera società, non lasciavano a molti giovani altro orizzonte mentale possibile. Ma lo stesso discorso può essere adeguato, ancora, a qualsiasi persona che, in virtù della fede (buonissima, anzi ottima), abbia preso parte a eventi storici criminali – così come per Stalin, o per un SS qualsiasi, o perfino per Hitler (ma su questo avrei qualche dubbio). Insomma, la fede non ci dice nulla di nulla – e non è in questione. In questione è il senso storico degli eventi. E il senso storico è netto e indefettibile: libertà contro totalitarismo. Ma viviamo in tempi in cui il senso storico si fatica a rintracciarlo: figure e atti sono appiattiti e ritagliati entro un flusso indiscriminato di dati intercambiabili.</p>
<p align="justify">Se il fascismo ha un seguito crescente tra i più giovani è anche in virtù della sua crescente destoricizzazione – il che significa, per un evento storico, la sua spoliticizzazione. Nel flusso indiscriminato della storia ridotta a <em>trompe l&#8217;œil</em> la figura di un Mussolini – così come tutte le altre che da lui emanano a cascata, come in una processione plotiniana – diventa un ritaglio che fa segno solo a sé. Questo processo di cartoonizzazione rende possibile elevare Mussolini a referente reale di istanze politiche vive, oggi. Insomma, dopo la spoliticizzazione &#8211; resa operante, entro la generale perdita di senso dei fatti storici, dal grande magma del tardo-capitalismo mediatico – si può finalmente riattivare una nuova politicizzazione di quella figura. Perfetta per la voglia d&#8217;Ordine sempre risorgente – dai grembiulini all&#8217;edilizia carceraria – all&#8217;Autorità e Gerarchia invocata da Brunetta – alla miscela di liberismo e populismo di questo governo pericoloso (il no-global protezionista Tremonti – un antiglobalismo che vorrebbe solo servi e non concorrenti &#8211; che va a braccetto con le posizioni identitarie e neorazziste di Alemanno). E allora, in questa voglia d&#8217;Ordine, Nembo può tranquillamente, senza colpo ferire, senza soluzione di continuità, trapassare in Nembo Kid, un supereroe che ci fa sognare tempi nuovi e cieli nuovi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/08/nembo-kid-e-la-cartoonizzazione-della-storia/">Nembo (Kid) e la cartoonizzazione della Storia</a></p>
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		<title>Credere, obbedire, combattere (di quando l&#8217;esercito scendeva per strada)</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Aug 2008 16:21:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Il 4 agosto è sempre stato un giorno speciale per me: in questa data nel 1792 nasceva infatti nel Sussex Percy Bysshe Shelley, il poeta romantico che amavo da ragazzina. Avevo circa tredici anni &#8211; dopo aver letto <em>Ode to the West Wind </em>su una vecchia antologia liceale, mia madre mi regalò un’edizione italiana delle sue poesie con traduzione di Roberto Sanesi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/06/credere-obbedire-combattere-di-quando-lesercito-scendeva-per-strada/">Credere, obbedire, combattere (di quando l&#8217;esercito scendeva per strada)</a></p>
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<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Il 4 agosto è sempre stato un giorno speciale per me: in questa data nel 1792 nasceva infatti nel Sussex Percy Bysshe Shelley, il poeta romantico che amavo da ragazzina. Avevo circa tredici anni &#8211; dopo aver letto <em>Ode to the West Wind </em>su una vecchia antologia liceale, mia madre mi regalò un’edizione italiana delle sue poesie con traduzione di Roberto Sanesi. Nella mia fantasia Shelley divenne molto di più dell’autore di poesie o del bel volto efebico dei ritratti –  morto giovane, al largo di Livorno,  personaggio idealista che conversava con le rovine di regni immaginari, con la maga di Atlantide, con il cantore del mattino (l’allodola, dove Keats che avrei conosciuto dopo, sceglieva la malinconia lunare dell’usignolo) e naturalmente con il turbine di foglie nel vento occidentale, si trasformò in uno spettro inquieto che rispondeva alla mia adolescenza. Il fatto che in realtà non lo “vedessi” se non tra i versi tradotti e le mie prime faticose incursioni nell’originale, non costituiva un problema: avevo collezionato una serie di amici fantastici di cui lui era soltanto l’ultimo ed il più eccezionale.<br />
<span id="more-6931"></span><br />
Il 4 agosto rappresentava quindi fino ad oggi uno dei giorni-simbolo per i miei dialoghi con i morti, nei quali sempre più spesso vorrei indugiare, fuggire.<br />
Perché continuo a ritenere questi dialoghi nella loro inutile introiezione molto più fertili, o per lo meno <em>felici</em>, di quelli con la maggioranza dei miei contemporanei e conterranei.  Ma il 4 agosto 2008 non posso esimermi dall’Italia che scende in piazza, nei centri cittadini, e non è la nazionale di calcio. È l’esercito. L’ultimo successo del pacchetto sicurezza del nostro attuale governo. L’avvocato Ignazio La Russa si dichiara contento della scelta di pattuglie a piedi, che guadagnano così maggior visibilità (mitra compresi). In fondo è simpatico, il personaggio La Russa, baffuto e occhio-ceruleo, tifoso dell’Inter, ospite di svariati contenitori televisivi, doppiatore dei Simpson, imitato da Fiorello nel suo accento siciliano, fedele alla linea, ma sempre generosamente disponibile al confronto nei talk-show. Ispira un certo moto affettivo, anche se per esaurimento mediatico, per abitudine involontaria. Davanti a questo straordinario curriculum, il fatto che sia Ministro della Difesa passa legittimamente in secondo piano, le sue dichiarazioni esuberanti diventano accettabili nel bonario paese del bengodi, dove l’umana simpatia è tutto. Resa giustizia al nostro ministro e all’ambito a cui appartiene mi resta però un dubbio. L’esercito scende per strada. Ma in quale conflitto, in quale guerra civile si trova esattamente coinvolta l’Italia? Chi è il nemico dove si nasconde? In quale modo lo riconosceremo? I nemici di una volta avevano per lo meno il buon gusto di rendersi identificabili. Emanavano una puzza terribile, si lavavano con il sangue di bambini cristiani, nascondevano un marchio diabolico, un occhio torvo infetto in un corpo guasto di vecchia, si aggiravano nei luoghi pubblici con strani barattoli colmi di un grasso biancastro per diffondere il morbo, avevano il carnato bruno del feroce Saladino (in seguito una famosa figurina), parlavano una lingua straniera. Queste ultime due categorie, in effetti, le abbiamo ancora. Ma il nemico ha imparato il mestiere, si è fatto scaltro, abile trasformista: nel tempo di uno zapping riesce ad essere simultaneamente il più classico clandestino (un must assoluto), il gruppo giovanile nazifascista che massacra un coetaneo in branco, (ma sia chiaro senza traccia di ideologia e dopotutto non bruciano bandiere), un branco di allegri stupratori, l’anonimo venditore di anfetamina, il bullo della scuola, l’aspirante redattore di testamento biologico, la donna che abortisce, il professore universitario che scrive una lettera… Un aggressore eclettico insomma, che, nutrito dal solito humus genetico-culturale, risponde alla capacità camaleontica dei suoi persecutori più in voga, i quali al saluto romano antepongono il sorriso dell’imbonitore, all’attentato politico preferiscono lo sberleffo e la prepotenza verbale, al posto delle bonifiche e della Libia ci “regalano” Milano 2 e Milano 3,  le più belle città d’Italia, a detta del filantropo supremo, ché Venezia e Firenze sono solo muffa e pantegane dell’Arno. Le care vecchie pantegane. Il male, si sa, ha dinamiche prevedibili eppure ci coglie sempre impreparati. In questa situazione di smarrimento identitario-collettivo il ruolo dell’esercito diventa allora necessario per il bene di ambo le parti. Perché da <em>chiunque</em> sia estirpato il nemico, perché il potere trovi conferma della sua natura primigenia, nonostante gli scossoni e le pelli cambiate nell’ultimo cinquantennio. C’è bisogno non tanto del singolo, del soldato esperto che fa il suo lavoro, che come tale, si spera, sa anche quando non farlo, ma dello spauracchio stolido di arma e divisa sollecito al richiamo di grandi parole. Si nasconde da qualche parte, implicita, la solita vecchia formula come una carta moschicida per la coscienza &#8211; “Credere. Obbedire. Combattere”.  Parole piene di speranza,  lealtà, coraggio, tradite nella loro essenza. A cosa? A cosa? Per cosa? Per cosa marcia l’esercito in strada? In cosa credono? In cosa crede chi ce li manda? A cosa educano intimidazione, repressione, paura? Perché tanta solerzia governativa non viene spesa nella conoscenza dell’altro oltre che nella sua espulsione radicale, come un corpuscolo morto dall’occhio? E molte altre domande spontanee a raffica, domande dettate dal comune buon senso, domande che si fa mia nonna che ha la quinta elementare, che pure in pochi sembrano porsi. Nemmeno i morti mi danno consolazione. Perché parlo da sola. Certo non mancheranno coloro che la pensano come me e coloro pronti a viziare le mie intenzioni, ma mancano gli interlocutori reali, la dialettica: ovunque si diffonde la stessa omologazione acritica, la tendenza aprioristica a schierarsi “contro”, una sorta di rassegnazione sognante per cui qualsiasi cosa succeda non ci riguarda, in fin dei conti. </p>
<p>Credere. Obbedire. Combattere. Come sarebbero nobili, svincolati dall’ideologia in cui fioriscono, questi verbi. Ne mancherebbe però un quarto. Il meno altisonante, il più umile, sempre esule, malsopportato nel vocabolario di ogni tempo.  Riapro un buon libro, il segno si trova da solo per quante volte ho letto quella pagina, che mi commuove, da sciocca quale sono. È l’<em>Apologia della storia </em>di Marc Bloch. Lo apro per illudermi forte nella materia che ho scelto su tutte, anche su letteratura inglese che pure amavo di più, ho amato fin da bambina. Storia. Il tentativo di indagare un frammento del nostro passato, per trovare una strada, lasciare testimonianza, così che, se non noi, coloro dopo di noi potranno apprendere, riflettere, criticare, essere migliori. Tesi di dottorato, articoli, libri chiusi nelle biblioteche, noiosissime lezioni scolastiche piene di numeri e date.  </p>
<p>“Un motto in sintesi, domina e illumina i nostri studi: “comprendere”. Non diciamo che il bravo storico è estraneo alle passioni; ha per lo meno quella. Motto, non nascondiamocelo, carico di difficoltà, ma anche di speranza. Soprattutto, motto carico di amicizia. Persino nell’azione, noi giudichiamo troppo. È comodo gridare: “a morte!”. Non comprenderemo mai abbastanza. Chi è diverso da noi – straniero, avversario politico – passa, quasi necessariamente, per un cattivo. Anche per condurre le lotte che non si possono evitare, un po’ più di intelligenza delle anime sarebbe necessaria; a maggior ragione, per evitarle, quando si è ancora in tempo. La storia, purché rinunci alle sue false arie da arcangelo, deve aiutarci a guarire da questo difetto. Essa è una vasta esperienza delle varietà umane, un lungo incontro fra gli uomini. La vita, come la scienza, ha tutto da guadagnare dal fatto che questo incontro sia fraterno”. </p>
<p>Per contrasto, con il 4 agosto rovinato, mi rivedo qualche mese fa, a Milano, in piena campagna elettorale. Non ero mai stata a Milano in quella situazione. Alcune stazioni della metropolitana erano chiuse per via di un tentato suicidio e da Piazzale Loreto ho dovuto prendere l’autobus, viaggiando in superficie. Ovunque capeggiavano manifesti di Alleanza Nazionale e Forza Italia, inneggianti a grandi lettere la questione sicurezza. Ne ricordo uno in particolare con Gianfranco Fini, la posa rassicurante, composta, lo sguardo senza emozione che gli è tipico, sopra una frase che diceva più o meno “Mai più clandestini sotto casa”. La corsa in autobus era affollata e lenta, un’anabasi in delirio, l’effetto del mezzo unito a quello dei manifesti mi aveva stordito con una leggera nausea – credo di aver tenuto per dieci minuti buoni la bocca spalancata come davanti a cose mai lontanamente sospettate. Mi è sembrato per un po’ di essere dentro uno di quei film americani anni Cinquanta sugli alieni, <em>La cosa da un altro mondo</em> oppure<em> L’invasione degli ultracorpi</em>. I clandestini (ma a posteriori avrebbero potuto essere individui qualsiasi appartenenti alla categoria del nemico, elencati sopra) scoppiavano come enormi baccelli viscidi dentro la testa, il torace, il sesso. Prendevano le mie fattezze, si impossessavano delle mie cose fino a gettare la mia carcassa inservibile in una discarica di corpi a cielo aperto. Avvertivo una terribile sensazione sudaticcia di asfissia. Solo che non era un set cinematografico. È il mio paese. </p>
