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	<title>Nazione Indiana &#187; Fëdor Dostoevskij</title>
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		<title>A Gamba Tesa : la critica in Italia e la naftalina</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/04/27/a-gamba-tesa-la-critica-in-italia-e-la-naftalina/</link>
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		<pubDate>Mon, 27 Apr 2009 14:25:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/500px-hazard_nsvg.png"></a><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Ieri, discutendo con un&#8217;amica del più e del meno, ci siamo interrogati, più o meno, su questa &#8220;scoperta&#8221; o riscoperta da parte della critica letteraria  del favoloso mondo di Amélie de Blog. E mentre ne parlavamo, a un certo punto, lei mi ha detto : &#8220;<em>ma cos&#8217;è questa puzza di naftalina</em>?&#8221;<br />
&#8220;<em>Hai proprio ragione, ma non saprei da dove provenga.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/27/a-gamba-tesa-la-critica-in-italia-e-la-naftalina/">A Gamba Tesa : la critica in Italia e la naftalina</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/500px-hazard_nsvg.png"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/500px-hazard_nsvg.png" alt="500px-hazard_nsvg" title="500px-hazard_nsvg" width="500" height="500" class="alignnone size-full wp-image-17168" /></a><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Ieri, discutendo con un&#8217;amica del più e del meno, ci siamo interrogati, più o meno, su questa &#8220;scoperta&#8221; o riscoperta da parte della critica letteraria  del favoloso mondo di Amélie de Blog. E mentre ne parlavamo, a un certo punto, lei mi ha detto : &#8220;<em>ma cos&#8217;è questa puzza di naftalina</em>?&#8221;<br />
&#8220;<em>Hai proprio ragione, ma non saprei da dove provenga. Se dalla camera accanto, ma in un monolocale è difficile, o dall&#8217;armadio a muro, magari lasciata dal precedente locatario. </em>&#8221; &#8211; ho fatto io.<br />
E ci siamo lasciati così, con quello strano odore, non più puzza e non ancora profumo, Successivamente, vuoi per capire cosa stesse accadendo, vuoi per la noia della pioggia incessante, ho aperto una dopo l&#8217;altra le stanze di Nazione Indiana, per trovare &#8220;la chose&#8221;.<br />
E ho cominciato dal primo post di cui mi ricordavo, ovvero l&#8217;articolo di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/14/nella-stanza-separata/">Emanuele Trevi</a><br />
<span id="more-17167"></span><br />
 Se dovessi indicare una data anniversaria di questa découverte la collocherei proprio a partire dal fortunatissimo articolo di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/02/14/nella-stanza-separata/">Emanuele Trevi</a> (più di cinquecento commenti) postato da Piero Sorrentino. La meglio gioventù critico letteraria espresse la propria posizione sull&#8217;oggetto della contesa, cos&#8217;è la &#8220;vera &#8221; letteratura, partendo dal pamphlet del NIE,  più o meno criticamente, e con riserve talvolta eccessive al punto da far sbottare un eccellente lettore e commentatore:</p>
<p><em></em><em>&#8220;Non dimenticare i lettori. Almeno per me, è la prima volta  che mi trovo a poter comunicare e leggere in presa diretta (anche se in web) con Trevi, Cortellessa, WM1, Pincio, voi di NI e tutti gli altri. Si forse nessuno cambierà idea, e forse il fine non è questo, ma rendere almeno certi nodi più espliciti. Sono saltati fuori titoli di libri che magari nessuno ha mai letto o conosceva prima, così come temi e riflessioni, ognuno porta se stesso e sarà libero o meno di approfondire a suo modo e tempo.&#8221;</em></p>
<p>L&#8217;apprezzamento di questa cosa coi commenti (i blog) Emanuele Trevi l&#8217;aveva del resto già espressa quando scriveva:</p>
