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	<title>Nazione Indiana &#187; Felice Piemontese</title>
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		<title>Gli abusivi e le lettere</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Feb 2010 00:20:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Fantasmi vesuviani]]></category>
		<category><![CDATA[Felice Piemontese]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Cangiullo]]></category>
		<category><![CDATA[Hacca Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Luciano Caruso]]></category>
		<category><![CDATA[neoavanguardia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Felice Piemontese</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/copertina.jpg"></a><br />
Luciano Caruso- <em>Il palazzo di Odisseo. </em></p>
<p>Caro Luciano,<a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/06/gli-abusivi-e-le-lettere/#footnote_0_29899" id="identifier_0_29899" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="da Fantasmi vesuviani di Felice Piemontese &#38;#8211; Hacca edizioni">1</a><br />
provo a immaginare cosa proveresti nel vedere che tutti si occupano, oggi, di Futurismo, e ignorano chi l’ha fatto trent’anni fa, in modo sistematico e avvertito, ripubblicando tutti i manifesti, ad esempio, e “riscoprendo”personaggi dimenticati come Cangiullo. Mi sembrava perfino esagerato tanto tuo impegno di fronte al diluvio di ristampe anastatiche, di grossi contenitori, di saggi che arrivavano continuamente a casa, spediti dal povero Belforte di Livorno, che chi sa se si è mai rifatto delle spese.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/06/gli-abusivi-e-le-lettere/">Gli abusivi e le lettere</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Felice Piemontese</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/copertina.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/copertina.jpg" alt="" title="copertina" width="300" height="187" class="aligncenter size-full wp-image-29918" /></a><br />
Luciano Caruso- <em>Il palazzo di Odisseo. </em></p>
<p>Caro Luciano,<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/06/gli-abusivi-e-le-lettere/#footnote_0_29899" id="identifier_0_29899" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="da Fantasmi vesuviani di Felice Piemontese &amp;#8211; Hacca edizioni">1</a></sup><br />
provo a immaginare cosa proveresti nel vedere che tutti si occupano, oggi, di Futurismo, e ignorano chi l’ha fatto trent’anni fa, in modo sistematico e avvertito, ripubblicando tutti i manifesti, ad esempio, e “riscoprendo”personaggi dimenticati come Cangiullo. Mi sembrava perfino esagerato tanto tuo impegno di fronte al diluvio di ristampe anastatiche, di grossi contenitori, di saggi che arrivavano continuamente a casa, spediti dal povero Belforte di Livorno, che chi sa se si è mai rifatto delle spese.</p>
<p>Il tuo trasferimento a Firenze, nel 1976, fu uno dei tanti traumi legati alla diaspora di amici e compagni di strada che, a un certo punto, gettavano la spugna e si dichiaravano sconfitti nel corpo a corpo con questa città, quella Napoli alla quale pochi anni prima avevamo dedicato un ritratto impietoso fin dal titolo, <em>La <span style="font-style: normal;"><em>disoccupazione mentale</em>.</span></em></p>
<p><span id="more-29899"></span></p>
<p>Un libro, da te pensato e da te fortissimamente voluto, che invece di fermarsi alla solita lamentazione, lasciava “parlare” la città stessa, attraverso le proprie istituzioni, i giornali, gli organismi ufficiali, per realizzare un originale autoritratto di quello che già veniva definito, con buona pace di Marc Augé, un “non luogo”. Nella consapevolezza, parliamo del 1972, che “Napoli va incontro a una disfatta totale”. Ma che “il fatto che si parli di Napoli è pretestuoso”, perché ciò che si dice su Napoli “è valido per molte altre città. Basta sovrapporle una sull’altra, per ritrovare le medesime situazioni”. Il che naturalmente è vero fino a un certo punto, ma sfatava un luogo comune assai diffuso, che porta i napoletani a sentirsi sempre “unici”, nel bene come, soprattutto, nel male.</p>
