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	<title>Nazione Indiana &#187; federica fracassi</title>
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		<title>Macello al Teatro i</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Jan 2005 13:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Secondo appuntamento di <strong>Nazione Indiana </strong>al <strong>Teatro i</strong></p>
<p><strong>MACELLO</strong></p>
<p>Lettura scenica della raccolta di poesie di <strong>Ivano Ferrari </strong><br />
(pubblicata nella <strong>Collezione di poesia Einaudi</strong>, 2004)</p>
<p>Voce dell&#8217;autore e dell&#8217;attrice <strong>Federica Fracassi</strong></p>
<p><strong>17 gennaio 2005 </strong>0re 21 &#8211; Teatro i &#8211; via Gaudenzio Ferrari, 11 &#8211; Milano.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/17/macello-al-teatro-i/"><i>Macello </i>al Teatro i</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/standpig.jpg" border="0" alt="standpig.jpg" hspace="4" vspace="2" width="333" height="250" align="left" />Secondo appuntamento di <strong>Nazione Indiana </strong>al <strong>Teatro i</strong></p>
<p><strong>MACELLO</strong></p>
<p>Lettura scenica della raccolta di poesie di <strong>Ivano Ferrari </strong><br />
(pubblicata nella <strong>Collezione di poesia Einaudi</strong>, 2004)</p>
<p>Voce dell&#8217;autore e dell&#8217;attrice <strong>Federica Fracassi</strong></p>
<p><strong>17 gennaio 2005 </strong>0re 21 &#8211; Teatro i &#8211; via Gaudenzio Ferrari, 11 &#8211; Milano.</p>
<p><em>Per informazioni e prenotazioni</em>: <strong>02.8323156 </strong>- <strong>info@teatroi.org</strong>.<br />
<span id="more-858"></span><br />
Nello spazio chiuso di un mattatoio, &#8220;la grande sala dove si esibisce la morte&#8221;, <strong>Ivano Ferrari</strong> mette in scena uno spietato e cruento interregno uomo-animale determinato da una schiacciante sopraffazione. Un <em>Macello </em>che rimanda ad altri macelli che continuano ad attraversare la nostra vita di specie e che è campo di battaglia, lager, laboratorio, chiesa, teatro e dove i macellatori sono carnefici, tecnici, sacerdoti, registi.</p>
<p>In questa raccolta poetica intensa e perentoria, piena di accensioni, implorazioni, crudeltà, straziante sarcasmo e personaggi animali e umani difficili da dimenticare, ogni verso ha un suo ictus determinato da una provocazione lessicale, tonale e psichica che diventa immediatamente lacerazione visiva. La materia, la carne &#8211; come la poesia- vengono messe in totale sofferenza e la vita è registrata nel suo punto limite e anche oltre, nelle sue ulteriori degradazioni istologiche eppure non ancora al termine del suo percorso di profanazione e violenza.</p>
<p><strong>Ivano Ferrari </strong>è nato a Mantova nel 1948. Ha lavorato per alcuni anni nel mattatoio cittadino. Presso <strong>Einaudi </strong>ha pubblicato <strong>Macello </strong>e la raccolta di poesie <strong>La franca sostanza del degrado</strong>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/17/macello-al-teatro-i/"><i>Macello </i>al Teatro i</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>INAUGURAZIONE DEL TEATRO i</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/11/17/inaugurazione-del-teatro-i/</link>
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		<pubDate>Wed, 17 Nov 2004 07:34:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>renzo martinelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>Cari amici di Nazione Indiana, finalmente ci siamo!!!!! Vi aspettiamo tutti.</p>
<p><strong>Federica Fracassi</strong>, <strong>Jacopo Guerriero</strong>, <strong>Renzo Martinelli</strong></p>
<p>A <strong>Milano</strong>, dopo un lungo silenzio, riapre i battenti un luogo simbolo della città: <strong>Teatro i</strong>.<br />
<br />
Riapre il Teatro i.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/11/17/inaugurazione-del-teatro-i/">INAUGURAZIONE DEL TEATRO i</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/05.JPG" alt="05.JPG" align="left" border="0" height="240" hspace="4" vspace="2" width="320" /></p>
<p>Cari amici di Nazione Indiana, finalmente ci siamo!!!!! Vi aspettiamo tutti.</p>
<p><strong>Federica Fracassi</strong>, <strong>Jacopo Guerriero</strong>, <strong>Renzo Martinelli</strong></p>
<p>A <strong>Milano</strong>, dopo un lungo silenzio, riapre i battenti un luogo simbolo della città: <strong>Teatro i</strong>.<br />
<span id="more-725"></span><br />
Riapre il Teatro i. Lo spazio di <strong>via Gaudenzio Ferrari, 11</strong>, luogo storico delle avanguardie teatrali milanesi, di proprietà dell’<strong>Assessorato Demanio e Patrimonio</strong> del <strong>Comune di Milano</strong>, diviene la sede artistica e operativa di <strong>Teatro Aperto</strong>, compagnia diretta da <strong>Renzo Martinelli</strong>. In un ideale passaggio di consegne il regista riceve il testimone da <strong>Mario Montagna</strong>, fondatore di <strong>Teatro i</strong>, di cui fu allievo e amico.</p>
<p><strong>Mercoledì 17 novembre</strong>, alle ore <strong>18.30</strong> si terrà l’inaugurazione dello spazio dopo una prima fase di ristrutturazione iniziata nel 2003. Nel corso della serata, <strong>Federica Fracassi</strong> –cofondatrice di Teatro Aperto- e <strong>Renzo Martinelli</strong> illustreranno le linee guida della nuova direzione artistica e i primi eventi in calendario insieme a <strong>Oliviero Ponte di Pino</strong>. A seguire un rinfresco e interventi sonori a cura di <strong>Giuseppe Ielasi</strong>.</p>
<p>Il Teatro i, per la sua conformazione e per la sua storia, è una sala unica nel panorama milanese. La struttura è articolata in tre volumi: un piccolo <strong>foyer</strong>, la <strong>sala</strong> e una <strong>terrazza</strong> che si affaccia sulla <strong>Conca leonardesca</strong>.<br />
<strong>Novanta posti</strong> di capienza, uno spazio scenico di otto metri e mezzo di larghezza per nove di profondità rendono l’idea delle piccole dimensioni di un luogo che pure, negli anni, ha fatto di questa fragilità la sua forza. Dalle origini infatti Teatro i si è proposto come polmone d’arte e cultura per eventi e progetti alternativi alla programmazione dei grandi teatri: negli anni Ottanta con la coraggiosa serie di laboratori ideati da <strong>Mario Montagna</strong> –celebri i suoi lavori su <strong>Antonin Artaud</strong>-, oggi con un gruppo di lavoro riconosciuto a livello nazionale nell’ambito della sperimentazione teatrale, che intende far crescere la propria vocazione alla produzione, dando però spazio e possibilità a nuovi incontri e confronti anche attraverso iniziative culturali “collaterali” quali convegni, incontri, laboratori.</p>
<p>Per questo il teatro sarà anche sede di appuntamenti ideati da altre realtà che collaborano con Teatro Aperto: ad oggi <strong>reading, performance e dibattiti</strong> a cura di <strong>Nazione Indiana</strong> (www.nazioneindiana.com), un gruppo di scrittori e artisti fondatori dell’omonimo blog collettivo e <strong>iFringes</strong>, <strong>eventi sonori live</strong> di artisti italiani e stranieri dell’area della musica sperimentale, concreta, elettroacustica.</p>
<p>La prima opera presentata al pubblico sarà <strong>Addaura Woyzeck</strong>, esito di un laboratorio-studio co-diretto da <strong>Renzo Martinelli</strong> e <strong>Claudio Collovà</strong> (<strong>Cooperativa Teatrale Dioniso- Palermo</strong>), vicini nel tentativo di scoprire una percezione più intensa di se stessi e del proprio operare. Sulla scia di questo tragitto comune, il 2005 vedrà un sempre crescente confronto tra le due compagnie.</p>
<p><strong>Addaura Woyzeck</strong> sarà presentato al Teatro i nei giorni <strong>18,19,20 novembre</strong> alle ore <strong>21.00</strong> e <strong>domenica 21</strong> alle ore <strong>19.00</strong>, ingresso gratuito.</p>
<p><strong>Informazioni</strong>:</p>
<p>Teatro i, via Gaudenzio Ferrari 11, 20123 Milano.</p>
<p><strong>Staff</strong>: Chiara Bagalà, Elena Cerasetti, Simona Colombo, Federica Fracassi, Jacopo Guerriero, Renzo Martinelli, Gianni Munizza, Beppe Sordi.</p>
<p><strong>Ufficio Stampa</strong>: Jacopo Guerriero cell. 340/2349810</p>
<p><strong>Organizzazione</strong>: Gianni Munizza cell. 338/3742437</p>
<p><strong>URL</strong>: www.teatroi.org</p>
<p>teatroaperto@yahoo.it</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/11/17/inaugurazione-del-teatro-i/">INAUGURAZIONE DEL TEATRO i</a></p>
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		<title>Tifosa</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Sep 2004 14:19:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>renzo martinelli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[federica fracassi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Federica Fracassi</strong></p>
<p></p>
<p>Non c’è che dire: essere l’unica donna in compagnia di quattordici uomini per una settimana ti cambia la vita e anche la postura.<br />
<br />
Sto urlando con tutto il fiato che ho in gola. E’ un momento, che sembra durare meno di un momento.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/09/05/tifosa/">Tifosa</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Federica Fracassi</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/Ponor13Anaheim500_Kopie.jpg" alt="Ponor13Anaheim500_Kopie.jpg" align="left" border="0" height="119" hspace="4" vspace="2" width="120" /></p>
<p>Non c’è che dire: essere l’unica donna in compagnia di quattordici uomini per una settimana ti cambia la vita e anche la postura.<br />
<span id="more-562"></span><br />
Sto urlando con tutto il fiato che ho in gola. E’ un momento, che sembra durare meno di un momento. Salto, abbraccio, rido. Con la bocca spalancata strattono mio fratello e mi sbraccio e non mi frega più di essere una femmina composta o con il mascara messo bene. Sono inguardabile, tutto sta colando, mi scendono anche le lacrime vere. Me ne accorgo solo dopo però, mentre cammino per strada verso il treno e abbraccio i rumeni per le loro medaglie. Un sessantenne mi stringe le mani e mi ripete che ama il mio paese, con la sua faccia piana e stanca, aperta e stremata. Mi colpisce, mi imbarazza un po’. Dell’Italia sembra più fiero lui di me.<br />
