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	<title>Nazione Indiana &#187; Franz Kafka</title>
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		<title>Azione Kappa</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 02:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p><strong>Effe Kappa</strong>. <em>Nuove poesie</em><br />
di <strong>Franz Krauspenhaar</strong><br />
<a href="http://www.editricezona.it/">Editrice ZONA</a>,<br />
Una nota di <strong>effeffe</strong></p>
<p style="text-align: right;">&#8220;Sporco sono, Milena, infinitamente sporco,<br />
perciò faccio tanto chiasso per la purezza.</p>
<p style="text-align: right;">Nessuno canta con maggiore purezza<br />
di coloro che stanno nell&#8217;inferno più profondo:<br />
ciò che chiamiamo il canto degli angeli è il loro canto&#8221;.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/14/41345/">Azione Kappa</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-41346" title="effekappa1" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/effekappa1.jpeg" alt="" width="221" height="299" /></p>
<p><strong>Effe Kappa</strong>. <em>Nuove poesie</em><br />
di <strong>Franz Krauspenhaar</strong><br />
<a href="http://www.editricezona.it/">Editrice ZONA</a>,<br />
Una nota di <strong>effeffe</strong></p>
<p style="text-align: right;">&#8220;Sporco sono, Milena, infinitamente sporco,<br />
perciò faccio tanto chiasso per la purezza.</p>
<p style="text-align: right;">Nessuno canta con maggiore purezza<br />
di coloro che stanno nell&#8217;inferno più profondo:<br />
ciò che chiamiamo il canto degli angeli è il loro canto&#8221;.<br />
<strong>Franz Kafka</strong></p>
<p>Quando ho cominciato a leggere il nuovo libro di poesie di Franz, dai primi componimenti fino alla fine, risuonava in me questo passaggio della corrispondenza di Kafka con Milena. Lo avevo  trascritto per la mia tesi di laurea in filosofia dall&#8217;altisonante titolo &#8220;La questione della colpa in Karl Jaspers&#8221;, tesi discussa più di vent&#8217;anni fa e che, ora, leggendo <strong>effekappa</strong>, mi sono andato a riprendere in fondo a un cassetto per ritrovare la citazione, precisa e calzante. Ci sono degli autori in Italia, non tanti in verità, la cui opera non è carriera, ovvero successione di tappe che aspirano a un traguardo, ma  chiasso, <em>vacarme, bruit</em>, rumore. Frequento le pagine di FK da qualche anno ormai e so due cose, almeno. La prima, è che &#8220;tanto rumore&#8221; non è mai per nulla,  come non è <em>per nulla</em> nessuna rivolta per quanto destinata al fallimento, alla sconfitta. Perché uno scrittore che abbia a cuore la letteratura non può che sposare cause perdute, sedurle, desiderare di scoparsele e amarle al punto di farsi detestare per tanto amore, privarsene con un moto d&#8217;odio, certo, ma sempre per quello stesso amore. La seconda è che l&#8217;opera di <strong>effekappa,</strong>  dai romanzi ai racconti, dalle poesie fino alle esternazioni  nei social network sono come una infinitamente aperta <em>correspondance</em> . Franz  scrive a suo padre, al fratello, alla donna amata, ma soprattutto al lettore, ogni volta, facendolo sentire interlocutore imprescindibile. Le sue sono corrispondenze dal carcere, dal baratro, dal buio, perché in letteratura non si può prescindere dall&#8217;inferno, nemmeno quando le pagine più premiate bruciano ai fuochi fatui delle classifiche e  della <em>notorietà </em>a botte di televisione o di illuminati critici, al neon, néant. Delle lettere poetiche che compongono il libro ho scelto quella al suo Alter Ego, Ego Alter, in omaggio all&#8217;amico che sento, di tanto in tanto, Franz e a quello che mi porto dentro dalla più crudele infanzia, Kafka.</p>
<p><strong>Kafka</strong><br />
Franz, quanta disperazione in quell’insetto<br />
che ronzava sulla mia testa, una specie<br />
di mosca viola, la metamorfosi di un sogno<br />
all’apertura di un libro, giovinetto come<br />
l’angoscia di chi non sa, di chi dietro<br />
le curve dell’incanto spegne fuochi<br />
polverizzati, senza un significato.<br />
<span id="more-41345"></span></p>
<p>Franz, da un castello silenzioso,<br />
guardava se stesso girare, là sotto,<br />
cercare l’entrata al labirinto, taglio<br />
netto nella gola; il suono d’urlo<br />
non si emette, il silenzio è fuoco<br />
di maglie strette, di prigione,<br />
l’uomo è vinto al suo secolo<br />
perenne, lento, giunto fin qui.<br />
Franz, in quell’America di fossili<br />
pulsanti e circhi folli e navi nere<br />
e trionfanti come le piattaforme<br />
di un vampiro. Nosferatu nel bianco<br />
del sogno, ottuso, compagno<br />
d’aliti nel viaggio continentale.<br />
Franz al processo, milioni di anime<br />
e danni e colpe scorse come pieghe<br />
dagli anni, la colpa d’un’esistenza<br />
fallita, grigia; sinfonica accettazione<br />
del nulla, della perdita di un senso.</p>
<p>Tornando al cambiamento surreale,<br />
di ritorno da un viaggio sopra pagine<br />
che prima di morire lui voleva nere,<br />
illeggibili nella sparizione; e appare<br />
il mondo – un cupo, lungo risveglio,<br />
un tenebroso abbandono alla calma<br />
irreale. Franz ci abbandona al niente,<br />
a questo dolente interrogarci.<br />
Le iniziali mi fecero spavento, le mie stesse,<br />
F e K e la Boemia terra d’origine<br />
e il padre della lettera, così a trovare<br />
ossa, piantate nelle terre uguali.<br />
Non saprei chi sono se non ci fosse<br />
Franz, a dimostrarmi che fui altro,<br />
prima di poterlo sapere. Franz è il dono<br />
d’un rampicante invincibile,<br />
d’un verbo immenso che tiene ogni frase,<br />
concetto, salto, discesa e origine.<br />
Nei miei quindici anni leggevo i racconti<br />
come resoconti di un fantasma. Cercavo<br />
nelle note il diagramma, la spiegazione<br />
di ciò che era inspiegabile. Leggevo<br />
parole incomprensibili di filosofi attenti,<br />
maniacali, votati per la vita all’esegesi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Max Brod lo vedevo pesante, un macigno<br />
sopra di lui e dentro di sé, grasso compresso<br />
dal voto d’infedeltà. Non volle buttare<br />
al vento le nervature del genio, volle invece<br />
trasportare quell’opera già nata postuma<br />
per i lunghi raccordi di pietra della storia.<br />
Di fronte a quelle pagine erette e pulite,<br />
distoniche, assurde, l’esistenza si spiega,<br />
come nessun filosofo può ardire.<br />
Nessuna sentenza certa, ma la fantasia<br />
di ciò che ci è vicino, dentro, tra occhi<br />
e lingua e tatto, di cui tutto ha l’impregno.<br />
Franz tracciò le note oceaniche del moderno<br />
sentire e del procedere senza ore,<br />
bussole, né porti di qualunque attracco salvo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/01/14/41345/">Azione Kappa</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Che cosa la letteratura ha imparato dai matti</title>
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		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2010/03/30/che-cosa-la-letteratura-ha-imparato-dai-matti/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 30 Mar 2010 10:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/SIR.jpg"></a><strong>di Ermanno Cavazzoni</strong></p>
<p>Nella maggior parte dei casi gli scritti che vengono dal mondo psicotico non hanno molto interesse, da un punto di vista diciamo artistico, o anche solo di efficacia e forza espressiva. Ho fatto una ricerca negli archivi manicomiali, vari anni fa, e sostanzialmente prevale quella povertà di parola, quella stereotipia e convenzionalità che è la norma dei colloqui quotidiani e dei carteggi umani.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/30/che-cosa-la-letteratura-ha-imparato-dai-matti/">Che cosa la letteratura ha imparato dai matti</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/SIR.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-32300" title="SIR" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/SIR-300x120.jpg" alt="" width="300" height="120" /></a><strong>di Ermanno Cavazzoni</strong></p>
<p>Nella maggior parte dei casi gli scritti che vengono dal mondo psicotico non hanno molto interesse, da un punto di vista diciamo artistico, o anche solo di efficacia e forza espressiva. Ho fatto una ricerca negli archivi manicomiali, vari anni fa, e sostanzialmente prevale quella povertà di parola, quella stereotipia e convenzionalità che è la norma dei colloqui quotidiani e dei carteggi umani. Ossia un ricoverato del diciannovesimo e ventesimo secolo non ha mediamente maggiore interesse e originalità di coloro che circolano liberamente e si professano benpensanti assennati.<br />
Quindi mi verrebbe da sconsigliare chi, per diventare ad esempio scrittore o poeta o qualcosa di simile, cerchi preliminarmente di diventare schizoide o paranoie o deficiente.<span id="more-32281"></span> Prima di tutto perché questo sforzo può richiedere tante energie che un individuo mediamente dotato potrebbe esaurirsi tutto nel tentativo di un’artificiosa pazzia, che non gli lascia tempo poi di praticare le arti. Ed è questa una situazione assai disgraziata, di grande e disperata fatica, cercare di farsi paziente psichiatrico per essere artista; perché per questa via uno sentirà di non essere mai impazzito abbastanza, e l’arte sarà sempre un po’ oltre il suo sforzo, come ci fosse una soglia che avanza, mano a mano che avanza la sua ingrata fatica. Poi, in secondo luogo, se mai costui giungesse al culmine e accedesse alla totale pazzia del suo essere, è probabile che a questo punto giaccia avviluppato completamente da questo suo stato, tanto da scordarsi che voleva un tempo far lo scrittore o qualcosa d’analogo. Quindi sconsiglio questo percorso, perché arte e pazzia forse non appartengono alla stessa carriera; anzi in un certo senso sono due professioni diverse, con un loro inquadramento specifico, una progressione distinta e un culmine di grado inconciliabile e indipendente.<br />
Certo è possibile, entro certi limiti, il doppio esercizio; ma allora la carriera di paziente psichiatrico deve fermarsi ai primi livelli, ad esempio ad una nevrastenia blanda; e qualora cresca il suo coefficiente, consiglierei l’esercizio della nevrastenia nei tempi morti, come seconda attività di complemento. Perché qualora lo stato di paziente psichiatrico si espanda, non lascia più spazio all’esercizio dell’arte neppure negli intervalli d’insania.<br />
Diciamo invece che chi scrive (e forse più in generale chi si dedica a un’arte) può imparare qualcosa (forse parecchio) dai matti. Uso ogni tanto la folcloristica parola matto, perché più consolidata e non tecnica, e perché rinvia a qualcosa di privatistico e semi illegale; mentre il paziente psichiatrico sembra un matto sindacalizzato che non riserva sorprese (ho sentito che lo chiamano anche, con orrendo eufemismo, utente dei servizi).<br />
Che cosa dunque si può imparare? Ho pensato a tre aspetti notevoli.<br />
Si può imparare innanzitutto il guasto della parola. Da un signore che parla l’italiano forbito, diciamo da uno speaker radiotelevisivo, non si impara niente, o molto poco. Non si impara ai fini dell’esercizio delle belle lettere. Costoro, i parlatori ufficiali, sono come un mare senza le onde; hanno una loro maniera, uniforme; e così dicasi degli scriventi convenzionali di giornali, libercoli e romanzucoli. Niente da imparare, se non la quiete della parola, le convenzioni lessicali e grammaticali. Invece il cosiddetto paziente psichiatrico può essere un oggetto di gran meraviglia. Questo guasto della parola è probabilmente un fenomeno più facilmente osservabile nel discorso orale. Ma io ricordo quei rari documenti scritti, trovati in archivio, come preziose, misteriose reliquie alle soglie del significato. In genere chi scrive, nel manicomio come nel mondo di fuori, si sforza di uniformarsi ai modelli (spesso scolastici), si sforza di far bella figura. Gli archivi sono perciò abbastanza monotoni, perché le scritture diligenti, ripetitive, banali, cioè normali, prevalgono. Solo ogni tanto brilla la dissennatezza verbale: dai piccoli tic, alle ridondanze coatte, a certe forme gonfie di magniloquenza gratuita, fino alla rovina del verbo, alla confusa logorrea e allo spezzettamento del discorso fino a polvere alfabetica. È come se in questi guasti si dispiegassero le varie figure della retorica che, secondo la classica definizione, sarebbero i movimenti, i contorcimenti (i guasti, dico io) che le diverse passioni e affezioni producono sul discorso. Il discorso viene cioè agitato da onde; e laggiù in manicomio sono onde, spume e spruzzi di un mare molto combattuto dai venti. Esistono utili studi classificatori di queste turbe verbali. Ma solo l’incontro diretto col foglietto manoscritto, con lo scarabocchio o con la pagina di verbigerazioni, sepolta in qualche cartella clinica, dà la sensazione di incontrare non una decifrabile e compiaciuta figura retorica, o un difetto, un errore: ma un nodo, un nodo verbale. Il guasto della parola sembra un intrico, e allora lo si legge e lo si rilegge come per scioglierlo, per accedere a un suo criptico significato. Si fa così con la poesia. Ma il nodo resterà sempre annodato. Però anche resta in mente; tutta questa galleria di stranezze con una logica; o meglio: con una promessa di logica nascosta.<br />
E dunque si può imparare per imitazione a fare nodi, cioè a scrivere non secondo le regole del giusto-sbagliato del tema scolastico, ma come pressati da una stortura, da un umore, da un pensiero indicibile direttamente, da un difetto segreto dell’anima. Tutti questi contorcimenti del discorso li si trova anche comunemente nel mondo (raramente scritti, se non negli illetterati) e già da questi si può imparare molto, più che da ogni maestro di scuola; si impara non a comandare il discorso, ma ad ubbidirgli. In manicomio o nei casi psichiatrici il contorcimento può andare verso l’estremo, questo il suo valore didattico, e il nodo farsi ancora più promettente e inestricabile. E perciò ricco e meraviglioso. Non sono, questi manicomiali, oggetti artistici; ma sono oggetti di grande suggestione, come qualcosa di esotico, e anche profondamente famigliare. Spesso si tratta di cose illeggibili, perché noiose, squinternate, vane; però, come dire? fanno scuola, in chi ha il gusto di leggerle. E tutta la migliore letteratura del ‘900 ha avuto come modello ispiratore nel sottofondo una mente in subbuglio.<br />
Un secondo motivo d’interesse per gli scritti (dico gli scritti) dei pazienti psichiatrici, di certi rari pazienti psichiatrici, è lo sforzo di dire l’indicibile. Queste persone, sottoposte a patimenti ed esperienze mentali particolarissime e lontane dal comune sentire, in qualche caso tentano di dire ciò che provano e vedono. Anche qui il ricorso agli stereotipi è il caso più frequente, e quindi anche visioni, allucinazioni, persecuzioni, reinvenzioni del mondo tendono ad essere nominate con nomi convenzionali (marziani, fantasmi, nemici, veleni, divinità) facendole per così dire sgonfiare verso il facile e il noto, verso l’approssimativamente comunicabile. Come quando si racconta un sogno, dove le parole sono sempre inadeguate, povere, noiose, e false, perché non sanno dire certe straordinarietà percettive, essenziali, di un sogno; se non con qualche generico paradosso («ti ho sognato, ma non eri tu», «correvo, ma stavo fermo») che già comunque hanno qualcosa di conturbante nella loro impotenza espressiva. Ecco allora che a volte negli scritti manicomiali un aggettivo insolito, una pignoleria lessicale, un neologismo, una turba sintattica, possono produrre una frase che brilla improvvisamente, e dà l’accesso, anzi, apre una piccola crepa nel rigido involucro linguistico abitudinario in cui siamo chiusi. Sono piccoli brillamenti che direi lirici, squarci che somigliano agli squarci poetici, aperture della vista, del senso. E, come in poesia, dicono qualcosa di nuovo, come se fosse però un riconoscimento (solo con gli ossimori si possono trattare queste questioni), dicono l’indicibile, danno una temperatura visiva a una parola altrimenti banale e cieca. Queste le virtù di certi rari, rarissimi, ma preziosi scritti manicomiali; di rinnovare la vista interiore, di riuscire a nominare qualcosa (una pena, una sensazione, una paura, uno stato delle cose) che si ritrova anche in noi, ma addormentato, in dose micrometrica, inoffensiva, e che sarebbe rimasto innominabile. In questo senso la parola del povero paziente psichiatrico può svegliare quel sotterraneo paziente disinnescato che abita in chiunque di noi (spero).<br />
Questo è ciò che si può imparare e di cui si può far tesoro nell’uso estetico e mimetico della parola. D’altronde tutta la letteratura del ’900, almeno nella sua espressione più alta e caratterizzante, si è occupata di matti. Non nel senso di raccontare da un punto esterno e savio le avventure di un mentecatto o di un forsennato (cosa per altro molto antica). La novità del ’900 è stata entrare nella mente del matto, scrivere con la sua penna, passeggiare per il suo mondo individuale, come se le avventure nel comune mondo geografico non avessero più alcuna terra da scoprire, e si aprisse invece questa molteplicità di mondi mentali privati, come nuove regioni o, direi, nuovi pianeti solo ora esplorabili. La letteratura ha imparato dai cosiddetti pazienti psichiatrici; e anche, bisogna dire, da tutta questa vasta sollecitazione alla parola e alla parola scritta che è stato il manicomio e che è la psichiatria.<br />
Cos’è ad esempio, in questo senso, <em>Il Processo</em> di Kafka? Un meraviglioso delirio di persecuzione e impotenza con allucinazioni tribunalizie. Beckett, tutto Beckett è la farneticazione a fior di labbra di un mentecatto, di un catatonico che macina ragionamento. Si rilegga <em>Watt</em>, di Beckett, questo stupefacente, assillante delirio catalogatorio, enumeratorio, ragionatorio, chiuso tutto in una mente che è prigione e universo. O Thomas Bernhard: rimuginìo instancabile di chi sta in un mondo inospitale e nemico. In Italia facilmente si può pensare a Italo Svevo, ai suoi personaggi assillati dall’indecisione ad oltranza; ma anche a Federigo Tozzi. Pirandello si affaccia anche lui a questo ’900 con un’aria interrogativa, di meditazione sul tema. Più recentemente Giorgio Manganelli con la sua forsennata e lucida <em>Hilarotragoedia</em>; Luigi Malerba del <em>Serpente</em>, Volponi della <em>Macchina mondiale</em>, e potrei continuare a citare. Certo c’è anche una letteratura più pastorizzata, più ben scritta, nel senso di più lodevole, come si dice a scuola; e forse anche più conosciuta e venduta. Ma sono avanzi di secoli scorsi, o sono scritti di sordastri volenterosi.<br />
Come nel ’600 e ’700 il viaggio in mare col suo diario di bordo è stato il grande modello suggestivo della narrativa romanzesca nascente, dico che nel ’900 le confessioni del matto e il suo lavorìo mentale hanno fatto lezione; e la letteratura (com’è nella sua natura) ha immaginato molto di più di quanto alla fine non offrissero gli archivi e la miseria mentale di questo povero matto moderno. Ne è stato fatto un eroe, e le sue manifestazioni verbali sono state portate a quella grandezza e altezza che il paziente psichiatrico, proprio perché tale, ovvero fin che resta solo tale, non può raggiungere, o non ha ormai più interesse a raggiungere. Anche se, si potrebbe dire, oggi come non mai, questa contiguità sembrerebbe offrire una via di salvezza.<br />
Prima dicevo che non consiglio di diventar matto per diventare scrittore; adesso sembra che quasi il consiglio sia di diventare scrittori per non essere matti. Il fatto è che questa è la grande illusione dello scrivere (e dell’arte del giorno d’oggi), di essersi salvati per questa via, di conoscere bene qual è stato il rischio; e di saper bene cos’è la mente sofferente e guasta, e di saperla far parlare. Mi verrebbe da dire che lo scrittore (l’artista) del ’900 è un matto in pensione, come si potrebbe dire che il romanziere del ’700 era un navigatore in pantofole. Ma il contrario non è vero: il navigatore, per il fatto di navigare, non era più facilmente un narratore, ma finiva pieno di artriti e lombaggini su una sedia a guardare il mare in silenzio. Così il povero paziente psichiatrico non avrà alcun vantaggio sulla via dell’arte, anche se il suo psichiatra potrà facilmente (terapeuticamente) farglielo credere.<br />
Un terzo punto però ancora rimane; ed è una certa invidia che l’autore artista prova per il paziente psichiatrico, o per certe forme immaginose di paziente. Forse non è generale questa invidia. Ma un buon scrittore desidera sempre essere invaso da una forza più forte di lui che lo comanda, gli dà le visioni, le parole, il flusso verbale; desidera sempre essere, per così dire, sotto dettatura, come se una voce parlasse e lui ne fosse solo il trascrittore. Ciò è quel che sovente accade. Anche se poco, sempre troppo poco, a parere dello scrittore. E quando accade lo si riconosce poi dallo scritto, che è come in uno stato di grazia e facilità. Un tempo per questo fenomeno (che andava sotto il nome equivoco di ispirazione) c’erano gli dèi, le muse, sempre invocate; e non era propriamente una finzione, uno stereotipo vuoto; ma forse un’esperienza e una necessità. Oggi, che gli dèi si sono ritirati, è rimasta al loro posto la pazzia, come musa. Ossia l’aspirazione ad essere anche solo di tanto in tanto dei pazzi visitati dalle allucinazioni e dalle voci. Per questo l’invidia; e il fascino per le pazzie, unico stato ancora un po’ metafisico dell’essere. Comunicare con qualcosa di non governabile ma che ci governa. Il tema è antico: la pazzia, così come poesia e oracoli, era un dono degli dèi. Oggi che la pazzia si è laicizzata in utenza psichiatrica, viene però ancora immaginata (nella sua faccia positiva) come uno stato invidiabile di recettività, in cui si è visitati, e in cui fanno ingresso visioni, pene, esperienze, come fossero elargite dall’alto e immediatamente traducibili in opera.<br />
Forse questa invidia per il matto nasce da un mito; il mito dell’artista supremo, che sarebbe un matto in borghese, un matto che profitta di sé come un proprietario della sua miniera. Ma la piena pazzia la si può solo fantasticare; o guardarla riflessa in uno specchio appannato, come Perseo la Medusa; perché lo sguardo diretto, essere davvero questo paziente, pietrifica.</p>
