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	<title>Nazione Indiana &#187; fumetto</title>
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		<title>Grano blu, un fumetto di Anke Feuchtenberger. Segno, senso e significato.</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2011 09:50:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/grano_blu_cover_low.jpg"></a>di <strong>Mariagiorgia Ulbar</strong></p>
<p>Non so quale sia il nume che controlla le deformazioni della mente che ci rendono un tipo di lettore oppure un altro, quale sia il nume che regola il nostro personale Parnaso di ricezione di un’opera. Ma se non volessimo andare a scomodare gli dei arrischiandoci in domande –possibili peccati di Hybris, possiamo metterci a scavare nel territorio terroso della teoria della ricezione, interrogare e trovare reperti che ci rispondano: un’esperienza personale, un fatto di storia, un rito, il mito, l’appartenenza  ad una tradizione letteraria, l’individuale capacità di sogno o visione, altrimenti detto: la pesca paradigmatica nel pozzo del sé e la spontanea reazione del nostro cervello che crea immagini rispondendo ad uno stimolo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/16/grano-blu-un-fumetto-di-anke-feuchtemberger-segno-senso-e-significato/">Grano blu, un fumetto di Anke Feuchtenberger. Segno, senso e significato.</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/grano_blu_cover_low.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/grano_blu_cover_low-215x300.jpg" alt="" title="grano_blu_cover_low" width="215" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-38778" /></a>di <strong>Mariagiorgia Ulbar</strong></p>
<p>Non so quale sia il nume che controlla le deformazioni della mente che ci rendono un tipo di lettore oppure un altro, quale sia il nume che regola il nostro personale Parnaso di ricezione di un’opera. Ma se non volessimo andare a scomodare gli dei arrischiandoci in domande –possibili peccati di Hybris, possiamo metterci a scavare nel territorio terroso della teoria della ricezione, interrogare e trovare reperti che ci rispondano: un’esperienza personale, un fatto di storia, un rito, il mito, l’appartenenza  ad una tradizione letteraria, l’individuale capacità di sogno o visione, altrimenti detto: la pesca paradigmatica nel pozzo del sé e la spontanea reazione del nostro cervello che crea immagini rispondendo ad uno stimolo.<span id="more-38777"></span><br />
Innegabile è la centralità del linguaggio come espressione: di noi stessi, del contorno, della memoria, della previsione. Il linguaggio evoca, a seconda di come noi lo riceviamo. Composti di linguaggio stiamo, su questa terra, evidenti e arcani allo stesso tempo. Cosa sia il linguaggio possiamo chiederlo in giro:  ai critici o accademici, alla gente, agli artisti. L’ordine di citazione è voluto. I primi lo guardano dall’alto e lo analizzano, hanno lo sguardo dell’aquila; la gente lo vive, lo utilizza e questo è il rumore del mondo, l’esistenza. Gli ultimi lo muovono, lo introiettano, ne sono “presi”. Questi ultimi sono i vermi, i lombrichi, gli esseri più piccoli, la vita biologica nel punto più vicino alla cellula, al nucleo delle cose, del linguaggio, in questo caso.<br />
 Sono le lumache, magari, minuscole, come quelle che compaiono nel bellissimo fumetto <a href="http://canicolaedizioni.wordpress.com/libri/grano-blu/"><strong><em>Grano blu </em></strong>di <strong>Anke Feuchtenberger </strong>(Edizioni Canicola, Bologna, 2011)</a>. Ed è appunto di questo che io voglio parlare. Una storia, o meglio tre storie intrecciate, che si svolgono in uno spazio ridottissimo: un giardino, un ricordo, forse una visione. I luoghi del fumetto della Feuchtenberger si percorrono in pochi passi ma non si arriva mai a controllarli e misurarli del tutto. Qualcosa sfugge sempre. C’è vita ovunque, brulicante, pericolosa o in pericolo. C’è una lotta fisica e di