Ma a questo penso dopo. Anche di questo mi accorgo solo dopo. Ora scatto e reagisco come un animale. I sensi all’erta, fissi su ogni movimento, i nervi tesi che sembrano vedere come mille occhi e mi strappano a forza dalla sedia dove tento di tenermi incollata.<br />
Mi sto semplicemente emozionando. Come non mi accadeva da tempo.<br />
Sto semplicemente seguendo la gara del ginnasta Igor Cassina nello Stadio Indoor del più grande complesso olimpico costruito per i giochi 2004 di Atene.<br />
Sono semplicemente una tifosa.</p>
<p>Abbiamo appena fischiato la giuria per più di dieci minuti per un punteggio vergognoso dato all’atleta russo, “un punteggio assolutamente al di sotto del suo esercizio” commentiamo con aria da saputi. E abbiamo continuato a fischiare quando l’americano in gara è balzato a un primo posto chiaramente immeritato. Clima da guerra fredda? Non in questo caso. Non c’è bisogno di essere un esperto per notare un’ingiustizia. E’ un fatto però che la maggior parte del pubblico che segue le gare non stia dalla parte degli Stati Uniti. Sarà per la loro strapotenza? In fondo scatta sempre il meccanismo psicologico della difesa del più debole. Più probabile, perché la politica degli Stati Uniti in questo momento storico stona con l’etica, con la pratica, con il rispetto reciproco su cui si fondano questi giochi. E su cui dovrebbe fondarsi anche tutto il resto. (Ad essere sinceri, con lo spirito dei giochi stona anche la puzza di hamburger che si diffonde dal mega Mac Donald del villaggio olimpico. Di tanto in tanto non disdegno un Big Mac, ma come si fa ad affiancare l’immagine degli atleti semidei a quella di uno sponsor che ingozza bocche fameliche di patate fritte? La trovo quantomeno una pessima scelta estetica. Forse è un problema solo mio. Controllo ogni giorno e il mega Mac Donald del villaggio è sempre affollato di gente felice.)</p>
<p>Cassina entra in gara dopo il russo e dopo l’americano. Il quinto atleta dopo un casino tale che mantenere la grinta e la concentrazione è un’impresa titanica. Lui lo fa e sbalordisce. Non è minuto come gli altri atleti della sua specialità. I suoi volteggi alla sbarra sono amplificati dal paradosso che un corpo così scultoreo e alto possa farsi aria e scatto, forza e levità, qualità che si vedono solo nei documentari della sera tardi quando lo speaker tv ti parla dell’aquila e del giaguaro.<br />
Cassina fa il suo esercizio alla perfezione (con una leggera sbavatura in uscita dirà poi lui) e vince la medaglia d’oro nella ginnastica. La prima medaglia d’oro italiana nella disciplina della sbarra orizzontale.<br />
E io di nuovo urla, adrenalina.<br />
Ma come mi è potuto accadere di finire così: una fanatica avvolta nella bandiera tricolore, che si ritrova a canticchiare l’inno nazionale? Non posso essere io.</p>
<p>“Tifo” di per sé fa pensare a una malattia, a una febbre. Come dice il vocabolario al “coltivare con eccessivo entusiasmo interessi di varia natura”.<br />
E’ vero che io sono sempre un tantino troppo entusiasta nella vita e quasi mai molto sana di mente, ma, per ritrovare una simile reazione eccessiva del mio fisico nella veste di spettatrice sportiva, devo andare molto indietro con la memoria, ai gloriosi tempi delle medie.<br />
Io, con il mio cuscinetto nerazzurro, avvolta nella mia sciarpa nerazzurra che mi protegge dal freddo cane dello stadio di San Siro, mentre invoco a gran voce Alessandro Altobelli e Karl Heinz Rumenigge.<br />
Io, nel Palazzetto dello Sport sempre a San Siro, poi crollato per una nevicata storica, che mi sgolo con lo striscione alzato guardando la Sei Giorni e la lotta furibonda tra Francesco Moser e Giuseppe Saronni.<br />
Bandiere, striscioni, emblemi. Che poi cosa sono? A cosa servono? Necessari ad alimentare il tifo, la malattia, a proteggere dal resto del mondo, a dirigere l’attenzione. A dare la spinta per stare concentrati su una priorità, come se quella fosse il mondo, con la sua lingua, i suoi simboli, le sue lucine d’orientamento.<br />
Come potrebbe essere altrimenti? Come sarebbe possibile, senza un apparato di riferimento iconografico, simbolico, concettuale, arrivare ad ammazzare per una squadra? Senza andare troppo in là… come arriva un soldato ad ammazzare per la patria? E’ sufficiente convincersi che tutto il resto non esiste, tagliare i riferimenti con il resto del mondo. E per poterlo fare è necessario un terreno ben costruito su cui appoggiarsi.</p>
<p>Basta tifo.<br />
In questi anni non mi capita più.<br />
Non solo mi distanzio dal tifo sportivo, ma me la dò proprio a gambe quando si tratta di tifo nazionale, di inni e di sventolate.<br />
Mi ripugna l’uso che si fa del concetto di patria, le bandiere che saltano fuori quando ci scappa il morto giusto, rito funebre da reality show, pianti a comando amplificati e messi col profilo migliore davanti alla telecamera. Mi ripugna lo sport nazionale, calcio dai troppi soldi, il lato più esaltante le storie d’amore degli attaccanti. Mi fa schifo l’immagine che diamo del nostro paese, l’abbruttimento sistematico su cui ci hanno programmato e soprattutto la copertura sistematica di tutto quanto non è abbruttimento. M’incazzo quanto penso che hanno messo il ® alle parole “forza italia” e anche al rosso, bianco e verde della bandiera italiana ®, e all’azzurro delle divise italiane degli atleti ®. Senza chiedere il permesso. Dittatura morbida, diciamo con un amico. Con le sue bandiere e le sue bandane.</p>
<p>E allora come faccio a ritrovarmi così scatenata sulle gradinate di Atene? Sono davvero io? Una io malata? O è qualcosa di diverso? Perché io lo so che lo sport non è più come prima, che c’è il doping, che ci sono i soldi, che ci sono i poteri. Ma questi giorni passati in un’Atene ospitale e rinnovata sono stati giorni belli, giorni vivi.<br />
Ho scoperto ad esempio con grande stupore un rapporto sano tra il mondo olimpico e le sue bandiere. Ho potuto dare una ridimensionata a tutte le distorsioni inflitte ai colori del mio paese. Ridere dell’inquilino del mio palazzo, che per fare un dispetto alla mia bandiera della pace aveva comprato un mega striscione tricolore, come se “Italia” e “pace” fossero concetti opposti. Riprendermelo un po’ questo tricolore con ironia, cosa che del resto facevano tutti gli altri: argentini, francesi, marocchini, cinesi, ucraini…sportivamente, senza troppe menate politico- simboliche.<br />
E poi soprattutto ho scoperto che esiste la possibilità che tifo non sia l’equivalente di malattia. Mi sono appassionata di persone, corpi, facce. Ho visto il divino nei corpi, la bellezza nei corpi e mi è parso possibile per un momento che l’uomo tra tutte le brutture potesse essere anche questo:<br />
Cassina, dalla Brianza alla gloria.<br />
La rumena Catalina Ponor, che vince volando due ori nella ginnastica ed sale sul podio con un volto così forte e preciso da sembrare dipinta e con un sorriso talmente fragile da spaventare.<br />
Giuseppe Gibilisco, che gareggia con una gamba dolente, bronzo nel salto con l’asta.<br />
Alexandre Despatie, argento canadese nei tuffi dal trampolino di tre metri: bello, preciso, con i capelli lunghi.<br />
E l’atleta russo, che vince gli ottocento metri con una volata da centometrista che lo fa risalire dall’ultima posizione.<br />
E la sudafricana del salto in alto, che mima con le mani come un’attrice il percorso da fare prima di partire.<br />
E il norvegese del giavellotto, che fa le boccacce alla telecamera.<br />
E Baldini, che lascia dietro tutti e dà un nuovo presente alla maratona.<br />
Ma anche il saltatore con l’asta caduto fuori dal materasso.<br />
L’atleta greca a cui si è slacciata una scarpa.<br />
Il brasiliano fermato in gara dal predicaotre pazzo.<br />
La ragazza cinese arrivata quarta per un decimo di secondo, che da quattro anni come gli altri ripete lo stesso esercizio scordandosi tutto il resto, inseguendo un sogno che dura niente. Una fanatica. Una malata. Una tifosa.</p>
<p>Allora ecco. Io lo so che lo sport non è più come prima, che c’è il doping, che ci sono i soldi, che ci sono i poteri.<br />
Però in questa settimana olimpica me ne sono scordata, mischiata a questi Dei fanatici. A questi tifosi sani.  Goffamente avvolta in una bandiera tricolore.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/09/05/tifosa/">Tifosa</a></p>
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		<title>L&#8217;oltre, l&#8217;altro e l&#8217;altrove</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/03/loltre-laltro-e-laltrove/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/03/loltre-laltro-e-laltrove/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 03 Sep 2004 14:19:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>renzo martinelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Bergonzoni]]></category>
		<category><![CDATA[federica fracassi]]></category>
		<category><![CDATA[Jacopo Guerriero]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Intervista ad <strong>Alessandro Bergonzoni</strong></p>
<p>di <strong>Federica Fracassi</strong> e <strong>Jacopo Guerriero</strong></p>
<p>Con geologica velocità continua la nostra serie di incontri con i Comici (da notare la &#8220;C&#8221; maiuscola). Buona lettura<br />
<br />
<strong>Una definizione di Alessandro Bergonzoni su Alessandro Bergonzoni.</strong></p>
<p>Un abusatore del pensiero ossessionato dell’immaginario, desideroso di assassinare la retorica e di non usare più la parola assassinare; anche un comico anche uno scrittore anche un anche.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/09/03/loltre-laltro-e-laltrove/">L&#8217;oltre, l&#8217;altro e l&#8217;altrove</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Intervista ad <strong>Alessandro Bergonzoni</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/Bergonzoni1.jpg" alt="Bergonzoni1.jpg" align="left" border="0" height="148" hspace="4" vspace="2" width="222" />di <strong>Federica Fracassi</strong> e <strong>Jacopo Guerriero</strong></p>
<p>Con geologica velocità continua la nostra serie di incontri con i Comici (da notare la &#8220;C&#8221; maiuscola). Buona lettura<br />
<span id="more-557"></span><br />
