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	<title>Nazione Indiana &#187; Francesco Forlani</title>
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		<title>Dresden Story</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 12:30:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Da <a href="http://www.ilreportage.eu/">il Reportage n.9</a>, gennaio-marzo 2012</p>
<p><strong>Nel &#8220;mattatoio&#8221; di Dresda</strong> (con lo sguardo di Vonnegut)</p>
<p>di</p>
<p><strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/dresda-copia.jpg"></a></strong>La prima immagine è quella di “Accattone”. Perché la scena finale è stata girata sul Ponte Testaccio, spalle al mattatoio. Tempo fa mi sono infilato nella vecchia struttura del macello e ho seguito con gli occhi il percorso che facevano gli animali appesi ai ganci, probabilmente urlando o tacendo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/02/dresden-story/">Dresden Story</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Da <a href="http://www.ilreportage.eu/">il Reportage n.9</a>, gennaio-marzo 2012</p>
<p><strong>Nel &#8220;mattatoio&#8221; di Dresda</strong> (con lo sguardo di Vonnegut)</p>
<p>di</p>
<p><strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/dresda-copia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-41556" title="dresda copia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/dresda-copia-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" /></a></strong>La prima immagine è quella di “Accattone”. Perché la scena finale è stata girata sul Ponte Testaccio, spalle al mattatoio. Tempo fa mi sono infilato nella vecchia struttura del macello e ho seguito con gli occhi il percorso che facevano gli animali appesi ai ganci, probabilmente urlando o tacendo. La riflessione è su come un luogo possa custodire la memoria della sofferenza, conservare le grida o il silenzio.</p>
<p><span id="more-41555"></span></p>
<p>La seconda immagine è la cupola monca del “Mattatoio n.5”, quello del romanzo di Kurt Vonnegut ambientato a Dresda e riguarda anche il labirinto mentale che bisogna risolvere per arrivarci. Per la colonna sonora della versione cinematografica del libro diretta da George Roy Hill, Glenn Gould eseguì musiche di Johann Sebastian Bach. Anche Pasolini, per “Accattone” e il suo mattatoio, scelse le musiche del grande compositore tedesco. La musica è tutto e la musica è in questi luoghi o a un&#8217;ora da Dresda: nella vicina e detestata Lipsia giace il corpo del compositore, alla <em>Thomaskirche </em>(Centro di Lipsia), dove ebbe luogo la prima della Passione secondo S. Matteo. Nei tre giorni in cui sono stato là, prima di approdare a Dresda, ho visto ogni volta fiori diversi. Dapprima c’erano dei girasoli ad incorniciare il marmo, poi sono venute le rose.</p>
<p>Dresda rimane il sogno segreto mai raggiunto dal compositore, il sogno di una vita che gli desse più agio e fama. Una città la cui architettura suggeriva il tema delle variazioni, la dimensione polifonica della sua poetica. Scrisse Christoph Münch: “Quello che Bach riesce a realizzare a livello musicale, cioè una musica barocca tedesca ottenuta dalla sintesi di influenze italiane e francesi,  trova il suo corrispettivo a livello architettonico nello Zwinger di Dresda di Matthäus Daniel Pöppelmann: il culmine di un’epoca artistica europea”. Arrivato a Dresda, dopo avere lasciato le valigie in albergo, è dalle porte di questa pura meraviglia che sono entrato nella città vecchia o di quello che ne rimaneva.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nella Frauenkirche</strong></p>
<p>La sala è gremita. Per vedere il documentario sulla storia della <em> Frauenkirche</em>, la Nôtre Dame di Dresda, si pagano due euro. Il <em>Besucherzentrum</em> è ospite del <em>Kulturpalast,</em> icona della Ddr, la cui facciata principale è occupata dal gigantesco dipinto della <em>Der Weg der roten Fahne (</em>La via della bandiera rossa) di Gerhard Bondzin. Nella parte iniziale del documentario si vedono alcune incisioni che raffigurano gli operai al servizio del re che cominciarono a costruire la chiesa. Poi, con passo lento, si arriva al 15 febbraio del 1945. Nel film si vedono poche immagini, le carlinghe dei bombardieri che scaricano la tempesta di fuoco sui tetti di Dresda. Poi, a seguire, le immagini dei relitti che sembrano di navi affondate sulla luna. “Dresda ormai era come la luna, nient&#8217;altro che minerali. I sassi scottavano”, scrive Vonnegut.</p>
<p>Tra le immagini della distruzione si infila come una scheggia sotto l&#8217;elmetto il fotogramma della statua di Martin Lutero, prostrata sul piazzale davanti alla <em>Frauenkirche</em> abbattuta. È talmente potente che quando esco dalla sala la vado immediatamente a vedere ed è un sollievo trovarla così fiera e dritta come la chiesa ricostruita in un moderno mosaico di resti e di invenzione. Anche faccia a terra, rimaneva umana e struggente. Quando poi entro nella “Nostra Signora” quasi non mi sembra possibile che si possa ricostruire dal nulla, dal vuoto, dopo un mezzo secolo d&#8217;ibernazione comunista, la volta di una cattedrale. E accendo una candela perché porti fortuna, ai miei fratelli e sorelle che ci credono, anche a loro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Una città in miniatura</strong></p>
<p>La sera è calda a Dresda e sull&#8217;Elba, attraversando il ponte, il <em>Friedrich-August-Brücke</em>, si vedono alcune coppie stese a prendere il sole e che aspettano il crepuscolo. Direzione, il quartiere a nord. Da qui, precisamente da Francoforte, arrivarono le flottiglie d&#8217;aerei che rasero al suolo la città. Poi attraverso un quartiere che sembra assecondare lo spirito unito dei popoli, lungo la <em>Alaunstrasse,</em> piena di gallerie d&#8217;arte e teatri, e arrivo allo <em>Scheune,</em> antico fienile dove tra i legni scuri dell&#8217;interno e i giardini si mangia indiano. Una coppia di panettieri bavaresi mi chiede di sedersi allo stesso tavolo. Non ci capiamo ma il ragazzo sciorina il suo personalissimo sillabario italiano: arrivederci, Jesolo, Verona, Adriano Celentano. Terminato il mio breve pasto spiego loro, senza farmi comprendere, che devo andare: lui mi ascolta in silenzio, fa uno sforzo titanico per capirmi. Poi si illumina e mi fa: <em>tu, arrivederci?</em> E gli rispondo: <em>Ja, io arrivederci.</em> Sulla strada del ritorno respiro l&#8217;aria di questa parte della città, un quartiere che sa di futuro, di vita. Le ragazze sono molto belle e i ragazzi se ne escono dai supermercati con delle cassette di birra. Un italiano non riuscirebbe a organizzare la sbronza in modo così consapevole.</p>
<p>Dresda è una città in miniatura e ogni piccola cosa, dettaglio barocco, ricorda il tesoro fragile di questa cultura. Ecco perché nel romanzo di Vonnegut la scena del soldato americano, prigioniero, impiegato dai tedeschi a prestare soccorso tra le macerie, muore. “Un&#8217;intera città finisce in cenere, e muoiono migliaia e migliaia di persone. E poi questo soldato americano viene arrestato tra le rovine per aver preso una teiera; gli fanno un regolare processo e lo fucilano”, scrive Vonnegut.</p>
<p>Nel film, nella stessa scena, si vede un soldato americano sporgersi verso Pilgrim e mostrargli il trofeo appena trovato fra le macerie. Non è una teiera  ma una bambolina di porcellana, una fanciulla minuta, dagli azzurri tempera tipici di qui e un ufficiale tedesco che lo sorprende nell&#8217;atto di sciacallaggio involontario lo fa arrestare e fucilare sul campo. La morte ha un prezzo, sempre. Come la bellezza in tempo di guerra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il bombardamento</strong></p>
<p>“Dipinsi la sposa del vento a memoria, quando fra me e lei era già finito tutto. Non mi piace ripensare a quel periodo; l’unica cosa che ricordo volentieri è il viaggio a Napoli e a Venezia che facemmo insieme. Furono giorni meravigliosi”,  scrive Oscar Kokoshka nelle sue memorie. Mentre attraverso le sale della mostra che gli hanno dedicato al <em>Kupferstich-Kabinett</em> a commuovermi sono proprio le istantanee di quella fuga, disegni lievi, lascivi del non ancora perduto amore. L&#8217;amore del pittore per Alma Mahler. Ancora musica. Sono convinto che il successo dei cori qui in Germania sia dovuto al tentativo di fare della parola un canto e di cantare insieme nella costruzione di una lingua comune. L&#8217;incantevole Dresda, mi viene da dire mentre con lo sguardo abbraccio le facciate, ricostruite, le rifacciate pastello, rosa, celeste, ocra. “Quelle connerie la guerre” canta Jacques Prévert nella sua <em>Barbara</em> e questo sembra dirci l&#8217;idiota Billy Pilgrim, il protagonista di “Mattatoio n.5” che come il buon soldato Svejk, prodotto dall&#8217;immaginario di una capitale, Praga, che da qui si potrebbe raggiungere a piedi lungo l’Elba, alla maniera di Peter Sellers in “Oltre al giardino”, mette un grano di buon senso nella ruota della storia fino a fare inceppare l&#8217;ingranaggio. Solo gli idioti possono salvare il mondo dagli stupidi, penso.</p>
<p>Già, la guerra. Che nei disegni di Kokoshka appare in un tiro di artiglieria dove il fumo e le fiamme avvolgono le facce dei soldati. Si può essere scrittori senza essere stati soldati? In un passaggio Pilgrim racconta di un libro che sta leggendo, dedicato a Louis-Ferdinand Céline, che a sua volta aveva scritto: “L&#8217;arte non è possibile senza una danza con la morte, scrisse. La verità è morte, scrisse. Io l&#8217;ho combattuta per bene finché ho potuto&#8230; ho ballato con lei”.</p>
<p>Circa 1500 tonnellate di bombe esplosive e 1182 tonnellate di bombe incendiarie, questo il bilancio di quelle due notti di bombardamento, 13 e 14 febbraio 1945. La cosa migliore l&#8217;ha scritta lo storico Frederick Taylor: “La distruzione di Dresda ha un sapore epico e tragico. Era una città meravigliosa, simbolo dell&#8217;umanesimo barocco e di tutto ciò che c&#8217;era di più bello in Germania. Allo stesso tempo, conteneva anche il peggio della Germania del periodo nazista. In un certo senso, la tragedia fu un perfetto esempio degli orrori del modo di concepire la guerra nel XX secolo”. In una delle vetrine del Museo della città di Dresda si vede l&#8217;enorme bossolo di una bomba esplosiva usata dall’aviazione inglese. Sembra un bouquet di fiori, un vaso liberty, dalle forme di  porcellana, sbeccato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Slaughterhouse </strong></p>
<p>Le città non le conosci durante il weekend. No, per capire a fondo una città bisogna darle appuntamento il lunedì, quando, senza trucco e &#8211; in genere &#8211; con una pioggia battente, ti confessa ancora bella, seppure indifesa: ecco, questa sono io<em>. </em>E scopri che è bella davvero.</p>
<p>Alle due vado in piazza dell&#8217;Opera, perché ho letto un annuncio che diceva: “Dear Guests of Dresden and the Hostel Die Boofe. We offer from Thursday to Sunday every day a new city tour in english language! In the footsteps of Kurt Vonnegut – Slaughterhous 5 Tour”. Ma di Vonnegut non esiste traccia. Al museo della città in un angolo che offre una nutrita bibliografia dell&#8217;eccidio di Dresda, “Mattatoio n.5”, manca. E a chiunque abbia chiesto dell&#8217;opera, dalla ragazza dell&#8217;accueil, con il piercing e gli occhi profondi, alla gentilissima cameriera del Der Löwe o all&#8217;autista di un pullman che fa il tour della città, nessuno sa chi sia Kurt Vonnegut. Kurt come Kurt Erich Suckert, Malaparte, raschiato via dalla memoria della città a cui aveva dedicato il suo romanzo più importante: “La pelle”. E mentre mi aggiro per la città solo, come un uomo alla ricerca di una donna, il cielo è di un azzurro glaciale, distante, sovrano in terra. Tra <em>La pelle</em> di Malaparte e <em>Il mattatoio</em> di Vonnegut c&#8217;è uno stesso cielo a farla da padrone.</p>
<p>Una delle scene più potenti ambientate a Napoli è nel romanzo di Malaparte: “Ciò che mi faceva correre per la schiena un brivido di paura e di schifo, non erano quei piccoli schiavi appoggiati al muro della Cappella Vecchia, né quelle donne dal viso scarno vizzo incrostato di belletto, né quei soldati marocchini dai neri occhi scintillanti, dalle lunghe dita ossute: ma il cielo, quel cielo azzurro e limpido sui tetti, sulle macerie delle case, sugli alberi verdi gonfi di uccelli. Era quell’alto cielo di seta cruda, di un azzurro freddo e lucido, dove il mare metteva un remoto e vago bagliore verde”. Lo stesso strappo tra la realtà degli uomini e quella delle cose naturali ci appare in un passaggio del capolavoro di Vonnegut: “Dopo un massacro tutto dovrebbe tacere, e infatti tutto tace, sempre, tranne gli uccelli. E gli uccelli cosa dicono? Tutto quello che c&#8217;è da dire su un massacro, cose come puu-tii-uiit?”.</p>
<p>All&#8217;una e mezza di lunedì, dopo aver percorso la terrazza panoramica dell&#8217;Elba, il balcone sull&#8217;Europa, mi guardo intorno e aspetto. Aspetto fino alle due e un quarto. Mi sono aggirato per la piazza sperando che uno dei vari gruppi di turisti che facevano capannella fosse quello giusto. Mi avvicinavo sperando di sentire parlare inglese, perché, com’è scritto in una guida, la <em>Slaughterhouse </em>(Schlachthaus), il mattatoio interessa solo a loro. Ci sono portoghesi, austriaci, spagnoli, ma nessun inglese e soprattutto nessun gruppo, come al contrario avevo immaginato, una setta segreta, una banda di sovversivi che si era messa in viaggio per arrivare fin lì. Così decido di prendere un taxi e mi accorgo solo a metà strada che sto davvero ripercorrendo la strada di Billy Pilgrim. Scrive Vonnegut: “Io ci tornai veramente, a Dresda, con i soldi della Fondazione Guggenheim (Dio la benedica), nel 1967. Somigliava molto a Dayton, nell&#8217;Ohio, ma c&#8217;erano più aree deserte che a Dayton. Nel terreno dovevano esserci tonnellate di ossa umane. Ci tornai con un vecchio commilitone, Bernard V. O&#8217;Hare, e là facemmo amicizia con un tassista che ci portò al mattatoio dove rinchiudevano, di notte, i prigionieri di guerra”.</p>
<p>Quando arriviamo nella zona industriale chiedo all&#8217;autista se conosce Kurt Vonnegut, lo scrittore, preciso. Risponde facendomi segno di no. Quasi glielo leggo negli occhi che tutta questa cosa per lui ha dello stravagante. Che senso ha, con tanta bellezza che c&#8217;è nella città storica, venire fin qui? A un macello! Che se proprio si amano gli animali c&#8217;è lo zoo, che qui è famoso davvero. Gli chiedo di fare il giro fino alla collinetta, che è accanto alla fermata del tram. Scendo e cerco di memorizzare tutto. La visione che doveva essere di chi si trovava lì le notti del 13 e del 14 febbraio appare chiara e distinta da lì. E sicuramente, in pieno carnevale, si era fatto spaventare dal rombo impazzito del cielo che aveva partorito dal nulla 796 Avro Lancaster e nove De Havilland Mosquito e, a seguire, i  B-17 americani, che in quattro raid la colpirono con 1.250 tonnellate di bombe, fra esplosive e incendiarie. Erano passati tutti da lì prima di abbattersi sulla città, di modo che non è difficile immaginare che faccia avesse l&#8217;inferno a chi si fosse trovato su quella collina.</p>
<p>Mentre torno in albergo mi rimane impressa nella pellicola che ho in mente la silhouette del mattatoio. Spettrale, maestoso, al punto da ricordarmi la<em> Frauenkirche</em>. Mentre preparo le valigie mi chiedo se tutto questo sia mai accaduto. Se esista una città chiamata Dresda e se ne abbia davvero percorso le strade. Se esiste un romanzo chiamato “Mattatoio n.5” e se è vero che a volte i romanzi danzano con la morte. Così sulla strada del ritorno in Italia apro a caso il libro di Vonnegut e vi trovo scritto: “È tutto accaduto, più o meno. Ecco”. Penso.</p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/02/02/dresden-story/">Dresden Story</a></p>
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		<title>Machina de mesura daa palla.  Mode d&#8217;emploi</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:42:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Francesco Forlani</strong><br />
Quando su Anobii legeti de lectrice che vutava <em>Les Fleurs du mal</em> de Baudelaire con una estela seule (dee cinque à ispusizion) pensè tra mico et mico que todo cotest mica se sarebbe averato si l&#8217;existeva na machina de mesuraziun de ses capacitad de judicio et de cumpete.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/28/machina-de-mesura-daa-palla-mode-demploi/">Machina de mesura daa palla.  Mode d&#8217;emploi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/rocks-in-balance.full_-300x199.jpg" alt="" title="rocks-in-balance.full_" width="300" height="199" class="alignleft size-medium wp-image-41510" style="float:left; margin:0 15px 0 0;"/> di <strong>Francesco Forlani</strong><br />
Quando su Anobii legeti de lectrice che vutava <em>Les Fleurs du mal</em> de Baudelaire con una estela seule (dee cinque à ispusizion) pensè tra mico et mico que todo cotest mica se sarebbe averato si l&#8217;existeva na machina de mesuraziun de ses capacitad de judicio et de cumpete. E accusì m&#8217;enventai de dimandar all&#8217;artizan sotocasa, er Francùn, de construir aparecio de strumentaziun de mesuraziun daa  palla. Isto aparecio est simples à utilisarse.</p>
<p><span id="more-41509"></span> Lo jodicant que se mete &#8216;n capa la strunzata que puede dizir namportequà de toda cosa, avant de sparar cazzat et curbella, appogia sur lo plato primero aa palla et, si l&#8217;est legera<sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/28/machina-de-mesura-daa-palla-mode-demploi/#footnote_0_41509" id="identifier_0_41509" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="l&amp;#8217;artizan me disea que legert&egrave; daa palla en vrai se resultava pizant, et l&amp;#8217;ecio pourquoi los sassos da l&amp;#8217;ata parte se catapulta in fin de su la capa. et voil&agrave; pourquoi les gens te dizent, quanno exager cum spirito de critica sbalanzata: &amp;#8220;mar&ograve; que comm tu s&igrave; pezant &amp;#8221; ">1</a></sup> se beca los sassos sur la capa pour la proxima volta et la scritura en flesh &#8220;Ammesurat &#8216;a palla&#8221;. Si, par contre, l&#8217;argumenta que sustiene vale, la balanza se tene derecia et nun fa dommage et danno à la su massa ceerebral.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/28/machina-de-mesura-daa-palla-mode-demploi/">Machina de mesura daa palla.  Mode d&#8217;emploi</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_41509" class="footnote">l&#8217;artizan me disea que legertè daa palla en vrai se resultava pizant, et l&#8217;ecio pourquoi los sassos da l&#8217;ata parte se catapulta in fin de su la capa. et voilà pourquoi les gens te dizent, quanno exager cum spirito de critica sbalanzata: <em>&#8220;marò que comm tu sì pezant </em>&#8221; </li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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		<title>Indypendentemente: per una cartografia delle librerie indipendenti (Libreria Marco Polo-Venezia)</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 07:59:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p><em>Questionario Librerie Indipendenti</em>: dopo la splendida incursione di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-terzo-luogo-sarzana/">Chiara Lasagni</a> risponde il libraio <strong>Claudio Moretti</strong> della <a href="http://www.libreriamarcopolo.com/">Marco Polo </a>di Venezia.<br />
A cura di <strong>effeffe</strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/25/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-libreria-marco-polo-venezia/#footnote_0_41478" id="identifier_0_41478" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Comincia con questa intervista l&#38;#8217;inchiesta sulle librerie indipendenti che sto curando per il movimento TQ">1</a></p>
<p><em>Ci parli della tua libreria? Presentazione, storia, caratteristiche</em> <em>sul territorio, criticità e anche dei momenti belli tosti, se ti va</em></p>
<p>Premetto che mi sento onorato a esser chiamato a rispondere a queste domande per tracciare una cartografia delle librerie indipendenti in Italia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/25/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-libreria-marco-polo-venezia/">Indypendentemente: per una cartografia delle librerie indipendenti (Libreria Marco Polo-Venezia)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/unnamed.jpg" alt="" title="unnamed" width="220" height="165" class="alignleft size-full wp-image-41479" /></p>
<p><em>Questionario Librerie Indipendenti</em>: dopo la splendida incursione di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-terzo-luogo-sarzana/">Chiara Lasagni</a> risponde il libraio <strong>Claudio Moretti</strong> della <a href="http://www.libreriamarcopolo.com/">Marco Polo </a>di Venezia.<br />
A cura di <strong>effeffe</strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/25/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-libreria-marco-polo-venezia/#footnote_0_41478" id="identifier_0_41478" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Comincia con questa intervista l&amp;#8217;inchiesta sulle librerie indipendenti che sto curando per il movimento TQ">1</a></sup></p>
<p><em>Ci parli della tua libreria? Presentazione, storia, caratteristiche</em> <em>sul territorio, criticità e anche dei momenti belli tosti, se ti va</em></p>
<p>Premetto che mi sento onorato a esser chiamato a rispondere a queste domande per tracciare una cartografia delle librerie indipendenti in Italia. La mia è una piccola libreria ed è appena nata rispetto a tante altre librerie a soprattutto rispetto a librai che hanno dedicato una vita a questo lavoro. Mi sento molto vicino a Chiara della libreria Il Terzo Luogo, che mi ha preceduto in questo percorso librario: è una bella coincidenza che ci si ritrovi anche qui. Le nostre librerie non hanno rapporti, fra librai non ci conosciamo, eppure siamo stati entrambi &#8220;scelti&#8221; sia per l&#8217;intervista sia come tappe di una mostra dedicata all&#8217;arte e ai libri: le <a href="http://talee-talee.blogspot.com/p/il-progetto.html">Talee di Beatrice Meoni</a> sono partite dal Terzo Luogo di Sarzana per approdare come ultima tappa a Venezia nella mia libreria.</p>
<div>
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/5762405.jpg" alt="" title="5762405" width="90" height="120" class="alignright size-full wp-image-41480" /></p>
<p><a href="http://www.libreriamarcopolo.com/" target="_blank">Libreria Marco Polo</a> è una libreria che cerca di mantenersi in movimento. E&#8217; l&#8217;unica definizione che riesco a dare della mia libreria perchè penso che sia questa l&#8217;unica nota che ha caratterizzato gli anni trascorsi e che si manterrà costante nei prossimi anni: una costanza di movimento, di trasformazione, di adattamento.<br />
Questa è l&#8217;azione costante a cui è sottoposta la libreria, ma non è un&#8217;azione imposta dal libraio: quello che faccio io è più un indirizzare dolcemente questo movimento, cercare di assecondarlo, deviarlo se mi sembra opportuno ma senza mai fermarlo.</div>
<p>Potrà sembrare strano che questo sia il lavoro di un libraio eppure, nel mio caso, sono stati i libri a fare la libreria e il libraio. Libreria Marco Polo (quella che c&#8217;è ancora, non quella di viaggio che abbiamo dovuto chiudere nel 2011) nasce nel 2006 come libreria di remainder e di usato. Senza nessuna esperienza come libraio e soprattutto senza alcuna idea del magico e immenso mondo del libro usato, sono stato letteralmente sommerso dai libri usati: ci sono giornate che il numero delle persone che vengono a vendere i loro libri è pari al numero dei clienti, peccato che chi viene a vendere libri arrivi con le borse piene e chi viene a comprare esca con uno-due libri. Ecco perchè dico che la libreria è stata fatta dai libri, dai libri che arrivavano, singoli, a borse, in scatoloni, intere biblioteche: quello che io ho imparato a fare abbastanza velocemente è capire cosa c&#8217;era da tenere e come adeguare la libreria (gli scaffali, l&#8217;esposizione, le vetrine) a quello che quotidianamente arriva in libreria. L&#8217;offerta della libreria è diventata ben presto varia ma soprattutto interessante: le vere &#8220;chicche&#8221; che mi arrivavano, non solo prime edizioni o libri costosi, erano e sono libri di cui io non conosco nemmeno l&#8217;esistenza finchè non mi si materializzano davanti. Come avrei potuto avere una stupefacente varietà (lo stupore è una costante del cliente che si avventura per la prima volta nella mia libreria)  se avessi dovuto partorire con la mia mente l&#8217;intero assortimento?</p>
<div>
<p>Nel 2010 libreria Marco Polo da libreria dell&#8217;usato con libri in italiano e inglese diventa una libreria &#8220;completa&#8221;, aggiungendo all&#8217;usato una sezione di libri nuovi: la decisione è motivata dal fatto che la libreria sorella, l&#8217;altra Marco Polo, sta chiudendo; nata come libreria di viaggio e trasformatasi poco alla volta in una libreria di varia, dopo due anni di successi entra in crisi e non riesce più a risollevarsi.</p>
</div>
<p>I libri nuovi nella mia libreria entrano gradualmente: prima di tutto arriva Minimum Fax. Quando compro l&#8217;intera biblioteca di un privato, cinquecento o mille volumi,  questo arrivo cambia il volto della libreria e, almeno per un po&#8217; di tempo, in libreria si sente la personalità del proprietario dei libri. Allo stesso modo volevo che l&#8217;arrivo dei libri nuovi modificasse il volto della libreria e che entrando si notasse subito il cambiamento: per questo ho scelto di avere l&#8217;intero catalogo di un editore e fra i possibili candidati la migliore scelta che potessi fare era Minimum Fax, quella che garantisce, oltre ad un ottimo assortimento, una vera personalità nel catalogo.</p>
<div>
Da Maggio 2011 ho inziato anche a tenere le novità che mi piacciono, cercando di impegnarmi in due cose molto semplici: leggere i libri che compro e tenere i titoli almeno per sei mesi.  E&#8217; appena passato il periodo natalizio e devo dire che la mia scelta, proporre titoli che mi piacciono anche se fuori dalla classifiche, non è stata per nulla azzardata.<br />
E&#8217; bene sapere, comunque, che la vendita dei libri usati mi permette di vendere anche libri nuovi e non viceversa: se dovessi campare solo con la vendita dei libri nuovi, avrei veramente grandi difficoltà.</p>
<p>Con l&#8217;apertura ai libri nuovi ho raccolto il testimone della libreria sorella anche per quanto riguarda le presentazioni: nel 2011 abbiamo organizzato oltre venti incontri fra presentazioni e letture. All&#8217;inizio organizzavamo tutto in libreria ma poco alla volta ci siamo aperti alla città ed è stato molto piacevole portare la libreria e i libri fuori: in questo modo le presentazioni diventano un modo per incontrare e stabilire relazioni non solo con scrittori ma anche con realtà veneziane come il centro sociale Laboratorio Morion, il circolo arci Metricubi e Ca&#8217; Tron Città Aperta.<br />
Fra le ultime presentazioni, sono affezionato a quella di Ivan Polidoro, splendida la sua lettura di <a href="http://www.libreriamarcopolo.com/2011/12/le-coincidenze-di-ivan-polidoro.html" target="_blank">&#8220;Le coincidenze&#8221;</a>, e alla serata con Sergio Garufi e il suo <a href="http://www.libreriamarcopolo.com/2011/10/il-nome-giusto-di-sergio-garufi.html" target="_blank">&#8220;Il nome giusto&#8221;</a>.<br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/foto2-218x300.jpg" alt="" title="foto2" width="218" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-41482" />
</div>
<p>Chi non conosce Venezia e chi non vorrebbe venire a visitare Venezia? Venezia è visitata ogni anno da un numero esagerato di turisti. Questo afflusso enorme sommato al numero esiguo dei residenti, poche decine di migliaia nel centro storico, di fatto impone che tutte le attività commerciali debbano fare i conti con il turismo, trovando un modo per vivere o venendo spazzati via. Sono la maggioranza ormai le botteghe che sono SOLO per turisti, con merce che nessun residente andrebbe a comprare.  Anche le librerie subiscono questo influsso del turismo. Libreria Marco Polo nasce anche rivolta al turismo e continua a farlo ancora adesso, proponendo una vasta scelta di libri in lingua straniera, soprattutto in inglese. Questo però senza mai diventare negozio esclusivamente turistico: la sensazione del turista che entra in libreria è quella di essere entrato, finalmente, in un negozio normale dove può trovare quello che gli serve. Questo aspetto della libreria, fortemente voluto e difeso contro chi a varie riprese proponeva di vendere articoli più &#8220;appetibili&#8221; per i turisti, ha fatto sì che questa libreria sia frequentata in modo paritario da turisti e residenti, da collezionisti di passaggio e da lettori veneziani creando molte volte l&#8217;occasione di piacevoli incontri.</p>
<div>
Cos&#8217;altro dire della mia libreria? Che siamo bravi e veloci nel trovare i libri che i nostri clienti ci chiedono, sia in catalogo che fuori. Che organizziamo corsi in libreria, di fotografia e prossimamente di scrittura. Che ogni mercoledì la libreria si trasforma in un mercato di frutta e verdura perchè siamo punto di consegna di un&#8217;azienda agricola: i veneziani che abitano in zona possono ordinare direttamente a <a href="http://www.libreriamarcopolo.com/p/lorto-in-libreria.html" target="_blank">Donna Gnora</a> e settimanalmente gli ordini vengono recapitati in libreria. E&#8217; una specie di sostegno, non remunerato, ad un&#8217;azienda agricola che sento vicinissima, per idee e azioni, molto più vicina di una libreria di catena, dove l&#8217;unica cosa in comune con la mia libreria è la tipologia merceologica.<br />
Ultimo, ma non meno importante, la libreria è sia fisica che online: la vendita dei libri fuori catalogo avviene tramite vari canali di vendita online, Maremagnum, Abebooks, Biblio, Comprovendolibri, Libribooks e Amazon. La vendita online, limitata ai soli libri usati, è un apporto fondamentale alla vita della libreria, economicamente e funzionalmente: la quantità dei libri esposti in libreria è pari alla quantità dei libri consultabili esclusivamente online e fisicamente giacenti in un magazzino.<br />
<img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/447450-photo-225x300.jpg" alt="" title="447450-photo" width="225" height="300" class="alignright size-medium wp-image-41483" /><br />