intenzioni, allucinata. Il mondo di Effe Erre, un uomo non giovane né vecchio, con un passato da alcolista, ruota intorno a poche cose: una vita da asceta a regolare un passato duro. Il desiderio di calma. Milioni di piccole lumache che distruggono il giardino giorno dopo giorno, a rovinare tutto. I piani di narrazione sono ora paralleli, ora si intersecano. Insieme ad Effe Erre la Feuchtenberger ci mette sotto gli occhi ragazzine quasi evanescenti, allieve di uno strano monastero e animali che si chiamano gasteropodi, ossia le lumachine senza guscio che a volte troviamo nell’insalata, legati tra loro dal “grano blu” di cui deliberatamente decido di non dire nulla di più. Lo scenario che ci si apre davanti guardando i disegni è sempre in bilico tra il bello e il mostruoso, il naturale e lo straordinario, l’armonioso  e il distorto. E’ proprio il linguaggio di questa bravissima artista tedesca che trasporta il lettore in un territorio multiplo, primordiale ed estremo tanto quanto semplice ed immediato come immediata è la vita organica che allo stesso tempo è misteriosa. Il linguaggio della fumettista Feuchtenberger si compone di disegni (tutti in bianco e nero) e parole ed è nel rapporto tra questi che sta la bellezza dell’opera. Ben lontana dal proporre un procedimento didascalico e descrittivo, narrazioni pedisseque di quel che ci viene proposto nelle immagini, lontana da scelte che releghino il testo nel ruolo di accompagnatore delle immagini o le immagini nel compito di abbellire un testo, finendo per togliere potenza ad entrambi, la Feuchtenberger costruisce una sottile rete di convergenze e divergenze tra i segni, tra parola e disegno, aprendo le porte alla metafora e all’allegoria, trasportandoci nel luogo della ricezione letteraria inteso come il luogo dell’incontro tra il mondo dell’opera in sé e quello del lettore, facendo in modo che tutto si carichi di un senso aumentato e, cosa più importante, cangiante in base al tempo e al soggetto che legge. <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/granoblu_pag.17__low.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/granoblu_pag.17__low-214x300.jpg" alt="" title="granoblu_pag.17__low" width="214" height="300" class="alignright size-medium wp-image-38779" /></a><br />
Ogni parola produce immagini e su tale parallelismo si fonda la comunicazione. Gli studi di logica del filosofo e matematico tedesco Gottlob Frege ci consegnano la spiegazione nel disegno di un semplice triangolo: su un angolo abbiamo il <em>segno</em>, su un altro il <em>senso</em>, su un altro il <em>significato</em>. Nella coesistenza di queste tre cose sta il linguaggio. Il fumetto di Anke Feuchtenberger è, in questo senso, un perfetto e alto esemplare di linguaggio, che comunica a livelli plurimi, che coraggiosamente raccoglie una storia da terra -nel vero senso della parola- e la rende dicibile, comunicativa, evocativa, sfruttando il passaggio attraverso i canali più ancestrali e meno corrotti o corruttibili dell’immaginazione, proponendo una storia del minuscolo, una storia originale e poetica, che si fissa nella retina (grazie anche al grande formato del libro) a lungo, concedendo al lettore il tempo di persistenza che serve alla riflessione attraverso la quale si chiude il triangolo che, partito dal disegno e passato attraverso l’immagine, approda alla significazione, condivisibile o anche semplicemente personale.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/04/16/grano-blu-un-fumetto-di-anke-feuchtemberger-segno-senso-e-significato/">Grano blu, un fumetto di Anke Feuchtenberger. Segno, senso e significato.</a></p>
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		<title>I giornaletti</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Mar 2011 07:30:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/batman.jpg"></a><br />