<p><em>ho scoperto il magico mondo dei comments con qualche decennio di ritardo, ma ormai è una dipendenza ! dicevo al mio amico Piero Sorrentino che mi ero incuriosito perché avevo visto un gran numero di commenti al pezzo sulla “camera separata“ di Garboli, e allora mi ero messo a leggerli, stupito del fatto che tanta gente avesse qualcosa da dire sull’opera di questo grande saggista ahimé ormai dimenticato come accade sempre in italia pochi anni dopo la morte (per poi, come si spera nel caso di c.g. essere riscoperti più tardi).</em></p>
<p>Per poi aggiungere qualcosa a mio avviso &#8220;vitale&#8221; per qualsiasi militante di quello strano partito chiamato <em>Litteratur.</em></p>
<p><em>  Oggi si parla SOLO di romanzi CHE VENDONO, non c’è nient’altro che ha una reale importanza, ammettiamolo. voglio dire: un Cioran di vent’anni morirebbe di fame. Non c’è una persona al di sotto dei 40 anni che abbia mai sentito solo nominare libri come<br />
“il pesce-scorpione” di Nicolas Bouvier<br />
“viaggio in armenia” di Osip Mandel’stam<br />
“sentieri nel ghiaccio” di Werner Herzog<br />
“colloqui con kafka” di Gustave Janouch<br />
Cosa sono questi libri: atti linguistici piantati nella loro singolarità, solitudini che diventano forme irripetibili, sulle quali non è possibile esprimersi usando un “noi”. ringrazierò sempre un uomo come Cesare Garboli per avermi insegnato a diffidare di ogni collettività, anche mascherata da comunità. per chi è vissuto sotto il fascismo, mi diceva sempre, il pronome “noi” fa raggricciare la pelle. Grazie a Piero Sorrentino e a “nazione indiana” dell’ospitalità: e chi se ne frega se andiamo fuori tema ! avrei tante cose da raccontare, su “q” dei Luther B., su Garboli e Carlo Ginzburg e Adriano Prosperi che scrisse una bella (ma velenosa) recensione sulla “talpa”, su cosa sono gli eretici e cosa sono gli gnostici…sull’eterna lotta tra chi crede che il mondo possieda un significato e chi lo ritiene un’illusione, la suprema magia degli dèi…ma ragazzi, bisognerà trovare un minimo di ordine in questo guazzabuglio </em></p>
<p><strong>Il guazzabuglio</strong></p>
<p><object width="445" height="364"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/RGkA9-cZBVc&#038;hl=it&#038;fs=1&#038;color1=0x5d1719&#038;color2=0xcd311b&#038;border=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/RGkA9-cZBVc&#038;hl=it&#038;fs=1&#038;color1=0x5d1719&#038;color2=0xcd311b&#038;border=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="445" height="364"></embed></object></p>
<p><em>Tutto a &#8216;nu tratto,che veco &#8216;a luntano?<br />
Ddoje ombre avvicenarse &#8216;a parte mia&#8230;<br />
Penzaje:stu fatto a me mme pare strano&#8230;<br />
Stongo scetato&#8230;dormo,o è fantasia?</em></p>
<p>A livella, <strong>Totò</strong></p>
<p>A partire da qui ci sono stati altri grandissimi momenti della critica su NI e lo dico senza alcuna ironia e in totale stima del lavoro svolto da indiani come Domenico Pinto o Massimo Rizzante, nel proporre pagine di critica così necessarie alla letteratura. Ma la questione che sembrava soggiacere, relativa al realismo o meno delle nuove scritture italiche rimaneva sospesa ogni volta e  intanto l&#8217;odore di Naftalina probabilmente sostenuto dalla coscienza che ne avevo, sembrava aumentare d&#8217;intensità.  Ecco che gli scetati (i realisti) incrociavano i ferri e le braccia ogni volta, a seconda delle occasioni, con gli agnostici ( addurmuti) e gli immaginisti ( fantasia). A prescindere infatti dal tema trattato, sia che si scrivesse di premi letterari canonici ( lo strega) o di quelli delle isole giapponesi Ryukyu ( premio Pordenonelegge)  le bruit de fond, si riproponeva ogni volta come un rigurgito, alla tavola dei commensali accorsi numerosi per celebrare la morte del romanzo contemporaneo italiano. Intanto la naftalina aveva invaso ogni spazio del mio monolocale e non solo. Al punto che il mio inquilino del piano di sopra che vale tre inquilini del piano di sotto e fa l&#8217;architetto ha bussato alla porta per chiedermi, timidamente, se vi fossero problemi.<br />
&#8220;<em> Lo sente anche lei quest&#8217;odore?</em>&#8221; gli ho sparato a raffica prima ancora che mi dicesse buongiorno.<br />