<em>Quando entri in una libreria (da lettore, cliente) cosa osservi? Che cosa attira la tua attenzione?</em></p>
</div>
<p>Nelle librerie di catena solitamente non entro e mi interessano anche poco. Nelle altre librerie quello che noto è se si vede una coerenza.<br />
Mi è capitato giusto pochi giorni fa di entrare in una libreria che mi avevano consigliato di visitare. E&#8217; una libreria giustamente famosa, organizza moltissime attività culturali, ha un assortimento di libri che io me lo sogno ma c&#8217;era qualcosa che stonava: avevano praticamente tutto. C&#8217;era troppo, c&#8217;era anche quello che si tiene perchè comunque qualcuno lo chiederà, perchè è in classifica o è di moda. Questo potrà forse favorire le vendite ma fa crollare la coerenza della libreria. Io la chiamo coerenza, possiamo chiamarla identità, personalità: sono i libri e le scelte di posizionamento dei libri, valide per una libreria di 30 o di 300 mq. Io prediligo le librerie a coerenza elevata, dove la proposta del libraio si riconosce dalla vetrina e prosegue all&#8217;interno, dove si rischia sempre di trovare un libro che non ti aspetteresti, dove non vai solo a cercare quel particolare titolo ma dove puoi &#8220;incontrare&#8221; un libro.<br />
Quelle a bassa coerenza hanno poco senso di esistere perchè ci sono già le librerie di catena e i siti di vendita online, dove chiunque può trovare qualsiasi libro.</p>
<p><em>Come definiresti una libreria indipendente?</em><br />
Una libreria è indipendente se non è di catena o non è un franchising, se comunque non ha legami societari od economici con altri soggetti della filiera del libro (grossisti, distributori, editori) che limitino di fatto la sua indipendenza.<br />
Una libreria indipendente non è per definizione una libreria buona o migliore delle altre. Il fatto di essere indipendenti è neutro rispetto alla qualità della libreria. Però, ed è un però enorme, è un confine che segna chi sta da una parte e chi sta dall&#8217;altra: un discrimine fra un tipo di libreria e un altro tipo. E&#8217; bene, a mio giudizio, che i clienti sappiano quale libreria è indipendente e quale non lo è e dopo decidano dove andare a comprare i libri. E&#8217; bene che gli amministratori della cosa pubblica, nel momento che devono favorire delle attività commerciali, sappiano quali sono le librerie indipendenti e quali non lo sono.</p>
<p><em>Ci sono in Italia organizzazioni associazioni, strutture dedicate alle librerie indipendenti?</em><br />
A Venezia abbiamo tentato di creare un&#8217;associazione di librerie indipendenti ma la mia idea di indipendenza non ha trovato molti sostenitori. Mi si obiettava che era meglio muoversi per favorire l&#8217;inclusione invece dell&#8217;esclusione. Io invece continuo a pensare che sia ancora vero &#8220;meglio pochi ma buoni&#8221; e quindi vedo con fiducia a questa iniziativa di cartografia di librerie indipendenti: un modo per conoscere alcune realtà che associno l&#8217;indipendenza alla qualità e alla voglia di restare vivi, <em>alive and kicking</em>: magari fra queste librerie potrà nascere una forma di collaborazione, su scopi chiari e ben definiti come è stato per l&#8217;unione degli editori di Mulini a Vento.</p>
<p><em>Che cosa ti piacerebbe che fosse la tua libreria?</em><br />
In libreria abbiamo già un Tea Corner ma è minuscolo. Quello che mi piacerebbe avere è uno spazio vero per una caffetteria, mi piacerebbe che la libreria fosse un luogo fisicamente più accogliente. Altre cose non le vorrei, magari mi possono piacere quando le vedo in un&#8217;altra libreria ma non sono adatte alla mia. Visto che sono stati i libri a fare la libreria, non poteva che venire così&#8230;.</p>
<p><em>Chi cazzo te l’ha fatto fare di fare il libraio?</em><br />
Ho fatto altri lavori prima di fare il libraio e non c&#8217;è paragone. Sono passato attraverso diverse ristrutturazioni aziendali. Ci sono miei <a href="http://www.libreriamarcopolo.com/2012/01/salviamo-la-ditec-di-quarto-daltino.html" target="_blank">ex colleghi</a> che adesso stanno combattendo con una multinazionale che vuole delocalizzare la produzione e lasciarli a casa. E io dovrei lamentarmi? Se poi penso solo a una delle riunioni che ho fatto nella mia precedente vita lavorativa, mi viene una voglia matta di andare in libreria a lavorare, con i miei ritmi, con i miei libri, con gli amici che passano a trovarmi, con i clienti che sono quasi sempre piacevoli.<br />
Io sono molto fortunato, sto facendo un lavoro che mi piace. E so che se un giorno fare il libraio non sarà più possibile, mi inventerò qualcos&#8217;altro per vivere come ho già fatto in passato.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/25/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-libreria-marco-polo-venezia/">Indypendentemente: per una cartografia delle librerie indipendenti (Libreria Marco Polo-Venezia)</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_41478" class="footnote">Comincia con questa intervista l&#8217;inchiesta sulle librerie indipendenti che sto curando per il <a href="http://www.generazionetq.org/">movimento TQ</a></li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Azione Kappa</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/14/41345/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2012/01/14/41345/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 02:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[casa editrice zona]]></category>
		<category><![CDATA[effekappa]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Franz Kafka]]></category>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p><strong>Effe Kappa</strong>. <em>Nuove poesie</em><br />
di <strong>Franz Krauspenhaar</strong><br />
<a href="http://www.editricezona.it/">Editrice ZONA</a>,<br />
Una nota di <strong>effeffe</strong></p>
<p style="text-align: right;">&#8220;Sporco sono, Milena, infinitamente sporco,<br />
perciò faccio tanto chiasso per la purezza.</p>
<p style="text-align: right;">Nessuno canta con maggiore purezza<br />
di coloro che stanno nell&#8217;inferno più profondo:<br />
ciò che chiamiamo il canto degli angeli è il loro canto&#8221;.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/14/41345/">Azione Kappa</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-41346" title="effekappa1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/effekappa1.jpeg" alt="" width="221" height="299" /></p>
<p><strong>Effe Kappa</strong>. <em>Nuove poesie</em><br />
di <strong>Franz Krauspenhaar</strong><br />
<a href="http://www.editricezona.it/">Editrice ZONA</a>,<br />
Una nota di <strong>effeffe</strong></p>
<p style="text-align: right;">&#8220;Sporco sono, Milena, infinitamente sporco,<br />
perciò faccio tanto chiasso per la purezza.</p>
<p style="text-align: right;">Nessuno canta con maggiore purezza<br />
di coloro che stanno nell&#8217;inferno più profondo:<br />
ciò che chiamiamo il canto degli angeli è il loro canto&#8221;.<br />
<strong>Franz Kafka</strong></p>
<p>Quando ho cominciato a leggere il nuovo libro di poesie di Franz, dai primi componimenti fino alla fine, risuonava in me questo passaggio della corrispondenza di Kafka con Milena. Lo avevo  trascritto per la mia tesi di laurea in filosofia dall&#8217;altisonante titolo &#8220;La questione della colpa in Karl Jaspers&#8221;, tesi discussa più di vent&#8217;anni fa e che, ora, leggendo <strong>effekappa</strong>, mi sono andato a riprendere in fondo a un cassetto per ritrovare la citazione, precisa e calzante. Ci sono degli autori in Italia, non tanti in verità, la cui opera non è carriera, ovvero successione di tappe che aspirano a un traguardo, ma  chiasso, <em>vacarme, bruit</em>, rumore. Frequento le pagine di FK da qualche anno ormai e so due cose, almeno. La prima, è che &#8220;tanto rumore&#8221; non è mai per nulla,  come non è <em>per nulla</em> nessuna rivolta per quanto destinata al fallimento, alla sconfitta. Perché uno scrittore che abbia a cuore la letteratura non può che sposare cause perdute, sedurle, desiderare di scoparsele e amarle al punto di farsi detestare per tanto amore, privarsene con un moto d&#8217;odio, certo, ma sempre per quello stesso amore. La seconda è che l&#8217;opera di <strong>effekappa,</strong>  dai romanzi ai racconti, dalle poesie fino alle esternazioni  nei social network sono come una infinitamente aperta <em>correspondance</em> . Franz  scrive a suo padre, al fratello, alla donna amata, ma soprattutto al lettore, ogni volta, facendolo sentire interlocutore imprescindibile. Le sue sono corrispondenze dal carcere, dal baratro, dal buio, perché in letteratura non si può prescindere dall&#8217;inferno, nemmeno quando le pagine più premiate bruciano ai fuochi fatui delle classifiche e  della <em>notorietà </em>a botte di televisione o di illuminati critici, al neon, néant. Delle lettere poetiche che compongono il libro ho scelto quella al suo Alter Ego, Ego Alter, in omaggio all&#8217;amico che sento, di tanto in tanto, Franz e a quello che mi porto dentro dalla più crudele infanzia, Kafka.</p>
<p><strong>Kafka</strong><br />
Franz, quanta disperazione in quell’insetto<br />
che ronzava sulla mia testa, una specie<br />
di mosca viola, la metamorfosi di un sogno<br />
all’apertura di un libro, giovinetto come<br />
l’angoscia di chi non sa, di chi dietro<br />
le curve dell’incanto spegne fuochi<br />
polverizzati, senza un significato.<br />
<span id="more-41345"></span></p>
<p>Franz, da un castello silenzioso,<br />
guardava se stesso girare, là sotto,<br />
cercare l’entrata al labirinto, taglio<br />
netto nella gola; il suono d’urlo<br />
non si emette, il silenzio è fuoco<br />
di maglie strette, di prigione,<br />
l’uomo è vinto al suo secolo<br />
perenne, lento, giunto fin qui.<br />
Franz, in quell’America di fossili<br />
pulsanti e circhi folli e navi nere<br />
e trionfanti come le piattaforme<br />
di un vampiro. Nosferatu nel bianco<br />
del sogno, ottuso, compagno<br />
d’aliti nel viaggio continentale.<br />
Franz al processo, milioni di anime<br />
e danni e colpe scorse come pieghe<br />
dagli anni, la colpa d’un’esistenza<br />
fallita, grigia; sinfonica accettazione<br />
del nulla, della perdita di un senso.</p>
<p>Tornando al cambiamento surreale,<br />
di ritorno da un viaggio sopra pagine<br />
che prima di morire lui voleva nere,<br />
illeggibili nella sparizione; e appare<br />
il mondo – un cupo, lungo risveglio,<br />
un tenebroso abbandono alla calma<br />
irreale. Franz ci abbandona al niente,<br />
a questo dolente interrogarci.<br />
Le iniziali mi fecero spavento, le mie stesse,<br />
F e K e la Boemia terra d’origine<br />
e il padre della lettera, così a trovare<br />
ossa, piantate nelle terre uguali.<br />
Non saprei chi sono se non ci fosse<br />
Franz, a dimostrarmi che fui altro,<br />
prima di poterlo sapere. Franz è il dono<br />
d’un rampicante invincibile,<br />
d’un verbo immenso che tiene ogni frase,<br />
concetto, salto, discesa e origine.<br />
Nei miei quindici anni leggevo i racconti<br />
come resoconti di un fantasma. Cercavo<br />
nelle note il diagramma, la spiegazione<br />
di ciò che era inspiegabile. Leggevo<br />
parole incomprensibili di filosofi attenti,<br />
maniacali, votati per la vita all’esegesi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Max Brod lo vedevo pesante, un macigno<br />
sopra di lui e dentro di sé, grasso compresso<br />
dal voto d’infedeltà. Non volle buttare<br />
al vento le nervature del genio, volle invece<br />
trasportare quell’opera già nata postuma<br />
per i lunghi raccordi di pietra della storia.<br />
Di fronte a quelle pagine erette e pulite,<br />
distoniche, assurde, l’esistenza si spiega,<br />
come nessun filosofo può ardire.<br />
Nessuna sentenza certa, ma la fantasia<br />
di ciò che ci è vicino, dentro, tra occhi<br />
e lingua e tatto, di cui tutto ha l’impregno.<br />
Franz tracciò le note oceaniche del moderno<br />
sentire e del procedere senza ore,<br />
bussole, né porti di qualunque attracco salvo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/14/41345/">Azione Kappa</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Un modo per dirsi addio (2011): Jacopo Galimberti alla Librairie Voyelles di Torino</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/19/un-modo-per-dirsi-addio-2011-jacopo-galimberti-alla-librairie-voyelles-di-torino/</link>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 08:28:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
da <em>&#8220;Senso Comune&#8221;</em> edizioni Le voci della luna.<br />
di<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/07/senso-comune-di-jacopo-galimberti/">Jacopo Galimberti</a></p>
<p>Perdo biro, accendini, sigarette,<br />
ne reperisco, ne riperdo, le ritrovo<br />
e di nascosto a me stesso<br />
le rimetto nel loro corso materiale.<br />
<br />
Gravi sottili, ignoti a dono e commercio,<br />
circolano docili<br />
in peripli minimi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/19/un-modo-per-dirsi-addio-2011-jacopo-galimberti-alla-librairie-voyelles-di-torino/">Un modo per dirsi addio (2011): Jacopo Galimberti alla Librairie Voyelles di Torino</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/invito-1024x801.jpg" alt="" title="invito" width="700" height="547" class="aligncenter size-large wp-image-41072" /><br />
da <em>&#8220;Senso Comune&#8221;</em> edizioni Le voci della luna.<br />
di<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/07/senso-comune-di-jacopo-galimberti/">Jacopo Galimberti</a></p>
<p>Perdo biro, accendini, sigarette,<br />
ne reperisco, ne riperdo, le ritrovo<br />
e di nascosto a me stesso<br />
le rimetto nel loro corso materiale.<br />
<span id="more-41070"></span><br />
Gravi sottili, ignoti a dono e commercio,<br />
circolano docili<br />
in peripli minimi.<br />
In altre fattezze ritornano<br />
e trovo nuove biro, accendini, sigarette,<br />
a caldo, senza saldi postumi.<br />
Quasi un esercizio spirituale.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/19/un-modo-per-dirsi-addio-2011-jacopo-galimberti-alla-librairie-voyelles-di-torino/">Un modo per dirsi addio (2011): Jacopo Galimberti alla Librairie Voyelles di Torino</a></p>
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		<title>à Ma main: alcune note su Blaise Cendrars</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/14/a-ma-main-alcune-note-su-blaise-cendrars/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/14/a-ma-main-alcune-note-su-blaise-cendrars/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 12:02:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/14/a-ma-main-alcune-note-su-blaise-cendrars/#footnote_0_41009" id="identifier_0_41009" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="LA POSSIBILIT&#201; D&#38;#8217;UN VOYAGE
Louis Ferdinand C&#233;line e Blaise Cendrars
conversazione con Ernesto Ferrero e Francesco Forlani
In collaborazione con l&#38;#8217;Associazione Terrainvague Culture du Monde en Fran&#231;ais
venerd&#236; 16 dicembre &#38;#8211; ore 21.00
Biblioteca civica Centrale
via della Cittadella 5 &#38;#8211; tel. 011 4429836">1</a></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/390_1.jpg"></a></p>
<p style="text-align: right;"><em>alla mia amica Gabriella</em></p>
<p style="text-align: left;">Portare in giro Patrioska è stato per me l&#8217;occasione di incontro con delle realtà artistiche presenti sul territorio assai straordinarie. Non so quanti conoscano il lavoro che svolgono i ragazzi del <a href="http://www.teatrocivico14.it/">Teatro Civico 14</a> a Caserta, del <a href="http://www.bolognatoday.it/eventi/teatro/shakespeare-sonnets-playhouse-791454.html">Circolo Pavese</a> di Bologna, Beppe Mecconi al <a href="http://www.castellodilerici.it/">Castello di Lerici</a> o Diego Nuzzo al <a href="http://www.penguincafe.it/">Penguin Café</a> di Napoli e Pasquale e Nicoletta alla <a href="http://www.locandatlantide.com/">Locanda Atlantide </a>di Roma.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/14/a-ma-main-alcune-note-su-blaise-cendrars/">à Ma main: alcune note su Blaise Cendrars</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/14/a-ma-main-alcune-note-su-blaise-cendrars/#footnote_0_41009" id="identifier_0_41009" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="LA POSSIBILIT&Eacute; D&amp;#8217;UN VOYAGE
Louis Ferdinand C&eacute;line e Blaise Cendrars
conversazione con Ernesto Ferrero e Francesco Forlani
In collaborazione con l&amp;#8217;Associazione Terrainvague Culture du Monde en Fran&ccedil;ais
venerd&igrave; 16 dicembre &amp;#8211; ore 21.00
Biblioteca civica Centrale
via della Cittadella 5 &amp;#8211; tel. 011 4429836">1</a></sup></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/390_1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-41010" title="390_1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/390_1.jpg" alt="" width="295" height="204" /></a></p>
<p style="text-align: right;"><em>alla mia amica Gabriella</em></p>
<p style="text-align: left;">Portare in giro Patrioska è stato per me l&#8217;occasione di incontro con delle realtà artistiche presenti sul territorio assai straordinarie. Non so quanti conoscano il lavoro che svolgono i ragazzi del <a href="http://www.teatrocivico14.it/">Teatro Civico 14</a> a Caserta, del <a href="http://www.bolognatoday.it/eventi/teatro/shakespeare-sonnets-playhouse-791454.html">Circolo Pavese</a> di Bologna, Beppe Mecconi al <a href="http://www.castellodilerici.it/">Castello di Lerici</a> o Diego Nuzzo al <a href="http://www.penguincafe.it/">Penguin Café</a> di Napoli e Pasquale e Nicoletta alla <a href="http://www.locandatlantide.com/">Locanda Atlantide </a>di Roma. Scene indipendenti in cui, per una sera, protagonista fu la main coupée di Blaise Cendrars. Perché nello spettacolo uno dei tre atti era dedicato a un episodio raccontato da Blaise Cendrars in <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/per-una-storia-della-sbronza-blaise-cendrars-e-amedeo-modigliani/">Bourlinguer</a> e che narra l&#8217;amicizia del poeta con Amedeo Modigliani. Ieri, in un incontro con i ragazzi di un istituto professionale di Aosta, dove tra gli altri ho utilizzato alcuni materiali di Nazione Indiana a cura di Orsola Puecher, sono partito proprio da qui, da questo racconto.<br />
Per chi non volesse rileggerselo, ma sarebbe un peccato, Blaise Cendrars racconta di una sbronza consumata lungo la Senna insieme all&#8217;amico italiano. Provocato dalle lavandaie di un bateau-lavoir che è giusto di fronte, Modì tenta di raggiungere la prescelta, &#8220;la più brutta&#8221;, per darle un bacio sulla bocca in cambio di una bottiglia. Il tentativo di camminare sulle acque evidentemente fallisce e il nostro, non sapendo nuotare, cola rovinosamente a picco rischiando di annegare. A salvarlo, ovvero a dargli una mano, è proprio Cendrars, che però nel momento cruciale realizza la propria condizione di &#8221; manchot de la main droite &#8220;, mano perduta in guerra.</p>
<p><em>&#8220;Quando lo afferrai per i capelli, mi trovai impacciato non avendo che un solo braccio. Un vigoroso colpo di talloni mi fece risalire in superficie, e il padrone del lavatoio, che era saltato su una barchetta ci ripescò.&#8221;</em> Scrive Cendrars.<br />
Il momento secondo me più emozionante di questo racconto che peraltro ci informa del fatto che Modì odiasse essere chiamato per nome, Amedeo, è quando il poeta descrive l&#8217;amico ormai salvo e disteso al suo fianco.</p>
<p><em>&#8220;Modigliani nudo come una mano e bello come un San Sebastiano, vuotava la bottiglia che non aveva mollato e parlava già di come ritentare l’impresa.&#8221;</em></p>
<p>&#8220;Nudo come una mano&#8221; capite? (Intanto si associano in mente due distinte fotografie di Man Ray, di due mani che sembrano dialogare fra loro)</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/hands.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-41015" title="hands" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/hands-300x167.jpg" alt="" width="300" height="167" /></a></p>
<p>Leggendo e rileggendo due straordinarie Memoires di Blaise Cendrars, Bourlinguer (1948) e Le lotissement du ciel (1949), entrambi non tradotti, a mia conoscenza, in italiano, mi sono imbattuto in un <em>&#8220;je ne sais quoi</em>&#8221; che mi ha aperto, tutto ad un tratto un vero e proprio mondo fino ad allora su un secondo piano ma che a mio parere meritava di essere esplorato, riportato in superficie.<br />
Del secondo colpiscono le note ad un ignoto lettore, (pour le lecteur inconnu) che ritroveremo anche in Bourlinguer, in cui si sente la profonda consapevolezza di uno scrittore pre-postumo, una consapevolezza quasi divertita che gli farà scrivere proprio dopo la pubblicazione di questo libro dal titolo a dir poco fantastico, &#8220;La lottizzazione del cielo&#8221;:</p>
<p><em>&#8221; Le lotissement du ciel est le livre qui a fait taire la critique. Pas un seul grand ténor n&#8217;a donné. Ce n&#8217;est pas un mince résultat.&#8221;</em> (<em>un libro che ha zittito la critica</em>)</p>
<p>In Bourlinguer, quel che ha attirato la mia attenzione è stato invece il &#8220;segno&#8221; che Blaise Cendrars lascia in due casi, accanto alla dedica riportata in esergo di ogni capitolo. La formula riporta la dicitura : <em>ma main amie au deporté de Lipari</em> (Malaparte), <em>avec ma main amie</em> (Henry Miller).<br />
Di quale mano parla? Della destra, coupée-coupable, ovvero della mano colpevole che in guerra serviva a premere il grilletto della mitragliatrice, a lanciare granate, spesso vittima proprio del fuoco amico, dell&#8217;esplosione dell&#8217;arma, della macchina, al momento dell&#8217;esplosione o di quell&#8217;altra che rendeva incerta la scrittura, della mano sinistra che suppliva la mancanza?</p>
<p>Grazie a una studiosa di Cendrars, Viviana Gregotti incontrata proprio ad Aosta ho potuto vedere la cartolina che la vedova del poeta le aveva regalato durante una sua visita a Lausanne, in cui è riprodotto il ritratto di Cendrars realizzato da un amico pittore. Il poeta è sdraiato sul letto, quasi seduto e sulla sua destra, appoggiato sulla coperta c&#8217;è un libro. Rispetto a molte fotografie in cui quasi non si vede il vuoto lasciato dal braccio amputato all&#8217;altezza del gomito a causa delle ferite di guerra, nel ritratto quel vuoto è quasi in primo piano, è tangibile. E quel vuoto è in grado di reggere un libro, sfogliarlo, afferrarlo, altrimenti non si capirebbe perché si trovasse proprio lì, ovvero nel posto più scomodo rispetto all&#8217;unico braccio, all&#8217;unica mano in grado di farne qualcosa. E il pensiero questa volta corre all&#8217;Hidalgo, a Cervantes, che aveva subito lo stesso destino.</p>
<p>Sono andato così a riprendermi un libro che per i miei quarantanni, Gabriella, della libreria francofona Voyelles di Torino, mi aveva regalato. Una bellissima edizione Buchet-Castel, delle fotografie di Doisneau consacrate a Cendrars. La prima cosa che salta agli occhi è una lettera che il poeta invia all&#8217;amico e che si conclude con il rituale saluto, <em>ma main amie, Blaise Cendrars</em>.<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/9782283020722FS.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-41017" title="9782283020722FS" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/9782283020722FS-237x300.gif" alt="" width="237" height="300" /></a></p>
<p>Riguardando le foto, che all&#8217;epoca in cui viviamo avrebbero certamente suscitato uno <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/01/03/a-gamba-tesa-ma-non-troppo/">scandalo</a> visto che nella maggior parte di esse, compresa quella in copertina, il nostro ha una sigaretta fra le labbra, mi sono imbattuto su un testo tratto da &#8220;la mano mozza&#8221; e che mi ha lasciato senza parole. In appena due pagine stabiliva un lien, una connessione a dir poco illuminante.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/9788882462383g.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-41016" title="9788882462383g" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/9788882462383g.jpg" alt="" width="200" height="319" /></a><br />
« Mais le cri le plus affreux que l’on puisse entendre et qui n’a pas besoin de s’armer d’une machine pour vous percer le cœur, c’est l’appel tout nu d’un petit enfant au berceau : « Maman ! Maman ! » que poussent les hommes blessés à mort (…) et ce petit cri instinctif qui sort du plus profond de la chair angoissée et que l’on guette pour voir s’il va encore une dernière fois se renouveler est si épouvantable à entendre que l’on tire des feux de salve sur cette voix pour la faire taire (…) par pitié…par rage…par désespoir…par impuissance…par dégoût…par amour, ô ma maman ! ».</p>
<p>Le urla più insostenibili, spaventose, terribili, ci dice Cendrars, erano quelle dei feriti a morte che gridavano &#8220;Mamma, mamma!&#8221; che paragona a quelle dei piccoli nelle culle. Grida a cui i soldati nelle trincee, scrive, tendevano l&#8217;orecchio per vedere se si fossero ripetute ancora, per un&#8217;ultima volta e così spaventose che si sparava su quelle voci per farle zittire.</p>
<p>Allora <em>ô ma maman, ma main,</em> mano mia, ci verrebbe da aggiungere.<br />
Così potremmo parlare del secondo capitolo di Bourlinguer, intitolato <em>Naples,</em> in cui Cendrars si definisce <em>napoletano d&#8217;occasione</em> e dove si racconta come all&#8217;età di quattro anni avesse pianificato con la complicità di un mozzo di bordo, napoletano, Domenico, il proprio rapimento per fuggire a New York. E quasi ci crede fino a quando il marinaio non lo consegna, alla fine della traversata proprio a colei da cui voleva fuggire, sua madre. Ma questa è un&#8217;altra storia. Blaise Cendrars a New York ci ritornerà giovanissimo per scrivere uno dei suoi più straordinari poemi, <em>Les Pâques à New York</em> , di cui Orsola vi darà notizia su Nazione indiana.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/14/a-ma-main-alcune-note-su-blaise-cendrars/">à Ma main: alcune note su Blaise Cendrars</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_41009" class="footnote">LA POSSIBILITÉ D&#8217;UN VOYAGE<br />
Louis Ferdinand Céline e Blaise Cendrars<br />
conversazione con Ernesto Ferrero e Francesco Forlani<br />
In collaborazione con l&#8217;Associazione Terrainvague Culture du Monde en Français<br />
venerdì 16 dicembre &#8211; ore 21.00<br />
Biblioteca civica Centrale<br />
via della Cittadella 5 &#8211; tel. 011 4429836</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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		</item>
		<item>
		<title>Indypendentemente: per una cartografia delle librerie indipendenti (IL Terzo Luogo &#8211; Sarzana)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-terzo-luogo-sarzana/</link>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 19:11:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
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		<category><![CDATA[TQ generazione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/foto.jpg"></a><br />
<em>Questionario Librerie Indipendenti</em>: risponde la libraia <strong>Chiara Lasagni</strong> della <a href="http://ilterzoluogo.wordpress.com/">Terzo Luogo</a> di Sarzana.<br />
A cura di <strong>effeffe</strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-terzo-luogo-sarzana/#footnote_0_40958" id="identifier_0_40958" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Comincia con questa intervista l&#38;#8217;inchiesta sulle librerie indipendenti che sto curando per il movimento TQ">1</a></p>
<p><em>Ci parli della tua libreria? Presentazione, storia, caratteristiche sul territorio, criticità e anche dei momenti belli tosti, se ti va</em></p>
<p>“Il terzo luogo” è una libreria generalista che si trova nel centro storico di Sarzana, in Lunigiana, nata nel marzo del 2010. Spiegare perché l’abbiamo chiamata così ha spesso costituito il modo più immediato per presentare la nostra libreria, o meglio, l’idea originaria di libreria che ci ha guidati nell’aprire questa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-terzo-luogo-sarzana/">Indypendentemente: per una cartografia delle librerie indipendenti (IL Terzo Luogo &#8211; Sarzana)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/foto.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/foto-300x199.jpg" alt="" title="foto" width="300" height="199" class="alignleft size-medium wp-image-40972" /></a><br />
<em>Questionario Librerie Indipendenti</em>: risponde la libraia <strong>Chiara Lasagni</strong> della <a href="http://ilterzoluogo.wordpress.com/">Terzo Luogo</a> di Sarzana.<br />
A cura di <strong>effeffe</strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-terzo-luogo-sarzana/#footnote_0_40958" id="identifier_0_40958" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Comincia con questa intervista l&amp;#8217;inchiesta sulle librerie indipendenti che sto curando per il movimento TQ">1</a></sup></p>
<p><em>Ci parli della tua libreria? Presentazione, storia, caratteristiche sul territorio, criticità e anche dei momenti belli tosti, se ti va</em></p>
<p>“Il terzo luogo” è una libreria generalista che si trova nel centro storico di Sarzana, in Lunigiana, nata nel marzo del 2010. Spiegare perché l’abbiamo chiamata così ha spesso costituito il modo più immediato per presentare la nostra libreria, o meglio, l’idea originaria di libreria che ci ha guidati nell’aprire questa. Il suo nome si rifà al concetto di third place formulato da Ray Oldenburg nel saggio The Great Good Place, dove l’autore, com’è noto, individuava per le nostre esistenze tre diversi “luoghi”, valorizzando i “terzi luoghi” come gli spazi della socialità, della crescita civile, della partecipazione e condivisione democratica, e differenziandoli così dal “primo luogo”, ossia la casa, l’ambiente famigliare, e dal “secondo luogo”, ossia il contesto lavorativo. La nozione di third place è stata variamente applicata a enti di diversa natura, anche commerciali − come appunto una libreria −, ma accomunati dalla capacità di offrire spazi di socialità e condivisione.<br />
<span id="more-40958"></span><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/autori_alessandro-12.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/autori_alessandro-12.jpg" alt="" title="autori_alessandro-12" width="250" height="227" class="alignright size-full wp-image-40960" /></a><br />