<em>un vacuo ragionamento attorno alla visione delle fotografie di <a href="http://benjamin.bechet.book.picturetank.com/___/series/bc257b8a57a5055c8664511743bfb9be/a/BEB_Héros.html">Benjamin Béchet</a></em> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Ognuno ha l’immaginario che si merita. O forse, più semplicemente, quello che si è trovato fra i piedi. Fossi cresciuto in un’altra epoca, chissà, avrei eroi differenti, mitologie più auliche, referenti più alti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/16/i-giornaletti/">I giornaletti</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/batman.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/batman.jpg" alt="" title="batman" width="470" height="313" class="alignnone size-full wp-image-38400" /></a><br />
<em>un vacuo ragionamento attorno alla visione delle fotografie di <a href="http://benjamin.bechet.book.picturetank.com/___/series/bc257b8a57a5055c8664511743bfb9be/a/BEB_Héros.html">Benjamin Béchet</a></em> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Ognuno ha l’immaginario che si merita. O forse, più semplicemente, quello che si è trovato fra i piedi. Fossi cresciuto in un’altra epoca, chissà, avrei eroi differenti, mitologie più auliche, referenti più alti. Io sotto i banchi di scuola, alle elementari, non nascondevo dallo sguardo accigliato della mia maestra libelli rivoluzionari o romanzi magniloquenti ma i fumetti sgualciti dei supereroi americani. I giornaletti, li chiamava la maestra, spregiativa. Il mio mondo fantastico ha preso il volo lì, di nascosto dalle autorità scolastiche. In casa poi dato che non c’erano libri, figlio del sottoproletariato urbano, già il fatto che leggessi avidamente quei fumetti mi faceva sembrare strano, persino un po’ eccentrico, agli occhi di molti.<span id="more-38397"></span><br />
Perché non esce, si chiedevano, perché non va a giocare a pallone? Certo, ci andavo anche, ma vuoi mettere leggere vorace la nuova avventura di Capitan America? A pensarci oggi dovrei vergognarmi, lui così repubblicano, reazionario, ma io che ne potevo sapere dell’imperialismo capitalista a sette anni? Che cosa meravigliosa era scambiare con i compagnetti gli albi della gloriosa Editoriale Corno: “ti do il numero 10 dell’Uomo Ragno se tu mi dai il numero 5 di Devil!”<br />
Continuare gli studi, laurearsi, diventare adulti è servito a poco. Appena mi capita un fumetto fra le mani lo sbrano. So tutto della mitologia norrena non certo grazie ai miei studi di storia medievale, ma per la lettura accanita di Thor, il dio del tuono! Che personaggio impossibile, a ripensarci: con quei capelli biondi, lunghi fino alle spalle, e quell&#8217;elmo da vichingo! Una vera icona gay. Ora che ci penso sono sempre stati una cosa per maschi i fumetti. Poche ragazze, insomma, con cui parlare di Superman. Ma nel tempo un certo puritanesimo guerresco veniva frantumandosi con l’irrompere dei primi mutamenti del corpo: i peli sotto le ascelle, la voce più cavernosa, le pulsioni erotiche&#8230; Le domande fondamentali della vita cambiavano da “Secondo te è più forte Hulk o la Cosa?” a, più maliziose: “Ma Mister Fantastic quando fa sesso con la donna invisibile, allunga anche i suoi attributi genitali?”</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/uomoragno.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/uomoragno.jpg" alt="" title="uomoragno" width="470" height="313" class="alignnone size-full wp-image-38401" /></a></p>
<p>Grande palestra dell’immaginario, il fumetto. (adoro la parola “fumetto” ce l’abbiamo solo noi italiani, la trovo addirittura poetica). Ingenuo e popolare. Le gesta di Batman o degli X-men, per me, si svolgevano in luoghi misteriosi e lontani, proprio come erano Tebe o Sparta per gli ateniesi che purificavano il loro animo guardando le tragedie nei teatri antichi. Certo c’è sempre stato un fumetto d’autore, ma non se la tirava! Autori come Alberto Breccia o Hugo Pratt sapevano che la forza del mezzo stava nella sua capillarità a basso costo, così da essere letti da chiunque. Le edicole erano i templi del mio culto privato, dove sacrificare i risparmi nel nome della fantasia al potere. Da adulto ho visto mutare il mercato, contrarsi, subire l’ultima fiammata con l’avvento dei manga giapponesi, e poi sfinire. Non dico morire, ma invecchiare. Nelle fumetterie è più facile incontrare quarantenni, insomma, che ragazzini. Loro, ed hanno ragione, giocano alla play station o alla wii; il loro immaginario si sta formando lì: più dinamico, interattivo, veloce.<br />