<p><em>Immagine: Kevin McCarthy, Dana Wynter </em> ne <em>L&#8217;invasione degli ultracorpi (Don Siegel, 1956) </em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/06/credere-obbedire-combattere-di-quando-lesercito-scendeva-per-strada/">Credere, obbedire, combattere (di quando l&#8217;esercito scendeva per strada)</a></p>
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		<title>La Shoah della cultura italiana: un bue sulla lingua</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jan 2008 06:00:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>a cura di <strong>Tina Nastasi e Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/san-sabba2.jpg" title="Risiera di San Sabba: simbolica Pietà costituita da tre profilati metallici a segno della spirale di fumo che usciva dal camino"></a></p>
<p>["<em>Avrei molte altre cose da dirle, ma ci vorrebbero forse dei volumi e d’altra parte non saprei come esprimerle sentendo di avere un peso sulla testa o, come nella <a href="http://metabolgia.wordpress.com/2007/11/16/otium-sull%E2%80%99immaginario-nella-poesia-epica-e-tragica-di-gianmario-lucini/">tragedia</a> antica, un bue sulla lingua</em> …" da una lettera di Hélène Metzger a George Sarton del 12 agosto 1942]</p>
<p><em>Oggi è la giornata della memoria di uno dei fatti più gravi cui gli europei hanno assistito nel Novecento, alcuni da atroci protagonisti attivi, altri da vittime, altri da spettatori più o meno impotenti: la persecuzione e lo sterminio di massa degli appartenenti al popolo ebraico (senza dimenticare che sorte simile ebbero altre non meno sfortunate categorie, comunisti, omosessuali, disabili, zingari, e via elencando).</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/27/shoah-italiana-un-bue-sulla-lingua/">La Shoah della cultura italiana: un bue sulla lingua</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>a cura di <strong>Tina Nastasi e Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/san-sabba2.jpg" title="Risiera di San Sabba: simbolica Pietà costituita da tre profilati metallici a segno della spirale di fumo che usciva dal camino"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/san-sabba2.thumbnail.jpg" alt="Risiera di San Sabba: simbolica Pietà costituita da tre profilati metallici a segno della spirale di fumo che usciva dal camino" /></a></p>
<p>["<em>Avrei molte altre cose da dirle, ma ci vorrebbero forse dei volumi e d’altra parte non saprei come esprimerle sentendo di avere un peso sulla testa o, come nella <a href="http://metabolgia.wordpress.com/2007/11/16/otium-sull%E2%80%99immaginario-nella-poesia-epica-e-tragica-di-gianmario-lucini/">tragedia</a> antica, un bue sulla lingua</em> …" da una lettera di Hélène Metzger a George Sarton del 12 agosto 1942]</p>
<p><em>Oggi è la giornata della memoria di uno dei fatti più gravi cui gli europei hanno assistito nel Novecento, alcuni da atroci protagonisti attivi, altri da vittime, altri da spettatori più o meno impotenti: la persecuzione e lo sterminio di massa degli appartenenti al popolo ebraico (senza dimenticare che sorte simile ebbero altre non meno sfortunate categorie, comunisti, omosessuali, disabili, zingari, e via elencando). Data la mia </em>(as) <em>pluridecennale appartenenza al mondo universitario scientifico e la mia</em> (tn) <em>esperienza nel mondo della scuola, il modo, molto parziale ma non privo d’interesse, che vi proponiamo per mantenere la consapevolezza di quello che accadde e per ri-capirne le conseguenze nell&#8217;oggi, è ripercorrere brevemente le vicende italiane che riguardarono scuola e università e in particolare il mondo della matematica italiana &#8211; analogo discorso varrebbe del resto per la fisica (basti pensare a Enrico Fermi), la chimica, ecc. Vicende le cui conseguenze furono e anzi </em>sono<em> di lungo periodo, sia sotto il profilo della pesante <a href="http://www.corriere.it/cronache/07_dicembre_04/scuola_ocse_ricerca_2bfd5f7c-a25c-11dc-9440-0003ba99c53b.shtml">perdita</a> di formazione di alto livello (vedi gli interessanti e deprimenti documenti scaricabili <a href="http://www.invalsi.it/invalsi/ri/pisa2006.php?page=pisa2006_it_05">qui</a>) sia sotto quello della perdita di autonomia intellettuale da parte di chi è sottoposto all&#8217;</em>Autorità<em>.<br />
Visto che non dobbiamo inventare nulla di nuovo, vi proponiamo qui alcune pagine [pp. 230-43] di un puntuale e documentato libro sull’argomento: Angelo Guerraggio e Pietro Nastasi,</em> Matematica in camicia nera – Il regime e gli scienziati, <em>Bruno Mondatori 2005. Ci siamo limitati a qualche minimo intervento, e abbiamo lasciato la numerazione delle note come nell’originale. Segnaliamo poi specialmente il volume menzionato nella nota [13]. Ringraziamo molto gli autori che hanno dato il loro consenso a questa messa in rete. tn e as</em><br />
<strong>Le leggi antisemite del 1938</strong></p>
<p>Gli ebrei italiani del Regno di Piemonte e Sardegna avevano conquistato i diritti civili e politici nel 1848. <span id="more-5226"></span><br />
Le vicende risorgimentali avevano poi esteso questi provvedimenti alle regioni via via annesse al nuovo Stato. Da allora, gli ebrei italiani avevano partecipato alla vita nazionale come cittadini uguali agli altri, non più soggetti alle limitazioni, alle angherie e alle interdizioni che avevano segnato la loro plurisecolare presenza sul terreno italiano.</p>
<p>Novant&#8217;anni dopo, tra il luglio e il settembre del 1938, i circa cinquantamila ebrei italiani scoprono &#8211; e il Paese assieme a loro &#8211; che era stato tutto un sogno: il fascismo e la monarchia rompono d&#8217;un sol colpo il patto di unità nazionale.</p>
<p>Non si tratta solo di raccontare le tristi vicende di poche centinaia di intellettuali, quanto di illustrare l&#8217;entità delle conseguenze per le loro comunità. Anche per la matematica il danno è etico (tornano alla mente le parole di Colonnetti quando parla del «reato di prostituzione della scienza» [11] e quelle di Finzi quando parla delle «roboanti approvazioni» e dei «silenzi assordanti» [12] dei nostri intellettuali di fronte all&#8217;antisemitismo di Stato) e avrà profonde e negative ripercussioni sugli atteggiamenti delle generazioni più giovani. Ma il danno è anche immediato e coinvolge la produttività della ricerca. Quello che si configura come il culmine della repressione fascista, e l&#8217;inizio del suo esplicito divorzio dai sentimenti della maggioranza della popolazione, allontana dalla ricerca e dall&#8217;insegnamento –  anche nel campo matematico – studiosi di assoluto valore, con l&#8217;inevitabile depressione dei giovani più brillanti.</p>
<p>Anno 1938: escalation verso le leggi razziali:<br />
-14 febbraio: Bottai [allora ministro dell’educazione nazionale, era stato ministro delle corporazioni nella prima fase del fascismo] chiede al Rettore del Politecnico di Milano (e presumibilmente anche agli altri Rettori) dati sulla presenza ebraica tra gli studenti e i professori [32].<br />
-13 marzo: il Gran Consiglio del fascismo avvalla l’<em>Anschluß</em> [annessione dell’Austria alla Germania] (il giorno stesso dell’annessione)<br />
-3 – 9 maggio: visita di Hitler in Italia<br />
-31 maggio: Mussolini, nella qualità di ministro dell’interno, chiede a un prefetto di accertare la “religione professata” da un candidato a un concorso del ministero.<br />
-4 giugno: visita in Italia di una delegazione dell&#8217;ufficio della razza nazista.<br />
-6 giugno: a un prefetto viene chiesto di indagare la “religione professata” da un segretario provinciale di un sindacato fascista (appena nominato).<br />
-18 giugno: il Gabinetto della Presidenza del Consiglio dei ministri riceve una “disposizione di massima” di Mussolini perché venga impedito agli ebrei di partecipare ai congressi internazionali. La direttiva viene poi formalizzata e trasmessa alle Autorità, mediante una circolare (21 luglio) del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.<br />
-3 luglio: Mussolini impartisce ai Capi di Gabinetto dei “suoi” ministeri (Guerra, Marina e Aeronautica) la direttiva di non ammettere ebrei nelle Accademie militari.<br />
-14 luglio: viene pubblicato sul quotidiano “Giornale d’Italia” il documento il fascismo e i problemi della razza, meglio noto come Manifesto degli scienziati razzisti. Una breve premessa informa  che è stato redatto da un «gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle Università italiane»  che hanno lavorato «sotto l’egida del ministero della cultura popolare». Lo scritto fissa «quella che è la posizione del Fascismo nei confronti del problema della razza». È da questo documento che gli italiani apprendono improvvisamente di appartenere alla razza ariana.<br />
-19 luglio: viene resa pubblica !&#8217;intenzione di trasformare l&#8217;Ufficio demografico centrale del ministero dell’interno in direzione generale per la Demografia e Razza, nota poi come &#8220;Demorazza&#8221;.<br />
-29 luglio: la Direzione generale della polizia chiede ai prefetti l’elenco degli iscritti alle comunità israelitiche e l’elenco dei “dissociati”.<br />
-17 agosto: una circolare del ministero dell&#8217;Interno ordina ai prefetti di impedire agli ebrei di essere nominati in “cariche pubbliche”.<br />
-22 agosto: la “Demorazza”, in collaborazione con l’Istat, fa effettuare un censimento speciale degli ebrei.<br />
-25 agosto: il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio diffonde una circolare che vieta di concedere onorificenze cavalleresche a ebrei.<br />
-5 – 7 settembre: decreto legge sulla scuola contro i docenti e gli studenti italiani ebrei e contro gli ebrei stranieri.<br />
-24 settembre: la “Demorazza” chiede alle prefetture di riferire entro due giorni sul «problema ebraico» e sulla «situazione ebrei nelle cariche pubbliche politiche amministrative sindacali o nelle attività commerciali o industriali».<br />
-29 – 30 settembre: Hitler e Mussolini si incontrano a Monaco.<br />
-6 ottobre: il Gran Consiglio del fascismo decide la persecuzione.<br />
-17 novembre viene emanata la legge organica che regolamenta la cosiddetta questione razziale e assorbe i decreti del 5 e 7 settembre.</p>
<p>L&#8217;analisi delle leggi razziali del 1938 e delle sue conseguenze sul mondo matematico italiano ha bisogno di qualche considerazione di carattere generale. La prima riguarda la forza &#8211; quantitativa e qualitativa &#8211; della presenza che gli italiani-ebrei raggiunsero, già all&#8217;indomani della ottenuta parificazione di diritti, in tutti i settori della vita intellettuale e, in particolare, nel campo delle discipline scientifiche. Per la matematica ci siamo ripetutamente occupati, per esempio, di Pincherle, Volterra, C. Segre, Castelnuovo, Enriques, Levi-Civita, E.E. Levi. L&#8217;elenco, caratterizzato da nomi di indiscusso e riconosciuto spessore scientifico, basterebbe da solo a giustificare la questione se il successo matematico debba in qualche modo potersi spiegare con speciali attitudini razziali. La risposta viene però dalla considerazione [13] del livello culturale della comunità ebraica: a fronte di un analfabetismo dell&#8217;intera popolazione italiana del 1861 non inferiore al 70%, quello ebraico superava di poco il 5%. Nei decenni successivi, gli analfabeti italiani scendono al 50% nel 1901 e al 27% nel 1927; parallela¬mente, nel 1901 l&#8217; analfabetismo degli italiani-ebrei è sceso sotto il 5 %  ed è addirittura scomparso nel 1927.<br />