<strong>Una definizione di Alessandro Bergonzoni su Alessandro Bergonzoni.</strong></p>
<p>Un abusatore del pensiero ossessionato dell’immaginario, desideroso di assassinare la retorica e di non usare più la parola assassinare; anche un comico anche uno scrittore anche un anche.</p>
<p><strong>Quali sono stati gli incontri (di ogni genere: libri, persone, etc.) che ti hanno formato?</strong></p>
<p>Sicuramente i fratelli Marx sicuramente, i fratelli Coen, andrebbero bene anche gemelli o figlio unici e allora sicuramente posso dire il mio regista Claudio Calabrò, molti pittori contemporanei, mio figlio, mia figlia Peppe Lanzetta Wim Wenders, ma soprattutto gli altri io.</p>
<p><strong>Qual è il luogo da cui il comico oggi parla? Il comico si valuta con i criteri dell’estetica televisiva?</strong></p>
<p>Tristemente per la maggior parte della comicità sì, come dico fino alla noia per colpa di certi palinsestisti, un pochino anche per colpa di certi autori attori, tantissimo, e voglio sottolineare tantissimo, per colpa della connivenza marcia e putrebonda dello spettatore audience, della clak passivo-numerica, dei “siamo tornati dal lavoro non vogliam pensare”. Vero è che esiste anche una sub, non tanto sub, situazione di comicità altrove: teatri, certa stampa, certa radio puntiamoci.</p>
<p><strong>Nel contesto odierno il teatro, come luogo del comico, può giocare ancora un ruolo politico?</strong></p>
<p>Sì lo dimostrano i Benni, i Paolini, i Rossi, i Luttazzi con molte riserve e idee personali forse anche certi Guzzanti, ma tutto questo dipende e mi dispiace ripetermi dalle capacità captatorie dei riceventi e questa volta non mi riferisco solo alla gente comune, ma molto anche agli addetti ai lavori, a così detti intellettuali, alla critica in genere, ai pensatori mi auguro ancora esistenti. Comincino loro a far vedere che vogliono cose diverse piuttosto che aspettare gli eventi dicendo dove siamo andati a finire, aumentino l’attenzione su chi vuole andare a incominciare.</p>
<p><strong>Molti comici sostengono che i politici rubano loro il mestiere. Quali sono i perché della satira, oggi?</strong></p>
<p>Ho sempre odiato questa frase anche in epoche non sospette, ora la trovo tra le più tristi e volgari esistenti sulla terra e perché è lapalissiana la lapalissianità dell’enunciato e perché si fa un favore ai suddetti politici che si sentono inevitabilmente protagonisti attivi e non più solo bersaglio civile, poi perché la comicità non è frutto solo di errori, amministrazione, politica, pacchianità, volgarità e mancanza di idee, ma la comicità sta proprio nel contrario e cioè nell’inventare un altro mondo (i fessi credono che inventare un altro mondo sia fuggire da questo per paura o per incapacità). Quando parlo di un altro mondo parlo di quello della creatività, del mondo dell’invenzione e dell’originalità del potere delle idee, della fantasia e dell’immaginazione uniche dittatrici dello stato mentale.</p>
<p><strong>Esiste un serio lavoro critico sui comici? Cosa ne pensi?</strong></p>
<p>Come ho già detto poc’anzi e approfondisco non esiste un serio lavoro della critica sui comici, ne è stata una palese dimostrazione il salone del Libro di Torino edizione 2004 (tema proprio la comicità) dove si aveva un bel da fare incontri contro la tendenza al vuoto di pensiero dei testi a cui spesso la comicità attinge. Nessun giornale decentemente, fattivamente e con voglia ha saputo raccontare, intervenire, additare, denunciare e sollecitare; la critica oggi sul comico è solo capace di fare quello che fa la maggior parte dei comici che criticano: ironia, battutine di parole, gossip di basa lega (vedasi scrivere sul giornale che Luttazzi non rilascia più interviste e che la Littizzetto gira con la scorta). Se l’intellettuale o il critico, che era bello pensare fossero la stessa persona, cominciassero a prendere sul serio quello che non hanno mai reputato serio cioè la comicità, ci sarebbe uno splendido tavolo delle trattative su cui se ne vedrebbero finalmente delle belle.</p>
<p><strong>In un’intervista che gli abbiamo fatto qualche tempo fa, Daniele Luttazzi<br />
ti ha citato come un comico con la vocazione, uno che sta a casa a fare i compiti. E’ vero? La comicità è una vocazione? Puoi parlarci di questi compiti a casa?</strong></p>
<p>Avendo anch’io a mia volta citato tra i pensatori più acuti lo stesso Luttazzi penso, spero e credo che lui con vocazione intendesse la nostra comune spinta al pensare appunto e al creare continuamente anche a casa intendendo con compiti il compito naturale di non riuscire a farne a meno, io con la violenza dell’immaginario lui con la forza della denuncia.</p>
<p><strong>E’ più difficile far ridere o far piangere?</strong></p>
<p>Un po’ stufino anche di questo tormentone credo che a prescindere dal ridere o dal piangere sia difficile far credere alla gente che la testa, l’anima e lo spìrito del creare, dello scrivere, del teatrare abbia un valore assoluto artistico da non sottovalutare mai, cosa che invece la maggior parte del pubblico pensa, dato che non sa più scegliere tra cacca e fiori, tra il tragico e il comico (vedasi audience barzellettiere, rive ombrose, sceneggiati, giallismi itterico isterici, sabatate serali, piagnistei isolani e fratelli che dovrebbero essere orfani).</p>
<p><strong>Che ruolo ha, nella tua comicità, il gioco di parole, inteso in un senso sociale, politico o sessuale?</strong></p>
<p>Nel passato sicuramente è stato origine di molte cose da me fatte, nel presente e nel futuro il gioco di parole il calambour il nonsense saranno solo lontani parenti di quello che secondo me è comunque sempre stata l’origine del mio lavoro e cioè il gioco mentale, la perversione della sorpresa, dell’impossibile, dell’inaspettato, dell’oltre, dell’altro e dell’altrove.</p>
<p><strong>Sei tu che scegli di giocare con le parole o le parole che ti giocano e ti mettono continuamente in gioco?</strong></p>
<p>Nessun dei due fa squadretta come può sembrare di primo acchito, loro, le parole, fortunatamente sono ben più brave, belle e importanti di chi le relega nei vocabolari o solo negli scioglilingua. Io le uso, e dico grazie, come mezzo e mai come fine se no sarei con tutto il rispetto e la stima un enigmista.</p>
<p><strong>In politica giocare con le parole è una strada per arrivare alla verità o un valido aiuto a mentire?</strong></p>
<p>Tutti coloro che credono che chi sa parlare bene o giochi col dire abbia più possibilità di fregare prendere in giro o comandare non si rende conto che per avere un altro tipo di potere, quello vero, servono idee, energia, anima e che anche quindi un muto, se tutto ciò possiede, può conquistare la fiducia propria o altrui. Vero è anche che chi parla poco non è detto che pensi, può anche darsi che non abbia niente da dire così come chi “stra-parla” abbia da dire delle cose<br />
“stra-ordinarie” (ve lo ricordate Carmelo Bene?).</p>
<p><strong>La parola deve inseguire la realtà o può creare una realtà alternativa astraendosi da essa?</strong></p>
<p>Se sei giornalista saggista storico od alto satirico e ripeto alto satirico puoi anche permetterti di seguire la realtà, se sei un romanziere, un pittore della parola, uno scultore della poesia, un attraversatore diagonalista a se stante puoi e devi strafottertene dell’attualità, della realtà, del contemporaneo, della storia che non potranno mai insegnare a sognare od obbligare ad avere gli stessi incubi.<br />
Smettiamola di credere che l’artista debba avere delle radici delle appartenenze delle categorie questo lo lasciamo agli sportivi, agli eroi con la e minuscola, agli accademici, ai vip e chi più ne ha più ne ha.</p>
<p><strong>La comicità ha il potere di Matrix?</strong></p>
<p>Se si intende con potere di Matrix un certo abbindolamento modaiolo o bene che vada dell’immaginario comune, credo tristemente di sì avrei preferito avesse più il potere di Monty Python.</p>
<p><strong>Ti è mai capitato di essere vittima di episodi di censura?</strong></p>
<p>Censura in quanto tale no perché non frequento i luoghi della moda censurabili che sono soprattutto la televisione e certa stampa, come autore di radio e comunque scrittore, quindi anche uomo spero di altra stampa, a memoria d’uomo posso dire che quel tipo di censura politica, volgare di parte e così sporca non mi è mai capitata, al massimo sono stato oggetto di tagli tristi banali tendenziosi sul concetto di difficoltà e di stranezza di pensiero, mi spiego peggio: in certi incontri col pubblico qualche giornalista parvenue o alcuni capetti pagina di certe testate hanno pensato bene di addolcire o mitigare pensieri o idee un po’ impegnative per favorire la così detta facilità di comunicazione. Trovo tutto ciò umiliante detestabile soprattutto da parte del pubblico ricevente.</p>
<p><strong>Quanto conta il tuo corpo in scena?</strong></p>
<p>Essendo un corpo di bacco non per motivi etilici ma perché mi son bevuto il cervello sicuramente conta come le labbra per la bocca, le narici per il naso, l’ombra per il sole, il gatto per Titty.</p>
<p><strong>Come incontri i gusti del tuo pubblico? Certe volte sembri mirare a farli perdere in un labirinto. Parlaci del labirinto…</strong></p>
<p>Evviva evviva evviva forse è arrivato il segnale da me dagli esordi lanciato che è quello dell’odio spropositato del tener conto dei gusti del pubblico. Solo certi autori cinematografici, certi pistoleri televisivi, certi presentatori corretti ed educati, certi editori e certi disc jokey o pubblicitari di livello credono, poveri quaglioncelli, che si debba dare al pubblico andandogli schifosamente incontro quello che il pubblico vuole.. ahi loro, poveri noi…..<br />
Meglio molto meglio portarli in quell’ovunque labirititico ossessivo ma passional-original-ascensional e tutto quello che finisce per al, che è l’orto di chi inventa per far conoscere carote nuove, patate diverse, quasi non fossero né carote né patate. Sarebbe ora che i fruttivendoli sotto la casa del niente cambiassero attività, la gente non è così scema come si crede forse ha voglia di essere stupita, sorpresa, affascinata e portata dove non è mai stata, i villaggi turistici dell’arte forse è ora che vengano chiusi per cattivo gusto banalità volgarità e viltà.<br />