Invecchiare, però, significa anche crescere in qualità, intendiamoci. Dagli anni Novanta del secolo scorso autori straordinari hanno scritto vere epopee contemporanee, di grande complessità narrativa: Neil Gaiman, Alan Moore, Frank Miller… Molta della narrativa o della fiction contemporanea, anch’essa “diventata adulta” &#8211; e parlo, per dire, di Lost – devono a questi autori più di quello che è mai stato dichiarato. In Italia la critica letteraria snobba la letteratura disegnata, per quella intrinseca alterigia della categoria, ma mi capita spesso di parlare con tono carbonaro a poeti o narratori e scoprirli come me appassionati del genere. </p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/biancaneve.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/biancaneve.jpg" alt="" title="biancaneve" width="470" height="313" class="alignnone size-full wp-image-38402" /></a></p>
<p>Guardando queste fotografie m’è tornato alla mente una miniserie, <em>Top10</em>, di Alan Moore. In una ipotetica città americana tutti, ma proprio tutti, buoni, cattivi, vecchi, bambini, persino i cani, possiedono costumi e superpoteri. Uno più strampalato dell’altro. Se un superpotere, che spesso appare come una difformità fisica, ti esclude dalla normalità, cos’è una società fatta di gente tutta difforme, differente, aliena? È una società tollerante, alla fine: c’è chi si innamora e chi impazzisce, ci sono i malvagi e i difensori della legge, c’è chi lavora e chi ozia, com’è dappertutto, insomma. Una metafora pop e poetica della società multietnica, una lezione sulla diversità, che oggi in Italia andrebbe letta a scuola (quella dove mi proibivano di leggere i fumetti).<br />
Perché quelle figure che ho imparato a conoscere da bambino sono ormai condivise da tutti noi; tracimano dalle pagine dei fumetti della nostra infanzia e diventano icone del contemporaneo. Entrano nei film, nelle fotografie, nel costume. Vengono manipolate alla bisogna, portandosi dietro la purezza della loro ingenuità primigenia, come certe immagini sacre di cappelle votive di campagna. Oggi posso incrociare questi personaggi mitici non solo nella leggendaria New York ma anche a Roma, in un paesaggio, cioè, a me familiare. È come se gli eroi antichi fossero arrivati da Tebe, da Sparta direttamente nei teatri ateniesi, umanizzandosi. Queste foto ci chiedono: quanto eroismo c’è in ognuno di noi? Quanto coraggio ci vuole a fare il muratore in nero nei cantieri italiani? Quanta forza occorre a lavorare di notte in un benzinaio di periferia? O a fare l’ambulante o il lavavetri agli incroci stradali? Bisogna essere dei supereroi, oggi, per essere normali? Bisogna continuare a guardare l’altro, il clandestino, come un nemico, come un pupazzo senza identità, oppure finalmente, iniziare ad aiutarlo a togliersi la maschera che noi stessi gli abbiamo cucito addosso? Questo ci chiedono: disvelare i nostri pregiudizi, per poter finalmente guardare l’altro negli occhi e scoprirlo fratello. Condividere con lui lo stesso immaginario.<br />
<a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/winny.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/winny.jpg" alt="" title="winny" width="470" height="313" class="alignnone size-full wp-image-38403" /></a><br />