Quando abbiamo concepito l’idea di aprire questa libreria, siamo partiti dall’analisi di tutte le nostre debolezze e abbiamo pensato a quali potessero essere le caratteristiche da ricercare per poter, non dico risolvere, ma quantomeno tamponare queste possibili falle. Privi di una storia e privi di forza contrattuale, ci siamo detti che il modo migliore per guadagnarci un posto al sole dovesse essere quello di fare di essa un luogo in cui poter passare del tempo, in cui la scelta e l’acquisto di un libro potesse essere una pratica slow: un luogo di “libri e incontri” (questo è il sottotitolo che campeggia sulla nostra insegna), intendendo questi ultimi non tanto in riferimento alle presentazioni di autori, ma in primo luogo all’incontro tra le persone insieme ai libri.<br />
<a href="http://ilterzoluogo.wordpress.com/"> Il terzo luogo</a> è una libreria particolare, anzitutto sotto un profilo visivo, o se si vuole estetico. Pur cercando di seguire le regole del buon senso gestionale nella sistemazione ed esposizione dei libri, non ci siamo arresi alla funzionalità, che spesso significa omologazione e anonimato, ma ci siamo arresi solo a ciò che credevamo fosse “bello”. Una volta ci hanno simpaticamente detto che la nostra è una libreria anarchica; ma molte più volte ci è stato detto che da noi ci si sentiva bene, a casa. Forse un lampadario di vetro fucsia è meno professionale che un bel tubo di neon; forse spargere qua e là sedie imbottite in stile antico toglie spazio a quei bei cartonati con pila annessa dell’ultimo biblio-panettone in uscita a novembre; forse delle librerie di legno naturale, simili quelle che potremmo tenere nel nostro studio, o dei grandi tavoli di cartone stampati “stile Fornasetti” sono più difficili da gestire che degli efficienti ripiani modulari di ferro e fòrmica. Ma, accidenti!, sono tutte cose che lanciano messaggi di bellezza e accoglienza: e così, magari, potrà capitare anche che l’ultimo romanzo di Franzen, che sta nella nostra esattamente come in tutte le altre librerie, lo si venga a comprare proprio qui, al Terzo luogo, perché qui, banalmente, si sta bene.</p>
<p>Per fare della nostra libreria un “terzo luogo” abbiamo messo insieme tanti ingredienti. La stanza che ospita la sezione di cucina, viaggi, giardinaggio è di fatto quella che abbiamo chiamato “saletta lettura&amp;caffé”, dove ci si può fermare a leggere o a chiacchierare con gli amici, dove si può prendere un caffé o un the, o si può studiare o navigare in internet, scambiare libri nell’angolo book-crossing. La stanzetta dei bambini ha una libreria di legno fatta a casa, un lampadario a forma di balena, sgabellini e libri per i più piccoli ad altezza dei più piccoli; quando ci sono bimbi che entrano in negozio annunciando compìti: «Vado nella “mia” stanza», la cosa ci fa molto piacere! Abbiamo lasciato inoltre due pareti libere, vicino alla sezione dell’arte, musica e cinema, per ospitare mostre; già un discreto numero di artisti ha esposto da noi, come AnonymousArt, Simona Lombardi, Beppe Mecconi, Beatrice Meoni e diversi altri. Gli spazi sono certo angusti e inusuali. Gli artisti si devono in parte adattare nella scelta dei formati e delle disposizioni; ma l’effetto è sempre stato molto stimolante, l’accostamento tra libri e opere carico di significato. È in questo contesto, ad esempio, che è “germogliato” (è il caso di dirlo) il progetto Talee di Beatrice Meoni, un’idea “per librai rizomatici”, come recitava il titolo di un post pubblicato sulla stessa Nazione Indiana (<a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/08/12/talee-unidea-per-librai-rizomatici/" rel="nofollow">http://www.nazioneindiana.com/2010/08/12/talee-unidea-per-librai-rizomatici/</a>), un’iniziativa che, nata qui a Sarzana nella sua forma base, è stata poi presentata al Pisa Book Festival del 2010 ed è diventata una mostra itinerante e una performance di lettura pubblica che ha coinvolto tante librerie indipendenti in tutta Italia, con soluzioni artistiche sempre diverse (vd. <a href="http://talee-talee.blogspot.com/">il sito di Beatrice Meoni</a> )<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/310621_10150332450269339_209170914338_7757474_1294659984_n-150x150.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/310621_10150332450269339_209170914338_7757474_1294659984_n-150x150.jpg" alt="" title="310621_10150332450269339_209170914338_7757474_1294659984_n-150x150" width="150" height="150" class="alignleft size-full wp-image-40961" /></a><br />
Infine, ovviamente, ci sono tutte le iniziative che si possono organizzare in una libreria. Il lavoro è faticoso, ma abbiamo cercato di non abbassare mai la guardia su questo punto e di proporre sempre qualcosa di nuovo, di ricordare sempre ai lettori che “esistiamo anche noi” (per una libreria di nuova apertura non è cosa scontata), di presentarci come terzo luogo portatore di un’idea culturale. Abbiamo organizzato molti incontri con autori (e ricordiamo tra gli altri Fabio Geda, Davide Longo, Marco Malvaldi, Simone Perotti, Emiliano Poddi), non solo di narrativa, ma anche di saggistica. Abbiamo inventato “L’Aperilibro”, un aperitivo in libreria con i consigli del libraio. Abbiamo organizzato piccole maratone di lettura spontanea, coinvolgendo i nostri più affezionati lettori.</p>
<p>Certo che è dura, molto dura. Abbiamo lasciato la Torino dalle cento librerie per la provincia, dove ci sarebbero state più probabilità di non essere fagocitati in poco tempo, o di non riuscire a partire mai. Sarzana è un pezzo di provincia bello e interessante; è un microcosmo che va battuto palmo a palmo e che regala scoperte. Ci sono molti lettori di qualità (non solo “lettori forti”, che possono essere anche solo dei mangia best-sellers, ma “lettori dalle scelte forti”), e diverse iniziative culturali, tra cui, com’è noto, il Festival della Mente, che probabilmente varrà a Sarzana l’ingresso nel circuito delle Città del Libro, come avrebbe annunciato Rolando Picchioni in occasione dell’ultimo Salone del Libro di Torino. Però non siamo gli unici qui a Sarzana; e in fondo, pur potendo dire di essere decisamente riusciti a posizionarci, siamo il vaso di coccio tra una libreria che esiste da trent’anni ed una molto più giovane, ma di marchio Mondadori. Certo, siamo consapevoli che andare ad aprire una libreria in un posto che ne è sempre stato privo equivarrebbe a vendere i proverbiali frigoriferi al Polo Nord per aver intravisto le meravigliose opportunità di un mercato privo di concorrenza.</p>
<p>Anche detto questo, tuttavia, la posizione da vaso di coccio ancora rimane. E poi Sarzana è un piazza commerciale del tutto discontinua. Ci sono picchi rappresentati non solo dal Natale, ma anche dai giorni del Festival della Mente; ci sono momenti molto buoni, in cui Sarzana riceve continui flussi dalle vicine località della Liguria e della Toscana, come la stagione estiva e il periodo della Soffitta in Strada in particolare (noi stiamo in una delle vie degli antiquari e per l’intera la stagione chiudiamo tutti i giorni a mezzanotte). Ma ci sono anche momenti (ottobre-novembre e febbraio-marzo) in cui verrebbe quasi voglia di chiudere, se non fosse che tutto sembra sospeso, tranne l’affitto!</p>
<p>«Momenti belli tosti», ci chiede Francesco Forlani. Di momenti belli tosti ce ne sono continuamente e non dimentichiamoci che, per di più, siamo in un momento di totale depressione dei consumi, che i libri in Italia continuano a rimanere sconsideratamente cari (ma non ne si potrebbe calmierare i prezzi come beni di prima necessità?) e che in fondo, per quanto sia giusto − soprattutto per giovani librai come noi − continuare a ingegnarsi per migliorare la redditività della libreria e aumentarne i clienti, dobbiamo essere anche abbastanza consapevoli del fatto che questo è il momento della resistenza-resistenza-resistenza e che cavare il sangue dalle rape, o in altre parole, aspettarsi tanto dai clienti quando noi stessi abbiamo abbattuto tutti i nostri consumi, sarebbe un pensiero ingenuo.</p>
<p><em>Quando entri in una libreria (da lettore, cliente) cosa osservi? Che cosa attira la tua attenzione?</em></p>
<p>È difficile entrare in una libreria da semplice lettore adesso che ne abbiamo una, e certo le cose che si osservano sono molte e sono diverse da quelle che cercavamo tempo fa! Il primo particolare a cui guardiamo sono le vetrine; anzi, devo dire che spesso è la cosa su cui capita di soffermarsi di più. Le vetrine non possono raccogliere che una piccola parte dei libri esposti con evidenza all’interno; esse, quindi, hanno per la libreria la stessa funzione che un abstract ha per un articolo scientifico. M’interessa? Non m’interessa? Guardo la vetrina ed è lì che lo stabilisco. Una disposizione dei libri e un layout generale privo di qualunque guizzo di fantasia mi avverte di un possibile grigiore mentale del libraio. I ripiani foderati da moquettina beige, ispessita da uno strato di polvere trentennale mi preparerà alla scena di un negozio angusto, costituito al settanta percento da un magazzino inaccessibile, dove solo un libraio-Caronte, trincerato dietro al suo banco di legno, saprà trovare a memoria il libro che gli sto chiedendo. Una vetrina baluginante di luce e inutilmente spaziosa, dove, a discapito della possibilità di esporre molti titoli si preferisce ripeterne uno o due come un mantra consumistico (è uscito l’ultimo di Carofiglio, te lo metto a -25%, è uscito l’ultimo di Carofiglio, te lo metto a -25%, è uscito l’ultimo… ecc. ecc.), mi aprirà al meraviglioso mondo del Pensiero Unico; facendo lo slalom tra pile di novità e cartonati (attenzione al riflesso del neon sul pavimento lucido), si raggiungerà il banco unicamente per dire al ragazzotto che ci sta dietro (o al computer con annesso ragazzotto): «Senta, volevo solo avvisarla che Pensiero debole di Vattimo non sta nella psicologia e Hitler di Giuseppe Genna non sta nella storia»; il tizio ci risponderà: «Ah, io non lo so questo, però può avvertire gli addetti dei reparti». Noi dagli addetti non ci andremo, ma usciremo comunque dalla libreria soddisfatti della nostra piccola opera di disturbo no-global. Poi ci sono le librerie indipendenti che scimmiottano queste ultime e questo fatto, ancora una volta, lo vedi dalla vetrine. E lì ti viene un po’ di tristezza, ti viene voglia di entrare e di dire al libraio: «Ma tu sei consapevole che per Loro non sei importante, che la tua è una bottega? Lo sai che tu, lo sconto del 25% sul nuovo romanzo di Murakami non lo potrai fare mai e poi mai a meno di non volerlo cedere gratis ai tuoi clienti?».<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/img_5374.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/img_5374-300x214.jpg" alt="" title="img_5374" width="300" height="214" class="alignright size-medium wp-image-40962" /></a><br />
Infine ci sono librerie con vetrine che non sono nulla di quello che ho descritto sino ad ora. Con vetrine che ci fanno dire «Sì, m’interessa». E a quel punto capita di prendere su il taccuino per segnarci titoli particolari che ci siamo persi: se li ha scelti questo libraio, che sembra proprio in gamba, dobbiamo ordinarli anche noi. Ultimamente c’è un’altra cosa che attira la nostra attenzione. Gli sconti. O meglio, il modo in cui le librerie di catena abbiano cercato di aggirare subito le maglie (non troppo strette) della Legge Levi sul prezzo del libro, entrata in vigore, com’è noto, a settembre.</p>
<p> I libri possono essere scontati al massimo del 15%: e allora giù vetrine e ripiani interi di titoli, tutti, ma proprio tutti scontati del 15%! La prima volta che abbiamo visto una cosa così (era una Feltrinelli) devo dire che è stato un pugno nello stomaco. Nessuno noi potrebbe riuscire a fare una cosa del genere, a meno di non richiedere allo Stato sussidi per librai filantropi e di non cercarci un secondo lavoro notturno. E poi ci sono le campagne (25% per un mese al massimo per singole collane o edizioni) e teoricamente a queste dovrebbero poter aderire tutti, belli e brutti. E invece abbiamo ben visto come il 19 ottobre di quest’anno, all’uscita del romanzo Il silenzio dell’onda di Carofiglio, a poco tempo dall’entrata in vigore della Legge Levi, l’editore Rizzoli abbia prontamente trovato il modo di “gabbare lo santo”, non solo applicando un ribasso del 25% a un unico titolo di nuova pubblicazione (questa non è una campagna!), ma evitando di ritoccare lo sconto ai librai, cosa che ha permesso solo alle catene, che hanno ben di più di uno scarso 30% di ricarico, di poter partecipare a una festa da cui molti sono stati esclusi a loro insaputa, dato che il tutto è apparso chiaro solo con l’uscita del libro. Adesso, proteste o non proteste (vedi ad esempio la lettera a Carofiglio dell’Alsi, l’Associazione dei librai indipendenti sardi), la cosa si è ripetuta con 1Q84 di Murakami.</p>
<p>E ai lettori, noi, cosa dovremmo dire? Ben poco. Però, potremmo buttargli lì un concetto: non solo c’è 1Q84 che loro possono acquistare a 15 invece che a 20 euro, ma ci sono un sacco di altri libri, che vengono fatti uscire senza particolari strategie di lancio e che vengono messi a 18, 20, 22 euro quando potrebbero costarne (come prezzo di copertina intendo!) 12, 13 o 15; e sarebbe già tanto. E poi potremmo dirgli anche un’altra cosa. Che noi (e tanti come noi), quando facciamo le vetrine, quando scegliamo i titoli uno a uno, senza agenti o automatismi vari, non pensiamo a quello che “va sul mercato”, ma a quello che piace ai lettori che ci frequentano. Abbiamo venduto molte ma molte più copie della Rivoluzione del filo di paglia di Masanobu Fukuoka che di Cotto e mangiato di Benedetta Parodi. Ecco: da noi si trovano meno sconti, ma più rispetto. Questo è il nostro 15% su tutti i titoli. E non sono cose da ignorare.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/img_5451-150x150.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/img_5451-150x150.jpg" alt="" title="img_5451-150x150" width="150" height="150" class="alignleft size-full wp-image-40963" /></a><br />
<em>Come definiresti una libreria indipendente?</em></p>
<p>È una domanda più complessa di quanto si può pensare. La prima risposta, quella che mi verrebbe di getto, sarebbe di dire: libreria indipendente non vuol dire niente, è un termine che mi sta antipatico, è un termine abusato. Noi siamo una libreria “normale”, questo vorrei dire. Facciamo parte dei normali. Poi ci sono gli editori che fanno anche i distributori e i librai, come Mondadori, Giunti o Feltrinelli; quelli che fanno i grossisti e i librai, come Fastbook-Ubik, o quelli che non paghi di supermercati e ipermercati aprono anche librerie, come la Coop. Non si tratta solo di essere una catena o un franchising. Si tratta di concentrazioni di potere. E, questo, mentre tutti quegli altri, i librai normali, lavorano in maniera normale e hanno normali rapporti con case editrici e distributori o grossisti; e se per caso si mettono a fare anche gli editori o a vendere i propri libri on-line lo fanno spesso a costo di fatiche raddoppiate. Di certo tra questi normali ve ne sono di più o meno indipendenti. Indipendente è una parola, ma le situazioni sono tante. E se questa parola dobbiamo usarla solo per definire in generale le librerie non di catena, tanto vale dire semplicemente che, appunto, “non sono di catena”; tanto più che molte di esse sono in realtà alquanto “dipendenti”, se si guarda la faccenda dal punto di vista dei conti da far quadrare a fine mese!</p>
<p>Se le librerie indipendenti fossero solamente quelle “non di catena” sarebbe inutile impostarci sopra un qualunque discorso culturale. Se un libraio sceglie i titoli solo badando a novità e classifiche, se lascia carta bianca agli agenti, se si stipa il negozio di paccottiglie commerciali solo per il fatto che gli vengono proposte con un quaranta per cento di sconto, si può dire che egli sia un “libraio indipendente”?</p>
<p>Possiamo dispiacerci molto se per caso è costretto a chiudere, ma non fare grandi battaglie perché questo non avvenga. Direi allora che l’unica maniera di farmi piacere l’uso della parola “indipendente” è di dire che “indipendente” è la libreria che risponde non solo a una logica commerciale (che pure deve essere presente), ma anche a una propria idea culturale, di cui vuole farsi portatrice sul territorio, tra i suoi lettori e anche nei confronti degli editori ed autori. Una libreria di questo genere non può ovviamente essere indipendente nel senso proprio della parola;  l’indipendenza indica una libertà nei confronti dell’esterno e noi non siamo botteghe artigiane, ma anelli (più deboli di altri) di una catena. Può però essere “autonoma”: l’autonomia è la capacità di seguire “il proprio nomos”, le proprie leggi, senza disegnare la propria identità su logiche acquisite dall’esterno, importate acriticamente. Una libreria di questo genere rappresenta non solo lo sbocco finale di un ciclo di produzione, ma anche il “filtro” finale di quella produzione: un filtro che può lasciar passare con abbondanza alcune cose e bloccarne altre. In un mondo utopico in cui esistesse solo questo genere di librerie, gli effetti di ritorno che questo stato di cose potrebbe avere sull’editoria si farebbero sentire, eccome. Sembra che oggi gli editori (e, ovviamente, mi riferisco soprattutto ai più grandi) abbiamo perso la capacità perseguire un progetto culturale che ne conformi l’identità e che sia in grado di avere una qualche influenza sulla società. L’impressione è che sparino nel mucchio, sapendo che quel colpo che andrà a bersaglio dovrà ripagare le tante pallottole sprecate per mancanza di mira. I libri in uscita ogni anno sono infiniti; pochi se ne salvano e quasi tutti scadono con la velocità di uno yogurt; quasi tutti costano di più di quel che dovrebbero. I librai, dal canto loro, sono parte di questo flusso, sono costretti a cicli di rotazione altissimi e a un aggiornamento continuo che fa di essi persone non più colte e informate, ma forse solo un po’ più stressate. In un mondo ideale, o se vogliamo in un’Italia ideale, in cui i librai fossero tutti autonomi e non avessero alcun Leviatano che gli fiata sulle spalle, questa produzione saturata e saturante di libri verrebbe rimbalzata al mittente, che si troverebbe costretto a cambiare sua rotta, a rallentare la catena di montaggio per ricercare la qualità; anzi, anche solo per fare ricerca, una cosa che dovrebbe essere vitale per un editore e appare invece un orpello fuori moda.</p>
<p><em>Ci sono in Italia organizzazioni associazioni, strutture dedicate alle librerie indipendenti?</em></p>
<p>L’unica che conosciamo direttamente è l’ALI, l’associazione di categoria ufficiale dei librai indipendenti, ma sappiamo che in Italia sono nate alcune esperienze associative che generalmente mettono assieme librai indipendenti con piccoli-medi editori di proposta e che partono dai primi, come LiberiLibrai o l’Associazione dei Librai Sardi, oppure dai secondi, come il gruppo dei Mulini a Vento. Un po’ di tempo fa era nato a Torino il progetto SlowBook, di cui invito a leggere il <a href="http://www.slowbook.org/il%20progetto%20slow%20book.pdf">programma</a> , che mi pare molto interessante, anche se sinceramente non so che seguito abbia al momento attuale. Non so in quale misura organizzazioni di questo genere possano essere di supporto ai librai indipendenti. Rappresentano tutte occasioni per uno scambio di idee e informazioni, o per creare momenti di sensibilizzazione; ma poi, ognuno torna nella sua libreria e continua a lottare come prima con la concorrenza sleale degli sconti, gli affitti troppo alti, le condizioni dei distributori. Qualunque nuova iniziativa di questo genere non deve cercare semplicemente di “fare rete” tra le librerie indipendenti, ma deve tentare coinvolgere librai, editori, autori e lettori per inventare qualcosa di nuovo. Il commercio equo-solidale, i gruppi d’acquisto, i prodotti a chilometro-zero: e se queste esperienze, rivedute e corrette, potessero finire anche nel mondo dei libri e delle librerie indipendenti?</p>
<p><em>Che cosa ti piacerebbe che fosse la tua libreria?</em></p>
<p>Da quello che ho raccontato sino ad ora penso sia emerso abbastanza chiaramente come abbiamo inteso e continuato a intendere la nostra libreria, Il terzo luogo. Se dovessi aggiungere qualcosa su “cosa mi  piacerebbe che fosse” direi semplicemente questo. Vorrei che fosse il lavoro di una vita. Vorrei che mio marito Alessandro, che è il titolare, potesse scrivere sulla sua carta d’identità “libraio”. E che al Terzo luogo ci festeggiasse la pensione. Siamo una libreria TQ. Siamo librai parte di una generazione saltata, di una generazione annichilita dal termine; una generazione che, forse, ha meno competenze di quelle che avrebbe sviluppato se gliene fosse stata data la possibilità a tempo debito, ma che ha un patrimonio di umanità e conoscenza che non può essere continuamente umiliato, e deve essere tenuto in vita, pena l’estinzione del futuro. Per questo non chiediamo altro che di poter continuare quello che stiamo facendo.</p>
<p><em>Chi cazzo te l’ha fatto fare di fare il libraio?</em></p>
<p>E a te di fare lo scrittore? Adottiamoci!</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/12/05/indypendentemente-per-una-cartografia-delle-librerie-indipendenti-terzo-luogo-sarzana/">Indypendentemente: per una cartografia delle librerie indipendenti (IL Terzo Luogo &#8211; Sarzana)</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_40958" class="footnote">Comincia con questa intervista l&#8217;inchiesta sulle librerie indipendenti che sto curando per il <a href="http://www.generazionetq.org/">movimento TQ</a></li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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		<title>Recensimenti letterari</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/22/recensimenti/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/22/recensimenti/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 08:32:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[censimento 2011]]></category>
		<category><![CDATA[deadline for s mainstream]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
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		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/rece.jpg"></a><br />
L&#8217;Amministrazione mi angoscia. Ho una relazione di tipo K (Kant passa la palla a Kafka) con tutto quello che è scadenza dei termini. Ho con la burocrazia lo stesso maniacale rapporto che ho con le date limite dei generi alimentari, <em>to be on a deadline</em> sulla soglia dell&#8217;invalicabile.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/22/recensimenti/">Recensimenti letterari</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/rece.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/rece-300x165.jpg" alt="" title="rece" width="300" height="165" class="alignleft size-medium wp-image-40830" /></a><br />
L&#8217;Amministrazione mi angoscia. Ho una relazione di tipo K (Kant passa la palla a Kafka) con tutto quello che è scadenza dei termini. Ho con la burocrazia lo stesso maniacale rapporto che ho con le date limite dei generi alimentari, <em>to be on a deadline</em> sulla soglia dell&#8217;invalicabile. Un <em>sistema</em> che violenta con la sua durata-durezza, <em>sistematicamente</em>, le persone che vivono sole, che hanno deciso di non tenere famiglia ma che le famiglie non tengono. Infatti un single, celibe, nubile, uno una che se ne stia per i cazzi propri fa la spesa max su due giorni, altrimenti butta la roba, <em>sistematicamente</em>, controllando sul retro la vaschetta di yogurth (mi piace dirlo alla francese iaùr) o quella di un formaggio ricco di fermenti lattici. Con questa angoscia ho compilato il mio atto di devozione alla statistica. L&#8217;Istat mi è entrata in casa come un agente della Stasi a determinare quantitativamente <em>chaque pièce</em> del mio orizzonte vero, reale ed io mi sono fatto accecare dalla lampada gialla apposta sulla sinistra della scrivania. La stessa che, presumo, mi ha ad un tratto illuminato la capa. E mi sono detto: se coloro che fanno e disfano le pagine culturali (paraculturali porno soft e palliative come le parafarmacie) invece di pubblicare i comunicati stampa delle case editrici manco fossero notizie  Ansa, o di proporre un giro di Monòpoli (vd <a href="http://lavienbeige.wordpress.com/2011/11/20/10-margaret-mazzantini-2/">l&#8217;ottima riflessione di Sergio Garufi </a>) o di recensire i propri collaboratori sulle stesse pagine su cui questi ultimi recensiranno i testi degli amici dei collaboratori, mandassero agli autori un questionario Istat, non ne sapremmo di più sulla genealogia di un&#8217;opera e sulla visionarietà del suo autore?<br />
<span id="more-40829"></span><br />
Magari dividendolo in due parti. Una, diremo noi delle notizie sull&#8217;autore, tipo:</p>
<p><em>8.1 Ha difficoltà nel vedere?<br />
No, nessuna difficoltà, tranne quando mi dicono che vedere le cose come stanno non piace al mercato e ai lettori ( che i lettori si sa passano il tempo al mercato non avendo un cazzo d&#8217;altro da fare)<br />
8.2 Ha difficoltà nel sentire?<br />
No, nessuna difficoltà, se si intende sentire sentire, perché sentire ascoltare, meglio non prestare ascolto al mondo che come lei sa mi distrae dalla creazione della mia opera maggiore.<br />
8.3 Ha difficoltà nel camminare o nel salire/scendere le scale?<br />
No, nessuna difficoltà ma lei ben conosce la lezione del narratore tipo, secondo cui bisogna inchiodare il culo alla sedia e farsi dire dagli altri quello che accade lì fuori per raccontarlo insieme al crucifige e così sia.<br />
8.4 Ha difficoltà nel ricordare o nel concentrarsi?<br />
No, nessuna difficoltà ma poi si sa no, che il romanzo è l&#8217;arte dell&#8217;oblio, e la letteratura un&#8217;arte di distrazione di massa</em></p>
<p>L&#8217;altra sull&#8217;opera, trattandola come una cosa-casa in sé. </p>
<p><em>3.3 L&#8217;acqua calda è prodotta esclusivamente dallo stesso impianto che è utilizzato per il<br />
riscaldamento dell&#8217;abitazione?<br />
No<br />
3.4 Qual è il combustibile o l&#8217;energia usata per riscaldare l&#8217;acqua?<br />
- Energia elettrica<br />
3.5 Di quanti impianti doccia e/o vasche da bagno dispone l&#8217;abitazione?<br />
1<br />
3.6 Quanti sono i gabinetti presenti nell&#8217;abitazione?</em></p>
<p>E finalmente sapere quanti cessi ci sono in casa di Moccia o della Mazzantini. Se Faletti usa PC o MAC, se l&#8217;avanguardia letteraria romana ha la vasca in casa mentre sappiamo che quella del Nord Est è piuttosto doccia. Scoprire che tipo di energia i letterati guru della sinistra adoperano per scrivere opere dai titoli visionari (era dai tempi dei geniali titoli di Peter Sloterdijk, dai famosi <em>Saggi di intossicazione volontaria</em>, che non si leggevano cose tipo: <em>La sinistra? si, ma  a sinistra di che? o Bisogna fare in fretta. Sì ma cosa?</em>)<br />
In fondo le case sono il linguaggio dell&#8217;essere. La frase faceva più o meno così, no?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/22/recensimenti/">Recensimenti letterari</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Sud: avant la fin</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/16/sud-avant-la-fin/</link>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 19:11:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Eleonora Puntillo]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Marialuna Moresca]]></category>
		<category><![CDATA[rivista Sud]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>Carissimi, da oggi pubblicherò qui su NI tutti i materiali che formeranno il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sud_(rivista)">numero 15 di Sud</a>. Si tratta dell&#8217;ultimo numero di un progetto a cui ho avuto l&#8217;onore e la gioia di dedicare diversi anni della mia vita. Il tema sarà quello dell&#8217;Unità d&#8217;Italia (15 + 0) </em><em>revisited</em>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/16/sud-avant-la-fin/">Sud: avant la fin</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Carissimi, da oggi pubblicherò qui su NI tutti i materiali che formeranno il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sud_(rivista)">numero 15 di Sud</a>. Si tratta dell&#8217;ultimo numero di un progetto a cui ho avuto l&#8217;onore e la gioia di dedicare diversi anni della mia vita. Il tema sarà quello dell&#8217;Unità d&#8217;Italia (15 + 0) </em><em>revisited</em>. <em>Le riviste sono fatte così. Nascono, muoiono. Salvo poi rinascere ancora, ritrovando la stessa energia e la voglia che sembravano andate perdute. In questa prima puntata leggerete l&#8217;editoriale di Nora Puntillo cui seguirà tra qualche giorno il mio, mentre l&#8217; immagine che lo accompagna è della giovane  Marialuna Maresca che fa con noi il suo esordio</em> effeffe<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/cover0-1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/cover0-1-210x300.jpg" alt="" title="cover0-1" width="210" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-40756" /></a></p>
<p>                    <strong>EDITORIALE PER SUD  15 + 0  </strong><br />
di<br />
 <strong>Eleonora Puntillo</strong></p>
<p>Niente bandiera bianca. E nemmeno rampogne o lamentazioni sulla condizione della cultura, sulla mancanza di fondi, sulla difficoltà di mantenere una rivista, sui costi di stampa e distribuzione, sulle spese di spedizione, sull’editoria in crisi. S’è detto già tutto, le parole non hanno più senso.<br />
Perciò questo quindicesimo numero lo dichiariamo ultimo con dispiacere ma convinti di aver avuto un ruolo forse nemmeno tanto modesto quando abbiamo riempito le nostre alte colonne tipografiche di parole e segni.<br />
Non è una resa, dunque, ma un guardare oltre, tra l’altro contenti che il nostro SUD abbia saputo sopravvivere parecchio alle ringhiose invettive di chi non altrimenti riusciva a rammaricare di non averci pensato prima.<br />
<span id="more-40755"></span><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Lattesa.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Lattesa-192x300.jpg" alt="" title="L&#039;attesa" width="192" height="300" class="alignright size-medium wp-image-40758" /></a><br />