<p>Il saggio è tratto dal volume <em>Al di là del genere</em> che raccoglie gli interventi che si sono tenuti tra l’autunno del 2007 e la primavera del 2008 nel quadro del Seminario Internazione sul Romanzo (SIR) svoltosi presso il Dipartimento di Studi Letterari, Linguistici e Filologici dell’Università degli Studi di Trento. Dopo la prima edizione, conclusasi nel 2008 con la pubblicazione in questa stessa collana del volume <em>Finzione e documento nel romanzo</em>, la seconda edizione del SIR, che ha visto la partecipazione di romanzieri, uomini di teatro, scrittori, saggisti italiani e stranieri quali Fernando Arrabal, Keith Botsford, Marek Bieńczyk, Dubravka Ugrešić, Benoît Duteurtre, Ermanno Cavazzoni, e l’organizzazione di un simposio in onore di Milan Kundera (con proiezioni cinematografiche tratte dalle sue opere e la messa in scena della sua pièce teatrale <em>Jacques e il suo padrone</em>), ha ruotato intorno a una domanda: è possibile tracciare i confini dell’arte del romanzo? Ciò che ha orientato il Seminario è stata la volontà di esplorare le relazioni tra il romanzo e le altri arti, in particolare, il teatro, la musica, il saggio, il racconto, la narrazione orale, il cinema, tenendo tuttavia ben presente l’idea che il romanzo moderno è un’arte con una sua data di nascita, una sua storia, una sua autonomia estetica e un suo modo specifico di conoscere il mondo. La sfida, perciò, è stata quella di cercare di comprendere e di segnare la frontiera delle diverse arti, piuttosto che soccombere all’ideale, oggi tanto in voga quanto illusorio, della loro contaminazione.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/30/che-cosa-la-letteratura-ha-imparato-dai-matti/">Che cosa la letteratura ha imparato dai matti</a></p>
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		<title>Come un cane!</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2010 07:12:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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		<title>Cosa c’è di europeo nella letteratura europea?</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 09:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Dubravka Ugrešić</strong></p>
<p><em>La letteratura europea e l’Eurovision Song Contest</em></p>
<p>La nozione di letteratura europea, così come viene intesa dai politici dell’Unione, da coloro che finanziano la cultura, dagli editori, dai dipartimenti di letteratura, dalle università vecchio stile e molto spesso dagli scrittori stessi, non è poi così diversa da quella di “miglior canzone pop in Europa” che si ha all’Eurovision Song Contest.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/05/cosa-c%e2%80%99e-di-europeo-nella-letteratura-europea/">Cosa c’è di europeo nella letteratura europea?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Dubravka Ugrešić</strong></p>
<p><em>La letteratura europea e l’Eurovision Song Contest</em></p>
<p>La nozione di letteratura europea, così come viene intesa dai politici dell’Unione, da coloro che finanziano la cultura, dagli editori, dai dipartimenti di letteratura, dalle università vecchio stile e molto spesso dagli scrittori stessi, non è poi così diversa da quella di “miglior canzone pop in Europa” che si ha all’Eurovision Song Contest. <span id="more-25557"></span><br />
L’Eurovision Song Contest è l’esempio più straordinario della fusione spirituale del continente: è una grandiosa (in grandioso <em>stile europeo</em>) sarabanda del kitsch musicale di tutti i paesi europei. Molto più di quello musicale, tuttavia, sono altri gli aspetti del concorso che offrono l’intrattenimento maggiore: le <em>mises</em> (quest’anno gli interpreti ciprioti avevano i vestiti migliori!); la messa in scena (gli irlandesi quest’anno avevano tanto di quel fumo sul palco che hanno quasi scatenato un incendio!); il momento della votazione (Croazia, dieci punti! Belgio, due punti!); le cartoline televisive dai diversi paesi o le brevi visite agli studi di Tallinn e di Dublino; l’intrattenimento “politico” (Scommetto che la Croazia darà un alto punteggio agli sloveni e che gli sloveni daranno il massimo dei voti alla Croazia!); la presenza di nuovi paesi partecipanti (Oh, quest’anno abbiamo anche i bosniaci!); l’assenza di alcuni paesi non-partecipanti (Per me nessun serbo canterà in Europa!). Quanto alla musica, è scontato che i turchi siano presenti con un brano folcloristico dal sapore orientaleggiante, mentre gli svedesi cerchino di replicare i successi da hit parade dei loro ABBA. Il più grande spettacolo europeo ha anche un lato didattico (Il pubblico impara a conoscere nuovi stati: Lettonia, Estonia, Lituania) e uno ideologico (D’accordo, abbiamo fatto entrare gli estoni, ma in nessun caso permetteremo ai turchi di fare altrettanto: il loro modo di cantare ha grossi limiti!). Il tutto, naturalmente, produce grandi profitti. Ci sono momenti in cui s’inarca stupiti il sopracciglio, quando, ad esempio, appare Diva (Viva la diva! ), il travestito israeliano. Ma una certa meraviglia, in un concorso <em>mainstream</em> come questo, non può che rivelarsi rigenerante.</p>
<p>La vita letteraria europea, generalmente, non è poi così diversa dall’Eurovision Song Contest. Anch’essa ha i suoi grandi nomi dietro ai quali c’è sempre (Sempre!) uno Stato. È certo meno spettacolare. Ma la cerimonia del <em>Man Booker Prize</em>, trasmessa ogni anno da qualche canale televisivo, dimostra che anche la letteratura può diventare uno spettacolo holliwoodiano. I vincitori del premio si riuniscono rumorosamente sul palco (Canada, dieci punti!) e ringraziano in modo incredibilmente simile a quello delle pop star. I giudici emettono un giudizio più eloquente, il che non stupisce se si pensa che le parole, più che le note musicali, sono la sostanza della letteratura. Considerando l’impatto commerciale dello show, si conferma la validità del confronto che ho proposto all’inizio, indipendentemente da chi lo reputi ingiusto, malizioso o poco riguardoso.</p>
<p><em>Il ruolo di Gregor G. Drubnik in tutto questo</em></p>
<p>Circa trent’anni fa apparve in un numero del <em>New York Times</em> una notizia inventata su Gregor G. Drubnik, uno scrittore bulgaro che, secondo l’articolo, aveva vinto nel 1971 il premio Nobel per la letteratura. L’articolo traboccava di epiteti discriminatori – <em>le davvero stupefacenti qualità del lavoro di Drobnik</em> – che, nelle intenzioni del giornalista, avrebbero dovuto essere divertenti. La sola idea, infatti, che un bulgaro potesse vincere il premio Nobel per la letteratura avrebbe dovuto far sorridere i lettori.</p>
<p>Se mi fossi imbattuta in quell’articolo quando fu pubblicato, anch’io avrei sorriso. A quel tempo studiavo la letteratura comparata ed ero assai preseuntuosa. Leggevo gli scrittori europei e americani, scrivevo tesine su Proust e Joyce, leggevo i russi più e meno noti e studiavo le scuole di teoria letteraria quando la teoria letteraria era al suo apogeo. Pensavo di essere in simbiosi con il grande mondo della letteratura. In Jugoslavia, in quel periodo, c’era stata un’improvvisa ondata di pubblicazioni e un grande incremento delle traduzioni, e io seguivo ogni novità su cui riuscivo a mettere le mani. Quando nei primi anni Ottanta giunsi per la prima volta negli Stati Uniti, ciò che mi colpì, guardando la selezione dei libri in traduzione nelle librerie, fu la loro scarsa scelta. Non potevo dirlo a nessuno, primo perché nessuno mi avrebbe creduto e poi perché, solo pochi anni dopo, la situazione nelle librerie americane – almeno per le traduzioni – era già cambiata drasticamente.</p>
<p>Nei primi anni Novanta la situazione mutò anche “a casa mia”: le locali librerie erano desolatamente vuote e per me era assai difficile convincere qualcuno che solo pochi anni prima le cose erano ben differenti. In quello stesso periodo i miei libri cominciavano a farsi strada nel mondo e io, non molto dopo, li seguii. Convinta com’ero di essere in piena comunicazione con il grande mondo letterario (qualunque cosa questo significhi), mi ero dimenticata della possibilità che forse il grande mondo non stava comunicando con me.</p>
<p>Allorché il mio primo romanzo fu pubblicato in Inghilterra, un critico concluse la sua recensione con una domanda: <em>Siamo sicuri che è questo quello che ci serve?</em> Solo più tardi compresi che cosa aveva voluto dire. Non mi ero accorta che nel corso dei miei viaggi un’etichetta continuava a rincorrermi: <em>Made in Balkans</em>. Quando qualcuno viene dai Balcani, non ci si aspetta da lui o da lei che produca libri di autentico valore letterario, ma che dia vita allo stereotipo che NOI abbiamo di LORO, gli abitanti dei Balcani, o dei luoghi da dove tutti LORO provengono. Avevo, perciò, completamente dimenticato da dove venivo e dove stavo andando o, in altre parole, ignoravo i codici di comunicazione stabiliti da tempo tra il centro culturale e la periferia. In tutto questo le mie capacità letterarie non c’entravano nulla.</p>
<p>Saltò fuori che, dopo trent’anni, l’ombra della guerra fredda di Drubnik stava ancora in agguato ai margini della periferia. Il numero di etichette che gli altri affibbiavano a me e ai miei libri continuava a crescere. Altre apparvero accanto a <em>Made in Balkans</em>: il collasso della Jugoslavia, la caduta del comunismo, la guerra, il nazionalismo, i nuovi stati, le nuove identità… Le mie opere comunicavano con il lettore straniero portandosi sulle spalle un grosso fardello. Sembravo una viaggiatrice con più valigie per mano che cercava di mantenere un’aria aggraziata. I miei colleghi dell’Europa occidentale, al contrario di me, viaggiavano leggeri e senza bagagli: tutto ciò che i lettori vedevano era rappresentato dalle loro persone e dai loro libri. Nel mio caso, il bagaglio stava seppellendo sia me che i miei libri. La situazione era cambiata drasticamente anche “a casa mia”. Le etichette cominciavano a prolificare anche laggiù. Improvvisamente, per comprendere i miei libri diventò importante sapere se fossi una croata o una serba, e chi fossero i miei genitori. </p>
<p>Dieci anni fa avevo un passaporto jugoslavo, con la sua morbida e flessibile copertina rosso scuro. Ero una scrittice jugoslava. Poi arrivò la guerra e i croati, senza neanche chiedermi il permesso, mi mostrarono un passaporto croato blu. Il governo croato si aspettava dai suoi cittadini una metamorfosi istantanea, come se il passaporto fosse stato una sorta di pillola magica. Dato che nel mio caso specifico le cose non filarono per niente lisce, mi esclusero dalla loro letteratura e da altre cariche. Con il passaporto croato in mano abbandonai la mia terra natale, quella appena acquisita e quella precedentemente demolita, e cominciai a viaggiare per il mondo. Con un entusiasmo da Eurosong il resto del mondo prese a considerarmi una scrittrice croata: diventai la rappresentante letteraria di un paese che non mi voleva. Cominciai così anch’io a non desiderare più il luogo che non mi desiderava. Non sono una fan dell’amore non corrisposto. Ancor oggi, comunque, non mi sono liberata delle etichette.</p>
<p>Ho di nuovo in mano un passaporto con una morbida e flessibile copertina rosso scuro, un passaporto olandese. Questo nuovo passaporto fa di me una scrittice olandese? Potrebbe, ma ne dubito. Ora che ho un passaporto olandese sarò in grado di “reintegrarmi” nei ranghi degli scrittori croati? Forse sì, ma ne dubito. Qual è il mio vero problema? Forse mi vergogno della mia etichetta di scrittrice croata che ancora mi perseguita? No. Mi sentirei meglio con un marchio Gucci o Armani? Sicuramente sì, ma non è questo il punto. Allora cos’è che voglio? Perché sono così allergica alle etichette?</p>
<p>Perché? Perché la ricezione delle opere letterarie ha mostrato che il fardello dell’identità finisce per impantanare l’opera. Perché è stato dimostrato chiaramente che le etichette alterano la sostanza di un’opera e il suo significato. Perché l’etichetta è, in effetti, un’interpretazione testuale semplificatrice, quasi sempre fuorviante. Perché un’etichetta fa sì che si legga in un’opera qualcosa che non c’è. E infine perché l’etichetta discrimina l’opera. Acconsentire supinamente a essere marchiati da un’identità nazionale significa sostenere e promuovere la letteratura come una nozione geopolitica, la qual cosa, in effetti, vista la realtà, potrebbe anche essere vera. Ma perché mai dovrei abbracciare la “realtà” solo perché è una “realtà”?</p>
<p>Perché la grande maggioranza dei miei colleghi sente la necessità di aggrapparsi a questa etichetta?  Perché l’identità nazionale di uno scrittore, l’appartenere a un preciso paese, permette di affermarsi all’interno del mercato letterario e della comunicazione. Perché in questo modo è molto più facile e molto più rapido spostarsi dalla periferia al centro. Perché per molti scrittori l’etichetta dell’identità nazionale è il solo modo di comunicare contemporaneamente in un contesto locale e in un contesto globale, facendosi accettare e riconoscere come scrittori bosniaci, sloveni o bulgari. L’etichetta dell’identità nazionale è il presupposto fondamentale delle vecchie istituzioni letterarie nazionali, ma anche del moderno mercato letterario. Perché si tratta di un presupposto etnico, una vera e propria formula pubblicitaria che ha proiettato, per ragioni letterarie buone o cattive, molti scrittori dalla periferia al mercato letterario globale. Il mercato ha sempre bisogno di uno scrittore bulgaro, serbo o albanese. Di uno, al massimo due. Una certa sovrabbondanza, naturalmente, sarebbe fonte di confusione. </p>
<p><em>L’Europa giù fino all’India</em></p>
<p>La burocrazia culturale dell’Unione Europea, i numerosi managers, gli addetti e i “supporters” (burocrati che ‘supportano le questioni culturali’) – tutti costoro fanno ciò che possono per prendere una posizione. La globalizzazione, un’altra parola cara all’imperialismo culturale statunitense, preoccupa la cultura dell’Unione Europea. Mentre i critici americani usano il termine imperialismo senza rimorsi, gli europei rabbrividiscono solo a sentirlo nominare. Hanno paura di essere tacciati di antiamericanismo, come lo sono i francesi – i quali protestano per proteggere i loro prodotti culturali, nonché per quello che gli è stato sottratto: il loro perduto primato culturale. È stato dimostrato che l’antiamericanismo non è né culturalmente, né politicamente, né strategicamente, né finanziariamente produttivo: non sono solo gli uomini d’affari americani a far soldi nell’industria culturale statunitense, ma anche gli intermediari europei. </p>
<p>L’“identità culturale” europea (qualunque cosa ciò significhi) è “minacciata” dalle pervasive produzioni culturali di massa americane; e dagli abitanti dell’Europa dell’Est che attendono di essere ammessi, ciascuno trascinando il suo fardello culturale; dagli emigrati del circuito culturale non-europeo (il punto più doloroso, tra l’altro, del subconscio culturale europeo) i cui numeri crescono minacciosamente di ora in ora. A quale luogo appartengono tutti questi marocchini, algerini, cinesi, arabi? Chi riuscirebbe a registrarne il numero esatto in Europa? Quali categorie usare? Il loro passaporto? La lingua? La sfera culturale a cui si suppone appartengano?</p>
<p>Fiera della sua ideologia e della sua pratica del multiculturalismo, la burocrazia culturale dell’Unione Europea perpetua, per adesso, un collaudato e sicuro approccio – <em>io Tarzan, tu Jane</em> – una formula questa che riconosce le più varie identità culturali e che incoraggia il mantenimento delle specificità regionali (o di altro tipo) e, ovviamente, l’integrazione, sebbene nessuno sappia cosa voglia dire davvero questa parola. Così a ciascuno la sua fede, a ciascuna il suo burka. Fin tanto che un marocchino mette nel carrello della spesa qualcosa di <em>marocchino</em>, qualsiasi cosa ciò significhi, e noi invece ci mettiamo qualcosa di <em>europeo</em>, qualsiasi cosa ciò voglia dire, nel mondo tutto va per il meglio. È così che per lo più si scambiano i prodotti culturali, è questo il modo in cui il mercato procede, e le dinamiche della vita letteraria si sviluppano in base allo stesso radicato meccanismo.</p>
<p>Nel mondo tutto potrebbe andare per il meglio… se non ci fossero individui che cantano fuori dal coro, pezzi non funzionanti dell’ingranaggio, persone che erodono gli stereotipi culturali, ponendosi domande su chi sono e su chi dovrebbero essere. Individui così crescono più in fretta dei promoter culturali, dei manager, della burocrazia culturale dell’Unione Europea che si batte per l’identità culturale europea. Crescono più in fretta dei loro critici e interpreti, professori universitari e lettori. In altre parole: nessuno sa che cosa fare di loro.</p>
<p>Che cosa dovrebbero fare gli olandesi con Moses Isegawa, uno scrittore africano che vive in Olanda e scrive in inglese? Che cosa dovrebbero fare con me? Vivo ad Amsterdam, eppure non scrivo in olandese. Che cosa dovrebbero fare i croati con me? Scrivo in croato, ma ho una «cattiva reputazione» e torno a casa solo per le vacanze di Natale. Che cosa dovrebbero fare con me i serbi e i bosniaci? Possono leggermi nella lingua in cui scrivo – SBC (serbo-croato-bosniaco)? Come trattano gli olandesi uno scrittore marocchino il quale, anziché scrivere testi sulle differenze culturali tra marocchini e olandesi che chiunque potrebbe comprendere facilmente, si è impegnato nella ricostruzione dell’olandese del XVIII secolo? Che cosa dovrebbero fare i francesi con un arabo che ha iniziato una nuova versione della <em>Recherche</em> o i tedeschi con uno scrittore turco che sta scrivendo un nuovo <em>I dolori del giovane Werther</em>? </p>
<p>Fra le numerose disfunzioni del sistema letterario esistente, ho il mio esempio preferito. Joydeep Roy Bhattacharaya è nato a Calcutta. Ha lasciato l’India quando aveva vent’anni, conseguendo una laurea in Filosofia negli Stati Uniti. Vive a New York. Joydeep ha scritto un romanzo. Il tema del suo romanzo è l’Ungheria e un circolo di intellettuali ungheresi degli anni Sessanta. Gli ungheresi hanno subito tradotto il libro. Un intellettuale ungherese si è lamentato con me affermando che il romanzo parla dell’Ungheria, ma <em>all’indiana</em>. «Avrebbe fatto meglio a scrivere sull’India», ha commentato. </p>
<p>Joydeep è un uomo carino e fotogenico. L’editore inglese ha pubblicato il suo romanzo con la segreta speranza che Joydeep cambi idea e scriva qualcosa sull’India. Qualcosa tipo <em>Il dio delle piccole cose</em>, ma da una prospettiva maschile. Mia madre, a cui ho mostrato il libro di Joydeep con la sua fotografia in quarta di copertina, ha istintivamente concordato con l’editore inglese: «Perché non scrive sull’India?», ha sospirato. «È addirittura più carino di Sandokan…».</p>
<p>In un mondo in cui il «kit-identità» è diventato come lo spazzolino da denti – qualcosa di cui non si può fare a meno – Joydeep ha scelto il sentiero più arduo. Ha gettato nelle immondizie il suo «kit-identità», consapevole che gli avrebbe potuto garantire buoni profitti, e ha preferito il diritto a una libera scelta letteraria, a una letteratura libera. Joydeep conosce bene le conseguenze del suo suicidio simbolico. “A casa sua”, in India, non credo che abbiano un debole per lui. I paesi di cui scrive si lamentano poiché sono convinti di essere gli unici depositari del copyright sui loro temi. Il suo editore inglese tollera Joydeep e il suo “virus” europeo solo perché spera che ne guarirà e che arriverà il momento in cui tornerà tematicamente al “luogo a cui appartiene”: l’India. Perciò, alla domanda “che cosa c’è di ‘europeo’ nelle letterature europee?”, io rispondo: c’è il signor Bhattacharaya, un indiano nato a Calcutta che vive a New York e scrive sull’Europa.</p>
<p><em>La zona grigia della letteratura</em></p>
<p>È così che va il mondo. I croati pubblicano scrittori “croati autentici” con lo slogan pubblicitario «Leggete croato!» (come se i lettori fossero ansiosi di leggere tutto ciò che non sia scritto in croato!); serbi, lituani, estoni, lettoni, macedoni, sloveni e gli altri si sono stipati nel concetto ottocentesco di una letteratura suddivisa per gruppo sanguigno; i catalogatori letterari dell’Europa occidentale, totalmente disorientati dall’ampia penetrazione di scrittori migranti nel tessuto letterario nazionale, lottano per mantenere ben netti i confini tra letteratura “autoctona” ed “alloctona”, “nazionale” ed “émigrée”, e il risultato sembra una modesta revisione dello slogan croato (che, rivisto secondo gli standard politicamente corretti dell’Europa, suona all’incirca così: “Leggete croato, ma anche marocchino!”). Mentre ci si occupa ossessivamente dei problemi dell’identità letteraria, storica, nazionale, etnica ed europea, una vasta zona grigia di letteratura non territoriale cresce negli interstizi letterari europei (e non solo). Questa zona è abitata da autori “etnicamente inautentici”, émigrés, migranti, scrittori in esilio, scrittori che appartengono simultaneamente a due culture, autori bilingui che scrivono “né da qui né da lì”, in ogni caso oltre i confini delle loro letterature nazionali. La letteratura della zona grigia è composta da autori che scrivono nella loro lingua materna vivendo nel contesto linguistico del paese che li ospita e da altri che scelgono la lingua del loro paese ospitante. Ci sono scrittori che erodono progressivamente le convenzioni linguistiche e si muovono liberamente tra le lingue e le culture, traducendo significati: ci sono scrittori che stanno creando una nuova lingua e una nuova cultura attraverso incroci linguistici e culturali.</p>
<p>Queste “nuove lingue”, e di conseguenza le lingue della letteratura, sono caratterizzate da un’interazione tra diverse lingue, o deviazioni dalla lingua standard (per esempio, il <em>Black english</em>, lo <em>spanglish</em>, il <em>newyoricano</em> e molti altri). Lo slang degli adolescenti olandesi, ad esempio, è chiamato <em>smurfentaal</em>, ossia “lingua dei puffi”, dal nome dei piccoli personaggi blu, ed è un olandese “basso” attraversato dal marocchino, dal turco, dall’antillano, dall’inglese e da altre lingue. Nuovi dialetti stanno nascendo, che gradualmente diventano lingue letterarie: lo spagnolo-chicano, il turco-tedesco, il francese-algerino, il russo-americano. Le combinazioni sono infinite. Nella costellazione linguistica del dopo-Jugoslavia – nella quale la lingua comune, il serbo-croato, è stata abolita e suddivisa ufficialmente in lingua croata, lingua serba e lingua bosniaca – la variante sovversiva dell’uso linguistico è di fatto una retro-variante: la lingua SCB (un’abbreviazione per lingua serbo-bosniaco-croata usata dai pubblici ministeri del Tribunale dell’Aia).</p>
<p>Quasi tutti gli scrittori che stanno dando vita alle nuove letterature si sono sradicati dai loro contesti originari. Non si sentono “a casa loro” nei paesi dove vivono, né sognano di ritornare nei paesi da cui sono fuggiti. Questi nuovi scrittori si stanno costruendo il loro spazio, una terza zona culturale, una «terza geografia». La nuova letteratura è pubblicata ancora sotto categorie spesso discriminatorie, iniquamente coercitive, imposte dal di fuori, come letteratura dell’esilio, letteratura etnica, letteratura migrante, letteratura dell’emigrazione, letteratura della diaspora – in parte perché i critici letterari sono impreparati. Un codice interpretativo adeguato alla nuova realtà letteraria non è ancora stato trovato. Arjun Appadurai, ad esempio, avverte  che le «formazioni postnazionali» non possono essere definite con il vocabolario politico esistente. Non c’è ancora una terminologia in grado di descrivere gli interessi sovrapposti di numerosi gruppi, solidarietà translocali, mobilitazioni transnazionali e identità postnazionali.</p>