[<em>pubblicato su</em> Io Donna<em>, 4 dicembre 2010</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/03/16/i-giornaletti/">I giornaletti</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Gulp!</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Sep 2008 10:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Blog e nuvole]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Vannini Parenti]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/blognuvole_metafusion.jpg"></a></p>
<p>Una conversazione con Lucia Saetta curatrice insieme a Cristina Vannini Parenti di :<br />
 </p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/bannersplinder_300x250.gif"></a></p>
<p><strong><a href="http://blognuvole.splinder.com/post/17975862">Blog e Nuvole</a>: l&#8217;idea è semplice: i blogger producono i loro testi, i fumettisti li illustrano. I cinque migliori &#8220;incontri&#8221; tra parole e immagini  vinceranno un premio e verranno pubblicati in un catalogo dell&#8217;editore Comma 22 a tiratura nazionale.</strong>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/14/gulp/">Gulp!</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/blognuvole_metafusion.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/blognuvole_metafusion.jpg" alt="" title="blognuvole_metafusion" width="450" height="672" class="alignnone size-full wp-image-8422" /></a></p>
<p>Una conversazione con Lucia Saetta curatrice insieme a Cristina Vannini Parenti di :<br />
<span id="more-8420"></span> </p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/bannersplinder_300x250.gif"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/bannersplinder_300x250.gif" alt="" title="bannersplinder_300x250" width="300" height="250" class="alignnone size-medium wp-image-8421" /></a></p>
<p><strong><a href="http://blognuvole.splinder.com/post/17975862">Blog e Nuvole</a>: l&#8217;idea è semplice: i blogger producono i loro testi, i fumettisti li illustrano. I cinque migliori &#8220;incontri&#8221; tra parole e immagini  vinceranno un premio e verranno pubblicati in un catalogo dell&#8217;editore Comma 22 a tiratura nazionale. Il progetto della Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte e della Triennale di Milano partirà il 15 settembre, quando verrà attivato il blog http://blognuvole.splinder.com.</strong></p>
<p>effeffe: Perché non c&#8217;è un cazzo da fare, non è vero punto che il passaggio dal blog alla carta stampata sia indolore. E non è che nel senso inverso le cose vadano tanto meglio. Eccellenti testi pubblicati in rete quando atterrano sulla carta stampata fanno la stessa figura di quei filmini girati a memorabili feste e che uno se li guarda e dice: che desolazione! E pensare che mi ero pure divertito!! E quante volte è capitato di pubblicare testi estratti da libri e vederli sbiancare allo schermo come una bandiera di resa incondizionata, a commentatori bastardi dentro e fuori con l&#8217;aggravante di essere dalla parte della ragione. L&#8217;unico legame che esiste è allora quello della notorietà del blogger, di avere il suo lettorato, un bacino di utenza, cose che come si sa agli editori non dispiacciono. Ma allora dalla rete non si passa da nessuna parte? Sembra proprio di no. Che fare di quei testi da duemila battute, che ci avevano lasciato a lettura ultimata, il sapore di un piacere antichissimo, la gioia di una scoperta, un profumo che ti porti appresso per una giornata intera se in più sei stato tu a scovarlo, a &#8220;catturare&#8221; l&#8217;autore?</p>
<p>Lucia:<em>Da qui si è partiti: dall’osservazione che moltissime narrazioni brevi ed intense si auto-divoravano nel meccanismo di pubblicazione del blog, perdendosi. E spesso sbiancano, trasferite su carta, perdendo forza. D’altra parte testi estratti da libri, appaiono come impenetrabili monoliti una volta al centro del nostro monitor.<br />
L’idea di congiungere forme di narrazione diverse, ma entrambe con un rapporto problematico con la tradizionale letteratura, come il blog e il fumetto, è sembrata una chiave per sperimentare una forma ibrida che forse può invece funzionare sia sulla carta, sia in rete. Infatti, i racconti illustrati saranno pubblicati in un libro a stampa, oltre che esposti e collocati nel sito. </em></p>