Altri devono essere i turbini per diventare occhi del ciclone e far vedere pianeti diversi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/09/03/loltre-laltro-e-laltrove/">L&#8217;oltre, l&#8217;altro e l&#8217;altrove</a></p>
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		<title>Di nuovo in serie A</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/06/08/di-nuovo-in-serie-a/</link>
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		<pubDate>Tue, 08 Jun 2004 14:28:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>renzo martinelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[federica fracassi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Federica Fracassi/ Teatro Aperto</p>
<p>Ricevo e pubblico un appello inviatomi da Fiammetta Borsellino per il coordinamento LiberaPalermo e mi permetto una piccola introduzione.<br />
Considero Palermo la mia seconda città.<br />
Forse, oltre che per il suo fascino indiscusso, perché ho l’onore di conoscere palermitani eccezionali (e Fiammetta è sicuramente la prima tra loro).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/06/08/di-nuovo-in-serie-a/">Di nuovo in serie A</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Federica Fracassi/ Teatro Aperto</p>
<p>Ricevo e pubblico un appello inviatomi da Fiammetta Borsellino per il coordinamento LiberaPalermo e mi permetto una piccola introduzione.<br />
Considero Palermo la mia seconda città.<br />
Forse, oltre che per il suo fascino indiscusso, perché ho l’onore di conoscere palermitani eccezionali (e Fiammetta è sicuramente la prima tra loro). Uomini e donne che vivono per scelta in una città così difficile e che tentano ogni giorno con il loro entusiasmo e il loro lavoro di coltivare la legalità e la cultura nella loro terra.<br />
Ho passato a Palermo il mese di aprile e ho scoperto che:<br />
<span id="more-498"></span><br />
- Il fiorire di spazi culturali e aggregativi che si stava profilando sotto la giunta Orlando è ormai purtroppo uno sbiadito ricordo. Palermo da questo punto di vista è abbandonata a se stessa. I cittadini sono privati di un’offerta culturale diversificata e al passo coi tempi. Solo pochi artisti (Ciprì e Maresco per il cinema, Claudio Collovà per il teatro- li cito per la stima professionale e le collaborazioni che ci legano) lottano con le unghie e con i denti per creare alternative al deserto.  I festival di ricerca e le isole di innovazione che si erano faticosamente costruite (noi stessi eravamo stati ospitati con i nostri spettacoli) sono state cancellate o riconvertite in parate di cabaret e musical, commercialmente molto più redditizi. I Cantieri alla Zisa, ex officine Ducrot recuperate alla cultura, sono vuoti, sbarrati, inutilizzati. Colpa della giunta attuale certo, ma anche della mancata lucidità da parte della giunta precedente che tutto ciò aveva creato, perché con il lasciare tutto in mano alla politica si rischia di non lasciare nulla.</p>
<p>- La città è un cantiere a cielo aperto. Il centro storico e i suoi palazzi affrescati, da anni abitati abusivamente da immigrati clandestini e famiglie sotto la soglia della povertà, è in ricostruzione. A volte il rinnovo avviene tramite operazioni intelligenti; a volte attraverso piccole speculazioni che rovinano il patrimonio storico, recuperando quanti più appartamenti possibili da un unico salone con affreschi barocchi. Quanto ai vecchi abitanti del centro, una volta che le case saranno rivendute a prezzi più competitivi, quasi sicuramente andranno a costituire un nuovo Zen ai margini della città, senza che nulla cambi.</p>
<p>- Nessuno ha votato per Forza Italia alle scorse elezioni. Nè io ne i miei amici ne abbiamo trovato uno che lo ammettesse.</p>
<p>Quello che mi ha colpito del comunicato che mi è stato inviato è che la parola “mafia” vi appare svariate volte, ancora. Il che mi porta a pensare che poco sia cambiato, che molto venga troppo spesso dimenticato e che sia giusto aiutare come possibile chi tenta a suo rischio e pericolo di attuare cambiamenti profondi.<br />
I rosa neri del calcio palermitano sono andati in serie a. E’ una festa grande; un’ascesa durata tutto l’anno; un sentimento di orgoglio siciliano risvegliato e rinvigorito.<br />
Tutta la città è rosa nera.<br />
Ecco, io vorrei che anche la cultura, che anche i diritti indossassero questi colori.<br />
Che anche la cultura e la legalità di Palermo ritornassero in serie a.</p>
<p>Cari amici,<br />
Libera Palermo ha pensato di dare un segnale forte in vista delle ormai imminenti elezioni europee e amministrative.<br />
Libera non dà indicazioni di voto per questo o quel candidato, il tal partito o il talaltro schieramento.<br />
Vorremmo che il cittadino si rendesse conto del proprio potere esercitabile dentro l&#8217;urna, e che non si lasciasse andare a facili e un pò qualunquistiche crisi di pigrizia.<br />
Il decalogo che segue vuole fare riflettere sulla delicatezza e l&#8217;importanza di una ics scritta a matita, su di un gesto troppe volte oggetto di scambi al ribasso e ricatti o promesse mai realizzati.<br />
Proviamo, con il vostro aiuto, a diffondere questi 10, semplici e a volte ovvi, consigli.<br />
Copia, stampa, riproduci, invia, distribuisci questo foglio, se ne condividi impostazione e filosofia, e chiedi di fare altrettanto. Per un voto consapevole e orientato alla legalità.<br />
Grazie</p>
<p>Il coordinamento di Libera Palermo</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>LIBERI AL VOTO</p>
<p>Il 12 e 13 giugno si vota per le elezioni europee e amministrative.</p>
<p>Altre volte hanno deciso per te, oggi non permettere che ti rubino il voto.</p>
<p>Vai a votare e vota consapevolmente.</p>
<p>Dieci indicazioni di Libera per un voto orientato alla legalità</p>
<p>1. Vota chi ripudia la guerra e si impegna per la pace, la democrazia e i diritti.</p>
<p>2. Vota coloro che nella loro esperienza politica hanno combattuto contro l&#8217;illegalità, contro la violenza mafiosa, contro l&#8217;abusivismo edilizio, spesso esponendosi alle intimidazioni e alle minacce.</p>
<p>3. Vota coloro che pensano che la politica sia servizio e che s&#8217;impegnano nella società civile e nel volontariato.</p>
<p>4. Vota le candidate e i candidati che con la loro storia di coraggio, responsabilità e coerenza ci consentano di essere rappresentati da persone libere e ricche di speranza.</p>
<p>5.Vota i candidati di cui conosci e condividi idee e programma.</p>
<p>6. Non votare chi è stato condannato o chi è indagato per reati di mafia, corruzione o reati gravi contro la persona e l&#8217;ambiente. Per dichiarare chiunque colpevole bisogna aspettare le sentenze definitive. Ma per esercitare funzioni politiche, per essere rappresentanti dei cittadini alle assemblee elettive bisogna assolutamente essere al di sopra di ogni sospetto.</p>
<p>7. Non votare chi frequenta i mafiosi.</p>
<p>8. Non votare chi ti offre soldi e posti di lavoro in cambio del voto.</p>
<p>9. Non votare chi s&#8217;impegna in politica solo per l&#8217;affermazione del proprio potere personale, facendo scelte dettate dalla difesa di interessi privati, da opportunismo e ambizione.</p>
<p>10. Non votare chi si candida sapendo in partenza che la sua carica non gli consentirà di sedere al parlamento europeo.</p>
<p>Libera Palermo &#8211; Via Malaspina 27 Palermo &#8211; Tel. Fax 091 322627 &#8211; www.libera.it<br />
E mail: libera.palermo@inwind.it</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/06/08/di-nuovo-in-serie-a/">Di nuovo in serie A</a></p>
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		<title>Tre studi per Abu Ghraib</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/05/15/tre-studi-per-abu-ghraib/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2004/05/15/tre-studi-per-abu-ghraib/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 15 May 2004 06:50:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>renzo martinelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[federica fracassi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Federica Fracassi/Teatro Aperto</strong></p>
<p></p>
<p>A proposito di immagini, immaginario,verità, rappresentazione, abominio, inconscio, composizione porto lo sguardo sull&#8217;opera di Francis Bacon a cui penso ossessivamente in questi giorni.<br />
Giorni che si stanno facendo abitudine di performances che oltrepassano il segno artistico, mandando in cortocircuito i rapporti tra realtà e rappresentazione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/05/15/tre-studi-per-abu-ghraib/">Tre studi per Abu Ghraib</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Federica Fracassi/Teatro Aperto</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/bmr01lg.jpg" alt="bmr01lg.jpg" align="left" border="0" height="337" hspace="4" vspace="2" width="450" /></p>
<p>A proposito di immagini, immaginario,verità, rappresentazione, abominio, inconscio, composizione porto lo sguardo sull&#8217;opera di Francis Bacon a cui penso ossessivamente in questi giorni.<br />
Giorni che si stanno facendo abitudine di performances che oltrepassano il segno artistico, mandando in cortocircuito i rapporti tra realtà e rappresentazione.<br />
<span id="more-456"></span><br />
Si stabiliscono nuovi tragici primati spettacolari per mano di persone che, almeno in apparenza, non sembravano aver scelto l&#8217;arte come vocazione e che, probabilmente, non conoscono l&#8217;opera di uno come Bacon : le torri crollate, la piramide umana, i binari divelti, l&#8217;uomo in arancio sgozzato, lo spaventapasseri di fili elettrici&#8230;</p>
<p>Smetto qua. Non riesco ad aggiungere altro o a trarre conclusioni.<br />
Riporto solo poche frasi di una conversazione tra Jean Clay e Michel Leiris intitolata &#8220;Bacon, il pittore della disperazione umana&#8221; pubblicata in Italia da Abscondita, Carte d&#8217;artisti n°11.</p>