Il dato spiega la forte presenza ebraica tra le file ancora fragili dell&#8217;intellighenzia italiana, nei decenni fra Otto e Novecento. Si tratta di intellettuali largamente &#8220;assimilati&#8221;, che si sentono cittadini italiani a tutti gli effetti e neppure concepiscono la possibilità del doppio status di italiano e di ebreo. Nel periodo che va dall&#8217;unificazione del Paese all&#8217;ascesa del fascismo, il loro atteggiamento si ispira alla partecipazione incondizionata e anzi entusiasta alla vita nazionale. Gli ebrei erano stati quasi tutti &#8220;patrioti&#8221;, spesso più degli altri italiani, quasi a manifestare la gratitudine per il nuovo assetto istituzionale e politico che li aveva definitivamente liberati dalla segregazione dei ghetti e dalla discriminazione. Partecipano alla grande guerra, hanno i loro caduti, le loro medaglie. E il loro atteggiamento non viene modificato in modo sostanziale dal fascismo. Non pochi ebrei indossano la camicia nera e continuano a partecipare con immutato zelo alla vita nazionale. Non pochi professori ebrei sono docenti di Diritto corporativo e non pochi partecipano attivamente all&#8217;elaborazione delle prime fasi della politica demografica, eugenica e razziale del regime. Insomma, gli ebrei &#8211; non diversamente da tanti altri italiani &#8211; non intuiscono affatto gli esiti della politica del regime. Pensano e agiscono come degli italiani qualsiasi e il loro legame con l&#8217;ebraismo si riduce più o meno alla conservazione di un cognome che ne indica l&#8217;antica origine. Il processo di assimilazione coinvolge anche i sentimenti religiosi. Se questi sono ancora relativamente forti nei ceti medi e bassi, sono invece davvero tenui in quelli intellettuali o inseriti nella classe dirigente. È davvero difficile, per non dire impossibile, rintracciare qualcosa di ebraico nel modo di pensare, scrivere e agire di studiosi come Volterra, Castelnuovo, Enriques o Levi-Civita. Nella loro corrispondenza, non vi è la minima traccia di questioni o di temi legati all&#8217;ebraismo.</p>
<p>Eppure, nonostante sia difficile rinvenire segni di una forte identità e coscienza ebraica, manifestazioni di astio e di livore antisemita sono presenti in Italia &#8211; ben prima dell&#8217;avvento del fascismo &#8211; in una parte consistente del mondo cattolico e anche in quel mondo scientifico e universitario che più ci interessa. È il caso di uno scambio di lettere fra alcuni matematici, svoltosi tra il 1909 e il 1924 (quindi in tempi antecedenti a quelli che stiamo considerando). L&#8217;oggetto del carteggio è una normale contesa di cattedre universitarie. Emerge però l&#8217;esistenza di un sentimento antisemita che porta a identificare la scuola matematica dell&#8217;Università di Roma con un covo di &#8220;giudei&#8221;, infiltrati nelle istituzioni dello Stato. [. . . seguono alcune questioni di dettaglio sulla distribuzione delle cattedre di matematica in quel periodo . . .]</p>
<p>La tematica non è originale, si tratta del luogo comune che diventerà uno dei <em>leitmotiv</em> della campagna razziale antisemita, soprattutto in Germania: la relatività è &#8220;scienza ebraica&#8221; e gli ebrei si sarebbero particolarmente impegnati nel diffonderla, per affermare il loro dominio. La traduzione italiana di simili insinuazioni dipinge il gruppo romano come una scuola matematica dominata da un gruppo di ebrei, talmente attaccati alla loro identità razziale-religiosa da praticare una politica di reclutamento che esclude tutti i non ebrei. Non è &#8211; francamente &#8211; una analisi attendibile. Parlare di spirito di corpo ebraico per Volterra, che della propria appartenenza ebraica non diede mai alcun segno, è una semplice invenzione. E altrettanto si può dire per personaggi come Enriques, Castelnuovo, Levi-Civita, Pincherle, Levi ecc.<br />
Le leggi razziali italiane, per quanto riguarda la matematica, si abbattono in primo luogo proprio su questo gruppo stimato, un po&#8217; &#8220;chiacchierato&#8221; &#8211; ma soprattutto temuto e invidiato &#8211; per la sua presunta azione di <em>lobbying</em>, in cui i motivi religiosi erano sicuramente trascurabili rispetto ad altre motivazioni. Siamo nel 1938, l&#8217;anno «cruciale e terribile per l&#8217;ebraismo europeo». [31] Solo la Germania nazista aveva una legislazione antiebraica; alla fine dell&#8217;anno, questa sarà invece un dato continentale: dall&#8217;Austria del dopo <em>Anschluß</em> alla Polonia, dalla Romania all&#8217;Ungheria. La decisione definitiva di Mussolini di varare una legislazione antiebraica e di rendere ufficialmente antisemita il regime (e il Paese) fa dunque parte di un processo continentale a cui il fascismo, data la sua rilevanza politica e diplomatica, partecipa da protagonista.<br />
Per certi versi, il fascismo non inventa niente di nuovo. Nei secoli precedenti, molte regioni d&#8217;Italia avevano conosciuto delle leggi antiebraiche, spazzate poi via dal Risorgimento. È proprio l&#8217;eredità risorgimentale che spiega il carattere tardivo dell&#8217;antisemitismo italiano, maturato nel contesto europeo. Nel 1938 si consuma l&#8217;ultima drammatica fase della guerra civile spagnola, prova generale della guerra mondiale e primo vero grande scontro internazionale fra i due schieramenti ideologici contrapposti. La Spagna franchista è uno dei terreni su cui comincia a maturare un diverso atteggiamento internazionale da parte di Mussolini (fino a quel momento legato alle dinamiche della diplomazia europea). Nell&#8217;autunno dello stesso anno, la Conferenza di Monaco segna il destino della Cecoslovacchia con il tacito consenso delle grandi potenze europee che spingono la Germania a est, contro l&#8217;Unione Sovietica, per ritardare il più possibile la guerra europea.</p>
<p>L&#8217;inevitabile riferimento al contesto europeo non può però ridurre le leggi razziali italiane a un fenomeno di diretta derivazione tedesca. Né si può sostenere che l&#8217;Italia non conosca un vero e proprio antisemitismo e che le leggi vengano applicate in modo &#8220;blando&#8221;, quasi imposte da Hitler a Mussolini.[33] È indubbiamente vero che l&#8217;antisemitismo non ha mai avuto in Italia radici profonde (o comunque assimilabili a quelle di Germania, Polonia o Russia). La realtà delle comunità ebraiche italiane è profondamente diversa: non esiste una forte identità etnica radicata nella storia e rappresentata da una diversità di lingua e di costumi, ma comunità che, nell&#8217;ultimo secolo, si erano profondamente integrate nel movimento risorgimentale. Quello italiano rimane un antisemitismo essenzialmente politico &#8211; non biologico &#8211; che si sviluppa soprattutto negli anni &#8220;imperiali&#8221; che vanno dal 1937 al 1939, quando l&#8217;Italia vive una fase di rinnovata aggressività dai toni apertamente xenofobi. L&#8217;elemento antiebraico si sviluppa in parallelo a un elemento di forte revanscismo nazionalista, rivolto all&#8217;area mediterranea. Il Manifesto della razza è il tentativo di dare giustificazione scientifica a un’operazione eminentemente politica. Il fascismo, a questo proposito, utilizza astutamente le isole di antisemitismo presenti anche nella cultura del nostro Paese, soprattutto nel mondo cattolico. L&#8217;immagine degli ebrei deicidi, degli ebrei condannati da Dio o, nel migliore dei casi, degli ebrei come persone da convertire e da ricondurre sulla retta via, è presente in larga parte della tradizione ecclesiastica. Non a caso, fra i primi scritti pubblicati per dare una giustificazione ideologica alle leggi razziali, troviamo testi come <em>La Chiesa e gli ebrei</em>, [34] che richiamano la Chiesa cattolica alle sue tradizioni e ricordano i trascorsi antiebraici dei padri della Chiesa e della Compagnia di Gesù. Simili richiami non rimangono senza risposta da parte di esponenti significativi del mondo cattolico come quel padre Agostino Gemelli, fondatore dell&#8217;Università Cattolica di Milano e presidente della Pontificia Accademia delle Scienze che pure accoglie al suo interno (nel 1936) anche scienziati &#8220;ebrei&#8221;, quali Volterra e Levi-Civita.<br />
Sull&#8217;applicazione &#8220;blanda&#8221; delle leggi razziali non è il caso di soffermarsi, perché purtroppo non mancano testimonianze atte a smentirle. In modo blando o no, le leggi razziali vengono applicate con una corresponsabilità dei massimi vertici dello Stato che non ammette distinguo. I dati sono significativi soprattutto a livello scolastico: centinaia di professori universitari e liceali, centinaia di studenti universitari, migliaia di studenti liceali e di studenti elementari sono espulsi nel corso dell&#8217;anno scolastico 1938-1939. In modo blando o meno, viene reso praticamente impossibile l&#8217;esercizio delle libere professioni a chiunque sia di religione, anzi di &#8220;razza&#8221; ebraica. Certo, si possono raccogliere numerose testimonianze di solidarietà e di aiuto agli ebrei da parte di singoli funzionari pubblici, che cercano di aggirare le leggi o di non applicarle alla lettera, salvando (dopo il 1943) parecchie vite umane. Ma si tratta di singole testimonianze e di atti individuali, nobilissimi e lodevoli quanto isolati. Manca una solidarietà collettiva e organizzata, soprattutto fra gli intellettuali. Il loro mondo è uno dei primi a essere colpiti. La fascistizzazione della società deve iniziare dalla scuola, magari con la grottesca &#8220;bonifica del libro&#8221; promossa per &#8220;purificare&#8221; dalla contaminazione ebraica i manuali delle scuole di ogni ordine e grado.</p>
<p>Allo stesso modo i matematici ebrei scompaiono nelle ricostruzioni sto¬riche operate negli anni immediatamente successivi al 1938. È il caso del materiale documentario di preparazione della Mostra della Scienza, che doveva essere aperta nel 1942 in occasione della Esposizione Universale di Roma e che non avrà mai luogo per lo scoppio della guerra; i suoi edifi¬ci, in parte realizzati, costituiranno il nucleo del quartiere romano dell&#8217;EUR (Esposizione Universale di Roma). Con la seduta [35] del 17 novembre 1939 si insedia la sotto-commissione per la matematica che comprende numero¬si matematici di primo piano (tra cui Bompiani, Bortolotti, Cantelli, Giorgi, Krall, Picone, Sansone, Sibirani, Severi, Signorini, Tonelli, Conforto e Marcolongo). Bompiani dichiara che occorrerà, «oltre che illustrare i principi, rivendicar priorità di studio agli italiani, quando questo sia possibile senza falsare la storia della scienza» e Sansone si autopropone subito per dimostrare che l&#8217;algebra è nata in Italia. Con una passione generale irrefrenabile, i presenti si dividono i vari temi nel quadro di un&#8217;impostazione storiografica &#8220;rivendicazionista&#8221; lontanissima da quella che abbiamo visto caratterizzare il magistero di Federigo Enriques. Il primo loro prodotto &#8211; Indice e norme per la presentazione della Matematica nella Mostra della Civiltà Italica &#8211; precisa che l&#8217;indice ha lo scopo di elencare le persone che «debbono non essere dimenticate» ed è stato redatto con il principio «che l&#8217;apporto italiano alla Matematica costituisce, in più momenti essenziali, una delle manifestazioni più alte del valore intellettuale della razza italica e che quindi va messo in primo piano; tanto più che esso è sistematicamente ignorato nelle opere straniere di storia della Matematica». Non un solo nome di matematico ebreo compare nell&#8217;elenco (limitato ai matematici defunti). È grottesco vedere espunto dalla geometria algebrica un nome come quello di C. Segre. Ma dove, dal ridicolo, si passa all&#8217;indecenza è nel lungo articolo storico di Bompiani dal titolo Contributi italiani alla Matematica. Anche qui non si trovano esplicite affermazioni antisemite. C&#8217;è però lo sforzo sistematico di produrre un&#8217;immagine della Matematica italiana depurata da ogni contributo ebraico. Non un solo nome di matematico ebreo è menzionato e questo anche a costo di rendere farsesca la presentazione di alcuni settori di ricerca. Nel campo dell&#8217; analisi funzionale per esempio, il nome di Volterra è omesso. Se possibile, ancor più clamorosa è l&#8217;omissione del contributo di Levi-Civita alla fondazione del calcolo tensoriale (che, secondo Bompiani, è riconducibile al solo Ricci-Curbastro). Il colmo è infine raggiunto nella presentazione del contributo della scuola geometrica italiana che &#8211; come osserva Bompiani &#8211; detiene «una posizione di assoluto primato nell&#8217;indirizzo algebrico». Questa posizione era stato conquistata anche, e soprattutto, in virtù delle ricerche di matematici ebrei come C. Segre, Castelnuovo ed Enriques. I loro nomi sono semplicemente omessi. Nel volume Un secolo di progresso scientifico italiano,[36] Comessatti teorizza: «La forza operante della tradizione agisce con fatalità storica, quando, come nel caso della scuola geometrica italiana, quella tradizione s&#8217;innesta sulle qualità eminenti della razza, creando addirittura una forma di pensiero, prezioso retaggio di autarchia intellettuale». Qui l&#8217;operazione di &#8220;pulizia&#8221; dal contributo ebraico si rivela comunque tanto difficile che, in un avvertenza riportata a tutta pagina all&#8217;inizio del volume, si dichiara:[37]</p>