&#8220;<em> A naso si direbbe naftalina&#8221;</em><br />
&#8220;<em>E&#8217; tossica? Fa male?&#8221;</em><br />
<em>&#8220;Non veramente. Passerà, non si preoccupi, basta aprire il balcone e e fare circolare un po&#8217; d&#8217;aria&#8221;</em><br />
Poi ha aggiunto. &#8220;A<em> me succede ogni volta che apro gli inserti letterari&#8221;</em><br />
<em>&#8220;Eggià</em>&#8221; faccio io e mentre chiudo la porta capisco finalmente perché ogni settimana mi lascia sotto lo zerbino gli inserti culturali. Il sabato Repubblica e Manifesto, la domenica il Sole 24 ore&#8230;<br />
E la prima cosa che faccio è di andare a pescare la pila di inserti che ho conservato in libreria e di gettarli in un contenitore verde dall&#8217;altisonante nome Cartesio, in cantina. Quando torno su, l&#8217;odore di naftalina è meno forte ma permane.<br />
Ripenso a Cartesio, sfortunato filosofo riciclato dai creativi della differenziata, e di colpo realizzo che a questo punto soltanto un ragionamento, semplice, potrà salvarmi. Quante di queste cose dette dai critici interverranno sulla scrittura del romanzo a cui sto lavorando?</p>
<p><strong>Rete</strong></p>
<p><em>Quando eravamo bambini, ragazzi, si giocava al pallone facendo, con mucchi di abiti e borse, le porte. Si giocava tra i brulli campetti di fronte al Palazzo Reale. Non c’erano i pali, e men che meno le reti, come ora. Eppure, tutti sapevano quando la palla era uscita, il tiro oltre la traversa. Addirittura c’era chi poteva dire di aver fatto un gol mettendola nel set.<br />
Era dentro. O era fuori. Basterebbe per la letteratura, e per la vita quella stessa consapevolezza</em>.<br />
da <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/13/sud-n°11-come-riva/">qui</a></p>
<p>A prescindere dagli strumenti critici che uno scrittore potrebbe anche non possedere, altrimenti non si spiegherebbe come mai gli eccellenti critici nostrani non abbiano sfornato quei capolavori di cui sentono così la mancanza, un piccolo critical kit, ogni autore deve pur possederlo, una visione della porta, se non evidente quanto meno chiara, per poter dire se una propria pagina appartiene al tiro alto e cieco da calcio giocato all&#8217;oratorio o all&#8217;antologia immaginaria e soggettiva dei tiri entrati nello specchio della porta.<br />
E non puoi certo aspettare vent&#8217;anni come i critici appunto che ti dicono a quarant&#8217;anni di distanza cosa è rimasto del gruppo &#8217;63 (ecco una domanda che mi viene da fare ma poi l&#8217;insorgere dell&#8217;odore di naftalina mi trattiene dal farlo.)<br />
Per tornare allora alla cosa che mi interessava condividere con voi, ovvero, all&#8217;atelier della scrittura, quella strana officina in cui esperienze di vita, emozioni, ricerche di archivio, suggestioni, formano l&#8217;humus da cui usciranno dei personaggi e delle storie, ma soprattutto voce e lingua del romanzo, come scriveva Gilda Policastro, proverò a formulare delle ipotesi. E mi auto intervisto. (<em>Preciso che questo libro è in fase di scrittura, quindi non esiste, ergo non si promuove alcunché!)</em></p>
<p><strong>Innanzitutto perché mi interessa la storia d&#8217;amore tra Eugenio Montale e Irma Brandeis? </strong></p>
<p><em>Perché credo che una storia d&#8217;amore sia quanto di più complesso, inattuale, romanesque, e soprattutto di politico, che &#8220;noi umani&#8221; possiamo raccontare, come la nostra tradizione ci ha insegnato, sia che si tratti del <strong>don Quichotte</strong> di Cervantes o dell&#8217; <strong>Idiota</strong> di Dostoevskij.</em></p>
<p><strong>Perché raccontare la vita di una città come Firenze ai nostri giorni?</strong></p>
<p><em>Perché una città d&#8217;arte invasa da &#8220;innocui&#8221; e disturbanti topi, inondata di marche e commerci di prodotti e turisti, rappresenta secondo me una linea di fuga e insieme un contrappunto alla visione ed esperienza del contemporaneo</em></p>
<p><strong>Perché soffermarsi sull&#8217;importanza della parola nell&#8217;immaginario di una donna?</strong></p>