Eppure di occasioni per ricominciare (cioè non rievocare e rimpiangere, ma esaltare e proseguire) ce n’erano state sotto gli occhi di tutti: nel 1991 in Castel Sant’Elmo la bella rassegna “Fuori dall’Ombra – nuove tendenze nelle arti a Napoli dal ’45 al ‘65” aveva dedicato parecchie bacheche di documentazione al SUD di Pasquale Prunas, ai suoi contenuti e a tutto il mondo artistico e letterario che si aggregò e crebbe intorno, a partire dal 1945 per sette numeri (tre dei quali doppi) fino al settembre del 1947. Il ricco catalogo, poi, recava parecchie pagine sulla nascita e il ruolo della rivista, sui contenuti di grande novità letteraria napoletana, italiana ed straniera; e anche sull’innovazione nell’uso delle immagini (tutte del fotografo Antonio Grassi) e sul “Gruppo Sud di pittura” che radunò artisti visivi decisi anch’essi ad aprirsi al nuovo che veniva dall’Europa, e con esso a gareggiare alla pari. </p>
<p> “Cultura non è casta” diceva il titolo dell’ultimo editoriale di SUD in prima pagina, cui faceva eco l’altro ancor più fumante sull’ultima: “qui il mare è anche una latrina”: sfidiamo chiunque a smentire che non siano titoli degni dell’oggi. In ogni senso.<br />
Nel 1994 poi Giovanni Di Costanzo con la casa editrice Palomar (non napoletana, particolare significativo) riportò alla luce in copie anastatiche i sette numeri di SUD, accompagnati dalla lettera che a Renata Prunas aveva scritto Anna Maria Ortese riconoscendo al fratello Pasquale, a quegli anni, a quegli entusiasmi “rivoluzionari”, a quell’uragano di novità, il suo debito letterario. </p>
<p>Nel maggio 2003, dal gruppo radunato da Francesco Forlani, partì la sfida con un nuovo insediamento nella Nunziatella, dove SUD era nato mezzo secolo prima per iniziativa del figlio del preside-comandante, il colonnello Oliviero Prunas pacifista in divisa, letterato e scrittore apprezzato da Piero Gobetti. Il presidente dell’Associazione ex Allievi della antica scuola militare, Giuseppe Catenacci, assumeva il compito di far da tramite con la Nunziatella di mezzo secolo dopo mentre Renata Prunas insieme a Piero Berengo Gardin curava le pagine dell&#8217;Archivio Sud dedicate ad articoli ed inediti di quella prima gloriosa avventura ; accanto agli scritti di giovani esordienti, di nomi nuovi o consolidati sul piano internazionale, hanno trovato infatti posto anche significative vicende storiche svoltesi fra quelle mura sulla collina di Pizzofalcone, recuperate dagli archivi e dai ricordi.<br />
Il numero Zero del nuovo SUD fu ospitato fra le pagine de Il Mattino, ed ebbe il beneaugurate viatico di alcuni protagonisti del primo, come Antonio Ghirelli, Renato De Fusco, Armando De Stefano, Carla de Riso.</p>
<p> C’è infine un ulteriore motivo di soddisfazione nell’impresa che dichiariamo conclusa, ed è l’aver fatto rientrare il nome dei Prunas nella Nunziatella, da dove, racconta Renata Prunas, all’indomani del trionfo Dc e destre col voto del 18 aprile 1948 “fummo brutalmente sfrattati da un giorno all’altro, mio padre già in congedo, con l’accusa di intendercela con i comunisti”.     </p>
<p>La rivista  ha ospitato firme quali <em>Mariano Bàino, Andrea Camilleri, Marco Giovenale, Vito Riviello, Esteban Buch, Sylvano Bussotti, Ennio Cavalli, Fernando Arrabal,Philippe Pogam, Paolo Graziano, Biagio Cepollaro,Luigi Esposito, Ornela Vorpsi,Lucio Saviani, Giuseppe Catenacci, Mario Bernardi, Pasquale Panella, Béatrice Commengé, Alain Danielou, Orfeo Soldati, Dominique Delcourt, Erri De Luca, Eugenio Barba, Luis De Pablo, Petr Král, Milan Kundera, Jean-Claude Izzo,Giorgio Mascitelli, Milena Prisco, Giuseppe Schillaci,Francesco Pecoraro, Roberto Masotti, José Muñoz, Stefania Nardini, Marco Palasciano, Matteo Palumbo, Silvio Perrella, Felice Piemontese, Martina Mazzacurati, Paolo Mastroianni, Lakis Proguidis, Roberto Saviano, Domenico Scarpa, Giancarlo Alfano,Silvia Tessitore, Piero Cademartori, Helena Janeczek, Antonello Sparzani, Gianni Scognamiglio, Stefano Gallerani,Jean Claude Michèa, Wu Ming, Livio Borriello, Ade Zeno, Carmine Vitale, Margherita Remotti, Saul Bellow, Domenico Pinto, Yasmina Khadra,Francesco Marotta, Adriano Padua, Massimo Rizzante, Andrea Inglese, Alexandra Petrova, Keith Botsford, Roger Salloch, Philippe Schlienger, Roberta Roger Della Volpe, Luca Anzani,Davide Racca, Raffaella Nappo, Antonio Ruffo, Laura Lecce, Vedova Mazzei, Viola Amarelli,Claudio Franchi, Paolo Trama, Gabriella Giordano, Davide Vargas, Ingo Schulze, louis Sclavis, Ernest Pignon-Ernest,Peter Handke&#8230;</em></p>
<p><em>Dal numero 10 fino al suo ultimo numero in corso, le illustrazioni di copertina di Sud sono state realizzate da Andrea Pedrazzini. Il progetto grafico della rivista è di Marco de Luca&#8221;.</em>    </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/16/sud-avant-la-fin/">Sud: avant la fin</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;indivia degli scrittori &#8211; note  sul nuovo supplemento letterario del Corriere</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/15/lindivia-degli-scrittori-note-sul-nuovo-supplemento-letterario-del-corriere/</link>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 14:15:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[antonio tabucchi]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/434px-Witlof_en_wortel-copy.jpg"></a></p>
<p>&#160;</p>
<p>&#160;</p>
<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
Per conoscere un paese a fondo bisogna passare non giorni, mesi, ma anni nelle sue cucine, immergere la lingua nei suoi piatti, consumare le suole nei mercati rionali e condividere, con i quartieri, i generi elementari della vita, esposti come gioielli sulle bancarelle.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/15/lindivia-degli-scrittori-note-sul-nuovo-supplemento-letterario-del-corriere/">L&#8217;indivia degli scrittori &#8211; note  sul nuovo supplemento letterario del Corriere</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/434px-Witlof_en_wortel-copy.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-40745" title="434px-Witlof_en_wortel copy" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/434px-Witlof_en_wortel-copy-217x300.jpg" alt="" width="217" height="300" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
Per conoscere un paese a fondo bisogna passare non giorni, mesi, ma anni nelle sue cucine, immergere la lingua nei suoi piatti, consumare le suole nei mercati rionali e condividere, con i quartieri, i generi elementari della vita, esposti come gioielli sulle bancarelle. Succede addirittura che si scoprano parole e sapori che non si conoscevano, ma solo per ammanco di cultura culinaria familiare, e così fu per me la scoperta del Poireau e dell&#8217;Endive. Ah l&#8217;indivia, Chicon, la chiamano in Belgio, e da una sua derivata vien fuori la scarola -ah la pizza di scarole!! &#8211; e la cicoria da caffé. Il caffé di cicoria è un surrogato del vero caffé, che magari può piacere, per carità, ma resta pur sempre un surrogato. Pare che lo abbia &#8220;prescritto&#8221; Napoleone per far resistere i francesi all&#8217;embargo subito tra il 1806 e il 1813. Per i nostri genitori era sinonimo di guerra, ovvero di mancanza di derrate alimentari. Diciamo che per i più il caffé di cicoria è una ciofeca. Ora, e qui arrivo al punto, se leggo un articolo- ciofeca di un noto scrittore perché generalmente leggo e passo? Perché, seppure tentato di dire, ehi <em>&#8220;chicons&#8221;</em> ma questa non è critica tutt&#8217;al più surrogato di critica, argomentando, mostrando, obbligandomi perfino ad assaporare quella brodazza, salvo poi regalarmi un abbonamento al caffè Mexico di Piazza Garibaldi, mi viene la wallera al pensiero, certezza che immediatamente dopo mi si risponderà che è tutta indivia, pardon invidia, la mia. Mo però, basta.<br />
<span id="more-40742"></span><br />
Per chi si fosse trovato fra le mani l&#8217;inserto del Corriere la Lettura avrà certamente letto due articoli che pur dandosi dignità, nell&#8217;impaginazione e presentazione, di certe imprescindibili confezioni dai nomi esotici e brillanti, Arpeggio, Livanto, Volluto, Indriya, Rosabaya, Dulsão, Fortissio Lungo, Vivalto (il tipo che si è inventato i nomi delle spaziali capsule della Nespresso è un genio!) dalle prime battute presentavano le note dolenti di una disfatta assoluta del palato.<br />
Tralascio l&#8217;orribile articolo <em>Abusi letterari sull&#8217;infanzia</em> di Alessandro Piperno, articolo da proibire ai minori di 21 anni per il sequel di banalità ivi contenute e mi dedicherò a quello di Francesco Piccolo, <a href=" http://lettura.corriere.it/news/se-l’autore-militante-scrive-invettive-invece-di-buoni-romanzi/">se l&#8217;autore militante scrive invettive invece di buoni romanzi. </a><br />
In sintesi,ovvero in mono dose, lo scrittore Francesco Piccolo raccomanda agli scrittori di non dedicare le proprie energie ad altro che ai propri romanzi ( ci parla dell&#8217;impegno politico, ma avrebbe potuto anche dire il disimpegno che pure richiede molte energie, per non parlare dello sport o del sesso, o delle publics relations) perché il rischio è quello di non scrivere libri di qualità.<br />
Bene. La tesi, debole, non aggiunge nulla a quanto già sappiamo e soprattutto non mi sembra mettere in discussione la sua tesi contraria secondo cui non è la quantità di tempo che si dedica a un&#8217;opera ma più sicuramente la qualità di quel tempo, come il compagno di scuderia Antonio Sparzani ha proprio da queste <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/23/ma-di-quale-relativita-parliamo/">pagine, relativamente, in passato mostrato.</a><br />
Il ragionamento dello scrittore Francesco Piccolo, fa acqua da tutte le parti, il che per un caffé, di cicoria o caffé che si dica, non è proprio il massimo. Tralascio il subdolo attacco a Scurati che apre l&#8217;articolo e mi soffermo sulla prima tesi dell&#8217;infinitamente piccolo, scrittore.</p>
<p>Leggiamo, infatti.<br />
<em>Ci sembra di essere bravi se scriviamo editoriali sarcastici contro i politici del momento, se firmiamo appelli in favore della Costituzione, se accorriamo al Teatro Valle occupato. Sia chiaro: nulla da dire su chi sente la necessità di andare in strada a protestare. Anche se tra coloro che poi devono ragionare sui giornali, mettere un po’ di distanza tra sé e i fatti, sarebbe più sensato. (&#8230;)il problema più serio è che, scendendo in piazza, formulando invettive sarcastiche, firmando innumerevoli appelli civili ed etici, noi scrittori veniamo considerati (e ci consideriamo), per questo, degli scrittori di maggior valore.<br />
</em></p>
<p>Di chi parla? A chi, mi sembra chiaro che si stia rivolgendo agli scrittori per esempio del TQ, impegnati da qualche mese in certe sacrosante lotte, da quella sull&#8217;editoria, ai tagli alle biblioteche, dal Teatro Valle occupato agli spazi pubblici. Quello che sinceramente faccio fatica a immaginare è un Lagioia o un Raimo, un Cortellessa o un Inglese, convinto che l&#8217;azione politica migliorerà la propria produzione letteraria o poetica. Apprendiamo altresì che gli scrittori siano coloro che devono &#8220;ragionare sui giornali&#8221;, in una visione della letteratura, da ragioneria delle parole che di certo farebbe rabbrividire molti romanzieri. Io, per esempio, Milan Kundera non l&#8217;ho mai visto ragionare su un giornale.</p>
<p>L&#8217;affondo però, nel significato Titanico di inabissamento è quando dice agli scrittori:</p>
<p><em>L’unico compito che hanno gli scrittori è quello di scrivere, o almeno cercare di scrivere, dei libri che prima loro stessi e poi gli altri giudichino — cercando di dirlo nel modo più elementare e ingenuo possibile — belli. </em></p>
<p>Ripeto, belli. Non necessari, imprescindibili, fondamentali, insomma narrazioni che abbiano un senso, la capacità di costruire mondi, di rivoluzionare linguaggi, di creare una propria &#8220;assoluta&#8221; verità. Che il Piccolo non abbia alcuna nozione dell&#8217;arte del romanzo, questo lo sapevo già, ma che non avesse in tutti questi anni nemmeno per un attimo immaginato che &#8220;la bellezza&#8221; in un&#8217;opera è l&#8217;effetto e non la causa di una costruzione di una storia, questo francamente non me lo aspettavo proprio.</p>
<p>Quando poi ho letto sul finale l&#8217;argomento chiave di questa argutissima e imprescindibile riflessione, mi sono detto ecco, a questo punto chiunque si renderà conto dell&#8217;attitudine truffaldina e un po&#8217; furbetta del nostro. O no?</p>
<p><em>Valga un esempio per tutti, di uno scrittore che ho molto amato quando ero ragazzo: Antonio Tabucchi. Sono molti anni che non scrive libri significativi come i suoi primi, e sono proprio gli anni in cui la militanza civile ha preso il sopravvento.</em></p>
<p>La tesi secondo cui militanza civile e mediocrità letteraria vadano di pari passo viene qui enunciata. Poiché ho molto amato di Tabucchi, oltre ai primi libri anche uno degli ultimi, ovvero <em>il tempo invecchia in fretta</em> di due anni fa,sono andato su wikipedia e ho copiato la bibliografia del nostro riproducendola qui e mettendo in grassetto tutti i titoli scritti a partire dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi tra l&#8217;ottobre del &#8217;93 e il gennaio del &#8217;94 coincisa, secondo il Piccolo con l&#8217; &#8220;<em>engagement politique</em>&#8221; del nostro.<br />
<strong>Opere</strong></p>
<p>Piazza d&#8217;Italia (prima edizione, Bompiani, 1975 &#8211; Feltrinelli, 1993)<br />
Il piccolo naviglio (Mondadori, 1978)<br />
Il gioco del rovescio e altri racconti (prima edizione, Il Saggiatore, 1981 &#8211; Feltrinelli, 1988)<br />
Donna di Porto Pim (Sellerio, 1983)<br />
Notturno indiano (Sellerio, 1984)<br />
Piccoli equivoci senza importanza (Feltrinelli, 1985)<br />
Il filo dell&#8217;orizzonte (Feltrinelli, 1986)<br />
I volatili del Beato Angelico (Sellerio, 1987)<br />
Pessoana mínima (Imprensa Nacional, Lisbona, 1987)<br />
I dialoghi mancati (Feltrinelli, 1988)<br />
Un baule pieno di gente. Scritti su Fernando Pessoa (Feltrinelli, 1990)<br />
L&#8217;angelo nero (Feltrinelli, 1991)<br />
Sogni di sogni (Sellerio, 1992)<br />
Requiem (Feltrinelli, 1992)<br />
<iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/3OlQ762Qh-A" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa (Sellerio, 1994)<br />
Sostiene Pereira. Una testimonianza (Feltrinelli, 1994)<br />
Dove va il romanzo (Omicron, 1995)<br />
Carlos Gumpert, Conversaciones con Antonio Tabucchi (Editorial Anagrama, Barcelona, 1995)<br />
La testa perduta di Damasceno Monteiro (Feltrinelli, 1997)<br />
Marconi, se ben mi ricordo (Edizioni Eri, 1997)<br />
L&#8217;Automobile, la Nostalgie et l&#8217;Infini (Seuil, Parigi, 1998)<br />
La gastrite di Platone (Sellerio, 1998)<br />
Gli Zingari e il Rinascimento (Feltrinelli, 1999)<br />
Ena poukamiso gemato likedes (Una camicia piena di macchie. Conversazioni di A.T. con Anteos Chrysostomidis, Agra, Atene, 1999)<br />
Si sta facendo sempre più tardi. Romanzo in forma di lettere (Feltrinelli, 2001)<br />
Autobiografie altrui. Poetiche a posteriori (Feltrinelli, 2003)<br />
Brescia piazza della Loggia 28 maggio 1974-2004 (D&#8217;Elia Gianni; Tabucchi Antonio; Zorio Gilberto, Associazione Ediz. L&#8217;Obliquo, 2004)<br />
Tristano muore. Una vita (Feltrinelli, 2004)<br />
Racconti (Feltrinelli, 2005)<br />
L&#8217;oca al passo (Feltrinelli, 2006)<br />
Il tempo invecchia in fretta (Feltrinelli, 2009)<br />
Viaggi e altri viaggi (Feltrinelli, 2010)<br />
Racconti con figure (Sellerio, 2011)</strong></p>
<p>A ben vedere e restando al paradigma introdoto dal Piccolo, ci rendiamo conto di come la militanza letteraria di Tabucchi abbia generato capolavori come &#8220;Sostiene Pereira&#8221; o come leggiamo in wikipedia, <em> Si sta facendo sempre più tardi, un romanzo epistolare. Diciassette lettere che celebrano il trionfo della parola, che come «messaggi nella bottiglia», non hanno destinatario, sono missive che l&#8217;autore ha indirizzato «a un fermo posta sconosciuto». Per questo libro gli viene attribuito nel 2002 il premio France Culture </em><br />
Se restassimo dunque al paradigma del Piccolo, il che equivarrebbe a dire che il caffé di cicoria è molto più gustoso di un caffé servito <em>dal professore</em>, in Piazza Trieste e Trento, ci verrebbe da suggerire agli scrittori di mollare i corsi di scrittura creativa, annullare la propria iscrizione alla Holden o chi per essa e recarsi nel primo mercatino delle pulci a portata di mano per acquistare un Eskimo con cui lanciarsi nelle piazze  edittatoriali d&#8217;Italia. Ma così non è, quel paradigma è un insulto alla intelligenza e alla sensibilità di chiunque, converrete no? Allora, tanto meglio andare al mercato, quello sì, per esempio Porta Palazzo a Torino e scegliere le più bianche indivie che vi capitino a tiro perché l&#8217;ingrediente vale. Ah l&#8217;indivia, l&#8217;indivia.</p>
<p><strong>Per una storia dell&#8217;Indivia.</strong></p>
<p><em>La légende veut que ce légume fut « inventé » vers 1830 dans la vallée Josaphat à Schaerbeek. On l’attribue parfois à un paysan qui aurait voulu dissimuler sa récolte dans une cave obscure, durant la période troublée au cours de laquelle la Belgique a conquis son indépendance. Ce fut en tous cas le jardinier en chef du jardin botanique de Bruxelles, Franciscus Bresiers, qui en systématisa le forçage en cultivant la racine de chicorée l’hiver, à l’abri de la lumière et du gel. Des feuilles blanches se développent alors, qui justifient son nom flamand de witloof (feuille blanche). Ce légume d’hiver connut un succès rapide en Belgique sous le nom de chicon (mot dérivé de cichorium), succès qui contamina les pays voisins surtout après la Seconde Guerre mondiale.</em></p>
<p><strong>Post scriptum di uno scrittore pre-postumo</strong></p>
<p>A proposito di invidia e letteratura. Un amico mi raccontò un aneddoto. A Piedimonte Matese c&#8217;era un tipo denominato barone. Non per i natali nobili ma per la dedizione al vino rosso, autrement dit, barolo che non si faceva mai mancare. Così un giorno, attraversando la piazza si sentì da un tavolo: <em>Barò ssì daltonico</em>! Al che lui rispose: <em>ssì bello tu!</em> Ecco questo aneddoto mi serve a spiegare una cosetta che un po&#8217; mi sta sui coglioni. Quando sollecitato da scrittori come Franco Arminio a pubblicare cose sue su nazione Indiana o addirittura a scrivere di esse, rispondo che secondo me quelle cose non valgono e che preferisco occuparmi di altri autori, mi si risponde che non lo faccio perché sono invidioso. Io non invidio nessuno né annovero tra le mie ambizioni quella di essere invidiato. Al contrario di Arminio e di altri vivo con grande gioia l&#8217;altrui successo quando è meritato e se posso spero di contribuire a quello con il poco che ho a disposizione, così come ho fatto con le mie riviste e in luoghi come NI. Ecco.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/15/lindivia-degli-scrittori-note-sul-nuovo-supplemento-letterario-del-corriere/">L&#8217;indivia degli scrittori &#8211; note  sul nuovo supplemento letterario del Corriere</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Note per un libretto delle assenze</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/10/note-per-un-libretto-delle-assenze-3/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/10/note-per-un-libretto-delle-assenze-3/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 10:13:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA["Vigilius Mountain Resort"]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/901820a_1001.jpg"></a></p>
<p><strong>Les veilleuses</strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/10/note-per-un-libretto-delle-assenze-3/#footnote_0_40667" id="identifier_0_40667" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="L&#38;#8217;incipit del racconto, che mi &#232; stato commissionato per un grande albergo del Trentino, &#38;#8220;Vigilius Mountain Resort&#38;#8221;, appartiene a un&#38;#8217;esperienza condivisa qui con Georgia. Il racconto &#232; stato pubblicato in un bel libro a cura, tra gli altri, di Stefano Zangrando ed &#232; possibile sfogliarlo qui">1</a><br />
<strong></strong>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong></strong></p>
<p style="text-align: left;"><em></em><br />
<em> Erano verdi, rosse, e c’erano già da prima della tua venuta. Esistevano da molto tempo prima, nel mondo. Le cercavi con la coda dell’occhio non badando alla luce ma alzandoti facendo leva sui gomiti, oppure lasciandoti quasi cadere dal letto a castelletto, da sopra, perché quando dormivi sotto ce l’avevi dritta davanti a te.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/10/note-per-un-libretto-delle-assenze-3/">Note per un libretto delle assenze</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/901820a_1001.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/901820a_1001-300x213.jpg" alt="" title="901820a_1001" width="300" height="213" class="alignleft size-medium wp-image-40668" /></a></p>
<p><strong>Les veilleuses</strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/10/note-per-un-libretto-delle-assenze-3/#footnote_0_40667" id="identifier_0_40667" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="L&amp;#8217;incipit del racconto, che mi &egrave; stato commissionato per un grande albergo del Trentino, &amp;#8220;Vigilius Mountain Resort&amp;#8221;, appartiene a un&amp;#8217;esperienza condivisa qui con Georgia. Il racconto &egrave; stato pubblicato in un bel libro a cura, tra gli altri, di Stefano Zangrando ed &egrave; possibile sfogliarlo qui">1</a></sup><br />
<strong></strong>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong></strong></p>
<p style="text-align: left;"><em></em><br />
<em> Erano verdi, rosse, e c’erano già da prima della tua venuta. Esistevano da molto tempo prima, nel mondo. Le cercavi con la coda dell’occhio non badando alla luce ma alzandoti facendo leva sui gomiti, oppure lasciandoti quasi cadere dal letto a castelletto, da sopra, perché quando dormivi sotto ce l’avevi dritta davanti a te. Una luce tenue capace di illuminare ogni più recondito angolo, piccola e diffusa per tutta la cameretta. C’era un gesto di madre dietro – non erano certo i padri a chinarsi sulla presa per il lumicino- e insieme al respiro di chi ti dormiva nel letto accanto o in quello di sopra, sotto, c’era una luce appena appena colorata, a farti compagnia</em>.</p>
<p style="text-align: left;">
Piove. Piove e fa freddo. Dicono che nevicherà durante la notte, ma per la notte non ci dovremmo già essere più. Si consegna la merce in albergo e poi si viene via, si scende a valle. Così stasera pioverà, farà fresco ma di certo non nevicherà. Abbiamo cominciato a salire da nemmeno un’ora e già soffriamo le curve, ci guardiamo ogni volta che si supera un tornante con la stessa segreta soddisfazione di chi l’ha fatta franca. Ogni volta che il mezzo si ripiega al tornante, si apre un paesaggio diverso da quello appena lasciato sulla destra. Ora una piccola casa tra gli alberi, poche mura di cinta che emergono dalla vegetazione, i ruderi di un vecchio castello, un fitto bosco, nero, e sull’altra le macchie di neve sulle rocce grigie e bianche, un rifugio isolato sulla cima. Non ci vengono macchine incontro, saranno tutti impegnati i turisti a quest’ora del pomeriggio e così per quanto faccia freddo &#8211; però abbiamo acceso il riscaldamento &#8211; l’attenzione non morde le mani al volante, attanagliate dalla paura di vedersi sbucare davanti qualcuno, all’improvviso.</p>
<p style="text-align: left;"><span id="more-40667"></span>Mettiamo un po’ di musica, cerchiamo una stazione radio che ci faccia del bene ed ecco che in una lingua che non conosciamo bene ma che ci è familiare, ci assalgono le note del ritornello. <em>“Dreh dich nicht um &#8211; oh, oh, oh Der Kommissar geht um &#8211; oh, oh, oh .Er wird dich anschauen, und du weisst warum Die Lebenslust bringt dich um . Alles klar Herr Kommissar?</em> “ Durante la salita la sensazione che hai, è di allontanarti da qualcosa, da qualcuno, e allora senti insieme alla gioia del distacco dei piedi da terra, la vertigine del vuoto che si fa sempre più profondo. Fumiamo, cioè soltanto io, però ci facciamo compagnia anche così, standocene in silenzio nei nostri pensieri. Io e il mio cane Lillo. Hai l’aria contenta quest’oggi, eh Lillo, ti piace la montagna? Correre per i sentieri, inseguire dei gatti selvatici, cervi e cerbiatti, o <em>Lichtkäfer,</em> certo le lucciole, scovandole come la scorsa volta che eravamo venuti ed era quasi buio e tu le annusavi una ad una e scostavi il muso quando si facevano troppo vicine. Lo sai, no? Lillo che era proprio buffo vederle ballare sulla coda elettrica. Comunque lo capisco da solo, da come mi guardi a volte, sarà quella malinconia che ti fa gli occhi liquidi e quasi ci annego in quella tristezza. Ti manca eh? Lo so che ti manca anche se non me lo dai a vedere, e se proprio vuoi saperlo, ma giura che non lo dirai a nessuno neh, giuralo sul dio dei cani di razza, sulla madonna dei bastardi! Tanto lo sai, s’era capito no? anche a me manca, una casa. Una cosa che dici “ ecco mi sento a casa”. Una sosta, eh? Sento che me lo stai per chiedere e vedo una piazzola che fa al caso nostro.</p>
<p style="text-align: left;">
Parcheggiamo il mezzo in modo che al passaggio di macchine lo spostamento d’aria non lo ribalti.<br />
Dai vieni, di qui, ci sono sentieri battuti, e fa in fretta che ho freddo, non vorrai mica che mi ammali? Su Lillo corri a prendermi questo pezzo di legno oltre il fosso, ehi non vorrai mica sfidarmi adesso su chi corre più veloce, dai musone fatti sotto, anticipa il vento che vuole scipparti il bastone. Ah scusa scusa, certo fa pure, se vuoi mi volto dall’altra parte che quando avrai bell’e finito almeno non dovrò pulire il sedere ai marciapiedi, al giardinetto in città. Su, su è ora di andare, non vorrai mica che ci colga la neve al ritorno? Certo che lo so Lillo, che non lo vuoi, su, monta in fretta, ohps, sportelli chiusi si parte.<br />
Mi piace il pomeriggio in montagna per la luce che sembra non volersene andare mai. Il passaggio alla sera lo decidono gli occhi, e nell’aria si espande freschezza pungente, una vasta distesa di campo di elettricità. Quando arriviamo all’albergo però è quasi sera. Ci accolgono con gentilezza. Il direttore, complimentandosi per la serietà con cui lavoriamo, mi dice che “ormai sono di casa” lassù e subito dopo aver firmato la bolla di accompagnamento, ci ha addirittura chiesto di restare a dormire, ospiti, naturalmente. È preoccupato per il ritorno, le previsioni del tempo dicono neve. Ci siamo lanciati uno sguardo con Lillo di complicità come a dire perché no ed abbiamo accettato.</p>
<p style="text-align: left;">
Hai visto? Ti hanno perfino portato una ciotola con l’acqua tutta per te! Sono gentili eh? Ti confesso, che Il portiere di notte, lo farei volentieri sai, però di giorno no, non mi piace dovere per forza cosare alla gente. La notte invece te ne stai zitto, una buonanotte qui, un’altra più in là e ascolti, respiri le cose del mondo che ti porta il cliente ogni volta diverso, ogni volta di un mondo che è il mare, campagna, una grande città lontanissima. E ti sembra che vengano qui, tra le cime più alte solo per potersi guardare casa da così lontano, quasi apprezzarne il valore, delle proprie cose, dell’anima che troppo vicino non scorgi.<br />
Abbiamo mangiato come principi nella sala da pranzo quasi deserta. serviti da camerieri indulgenti con gli abiti nostri poco eleganti. La stanza che ci hanno dato ha un balcone che sembra sospeso sui boschi. Si vedono stelle perfino girando la testa. Poi quando è ormai ora, spegniamo le luci. Per prendere sonno, lasciarci cullare dall’aria che sa di freschezza.<br />
Strano, Lillo che ci possano esserci lucciole in questa stagione. Guarda, due sono entrate da sotto la porta e ora volano in mezzo alla stanza facendo lo stesso rumore degli interruttori. Lo spazio dapprima sommerso nel buio si dilata seguendo il loro volo. Chissà se muoiano davvero a ogni alba. Poi chiudo gli occhi, Lillo dorme da un pezzo e lo sento ronfare. L’immagine di un tempo lontano mi accarezza la fronte. Mi dà un brivido l’acqua di fonte che sgorga dal cuore, che come facendo breccia nella roccia irrora i ricordi.</p>
<p style="text-align: left;">
<em>Erano verdi, rosse, e c’erano già da prima della tua venuta. Esistevano da molto tempo prima, nel mondo .Così se ti veniva d’aprire gli occhi all’improvviso ne scorgevi la mano sicura, i suoi fasci di luce come dita. Spariva durante il giorno come una lucciola. E all’improvviso, al crepuscolo la vedevi apparire. Un respiro lungo senza intermittenza, tra te e tua madre, era</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/10/note-per-un-libretto-delle-assenze-3/">Note per un libretto delle assenze</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_40667" class="footnote">L&#8217;incipit del racconto, che mi è stato commissionato per un grande albergo del Trentino, &#8220;Vigilius Mountain Resort&#8221;, appartiene a <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/07/12/note-per-un-libretto-delle-assenze-2/">un&#8217;esperienza condivisa qui </a>con <a href="http://georgiamada.splinder.com/">Georgia</a>. Il racconto è stato pubblicato in un bel libro a cura, tra gli altri, di Stefano Zangrando ed è possibile sfogliarlo <a href="http://www.mountainstories.it/it/information/17-0.html">qui</a></li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Play time: Giulia Niccolai</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/11/08/play-time-giulia-niccolai-2/</link>
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		<pubDate>Mon, 07 Nov 2011 23:13:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/giulia1.jpg"></a></p>
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<p><strong>Dentro il Quirinale</strong><br />
di<br />
<strong>Giulia Niccolai</strong></p>
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<p>Al Quirinale c’ero stata una volta, l’8 marzo 2006, Festa della Donna, quando mi venne conferita l’onorificenza di Grande Ufficiale. La notizia mi era stata data in gennaio con un telegramma che trovai nella casella della posta, indirizzato al Gr.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/11/08/play-time-giulia-niccolai-2/">Play time: Giulia Niccolai</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/giulia1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-40643" title="giulia" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/giulia1-300x231.jpg" alt="" width="300" height="231" /></a></p>