<p>«Per la migliore intelligibilità degli Articoli che seguono, sono citati anche gli apporti più rilevanti di matematici ebrei, che furono professori nelle Università italiane, in quanto l&#8217;opera loro, a causa della posizione ufficiale che occupavano, non poteva non determinare reciproci scambi fra i contributi da essi apportati e quelli dei matematici ariani. Lo stesso criterio è stato adottato per gli Articoli di tutte le altre Sezioni».</p>
<p>Gli esiti della legislazione antisemita sulla comunità matematica sono devastanti. Vengono allontanati dall&#8217;insegnamento:[38]</p>
<p>- Guido Ascoli, ordinario di Analisi matematica, Università di Milano;<br />
- Ettore Del Vecchio, straordinario di Matematica generale e finanziaria, Università di Trieste;<br />
- Federigo Enriques, ordinario di Geometria Superiore, Università di Roma;<br />
- Gino Fano, ordinario di Geometria analitica, Università di Torino;<br />
- Guido Fubini Ghiron, ordinario di Analisi, Politecnico di Torino;<br />
- Guido Horn d&#8217;Arturo, ordinario di Astronomia, Università di Bologna;<br />
- Beppo Levi, ordinario di Analisi matematica, Università di Bologna;<br />
- Tullio Levi-Civita, ordinario di Meccanica razionale, Università di Roma;<br />
- Arturo Maroni, ordinario di Geometria analitica, Università di Pavia;<br />
- Giorgio Mortara, ordinario di Statistica, Università di Milano;<br />
- Beniamino Segre, ordinario di Geometria analitica, Università di Bologna;<br />
- Alessandro Terracini, ordinario di Geometria analitica, Università di Torino.</p>
<p>In base all&#8217;articolo 4 del R. Decreto Legge n. 1390 del 5 settembre 1938 sui cosiddetti Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista, tutti vengono esclusi dal sistema scolastico italiano e dalle Accademie e Istituti di cultura, con effetto dal 16 ottobre 1938. Naturalmente, per individuare e colpire gli ebrei, occorre che gli stessi Istituti da cui li si vuole espellere abbiano fatto un censimento interno. Di tutto questo immenso materiale inquisitorio rende conto un recente volume,[39] dal quale apprendiamo che Severi nella propria scheda (ne compila almeno 11!) scrive che «il sottoscritto e tutti gli ascendenti, parenti e affini sono di razza ariana e cattolici». Bompiani, da parte sua, sottolinea che tutti i suoi ascendenti hanno «sempre appartenuto alla religione cattolica. Il nome di famiglia e il titolo nobiliare derivano dal feudo di Castel &#8220;Bon Piano&#8221; attribuito al capostipite della famiglia in ricompensa della sua partecipazione alle Crociate». La stessa UMI [Unione Matematica Italiana] viene sottoposta a una energica cura dimagrante. Vengono espulsi 27 soci, circa il 10 per cento del totale. Il comportamento dell&#8217;associazione professionale dei matematici italiani è semplicemente vergognoso.</p>
<p>[11] Cfr. G. Colonnetti, <em>Pensieri e fatti dell&#8217;esilio (18 settembre 1943-7 dicembre 1944)</em>, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma 1973, pp. 53-54: «Chi di noi non ha conosciuto biologi che si sono prestati a difendere le teorie razziali; o economisti che hanno trattato come un progresso sociale quella macchina burocratica che fu il corporativismo fascista, o tecnici che hanno considerata l&#8217;autarchia come una conquista. [...] È di costoro un nuovo genere di reato: il reato di prostituzione della scienza. Essi vanno inesorabilmente cacciati dall&#8217;Università, a colpi di frusta, come i mercanti dal Tempio».</p>
<p>[12] Cfr. R. Finzi, <em>Università italiana e le leggi antiebraiche</em>, Editori Riuniti, Roma<br />
1997, p. 20.<br />
[13] Per una disamina più approfondita si veda G. Israel, P. Nastasi, <em>Scienza e razza nell&#8217;Italia fascista</em>, il Mulino, Bologna 1998; R. Maiocchi, Scienza italiana e razzismo fascista, La Nuova Italia, Firenze 1999.<br />
[31] E. Mendelsohn, Gli ebrei dell’Europa orientale tra le due guerre mondiali, in La legislazione antiebraica in Italia e in Europa (Atti del Convegno nel cinquantenario delle leggi razziali, Roma 17-18 ottobre 1988), Camera dei Deputati, Roma 1989, pp. 343-353.<br />
[32] Cfr. A. Galbani, <em>Provvedimenti razziali: un documento inedito del febbraio 1938</em>, in &#8220;La rassegna mensile di Israel&#8221;, V, LVII, 3 (1991), pp. 533-536.<br />
[33] In molte università, i giornali locali degli studenti fascisti pubblicano i nomi di tutti i docenti ebrei presenti nell&#8217;ateneo additandoli al disprezzo generale.<br />
[34] Cfr. R. Farinacci, <em>La Chiesa e gli ebrei</em>, Conferenza di inaugurazione dell&#8217;Istituto di Cultura Fascista di Milano il7 novembre 1938-XVI, Stab. Tip. Società editoriale &#8220;Cremona Nuova&#8221;, Cremona, 15 pp. Dello stesso autore, esponente di punta dello squadrismo fascista, segnaliamo il discorso del 23 gennaio 1940 radiodiffuso alle scuole medie: <em>Motivi essenziali della dtfesa della razza</em>, in G. Isola, <em>L&#8217;ha scritto la radio. Storia e testi della radio durante il fascismo</em> (1924-1944), Bruno Mondadori, Milano 1998, pp. 40-43.<br />
[35] Mostra della Scienza Universale, Sotto commissione per la Matematica, seduta del 17 novembre 1939, ACS, EUR, SOM, fase. OA D/2-Q-Q.<br />
[36] li volume è stato pubblicato (nel 1939) da quella SIPS che era stata fondata da Volterra nel 1907.<br />
[37] <em>Un secolo di progresso scientifico italiano</em> (1839-1939), SIPS, Roma 1939, vol. I, p.47.<br />
[38] A questi nomi, che riguardano i docenti di ruolo, vanno aggiunti quelli dei liberi docenti: Alberto Mario Bedarida (di Analisi algebrica a Genova), Giulio Bemporad (di Astronomia a Torino), Bonaparte Colombo (di Analisi infinitesimale a Torino) e Bruno Tedeschi (di Matematica finanziaria e attuariale a Trieste).<br />
[39] A. Capristo, <em>L&#8217;espulsione degli ebrei dalle accademie italiane</em>, Zamorani, Torino 2002.</p>
<p>(la fotografia della simbolica <em>Pietà</em>, presente nel cortile del campo di sterminio nazista <em>Risiera di San Sabba</em> (Trieste) , è di <em>tn</em>)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/27/shoah-italiana-un-bue-sulla-lingua/">La Shoah della cultura italiana: un bue sulla lingua</a></p>
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		<title>L&#8217;emozione della politica</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Oct 2007 11:02:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Giorgio Almirante<br />
Via della Scrofa, 43<br />
Roma</p>
<p>Caro onorevole, sono passati quasi vent’anni da quando lei si dimise dal Tutto. Era estate, me lo ricordo. Un brutto agire, ricordare la morte al morto. Non c’è nulla da ricordare, per lei, onorevole, lo so.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/29/lemozione-della-politica/">L&#8217;emozione della politica</a></p>
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<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Giorgio Almirante<br />
Via della Scrofa, 43<br />
Roma</p>
<p>Caro onorevole, sono passati quasi vent’anni da quando lei si dimise dal Tutto. Era estate, me lo ricordo. Un brutto agire, ricordare la morte al morto. Non c’è nulla da ricordare, per lei, onorevole, lo so. Ma io le devo scrivere questa lettera, è un obbligo che mi sono dato, dopo un ventennio di silenzio nelle parole e nei pensieri. Ne è passata di acqua sotto i ponti della politica, in questo paese; prima tumultuosa, poi sempre più sudicia e lenta. Molte cose non sono più le stesse. E allora, non essendoci comunque niente da festeggiare, si può, quasi a cuor leggero, commemorare. Un mondo che non c’è più. Figure sparite nel buio di quello che tanti chiamano <em>nulla</em>. </p>
<p><span id="more-4666"></span>Altre figure sono divenute manichini vecchi e impolverati che si muovono in scena come automi. Lei, onorevole, lo chiamava teatro. La politica è un teatro. Montecitorio è un teatro, coi suoi gironi infernali d’un inferno quasi sempre spento, acceso solo quando c’è da far finta di litigare. Lo ricordo bene, con la nettezza delle cose perdute ma che ci hanno affascinato, che sopravvivono nel galleggiamento estremo dei ricordi. Quando Gerardo, il mio amico bevitore accanito, da me chiamato Onorevole Ciccioli per via di quella canzone di Jannacci, <em>Silvano</em> – e adesso, onorevole, lo sa lei che esiste veramente un onorevole Ciccioli? Si chiama Carlo Ciccioli, l’ho trovato su Internet, ed è, guardi un po’, nelle liste di Alleanza Nazionale !-; ecco, quando Gerardo mi regalò la sua <em>Autobiografia di un “fucilatore”</em> (con quelle virgolette ben strette addosso a quella parola infamante) capii che quel libro per la mia vita sarebbe stato importante. La seguivo da anni sa? Mi piacevano le Tribune Politiche soltanto quando vi compariva lei, con l’eleganza innata che la contraddistingueva. Sembrava un militare inglese di vecchio rango, un ex diplomatico. Sapeva parlare come nessuno. E sapeva scudisciare l’avversario, ridurlo in poltiglia con una battuta, con una staffilata dialettica. Non aveva pietà. Soprattutto del povero Pannella, il sopravvissuto digiunatore. Lei quelle ridicole diete non le avrebbe mai fatte. Sicuramente, non le avrebbe giudicate degne di sé.<br />
Sono passati vent’anni e mi ricordo ben poco. Strappi della memoria, spizzichi, bocconi appena accennati, d’assaggio. Se non, nettamente, un servizio del TG, con la bara che esce dalla chiesa portata a spalla da camerati che piangono come vitelli <em>neri</em>. E anch’io, sì che sono lì – mi ricordo davanti al televisore, mio padre incredulo –, incollato al video, piangente a calde lacrime per la sua morte. Inconcepibile, oggi. Non mi riconoscerei di certo, se mi rivedessi in quel ragazzo di allora. E non sarebbe una gran cosa, perché invece, in barba a tutti, mi piacerebbe riconoscermi. Non piansi per Moro, che finì dentro quella Renault 4 rossa, trovato lì, come un cadavere di morto ammazzato qualsiasi, assassinato dalle Brigate della morte d’ogni dignità; ed alcuni di quegli assassini ne sono usciti a testa alta, e con buone <em>chances</em> per il loro futuro. Non piansi nemmeno per Moro. Mentre per lei buttai fuori dagli occhi lacrime di dolore autentico, che vennero via sgorganti come se lei fosse stato un parente stretto, uno di famiglia. Oggi non mi riconoscerei nemmeno in quel ventiseienne dolente, e la cosa mi fa un po’ male. Perché allora un ideale lo avevo. Perché, grazie a lei, onorevole, credevo ancora nella politica. Non tanto nel suo partito, o movimento: quello per me era più o meno un accessorio solido, era il soppalco che teneva in piedi la sua figura per me e per molti altri svettante. Lei rappresentava la voce calda, ferma e rassicurante di una protesta estrema. La voce di chi protesta contro tutti, e protesta ancora più forte, se possibile, contro chi protesta. La voce di chi non sopportava il bailamme urgente – e per me a quel tempo incomprensibile – delle classi operaie spiegate per la città, a tambureggiare la protesta assieme agli studenti di buona famiglia che non piacevano a Pasolini. Io, onorevole, ero tra quelli che non capivano perché in Italia ci si poteva chiamare comunisti senza essere presi a calci. Non lo capivo e non lo digerivo. Ero <em>perdutamente</em> giovane. Un ragazzo tutto sommato fortunato. Scuole regolari, anche se mal frequentate, sempre sul filo del rasoio della bocciatura; e poche amicizie, tutte di estrema destra, come quel Franco, al liceo, che si proclamava nazionalsocialista. <br />
Ora, onorevole, sposto l’asse del discorso direttamente su me stesso, come se mi stessi puntando addosso un teatrale occhio di bue:<em> mi do del tu</em>, per entrare ancora di più in intimità con questa storia, per andare più a fondo, perché l’uomo di oggi possa parlare con più intensità all’adolescente dell’altro ieri del cuore di tutto il discorso.<br />