<p><em>Perché interrogarsi sul femminile (le devenir femme, à la Deleuze) potrebbe giovare a una maggiore comprensione di certi malintesi sociali e di potere.</em></p>
<p>Poiché sento venire su un forte odore di naftalina, mi fermo con le domande &#8220;alte&#8221;, con tanto di ammiccamento alla critica, e scendo al livello terra terra, più sporco ma sicuramente più adatto al locale, monolocale, officina, da cui sono partito.</p>
<p> <strong>Seconda parte dell&#8217;auto intervista.</strong></p>
<p>E per fare questo devi per forza andare a Firenze? Dormire alla pensione Annalena in cui è ambientato il romanzo? Fare un giro al <a href="http://www.vieusseux.fi.it/">Gabinetto Vieusseux</a> che ha organizzato, secondo la tua storia, il convegno a cui è invitato il tuo personaggio chiave, e poi leggerti i documenti relativi alle periferie, perché lui, appartiene a quell&#8217;assessorato? Scrivere agli uni e agli altri, per approfondire certe cose? Pagarti &#8211; e con quali soldi?- dei viaggi a destra e a manca per incontrare l&#8217;amica più cara del poeta, (tra parentesi persona magnifica che ti dici che comunque vada il libro è valsa la pena conoscerla)  e a  cui rivolgi ossessivamente la stessa domanda, ovvero di come un uomo per niente bello, anzi decisamente brutto, di dieci anni più vecchio, potesse &#8220;affascinare&#8221; una donna brillante, giovane,  intelligente e bella (per di più americana)  e ti immagini la risposta: la parola. e lei ti fa capire che no, non è quello, ma piuttosto l&#8217;aura che aveva <em>Eusebio</em> il suo modo di entrare in risonanza con le donne, coglierne il desiderio di esserne muse, ed esaudire quel desiderio soltanto? E le nature morte di Flegel, quelle in cui si vedono topi e scarafaggi accanto alle ceste di frutta? E per la passeggiata che vuoi raccontare, di Fedor Dostoevskij a Boboli, immaginare prendendo spunto da poche note scritte dalla moglie, ti fai una canna?:</p>
<p> <em>&#8220;Alla fine  del novembre 1868 ci spostammo nell&#8217;allora capitale d&#8217;Italia e andammo a stare nelle vicinanze di Palazzo Pitti.  Il cambiamento ebbe di nuovo un effetto benefico su mio marito e noi cominciammo ad andare insieme per chiese, musei e palazzi.Il dottore mi aveva prescritto di camminare molto ed ogni giorno io e Fedor Mihajlovic andavamo al Giardino di Boboli dove, nonostante fosse gennaio, fiorivano le rose.  Qui ci scaldavamo al solicello e sognavamo la nostra felicità futura&#8221;</em></p>
<p><strong>Stongo scetato&#8230;dormo, o è fantasia?</strong></p>
<p>Quale stato dei tre farà di quello che sto scrivendo, un libro, anzi il libro più bello che io abbia  mai scritto? Non basterà la &#8220;storia&#8221;, buona che ho per le mani, le intenzioni, buone, né tanto meno le ossessioni. Forse lo stile che si imporrà, il registro che codificherà personaggi e voci. Come scriverla?  Chissà. Ma la domanda, qui, è un&#8217;altra. Sarà invenzione o realtà? E cosa rispondere?<br />
Una cosa la so per certa però ed è da un certo tempo che ne ho la consapevolezza. Quel che accade a un autore è molto simile a ciò che succede a un attore. Un attore, evidentemente, di una scuola in particolare, ovvero quella conosciuta comunemente come Actor&#8217;s studio e che si rifà al metodo Stanislavskj.</p>
<p>Tra i punti di siffatto metodo troviamo infatti due strategie (da wikipedia) :</p>
<p><strong>I processi di personificazione e reviviscenza</strong> [modifica]</p>
<p>Due sono, per Stanislavskij, i grandi processi che sono alla base dell’interpretazione: quello della personificazione e quello della riviviscenza.</p>
<p><em>Il processo di personificazione parte dal rilassamento muscolare per proseguire con lo sviluppo dell’espressività fisica, dell’impostazione della voce, della logica e coerenza delle azioni fisiche e della caratterizzazione esteriore.<br />
