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	<title>Nazione Indiana &#187; francia</title>
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		<title>Todd, l&#8217;anticipatore</title>
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		<pubDate>Mon, 09 May 2011 05:12:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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<p>Dizionario dei luoghi comuni: Emmanuel Todd, quello che aveva previsto lo sfaldamento dell’Unione Sovietica. <em>Il crollo finale. Saggio sulla decomposizione della sfera sovietica</em>, pubblicato in Francia nel 1976 e scritto all’età di 25 anni, è divenuto il titolo onorario di Todd.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/09/todd-lanticipatore/">Todd, l&#8217;anticipatore</a></p>
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<p>Dizionario dei luoghi comuni: Emmanuel Todd, quello che aveva previsto lo sfaldamento dell’Unione Sovietica. <em>Il crollo finale. Saggio sulla decomposizione della sfera sovietica</em>, pubblicato in Francia nel 1976 e scritto all’età di 25 anni, è divenuto il titolo onorario di Todd. L’autore, nella prefazione dell’edizione del 1990, ricorda che lo guidarono nella decifrazione della crisi i solidi e bruti dati demografici, in particolare l’innalzamento del tasso di morti infantili tra 1971 e 1974.</p>
<p>Todd, storico di formazione, combina le competenze del demografo e dell’antropologo. Ma le sue analisi storico-antropologiche, pur avvalendosi di una solida base empirica, non rinunciano a prese di posizioni polemiche nei confronti del panorama intellettuale e politico. Fin dallo studio sull’URSS, il lavoro di Todd presenta due aspetti complementari: da un lato, la ricerca che opera in modo scientifico e apolitico, con un’attenzione privilegiata a processi di lungo periodo (alfabetizzazione, contraccezione, ecc.) e alle strutture antropologiche di base (i modelli familiari); dall’altro, un’esigenza militante di tirare delle conseguenze politiche dai risultati ottenuti. Questo significa non solo avanzare soluzioni nei confronti di problemi sociali maggiori, ma sopratutto anticiparli quei problemi, valutandoli nella loro complessità antropologica e inquadrandoli in una prospettiva storica ampia.<span id="more-38960"></span></p>
<p>Il suo contributo più importante alle discipline storiche è probabilmente riconducibile ai due studi dell’inizio degli anni Ottanta, <em>Il terzo pianeta</em> (1983)<em> </em>e l’<em>Infanzia del mondo</em> (1984), in cui Todd avanza l’ipotesi di una derivazione delle ideologie politiche e religiose dai valori di base che costituiscono i modelli familiari presenti nelle diverse aree del pianeta. Todd difende qui un’ipotesi esplicativa forte: la diffusione delle grandi ideologie della modernità – liberalismo, comunismo e gli ibridi dell’uno e dell’altro – è avvenuta in modo ineguale nel mondo, in quanto esse hanno di volta in volta incontrato un terreno favorevole o sfavorevole al loro sviluppo nello strato antropologico dei modelli familiari. In altre parole, le ideologie e i sistemi politici che da esse derivano sono delle trasposizioni sul piano sociale di valori fondamentali che reggono le relazioni umane all’interno dei nuclei familiari. La diversa organizzazione di questi valori (uguaglianza-disuguaglianza, libertà-autorità), producendo un numero ristretto di tipologie familiari, costituisce la variabile “lenta” della storia umana che entra in relazione con le variabili più “veloci”, quali i sistemi economici, religiosi, politici.</p>
<p>Nell’ottobre del 2010 è uscita in Francia l’edizione tascabile di <em>Après la démocratie</em>, un saggio del 2008 (Gallimard, «Folio Actuel», pp. 320, € 7,80). Pochi mesi sono bastati per esaurire la nuova edizione. Un tale successo, nell’ottica italiana, è abbastanza sorprendente. Innanzitutto, Todd non è allineato con nessuna scuola di pensiero, ed è particolarmente allergico alle mode intellettuali. Inoltre, i suoi lavori coniugano la verve polemica francese con lo stile sobrio anglosassone, costantemente rivolto alla perentorietà dei dati più che alla profusione delle idee. Questo fa del suo libro non uno dei tanti <em>pamphlet </em>che denunciano la crisi della democrazia, ma un tentativo sistematico di farne la diagnosi, accompagnato da un’eziologia e da plausibili proposte terapeutiche. L’osservatorio principale dell’insorgenza della crisi è la Francia del neo-eletto Sarkozy (2007), ma attraverso di essa è lo stallo politico dell’intera Europa ad essere preso in considerazione.</p>
<p>Todd è convinto che i nostri mali vengono più dall’idiozia della nostre classi dirigenti e dagli esperti – gli economisti in testa – che le condizionano ideologicamente, più che da una consapevole strategia di dominio. Non che la volontà di dominio sia carente nello strato più ricco dell’elite, ma essa sfocia in una sorta di delirio, che ha sinistre parentele con quello del Tony Montana di Brian De Palma («The world is yours»). L’analisi dell’atomizzazione in atto <em>anche</em> nella fascia più alta della società è forse uno dei contributi più interessanti del libro di Todd. A questo livello, vi è una lotta senza quartiere per trasformare i momentanei vantaggi salariali delle professioni meglio pagate (manager, dirigenti, ecc.) in stabili e definitivi privilegi da membri di una borghesia finanziaria, dotata di sufficiente capitale per vivere di rendita. Una tale rapacità, di cui noi, in Italia, siamo di continuo spettatori privilegiati, non risponde neppure più a una coscienza e a un progetto di classe. Non solo dunque l’omogeneità del gruppo sociale si sfalda verso il basso, secondo la proverbiale logica della guerra tra i poveri, ma si sfalda anche verso l’alto, operando una rottura tra le classi medie superiori e una ristretta classe capitalista, sempre più avulsa dalla realtà e condannata a un’insaziabile sete di potere.</p>
<p>Su questo sfondo, la classe politica gioca la sua peculiare partita, che è così riassunta da Todd: “come evitare che le consultazioni elettorali lascino emergere ciò che preoccupa veramente i cittadini, ovvero la gestione dell’economia, e che sia rimesso in discussione il libero mercato?”. Da questo impossibile accordo tra politici ed elettori, nasce l’esigenza sempre più marcata, da parte dei politici, di manipolare l’elettorato, in modo tale che le sue richieste, sul piano della politica economica, siano costantemente inevase, differite, magicamente trasformate in altro. Ed è inutile dire che se la sinistra è incapace quanto la destra di modificare il modello economico dominante, la destra ha molto più agio nel proporre delle soluzioni immaginarie. L’islamofobia, in quest’ottica, non è semplicemente una peculiarità ideologica dell’estrema destra su scala ormai europea. La designazione del capro espiatorio e la proposta di una democrazia “etnica” diventa l’unico margine di manovra che la classe politica, almeno a destra, possiede per rispondere allo scontento crescente dell’elettorato. Non volendo più agire sul proprio terreno, la lotta di classe e la politica economica, la sinistra si è così condannata alla paralisi, dal momento che lo scontro etnico è tradizionalmente terreno della destra. Forse Todd non esagera, quando dice che il PS francese non vuole vincere le elezioni, accontentandosi dei vantaggi offerti dalla presenza nelle amministrazioni locali. Pensiamo al caso italiano. Finché la sinistra non governa, può senza difficoltà essere apocalittica, diffondendo ciò che Berlusconi definisce “pessimismo”. Ma il giorno in cui governerà, come potrà inoculare ottimismo negli elettori senza prendersela con gli immigrati e, <em>nel contempo</em>, senza alzare i salari dei ceti popolari e garantire lavoro per le fasce giovani e qualificate della classe media?</p>
<p>Sugli economisti Todd è ancora più implacabile, lui che difende, ma su scala europea, l’universalmente biasimato protezionismo. Egli sottolinea il paradosso per cui, nel momento in cui la dottrina liberista regna incontrastata, il sistema di cui descrive il buon funzionamento implode. In tutto ciò egli non vede semplicemente una cinica difesa ideologica delle classi dominanti, ma un vero e proprio accecamento intellettuale, che ha dinamiche proprie, legate al conformismo intellettuale e accademico. Si può notare, per altro, come un discorso analogo può essere fatto per l’islamofobia. Nel momento in cui i moti rivoluzionari stanno scuotendo il mondo arabo – rivelando l’esistenza di una popolazione giovanile, alfabetizzata e refrattaria a forme d’indottrinamento politico o religioso tradizionali – in diversi paesi d’Europa la minaccia islamica è considerata di grande attualità, favorendo le disastrose speculazioni elettorali delle destre estreme e moderate. Anche in questo caso Todd è stato anticipatore, confutando la convinzione occidentale di un’eccezione arabo-musulmana, che designerebbe i popoli arabi, per ragioni culturali e religiose, come irrimediabilmente estranei ai valori democratici. <em>L’incontro delle civiltà</em>, scritto con il demografo Youssef Courbage (nella traduzione italiana di Roberto Ciccarelli uscito da Tropea nel 2009: pp. 160, € 14,90), metteva in luce già nel 2007 i dati demografici determinanti a ipotizzare un processo irreversibile di modernizzazione: nel mondo arabo l’alfabetizzazione è quasi compiuta e il tasso di fecondità si avvicina in molti casi a quello delle Francia o degli Stati Uniti. E, secondo Todd, l’innalzamento dell’alfabetizzazione e il calo della fecondità tendono, storicamente, ad essere concomitanti alla rivoluzione.</p>
<p>*</p>
<p><em>[Questo articolo è apparso, in forma scorciata, sul <a href="http://www.alfabeta2.it/2011/05/05/sommario-alfalibri-n°-1/">supplemento letterario</a> di <a href="http://www.alfabeta2.it/2011/05/05/sommario-del-n°-9-–-maggio-2011/">alfabeta2 </a>n° 9, maggio 2011]</em></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"> </span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/05/09/todd-lanticipatore/">Todd, l&#8217;anticipatore</a></p>
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		<title>Cartolina da Parigi sul popolo tunisino</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Jan 2011 05:37:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Cari indiani,</p>
<p>vi scrivo una cartolina da Parigi, perché da qui la visuale sulla Tunisia è un pochino più comica.</p>
<p>Non che una rivoluzione sia comica. In genere le rivoluzioni sono sanguinose, spesso tragiche, quella dei tunisini non so neppure se sia una rivoluzione, ma se i prudentissimi giornalisti francesi hanno deciso di chiamarla così, forse avranno ragione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/15/cartolina-da-parigi/">Cartolina da Parigi sul popolo tunisino</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/tunisi.png"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-37807" title="tunisi" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/tunisi-150x150.png" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Cari indiani,</p>
<p>vi scrivo una cartolina da Parigi, perché da qui la visuale sulla Tunisia è un pochino più comica.</p>
<p>Non che una rivoluzione sia comica. In genere le rivoluzioni sono sanguinose, spesso tragiche, quella dei tunisini non so neppure se sia una rivoluzione, ma se i prudentissimi giornalisti francesi hanno deciso di chiamarla così, forse avranno ragione. E come ogni rivoluzione, anche questa comincia a contare i propri morti, ossia il numero dei cittadini innocenti uccisi dalla polizia nel corso delle rivolte. Numero difficile da determinare, perché quando lo stato spara, gli ammazzati svaniscono nell’aria. (Questo lo sappiamo anche noi, prima di far ammettere a un poliziotto che ha ucciso un cittadino innocente, bisogna far passare un cammello varie volte per la cruna di un ago.) <span id="more-37805"></span>Dunque, sembra che ci sia davvero poco da ridere. Eppure immaginatevi cosa succede sui media francesi, quando i telegiornali serali che annunciano la caduta del regime del presidente Ben Ali, celebrando quindi una rivoluzione popolare, debbono nello stesso tempo annunciare ai francesi (e ai vari franco-tunisini che vivono in Francia) la destinazione di quel tiranno in fuga. Destinazione che parrebbe essere un qualche paese europeo. Si parla, ad inizio serata, dell’aereo presidenziale che sorvola Malta. Ma questo aereo non potrà sorvolare in eterno Malta, anche perché nel frattempo nei programmi televisivi d’attualità tutta una folla d’intellettuali, giornalisti, militanti politici tunisini compaiono negli studi, per farsi intervistare dai galvanizzati conduttori francesi. La logica dell’informazione mediatica non può certo farsi scappare una rivoluzione, soprattutto dal momento che capita agli <em>altri</em>.</p>
