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	<title>Nazione Indiana &#187; fiction</title>
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		<title>Di chi è la colpa?</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Oct 2011 06:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/processi1.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Di chi è la colpa? Di primo acchito mi viene da dire che è colpa di C.S.I., la fiction americana, così fiduciosa delle prove oggettive, dei riscontri scientifici, delle <em>magnifiche sorti e progressive</em>, da non ammettere dubbi: il caso si risolve sulla scena del crimine, il processo è quasi un orpello, la tecnologia vince sulle impalpabili teorie umane.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/13/di-chi-e-la-colpa/">Di chi è la colpa?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/processi1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/processi1.jpg" alt="" title="processi" width="406" height="227" class="alignnone size-full wp-image-40350" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Di chi è la colpa? Di primo acchito mi viene da dire che è colpa di C.S.I., la fiction americana, così fiduciosa delle prove oggettive, dei riscontri scientifici, delle <em>magnifiche sorti e progressive</em>, da non ammettere dubbi: il caso si risolve sulla scena del crimine, il processo è quasi un orpello, la tecnologia vince sulle impalpabili teorie umane.<br />
Magari fosse così semplice!<br />
<span id="more-40348"></span><br />
Un amico scrittore ed ex poliziotto, Maurizio Matrone, mi raccontò che indagando su un furto in un appartamento gli era stato chiesto dal proprietario se avesse portato il <em>luminol </em>(“ma chi l’ha mai visto il <em>luminol</em>” mi ha confessato), e non c’era volta che qualcuno non gli spiegasse dove e come prendere le impronte, al punto che qualche zelante vittima aveva già imbustato i reperti, numerandoli. Troppa tv. Non siamo più solo una nazione di commissari tecnici, siamo una nazione di tecnici della scientifica.</p>
<p>Di chi è la colpa?  È  colpa dell’attenzione morbosa che i quotidiani nazionali porgono alla cronaca nera (che ruba molte più pagine rispetto a quelle dedicate nei quotidiani europei), vera arma di distrazione di massa. È colpa di quei criminologi che hanno reso <em>glamour</em>, televisivo, un lavoro che deve essere fatto in silenzio, consci della fragilità degli indizi. Ed è sicuramente colpa di molti miei colleghi che si sono lasciati irretire dalla puerile onnipotenza di chi crede che saper scrivere gialli significa <em>di conseguenza </em>sapere come risolvere i casi reali. </p>
<p>È colpa di un protagonismo smodato, di un desiderio di visibilità assoluta, immorale, di un presenzialismo obbligatorio, di un dover dire la propria, ad ogni costo, a prescindere da tutto. È l’esasperazione del senso comune contro il buon senso, che invece chiede di lasciar lavorare gli unici deputati a farlo. Abbiamo <em>finzionalizzato </em>la morte, l’abbiamo resa una chiacchiera da bar. Tutti giudici <em>in pectore</em>, emettiamo sentenze, comminiamo pene, con non curanza, fra una tartina e un aperitivo, neppure fossimo in un consesso di docenti di diritto penale.</p>
<p>Non ho mai voluto sottostare al gioco manicheo dei colpevolisti contro gli innocentisti. L’intera nazione è bloccata su questa modalità duale e perversa: Inter <em>vs</em> Milan, destra <em>vs</em> sinistra, Nord <em>vs</em> Sud, guelfi <em>vs</em> ghibellini, convinti che la mente umana, per dirla con Tremonti, sia semplice. E invece non lo è. È complessa, molteplice, irriducibile. Ho sempre rifiutato di scrivere “da giallista” la mia opinione. Credo esista una responsabilità dell’autore di fronte a tragedie che colpiscono persone reali alla ricerca una possibile verità. Ma esiste anche una responsabilità dello spettatore, dell’utente televisivo, del lettore della carta stampata, è ora di dirlo.</p>
<p>Lo so, sembro un patetico moralista, ma se spettacolarizzare i processi è una follia, seguirli come fossero un <em>reality show</em>, pronti a “nominare” il colpevole, è ancora più abietto. Eppure lo sappiamo: la verità processuale e la verità reale non collimano, mai. Il processo è il luogo dove si cerca di raggiungere solo la verità processuale, fatta di indizi, prove, riscontri. Al punto che un giudice, anche se in cuor suo ha l’opinione che l’imputato sia in effetti colpevole, deve sottostare alla verità del processo, e liberarlo. Questa è la spietatezza dell’assoggettarsi ad un sistema di leggi certe, ma è anche la barriera contro il linciaggio, contro la barbarie. Lo so, è poco televisivo. Nei gialli, sempre così consolatori, alla fine, il colpevole lo identifichi, la giustizia trionfa, il bene vince. Ma nei fatti non è mai così semplice. La realtà è molto più noir dei gialli che scriviamo e che leggiamo. Nella realtà i colpevoli siamo noi.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> L'Unità, <em>ieri</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/13/di-chi-e-la-colpa/">Di chi è la colpa?</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La forma della finzione</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/11/26/la-forma-della-finzione/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 05:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Esposito</strong></p>
<p> </p>
<p style="text-align: right;"><em>visione, una distanza ci divide</em></p>
<p style="text-align: right;">E. Montale</p>
<p> </p>
<p>A proposito di ciò che il cinema fa e ha fatto al mondo, ci sarebbe da chiedersi meglio <em>quando</em> si è dis-fatto del mondo, giungendo infine a segnalare il distacco dell’occhio dalla terra e dai suoi abitanti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/26/la-forma-della-finzione/">La forma della finzione</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Esposito</strong></p>
<p> </p>
<p style="text-align: right;"><small><em>visione, una distanza ci divide</em></small></p>
<p style="text-align: right;"><small>E. Montale</small></p>
<p> </p>