Il processo di reviviscenza parte dalle funzioni dell’immaginazione e prosegue con la divisione del testo in sezioni, con lo sviluppo dell’attenzione, l’eliminazione dei cliché, e l’identificazione del tempo-ritmo. <strong>La reviviscenza è fondamentale</strong> perché tutto ciò che non è rivissuto resta inerte, meccanico ed inespressivo. Ma non basta che la reviviscenza sia autentica: essa deve essere in perfetta consonanza con la personificazione. Infatti, a volte, una reviviscenza profonda è deformata da una personificazione grossolana dovuta ad un apparato fisico non allenato ed incapace di trasmettere quello che l’attore sente, per cambiare il modo di vivere.<br />
</em></p>
<p>Un altro elemento è la memoria emotiva, che ti fa riprovare tutti i sentimenti vissuti; essa ti aiuta nella rappresentazione in quanto li mantiene vivi. Aiuta a ripetere la scena senza riprendere il procedimento per arrivare al sentimento e nello stesso tempo evita la ripetizione sterile della scena.</p>
<p><strong>La memoria emotiva può essere stimolata attraverso i cinque sensi e da oggetti animati, oppure tramite dalle azioni fisiche, dalla logica e coerenza e dal “vero”.</strong></p>
<p><strong>Vero o reale?</strong> (nota di effeffe)</p>
<p><strong>L’attore deve avere una vita intensa, ricca di fantasie ed emozioni, e deve avere inoltre uno stretto contatto con la natura.</strong><br />
<strong>E l&#8217;autore?</strong></p>
<p>Stanislavskij (cito sempre dalla Iper Pop wikipedia)  parla di vari tipi di comunicazione: il contatto con se stessi, in cui è difficile individuare con precisione soggetto ed oggetto interiori. Il contatto reciproco fra più attori è più facile, ma è necessario eliminare il “<strong>vizio di mestiere”</strong>, che non ascoltando la risposta dell’altro, distrugge la continuità del contatto reciproco ed interrompe il flusso dell’energia e dei sentimenti.</p>
<p>la seconda riprende la massima di Puskin:<em> la verità delle passioni e la verosimiglianza dei sentimenti nelle “circostanze date”</em></p>
<p><em>Un lavoro dell&#8217;autore su se stesso</em>, insomma, si dovrebbe fare quando si scrive.<br />
Intanto l&#8217;aria diventa respirabile. E&#8217; ora, forse, di uscire, allo scoperto. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/27/a-gamba-tesa-la-critica-in-italia-e-la-naftalina/">A Gamba Tesa : la critica in Italia e la naftalina</a></p>
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		<title>Camorra: les jeux sont faits, rien ne va plus!</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/05/16/camorra-les-jeux-sont-faits-rien-ne-va-plus/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/05/16/camorra-les-jeux-sont-faits-rien-ne-va-plus/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 16 May 2008 13:00:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
<strong>Numeri</strong> estratti dal libro , <a href="http://www.ancoradelmediterraneo.it/questaCorte/index.html">Questa corte condanna</a>, <strong>Spartacus</strong> processo al clan dei Casalesi, a cura di <strong>Marcello Anselmo e Maurizio Braucci </strong>. Le mie inserzioni in corsivo sono tratte da <strong>Il giocatore</strong>, di Fëdor Dostoevskij<br />
(effeffe)</p>
<p>[...]<strong>Pagano all’udienza del 9 maggio 2001 ha riferito quanto segue: </strong></p>
<p>Io Pignata lo conosco da vecchia data, lo conoscevo dal 1970-1972.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/16/camorra-les-jeux-sont-faits-rien-ne-va-plus/">Camorra: les jeux sont faits, rien ne va plus!</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/tombola2.jpg' alt='tombola2.jpg' /><br />
<strong>Numeri</strong> estratti dal libro , <a href="http://www.ancoradelmediterraneo.it/questaCorte/index.html">Questa corte condanna</a>, <strong>Spartacus</strong> processo al clan dei Casalesi, a cura di <strong>Marcello Anselmo e Maurizio Braucci </strong>. Le mie inserzioni in corsivo sono tratte da <strong>Il giocatore</strong>, di Fëdor Dostoevskij<br />
(effeffe)</p>
<p>[...]<strong>Pagano all’udienza del 9 maggio 2001 ha riferito quanto segue: </strong></p>