<p>&#8220;Leiris: (&#8230;) Certo, Bacon non è rassicurante, non lenisce. Non fa una pittura tranquillizzante. Ma anche l&#8217;epoca, lo abbiamo detto, non è tranquillizzante. non siamo degli olimpici. Bacon aveva trent&#8217;anni nel 1939. Anch&#8217;egli ha vissuto la guerra, il nazismo, i campi di concentramento, Hiroshima. Bacon intende esprimere la profondità delle cose- e dietro l&#8217;apparenza vi è solo questo: l&#8217;orrore. La verità non è gaia se la si guarda con un minimo di lucidità. Non è lui responsabile di tutto questo. E non è un idealista. Coloro che non vogliono guardare in faccia la verità sono banali.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/05/15/tre-studi-per-abu-ghraib/">Tre studi per Abu Ghraib</a></p>
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		<title>Metafisico cabaret</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Feb 2004 23:47:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>renzo martinelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di Federica Fracassi/Teatro Aperto</p>
<p>Metafisico cabaret, in scena al Teatro dell’Arte di Milano, è uno spettacolo diretto da Giorgio Barberio Corsetti, ideato insieme alla sua compagnia Fattore K.<br />
E’ una smorfia, una carezza, un tentennamento, un urlo, una lapide, un ghigno,<br />
<br />
un sogno, un altare, un totem, un rutto, un volo, un precipitare con un peso sghembo, una sostanza, una forma, una bestemmia, un niente, un così niente che ti fa piangere e ridere per quanto di vuoto lo riguarda e insieme riguarda te che lo guardi guardare e impaurire.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/02/27/metafisico-cabaret/">Metafisico cabaret</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/petrolini1.jpg" alt="petrolini1.jpg" align="left" border="0" height="170" hspace="4" vspace="2" width="120" /></p>
<p>di Federica Fracassi/Teatro Aperto</p>
<p>Metafisico cabaret, in scena al Teatro dell’Arte di Milano, è uno spettacolo diretto da Giorgio Barberio Corsetti, ideato insieme alla sua compagnia Fattore K.<br />
E’ una smorfia, una carezza, un tentennamento, un urlo, una lapide, un ghigno,<br />
<span id="more-312"></span><br />
un sogno, un altare, un totem, un rutto, un volo, un precipitare con un peso sghembo, una sostanza, una forma, una bestemmia, un niente, un così niente che ti fa piangere e ridere per quanto di vuoto lo riguarda e insieme riguarda te che lo guardi guardare e impaurire.<br />
Cos’è uno spettacolo? Cos’è un attore? Cosa dovrebbe essere un attore se non questo?<br />
Filippo Timi è un attore di teatro, come tutti gli attori dovrebbero essere. E’ un semplice attore. Ma credo anche di poter aggiungere con assoluta fermezza: Filippo è un genio.<br />
Vi giuro che di solito, essendo attrice io per prima, sono invidiosa e stronza fino al midollo e, prima di celebrare un altro essere che mi rubi un po’ di luce, mi taglierei le vene.<br />
Ma questo Filippo buffone triste l’ho conosciuto tanti anni fa ormai, quando lavoravamo con il Teatro della Valdoca, quando solo ancora balbettava e mi faceva fare i voli da rockstar in aria, perché era una mossa che aveva imparato pattinando sul ghiaccio.<br />
Questo Filippo massiccio e glorioso l’ho visto a teatro più e più volte in questi anni. Ed è stato sempre emozionante e da pelle d’oca verificarlo presente a tutto, sempre presente, mentre noi scappiamo al tempo, alla nostra vita, agli appuntamenti, pensando che poi…poi forse succederà qualcosa, e poi è fatalmente troppo tardi. Lui invece l’ho trovato sempre lì, presente a se stesso e agli altri sulla scena, tramite di brividi e domande, sprezzante e indagatore e divino.<br />
Pensate che tutto ciò non vi riguardi? Sì che vi riguarda. E’ l’essenza del teatro.<br />
Anche Giorgio Barberio Corsetti conosco da tanto tempo, una conoscenza più distante che è quella che si deve al regista che ammiri, anche se non lo prendi troppo sul serio con la sua aria da eterno ragazzo. Conservo ancora le locandine dei suoi spettacoli, i primi che andavo a vedere quando diciottenne mi avvicinavo al teatro e mi è anche capitato di essere sua allieva a Modena. Lo facevano ridere le mie calze a quadri.<br />
Giorgio e Filippo si sono incontrati da un po’ di tempo ormai e io credo che sia stato un incontro molto fortunato. Così come Federica Santoro, in scena anche lei e sempre bravissima, Filippo dà carne e sangue alle metafisiche buffe storture di Giorgio, sporca i disegni che Giorgio ha in testa, incarna il disequilibrio rendendo lo spettacolo divino, perché troppo umano, così ironico da essere commovente e lieve fino alle lacrime.</p>
<p>(A proposito di lacrime. Quando arrivi a teatro trovi una banda scalcagnata che suona e pensi che sia una trovata registica: lo spettacolo in fondo tratta di cabaret, di evoluzioni circensi come hai letto dal giornale. Poi capisci che non è così. Sono gli ex-dipendenti del teatro che protestano. Aspettano la loro paga da nove mesi, inascoltati. Tristezza. Angoscia. Incazzatura. Siamo alle solite, al solito Crt che prende i soldi dagli enti pubblici e poi umilia gli artisti, i dipendenti. Sta per uscirmi un urlo: perché il teatro fa così schifo? Perché deve essere lordato da questa mancanza di rispetto? E poi stasera è come uno schiaffo sulla mia faccia. E’ da due anni che boicotto da spettatrice questa sala, per protesta contro questo trattamento che era stato ovviamente riservato anche alla mia compagnia, Teatro Aperto. E mentre sono lì che tentenno la banda scalcagnata mi picchia forte e dice: “Perché stai entrando vigliacca, perché?”. La domanda è pertinente. Ma stasera ho bisogno di entrare. Lo so. “Infrango il mio voto per la banda che sta là dentro”, rispondo. E la banda fuori capisce e mi dà la sua benedizione.)</p>
<p>“Ed ora?…” chiederete curiosi “…dopo tutte queste introduzioni parlaci dello spettacolo”.<br />
No, non sono un critico.<br />
Invece di descrivervi quel che ho visto, in questo mondo stitico di complimenti, voglio solo ringraziare Filippo e gli altri per gli istanti di ieri, celebrarli così come faceva Ginsberg “Holy, Holy, Holy…”.<br />
E’ così il genio: qualcosa che va celebrato; qualcosa che sta esattamente dove deve stare e per questo è più forte di noi, più testardo e forte e dissacrante di tutti, più fragile della nostra fragilità, più bastardo della nostra cattiveria, più animale di noi uomini e più generoso. Più generoso di umori di quanto lo siamo noi, perché ci dà il respiro, e la saliva, e il piscio mischiato alla poesia: tutto ci dà il genio, si risucchia tutto e si sputa fuori per noi, non può fare a meno di svuotarsi ogni giorno un po’ per noi spettatori, e questo almeno vale un grazie.<br />
Questo è Filippo. Che a tavola parla e fa improvvisare forchette e tovaglioli, che legge i diari di Nijinsky e ti parte con una tesi filosofica, che quando hai la febbre ti si butta sul letto e ti fa un monologo, che gira con i tacchi per i festival, che rimane muto e triste con gli occhi spalancati che vedono poco, che si distrae continuamente e non puoi farci un discorso, che passa dal comico al tragico, dal canto alla danza, dal vomito al cielo. Che lo pensi creato per il mondo intero, ma ora, non domani, ora.</p>
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		<title>State a casa a fare i compiti #2</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Oct 2003 16:04:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>renzo martinelli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Jacopo Guerriero]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Federica Fracassi</strong> e <strong>Jacopo Guerriero</strong></p>
<p><br />
Ecco qui la seconda e ultima parte della nostra intervista a <strong>Daniele Luttazzi</strong></p>
<p><strong>Molti comici sostengono che i politici rubano loro il mestiere. Quali sono i  perché della satira, oggi?</strong></p>
<p>Si può ancora fare satira oggi, su tutti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/10/28/state-a-casa-a-fare-i-compiti-2/">State a casa a fare i compiti #2</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Federica Fracassi</strong> e <strong>Jacopo Guerriero</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/24718.jpg" alt="24718.jpg" align="left" border="0" height="94" hspace="4" vspace="2" width="125" /><br />
Ecco qui la seconda e ultima parte della nostra intervista a <strong>Daniele Luttazzi</strong></p>
<p><strong>Molti comici sostengono che i politici rubano loro il mestiere. Quali sono i  perché della satira, oggi?</strong></p>
<p>Si può ancora fare satira oggi, su tutti.<br />
<span id="more-174"></span><br />
Quello cui accennate voi è un argomento molto milanese, è una cosa che ho sentito dire già da <strong>Paolo Rossi</strong>, da <strong>Ovadia</strong>.<br />
“<strong>Bossi</strong> fa il comico, <strong>Berlusconi</strong> ci toglie il mestiere…”.<br />
No.<br />
Questi personaggi utilizzano la barzelletta – cioè il luogo comune – per distrarre, generalizzare. Il comico fa esattamente il contrario. La satira è un punto di vista unita a un po’ di memoria. Il punto di vista ce lo metti tu (quindi è ovvio che devi avere anche una formazione, una tua moralità). La memoria, invece, significa ricordare nomi, cognomi e fatti, cui fai seguire un tuo commento. Questo, oggi, in TV non viene accettato. Quando facevo <strong>Satyricon</strong>, <strong>Dario Fo</strong> è venuto ospite e ha spiegato in modo illuminante la differenza tra sfottò e satira. In TV, oggi, viene accettato solo lo sfottò: la parodia bonaria, la caricatura, l’imitazione.<br />
<strong>Fiorello</strong> che imita <strong>La Russa</strong> è sfottò, non è satira. Non a caso <strong>Saccà</strong>, ex direttore della RAI, più volte ha ripetuto: “Fiorello è il più grande autore satirico che l’Italia abbia in questo momento”. E’ un tentativo di turlupinare tutti quanti, ovviamente. Fiorello è un bravissimo intrattenitore, forse il più versatile in assoluto, oggi. Ma quella che fa non è satira.<br />
Idem “il cavaliere mascarato” di <strong>Striscia la notizia</strong>. E’ sfottò, non è satira.<br />
Lo sfottò è reazionario. Non cambia le carte in tavola, anzi, rende simpatica la persona presa di mira. <strong>La Russa</strong>, oggi, è quel personaggio simpatico, con la voce cavernosa, il doppiatore dei <strong>Simpson</strong> di cui Fiorello fa l’imitazione. Nessuno ricorda più il La Russa picchiatore fascista. Nessuno ricorda gli atti fascisti e reazionari di questo governo in televisione.<br />