<p>A proposito di ciò che il cinema fa e ha fatto al mondo, ci sarebbe da chiedersi meglio <em>quando</em> si è dis-fatto del mondo, giungendo infine a segnalare il distacco dell’occhio dalla terra e dai suoi abitanti. A Werner Herzog bastano quattro minuti da Puccini intitolati <em>La Bohème</em> per porre la questione. L’Africa, terra eternamente separata, è ancora il palcoscenico adatto a misurare e a marcare la distanza.<br />
Herzog è qui per filmare il popolo etiope dei Mursi e lo fa nel ricordo dei bambini soldato della tribù nicaraguense dei Misquitos (<em>La ballata del piccolo soldato</em>, 1984) e soprattutto dei Wodaabe del sud del Sahara, uomini che si ritengono i più belli del mondo e che si fanno scegliere dalle proprie donne in un rito sfarzosissimo erotico (<em>Wodaabe – I pastori del sole</em>, 1989). Come nei due film precedenti, l’amore attraverso i secoli, la bellezza e la rovina insite entrambe nel periplo romantico e barocco (come indicava Benjamin), è il punto da cui partire per rispondere alla domanda politica che l’esploratore europeo in gita africana pone a sé stesso: come non essere turisti, come affrancarsi dalla professionalità del viaggiatore, come non scattare fotografie.<span id="more-26625"></span><br />
Herzog si impone di essere semplice. L’aria di Puccini sale tragicamente al cielo (curiosamente in una versione inglese di &#8220;O soave fanciulla&#8221;), le coppie di Mursi, giovanissime e di sublime beltà, in sequenza sostengono un breve primo piano, abbandonano lo sguardo in macchina (una macchina mai vista prima?), si fissano negli occhi, si girano di spalle allontanandosi in direzioni opposte fino a uscire di campo. L’evento si ripete sempre uguale per quattro minuti, con coppie diverse, sensibilmente più incerte o forse contrarie alla separazione richiesta. Questo il film, un gesto minimo che incarna una torsione siderale. Come delle sculture, i Mursi sembrano disperatamente enumerare nel dettaglio le sfaccettature, le cadute e le pose della veste, l’attorcigliarsi del panno, le pieghe umane che fanno la storia e la memoria, l’eco, il richiamo da un capo all’altro del mondo, la risalita improvvisa dei fatti e delle immagini (avrebbe fatto <em>impazzire</em> Aby Warburg, <em>La Bohème</em> di Herzog). Sembrano riferirsi a un futuro fatto del risucchio e del rilancio di tutto il passato.</p>
<p align="center"><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/P2F_qmdg6N4&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/P2F_qmdg6N4&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>Questo è il modo in cui Herzog lavora anzitutto a mettere in difficoltà la nozione di autore, a infrangere l’implicita potenza colonialista delle immagini, conscio al contrario della necessità di immolarsi: per donare al mondo tenerezza, si deve mettere a rischio il mondo (non lo capirono invece i viaggiatori tedeschi d’inizio Novecento, tanto che di lì a poco non cercarono più l’immagine, ma la razza). E sebbene, conoscendolo, sia probabile che non abbia mai letto <em>L’arcobaleno della gravità</em> di Thomas Pynchon, dove il popolo africano immaginario degli Herero viene condotto in Germania e messo a guardia del razzo finale, la <em>lezione di oscurità</em> è la medesima: non c’è felicità su questa terra, ma stiamo a vedere cosa succede, così vicini allo <em>zero assoluto</em>…</p>
<p>L’intrico altalenante mondo delle immagini e immagini del mondo, di cui il cinema è riscontro residuo restituzione risarcimento (ma insomma, nulla è più tragico di questa debolezza umana, del sogno di sapere, di provare a sapere qualcosa di noi stessi, quaggiù, su questo pianeta incessantemente rifilmato…) e che molti continuano a chiamare documentario, è invece lo sforzo inusitato di rifarsi al mondo, alla sua complessità (non di rifarlo!), cioè di aggiungervi o di affiancargli o di estrarne una pur impercettibile nota che lo modifichi. O perlomeno, è questo che da più di quarant’anni persegue il cosiddetto documentarista americano Frederick Wiseman, uno che, per capirsi, si oppone automaticamente ai vari Michael Moore o Oliver Stone, dal momento in cui non crede mai di dare messaggi, né di dimostrare nulla, convinto semmai che nella vita non esista sceneggiatura.</p>
<p align="center"><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/1iU2l0XFrek&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/1iU2l0XFrek&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>La nota in più di Wiseman passa per la danza (un ritorno per lui, dopo <em>Ballet</em> del 1995) con <em>La Danse – Le Ballet de l’Opéra de Paris</em>, viaggio di quasi tre ore nell’omonima scuola parigina. È un documentario sulla professione del danzatore e sull’istituzione che lo forma e lo ingaggia? Sì, se non fosse che la danza è già nella passione di Wiseman per la narrazione, al punto che la fatica gigantesca del ballerino assomiglia alla tragedia della letteratura, vortice di pieghe e di passi così vicini alla morte. Nonostante lo si ridisfi e lo si monti a piacimento, il mondo fila via nelle lunghe pareti di specchi delle palestre. La bellezza non è solo il movimento, l’aria circuita e braccata dall’occhio geniale dell’operatore John Davey, ma il riflettersi della concentrazione dei danzatori nella concentrazione abissale delle immagini. Il concentrarsi è in verità un <em>concertarsi</em>, l’unica vera <em>Opera</em> che, di concerto, Wiseman continua a filmare: lo spazio che si genera fra il farsi delle cose e il loro racconto, indagando con precisione da entomologo la vita delle istituzioni, cioè lo svolgersi quotidiano e <em>istituzionale</em> degli uomini e delle donne, sperando di poter raccogliere in una volta sola tutte le storie e tutte le loro variazioni (non a caso affermando a più riprese di essere uno scrittore mancato). Allora, quest’unico grande scrittore sembra esaudire il sogno che dall’attenzione a un solo tassello dell’universo, si possa dire di tutti gli altri. Il racconto sarà sempre la storia del sapere che ci manca e che manca a sé stesso, eppure anche la speranza che potrebbe essere sufficiente attenersi con passione e ostinazione anche solo a un punto della girandola, seguire anche solo un arrangiamento incerto dei corpi e della musica, per ottenere quel brano di realtà in grado per un momento di illuminare e insieme di scalfire l’illusione del vivere (come gli indios di Herzog in <em>Fitzcarraldo</em>, capaci di portare la nave di là dal monte, solo perché strenuamente convinti che la vita, il viversi, sia un’illusione). Wiseman non si fa pregare: le prove, le riunioni organizzative, l’economia del segno e del ballo, ma anche lo slittamento notturno, i volti attenti dietro le quinte, gli occhi fissi sulla scena, la discesa nei sotterranei inondati d’acqua, la salita verso l’alto a inquadrare una Parigi nitida e luminosa, la scoperta quasi astratta sui tetti di un apicultore… Sospendendo e insieme prolungando la linea aerea del ballo, fa in modo che la vera partitura, la vera danza, sia quella del film. Che l’umano sia ciò che barcolla fra i due congegni similmente imperfetti: l’immagine e la vita.</p>