<p>Una rivoluzione poi è davvero uno di quegli eventi che i giornalisti occidentali erano convinti fossero estinti, come i processi di stregoneria e le epidemie di peste. Le TV francesi, quindi, si gettano sulla notizia, passano a ripetizione due o tre sequenze di scontri violenti tra manifestanti e polizia, e intanto parlano di tutto, con tutti. (Compaiono persino militanti di partiti comunisti arabi!) Parlano a tal punto, da dover affrontare nuovamente lo spinoso argomento della destinazione del presidente della Tunisia, che nel frattempo è diventato per il popolo tunisino e per l’opinione pubblica occidentale un “tiranno”. Ebbene, pare ad un certo punto che il tiranno sia diretto a Parigi – probabilmente ci è già arrivato, dopo qualche giro da condor su Malta – e qui tutti i giornalisti si guardano l’un l’altro un po’ sgomenti, perché si è creato un piccolo buco logico nell’opinione pubblica francese.</p>
<p>Da un lato, governo e presidente francesi in carica, come in passato lo sono stati anche governi o presidenti socialisti, erano fino a ieri degli ottimi alleati di Ben Ali, il legittimo presidente laico della Tunisia, che la governa da ventitré anni, avendo occupato – meglio del clan di Alemanno nel comune di Roma – tutti i posti chiave della nazione. Ma da stasera, per colpa di quei rompiscatole dei giovani tunisini, che vogliono oltre il pane anche la democrazia, l’alleato legittimo è divenuto un tiranno. Ma siccome nell’agenda del governo e del presidente francese non era prevista una rivoluzione democratica africana, tutto il loro apparato di relazioni diplomatiche, commerciali, militari è rimasto fermo a prima che i rompiscatole scendessero in strada. E oggi si trovano magari a dover accogliere il loro vecchio alleato, in arrivo con indosso il marchio infamante di assassino e tiranno, che neppure i più moderati giornalisti francesi possono ormai eludere nei loro dibattiti in prima serata.</p>
<p>E qui c’è un comico tutto politico che si mette in opera. Il potere politico, infatti, che si vorrebbe governo delle <em>cose</em>, quando si trova ad essere scavalcato da ciò che è semplicemente reale, manifesta infine la sua più vera e attuale natura, come governo delle <em>immagini</em> delle cose. Ed ecco che qualche politico, magari persino d’opposizione, scivola nelle trasmissioni, per innescare la lunga trafila degli esorcismi. Quando una rivoluzione africana è in corso contro un fiero alleato dell’occidente, come il signor Ben Ali, un politico occidentale non può che evocare ad un certo punto una serie di <em>spettri</em>: il disordine e la paura, in primo luogo. Già, perché il semplice sentore, percepito ben al sicuro e al riparo nel nord Europa, che la sovranità possa, anche solo per periodi di tempo limitati, e in situazioni eccezionali, <em>tornare al popolo</em>, ed essere <em>esercitata direttamente da esso</em>, è una ipotesi assai terrificante.</p>
<p>Dapprima, il politico occidentale, di qualsivoglia bordo, questa ipotesi l’ha collocata saldamente nel genere della <em>fantascienza</em>. La sovranità esercitata direttamente dal popolo non è una eventualità statisticamente rara, ma riguarda piuttosto forme di vita aliene e mondi che non appartengono al nostro sistema solare. Quando, però, dei docili nordafricani si rivelano di colpo, pur non avendo più di due braccia e due gambe, degli alieni, si è fuoriusciti dal genere della fantascienza per piombare in quello dei film dell’<em>orrore</em>. A questo punto il politico occidentale – che pur governa in nome del popolo, il quale  secondo la Carta deterrebbe il potere sovrano – ebbene quel politico inizia a vedere <em>mostri</em>. Parla di paura e parla di disordine. Anche i tunisini hanno paura. Hanno convissuto per vent’anni con la polizia ad ogni angolo di strada. Ora, stanotte, la polizia è come svaporata. Il popolo si trova solo con se stesso. Con i propri incubi, con le proprie angosce, con le proprie brame, con il proprio buon senso. Infatti, nei quartieri di varie città si sono organizzati dei comitati spontanei per mantenere l’ordine, impedire saccheggi o altri atti criminali.</p>
<p>Le rivoluzioni sono cose belle e terribili. Sono belle perché ci permettono di ricordare quanto il peggiore tiranno sia debole di fronte al popolo. Belle perché mostrano la grandezza morale delle persone più semplici. (Mostrano che le cosiddette “persone importanti” sono una straordinaria cazzata, un&#8217;invenzione per tenere in letargo le persone non importanti.) Belle perché moltiplicano la conoscenza che abbiamo del mondo, lasciano libero il flusso delle immagini, dei discorsi, delle testimonianze, delle poesie, dei canti. Terribili perché possono avere costi altissimi, perché si fanno nel sangue e nelle torture, nella sofferenza di tutti. Terribili perché possono essere tradite in ogni momento o rovesciarsi in qualcosa di malato e distruttore.</p>
<p>Il potere costituito, invece, e specialmente quello delle democrazie occidentali, mostra in occasioni come queste il suo lato grottesco e comico.</p>
<p>Ben Ali era il baluardo contro il fondamentalismo islamico, per questo era il tiranno tanto amato dagli occidentali. Infatti, per i popoli arabi, la sollecitudine occidentale immagina questo scenario: &#8220;è meglio che nessuna democrazia vi sia concessa, in quanto una volta liberi decidereste di optare per un regime islamico non democratico&#8221;. Il ragionamento si basa ovviamente su quell’evidente fenomeno che è la <em>chiaroveggenza</em> della classe politica occidentale. Ma si basa nel contempo anche su quell’altro evidente fenomeno, che è la <em>coerenza</em> della classe politica occidentale.</p>
<p>D’altra parte, questa rivoluzione rompiscatole arriva proprio dagli arabi. Da dei giovani arabi. Da studenti arabi. (Che degli africani vadano all’università già rappresenta un concetto limite per molti europei ben informati.) Da gente che è insorta per il pane. (Ma io ho sentito per anni dire da marxisti coi fiocchi che dalle crisi economiche nasce solo la destra xenofoba, mai qualcosa di progressista.) E dopo il pane hanno voluto pure la democrazia. A costo di farsi ammazzare dai poliziotti. A costo di agire con violenza, trovando un nemico autentico. Peccato che nessuno lo aveva previsto. I chiaroveggenti politici occidentali, e i loro fidi opinionisti, non ne sapevano niente. Scrutavano all’orizzonte qualche nuova malefatta dei fondamentalisti. E di colpo saltano su degli studenti arabi, nordafricani, e ti fanno la rivoluzione. Il popolo diventa sovrano. E sul momento, i giornalisti occidentali, anche in virtù di una bizzarra simpatia delle gente comune occidentale per i tunisini in strada, non è in grado di trattare questi insorti, ribelli, creatori di disordini, da criminali o da terroristi. Sono in qualche modo costretti a dire che è il <em>popolo tunisino</em> che si ribella. Un concetto che qui da noi non si usa più. O sono quei piantagrane cripto-camorristi di Terzigno, o quei testardi isolani dei pastori sardi, o quei mascalzoni dei black-blok, o quegli autolesionisti della FIOM, o quei maledetti marocchini e pakistani della gru… ma da noi il popolo non esiste più. Lo hanno ben diviso in tante fazioni l’un contro l’altra armate. Inutile lamentarsi della cattiva salute della democrazia. Non essendoci più il popolo, chi mai dovrà essere sovrano?</p>
<p>Qualche mente fine scriverà un editoriale, spiegandoci che avere un <em>popolo</em>, tipo quello tunisino, che scende per le strade e riesce a mettere in fuga il proprio dittatore, non è mica un privilegio, ma una maledizione di paese arretrato. I paesi veramente democratici, veramente avanti, sono quelli che <em>non hanno più bisogno di popolo</em>. A noi bastano delle persone <em>popolari</em>, questo ci mette il cuore in pace. E la sovranità quando si va alle urne, ma senza starci a pensare sopra troppo.</p>
<p>Ecco cari indiani, la cartolina finisce qui. Pare che domani faccia bello. E noi si andrà in Normandia. Ben Ali sarà magari a pranzo da Sarkozy che prima di scaricarlo, gli farà mangiare, per castigo, un po&#8217; di sale.</p>
<p>Dintorni di Parigi, 14 gennaio 2010</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/01/15/cartolina-da-parigi/">Cartolina da Parigi sul popolo tunisino</a></p>
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		<title>Autismi 2 &#8211; Mio suocero (2a parte)</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jan 2009 05:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/76962.jpg"></a> di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Tra un lavaggio di piatti e l’altro tornavo da quello che era stato per quattro giorni mio suocero. Quel mio suocero che non avevo frequentato da vivo, e che adesso aveva pensato bene di morire. Che era morto e faceva il morto rispettabile tra quella gente preoccupata di mostrarsi rispettabile.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/07/autismi-2-mio-suocero-2a-parte/">Autismi 2 &#8211; Mio suocero (2a parte)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/76962.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-13068" title="76962" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/76962-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a> di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Tra un lavaggio di piatti e l’altro tornavo da quello che era stato per quattro giorni mio suocero. Quel mio suocero che non avevo frequentato da vivo, e che adesso aveva pensato bene di morire. Che era morto e faceva il morto rispettabile tra quella gente preoccupata di mostrarsi rispettabile. Gruppetti di parenti e di conoscenti stavano un tempo più o meno lungo in silenzio al suo capezzale, tenendo gli occhi compostamente rivolti verso il pavimento, o anche bisbigliando qualche frase compita ai loro vicini, come si parla in presenza dei morti. Poi uscivano sospirando dalla stanza, e affrontavano l’altra faccia del lutto, quella sociale. Nei loro occhi ricompariva il compiacimento di star facendo la cosa giusta al momento giusto. E erano sostituiti al capezzale da altri contegnosi gruppetti. Era una veglia funebre che non finiva mai.<span id="more-13060"></span></p>
<p>Io non ero mai stato così a lungo a contatto con un cadavere. Di solito accanto a un defunto ci si lascia andare ai ricordi, si ripercorre il passato comune, si cerca di venire a patti con il proprio dolore. Ma quel morto lì per me era uno sconosciuto, non suscitava in me del dolore. La mia era pietà, pietà per lui e per quella che adesso mia moglie, e per la madre ridotta a una fragile ombra di sofferenza, non un vero dolore. Lo guardavo, e non riuscivo a capirlo.</p>
<p>L’unica nota stonata era il grande amico, il quale non cercava di dare la minima compostezza al proprio dolore. Era elegante, ma il portamento era quello sgangherato di una persona nello stesso tempo avvilita e esasperata. Da come squadrava i presenti era chiaro che conosceva i suoi polli. Vedeva come ostentavano una tristezza che non provavano, che erano ben contenti che non fosse toccata a loro. Il suo non era nemmeno disprezzo, somigliava più a un divertito e macabro stupore. Non parlava, non aveva nessuno con cui parlare. Solo al suo amico avrebbe potuto comunicare i commenti che gli passavano per la testa. Ma il suo collega terrorista adesso era morto. Stando lì gli esprimeva la sua fedeltà senza condizioni. Dalle due condanne a morte erano passati molti anni, ma il legame era restato intatto. Cominciavo a apprezzarlo.</p>