E dunque <em>tu</em>, ragazzo piccolo e rabbioso, stavi lì a sentire il tuo amico Franco, che scriveva anche lui – tutti scrivevano – e alcuni della tua scuola sono diventati scrittori e critici, te compreso; e insomma, lo sapevi che Hitler era stato quello che era stato, come tutti avevi visto un sacco di documentari in bianco e nero alla televisione; e non fosse bastato quello c’era stato tuo padre, ex soldatino diciassettenne della Wehrmacht, coi suoi tremendi racconti di prima linea, fronte russo 44/45. Ma tu niente, duro e impuro, simpatico e un filo bugiardo, sognatore e sinistro goliarda t’eri dato alla macchia dalla buona ragione e avevi speso parole d’idolatria idiota e ben poco convinta per quel massacratore vigliacco; finché – avevi 14 anni, ragazzo biondo e gracile – avevi vergato con la BIC nero di china punta fine, una di quelle pennette di plastichina gialla che scrivevano così così e con le quali buttavi giù i tuoi primi racconti, una svastica sul muro del soggiorno, e tuo padre ti aveva mollato una sberla che ti aveva lasciato la guancia viola per un’ora, ricordandoti che lui, per colpa di quel segno crociato di morte, ci aveva perso la patria e quasi la vita, nonché la salute fisica e  mentale di ragazzo tedesco prima ricco e poi divenuto povero, profugo e disperato. Era stata un’umiliazione pesante, per te, ragazzo che eri; e forse allora ti convincesti senza volerlo di qualcosa, nella tua testa prese nebulosa forma la reazione che sempre ti ha accompagnato. Tuo padre ti picchiava per una svastica segnata sul muro del soggiorno? E tu lo colpivi d’incontro, maturando dentro di te uno stranissimo riscatto. <br />
Più avanti avevi frequentato un liceo privato, pieno di ragazzi abbienti, nel pieno centro della tua città, protetto dalla guerriglia fratricida fatta da giovani di opposte fazioni che infestava le scuole pubbliche del nostro <em>regno repubblicano</em>; e così avevi continuato la tua vita pigra, annoiata, inutile. Scrivevi, questo sì. Avevi trovato un’insana passione, e vi ci dedicavi i sogni e qualche nebulosa speranza. T’infliggevi dei piccoli <em>tour de force</em> notturni con la tua pennetta gialla in mano, facevi leggere i tuoi racconti e le tue poesie solo a pochi amici, che scrivevano anche loro. Persi tra i deliri di Nietzsche, gli americani del modernismo e Beckett, col suo purgatorio in terra. E poi una notte leggesti <em>Il giovane Holden</em> come tanti ragazzi della tua età, e vedesti un miracolo tra tutte quelle righe, trovasti la vita in un impasto irresistibile di scrittura. Stavi protetto non perché avevi paura dello scontro fisico, ma perché l’ansia di tua madre aveva avuto la meglio su tutto; lei non avrebbe resistito a saperti in balia delle tue emozioni negative, della tua rabbia innata. Tuo padre aveva sentenziato “liceo linguistico”, e così tutti sarebbero stati contenti, perché imparare le lingue era importante per il futuro, per il lavoro, per la famiglia che avresti costruito seguendo proprio il suo virtuoso esempio. Con qualche amico della scuola si parlava di politica, si comprava a volte il <em>Candido</em> – rivista nella quale anni dopo avresti scritto qualche articolo di critica televisiva con lo pseudonimo preso a prestito da un funzionario della RAI che aveva lasciato la collaborazione –; si discuteva con un cinismo annoiato e col sarcasmo tenero e irrecuperabile di chi non ha provato nulla, di chi non ha ancora fatto i conti con niente. Franco, il nazionalsocialista, trovava ovviamente il M.S.I. troppo moderato, tu non eri d’accordo. Ma i vostri discorsi – soprattutto i tuoi, ragazzo che eri – erano in definitiva disimpegnati. La vostra politica era un accessorio estetico. Vi piacevano le divise mortuarie del passato belligerante, vi piacevano i perdenti di lusso o di successo, i suicidi, i pazzi, gli indemoniati. Come possono piacere a dei ragazzini dei personaggi cinematografici, degli eroi del noir, come può piacere Machinegun Kelly, Al Capone, Peter Kuerten il mostro di Duesseldorf. Fondaste, tu, Franco e Paris &#8211; un triestino col pallino della Germania &#8211; una specie di gruppo terroristico di estrema destra che avevate battezzato <em>Oder-Neisse Gruppe</em>, pensando alla Linea Oder-Neisse, fatta dal fiume Oder e dall’affluente Neisse che dopo la guerra ridefinirono le frontiere tra Polonia e Germania. Come dire: riprendiamoci quello che ci è stato tolto. Si progettò l’acquisto di due o tre flobert, e qualche attentato dimostrativo da effettuarsi nelle cabine telefoniche. Le avreste fatte bruciare di notte, e poi avreste mandato ai giornali una lettera nella quale rivendicare l’attentato. Niente spargimenti di sangue, niente vere motivazioni. E nelle cabine telefoniche, invece, ci pisciaste a turno una sera, dopo una sbronza di birra colossale. Eravate dei ragazzini borghesi ai quali non mancava nulla, affetto compreso. Si finì alcune volte a casa di Paris, al pomeriggio, a mangiare panini al burro e salame e a bere la solita birra tedesca – Paulaner di Monaco – facendo il saluto romano a ogni piè sospinto. Goliardia bella e buona. Mi fai quasi tenerezza, ragazzo che eri. La tua vita non era un romanzo, era un cortometraggio in bianco e nero dell’Istituto Luce. Lottavi contro quella noia e quell’apatia terribile che ti prendevano stretto alla gola. Cercavi qualcosa, e non trovavi che birra, partite di calcio violente, politica da teatrino. Entravi in una chiesa la domenica e ne uscivi cambiato: non credevi più, i riti ti parevano insensati, su Dio non avevi più alcuna opinione. Per non rischiare di sbagliare – ché già sbagliavi a metraggio su troppe cose – ti consegnavi all’agnosticismo, e <em>amen</em>. Anni dopo Franco ti portò in via Mancini, a Milano, a parlare con l’allora capo del Fronte della Gioventù; era convinto che avresti fatto bene, e per un po’ anche tu ci avevi creduto, perché cercavi qualcosa da farne, dei tuoi vent’anni, e continuavi a capire poco di tutto, e la politica faceva sempre parte di quel tutto. Andasti a un paio di riunioni di quegli scalmanati, che parlavano per slogan per ore e ore: qualcuno indossava la camicia nera, come in un film di guerra sui gerarchi fascisti, qualcuno era in jeans sotto impataccate tute mimetiche; tutti che blateravano di giustizia e libertà e uguaglianza, così che ti sembrò quasi uno scherzo. I toni erano gli stessi di quelli dell’altra parte, era stessa l’età, la provenienza, tutto, erano stati fatti tutti uguali, come con lo stampino, a sinistra e ora all’estrema destra, lo stavi sentendo con le tue orecchie in quella tua presenza passiva ma attenta, era tutto un vomito di rabbia e confusione. Parlasti col capo e con sua moglie, lui non ti fece una buona impressione, lei la trovasti simpatica. Ma non ti convinsero, anche perché non ti promisero nulla, né insistettero più di tanto, tu non eri nessuno; sorridesti cordiale, sei sempre stato rabbioso ma anche cordiale, dicesti che ci avresti pensato, li ringraziasti con sincerità, ti sentisti addirittura onorato, eri rimasto incredulo per quell’offerta. Ma non dovesti pensarci troppo, la risposta l’avevi già serrata nei tuoi pugni morbidi assieme alla tua cordialità non di facciata, ché di facciata in te non c’era nulla, e dicesti a Franco, già il giorno dopo, che avresti lasciato perdere, che quello era un branco di chiacchieroni e basta così.<br />
E così, onorevole Almirante, torno alla terza persona, riparlo nuovamente a<em> lei</em> &#8211; dopo aver spento quel teatrale occhio di bue su me stesso- con la voce fatta dei segni di questo mio inchiostro ancora vivacissimo d’oggi. Io ero uno dei tanti ragazzini ignoranti di quasi tutto, anch’io sballottato in mezzo ai quei tempi feroci del post contestazione, verso la fine degli anni Settanta, quegli anni segnati dal sentimento dell’assoluto, da un’energia scomposta, vitale e mortale allo stesso tempo.<br />
Leggevo molti romanzi, pochissimo i libri di scuola, ero un furetto timido, picchiavo sodo durante interminabili partite di calcio (un paio di volte m’ero scontrato anche con due avversari in una volta sola, senza badare al fatto, molto più che possibile, che le avrei prese di brutto, come appunto successe). Ed era per me un perverso godimento andare a piedi uniti su avversari che si proclamavano, pensi lei, socialisti. Ma come, nemmeno comunisti, nemmeno di Democrazia Proletaria! Adolescenti socialisti, con tutto quel carico di proterva, calcolata, ben scelta meschinità. Perché l’essere della sinistra estrema era pur sempre una scelta vera e sentita, era comunque una scelta abbracciata nel cuore. Era mettersi da una parte, perseverare sì nell’errore, dare di certo del tu al diavolo, tutto quel che lei vuole; ma comunque si trattava di un passo importante, coraggioso, vero, da uomini. Ma avere neanche vent’anni e proclamarsi ai quattro venti socialisti (preparandosi così a fruttuose carriere nel mondo del lavoro) era cosa  meschina e ridicola. Io e i miei amici volevamo qualcosa di diverso. Era chiaro, almeno per me: quel tambureggiare e quello sventolare di bandiere rosse era a vuoto. Capivo che l’uguaglianza delle classi era una impostura, che l’Unione Sovietica era un inferno. E si sentivano bene, anche da qui e per chi le voleva sentire, le campane a morto dei gulag che dindondavano cupe per tutta Europa. Era tutto successo invano. Una guerra mondiale, col suo carico d’infamia e soprattutto di vittime e di superstiti condannati a una grigia sopravvivenza non era bastata, eravamo tuttora pieni di quell’odio che s’era perpetuato attraverso le generazioni. C’era ancora tra noi, rimasta nella sua crudezza fratricida, la caccia al fascista, perché la caccia al fascista, dai giorni della Liberazione (oggi scrivo questa parola con la maiuscola, allora non l’avrei proprio fatto) non era ancora terminata. L’odio. Attraverso gli anni e le generazioni. Di padre in figlio. Qualsiasi bruttura della vita e della morte, qualsiasi genere di falsità, qualsiasi ingiustizia, era di genere, diciamo così, fascista. Fascista era una parola feticcio, che voleva dire male, sporcizia, infamia. Un fascista era un delinquente politicizzato. <em>Sparare a un fascista non è reato!</em> Così si gridava alle manifestazioni. E allora leggere quel suo libro, nel quale lei raccontava con quella sua penna aguzza d’ingegno gli anni della fine della guerra e della clandestinità, fino a quando riprese l’attività politica in mezzo alla scarsità di mezzi e ai rischi fisici, fu un’esperienza importante. Com’era possibile che lei, fascista che mai aveva rinnegato il fascismo, parlasse tranquillamente di pace, di vita civile, di non belligeranza? Forse ci prendeva tutti in giro? Non l’ho mai creduto. Io credo invece che le sue lotte contro il famigerato pentapartito, quell’accozzaglia pentagonale di partiti politici che governavano l’Italia col metodo mafioso della spartizione delle cariche e dei conseguenti poteri, erano lotte anticipatrici; basta rileggere <em>Autobiografia di un “fucilatore”</em> e vi troviamo cose che soltanto parecchi anni dopo furono dette e ridette da tutti, come prescrizioni naturali, di buon senso, ma che soltanto allora lei aveva avuto il coraggio di dire e ribadire nel vuoto quasi totale di consensi.<br />
E ora, onorevole, le racconto una strana storia: in un caldo pomeriggio di due anni fa, in piena campagna elettorale, camminando per il mio quartiere m’imbattei in un camper pieno di manifesti targati Alleanza Nazionale; e fin qui niente di nuovo. Ma cosa c’era scritto sotto il premiato logo del partito di Fini? “Almirante”, ecco cosa c’era scritto. Sono passati quasi vent’anni dalla sua morte; e ora il vecchio leader defunto del M.S.I. viene a dar man forte al suo delfino dall’aldilà o dal nulla, viene cioè a dare man forte da morto al leader vivo e vegeto di un partito che più democristiano non si può?<br />
Ci penso ancora a quel maledetto camper, e a tutti quei manifesti con la scritta surrealista “Almirante” appiccicati su tutti i fronti. E nel 2005. E mi viene da ridere davvero amaro. E mi viene anche da pensare che, in poco meno di 20 anni, è proprio cambiato tutto, e non si salva proprio nessuno. (Ecco ritornarmi in mente l’onorevole Ciccioli! Su Internet ci sono alcuni suoi interventi alla Camera. Da quanto ho capito è uno che interrompe sempre. Livia Turco proprio non lo regge. Ma sì, meglio lasciar perdere, onorevole, già ho capito, sento che lei non sa, o forse – più probabile – non vuole sapere).<br />
E io sono diventato un elettore della sinistra per disperazione: e forse di sinistra – anche se soltanto nello sgabuzzino elettorale – così è giusto diventare: per disperazione, per rabbia, per mai doma sete di giustizia.<br />