<p>Una chiave di volta deve pure esistere che non sia quella fallimentare del &#8220;<strong>best off</strong>&#8220;, antologie di carta rimaste invendute nei depositi degli editori. Ma soprattutto un modo deve esserci di inventare una forma che a quelle visioni offra una chance in più o quanto meno qualcosa di differente dalla rete.<br />
A Padova ci state ragionando, anzi  mancano solo 24 ore all&#8217;assalto.</p>
<p><em>A Padova come a Milano e in altre città, ovunque  viene accolto e condiviso  lo spirito collettivo di questa iniziativa, incoraggiata  dalla <a href="http://www.triennale.it">Triennale di Milano</a> e sostenuta dalla <a href="http://www.fondazionecologni.it/FCMA/index.php?id=1">Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte.</a> Quest’ultima partecipazione mi sembra incontri una delle ispirazioni importanti dell’idea: il carattere artigianale, pur con mezzi tecnologicamente avanzati. E collocarsi, proprio perché fuori dal mercato, in un ambito che è quello della qualità pensata “manualmente”.<br />
Si stanno avvicinando, sostenendo l’iniziativa, blogger, anche di prima generazione, fumettisti e illustratori affermati. In questi mesi sei artisti hanno lavorato con entusiasmo su testi scelti come esempio, e che sono già in rete, grazie alla disponibilità e all’interesse per Blog&#038;Nuvole di alcuni amici blogger. Nelle prossime settimane lo spazio web Blog&#038;Nuvole  proporrà  le loro tavole ispirate a questi testi (uno per tema più una specie di introduzione centrata sul tema della scrittura)<br />
L’intento è quello di dare la possibilità  alla scrittura proveniente dai blog di fondersi con l’arte del fumetto: due modi espressivi della contemporaneità che per le capacità di sintesi potrebbero interagire tra loro e dar vita a nuove strade espressive. Esperimenti, anche per prove ed errori, ma esperimenti coraggiosi.<br />
</em></p>
<p>I fumettari chi sono?</p>
<p><em>I fumettari che abbiamo incontrato sono persone di grandissimo talento che ci hanno sorpreso per la loro disponibilità, ci hanno ascoltato e si sono rimboccati le maniche, hanno dato suggerimenti preziosi: persone che non hanno bisogno di dimostrare nulla, è un piacere parlare con loro.<br />
</em></p>
<p>E i bloggers?</p>
<p><em>Gran bella domanda. I bloggers rispecchiano il “mondo di fuori”. Posso dire solo i miei peccati da blogger: a volte si sopravvaluta il consenso che si riceve, bisognerebbe trovare il modo di mettersi in discussione e rinnovarsi. </p>
<p>Se in un paese si fabbricano da secoli bellissimi liuti e tutti sono liutai, si rimane liutai: inventare il pianoforte diventa impossibile. Se  non c’è il coraggio di rischiare, di appoggiare sperimentazioni non si supererà  mai l’esistente. Non serve osservarle come se fossero spettacoli circensi, ma svilupparne le possibili potenzialità, anche criticandole, con lo scopo di migliorarle.<br />
</em></p>
<p>Parlami di te anzi di voi</p>
<p><em>Noi: Cristina ed io siamo testarde, idealiste e forse un po’ ingenue, incidentalmente blogger.  Abbiamo avvertito (anche dialogando con altri blogger “scriventi”) l’esigenza di riconsiderare il blog come strumento espressivo e non solo come diario, o come social network. Proprio nella ricerca di una struttura adatta allo scopo si è unito a noi Salvatore Mulliri/Aquatarkus, equilibrista delle piattaforme.  E poi perché fermarsi alla clip art come massimo sforzo nella direzione delle immagini da accostare al proprio scritto? Con queste idee e un progetto ci siamo presentate un anno e mezzo fa alla Triennale di Milano, che lo ha accolto e incoraggiato, e successivamente alla Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte che sostiene il premio.<br />