<p>Io Pignata lo conosco da vecchia data, lo conoscevo dal 1970-1972. Ho sempre bazzicato la piazza di San Cipriano, e lui stava su tutte le giocate, veniva da Tozziello, l’ho sempre incontrato, lo conoscevo bene come impiegato al Comune e come giocatore. Come giocatore che giocava, dottore&#8230; noi tra giocatori – che poi facevo parte pure io della categoria – ci conoscevamo; c’erano giocatori avventizi che li vedevi ogni tanto&#8230; E giocatori giocatori sono quelli che tutte le sere puntualmente perdono, vincono e raccimolano il denaro. Lui era giocatore, diciamo così, di questa categoria: giocatore di carte, chemin, baccarat, zichinetto. Ci sono giocatori giocatori e i giocatori avventizi, Pignata era giocatore giocatore. [...]</p>
<p><em>Dopo le dieci, ai tavoli da giuoco rimangono solo i giocatori veri, disperati, per i quali alle terme non esiste che la roulette, che sono venuti solo per essa, che quasi non si accorgono di quello che accade intorno a loro, che di niente si interessano durante tutta la stagione, che non fanno altro che giocare dalla mattina alla sera e che sarebbero anche pronti a giocare tutta la notte fino all&#8217;alba, se fosse possibile&#8230;<br />
<span id="more-5925"></span><br />
E si allontanano sempre con dispetto quando, a mezzanotte, si chiude la roulette. E allorché il capo croupier, poco prima dell&#8217;ora fissata, annunzia: &#8220;Les trois derniers coups, messieurs!&#8221; sono a volte capaci di perdere in queste ultime tre puntate tutto quello che hanno in tasca, ed è proprio allora che subiscono le perdite maggiori.<br />
</em> </p>
<p>[...] Io ebbi l’incarico di ucciderlo. Io e Iovine Antonio, ce lo diede Francesco Schiavone di Nicola, pare che stavamo nella casa dell’avvocato Ferraiuolo e lui disse: «Si deve uccidere questo Pignata».<br />
Al che – diciamo così – io ebbi una reazione emotiva, nel senso che dissi: «E perché? Questo è un bravo uomo, perché lo dobbiamo ammazzare?». Schiavone dispiaciuto disse: «Questo purtroppo ha perso la testa per via del gioco», disse che era andato vaneggiando nel bar dicendo che lui si era messo a disposizione per procurare dei documenti a Bardellino e nessuno lo pensava. Disse che i bardelliniani lo volevano morto: «Quindi dobbiamo fare questa cosa». Dopodiché disse: «Lo fate tu e Antonio», che questo Pignata abitava ad Aversa e tutte le sere veniva a giocare a Casale. «Quando ritorna ad Aversa, poiché vi conosce, lo affiancate, lo fate fermare un attimo e gli sparate un colpo solo o in testa o al cuore, basta che gli strappate un taschino o una tasca per simulare che è un colpo partito per rapina, comunque deve sembrare una rapina. Ho un 38 che ve lo faccio avere, usate quello». Poi onestamente quando dissi: «E la macchina? Che macchina dobbiamo usare?» Schiavone cambiò idea, disse: «Va bene, vediamo un po’ e poi vediamo come dobbiamo fare». Comunque capii che c’era l’ordine, però Sandokan alla fine disse che questo Pignata gli tornava mezzo parente e non aveva più tanto intenzione di farlo. Poi è scomparso, io non so né chi l’ha ucciso né quando né come. </p>
<p><em>Ecco perché qui si fa una netta distinzione tra il gioco detto di &#8220;mauvais genre&#8221; e quello permesso alla gente come si deve. Esistono due giuochi: uno da gentiluomo e l&#8217;altro plebeo, interessato, il giuoco, insomma, che fa qualsiasi canaglia. Qui la distinzione è molto rigida, ma com&#8217;è vile, in fondo, questa distinzione! Il gentiluomo, per esempio, può puntare cinque o dieci luigi, raramente di più; del resto, può anche puntare un migliaio di franchi, se è molto ricco, ma, in sostanza, per il gioco in se stesso, solo per divertimento, solo per osservare il meccanismo della vincita o della perdita; ma non deve affatto interessarsi alla vincita in sé. Se vince può, per esempio, ridere forte, può fare a qualcuno di quelli che gli stanno intorno una sua osservazione, può persino fare un&#8217;altra puntata e raddoppiare ancora, ma soltanto per curiosità, per osservare le &#8220;chances&#8221;, per fare dei calcoli e mai per il volgare desiderio di vincere. In una parola, tutti quei tavoli da giuoco, le roulettes e il &#8220;trente et quarante&#8221;, deve considerarli solo come un passatempo, organizzato esclusivamente per il suo diletto.</em></p>