<p>Non è ancora stato dato un nome a questa nuova zona letteraria. Se si guarda al crescente numero di corsi presenti nelle università americane si potrebbe scegliere il termine «letteratura transnazionale». Azade Seyhan scrive: «Intendo per letteratura transnazionale un genere di scrittura che opera al di fuori del canone nazionale, che affronta i problemi tenendo conto delle culture prive di un territorio e che parla per esse in quelle che chiamo comunità e alleanze paranazionali. Queste ultime sono comunità che si creano entro i confini nazionali o tra i cittadini del paese ospitante, ma che rimangono culturalmente e linguisticamente a distanza da essi e che, in alcuni casi, sono separate sia dalla nazione d’origine che da quella che li ospita».  Franz Kafka, praghese che scriveva in tedesco, è una figura simbolo della letteratura priva di un territorio. Una ben nota definizione di Deleuze e Guattari, quella di «letteratura minore», potrebbe essere una fertile formula teorica per articolare in futuro la letteratura transnazionale. La cultura contemporanea senza territorio o transnazionale è un processo dinamico e insolitamente complesso. I suoi concetti-chiave e i suoi temi privilegiati – l’archiviazione della memoria etnica, linguistica e nazionale; la dislocazione e lo spostamento;  gli scambi culturali e il trapianto o la traduzione della cultura; le narrative del ricordo; il bilinguismo o il multilinguismo; l’esilio, ecc.) mutano costantemente, subiscono modificazioni, si moltiplicano e sovrappongono i significati in un ininterrotto processo d’interazione. </p>
<p>Mentre i pensatori europei – imbarazzati dal numero di scrittori sempre più famosi che non appartengono “né a qui né a lì” – cercano di definire i turbolenti processi delle migrazioni letterarie, facendo ricorso, in mancanza di nozioni migliori, al vecchio termine goethiano di «letteratura mondiale», molti scrittori europei “etnicamente puri” si coccolano il loro polveroso concetto di letteratura nazionale, godendo come topi nel formaggio. I buchi nel formaggio, però, stanno diventando sempre più grandi, di formaggio ce n’è sempre meno e la babelica cacofonia dei nuovi, incomprensibili e terribili concetti che si fa strada (unità post-nazionali, unità transnazionali, mobilitazioni di confine, unità paranazionali…) diventa sempre più rumorosa. Chi poteva prevedere che questo mondo invisibile, alternativo e discriminato avrebbe avuto una crescita più rapida di quello precedente? Chi avrebbe anche solo sognato che Lolita si sarebbe svegliata un giorno a Teheran? Che Raskol’nikov avrebbe percosso nonne a Shangai? Che il figlio di quel bulgaro, Gregor G. Drubnik, che vive nelle isole Faer Oer e scrive in una lingua mista di bulgaro, farsi e ladino, sarebbe diventato il più credibile candidato per il premio Nobel?</p>
<p><strong>(traduzione di Carlo Tirinanzi)</strong></p>
<p><strong>Nota</strong><br />
Il saggio fa parte del volume <em>Al di là del genere</em> (di prossima pubblicazione) che contiene gli interventi dei partecipanti alla seconda edizione del &#8220;Seminario Internazionale sul Romanzo&#8221; (2007-2008) che si è svolta alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell&#8217;Università di Trento. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/05/cosa-c%e2%80%99e-di-europeo-nella-letteratura-europea/">Cosa c’è di europeo nella letteratura europea?</a></p>
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		<title>Elogio dello stile reticente, disseccato, inorganizzato, ovvero dell’assenza di stile</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/09/10/elogio-dello-stile-reticente-disseccato-inorganizzato-ovvero-dell%e2%80%99assenza-di-stile/</link>
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		<pubDate>Thu, 10 Sep 2009 06:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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<p>La questione dello stile è da sempre un elemento di pesatura rilevante per gli scrittori. Esistono pulsioni, risonanze, esiste, forse, il tempo; esistono concatenazioni di pensieri – siano essi coscienti, palesi, sinceri o menzogneri – che cercano di spiegare (ma anche di negare) la realtà.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/10/elogio-dello-stile-reticente-disseccato-inorganizzato-ovvero-dell%e2%80%99assenza-di-stile/">Elogio dello stile reticente, disseccato, inorganizzato, ovvero dell’assenza di stile</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>La questione dello stile è da sempre un elemento di pesatura rilevante per gli scrittori. Esistono pulsioni, risonanze, esiste, forse, il tempo; esistono concatenazioni di pensieri – siano essi coscienti, palesi, sinceri o menzogneri – che cercano di spiegare (ma anche di negare) la realtà. Scrivere produce un movimento forzato, più o meno lineare e indifferente ai mimetismi, alle reticenze, alle finzioni di chi scrive, che organizzando ordini e segnali cerca di mettere in contatto le concatenazioni, attraverso i flussi della narrazione. E produce verità, perché la natura della verità è di essere prodotta: la verità del canto, del conflitto, del segreto, del vuoto pneumatico. La verità del racconto. Questo movimento costituisce la condizione della sua comunicazione, attraverso la forma. <span id="more-21772"></span></p>
<p>La forma – lo stile – diventa talvolta contenuto. Non per l’abbellimento (il cosiddetto “bello stile”), o per l’estetica fine a se stessa. Prendiamo per esempio la comunicazione non verbale: parliamo con una persona incontrata per strada, che con la voce ci sta comunicando un contenuto: è contenta di vederci, si informa sui fatti nostri ecc. Ma con gli occhi, coi movimenti delle mani – con lo stile – ce ne sta comunicando un altro: quanta fretta ha di continuare per la sua strada. E’ un contenuto non dichiarato apertamente, non descritto, un contenuto nascosto. Un contenuto spiegato e interpretato dallo stile.<br />
Ci sono scrittori reticenti, che non dicono, che apparentemente rifiutano di comunicare contenuti, perché la loro frase contiene dei codici nascosti, dei silenzi, che lasciano intuire i punti di vista. Certi romanzi di Simenon sono così reticenti che l’economia stilistica sembra rasentare l’avarizia, ma è proprio dai silenzi di alcuni personaggi che si intuiscono verità possibili. Noi lettori possiamo scrivere quella pagina bianca che è l’angelo della morte Chigurh in <em>Non è un paese per vecchi</em> di Cormac McCarthy.</p>
<p>In un breve e prodigioso saggio del 1964, <em>Marcel Proust e i segni</em>, Gilles Deleuze scrive: “Lo stile di Proust non si propone né di descrivere né di suggerire: come in Balzac, è esplicativo, spiega con immagini. E’ un non-stile, perché si confonde con il puro ‘interpretare’, e moltiplica i punti di vista sulla frase, e all’interno della frase”.<br />
Dal canto suo Proust in <em>Contre Sainte Beuve</em> definisce la scrittura del suo maestro “stile inorganizzato”: “In Balzac coesistono non ancora assimilati, non ancora trasformati,  tutti gli elementi di uno stile a venire, che ancora non esiste”.<br />
Dunque forse anche il suo stile è inorganizzato? I suoi periodi lunghissimi, senza punti, segnati dalle semi-pause del punto e virgola, scandiscono il senso di soffocamento causato dalla malattia, l’asma. Con la sua frase inimitabile – eppure così imitata – sembra volere acquisire, assimilare – lui, l’angelo della notte – i luoghi, i personaggi, i colori, gli odori, i fiori, i nomi, ma senza affermare, senza organizzare, semplicemente interpretando la voglia di luce, di aria fresca, di libertà del bambino recluso nella gabbia della famiglia borghese (dove bussano le potenze diaboliche di Kafka), una concatenazione di universi che non comunicano tra loro.</p>
<p>Stile apparentemente opposto, “stile disseccato”, come lo definisce il Wagenbach, quello di Kafka. Usa la lingua povera degli ebrei di Praga, minoranza sradicata dalla terra che ha subito una urbanizzazione forzata, quella lingua minore che dissecca dall’interno la “lingua di carta” maggiore  – il tedesco imposto da un’altra minoranza dominante –  per la sua macchina di scrittura totale, azionata da uno stile antilirico, antiestetico, antisimbolico, dove persino il Narratore, come noi lo intendiamo, sembra puntare alla propria estinzione: “Non ho neppure bisogno di andare proprio io in campagna, non è necessario. Vi mando il mio corpo vestito” (Preparazione di nozze il campagna).</p>
<p>Stili disseccati, stili inorganizzati, non-stili, stili reticenti: “In che modo l’assenza di stile può diventare la forza geniale di una nuova letteratura?” si chiede Deleuze. E se qualcuno obietta: ma come può esistere un’assenza? Come può uno stile essere un non-stile? si può riformulare così  l’enunciato deleuziano: quanto può uno stile <em>non digéré</em>, <em>non encore transformé</em> essere trasversale, non autoritario, essere la voce narrante di quella “confusione terribile” incurante del tutto, dell’armonia, della pianificazione, della mediazione, cioè in che modo lo stile che non si cura della propria affermazione, della propria organizzazione, può divenire pura intensità?</p>
<p>In Italia uno scrittore reticente è Marino Magliani. Nei suoi romanzi liguri, <em>Quella notte a Dolcedo</em>, <em>La tana degli alberibelli</em>, la terra diventa personaggio con poche righe diffuse, non definitive, non descrittive, perché nessun significato è mai esplicito, e nessuna idea è definitivamente chiara. I racconti procedono per strati narrativi, come se ricalcassero gli strati geologici della terra. E i dolori dei narratori, Hans, Jan Martin, sembrano interpretare in maniera inconsapevole il dolore della terra saccheggiata e vilipesa dalla speculazione.</p>
<p>Se la scrittura ha la capacità di spiegare la terra, non lo fa descrivendola, ma interpretandola, perché la sua idea si nasconde in ogni silenzio, in ogni ombra.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/10/elogio-dello-stile-reticente-disseccato-inorganizzato-ovvero-dell%e2%80%99assenza-di-stile/">Elogio dello stile reticente, disseccato, inorganizzato, ovvero dell’assenza di stile</a></p>
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		<title>ANIMAzioni#04: &#8220;Kafka&#8221;  [1991]  di Piotr Dumała</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/23/animazioni04-kafka-1991-di-piotr-dumala/</link>
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		<pubDate>Sun, 23 Nov 2008 16:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>orsola puecher</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Franz Kafka]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Piotr Dumala]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"> </p>
<p style="padding-left: 180px;">«<em>un&#8217;immagine della mia esistenza sarebbe una pertica inutile, incrostata di brina e di neve, infilata obliquamente nel terreno, in un campo profondamente sconvolto, al margine di una grande pianura, in una buia notte invernale</em>»</p>
<p style="padding-left: 180px;"><strong>Franz Kafka</strong>, <em>Confessioni e Diari </em>(1972), Mondadori, Milano, a cura di Ervino Pocar</p>
<p style="text-align: center">[ <em><strong>Piotr Dumala</strong> - 1956 - animatore polacco - ci conduce con questo cortometraggio in un’atmosfera da sogno scuro - un incubo a sprazzi di luce da cui emergono particolari realistici minuziosamente incisi - un taglio di viso - di oggetto - di luogo - subito di nuovo inghiottito da un buio - minaccioso e pietoso insieme - tunnel senza uscita - la tecnica di <strong>Dumala</strong> è bulino meticoloso di antico incisore - gravure su tavola vergine e neutra di gesso dipinto di nero - con aghi e raschietti sottili toglie materia lasciando apparire le linee bianche - quadro per quadro delle riprese in stop motion - poi di nuovo nero a coprire il bianco - tabula rasa per restituire la sequenza successiva di questo mondo pieno di ombra - vuoto e solitudine - con frammenti di realtà - emozione per emozione - sconforto per sconforto<br />
 </em></p>
<p style="text-align: center">,\\'</p>
<p style="text-align: center">usando i diari di <strong>Kafka</strong> - le lettere - i racconti -  senza parole -  senza ridondanza di parola -  <strong>Dumala</strong> da un’interpretazione e una sintesi per immagini della vita dello scrittore - della sua nascita creativa e della discesa nell’isolamento e nell’alienazione - lavoro di anni nel buio del suo studio sotterraneo per 16 minuti di film - fotogramma per fotogramma -brandello per brandello - trasformando  <a href="http://mag.awn.com/index.php?ltype=search&#38;sval=Quay&#38;article_no=195" target="_blank">alchemicamente </a>la materia in movimento </p>
<p></p>
<p style="text-align: center">,\\'</p>
<p style="text-align: center"><em>la precisione è la stessa della scrittura di <strong>Kafka </strong>in cui personaggi e luoghi e situazioni sono descritti con estremo minuzioso attento realismo - a tal punto da trasformare questa qualità concreta - per eccesso e per corto circuito di accuratezza - nelle sue implicazioni emblematiche e simboliche - con lo stesso meccanismo dei sogni in cui le due dimensioni procedono su binari paralleli con imprevedibili sovrapposizioni e focalizzazioni e sfocature (l'eccesso di realtà che finisce per diventare inquietante, colpito e dominato dall’incantesimo di una grande colpa superiore, misteriosa ed invincibile)</em></p>
<p style="text-align: center">,\\'</p>
<p style="text-align: center">
</p><p style="text-align: center"><em>per le animazioni la domenica pomeriggio è il giorno ideale -  la domenica è il ricordo del cinema Gnomo – dietro Sant’Ambrogio -  Città di Milano - passato che si sente ancora prossimo e non si rassegna a declinarsi remoto come dovrebbe - grammaticalmente - sedie di legno vibranti legate insieme che si muoveva una e ondeggiavano tutte - buio chiassoso di bambini - dove si faceva il tifo per Riccardo Cuor di Leone versus Sceriffo di Nottingham - mentre il fondale azzurro tremava al passaggio dei cavalieri – l'uomo dei gelati con la cassettina a tracolla aveva la giubba rossa con gli alamari e sbucava da un circo con gli orsi in bicicletta e le scimmie vestite con braghe dal cavallo basso da cui spuntavano i piedi/mani - la Bomboniera Algida era sempre mezza sciolta - e cose così </em>]</p>
<p ALIGN="center">&#160;</p>
<p ALIGN="center">&#160;</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/10/animazioni-il-naso-1963-di-alexandre-alexeieff-e-claire-parker/" target="_blank">ANIMAzioni#01: “LE NEZ” di Alexandre Alexeïeff e Claire Parker [ 1963 ]</a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/28/animazioni02-la-mano-di-jiri-trnka-1965/" target="_blank">ANIMAzioni#02: “LA MANO” di Jirí Trnka [ 1965 ] </a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/13/animazioni03-father-and-daughter-2000-di-michael-dudok-de-wit/" target="_blank">ANIMAzioni#03: “Father and Daughter” [2000] di Michaël Dudok De Wit </a></p>
<p ALIGN="center">&#160;</p>
<p>Questo &#232; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/23/animazioni04-kafka-1991-di-piotr-dumala/">ANIMAzioni#04: &#8220;Kafka&#8221;  [1991]  di Piotr Dumała</a></p>
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<p style="padding-left: 180px;">«<em>un&#8217;immagine della mia esistenza sarebbe una pertica inutile, incrostata di brina e di neve, infilata obliquamente nel terreno, in un campo profondamente sconvolto, al margine di una grande pianura, in una buia notte invernale</em>»</p>
<p style="padding-left: 180px;"><strong>Franz Kafka</strong>, <em>Confessioni e Diari </em>(1972), Mondadori, Milano, a cura di Ervino Pocar</p>
<p style="text-align: center">[ <em><strong>Piotr Dumala</strong> - 1956 - animatore polacco - ci conduce con questo cortometraggio in un’atmosfera da sogno scuro - un incubo a sprazzi di luce da cui emergono particolari realistici minuziosamente incisi - un taglio di viso - di oggetto - di luogo - subito di nuovo inghiottito da un buio - minaccioso e pietoso insieme - tunnel senza uscita - la tecnica di <strong>Dumala</strong> è bulino meticoloso di antico incisore - gravure su tavola vergine e neutra di gesso dipinto di nero - con aghi e raschietti sottili toglie materia lasciando apparire le linee bianche - quadro per quadro delle riprese in stop motion - poi di nuovo nero a coprire il bianco - tabula rasa per restituire la sequenza successiva di questo mondo pieno di ombra - vuoto e solitudine - con frammenti di realtà - emozione per emozione - sconforto per sconforto<br />
<span id="more-11385"></span> </p>
<p style="text-align: center">,\\'</p>
<p style="text-align: center">usando i diari di <strong>Kafka</strong> - le lettere - i racconti -  senza parole -  senza ridondanza di parola -  <strong>Dumala</strong> da un’interpretazione e una sintesi per immagini della vita dello scrittore - della sua nascita creativa e della discesa nell’isolamento e nell’alienazione - lavoro di anni nel buio del suo studio sotterraneo per 16 minuti di film - fotogramma per fotogramma -brandello per brandello - trasformando  <a href="http://mag.awn.com/index.php?ltype=search&amp;sval=Quay&amp;article_no=195" target="_blank">alchemicamente </a>la materia in movimento </p>
<p></em></p>
<p style="text-align: center">,\\'</p>
<p style="text-align: center"><em>la precisione è la stessa della scrittura di <strong>Kafka </strong>in cui personaggi e luoghi e situazioni sono descritti con estremo minuzioso attento realismo - a tal punto da trasformare questa qualità concreta - per eccesso e per corto circuito di accuratezza - nelle sue implicazioni emblematiche e simboliche - con lo stesso meccanismo dei sogni in cui le due dimensioni procedono su binari paralleli con imprevedibili sovrapposizioni e focalizzazioni e sfocature (l'eccesso di realtà che finisce per diventare inquietante, colpito e dominato dall’incantesimo di una grande colpa superiore, misteriosa ed invincibile)</em></p>
<p style="text-align: center">,\\'</p>
<p style="text-align: center">
<p style="text-align: center"><em>per le animazioni la domenica pomeriggio è il giorno ideale -  la domenica è il ricordo del cinema Gnomo – dietro Sant’Ambrogio -  Città di Milano - passato che si sente ancora prossimo e non si rassegna a declinarsi remoto come dovrebbe - grammaticalmente - sedie di legno vibranti legate insieme che si muoveva una e ondeggiavano tutte - buio chiassoso di bambini - dove si faceva il tifo per Riccardo Cuor di Leone versus Sceriffo di Nottingham - mentre il fondale azzurro tremava al passaggio dei cavalieri – l'uomo dei gelati con la cassettina a tracolla aveva la giubba rossa con gli alamari e sbucava da un circo con gli orsi in bicicletta e le scimmie vestite con braghe dal cavallo basso da cui spuntavano i piedi/mani - la Bomboniera Algida era sempre mezza sciolta - e cose così </em>]</p>
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<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/10/animazioni-il-naso-1963-di-alexandre-alexeieff-e-claire-parker/" target="_blank"><b>ANIMAzioni#01: “LE NEZ” di Alexandre Alexeïeff e Claire Parker [ 1963 ]</b></a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/28/animazioni02-la-mano-di-jiri-trnka-1965/" target="_blank"><b>ANIMAzioni#02: “LA MANO” di Jirí Trnka [ 1965 ]</b> </a><br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/13/animazioni03-father-and-daughter-2000-di-michael-dudok-de-wit/" target="_blank"><b>ANIMAzioni#03: “Father and Daughter” [2000] di Michaël Dudok De Wit</b> </a></p>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/23/animazioni04-kafka-1991-di-piotr-dumala/">ANIMAzioni#04: &#8220;Kafka&#8221;  [1991]  di Piotr Dumała</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>La vera natura dei personaggi romanzeschi. Appunti sul romanzo storico [1 di 2]</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Nov 2008 07:30:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
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di <strong>Leonardo Colombati</strong></p>
<p style="text-align: center;">1.<br />
<em>Ombre in cammino</em></p>
<p>In un gelido pomeriggio invernale del 1841 una folla si radunò al porto di New York per chiedere ansiosamente ai passeggeri di una nave proveniente da Londra se una certa Nelly fosse morta. In America non era ancora stata pubblicata l’ultima puntata del feuilleton <em>La bottega dell’antiquario</em> di Dickens e il pubblico fremeva per le sorti della patetica orfanella.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/20/la-vera-natura-dei-personaggi-romanzeschi-appunti-sul-romanzo-storico-1-di-2/">La vera natura dei personaggi romanzeschi. Appunti sul romanzo storico [1 di 2]</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter" src="http://www.cinema.unibo.it/uploads/pics/Feuilleton.jpeg" alt="" width="500" height="472" /><br />
di <strong>Leonardo Colombati</strong></p>
<p style="text-align: center;">1.<br />
<em>Ombre in cammino</em></p>
<p>In un gelido pomeriggio invernale del 1841 una folla si radunò al porto di New York per chiedere ansiosamente ai passeggeri di una nave proveniente da Londra se una certa Nelly fosse morta. In America non era ancora stata pubblicata l’ultima puntata del feuilleton <em>La bottega dell’antiquario</em> di Dickens e il pubblico fremeva per le sorti della patetica orfanella. Il fatto che Nell Tent non fosse una creatura in carne ed ossa, ovviamente non importava un fico secco ai lettori del «Master Humphrey’s Clock», la rivista che Dickens dirigeva, scriveva, stampava e su cui pubblicava le sue storie straordinarie. Che importa, del resto, se Jean Valjean, Fabrizio Del Dongo, Anna Karenina e Tom Jones non sono realmente esistiti? <a title="testo1" name="testo1" href="#nota1"><strong>[1]</strong></a> <span id="more-11062"></span><br />
Allo stesso modo, non aggiunge un’oncia al piacere di leggere <em>Casa desolata</em> sapere che dietro Skimpole si nasconde il poeta e saggista Leigh Hunt, che Hortense è ricalcata sul modello dell’assassina svizzera Maria Manning e che Esther rassomiglia alla cugina di Dickens, Georgina Hogart. Dopotutto, la letteratura – questa cosa di cui non so fare a meno e per cui sono disposto persino a soffrire – è «nient’altro che Arte e meccanismo, nient’altro che cartapesta e ingranaggi!» <a title="testo2" name="testo2" href="#nota2"><strong>[2]</strong></a>. Apriamo un libro e per qualche minuto dobbiamo abituarci a quella vaga sensazione che per povertà di linguaggio chiamiamo noia: il tempo allo stato puro, non diluito, con tutto il suo inutile, monotono splendore. In questo stato di piacevole disagio, ecco che voltando una pagina ci imbattiamo nel miracolo della transustanziazione in sangue e carne di un misero gruppo di lettere. James Gatz, ad esempio – il figlio di poveri contadini che cambiò il suo nome in Jay Gatsby e a Long Island vinse il cuore della bellissima Daisy Buchanan – viene evocato per la prima volta a pagina due del romanzo che racconta la parabola del suo sogno americano: «Se la personalità è una serie ininterrotta di gesti riusciti, allora c’era in lui qualcosa di splendido, una sensibilità acuita alle promesse della vita» <a title="testo3" name="testo3" href="#nota3"><strong>[3]</strong></a>, scrive Fitzgerald del suo eroe, che fa apparire finalmente al termine del primo capitolo:</p>