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<p><em>Frisbees<br />
della vecchiaia</em></p>
<p><strong>Dentro il Quirinale</strong><br />
di<br />
<strong>Giulia Niccolai</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al Quirinale c’ero stata una volta, l’8 marzo 2006, Festa della Donna, quando mi venne conferita l’onorificenza di Grande Ufficiale. La notizia mi era stata data in gennaio con un telegramma che trovai nella casella della posta, indirizzato al Gr. Uff. Giulia Niccolai, che mi fece esclamare: chi è l’idiota che mi fa ‘sto scherzo? Non ne sapevo niente. Non sapevo nemmeno se Grande Ufficiale fosse superiore o inferiore a Cavaliere. Inizialmente mi familiarizzai all’idea accentuando quel Gr. Uff. nel grrrr dei fumetti – il ringhio dei cani – e l’uffa di Uff. che non richiede spiegazione. Ma confesso che assieme alla sorpresa, provavo una gran curiosità: chi diavolo poteva aver suggerito il mio nome?  Ci misi mesi a scoprirlo, addirittura dopo la cerimonia, quando riuscii a contattare una giornalista del Quirinale che non conoscevo personalmente ma che mi confessò di aver letto di me  su La Stampa in uno degli articoli che Marco Belpoliti aveva scritto quell’autunno su vari personaggi da lui accostati e riuniti sotto la comune intestazione di  Eccentrici. Ricordo di aver letto anche quello su Mario Dondero e Giovanni Anceschi. Ero in buona compagnia, non solo, ma anche perché  un Gr. Uff.” eccentrico” lo potevo digerire meglio di un Grrrr. Uffa tout court.<br />
<span id="more-40642"></span><br />
   Ciò che ebbi modo di notare quasi subito fu la confusione, la mancanza di razionalità del cerimoniale di quella sede che può anche essere vista come la cima, la punta di diamante della  piramide di questo paese. Invece, tale l’Italia, tale il Quirinale. Noi cento, centocinquanta donne, “distintesi nella cultura, nella scienza e nel sociale” convocate lì per “ la cerimonia di consegna delle insegne” eravamo ovviamente tutte un po’ vecchiette. Ci riunirono in una bella e lunga galleria, allineandoci in due file: a un lato le signore che non erano potute venire l’anno precedente a ritirare la loro medaglia; all’altro, le festeggiate del 2006. E nell’oretta che passammo in piedi (sedie non ce n’erano), in attesa del Presidente Ciampi, di Donna Franca e della cerimonia vera e propria, spostarono per ben due volte le code tra  loro, come se nessuno del cerimoniale sapesse a quale delle due file il Presidente si sarebbe rivolto per primo a stringere la mano a ognuna. Iniziava da destra o da sinistra? </p>
<p>   Passò il Presidente. Poiché lo stimo molto, provai un vero piacere a stringergli la mano. Subito dietro,  arrivava Donna Franca. La signora prima di me la trattenne un attimo: tra donne, il giorno della Festa della Donna, si riesce ad avere più confidenza. Le disse: spero che resterete per altri sette anni! (Si era alla fine del primo mandato per Ciampi). Per carità! Le rispose Donna Franca e io mi ritrovai col primo sorriso sulle labbra di quella faticosa giornata. Mi sentii a mio agio, e quando Donna Franca mi strinse la mano, mi venne il ridicolo bisogno di confessarle: ma io non ho la più pallida idea di chi abbia suggerito il mio nome! Meglio così – mi rispose lei tutta allegra – la veda come una sorpresa dello Spirito Santo!</p>
<p>   A me, Grande Ufficiale venne una grande allegria e un attimo di deliziosa, demenziale, infantile  innocenza dovuta a  eccessivo rispetto: chissà se lei, come moglie del PRESIDENTE ha una specie di rapporto privilegiato con lui (lo Spritito Santo)…<br />
   (A parte: non proviamo più rispetto per nessuno perché non siamo più innocenti? L’informazione ci sta rendendo egoicamente e stupidamente convinti di essere onniscienti? Che perdita irrecuperabile quella della grandissima gioia di un raro e benefico senso di meraviglia!)<br />
   Poi ci spostammo nella Sala degli Arazzi dove il Presidente, Donna Franca e altre autorità si andarono a sedere – con i corazzieri alle spalle – su poltrone disposte su una pedana di legno alta tre o quattro gradini più della sala.<br />
   Mi venne indicato il mio sedile, in prima fila, accanto a quello di altri due Grandi Ufficiali: Caterina Caselli e Maria Annunziata (le altre signore erano tutte Cavalieri).<br />
   Caterina Caselli e Maria Annunziata parlavano fitto: già si conoscevano o si erano riconosciute per via della televisione. Di me non potevano avere idea di chi fossi. Forse avrebbero potuto sentirsi imbarazzate se avessi tentato di inserirmi nel loro cicaleggio, così  restai per i fatti miei: un po’ Cenerentola senza zucca, scarpetta o lieto fine.</p>
<p>   Sbagliavo. Un lieto-fine, commovente ci fu. Terminata la cerimonia, mi trovavo proprio a lato dei quattro gradini della pedana. Il Presidente e Donna Franca stavano per scenderli ma non c’era corrimano né appoggio di sorta. Si presero per mano per sentirsi più sicuri e avere il coraggio di fare i gradini senza troppi tentennamenti e indecisioni per il timore di perdere l’equilibrio.<br />
   Quello che non posso sapere è se il corrimano mancava quel giorno perché si era rotto e andava riparato, o se in quasi sette anni di permanenza di Ciampi e di sua moglie al Quirinale, nessuno si fosse ancora accorto che alla loro età avevano bisogno di un corrimano, o un qualsiasi appoggio.</p>
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		<title>Camera con vista sul male</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Oct 2011 10:25:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Alluvione delle cinque terre]]></category>
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		<title>Nota di uno scrittore pre-postumo</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Oct 2011 15:09:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong> (In un tempo direi rapidissimo, con l&#8217;ultima copia prenotata da Marco Petrillo abbiamo raggiunto le 200 copie della tiratura Edition Limited. Qui in anteprima la cover di <em>Chiunque cerca chiunque</em>, opera di Marco de Luca che ha curato l&#8217;impaginazione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/15/nota-di-uno-scrittore-pre-postumo/">Nota di uno scrittore pre-postumo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong> (In un tempo direi rapidissimo, con l&#8217;ultima copia prenotata da Marco Petrillo abbiamo raggiunto le 200 copie della tiratura Edition Limited. Qui in anteprima la cover di <em>Chiunque cerca chiunque</em>, opera di Marco de Luca che ha curato l&#8217;impaginazione. I correttori sono al lavoro, in molti hanno aderito alla campagna revisione che come ho già detto si avvarrà dell&#8217;imprimatur di Gigi Spina . Tra una settimana circa andremo in stampa e a metà novembre l&#8217;opera sarà.Grazie a tutti effeffe)<br />
<em>carissimi,<br />
questa estate ho pubblicato a puntate su FB il mio nuovo romanzo </em><em>Chiunque cerca chiunque</em>. Dopo le varie inculate prese per il <a href="http://rebstein.wordpress.com/2010/08/13/turning-doors-i/">Montale</a> (secondo romanzo della mia trilogia degli alberghi) ho deciso che non manderò più un cazzo agli editori. Ho deciso che di <em>Chiunque cerca chiunque</em> saranno stampate duecento copie, numerate e dedicate (e basta). Non saranno mandate alla stampa né agli editori ma solo ai 200 lettori che ne avranno prenotata una copia. Molti di voi non sono su facebook ed ecco perché vi scrivo qui per raccogliere la vostra adesione.<br />
<em> Chiunque cerca chiunque</em> andrà in stampa a novembre nella elegante edizione cartacea, una adelphiana rossa filo-refe, con pagina dedicata unica, della edition limited come dicevo di 200 copie. Il libro costerà 20 euro e sarà disponibile a metà novembre. Vivrà del respiro dei duecento lettori che giunsero fin qui. Merci mes camarades di scrivere a communistedandy@gmail.com in modo da potervi comunicare come fare e per avere i vostri indirizzi fisici.Il romanzo è scaricabile <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/chiunque2012.pdf">qui come pdf</a>.<br />
thanx à todos e todas<br />
<strong>effeffe</strong><br />
<strong>ps</strong><br />
Segue l&#8217;ultimo capitolo scritto pochi giorni fa e la bellissima lettera che Valerio Evangelisti mi ha spedito concedendomi l&#8217;onore di farne la quarta di copertina.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/COVERanteprima.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-40392" title="COVER2" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/COVERanteprima-300x243.jpg" alt="" width="300" height="243" /></a></p>
<p><em>Capitolo trentesimo</em><br />
<strong>Una vecchia Remington</strong></p>
<p>Poi non è che uno mette la parola fine. Mica è così. Tu le città te le porti dentro e fuori. solo che non le vedi e così fai sempre la faccia sorpresa quando la zingara sotto i portici di Place des Vosges ti apre la mano e la sovrasta con un dito. Che quella carte Michelin che è fatta di linee, impronte, fossette callose, tu ci hai impiegato una vita per farla mica niente. E infatti levando lo sguardo per farti la faccia feroce di chi sa tutto, la prima cosa che ti racconta è il passato. E dici cazzo se è vero, ma come l&#8217;avrà mai indovinato mo questa? Proprio come la femmina magrebina che manco avevamo varcato la soglia di casa della festa. da Giambattista e Marie, che mi aveva accompagnato Livia e fuori pioveva, e m&#8217;era piombata addosso sparando come un kalashnikov una serie di domande con una tale velocità che il fumo le usciva di bocca alla fine.<br />
<em>-Tu sei nato a sette mesi eh?</em><br />
<span id="more-40371"></span><br />
<em>-Ti ha salvato uno spirito guida, lo sapevi?</em><br />
<em>-Tu ci sai fare, non ti mancano le occasioni di lavoro, solo che spendi tutto - </em>a quel punto mi aveva preso la mano destra mentre in cuor mio mi dicevo cazzo questa sa tutto di me<em>- e infatti la vedi?</em><br />
<em>- Cosa?- </em>le avevo chiesto<br />
<em>-La mano, c&#8217;è un buco dentro- </em>e mi aveva preso quell&#8217;altra per aggiungere- e pure in questa<br />
<em>- Vuoi dire che ho le stigmate? Che mi faranno Santo?</em></p>
<p>Livia che stava al mio fianco era sbottata in una risata e pure la femmina magrebina</p>
<p><em>- Hai le mani bucate, capisci? Quello che entra così come ti arriva se ne cade giù</em><br />
<em>- E dove va?- le avevo chiesto curioso di sapere cosa mi avrebbe mai risposto</em><br />
<em>- Per terra.</em></p>
<p>Così m&#8217;era venuta in mente quella volta che a passeggio con mio padre alla Rue Miollis, vicino all&#8217;Unesco dove aveva un incontro con quelli del coordinamento delle ONG, a un certo punto mi ero fermato che c&#8217;era una monetina per terra davanti a noi. Mio padre mi aveva chiesto cosa avessi e io gli avevo mostrato l&#8217;oggetto che aveva attirato la mia attenzione.<br />
<em>- Sei fortunato, raccoglila no?</em></p>
<p>Alla sua osservazione le mie gambe avevano ripreso a camminare e di fronte alla sua sorpresa nel non avermi visto raccogliere i venti centesimi gli avevo spiegato perché non m&#8217;ero chinato a prenderli.<br />
<em>- Papà, ma secondo te uno che si abbassa per raccogliere venti centesimi è fortunato o sta proprio inguaiato?</em></p>
<p>Al che si era fatto una risata come gli capitava ogni volta che abbordavamo i grandi sistemi.<br />
Così avevo chiesto alla femmina magrebina quale fosse il rimedio a quel pasticcio del destino. d&#8217;accordo, avevo le mani bucate, però una soluzione si poteva trovare no?<br />
<em>- Devi chiudere i buchi</em><br />
<em>- Chiudere i buchi? E come si fa?</em><br />
<em>- Bastano due cerotti, grandi abbastanza e vedrai che ti rimarrà fra le mani quello che raccogli in giro.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>                                                                      §</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Scrivo queste pagine che è notte, e Parigi mi sta accanto, mi respira dentro che l&#8217;anima sembra una grata da cui sbuffa come un vulcano una qualche linea di metro che porta a spasso le anime dal sottosuolo al mondo.  Sono le pagine di un libro che forse vedrà la luce, anzi una luce l&#8217;ha vista negli occhi di chi in questi mesi ha letto ogni parola in controluce, parole appiccicate ad uno schermo. E così mi chiedo, mettendomi nei panni di un lettore, che poi sono i panni migliori, se tutto quello che ho raccontato è successo veramente. Cesare Pavese la chiamava  &#8220;The Real Thing&#8221;. </em></p>
<p><em>Quando ho terminato di scrivere il capitolo ventinovesimo, il giorno ma sarebbe meglio dire la notte in cui questa lunga ballata accennava al refrain della fine, mi rendevo conto che era trascorso esattamente un anno dalla morte di Patrick Chevaleyre,  l&#8217;anima pura della Bête étrangère. Il suo cuore non aveva retto e il nostro, di tutti coloro che della rivista ne erano le gambe, le braccia, la mente, la pancia, aveva ricevuto una scossa come di un terremoto. Un cataclisma che da molto lontano ti avvisa che qualcosa lì, proprio dove l&#8217;anima aveva eretto il suo domicilio, s&#8217;era divelto, schiantato, distrutto. Che se avessimo messo le nostre mani una sull&#8217;altra, la zingara ci avrebbe raccontato come le nostre carte del destino si fossero mischiate, muovendo ognuno di noi verso altri luoghi, Rio, Londra, Torino, Salonicco, Dublino, Praga,Trento.</em></p>
<p><em>In plein Paris, allora, abitavo con Massimo Rizzante nel cuore della città, tanto per capirci, al 30 rue Beaubourg che uscendo di casa avevamo di fronte il Centre Pompidou, sulla sinistra Notre Dame e alla nostre spalle Les Etages, locale dove il gentile proprietario, Guy, diventato poi come un fratello veniva incontro alla nostra povertà facendoci “credito”.</em></p>
<p><em>Una sera, con una pioggia che sembrava miracolosamente non bagnarci tornavamo proprio dal suo locale. Poveri in canna, dicevo, e con un esame costante della vocazione. Se fossimo stati scrittori, ma dei veri scrittori, perfino la povertà ci sarebbe stata sopportabile. E se non lo fossimo stati? Se in quell’appello gridato a gran voce dal signor Litteratur i nostri nomi sull&#8217;elenco non c’erano, che senso avremmo trovato alla nostra inadeguatezza? Questo ci imbarazzava l&#8217;anima.</em></p>
<p><em>Fino a quando, proprio mentre la pioggia si apriva un varco nella suola delle scarpe e il freddo ci baciava sul collo, come apparsa dal nulla si presentò davanti ai nostri occhi la visione.</em></p>
<p><em>Le grandi esperienze della vita, si annunciano del resto sempre così. Alla vocazione, che è un prestare l’orecchio deve accompagnarsi una visione. Ai nostri piedi infangata lungo il bordo del marciapiedi c’era una Remington di primo novecento. Non una semplice  macchina da scrivere ma una  Remington, che fabbricava e  tutt’ora fabbrica,  fucili a canne mozze e macchine da scrivere. In entrambi i casi un martelletto inchioda qualcosa. Ora tutti sanno che lungo i marciapiedi a Parigi ci sono come dei tappeti arrotolati, di colore chiaro, sporchi ed imbevuti dell’acqua che incessantemente corre ai bordi delle strade. In realtà sono dei filtri per evitare che i detriti otturino i canali delle fognature. Così una vecchia Remington raccoglieva, bloccandoli i detriti che la strada a dispetto delle regole, produceva. Quello ci sembrò non solo il segno che aspettavamo ma anche una metafora di quella che per noi sarebbe dovuta essere ancor prima che una professione, una vocazione, e che più di ogni visibilità contava la visione.</em></p>
<p><em>La portammo a casa, la pulimmo e poi passammo tutta la notte a raccontarci delle storie. Una su tutte, che quasi inventammo, trovammo, immediatamente teneva sulla possibilità che la macchina fosse appartenuta a Hemingway. E che se avessimo con complicate ricerche di laboratorio analizzato il rotolino, la fascetta su cui i martelletti avevano un tempo battuto, probabilmente avremmo ritrovato l’ultimo testo manoscritto dell’autore che in quei giorni stavamo leggendo con più attenzione.</em><br />
<em>Nulla ci dice che era solo il delirio di due invocati scrittori, e che non vi fosse nessuna speranza per il miracolo. Perché dopo la vocazione, la visione, c’è il miracolo.</em><br />
<em>E i miracoli non succedono tanto per fare, un po&#8217; come le riviste.</em><br />
<em>Hemingway ci avrebbe detto probabilmente di cambiare il finale della nostra Festa mobile. Invece di scrivere come lui : &#8220;Ma questa era la Parigi dei bei tempi andati, quando eravamo molto poveri e molto felici&#8221; cambiare quell&#8217;ultima frase in &#8220;eravamo molto poveri e molto pirla&#8221;.</em><br />
<em>No, non è proprio così il finale. Noi eravamo sì poveri, e lo siamo ancora, ma fottutamente vivi, e anche questo, per fortuna vale ancora.</em></p>
<p><em>Così, prendendo alla lettera il consiglio della femmina magrebina, a distanza di quindici anni da quell&#8217;incontro potrò finalmente togliere questi cazzo di cerotti che ho sui palmi di mano e lasciare che quanto ho raccolto da allora possa volarsene via, cadendo.</em></p>
<p><strong>La quatrième de couverture</strong><br />
di<br />
<strong>Valerio Evangelisti </strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/cover.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-40373" title="cover" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/cover-216x300.jpg" alt="" width="216" height="300" /></a><br />
Caro Francesco,</p>
<p>scusa se ti rispondo in ritardo. Dovevo finire di scrivere un romanzo e affrontare le problematiche successive. Ho letto il tuo inno a Parigi (lo definirei così). Nessuno conosce quella città meglio di te, e la sa valorizzare con tanta grazia &#8211; anche nei tuoi interventi su Nazione Indiana.<br />
Il mio giudizio è viziato da parzialità, perché la amo anch&#8217;io. Mi ha colpito il fatto che, nel percorrerla, abbiamo seguito itinerari completamente diversi, e in qualche modo complementari. Io dalla Rive Gauche verso sud, tu verso nord. Con appena un paio di mete comuni: Rue du Paradis (se guardi il film &#8220;Io vi troverò&#8221; vedrai che vi viene descritta come un covo di malviventi, cosa che non è affatto!) e la Défense, meta per me di gitarelle domenicali.<br />
Ero l&#8217;uomo giusto per leggere il tuo romanzo, ma non lo potevi sapere. La lingua è perfetta &#8211; ça va sans dire &#8211; ma ciò è trascurabile, rispetto ad atmosfere, personaggi, situazioni. Ora però cerca qualcuno di meno coinvolto, se vuoi un giudizio spassionato. Io lo sono troppo, tanto che sto già guardando i costi dei biglietti aerei!<br />
Un abbraccio forte, mon ami!<br />
Valerio (anzi, Valério)</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/15/nota-di-uno-scrittore-pre-postumo/">Nota di uno scrittore pre-postumo</a></p>
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		<title>Terra! &#8211; Emanuele Crialese</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 23:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[il primo amore]]></category>
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<strong>Teo Lorini</strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/13/terra-emanuele-crialese/#footnote_0_40357" id="identifier_0_40357" class="footnote-link footnote-identifier-link" title=" articolo pubblicato su il primo amore">1</a><br />
<br />
(<em>Le note della canzone dei Noir Désir, qui nella magnifica interpretazione di Sophie Hunger, commentano alcune scene di Terraferma</em>)</p>
<p>La carena di una nave solca la superficie del mare, una rete scende e si allarga gradualmente fino a avvolgere nelle sue maglie il blu dello schermo e allo stesso tempo l’occhio dello spettatore.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/13/terra-emanuele-crialese/">Terra! &#8211; Emanuele Crialese</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Teo Lorini</strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/13/terra-emanuele-crialese/#footnote_0_40357" id="identifier_0_40357" class="footnote-link footnote-identifier-link" title=" articolo pubblicato su il primo amore">1</a></sup><br />
<iframe width="460" height="264" src="http://www.youtube.com/embed/pmJqE5hj-bQ" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
(<em>Le note della canzone dei Noir Désir, qui nella magnifica interpretazione di Sophie Hunger, commentano alcune scene di Terraferma</em>)</p>
<p>La carena di una nave solca la superficie del mare, una rete scende e si allarga gradualmente fino a avvolgere nelle sue maglie il blu dello schermo e allo stesso tempo l’occhio dello spettatore. Non sembra azzardato leggere una dichiarazione di poetica nella immagine (letteralmente) irretita che apre <em>Terraferma</em>. Rispetto alle accensioni oniriche e visionarie che innervavano il sublime Nuovomondo infatti, Crialese appare qui più trattenuto e intento a un lavoro – altrettanto efficace – di distillazione.<br />
 Terraferma (Premio Speciale della giuria all’ultima mostra di Venezia) si apre infatti con un passo narrativo più lineare, concentrato – come già Respiro e Nuovomondo – sulla vita di una famiglia.<br />
<span id="more-40357"></span><br />
 In un’isola italiana che non verrà mai nominata, tanto piccola da non risultare sui mappamondi ma grande abbastanza da apparire come il primo lembo d’Europa ai migranti in fuga dai posti più disparati dell’Africa, vive Ernesto, anziano patriarca che pratica ancora il mestiere di pescatore assieme a suo nipote Filippo, proprio come lo faceva con suo figlio il quale, scomparso in mare, ha lasciato dietro di sé Filippo e la madre Giulietta. È proprio la giovane vedova ad avere l’idea di riattare una casa sempre più malandata per affittarla nei mesi estivi ai turisti, lambendo così l’altro cespite di rendita dell’isola, un’opportunità nuova che Nino, l’altro figlio del vecchio Ernesto, ha abbracciato facendone un business che rende sempre più obsoleto il tradizionale lavoro dei pescatori dell’isola.</p>
<p>L’arrivo dei migranti, che la legge italiana degrada a “clandestini”, obbligando i motopescherecci a non raccoglierli neppure quando stanno per annegare, cambierà in profondità l’esistenza di tutti. Quando incrocia una carretta semiaffondata e carica di africani che si tuffano nella speranza di essere raccolti (e con il rischio di morire nel tentativo), Ernesto decide di disobbedire alla legge nuova e di seguire il codice marinaro, accogliendo sulla sua barca un manipolo di persone.<br />
Il giorno seguente un solerte membro della guardia di Finanza inizierà a perseguitare Ernesto, sequestrandogli la barca con un pretesto e costringendo Filippo ad andare a servizio come bagnino e tuttofare nello stabilimento messo in piedi dallo zio. Ma i migranti non spariscono con i respingimenti o con le deportazioni, se ne accorgeranno sia Nino, che li vede arrivare a terra moribondi e salvati dai turisti – in una scena in cui la pietas del racconto si intreccia a quella dello sguardo – sia Giulietta e la sua famiglia, confrontati con la richiesta di aiuto dell’ultima fra questi ultimi.</p>
<p><em>Terraferma</em> non si può però ascrivere alla categoria riduttiva dei film “di denuncia”, anche se non c’è dubbio che dalla semplice rappresentazione dell’obbrobrio dei respingimenti e dell’odierna legislazione sui migranti emerge una parte rilevante della cattiveria che pervade questi anni cupi e che per i professionisti del populismo e dei nuovi fascismi dovrebbe diventare la cifra distintiva del futuro di un Paese i cui abitanti hanno smesso appena ieri di migrare, clandestini a loro volta, miserabili, ignoranti e lerci della stessa povertà che ora spinge altri esseri umani a mettersi in cammino. Il nuovo film di Crialese brucia di un ardore in cui la compassione e il senso di fratellanza diventano universali per effetto di una poderosa intensità lirica. A <em>Terraferma</em> si assiste dal primo momento con lo sguardo rapito con cui si torna a vedere un classico. Abitano questo film, che è già classico, e questo regista magnifico la stessa felice ispirazione, la stessa capacità di toccare contemporaneamente il cuore e l’intelligenza che vivificava opere possenti per sintesi e immaginazione come <em>l’Underground</em> di Emir Kusturica.</p>
<p>Crialese conferma la sua capacità di trasformare ogni inquadratura in un quadro imprevisto e assieme evocativo. Proprio come accade alla fine di <em>Nuovomondo</em>, nelle ore passate dall’ultima, straordinaria immagine di Terraferma (anche ora, mentre scrivo queste righe) singoli fotogrammi o intere sequenze hanno continuato a tornarmi alla memoria e a distrarre la mia attenzione: la già citata sequenza d’apertura, l’“arrembaggio” notturno, la distesa di pesci morti che invade i gradini di un edificio, l’assemblea degli isolani, le riprese subacquee e quelle che si librano sulle alture vulcaniche… Eppure questo senso della visione non diventa mai calligrafia, come la capacità di racconto non scivola mai nel macchiettismo o nel buonismo d’accatto della peggior commedia di costume all’italiana. Pare emblematico, ad esempio, che il film non esibisca il santino del carabiniere “buono”. Il regista di origine siciliana viola un tabù trasversale al nostro tempo e ricorda l’idea – sgradevole e quanto più possibile rimossa – per cui quando le leggi infrangono il patto stesso di fratellanza fra esseri umani non può bastare la giustificazione di chi dice “Ho obbedito agli ordini”. Eppure Crialese riesce a ricordarci questa semplice, disturbante verità senza prediche o scene madri, ma con dettagli quasi impercettibili (il baluginio delle torce con cui le forze dell’ordine frugano le auto in cerca di clandestini che tentano di imbarcarsi sul traghetto; la falcata al ralenti con cui, annunciati dalla banda scarlatta sui calzoni, i carabinieri entrano in campo per allontanare i turisti che stanno soccorrendo dei naufraghi; i guanti di lattice con cui gli stessi carabinieri toccano la pelle nera dei migranti), adoperando tutte l’intera tavolozza delle possibilità della narrazione cinematografica.</p>
<p>È anche per questo che un film così poetico, così pietoso e appassionatamente sentimentale, va assolutamente visto al cinema: fino a quando sarà nei cinema e per contribuire a farcelo restare il più a lungo possibile.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1aaaaaaaaaaatopor2222.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1aaaaaaaaaaatopor2222-300x281.jpg" alt="" title="1aaaaaaaaaaatopor2222" width="300" height="281" class="alignleft size-medium wp-image-40358" /></a><br />
<strong>Post Decriptum</strong><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>In cinque movimenti il mio entusiasmo per questo film è stato provocato da:<br />
 &#8211; l&#8217;interpretazione di Filippo Pucillo, già amato al suo esordio in <em>Respiro</em>, e qui assolutamente potente, oltre che credibile nel personaggio dell&#8217;<em>Idiota</em> che per me rimane uno dei topos più affascinanti del mondo delle narrazioni. Eccellenti anche le prove degli altri interpreti.<br />
- l&#8217;idea di comunità che si evince dalla poetica di Crialese insieme alle sue variazioni sul tema della <em>terra mater</em> con pater quasi sempre assente, un po&#8217; come la lingua italiana  sta alla lingua siciliana</p>
<p>Sul trattamento dell&#8217;immagine da parte di Crialese, a quanti gli rimproverano di servirsi di immagini laccate-ricercate vorrei replicare così: </p>
<p>- se per immagine leccata-ricercata intendiamo una dimensione estetizzante, non lo è mai anche quando senti la citazione, la glossa, come nelle inquadrature collodiane delle divise dei carabinieri in spiaggia, o nelle variazioni minime alla Satie che commentano i passaggi più densi. Per quanto riguarda il discorso della e sulla comunità, ovvero la sequenza relativa alla <em>&#8220;legge del mare</em>&#8221; contrapposta a quella dei tribunali  con, a corollario, il diktat liberista della trasformazione- conversione dei pescatori in animatori club med, l&#8217;ho trovata più efficace, politicamente, di tanti bei discorsi sull&#8217;immigrazione e meno ideologica di tante altre narrazioni sulla questione.</p>
<p>- Mi piace poi l&#8217;uso refrain delle sue tracce poetiche. Le immagini del corpo sociale Leviatano, sospese a mezz&#8217;aria, mezz&#8217;acqua, facendo del tuffo una sorta di tecnica di carotaggio dei fondali, di <em>dragaggio </em>dell&#8217;insondabile abisso, che erano la scena finale di <em>Respiro </em> e qui riproposta, le trovo narrativamente necessarie e dunque mai gratuite.</p>
<p>- ultima nota. Crialese porta sempre la natura in primo piano, lasciando sullo sfondo l&#8217;infinitamente piccolo, per quanto denso e poetico, delle vicende umane come nell&#8217;inquadratura del mare aperto, un mare orizzonte, su cui il pescherecchio tenta di riterritorializzare ogni forma di vita altra.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/10/13/terra-emanuele-crialese/">Terra! &#8211; Emanuele Crialese</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_40357" class="footnote"> articolo pubblicato su <a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_2432.html">il primo amore</a></li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Note per un diario parigino</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/09/18/note-per-un-diario-parigino-9/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/09/18/note-per-un-diario-parigino-9/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 18 Sep 2011 13:24:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Arletty]]></category>
		<category><![CDATA[chiunque cerca chiunque]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Jean Louis Barrault]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><br />
<em>da</em><strong> Chiunque cerca chiunque</strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/18/note-per-un-diario-parigino-9/#footnote_0_40002" id="identifier_0_40002" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Chiunque cerca chiunque- Chacun cherche quiconque, &#232; un romanzo che sto pubblicando, in corso di scrittura, su Facebook ps Sull&#38;#8217;affaire vi invito a leggere la chronica che ne ha fatto Barbara Gozzi qui">1</a><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
<em>il pdf del romanzo è</em> <a href="http://www.megaupload.com/?d=RTTI3GK1">qui </a></p>
<p><em>Quattordicesimo capitolo </em></p>