<p>Il libro fu accolto con l’indifferenza e il fastidio che si riservano ai rompiscatole, a quelli che perdono tempo con le loro elucubrazioni intellettuali, invece di “badare al sodo”. Di lì a non molto, del resto, ci sarebbero stati grandi rivolgimenti nella vita politica della città, con l’elezione – per la prima volta – di un sindaco comunista e di una giunta di sinistra, che avrebbero acceso grandi speranze, seguite dalle inevitabili delusioni. E la tua decisione di partire fu anche un gesto di consapevolezza, di lucidità, di rifiuto di firmare cambiali in bianco, come in tante occasioni ha fatto chi aveva invece deciso di rimanere. Quasi coetanei, cominciammo a frequentarci quando avevamo entrambi poco più di vent’anni. Tu, dopo una brillante laurea in filosofia, speravi in un posto all’università che ti era stato in qualche modo promesso, io cominciavo a lavorare nei giornali. Poi ti dissero brutalmente, o ti fecero capire, che per un guastafeste come te nell’università non c’era posto, e non ci sarebbe mai stato, e tu ripiegasti sull’insegnamento in una scuola.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/imgopera.php_.jpeg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/imgopera.php_-209x300.jpg" alt="" title="imgopera.php" width="209" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-29905" /></a></p>
<p>Ci vedevamo quasi sempre a casa tua, nella palazzina del parco Grifeo in cui tuo padre faceva il portiere, poi in una libreria di piazza Municipio di cui eri direttore e unico commesso, e in cui non entrava mai nessuno, tanto che per tutto il tempo che durò facevamo lì le nostre riunioni. Eh sì, perché, come voleva l’epoca, avevamo costituito un gruppo, che si chiamava Continuum e si riprometteva, con molte mie riserve mentali, di superare l’individualismo artistico, la mistica del giovane artista, per un lavoro appunto di gruppo, in cui le diverse individualità trovassero una sintesi, producendo collettivamente opere d’arte visuali, manifesti artistico-politici, opuscoli di propaganda. Tu, del resto, eri quello che conosceva Debord e i situazionisti, che aveva contatti con artisti d’avanguardia di tutto il mondo, e corrispondevi con persone che vivevano in Giappone o in Perù, ma che condividevano questa spinta verso il nuovo, da noi considerato irresistibile, e volevano a tutti i costi “cambiare la vita”.</p>
<p>Pensavi tutto il male possibile del Gruppo 63 e della neo-avanguardia italiana, ma, stranamente, nemmeno la mia partecipazione all’ultimo incontro del Gruppo (quello che si svolse a Fano nel ’67) e poi alla rivista “Quindici” incrinò i nostri rapporti. Le tue collere erano furibonde, i tuoi sarcasmi micidiali, e non si poteva fare a meno di riconoscerti un ruolo “naturale” di leader, ma si riusciva a convivere anche facendo scelte differenti, e che consideravi sbagliate. Naturalmente, eravamo alla ricerca costante di editori, di mecenati, di sostenitori. Riuscimmo a stabilire un contatto con una rivista, “Uomini e idee”, che arrancava penosamente alla ricerca di una fisionomia, “convertendo” all’avanguardia il suo direttore Corrado Piancastelli, o almeno convincendolo a “convivere”, e a darci spazi sempre più grandi. La cosa migliore che riuscimmo a fare nella prima fase della rivista fu un “saggio collettivo” lucidamente delirante e con un titolo bellissimo, “L’eternità commestibile”.</p>
<p>Poi la rivista (fino a quel momento finanziata, chi sa perché, da un commerciante di pellami) trovò un editore “vero”, un certo Schettini, che da gallerista d’arte aveva deciso di fare il grande passo. Dedicammo un numero monografico a Emilio Villa, che era allora in certi ambienti un personaggio a giusta ragione mitico (e che sarebbe stato faticosamente “riscoperto” alcuni decenni dopo), pubblicammo, credo per la prima volta in Italia, testi dell’Internazionale Situazionista e altre rarità. Poi finirono i soldi e l’editore scomparve dalla circolazione, come era già accaduto e sarebbe accaduto ancora decine di volte.</p>