Ma  siamo solo le curatrici: insisto sulla vocazione collettiva di questa iniziativa: se si incontreranno buone penne e buone matite, l’iniziativa, riuscita, sarà di tutti.<br />
Il libro catalogo, distribuito in tutta Italia,  sarà testimonianza di questa esperienza,  raccoglierà le migliori fusioni, non solo quelle che hanno vinto il premio, ma anche proposte fuori concorso con artisti affermati. </em></p>
<p>Gli appuntamenti&#8230;</p>
<p><em>Il primo, il più importante:<br />
domani 15 settembre si apre ufficialmente l’iniziativa con  la pubblicazione delle modalità di partecipazione.<br />
30 ottobre: data ultima per l’invio dei testi alla redazione. Dai primi di novembre saranno pubblicati gli scritti ammessi. Gli artisti  (fumettisti/illustratori)  potranno scegliere l&#8217;autore a cui abbinarsi nella fusione. Termine ultimo di consegna 30 gennaio. A marzo la premiazione presso la Triennale di Milano.<br />
</em></p>
<p>Qualche aneddoto&#8230;</p>
<p><em>L’ultimo in ordine di tempo:<br />
Dopo aver presentato con grande orgoglio il filmato che verrà proiettato dai prossimi giorni sugli schermi di Triennale Bovisa ci siamo accorti  di aver inserito errato l’indirizzo internet del blog.</em></p>
<p>Dove volete arrivare?</p>
<p><em>Già arrivare fino a questo punto è stata un’impresa. Constatare che alcuni autori ed artisti che hanno partecipato alla fase iniziale hanno manifestato il desiderio di collaborare tra loro ancora è per noi già un punto di arrivo.</em></p>
<p>E con altre forme grafiche come ve la cavate?</p>
<p><em>Siamo incuriositi da tutto ciò che è sperimentazione e avanguardia.</em></p>
<p>E&#8217; un&#8217;impresa politica?</p>
<p><em>No, ma lo è se si considera che tutto ciò che un deragliare dall’esistente è segno di una posizione diversa.</em></p>
<p>E&#8217; un&#8217;impresa</p>
<p><em>E’ stata un’impresa ma anche già un risultato  mettere insieme tante voci diverse e realtà non contigue, il dialogo tra questi soggetti, che per la prima volta si riconoscono.</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/09/14/gulp/">Gulp!</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Dimmi che non vuoi morire</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Aug 2008 06:30:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href='Nessuna'></a>  di <strong>Michele R. Serra</strong></p>
<p><em>Massimo Carlotto, Igort, DIMMI CHE NON VUOI MORIRE, 2007, Mondadori</em></p>
<p>La strana coppia stavolta è composta da due pesi massimi. Massimo Carlotto e Igort sono, nel rispettivo genere, autori di culto: un libro frutto della loro collaborazione – uno ovviamente ai testi, l&#8217;altro ovviamente ai disegni, anche se i ruoli non sembrano essere compartimenti stagni – rappresenta un piccolo evento.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/20/dimmi-che-non-vuoi-morire/">Dimmi che non vuoi morire</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='Nessuna'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/coverimage.jpg" alt="" title="coverimage" width="200" height="278" class="alignnone size-full wp-image-6315" /></a>  di <strong>Michele R. Serra</strong></p>
<p><em>Massimo Carlotto, Igort, DIMMI CHE NON VUOI MORIRE, 2007, Mondadori</em></p>
<p>La strana coppia stavolta è composta da due pesi massimi. Massimo Carlotto e Igort sono, nel rispettivo genere, autori di culto: un libro frutto della loro collaborazione – uno ovviamente ai testi, l&#8217;altro ovviamente ai disegni, anche se i ruoli non sembrano essere compartimenti stagni – rappresenta un piccolo evento.<br />
<span id="more-6314"></span><br />