<p>Mai come oggi bisognerebbe classificare i registi (e gli scrittori?) fra quelli che dimostrano e quelli che mostrano, fra chi alza la voce per farsi sentire e chi ha la forza morale di restare in ascolto: e stare dalla parte dei secondi. Stare dalla parte di Abel Ferrara con <em>Napoli Napoli Napoli</em>, che non ha bisogno di sapere l’italiano per parlare la lingua soffocante e traboccante, il lessico doloroso dei volti, l’urlo urbano di un popolo in guerra. Non ha bisogno di dirsi documentario, né di millantarsi fiction, per filmare l’inesausta pratica politica del reale (anzi, finge a sua volta di separare nettamente i due momenti, ben sapendo che certa rabbia possiede un’unica nervatura). Completamente anti-<em>Gomorra</em> (in verità anti-Garrone più che anti-Saviano), nella misura in cui neppure si pone il problema della denuncia sociale, al contrario avendo l’unica premura, lanciando i suoi operatori per le strade o filmando le donne in carcere, di specificare che “questo tutto dovrà essere tranne che un film italiano”. Dichiarazione necessaria, soprattutto in Italia, dove oggi sembra così difficile far capire che gli uomini e le donne – e dunque le immagini – non hanno nazionalità. La fragile opposizione tra fiction e non fiction è forse il sintomo di una questione politica non più differibile. Ferrara lo dice chiaramente: “<em>Napoli Napoli Napoli</em> è un documentario, ma tutti i film sono documentari”.</p>
<p align="center"><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/ZR-YaikU_x4&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/ZR-YaikU_x4&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object> </p>
<p>Sembra dunque più corretto interrogarsi sulla <em>forma della fiction</em>. Su questa dilagante fiction cui si vorrebbe ridurre la vita e che invece è il documento necessario a interpretarla e a trovare delle contromisure. Si prenda Hollywood, il luogo della finzione per eccellenza. Si prenda un film come <em>The Informant!</em> di Steven Soderbergh, con la sua aria artigianale da Hollywood anni quaranta, con la sua storia semplice del pesce piccolo che tuttavia, essendo più malato dei pescecani che lo hanno creato, fornisce loro l’alibi vitale. È come se l’immagine fosse una sorta di continuo documentario su sé stessa, sulla sua natura anfibia e sulle sue spinte a riprodursi in serie, a sottotracciarsi, spesso e volentieri a duplicarsi, a plagiarsi, a mascherarsi, a mimetizzarsi. <em>The Informant!</em> infatti progressivamente si incrina, si astrae proprio nel punto in cui appare maggiormente intenzionato a dar conto di un sistema intero, a radiografare le zone deboli del capitalismo, a ricostruire le tappe che hanno permesso al virus di attecchire e alla crisi di esplodere. La menzogna pervade ogni cosa ed è una risata amara, goffamente aggrappata all’avventuroso mondo dell’illecito. Una teoria dell’immagine fatta di deviazioni e derive che lentamente minano il piano dall’interno, come se sotto il film scorresse il film vero, come se la realtà ne avesse sempre un’altra parallela e alla verità si arrivasse attraverso un’altra <em>verità</em>. Il resto, le distinzioni documentario/fiction, sono facilitazioni giornalistiche per mappature di mercato. “La conoscenza così intesa non esiste di per sé come qualcosa-che-si-rappresenta. Ma precisamente questo è il caso della verità” <small>(W. Benjamin, <em>Il dramma barocco tedesco</em> [1928], Einaudi, 1999, p. 5)</small>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/26/la-forma-della-finzione/">La forma della finzione</a></p>
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		<title>Parlando di scrittura con John Banville</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/05/parlando-di-scrittura-con-john-banville/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/05/parlando-di-scrittura-con-john-banville/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 05 Nov 2008 08:30:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="center"></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[<em>Questa chiacchierata con John Banville, che è stata pubblicata su</em> L'Unità <em>del 15.10.2008, era programmata in altra data. Ma credo possa essere un buon contributo alla questione teorica che si sta dibattendo in questi giorni su NI, grazie alle parole di </em><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/">Cortellessa</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/quid-credas-allegoria/">Donnarumma</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/quid-credas-allegoria/">Policastro</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/il-disgusto-e-lossessione-un-modo-di-esercitare-la-critica/">Inglese </a><em>e di buona parte degli arguti commentatori.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/05/parlando-di-scrittura-con-john-banville/">Parlando di scrittura con John Banville</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/banville.jpg"/></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[<em>Questa chiacchierata con John Banville, che è stata pubblicata su</em> L'Unità <em>del 15.10.2008, era programmata in altra data. Ma credo possa essere un buon contributo alla questione teorica che si sta dibattendo in questi giorni su NI, grazie alle parole di </em><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/">Cortellessa</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/quid-credas-allegoria/">Donnarumma</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/31/quid-credas-allegoria/">Policastro</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/il-disgusto-e-lossessione-un-modo-di-esercitare-la-critica/">Inglese </a><em>e di buona parte degli arguti commentatori. Fra questi c'è chi chiedeva l'opinione degli scrittori. Banville, mostrando la sua bottega, involontariamente propone degli stimoli sui quali, credo, si possa meditare.</em> G.B.]</p>