Che <strong>Ricci</strong> dica: “Io faccio satira” è una cosa sciocca. Fa finta di non sapere, miliardario e saputo com’è, di essere una foglia di fico di <strong>Berlusconi</strong>, così dopo il Cavaliere può dire: “I nemici peggiori io ce li ho in casa”. Quando ne parliamo insieme <strong>Ricci</strong> mi dice: “Siamo diversi, tu fai una satira di riporto, di commento, mentre io faccio l’inchiesta, sono più giornalistico”.<br />
Allora io rispondo che aspetto il giorno in cui farà una battuta feroce sul conflitto d’interessi di Berlusconi. Non accadrà mai…<br />
La verità è un’altra ed è antica: il soldo corrompe. Fino alla mia intervista a <strong>Marco Travaglio</strong> uno poteva ancora lavorare a <strong>Mediaset</strong> e far finta di non sapere. Berlusconi, fino al ’99, diceva tranquillamente che di <strong>All Iberian</strong> non sapeva nulla. Oggi, invece, le sentenze ci sono, si sa benissimo tutto quanto e per le persone intelligenti come Ricci è del tutto evidente perché Berlusconi sta al governo.<br />
Se tu, oggi, continui a lavorare a Mediaset, da comico, vuol dire una cosa sola: vuol dire che sei complice. L’appello che si impone a questi autori, che si dicono di sinistra e che continuano a lavorare lì è cruciale: smettete di fare le foglie di fico!<br />
<strong>Striscia la notizia</strong>, <strong>Le Iene</strong>, la <strong>Gialappa’s</strong> stessa…tutti autori di sinistra che in realtà guadagnano miliardi lucrando con una rete di Berlusconi.<br />
E’ troppo comodo.</p>
<p><strong>E’ per questa tua intransigenza che vieni considerato il più cattivo di tutti? Biagi e Santoro prima o poi li rivediamo in onda&#8230; su di te siamo scettici!</strong></p>
<p>Io lo sono anche al loro riguardo. Finchè non li rivedo in video non ci credo.<br />
Il vero problema è che io ho dimostrato che in TV è possibile fare programmi d’ascolto anche con persone non ricattabili. Io non sono per nulla ricattabile.<br />
Non appena venne fuori la famosa intervista a <strong>Travaglio</strong>, <strong>Il Giornale</strong> di <strong>Paolo Berlusconi</strong> (ricordiamo chi è il personaggio: uno che, nella vicenda di <strong>Cerro Maggiore</strong>, ha patteggiato per cento miliardi pur di non finire in galera) pubblicò la mia dichiarazione dei redditi. Cercavano la magagna, ovvio.<br />
Ma io sono libero, non ho mai fatto cose in nero, ho sempre pagato le tasse, possono tranquillamente cercare. Perché so benissimo che se sei ricattabile certe cose non puoi farle, non sei libero fino in fondo. Invece io lo sono.<br />
Quando viene una persona ospite in un mio programma io non mi sento condizionato. Non sono lì perché mi ci ha messo un partito politico.<br />
Non è vero ad esempio, come si è detto più volte, che <strong>Satyricon</strong> era stato organizzato apposta prima delle elezioni. Il programma di satira di “quella famosa campagna elettorale” era l’<strong>Ottavo Nano</strong>. Io ero l’outsider. Io ero andato da <strong>Freccero</strong> già un anno prima, con il programma già scritto (tredici puntate), tutto fatto tranne i monologhi sull’attualità. A lui l’idea era piaciuta e quindi, già da allora, mi aveva detto: “Un programma già scritto? E’ la prima volta che mi capita in quarant’anni. Ok, si fa”.<br />
Io ho invitato nel mio programma, per mesi, non solo <strong>Berlusconi</strong>, ma anche <strong>D’Alema</strong>. Io avrei fatto domande libere anche a lui. Ma naturalmente nessuno dei due è venuto.<br />
Loro vanno da <strong>Vespa</strong>, da <strong>Costanzo</strong>. Gente che è effettiva al sistema, un sistema che si chiude a riccio quando sente il pericolo, il corpo estraneo.<br />
Un tipo di programma come <strong>Satyricon</strong> creava un doppio imbarazzo: da una parte era un programma televisivo libero, senza filtri se non l’intelligenza del pubblico, e la gente se ne rendeva conto con un effetto straniante. (C’era gente che mi telefonava e mi diceva: “Grazie Daniele, per venti minuti ho creduto di vivere in un paese senza censure”).<br />
Dall’altra i lavoratori del settore si sentivano spiazzati. Io facevo quel genere di domande che loro si sognano di poter fare, ma sanno benissimo di non essere in grado di farle…e infatti non le fanno.<br />
A quel punto cosa è successo? Che il sistema mi ha preso e mi ha rimosso. Molto semplicemente, mi hanno impedito l’accesso.<br />
Io, da sempre, anche dopo il proclama bulgaro di Berlusconi, ho continuato ad insistere per poter tornare a lavorare in <strong>RAI</strong>, per avere una mia striscia di dieci minuti dopo il telegiornale. Prima di parlare ho voluto toccare con mano, realmente, com’è la situazione della censura in Italia.<br />
Sapete che risposta mi danno oggi quando io offro un mio programma? “Non ci interessa”.<br />
A loro non interessa un progetto serio, che potrebbe realmente dare fastidio a <strong>Striscia la Notizia</strong>. Dieci minuti, tutti di battute sull’attualità… diventerebbe una droga…<br />
Niente. Non interessa. E’ che gli è comodo avere lì <strong>Striscia</strong>.<br />
Recentemente ho sentito <strong>Ruffini</strong> di Rai 3 e lui mi dice che faranno satira con la <strong>Guzzanti</strong>. Anche Berlusconi ha dichiarato all’epoca: “Mi piace sentire la Guzzanti, non mi piace sentire Luttazzi”. A Sabina questo dà molto fastidio ovviamente, perché in realtà Berlusconi la sta strumentalizzando e non c’è niente di peggio per un comico satirico. In realtà <strong>Sabina</strong> e <strong>Corrado</strong> sono i migliori a fare lo sfottò e nel loro caso il rischio è davvero forte, perché giocano sui tic personali, sui cavilli psicologici del personaggio, ne rendono la megalomania, anche se non ricordano gli atti.<br />
Ma gli atti vanno ricordati.</p>
<p><strong>Con questo spettacolo con cui sei in tournée, <em>Sesso con Luttazzi</em>, puoi reagire?</strong></p>
<p>Al potere il teatro non interessa. E’ come i libri. E’ irrilevante. Da un certo punto di vista, anche se è triste, il ragionamento non è sbagliato. Con <strong>Satyrycon</strong> facevo sette milioni e mezzo di spettatori, con uno spettacolo teatrale, per arrivare a queste cifre, quanto tempo impiegherei?<br />
E non è finita qui: loro controllano i mezzi di comunicazione e in questo modo, se non viene data notizia del tuo spettacolo, a teatro tu non esisti.<br />
In quanti si chiedono perché, oggi, con il mio spettacolo che apparentemente non fa satira politica, vengo al <strong>Franco Parenti</strong> mentre prima ero sempre allo <strong>Smeraldo</strong>? Chi lo sa, davvero, cosa sta succedendo in questa città?<br />
Però non vorrei sembrare troppo triste. Al contrario, per me, questi sono tempi entusiasmanti, mi danno motivazioni di continuo. Perché mi dico: “Porca miseria da me non passano!”. E poi incontro te, Federica, e te, Jacopo, e mi dico: “Neanche da voi passano”. E andiamo avanti così, stiamo a vedere cosa succede…</p>
<p><strong>Quanto conta il tuo corpo in scena? Il più delle volte sembra sottratto. Ci hai fatto venire in mente il <em>bunraku</em>, questa forma arcaica di teatro giapponese, dove un’ enorme marionetta viene manovrata da almeno tre uomini. L’uomo che manovra il bacino e il volto della marionetta è il più bravo, è talmente bravo che non si vede più il suo corpo, si guarda solo la marionetta.</strong></p>
<p>E’ così.<br />
Io vivo una mitologia personale del comico: il comico deve semplicemente dire sì alla comicità e deve essere un tramite perché la comicità si manifesti. Anche per questo do grande rilievo alla tecnica: se venite a vedere il mio spettacolo domani, troverete gli stessi gesti calibrati di oggi. Esattamente.<br />
La maggior parte dei comici che tu vedi, invece… Loro utilizzano la comicità per uno scopo personale, per diventare famosi. E’ la differenza più grossa di questo mondo: per me la comicità è una vocazione.<br />
Prima parlavamo di <strong>Milani</strong>. Un altro dei grandi ed insospettabili teorici della comicità, con cui è possibile fare questi discorsi da iniziati, è <strong>Raul Cremona</strong>. Un altro ancora è <strong>Francesco Salvi</strong>. Con Raul non mancano le divergenze, ma c’è sempre grande stima. Lui ha una straordinaria tecnica da entertainement americano. Me lo ricordo quando faceva <strong>Domenica In</strong> con <strong>Frizzi</strong>. Lui, da comico, riusciva a pensare in anticipo tutte le variazioni possibili che sarebbero accadute in scena. Il presentatore era completamente inadeguato, lo considerava un impiastro che dava fastidio, la sua grande generosità di comico non veniva riconosciuta. Frizzi avrebbe dovuto semplicemente affidarsi a Raul e lui avrebbe portato a termine il tutto molto più brillantemente che senza l’intervento di una spalla.<br />
Tornando, però, con maggior rigore alla domanda che mi facevate va detto che sì, certo, avete ragione, il mio corpo è spossessato, in scena non sono più io. Per me è evidente. E’ che alla base c’è un ritiro della volontà in nome di un qualcosa di più grande, la comicità appunto.</p>
<p><strong>Le parole invece quanto contano? Come incontri i gusti del tuo pubblico? Certe volte sembri mirare ad uno shock.</strong></p>
<p>Le parole contano molto. Perché la comicità è una ringhiera sull’abisso. La gente ride perché tu, per un attimo, le mostri questo abisso, ma poi anche devi riportare a casa il pubblico e insieme si può ridere per lo scampato pericolo. Questo tipo di operazione  è ovvio che lo puoi fare dopo mezz’ora che parli con gli spettatori, prima no.<br />
Qualche volta nei bis mi piace lasciare lo spettatore nell’abisso, trasformo tutta l’energia calda in fredda, congelo i miei spettatori. Ci deve essere, di personale, una certa perversione e una conoscenza della tecnica.<br />
Per me la parola è fondamentale, dunque, anche in questo spettacolo.<br />
La scelta è precisa: qui la parola scientifica (pene, vagina, clitoride, tessuto intramuscolare spugnoso) mantiene altissimo il livello della discussione, perchè non voglio che il pubblico venga portato a pensare che la materia crassa significhi banalizzazione dell’argomento.<br />