<p>Non parlava con nessuno, ma stava lì. Le ore passavano, ed era sempre lì. Era una persona con importanti responsabilità a livello nazionale, e quotidiani appuntamenti ai massimi livelli della gerarchia dello stato, a quanto mi aveva detto mia moglie, ma stava lì a esprimere il suo disgusto per la vita che s’era mostrata così infida, a ribadire la sua amicizia. Era chiaro che non era d’accordo con quello che era successo, non era d’accordo che il suo amico fosse morto. Più che triste sembrava scornato, deluso. Come un tennista che nello shock della sconfitta si domanda come ha fatto a perdere nonostante si sia battuto così bene. Era abituato a vincere, non a perdere.</p>
<p>Quando ne avevo abbastanza tornavo in cucina. Ero contento che mentre sgominavo una catasta di stoviglie se ne formasse immancabilmente un’altra: così potevo ricominciare. Potevo restare nel mio nido, dove i cognati pesi massimi non mettevano piede. Vuotavo completamente la metà del lavello dove avevo messo il detersivo, e prima di ririempirla la sciacquavo per bene, perché io in fatto di lavatura di piatti sono sempre stato molto esigente. E anche l’altra parte, quella che usavo per sciacquare, la rinfrescavo per bene. Poi ricominciavo.</p>
<p>Proprio di fronte alla mia testa c’era una finestra: mentre mi davo da fare potevo osservare la strada che portava alla chiesa del villaggio, la chiesa stessa, bassa e quieta, e al di là di questa una scarruffata foresta di pini marittimi che si arrampicava su una rinascimentale ma pur sempre atletica collina. Dall’altra parte dell’appartamento c’era quella caricatura del lutto, e il rumore del traffico incessante della strada costiera. Lì invece non c’era traffico, non si vedeva nessun centro commerciale. La parte vecchia del paese sembrava una riserva naturale che avesse resistito all’assedio balneare e mercantile che faceva pressione dall’altra.</p>
<p>Finito un lavaggio mi asciugavo le mani con lo straccio, e andavo di nuovo dal mio ex-nuovo suocero, badando di non imbattermi nel mio nuovo temibile cognato. Era impossibile non fare un legame tra il nostro matrimonio e la sua morte, mi dicevo, osservandolo nel suo ruolo di morto dignitoso e rispettabile circondato da conoscenti dignitosi e rispettabili. Tra i due avvenimenti c’erano troppi pochi giorni, per poterli separare nella propria testa. Dopo il matrimonio erano tornati a casa, e lui era morto. L’ultima cosa importante che aveva fatto era venire al matrimonio della figlia minore. Il vago malessere che si sentiva nei muscoli e nelle ossa al suo rientro, che lui aveva preso per stanchezza, era in realtà la prossimità della morte. Mentre noi languivamo nell’inedia lui si era trovato a avere a che fare con la morte, senza sapere che si trattava della morte. O forse se ne era reso conto, vallo a sapere. In ogni modo prima del fine settimana era schiattato. La mattina la moglie era andato a svegliarlo, perché contrariamente al solito non si era ancora alzato. E poi lo aveva svegliato ancora, visto che non si decideva a alzarsi. In realtà era morto durante la notte.</p>
<p>Il collega terrorista di mio suocero continuava i suoi inquietanti avanti e indietro. Non parlava con le altre persone, le guardava anzi con malcelata avversione. Sembrava pensare che avrebbero fatto bene a morire loro, invece del suo amico di sempre. Ce l’aveva con la morte, e con le altre persone che erano lì e che non erano morte. Quelle persone che facevano mostra di un dolore e di una pietà che erano genuine solo fino a un certo punto. Le trafiggeva con il suo sguardo cinico di alto dirigente: era evidente che stentava a tenersi dentro le frasi che gli ispiravano. Era chiaro che non si sarebbe schiodato di lì prima di avere scortato il suo compagno di battaglia fino al cimitero. Era chiaro che per nulla al mondo avrebbe lasciato il suo amico solo con quella gente. Aveva una moglie, che lo seguiva tenendosi un po’ discosta, come uno zoologo che segue le tracce di una pericolosa pantera. Nemmeno lei poteva avvicinarsi più di tanto.</p>
<p>Anche mio padre tra poco sarebbe stato morto, mi dicevo fissando il mio ex-suocero, che ascoltava con gli occhi chiusi i bisbigli che lo circondavano. Lui era ancora vivo, ma ne aveva per poco. Aveva un cancro ad uno stadio molto avanzato. Erano nati lo stesso anno, e probabilmente sarebbero morti lo stesso anno. Appena prima della fine di quel secolo di surrealistica violenza del quale erano entrambi figli fedeli. Un’altra delle tante cosiddette coincidenze che mi univa a quella che da cinque giorni era mia moglie. Mio padre però da morto non sarebbe sembrato un uomo di stato sovietico, sarebbe sembrato un terrorista. Bastava vedere come si stava preparando al fatidico evento: già da diversi mesi si faceva la barba solo sporadicamente, e si lavava di rado. Puzzava. Si rivolgeva agli altri con malcelata insofferenza, quasi con astio, rimproverandogli tacitamente il fatto che sarebbero sopravvissuti. Aveva deciso di dare un’intonazione provocatoriamente radicale anche alla propria sparizione. Non voleva capitolare in extremis alle consuetudini sociali, intendeva mostrarsi coerente fino alla fine.</p>
<p>Ogni tanto al lavello della cucina trovavo adesso un’altra persona, una donna. La prima volta ci ero rimasto male: mi sentivo usurpato. Avrei voluto dirle che se ne andasse fuori dai piedi, che c’ero prima io. Che si dedicasse a qualcos’altro, invece di farmi concorrenza con i piatti. Poi invece avevo capito che quella donna con i capelli ossigenati che regolarmente mi fregava il posto non era affatto una cattiva persona. Si dava anche lei da fare come poteva, lavando i piatti. Anche lei probabilmente era a più agio con le mani nel detersivo che in quelle di un’altra persona con l’aria grave. Non ce l’aveva con me, aveva trovato anche lei la mia stessa scappatoia. E a conti fatti c’era da fare anche per due: potevo sempre farmi passare i piatti da sciacquare o passare lo strofinaccio per terra. Per fortuna c’erano sempre delle mani che portavano vassoi di stoviglie sporche. Se avessi potuto scegliere avrei preferito lavare i piatti da solo, perché in fatto di piatti ho tutte le mie piccole manie, ma in fondo mi andava bene anche così. Sempre meglio di rimanere tutto il tempo di là con la gente che fingeva di essere addolorata.</p>
<p>Mano a mano che il pomeriggio avanzava sempre più spesso accanto alla salma trovavo due signore anziane che parlavano a voce alta. Probabilmente c’erano anche prima, ma io non le avevo notate. Erano le sorelle di mio suocero. Non bisbigliavano, non fissavano il pavimento. Si parlavano dalle rispettive poltrone poste da una parte e dall’altra del letto come se si trattasse di un normale malato. Vociavano e gesticolavano, nonostante quel loro disordinato chiasso desse all’evidenza molto fastidio alla cognata, vale a dire mia suocera.</p>
<p>Anche da morto sei proprio bello, dicevano al fratello. Lo ripetevano prendendo a testimoni gli altri, come si potrebbe fare appunto per tirare su di morale un malato. E rievocavamo episodi dove lui ne aveva combinata una delle sue. Ridevano fino a piegarsi in due sulla rispettiva poltrona, mentre aggiungevano altri dettagli. Ridevano e nello stesso tempo piangevano. Piangevano di tenerezza e di dolore. Ne aveva sempre combinate di tutti i colori, fin da molto piccolo, dicevano, lanciandosi delle occhiate di connivenza, come quando si parla in presenza di una persona un po’ dura di comprendonio. Sembrava quasi che rimproverassero al loro fratello rispettivamente minore e maggiore la monelleria di essere morto.</p>
<p>Era impossibile non legare il nostro matrimonio con la sua morte, mi ripetevo, guardando mio suocero ora trasformato in silenzioso e enigmatico cadavere. Era venuto al matrimonio, si era messo l’animo in pace rispetto alla figlia che gli aveva sempre dato dei pensieri, e poi era morto. Aveva deciso che ne aveva abbastanza di diventare ogni giorno più vecchio, con la prospettiva di diventare più vecchio ancora, e magari malato. Ne aveva abbastanza di litigare allo strenuo con la moglie. Per tutta la sua vita era vissuto di azione, anche nei suoi aspetti più violenti e drammatici, non di trantran famigliare. E comunque adesso che anche la seconda figlia era sistemata non aveva più niente da fare. E quindi era morto. Mi aveva per così dire affidato la figlia, e s’era ritirato alla chetichella, senza dare noia a nessuno. Il matrimonio e la sua scomparsa erano intimamente legati.</p>
<p>La donna che lavava i piatti con me mi parlava lentamente, perché pensava che essendo straniero non capissi molto. Mio suocero era una persona molto generosa, aveva fatto tantissimo per suo marito, che era un nipote adottivo, mi disse. Riusciva a trasformare in denaro qualsiasi cosa toccasse, ma non sapeva nemmeno cosa fosse l’avidità. Aveva ricominciato tutto a quarant’anni, dopo gli avvenimenti in cui era stato coinvolto nella colonia nel frattempo resasi indipendente: partendo dal niente era riuscito a diventare benestante. Lei e suo marito avevano un ristorante, mi disse, come giustificando il fatto che era abituata a lavare i piatti. Fra i clienti avevano molti italiani, tenne a precisare, facendo gli occhi come se parlasse di qualcosa di divertente. Io però non sembravo tanto un italiano, parevo piuttosto un olandese, aggiunse dopo un momento di silenzio. Io gli risposi che doveva aver ragione, perché spesso in Italia mi parlavano in inglese, o in tedesco. Lei rise, perché pensava che fosse una battuta.</p>
<p>In effetti quel mio suocero doveva avere dei lati molto belli, mi dicevo, osservando come ascoltava le sue ciarliere sorelle. Certo era collerico, certo era violento, certo si era sempre negato alla bambina che ora era mia moglie, ma era indubitabile che doveva aver avuto anche molte qualità. Era generoso, era aperto, sapeva coltivare le amicizie. Perfino adesso sulle sue labbra sembrava aleggiare l’ombra di un ironico sorriso. E quindi il terrorismo non era forse un aspetto così sostanziale come mi era sempre sembrato. Il suo terrorismo apparteneva in fondo alla preistoria.</p>
<p>Le due anziane sorelle avevano preso possesso della salma, adesso che era scesa l’oscurità, e che l’appartamento si stava svuotando. Loro non avevano bisogno di mostrarsi tristi, visto che erano tristi davvero. Dicevano quello che avevano voglia di dire, chiamando a testimoni gli altri presenti, trasformando la veglia funebre in un allegro e toccante chiacchiericcio. Quella relativamente più giovane con un inizio di baffi era la zia omosessuale di cui mi aveva parlato mia moglie, capivo adesso. Era lei che sparava fuori le battute più irriverenti, era lei che rideva più rumorosamente. Ogni tanto si trattava di una battuta razzista: un razzismo bonaccione e truculento di un altro tempo, venato di aromi coloniali.</p>
<p>L’anziana donna che adesso era mia suocera avrebbe voluto che le due cognate stessero zitte, che pregassero il suo Dio bigotto. Le guardava con un astio esausto, incredulo. Era troppo debole e troppo poco lucida per reagire, ma era chiaro che non sopportava quel loro comportamento, non le poteva sopportare. Aveva combattuto contro di loro per tutta una vita, aveva strenuamente avversato quello che di loro s’annidava nel marito, e adesso quelle arpie approfittavano della sua prostrazione per prendere il sopravvento. Se avesse potuto le avrebbe sbattute a calci fuori di casa. Io invece le trovavo sempre più simpatiche.</p>