<p>Non sono un giornalista, non ne ho il talento. Sono soprattutto un lettore. Non so bene come si intervisti un autore come John Banville, uno fra i più importanti in lingua inglese, vincitore del <em>Booker Prize</em>, amato da autori del calibro di Don DeLillo o di Martin Amis. Mentre gli stringo la mano glielo dico. “Bene, vorrà dire che non mi chiederai qual è la mia boyband preferita”. Neppure ci pensavo. Esistono piccole realtà territoriali, invece gli dico, come l’Irlanda o Israele, che hanno saputo produrre letteratura di livello globale. <span id="more-10468"></span><br />
Sono stati popoli sottomessi ad un impero oppure da sempre senza patria, che perciò non hanno potuto costruire monumenti autocelebrativi. “È vero” mi conferma, “in Irlanda non abbiamo monumenti di pietra, nulla di stabile, di durevole. Quello che ci manca nelle arti plastiche l’abbiamo cercato nella lingua. I due esempi che fai sono agli antipodi: in Israele sono riusciti a creare una identità passando dalla riscoperta di una lingua antica, viceversa noi irlandesi abbiamo subito la sostituzione forzata del gaelico alla metà del XIX secolo con l&#8217;inglese, una lingua nuova che non è stata scelta, ma imposta. Per noi è stato un cambiamento drammatico.”<br />
Con Banville viene subito in mente la grande tradizione irlandese: Beckett, Joyce, Yeats. “Be’, non mi dispiace la compagnia” dice sorridendo. Ma non è forse un po’ troppo facile? Il flusso di coscienza e l’io narrante de <em>Il mare</em>, gli scacchi continui della memoria e le sue improvvise epifanie, hanno un sapore proustiano. Così come nelle storie dove il protagonista è l’anatomopatologo Quirke, piuttosto che al giallo classico anglosassone mi pare che Banville guardi a Simenon. “Io, innanzitutto non sono un anglosassone” dice con un lieve sorriso. “L’irlandese non è l’inglese, usa le parole dell’inglese ma formula la frase in una forma differente, più ambigua forse. La nostra è una lingua letteraria differente.” E Proust? &#8211; insisto. “Sai, in un certo senso tutti gli scrittori sono proustiani, solo che Proust ha concentrato in un’opera quello che tutti noi sentivamo, ne ha fatto una sintesi perfetta ed esemplare. Per me, per te che sei scrittore” (arrossisco all’idea di essergli equiparato) “per Joyce, per Beckett, l’infanzia rappresenta un mondo arcaico al quale noi rivolgiamo il nostro sguardo.”<br />
Gli chiedo quanto un autore che scrive in inglese abbia dentro di sé anche le altre tradizioni letterarie. “Io da sempre leggo e ho letto i grandi testi della tradizione europea” mi dice. “Da giovane amavo Thomas Mann mentre non avevo alcun interesse per la letteratura irlandese &#8211; a parte Joyce e Beckett &#8211; che trovavo abbastanza provinciale; quello che volevo era diventare uno scrittore europeo: la conseguenza è stata che l’Europa non mi ha accettato e che l’Irlanda mi ha respinto. Ora mi trovo in mezzo. Volteggio a mezz&#8217;aria sull’Europa”.<br />
<em>L’invenzione del passato</em> ha una forma squadrata, quasi fosse un cubo di pietra, fisicamente ostico anche solo a guardarlo nella sua perfetta graniticità; ne <em>Il mare</em> l’io narrante è il centro assoluto di tutta la narrazione, gli altri personaggi sembrano delle proiezioni sullo schermo dell’ego dell’io narrante, con una sovrapposizione perfetta, una aderenza addirittura impressionante fra l’autore e la voce narrante;  in <em>Dove è sempre notte</em> e <em>Un favore personale</em>, c’è il narratore onnisciente che ne sa più di tutti gli altri, più del protagonista, più ancora dello stesso lettore. Insomma, non esiste un modo univoco di raccontare, uno stile unico per ogni libro, che soverchi la storia e la imprigioni nella lingua, ma sembra un continuo scendere a patti fra la voce e le esigenze della trama. “Ogni libro richiede o detta lui stesso lo stile della sua stesura, io per principio non è che mi accinga a scrivere un libro in un modo particolare o in un altro, di solito a metà del libro attraverso una fase di crisi e quasi di disperazione e a quel punto è il libro che mi suggerisce che direzione prendere. Non scrivo mai con uno stile preciso e definito a priori, ma mi adeguo alle esigenze della trama e del libro stesso.” Insomma non c’è uno “stile Banville”, ma esiste una continua interpolazione fra l’autore e la storia. “Non è tanto una questione di stile, ma di approccio, di metodo, di livello di concentrazione che è necessario per ogni particolare libro. Ad esempio nella prima e nella terza parte di <em>L’invenzione del passato</em> c’è uno stile denso mentre la parte centrale potrebbe averla scritta Benjamin Black” (è l’alter ego che usa quando scrive noir) “con uno stile più leggero, con un ritmo più agile, anche se io non ne avevo l’intenzione, mentre scrivevo, di farlo così.”<br />
Si dice spesso che i personaggi si muovono di vita propria, ma è vero anche che esiste una ineluttabilità dell’autobiografico, anche se si scrivesse di mondi futuri, di realtà inimmaginabili si è inevitabilmente autobiografici. Io ho spesso la sensazione che lo scrittore si smembri, un po’ come il mito di Osiride, che si faccia a pezzetti nel campo della trama, facendo germinare e germogliare i personaggi che sono e non sono l’autore stesso. “Hai presente quello stato di veglia, se così si può chiamare? Quello immediatamente dopo che ti sei svegliato? Ecco: è da lì che prendo i miei personaggi. Quindi sì, hanno qualcosa di me, perché tutti i personaggi hanno una parte, un aspetto della vita dello scrittore, però più invecchio e più mi accorgo che in quello stato di veglia mi passano davanti un sacco di persone che non so da dove vengano, veri e propri personaggi misteriosi. E più passa il tempo e più aumenta questo alone di mistero. Non so come facciano i pittori o gli scultori che creano oggetti; noi invece creiamo queste strane essenze, questi nuovi esseri che sono nel mondo e allo stesso tempo non lo sono.”<br />