<p>[...]<strong>Anche Carmine Schiavone sottolinea come per l’assassinio di Pignata iniziarono a verificarsi i primi contrasti tra il Clan Bardellino e il nascente gruppo dei casalesi. All’udienza del 13 maggio 2002 il collaborante così riferisce i fatti:</strong></p>
<p>Mio cugino Sandokan non volle aderire nell’eliminazione di Giuliano Pignata, e allora Paride Salzillo con ordine dello zio Ernesto e lo zio Antonio decisero l’eliminazione di questa persona. Noi eravamo anche un po’ parenti di Pignata, abitava vicino a me la madre, insomma mio cugino lo conosceva bene. Allora mio cugino Sandokan si rifiutò, non è che proprio si rifiutò, disse: «Io non me la sento perché lo conosco». Al che per mettere qualcuno della nostra famiglia dentro misero mio cugino Francesco Schiavone di Luigi. Fecero il commando con Martino di San Cipriano, detto ’o Vasciotto, Paride Salzillo, Francesco Schiavone di Luigi, Luigi Basile e mi sembra – come mi dissero – Peppe Quadrano e qualcun altro. Lo prelevarono a Frignano e  lo strangolarono, mio cugino Cicciariello e altri, vicino alla casa di Luigi Basile, c’era un cortile abbandonato là.  Poi lo atterrarono nel pozzo in certi terreni alla Madonna di Briano c’è un santuario che è il terreno di proprietà di mio cugino Sandokan, di mio zio Nicola per dire meglio e di mio zio Luigi, i padri dei due Francesco. Lì c’era un pozzo, quelli scavati a mano e c’era una discesa nel terreno, lo atterrarono lì.</p>
<p> [...] Mio cugino Cicciariello mi raccontò l’eliminazione che ha fatto: mentre l’hanno portato in quella casa, lui stava dietro alla porta, quando Pignata è entrato è saltato da dietro con un cordino e l’ha strangolato, mentre gli altri lo mantenevano. In pratica fu un sequestro, un prelevamento forzato. Fu preso da Frignano, mi sembra, mentre andava a giocare ad Aversa, vicino alla sala giochi dove c’era una bisca di Peppe “’o Salaiuolo”, vicino alla Stazione. Quando è uscito di là, Peppe Quadrano – mi sembra – ’o Vasciotto e il Marsigliese l’hanno portato a Casale.<br />
La sua macchina la spostarono, e lo portarono a Casale in questa casa vicino dal Marsigliese, che sarebbe Basile&#8230; Poi l’hanno preso e l’hanno portato ad atterrarlo dentro a questo pozzo che stava questa terra vicino al sacrario della chiesa di Villa di Briano, la Madonna di Briano diciamo noi, che fa comune di Villa di Briano, però sta sulla strada provinciale tra Casale-Capua, e lì ci sta un terreno che è metà di mio zio Nicola e metà di mio zio Luigi, diciamo i padri dei due Francesco Schiavone, e lì fu atterrato Pignata. </p>
<p>E questo mi è stato raccontato sia da mio cugino Cicciariello, le modalità insomma come sono state fatte, pure dal Marsigliese mi è stato raccontato che se lo andarono a prelevare perché avevano avuto l’ordine, sia da mio cugino Sandokan, che lui si era rifiutato in effetti di partecipare, perché non aveva piacere, all’eliminazione del Giuliano Pignata.<br />
Al tempo Antonio Bardellino stava fuori, telefonava a Ernesto e pure al nipote insomma. Anche lui appoggiò questa determinata situazione per eliminare questo tizio. Lui chiese prima a mio cugino, ma lui rispose così&#8230; «E allora mettiamo all’altro cugino che sta qui», che era Cicciariello, e Cicciariello intervenne in prima persona a strangolare il Pignata e lo portò anche ad atterrare. Poi andò anche a disotterrarlo e a portarlo in un altro posto. Quindi perché mio cugino Cicciariello non teneva troppo&#8230; mentre mio cugino Sandokan gli omicidi li ha fatti, ne ha fatti tanti, <strong>però aveva più un’etica</strong>, ogni tanto noi ne parlavamo e lui diceva: <strong>«Purtroppo certi omicidi prima o poi si pagheranno perché pesano»</strong>, mentre mio cugino Cicciariello era uno senza morale. Questo era tutto il discorso.</p>
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