<blockquote><p>La sagoma di un gatto oscillò nella luce lunare, e voltando il capo per guardarlo mi accorsi che non ero solo: ad una ventina di passi una figura era sorta dall’ombra del palazzo del mio vicino fermandosi in piedi, con le mani in tasca, a guardare i granelli argentei delle stelle. Qualcosa nei movimenti disinvolti e nella salda presa dei piedi sul prato mi fece capire che quello era il signor Gatsby, uscito a verificare quale fosse la porzione del cielo locale che gli spettava. (…) [Poi,] senza volerlo diedi un’occhiata al mare (…). Quando tornai a guardare nel-la direzione di Gatsby, questi era scomparso, e io ero di nuovo solo nell’oscurità completa. <a title="testo4" name="testo4" href="#nota4"><strong>[4]</strong></a></p></blockquote>
<p>È un lampo, ma non lo dimenticheremo più.</p>
<p>Difficile smentire il fatto che di <em>Don Chisciotte, Madame Bovary</em> e <em>Anna Karenina</em> ci ricordiamo soprattutto di Don Chisciotte, di Emma Bovary e di Anna Karenina. E può sembrare blasfemo, ma la verità è che questi personaggi sono pura tesatura verbale, esistono solo all’interno di pagine formate da uno schieramento ben preciso di parole.<br />
Facciamo l’esempio massimo, Shakespeare, l’uomo che avendo inventato Falstaff, Shylock, Iago, Lear e Macbeth, ha inventato anche noi lettori: noi che da cinque secoli desideriamo come Romeo, impazziamo d’amore come Otello e trasformiamo in tanti Amleti i nostri enigmi. Quando diciamo che quelle di Shakespeare sono le Scritture secolari e lo paragoniamo – bestemmiando – a Dio, non facciamo altro che rendere omaggio al creatore di simili miracoli drammatici così come glorifichiamo il Creatore dell’Universo; colui che «disse: “Sia la luce!”. E la luce fu». Siamo nati da un atto di parola, allo stesso modo in cui gli uomini e le donne di Shakespeare prendono vita dalla sua “voce”, sono il frutto di un insuperabile ordine d’immagini e di retorica. Più di ogni altro intelletto umano di cui abbiamo notizie adeguate, Shakespeare usò la lingua in una condizione di possibilità totale. <em>Prima</em> di Amleto – <em>dietro</em> di lui – c’è il Nulla: il principe di Danimarca esiste solo all’interno di una concatenazione unica di vocali e consonanti.<br />
Ora, sappiamo bene come Shakespeare attinse la massima parte degli argomenti dei suoi drammi storici da <em>The Second Booke of the Historiae of England</em>, un librone dello storico londinese Raphael Holinshed. Ma chi si ricorda del re Macbeth di Scozia che visse intorno all’anno 1000 e si chiamava in realtà Mac Bethad mac Findlaích? Egli incarnò il potere nel particolare momento che gli assegnò la storia; ma divenne l’archetipo universale del tradimento e di ciò che un uomo è spinto a compiere per la brama del potere solo quando il pubblico a teatro gli sentì recitare:</p>
<blockquote><p>la vita non è altro che un’ombra in cammino; un povero attore che s’agita e pavoneggia per un’ora sul palcoscenico e del quale poi non si sa più nulla. È un racconto narrato da un idiota, pieno di strepito e di furore, e senza alcun significato. <a title="testo5" name="testo5" href="#nota5"><strong>[5]</strong></a></p></blockquote>
<p style="text-align: center;">2.<br />
<em>Commedie umane</em></p>
<p>Sbaglierebbe chi pensasse che un personaggio d’invenzione funziona semplicemente se <em>sembra reale</em>. Prendiamo Balzac, l’uomo che organizzò in una gigantesca commedia le scene della vita di Parigi; Baudelaire giustamente si meravigliava che si parlasse di lui come di un osservatore:</p>
<blockquote><p>tutte le sue finzioni hanno l’intensa colorazione dei sogni. Dal sommo dell’aristocrazia alla ple-be, tutti gli attori della sua <em>Commedia</em> sono più avidi di vita, più attivi e scaltri nel-la lotta […], più ingordi nel piacere, più angelici nell’abnegazione, di quanto ce li faccia appari-re la commedia del mondo vero. In Balzac, insomma, tutti, persino le portinaie, sono geniali; tutte le anime sono sovraccariche di volontà. <a title="testo6" name="testo6" href="#nota6"><strong>[6]</strong></a></p></blockquote>
<p>Se ci potessimo liberare da tutti gli accidenti che rivestono quella nuda idea di noi stessi che ci visita dopo il bicchiere d’acqua, appena spenta la luce, tormentandoci fin dentro il sonno, dovremmo ammettere il fatto che noi siamo unicamente volontà di vivere, un impulso irrazionale che ci spinge a vivere e a agire. Schopenhauer attribuiva a questa nostra <em>voluntas</em> la colpa della nostra sofferenza e ci proponeva tre rimedi: l’arte, l’etica della pietà e l’ascesi. La prima, benché sia una soluzione temporanea, è l’unica che mi convinca: ci conforta perché la nostra volontà è anestetizzata e possiamo non partecipare alla vita, ma osservarla soltanto.<br />
Così come il cinema, la letteratura è la vita senza le parti noiose (a meno che i frastagliati pensieri di Molly Bloom e l’estenuante attesa del bacio della buonanotte del piccolo Marcel non siano giudicati tali). La nostra esistenza è per massima parte indegna di essere replicata sulla pagina nei suoi minimi dettagli. Quando dormiamo, ad esempio, sogniamo. Ma solo nei libri ci ricordiamo sempre dei sogni che abbiamo fatto durante la notte.</p>
<p>Anche la morte non sfugge a questa regola. Ivan Il’ič e papà Goriot spirano entrambi dopo aver allungato un oh! in un grido finale che si chiude come il coperchio di un sarcofago, ma che al tempo stesso illumina l’intera esistenza dotandola finalmente di un senso. «Laggiù, in fondo, brillò qualcosa» <a title="testo7" name="testo7" href="#nota7"><strong>[7]</strong></a>, quando l’urlo del consigliere della Corte d’Appello si spense e lasciò spazio al perdono. E pure il personaggio balzacchiano, nell’istante finale, si direbbe investito da una luce che lo pone, per la prima volta nel romanzo, in una posizione separata rispetto alla meschinità dell’ambiente che lo circonda. In Balzac la morte, è vero, si naturalizza, e l’essere umano si abbassa fino al suo stato organico e bestiale; ma la crudeltà rappresentativa della descrizione delle sanguisughe e delle lenzuola sporche di papà Goriot non riesce a impedire che la sua morte risulti <em>significativa</em>.</p>
<blockquote><p>Il buon uomo fece un gesto come per cercare qualcosa sul petto, e mandò delle grida lamentevo-li e inarticolate come fanno gli animali che vogliono esprimere un gran dolore […]. «Oh! Oh!» disse Bianchon, «cerca una piccola treccia di capelli e un medaglione che gli abbiamo tolto dianzi per mettergli i <em>moxa</em>. Pover’uomo! bisogna rimetterglielo». Eugenio andò a prendere una treccia di capelli biondo cenere, quelli senza dubbio della signora Goriot, e lesse da una parte del medaglione: <em>Anastasia</em>, e dall’altra <em>Delfina</em>, ricordo del suo cuore, che posava sempre su di esso. Quando il medaglione toccò il suo petto, il vecchio fece un <em>oh! </em>prolungato, che indicò una soddisfazione spaventevole a vedersi. <a title="testo8" name="testo8" href="#nota8"><strong>[8]</strong></a></p></blockquote>
<p>Fino all’ultimo respiro, il padre crede nei buoni sentimenti di quelle sue figlie che nel frattempo continuano a riempirsi di debiti e di amanti; si guardano bene di avvicinarsi al capezzale del vecchio e non si presentano nemmeno al cimitero: «Alle sei, la salma di papà Goriot fu calata nella fossa, attorno alla quale stavano i servi delle figlie, che scomparirono ben presto con il prete non appena fu detta la breve prece» <a title="testo9" name="testo9" href="#nota9"><strong>[9]</strong></a>. Anastasia e Delfina, le pompe del cuore paterno, sono due nomi incisi sul metallo, le carrozze vuote coi blasoni dei mariti che seguono il feretro fino ai cancelli del Père Lachaise. Una messinscena spettacolare da parte del campione del realismo: ma senza la mano che cerca il medaglione, senza quelle carrozze vuote, la morte di papà Goriot non ci commuoverebbe.</p>
<p>Baudelaire, che aveva capito bene quanto fosse immeritata la fama di cronachista di Balzac, gli si rivolgeva così: «Voi, il più poetico dei personaggi che avete inventato». E, in effetti, anche nel momento della sua stessa morte, Balzac testimoniò addirittura come in realtà è la vita che imita l’arte. Ormai cieco, disteso su un grande letto, si sottopose con rassegnazione a purganti e salassi e dettò un’ultima lettera per Gautier, dove gli confessava di non poter più scrivere. Il medico ordinò di riempire la stanza di una soluzione d’acqua fenica mentre il moribondo pronunciava le sue ultime parole: «Solo Bianchon mi potrebbe capire». È il giovane medico che aveva assistito papà Goriot nell’agonia, il solo ad accompagnarne il feretro al cimitero di Père Lachaise. Anche Balzac è sepolto lì. Proust commentò che il destino di un personaggio aveva precorso il destino di uomo.
</p>
<p style="text-align: center;">3.<br />
<em>Historiae</em></p>
<p>Se non è vero che per dar vita a un personaggio immaginario basta ricopiarlo dalla realtà, ne discende che quando in un romanzo s’introduce un personaggio realmente esistito questi deve soggiacere alle stesse regole che si seguono per animare i fantasmi letterari. <a title="testo10" name="testo10" href="#nota10"><strong>[10]</strong></a> Nella <em>Poetica</em> Aristotele proclamava la superiorità della poesia sulla storia, argomentando che la vera differenza è che la storia descrive fatti realmente accaduti, il poeta fatti che possono accadere. Perciò la poesia è «qualcosa di più elevato della storia; la poesia tende piuttosto a rappresentare l’universale, la storia il particolare» <a title="testo11" name="testo11" href="#nota11"><strong>[11]</strong></a>.<br />
Manzoni, nel suo saggio <em>Del romanzo storico e, in generale, de’ componimenti misti di storia e d’invenzione</em> sembra vedere la cosa allo stesso modo, ma come da un cannocchiale rovesciato. Secondo lui il discorso storico è «una carta geografica, dove sono segnate le catene dei monti, i fiumi, le città, i borghi, le strade maestre d’una vaste regione» <a title="testo12" name="testo12" href="#nota12"><strong>[12]</strong></a>, mentre il romanzo storico «è una carta topografica, nella quale, e tutto questo è particolarizzato (…), e ci son di più segnate anche le alture minori, e le disuguaglianze ancor meno sensibili del terreno, e i borri, le gore, i villaggi, le case isolate, le viottole» <a title="testo13" name="testo13" href="#nota13"><strong>[13]</strong></a>.<br />
Se si vogliono prendere per buoni Aristotele e Manzoni, si può sintetizzare che quando racconta la storia, il romanzo spesso lo fa illuminandone gli accidenti marginali, e non di rado, così operando, insuffla in lei lo spirito dell’immortalità. Lo scopo del romanzo storico – secondo la lezione di György Lukács – sarebbe dunque quello di dimostrare con mezzi poetici le circostanze storiche e far diventare la storia un modello assoluto.</p>
<p>Ma la domanda è: ci possiamo fidare della mappa tracciata da quei cartografi arruffoni che sono gli scrittori? <a title="testo14" name="testo14" href="#nota14"><strong>[14]</strong></a> Tanto per iniziare, appunto, ab ovo, possiamo ricordare Walter Scott, che amava presentarsi ai suoi lettori come il conducente «onesto» di una «corriera inglese». Il suo romanzo storico, per la verità, era fin troppo immerso nel pantano del pittoresco e del romantico e, malgrado lui giurasse il contrario, era lecito porsi qualche domanda sull’affidabilità dei suoi cavalli. Lo stesso Manzoni, nella sua <em>Lettre a M. Chauvet</em> distingue tra “vero storico” e “vero poetico”, auspicando per quest’ultimo non la verità ma la verosimiglianza.<br />
Gli scrittori, è noto, sono tutti dei gran bari. Ma cosa dobbiamo fare? Non possiamo non fidarci di loro se per qualche ora riescono nel miracolo di sospendere la nostra incredulità. Alcuni di loro hanno tali capacità stregonesche da convincerci del fatto che sia esistito in un paese della Mancia un cavaliere che sfidava i mulini a duello oppure che in un’estate, a Pietroburgo, uno studente assassinò un&#8217;usuraia per emulare Napoleone. Del resto, in base alla nostra comune esperienza, è più credibile la storia di Giuseppe e Anita Garibaldi o quella di Lady Chatterley e del suo povero marito paralizzato?</p>
<p>Presso gli antichi, nessuno che non fosse stato testimone diretto dei fatti scriveva storia. Il resoconto fondato sull’autopsia – per così dire – era il solo modello di storiografia veridica. D’altro canto, quando girava per strada, Dante veniva additato come il reduce da un vero viaggio nell’aldilà. Fidatevi della storia, non di chi la racconta, suggeriva D.H. Lawrence. Alla fin fine, non importa se il narratore sia uno storico, un mistico, un poeta o un ciarlatano. L’unica cosa che conta è che sappia raccontare bene.</p>
<p>Non bisognerebbe dar credito alla teoria, ancora dominante, secondo cui nella storia del romanzo in principio vi fu il realismo, a metà il modernismo, coi sui rigori formalistici e i suoi flussi di coscienza, e alla fine il postmodernismo; e che, dunque, più innova, più il romanzo si allontana dal realismo. Non è proprio così. Pensate a Flaubert, lo scrittore che volle toccare la punta massima di fedeltà ai dati dell’esperienza. Dopo aver accumulato minuziosi particolari e costruito un quadro di perfetta verità, come nell’<em>Educazione sentimenta-le</em>, «ci batte sopra le nocche e mostra che sotto c’è il vuoto, che tutto quel che succede non significa niente» <a title="testo15" name="testo15" href="#nota15"><strong>[15]</strong></a>.<br />
Prendiamo, invece, come esempio di modernismo, Gregor Samsa, il commesso viaggiatore de <em>La metamorfosi</em> che vive in Charlottestrasse assieme alla sorella e ai genitori. A differenza di molti – forse tutti – io lo detesto, non ne ho alcuna compassione. Gregor Samsa è uno dei personaggi più realistici che la letteratura ci abbia mai regalato, malgrado una mattina, al risveglio, egli si scopra trasformato in un gigantesco insetto. Disteso sulla schiena «dura come una corazza», osserva «il ventre convesso, bruniccio, spartito da solchi arcuati», ed esclama «che cosa mi è capitato?» <a title="testo16" name="testo16" href="#nota16"><strong>[16]</strong></a> È stato Nabokov – grande esperto di farfalle – a notare come Kafka abbia in realtà descritto un coleottero e che dunque sotto le elitre dovevano esserci delle piccole ali. Ecco, il realismo di Gregor Samsa sta nel fatto che non s’accorgerà mai di avere un paio d’ali. Non è questo, forse, il destino di tanti uomini?
</p>
<p style="text-align: center;">4.<br />
<em>Esempi di realismo</em></p>
<p>Non ho mai capito esattamente cosa i critici intendano per realismo. Ma non ho dubbi sul fatto che la descrizione che Don DeLillo – un campione del postmodernismo – fa di Edgar J. Hoover nel suo romanzo <em>Underworld</em> sembra “presa dal vero”. È il 3 ottobre 1951 e il potente capo dell’FBI è al Polo Grounds di New York per assistere alla partita di baseball tra i Giants e i Dodgers assieme a Frank Sinatra e a Jackie Gleason. Hoover, scrive DeLillo,</p>
<blockquote><p>ha l’aria di passarsela benone, e sorride delle grossolane facezie che rimbalzano nonstop dal cantante melodico al comico. Certo, preferirebbe essere all’ippodromo, ma questo tipo di com-pagnia lo tiene allegro in qualsiasi circostanza. Gli piace circondarsi di stelle del cinema e cele-brità dello sport, di maestri del pettegolezzo. (…) Fama e segretezza sono i due estremi della stessa fascinazione, il crepito elettrostatico di una certa libidine nel mondo. <a title="testo17" name="testo17" href="#nota17"><strong>[17]</strong></a></p></blockquote>
<p>Hoover ci viene descritto «con il naso rincagnato e le sopracciglia ad ali di pipistrello» <a title="testo18" name="testo1" href="#nota18"><strong>[18]</strong></a>.</p>
<blockquote><p>È suscettibile in fatto di statura, sebbene sia tranquillamente nella media. Negli ultimi anni ha messo su peso e ormai quando si veste davanti allo specchio, inquartato e con la testa da Bud-dha, è un uomo basso e rotondetto a restituirgli lo sguardo. <a title="testo19" name="testo1" href="#nota19"><strong>[19]</strong></a></p></blockquote>
<p>Seguono altre approssimazioni, via via più stringenti. Hoover, ad esempio, «odia Harry Truman, gli piacerebbe vederlo contorcersi su un parquet, stroncato da un attacco di cuore» <a title="testo20" name="testo20" href="#nota20"><strong>[20]</strong></a>, e di tutte le persone che frequenta conserva la vita segreta «nei suoi schedari personali, con tanto di dicerie raccolte e catalogate, e fatti delatori trasformati in comprovate realtà» <a title="testo21" name="testo21" href="#nota21"><strong>[21]</strong></a>. Un vero e proprio collezionista di spazzatura (in <em>American tabloid</em>, James Ellroy ce lo descrive come un lettore accanito della rivista scandalistica americana «Hush-Hush» <a title="testo22" name="testo22" href="#nota22"><strong>[22]</strong></a>), che significativamente è ossessionato dall’igiene personale: Ha installato in casa un impianto di filtraggio dell’aria per vaporizzare le particelle di polvere, ma è anche affasci-nato da un quadro di Bruegel, <em>Il trionfo della morte</em>, dove è ritratto un cane maci-lento che mordicchia un neonato tra le braccia del cadavere di una madre. «È affascinato da ulcere, lesioni e corpi macilenti a patto che il suo contatto con la fonte sia puramente figurati-vo». <a title="testo23" name="testo23" href="#nota23"><strong>[23]</strong></a><br />
Proprio mentre assiste a un formidabile fuoricampo di Bobby Thompson, a Hoover viene comunicato che i russi hanno fatto esplodere la loro prima bomba atomica. È l’inizio della Guerra Fredda e Hoover simbolicamente ne acquista consapevolezza mentre dagli spalti gli spettatori lanciano coriandoli di giornali e a lui capitano in mano dei brandelli della rivista «Life» che, rimessi insieme, vanno a comporre appunto il quadro dell’olandese. È una ricostruzione, quella di DeLillo, che si piega alla tesi di fondo del suo libro: i rifiuti, di provenienza domestica o nucleare, sono l’emblema del capitalismo occidentale, che prima crea bisogni non metabolizzabili e poi si lascia governare dalla loro ingovernabilità e dunque si affanna a ideare nuove tecnologie capaci di fronteggiarne la minaccia. «Consuma o muori. Questo è il dettato della cultura. E finisce tutto nella pattumiera». È una frase del romanzo, ma potrebbe esserne l’epigrafe.</p>
<p>E la storia? Sarà vero – tra tutte le altre cose – che Hoover fosse un igienista ossessivo? DeLillo lo ha desunto da una fonte o se l’è inventato? Per noi lettori, non cambierebbe nulla saperlo. Per me, rimarrà sempre cristallizzato sulle tribune del Polo Grounds mentre <em>Il trionfo della morte</em> gli cade addosso, così come sono convinto che davvero Bruto s’è ucciso dicendo: «Abbi ora pace, Cesare: t’ho ucciso provando nemmeno metà del piacere che provo ora nell’uccidere me stesso» <a title="testo24" name="testo24" href="#nota24"><strong>[24]</strong></a>.</p>
<p>Un altro personaggio storico con la mania dell’igiene era il generalissimo Rafael Trujillo, almeno a dar credito a Mario Vargas Llosa e al suo <em>La festa del caprone</em>, forse, negli ultimi dieci anni, il miglior libro di fiction che si basa su personaggi e fatti reali. Ecco come il feroce dittatore di Santo Domingo ci viene presentato:</p>
<blockquote><p><em></em><em>Si svegliò, paralizzato da una sensazione di catastrofe. Immobile, batteva le palpebre nel buio, prigioniero di una ragnatela, sul punto di essere divorato da un animale peloso pieno d’occhi. Alla fine poté allungare la mano verso il comodino dove teneva la pistola e il mitra con il caricatore inserito. Ma, invece dell’arma, prese la sveglia (…) quando un sospetto lo trattenne. Ansioso, osservò le lenzuola: l’informe macchiolina grigiastra offendeva la bianchezza del tessuto. Gli era uscito, un’altra volta. (…) Cazzo! Cazzo! Cazzo! Questo non era un nemico che poteva sconfiggere come le centinaia, migliaia che aveva affrontato e vinto nel corso degli anni, com-prandoli, intimidendoli o uccidendoli. <a title="testo25" name="testo25" href="#nota25"><strong>[25]</strong></a> </em></p></blockquote>
<p>Per un uomo che cercava implacabilmente l’ordine e la pulizia, e che Vargas Llosa ci descrive intento in lunghissime <em>toilettes</em> e in mattutine cerimonie di vestizione da far impallidire un re francese, quelle minzioni dovevano essere insopportabili. E non erano solo notturne. Vargas Llosa racconta di un’udienza concessa dal “Benefattore” del popolo dominicano al senatore Henry Chirinos,</p>
<blockquote><p>che nessuno nella Repubblica Dominicana, tranne i giornali, conosceva ormai con il suo nome, ma soltanto con il suo devastante epiteto: il Costituzionalista Sbronzo. Aveva l’abitudine di carezzare le untuose setole che gli si annidavano nelle orecchie e, sebbene il Generalissimo, con la sua mania ossessiva per la pulizia, gli avesse proibito di farlo davanti a lui, in quel momento lo stava facendo e, per di più, alternava quella porcheria a un’altra: si lisciava i peli del naso. <a title="testo26" name="testo26" href="#nota26"><strong>[26]</strong></a></p></blockquote>
<p>Proprio mentre Trujillo dice al suo senatore: «Se continui a rimestare il naso e le orecchie, chiamo gli assistenti e ti faccio bastonare» <a title="testo27" name="testo27" href="#nota27"><strong>[27]</strong></a>, ecco che succede il patatrac:</p>
<blockquote><p>Come una randellata sulla testa, fu colto dal dubbio. La certezza. Era successo. Facendo finta di niente, senza ascoltare le affermazioni di elogio all’Era in cui si era imbarcato Chirinos, abbassò la testa, come per concentrarsi su un’idea, e, aguzzando la vista, ansiosamente spiò. Le ossa gli vennero meno. Eccola lì: la macchia scura si allargava sulla patta e copriva una parte della gamba destra. Doveva essere recente, era ancora bagnaticcio, in quello stesso istante l’insensibile vescica continuava a emettere. Non l’aveva sentito, non lo stava sentendo. Fu scosso da una sferza di rabbia. Poteva dominare gli uomini, mettere in ginocchio tre milioni di domenicani, ma non controllare il suo sfintere. <a title="testo28" name="testo28" href="#nota28"><strong>[28]</strong></a></p></blockquote>
<p>Immaginate, adesso, di non essere sulle tribune del Polo Grounds con Hoover, Sinatra e Gleason. Siete a Roma, allo Stadio Olimpico, in una domenica imprecisata degli anni Sessanta. Sul campo, Roma e Lazio si sfidano nel derby: non ci sono <em>pitchers, catchers e third basemen</em> coi loro cappellini, maschere e guantoni, ma Pizzaballa, Losi e Barison da una parte e Morrone, Oddi e Governato dall’altra. In tribuna, al posto di Hoover, Sinatra e Glea-on, i fortunati possessori di un biglietto d’onore vedono, seduti uno accanto all’altro, il generale De Lorenzo, Tony Renis e Walter Chiari che si godono la partita con stati d’animo contrastanti. De Lorenzo, col monocolo a ingigantire la tumefazione nera sotto l’occhio sinistro, sono notti che non dorme, infastidito dall’interrogazione parlamentare del senatore Gerolamo Messeri sui dossier che faceva preparare ai bei tempi del Sifar, quando ancora non l’avevano “promosso” a Capo di Stato Maggiore dell’Esercito. Renis, ciuffo impomatato e cappotto blu, è da poco reduce da un giro di concerti a Montecarlo e St. Moritz e dal secondo posto al Fe-stival di Sanremo con la canzone <em>Quando dico che ti amo</em>. Chiari ha terminato da due giorni le prove di <em>Canzonissima</em> ed è ancora esasperato dai capricci di Mina: al calcio preferisce il pugilato e a Roma scende malvolentieri.</p>