Facciamo un gioco, gli dico: cos’hanno in comune Kertész, Pessoa, Borges, Gadda, Benjamin, Durenmatt, Sciascia? Banville ci pensa un po&#8217;, poi si arrende. Gli svelo la soluzione: questi e molti altri sono una piccola selezione del miglior ‘900 che ha amato, si è interessata e ha scritto romanzi noir, o polizieschi. Insomma: il  ‘900 letterario ha sempre avuto un buon rapporto con la narrativa di genere, molto meno la critica che ha creato dei pregiudizi ancora oggi incrollabili. Banville annuisce vistosamente. “Ma certo! Cambierei 500 libri di mainstream per <em>Il postino suona sempre due volte</em>! Il noir ha prodotto decisamente della letteratura eccellente nel ventesimo secolo. I recensori hanno sempre avuto dei problemi con questa letteratura di genere perché hanno bisogno di classificare tutto in scompartimenti chiari, netti. Arte di qualità, genere, pop, e così via… io non sono d’accordo che esita una letteratura di genere o meno, per me c’è solo buona letteratura e cattiva letteratura. Una delle cose peggiori che ha prodotto il modernismo novecentesco è il fatto che la trama, così come la rappresentazione nelle arti pittoriche, o l’armonia nella musica, fossero intese come borghesi, da ceto medio, quindi da disprezzare. Il modernismo, che ha comunque prodotto dei capolavori, in questo senso è stato un movimento deleterio, perché ora noi dobbiamo rendere di nuovo “rispettabile” quelle cose che un certo Novecento disprezzava, dobbiamo restituire alla trama la dignità che le è stata sottratta. E io credo che molto, in questo senso, ha fatto la scrittura noir.”<br />
Leggendo alcune recensioni degli ultimi due libri mi sono accorto che molti recensori del Banville “autoriale” sembravano spiazzati di fronte ai morti, il sangue, i colpi di scena. C’era un critico quasi dispiaciuto che Banville fosse riuscito a scrivere una storia così ben congegnata, rivoleva il “suo”, comodo, Banville! Allo stesso tempo leggendo su internet alcuni commenti di fanatici lettori di genere, vedevo il loro disappunto per le continue digressioni dalla trama principale. Insomma le storie di Quirke sono, allo stesso tempo, dentro e fuori la tradizione, sono come dei ponti fra i generi. Non è forse questo l’unico modo oggi di poter raccontare un noir?<br />
“Ho un caro amico, John Gray, un filosofo inglese, che dopo aver letto <em>Un favore personale</em> mi ha detto che ho inventato un nuovo genere.” Ride. “Forse ai recensori e ai lettori questo genere non piace e allora vuol dire che ci dobbiamo inventare dei nuovi lettori. Oggi mi dispiace di aver usato, fuori dal mercato italiano, lo pseudonimo di Benjamin Black. Forse avrei dovuto scrivere da subito con il mio nome. È che quando ho iniziato pensavo fosse un semplice gioco, invece mi sbagliavo. Aver scritto come Black e come Banville ha dato luogo a una confusione che non reputo positiva.” Mi sorride, fa un gesto con le mani: “Quindi magari un giorno o l’altro strozzerò Benjamin Black.”<br />
Sono stato fin troppo serioso in questa intervista. “Te l’ho detto: potresti chiedermi qual è il mio colore preferito o la mia squadra del cuore” insiste. Allora chiudo con una battuta: perché non sono ancora tradotto in inglese? Lui però la prende sul serio. “Una delle grandi disgrazie del mondo letterario in lingua inglese è che viene pubblicata così poca fiction e saggistica non inglese. Questo ha a che vedere con l’arroganza del mondo anglosassone, trovo tutto ciò davvero sconcertante e purtroppo penso che la situazione sia destinata a peggiorare. È un disastro, perché non si ha alcun tipo di nozione di quello che passa nella mente di un italiano o di un tedesco. I libri ti rivelano moltissimo del pensiero e della mentalità di un popolo, ma da noi non si traduce nulla. Ogni anno è come se, per qualche strano effetto climatico dovuto al riscaldamento terrestre, perdiamo, così come si perdono gli alberi, grandi e importanti opere scritte in lingue che non siano l’inglese. Potresti cambiare il tuo nome in uno scandinavo” mi dice sorridendo. “Negli ultimi anni gli autori scandinavi stanno avendo molto successo in America.” Mi faccio chiamare Sven, gli dico mentre mi alzo, Sven Biondillessen. Ridiamo, poi gli porgo la mano. “Ciao Sven” mi dice allungando la sua di mano, affabile.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/05/parlando-di-scrittura-con-john-banville/">Parlando di scrittura con John Banville</a></p>
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		<title>I &#8220;miracoli&#8221; di Spike Lee</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Oct 2008 07:30:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/miracle_at_st_anna.jpg"></a><br />
di <strong>Gaetano Liguori</strong></p>
<p>[<em>oltre a essere uno dei jazzisti più bravi della scena nazionale (e non solo), Gaetano Liguori è da anni recensore cinematografico. Mi ha girato questa sua sul film </em>Miracolo a Sant'Anna <em>che io volentieri pubblico. G.B.</em>]</p>
<p>Estate del ’44, i tedeschi e i fascisti (non dimentichiamolo) sono attestati sulla linea Gotica, un’impressionante serie di difese naturali date dall’Appennino tosco-emiliano, bunker, fortificazioni che per circa trecento chilometri tra Massa Carrara fino a Pesaro, divideva l’Italia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/18/i-miracoli-di-spike-lee/">I &#8220;miracoli&#8221; di Spike Lee</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/miracle_at_st_anna.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/miracle_at_st_anna.jpg" alt="" title="_CRT0213.jpg" width="454" height="198" class="alignnone size-full wp-image-9625" /></a><br />
di <strong>Gaetano Liguori</strong></p>
<p>[<em>oltre a essere uno dei jazzisti più bravi della scena nazionale (e non solo), Gaetano Liguori è da anni recensore cinematografico. Mi ha girato questa sua sul film </em>Miracolo a Sant'Anna <em>che io volentieri pubblico. G.B.</em>]</p>