<p>Ripensavo di nuovo a quello che mi aveva detto mio suocero prima di montare sul taxi il giorno dopo del matrimonio. Adesso dovrai avere moltissima pazienza, aveva ribadito, fissando il marciapiede. L’avevo presa per una minaccia. Capivo adesso che parlava in primo luogo di se stesso: si rimproverava di non averla avuta, la pazienza che richiedeva la donna che aveva generato mia moglie. Non era una frase da terrorista, era anzi una frase che prendeva le distanze dal terrorismo. Non era un proclama, era un messaggio indirizzato a me, alla persona che aveva avuto modo di inquadrare durante la cena. Qualcosa in lui sapeva che quei pochi attimi strappati ai saluti mentre salivano sul taxi erano l’ultima occasione per parlarmi.</p>
<p>Il nostro matrimonio era all’origine della morte del padre di mia moglie, il quale evidentemente era più attaccato a lei di quanto pensasse, mi dicevo. Era a causa di quell’innegabile legame che lei aveva preso la notizia così male. Quella morte era cominciata già il giorno dopo della cerimonia, già ai primi battibecchi. I nostri litigi di quella settimana erano in realtà l’attesa del trauma della scomparsa di suo padre, del dolore che l’avrebbe accompagnato, e che sarebbe verosimilmente durato degli anni. Era quello il vero motivo per cui il viaggio di nozze ci era apparso a entrambi tanto improbabile. Non si trattava dell’agonia della nostra relazione, stavamo covando la morte di suo padre. Probabilmente il nostro rapporto non era allo stremo, era il solito travagliato rapporto con i suoi imprevedibili e scoraggianti alti e bassi, il rapporto molto forte che durava ormai da dieci anni. Probabilmente il matrimonio non era stato un errore, era stata anzi una decisione azzeccata.</p>
<p>Adesso non andavo quasi più nella cucina. Non sentivo più il bisogno di nascondermi lavando i piatti. Me ne stavo lì ad ascoltare le due anziane sorelle che rievocavano speziati episodi della vita di mio suocero. Osservavo la zia tozza e con un inizio di baffi, la cui l’omosessualità nessuno in famiglia aveva mai nominato. Era lei che sovvertiva provocatoriamente le abitudini consolidate del lutto, trasformandolo in qualcosa di ben più pregnante. Era lei che aveva fatto piazza pulita dei benpensanti che si erano aggirati per la casa per tutta la giornata. Era lei che dava più noia alla cognata, chiusa nel suo dolore austero e egotista. E era lei che assomigliava di più a quella che adesso era mia moglie. Osservandola capivo da dove venivano la sfrontatezza e l’insolenza di quest’ultima, da dove veniva la sua sete di libertà.</p>
<p>Ma anch’io ero come mio padre, mi dicevo, ascoltando con un orecchio gli scambi verbali delle due vecchie iconoclaste, una delle quali aveva avuto il coraggio di vivere la propria omosessualità in quell’ambiente retrogrado che aveva avviluppato la sua esistenza. Aveva ragione mia moglie, avevo la sindrome del latitante. Non ero un terrorista, ma vivevo come se fossi un latitante, continuavo a scappare. Quel giorno ero stato tutto il giorno a lavare i piatti, ero fuggito per l’ennesima volta. Ero anch’io come mio padre, non sapevo adattarmi alle regole sociali, senza peraltro avere il coraggio di oppormi frontalmente.</p>
<p>L’amico terrorista si aggirava per la penombra dell’appartamento con movimenti striscianti e piccoli scatti involontari della testa: sembrava una fiera con i nervi tesi allo spasimo. Anche lui al cambiare dei tempi si era convertito alla vita civile, anche lui s’era costruito una maschera che col tempo era diventata un modo di essere, anche lui si era dedicato a accumulare denaro. Denaro e potere. Ma quel frangente lo affondava in un vortice regressivo, lo riportava indietro agli anni del tritolo e delle attività clandestine, agli anni lontanissimi degli ideali.</p>
<p>Stava facendosi tardi, presto ce ne saremmo andati con la vecchia zia razzista e omosessuale, che ci avrebbe ospitati da lei a dormire. Sentivo quindi il bisogno di stare accanto a quello che era stato per quattro giorni mio suocero. Di stargli vicino davvero. Non mi appariva più l’estraneo che mi era apparso quella mattina. Stando assieme per tutta quella lunghissima giornata avevamo in fondo finito per fare conoscenza, mi sembrava. E comunque anche senza conoscerlo lo conoscevo tramite la figlia, tramite gli atomi della figlia che ritrovavo nella sorella omosessuale, tramite i geni indomiti che vorticavano in quel ramo della famiglia, e che erano sciamati anche in mia moglie. Quei barlumi di follia che amavo. Il fatto che lui fosse morto e io fossi ancora vivo non mi appariva più una differenza così fondamentale come mi era sembrata quel mattino.</p>
<p><small><em>Immagine: <a href="http://www.gerhard-richter.com">Gerhard Richter</a>, &#8220;Gegenüberstellung 3&#8243; [Confronto 3], in </em>Baader-Meinhof<em>, 1988, cm 112 x 102, olio su tela, The Museum of Modern Art, New York.</em></small></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/07/autismi-2-mio-suocero-2a-parte/">Autismi 2 &#8211; Mio suocero (2a parte)</a></p>
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		<title>Autismi 2 &#8211; Mio suocero (1a parte)</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jan 2009 05:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/7699.jpg"></a> di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Quando l’ho conosciuto mio suocero non mi ha fatto l’effetto di un terrorista. Aveva un completo blu scuro che gli stava molto bene, e un’elegante cravatta. Era molto tranquillo. Più che un terrorista, sembrava un signore molto distinto e sicuro della propria posizione sociale, un grosso dignitario di un paese socialista con gli zigomi alti e le guance sode.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/05/autismi-2-mio-suocero-1a-parte/">Autismi 2 &#8211; Mio suocero (1a parte)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/7699.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-13055" title="7699" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/7699-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a> di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Quando l’ho conosciuto mio suocero non mi ha fatto l’effetto di un terrorista. Aveva un completo blu scuro che gli stava molto bene, e un’elegante cravatta. Era molto tranquillo. Più che un terrorista, sembrava un signore molto distinto e sicuro della propria posizione sociale, un grosso dignitario di un paese socialista con gli zigomi alti e le guance sode. Facevo fatica a immaginarmi che avesse pianificato degli attentati, avesse trasportato degli esplosivi, avesse sparato a bruciapelo. Non sembrava il tipo che è stato condannato a morte. E invece era stato condannato a morte. Poi era riuscito a scamparla, ma la condanna era stata emessa.<span id="more-13050"></span></p>
<p>I terroristi non hanno necessariamente scritto in faccia che sono terroristi, mi dicevo, mentre osservavo la pelle liscia e morbida del suo viso rasato da poco. Anzi, molti individui sembrano terroristi fatti e finiti, e invece sono mansueti come pecore imbottite di sedativi. Mio padre per esempio aveva ostentatamente rifiutato le regole democratiche, aveva fatto per tutta la vita l’apologia del fascismo, s’era sistematicamente defilato dai suoi doveri di padre, ma nei fatti aveva vissuto come un qualsiasi piccolo borghese. Lui che si era sempre atteggiato a terrorista non era affatto un terrorista, mentre mio suocero, che era un terrorista fatto e finito, o comunque lo era stato, e per questo era stato condannato a morte, sembrava un alto dignitario di un paese socialista, di quelli che sono partiti da una famiglia di contadini e sono arrivati ai vertici mondiali. Vatti a fidare delle apparenze.</p>
<p>Mio suocero non faceva caso alle persone che entravano e uscivano dalla sua stanza. Sembrava contento che venissero tutti a trovarlo, ma nello stesso tempo pareva preso da altre cose. Non parlava con nessuno. Nemmeno a me parlava, nonostante fossi suo genero. Da soli quattro giorni, ma pur sempre il genero. Aveva i capelli tirati all’indietro e molto in ordine. Si sarebbe quasi detto che non muovesse la testa per non correre il rischio di scombinarsi la pettinatura, come fanno certe signore con la messa in piega. A quanto  pare era un terrorista che ci teneva ai capelli.</p>
<p>Anche a casa si era sempre comportato da terrorista, a stare ai racconti di mia moglie. Brandiva pistole e altre armi da fuoco, fracassava i mobili, minacciava le sue due figlie di ammazzarle di botte, minacciava di uccidersi, batteva la testa nel muro fino a cadere stecchito per terra. Aizzava contro la bambina che sarebbe poi diventata mia moglie il suo cane lupo. I terroristi ci se li immagina sempre durante le loro austere azioni terroriste, mentre la vita del terrorista ha un sacco di attese, un sacco di tempi morti: gran parte dei terroristi sono terroristi anche nella vita privata. Anzi, a stare ai resoconti di mia moglie è proprio nella vita privata che i terroristi sono più terroristi.</p>
<p>Nel bislungo e come fossilizzato appartamento con le vetrate che davano sulla litoranea molto trafficata c’era sempre più gente. E con mio grande imbarazzo tutti mi salutavano. Ero il marito di una delle figlie, quindi davano per scontato che conoscessi tutti, e che conoscessi la casa. Era la prima volta che mettevo il naso lì, ma tutti i parenti e gli amici di famiglia mi trattavano come se fossi un intimo di casa. Non cercavo di ricordare i nomi, erano troppi, e troppo simili tra di loro. Stringevo meccanicamente mani che non avevo mai stretto e fissavo occhi che non avevo mai incrociato.</p>
<p>Mi sembrava di capirlo, mentre osservavo la sua faccia ostentatamente impassibile. Mi sembrava di capire perché nella seconda metà della sua esistenza aveva sentito la necessità di cucirsi addosso quella maschera di alto-borghese. Mi dicevo che i veri terroristi devono necessariamente nascondersi sotto una parvenza di normalità, ne va della loro sopravvivenza. Avrei voluto chiedergli come vedeva il rapporto tra terrorismo e normalità, se pensava anche lui che in certe condizioni gli estremi finiscono per toccarsi. Ma era evidente che non mi avrebbe dato corda: non aveva abbastanza confidenza. Forse se lo avessi incontrato una decina di anni prima mi avrebbe risposto, mi dicevo. Forse al primo marito glielo aveva detto, cosa c’è in comune tra l’essere un terrorista e la corazza borghese che aveva indossato. A me non diceva niente.</p>
<p>C’eravamo visti per la prima volta quattro giorni prima. In dieci anni che stavo con sua figlia assieme non ci eravamo mai incontrati, ma al matrimonio era venuto. Era salito apposta dalla riviera del sud con la consorte, avevano preso un albergo non troppo lontano da casa nostra. Mi era sembrato affabile e alla mano, per quello che avevo potuto capire. Ma non l’avevo osservato più di tanto, perché durante il pranzo di nozze era seduto all’altro capo della tavolata. Dalla mia parte c’era mia madre, che vociferava che al giorno d’oggi il matrimonio non è molto grave, perché se dio vuole c’è il divorzio. Il divorzio è la più bella invenzione degli ultimi duemila anni, la più sana, diceva. Parlava in italiano, ma tutti sembravano capire. Anche perché ripeteva ogni frase gridando via-via più forte. Dopodichè riprendeva una sua altra farneticazione riguardo alle mogli che stirano le camice dei mariti, con ampi gesti però che facevano piuttosto pensare a degli amplessi. Queste e altre inopportune pazzie che mi impedivano di rilassarmi e tanto meno di osservare mio suocero. E comunque quel giorno non ero molto lucido, perchè avevo mal di testa. Secondo mia moglie avevo mal di testa perché mi sposavo contro voglia. Io invece le avevo detto che avevo mal di testa perché avevo mal di testa, senza nessuna ragione particolare.</p>
<p>Verso la metà della mattinata una signora molto anziana ma ancora fiera della propria mummificata femminilità mi chiese dove avrebbe potuto trovare un bicchiere di acqua. Io indicai vagamente la direzione di quella che supponevo potesse essere la cucina. Mi sentivo un impostore. Mi ero dipinto sulla faccia un’espressione adatta alla circostanza, recitavo. Stringevo mani, baciavo guance, dicevo frasi. Incameravo condoglianze per un dolore che non provavo, che non potevo materialmente provare. Fingevo. Per questo mi guardavo intorno come chi teme di essere scoperto. Per questo mi sudavano le mani. Avevo paura di venire smascherato.</p>