<p>Un maestro del controspionaggio, un cantante melodico, un attore comico, uno stadio e una partita. Gli elementi ci sono tutti. Cosa impedisce ai narratori italiani di confrontarsi con una scena del genere e tirare fuori un <em>Underworld</em> dove non è una pallina col cuore di sughero ma un pallone di cuoio ad attraversare le vicende del nostro dopoguerra?</p>
<p>Da qualche anno, qui da noi qualcuno ci ha provato, rinverdendo i fasti del romanzo storico, da troppo tempo fermo a <em>I promessi sposi</em> e alla cronaca privata degli Uzeda di Francalanza che ne <em>I vicerè</em> De Roberto innesta sulle vicende pubbliche della Sicilia postunitaria; ed è vero che dietro Consalvo, l’ultimo discendente della famiglia, si cela la figura di Antonino Paternò, marchese di Sangiuliano, sindaco di Catania, ambasciatore e poi Ministro degli Esteri sotto Giolitti, ma è proprio Consalvo a dire in chiusura di romanzo che «la storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi» <a title="testo29" name="testo29" href="#nota29"><strong>[29]</strong></a>. E se questa pessimistica filosofia della storia può apparire generica, ci pensa un altro personaggio del libro, il duca d’Oragua a sistemare le cose per bene, alterando maligna-mente la celebre parola d’ordine di D’Azeglio: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli af-fari nostri…» <a title="testo30" name="testo30" href="#nota30"><strong>[30]</strong></a>. De Roberto scrive alla fine del secolo XIX, e questa ci sembra una terribile, esatta profezia dei cent’anni a venire.<br />
Sarà vero che la narrativa, e già a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, ha decretato la sconfitta, la vanità della storia; l’impossibilità di comprenderla in uno schema razionale. Ma non per questo ha smesso di raccontarla. Mi viene in mente un aneddoto che racconta Mon-taigne negli <em>Essais</em>. L’imperatore Corrado III ha stretto d’assedio il duca di Baviera e concede alle donne tra i vinti una sola condizione: possono uscire a piedi – l’onore salvo – solo con quello che riescono a portarsi via addosso. Quelle pensano di caricarsi sulle spalle i loro mariti, i loro figli e il Duca stesso. E così tutti si salvano. Ecco: allo stesso modo, agli scrittori contemporanei è stato fatto divieto di trattare con la storia, se non con l’approccio annalistico e cronachistico che avevano gli storiografi medievali. E quelli si sono adeguati, magari facendo propria la raccomandazione di Voltaire, secondo cui «uno scrittore può soltanto consultare [la storiografia erudita] ogni tanto quando ne ha bisogno per trarne qualche lume, così come un architetto impiega calcinacci in un edificio» <a title="testo31" name="testo31" href="#nota31"><strong>[31]</strong></a>.</p>
<p>Per inciso noterò che troppo spesso, però, i romanzi storici contemporanei assomigliano a un catalogo in cui sono descritti vari oggetti di modernariato; catalogo che è facilmente rintracciabile sulle rastrelliere di molti <em>nuovi epici italiani</em>. È un po’ come l’infatuazione di certa letteratura fin de siècle per il crepuscolo bizantino, «tenebrosa abside balenante […] di sanguigna porpora, da cui occhieggiavano enigmatiche figure […] colle loro dilatate pupille nevrasteniche» <a title="testo32" name="testo32" href="#nota32"><strong>[32]</strong></a>: romanzi – su su fino a <em>Salammbò</em> – dove il <em>décor</em> è tutto e la nequizia, l’avidità, la lussuria sono sepolte sotto pesanti drap-peggi dorati.</p>
<p><strong><big>note</big></strong></p>
<p><a title="nota1" name="nota1"></a><strong>1.</strong> «Il buon lettore sa che la ricerca di una vita reale, di persone reali, in un libro è un’operazione priva di significato; qui la realtà di una persona, di un oggetto o di una circostanza dipende esclusivamente dal mondo di quel particolare libro. Un autore originale inventa sempre un mondo originale, e se un personaggio o un’azione s’inseriscono nella struttura di quel mondo, subiamo il piacevole trauma della verità artistica, per quanto improbabili siano la persona e l’azione se trasferite in quella che i recensori, poveri scribacchini, chiamano “vita reale”.» (VLADIMIR NABOKOV, Jane Austen, “Mansfield Park”, in Lezioni di letteratura, trad. it. E Capriolo, Garzanti, Milano 1992) <a title="torna su" href="#testo1"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota2" name="nota2"></a><strong>2.</strong> GEORG BÜCHNER, Lena e Leonce, cit. in PAUL CELAN, La verità della poesia. “Il meridiano” e altre prose (a c. di G. Bevilacqua, Einaudi, Torino 2008 <a title="torna su" href="#testo2"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota3" name="nota3"></a><strong>3.</strong> FRANCIS SCOTT FITZGERALD, Il grande Gatsby (trad. it. F. Pivano), Mondadori, Milano 1965 <a title="torna su" href="#testo3"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota4" name="nota4"></a><strong>4.</strong> Ibidem <a title="torna su" href="#testo4"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota5" name="nota5"></a><strong>5.</strong> WILLIAM SHAKESPEARE, Macbeth, Atto V Scena V, in The Complete Works of William Shakespeare. The Alexander Text, Harper Collins, Glasgow 2006 (traduzione mia) <a title="torna su" href="#testo5"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota6" name="nota6"></a><strong>6.</strong> CHARLES BAUDELAIRE, Poesie e prose (a c. di G. Raboni), Mondadori, Milano 1973 <a title="torna su" href="#testo6"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota7" name="nota7"></a><strong>7.</strong> LEV NIKOLAEVIČ TOLSTOJ, La morte di Ivan Il’ič (trad. it. G. Buttafava), Garzanti, Milano 1975 <a title="torna su" href="#testo7"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota8" name="nota8"></a><strong>8.</strong> HONORÉ DE BALZAC, Papà Goriot, Sonzogno, Milano 1929 <a title="torna su" href="#testo8"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota9" name="nota9"></a><strong>9.</strong> Ibidem <a title="torna su" href="#testo9"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota10" name="nota10"></a><strong>10.</strong> «Una serie di parole è Alessandro, un’altra Attila.» (JORGE LUIS BORGES, Il falso problema di Ugolino (trad. it. C. Vian), in Tutte le opere, vol. II, Mondadori, Milano 1985 <a title="torna su" href="#testo10"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota11" name="nota11"></a><strong>11.</strong> ARISTOTELE, Poetica (trad. it. D. Lanza), Rizzoli, Milano 1996 <a title="torna su" href="#testo11"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota12" name="nota12"></a><strong>12.</strong> ALESSANDRO MANZONI, Del romanzo storico e, in generale, de’ componimenti misti di storia e d’invenzione, in Scritti di teoria letteraria, Rizzoli, Milano 1981 <a title="torna su" href="#testo12"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota13" name="nota13"></a><strong>13.</strong> Ibidem <a title="torna su" href="#testo13"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota14" name="nota14"></a><strong>14.</strong> «Possiamo fidarci dell’Inghilterra dei proprietari terrieri raffigurata da Jane Austen con i suoi baronetti e le sue architetture di giardini, quando la sola cosa che lei conosceva era il salottino di un ecclesiastico?» (VLADIMIR NABOKOV, cit.) <a title="torna su" href="#testo14"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota15" name="nota15"></a><strong>15.</strong> ITALO CALVINO, Natura e storia nel romanzo, in Saggi 1945-1985, vol. I, Mondadori, Milano 1995  <a title="torna su" href="#testo15"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota16" name="nota16"></a><strong>16.</strong> FRANZ KAFKA, La metamorfosi, in Racconti (trad. it.) R. Paoli), Mondadori, Milano 1970 <a title="torna su" href="#testo16"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota17" name="nota17"></a><strong>17.</strong> DON DELILLO, Underworld (trad. it. D. Vezzoli), Einaudi, Torino 1999 <a title="torna su" href="#testo17"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota18" name="nota18"></a><strong>18.</strong> Ibidem <a title="torna su" href="#testo18"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota19" name="nota19"></a><strong>19.</strong> Ibidem <a title="torna su" href="#testo19"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota20" name="nota20"></a><strong>20.</strong> Ibidem <a title="torna su" href="#testo20"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota21" name="nota21"></a><strong>21.</strong> Ibidem <a title="torna su" href="#testo21"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota22" name="nota22"></a><strong>22.</strong> Nella prima scena di American tabloid in cui lo vediamo, Hoover fa salire l’agente speciale Kemper J. Boyd sulla sua limousine nera e gli ordina di infiltrarsi nel clan dei Kennedy. Siamo nel 1958. «Le recenti iniziative dei fratelli Kennedy mi hanno infastidito», dice Hoover. «Dirigo il Bureau fin da prima che Bobby nascesse. Jack Kennedy è un dongiovanni liberale stagionato con I valori morali di un segugio da punta. (…) Il vecchio Joe Kennedy è deciso a comprare la Casa Bianca al figlio, e io voglio ottenere informazioni che, nel caso l’operazione riuscisse, mi permettano di mitigare le iniziative politiche più egualitarie e degenerate del suo ragazzo» (JAMES ELLROY, American tabloid, trad. it. S. Bortolussi, Mondadori, Milano 2001). <a title="torna su" href="#testo22"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota23" name="nota23"></a><strong>23.</strong> DON DELILLO, cit. <a title="torna su" href="#testo23"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota24" name="nota24"></a><strong>24.</strong> WILLIAM SHAKESPEARE, Giulio Cesare, Atto V, Scena V, traduzione mia <a title="torna su" href="#testo24"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota25" name="nota25"></a><strong>25.</strong> MARIO VARGAS LLOSA, La festa del caprone (trad. it. G. Felici), Einaudi, Torino 2000 <a title="torna su" href="#testo25"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota26" name="nota26"></a><strong>26.</strong> Ibidem <a title="torna su" href="#testo26"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota27" name="nota27"></a><strong>27.</strong> Ibidem <a title="torna su" href="#testo27"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota28" name="nota28"></a><strong>28.</strong> Ibidem <a title="torna su" href="#testo28"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota29" name="nota29"></a><strong>29.</strong> FEDERICO DE ROBERTO, I vicerè, Rizzoli, Milano 1998 <a title="torna su" href="#testo29"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota30" name="nota30"></a><strong>30.</strong> Ibidem <a title="torna su" href="#testo30"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota31" name="nota31"></a><strong>31.</strong> VOLTAIRE, Bisogna saper dubitare, in Il pirronismo della storia e altri scritti storici (a c. di R. Campi), Medusa, Milano 2005 <a title="torna su" href="#testo31"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota32" name="nota32"></a><strong>32.</strong> Mario Praz, La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, Sansoni, Firenze 1986 <a title="torna su" href="#testo32"><strong>[»]</strong></a></p>
<p>[<em>La vera natura dei personaggi romanzeschi. Appunti sul romanzo</em> è uscito sul numero 44 di Nuovi Argomenti attualmente in libreria]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/20/la-vera-natura-dei-personaggi-romanzeschi-appunti-sul-romanzo-storico-1-di-2/">La vera natura dei personaggi romanzeschi. Appunti sul romanzo storico [1 di 2]</a></p>
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		<title>Kafka e il porno</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/08/20/kafka-e-il-porno/</link>
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		<pubDate>Wed, 20 Aug 2008 09:29:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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<p>di <strong>Vito Punzi</strong></p>
<p>Ci sarebbe solo da sorridere, visto il tema (Franz Kafka lettore di rivista “pornografiche”) e la superficialità con la quale le presunte scoperte del signor James Hawes (pubblicate nel suo libro <em>Excavating Kafka</em>, uscito in questi giorni in Inghilterra) circa il “Kafka’s porn” hanno trovato spazio su alcuni quotidiani italiani.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/20/kafka-e-il-porno/">Kafka e il porno</a></p>
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<p style="text-align: center;"><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/playboy-dec-1972.jpg"><img class="size-medium wp-image-7288 aligncenter" title="playboy-dec-1972" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/playboy-dec-1972-231x300.jpg" alt="" width="231" height="300" /></a></p>
<p>di <strong>Vito Punzi</strong></p>
<p>Ci sarebbe solo da sorridere, visto il tema (Franz Kafka lettore di rivista “pornografiche”) e la superficialità con la quale le presunte scoperte del signor James Hawes (pubblicate nel suo libro <em>Excavating Kafka</em>, uscito in questi giorni in Inghilterra) circa il “Kafka’s porn” hanno trovato spazio su alcuni quotidiani italiani. Avessero usato il tempo speso per la lettura del “Times”, del “Guardian” o di “Die Welt” per prendere il mano le lettere che Franz e l’amico Max Brod si scambiarono per una vita (<em>Max Brod-Franz Kafka. Un altro scrivere. Lettere 1904-1924</em>, Neri Pozza 2006), i nostri avrebbero evitato a se stessi il ruolo di banale ed acritica eco a qualcosa che assomiglia molto a scandalismo giornalistico (questo sì pornografico),  più che a una rigorosa ricerca storico-letteraria.<span id="more-7287"></span></p>
<p>In Germania si sono fatti più o meno tutti una grassa risata, anche perché Hawes sostiene di aver scoperto, con i suoi ritrovamenti, nientedimeno che “la verità sull’intera opera letteraria” dello scrittore praghese. Klaus Wagenbach, storico biografo del giovane Kafka, accusato di non aver specificato nella sua pur esaustiva biografia kafkiana in cosa consistessero quelle riviste edite da Franz Blei (“Der Amethist” e “Die Opale”) che pure il praghese leggeva e sfogliava con tanto interesse, dopo aver lanciato il sospetto che Hawes non sia in grado leggere il tedesco, ha confermato al “Tagesspiegel” di aver consultato a suo tempo entrambe le riviste e ha ricordato come esse proponessero testi letterari accompagnati da opere grafiche, senza foto, e che da sempre sono state considerate da storici e cultori come pubblicazioni erotiche, non pornografiche.</p>
<p>Quanto al complesso rapporto tra Kafka e le donne, bisognerà pur ricordare che il giovane Franz, spesso insieme all’amico Max Brod, è stato un assiduo frequentatore di bordelli. Altrettanto noto è quanto sia stato assiduo, e non solo in età giovanile, il suo interesse per l’erotismo. Nel citato scambio epistolare alla data 4 ottobre 1917 si legge per esempio Max consigliare a Franz la lettura del saggio <em>Il ruolo dell’erotismo nella società maschile</em>, di Hans Blüher, che lo stesso Brod giudica “un inno alla pederastia, da cui ci si attende ogni progresso culturale”. Dopo circa un mese, ricevuto il libro, Kafka confessa all’amico: “Sono caduto nel mezzo del libro di Blüher. […] Mi ha agitato per cui ho dovuto interrompere per due giorni la lettura. Del resto ha in comune con tutto ciò che è psicanalitico il fatto che il primo momento sazia in modo stupefacente, ma subito dopo si ha di nuovo la stessa vecchia fame”.</p>
<p>Da ultima la questione del cassetto dell’appartamento di famiglia, nel quale il giovane Franz, secondo Hawes, avrebbe chiuso a chiave le riviste incriminate perché i genitori non le scoprissero. Ancora una volta si prenda l’epistolario, edito, ma evidentemente ignorato. In una lettera di metà agosto del 1907 Kafka scrive all’amico Brod quanto segue: “Certo se avessi anche gli «Ametyste» ti copierei le poesie, ma sono rimaste a casa nella libreria e la chiave l’ho qui con me perché non scoprano un libretto di risparmio di cui nessuno sa nulla a casa e che determina per me la mia posizione in famiglia. Se dunque non hai tempo fino al 25 agosto, ti spedisco la chiave”. Problemi di soldi, con la famiglia, altro che preoccupazione di nascondere le riviste agli occhi dei genitori! La confidenza esistente tra i due giovani, d’altra parte, era tale che difficilmente si possono immaginare finalità inespresse.</p>
<p>In virtù di quanto trapelato dall’Inghilterra, questo di Hawes sembra essere davvero un grande bluff. Serva almeno da incoraggiamento a qualcuno per andarsi a rileggere le opere di Kafka.</p>
<p><strong><em>Questo articolo è apparso, il 10 agosto, sulla rivista</em> L&#8217;Occidentale. </strong></div>
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<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/20/kafka-e-il-porno/">Kafka e il porno</a></p>
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		<title>Il K. Tortora. Quello che i classici dicono</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jun 2008 07:17:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
<em>il 17 giugno 1983, sulla base delle accuse di un pentito della camorra, Enzo Tortora viene arrestato. </em><br />
<em>Qualcuno doveva aver diffamato Josef K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato</em></p>
<p><strong><br />
Primo interrogatorio</strong></p>
<p>K. era stato informato telefonicamente che la prossima domenica avrebbe avuto luogo un piccolo interrogatorio sulla sua questione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/11/il-k-tortora-quello-che-i-classici-dicono/">Il K. Tortora. Quello che i classici dicono</a></p>
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<em>il 17 giugno 1983, sulla base delle accuse di un pentito della camorra, Enzo Tortora viene arrestato. </em><br />
<em>Qualcuno doveva aver diffamato Josef K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato</em></p>
<p><strong><br />
Primo interrogatorio</strong></p>
<p>K. era stato informato telefonicamente che la prossima domenica avrebbe avuto luogo un piccolo interrogatorio sulla sua questione. Gli fecero notare che in futuro ci sarebbero stati con regolarità altri simili interrogatori, abbastanza spesso anche se non ogni settimana. Era interesse di tutti portare a termine il processo il più alla svelta possibile, d’altra parte però gli interrogatori dovevano essere esaurienti sotto ogni punto di vista, e tuttavia non durare mai troppo a lungo, per via della tensione che comportavano. Per tali motivi era stata scelta questa procedura di interrogatori frequenti, ma di breve durata. La scelta della domenica come giorno di interrogatorio aveva il significato di non disturbare K. nella sua professione.<br />
<span id="more-6098"></span><br />
Si presupponeva che fosse d’accordo, ma nel caso che preferisse un altro giorno gli si sarebbe venuto incontro nel miglior modo possibile. Gli interrogatori, ad esempio, erano possibili anche la notte, ma naturalmente in tal caso K. non sarebbe stato abbastanza riposato. In ogni caso, se K. non si fosse fatto vivo con qualcosa in contrario, l’interrogatorio restava inteso per domenica. Andava da sé che K. sarebbe certamente venuto, non c’era sicuramente bisogno di sottolinearlo proprio ora. Gli fu comunicato l’indirizzo in cui doveva presentarsi, era una casa in una remota strada di periferia dove K. non era mai stato.</p>
<p>Ricevuta questa comunicazione, K. riappese il telefono senza rispondere; aveva deciso subito che domenica sarebbe andato, era certo necessario, il processo stava partendo e lui doveva opporvisi, questo primo interrogatorio doveva anche essere l’ultimo. Sostò un poco, pensieroso, vicino all’apparecchio, quando sentì dietro di sé la voce del vicedirettore che voleva telefonare ma ne era impedito dalla presenza di K. &#8220;Cattive notizie?&#8221; chiese di sfuggita il vicedirettore, non per sapere qualcosa ma per far spostare K. &#8220;No, no&#8221;, disse K., si spostò di lato, ma non se ne andò. Il vicedirettore prese il telefono, e mentre aspettava la comunicazione disse al di sopra della cornetta: &#8220;Posso farle una domanda, signor K.? Che ne direbbe, domenica prossima sul presto, di fare una gita con me sulla mia barca a vela? Sarebbe un piacere. Saremmo in compagnia, certamente verranno anche dei suoi conoscenti. Fra gli altri anche il pubblico ministero Hasterer. Vuol venire? Ma sì, venga!&#8221; K. si sforzava di prestare attenzione a ciò che il vicedirettore stava dicendo. Non era per lui cosa di scarsa importanza, perché questo invito da parte del vicedirettore, con il quale non era mai stato in buoni rapporti, suonava come un tentativo di riconciliazione e dimostrava come K. stesse diventando importante all’interno della banca e come la sua amicizia, o per lo meno la sua imparzialità, avesse acquisito valore agli occhi del dipendente che, nella banca, era il secondo per importanza. Un tale invito era un’umiliazione per il vicedirettore, anche se era stato proferito sulla cornetta, aspettando un collegamento telefonico. Ma K. doveva far seguire a questa una seconda umiliazione, e disse: &#8220;Molte grazie! Ma purtroppo domenica non ho tempo, ho già un impegno.&#8221; &#8220;Peccato&#8221;, disse il vicedirettore, e si rivolse all’interlocutore telefonico che si era collegato proprio in quel momento. Non fu una telefonata breve, ma K., nella sua distrazione, rimase per tutto il tempo vicino all’apparecchio. Solo quando il vicedirettore finì K. si spaventò e, per farsi perdonare almeno un po’ quella sua inutile sosta in piedi, disse: &#8220;Mi hanno appena telefonato di andare in un certo posto, ma hanno dimenticato di dirmi a che ora.&#8221; &#8220;Beh, allora li richiami&#8221;, disse il vicedirettore. &#8220;Non è così importante&#8221;, disse K., anche se con questo la sua scusa, già poco credibile, diventava ancor più inverosimile. Nell’atto di andarsene il vicedirettore parlò ancora di altre cose cui K. si costrinse a rispondere, anche se era impegnato a riflettere che la cosa migliore sarebbe stata arrivare domenica alle nove di mattina, perché era quella l’ora in cui, nei giorni feriali, tutti i tribunali cominciavano a lavorare.</p>