<p>Di ciò che si può definire “l’avanguardia napoletana” tu, Caruso, eri di sicuro la mente più lucida e quello con più capacità organizzative, oltre che ineccepibile archivista. Mostre, riviste, foglietti, tutto passava per le tue mani, suscitando ammirazione, invidie, gelosie, litigi, rotture insanabili talvolta seguite da clamorose rappacificazioni. Tutto questo ti stancò, a un certo punto, e decidesti di sciogliere il dilemma col quale ci tormentavamo da quando avevamo l’età della ragione: andarsene, o rimanere. A Firenze ti dedicasti soprattutto al Futurismo, e alla produzione di “libri d’artista” in copia unica o in edizioni limitate, come ti consentiva di fare l’asfittico ambiente artistico fiorentino. Facesti perfino, dopo alcuni anni, un tentativo di tornare a Napoli, ma la città che ti aveva ormai espunto si chiuse a riccio, e rifiutò “l’estraneo”. Tornavi ogni tanto, l’ultima volta quando già la malattia era in uno stadio terminale e la manifestazione alla quale partecipasti (stando malissimo) si annunciava come una specie di straziante cerimonia degli addii. Non me la sentii di partecipare, e me ne pentii, perché ci lasciasti per sempre solo poche settimane dopo, il 16 dicembre del 2002, ancora e sempre “eretico e marginale” come avevi scelto di essere (ma marginalità e rimozione  non sono, con tutta evidenza, la stessa cosa).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/02/06/gli-abusivi-e-le-lettere/">Gli abusivi e le lettere</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_29899" class="footnote">da Fantasmi vesuviani di Felice Piemontese &#8211; Hacca edizioni</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Triptyque delle tre P &#8211; Piemontese (Felice), Petrova (Alexandra), Pasquale (Vitagliano)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/19/triptyque-delle-tre-p-piemontese-felice-petrova-alexandra-pasquale-vitagliano/</link>
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		<pubDate>Wed, 19 Nov 2008 13:06:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[alexandra Petrova]]></category>
		<category><![CDATA[Felice Piemontese]]></category>
		<category><![CDATA[pasquale vitagliano]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/449px-garamond_type_fi-ligature_2.jpg"></a></p>
<p><em>&#8220;dico, basta pensare di essere immortali,<br />
diceva, anche se sappiamo benissimo che non è&#8221;</em><br />
<strong>Felice Piemontese</strong></p>
<p><em>&#8220;Ti hanno licenziato e allora? La libertà non è un cappotto,  non si consuma,<br />
à propos, hai visto il mio? Ecco – vedi – non piango!&#8221;</em><br />
<strong>Alexandra Petrova</strong></p>
<p>&#8220;<em>Vincenzo Cuoco<br />
Non gli impedì<br />
Di finire impiccato<br />
Al suo albero<br />
Di sughero.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/19/triptyque-delle-tre-p-piemontese-felice-petrova-alexandra-pasquale-vitagliano/">Triptyque delle tre P &#8211; Piemontese (Felice), Petrova (Alexandra), Pasquale (Vitagliano)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/449px-garamond_type_fi-ligature_2.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/449px-garamond_type_fi-ligature_2.jpg" alt="" title="449px-garamond_type_fi-ligature_2" class="alignnone size-medium wp-image-11290" /></a></p>
<p><em>&#8220;dico, basta pensare di essere immortali,<br />
diceva, anche se sappiamo benissimo che non è&#8221;</em><br />
<strong>Felice Piemontese</strong></p>
<p><em>&#8220;Ti hanno licenziato e allora? La libertà non è un cappotto,  non si consuma,<br />
à propos, hai visto il mio? Ecco – vedi – non piango!&#8221;</em><br />
<strong>Alexandra Petrova</strong></p>
<p>&#8220;<em>Vincenzo Cuoco<br />
Non gli impedì<br />
Di finire impiccato<br />
Al suo albero<br />
Di sughero.<br />
Materiale<br />
Per dipartimenti</em>&#8221;<br />
<strong>Pasquale Vitagliano</strong><br />
<span id="more-11288"></span></p>
<p><strong>Osterie</strong><br />
di<br />
<strong>Felice Piemontese</strong></p>