<p>Ci eravamo sposati per non separarci. Ero io che le avevo fatto la proposta. Lei all’inizio non voleva saperne. Una settimana dopo il matrimonio sarei ripartito con un’altra venticinquenne, mi diceva. Non sapevo nemmeno io cosa volevo, non l’avevo mai saputo, mi diceva, con oscillamenti della testa di commiserazione. Le proponevo quella cosa solo perché ero ridotto molto male, e non sapevo dove sbattere la testa, mi diceva. Avevo intenzione di vivere alle sue spalle, diceva. Poi invece aveva accettato. E anzi ci aveva preso gusto, si era buttata anima e corpo nei preparativi. Telefonava a destra e a sinistra e prendeva le decisioni che si devono prendere quando si organizza un matrimonio, era contenta. Non era il suo primo matrimonio, ma era come se fosse il primo. E quindi anch’io ero contento. Dopo molti mesi ci sorridevamo, andavamo a mangiare al ristorante senza che nessuno dei due si alzasse di scatto e scomparisse nel nulla. E adesso eravamo sposati. E senza che nessuno lo avesse programmato ci trovavamo a casa dei suoi.</p>
<p>Il migliore amico di mio suocero si aggirava per la casa con le mani dietro la schiena. Ogni tanto entrava nella stanza con le persiane abbassate dove si trovava il suo fedele amico, e poi usciva scuotendo la testa: riprendeva a trascinarsi per la casa con le mani in tasca e mordendosi le labbra dall’interno. Era evidente che non aveva intenzione di parlare con nessuno. Anche lui era stato un terrorista, anche lui era stato condannato a morte. Lanciava in avanti le gambe con dispetto, come fanno le persone che sono stizzite ma che per qualche ragione preferiscono tenersela dentro. O anche si sedeva su una poltrona con i gomiti appoggiati alle ginocchia, e si stringeva la testa tra le mani.</p>
<p>Mio suocero non sembrava essere a disagio, sdraiato vestito di tutto punto sul letto. Pareva considerare normale il fatto di essere morto. Per certi versi appariva sollevato: almeno aveva finito gli incessanti litigi con la moglie, almeno tutte le grane erano finite. Ma era chiaro che per lui il decesso era qualcosa di serio, che va affrontato con una estrema dignità. Anche la morte faceva parte della maschera che copriva l’anima da terrorista. Era tutto preso nella rappresentazione della morte, di una morte dignitosa e rispettabile. Per questo aveva appuntato sul petto lo stemmino della legione l’onore, per questo sembrava esibirlo con l’impettita fierezza degli anziani ex-combattenti. Era morto, e in più era tutto preso dal suo ruolo di cadavere dignitoso e rispettabile, e quindi non potevamo parlare. Potevamo al massimo comunicare nel pensiero, ammesso che dentro di lui ci fosse ancora un pensiero. Per parlare nel senso stretto del termine era però troppo tardi.</p>
<p>Il giorno dopo il matrimonio eravamo usciti a cena. La donna che adesso era mia moglie, i suoi attempati genitori, ora miei suoceri, e io. Per dieci anni non c’eravamo mai incontrati, ma adesso ero il marito, quindi cenavamo assieme. Mangiavamo assieme come persone che non si conoscono e che non hanno niente da dirsi, ma senza imbarazzo apparente. Fino agli zingari. Non so come il discorso era caduto sugli zingari, e mio suocero sosteneva che la vera soluzione era espellerli tutti dal territorio nazionale. Mia moglie era insorta, aveva detto che erano molto meglio di molti connazionali che hanno una villa con piscina e un’alta opinione di loro stessi. Mi domandavo se si sarebbe alzata e si sarebbe affrettata verso l’uscita, come faceva con me. Se così fosse stato, avrei dovuto seguirla, o restare con i suoceri? Era più indicato porre l’accento sul mio ruolo di marito o su quello di genero? Era un dilemma che mi si poneva per la prima volta. Era invece seguito un silenzio nel quale la comunicazione era affidata ai tintinnii delle forchette. Poi mio suocero mi aveva domandato che lavoro facevo, e io avevo risposto che in quel momento non avevo un lavoro. Facendo un mulinello con la mano, come chi vuol far capire che ha molte possibilità, e deve solo decidersi a scegliere.</p>
<p>C’era un’atmosfera artificiale, in quel poco rarefatto appartamento affacciato sul traffico balneare nel quale mi trovavo per la prima volta. Non ero solo io che fingevo, anche gli altri fingevano. Sotto al dolore e al raccoglimento di circostanza appariva la deferenza alle regole sociali, la preoccupazione di dosare le parole e i gesti, di mostrarsi nella giusta luce. Nelle addolorate occhiate che circolavano si leggevano la soddisfazione di agire come si deve agire e l’amor proprio. Gli uomini erano vestiti di scuro e molto eleganti, e anche le donne erano imbalsamate nella loro eleganza. Molte avevano i capelli ossigenati: non avevo mai visto così tante donne che fingevano di essere bionde tutte assieme.</p>
<p>Adesso dovevo avere molta pazienza, perché sua figlia non aveva affatto un carattere facile, mi aveva detto il mio nuovo suocero prima di salire sul taxi che li avrebbe portati all’albergo, dopo la cena. Per niente facile, aveva ribadito, con una faccia che esprimeva un autentico spavento. Parlava a un volume normale, e senza affatto tirarsi in disparte, ma pur sempre in modo che sentissi solo io. Quelle sue frasi minacciose lanciate con scaltra destrezza nel frastuono della metropoli in modo che potessi sentirle solo io erano delle dichiarazioni da consumato terrorista di destra, mi pareva. Avrei voluto ribattergli che vivevamo assieme da dieci anni, e quindi le occasioni per conoscersi a fondo non erano certo mancate. E se avevamo deciso di sposarci voleva dire che ci andava bene così. Ma mi sembrava evidente che il mio parere non gli interessava.</p>
<p>Verso la fine della mattinata nel corridoio dell’appartamento dei miei suoceri spuntò una fila di persone, capitanata da un signore con i baffi pendenti sui lati e con una bandiera francese che gli attraversava di sbieco il pancione. Sgusciavano uno per uno nella stanza lasciando passare chi ne stava uscendo, come se avessero preparato nei dettagli la coreografia. Il primo era il sindaco della cittadina, e quelli che lo seguivano in fila indiana erano i vari consiglieri comunale, sentii bisbigliare da qualcuno. Un consigliere piuttosto giovane con i capelli lunghi remava su una carrozzella a rotelle. A quanto pare mio suocero faceva parte del consiglio comunale, e quindi venivano a dargli l’estremo saluto. Da terrorista si era convertito alle regole democratiche, si era trasformato in un rispettato consigliere del centrodestra. A differenza di mio padre lui si era convertito.</p>
<p>Il mattino dopo ancora quelli che erano adesso i miei suoceri erano ripartiti per il sud, dove si erano stabiliti dopo il periodo del terrorismo coloniale. E io mi ero ritrovato solo con quella che era e sarebbe rimasta mia moglie. Era stato un disastro fin dall’inizio. Non c’era più nessuna traccia della gioia del periodo dei preparativi. Nemmeno il più piccolo indizio. Era come se il palloncino di felicità che si era andato ingrossando nelle ultime settimane fosse esploso. Al posto della contentezza erano ritornate le recriminazioni astiose, al posto dei sorrisi gli sguardi in cagnesco. Lei aveva preso quindici giorni di ferie, ma né io né lei avevamo voglia di fare alcunché. Ci alzavamo molto tardi, ci salutavamo appena.</p>
<p>All’inizio della settimana successiva avremmo dovuto partire per un giro di una settimana in Marocco, che nel trasporto prematrimoniale avevamo presagito come un felice di viaggio di nozze. Ma era chiaro che né io né lei avevamo voglia di andare in Marocco, e che anzi la prospettiva ci spaventava. Quindi non ne parlavamo, non facevamo nessun preparativo. Ognuno di noi constatava che il nostro tardivo matrimonio non apportava niente di nuovo: eravamo infelici come prima. In termini di felicità non cambiava niente che fossimo sposati o meno. Anzi, era peggio, perché adesso c’era di mezzo quel legame formale che le rispettive esperienze familiari ci portavano a considerare il suggello del fallimento affettivo.</p>
<p>All’inizio del pomeriggio mentre uscivo dalla stanza di mio suocero mi si avvicinò un signore con la testa infossata nel collo e le braccia lunghe. Pensai che si sbagliasse di persona, invece puntava proprio verso di me. La sua faccia ammaccata per certi versi mi diceva qualcosa, ma non mi ricordavo se davvero l’avevo già vista da qualche parte. Era il marito della sorella di mia moglie, ci eravamo già presentati, sputò fuori la faccia da pugile, accorgendosi che stentavo a inquadrarla. Poi per un lungo momento mi fissò con le sopracciglia sollevate, come sfidandomi a ribattere qualcosa. Per qualche motivo sembrava sempre più furente. Complimenti per essere entrato in una famiglia ricca al momento giusto, aggiunse, constatando che avevo la faccia tosta di non dire niente. Si riferiva all’eredità. Ma non l’ho capito subito: sul momento vedevo solo l’astio feroce, che da un momento all’altro avrebbe potuto trasformarsi in allenata aggressione fisica. Era impossibile non vederlo. Voltò i tacchi, e si mise a parlare con un militare in divisa.</p>
<p>La notizia della morte del padre si era abbattuta su quella che da quattro giorni era mia moglie come una mazzata. Era come se il fatto che si fossero frequentati così poco aggravasse le cose, rendesse il distacco ancora più doloroso. Il malessere dei giorni precedenti acquistava il suo vero senso, mi sembrava: in qualche modo avevamo presentito quello che sarebbe successo. Invece di partire per il Marocco dovevamo partire per la riviera del sud, la nostra vera meta era quella.</p>
<p>Adesso sapevo dove era la cucina. La grande cucina era l’unico posto dove potevo tirare il respiro, e dove non rischiavo di imbattermi in cognati appassionati di pugilato, mi ero reso conto. Per darmi un contegno, ma anche solo per passare il tempo, lavavo le stoviglie. Lavavo montagne di tazze e di bicchieri e piatti, che a quanto pare nessun altro pensava di lavare. A me è sempre piaciuto lavare i piatti. Modestia a parte penso di essere un ottimo lavatore di piatti, molto valido sia sul piano della velocità che su quello della qualità del lavaggio, ma attento anche al risparmio energetico. Ero contento di poter rifugiarmi in quell’attività nella quale mi sentivo perfettamente a mio agio. Sotto il lavandino c’erano dei guanti di gomma, ma io non li mettevo, perché i piatti mi piace lavarli con le mani nude, sentendo le scivolosità dello sporco e l’attrito inconfondibile della ceramica pulita.</p>
<p><small><em>(continua)</em></small></p>
<p><small><em>Immagine: <a href="http://www.gerhard-richter.com/">Gerhard Richter</a>, &#8220;Beerdigung&#8221; [Funerale], in</em> Baader-Meinhof<em>, 1988, cm 200 x 320, olio su tela, The Museum of Modern Art, New York.</em></small></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/05/autismi-2-mio-suocero-1a-parte/">Autismi 2 &#8211; Mio suocero (1a parte)</a></p>
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		<title>A ritroso, viola assoluto</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jun 2008 06:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/lilac-gene-davis.jpg'></a></p>
<p>di <strong>Esther Grotti</strong></p>
<p>Piccole donne crescono. Dentro una Panda. Senza conoscersi simili. Quando il dolore arriva camminiamo. Partiamo da Genova  come colombe. Verso nuove terre in cui arare il destino. Qui le prostitute si offrono alle finestre.  Hanno le carni chiare e aperte come le pagine mistiche del mattino.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/30/a-ritroso-viola-assoluto/">A ritroso, viola assoluto</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/lilac-gene-davis.jpg'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/lilac-gene-davis-300x216.jpg" alt="" title="lilac-gene-davis" width="300" height="216" class="alignnone size-medium wp-image-6125" /></a></p>
<p>di <strong>Esther Grotti</strong></p>