<p><strong>Rue du Paradis</strong></p>
<p><em>Mo, oui, mo propre, t&#8217;arricuorde, te souviens tu?</em></p>
<p>Della volta che alla festa, lì in giardino, a Montreuil, da Giusti l&#8217;editore di Breccia e José Muñoz, si rimaneva aggrappati alle panche ed al vino,  e tu che mi servivi da bere &#8211; la musica arrivava chiara e forte dall&#8217;interno e si sentiva la gente ballare a coppia e da soli- con Massimo che controllava l&#8217;orologio perché quando lui si rompe i coglioni lo deve vedere scritto, e quando è scritto, il numero in genere non va oltre la mezzanotte.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/18/note-per-un-diario-parigino-9/">Note per un diario parigino</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="420" height="345" src="http://www.youtube.com/embed/kLVDXdBo9ys" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<em>da</em><strong> Chiunque cerca chiunque</strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/18/note-per-un-diario-parigino-9/#footnote_0_40002" id="identifier_0_40002" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Chiunque cerca chiunque- Chacun cherche quiconque, &egrave; un romanzo che sto pubblicando, in corso di scrittura, su Facebook ps Sull&amp;#8217;affaire vi invito a leggere la chronica che ne ha fatto Barbara Gozzi qui">1</a></sup><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
<em>il pdf del romanzo è</em> <a href="http://www.megaupload.com/?d=RTTI3GK1">qui </a></p>
<p><em>Quattordicesimo capitolo </em></p>
<p><strong>Rue du Paradis</strong></p>
<p><em>Mo, oui, mo propre, t&#8217;arricuorde, te souviens tu?</em></p>
<p>Della volta che alla festa, lì in giardino, a Montreuil, da Giusti l&#8217;editore di Breccia e José Muñoz, si rimaneva aggrappati alle panche ed al vino,  e tu che mi servivi da bere &#8211; la musica arrivava chiara e forte dall&#8217;interno e si sentiva la gente ballare a coppia e da soli- con Massimo che controllava l&#8217;orologio perché quando lui si rompe i coglioni lo deve vedere scritto, e quando è scritto, il numero in genere non va oltre la mezzanotte. Le luci soffuse che erano dentro e fuori e respiravamo l&#8217;aria diversa da quella della città seppure la separasse da essa una sola fermata di metropolitana. Una differenza di cinque, dieci gradi di luce in meno e di stelle che ti sembravano uscite a far festa di nuovo solo perché guardavi il cielo terso delle banlieues quello su cui quando si infiammano, le colonne di fumo precedono di un miglio quelle dei CRS, e delle tute blu con gli sfollagente.<br />
<span id="more-40002"></span></p>
<p>Patrick racconta a Maurizio del suo vicino porco, che ogni volta che apre la porta sentendolo salire, viene fuori un&#8217;odore di talco come dai vecchi barbieri. Oppure un bambino cinese  gli spunta da sotto il braccio per scendere lungo le scale e che porta sull&#8217;espressione del volto il sudiciume del mostro.</p>
<p><em>- Ogni volta che facciamo una festa da Patrick e Claudie quello chiama gli sbirri che salgono a controllare e ci fanno la multa.</em></p>
<p>Patrick ha un cappello alto sulla fronte e da sotto al cappello qualche ciuffo  nero gli viene fuori. Maurizio lo sta a sentire, poco dopo arriva Livia, che ne segue il racconto:</p>
<p><em>- Ma tu lo sai che l&#8217;umanità si divide in collabò e resistenti? Tra quelli che in piena occupazione nazista non si sarebbero fatti nessuno scrupolo e gli altri, tutti gli altri,  disposti a morire piuttosto che  fare un nome che sia uno&#8230;</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Mo, oui, mo propre, t&#8217;arricuorde, te souviens tu?</em></p>
<p>Mi dicevi di avere avuto a che fare con assassini, trafficanti di auto rubate, di coca, quelli che alle serate sono ospiti graditi e non c&#8217;entrano un cazzo con il resto della tribù- te ne accorgi da come è vestito, dal tic, dall&#8217;entrare e uscire dal bagno, ma soprattutto dal trattamento di favore del padrone di casa. Mi hai detto. E per questo mi hai chiesto una ciliegia che si trovava matura rossa, che sembrava una luna a guardarla tra i rami e le stelle, sospesa a meno di un metro dalle teste e i cappelli di tutti. la roscia, la roscia, con le tette grosse, tu sei. E mi hai fatto la scala stringendo le mani come ti ho detto di fare che mi ricordavo di quando  a Caserta dai Giardini della Flora, da ragazzi si faceva così per raggiungere il primo pezzo di muro, il buco che faceva d&#8217;appiglio, per seguitare a rampicarsi, saltare  e cadere a piedi uniti sull&#8217;erba del parco della Reggia,  Così l&#8217;ho raccolta  e facendo pressione sul ramo con un solo braccio con l&#8217;atro ho portato la mano fino alla bocca. Tu hai leccato le dita, prima, poi il frutto che sembrava maturo e così sono sceso. Che quasi cadevo e mi hai sorretto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Mo, oui, mo propre, t&#8217;arricuorde, te souviens-tu? </em></p>
<p><em> </em>Abbiamo ballato con gli altri fino a quando Morelli, Andrea Morelli, che ti dicevo che come un fratello mi aveva trattato alla partita di calcio a Vincennes, non è venuto in giardino a raccontare la storia della sua storia. Andrea mi dice che gli ricordo il Pierrot di Jean-Louis Barrault, il mimo che si incanta e dorme, sogna, ma poi si lascia passare sotto il naso le cose, e le rose, e fugge, fugge da tutto per salvare la pelle.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> Mo, oui, mo propre, t&#8217;arricuorde, te souviens-tu?  </em></p>
<p><em>C</em>he mi hai dato un passaggio, che erano le due passate, plus de métro plus de rien, plus de Massimo che era rientrato con il primo scaglione e mi ha fatto segno, e mi hai aperto la portiera della macchina da ricca, che aveva il tuo profumo e hai messo in moto. Sei passata davanti all&#8217;Hôtel de ville e ti ho raccontato la storia di Gennarino, l&#8217;amico di Procida di Martina, che s&#8217;era piazzato da lei a Bastille e che al telefono mi aveva detto che di alberghi grandi ne aveva visti ma cazzo uno grande così mai e poi mai! Avevi riso come lui quando gli ho detto che Hôtel significa innanzitutto palazzo, e che quello era il municipio non un albergo. Così ti ho raccontato della fine della storia di quando prima di partire i ragazzi s&#8217;erano presentati con un Plateau Océan di ostriche e aragoste, granchi giganti, made in Bofinger, il migliore ristorante di pesce del quartiere, e che &#8211; <em> cazzo vi sarà costato una fortuna.</em> E lui:<em> certo che ci sarebbe costato una fortuna, ma non l&#8217;abbiamo mica pagato. Seee, ma scusa tu l&#8217;hai mai visto un pescatore che si paga del pesce?  Il pesce è di tutti se è in mare e pure in strada, se cammina o se ne sta come uno stoccafisso con le pacche nel ghiaccio  sui banconi illuminati tra i tavolini</em></p>
<p><em>Mo, oui, mo propre, t&#8217;arricuorde, te souviens-tu?  </em></p>
<p>Che risalendo per la Rue du Temple, a poche centinaia di metri dalla destinazione mi hai chiesto<em> : che fai, scendi qui o sali da me?</em></p>
<p><em>- Cazzo di domande sono- </em>ho pensato. E ti ho risposto<em>: io russo ça ira?</em></p>
<p>Quando al mattino presto scendo in strada che più o meno sapevo dove eravamo stati, dove abitava lei, e perfino il piano, il primo, ma non la strada né il numero civico, scorgo la placca e mi viene un moto di commozione. Rue du Paradis. Azz! e poco oltre Rue de la Fidelité. Cazzo significava? Che dove finiva l&#8217;una, incominciava l&#8217;altra, ovvero che per raggiungere il paradiso bisognava essere infedeli, e dunque che la fedeltà significava l&#8217;inferno? O piuttosto il contrario, che l&#8217;una, la fedeltà portava a quello, però nulla poteva far pensare a lei come a una donna fedele, dal momento che, probabilmente ispirata dalla citazione del film di Marcel Carné alla mia domanda lanciata prima di lasciarci sul se mai ci saremmo incontrati, lei risponde:</p>
<p><em>- &#8220;Paris est tout petit pour ceux qui s&#8217;aiment, comme nous, d&#8217;un aussi grand amour.&#8221;</em></p>
<p><em>- Certo, però chi amerai tu a tal punto da poterlo incontrare? </em>incalzo io e lei in vestaglia sulla soglia della porta di casa mi fa<em> : &#8216;moi j&#8217;aime tout le monde</em></p>
<p>Bella e infedele. La migliore traduzione possibile del mal d&#8217;amore e delle sue guerre. Quando poi camminando, con le <em>cafard</em>,lo scarafone &#8216;nda capa, il tarlo, con quei pensieri che uno tiene, a pochi metri non incrocio l&#8217;Impasse du Dèsir? E io che faccio mo? Faccio finta di capire che in quell&#8217;incrocio si giochi la vita in generale, di uomo e di donna che sia. Che in realtà il tutto è nella sequenza, nell&#8217;ordine, nel modo in cui il caso regolerà i passaggi della playlist.</p>
<p>Arrivo da Massimo che è rimasto a casa solo dopo aver fatto tappa da Guy, Guido à les étages. Mi offre un caffè e quando gli racconto la storia si mette a ridere. Pure Massimo si mette a ridere quando gliela ripeto nella nostra soffitta. E visto che ne parliamo mi ripete la teoria libertina di Milan Kundera. Quando scrive che <em>l&#8217;épreuve majeure</em> per un libertino consiste nel fare l&#8217;amore con tre donne differenti in una sola giornata. Perché un libertino non ama perché ha bisogno e nessun uomo o donna  si pianificherebbero tre scopate con tre partner differenti in un giorno. Nella prova libertina almeno in un caso deve essere le <em>hasard </em>a fare la parte delle cose.</p>
<p><em>- Scusa Massimo dove vuoi andare a parare?</em></p>
<p><em>- Da nessuna parte, pensavo però che se si dovesse immaginare </em><em>une carte </em>per libertini, le tre amanti, o i tre amanti, dovrebbero abitare la prima alla Rue du Paradis, la seconda nella Impasse du Désir e la terzo in Rue de la Fidelité. e sai perché?</p>
<p><em>- Perché, e qui sfido chiunque a dimostrare il contrario, non c&#8217;è storia d&#8217;amore al mondo, nell&#8217;universo che non abbia abitato anche per un solo giorno, contemporaneamente tra tutte quelle mura</em></p>
<p><em>- Azz, Legge universalissima. da scriverci qualcosa</em></p>
<p><em>-  Ho una montagna di lavoro da sbrigare adesso, io. Però scrivilo tu sto benedetto libro, è una materia che ti appartiene fino in fondo, perciò va avanti. Ma poi finita la prima stesura, a costo di impallinarti il cervello, rileggi con attenzione e fai uscire la tua opera maggiore!</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/18/note-per-un-diario-parigino-9/">Note per un diario parigino</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_40002" class="footnote">Chiunque cerca chiunque- <em>Chacun cherche quiconque</em>, è un romanzo che sto pubblicando, in corso di scrittura, su <a href="https://www.facebook.com/event.php?eid=127775723971425">Facebook</a> ps Sull&#8217;affaire vi invito a leggere la chronica che ne ha fatto Barbara Gozzi <a href="http://www.agoravox.it/In-ter-per-culturando-Francesco.html">qui</a></li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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		<title>A Casal di Principe stendono un velo</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Sep 2011 23:40:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Rosaria Capacchione</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/voile-de-la-mariée.jpg"></a></p>
<p>Il problema é: riusciranno a resistere, quei trecentomila centimetri di pizzo, al lastricato sconnesso di corso Umberto? E i tacchi della sposa? I tacchi, s’incastreranno tra un buco dell’asfalto e un rattoppo? E le damigelle? Ne serviranno almeno cento, tutte rigorosamente in abito da cerimonia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/09/a-casal-di-principe-stendono-un-velo/">A Casal di Principe stendono un velo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Rosaria Capacchione</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/voile-de-la-mariée.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/voile-de-la-mariée-300x233.jpg" alt="" title="voile de la mariée" width="300" height="233" class="aligncenter size-medium wp-image-40051" /></a></p>
<p>Il problema é: riusciranno a resistere, quei trecentomila centimetri di pizzo, al lastricato sconnesso di corso Umberto? E i tacchi della sposa? I tacchi, s’incastreranno tra un buco dell’asfalto e un rattoppo? E le damigelle? Ne serviranno almeno cento, tutte rigorosamente in abito da cerimonia. Ecco, il loro fondoschiena potrà competere con quello di Pippa? E se per caso il 23 settembre dovesse risvegliarsi la faida casalese, come la metteremmo con la fuga dei killer? E se uno schizzo di sangue dovesse insozzare tre chilometri di virgineo tulle nuziale? Mettiamola cosi: don Carlo Aversano, che ha appena appena finito di benedire la nomina di un assessore pur sapendolo indagato per fatti di camorra, quest’ultima uscita se la poteva pure risparmiare. Cioè, avrebbe serenamente potuto negare, come altrove già accade da anni, la sua autorizzazione al matrimonio-kermesse con il solito velo da guinness dei primati realizzato dal solito stilista specializzato in effetti speciali.<br />
<span id="more-40049"></span></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/322825_2339058005550_1522917616_32532842_409306232_o.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/322825_2339058005550_1522917616_32532842_409306232_o-182x300.jpg" alt="" title="322825_2339058005550_1522917616_32532842_409306232_o" width="182" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-40052" /></a></p>
<p> Forse non avrà voluto dare un dispiacere al suo pupillo, l’assessore, che per andare incontro ai desideri della sposa non ha saputo far altro che convocare in Comune tutte le associazioni di volontariato che operano a Casal di Principe, dalla Scuola di Pace intitolata a don Peppe Diana alla Jerry Masslo che i veli è abituata a scoprirli e non certo a portarli. A prescindere dal fatto che gli abiti nuziali con i veli lunghi tre chilometri non mi piacciono. A prescindere anche dal fatto che questi show, specie in tempo di crisi, sono di pessimo gusto (tre mila metri di tulle costano almeno almeno cinquemila euro) e che comunque lo stilista, in cambio di quel po’ di pubblicità che porterà a casa potrebbe pure spendere qualcosina di tasca sua pagando qualche ragazza disponibile a reggere il velo, mi chiedo: ma proprio a Casal di Principe deve far sfilare il suo velo da primato?   Velo trasparente, che nulla servirà a mascherare.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/09/a-casal-di-principe-stendono-un-velo/">A Casal di Principe stendono un velo</a></p>
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		<title>Note per un diario parigino</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Sep 2011 08:17:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[chiunque cerca chiunque]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Note per un diario parigino]]></category>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p><em>da</em><strong> Chiunque cerca chiunque</strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/04/note-per-un-diario-parigino-8/#footnote_0_39995" id="identifier_0_39995" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Chiunque cerca chiunque- Chacun cherche quiconque, &#232; un romanzo che sto pubblicando, in corso di scrittura, su Facebook ps Sull&#38;#8217;affaire vi invito a leggere la chronica che ne ha fatto Barbara Gozzi qui">1</a><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><em>Dodicesimo capitolo </em><br />
<strong>Atmosphère, atmosphère</strong></p>
<p>Succede ogni volta che salgo le scalette del Ponte che si apre un varco fra una sponda e l&#8217;altra del canale, e mica un ponte qualsiasi, ennò, proprio quello da cui si vede in controluce l&#8217;insegna  dell&#8217;Hôtel du Nord, e tra il fogliame degli alberi che ne oscurano la vista, senti la voce, o così ti pare, dell&#8217;attrice francese per eccellenza, così potente, la voce, di lei che è minuta nel corpo com&#8217;è tradizione delle donne che alla vita hanno strappato a morsi pochi attimi di felicità, affamate di consapevolezza del modo di fare poesia che ha la vita, con il tempo che passa, che scorre, scorre, perfino quando l&#8217;acqua ti sembra ferma, immobile come quella  del canale in cui ti specchi salendo le scale della passerella.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/04/note-per-un-diario-parigino-8/">Note per un diario parigino</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="420" height="345" src="http://www.youtube.com/embed/6DKI0EP-RMA" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><em>da</em><strong> Chiunque cerca chiunque</strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/04/note-per-un-diario-parigino-8/#footnote_0_39995" id="identifier_0_39995" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Chiunque cerca chiunque- Chacun cherche quiconque, &egrave; un romanzo che sto pubblicando, in corso di scrittura, su Facebook ps Sull&amp;#8217;affaire vi invito a leggere la chronica che ne ha fatto Barbara Gozzi qui">1</a></sup><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><em>Dodicesimo capitolo </em><br />
<strong>Atmosphère, atmosphère</strong></p>
<p>Succede ogni volta che salgo le scalette del Ponte che si apre un varco fra una sponda e l&#8217;altra del canale, e mica un ponte qualsiasi, ennò, proprio quello da cui si vede in controluce l&#8217;insegna  dell&#8217;Hôtel du Nord, e tra il fogliame degli alberi che ne oscurano la vista, senti la voce, o così ti pare, dell&#8217;attrice francese per eccellenza, così potente, la voce, di lei che è minuta nel corpo com&#8217;è tradizione delle donne che alla vita hanno strappato a morsi pochi attimi di felicità, affamate di consapevolezza del modo di fare poesia che ha la vita, con il tempo che passa, che scorre, scorre, perfino quando l&#8217;acqua ti sembra ferma, immobile come quella  del canale in cui ti specchi salendo le scale della passerella. Edith Piaf, penserete voi &#8211; <em>je ne pense jamais</em>, ripeteva Maigret- ma in realtà è Arletty la voce che vedi tra quelle stesse ringhiere di ferro battuto. Sì, è lei che urla al mondo intero, all&#8217;homme che gli sta di fronte: -<em>Atmosphère, atmosphère ! Est-ce que j&#8217;ai une gueule d&#8217;atmosphère</em> ?<br />
<span id="more-39995"></span><br />
Philippe Schlienger è davvero una forza della natura.  Si è presentato alla riunione della Bête étrangère con gli impaginati che gli erano stati attribuiti e sono uno spettacolo. Rimaniamo tutti a bocca aperta. Patrick Chevaleyre invece ha scritto un testo che racconta di un pugile, cioè che racconta dell&#8217;allenatore di un pugile che all&#8217;angolo lo sta ad incitare, e quello cade, si rialza e lui gli grida di andare, di alzare la guardia, di colpire difendersi, colpire sotto la cintura sopra, e quello cade e non si rialza e l&#8217;altro lo sta ad incitare imperterrito anche quando non c&#8217;è più niente da fare. Quando finisce di leggere abbiamo le lacrime agli occhi. Ci incontriamo sempre da Alix quando c&#8217;è  da fare il timone della rivista, nella Rue André del Sarte, ai piedi di Montmartre, Metrò Barbès diciottesimo arrondissement. Gonzalo e Sabine arrivano poco dopo, che si mangia ma soprattutto si beve vino, tanto vino, mentre Tommaso Cascella e Matteo Basilè le loro pagine ce le hanno già mandate pronte per la pubblicazione. Da quando ci ha raggiunto Jean Noel Forrestier, ci sentiamo tutti in una botte di ferro. Ha diretto per anni  gli studi creativi delle più importanti riviste di moda e solo perché gli piace <em>la bête immonde,</em> così la chiama, ci insegna il mestiere. L&#8217;altra volta per esempio che impazzivamo sui formati di alcune fotografie, che mal si accordavano con il resto delle illustrazioni, lui le ha prese, le due immagini e  tenendole dritte davanti a sé, per vederle allo stesso formato e capire l&#8217;equilibrio sulla pagina , ha semplicemente allontanato quella più grande fino a che non apparisse all&#8217;occhio della stessa identica dimensione della più piccola. Mo può pure sembrare na strunzata ma a me quella cosa mi ha emozionato, perché per quanto semplice possa essere se non te lo dice qualcuno col cazzo che ci arrivi da solo.<br />
E così con le pagine di Francis e a seguire quelle di Michel abbiamo praticamente tutto. Manca solo Massimo.  Siamo tutti in ginocchio ad ammirare le doppie pagine sparse lungo tutta la casa di Alix. quando alzo lo sguardo incrocio il suo che piange. E le chiedo, <em>perché diavolo piangi?</em><br />
Lei si fa più vicino. Alix è belga, le labbra rosse, i lineamenti dolcissimi, e mi sussurra come per non farsi sentire dagli altri:  <em>perché da quando ho smesso di piangere per il dolore, dalla morte di mia madre, piango solo quando sono felice. Piango perché mi chiedo subito fino a quando durerà.</em><br />
 Le indico le pagine che stiamo mettendo su e le faccio: &#8211; <em>con queste ipotechiamo ogni attimo. Poi magari ci si abbandonerà, qualcuno  andrà via, però, credimi Alix, questo rimarrà, scritto nero su bianco ogni volta che apriremo la rivista ci ricorderemo di quanto eravamo invincibili e felici.</em><br />
 Siamo un&#8217;armata Brancaleone,- così ci aveva definiti Vinicio Capossela durante la turné nel Salento, organizzata da Don Pasta- ma questo lo sapevamo già dalla prima volta che ci siamo visti tutti all&#8217;Atmosphère, redazione al completo, trenta persone di nazionalità diverse, dai Balcani alle Americhe con situazionisti, di ogni risma e talento a fare da servizio di disordine e distribuzione di alcolici.<br />
Adesso che avevamo pure i soldi per la stampa chi cazzo ci avrebbe fermati!<br />
Con la maxi colletta, e una piccola donazione di Chantal ci mancavano solo cinquecento franchi. Solo, si fa per dire, perché se non hai niente, cinquecento o diecimila è lo stesso, e noi non avevamo veramente più niente. Ho sentito, però a un certo punto, che qualcosa doveva succedere per forza &#8211; eravamo alla libreria di Aurelian Alizadeh sui Grands Boulevars, <em>l&#8217;équipement de la pensée</em>- ed ecco che mi guardo nelle tasche e mi trovo una moneta da cinque franchi. Di fronte c&#8217;è il Bureau de Tabac  e chiedo a Patrick e Claudie come si fa per giocare a gratta e vinci. Non tanto a grattare ma come per vincere.<br />
- <em>Mais, enfin!</em> dice Patrick che tutte le volte che me ne uscivo con qualcosa di stravagante lasciava che il suo lato cartesiano insorgesse con una voce profonda e grave. Questo durava pochi attimi, perché, un attimo dopo, l&#8217;anima spinoziana di Patrick sorpassava a sinistra quella del povero Descartes e  non lo fermava più nessuno. Prendiamo così una cartella, quella del calcio, che bisogna grattare sulle maglie dei calciatori e se ti escono gli stessi numeri tre volte vinci. Ora lo so che non accade <em>quasi</em> mai però, diamine, che soddisfazione quando succede che la fortuna invece di mostrarti il culo con su la scritta  <em>ma allora sei proprio pirla!</em> ti fa l&#8217;occhiolino e sussurra,<em> vabbè mo</em> e ci  aveva esauditi che nessuno ci credeva. 5OO, da pagare sull&#8217;unghia. E non ce ne fregava una mazza che avessimo vinto solo cinquecento franchi. Solo ? Un cazzo, dico io  perché se non hai niente, e ti servono cinquecento  franchi che non ne vinci diecimila, manco ci pensi.<em>A chacun à sa faim!</em></p>
<p>Camminiamo per i Boulevards che man mano che ci si avvicina a Republique ne incrociamo altri, da soli o in coppia, della banda e quando finalmente arriviamo da Souad &#8211; algerina, ogni volta che le chiedo cosa significhi Souad nella sua lingua, lei mi risponde, <em>heureuse, chanceuse</em>-  all&#8217;Atmosphère, sul Canal St Martin, è tutto un suonare, cantare, prendersi per mano, tra le braccia. Franck caccia la fisarmonica dalla custodia ed è un trepidare di bicchieri. C&#8217;è Christophe di Marsiglia che con Roch saltano sul bancone e improvvisano una sorta di danza.<br />
Akosh, ungherese, sopraggiunge poco dopo  e si mette a suonare il sax con Franck. Esteban canta, e lo fa con una tale convinzione che di colpo ci sta bene pure se non c&#8217;entra niente con il resto. Teresa, portoghese &#8211; è lei che mi ha fatto scoprire Lobo Antunes- prende Souad e la fa ballare sotto gli occhi della sorella primogenita Malika. La piccola Souad, come una regina berbera, Fatma Tazuggaght, che nel locale c&#8217;è un manifesto in bella vista, e Souad piccola, dagli occhi neri di stella, e un sorriso grande quanto il Mediterraneo mi dice sempre, ogni volta che la vedo al di sopra del bancone, delle birre, dei legni che suonano, scricchiolano insieme ai vetri e sembra sorridere anche lei, rossa, <em>digne, ni putes ni soumises</em> &#8211; <em>Tu vois, c&#8217;était que des femmes qui régissaient le destin de tout le monde,</em> e io le ribatto, <em>cazzo Souad come qui, no?, come ici chez toi</em>, e lei mi bacia sulle labbra anche se è la donna che è con me che lei vorrebbe baciare e si limita a toccarle il culo  quando ci passa accanto per portare da bere al tavolo che reclama alcol e risa. Femmine di bellezza disinvolta, mica con le facce incarognite e sguardi che sembrano forbici  pronte a tagliare ogni cosa penzoli tra le cosce della più selvaggia umanità affacciata sul canale. Anche ora, in questa notte d&#8217;estate che le cabine  telefoniche brillano ancora di raggi di sole che con un martellamento continuo si sono abbattuti su ogni centimetro quadro, e la gente, tanta gente lungo la vita che scorre e pare immobile, forse perché vorresti fermarla in quel fotogramma, se ne sta chi seduto chi in piedi in mezzo alle chiuse che sputano i canauxrama di passaggio e diretti alla Villette. Dai bateaux i passeggeri sparano fotografie all&#8217;altezza di Stalingrad, e ai suoi giardini, ed è in questo preciso momento che mi dico che potrei morire anche adesso, mo proprio ma mi abbandona subito il pensiero ed è una fortuna perché poco dopo Roch insieme ad altri si lancia vestito in acqua per uscirne subito dopo come un cadavere pronto per una nuova inchiesta di Maigret che dal Quai des Orfèvres, qui  c&#8217;era venuto a risolvere il caso dell&#8217;uomo senza testa.<br />
Ed è al commissariato che passiamo la notte. Noi fuori e Patrick dentro. Una notte intera perché qualcuno aveva chiamato gli sbirri per protestare contro il baccano notturno, per disturbo della quiete pubblica e che quando questi si erano visti una Pompei in pieno decimo arrondissement, non ci potevano mica credere ai propri occhi. Sicuramente alle due passate del mattino, fuori tempo massimo per la chiusura, il pavimento dell&#8217;Atmosphère giaceva completamente ricoperto di fango &#8211; a un certo punto Christophe aveva cominciato a fare gavettoni da dietro al bancone e al di qua armati i secchielli si era risposto al fuoco amico &#8211; e di fronte all&#8217;ordine perentorio di <em>couper la musique</em> al minimo e  cacciare tutti i documenti lui di tutta risposta aveva infierito contro le due uniformi farfugliando in un incerto italiano <em>pagherete tutto, pagherete caro!</em> che gliel&#8217;aveva insegnata Maurizio Lazzarato, veneto, di Potere Operaio. Ma non aveva fatto in tempo a finire la frase che già le manette gli serravano i polsi fino a lasciargli sulla carne bianca dei solchi di rossore.<br />
Tenendoci a distanza lo avevamo seguito fin quasi dentro al commissariato. E gli dicevo, in italiano per non farmi capire,  <em>cazzo Patrick, non mollare, rialzati</em>, gli gridavo di andare, di alzare la guardia, di colpire difendersi, colpire sotto la cintura sopra. A lungo.<br />
Quando torno a casa è l&#8217;alba. Massimo si è appena alzato e questa volta prepara lui il caffè. Mi chiede com&#8217;è andata. Io gli sto per raccontare tutto, quando nel campo visivo che le finestre piccole del sottotetto ci offrono sul mondo, vediamo apparire la nostra vicina americana che prima ci scorge e poi alza la mano per farci un cenno. Massimo rimane come incantato da quella visione, dal chiarore della pelle, dal piccolo seno ribelle che si sporge verso di noi. Poi va di là e torna con quattro fogli dattiloscritti. <em>Sono riuscito a finirla stanotte. S&#8217;intitola Paso Doble, vedi se va.</em>- aggiunge. Ora abbiamo veramente tutto per il nostro numero zero, penso io.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/04/note-per-un-diario-parigino-8/">Note per un diario parigino</a></p>
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		<title>Note per un diario parigino</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Sep 2011 06:31:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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<p><em>da</em><strong> Chiunque cerca chiunque</strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/02/note-per-un-diario-parigino-7/#footnote_0_39969" id="identifier_0_39969" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Chiunque cerca chiunque- Chacun cherche quiconque, &#232; un romanzo che sto pubblicando, in corso di scrittura, su Facebook ps Sull&#38;#8217;affaire vi invito a leggere la chronica che ne ha fatto Barbara Gozzi qui">1</a><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><em>Undicesimo capitolo</em><br />
<strong>De Particulier à Particulier</strong></p>
<p>Paris 11e.Métro Oberkampf.Sur boulevard Voltaire.Immeuble pierre de taille.Au 6e, ascenseur.Chambre meublée, pour 1 personne, 9 m² environ : douche/toilettes, coin-cuisine (plaque électrique, petit réfrigérateur, micro-ondes), chauffage électrique.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/02/note-per-un-diario-parigino-7/">Note per un diario parigino</a></p>
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<p><em>da</em><strong> Chiunque cerca chiunque</strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/02/note-per-un-diario-parigino-7/#footnote_0_39969" id="identifier_0_39969" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Chiunque cerca chiunque- Chacun cherche quiconque, &egrave; un romanzo che sto pubblicando, in corso di scrittura, su Facebook ps Sull&amp;#8217;affaire vi invito a leggere la chronica che ne ha fatto Barbara Gozzi qui">1</a></sup><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><em>Undicesimo capitolo</em><br />
<strong>De Particulier à Particulier</strong></p>
<p>Paris 11e.Métro Oberkampf.Sur boulevard Voltaire.Immeuble pierre de taille.Au 6e, ascenseur.Chambre meublée, pour 1 personne, 9 m² environ : douche/toilettes, coin-cuisine (plaque électrique, petit réfrigérateur, micro-ondes), chauffage électrique. Libre. 2000 FF/mois charges comprises.<br />