Bisogna guardare ai grandi. Prendiamo le lettere di <strong>Mozart</strong> alla cugina: sono piene di riferimenti alla merda, al piscio, alla vagina, al sesso… Poi senti la sua musica e, come nel film, dici: “Quest’uomo è Dio”. La verità è che non c’è contraddizione: non può esistere nessuna altitudine d’ispirazione se non sei una persona sensibile e, se sei una persona sensibile, il corpo si impone con la sua evidenza.<br />
Io faccio l’ottovolante tra altissimo e bassissimo, tra infinitamente grande e infinitamente piccolo, tento di svolgere una funzione di educazione, mi viene da dire, svergino l’immaginario delle persone in modo consapevole.</p>
<p><strong>In questo spettacolo tu compi un’elevazione del sangue mestruale…</strong></p>
<p>Giusto! Alludevo proprio a questo. E’ una cosa che la gente vede, apprezza, di cui ride, ma non si rende conto di che potere d’eversione ha quel gesto. Lì convergono tutte le mie ricerche sulla religione.<br />
Noi sappiamo che nella <strong>Bibbia</strong> viene narrata come vincente una religione di tipo patriarcale–ebraico rispetto a una religione di tipo matriarcale, propria invece dei <strong>Cananei</strong>. Nella religione patriarcale è il serpente ad essere il simbolo del male, nella religione matriarcale, invece, il serpente significa fertilità, vita. La Bibbia celebra la vittoria della religione patriarcale su quella matriarcale.<br />
Il sangue mestruale per me significa religione della madre. Nella messa si eleva il sangue del Figlio, qui io, invece, alzo il sangue della Madre. Io creo uno stravolgimento antropologico della religione, che tu vivi sotto forma di parodia ma che poi, quando torni a messa, senti davvero come tale.</p>
<p><strong>Veniamo alle domande migliori. Cosa si prova a essere un sex symbol?</strong></p>
<p><em>(ride)</em> Vergogna… vergogna.</p>
<p><em>(A questo punto Federica ha l’ardire di  porre una  domanda da cui Jacopo, prontamente, si dissocia)</em><br />
<strong>Anch’io sono poligama. Mi sposi?</strong></p>
<p><em>(ride di nuovo)</em> Bisogna organizzarsi…</p>
<p>____________________________________________________________</p>
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		<title>State a casa a fare i compiti #1</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/10/20/state-a-casa-a-fare-i-compiti-1/</link>
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		<pubDate>Mon, 20 Oct 2003 20:13:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>renzo martinelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Federica Fracassi</strong> e <strong>Jacopo Guerriero</strong></p>
<p></p>
<p><strong>ISTRUZIONI PER L’USO</strong>:<br />
Questa è la prima parte di un’intervista a <strong>Daniele Luttazzi </strong>che abbiamo incontrato a Milano qualche giorno fa in occasione del suo spettacolo &#8220;<strong>Sesso con Luttazzi</strong>&#8221; in scena al Teatro Franco Parenti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/10/20/state-a-casa-a-fare-i-compiti-1/">State a casa a fare i compiti #1</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Federica Fracassi</strong> e <strong>Jacopo Guerriero</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/10185926318727.p.jpg" alt="10185926318727.p.jpg" align="left" border="0" height="182" hspace="4" vspace="2" width="135" /></p>
<p><strong>ISTRUZIONI PER L’USO</strong>:<br />
Questa è la prima parte di un’intervista a <strong>Daniele Luttazzi </strong>che abbiamo incontrato a Milano qualche giorno fa in occasione del suo spettacolo &#8220;<strong>Sesso con Luttazzi</strong>&#8221; in scena al Teatro Franco Parenti.</p>
<p>Leggete se siete persone libere.<br />
___________________________</p>
<p><strong>Una definizione di Daniele Luttazzi su Daniele Luttazzi.</strong></p>
<p>Sono un ragazzo gentile con una luce satanica negli occhi.<br />
<span id="more-166"></span><br />
<strong>Quale definizione delle nostre ti calza meglio:<br />
Daniele Luttazzi è un dottore<br />
Daniele Luttazzi è un comico<br />
Daniele Luttazzi è un maniaco</strong></p>
<p>Un comico, io sono un comico fondamentalmente.</p>
<p><strong>Che ruolo ha, nella tua comicità, il concetto di tabù, inteso in un senso sociale, politico o sessuale?</strong></p>
<p>Esistono vari modi in cui il potere economico e quello religioso condizionano la vita delle persone. Molto spesso, nella storia dell’umanità, sono state definite tabù delle aree di comportamento edificate allo scopo di tenere insieme una società. Questo l’aveva già notato <strong>Freud</strong>, anche se in modo meno sistematico di <strong>Michel Foucault</strong>.<br />
Io ho ben presente questa realtà. Ma poi, quello che faccio, non è dire: “Questo è un tabù, adesso esploriamolo…”. No.<br />
Per me la comicità è la via maestra per cui, con metodo, ogni mattina io mi metto al tavolo e incomincio con fatica a scrivere le mie cose. Scrivo moltissimo, alla fine del mio lavoro tengo al massimo tre, quattro battute. Quelle che tengo, però, sono oro colato.<br />
La comicità è un metodo che ti consente, se la pratichi con devozione e rigore, di arrivare dove non pensavi mai di poter arrivare, di spingerti verso una zona che non avevi previsto all’inizio.<br />
Tutta l’elaborazione teorica, svolta a riguardo della comicità, è compiuta a posteriori e non serve al comico.<br />
Se tu leggi <strong>Il motto di spirito </strong>di Freud dici: “Ok, ma adesso?”. Forse, addirittura, sarebbe meglio che il comico si tenesse alla larga da questi testi. Potrebbe finire come il millepiedi che cammina perfettamente con tutte quelle sue gambe ma, appena glielo fanno notare, finisce per scivolare, bloccarsi.<br />
La comicità, lo ripeto, è un criterio. Un criterio da cui partire.<br />
Da sempre la comicità porta in scena l’osceno. In linea teorica, poi, è possibile domandarsi: “Perché l’osceno è tale?”. “Perché l’osceno rimane fuori dalla scena?”. Il comico però se ne frega e, dai tempi di <strong>Aristofane </strong>e di <strong>Plauto </strong>porta sul palco persone con falli enormi, persone che architettano danni a carico della società degli anziani e a favore della nuova società nascente etc. etc.<br />
Nel mio caso particolare questa tensione si unisce a un mio certo rigore nei confronti di tradizioni che trovo assolutamente inconciliabili con i miei sentimenti.<br />
Ad esempio io sono per la poligamia, davvero… E per me è drammatica questa cosa: nel nostro contesto sociale io non posso ufficializzare questa mia idea. Mi do da fare per realizzarla in pratica, però non posso ufficializzarla. E’ strano…</p>
<p><strong>In Italia ci sono ancora tabù?</strong></p>
<p>Sì, moltissimi. Alcuni la gente non li percepisce nemmeno come tali, li percepisce come natura e questa è la cosa più grave. Non si riesce per esempio a capire che buona parte di tutto quello che ti viene inculcato è “Cultura”, si pensa sempre molto che “quello che è sempre stato sempre sarà”.<br />
Mi sembra che a questo riguardo sia necessario spezzare una lancia a favore della lettura, la lettura è fondamentale.<br />
Io ho avuto un’educazione cattolica molto rigida, i miei erano dirigenti di <strong>Azione Cattolica</strong>: grazie alla lettura mi sono davvero liberato da una serie di veri e propri modi di guardare la realtà, ho dovuto fare tabula rasa degli strumenti con cui percepivo il mondo e ora ho la sensazione di essere molto più libero.</p>
<p><strong>Solo grazie ai libri?</strong></p>
<p>Sì grazie ai libri e alle persone che hanno condiviso con me un certo tipo di percorso.<br />
Da solo rimani isolato e rischi di diventare pazzo, ma siamo esseri razionali e, secondo me, davanti a un problema occorre partire da un semplice assioma: che nessuno ne sa niente. Siamo su un pianeta e quindi divertiamoci, esploriamolo.</p>
<p><strong>Ci sono tabù che tu non hai ancora superato?</strong></p>
<p>No, non ho tabù particolari. Ma, come ricordavo prima, questo discorso c’entra e non c’entra con la mia comicità; la mia logica non è: “Ecco il tabù, adesso mi ci butto!”<br />
Un esempio? Io non ho mai fatto uso di droghe eppure sono del tutto favorevole a ogni liberalizzazione. Personalmente non mi piace cedere il controllo, ma neppure mi va che debba essere messo fuori legge chi prova liberazione nell’assumere certe sostanze.<br />
Non è un caso che ogni volta che si insedia un governo di un certo tipo i discorsi che senti sono cose come: “Tutte le droghe sono uguali, adesso mettiamo in galera anche chi consuma marijuana”. Salvo poi garantire con leggi le multinazionali del farmaco che producono gli anti-depressivi per le massaie che, povere, diventano controllate senza sapere di esserlo. Ecco: è questo che a me non va.<br />
Un tabù, in definitiva, è un archetipo immaginario. E’ qualcosa che non conosciamo e che ci terrorizza, che istintivamente sentiamo come pericoloso per la nostra integrità psichica e che dunque teniamo alla larga.<br />
Il mito ci permette di avvicinarci a queste aree nascoste, ci consente di avvicinarci al <strong>Minotauro</strong>. Con la comicità, però, possiamo ridere del Minotauro, anche senza sapere cosa sia, qualunque cosa esso sia.</p>
<p><strong>Perché, nell’introduzione a <em>La castrazione e altri metodi infallibili per prevenire l’acne</em>, scrivi: “Uno dei motivi per cui mi ostino a fare satira è che mi piace far ridere la gente. No, è una bugia. Ogni volta che faccio una battuta e la gente ride, giuro a me stesso che mi vendicherò”?</strong></p>
<p>Da comico mi rendo conto, auto-esplorandomi, di quali sono i molteplici motivi per cui uno fa comicità. Una cosa che si tiene nascosta (ma di cui uno deve essere per forza consapevole se sale su un palco a far ridere la gente) è che i comici sono dei killer.</p>
<p><strong>Discutendo tra noi, mentre venivamo qui, usavamo per te proprio questo termine…</strong></p>
<p>Eh.. Per fortuna il comico sublima questa pulsione che è un tabù e la veicola per far ridere. C’è un aspetto naturale, della risata, che è stato poco esplorato e che è questo: il riso mostra le arcate dentarie e questo, antropologicamente, è segno di spavento nei confronti di un avversario. Chiaro che oggi, questo atteggiamento, si è del tutto dissipato. Di fatto, però, la pulsione di morte rimane.<br />