<p>Piccole donne crescono. Dentro una Panda. Senza conoscersi simili. Quando il dolore arriva camminiamo. Partiamo da Genova  come colombe. Verso nuove terre in cui arare il destino. Qui le prostitute si offrono alle finestre.  Hanno le carni chiare e aperte come le pagine mistiche del mattino. In fronte a Palazzo San Giorgio vorrei qualcuno cui dettare la mia vita. Prima che mi scivoli via sconosciuta. Partiamo gettando dal finestrino il passato. Gridando. Ridendo. Senza alcuna musica. Non esiste una colonna sonora per tutti i nostri giorni. Banali e unici. Dispersi. L’autostrada è ridicola di mezzi affannati verso le vacanze. Il gruppo in diaspora si riunirà tra i dirupi francesi. E il viola assoluto della lavanda. Hai fatto bene a non innamorarti di me.<span id="more-6124"></span><br />
Sarei entrata dentro i tuoi pori. Liquida. Confondendomi tra le tue cellule come un tumore.  Luce è minuta e immensa. Le sue palpebre tremano di addio. Domani  è un altro giorno. Sì. Ma quando arriva domani? La piccola Panda attraversa la frontiera sul confine fine dei ricordi. La campagna quieta ci inghiotte dopo Nizza e i suoi miraggi di ostriche. Vittoria esplode di vita e di uomini che vanno vengono ritornano. E ancora vanno. E ancora ritornano. Vittoria piccola onda di mare. Vittoria lunga di amori. Finalmente camminiamo. In ordinata solitudine di gruppo. Il canyon del Verdon segue un serpente imprevedibile d’acqua. Hai fatto bene a non innamorarti di me. Avremmo confuso di tenerezza le zolle del giardino. Appesi al volo circolare delle rondini. Rischiando d’essere felici.  Il sentiero Martel ci costringe all’ostinazione e ai funambolismi. Sospesa tra roccia e niente dimentico il nome delle cose. Dolores veleggia sulla sua ironia. Affusolata come le sue gambe. E come la sua paura del vuoto. Chiediamo aiuto a dei pellegrini francesi. La nostra richiesta viene scambiata per una insolita questua ai lati di un sentiero esposto. Italiani brava gente. Tirano a campare anche sui dirupi più scoscesi. La Brèche Imbert si apre come un tuffo all’infinito. Cromatico e esatto. Marc il nostro capitano tra le rocce ha la testa ubriaca di nuvole. Si perde come Enrique. E sostiene che è Enrique a perdersi. E’ malato di timidezza che nasconde dietro boccoli di putto tardorinascimentale. Inutili le interminabili lezioni femminili su come predare una femmina. Le tre Torri di Trescaires mi dicono  che non ha mai fatto l’amore. Dolores e il conte ingegnere si perdono in eloqui degni della più compunta nobiltà. Le loro parole si alternano ritmate. Incastonate tra un silenzio e l’altro. Inspirazione. Espirazione. Mentre Notre Dame du Roc biancheggia candida oltre le notti di Castellane. Marc notturnamente fa miracoli. Con sguardo coupé e cervello inamidato mi svela gli arcani maggiori. Un matto. Un bagatto. Fors&#8217;anche un gatto.<br />
Ho fatto bene a non innamorarmi di te.</p>
<p><em>(Immagine: Gene Davis &#8211; Lilac)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/30/a-ritroso-viola-assoluto/">A ritroso, viola assoluto</a></p>
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		<title>Marcel Proust: la scoperta di Ruskin</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2007 08:55:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[architettura]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>      di <strong>Gianni Biondillo</strong> <br />
<strong>1.</strong></p>
<p>La prima volta che leggiamo il nome di John Ruskin citato nella corrispondenza proustiana è in una lettera indirizzata alla madre intorno al 25 (o 26) settembre del 1899. Dallo scenario alpino di Evian-les-Bains Proust chiede alla madre di spedirgli oltre che delle sigarette  &#8220;le livre de La Sizeranne sur Ruskin&#8221;(1).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/03/02/marcel-proust-la-scoperta-di-ruskin/">Marcel Proust: la scoperta di Ruskin</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>    <img id="image3119" style="width: 220px; height: 186px" height="186" alt="marcel-proust.jpg" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/marcel-proust.jpg" width="220" />  di <strong>Gianni Biondillo</strong> <br />
<strong>1.</strong></p>
<p>La prima volta che leggiamo il nome di John Ruskin citato nella corrispondenza proustiana è in una lettera indirizzata alla madre intorno al 25 (o 26) settembre del 1899. Dallo scenario alpino di Evian-les-Bains Proust chiede alla madre di spedirgli oltre che delle sigarette  &#8220;le livre de La Sizeranne sur Ruskin&#8221;(1). La richiesta si ripete insistente pochi giorni dopo (il 2 ottobre) in una lettera ampiamente citata dalla critica proustiana  dove il nostro richiede  il libro di La Sizeranne  che dovrebbe essere &#8220;[...] dans ma bibliothèque  pour voir les montagnes avec les yeux de ce grand homme.&#8221;(2)<span id="more-3117"></span></p>
<p>Il libro tanto agognato da Proust è <em>Ruskin et la religion de la Beauté</em>(3), pubblicato nel 1897, dove La Sizeranne dà ampie traduzioni di numerosi passi tratti dalle varie opere di Ruskin. L&#8217;incontro fulminante con le idee ruskiniane apre un capitolo nuovo e fondamentale per la vita di Proust. Ormai completamente assorto nella lettura dei testi dell&#8217;autore inglese Proust abbandonerà la stesura del romanzo che stava portando avanti già da alcuni anni e che verrà pubblicato solo dopo la sua morte sotto il titolo di <em>Jean Santeuil</em>(4). </p>
<p>Sempre in ottobre alla madre chiede ampie traduzioni da <em>le sette lampade dell&#8217;architettura</em>(5) perché è già in lui chiara l&#8217;idea di scrivere un saggio critico su Ruskin e sulle cattedrali, come dirà in una lettera a Marie Nordlinger: &#8220;Depuis une quinzaine de jours je m&#8217;occupe à un petit travail absolument différent de ce que je fais généralement, à propos de Ruskin et de certaines cathédrales.&#8221;(6) Alla fine di Ottobre (o inizi di Novembre) si reca ad Amiens a visitare la celebre cattedrale seguendo meticolosamente l&#8217;itinerario consigliato da Ruskin ne <em>la Bibbia di Amiens</em>, e con in tasca oltre al testo ruskiniano il saggio di Mâle sull&#8217;arte religiosa del XIII secolo in Francia(7). Libri alla mano Proust è pronto a decifrare l&#8217;immenso libro di pietra &#8220;sino a conoscerne ogni singola pietra, sino a saggiare la consistenza e la sonorità del legno degli stalli.&#8221;(8)</p>
<p>Il 21 gennaio 1900 <em>Le Figaro</em> annuncia l&#8217;avvenuta morte il giorno prima all&#8217;età di 81 anni di Ruskin. Proust scrive alla Nordlinger: &#8220;[...] quand j&#8217;ai appris la mort de Ruskin j&#8217;ai voulu exprimer à vous plutôt qu&#8217;à tout autre ma tristesse, tristesse saine d&#8217;ailleurs et bien pleine de consolation, car je sens combien c&#8217;est peu que la mort en voyant combien vit avec force ce mort, combien je l&#8217;admire, l&#8217;écoute, cherche à le comprendre et lui obéir plus qu&#8217;à bien des vivants.&#8221;(9) Il 27 gennaio Proust pubblica un breve necrologio dedicato alla figura e all&#8217;opera di Ruskin, il necrologio si apre con queste parole: &#8220;On craignait l&#8217;autre jour pour la vie de Tolstoi; ce malheur ne s&#8217;est pas réalisé; mais le monde n&#8217;a pas fait une perte moins grande: Ruskin est mort. Nietzsche est fou, Tolstoi et Ibsen semblent au terme de leur carrière; l&#8217;Europe perd l&#8217;un après l&#8217;autre ses grands &#8220;directeurs de coscience&#8221;. Directeur de coscience de son temps, certes Ruskin le fut, mais il fut aussi son professeur de goût, son initiateur à cette beauté que Tolstoi réprouve au nom de la morale et dont Ruskin avait tout poétisé, jusqu&#8217;à la morale elle-même.&#8221;(10) A questo necrologio che è in effetti la prima pubblicazione di Proust su Ruskin seguirà un articolo il 13 febbraio sul Figaro dove Proust consiglia agli &#8220;amici di Francia&#8221; dei veri e propri pellegrinaggi in memoria dello scrittore inglese nei luoghi da lui amati e studiati(11).</p>
<p>Nel frattempo <em>le petit travail</em> su Ruskin si sta concretizzando in due scritti di più ampio respiro (<em>John Ruskin</em> e <em>Ruskin a Notre-Dame d&#8217;Amiens</em>) dapprima pubblicati il primo sulla <em>Gazzette des Beux Arts</em> ed il secondo sul <em>Mercure de France</em>, e che diverranno in seguito la gran parte della prefazione alla traduzione della <em>Bibbia di Amiens</em>(12) che ormai Proust stava intraprendendo non senza difficoltà. A pochi mesi dalla prima lettera in cui si nomina Ruskin, il 7 (o 8) febbraio Proust può tranquillamente scrivere a  Marie Nordlinger, che lo sta aiutando alla traduzione della <em>Bible</em>, di conoscere già &#8220;par coeur&#8221;(13), oltre al testo in esame, <em>le Sette lampade dell&#8217;architettura</em>, <em>il Val d&#8217;Arno</em>, <em>le Letture d&#8217;Architettura e di Pittura</em>, <em>il Praeterita</em>. Nell&#8217;Aprile &#8211; Maggio parte per l&#8217;ennesimo pellegrinaggio ruskiniano alla volta di Venezia &#8220;alla minuziosa ricerca di ogni particolare dei capitelli di Palazzo Ducale o dei mosaici di San Marco commentati da Ruskin&#8221;(14) accompagnato dalla madre e poi raggiunto dalla Nordlinger e da Reynaldo Hahn con il quale visita gli affreschi di Giotto alla cappella degli Scrovegni a Padova. &#8220;Venendo a Venezia egli scioglieva dunque un voto di omaggio e di devozione a Ruskin&#8221;(15), omaggio che ripeterà a Ottobre, da solo,  per un&#8217;ultima visita alla città(16).</p>
<p>Dunque nel breve volgere di un anno è a tutti gli effetti un profondo conoscitore sia dei luoghi che dell&#8217;opera ruskiniana, opera tra l&#8217;altro conosciuta nella lingua originale essendo a quel momento non molto diffusa nelle traduzioni in francese. L&#8217;impegno febbrile profuso da Proust nello studio dei testi di Ruskin si dimostra ancora più straordinario se si tiene conto che di fatto Proust non conosceva l&#8217;inglese (al punto di avere difficoltà nell&#8217;ordinare una cotoletta al ristorante); come scrive lui stesso: &#8220;Je ne sais pas un mot d&#8217;anglais parlé et je ne lis pas bien l&#8217;anglais. Mais depuis quatre ans que je travaille sur la Bible d&#8217;Amiens(17) je la sais entierèment par coeur et elle a pris pour moi ce degré d&#8217;assimilation complète, de trasparence absolue, où se voient seulement les nébuleuses qui tiennent non à l&#8217;insuffisance de notre regard, mais à l&#8217;irreductible obscurité de la pensée conpletée.&#8221;(18) Più avanti la lettera si conclude con una frase lapidaria che è più che mai esplicativa dell&#8217;atteggiamento che Proust teneva in quel periodo riguardo l&#8217;argomento: &#8220;Je ne prétends pas savoir l&#8217;anglais. Je prétends savoir Ruskin&#8221;.</p>
<p><strong>2. </strong></p>
<p>Per Proust non basta leggere un libro di un autore per conoscerlo, così come non possiamo conoscere una persona dal primo incontro: i gesti di quella persona sono espressione di continuità o casi particolari del momento? E&#8217; nel riconoscere reiterato dei gesti in circostanze diverse che riconosciamo le caratteristiche essenziali del nostro interlocutore. Insomma al primo approccio non si può riconoscere come miracolosamente una persona, un autore, un opera. L&#8217;errore di giudizio nella valutazione della gente è un tema tipico dell&#8217;opera proustiana già dal <em>Jean Santeuil</em>, non stupiamoci di incontrare un atteggiamento analogo nell&#8217;opera critica dell&#8217;autore francese: il romanziere del <em>Jean Santeuil</em> passa per lo studio e la critica dell&#8217;opera di Ruskin, per la stesura del saggio critico <em>Contro Sainte-Beuve</em> sino ai primi abbozzi della <em>Ricerca del Tempo perduto</em> senza soluzione di continuità, una continuità che è la ricchezza della sua opera maggiore che ha forma di romanzo ma che è anche saggio critico, testo filosofico; per dirla con le parole di Giorgi: &#8221;Il saggio critico come opera a sé era superato proprio nella misura in cui gli aveva permesso di scoprire una struttura entro la quale organizzare la sua opera narrativa. Ormai si trattava di riprendere i temi del Santeuil,organizzandoli, orchestrandoli e anche arricchendoli, ma sempre in funzione della scoperta maturata nel Sainte-Beuve.&#8221;(19)</p>