<p>Estate del ’44, i tedeschi e i fascisti (non dimentichiamolo) sono attestati sulla linea Gotica, un’impressionante serie di difese naturali date dall’Appennino tosco-emiliano, bunker, fortificazioni che per circa trecento chilometri tra Massa Carrara fino a Pesaro, divideva l’Italia. Lo sfondamento di questa linea era essenziale per gli Americani, che combattevano in Italia dal Settembre del ’43, e che già avevano provato la determinazione della Wehrmacht in battaglie come Montecassino o Anzio. <span id="more-9624"></span><br />
Nella parte toscana ai primi di Agosto del ’44 l’esercito tedesco si trovava a nord dell’Arno tra Pisa e Firenze, fece saltare i ponti e si attestava nella valle del fiume Serchio tra le Alpi Apuane e Massa. Il compito di cercare di sfondare in quell’area venne affidato da parte del comando Americano alla 92° divisione <em>Buffalo</em>. Tutto chiaro per un antefatto storico ad un film di guerra, se non fosse che il battaglione era formato da uomini di colore e che il regista del film è il grande Spike Lee, cantore cinematografico negli ultimi 20 anni dei diritti degli Afroamericani.<br />
Per i primi 30 minuti siamo in pieno film di guerra genere classico, un Sam Fuller un po’ più ricco; si evidenziano i primi caratteri all’interno dalla “pattuglia sperduta”, caratteri virili classici da “Sporca Dozzina” o “Soldato Ryan”. Si  assiste poi ai primi episodi di razzismo, quando un graduato bianco (dopo caporale, tutti i sottufficiali ed ufficiali dovevano essere bianchi) non dà  l’appoggio dell’artiglieria ad un piccolo gruppo di soldati che nel Dicembre del ’44 si trova a combattere al di là della linea del fronte. Questi sono i primi due film, quello di guerra e quello sull’integrazione  razziale, qui entra il terzo film quello “esoterico” tipo “Codice Da Vinci” che con continui rimandi  tra presente e passato aggiunge un tocco magico alla storia. L’entrata di un ragazzino, che ricorda il pinocchio di Comencini, ci potrebbe far sorridere se non fosse che nasconde un terribile segreto, perché è l’unico sopravvissuto alla tremenda strage di S. Anna di Stazzema: ora la storia si fa seria ed anche un po’ irritante. Dialoghi prolissi e di maniera rallentano l’azione, la caratterizzazione dei soldati di colore risulta banale, ma il clou si raggiunge con l’entrata in scena degli italiani, prima gli abitanti di un paesino, e poi i partigiani tutti rappresentati in maniera folkloristica e senza una minima verosimiglianza psicologica.<br />
 Abbiamo impiegato 60 anni perché la verità saltasse fuori dal famoso e tristemente noto “armadio della vergogna” dove lo Stato ha nascosto per anni i fatti e che ancora adesso si fa fatica a ricostruirli, troppi erano gli interessi in ballo: far passare il massacro come una reazione emotiva dei tedeschi alla resistenza di alcuni sparuti partigiani mi sembra un po’ troppo. Esisteva l’ordine da parte del generale Kesserling che per ogni soldato tedesco morto venissero uccisi 10 inermi civili, ma questo ordine fu superato dalla furia delle truppe tedesche, formate non solo dalle “SS assetate di sangue”, ma anche dalla Wermacht  di cui facevano parte fanteria, truppe corazzate, alpini di montagna, reduci dal fronte russo, truppe non tedesche formate da Ucraini, Rumeni ecc&#8230; I numeri parlano chiaro sulla linea gotica la Wehrmacht perse circa 75000 uomini, gli alleati 65.000, ma ci furono anche all’incirca 10.000 persone fra vecchi, donne e bambini che furono trucidati tra S. Anna, Marzabotto, Fossoli e centinaia di altri piccoli paesini di nessun importanza strategica, al di fuori di trovarsi sulla linea di ritirata dell’esercito tedesco. Ancora da stabilire le responsabilità dei repubblichini di Salò, che nel nostro paese, paese dalla memoria corta ora vengono equiparati ai partigiani.<br />
Lo sceneggiatore e autore del romanzo da cui è tratto il film, James McBride, è stato più prudente del regista e ha invocato la “fiction”, ma spiegarlo ai parenti delle vittime è un po’ complicato. Tornando al film, in una toscana da cartolina risultano imbarazzanti le caratterizzazioni dei personaggi italiani che se non parlassero con forte accento toscano sembrerebbero usciti dalla pubblicità di una marca di olio d’oliva: la spregiudicata “signorina” che si concede all’esotico, il fascista rincoglionito con ritratto del duce in camera da letto, zie, zitelle petulanti, festa sull’aia con balli e fisarmoniche (meno male che i mandolini li hanno lasciati a Corelli in quel di Cefalonia). I partigiani sono quel “casual tanto basta” e si dividono in buoni e idealisti, traditori e cinici, con un finale in stile paradiso quanto meno incomprensibile con Lo Cascio in abito bianco alle Barbados.<br />
Per chi ama il cinema e pensa a capolavori come “Lola Darling”, “Fa la cosa giusta” oppure “La 25 ora” non può non dispiacersi di vedere questa caduta da parte di  Spike Lee, che se invece di “Miracoli” avesse affrontato il problema del razzismo non solo da parte degli americani, ma anche degli italiani, che sono sempre meno “brava gente”, allora forse ci potrebbe dare un film più interessante ed anche meno noioso. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/18/i-miracoli-di-spike-lee/">I &#8220;miracoli&#8221; di Spike Lee</a></p>
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		<title>Non è un giallo</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Sep 2008 07:15:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[fiction]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/garlasco_mappa.gif"></a>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[<em>mi è stata chiesta, questa estate, una opinione sul delitto di Garlasco, quasi io fossi una "persona informata dei fatti". Questa è stata la mia risposta.</em> G.B.]</p>
<p>Non è un giallo. Finiamola di usare le parole a sproposito.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/05/non-e-un-giallo/">Non è un giallo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/garlasco_mappa.gif"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/garlasco_mappa.gif" alt="" title="garlasco_mappa" width="312" height="298" class="alignnone size-full wp-image-8009" /></a>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[<em>mi è stata chiesta, questa estate, una opinione sul delitto di Garlasco, quasi io fossi una "persona informata dei fatti". Questa è stata la mia risposta.</em> G.B.]</p>