Non mi faccio illusioni nemmeno sulla sinistra, me ne guardo bene; non so più dove posizionarmi politicamente da tanti anni, glielo confesso; e la destra come l’ho sognata io da ragazzo a causa sua non esiste più da almeno, guardi un po’, un ventennio. Anzi, è molto probabile che non sia mai esistita. S’è proprio trattato d’un sogno giovanile, è così; è stata tutta un’illusione, anzi è stata proprio un’allucinazione. E’ però anche vero che quella sua destra targata M.S.I., che di difetti e di zone d’ombra ne aveva più di mille, che era indietro su di un sacco di questioni e “non rinnegava” le sue origini, era un partito che faceva pur sempre opposizione. Faceva ostruzionismo, combatteva a suo modo contro il sistema. Non era davvero poco, ripensandoci oggi. Un sistema, quello di allora, che somigliava tanto a quello attualmente in auge. Forse era un sistema un po’ meno impresentabile dell’attuale. Ed era fatale, per certi giovani idealisti che maledettamente a ragione non credevano nella truffa del comunismo, e che disprezzavano il democattolicume di regime, andare a cercare un ideale rifugio “di protesta” nel M.S.I. Niente nostalgie, per quanto mi riguarda, glielo voglio dire a chiare lettere, confidando in quella chiarezza – perlomeno espositiva – che era il suo marchio di fabbrica e che è stato sempre il mio modo di espormi: tanto meno per quel vecchio motto che lei ripeteva, e che oggi, voglio dirle anche questo, mi suona piuttosto sinistro: “Vivi come se tu dovessi morire subito; pensa come se tu non dovessi morire mai”. Buono per un orgoglio giovanile tutto da costruire, in sostanza. Buono per i merli ignorantotti che eravamo.<br />
Io invece credo nell’esempio di un altro vecchio uomo di destra, in fondo un moderato; uno che soprattutto alla fine della sua lunga vita un buon esempio di ragionevole anticonformismo ce lo ha dato. Parlo di Indro Montanelli: <em>puoi fare qualcosa per te stesso solo in cabina elettorale; e là dentro turati il naso con tutta la forza che hai e vota per l’accozzaglia di lanzichenecchi meno orribile presente sulla piazza della nostra sciagurata politica.</em> Ecco, onorevole. Ho chiuso ricordando un altro grande vecchio di questa nostra Italia che si dibatte tra la gloria, la generosità, l’infamia, la meschinità, un utile spargersi di menzogna, un’inutile sincerità; un grande vecchio italiano passato come lei dall’altra parte del fiume. Dobbiamo voler bene ai nostri vecchi di un bene fermo, dobbiamo tenere in vita con orgoglio ciò che ci hanno lasciato. E ancora di più dobbiamo voler bene a quelli grandi, che un <em>prezioso</em> straccio di esempio ce lo hanno dato con la loro forza, la loro intelligenza, il loro coraggio. Pur negli errori dei fatti e dei caratteri mai facili, e nei difetti spesso imperdonabili. Spero di non averla stancata coi miei ricordi, con le mie rabbie che mi tengono però sempre giovane e vigile nella trincea della vita. Io la ricordo sempre con un strano affetto, che è dovuto a qualcuno che, volente o nolente, ci ha regalato delle emozioni, ci ha fatto sentire vivi. Come un amore lontano. Non è stato un maestro, per me, non posso certo dirlo. Ma per un tratto non breve mi è stato vicino come un personaggio ideale, come una specie di padre politico. Ho abbandonato forse tutti i suoi insegnamenti, ma non ho dimenticato l’emozione forte di un suo comizio, giusto o sbagliato che fosse ciò che lei andava dicendo con evidentissima forza e capacità oratoria eccezionale. Perché é quella, forse, l’unica cosa bella della politica che ci rimane. Il ricordo di un’emozione.</p>
<p><em>(Tratto dall&#8217;antologia &#8220;I nostri ponti hanno un&#8217;anima, voi no &#8211; Lettere ai politici&#8221;, Fazi, 2007.)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/29/lemozione-della-politica/">L&#8217;emozione della politica</a></p>
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		<title>Intervista a Giancarlo De Cataldo</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Oct 2007 10:18:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[<em>allego qui la versione estesa di un'intervista fatta a Giancarlo De Cataldo per <strong>GQ</strong>. Quella pubblicata nel numero di agosto, per capirci, è lunga circa la metà</em>]</p>
<p>Vivo un mio personale conflitto d&#8217;interessi. M&#8217;è stato chiesto di intervistare un amico, Giancarlo De Cataldo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/03/intervista-a-giancarlo-de-cataldo/">Intervista a Giancarlo De Cataldo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/08/cataldo1.jpg" alt="cataldo1.jpg" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[<em>allego qui la versione estesa di un'intervista fatta a Giancarlo De Cataldo per <strong>GQ</strong>. Quella pubblicata nel numero di agosto, per capirci, è lunga circa la metà</em>]</p>
<p>Vivo un mio personale conflitto d&#8217;interessi. M&#8217;è stato chiesto di intervistare un amico, Giancarlo De Cataldo. Potrebbe diventare abbastanza rischiosa la deriva indulgente, la sviolinata in tempo reale, il, per dirla alla maniera di Quentin Tarantino, “farsi i pompini a vicenda”. Ma sono abbastanza certo di non cadere in tale tentazione. Ho dalla mia la fortuna di averlo conosciuto, e rispettato, prima come scrittore e poi, solo poi, come persona. <span id="more-4344"></span><br />
Quindi, seduti al tavolo di una trattoria romana, mi armo di registratore digitale e gli pongo la mia raffica di domande, cercando di evitare di macchiare d&#8217;olio le bozze del suo nuovo romanzo, <em>Nelle mani giuste</em>, che ho avuto il piacere di leggere in anteprima, ma che ormai, per voi che leggete, è già in tutte le librerie e veleggia nelle alte quote delle classifiche di vendita.<br />
Partiamo con un gioco, gli dico, ti faccio un elenco di nomi, dimmi cos&#8217;hanno in comune Imre Kertesz, Carlo Emilio Gadda, Walter Benjamin, Jorge Luis Borges, Fernando Pessoa, Friedrich Dürrenmatt&#8230; “È facile” mi risponde d&#8217;acchito, “il mistero, la narrazione criminale! Sono tutti scrittori che hanno scritto o volevano scrivere un giallo.” Ti senti in buona compagnia? Ride. Quello che cerco di dire è che l&#8217;annosa questione della scrittura di genere catalogata come paraletteratura è smentita dal fior fiore della letteratura contemporanea, in fondo. Alza le spalle. “È solo una cosa italiana, non farci caso. Se vai negli Stati Uniti nei circuiti <em>Barnes &amp; Noble</em>, la diversificazione non è fra il <em>genere </em>e il <em>mainstream</em>, ma fra il “popolare” e il “colto”: tutto ciò che è circuito universitario, Granta, riviste di scrittura creativa, Ellroy, Le Carré, è colto. Per popolare si intende: l&#8217;ultimo discorso del predicatore evangelista, la biografia della starlette, Paulo Coelho.” Ok, allora come lo vogliamo definire <em>Nelle Mani Giuste</em>? “Noi che abbiamo amato il noir siamo oggi coltivatori di scritture di confine. <em>Nelle mani giuste</em> è forse molto più un romanzo storico, è più vicino a Balzac, a Dickens, che un <em>noir</em>. Il romanzo storico, se deve trattare con il male, deve essere mimetico del male. Noi che siamo arrivati a praticare queste scritture di confine tardi abbiamo la fortuna di poterci muovere a cavallo fra il popolare e il colto e questa è una grande risorsa.”<br />
È un&#8217;ossessione tutta italiana questo dover distinguere ciò che è colto da ciò che è popolare, gli dico. “È vero. Ma le cose stanno cambiando. Quando il Giulio II commissionava ad un grande artista la Cappella Sistina, o il Priore della Pieve commissionava all&#8217;ultimo artista di bottega la madonnina da dipingere per i suoi duecento paesani, ciò che li accomunava era il concetto di “commissione”, cioè che si produceva un&#8217;opera, convenzionalmente definita d&#8217;arte, destinata alla fruizione collettiva. Ecco, io questo della fruizione collettiva me lo pongo come problema in pieno. È il rapporto col lettore da parte dello scrittore.”<br />
Rapporto diretto col pubblico che scavalca tutti i passaggi di mediazione che hanno creato, spesso, caste di potere, aggiungo. “Sì! Lo diceva Gramsci nei <em>quaderni</em>: la tradizione letteraria italiana, che è di una piccola borghesia letterata catturata sui banchi del liceo, avrà sempre la tendenza a sottovalutare il fattore mercato, o la fortuna dello scrittore, ma se vuoi ricostruire il costume e il gusto dell&#8217;italiano di un determinato periodo devi tener conto di quello che leggeva, se fosse negli anni Trenta devi tener conto più di Guido da Verona che di Bontempelli o Alvaro. Mentre non sbaglieresti a fare riferimento a Moravia. Non è un problema di farsi leggere dalle masse, perché il rispetto per il lettore non significa disprezzo per la scrittura. Ma è anche vero che la scrittura si può esaurire nella figura dello scrittore sciamano, dell&#8217;autore che lancia le sue profezie dall&#8217;alto del colle. Detto ciò, che tu la voglia mettere sul piano del gusto, o del successo o della fortuna, una differenza di qualità fra le scritture esiste e noi dovremmo forse avere l&#8217;onestà di dire che nel noir italiano si è insinuata una “maniera”. Un conto è raccontare una città catturandole l&#8217;anima, un conto è fare la gretta topografia&#8230; che mi si racconta che c&#8217;è una piazza, che confluiscono 4 vie, che al numero civico 20 di questa via ci abita il tale&#8230; insomma: ma chi se ne frega! Oppure: perché io devo essere informato costantemente di tutte le marche di whisky preferite dal commissario tizio, o tutti i tipi musica che ascolta, i suoi gusti&#8230; se i suoi gusti servono a connotare il personaggio, il suo universo visuale, musicale, simbolico di riferimento, e lo usa come cifra stilistica, va bene, altrimenti a che pro sapere che è stata usata una <em>luger parabellum</em> 7.75, con pallottole 9 x 21 mm?”<br />
Quindi il più grande nemico della scrittura di genere è lo scrittore di genere. “Esatto”.<br />
Sentii dire una volta da Piperno che la letteratura italiana era di bassa qualità perché siamo un paese senza storia, non come Israele che ha una letteratura alta perché piena di accadimenti storici. Io non capivo: in Italia non capita nulla? Da Portella della Ginestra a Piazza Fontana, dall&#8217;Italicus alla strage di Bologna, giù giù fino ai giorni nostri è successo di tutto, gli ho detto, c&#8217;è un sacco di roba da raccontare, e c&#8217;è qualcuno che lo sta facendo davvero, sei tu che non leggi quei libri! E qui entra prepotente, a gamba tesa direi, <em>Romanzo Criminale</em>.<br />
“Pensa” mi dice, “ a ciò che gli americani sono riusciti a costruire attorno a Cuba e il Vietnam, in fondo due eventi che dovrebbero essere già ampiamente metabolizzati dalla loro storia: una autentica mitologia. Ellroy, Delillo, Oliver Stone&#8230; Il Watergate, che è uno scandaletto, paragonato a quello che vediamo e leggiamo sui giornali italiani ogni giorno, è diventato l&#8217;emblema della corruzione che si insinuava nella corretta e pulita società puritana, e così via.<br />
Il mettersi a lavorare attorno alla Storia e renderla metafora non è diverso da quello che a partire da Walter Scott ha fatto tutta la grande letteratura dell&#8217;800 e il grande cinema italiano fino al <em>Casanova </em>di Fellini. Intorno a questo rapporto con la realtà io mi sono posto la sfida di scrivere un romanzo che riprendesse gli stilemi del noir e i modi del romanzo di formazione ottocentesco. Politica, sentimento, eroi calati nella storia loro malgrado, e rendere il senso di mutazione della Storia attraverso il mutamento dei destini individuali.”<br />
Stiamo parlando di mitopoietica, insomma. Ma senza accademismi. Anche perché ormai siamo al caffé, e tutti e due ci accendiamo chi una sigaretta (io) chi un sigaro (lui, che in effetti ha il fisico del ruolo). Mi racconta una barzelletta in tarantino stretto. È di tale volgarità che rasenta il poetico. Parliamo della sua città, fatta di menti accuminate che spesso la fuggono. Perché? “Io credo che tutti noi meridionali diamo le prove migliori in trasferta” mi dice. “Il terrone gioca sempre il segno due sulla schedina. Forse per una capacità mimetica, una adattabilità, l&#8217;orgoglio di fare bella figura, non so.” Come Cosimo Argentina, nella Brianza Profonda, o Girolamo De Michele, a Ferrara? “Cosimo è una persona appartata, uno che fa il suo lavoro in silenzio, una brava persona. Girolamo mi piace come scrive, è un militante attivo. Io ho rispetto per le controculture, per le opinioni eccentriche, per il dissenso. Non mi sentirò mai fino in fondo nella &#8216;ndrangheta letteraria.”<br />