<p>La domenica il tempo era cattivo, K. era molto stanco perché la sera prima, per una festa degli avventori abituali, si era trattenuto in birreria fino a notte tarda e quasi non aveva dormito. In tutta fretta, senza avere il tempo di riflettere e coordinare i diversi piani che aveva pensato durante la settimana, si vestì e senza fare colazione corse nel luogo in periferia che gli avevano indicato. Stranamente, benché avesse poco tempo per guardarsi intorno, si imbatté nei tre impiegati che erano al corrente della sua vicenda, Rabensteiner, Kullych e Kaminer. I primi due erano su un tram che attraversava la strada di K., Kaminer invece era seduto sulla terrazza di un caffè, e fece un inchino proprio mentre K. passava, piegandosi curioso sulla ringhiera. Tutti lo seguirono con lo sguardo meravigliandosi che il loro principale se ne andasse così di corsa; per una specie di puntiglio K. non aveva voluto andare con qualche mezzo, in questa sua faccenda provava ripugnanza a ricevere aiuto, anche il più piccolo, da chicchessia, inoltre non voleva coinvolgere nessuno, anche per non rendere nessuno partecipe della questione, sia pure alla lontana; e infine non aveva nessuna voglia di umiliarsi davanti alla commissione di indagine con una eccessiva puntualità. Comunque ora correva per arrivare se possibile alle nove, anche se non era stato neppure convocato per un’ora precisa.</p>
<p>Aveva creduto di poter riconoscere già da lontano l’edificio per una qualche insegna, che non si era immaginato con precisione, o per un particolare movimento di persone davanti all’ingresso. Ma la Juliusstraße, che era la strada in questione e al cui inizio K. si fermò per un istante, era formata da ambo i lati da case tutte uguali, case alte e grigie abitate in affitto da povera gente. Oggi, che era domenica mattina, la maggior parte delle finestre era occupata da uomini in maniche di camicia che si sporgevano e fumavano, o tenevano bambini piccoli sul davanzale, con attenzione e tenerezza. Altre finestre erano colme di lenzuola e materassi, sui quali, per un attimo, compariva la testa spettinata di una donna. Ci si chiamava da un lato all’altro della stradina, e un tale rumore aveva su K. l’effetto di una gran risata. Nella lunga strada, a intervalli regolari, si trovavano piccoli negozi, posti sotto il livello della strada e raggiungibili con qualche gradino, che vendevano diversi generi alimentari. Donne ne entravano e uscivano, oppure sostavano sui gradini a chiacchierare. Un verduraio, che esaltava le sue merci in direzione delle finestre, distratto quanto K., stava quasi per investirlo con il suo carretto. Un micidiale grammofono, che aveva lavorato in quartieri migliori, cominciò proprio allora a suonare.</p>
<p>K. procedette lentamente nel vicolo, come se ora avesse tempo o come se il giudice istruttore lo vedesse da qualche finestra e sapesse perciò che ormai K. era arrivato. Erano da poco passate le nove. L’edificio era veramente largo, esteso in modo quasi inusuale, soprattutto il portone d’ingresso era alto e largo. Evidentemente era destinato ai carichi pesanti appartenenti ai diversi magazzini che, in quel momento sbarrati, circondavano il grande cortile e portavano le insegne delle loro ditte, alcune delle quali K. conosceva dal suo lavoro in banca. Occupato, contro ogni sua abitudine, a considerare meglio tutti questi particolari, rimase fermo per un poco all’ingresso del cortile. Vicino a lui, su una cassa, sedeva un uomo a piedi nudi leggendo una rivista. Due giovani si dondolavano su un carretto a mano. Una ragazza in giacca da notte, debole e giovane, stava davanti a una pompa e attingendo acqua nella sua brocca guardava in direzione di K. In un angolo del cortile era tesa fra due finestre una corda su cui certi capi di biancheria erano già stesi ad asciugare. Sotto stava un uomo e con alcune grida dirigeva il lavoro.</p>
<p>K. si diresse alla scala per raggiungere la sala delle udienze, ma subito in silenzio si fermò, perché oltre a questa scala vide nel cortile tre altre rampe di scale e oltre a ciò un piccolo sottopassaggio in fondo al cortile sembrava introdurre in un secondo cortile. K. si incollerì che non gli avessero specificato meglio la sede della sala, veniva trattato dunque con particolare negligenza o quanto meno indifferenza, e aveva intenzione di dirlo chiaro e tondo. Alla fine tuttavia salì la prima scala, ripensando dentro di sé all’affermazione del sorvegliante Willem secondo cui il tribunale era attratto dalla colpa, dal che si doveva dedurre che la sala delle udienze doveva trovarsi sulla rampa che K. avesse scelto a caso.</p>
<p>Salendo disturbò parecchi bambini che giocavano sulle scale e che, quando K. passò in mezzo a loro, lo guardarono con collera. &#8220;Se dovrò rifare questa strada&#8221;, si disse, &#8220;dovrò portare con me dei dolciumi per conquistarmeli, oppure il bastone per picchiarli.&#8221; Poco prima di arrivare al primo piano dovette persino aspettare un attimo finché una palla finisse il suo volo, due ragazzini con aria bizzarra e adulta da furfanti lo trattenevano intanto ai pantaloni; se avesse voluto liberarsene avrebbe dovuto far loro del male, e aveva paura delle loro grida.</p>
<p>Al primo piano cominciò la ricerca vera e propria. Non potendo chiedere esplicitamente della commissione di indagine, si inventò un falegname Lanz &#8211; gli venne in mente questo nome perché così si chiamava il capitano, il nipote della signora Grubach &#8211; e intendeva chiedere in tutte le abitazioni se abitava lì il falegname Lanz, in modo da poter sbirciare all’interno. Risultò tuttavia che ciò era possibile nella maggior parte dei casi anche senza espedienti, perché quasi tutte le porte erano aperte e bambini entravano e uscivano. Di regola erano piccole stanze con una sola finestra, nelle quali si faceva anche cucina. Alcune donne tenevano in braccio dei lattanti e con la mano libera lavoravano al focolare. Qua e là correvano con grande zelo delle ragazzine, apparentemente vestite solo di un grembiule. In tutte le stanze i letti erano ancora occupati, o da malati, o da gente che dormiva, o ancora da persone che vi si erano distese vestite. K. bussò alle abitazioni con la porta chiusa e chiese se abitava lì un certo falegname Lanz. Per lo più veniva ad aprire una donna, ascoltava la domanda e si volgeva nella stanza in direzione di qualcuno, che si alzava da letto. &#8220;Il signore chiede se abita qui un certo falegname Lanz.&#8221; &#8220;Falegname Lanz?&#8221; chiedeva quello dal letto. &#8220;Sì&#8221;, diceva allora K., anche se non c’era più dubbio che la commissione di indagine non era qui e dunque il suo compito era terminato. Molti credevano che a K. stesse molto a cuore trovare questo falegname Lanz, pensavano a lungo, nominavano un falegname, che però non si chiamava Lanz, oppure facevano un nome che aveva con Lanz un somiglianza assai lontana, oppure chiedevano ai vicini, o ancora accompagnavano K. a una porta lontana dove a loro giudizio una tale persona poteva magari abitare in subaffitto, o dove c’era qualcuno che poteva dare informazioni migliori delle loro. Alla fine K. non aveva quasi più bisogno di chiedere, ma veniva in questo modo trascinato di piano in piano. Si pentì del suo espediente, che in un primo tempo gli era sembrato così pratico. Prima del quinto piano decise di abbandonare la ricerca, si accomiatò da un operaio giovane e gentile che voleva condurlo ancor più in alto e cominciò a scendere. Poi però l’inutilità di tutta questa impresa lo infastidì, tornò ancora indietro e bussò alla prima porta del quinto piano. La prima cosa che vide nella piccola stanza fu un grande orologio da parete, che segnava già le dieci. &#8220;Abita qui un certo falegname Lanz?&#8221;, chiese. &#8220;Prego&#8221;, disse una giovane donna con occhi neri e lucenti che proprio in quel momento stava lavando biancheria da bambino in un secchio, e con la mano bagnata indicò la porta aperta della stanza accanto.</p>
<p>K. credette di entrare in una assemblea. Una folla costituita dalle persone più diverse &#8211; nessuno si curò di lui che entrava &#8211; riempiva una stanza a due finestre, di media grandezza, che vicino al soffitto era circondata da una galleria, la quale era a sua volta completamente occupata da persone che dovevano stare curve, con la testa e le spalle schiacciate contro il soffitto. K., oppresso dall’aria viziata, uscì di nuovo, e chiese alla giovane donna, che evidentemente non lo aveva capito bene: &#8220;Guardi che ho chiesto se abita qui un falegname, un certo Lanz.&#8221; &#8220;Sì&#8221;, disse la donna, &#8220;la prego, entri pure.&#8221; K. forse non le avrebbe dato retta, se la donna non gli si fosse avvicinata, e non avesse preso la maniglia dicendo: &#8220;Dopo di lei devo chiudere, non può entrare più nessuno.&#8221; &#8220;Molto ragionevole&#8221;, disse K. &#8220;ma già ora è troppo pieno.&#8221; Ma poi entrò di nuovo.</p>
<p>Passando fra due uomini che si intrattenevano proprio accanto alla porta &#8211; uno, con entrambe le mani distese, faceva il gesto di contare del denaro, l’altro lo guardava dritto negli occhi &#8211; spuntò una mano e afferrò K. Era un giovane piccolo e dalle guance rosse. &#8220;Venga, venga&#8221;, disse. K. si lasciò condurre, e risultò che nella folla caotica c’era tuttavia una strada sottile libera, che probabilmente divideva due fazioni; a favore di questa ipotesi stava anche il fatto che nelle prime file a destra e a sinistra K. non poté vedere quasi nessuno rivolto verso di lui, ma solo le spalle di persone che con parole e gesti si rivolgevano soltanto agli appartenenti alla propria fazione. La maggior parte era vestita di nero, con vecchie giacche da festa che pendevano lunghe e larghe. Solo questo abbigliamento disorientava K., per il resto avrebbe giudicato il tutto come la riunione di un circolo politico.</p>
<p>All’altro estremo della sala dove K. fu condotto, su una specie di podio molto basso ma ugualmente stracolmo si trovava un piccolo tavolo disposto di traverso, e dietro di esso, quasi sull’orlo del podio, sedeva un ometto grasso e sbuffante, che fra grandi risate stava chiacchierando con un uomo in piedi dietro di lui; quest’ultimo aveva appoggiato un gomito sullo schienale della sedia e teneva le gambe incrociate. Più volte l’ometto agitava in aria il braccio, come se stesse facendo la caricatura di qualcuno. Il giovane che conduceva K. fece fatica ad annunciare quel che doveva dire. Già per due volte, sulla punta dei piedi, aveva tentato di parlare, ma l’uomo lassù non lo aveva notato. Solo quando una delle persone sul podio richiamò l’attenzione sul giovane l’uomo si voltò verso di lui e, chinandosi, ascoltò il messaggio che gli veniva sussurrato. Poi estrasse il suo orologio e veloce rivolse lo sguardo a K. &#8220;Lei avrebbe dovuto comparire un’ora e cinque minuti fa&#8221;, disse. K. avrebbe voluto rispondere qualcosa, ma non ne ebbe il tempo, perché appena l’uomo ebbe finito di parlare dalla parte destra della sala si alzò un mormorio generale. &#8220;Lei avrebbe dovuto comparire un’ora e cinque minuti fa&#8221;, ripeté allora l’uomo a voce più alta e subito guardò giù nella sala. Subito anche il mormorio divenne più forte, e poiché l’uomo non aggiunse altro si spense gradualmente. Ora in sala c’era molto più silenzio di quando K. era entrato. Solo la gente in galleria non cessava di fare osservazioni. Per quanto consentivano di vedere la penombra, il vapore e la polvere, quelli lassù erano vestiti peggio degli altri. Alcuni si erano anche portati dei cuscini, che mettevano fra la testa e il soffitto per non ferirsi.</p>
<p>K. aveva deciso di osservare più che parlare, e perciò, rinunciando a difendersi per un suo supposto ritardo, disse soltanto: &#8220;In ritardo o no, ora sono qui.&#8221; Dalla parte destra della sala, si udì ancora un applauso di approvazione. &#8220;E’ gente facile da conquistare&#8221;, pensò K., disturbato ora dal silenzio nella metà sinistra della sala, che si trovava proprio dietro di lui e dalla quale si erano alzati solo alcuni battimani isolati. Pensò a cosa poteva dire per conquistarsi tutti in una volta oppure, se ciò fosse stato impossibile, guadagnare almeno temporaneamente anche l’approvazione degli altri.</p>
<p>&#8220;Sì&#8221;, disse l’uomo, &#8220;ma io non sono più tenuto a concederle udienza&#8221; &#8211; di nuovo ci fu il mormorio, questa volta di dubbio significato, perché facendo con la mano un cenno alla folla l’uomo continuò &#8211; &#8220;tuttavia, in via eccezionale, per oggi la concederò. Un tale ritardo però non deve più ripetersi. E ora venga avanti!&#8221; Qualcuno saltò giù dal podio, sicché per K. si liberò un posto sul quale poté salire. Era in piedi, premuto stretto contro il tavolo, la folla dietro di lui era tanto grande che K. doveva opporle resistenza per non far cadere giù dal podio il tavolo del giudice istruttore, e, forse, il giudice stesso.</p>
<p>Il giudice istruttore non se ne curò, ma rimase comodo sulla sua sedia e, dopo aver detto una parola conclusiva all’uomo dietro di sé, afferrò un piccolo quaderno di appunti, che era il solo oggetto sul tavolo. Aveva un’aria scolastica, ed era vecchio, sformato da una lunga consultazione. &#8220;Allora&#8221;, disse il giudice istruttore, sfogliò il quaderno e con il tono di una constatazione si rivolse a K.: &#8220;Lei è un decoratore di pareti?&#8221; &#8220;No&#8221;, disse K. &#8220;sono il primo procuratore di una grande banca.&#8221; A questa risposta, nella parte destra di sotto della sala, seguì una risata tanto cordiale, che anche K. finì per mettersi a ridere. La gente si appoggiava con le mani sulle ginocchia ed era scossa come da un grave attacco di tosse. Persino qualcuno in galleria rideva. Il giudice istruttore, che si era ormai incollerito e che forse non aveva potere sulle persone di sotto, cercò di rifarsi sulla galleria, saltò in piedi, fece verso la galleria un gesto di minaccia e le sue sopracciglia, che altrimenti erano insignificanti, aggrottandosi enormi sugli occhi parvero folte e nere.</p>
<p>La metà sinistra della sala, invece, era ancora silenziosa, lì le persone se ne stavano in fila, rivolte verso il podio, e ascoltavano ciò che si diceva lassù con la stessa calma con cui prendevano il chiasso dell’altra fazione; permettevano addirittura che qualcuno delle loro file qua e là si comportasse come la gente dell’altra parte. Quelli di sinistra, tra l’altro inferiori di numero, erano fondamentalmente insignificanti come quelli di destra, ma la calma del loro comportamento faceva sì che sembrassero più importanti. Cominciando ora a parlare, K. era convinto di esprimersi secondo il loro modo di vedere.</p>
<p>&#8220;Signor giudice istruttore, la domanda stessa che lei mi ha rivolto, se cioè io sia un decoratore di pareti &#8211; e più che rivolgere, lei me l’ha fatta cadere in testa &#8211; questa domanda è tipica di tutto il modo di procedere nei miei confronti. Lei può obiettare che non si tratta di un procedimento, e avrebbe ragione, è un procedimento soltanto se io lo riconosco come tale. Ma è solo momentaneamente che io lo riconosco, in un certo senso per compassione. La compassione è l’unico sentimento con cui lo si può considerare; se pure si vuole, in generale, considerarlo. Io non dico che sia un procedimento da carogne, ma vorrei offrirle questa definizione perché lei stesso possa riconoscerlo come tale.&#8221;</p>
<p>K. si interruppe e guardò giù nella sala. Ciò che aveva detto era pungente, forse anche più pungente di quanto avesse avuto intenzione, tuttavia era esatto. Avrebbe meritato approvazione in qualche punto, ma tutti erano silenziosi, evidentemente aspettavano tesi ciò che sarebbe seguito, forse si preparavano in silenzio a un’esplosione che ponesse fine a tutto. Fu un disturbo che in quel momento si aprisse la porta in fondo alla sala, facendo entrare la giovane lavandaia che evidentemente aveva finito il suo lavoro e che, nonostante tutta la cautela che impiegò, attirò su di sé gli sguardi di alcuni. Solo il giudice istruttore diede a K. una gioia diretta, perché sembrò subito colpito dalle parole di K. Finora aveva ascoltato in piedi, perché era stato sorpreso dal discorso di K. mentre si era alzato per minacciare la galleria. Ora, in quella pausa, si sedette lentamente, come se nessuno dovesse accorgersene. Forse per ridare calma al suo aspetto prese di nuovo il quaderno.</p>
<p>&#8220;Non serve a niente&#8221;, continuò K., &#8220;anche il suo quaderno, signor giudice istruttore, conferma quel che dico.&#8221; Contento di udire solo le proprie parole tranquille in quella riunione di estranei, K. osò persino portar via il quaderno al giudice istruttore e sollevarlo in alto per un foglio centrale, come se ne avesse ribrezzo, sicché le pagine fitte di scrittura, macchiate e bordate di giallo, pendevano in basso da un lato e dall’altro. &#8220;Ecco gli atti del giudice istruttore&#8221;, disse, lasciando cadere sul tavolo il quaderno. &#8220;Ci legga pure dentro con calma, signor giudice istruttore, non ho davvero paura di questa lista delle colpe, anche se mi è inaccessibile, dato che posso prenderla solo con la punta di due dita.&#8221; Poteva essere solo un segno di profonda umiliazione, o almeno così doveva intendersi, il fatto che il giudice istruttore afferrò il quaderno non appena caduto sul tavolo, cercò di metterlo un po’ in ordine e lo riprese per leggerlo.</p>
<p>I volti delle persone nelle prime file erano rivolti a K. con tanta tensione, che questi per un poco guardo giù verso di loro. Erano generalmente uomini anziani, alcuni con la barba bianca. Che fossero loro gli elementi decisivi, quelli che potevano influenzare tutta l’assemblea? Questa non si era lasciata scuotere neppure in virtù dell’umiliazione del giudice istruttore dall’inerzia in cui era sprofondata quando K. aveva cominciato a parlare.</p>
<p>&#8220;Ciò che è avvenuto a me&#8221;, continuò K. più piano di prima, indagando sempre i volti della prima fila, il che dava al suo discorso un’aria distratta, &#8220;ciò che è avvenuto a me è solo un caso singolo e quindi in sé di poca importanza, e non lo prendo molto sul serio. Esso è però il segno di come si procede nei confronti di molte persone. E’ per questi che io sono qui, non per me.&#8221;</p>
<p>Involontariamente aveva alzato la voce. Da qualche parte qualcuno applaudì con le mani alzate gridando: &#8220;Bravo! E perché no? Bravo! E ancora bravo!&#8221; Qui e là, nelle prime file, qualcuno si carezzava la barba, nessuno si voltò per quel grido. Nemmeno K. gli attribuì importanza, ma ne fu incoraggiato; ora non gli sembrava neanche più necessario che tutti applaudissero convinti, bastava che in generale si cominciasse a riflettere sulla cosa e che ogni tanto il discorso convincesse qualcuno.</p>
<p>&#8220;Non cerco un successo da oratore&#8221;, disse K. sull’onda di queste riflessioni, &#8220;né d’altra parte sarei capace di ottenerlo. Il signor giudice istruttore parla senz’altro meglio di me, in fondo è il suo mestiere. Quel che voglio è solo l’aperta discussione di una evidente ingiustizia. Ascoltate: dieci giorni fa sono stato arrestato, dell’arresto in sé me ne infischio, ma questo non c’entra adesso. Sono stato assalito a letto la mattina presto, forse &#8211; dopo ciò che ha detto il giudice istruttore non è più escluso &#8211; l’ordine era di arrestare un decoratore di pareti altrettanto innocente quanto me, comunque hanno scelto me. La stanza accanto era occupata da due sorveglianti grossolani. Se fossi un brigante pericoloso le precauzioni non avrebbero potuto essere più adeguate. E poi questi sorveglianti erano plebaglia scostumata, mi hanno riempito le orecchie di chiacchiere, intendevano farsi corrompere, volevano sottrarmi con l’inganno abiti e biancheria, volevano denaro per portarmi la colazione dopo avermela mangiata tutta sotto gli occhi senza alcun pudore. E non basta. Sono stato portato in un terza stanza davanti all’ispettore. Questa era la stanza di una signorina di cui ho grande stima, e ho dovuto assistere a come, per mia causa ma senza mia colpa, questa stanza venisse in certo modo sporcata dalla presenza dei sorveglianti e dell’ispettore. Non era facile rimanere calmi. Tuttavia ci sono riuscito, e ho chiesto all’ispettore del tutto tranquillamente &#8211; se fosse qui dovrebbe confermarlo &#8211; quale fosse la causa del mio arresto. E quale fu la risposta di questo ispettore, che ho ancora davanti agli occhi mentre se ne sta sulla sedia della suddetta signorina come immagine della più stupida presunzione? Signori, non mi ha risposto fondamentalmente nulla, forse non sapeva nulla per davvero, mi aveva arrestato e questo gli bastava. E ha fatto anche di più, nella stanza di quella signorina ha portato tre impiegati di basso rango della mia banca, che non si sono fatti scrupolo di toccare e mettere in disordine delle fotografie di proprietà della signorina. La presenza di questi impiegati aveva naturalmente anche un altro scopo, al pari della mia affittacamere e della sua donna di servizio dovevano diffondere la notizia del mio arresto, danneggiare la mia reputazione e soprattutto mettere a repentaglio la mia posizione in banca. Niente però di tutto questo è minimamente riuscito, anche la mia affittacamere, persona assai sempliciotta &#8211; voglio citarla qui a suo onore, si chiama signora Grubach &#8211; persino la signora Grubach è stata abbastanza intelligente da capire che un tale arresto non ha un significato molto maggiore della molestia che può capitare di subire per strada ad opera di ragazzi insufficientemente sorvegliati. Ripeto, tutto ciò mi ha procurato solo fastidi e una collera momentanea, ma non potevano forse esserci conseguenze peggiori?&#8221;</p>
<p>Quando K., a questo punto, si interruppe e volse lo sguardo al silenzioso giudice istruttore, credette di accorgersi che costui con lo sguardo faceva un cenno a qualcuno nella folla. K. sorrise e disse: &#8220;Proprio ora il signor giudice istruttore, davanti a me, fa a qualcuno di voi dei segnali segreti. Così fra di voi ci sono persone che vengono manovrate da quassù. Non so se questi segnali debbano dare il via a fischi o applausi, e del tutto coscientemente, per il fatto stesso di tradire la cosa anzitempo, rinuncio a sapere il significato dei segnali. Mi è del tutto indifferente, e autorizzo apertamente il signor giudice istruttore a dare ordini ai suoi dipendenti prezzolati laggiù non con segnali segreti, ma ad alta voce, dicendo ad esempio una volta: ora fischiate, e la volta dopo: ora applaudite.&#8221;</p>
<p>Il giudice istruttore, per imbarazzo o impazienza, si voltava da una parte e dall’altra della sedia. L’uomo dietro di lui, con cui già prima si era intrattenuto a parlare, si chinò di nuovo verso di lui per fargli coraggio in generale, o forse anche per dargli qualche particolare consiglio. Sotto, la folla chiacchierava a bassa voce ma con vivacità. Le due fazioni, che prima sembravano avere opinioni tanto opposte, si erano mescolate, singole persone mostravano con il dito K., altre il giudice istruttore. Il vapore simile a nebbia diffuso nella stanza era oltremodo opprimente, e impediva persino di distinguere con precisione chi stava più lontano. In particolare doveva essere fastidioso per chi stava in galleria, e costoro, sia pure rivolgendo timidi sguardi in direzione del giudice istruttore, erano costretti a fare domande a bassa voce a chi partecipava all’assemblea per sapere meglio cosa stava succedendo. Altrettanto a bassa voce veniva loro risposto, tenendo le mani davanti alla bocca come per difesa.</p>