<p>Non è un giallo. Finiamola di usare le parole a sproposito. Vorrei più deontologia dai media che si nascondono dietro l&#8217;esile paravento del diritto di cronaca. Non è un giallo, non è intrattenimento, non è una cosa divertente, piena di colpi di scena, dove poi arriva l&#8217;eroe che risolve il caso e poi tutti “vissero felici e contenti”. Non è fiction, non è letteratura. Non è una puntata di CSI o della sua emulazione fallita, i RIS.<br />
<span id="more-8006"></span><br />
Non siamo in un racconto di Camilleri, Montalbano può restare a casa sua. Non serva a niente chiedere l&#8217;opinione di Faletti o di Lucarelli: non sanno nulla. Sono scrittori, governano i loro incubi, le loro ossessioni, le inventano, le sviluppano, gli danno una logica, una trama. Ma non sono poliziotti, non lo fanno di mestiere, probabilmente non hanno mai visto un morto ammazzato in vita loro. È ora di finirla di infierire con speciali pomeridiani, con interventi di zelanti psicologi o sociologi del caso. Non sanno niente della verità, nulla di più di quello che i giornali, ossessivi e morbosi, continuano a raccontare, perché hanno bisogno dell&#8217;ennesimo caso estivo insoluto. Quasi che i morti ammazzati nel resto dell&#8217;anno non facciano audience, perché c&#8217;è la politica di mezzo, c&#8217;è miss Italia, la finanziaria, il calendario delle veline, San Remo, il campionato di calcio, le elezioni amministrative e chissà quale altro “evento televisivo”. </p>
<p>Faccio un appello accorato, ad alta voce, disperato, quasi: basta! Finitela di dire che è un giallo. Cogne, Novi Ligure, Perugia, Garlasco, non sono gialli. E se lo fossero sarebbero davvero pessimi gialli, con trame così banali così noiose, così poco spettacolari, tenute in vita da un giornalismo malato, alla ricerca degli istinti basilari – il sangue, il sesso -, sarebbero gialli così stupidi che nessun editore serio li pubblicherebbe davvero. Mi rendo conto che ai media nazionali manca il morto dell&#8217;estate, che gli serve tirare fuori dal cassetto quello dello scorso anno, per accontentare la bavosa abitudine populista alla diceria, al bisbiglio, alla forca, mi rendo conto che persino i conduttori televisivi non possono riciclare <em>ab aeterno</em> i plastici delle ville alpestri dove si sono svolti efferati delitti, ma che la finiscano di atteggiarsi ad accigliati moralizzatori della patria. Lo dicano che tutto questo è intimamente immorale, che lo fanno per alzare lo <em>share</em>, lo dicano. E la smettano di usare a ogni pie&#8217; sospinto quella parola – giallo &#8211;  in modo quasi lussurioso.</p>
<p>Non è un giallo. Non depotenziamo la realtà e non banalizziamo la letteratura. Qui ci sono veri morti ammazzati, poliziotti veri che indagano, famiglie vere che soffrono, che piangono i loro morti, e che patiscono insieme ai loro cari accusati di delitti orribili. È per questo che neppure li nomino, è per questo che, qualunque sia la mia opinione, anche se avessi certezze granitiche su ognuno dei casi sopracitati, non la dico e non la dirò mai, per quanto venga continuamente interrogato dai suddetti giornalisti, convinti che uno scrittore di gialli passi la giornata a rimestare nel torbido del quotidiano. Non è così. Per il pudore che provo nei confronti del dolore altrui, quando chiudo il computer, quando smetto di scrivere di assassini o di investigatori, prendo per mano le mie bambine, le porto a mangiare un gelato, a fare una passeggiata in un parco o in un museo. Cerco di trasmettere loro l&#8217;amore per la vita, non l&#8217;ossessione morbosa per il sangue. Oppure insegno loro, quasi fosse una preghiera laica, il silenzioso rispetto che occorre di fronte all&#8217;assurdità di queste morti. Fin troppo spiegabili, forse. Ma non da me, non da noi. Ci sono i magistrati per questo.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Grazia <em>n.33 del 18-08.2008</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/05/non-e-un-giallo/">Non è un giallo</a></p>
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		<title>Il contemporaneo Ottocento</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Oct 2007 11:51:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <strong>Antonio Scurati</strong></p>
<p>L’Italia è un Paese culturalmente arretrato. Qualsiasi valutazione su <em>Guerra e pace</em>, la fiction che prometteva di riportare la grande letteratura in prima serata su Rai Uno, deve partire da questa constatazione.<br />
Nessun giudizio di valore ne può prescindere: si tratta del prodotto culturale di punta di un Paese culturalmente arretrato.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/31/il-contemporaneo-ottocento/">Il contemporaneo Ottocento</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/guerra_pace01g.jpg" alt="guerra_pace01g.jpg" /></p>
<p>di <strong>Antonio Scurati</strong></p>
<p>L’Italia è un Paese culturalmente arretrato. Qualsiasi valutazione su <em>Guerra e pace</em>, la fiction che prometteva di riportare la grande letteratura in prima serata su Rai Uno, deve partire da questa constatazione.<br />
Nessun giudizio di valore ne può prescindere: si tratta del prodotto culturale di punta di un Paese culturalmente arretrato. L&#8217;assunto di partenza, per quanto spiacevole, è purtroppo incontestabile. Tutti i dati statistici e i parametri sociologici lo confermano.<span id="more-4697"></span> Al giro del millennio, in Italia aveva il diploma appena il 42 per cento della popolazione adulta compresa tra i 25 e i 64 anni contro la media europea del 59 per cento; solo il 9 per cento degli italiani adulti possedeva una laurea contro una media europea del 21 per cento. In Italia si producono poco più di 750 brevetti l&#8217;anno, mentre la Spagna ne deposita circa 2000 (la Germania 15000). Nel 2002 in Italia si sono vendute 102 copie di quotidiani ogni mille abitanti contro una media europea, comprendente anche l&#8217;Italia, di 270. I dati relativi al numero di libri acquistati e letti disegnano, anno dopo anno, uno sconfortante scenario di deserto della lettura pubblica. Ne citerò uno solo: quasi il 70 per cento di commercianti, professionisti e imprenditori dichiara di non leggere nemmeno un libro all&#8217;anno. Ma la cosa più grave è che non li leggono perché molti di loro non sanno più leggere: secondo un&#8217;indagine condotta dal Cede &#8211; come scrive Tullio De Mauro in La cultura degli italiani, un libricino che tutti gli italiani dovrebbero leggere se sapessero ancora farlo &#8211; più di 2 milioni di adulti sono analfabeti completi, quasi quindici milioni sono semianalfabeti, altri quindici milioni sono a rischio di ripiombare in tale condizione.</p>