<p>seduti nel solito bistrot di place<br />
de la Contrescarpe, bevendo parecchi<br />
bicchieri di brouilly, fresco come usano<br />
in Francia, finiamo a parlare degli amici<br />
scomparsi, proprio come fanno<br />
i vecchi. L. aveva ancora tanti progetti,<br />
dico, basta pensare di essere immortali,<br />
diceva, anche se sappiamo benissimo che non è<br />
vero (e lui lo sapeva più di tutti). Ci ricordiamo<br />
- grazie a un altro quartino di rosso – di quando<br />
scrivemmo, insieme, un testo intitolato “L’eternità<br />
commestibile”, e il titolo ci piaceva moltissimo,<br />
e lo mandammo in giro per il mondo (avevamo<br />
amici dappertutto, ci scambiavamo versi e opinioni,<br />
eravamo tutti convinti che fosse il momento<br />
di cambiare la vita). Un ultimo bicchiere<br />
di vino servirà forse a tenere lontane<br />
le angosce di morte, ma so già che sarà lunga<br />
la notte </p>
<p><strong>Alberi</strong><br />
di<br />
<strong>Alexandra Petrova</strong><br />
<em>Hai mangiato capperi e datteri, carne argentina, aragoste e pasticci di alici,<br />
be’, Claudio, non puoi mica considerarti infelice.<br />
Ricordi come ti scatenavi con l’ hip-hop a Testaccio ?<br />
Ti hanno licenziato e allora? La libertà non è un cappotto,  non si consuma,<br />
à propos, hai visto il mio? Ecco – vedi – non piango!</p>
<p>E poi mi hanno detto che Claudio non è più abituato a  volare.<br />
È triste, ragazzo, ma non è questo il punto.<br />
Dunque, essendo più grande ed anche economo<br />
propongo:<br />
si può, abbracciandoci stretti, correre gratis a letto,<br />
o andare, come faceva Flavio, sempre a piedi.<br />
Anche se poi  i dritti li beccano solo sul 64.<br />
Sai? Lì rubano pure.<br />
Ma che se ne fanno di noi?<br />
Per fino Nello* l’orfanello nasconde  in petto un coltello,<br />
mentre noi siamo nudi come l’acqua.</p>
<p>Sì, la pioggia, dici, la pioggia…<br />
Ma è  meglio così,  Claudio, sai che non ce la faccio più a scendere alla fontana,<br />
a meno che dalla cannella non sgorghi il vino della nostra vicina Frascati.<br />
</em></p>
<p>* Nell&#8217;originale il nome è Fedotka, in riferimento al finto orfanello (&#8220;sirotka”) di una poesia per bambini di Kornej Čukovskij:  &#8220;Povero Fedotka-orfanello, … non ha nessuno, solamente papà, mammà e nonnina&#8221;. </p>
<p><strong>Heimat</strong><br />
di<br />
<strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p>La Ginestra<br />
Il cognome<br />
Dimenticò<br />
Il fiore.<br />
VOTATE LIOY<br />
Passato<br />
Indelebile<br />
Sulla colonna<br />
Di un nobile<br />
Palazzo borbonico.<br />
Vincenzo Cuoco<br />
Non gli impedì<br />
Di finire impiccato<br />
Al suo albero<br />
Di sughero.<br />
Materiale<br />
Per dipartimenti<br />
Di quisquiglie<br />
E per conferenze<br />
Curiali<br />
fra discendenti<br />
Di Ruffo<br />
O per enciclopediche<br />
Monografie<br />
Da dopo-lavoro.<br />
VOTATE LIOY<br />
Incancellato<br />
Graffito partenopeo,<br />
Come gli oggetti<br />
Di casa ereditati<br />
Da una storia<br />
Senza eredità:<br />
Il monocolo,<br />
Le cartoline da Napoli,<br />
Il soprabito-da-teatro,<br />
Un pennino<br />
E una medaglietta.<br />
De Napoli<br />
Fuggì dalla capitale<br />
Per il terrore<br />
Dei giacobini.<br />
E tornò in provincia,<br />
In questa terra senza luogo<br />
Fra Napoli e Palermo.<br />
VOTATE DE NAPOLI<br />
Starebbe bene<br />
Scritto<br />
Sulle colonne corinzie<br />
Del grande tempio<br />
Per vecchiette<br />
Che scavò la fossa<br />
Alla Domusecclesia<br />
Della nostra memoria.<br />
Neppure reliquie,<br />
Ma trofei,<br />
Prede<br />
O pezzi di capro,<br />
Il magico bestiario<br />
Ad abbellire<br />
Come tristi bomboniere<br />
Di porcellana<br />
I balconi crispini.<br />
Il palazzo<br />
De Gemmis<br />
Ignorò<br />
La cospirazione<br />
Del suo padrone,<br />
Quando<br />
I fregi di alloro<br />
Stancamente,<br />
Immobili<br />
Come sempre,<br />
Adornarono<br />
Il podestà.<br />
Nessuno<br />
Ricorda<br />
Il suo nome,<br />
Oppure questo<br />
Si confuse<br />