La comicità è <strong>Dioniso</strong>, il concetto d’ironia –normato da una maggiore riflessione intellettuale- viene dopo. La comicità ha a che fare con Dioniso proprio perché si relaziona al corpo: quindi &#8211; e questa è forse la maggiore intuizione di <strong>Freud </strong>- da un lato c’è sì il riso sfrenato, ma dall’altro c’è anche la morte.<br />
Sì, Freud ha avuto due o tre intuizioni potenti, ma il resto credo sia un insieme di bubbole clamorose…</p>
<p><strong>Cosa pensi dei comici italiani, perché i loro libri  vendono così tanto? </strong></p>
<p>E’ un motivo ben poco nobile. E’ una conferma del fatto che la gente legge poco e male.<br />
Non a caso non entrano mai in classifica i libri di quei comici che sono tali nel senso nobile del termine, come ad esempio <strong>Alessandro Bergonzoni</strong>, che sta a casa a fare i compiti e quando esce ti porta il risultato delle sue ricerche.<br />
Noi non siamo un paese colto. In <strong>Inghilterra</strong>, ogni volta che nasce un nuovo comico, un comico vero, questa cosa viene celebrata come una vittoria. I giornali ne parlano, il suo repertorio entra subito nel discorso culturale del paese. In <strong>Italia </strong>essere comici significa essere irrilevanti, a meno che uno non faccia business, programmi di grande successo. Ma è un gatto che si morde la coda: perché per arrivare a quel punto devi far ridere la gente con motivi di gregge, devi rinunciare ad ogni tecnica.<br />
I personaggi che spesso entrano nell’immaginario collettivo, in Italia, si basano su materiale comico che dal punto di vista tecnico è irrisorio.</p>
<p><strong>Quindi si può fare un serio lavoro critico anche sui comici&#8230;</strong></p>
<p>Uno cosa che pochi sanno è che fra i comici esistono vere e proprie gerarchie, stabilite dai comici stessi: noi sappiamo chi è bravo e chi è pessimo. Fra di noi tutti lo sanno.<br />
Sappiamo chi fa i compiti a casa, chi è davvero meritevole in modo del tutto indipendente dal successo di pubblico, da quello che scrivono i giornali ecc.<br />
Al riguardo, peraltro, va anche aggiunto che la maggior parte dei giornalisti non è in grado di giudicare i comici. Quando va bene li analizzano da un punto di vista teatrale, ma anche questo è sbagliato. Il comico va valutato rispetto a tutta la tradizione comica da cui proviene. Si ammette la specialità nel giornalismo sportivo e non in questo ambito, in questo mare magnum della comicità, non è incredibile?<br />
Io da questo punto di vista sono tranquillissimo: so che moltissime delle cose che faccio sono nuovissime, i comici vengono a vedere e rubacchiano maldestramente le tecniche nuove che io mi sono inventato a tavolino.<br />
In definitiva io spero che questa pletora di libri dei comici serva a far sì che la gente si stufi, che incominci piano piano a capire chi vale e chi no.<br />
Uno dei comici più grandi in Italia si chiama <strong>Maurizio Milani </strong>ed è quasi sconosciuto. E’ un genio, davvero. Eppure ha pubblicato un libro per la stessa casa editrice che pubblica tutti gli altri libri dei comici e per me è uno scandalo che nessun giornalista di grido lo abbia segnalato come grandissimo talento comico.</p>
<p><strong>Sì, è vero, anche in TV si vede meno degli altri…</strong></p>
<p>Proprio così.<br />
Se lui è l’Everest gli altri sono una collinetta  ciliegi, ma nessuno  lo nota.<br />
D’altra parte se “quelli che sono preposti a smistare il traffico” (giornalisti, critici, intellettuali) non hanno i metri giusti per poter giudicare è ovvio che l’andazzo sarà sempre quello.</p>
<p><strong>(1 &#8211; continua)</strong><br />
___________________________________________________</p>
<p><em>Per inserire commenti vai a &#8220;Archivi per mese &#8211; Ottobre 2003&#8243;</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/10/20/state-a-casa-a-fare-i-compiti-1/">State a casa a fare i compiti #1</a></p>
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		<title>Scrivere sul fronte occidentale</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/03/01/scrivere-sul-fronte-occidentale/</link>
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		<pubDate>Sat, 01 Mar 2003 18:47:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.feltrinelli.it/SchedaLibro?id_volume=1741920" target="_new"></a>Dopo l&#8217;attentato dell&#8217;11 settembre che ha colpito le &#8220;Torri Gemelle&#8221; a New York e il Pentagono a Washington, scrittori e uomini di cultura italiani si sono confrontati in un convegno a Milano, il 24 novembre 2001, discutendo su che cosa significa scrivere e operare &#8220;in tempo di guerra&#8221;.Da quel convegno deriva questo libro, curato da Antonio Moresco e Dario Voltolini, che raccoglie riflessioni, interrogativi, testimonianze presentate a Milano, ma anche scritte dopo quell&#8217;incontro (nei sette mesi successivi all&#8217;11 settembre).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/03/01/scrivere-sul-fronte-occidentale/">Scrivere sul fronte occidentale</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><center><a href="http://www.feltrinelli.it/SchedaLibro?id_volume=1741920" target="_new"><img src="/archives/fronte_occid.jpg" class="blogbody" border="0" height="156" width="100" /></a></center>Dopo l&#8217;attentato dell&#8217;11 settembre che ha colpito le &#8220;Torri Gemelle&#8221; a New York e il Pentagono a Washington, scrittori e uomini di cultura italiani si sono confrontati in un convegno a Milano, il 24 novembre 2001, discutendo su che cosa significa scrivere e operare &#8220;in tempo di guerra&#8221;.Da quel convegno deriva questo libro, curato da Antonio Moresco e Dario Voltolini, che raccoglie riflessioni, interrogativi, testimonianze presentate a Milano, ma anche scritte dopo quell&#8217;incontro (nei sette mesi successivi all&#8217;11 settembre).</p>
<p><strong>sommario</strong></p>
<p>Antonio Moresco: Lettera &#8211; Dario Voltolini: Inizio dei lavori &#8211; Carla Benedetti: Il pieno &#8211; Tiziano Scarpa: Circolare segretissima da diffondere di nascosto fra gli autori italiani di finzione &#8211; Antonio Moresco: L&#8217;occhio del ciclone &#8211; Piersandro Pallavicini: Romanzi polimaterici, anzi: eterocellulari &#8211; Marco Drago: Disturbare l&#8217;universo &#8211; Christian Raimo: Poco acuto, così poco acuto &#8211; Mauro Covacic: L&#8217;orecchio immerso &#8211; Raul Montanari: Due cose per dire che non cambierà  niente (anzi è già  tutto di nuovo come prima) &#8211; Marosia Castaldi: L&#8217;insaziabilità  &#8211; Ivano Ferrari: I dieci giorni che non sconvolsero un cazzo &#8211; Antonio Piotti: Nostalgia del simbolico &#8211; Marco Senaldi: Il Ground Zero del godimento &#8211; Giuliano Mesa: &#8220;Dire il vero&#8221;. Appunti &#8211; Paolo Nori: Il quadro &#8211; Andrea Bajani: Il grande spot &#8211; Giuseppe Genna: Scrivere sul fronte occidentale: scrivere sulla fronte occidentale &#8211; Giorgio Mascitelli: Ma le nostre parole saranno scritte invano? &#8211; Marina Mander: Undici pensieri dopo l&#8217;11 settembre &#8211; Andrea Inglese: L&#8217;estraneità  e la festa &#8211; Mostrare le sbarre (Teatro Aperto: Federica Fracassi e Renzo Martinelli) &#8211; Giulio Mozzi: Parlare della verità  &#8211; Donata Feroldi: Per interposte persone. I tessitori &#8211; Gian Mario Villalta: Dalla mia postazione alla periferia dell&#8217;impero &#8211; Federico Nobili: Esplodersi. Lettera ad Antonio Moresco &#8211; Helena Janeczek: Una gonna per l&#8217;11 settembre.</p>
<p>Stiamo organizzando un incontro che si terrà  nel mese di novembre a Milano, in data e luogo da destinarsi, perché sentiamo la necessità  e l&#8217;urgenza di confrontarci dopo quanto è successo nelle ultime settimane.</p>
<p>Non ci interessa un incontro rituale, una sfilata di anime belle, lanciare proclami. Non ci interessa darci conferma l&#8217;un l&#8217;altro delle nostre buone intenzioni e della bontà  e necessità  della nostra attività  di scrittori. Non ci interessa ragionare per simboli e schemi, né una vuota unanimità  di posizioni. Ci interessa un incontro, reale e senza cerimonie, di posizioni e di riflessioni, in cui ciascuno porti la sua umanità , diversità , sensibilità  e libertà , perché mi sembra che molte consuetudini mentali che hanno dominato la vita culturale degli ultimi decenni si rivelino sempre più insostenibili se non grottesche:</p>
<p>che viviamo nell&#8217;epoca della virtualità  e dell&#8217;irrealtà<br />
che l&#8217;unica dimensione possibile è ormai quella della ripetizione del déjà  vu<br />
che la storia è finita<br />
che l&#8217;attività   umana in generale e quella culturale, artistica e spirituale in particolare possono svolgersi ormai solo all&#8217;interno di giochi chiusi, terminali, dentro universi culturali chiusi che non contemplano più la possibilità  dell&#8217;imprevisto<br />
che si può solo riciclare, combinare e rivisitare materiali culturali ormai inerti e codificati in un malinconico gioco di specchi senza fine<br />
che tutto è interscambiabile e depotenziato nell&#8217;universo orizzontale della &#8220;comunicazione&#8221; totale e della rete<br />
che la vita non si richiude e si riapre continuamente attraverso lacerazioni<br />
che non possono esistere più &#8211; nel bene come nel male &#8211; il conflitto, l&#8217;alterità<br />
che abbiamo dominato completamente la natura, il caso, l&#8217;ignoto<br />
che non esiste più la tragedia, ma solo la parodia<br />
ecc&#8230;<br />
E&#8217; terribilmente triste dover riflettere su queste cose dopo un simile orrore. Ma non si può far finta che non sia successo niente e mi sembra che tutto questo non possa che avere ripercussioni profonde nell&#8217;attività  umana e in quella culturale di decifrazione, interpretazione, invenzione e riapertura di spazi.<br />
In questo terribile inizio di secolo e di millennio è forse venuto il momento di confrontarci su queste cose, con sincerità , profondità  e radicalità .</p>
<p>Milano, settembre 2001</p>
<p>Antonio Moresco</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/03/01/scrivere-sul-fronte-occidentale/">Scrivere sul fronte occidentale</a></p>
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