Gli riferisco una mia teoria: c&#8217;è un dovere della letteratura, quello di fare memoria collettiva, di ricostruire la Storia, quella che non viene raccontata. All&#8217;improvviso, come se ci fosse stata una telefonata collettiva, il territorio nazionale è stato coperto da scrittori che spesso neppure si conoscevano che si sono messi a raccontarlo. “È vero. Anche perché si è coperto un territorio abbandonato dalla cronaca, tranne qualche bell&#8217;esempio di giornalismo d&#8217;inchiesta, Giovanni Bianconi, Giovanni Maria Bellu, oppure le cose che fa Lucarelli in tv. Ma la letteratura italiana non è che non le ha mai fatte, da “i vecchi e i giovani” di Pirandello all&#8217;ultimo Calvino. Poi con la morte di Pasolini diventiamo intimisti, ma i primi romanzi di Macchiavelli su Bologna, sono del 77-78, il nostro difetto è stato di considerarla letteratura di genere, ma, come dire, un po&#8217; come gli amanuensi che salvavano i manoscritti dell&#8217;antichità, la letteratura di genere ha salvato la memoria storica in Italia.”<br />
Eppure non sono d&#8217;accordissimo con Carlotto quando dice che solo il noir, oggi, fa giornalismo d&#8217;inchiesta. Vedi il caso clamoroso di <em>Gomorra</em>. Saviano, col materiale del giornalismo d&#8217;inchiesta, costruisce un oggetto narrativo che è anche un grande romanzo. “Sono d&#8217;accordo con te, io sono un savianiano, ululo di gioia quando vedo i vecchi letterati insorgere contro Saviano. Che si facessero da parte, cazzo!”<br />
E vogliamo rimarcare il diritto di un libro anche di intrattenere, di divertire? Perché dover pensare che solo i libri noiosi debbano essere intelligenti? “Io sono favorevole non solo al meticciato dei generi, ma anche alla contemporanea presenza sul bancone di una varietà di opzioni, cose diverse, che è il libero mercato, e non etichette diverse dello stesso prodotto, che è il pensiero unico. Amo molto i racconti impalpabili, o quelli divertenti, lo humor, il cazzeggio. L&#8217;Italia è un paese con un fortissimo senso del ridicolo, abbiamo questa macchietta geniale dell&#8217;onorevole Trombetta, che la dice lunga sul politico tronfio! Hai presente?” Certo! Per me il mondo si divide in chi ride alle battute di Totò e chi non ride. Io rido.<br />
<em>Romanzo Criminale</em> ti pesa? “Enormemente! Pesa l&#8217;eredità, la paura del nuovo giudizio, il confronto, pesa la condizione d&#8217;obbligo di dover fare qualcosa dopo.” Io fossi stato in te, gli dico, mi davo alla biologia marina! <em>Romanzo Criminale</em> è un libro scritto in stato di grazia, arrivato esattamente quando doveva arrivare, quando mi ricapita una cosa così? Sono un vigliacco? “Il problema me lo sono posto, ma poi c&#8217;è sempre il gusto della conferma, un po&#8217; come l&#8217;atleta che ha vinto l&#8217;olimpiade e va a gareggiare all&#8217;olimpiade successiva, anche se nel frattempo sono arrivati nuovi atleti, più giovani e sono cambiati i metodi di allenamento. Pesa tantissimo, sì. La composizione della struttura di un romanzo, è per me gravosa, più dello stesso lavoro di scrittura, ci ho mezzo 5 anni per fare uscire un nuovo libro.” <em>Nelle mani giuste</em>, anche se virtualmente si può chiamarlo un sequel, è un romanzo molto differente da <em>Romanzo Criminale</em>. La scrittura è profondamente cambiata; <em>Romanzo Criminale</em> è epico, quest&#8217;ultimo è più psicologico. Fermo restando che letta la prima pagina si è catapultato vivido nella mente tutto il mondo del romanzo precedente, si nota subito come i personaggi siano cambiati, modificati. E sono cambiati gli scenari, si esce da Roma, ci sono nuovi protagonisti, prende spazio l&#8217;alta borghesia collusa col potere,che parla una lingua differente dagli sbandati sottoproletari del libro precedente. “<em>Romanzo Criminale</em> è la storia di un progetto e di un sogno, <em>Nelle mani giuste</em> è la storia di una crisi di un progetto, qui agiscono i padroni, l&#8217;unico personaggio che può riallacciarsi a <em>Romanzo Criminale</em> è Pino Marino, al quale do una nota di speranza.” La lingua di questo romanzo cambia. Ogni storia, in fondo, chiede una lingua. “Pensa: <em>America Tabloid </em>e <em>Libra </em>sono la stessa storia, solo che è raccontata o da eroi schizzati, impasticcati, assassini, o da un poveraccio come Oswald. È come cambiare l&#8217;obbiettivo alla cinepresa, cambia la resa estetica.” I personaggi di <em>Nelle mani giuste</em> sono più antipatici, meno coinvolgenti, uno preferisce cadere nel baratro con i personaggi di <em>Romanzo Criminale</em>, piuttosto che sopravvivere e identificarsi con questa gentaglia che amministra il potere. “<em>Nelle mani giuste</em> è un romanzo cupo, dominato da un forte senso di perdita, continuo, ineluttabile, una sorta di entropia italiana in cui l&#8217;unica carica positiva è affidato alle donne.” In effetti ci sono molti personaggi femminili in questo romanzo, che hanno ruoli importanti. “È che ho alzato le mani, a 50 anni. Ormai mi auguro che le donne prendano il nostro posto e lo facciano nel modo giusto. Le donne si denudano l&#8217;anima, parlano, si dicono tutti, noi presi da ansia di prestazione non siamo mai stati capaci di coltivare questa qualità. Non è una ruffianata, è una speranza: se le donne dell&#8217;islam si ribellano, in mondo cambia!”<br />
Nel tuo romanzo tutto accade nell&#8217;arco di un solo anno, il 1993, che diventa una sorta di snodo della storia contemporanea nazionale: la strategia criminale delle bombe mafiose, Tangentopoli, il terrore dei comunisti al potere, le trame per costituire un nuovo ordine, far cambiare tutto perché, gattopardescamente, nulla cambi. “C&#8217;è un filo comune nella storia italiana. Qualcuno dice che il nostro DNA è di destra, non so se sia così. Io credo che ogni volta vince chi riesce ad interpretare meglio il carattere degli italiani. Da questo punto di vista Berlusconi è perfetto.” Come fai dire a un tuo personaggio: &#8216;è così italiano&#8217;. “La mia tesi è che lui non abbia nessuna responsabilità in questa stagione delle stragi, ne sono profondamente convinto. Uno così non aveva bisogno di ricorrere a questi mezzi illeciti per acquisire un potere che gli deriva dall&#8217;essere in assoluta sintonia coll&#8217;anima profonda dell&#8217;Italia, così come la Lega lo è con un certo carattere dell&#8217;Italia degli Onesti Padri di Famiglia del nord est. Le anomalie nazionali siamo noi: certi giudici rompicoglioni, i pochi politici onesti tenaci e progettuali, certi amministratori, alcune donne, pochi scrittori, che cerchiamo di batterci per leggere il reale in modo più complesso. Il copione tipo, in Italia è sempre lo stesso: c&#8217;è un delitto e si cerca subito il colpevole nell&#8217;extracomunitario. Dopo di che si scopre che, 9 volte su 10, è maturato nella buona e sana famiglia italiana. La reazione generale non è di riflettere sulla miseria della famiglia, ma covare risentimento verso quelli che ti hanno tolto l&#8217;illusione. Come è facile pensare che il male venga da fuori&#8230;”<br />
Non ami le comodità, in effetti. Come ti dicevo <em>Nelle mani giuste</em> è un libro coraggioso soprattutto perché non hai ceduto alla tentazione di rifare <em>Romanzo Criminale</em>. “Non mi sarebbe riuscito. Dentro ogni scrittore c&#8217;è il demone di cambiare, tranne nel piacere della serie, anche se poi anche i personaggi seriali mutano. Io ho 10 anni in più da quando ho iniziato a scrivere <em>Romanzo Criminale</em>, ho una calma interiore, una maggiore disillusione.”<br />
In questo nuovo romanzo tutta l&#8217;Italia sembra che viva di dossieraggi selvaggi, non è, come dire, roba da romanzieri? “Dal &#8217;27 Mussolini incominciò la pratica del dossieraggio ad ampia scala, tramite l&#8217;OVRA. Nel corso degli anni si sono gonfiati, passati di mano, e costituiscono una scia di continuità del potere, contiguo a quello ufficiale ma parallelo. A metà dei &#8217;90 si avviò una riflessione sul doppio stato, Tranfaglia, e sul potere di condizionamento dei poteri occulti nei confronti della democrazia italiana, la storia sporca, insomma. Sembra una maledizione dalla quale non si riesce a liberarci. Pensa: 14 casi accertati di deviazione fra Piazza Fontana e l&#8217;Italicus, casi in cui non c&#8217;era una responsabilità diretta degli apparati, ma responsabilità di inquinamento. Tutto questo aveva un senso grandioso e tragico sotto il fascismo, uno contingente all&#8217;inizio della guerra fredda, ne aveva uno drammatico nel periodo della lotta al comunismo, ma ora è diventata solo una guerra per bande, è aziende che spiano altre aziende, questo senso di entropia che affligge i personaggi di Nelle mani giuste è la deriva di una nazione sotto il segno della mediocrità.” Siamo un paese mediocre? “Sì. Siamo un paese che scivola ineluttabile verso la mediocrità.”<br />
Dunque quello che non può fare il giornalista che non ha in mano questi <em>dossier</em>, lo può fare il romanziere? Può raccontare la storia che non si può raccontare? “Ci sono molti giornalisti coraggiosi che fanno giornalismo investigativo, il romanzo è un&#8217;altra cosa, resta comunque un&#8217;opera di fantasia, un&#8217;opera in cui gli snodi storici cedono alla metafora. Io la storia la manipolo anche se non la tradiscono.” È una storia più vera del vero, uno legge il tuo libro e dice: non può che essere così! “Se un ragazzo che non ha mai sentito parlare di quegli anni, legge il libro e ci riflette sopra, è una coscienza conquistata alla causa, e sottratta agli oppiacei. E non è poco, coi tempi che corrono.”<br />
Sono alla seconda sigaretta, sta finendo anche l&#8217;intervista. Mi chiedono sempre, gli dico, come faccia un architetto a scrivere, e io rispondo: De Cataldo fa il magistrato, Piazzese il biochimico&#8230; “Jannacci il medico, e così via&#8230; io sono molto laico sull&#8217;argomento: ci sono scrittori che non hanno fatto altro che scrivere nella vita e mi va benissimo, ma a me è andata diversamente. Comunque negli anni questa domanda me la fanno sempre meno spesso.” Ma la mia domanda è un&#8217;altra: ci riesci ancora a fare il magistrato? “Per il momento sì, ma l&#8217;attività di scrittura sta diventando sempre più assorbente, a volte sono cullato dalla tentazione di mollare, ma so che mi mancherebbe. E non mollo.”</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/03/intervista-a-giancarlo-de-cataldo/">Intervista a Giancarlo De Cataldo</a></p>
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		<title>A Milano la Moratti promuove la &#8220;pacificazione&#8221; post mortem nel sacrario militare di Sant&#8217;Ambrogio</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Sep 2007 09:08:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Galbiati</strong></p>
<p>In questi giorni, sui giornali, si sono trovati vari articoli relativi al lodevole desiderio della Giunta comunale di Milano di arrivare alla pacificazione delle salme dei partigiani e dei repubblichini (si dice così?) milanesi.<br />
Il 14 settembre, Giuseppina Piano scrive per <em>Repubblica</em> che la Moratti vuole chiudere le ferite del passato, come s&#8217;è fatto in Spagna, e a questo proposito propone &#8220;come «segno di riconciliazione», la traslazione di tutti i defunti milanesi, dei partigiani come dei repubblichini di Salò, insieme nel sacrario militare di piazza Sant’Ambrogio&#8221;.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/21/a-milano-la-moratti-promuove-la-pacificazione-post-mortem-nel-sacrario-militare-di-santambrogio/">A Milano la Moratti promuove la &#8220;pacificazione&#8221; post mortem nel sacrario militare di Sant&#8217;Ambrogio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Galbiati</strong></p>
<p>In questi giorni, sui giornali, si sono trovati vari articoli relativi al lodevole desiderio della Giunta comunale di Milano di arrivare alla pacificazione delle salme dei partigiani e dei repubblichini (si dice così?) milanesi.<br />
Il 14 settembre, Giuseppina Piano scrive per <em>Repubblica</em> che la Moratti vuole chiudere le ferite del passato, come s&#8217;è fatto in Spagna, e a questo proposito propone &#8220;come «segno di riconciliazione», la traslazione di tutti i defunti milanesi, dei partigiani come dei repubblichini di Salò, insieme nel sacrario militare di piazza Sant’Ambrogio&#8221;. Per Letizia Moratti questo &#8220;sarebbe il modo per «chiudere un capitolo drammatico e doloroso che ha lasciato ferite e divisioni. La Spagna ci è riuscita, creando un luogo [fatto erigere grazie alla bontà del dittatore Francisco Franco] dove i caduti della Guerra civile sono sepolti insieme».&#8221;<br />