<p>La fiction prodotta dalla Lux Vide assieme alla Rai è stata trasmessa in un Paese nel quale il 66 per cento della popolazione manifesta un&#8217;insufficiente competenza alfabetica e aritmetica funzionale. Il che significa, tradotto in soldoni, che buona parte dei milioni di italiani che domenica e lunedì hanno assistito alla prime due puntate di <em>Guerra e pace </em>non sarebbero in grado di leggere il romanzo da cui proviene. Non ne hanno mai avuta la capacità linguistica o non ce l&#8217;hanno più. Sembra inverosimile che nell&#8217;ottobre del 2007, dopo sessant&#8217;anni di pace e crescente benessere, la situazione culturale italiana sia ancora quella di un eterno, interminabile dopoguerra. Ma tant&#8217;è. Con questa strisciante selvatichezza dobbiamo fare i conti. E, allora, salutiamo con favore il tentativo di trasmissione dell&#8217;eredità culturale via etere, rallegriamoci per i sei milioni e mezzo di telespettatori che lo hanno scelto e poi facciamo questi conti. E i conti si fanno chiedendosi non che cosa la fiction di <em>Guerra e pace</em> restituisca al genio letterario di Tolstoj ma che cosa restituisca a noi del suo capolavoro, non quanti debiti saldi con lo strepitoso romanzo cui s&#8217;ispira ma quanto del lascito di quella formidabile eredità culturale giunga fino ai telespettatori odierni e quanto si disperda. Così si fanno i conti con la tradizione: non stabilendo quanto le dobbiamo ma quanto ci prendiamo, o ci perdiamo, della sua forza immane.</p>
<p>Molto, purtroppo, va perduto. Soltanto due esempi. Innanzitutto va perduto il meraviglioso respiro epico del racconto tolstojano, quella qualità che scaturisce dal procedere lento e maestoso del passo narrativo di un romanzo grandioso. Nel libro, al principio di quel cammino, la realtà è soltanto una frantumaglia di allusioni orecchiate in un pettegolezzo da salotto ma alla fine quell&#8217;incedere inesorabile e magnanimo consente al lettore di abbracciare con un solo sguardo un intero mondo, un&#8217;intera epoca e, attraverso di essa, l&#8217;umanità tutta. Nella versione tv, invece, una girandola di situazioni consumate in fretta conduce precocemente all&#8217;epifania del divino sul campo di battaglia di Austerlitz e lo svilisce al semplice svenimento di un personaggio (il principe Andrej) che ancora non esiste. Lo s&#8217;imputerà alla dittatura del telecomando, ma questo può valere per la mediocrità di una serata qualunque trascorsa a fare zapping non per la straordinaria occasione di televisione festiva offerta da Guerra e Pace. Altrimenti meglio non scomodare Tolstoj.</p>
<p>L&#8217;altra cosa che va perduta è una delle più grandi invenzioni dovute al genio narrativo di Tolstoj: la capacità di raccontare le vicende individuali sullo sfondo di quelle collettive, di mettere il mondo umano &#8211; la pace &#8211; a contrasto con il mondo storico &#8211; la guerra. Andrej, Natasa, Pierre, sono &#8211; come notava Leone Ginzburg &#8211; «personaggi umani che amano, soffrono, sbagliano, si ricredono, cioè, in un parola, vivono»; ma sono simultaneamente personaggi storici condannati a recitare una parte che non è stata scritta né da loro né per loro, anche se loro immaginano d&#8217;improvvisarla. La versione tv, invece, elimina quasi completamente la dimensione storica, riducendo le scene di massa a momenti quasi grotteschi, le guerre napoleoniche e l&#8217;insurrezione del popolo russo a un rumore di fondo, l&#8217;intreccio troppo spesso a un piccolo dramma sentimentale da camera in odore di soap-opera. In questo modo si smarrisce proprio il dono che dall&#8217;arte narrativa di Tolstoj giunge fino alle narrazioni televisive seriali dei nostri tempi. Le migliori serie tv hanno, infatti, cominciato fin dagli anni &#8217;80 a far uso di strutture narrative complesse grazie alle quali l&#8217;evoluzione cronologica delle vicende legate alla vita privata dei personaggi scorre parallelamente a quella di una vicenda collettiva con la quale si incastra ripetutamente. In questo modo, il racconto delle piccole vicende sentimentali di individui simili a noi entra in risonanza con l&#8217;eco più vasta della vicenda collettiva, che può essere la cronaca di un reparto ospedaliero di medicina d&#8217;urgenza, quella di un distretto di polizia, o la storia d&#8217;Europa, come nel caso di Tolstoj. Insomma, da questo punto di vista, c&#8217;è più Tolstoj in <em>ER</em> o in <em>NYPD</em> che non nel <em>Guerra e pace</em> visto su Rai Uno.</p>
<p>Ma la strada da percorrere è questa. L&#8217;Ottocento di Tolstoj, il secolo in cui fiorì la grande civiltà del romanzo, è nostro contemporaneo più di quanto non si creda. Bisogna solo abbandonare l&#8217;idea del divorzio tra la cultura tradizionale di matrice letteraria e la cultura visuale oggi imperante. Dobbiamo propiziare, invece, il matrimonio tra le punte più avanzate della narrazione televisiva e i secoli di grande letteratura che ci siamo lasciati alle spalle. Potrebbe scaturirne uno sposalizio salvifico anche per un Paese culturalmente arretrato. Non siamo noi che dobbiamo salvare il nostro grande passato. E&#8217; lui che verrà in nostro soccorso.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> La Stampa <em>del 24.10.2007</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/31/il-contemporaneo-ottocento/">Il contemporaneo Ottocento</a></p>
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