<p>&#8220;Sono subito alla fine&#8221;, disse K., e in mancanza di una campanella colpì il tavolo con un pugno, e per lo spavento le teste del giudice istruttore e del suo consigliere si separarono istantaneamente: &#8220;Io sono al di fuori di tutta la questione e perciò la giudico con tranquillità, e nel caso che vi importi qualcosa di questo sedicente tribunale avrete un gran vantaggio dallo starmi a sentire. Vi prego di rimandare a dopo le vostre reciproche esternazioni su quel che dico, perché non ho tempo e presto me ne andrò.&#8221;</p>
<p>Subito si fece silenzio, tanto era il dominio di K. sull’assemblea. Non si gridava più dappertutto come all’inizio, neppure si applaudiva più, ma sembrava che tutti fossero ormai convinti o sulla strada per esserlo.</p>
<p>&#8220;Non c’è dubbio&#8221;, disse K. a voce molto bassa, perché provava piacere per l’attenzione tesa di tutta l’assemblea, in questo silenzio si levò un brusio che era ancor più incoraggiante dell’approvazione più esaltata, &#8220;non c’è dubbio che dietro tutte le manifestazioni di questo tribunale, e quindi nel mio caso dietro l’arresto e l’interrogatorio odierno, si nasconde una grande organizzazione. Una organizzazione che impiega non solo sorveglianti corrotti, ispettori imbecilli e giudici istruttori, che è nel migliore dei casi gente limitata; ma anche oltre a ciò, in ogni caso, una casta di giudici di grado alto e supremo, con l’inevitabile, innumerevole seguito di fattorini, scrivani, gendarmi e altre forze ausiliarie, forse persino carnefici, non mi tiro indietro davanti a questa parola. E dov’è, signori, il senso di tutta questa organizzazione? Consiste in questo, nell’arrestare persone innocenti e mettere in moto contro di loro un procedimento insensato e per lo più, come nel mio caso, privo di risultati. In questa insensatezza del tutto, come si potrebbe evitare la peggiore corruzione degli impiegati? E’ una cosa impossibile, non ne verrebbe a capo per se stesso neppure il giudice di grado più alto. E’ per questo che i sorveglianti cercano di rubare i vestiti di dosso agli arrestati, è per questo che gli ispettori piombano nelle abitazioni altrui, è per questo che persone innocenti, anziché essere interrogate, devono subire un’umiliazione di fronte a un’intera assemblea. I sorveglianti mi hanno raccontato di depositi dove si portano le proprietà degli arrestati, mi piacerebbe vedere una buona volta questi depositi dove le sudate proprietà degli arrestati marciscono, se pure non vengono rubate da disonesti impiegati dell’ufficio.&#8221;</p>
<p>K. fu interrotto da uno stridio in fondo alla sala, si riparò gli occhi per vedere, perché la torbida luce del giorno rendeva biancastro e accecante il vapore. Si trattava della lavandaia, che K. aveva riconosciuto subito come un importante fattore di disturbo quando era entrata. Ora non si poteva stabilire se fosse colpa sua oppure no. K. vide soltanto che un uomo l’aveva attirata in un angolo presso la porta, e lì si premeva contro di lei. Non era stata lei però a lanciare quel suono stridulo, ma l’uomo, che aveva la bocca contratta e guardava verso il soffitto. Intorno ai due si era formato un piccolo cerchio, quelli sulla galleria vicina sembravano entusiasti che la serietà indotta nell’assemblea da K. fosse in tal modo interrotta. Sotto la prima impressione, K. avrebbe voluto correre laggiù, inoltre pensava che sarebbe stato interesse di tutti ristabilire laggiù l’ordine e per lo meno espellere i due dall’aula, ma le prime file davanti a lui rimasero saldamente immobili, nessuno si spostò e nessuno lo lasciò passare. Al contrario gli fu impedito, uomini anziani tenevano il braccio davanti a sé e la mano di qualcuno &#8211; non ebbe il tempo di girarsi &#8211; lo afferrò da dietro per il colletto, K. non pensava più alla coppia, gli sembrò che la sua libertà venisse limitata e che ora l’arresto diventasse una cosa seria, così saltò giù dal podio senza tanti riguardi. Ora si trovava faccia a faccia davanti alla folla. Forse non aveva giudicato bene la gente? Aveva attribuito troppa efficacia al proprio discorso? Avevano forse simulato finché parlava e ora che era giunto alle conclusioni erano stufi di simulare? Che facce intorno a lui! Con piccoli occhi neri ammiccavano qua e là, le guance cascanti come negli ubriachi, le lunghe barbe rigide e spelacchiate nelle quali affondavano le mani come se volessero non accarezzarle, ma affilarsi gli artigli. Sotto le barbe però, e questa fu la vera scoperta, brillavano sul risvolto della giacca dei distintivi di grandezza e colore diversi. Tutti, per quel che poteva vedere, avevano tali distintivi. Tutti appartenevano allo stesso gruppo, le fazioni, di destra e di sinistra, erano apparenti, e quando K. improvvisamente si voltò vide gli stessi distintivi sul colletto del giudice istruttore, che, le mani in grembo, guardava giù tranquillo. &#8220;Allora è così!&#8221; esclamò K. spalancando le braccia, questa improvvisa scoperta esigeva spazio, &#8211; &#8220;a quel che vedo siete tutti impiegati, siete proprio voi la banda corrotta contro cui parlavo, vi siete ammassati qui come spettatori e ficcanasi, avete fatto finta di formare delle fazioni e per mettermi alla prova uno ha anche applaudito, volevate imparare come si seducono le persone innocenti! Ma non siete venuti qui per niente, almeno spero, perché delle due l’una, o vi siete divertiti a vedere qualcuno che si aspettava da voi la difesa dell’innocenza, oppure&#8230; lasciami o te le suono&#8221;, gridò K. a un vecchio tremante che gli si era troppo avvicinato &#8211; &#8220;oppure avete davvero imparato qualcosa. E con questo vi auguro buona fortuna nelle vostre faccende.&#8221; Prese alla svelta il suo cappello che si trovava sull’orlo del tavolo, e nel silenzio generale, certo il silenzio della più assoluta sorpresa, si affrettò all’uscita. Il giudice istruttore era però, a quanto pareva, ancor più veloce di K., perché lo aspettava vicino alla porta. &#8220;Un momento&#8221;, disse, K. si arrestò, senza però guardare il giudice istruttore ma la maniglia della porta, che aveva già preso in mano. &#8220;Volevo solo farle notare&#8221;, disse il giudice istruttore, &#8220;nel caso non se ne fosse ancora reso conto, che lei oggi si è privato del vantaggio che una udienza in ogni caso significa per un arrestato.&#8221; K. rise in direzione della porta. &#8220;Straccioni&#8221;, esclamò. &#8220;Tutte queste udienze io ve le regalo&#8221;, aprì la porta e si affrettò giù per la scala. Dietro di lui si alzò il rumore dell’assemblea tornata vivace, che evidentemente, come fanno gli studiosi, discuteva l’accaduto.</p>
<p>Tratto da &#8220;Il processo &#8221; di <a href="http://www.kafka.org/">Franz Kafka</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/11/il-k-tortora-quello-che-i-classici-dicono/">Il K. Tortora. Quello che i classici dicono</a></p>
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		<title>La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</title>
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		<pubDate>Thu, 15 May 2008 11:39:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" title="opereitaliane.jpg"></a></p>
<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>1</p>
<p>Cara Ornela,</p>
<p>ho letto <em>Il paese dove non si muore mai</em> (2004). Ho letto anche la tua seconda opera, <em>Buvez du cacao Van Houten!</em> (2005), che non è ancora stata pubblicata in Italia. Infine, <em>La mano che non mordi</em><em> </em>(2007).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/">La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" title="opereitaliane.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/opereitaliane.jpg" alt="opereitaliane.jpg" /></a></p>
<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>1</p>
<p>Cara Ornela,</p>
<p>ho letto <em>Il paese dove non si muore mai</em> (2004). Ho letto anche la tua seconda opera, <em>Buvez du cacao Van Houten!</em> (2005), che non è ancora stata pubblicata in Italia. Infine, <em>La mano che non mordi</em><em> </em>(2007).<br />
Nel primo romanzo, dedicato interamente al tuo paese d’origine, l’Albania, il paese in cui la parola «paura» è priva di significato – mentre la parola «umiltà» è perfino assente dal lessico –, dove la morte è «un processo estraneo» e dove il detto più diffuso è «Vivi che ti odio, e muori che ti piango», tu racconti l’educazione di Elona, di Ormira, di Ornela, di Ina, di Eva, molteplici eroine che ne formano una sola.<span id="more-5913"></span> Esplori il passaggio dall’infanzia all’adolescenza sotto una delle tante varianti del totalitarismo della seconda metà del XX secolo, quella rappresentata dal «timoniere» e camerata Enver Hoxha, che fondò nel 1941 il Partito comunista albanese e che governò la Repubblica popolare di Albania dal 1945 all’11 aprile del 1985, giorno della sua morte.<br />
La domanda che il lettore rincorre è la seguente: come ci si educa all’amore, al sesso, ai libri, all’amicizia, alla morte, cercando allo stesso tempo di sfuggire alla «rieducazione» fornita dalla «Madre-Partito»? E come si conserva la propria «squisita solitudine» in una società di delatori dove perfino i dialoghi notturni con una «stufa a legna» – amica segreta capace di riscaldare i sogni infantili – si rivelano un dono insperato dello Stato?</p>
<p><em>La lotta di classe è rimasta fuori, Ornela, la competizione che t’infligge la scuola anche, la mamma sta dormendo, non può vegliare sui tuoi pensieri attraverso gli occhi che cambiano animo. Lo Stato non è fatto così male se ci lascia dormire e gustare il torpore pacifico delle coperte, e poi questa conversazione. La notte è sempre la notte, purché il comunismo o il capitalismo non trovino il modo di abolirla.</em></p>
<p>Ovunque lo Stato. Un giorno il padre della protagonista dai molti nomi scompare nel nulla. Si dice che sia finito in carcere per motivi politici. Con quale accusa? Nessuno lo sa. Qualcuno afferma che la colpa è della moglie: la sua «bellezza folgorante» aveva reso insonne uno dei capi del Partito che voleva scoparla a tutti i costi.<br />
Il grande tema del tuo libro: la bellezza fisica è un’acerrima nemica del regime totalitario che non fa che spogliarla del suo fascino, elevando un inno di gloria moralizzatrice all’eguaglianza delle coscienze. Mistifica il suo potere di seduzione. E si vendica, trasformandola in un crimine. Chi è bello è contro la marcia della Storia verso una società comunista in grado finalmente di sbarazzarsi della lotta di classe e di ogni antagonismo estetico!<br />
La morale totalitaria è la vendetta della laidezza sulla bellezza.<br />
Tuttavia, tale vendetta non è inscritta soltanto nel codice genetico del regime. Essa è radicata in modo del tutto naturale, come afferma la protagonista nel primo capitolo del tuo romanzo, anche «nello spirito del popolo»: come una foglia su un ramo di un albero. Una delle questioni più importanti, anzi quasi vitale per il popolo albanese, è infatti quella della «puttaneria», la quale si fonda su una sola tesi: «una ragazza bella è troia, e una brutta – poverina! – non lo è». La bellezza fisica è una «tara» sia per lo Stato comunista che vorrebbe estirparla attraverso i dogmi politici sia per il popolo che, grazie alle sue radici «machiste» e al suo «istinto di proprietà molto sviluppato» – paradossalmente contrario alla marcia della Storia –, vorrebbe che la donna, quando il marito è in viaggio d’affari o in prigione, avesse l’accortezza di farsi ricucire «un po’ là sotto» in modo da dimostrargli che «la sua dolorosa assenza» le ha ristretto «lo spazio tra le cosce».<br />
Le storie delle molteplici eroine che ne formano una sola sono raccontate talvolta alla prima persona, talvolta alla terza. Sempre al passato. La prospettiva è quella dell’epilogo del romanzo, intitolato «Terra promessa».<br />
La madre e la figlia, dopo aver venduto tutto quello che possiedono per comprare due biglietti d’aereo, partono per Roma: la terra dell’esilio, con tutto il suo carico di illusioni e felicità, le attende. Una volta scesa all’aeroporto, Eva, la figlia, è delusa: le donne «dell’altra riva» non assomigliano per nulla «a Sophia Loren o a Gina Lollobrigida. Dov’era la famosa bellezza delle donne italiane?». Dov’era il fascino di quelle mogli della televisione che «pur circondate da tre figli avevano corpi sontuosi e che stendendo il bucato fatto con il detersivo Dash stendevano a terra anche i cuori degli uomini?». La madre, mentre la figlia è dal tabaccaio – «un altro mondo», afferma estasiata la narratrice – è abbordata da un giovanotto: «A quanto scopi?». La madre, che non comprende l’italiano, arrossisce di piacere pensando che egli voglia portarle i bagagli.<br />
Nella «terra promessa» il coraggioso popolo albanese per il quale la morte è «un processo estraneo», comincia a comprendere che si può morire. E che la «bellezza folgorante», invece di essere una «tara» o un crimine, può essere, in questa terra demonizzata dalla morale comunista, una prerogativa indispensabile per discendere i cerchi altrimenti impenetrabili del suo inferno.</p>
<p>2</p>
<p>Nei racconti che formano il tuo secondo libro,<em> Buvez du cacao Van Houten!</em>, il paesaggio non è quasi più quello albanese, ma quello francese, di Parigi, della tua nuova «terra promessa» (sebbene la lingua che fin dal principio hai eletto per scrivere la tua opera resti l’italiano).<br />
La «terra promessa», nella tua novella <em>Il prezzo del thé</em>, è ora il paradiso del «principio attivo delle alghe blu», capace di rendere ogni volto privo di asprezze, puro e tonificato eternamente bello, giovane e in grado di eliminare dalle occhiaie e dalle prime rughe della protagonista ogni macchia dovuta alla migrazione. Qui si vende anche un tè contro ogni sorta di problemi: «contro l’invecchiamento, contro il tempo&#8230; Tè contro il cancro, contro l’obesità, contro le giornate tristi, contro l’amore, contro la morte». Contro tutto, salvo lo «spaesamento». Qui, nella nuova «terra promessa», la bellezza non è più un problema per persone in carne ed ossa, per esseri mortali alle prese con lo spaesamento e la morte. Si tratta, al contrario, di un paese meraviglioso dove si è già realizzato, grazie al «principio attivo delle alghe blu», il grande ideale un tempo chiamato «comunismo»: il mondo senza classi è il mondo in cui tutti possono essere belli.<br />
Ciò mi riporta al tuo primo libro, <em>Il paese dove non si muore mai</em>.<br />
Nel capitolo intitolato «Macchie», la narratrice si ricorda di una banale influenza che all’età di sei o sette anni l’aveva obbligata a letto per alcuni giorni. Leggendo un manuale di anatomia scopre per la prima volta il corpo umano: «Dunque, noi eravamo fatti così, dentro eravamo il miscuglio di quelle robe strane e colorate, al di fuori della nostra volontà, o meglio della mia volontà». Che fare? A chi chiedere aiuto? A Dio? Alla mamma? Stretta al corpo della madre, la bambina esclama: «Ho paura, ho paura, mamma, paura che siamo solo carne e ossa».<br />
In un altro capitolo, «Tuorli d’uovo», Ormira è nel gabinetto sporco e puzzolente della sua scuola, quando vede scritto sul muro con una materia di «colore pastoso di marrone scuro» il suo nome: «Ormira è la più carina della classe IV C perché ha delle grandi tette». La cosa le provoca una certa soddisfazione. Il piacere di essere bella, tuttavia, provato per la prima volta dentro le mura sporche e puzzolenti di un gabinetto, si scontrerà ben presto con le «gambe storte» della sua insegnante, la camerata Dhoksi, emblema ambulante dell’educazione comunista per la quale la bellezza è concepita come assenza di onestà: «Dài, Dhoksi – dirà la protagonista ribelle – insegnami il Partito, perché se no divento puttana. Salvami Dhoksi, con le tue gambe storte e oneste. Tu sei già salva, perché nessuno vuole scoparti».<br />
Ormira, la ragazzina che diventerà una bella ragazza di nome Ornela o Eva, sa che la sua bellezza, per il semplice fatto di essere stata scoperta tra le mura di un gabinetto sporco e puzzolente, deve fare i conti con la mortalità: la bellezza che dimentica la merda, dimentica, in fondo, da dove viene. E con la Storia, che può prendere diversi volti, come quello, ad esempio, di un’insegnante comunista che squadra Ormira dalla testa ai piedi come se fosse una puttana in erba.<br />
Ecco un aspetto poco esplorato dalla prosa romanzesca: la bellezza si dà in modo tanto più intenso quanto più la Storia bussa alla sua porta. Che cosa voglio dire? Quando la Storia si ritira, come nella «terra promessa» dove «il principio attivo delle alghe blu» ha come ideale la scomparsa di ogni invecchiamento, di ogni corruzione della materia, insomma, di ogni dimensione temporale, anche la bellezza perde il suo fascino profondo, cioè il suo essere sorella siamese della mortalità, e gira a vuoto.</p>
<p>3</p>
<p>In un racconto del tuo secondo libro, intitolato <em>Sulla bellezza</em>, un «ragazzo-immagine», frivolo ma sensibile, si stupisce quando alcune ragazze della discoteca dove lavora, gli annunciano, ridendo, la morte di Lolly, una pornostar di ventisette anni. Lolly aveva scelto di essere cremata. Sebbene non abbia mai conosciuto Lolly in carne e ossa, il ragazzo immagina «il suo corpo, le sue anche generose», «i suoi seni siliconati che bruciavano, quel corpo così ardentemente desiderato che bruciava». È sconcertato dalle risate delle ragazze. La morte di Lolly non le ha turbate: «Lolly è morta – continuano a dire e a ridere. Ha, ha, ha è m-o-r-t-a!». Perché stupirsi delle loro risate? Queste ragazze non hanno mai conosciuto Ormira, la ragazzina di sei o sette anni che aveva paura di essere soltanto «carne e ossa». Né il suo stupore alla scoperta della propria bellezza.<br />
Il riso delle ragazze che annunciano la morte di Lolly non possiede neppure alcuna forza desacralizzante. Ecco un altro aspetto poco esplorato: quando la Storia si ritira, anche la comicità – che è sorella siamese della sensualità – gira a vuoto.</p>
<p>4</p>
<p>Nel tuo terzo libro, <em>La mano che non mordi</em>, la protagonista intraprende un viaggio da Parigi a Sarajevo.<br />
Fin dall’inizio è perfettamente consapevole di non essere una vera viaggiatrice. Se con il pensiero ha sempre voluto «viaggiare l’intero mondo e al di là», il suo corpo le complica la vita: «Mi sono detta poi che se sforzo un po’ la mia carne, forse lei può trovare piacere unendosi al pensiero che ama viaggiare». Quando raggiunge dei luoghi sconosciuti, i suoi sensi si acuiscono, mentre le novità le richiedono un’attenzione che poi paga: la protagonista è qualcuno che si dà senza alcuna protezione.<br />
Il caso vuole che il suo corpo – come quello di tutte le tue eroine – sia piacente, assillato da quella «tara» che nessuna insegnante dalle gambe storte è riuscita a estirpare. Alla stregua di Ormira, di Ornela, di Eva, anche la protagonista de La mano che non mordi, è cresciuta nell’Albania comunista degli anni settanta e ottanta e perciò conosce a menadito il peccato originale di essere bella, fisicamente bella.<br />
A Sarajevo si ritrova in un appartamento con alcune donne del posto, «donne forti», dalle carni straripanti. L’argomento della discussione è «la bellezza interiore». Una voce si infiamma: «L’uomo vuole una donna col cervello! La bella se la scopano due sere e poi tornano a casa!». Tutte, fiere della loro bruttezza, «tirano pietre» sulla bellezza fisica offrendo ai loro mariti su un piatto d’argento i loro cervelli d’Einstein. La protagonista pensa: nulla è cambiato: «Essere belli [...] essere fragili ed eleganti, avere un’aria cagionevole non era comunista. Le anime è meglio non turbarle. Si deve essere uguali ma in possesso del valore vero: la bellezza interiore». Nella Tirana degli anni settanta come nella Sarajevo degli inizi del XXI secolo l’interiorità viene elevata a mito per rendere uomini e donne, belli e brutti, tutti uguali, tutti fieri di sapere che la bellezza non sarà mai in grado di salvare il mondo.<br />
Ciò che è cambiato è lo sguardo della protagonista. Fotografa con «lo spirito» ciò che le sta intorno, ma la durata dell’esposizione alla luce del mondo balcanico le produce una violenta compassione, a tal punto che il suo bel corpo, arranca, si muove a fatica, come se si trovasse in un vicolo cieco, come fisicamente ferito da <em>un eccesso di mortalità</em>. Scopre di essere diventata straniera alla sua gente. Ha probabilmente contratto la malattia del suo amico Mirsad. Anche lei è «diventata verde», «verde di migrazione»: «Il verde della denutrizione, quello tipico di chi ha le radici in aria». La malattia della migrazione si insinua in chi ha abitato a lungo lontano dalla propria terra e vi fa ritorno. Da quel momento costui comincia a perdere «l’ovvio, l’ovvio di esistere». Comincia ad andare per il mondo «con il corpo messo a nudo», anzi, «senza pelle». «I miei organi – confida Mirsad alla protagonista – sono a vista d’occhio, fuori, come esposti a una mostra, tutti li possono toccare, curiosare, osservare, spostare, pizzicare».<br />
Una volta a Parigi, nella solitudine della sua casa, isolata da tutto, distesa sul pavimento, il bel corpo non esposto alla luce violenta della compassione, il suo viaggio finisce. La fine del viaggio è la presa di coscienza della protagonista che soltanto «lontano» da tutto ciò che le è «vicino», è possibile per lei pensare, ovvero viaggiare «l’intero mondo e al di là».</p>
<p><em>Post scriptum sulla bellezza degli animali</em></p>
<p>Quando la protagonista de <em>La mano che non mordi</em> giunge a Sarajevo si addolora nel vedere molti animali ridotti a pelle e ossa che si aggirano sanguinanti per le strade. Riflette: nei Balcani «gli umani non hanno tempo per gli animali. Li hanno persino cancellati dalla loro esistenza. A Tirana ai cani gettano le pietre, e ci sono delle leggi per sterminarli a colpi di rivoltella».<br />
Questo mi ha fatto pensare a <em>La vita degli animali</em> di J. M. Coetzee, e a Kafka, e a un commento di Elias Canetti su un suo racconto.<br />
Elizabeth Costello, l’anziana scrittrice protagonista delle due novelle che formano l’opera di Coetzee, tenta, nel corso delle sue conferenze all’Appleton College, di aprire una breccia nei cervelli e nei cuori dei suoi ascoltatori affinché costoro modifichino il loro inveterato atteggiamento nei confronti degli animali, il cui massacro condotto ai giorni nostri su scala industriale, giunge a paragonare per dimensioni ed efferatezza a quello perpetrato dal Terzo Reich nei confronti degli ebrei. Elizabeth Costello si appella a una delle più importanti facoltà umane: l’empatia. Ciascuno di noi, afferma la scrittrice, può grazie a questa facoltà condividere l’essere di un altro. Può, perciò, se solo si sforzasse di nutrire questo suo talento ricevuto in dote dalla natura, comprendere in che cosa consiste la vita di un animale. Soltanto se si giunge a percepire la sostanza dell’essere di un animale, si può sperare di sottrarre a noi stessi una parte del nostro potere su di lui e quindi godere con lui ciò che ci accomuna: la pienezza della vita.<br />