Leggo l&#8217;annuncio che sono seduto al café de la Mairie, di fronte a St.Sulpice ed è uno spettacolo in questa giornata di sole. La copia aperta di Particulier  occupa per intero il tavolino rotondo su cui resta appena lo spazio per la tazzina del caffè. Che non c&#8217;è un cazzo da fare non riusciranno mai a fare come si deve.<br />
<em> Ah café café ca me fai fumar pure l&#8217;urtema cigarette, et si adduvini &#8216;obbar, co l&#8217;aqua de fonte de Napule, napulità, se sent à difference cull&#8217;ate, daa meza taza franzos o &#8216;mmericane, que nu palazio intero se pode abbeverarse ca sbobbe,  artro que! sta pisciazza maròn, ohi marò marò, que to bbivi calann la capa all&#8217;andrè, que te pare que dice no, non, à la matinè! et oui, st&#8217;aria d&#8217;humiditate te sciala er grano granello et te fa ascì n&#8217;aqua scura scura que nun sape d&#8217;artro que d&#8217;aqua. Que poi tante, que poi assaje, e tante ma io tante c&#8217;aggia girà, tante c&#8217;aggio vutà, che &#8216;o ddoce dint&#8217;a tazza fino &#8216;n mocca ma ha da arrivà</em>.  Quello poi lo zucchero deve rimanere a galla per qualche secondo prima di inabissarsi sul fondo e invece no.<br />
<span id="more-39969"></span><br />
 Man mano che quello si versa dalla bustina se ne va dove cazzo gli pare e alla fine non c&#8217;è verso, sbobba pure rimane. Rileggo con più attenzione il primo annuncio che ho ancora sotto gli occhi. <em>Métro Oberkampf</em>. Cazzo tutta Parigi è in quella via. da quando lo Charbon, café tabac, all&#8217;origine tenuto da degli Auvergnats è passato in gestione ad un giovane bretone. Lungo la strada in salita che porta a Menilmontant è  un&#8217;esplosione di locali, gallerie d&#8217;arte, studi di comunicazione. Favela Chic. Cazzo la Favela Chic di Jerome, francese e Rozane, brasiliana. Musica a fondo. Kraftwerk. Model. <em>Au 6e, ascenseur,</em> sesto piano ascensore. insomma chambres de bonne però da non farsi a piedi e scusa se è poco. <em>9 m² environ : douche/toilettes, coin-cuisine (plaque électrique, petit réfrigérateur, micro-ondes), chauffage électrique. Libre. 2000 FF mois charges comprises.</em> Nove metri!!! Dio ma leggo bene! (qui mi cadono gli occhiali da sole sulla tazzina e affanculo caffè, sigarette per terra, che una ragazza raccoglie da terra e mi rida con un sorriso come un tempo le puttane dei quartieri ti vendevano sigarette sfuse passandosele tra i seni, per lo sfizio, che così inaspettato era quel sorriso, che una beata vergine manco a pagarlo, manco a rifarsi bocca e fossette da un chirurgo plastico, che insomma, una bomba che esplodeva tutta per me come quelle altre tutte per tutti nella metropolitana della linea b della capitale che quei bastardi integralisti mettevano nei cestini insieme ai chiodi) Cioè dico io, nove metri quadri, e lo ripeto a voce alta, <em>neuf mètres carrés,</em> e mi alzo, la guardo, mi sforzo di farla sorridere, contando nove metri con i passi, e penso a Roger K che mi aveva raccontato, lui detenuto per trent&#8217;anni, che  dal 1841, anno in cui la Francia decise con una circolare di organizzare le prigioni secondo un regime cellulare ovvero di celle individuali, le celle  dovevano essere di nove metri! Giuro che lo chiamo il proprietario e gli faccio, <em>uè qui Rebibbia pare che c&#8217;avete na cella libera! </em></p>
<p>La ragazza che sorride è andata via ma lo ha fatto salutandomi con un cenno della mano. Così, con il giornale macchiato di caffè davanti a me, fisso la cattedrale. Visibilmente imperfetta, asimmetrica, irregolare. Umana.</p>
<p>Per mancanza di fondi ci hanno messo 130 anni per completare la chiesa. Una Salerno Reggio Calabria metafisica, era. E poi questa storia che senza agenzie immobiliari è meglio, io proprio non la capisco. Sarà pure vero che non paghi la commissione però gli affitti che ti propongono i proprietari sono stratosferici e nella maggior parte dei casi sono anche dei gran bastardi, i proprietari a Parigi. Ti convocano gli aspiranti inquilini tutti alla stessa ora. Tu dici, <em>va bene, sarà per guadagnare tempo</em>, e invece no e te ne accorgi subito. Ve ne state in cinque sei in fila e con un&#8217;aria di superiorità ti passano in rivista che poco manca che ti chieda  di lucidare meglio le scarpe. Il primo grado di umiliazione scatta sull&#8217;origine, la nazionalità. Dopo la razza, bien evidemment. Da una parte gli inaffidabili sud del mondo, e dall&#8217;altra i nord. Questo primo fuoco di fila fa strage ma  per gradi successivi. Perché all&#8217;interno di uno dei due gruppi, Nord e Sud vi sono dei sotto gruppi. Il sud dell&#8217; Europa, Spagna, Grecia, Portogallo, Italia è meno sud dell&#8217;area magrebina, ma anche all&#8217;interno del primo sotto gruppo il proprietario farà la sua distinzione e lo enuncia pure quel figlio di puttana tirando in ballo statistiche e numeri che poggiano sulla sua storia  ed esperienza soggettiva. <em>Ah gli spagnoli, ci passo le vacanze ogni estate, cattolici, educati, tradizionalisti. Lei è Italiano? Spero di Milano perché i penultimi inquilini erano di Roma e mi hanno rotto ben due piatti senza rimborsarmeli. Però mi sono tenuto la cauzione io, mica mi facevo fregare da quei Ritals&#8230;</em></p>
<p>Non sai cosa ti trattiene dal farlo ma avresti una grandissima fottuta voglia di farlo, aprire gli scaffali in cucina e festeggiare alla maniera dei ristoranti greci di Saint Michel l&#8217;entrata dell&#8217;ospite ovvero spaccando tutto per terra. Il secondo momento è anche peggiore. Ti dicono, lo dicono a tutti, di mostrare il dossier, i compiti fatti a casa, e a prescindere dalla cartellina, rigida o moscia, dai cognomi, doppi e altisonanti o terribilmente banali come un Dupont de noantri, l&#8217;accesso alla casa lo determinerà la cifra in fondo alla busta paga che ti sei portato appresso. Mi ricordo che per quel fottuto  sottotetto in Rue Beaubourg avevo superato tutte le prove ed eravamo rimasti in due, in finale: io di Caserta e lui di Avellino . Lui banquier, bancario e io professore interimaire.  Italia Brasile Messico 70. Non c&#8217;era partita e infatti la proprietaria che di mestiere era ricercatrice alla Sorbonne in lettere moderne aveva preferito il bancario di Avellino. <em>Fanculo Dilthey, Troeltsch, Meineke ,Weber </em>eppure <em>Kant </em>che nessuno di loro aveva mosso un dito per trovarmi casa. Poi non passa nemmeno mezz&#8217;ora e la proprietaria mi chiama per dire che l&#8217;Irpino aveva desistito non avendo voluto, lei, la proprietaria, scendere un po&#8217; con il prezzo. In realtà, ha aggiunto, era a me, a noi, me e Massimo ma il mio coinquilino non c&#8217;era, che voleva affittarlo,  perché avevamo l&#8217;aria colta e simpatica.</p>
<p>Con un&#8217;agenzia è diverso. Sei un cliente e non devi sottoporti a nessuna psicoanalisi selvaggia. Non devi per forza sentirti una merda solo per il fatto di avere una busta paga non all&#8217;altezza dei tuoi sogni e ricordarti, <em>ça va sans dire</em>, la faccia dei tuoi, l&#8217;espressione che avevano preso i loro volti all&#8217;unisono quando gli avevi annunciato beato e convinto: e<em>hi vecchi mi iscrivo a filosofia</em>!. Una faccia su cui si leggeva chiaramente: <em>cazzo sta facendo nostro figlio!!</em></p>
<p>Invece di tutto questo bailamme liberista, una gran figa che si chiama Carole  ti aspetta diligentemente  sotto il portone della casa che potrebbe fare per te. Salite che lei ti fa da guida  anche quando a un certo punto ti tira fuori una cosa del tipo : <em>veda qui in questo immobile vivono solo persone single. Non ci sono bambini, vecchi, né dispute tra marito e  moglie, insomma la pace assoluta. </em>Un brivido mi sale lungo la schiena insieme all&#8217;ascensore che abbiamo appena preso, ma con dentro il vuoto. <em>Così l&#8217;ideale-</em> ribatto io, stizzito &#8211; <em>sarebbe un inquilino che affitti la casa senza venirci ad abitare? Si immagina il silenzio! </em></p>
<p>Però lei non se la prende, anzi ride. Mi sussurra che ha una figlia, vivace, e che  questo a lei bastava per essere felice. Il Café de la Mairie da sulla piccolissima Rue des Canettes. Qui negli anni 50 gli zazou, i nuovi dandy, spadroneggiavano e il gigante Boris Vian descriveva per filo e per segni vestimentari la divisa mai uniforme da indossare, il taglio di capelli alla Arthur Rimbaud da conservare inalterato nelle caves dl quartiere, nonostante la tanta birra, il tanto jazz, bagno di sole al Flore e cena al bistrot des Assassins con sotto il braccio Il libro di piccolo formato di Sullivan : &#8221; <em>J’irai cracher sur vos tombes </em>&#8220;. Cazzo questa però è Rue Oberkampf altro che! Riva destra batte riva sinistra all&#8217;ultimo rigurgito di secolo. Però. C&#8217;è sempre un però, io non pagherò duemila franchi per sette metri quadri di cella manco se ci fosse una Jacuzzi al posto del cesso. Così alzandomi dal tavolo faccio che gettare nella prima poubelle olé il Particulier e se dovesse morire prima di me, e di questo ne sono assai certo, la guardia carceraria che voleva affittare un pezzo di prigione giuro davvero, su tutti i negozi di santi e santini qui a Saint Sulpice perfino in nome di tutti i <em>chez Georges</em> della Rue des Canettes e dei suoi chansonniers, e perfino della profumeria che distilla aria di paradiso et <em>Nuits d&#8217;Hadrien</em> sulla piazza,  che sulla sua tomba io, ci piscerò!</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/02/note-per-un-diario-parigino-7/">Note per un diario parigino</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_39969" class="footnote">Chiunque cerca chiunque- <em>Chacun cherche quiconque</em>, è un romanzo che sto pubblicando, in corso di scrittura, su <a href="https://www.facebook.com/event.php?eid=127775723971425">Facebook</a> ps Sull&#8217;affaire vi invito a leggere la chronica che ne ha fatto Barbara Gozzi <a href="http://www.agoravox.it/In-ter-per-culturando-Francesco.html">qui</a></li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Note per un diario parigino</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Aug 2011 06:52:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Caduta del muro di Berlino]]></category>
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		<category><![CDATA[Rostropovič]]></category>

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<strong>Le 14 Juillet</strong><br />
<em>Decimo capitolo </em><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Quando il mio amico Andrea, originario di Berlino Est, si ubriaca, la prima cosa che ti dice è che i tedeschi sapranno pure creare opere monumentali, comporre musiche capolavoro, perfino giocare un calcio tale da vincere i mondiali e nondimeno commettere le peggio mostruosità della storia, tutto ciò con estrema naturalezza, però quando si tratta di festeggiare ne sono assolutamente incapaci.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/31/note-per-un-diario-parigino-6/">Note per un diario parigino</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>da</em><strong> Chiunque cerca chiunque</strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/31/note-per-un-diario-parigino-6/#footnote_0_39939" id="identifier_0_39939" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Chiunque cerca chiunque- Chacun cherche quiconque, &egrave; un romanzo che sto pubblicando, in corso di scrittura, su Facebook ps Sull&amp;#8217;affaire vi invito a leggere la chronica che ne ha fatto Barbara Gozzi qui">1</a></sup><br />
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<strong>Le 14 Juillet</strong><br />
<em>Decimo capitolo </em><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Quando il mio amico Andrea, originario di Berlino Est, si ubriaca, la prima cosa che ti dice è che i tedeschi sapranno pure creare opere monumentali, comporre musiche capolavoro, perfino giocare un calcio tale da vincere i mondiali e nondimeno commettere le peggio mostruosità della storia, tutto ciò con estrema naturalezza, però quando si tratta di festeggiare ne sono assolutamente incapaci. La goffaggine e la colpevolezza Luterana &#8211; ben altro dall&#8217;uterino cattolico senso di colpa- ostacoleranno ogni dimensione collettiva ma soprattutto individuale, tutte le possibilità di condivisione dell&#8217;allegria così messa a dura prova da una pesantezza tanto più atavica quanto necessaria. Ecco perché per Andrea i tedeschi avevano mancato la caduta del muro, di cui non rimaneva in mente nulla nell&#8217;immaginario collettivo che non facesse pensare a cape bionde, i famosi picchi del muro,  intente a distruggere a colpi di martello la pazziella, il giocattolo che la Storia aveva piazzato nel mezzo della stanza sospesa tra oriente e occidente. E nella capa della gente rimanevano le parate militari naziste  nelle città occupate, la marcitudine di una volontà di potenza che scaricava i suoi liquidi puteolenti tra le folle inebetite degli invasi. Di quella gloriosa fine del comunismo, del commiato dagli anni ottanta memorabile restava soltanto la suonata al violoncello di Rostropovič che con le sue note cavalcò i 155 km di muro  riuscendone a domare la benché minima scheggia. Solo che il musicista era russo.<br />
<span id="more-39939"></span><br />
 Andrea subito dopo mi fa: <em>sai come si dice farfalla in francese, no?</em><br />
-<em>Certo</em>, rispondo io,<em> papillon</em> (<a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/28/note-per-un-diario-parigino-3/">e mi è calato lo sguardo sull&#8217;uccello</a>)<br />
-<em> Gli spagnoli, lo saprai senz&#8217;altro, la chiamano mariposa. </em><br />
E fa volteggiare la mano muovendo le dita su ogni sillaba, <em>ma-ri-po-sa</em>. <em>Voi, poi, in Italia dite farfalla.</em> E la fa saltellare la parola sulle labbra un po&#8217; illividite dal vino. -<em> Adesso vuoi sentire da noi come si dice?</em><br />
Gli faccio sì con la capa<br />
-<em> Schmetterling!</em>-  e a quel punto fa cadere la mano come una falena dal corpo grosso che si sia appena bruciata le ali sulle fiamme di una torcia o di una lampadina.<br />
<em>- Capisci ora? Le vostre farfalle svolazzano beate nei campi, le nostre che hanno un nome da bombardiere vanno giù in picchiata.</em><br />
Lei che è di Colonia mi dice di non badare a quello che dice Andrea e forse ha ragione. Certo era stato con lei che avevo provato l&#8217;infelice scoperta dei preservativi tedeschi neri, dei robi che trasformavano la carne della tua carne in sfollagente. E l&#8217;avevi perdonata di quello per la serata appena trascorsa e che lei ti aveva offerto per il tuo compleanno portandoti all&#8217;Operà Garnier in mezzo all&#8217;esplosione di passi di Pina Bausch in <em>&#8220;un tram chiamato desiderio&#8221;</em>. Cazzo, Pina Bausch! Immensa, gigantesca. Magra magra che ogni passo di danza è un giro di lama affilata che ti taglia con un colpo tutte e cinque le pareti della scena.<br />
In quest&#8217;estate di pieni anni novanta nessuno della nostra quasi rivista, <em>la Bête étrangère</em>. ha un franco da permettersi una villeggiatura. Così ci inventiamo delle gite sul fiume minore, sulla Marne con partite a pallone memorabili, con  Aurélien, persiano, in porta. Aurélien, il nostro artista libraio, reduce da una recente performance in una cassa da morto che l&#8217;avevamo portata su un carrello lungo il canal St. Martin ed era stato tutto <em>un gratta e vinci </em>tra quelli che incrociavamo sul cammino. Maurizio, baffone padovano della linea Deleuze- Guattari, Jerome e Rozane, della favela Chic, la folle Susana, argentina come Esteban e completamente fuori dai canoni accademici come invece il nostro, argentino di natura profondamente kantiana. José, lacaniana de gauche, Sabine, Elke, Andrea, e Chantal Nau, pittrice assai straordinaria. </p>
<p>Siamo poeti, grafici, manovali, performer, correttori di bozze di una rivista che però non ha visto ancora la luce se non quella bluette dei compact Mac su cui si sono impaginate le prime prove. Patrick  stavolta ha lanciato l&#8217;idea di trasferirci tutti in campagna per il 14 luglio. Un&#8217;amica di Sabine ha una casa grande a Montreuil, capolinea della linea 9. Carichiamo la vecchia Peugeot di Patrick e Claudie come se stessimo andando in Normandie e  si sbarca in venti da quelle parti con una volontà ferrea di sentirci in vacanza.<br />
Sta cosa dei congés payés me l&#8217;ha detta Maurizio che l&#8217;aveva sentita da Gilles Deleuze. Cioè che il colpo più duro mai assestato alla classe borghese fu quando grazie ai congés payès che furono decisi nel Giugno del 36 quando il Front Populaire prese il potere in Francia. I Borghesi si videro sbarcare sulle loro spiagge in Bretagna o in Normandia migliaia di poveri cristi, così meravigliati di fronte alla visione del mare che il livore dello sguardo sinistro dei latifondisti del tempo libero nemmeno li sfiorò. <em>Les bourgeois ne s&#8217;en sont toujours pas remis.</em>aveva scritto Deleuze.</p>
<p>Nel tredicesimo Don Pasta ha perfino comprato dei fuochi dai cinesi che certo non reggerebbero il confronto con la Bomba di Maradona o <em>&#8216;e criature</em> dei quartieri però almeno si partecipa al grande incendio della Bastiglia. C&#8217;è tanto di quel vino da celebrare un milione di messe e la colonna sonora è rigorosamente Beat, Jacques Dutronc, Sylvie Vartan, Soul e Rock con una base fissa di Sympathy for the devil. Parigi è letteralmente invasa dai papa boys e per la nostra eresia ci siamo detti che comunque sarebbe andata in quel week-end Spinoza si sarebbe inculato Sant&#8217;Agostino.<br />
Eppure, mentre di là Claudie e Jackie preparano da mangiare insieme al resto della banda, e noi in giardino all&#8217;ombra e al sole che però non va oltre il fuoco di sbarramento dei Ray-Ban, non so perché ma mi viene in mente il quattordici luglio dell&#8217;anno prima. Francia profonda, festa in una palestra comunale e corteo aperto da tamburini e pifferi cui seguiva un numero impressionante di malati di mente. Chi sulla sedia a rotelle. chi tenendosi al braccio di un accompagnatore, che saranno stati un centinaio e mi dicevo che quella loro rivoluzione aveva in sé qualcosa di miracoloso come se a scardinare volte ed archi della Bastiglia di ogni epoca e terra fosse stata una crociata surrealista e canzonatoria. O ancora quella dell&#8217;anno prima. Che si abitava con Massimo da poco e ci si era divisi per la grande soirée. Io a Joiinville a casa di Remie e lui da Kundera. Che c&#8217;era anche lei. Lei che un mese prima si era stati tutti in una foresta vicino St Germain. Lei che aveva le sue due creature e si era separata da poco. E che ammiccava scherzava allungando i piedi nudi sull&#8217;erba per darmi calci di nascosto all&#8217;ora del déjeuner. Aveva dei calzoncini attillati  e un sorriso ingigantito dalle fossette e una voce gutturale e sensuale. Che mi dice dai andiamo a fare una passeggiata con gli altri. Che dopo manco dieci minuti ci perdiamo gli altri e in una radura da cui però arrivano le ombre di altri camminatori mi bacia la bacio, mi spoglia la spoglio. E mi fa &#8221; buffo no?&#8221; Si era rasa completamente i peli del pube, così bianco che sembrava una bambola. Ora. sarà stato quello, <em>&#8221; c&#8217;est fou, on dirait une bambina! </em>&#8221; aveva aggiunto mostrandomi la fessa, forse il fatto che fossimo alla mercé di ogni sguardo, o più semplicemente perché era la prima volta ma l&#8217;erezione fu una vera Pompei e per il resto della serata, insieme al ricordo delle  fronde degli alberi che mi sovrastavano, tra cui si insinuavano insolenti raggi di sole, il tutto mentre lei a cavalcioni su di me tentava di trarne un piacere degno di questa nome, avrei cercato di annegare nell&#8217;alcol quella che malgrado ogni scusante era stata una vera  défaillance sentimentale. Ed ecco che a Joinville le Pont, a pochi metri dalla Marne in una allegra e festosa brigata c&#8217;è  anche lei, sulle prime fredda e distante e poco dopo in grazia di concessione di una seconda chance. Me l&#8217;ha sussurrato in un orecchio durante un ballo. E già mi domina il suo profumo, il sudore, la lingua e il resto fino a che non mi chiama Remie per passarmi la telefonata di Massimo.<br />
<em>- Che c&#8217;è Massimo?<br />
- Sono in un gran casino<br />
- Dimmi<br />
- Probabilmente da Kundera mi sono cadute le chiavi di casa e me ne sono accorto solo ora che è mezzanotte passata e qui è un infermo. Ho perfino pensato di prendere un taxi e raggiungervi però , beh lo sai com&#8217;è il 14 luglio, è folla, e follia e di taxi nemmeno l&#8217;ombra</em><br />
Da una parte lei, dentista, e già dettaglio mica da poco, bella sensuale, che se fossi andato via ero certo che non l&#8217;avrei ami più rivista e dall&#8217;altra l&#8217;amico del cuore che non solo si trovava fuori casa ma in più nell&#8217;incapacità di gestire una situazione come quella.<br />
- Ok arrivo, c&#8217;è una coppia che sta andando via e mi faccio dare un passaggio<br />
Lei mi brucia al bacio che le do per salutarla e non potendo dilungarmi troppo nelle ragioni di una dipartita così improvvisa Remie ci rimane male.<br />
Recupero Massimo poco dopo e si va a dormire abbastanza in fretta. Cerco di non farlo sentire in imbarazzo ma non mi riesce.<br />
<em>-Notte eh!<br />
-Notte a te!</em><br />
La cosa più bella. di quella serata mi capita qualche giorno dopo. C&#8217;è l&#8217;incontro dell&#8217;Atelier du Roman in Rue Monsieur le Prince e quando entro Milan Kundera è con Lakis. al bancone del bistrot dove ci si vede tutti. Quando mi avvicino per salutarli Kundera si sporge verso di me e mi dice &#8211; Lo sai no, che un&#8217;amicizia che sopravvive ad un Coitus Interruptus dura per l&#8217;eternità? Massimo gli aveva detto tutto ed è a lui seduto al bar che va il mio sguardo illuminato dalle parole del maestro. Mi pare di leggerglielo sulle labbra quello che sta per dire. Sicuramente so che cosa sta pensando. E lui  cosa io. <em>Legge Universale, è.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/31/note-per-un-diario-parigino-6/">Note per un diario parigino</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_39939" class="footnote">Chiunque cerca chiunque- <em>Chacun cherche quiconque</em>, è un romanzo che sto pubblicando, in corso di scrittura, su <a href="https://www.facebook.com/event.php?eid=127775723971425">Facebook</a> ps Sull&#8217;affaire vi invito a leggere la chronica che ne ha fatto Barbara Gozzi <a href="http://www.agoravox.it/In-ter-per-culturando-Francesco.html">qui</a></li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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		<title>Le invenzioni di Andrea Sparaco</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/08/25/le-invenzioni-di-andrea-sparaco/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/08/25/le-invenzioni-di-andrea-sparaco/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 25 Aug 2011 01:56:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Enzo Battarra]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Sparaco_011.jpg"></a> </p>
<p><strong>Hommage</strong><br />
di<br />
<strong>Enzo Battarra</strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/25/le-invenzioni-di-andrea-sparaco/#footnote_0_39925" id="identifier_0_39925" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="pubblicato sul Mattino di ieri">1</a></p>
<p>“Figure dialoganti: i pizzini dell’anima”. Quasi un presagio, la raffinata ricerca di una sublimazione eterea. <a href="http://www.andreasparaco.com/">Andrea Sparaco</a> aveva dato questo titolo alla mostra inaugurata domenica scorsa nella Chiesa dell&#8217;Annunziata a Teano e tuttora in corso.<br />
Ora Andrea Sparaco non c’è più.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/25/le-invenzioni-di-andrea-sparaco/">Le invenzioni di Andrea Sparaco</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Sparaco_011.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Sparaco_011-215x300.jpg" alt="" title="Sparaco_011" width="215" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-39926" /></a> </p>
<p><strong>Hommage</strong><br />
di<br />
<strong>Enzo Battarra</strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/25/le-invenzioni-di-andrea-sparaco/#footnote_0_39925" id="identifier_0_39925" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="pubblicato sul Mattino di ieri">1</a></sup></p>
<p>“Figure dialoganti: i pizzini dell’anima”. Quasi un presagio, la raffinata ricerca di una sublimazione eterea. <a href="http://www.andreasparaco.com/">Andrea Sparaco</a> aveva dato questo titolo alla mostra inaugurata domenica scorsa nella Chiesa dell&#8217;Annunziata a Teano e tuttora in corso.<br />
Ora Andrea Sparaco non c’è più. Era nato a Marcianise nel 1936.  I suoi “pizzini dell’anima” li ha lasciati come eredità terrena, portando con sé la storia di un uomo ricco di sentimenti e di genialità. Anche se le sue opere continuano e continueranno a vivere, un senso di vuoto, uno smarrimento totale invade il mondo artistico di Terra di Lavoro.<br />
Il suo studio in via Mazzocchi 26 a Caserta, nel quartiere storico della Santella, in quello che è stato definito un tempo il quadrilatero dell’arte, ebbene il suo studio è stata la palestra formativa di generazioni di artisti, di operatori culturali e di intellettuali (due definizioni di altri tempi), di giovani intraprendenti desiderosi di frequentare il “salotto buono” della città. Qualcuno ha tenuto la sua prima esposizione proprio nel magmatico e pullulante studio di Andrea Sparaco.<br />
<span id="more-39925"></span><br />
Eppure, il suo atelier era la sua immagine. Ordinato fino all’ossessione, razionale come solo un artista può esserlo, contaminando paradossalmente regole e trasgressioni. E poi sensibile, di un’umanità sconvolgente, di una delicatezza estrema. Ma bastava avviare una discussione e solo allora il suo temperamento si scaldava sempre più. Sosteneva con vigore le sue tesi artistiche, sociali, politiche. Sosteneva con forza le sue idee e riusciva sempre ad averne. Idee buone, idee nuove, idee rivoluzionarie.<br />
Dire che ha iniziato la sua attività nel 1958 non basta, è un connotato biografico ma non è quello che gli dà autorevolezza storica. Il 18 febbraio 1967 inaugurava insieme con le menti migliori della sua generazione e del suo territorio la collettiva “Nuove presenze di Terra di Lavoro: Proposta 66” al Circolo Sottufficiali di Caserta. E lì iniziava la grande storia che avrebbe accomunato Andrea Sparaco, Crescenzo Del Vecchio, Gabriele Marino, Antonio de Core, Attilio Del Giudice, i grandi protagonisti dell’arte casertana a partire dagli anni Sessanta. Ognuno diverso dall’altro per linguaggio ma soprattutto per identità culturale.<br />
Andrea Sparaco ha sempre incarnato, seppure giovane all’epoca, il ruolo del vecchio saggio, con un’interpretazione sempre più calzante con il passare dei decenni. Si trovava molto a suo agio nel progettare eventi collettivi, nello spronare iniziative comuni, nel motivare se stesso e gli altri. Da lui partirono le prime prese di posizione di carattere internazionalistico degli artisti casertani, a cominciare dal 1968 per la Grecia, poi per il Vietnam, per il Sudafrica. È stato lui a realizzare decine e decine di manifesti, soprattutto negli anni Settanta-Ottanta, per iniziative territoriali del Partito Comunista o della Cgil. E con la sua proverbiale accuratezza presentò tutti questi materiali in una splendida mostra allestita nel 2007 nella sala delle Matres Matutae al Museo Campano di Capua.<br />
E come non ricordare precedentemente la personale tenuta sempre a Capua nel 1990 nella chiesa di San Salvatore a Corte, dall’emblematico titolo &#8220;La memoria ha un grande futuro&#8221;. Nel 2001, poi, aveva realizzato una significativa antologica nell’ex tabacchificio di Santa Maria Capua Vetere, in quella che era diventata la sua città. Ancora una volta il titolo è illuminante: “Disegnare il tempo, scolpire la memoria: geometrie emozionali”. La mostra era a cura di Domenico Papa, catalogo Electa. In quell’occasione si tenne un incontro-dibattito con la partecipazione dei filosofi Massimo Cacciari e Lucio Saviani.<br />
Andrea Sparaco è stato veramente un testimone attivo del suo tempo, capace di rapportarsi ai protagonisti della cultura nazionale, a cominciare dal compositore Luigi Nono, passando attraverso il genio di Luigi (Luca) Castellano. Nonostante ciò aveva scelto di essere un artista calato nella propria realtà territoriale, legato alle sue radici familiari e culturali. Per questo era e resterà per sempre un genius loci romantico, convinto che la cultura prima o poi sarebbe dovuta andare al potere.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Sparaco_028.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Sparaco_028-229x300.jpg" alt="" title="Sparaco_028" width="229" height="300" class="alignright size-medium wp-image-39927" /></a><br />
<strong>Hommage</strong><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Con mio fratello Geppi condividevamo la camera e il letto a castelletto. Credo si fosse preso a cuore il mio futuro sportivo visto che mi portava con lui alle partite di calcio della <em>Forestale</em> o ai campi di lavoro che mio padre organizzava a Casertavecchia. Poi un giorno mi trascinò a una maratona. Una corsa di cinque chilometri attraverso il centro storico della città e che, per poche ore, spazzò via le macchine dalle strade. La locandina di quella storica maratona di fine anni settanta rappresentava un uomo macchina un po&#8217; sbilenco, a metà strada fra Pasolini &#8211; autoritratto nel Decameron  e il celebre don Chisciotte di Pablo Picasso. Bene, quella locandina era un&#8217;opera di Andrea Sparaco e in basso recava la scritta: <em>partenza sicura arrivo incerto!</em>&#8220;.<br />