<p>Proust insomma nella sua opera di annotatore dell&#8217;opera di Ruskin cerca di darci &#8220;quasi una memoria improvvisata&#8221;(20) per poter meglio affrontare il testo dell&#8217;autore inglese: &#8220;In fondo aiutare il lettore a rilevare questi segni singolari, mettere sotto i suoi occhi i modi analoghi che gli permettano di considerarli segni essenziali del genio di uno scrittore, dovrebbe essere il compito più importante di ogni critico.&#8221;(21) Proust ricostruisce per frammenti il suo Ruskin e ce li propone tutti insieme al di la del contesto per riconoscerne la continuità: &#8220;Si tratta, in ultima analisi, di realizzare una specie di spazializzazione dei vari motivi di identica qualità che costituiscono l&#8217;opera, come se ci si trovasse dinanzi a una serie di quadri dello stesso autore che si possono abbracciare con un solo sguardo.&#8221;(22)</p>
<p>La stessa operazione attuata sull&#8217;opera di Ruskin il narratore della <em>Ricerca del tempo perduto</em> la farà nell&#8217;ascolto dell&#8217;opera postuma (non a caso ricostruita per frammenti) di Vinteuil ne <em>La prigioniera</em>, così come il critico del <em>Contro Sainte-Beuve</em> ci ricorda che ogni opera di un artista è come un vaso che comunica con le opere passate dando vita quindi ad una sola opera(23). Proust cerca (utilizzando la terminologia bergsoniana) l&#8217;io profondo ruskiniano nascosto dal suo io superficiale attraverso un attento rilievo della sua opera. D&#8217;altra parte i testi di Ruskin si prestano ad una lettura approfondita non solo delle cose dette ma anche del testo taciuto, dei continui riferimenti ad altro, delle sistematiche allusioni bibliche che Proust risolve come una caccia al tesoro, come un proficuo esercizio intellettuale. Guyot trova tra &#8220;l&#8217;esthéticien anglais et son admirateur français des points de contact psychologiques vraiment significatifs&#8221;(24) che spiegano in qualche modo la folgorazione ruskiniana di Proust.</p>
<p>Primo su tutti sicuramente lo spirito di osservazione paziente, preciso, meticoloso, degli oggetti presente in entrambi(25). Addirittura Guyot si spinge oltre, attribuendo quasi la paternità della memoria involontaria a Ruskin stesso il quale nel Modern Painters tratta di quelle &#8220;accidental associations&#8221; di quelle &#8220;accidental connection of ideas and memories with material things&#8221;(26) che sono alla base appunto del concetto proustiano di memoria involontaria. Guyot sbagliava perché ancora non conosceva il <em>Jean Santeuil</em> dove già sono presenti in toto le tematiche della reviviscenza del passato attraverso la memoria involontaria ma questo non può comunque che mettere in chiaro un altro punto di contatto fra i due autori in una sorta di corrispondenza elettiva che poteva permettere a Proust di inquadrare la sfaccettata figura intellettuale di Ruskin.<br />
<strong> </strong></p>
<p><strong>3.</strong></p>
<p>Di Ruskin, ci ricorda Proust, si è detto che fosse realista, intellettualista,che sopprimesse l&#8217;immaginazione nell&#8217;arte lasciando quasi tutto alla scienza, e per contro si è detto che rovinasse la scienza perché lasciava troppo spazio all&#8217;immaginazione, che riducesse l&#8217;arte a vassallo della scienza, che fosse un puro esteta con unica religione la bellezza, che non fosse neppure artista; &#8220;e siccome si sono dette tante cose contraddittorie su Ruskin, si è giunto a concludere che egli era contraddittorio.&#8221;(27)</p>
<p>Per Proust questa è evidentemente una riduzione che non vuole vedere la complessità dell&#8217;opera ruskiniana, un&#8217;opera che ha carattere universale, che non si interessò solo delle &#8220;belle arti&#8221; ma che cercò la verità anche, ad esempio,nella mineralogia o nell&#8217;economia politica; e fra le opinioni riduttorie più diffuse in Francia in quel momento su Ruskin, dovuta evidentemente all&#8217;opera di La Sizerenne, c&#8217;era quella  che egli fosse una sorta di adoratore della Bellezza. Qui Proust mette subito in chiaro la questione: &#8220;[...] la principale religione di Ruskin fu la religione e nient&#8217;altro&#8221;(28); di certo Ruskin aveva il dono speciale del sentimento della bellezza sia nella natura che nell&#8217;arte ma  nella bellezza egli non cercò uno sterile godimento personale ma bensì la realtà, la verità: &#8220;Fu nella bellezza che il suo temperamento lo condusse a cercare la realtà; e la sua vita religiosa ne ricevette una vocazione estetica.&#8221;(29) I valori estetici(30) non sono mai per Ruskin svincolati dai valori morali e le &#8220;scoperte&#8221; estetiche vanno pari passo con le date principali della sua vita morale: &#8220;Egli potrà parlarvi degli anni in cui scoprì il gotico con la medesima gravità, la medesima commozione, la stessa serenità del cristiano che parla del giorno in cui la verità gli fu rivelata.&#8221;(31)</p>
<p>Anche Bergson, che presentò <em>all&#8217;Accademia di scienze morali e politiche</em> la traduzione di Proust, insiste su questo punto:&#8221;Ruskin fut, avant tout, une âme religeuse. Son esthétique est celle d&#8217;un homme qui croit que le poète et l&#8217;artiste se bornent à trascrire un message divin. Il est donc un idéaliste au plus haut point&#8230;&#8221;(32), ma l&#8217;artista è anche realista se la realtà che deve rappresentare viene intesa come un insieme di materiale ed intellettuale, dove la materia è reale in quanto &#8220;expression de l&#8217;esprit&#8221;. E&#8217; da qui che la minuzia delle descrizioni, tanto importante nell&#8217;opera ruskiniana, non è semplice feticismo ma un&#8217;attenzione che riveli la vera, la profonda natura delle cose: &#8220;La configurazione di una cosa non è soltanto l&#8217;immagine della sua natura, è il segreto del suo destino e il disegno della sua storia.&#8221;(33)</p>
<p>E&#8217; compito dell&#8217;artista non inventare ma scoprire (<em>aletheia</em>)(34); scavare nel mondo delle apparenze riuscendo a trovare rapporti più intimi, nell&#8217;universo spirituale, fra le cose anche se distanti nel tempo e nello spazio(35); fra Pisa e Chartres Ruskin cercava appunto questa continuità, cercava l&#8217;&#8221;Europa cristiana&#8221;, &#8220;l&#8217;originalità tipica dello spirito che animava allora gli artisti&#8221;(36); per Proust i disegni che accompagnano gli scritti di Ruskin sono in questo senso molto significativi: &#8220;In una incisione, voi potrete vedere un uguale motivo d&#8217;architettura, come è svolto a Lisieux, a Bayeux, a Verona e a Padova, come se si trattasse di varietà di una stessa specie di farfalla sotto cieli differenti&#8221;(37), tuttavia l&#8217;amore che Ruskin profonde per quelle pietre evita di trasformarle in esempi astratti: &#8220;Su ogni pietra voi vedete la sfumatura dell&#8217;ora fusa al colore dei secoli&#8221;(38)</p>
<p>Ma Ruskin, secondo Proust, non si soffermò solo sulla singola opera d&#8217;arte ma andò ben oltre evitando di separare l&#8217;opera dal suo contesto, &#8220;le cattedrali dai fiumi o dalle valli&#8221;(39); ed è per questo che la Vergine Dorata d&#8217;Amiens riesce ad avere una sua singolarità, una sua individualità vera e propria che la obbliga a vivere lì nel portale che la ospita e non in un freddo museo, sradicata dal suo contesto: le cattedrali, forse, possono essere intese come musei dell&#8217;arte religiosa del medioevo ma sono musei viventi &#8220;essi non sono stati costruiti per ricevere le opere d&#8217;arte, ma sono queste (per quanto individuali, d&#8217;altronde, esse siano) che sono state fatte per loro e non potrebbero senza sacrilegio (io non parlo qui che di sacrilegio estetico) essere messe altrove.&#8221;(40)</p>
<p>Il legame che si instaura fra l&#8217;opera, così radicata nel suo territorio, e il suo interlocutore supera lo stesso legame estetico per diventare qualcosa di più: un legame di tipo affettivo, personale, irripetibile, dove viene messa a confronto la vita del singolo individuo e la &#8220;primavera medioevale&#8221; dei biancospini scolpiti ancora in fiore, in una primavera che ancora si prolunga nei secoli ma che comunque non sarà eterna:  &#8220;Un giorno, senza dubbio, anche il sorriso della Vergine Dorata (che è già durato tuttavia più della nostra fede), per la erosione delle pietre, che finora l&#8217;ha risparmiato con grazia, non spargerà più, per i nostri figli, la bellezza come ai nostri padri credenti esso infondeva coraggio.&#8221;(41)<br />
<strong> </strong></p>
<p><strong>4.</strong></p>
<p>L&#8217;opera d&#8217;arte vive in un tempo dilatato rispetto la vita dell&#8217;uomo ma comunque vive e quindi muore: non è la morte naturale che impensierisce né Ruskin né Proust, bensì un altro tipo di morte: la morte inferta dall&#8217;oblio, la morte causata dall&#8217;assenza di quel legame affettivo fra l&#8217;uomo e la sua opera. In un articolo contro la separazione fra stato e chiesa (apparso sul <em>Figaro</em> il 16 agosto 1904) Proust, ironico, ci pone di fronte un ipotesi apocalittica ed paradossale: supponiamo, dice in definitiva, che dopo secoli le tradizioni del culto cattolico siano perdute; è chiaro che i monumenti rimastici diverrebbero intelligibili. Di certo un gruppo di intellettuali desiderosi di restituire la vita a questi vascelli vorranno rifare (refaire) almeno per un&#8217;ora lo svolgimento del &#8220;théâtre du drame mystérieux&#8221;, correlato dei canti, dei profumi, etc. Sarebbe una straordinaria operazione teatrale quanto quella di riproporre le tragedie antiche; di certo il governo non mancherebbe di sovvenzionare un tale tentativo; eppure resterebbe un tentativo di ricostruzione, per quanto esatto, paralizzato: &#8220;glacées&#8221;. E&#8217; proprio la presenza della fede nei cuori dei francesi che ha permesso alle cattedrali non solo di essere i più bei monumenti dell&#8217;arte francese ma &#8220;les seuls qui vivent encore leur vie intégrale, qui soient restés en rapport avec le but pour lequel ils furent construits.&#8221;(42) </p>
<p>Laddove non venisse più celebrata la cerimonia rituale nelle chiese lo Stato potrà pure trasformarle come preferisce: musei, sale di conferenza, casino: di certo esse saranno morte: &#8220;Quand le sacrifice de la chair et du sang du Christ ne sera plus célébré  dans les églises, il n&#8217;y aura plus de vie en elles. La liturgie catholique ne fat qu&#8217;un avec l&#8217;architecture et la sculpture de nos cathédrales, car les unes comme l&#8217;autre dérivent d&#8217;un même symbolisme.&#8221;(43)</p>
<p>Proust non è religioso e non abbraccia il moralismo di Ruskin, ma comprende l&#8217;insegnamento di quest’ultimo riguardo la grandezza del bagaglio socio-culturale artistico della cristianità(44) che andrebbe perduto se ci si approcciasse ad esso solo con uno sguardo erudito, scientifico, scettico. Il credente ha un rapporto di fede di tipo irrazionale nei confronti della cattedrale simile a quello dell&#8217;artista; il restauro filologico ironicamente proposto da Proust mostra la corda proprio perché ha la pretesa della scientificità: per quanto preciso, meticoloso sia resta infedele.</p>
<p>D&#8217;altra parte ciò che l&#8217;intelligenza ci restituisce sotto il nome di passato non è il vero passato, la pretesa di ricostruirlo con le armi della scienza è fallimentare in partenza; noi non sappiamo dove esso si nasconde e solo casualmente possiamo imbatterci in qualche oggetto materiale  che lo liberi: è la tesi della prefazione del <em>Sainte-Beuve</em> e che ritornerà, sviluppata, anche nell&#8217;opera maggiore: &#8220;Mi sembra molto ragionevole la credenza celtica secondo cui le anime di quelli che abbiamo perduto sono prigioniere entro qualche essere inferiore, una bestia, un vegetale, una cosa inanimata, perdute di fatto per noi fino al giorno, che per molti non giunge mai, che ci troviamo a passare accanto all&#8217;albero, che veniamo in possesso dell&#8217;oggetto che le tiene prigioniere. Esse trasaliscono allora, ci chiamano e non appena le abbiamo riconosciute, l&#8217;incanto è rotto. Liberate da noi, hanno vinto la morte e ritornano a vivere con noi. Così è per il passato nostro. E&#8217; inutile cercare di rievocarlo, tutti gli sforzi della nostra intelligenza sono vani. Esso si nasconde all&#8217;infuori del suo campo e del suo raggio d&#8217;azione in qualche oggetto materiale (nella sensazione che ci verrebbe data da quest&#8217;oggetto materiale) che noi non supponiamo. Quest&#8217;oggetto, vuole il caso che lo incontriamo prima di morire, o che non lo incontriamo.&#8221;(45)</p>