Ma in che cosa consiste il nostro potere sull’animale?<br />
In un racconto di Kafka, <em>Una vecchia pagina</em>, che fa parte della raccolta <em>Un medico condotto</em>, un calzolaio, che ha il suo laboratorio nella piazza dove si erge il palazzo dell’Imperatore, è impaurito dall’arrivo di un popolo nomade e barbaro. I costumi e le usanze di quelle genti gli sono incomprensibili. Non sembrano neppure possedere una lingua. Rubano e divorano tutto. Il calzolaio segue da vicino quello che il macellaio di fronte è obbligato a fare per salvarsi:</p>
<p><em>Ultimamente il macellaio pensò di potersi risparmiare almeno la fatica di macellare, e al mattino portò un bue vivo. Non deve assolutamente rifarlo. Per un’ora io rimasi disteso sul pavimento in un angolo del mio laboratorio, e mi ammucchiai addosso tutti i miei vestiti, le coperte e i guanciali pur di non sentire i muggiti di quel bue che i nomadi assalivano da ogni parte per strappargli coi denti brandelli di carne viva.</em></p>
<p>Nell’<em>Altro processo</em>, Canetti, commentando questo passaggio, si domanda: «Si può dire davvero che il narratore si sottrasse all’intollerabile?».<br />
Il calzolaio, durante il massacro del bue, si stende al suolo e cerca di sparire sotto una montagna di vestiti, di coperte e di guanciali. Desidera farsi piccolo – metamorfizzarsi in qualcosa di piccolo –, diminuire il suo peso corporeo per sottrarre potere a se stesso. Per questa ragione, afferma Canetti, nell’opera di Kafka l’uomo si trasforma spesso in piccoli animali inoffensivi che non riescono neppure a sollevarsi dal suolo. Kafka sa che cosa significa essere un piccolo animale perché conosce bene ciò che egli stesso ha definito una volta, in una lettera a Felice, «l’angoscia della posizione eretta», posizione che è a fondamento di ogni potere dell’uomo sugli altri animali.<br />
Di solito noi siamo fieri della nostra posizione eretta, ovvero non utilizziamo né la nostra empatia né la nostra capacità di metamorfosi.<br />
In questo modo cancelliamo colpevolmente dal nostro orizzonte la vita degli animali – gesto che tu, cara e angosciata Ornela, distesa sul pavimento, il bel corpo esposto alla luce violenta della compassione, fedele alla lettera e ai racconti di Kafka, hai il grande merito di non compiere mai. Cancelliamo il loro essere. Rifiutiamo di prendere il loro posto. Ma così facendo, una parte della bellezza del mondo ci resta preclusa.</p>
<p><em>Nota</em><br />
Con questo pezzo vorrei avviare una rubrica mensile dedicata a opere romanzesche, poetiche e saggistiche di lingua italiana: una finestra aperta sul presente, dove si potrà parlare allo stesso modo dei poeti più conosciuti del XX e del XXI secolo come del più sconosciuto degli autori, inedito perfino a se stesso. E&#8217; quasi inutile aggiungere, che la critica letteraria di uno scrittore è una forma di autobiografia, uno specchio della sua opera compiuta e da compiere. E ancora: di tutto ciò che si perde, che irrimediabilmente va perduto, il mio desiderio è quello di recuperare quelle opere capaci di strapparmi con violenza o con eleganza alle mie consuetudini, capaci di scuotere il corpo quando la mente sembra non poterne più.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/15/la-bellezza-andra-allinferno-lettera-a-ornela-vorpsi/">La bellezza andrà all&#8217;inferno? Lettera a Ornela Vorpsi</a></p>
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		<title>Oh, Frantisek!</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Mar 2007 11:22:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero sorrentino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Di <strong>Damiano Zerneri</strong></p>
<p></p>
<p>(pratica di campionamento e remix su brani/momenti tratti<br />
dai primi due capitoli di <em>Der Prozeß</em> di <strong>Franz Kafka</strong>)</p>
<p>Certo non ci si poteva credere. Come fai a pensare che c&#8217;è gente che va in giro bardata dentro certe tenute attillate che stanno nel mezzo tra la giubba da pesca e la guaina/guttaperca dell&#8217;incursore acquatico.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/03/20/oh-frantisek/">Oh, Frantisek!</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Damiano Zerneri</strong></p>
<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/03/kafkas.thumbnail.jpg' alt='kafkas.jpg' /></p>
<p>(pratica di campionamento e remix su brani/momenti tratti<br />
dai primi due capitoli di <em>Der Prozeß</em> di <strong>Franz Kafka</strong>)</p>
<p>Certo non ci si poteva credere. Come fai a pensare che c&#8217;è gente che va in giro bardata dentro certe tenute attillate che stanno nel mezzo tra la giubba da pesca e la guaina/guttaperca dell&#8217;incursore acquatico. Senza distintivo, questi due attillati mi mangiano la colazione. Li mando a fare in culo per niente affabile e loro neanche una piega. Mostratemi le credenziali, gli dico. Loro mi mettono davanti al naso un foglio imperial-regio con sopra l&#8217;ologramma dell&#8217;Inquirenza. Allora a malincuore mi tocca di rispondere, prego, accomodatevi. Sto con le brache del sonno, ma accomodatevi. Non glielo dovevo comunicare che mi chiamo Jozef K.?<br />
<span id="more-3532"></span></p>
<p>Lo sappiamo come ti chiami, rispondono: sei in serio sospetto di fraudolenza e pertanto ti poniamo sotto arresto; seguiranno ulteriori mandati di comparizione. A me? -che figura davanti alla padrona di casa&#8230; brutta vecchiaccia maledetta, che ovviamente viene su dal piano di sotto a vedere quel che succede-. Cosa avrei fatto, di grazia? Ma loro alzano le mani facendo no no con la testa -quello che mi depriva della colazione anche col cucchiaio piantato in bocca- non te lo possiamo dire: tu devi comparire. Ora stabilita, luogo pattuito, ti si farà sapere. Intanto vai di là a parlare con l&#8217;Ispettore. Incasso senza darmene per inteso. Ma cosa avrà pensato, nel sentire questo trapestìo, la gentile signorina B., la quale abita giusto nell&#8217;alloggio accanto?</p>
<p>L&#8217;uomo che almanaccava in codesto modo tra sé, da fuori lo davi sui trent&#8217;anni, mentre camminava frettoloso, con la schiena dritta e la camicia fuori i pantaloni, un pomeriggio nel Graben. Chiunque lo conoscesse bene poteva chiamarlo senza offesa uomo di poca inurbanità. Anzi era benigno, non micragnoso, retto, con solo qualche pratica un poco imbarazzante nella vita privata. Ma diciamolo, a chi non piace qualche volta assumere uno zuccherino magico? Eccone uno, eccone un altro; alzate pure la mano senza timidezze. Ad ogni modo quest&#8217;uomo sui trent&#8217;anni che camminava per strada almanaccando, s&#8217;era visto arrivare due personaggi, sorta di palombari ma agili e dinamitardi, per-casa-la-mattina, quando ancora stava dormendo. Gli avevano intimato la convocazione per un reato ma non si capiva quale. Sarà stato per la modica quantità? Ma no, impossibile, essendo egli, che si chiamava appunto Jozef K., sprovvisto al momento, dentro al suo domicilio, di qualsivoglia dispositivo e relativo specifico. E allora perché? Ricapitolava, camminava. Uno degli emissari, poi, gli aveva succiato la colazione. Se l&#8217;era preparata da solo, sotto forma di latte e bastoncelli di fibra cereale, nella petit chambre de bonne che aveva funzione di cucina economica.</p>
<p>****</p>
<p>All&#8217;interrogatorio Jozef K. aveva da andarci la domenica successiva, di mattina. Doveva, glielo avevano detto per telefono, presentarsi al luogo convenuto, che lo trovavi abbastanza lontano, in un sobborgo del cinto (erniario) più esterno alla città. Fortunatamente per lui, ignorava che in luoghi siffatti, sotto l&#8217;ungulato potenziale inquisitorio dei legulei, anche i ladri più ladri per salvarsi dalla punizione (non scrutabile di per sé con gli strumenti consueti) alla fine prendevano ad inneggiare in piena voce al Piccolo Caporale.</p>
<p>Quando, nell&#8217;ufficio, alla banca, ove riceveva clienti di riguardo per conto del ben noto Istituto di Credito, Jozef K. riagganciò il ricevitore, non s&#8217;accorse di avere alle spalle il vicedirettore.<br />
&#8216;Tutto bene?&#8217; gli chiese questo.<br />
Ma il fresco inquisito stava con lo stiffelius inzaccherato di realtà e non capiva bene quanto gli veniva detto. Con la testa da un&#8217;altra parte, non metteva bene insieme le parole, se non per cartigli che in un attimo diventavano fiamma e sparivano. Ciononostante percepì l&#8217;invito del vicedirettore a una gita in barca a vela per quella domenica entrante. Come detto, ahilui, dovette però declinare la gentile offerta, la quale sarebbe stata ottimo viatico per un ingresso ufficiale nelle alte sfere dell&#8217;Istituto quale giovane promessa e procuratore indomito.</p>
<p>****</p>
<p>Quando arrivò il giorno dell&#8217;interrogatorio, Jozef K. aveva già deciso di presentarsi per le nove antimeridiane, anche se a dire il vero non gli era stata comunicato un&#8217;ora precisa per la comparizione. Alle nove, si disse, nei giorni feriali le cancellerie cominciano ad agitare le membra, per cui mi par giusto se io mi presento agli inizi. Ma il risveglio di prima mattina già era stata una cosa di quelle che non fanno bene alla buona complessione. Dalla serata del sabato era rincasato molto tardi, per cui levandosi dal letto s&#8217;era sentito tutti gli ossi in pezzi da dover meditare amaro la storia di quel contadino che cavarono dalle coperte direttamente col forcone. Di quanto accaduto non aveva che ricordi tutti privi di un&#8217;orecchia in alto, così che gli riusciva difficile porre i fatti in una sequenza logica. Ma che folate la notte nelle acque reflue nel fiume! Presso le murate avevano allestito una pedana rialzata con a fianco torri di diffusori. E poi il banco del mixer e i giradischi e imberbi disc jockey con capelli d&#8217;idra raccolti in enormi calotte di lanugine colorata. La bandiera gialla, verde e rossa con vicino la faccia in policromo di Haile Selassie. Rivolgimento di forze nell&#8217;odore tattile di zucchero e benzina: il procuratore di banca e futuro dirigente Jozef K. s&#8217;era gettato nel gorgo d&#8217;onda con la moltitudine convenuta al fiume e dentro i liquidi marosi della musica giamaicana.</p>
<p>&#8216;E stavo di molto bene&#8217; come era uso dire l&#8217;amico Schmar. Le acque rodolfine della Vltava rilucevano nella nottata calda. Fu quando col passare delle ore, mentre l&#8217;onda della musica e dello star bene andavano ritraendo, che a causa di un diverbio qualsiasi si accese una discussione violenta presso il banco del venditore di poponi che aveva messo tenda sugli argini, appresso all&#8217;adunanza. Il venditore, all&#8217;aspetto un calmucco, o un asiatico ma dell&#8217;Asia minore, minacciò delle persone con il coltello con cui smezzava la frutta. Al propagarsi dell&#8217;animazione Jozef K. corse subito via, sebbene non ve ne fosse soverchio il bisogno. Percorse precipitosamente la circonvallazione di città vecchia, per alcuni tratti correndo, senza che nella mente l&#8217;abbandonasse il riff di un vecchio pezzo di Barrington Levy che avevano messo un paio di volte durante la serata. Con dispetto, una volta a casa, dovette confessarsi che non era riuscito a non farsi influenzare dal procedimento che ormai aveva preso le mosse contro di lui. Era corso lontano perché se per caso l&#8217;avessero identificato in corrispondenza della rissa, questo avrebbe potuto aggravare la sua posizione.<br />
&#8216;Quale posizione&#8230; santo dio, quale?&#8217; proruppe nel silenzio della stanza.</p>
<p>****</p>
<p>Andare intorno al cinto erniario della città più esterna significava inoltrarsi&#8230; sì inoltrarsi in una terminazione boschiva del territorio metropolitano nel quale direttamente e intorno a spiazzi di ghiaia fuoriuscivano casamenti di solida fabbrica, oltre che sana dignitate. Case costruite dalle cooperative del dopolavoro ferroviario, con l&#8217;anno di termine lavori martellato nell&#8217;architrave; case con chiare nella facciata le finestre col vetro a smeriglio che mettevano alle scale. Insomma abitazioni di gente della classe lavoratrice, ai cui muri posteriori stavano, come insidianti, forse non armonici, bandoni di conifere. Jozef K., che fin lì aveva camminato con speditezza senza prendere il tram ed era stato visto da un suo subalterno (per la sorpresa di scorgerlo fuori dalla carta nautica il brav&#8217;uomo si era sporto visibilmente fuori la terrazza di un caffè con mescita), respirò l&#8217;odor di resina e si convinse che la natura stava morsicando la città a partire dalle propaggini. Dietro i casamenti, in lingue d&#8217;erba fitte di festuche e rese strette dall&#8217;incombere dell&#8217;abetaia, si susseguivano file di biancheria stesa ad asciugare sui fili. Mettevano allegria a vedersi, per quanto nella mattina l&#8217;aria fosse ferma e il cielo grigio. La gente si parlava dalle finestre; uomini in maniche di camicia tenevano in sicurezza i bambini piccoli al davanzale. Non era certo il quartiere ove paventare il lancio alla vigliacca di un tomahawk da qualche finestra segreta.</p>
<p>Jozef K. arrivò alla casa di condominio dove si trovava l&#8217;ufficio delle udienze. Per quanto non s&#8217;aspettasse assembramenti o animazione di sorta fuori dalla cancellata o in strada, lo stesso fu sorpreso dal fatto che non vi fosse nessuno in giro. L&#8217;unica presenza fragrante era presso la guardiola, dove un tale che poteva essere il portinaio -anche se era vestito in grembiale e berretto come gli autisti delle vetture di piazza- leggeva il giornale da seduto sopra una cassa. Attraverso il cancello Jozef K. vide un&#8217;aiuola esagonale al centro di un ampio cortile, con belle piante sconosciute in un contornare di mattonelle verso le vie d&#8217;accesso ai vari corpi dell&#8217;edificio. Fece per chiedere un&#8217;informazione al tale seduto sulla cassa, ma quello lo prevenne non appena lo vide protendersi nel busto in procinto di domandare. Poggiò il giornale sulle gambe quel poco loquace custode, e fece segno a palme aperte di come non fosse in grado di erogare alcunché.</p>
<p>Nel cortile, Jozef K. decise allora di entrare nella prima scala alla sua destra. Dentro, come fuori, non c&#8217;era nessuno. I ballatoi erano ampi, con diverse porte; il corrimano saliva tortile per alcuni piani. Non c&#8217;era alternativa, avrebbe dovuto bussare ad un interno e chiedere. Pensò che sarebbe stato meglio far finta di essersi sperduto nell&#8217;atto di cercare un certo falegname Lanz, così che mentre la brava gente sarebbe stata intenta a rispondergli, lui avrebbe potuto gettare un&#8217;occhiata nelle stanze per vedere se si trattava della sede degli interrogatori e delle istanze. Bussò dunque ad una porta che davanti aveva uno zerbino a forma di gatto. Gli aprì una ragazza sulla falsariga della giovane balia. Era rossa in viso, accaldata, con in cima alla testa uno di quei cappellini di carta del reparto confezionamento alimentari.<br />
&#8216;E&#8217; qua il laboratorio del falegname Lanz?&#8217; domandò zeta allungando il collo come un uccello a guardar dentro.<br />
La giovane non rispose, spalancò solamente la porta a mostrare una grande sala attraversata da volute di vapore dove altre ragazze, anch&#8217;esse con la bustina in capo, stiravano di fino coi ferri triangolari oppure appianavano alla grezza grossi teli sotto presse a fumo. C&#8217;era una stiratrice-bambina seduta su uno sgabello che dava il ritmo alle compagne cantando come il tamburo sulla galea:</p>
<p>&#8216;La bella lavanderina, che lava i fazzoletti<br />
per i poveretti della città.<br />
Fai un salto, fanne un altro<br />
fai la giravolta, falla un&#8217;altra volta&#8230;&#8217;</p>
<p>La fine del canto venne portato via dal clangore dei secchi mentre qualcuno versava la potassa nel lavaggio. Jozef K. rimase abbacinato dalla stireria come il giovane santo Francesco dalla gargotta di tintura dove lavoravano immersi nel colore gli schiavi di suo padre.<br />
&#8216;Mi perdoni, credo di essermi sbagl&#8230;&#8217; disse.<br />
La ragazza sempre senza dire nulla lo prese per il braccio e lo portò verso le scale.<br />
Indicò in alto e disse: &#8216;al terzo piano non è come qui, c&#8217;è un corridoio. Camminalo tutto e in fondo trovi un tavolo con dietro seduto un uomo. E&#8217; vicino all&#8217;ultima porta&#8217;.<br />
Poi lasciò il braccio e si avviò a tornare nello stanzone della stireria.<br />
&#8216;Grazie!&#8217; le gridò dietro Jozef K.</p>
<p>L&#8217;uomo effettivamente era là, in fondo al corridoio del terzo piano. In quell&#8217;andito il visitatore avrebbe potuto pensare che l&#8217;intero caseggiato avesse la forma di una stella. L&#8217;aria imbuiava nella terminazione e per avere visibilità bisognava tenere accese le lucerne condominiali infisse al muro. L&#8217;uomo non faceva nulla, né si svagava. In assenza di convocati all&#8217;indagine stava composto con i gomiti sul tavolo, dove era posato un registro simile a quelli di scuola. Inevitabilmente aveva ampi favoriti e la scriminatura gugliemina. L&#8217;uniforme era simile a quella del padre del povero Gregor Samsa, che faceva l&#8217;usciere in azzurro e alamari alla banca dove lavorava Jozef K. Quella postura e quell&#8217;assetto di guardiano rincuoravano, lasciavano immaginare un approdo infine all&#8217;ordine, dentro la convoluta vicenda di mandati di (s)comparizione, autorizzazioni a procedere e, soprattutto, introiezioni di colpe forse primigenie. L&#8217;uomo in uniforme guardava inoltre con uno sguardo lacustre di fiducia che avrebbe rassicurato per la non-punibilità anche un massacratore di impuberi. Ma era uno di quegli sguardi che cambia d&#8217;improvviso come le nubi in cielo. Jozef K. tuttavia si avvicinò con un sorriso.</p>
<p>&#8216;Permetta. E&#8217; qua dove il Giudice Istruttore pratica gli interrogatori?&#8217; chiese.<br />
L&#8217;addetto lo guardò dritto in viso. &#8216;Che strana maniera di parlare che ha lei&#8217; rispose piano.<br />
Jozef K. rimase confuso. &#8216;Be&#8217; sa, io sarei stato convocato. O almeno m&#8217;hanno detto di venire qui stamattina&#8230;&#8217;.<br />
&#8216;Mi favorirebbe gentilmente i suoi documenti?&#8217;.<br />
&#8216;Oh sì sì. Ecco&#8230;&#8217;.<br />
Jozef K. si mise a frugare concitato nelle tasche ma la prima cosa che gli venne per le mani fu la tessera di ciclista. La scartò subito, giacché gli parve una maniera ben misera di qualificarsi davanti ad uno degli estuari dell&#8217;Istituzione. Finalmente trovò l&#8217;atto di nascita. L&#8217;uomo gallonato lo prese e, infilati gli occhiali, si diede a leggere con attenzione.<br />
&#8216;Non la conosciamo&#8217; si limitò a dire posato il foglio, terminata la lettura.<br />
&#8216;Prego?&#8217; chise Jozef K. ancor più confuso.<br />
&#8216;Dico che il suo nome non è qui nel registro&#8217; vi batté sopra una mano &#8216;dico anche che l&#8217;Istituzione non la conosce. Certo, non posso anche dire se lei è colpevole o no, dal momento che sto al gradino più basso della pianta organica e mi occupo soltanto d&#8217;introdurre gli interrogati presso il consesso&#8217;. Qui l&#8217;uomo indicò la porta chiusa.<br />
&#8216;Quindi io&#8230;&#8217;.<br />
&#8216;Vada con Dio, se vuol sentire la mia&#8217;.<br />
&#8216;Dunque non sono colpevole?&#8217;.<br />
&#8216;Le ripeto: non certo come l&#8217;acqua che scorre nell&#8217;acquaio, ma di sicuro come uno che non è nel libro mastro dell&#8217;Istituzione&#8217;.<br />
Allora c&#8217;era stato un increscioso ed anche incredibile disguido!<br />
&#8216;Proprio così, un disguido increscioso&#8217; confermò l&#8217;uomo dell&#8217;Istituzione irradiando bonario.<br />
A quelle parole Jozef K. provò, come sempre accade, chissà come mai, un misto di sollievo e delusione.</p>
<p>Stava lì in piedi come alla veglia d&#8217;armi, quando all&#8217;improvviso alla sua sinistra si spalancò una porta dissimulata nel muro e ne sbucò un uomo. Addetto e non-colpevole si volsero nello stesso momento. Jozef K. prima di vedere bene l&#8217;uomo, incongruamente guardò da dove era uscito, e vide un rientro di parete profondo circa un metro nel quale si tenevano gli spazzoloni e le scope e gli strofinacci e la cera d&#8217;api per lustrare i pavimenti del piano.<br />
L&#8217;uomo, alto, crapa pelata, giacca di fustagno, inveì subito ad alta voce. &#8216;Non può, non deve, anzi, non è mai finita così. Ma dove siamo eh, dove siamo? Chi vi ha dato l&#8217;autorità per fare una cosa del genere?&#8217;.<br />
Poi si volse verso Jozef K. col dito puntato. &#8216;Parlo anche con te. Anche te hai la colpa&#8217; disse.<br />
&#8216;Io?&#8217; rispose questi sempre più frastornato.<br />
&#8216;No qua voi non vi rendete conto. Qua siete tutti colpevoli; qua la storia non può finire a &#8216;sto modo. Quest&#8217;uomo deve entrare là dentro e andare al cospetto del giudice. C&#8217;è ancora un mucchio di strada di carta da fare. Voi qua state spaccando la letteratura!&#8217; e nel dir questo l&#8217;uomo alto con la crapa pelata picchiò una gran botta sul tavolo, costringendo l&#8217;addetto a stringere a sé i bordi del registro.<br />
La porta chiusa della sala degli interrogatori pareva ora una soglia negromantica.<br />
Con Jozef K. pietrificato, fu l&#8217;usciere gallonato a parlare.<br />
&#8216;Ora basta&#8217; disse con la risolutezza di chi è abituato a mettere a tacere scandali &#8216;se non finisce all&#8217;istante questa ignobile gazzarra&#8230; se non ve ne andate subito tutti e due mi vedrò costretto a chiamare i bastonatori&#8217;.<br />
D&#8217;improvviso gli comparve una campanella tra le mani. La sollevò come mostrando che nell&#8217;occorrenza l&#8217;avrebbe agitata a richiamo. L&#8217;uomo con la crapa pelata produsse allora di rimbalzo un gestaccio per mandarli tutti quanti a quel paese e s&#8217;incamminò a lunghe falcate per il corridoio.<br />
Dopo l&#8217;ennesimo istante di smarrimento Jozef K. gli corse dietro. Presolo per una manica, lo fece voltare.<br />
&#8216;Scusi ma lei chi è per venirsene fuori a questo modo?&#8217; domandò.<br />
&#8216;Io sono zeta&#8217; rispose l&#8217;altro di malagrazia scuotendo il braccio per liberarsi e subito ripartire per la sua strada.</p>
<p>Scesero le scale l&#8217;uno dietro l&#8217;altro, con il crapa pelata che procedendo spedito distanziava l&#8217;inseguitore. Giunto al primo piano lo si vide ridarsi al ballatoio, aprire una porta, entrare in una stanza e lesto chiudersi dentro. Jozef K. rimase per un momento incerto se provare ad entrare o meno. Poi si decise e spalancò. Davanti a lui, rinserrato allo stretto in un altro ripostiglio di servizio, tra altri spazzoloni e strofinacci, c&#8217;era un rintanato zeta, che subito dardeggiò di ferocia dallo sguardo.<br />
&#8216;Vattene coglione, lasciami in pace! Non hai ancora capito cos&#8217;hai fatto?&#8217; gridò afferrando la maniglia e richiudendo la porta su di sé con un gran colpo allo stipite.</p>
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