Inutile dire che quella locandina rimase per diversi anni nella nostra cameretta e per qualche anno nel generoso monolocale in cui andai ad abitare vent&#8217;anni dopo a Parigi. Che cosa mi affascinava del disegno? Ma soprattutto che cosa era accaduto intanto perché potessi capire fino in fondo &#8220;il messaggio&#8221; dell&#8217;artista. Niente di che. Era accaduto  a me quello che avveniva a chiunque a Caserta decidesse di dare un senso al proprio immaginario, esplorarlo, dargli forma, ovvero di andare a trovare Andrea Sparaco nel suo atelier. Così sul finire degli anni ottanta, insieme a Rosario Natale, musicista, e a una serie impressionante di altre persone del mondo delle arti visive e del buon vivere mettemmo su, nello studio di Andrea, un&#8217;operetta di pantomima dal titolo tanto poetico quanto eloquente: <em>chi ha inventato l&#8217;aquilone</em>? E già. Perché mentre in quel tempo, altrove si festeggiava il riflusso come reazione al tempo dell&#8217;impegno, che <em>&#8220;evviva, finalmente possiamo farci i cazzi nostri!&#8221; </em>si gridava tutti come inebetiti, nell&#8217;atelier di Andrea (nel suo studio) si poteva trascorrere un pomeriggio intero, in mezzo a sculture, tele, disegni, manifesti, a chiedersi chi avesse mai inventato l&#8217;aquilone. E non perché l&#8217;eventuale risposta dovesse contenere chissà quale verità, ma per il semplice fatto, mi viene da pensare oggi a trent&#8217;anni di distanza, che l&#8217;azione del sapere, e dunque del ricercare fosse essenzialmente un atto politico. Un atto politico, imparavo da Andrea Sparaco, era qualsiasi atto di natura poetica purché condiviso. Come nell&#8217;innocente, ma fino ad un certo punto, <em>slogan</em> della maratona, quella che importava davvero non era la certezza dell&#8217;arrivo ma la sicurezza della partenza. Da allora ho sempre pensato che dovendo scegliere tra  vocazione e ambizione del progetto, quasi naturalmente, ho sempre creduto che l&#8217;accesso alla vocazione, sapere  come e cosa e chi si potesse amare, fosse più, come dire, essenziale della carriera. Ecco perché mi stanno sul cazzo quanti non riescono a vedere, leggere, capire certi percorsi se non inscritti in un&#8217; Accademia, in un <em>mainstream</em>, in un mercato. Ecco perché sarò sempre dalla parte di artisti come Andrea Sparaco la cui opera ha spiccato il volo al principio della sua vocazione e che oggi, che l&#8217;artista è andato via, scomparso, ci ha lasciati, continua la sua migrazione, imperterrita oltre ogni Accademia, <em>mainstream</em>, mercato, suscitando in chi verrà dopo di noi, quella stessa domanda che un pomeriggio piovoso a Caserta, Andrea ci aveva aiutato a formulare:<em> chi l&#8217;avrà mai inventata un&#8217;opera così?</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/25/le-invenzioni-di-andrea-sparaco/">Le invenzioni di Andrea Sparaco</a></p>
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		<title>Note per un diario parigino</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/note-per-un-diario-parigino-5/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/note-per-un-diario-parigino-5/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 22 Aug 2011 06:36:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>da</em><strong> Chiunque cerca chiunque</strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/note-per-un-diario-parigino-5/#footnote_0_39903" id="identifier_0_39903" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Chiunque cerca chiunque- Chacun cherche quiconque, &#232; un romanzo che sto pubblicando, in corso di scrittura, su Facebook ps Sull&#38;#8217;affaire vi invito a leggere la chronica che ne ha fatto Barbara Gozzi qui">1</a><br />
<strong>Les trois Mailletz</strong><br />
<em>Nono capitolo </em><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/800px-Point_Zéro_des_Routes_de_France_1.jpg"></a></p>
<p><em>Regina, reginella, quanti passi al tuo castello?</em> Sotto i miei piedi, poco fa nel piazzale qui a Notre Dame, c&#8217;era il medaglione che indica il punto zero delle strade di Francia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/note-per-un-diario-parigino-5/">Note per un diario parigino</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>da</em><strong> Chiunque cerca chiunque</strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/note-per-un-diario-parigino-5/#footnote_0_39903" id="identifier_0_39903" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Chiunque cerca chiunque- Chacun cherche quiconque, &egrave; un romanzo che sto pubblicando, in corso di scrittura, su Facebook ps Sull&amp;#8217;affaire vi invito a leggere la chronica che ne ha fatto Barbara Gozzi qui">1</a></sup><br />
<strong>Les trois Mailletz</strong><br />
<em>Nono capitolo </em><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/800px-Point_Zéro_des_Routes_de_France_1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/800px-Point_Zéro_des_Routes_de_France_1-300x225.jpg" alt="" title="800px-Point_Zéro_des_Routes_de_France_(1)" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-39904" /></a></p>
<p><em>Regina, reginella, quanti passi al tuo castello?</em> Sotto i miei piedi, poco fa nel piazzale qui a Notre Dame, c&#8217;era il medaglione che indica il punto zero delle strade di Francia. A partire da quello vengono indicate le distanze delle città sulle <em>cartes</em> francesi. Il mio punto zero è Via G.M. Bosco, 49, Caserta. In questo momento sono a  1586 km dal punto zero delle mie strade. <br />
<em>Dieci passi da elefante. </em>E nemmeno oggi si mangia. Veramente.<br />
<em>Quindici passi da formica</em>. Ce ne sono un migliaio che corrono sotto la mia panchina fingendo indifferenza alle briciole di flan che cadranno.<br />
<em>Cinque passi da serpente. </em>Il rosone poggia sulla capa dei re e le cape dei turisti lo fissano come ipnotizzati.<br />
<em>Dieci passi da gallina</em>. Pollo e patate me li sogno la notte. Avevo letto da qualche parte in Cioran che i poveri mangiano  cose dolci. Quello che per i ricchi è un&#8217;opzione, il dolce dopo il salato, per i clochard è una necessità. Così capisci i denti guasti. Ma cazzo perché non comprare una fottuta baguette jambon beurre, piuttosto che un Flan. Ma vuoi mettere tu che una fettona gialla che sembra polenta e impacchettata indorata ti tappa la bocca dello stomaco a vita, e non la fa parlare, altro che!<br />
<em>Un passo da gambero. </em>Bisogna tornare sui propri passi.<br />
<span id="more-39903"></span><br />
Devo andare di fronte, attraversare il ponte che mi aspetta Marie la greca. Marie è un&#8217;amica di Ioanna e Dimitri. Sono stati loro a presentarmela e abitano nello stesso palazzo in Rue des Anglais. Marie ha qualcosa della Irene Papas. Lo sguardo intenso, i seni grandi e la bocca di una spagnola. Ioanna invece sa tutto della Cvetaeva. Così mi racconta ogni cosa, compreso il suo amore per Rilke. Compreso, che non teneva una lira nemmeno lei e mandava le lettere ai suoi corrispondenti gettandole nei treni diretti nelle città in cui vivevano. Qualcuno le raccoglieva nel corridoio e le recapitava. altre andavano perdute.</p>
<p> La Rue des Anglais è alle spalle della Shakespeare and Company‎  Rue Bûcherie, quinto arrondissement. Ci sta il nipote di Whitman che è talmente vecchio che non può essere nipote, perché minimo minimo è nonno, e allora lo prendi proprio per Whitman anche se non ci somiglia proprio al ritratto che ci sta fuori sulle bancarelle di fronte alla Senna e che recita testualmente : <em>Étranger qui passe tu ne sais pas avec quel désir ardent je te regarde!</em> Di fronte alla prefecture de Police. E infatti ce la vedo bene la scritta sull&#8217;uniforme blu notte dei flic, <em>&#8220;straniero che passi tu non sai con quale nervoso ardente ti sto a guardare. &#8220;</em> Mi hanno rinnovato la carta di soggiorno solo perché avevo un mezzo contratto. appuntamento tra sei mesi. E senza la Carte non ci lavori mica a Parigi. Però ti leggi Cioran, Hemingway, Cvetaeva, Modigliani che tutti facevano la fame, Miller che alla Shakespeare era di casa, e faceva la fame pure lui, e Anaïs Nin, e pure i compagni antifascisti facevano la fame negli anni trenta, perfino Pertini che per risparmiare andava alla mensa degli anarchici. Baudelaire ci faceva la fame, Rimbaud non ne parliamo e insomma quasi quasi ti dici; vuoi vedere che si diventa famosi solo  se hai sofferto nella tua vita almeno una volta la fame? E poi anche oggi, mo, che mi mangio sto cazzo di flan invece del solito pain aux raisins, tutti quegli zuccheri mi hanno fatto pensare a Cioran mica a Giuvann &#8216;o purtusare di San Nicola la Strada?</p>
<p>Per andare da Marie passo per lo square Viviani. Ci passo sempre da quando mia madre non è morta. Che stava morendo e i miei fratelli non me lo volevano mica dire che stava morendo, però stava  male, e l&#8217;avevo capito, e così quando il primogenito mi ha detto di stare pronto sono venuto qui, dal mio albero a pregare, a modo mio si intende. E a modo mio il cielo plumbeo della città aveva accolto la mia preghiera. Ai piedi dell&#8217;albero più vecchio della città, dalle parti fossilizzate dal tempo come da un Vesuvio &#8211; in fondo la piazza si chiamava Viviani no? &#8211; un piccione m&#8217;aveva cagato su una spalla e poco dopo mi telefonarono i fratelli per dire che mamma stava bene, ora. Per andare da Marie devo passare per la Rue Dante, Poco dopo, in Rue Cujas ci sta Accattone, il cinema dove proiettano dalla morte del poeta tutti i suoi film. Come se Parigi assolvesse il compito di levare la croce ai poveri cristi. Per ogni povero una leggenda, da santi bevitori o santi ospitali come  quello a cui è dedicata la chiesa che fa ombra all&#8217;albero, quella di St Julien, <em>le pauvre</em>, appunto. Flaubert gli ha persino dedicato un racconto che finisce così:<em> Et voilà l&#8217;histoire de saint Julien l&#8217;Hospitalier, telle à peu près qu&#8217;on la trouve, sur un vitrail d&#8217;église, dans mon pays.</em></p>
<p>Il vecchio albero è una finta Acacia. In inglese si chiama black locust, Akazienbaum in tedesco, azz.!  Robinia  in italiano. Io a Marie la chiamo Robinia mia e lei ride ogni volta. Marie è tosta e guadagna un sacco di soldi come barista al Trois Mailletz. E&#8217; molto rispettata dal padrone ma pure dai cantanti che al piano eseguono arie della lirica in mezzo a oceaniche folle di bevitori di birra e super alcolici. Al piano di sotto, nella cave va in onda lo spettacolo ma per quello si deve pagare. Al Trois Mailletz ci hanno suonato nel dopoguerra i miglioi jazzisti del novecento.<br />
Sidney Bechet, Mezz Mezzrow, Bud Powell, Bill Coleman,  John Coltrane, Dizzy Gillespie, Count Basie et son grand orchestre, Louis Armstrong. Ella Fitzgerald, Billie Holliday, ma soprattutto lui, Coltrane. Mo ci fanno world music lì sotto. Marie quando mi vede arrivare prima  mi tiene il broncio, come a dire, <em>cazzo è ora di arrivare?</em> poi, che gli avventori già cercano di capire come fare a restituirle il buon umore, fa un grande sorriso come a dire che il dispiacere del ritardo non dovrà mai superare per intensità il piacere del ritrovarsi. Saggezza da greca antica e moderna. Marie dice che non sta bene che io sia così povero e intanto  mi versa da bere che lei può farlo, gratis. &#8211; Te la devono dare una borsa, d&#8217;ufficio! Ci sono degli emeriti pirla che campano con le borse e tu no, <em>c&#8217;est con, quoi!</em></p>
<p>Le prime parole di Argot le imparo da lei. Però quando incontro qualcuno che mi dice che lo pagano per fare le cose che ama penso  sempre che così dovrebbe essere per principio, e infatti così è in generale ma non per me. Poi si fa mezzanotte e Marie Robinia mi da le chiavi. Salgo nel suo studiolo che ha un bagno, un cucinino e un letto immenso in cui cado come se avessi macinato chilometri di universo, 1586  per andare e lo stesso a tornare, in nome della madre ritrovata. Verso le tre, tre e mezza Marie rientra ma  non la sento chiudere la porta. Sento invece il suo respiro in mezzo alle gambe, e qualsiasi cosa accada ogni notte dalle tre e mezza assolvo da tre settimane a un compito di cui non farei mai a meno. che è quello di guardare estasiato Marie prenderlo in bocca, soffiarci su richiudendo le labbra come una vulva, e mischiar la lingua all&#8217;inguine e sudare saliva  alla maniera di una medusa perduta chissà in quali mari. Poi facciamo l&#8217;amore e così mi ricongiungo a quella parte di me che fino ad allora era un rapito organismo vivente all&#8217;infuori di me. Penso alla lotta di classe. Ché ogni volta che un povero scopa è come se s&#8217;inculasse un ricco!. Del resto le gioie del capitale non riposano sulle terga dei poveri cristi?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/note-per-un-diario-parigino-5/">Note per un diario parigino</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_39903" class="footnote">Chiunque cerca chiunque- <em>Chacun cherche quiconque</em>, è un romanzo che sto pubblicando, in corso di scrittura, su <a href="https://www.facebook.com/event.php?eid=127775723971425">Facebook</a> ps Sull&#8217;affaire vi invito a leggere la chronica che ne ha fatto Barbara Gozzi <a href="http://www.agoravox.it/In-ter-per-culturando-Francesco.html">qui</a></li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Sfatti di cronaca</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Aug 2011 18:17:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/134046263-5b205796-320f-43f1-87c8-9c6bc88933de.jpg"></a></p>
<p>I neorealisti dicono che senza testo non c&#8217;è più esperienza<br />
dei fatti che si dicono veri perché uno poi li può toccare<br />
con mano che se si sporca è meglio, dicono, e così pare.</p>
<p>Intanto il vuoto inghiotte il pieno di parole e la pietanza<br />
che in luogo di nutrire macera lungo le strade.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/11/sfatti-di-cronaca/">Sfatti di cronaca</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/134046263-5b205796-320f-43f1-87c8-9c6bc88933de.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/134046263-5b205796-320f-43f1-87c8-9c6bc88933de.jpg" alt="" title="134046263-5b205796-320f-43f1-87c8-9c6bc88933de" width="300" height="157" class="aligncenter size-full wp-image-39827" /></a></p>
<p>I neorealisti dicono che senza testo non c&#8217;è più esperienza<br />
dei fatti che si dicono veri perché uno poi li può toccare<br />
con mano che se si sporca è meglio, dicono, e così pare.</p>
<p>Intanto il vuoto inghiotte il pieno di parole e la pietanza<br />
che in luogo di nutrire macera lungo le strade.</p>
<p>(da<a href="http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=155446"> Sfatti di Cronaca</a> )</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/08/11/sfatti-di-cronaca/">Sfatti di cronaca</a></p>
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		<title>Parità dei s@ssi</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Aug 2011 23:01:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologie]]></category>
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		<description><![CDATA[<p></p>
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		<title>Note per un diario parigino</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2011/07/30/note-per-un-diario-parigino-4/</link>
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		<pubDate>Sat, 30 Jul 2011 09:03:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[chiunque cerca chiunque]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Guida involontaria di Parigi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><em>da</em><strong> Chiunque cerca chiunque</strong><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/30/note-per-un-diario-parigino-4/#footnote_0_39689" id="identifier_0_39689" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Chiunque cerca chiunque- Chacun cherche quiconque, &#232; un romanzo che sto pubblicando, in corso di scrittura, su Facebook . Chez Omar &#232; il capitolo sette. effeffe ps Sull&#38;#8217;affaire vi invito a leggere la chronica che ne ha fatto Barbara Gozzi qui">1</a><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/211038_127775723971425_5987621_n.jpg"></a></p>
<p><em>Tredicesimo capitolo </em></p>
<p><strong>Villejuif</strong></p>
<p>Aurélien Alizadeh, il libraio mio amico, persiano, me l&#8217;ha raccontata stamattina e allora mi sono detto che  è proprio vero, non c&#8217;è un cazzo da fare, qui veramente tutti inseguono tutti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/30/note-per-un-diario-parigino-4/">Note per un diario parigino</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>da</em><strong> Chiunque cerca chiunque</strong><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/30/note-per-un-diario-parigino-4/#footnote_0_39689" id="identifier_0_39689" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Chiunque cerca chiunque- Chacun cherche quiconque, &egrave; un romanzo che sto pubblicando, in corso di scrittura, su Facebook . Chez Omar &egrave; il capitolo sette. effeffe ps Sull&amp;#8217;affaire vi invito a leggere la chronica che ne ha fatto Barbara Gozzi qui">1</a></sup><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/211038_127775723971425_5987621_n.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/211038_127775723971425_5987621_n.jpg" alt="" title="211038_127775723971425_5987621_n" width="200" height="132" class="alignleft size-full wp-image-39691" /></a></p>
<p><em>Tredicesimo capitolo </em></p>
<p><strong>Villejuif</strong></p>
<p>Aurélien Alizadeh, il libraio mio amico, persiano, me l&#8217;ha raccontata stamattina e allora mi sono detto che  è proprio vero, non c&#8217;è un cazzo da fare, qui veramente tutti inseguono tutti. <em>Chacun cherche quiconque,</em> ha aggiunto allora lui. Mi ha fatto ridere prima quando mi ha indicato un signore che usciva con due scatole piene di libri.</p>
<p>-<em> Sai, è l&#8217;autista di un Avvocato importante che una volta al mese lo manda a prendere riviste pornografiche, romanzi erotici purché non superino gli anni sessanta. Del resto lo sai l&#8217;Equipement vive di due settori, pornografia ed esoterismo. Pornografia entrando a destra e gli esoterici a sinistra. Nel caso in cui volessi fare il libraio non scordarti questa cosa: se vuoi avere tra gli scaffali roba come il Cendrars che hai appena comprato o Fernando Arrabal, i surrealisti praghesi, il manifesto dell&#8217;internazionale situazionista, bene ce n&#8217;est que avec du Cul, du Cul et du Mystère, che potrai permettertelo.</em><br />
<span id="more-39689"></span></p>
<p>Mi fermo spesso da lui quando finisco i corsi da Kenzo, in Place des Victoires, primo arrondissement, e mi offre sempre il tè. Non si ricorda la fonte della storia che gli viene in mente di raccontarmi, se sia stata sua sorella, quella che durante la rivoluzione in Iran fabbricava di nascosto acquavite in cantina, o che l&#8217;abbia semplicemente letta. Ad ogni modo  si svolge in Azerbaijan e parla di  un vecchio signore assai noto in paese per la sua capacità di individuare gli alberi che avrebbero dato più frutti. E nella perlustrazione del territorio, a volte si spingeva oltre i confini, viaggi che potevano durare  a volte diversi mesi, un anno, per non dimenticarsi delle piante prescelte  legava ad un ramo un fiocco rosso, vivo, perché al tempo del raccolto le potesse ritrovare più facilmente. Mentre racconta Aurelien si slega i capelli lunghissimi che porta a coda di cavallo, e se li risistema subito dopo il tutto facendo ben attenzione all&#8217;acqua del bollitore accanto alla cassa, per servire il solito tè.</p>
<p>- <em>Ti stavo dicendo ecco, che non era facile riuscire nell&#8217;impresa.  Mutavano i paesaggi con il clima e poi, ad aggravare la cosa, c&#8217;era il fatto che negli ultimi tempi si spingeva davvero assai lontano . E fu proprio durante uno di questi lunghi viaggi che perse la vita senza fare in tempo a ritornare sui propri passi fino al villaggio di partenza. Come fosse accaduto, anche questo non si sa </em>- Aurélien a questo punto versa l&#8217;acqua nella teiera d&#8217;argento intarsiata-  <em>se sia stata colpa della fatica,  la stanchezza delle lunghe marce, del peso degli anni eccetera. Ma intanto restavano i suoi segni, i nastri rossi sparsi un po&#8217; ovunque e e nessuno che sapesse interpretarne il senso. Intanto, in tutt&#8217;altro villaggio  una banda di ragazzini, durante una gita peraltro  non permessa dalle famiglie, essendo incappati in uno di quei segni si s&#8217;erano messi a fare a ritroso il cammino del vecchio. magari per gioco, soltanto per poterne trovare  degli altri o ancora più semplicemente per scoprire dove andassero a finire. e una volta raccolti per scoprire dove mai portassero .</em></p>
<p><em>I genitori, allarmati dall&#8217;assenza dei ragazzi all&#8217;ora di cena erano partiti alla loro ricerca non senza il proposito di dargli una bella punizione una volta acciuffati.</em></p>
<p><em> Così, strada facendo s&#8217;erano imbattuti anch&#8217;essi sui nastri del vecchio e forse pensando che un dio ce li avesse messi per guidarli, questi vi facevano sosta per recitare preghiere, lasciando dei doni, ed aggiungere al fiocco originario degli altri colorati. Quanto dovesse durare l&#8217;inseguimento o quanto ancora  duri, beh di questo non c&#8217;é dato saperlo. Di esatto sappiamo solo il numero, ai più peraltro ignoto, degli alberi eletti dal vecchio, ma a quanto pare, a detta di alcuni,  a distanza di secoli ormai  figli e parenti starebbero ancora li&#8217; a inseguirsi. Alla rapidità degli uni, nel guizzo delle membra giovani pronte a rifuggire ogni  fatica della mente, ovvero di interpretare un segno, capirne il significato recondito e profondo corrispondeva infatti la lentezza degli altri, in parte dovuta ai muscoli meno freschi ma per lo più propiziata da una naturale inclinazione a meditare.</em></p>
<p>Sorseggiamo del tè, un cliente si paga un libro di René Guénon, Aurélien mi guarda per dire vedi? E conclude la storia:</p>
<p>- <em>Certo agli anziani sarebbero spettati i frutti migliori,  miracolosamente nutrienti e belli a vedersi, come un premio alla propria devozione.</em></p>
<p>- <em>Alì, ma è una storia triste non trovi? Cioè la storia dice che sarà inutile cercare</em></p>
<p>- <em>Ma no, pare anzi  che le due fazioni si incontreranno un giorno, perché pur aumentando la distanza lungo il cammino, a causa della diversa velocità si sarebbero dovuti incontrare i per forza un giorno, avendo il vecchio disegnato che cerchi, e poi cerchi ed ancora, scrupolosamente precisi, dei cerchi.</em></p>
<p>Beviamo il tè che sua sorella gli ha portato nell&#8217;ultimo viaggio insieme al caviale anch&#8217;esso iraniano e si telefona in tipografia per sapere quando avremo le riviste.</p>
<p>- <em>In settimana pare</em>- mi sussurra mettendo la mano sul microfono per non farsi sentire- <em>tu avvisa Souad all&#8217;Atmosphére che presto si festeggia.</em></p>
<p>Ci salutiamo, è quasi ora di cena ma mentre sto per avviarmi mi chiede come sta la <em>petite italienne.</em></p>
<p>Già. La piccola. Un amico di famiglia mi aveva chiesto di dare una mano a suo cognato, vedovo da pochi anni della moglie vittima di un cancro fulminante. Lo stesso cancro che aveva deciso di portarsi via anche sua figlia. Se insomma potevo aiutarlo facendogli da interprete durante la chemio, durante i colloqui con i medici ed io gli ho detto naturalmente di sì. Ci incontriamo a Parigi, all&#8217;Operà. lei ha una bandana e dei lineamenti della grazia  di una madonna del rinascimento, di una giovanissima madonna, su cui gli occhi grandi e chiari si lasciano di tanto in tanto coprire dalle palpebre affaticate dalla cura.  Accade qualcosa quasi subito, lei ride di me che le sembro bizzarro con il cappello, che le parlo in casertano e subito dopo in francese, magari con un&#8217;amica che ci accompagna o con un cameriere a cui chiediamo da bere insieme al papà. Vado così a trovarli a Villejuif, dove hanno preso un piccolo appartamento accanto all&#8217;ospedale. e pagano affitti a settimana che nemmeno sugli Champs Elysées paghi così tanto e mentre sorridi alla proprietaria buontempona pensi tra te e te che andrà all&#8217;inferno in un inferno in cui dovrà pagarsi in più e senza sconto un affitto esorbitante. e cazzo, pensi pure, ma subito dopo tornando a casa, ma Villejuif non era una delle roccaforti della cintura rossa di Parigi? Che per arrivarci passi dalla rue Jean-Jaurès poi l&#8217;avenue de Stalingrad le Kremlin-Bicêtre, che dici ma siamo in unione sovietica?  Che i parchi portano il nome di  Pablo-Neruda e il maggiore complesso scolare si chiama Karl Marx? Che il sindaco è comunista dal 1925! Putain de merde! E allora dico io, e lo dico a te proprietario di questo tre locali che sa di morte con la carta da parati avvizzita e un giardinetto che sa di smog, dai letti pesanti come bare  con le lenzuola intrise di medicinali, dico, ma non ti vergogni nemmeno un po&#8217; di succhiare il sangue di poveri cristi nel mezzo della battaglia?  E non dico vergogna per te, ma per il partito!! Non ne faccio parola con nessuno, ci mancherebbe, io sono solo una vedetta lombarda. una guida attraverso parole che non avevo mai saputo e che imparo nel dolore della mia giovanissima, bella ospite che pare proprio una madonna del rinascimento a guardarla dormire.</p>
<p>Quando la chemio ricomincia è in ospedale che vado a trovarla, compatibilmente con i corsi e a volte mi capita di non poter andare e  lei me lo ha perfino scritto in un disegno che sballo tutti gli orari e gli appuntamenti. Ricordo anche ora e credo per tutta la vita l&#8217;ingresso nel reparto infantile di quell&#8217;ospedale. Un&#8217;infermiera mi infila il camice prima di entrare in reparto  con la stessa cura con cui vorrei sfilarglielo. mentre mi abbottona lo sguardo al di sopra della sua spalla va ad una camerata appena appena illuminata da luci notturne e nell&#8217;incompleto buio mi fissa il faccione di un bimbo che sembra un mondo, anzi tutti i mondi che quasi certamente non potrà mai vedere e mi viene un groppo in gola che mi raschia il pensiero fino a farlo sanguinare. L&#8217;infermiera che se ne accorge mi guarda negli occhi. Questa volta il suo sguardo è severo. Mi sussurra che io non ho diritto al dolore, che in quelle stanze di dolore ce n&#8217;era a tonnellate e che al limite, se avessi voluto avrei perfino potuto portarne via un po&#8217;. E che per riuscire nella cosa bisognava essere l&#8217;immagine stessa della felicità. perché ognuno di noi, altro da qui bimbi, comprese le infermiere era il loro specchio e se lo specchio sorrideva anche loro sorridevano un poco e ne avevano tutto il diritto. In tre secondi avevo appreso la lezione più importante della mia vita e in più la maestra era anche figa. Così quando entro il papà mi accoglie con un sorriso e lei, così piccola, minuta che sembra una madonna rinascimentale strabuzza gli occhi e sorride. Ha le labbra screpolate, quasi massacrate dalla sécheresse. fa fatica a parlare, la voce le si spezza dentro ma ascolta con piacere le cose che si dicono. Guardiamo un film alla televisione, c&#8217;è la Rai ed è un vecchio film in bianco e nero degli anni sessanta, con tutti i cantanti top del momento. Dallara, Peppino di Capri, Adriano Celentano , Mina, Tony Renis. Si intitola Io bacio, tu baci  e lo guardiamo estasiati. il suo papà ha pochi anni più di me e lei sembra sapere tutto come in un corso intensivo della vita che andasse in avanti nel futuro ma anche indietro, e fare proprio un tempo mai vissuto. C&#8217;è anche la compagna del marito che la asseconda nei gesti e la protegge. Quando poi attaccano Gianni Meccia e Jimmy Fontana con i Flippers, il Cha cha cha dell&#8217;impiccato è un delirio. Sul ritornello <em>dondola dondola chi? un impiccato</em> è cori verdiani al punto che due infermiere accorrono e cantano anch&#8217;esse. Vita cantavamo e vita sia. Ovvero non volontà di morire di accettare  il male ma a quello ribellarvisi con tutte le forze. In un reparto al nono piano di un ospedale alla periferia del mondo, un tempo comunista,  pieno come l&#8217;Hotel Crillon nei giorni di maggiore festa , io ho visto. Io ho riconosciuto i guerrieri del mio tempo. Io ho assistito alle ore di battaglia di uniformi sbattute come bandiere e cambiate insieme alle lenzuola meticolosamente come le mani lavate all&#8217;entrata del reparto speciale. La Signora ha già varcato la soglia e l&#8217;alito le si confonde all&#8217;odore del talco distribuito come neve sul letto. Solo la lotta per la vita ed ella soltanto di giovani anime e creature senza capelli.</p>
<p>Quando mi volto verso Aurélien capisce dalla faccia che ho fatto che non c&#8217;era stato niente da fare. Che tutto quello che si poteva fare era stato fatto. Che il vuoto lasciato da una ragazza che pareva una madonnina del quattrocento nessun pieno l&#8217;avrebbe mai riempito. E così ho visto la tristezza anche sul volto del mio amico persiano, che un giorno aveva tenuto a battesimo di francese con il suo tè i miei ospiti, A casa scrivo. Massimo è in Italia in questi giorni. Ci sono i suoi mille libri a farmi compagnia. E invece scrivo:</p>
<p><em>E l&#8217;eleganza delle prime luci all&#8217;alba</em></p>
<p><em>che distolgono il passo dalla meta </em></p>
<p><em>perché mirando s&#8217;indovina il fuoco</em></p>
<p><em>restando immobili</em></p>
<p><em>senza più fiato</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>in gola o in altra parte della vita</em></p>
<p><em>in una fragile promessa un&#8217;illusione</em></p>
<p><em>che la vendetta non avesse fine</em></p>
<p><em>non un lamento</em></p>
<p><em>e senza voce</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>E le tisane di veleno al capo</em></p>
<p><em>per le mirabili sortite ed il foulard</em></p>
<p><em>raccolto a guisa d&#8217;una fine </em></p>
<p><em>o d&#8217;un cominciamento</em></p>
<p><em>d&#8217;arida carne</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>ma se solo v&#8217;avesse il cuore una parola</em></p>
<p><em>non l&#8217;ultima che dice e poi sentenzia</em></p>
<p><em>diremmo la medesima che induce</em></p>
<p><em>l&#8217;anima all&#8217;orecchio</em></p>
<p><em>ed il soffio in vita</em></p>
<p><em>ella non s&#8217;apre al cielo che non v&#8217;é più cielo</em></p>
<p><em>ma solo all&#8217;anima e scompare</em></p>
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<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_39689" class="footnote">Chiunque cerca chiunque- <em>Chacun cherche quiconque</em>, è un romanzo che sto pubblicando, in corso di scrittura, su <a href="https://www.facebook.com/event.php?eid=127775723971425">Facebook</a> . Chez Omar è il capitolo sette. effeffe ps Sull&#8217;affaire vi invito a leggere la chronica che ne ha fatto Barbara Gozzi <a href="http://www.agoravox.it/In-ter-per-culturando-Francesco.html">qu</a>i</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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