<p>In questo Proust è profondamente ruskiniano e questo spiega la critica che Proust fa a Viollet-le-Duc non ostante il rispetto che ha di lui come architetto e come teorico; tra l&#8217;altro un rispetto nei confronti dell&#8217;opera più importante dell&#8217;architetto francese che era presente anche in Ruskin(46): &#8220;C&#8217;est malheureux que Viollet le Duc ait abîmé la France en restaurant avec science mais sans flamme, tant d&#8217;églises dont les riunes seraient plus touchantes que leur rafistolage archéologique avec des pierres neuves qui ne nous parlent pas, et des moulages qui sont identiques à l&#8217;original et n&#8217;en ont rien gardé.&#8221;(47)  Dunque secondo Proust la differenza è ben netta e a Viollet-le-Duc, che restaura &#8220;avec science mais sans flamme&#8221;, preferisce l&#8217;opera di John Ruskin l&#8217;unica ad avere lo straordinario potere di &#8220;[...] risuscitare dei morti&#8221;(48).</p>
<p>L&#8217;esempio di una di queste ressurrezioni ruskiniane ci viene descritto in un passo di grande trasporto emotivo dove Proust ci racconta uno dei suoi pellegrinaggi, avvenuto dopo la morte dell&#8217;autore inglese, a Rouen quasi obbedendo al desiderio testamentario di Ruskin il quale aveva come affidato ai suoi lettori il ricordo di una piccola scultura perduta in mezzo a centinaia di tante altre minuscole figure nel <em>portale delle Librerie</em> della cattedrale. L&#8217;impresa di ritrovarla pareva a tutti gli effetti impossibile eppure il miracolo si compie e la piccola scultura sgretolata viene riconosciuta. La resurrezione di un&#8217;opera del passato avviene proprio grazie all&#8217;intercessione di un uomo che, disegnando, dando ad ogni cosa il proprio nome la immortala:  &#8220;E ritrovandola non possiamo fare a meno di commuoverci. Essa sembra vivere e guardare, o piuttosto, essere stata colta dalla morte dal suo stesso sguardo, come i Pompeiani il cui gesto dura interrotto. Ed è un pensiero dello scultore, infatti, che è stato colto qui nel suo gesto dall&#8217;immobilità della pietra. Io fui colpito ritrovandola là: nulla muore dunque di ciò che ha vissuto, non il pensiero dello scultore, non quello di Ruskin.&#8221;(49)</p>
<p>La lezione più profonda dell&#8217;opera ruskiniana è dunque a tutti gli effetti assorbita nel bagaglio estetico del futuro narratore della <em>Recherche</em> al punto che l&#8217;idea stessa di arte esprimibile con le parole di Ruskin potrebbe come per sovrapposizione essere creduta espressa da Proust stesso: &#8220;Quel che l&#8217;arte deve fare per noi è di fermare ciò che è fuggente, di illuminare ciò che è incomprensibile, di dare forma alle cose impalpabili e di eternare le cose che non durano.&#8221;(50)<br />
<em> </em></p>
<p><em>NOTE:</em></p>
<p>1) Marcel Proust, Correspondance, Plon, 1970-90, vol. II, pag. 348.<br />
2) Marcel Proust, Correspondance, II-356.<br />
3) Robert de La Sizeranne, Ruskin et la religion de la Beauté, Hachette, Paris, 1897.<br />
4) Marcel Proust, Jean Santeuil, Einaudi, Torino, 1976.<br />
5) Marcel Proust, Correspondance, II-365.<br />
6) Marcel Proust, Correspondance, II-377.<br />
7) Emile Mâle, L&#8217;art religieux du XIII° siècle en France, Colin, Paris, 1968, (I°ed. 1898). E&#8217; evidente che il pensiero ruskiniano non ha da solo influenzato la cultura archeologica, architettonica e medioevale di Proust. Grande importanza in questo senso ha avuto la lettura dei saggi e dei testi di Emile Mâle e di Viollet-le-Duc (innanzi tutto la sua opera più famosa: Eugene Viollet-le-Duc, Dictionnaire raisonné de l&#8217;architecture française du XIe au XVIe siècle, 10 vol., B. Bance éditeur, 1854-1875. Per una lettura violettiana dell&#8217;opera di Proust si veda: Luc Fraisse, L&#8217;Oeuvre cathedrale, Proust et l&#8217;architecture médiévale, Librairie Corti , Paris, 1990.), i quali, non a caso a loro volta, vengono spesse volte citati (o allusi) nel corso dell&#8217;opera proustiana.<br />
8) Mariolina Bongiovanni Bertini, Guida a Proust, Mondadori ed., Milano, 1981. pag.113<br />
9) Marcel Proust, Correspondance, II-384.<br />
10) Marcel Proust, Pastiches et mélanges, Contre Sainte-Beuve, Essais et articles, Pléiade, Gallimard, Paris, 1971. pag.439<br />
11) &#8220;Il n&#8217;est pas besoin pour accomplir ces pèlegrinages d&#8217;aller jusqu&#8217;aux &#8220;Pierres&#8221; de Florence ou de Venise: Ruskin a beaucoup aimé la France&#8221; Marcel Proust, Pastiches et mélanges,441. Si noti l&#8217;allusione alle Pietre di Venezia.<br />
12) John Ruskin, La bibbia di Amiens,  SE, Milano, 1988 (Ia ed. originale 1880-85). La traduzione proustiana sarà pubblicata nel 1904 nelle edizioni del &#8220;Mercure de France&#8221;.<br />
13) Marcel Proust, Correspondance, II-387.<br />
14) Mariolina Bongiovanni Bertini, Guida a Proust,118.<br />
15) Renata Palma, Proust interprete di Venezia, in &#8220;la Fiera letteraria&#8221;, n°21, 25 maggio 1975.pag.10<br />
16) La sua firma è nel registro dei visitatori del monastero armeno dell&#8217;isola di San Lazzaro, in data 19 Ottobre.<br />
17) Proust in realtà esagera un po&#8217;; la lettera da cui è tratta questa citazione è del gennaio 1903 quindi non è da quattro anni ma da poco più di due che sta studiando l&#8217;autore inglese.<br />
18) Marcel Proust, Correspondance, III-220.<br />
19) Giorgetto Giorgi, La critica letteraria nella genesi della &#8220;Recherche&#8221;, in AA.VV., Proustiana, atti del convegno internazionale di studi sull&#8217;opera di Marcel Proust, Liviana editrice, Padova, 1973.<br />
20) Marcel Proust, Introduzione, commento e note a La bibbia di Amiens, J.Ruskin, pag.11.<br />
21) Marcel Proust, Introduzione&#8230;, 12.<br />
22) Giorgetto Giorgi, La critica letteraria&#8230;<br />
23) vedi Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto (in originale: A la recherche du temps perdu, Pléiade, Gallimard, Paris, nuova edizione 1987-89), ciclo narrativo comprendente sette romanzi:- La strada di Swann, All&#8217;ombra delle fanciulle in fiore, I Guermantes, Sodoma e Gomorra, La prigioniera, Albertine scomparsa, Il tempo ritrovato; Einaudi tascabili, Torino, 1991. Nel caso specifico vedi La Prigioniera, pag. 386.<br />
24) Charly Guyot, Sur Ruskin et Proust, in &#8220;Revue de littérature comparée&#8221;, n°1, Janver-Mars 1942.pag.58<br />
25) Vedi la lettera di Ruskin al padre del 1850:&#8221;C&#8217;è in me un forte istinto che non so analizzare- a disegnare e a descrivere le cose che amo&#8230; una sorta di istinto come quello del mangiare e del bere. Mi piacerebbe disegnare tutto S.Marco -pietra dopo pietra- per ricrearlo nella mente -sfumatura dopo sfumatura.&#8221; citata in John D. Rosenberg, Ruskin a Venezia: le pietre di paragone, introduzione a J. Ruskin, Le pietre di Venezia.(pagg.5-6)<br />
26) Charly Guyot, Sur Ruskin et Proust, 60-61.<br />
27) Marcel Proust, Introduzione&#8230;, 38.<br />
28) Marcel Proust, Introduzione&#8230;, 38.<br />
29) Marcel Proust, Introduzione&#8230;, 39<br />
30) Ma non solo quelli; &#8220;Comprare e vendere non è solo un&#8217;azione mercantile ma anche morale&#8221;John D. Rosenberg, Ruskin a Venezia&#8230;, 29<br />
31) Marcel Proust, Introduzione&#8230;, 39<br />
32) Henri Bergson, Rapport sur un ouvrage de Marcel Proust: La Bible d&#8217;Amiens de Ruskin, in &#8220;Académie de Sciences morales et politiques&#8221;, séances et travaux, CLXII° vol., Paris, 1904 (491-2). Sull&#8217;influenza del pensiero bregsoniano nell&#8217;opera di Proust vedi: Joyce N. Megay, Bergson et Proust: essai de mise au point de la question de l&#8217;influence de Bergson sur Proust, Libraire J. Vrin, Paris, 1976.<br />
33) Marcel Proust, Introduzione&#8230;, 40<br />
34) Essendo, secondo l&#8217;insegnamento platonico, tutte le conoscenze delle reminiscenze.<br />
35) &#8220;Tutta la funzione dell&#8217;artista nel mondo è di essere una creatura visiva e sensitiva.&#8221; John Ruskin, Le pietre di Venezia, Rizzoli, Milano, 1987, (Ia ed. originale 1852). pag. 367<br />
36) Marcel Proust, Introduzione&#8230;, 45<br />
37) Marcel Proust, Introduzione&#8230;, 45<br />
38) Marcel Proust, Introduzione&#8230;, 45<br />
39) Marcel Proust, Introduzione&#8230;, 45<br />
40) Marcel Proust, Introduzione&#8230;, 21<br />
41) Marcel Proust, Introduzione&#8230;, 22<br />
42) Marcel Proust, Pastiches et mélanges&#8230;, 143<br />
43) Marcel Proust, Pastiches et mélanges&#8230;, 144<br />
44) L&#8217;alta architettura del passato è per Ruskin &#8220;[...]l&#8217;incarnazione della Politica, della Vita, della Storia e della Fede religiosa dei popoli.&#8221; John Ruskin, Le sette lampade dell&#8217;architettura, con una presentazione di R. Di Stefano, Jaca Book, Milano, 3a ed 1993, (Ia ed. originale 1849) pag. 231<br />
45) Marcel Proust, La strada di Swann, 49. Ruskin a controcanto dice, vorremmo dire proustianamente: &#8220;Le verità con cui l&#8217;arte ha rapporto [...] si acquistano solo col sentimento e la percezione e non col ragionamento.&#8221;John Ruskin, Le pietre di Venezia, 367.<br />
46) Il Dictionnaire, ad esempio, era da lui caldamente consigliato ai suoi studenti per quanto riguarda la parte sull&#8217;architettura dall&#8217;800 al 1200; ma sui rapporti intellettuali fra Ruskin e Viollet-le-Duc bisognerebbe aprire una parentesi troppo vasta, voglio solo di passaggio ricordare un&#8217;inquieta nota dal diario di Ruskin dell&#8217;ottobre 1882: &#8220;Sono disturbato. Ho sognato che mi presentavo a Viollet-le-Duc, e che lui non mi voleva parlare&#8230;&#8221; Robin Middleton, David Watkin, Architettura dell&#8217;ottocento, Electa, Milano, 1988, (Ia ed. 1977).374.<br />
47) Marcel Proust, Correspondance,VII-288. La critica al restauro tout court è ben presente non solo negli scritti ruskiniani di Proust ma anche nella sua opera più famosa. Anzi sull&#8217;argomento Proust è alquanto duro. Ne All&#8217;ombra delle fanciulle in fiore (pag. 218), ad esempio, Proust parla di &#8220;[...] santi mutilati delle cattedrali che archeologi ignoranti hanno restaurati, mettendo sul corpo dell&#8217;uno la testa dell&#8217;altro, e mescolando gli attributi e i nomi.&#8221; Per fare un altro esempio la capacità da parte di Albertine di riconoscere subito un intervento di restauro (&#8220;Non mi piace, è restaurata&#8221;, Sodoma e Gomorra, pag.441) è una dimostrazione, inaspettata per il Narratore, del buon gusto architettonico della protagonista. E non dimentichiamoci la pessima opinione che ha Swann dei restauri di Viollet-le-Duc al castello di Pierrefonds: in un moto di orgoglio e di gelosia nei confronti di Odette che si assentava per parecchi giorni per far visita, con i Verdurin, o della cappella reale ottocentesca a Dreux o del suddetto castello, Swann impreca fra sé e sé: &#8220;Pensare che potrebbe visitare veri monumenti con me che ho studiato architettura dieci anni [...] e invece lei va con la peggior gentaglia a estasiarsi successivamente dinanzi alle evacuazioni di Luigi Filippo e di Viollet-le-Duc! Mi sembra che non occorra essere artisti per questo, e che, anche senza un fiuto particolarmente delicato, non si scelga di andare a villeggiare nelle latrine per essere meglio a tiro dell&#8217;odore degli escrementi.&#8221;(La strada di Swann, pag. 310)<br />
48) Marcel Proust, Introduzione&#8230;, 43<br />
49) Marcel Proust, Introduzione&#8230;, 50<br />
50) John Ruskin, Le pietre di Venezia, 368</p>
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