<span id="more-4469"></span><br />
Il 14 settembre si è deciso anche che le ceneri del comandante partigiano Giovanni Pesce, medaglia d&#8217;oro alla Resistenza, morto il 27 luglio scorso, troveranno degna sepoltura al Famedio, il cimitero Monumentale milanese. Scelta, questa, che non ha trovato tutti d&#8217;accordo, infatti al momento della votazione i tre assessori di Alleanza nazionale sono usciti dall&#8217;aula: «La sepoltura al Famedio — spiega il vicesindaco Riccardo De Corato — è un segnale eccessivo perché Pesce, a differenza di tanti altri partigiani, non è stato un uomo di riconciliazione.» (Elisabetta Soglio per il <em>Corriere della Sera</em> del 14 settembre).</p>
<p>Se da una parte gli ex-missini non approvano la decisione presa su Pesce perché la loro nota coerenza gli impone di tenere fermo il punto sul dovere della riconciliazione nazionale tra partigiani e repubblichini, pardon, repubblicani di Salò, dall&#8217;altra parte, persone di dubbia moralità e amanti della divisione e della discordia come Antonio Pizzinato, presidente lombardo dell’Anpi, si oppongono al meritorio progetto del sacrario comune: «Non si può pensare all’assurdo. Com’è possibile mettere assieme i carnefici con coloro che sono stati assassinati?» (<em>Repubblica</em>, già citata)</p>
<p>Anche D’Alema, il 17 settembre, alla Festa dell&#8217;Unità di Milano, ha dichiarato che &#8220;Non si può mettere sullo stesso piano libertà e anti-libertà. La Resistenza fu anche guerra civile, ma soprattutto fu guerra di liberazione. Il fascismo e&#8217; stato la negazione dei valori della nostra convivenza, la Resistenza ha riconquistato la libertà. E&#8217; sbagliato metterle sullo stesso piano&#8221;.<br />
Come si può notare, queste perniciose dichiarazioni trasudano la retorica tipica delle persone di sinistra, comunisti che non accettano mai gli inviti alla pace e alla riconciliazione, e si propongono solo con slogan che incitano all&#8217;odio contro i loro nemici, siano essi nostri compatrioti in camicia nera o onesti imprenditori che si dedicano alla politica per il bene della nazione.<br />
Ma ora, grazie all&#8217;azione di probi riformatori sociali come l´assessore ai Servizi funebri Stefano Pillitteri (figlio dell&#8217;ex sindaco socialista), ideatore della proposta, la cultura &#8220;sinistra&#8221; (in ogni senso) dell&#8217;odio e della divisione sarà superata perché, come dichiara lo stesso Pillitteri su <em>Repubblica</em>, «Milano può e deve essere il luogo della riconciliazione nazionale. È giunto il momento che riposino insieme quelli che combatterono dalla parte giusta e quelli che lo fecero dalla parte sbagliata».</p>
<p>I milanesi e l&#8217;Italia tutta aspettano con ansia che nel sacrario dei caduti milanesi, in piazza Sant’Ambrogio, dove oggi vi sono solo i resti di militari della Prima e della Seconda guerra mondiale, arrivino anche i quattromila partigiani sepolti al Campo della Gloria di Musocco, e i repubblichini, pardon di nuovo, repubblicani di Salò sepolti al Campo 10 di Musocco. E magari anche altri caduti, se possibile, c&#8217;è posto per tutti.</p>
<p>E&#8217; importante, che le salme di chi si faceva guerra si pacifichino, e si trovino a braccetto nello stesso sacrario, fa bene ai morti. Sembra quasi di vederli contenti, in Paradiso, i partigiani e i repubblichini (ops!), stringersi la mano, complimentarsi vicendevolmente per l&#8217;onore della causa avversaria. E san Pietro, e il buon Dio, come sorridono! Forse pensano a quanto tutto questo faccia bene a figli e nipoti dei defunti, ai milanesi tutti: la vecchia Milano da bere onorerà una nuova Milano da seppellire. E infatti i milanesi, quando potranno commemorare e piangere insieme i morti partigiani e repubblich&#8230; repubblicani, diventeranno tutti migliori, perché la pietà e la compassione portano buoni sentimenti.</p>
<p>Così tutti staremo bene. &#8220;Voremas tuc ben!&#8221;, vogliamoci tutti bene! In nome di Dio, della famiglia, dell&#8217;Italia: la patria che quei morti hanno tutti ugualmente onorato, perché tutti combattevano in nome del popolo e della libertà, è solo che alcuni hanno sbagliato parte, si sono confusi e si son messi nelle fila dei nazisti tedeschi&#8230; e per noi milanesi sarebbe pura cattiveria non volerli commemorare al pari degli altri per un banale errore in buona fede, vi pare?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/09/21/a-milano-la-moratti-promuove-la-pacificazione-post-mortem-nel-sacrario-militare-di-santambrogio/">A Milano la Moratti promuove la &#8220;pacificazione&#8221; post mortem nel sacrario militare di Sant&#8217;Ambrogio</a></p>
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		<title>Grazie, Di Canio</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2005 20:02:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p>Devo ringraziare il cavernicolo che risponde al nome di <strong>Paolo Di Canio</strong>, perché con i suoi atteggiamenti, la sua faccia, tutto ciò che è e che fa, mi ha ricordato una cosa della quale forse un po&#8217; tutti ci eravamo dimenticati, cioè che il fascismo è una cosa schifosa e che i fascisti sono persone schifose.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/12/18/grazie-di-canio/">Grazie, Di Canio</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/di%20canio%20saluto.jpg" width="240" height="187" alt="" title="" /></p>
<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p>Devo ringraziare il cavernicolo che risponde al nome di <strong>Paolo Di Canio</strong>, perché con i suoi atteggiamenti, la sua faccia, tutto ciò che è e che fa, mi ha ricordato una cosa della quale forse un po&#8217; tutti ci eravamo dimenticati, cioè che il fascismo è una cosa schifosa e che i fascisti sono persone schifose. <span id="more-1578"></span></p>
<p>Ce l&#8217;avevano fatto dimenticare le sopracciglia inarcate di <strong>Fini </strong>quando <strong>Berlusconi</strong>, insediandosi come presidente di turno della Comunità europea due anni fa, non trovò di meglio che dare del kapò a un socialdemocratico tedesco (che fra l&#8217;altro di mestiere fa il libraio). Guardando quei due, abbiamo tutti pensato: Berlusconi è un pagliaccio, Fini è un uomo politico che non mi farà vergognare di essere italiano.<br />
Ce l&#8217;eravamo dimenticati perché abbiamo tutti adottato qualcuno di Alleanza nazionale che ci sta particolarmente simpatico, che ci sembra in buona fede, ci sembra uno che ci crede, una persona decente, pulita, su cui si può contare. Io ho i miei (<strong>Alemanno</strong>, <strong>Baldassarri</strong>, più uno di cui non mi ricordo il nome, l&#8217;ho visto solo due volte in tv e mi ha fatto così ridere, ma così ridere, era così divertente, era un cazzone come tutti noi, il vicino di casa ideale, uno da andarci a giocare a calcetto ma subito subito, quello che se si fidanzerà con tua sorella o tua figlia sai che brutte sorprese non te ne darà e le cene con lui saranno uno spasso &#8211; davvero mi spiace di non avere memorizzato il nome, è uno minore, un sottosegretario non so di che), ciascuno ha i suoi.</p>
<p>Invece la <strong>bruttissima faccia</strong> da coatto di Di Canio, il suo bruttissimo gesto mi hanno ricordato che il fascismo è uno schifo.<br />
Non me ne frega un cazzo se <strong>Lucarelli </strong>ogni tanto saluta col pugno. A parte che io non l&#8217;ho mai visto, la repubblica italiana è nata dall&#8217;antifascismo, non dall&#8217;anticomunismo.<br />
C&#8217;è una differenza etica ed estetica: basta guardarli, il bel comunistone toscano spaccamontagne Lucarelli e il fascistello laziale con insufficienza toracica e cranica. L&#8217;estetica diventa etica, e basta.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/12/18/grazie-di-canio/">Grazie, Di Canio</a></p>
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		<title>Ne vale la pena? #2</title>
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		<pubDate>Tue, 13 May 2003 13:49:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Tiziano Scarpa</strong></p>
<p>Ricopio una parte della “Premessa”, datata dicembre 2002, che apre la nuova edizione tascabile di <strong>Nudo di madre. Manuale del perfetto scrittore</strong> di <strong>Aldo Busi</strong>, pubblicato poche settimane fa negli Oscar Mondadori.<br />
<br />
Due avvertimenti.<br />
Il primo: l’autore fa riferimento al 1995, che è l’anno in cui scrisse il libro, pubblicato nel 1996.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/05/13/ne-vale-la-pena-2/">Ne vale la pena? #2</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tiziano Scarpa</strong></p>
<p>Ricopio una parte della “Premessa”, datata dicembre 2002, che apre la nuova edizione tascabile di <strong>Nudo di madre. Manuale del perfetto scrittore</strong> di <strong>Aldo Busi</strong>, pubblicato poche settimane fa negli Oscar Mondadori.<br />
<span id="more-40"></span><br />
Due avvertimenti.<br />
Il primo: l’autore fa riferimento al 1995, che è l’anno in cui scrisse il libro, pubblicato nel 1996.<br />
Il secondo: tutte le sottolineature sono mie.</p>
<p>Dalla “<strong>Premessa</strong>” a <strong>Nudo di madre</strong> di <strong>Aldo Busi</strong>:</p>
<p>(…) Purtroppo, dal 1995 a ora, si è fatto strada e poi è sbucato fuori il predatore più imprevedibile e crudele per me: <strong>il rimorso di avere scritto la mia opera in italiano</strong>.<br />
L’Italia è un paese piccolo e per sovrammercato trino, suddiviso in tre Sud di vario livello e uguale miseria, ormai non solo morale, patria del lavoro nero, di un analfabetismo istituzionalmente programmatico e di innumerevoli processioni per ingraziarsi un santo in terra, un paese minato da fascismo e clericalismo e mafia inestirpabili e ormai graziosi, dove la classe politica e giudiziaria e finanziaria è cresciuta sull’impunità delle stragi di Stato, dove non c’è stata rivoluzione e anche la restaurazione – dalla rivoluzione che non c’è mai stata – è passiva e incredula, e mi rendo conto che, <strong>per scrivere come ho scritto io, ho dovuto fare tutto da me, anche quella rivoluzione sociale che a Francia e Inghilterra ha permesso di avere le letterature moderne che hanno. Sono ormai dell’avviso che il novanta per cento delle energie che ho investito nella mia opera sono sprecate</strong>, e non alla luce dell’Italia contemporanea, ma anche di ogni possibile Italia che ci sarà finché ancora potrà accedere alle mie opere senza tradurle. Non è che <strong>questo paese</strong> desideri o no le mie energie, se restano televisive e ballettistiche, è che <strong>non sa che farsene di una letteratura sganciata da una finalità catechistica</strong> e quindi non sa che farsene della mia opera ovvero di un’opera di letteratura che non potrà mai fare propria perché non la può riconoscere, gli manca l’abbicì di base prima ancora della buona volontà o della malafede o dell’ipocrisia; il mio non è malanimo verso il mio paese natale, non gliene faccio una colpa, è come pretendere coordinamento, e quindi coerenza, fra impulso e conseguente movimento da un paraplegico dalla nascita. <strong>Lo sciocco sono io, che ho voluto sfidare più del dovuto me stesso e un paese che non c’è, un paese la cui intima sostanza politica sta proprio nell’essere rimasto un’espressione geografica le cui massime aspirazioni estetiche e civili sono quelle dei suoi stivali e dello scrivano che glieli lustra</strong>, e l’ho voluto sfidare più della nostra stessa e mutua capacità di reazione, tanto che ci siamo venuti a noia senza possibilità di ricrederci. <strong>E che velleitario quello Scrittore che, potendo decidere di porre le proprie energie all’opera in francese, inglese o tedesco, scrive per testardaggine e sprezzo del ridicolo in una lingua madre più sua che non del suo paese! Come poteva Egli ignorare che il Suo paese parla e intende tutt’altra lingua, e che la propria non la parlerà né intenderà intenderla mai e leggerla men che meno?</strong> (…)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/05/13/ne-vale-la-pena-2/">Ne vale la pena? #2</a></p>
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