Sui palchi elettorali<br />
Della democrazia<br />
Infantile<br />
Tra i nomi<br />
Dei nuovi cospiratori,<br />
Garriti<br />
Dalle coppole<br />
Dei contadini;<br />
Le stesse<br />
Dei vescovi<br />
E dei viceré.<br />
Le porte<br />
Lasciate-sempre-aperte<br />
Furono<br />
L&#8217;unico lascito<br />
Della memoria.<br />
Quel nome<br />
Neppure mio nonno<br />
Lo ricordava.<br />
Le unghie di mio nonno<br />
Erano sporche di terra.<br />
Mio nonno<br />
Che non fece le guerre,<br />
Che servì il padrone<br />
E non gliene venne nulla;<br />
Che fece lavorare<br />
Due prigionieri tedeschi<br />
E per questo<br />
Non divenne antifascista.<br />
Mio nonno<br />
Era alto<br />
E pareva muto.<br />
La città di mia nonna<br />
Fu la pietra bianca di Trani.<br />
Mia nonna<br />
Che non conobbe città;<br />
Che sconosciuto<br />
Conobbe solo il rosario<br />
E nenie campane.<br />
Mia nonna,<br />
Che si credeva una signora<br />
Perché suo padre era beccaio;<br />
Che fu sepolta<br />
Col suo abito da signorina,<br />
In eterno ritoccato.<br />
In quale paese vissero<br />
Non lo so dire:<br />
Stampe da calendario<br />
Rimangono,<br />
Senza alcun ricordo.<br />
Recupero pubblicitario<br />
Di radici fragili e fredde,<br />
Come di vetro.<br />
Il mondo antico<br />
Masticato<br />
A fatica<br />
Si ingolfò<br />
Nell&#8217;occhio<br />
Potente e misericordioso<br />
Di un bracere acceso.<br />
Così sgorgò via<br />
E la faccia<br />
Dura ed evangelica<br />
Di mio padre<br />
Si bruciò.<br />
In cambio<br />
Gli dettero<br />
Una ceroplastica.<br />
La periferia romana<br />
Perse così<br />
Un attore non-protagonista;<br />
E un altro posto<br />
Fu occupato<br />
Al museo interattivo<br />
Del 3 x 2.<br />
La faccia contadina<br />
Fu sfigurata,<br />
Mentre noi<br />
Inizializzati<br />
Per rinnovate figure<br />
Di vecchie forme di vita.<br />
Non c&#8217;è<br />
HEIMAT<br />
Perché<br />
Non c&#8217;è mai stata<br />
Una terra.<br />
Invano<br />
Invocata<br />
Da una<br />
Poesia civile<br />
Inascoltata<br />
Perché estranea,<br />
Isolata<br />
Perché solitaria,<br />
Irreale<br />
Perché non si incarnò<br />
In un bisogno<br />
Barbarico<br />
Di terra<br />
Ma finì<br />
Anch&#8217;essa<br />
Per volteggiare<br />
Nell&#8217;aria<br />
Di un luogo<br />
Che fu<br />
E non è più,<br />
Di un ninnolo<br />
Che si ereditò<br />
Da un tempo<br />
Che fu di altri<br />
Sulla stessa terra<br />
Di oggi.<br />
Non i campanili,<br />
Non le Sezioni,<br />
Non gli ipermercati<br />
Ci appartennero,<br />
Come ci appartiene<br />
Il nostro luogo geografico:<br />
Scenario.<br />
Principi,<br />
Papi,<br />
Vati,<br />
Cospiratori e balordi,<br />
Da seppellire tutti<br />
In terra sconsacrata.<br />
Appartenemmo<br />
Tutti a noi stessi<br />
E perciò<br />
Tutti a nessuno<br />
O al proprio impresario.<br />
Eppure<br />
Una terra<br />
Deve esserci<br />
Se esistono<br />
Paesi<br />
A cui qualcuno<br />
Dette un nome<br />
Così sacro:<br />
DELLA DELIZIA<br />
Dove<br />
Sempre plumbea<br />
Una pietra<br />
Riaccolse<br />
Madre e figlio<br />
Che a quella terra<br />
Appartennero.<br />
Ma il figlio<br />
Non morì lì,<br />
Alla ricerca<br />
Di un luogo<br />
Che non c&#8217;era più,<br />
Se c&#8217;era mai stato.<br />
Così lo ricorda<br />
Un posto d&#8217;altri :<br />
Squallido,<br />
Ostile,<br />
Alieno e triste<br />
Come<br />
Una sala d&#8217;attesa,<br />
Un parlatorio,<br />
Una sagrestia,<br />
Un viale di periferia,<br />
Una stanza umida<br />
O una reggia blindata,<br />
Dove<br />
Andarono a morire<br />
Orfani o prodighi<br />
I figli<br />
Di questo Paese<br />
Senza terra,<br />
Neppure<br />
Per i nuovi<br />
Unicamente<br />
Orfani<br />
che ne vanno cercando una.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/19/triptyque-delle-tre-p-piemontese-felice-petrova-alexandra-pasquale-vitagliano/">Triptyque delle tre P &#8211; Piemontese (Felice), Petrova (Alexandra), Pasquale (Vitagliano)</a></p>
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