<em>Dimmi che non vuoi morire</em> rappresenta un&#8217;operazione certamente più rischiosa per lo scrittore padovano, che non per il <em>cartoonist </em>cagliaritano. Per la prima volta infatti, i personaggi che lo hanno reso famoso – il trio di improvvisati investigatori privati composto da Marco Buratti detto &#8220;L&#8217;alligatore&#8221;, Max La Memoria e Beniamino Rossini – acquistano un volto definito: nel corso di cinque romanzi, l&#8217;Alligatore non era mai stato descritto, e questo gratificante compito era stato lasciato esclusivamente in mano al lettore. Dunque, a Carlotto va il merito di aver avuto fiducia in Igort; a quest&#8217;ultimo, quello di non averla tradita. </p>
<p>Il disegno schizzato a matita con tratteggi sottili e le tavole in bicromia blu e grigia sono straordinariamente adatti all&#8217;atmosfera – più crepuscolare che notturna – delle avventure dell&#8217;Alligatore. Si dice che alcuni film in bianco e nero (inevitabile pensare all&#8217; Antonioni degli anni Cinquanta) abbiano una ricchezza cromatica maggiore di qualsiasi <em>technicolor</em>; allo stesso modo, si può dire che questa bicromia virata in blu riesce a raccontare in modo straordinario tutti i colori di Cagliari, di Parigi, del veneto: i luoghi della narrazione prendono vita sulla tavola, si uniscono di fronte agli occhi del lettore in uno scenario di grande compattezza, pur se ognuno mantiene ben precisa la propria identità.<br />
Sardegna e Francia sono terreno comune per gli autori: Igort è nato sull&#8217;isola e ora vive in continente, oltre le alpi; Carlotto ha compiuto il percorso inverso, lasciando la terra francese che lo aveva adottato per stabilirsi in Sardegna. Dunque, in fondo non stupisce che questi luoghi siano così accuratamente rappresentati, così vissuti, protagonisti del racconto tanto quanto l&#8217;Alligatore e i suoi compagni di avventure.</p>
<p>Già, il racconto. Ruota intorno a una donna fatale, psicopatica; una cantante che cerca di annullare il suo aspetto fisico, per farlo aderire completamente all&#8217;ideale rappresentato dalle sue artiste preferite, Patty Pravo prima e Anna Oxa poi. Un personaggio affascinante, disperato e ironico, capace di fare da centro di gravità di questa piccola storia ignobile popolata di criminali di basso profilo e <em>loser </em>di ogni sorta, protagonista compreso. &#8220;Portami al mare, fammi sognare&#8230;&#8221;, cantava la Pravo nella canzone che dà il titolo al libro (scritta non da lei, ma da Vasco: altra strana coppia); in <em>Dimmi che non vuoi morire </em>c&#8217;è poco spazio per i sogni, sempre infranti dalla violenza che domina sulla vita dell&#8217;uomo.  </p>
<p>Il libro si legge d&#8217;un fiato: inevitabile soffermarsi sulle pagine del &#8220;making of&#8221; in fondo al libro, dopo aver terminato la lettura. Contenuti speciali, come e meglio che in un dvd.<br />
La soddisfazione degli autori per la buona riuscita dell&#8217;esperimento è tale che si ipotizza perfino di continuare a raccontare le avventure dell&#8217;Alligatore esclusivamente a fumetti, abbandonando per sempre la dimensione del romanzo tradizionale. Per ora è solo un ipotesi, certo. Eppure, non si può evitare di rilevare che si tratterebbe di in caso di spostamento da un medium all&#8217;altro neppure immaginabile fino a pochi anni fa: dalla nobiltà della letteratura alla miseria del fumetto, un passaggio davvero improponibile! Ecco dunque un altro segno. I tempi (fortunatamente) stanno cambiando. </p>
<p>[<em>precedentemente pubblicato su</em> Linus<em>, settembre 2007</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/08/20/dimmi-che-non-vuoi-morire/">Dimmi che non vuoi morire</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>60 anni di Tex: intervista a Lucio Filippucci</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jun 2008 05:30:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/tex_seminoles.jpg"></a><br />
<em>Tex compie sessant’anni. Esce lo Speciale n.22, intervista all’autore</em></p>
<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong><br />
<br />
Sessant’anni di avventure, di sparatorie, di scazzottate. <a title="Tex su wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tex_(fumetto)">Tex</a> nasce nel 1948, inventato da Gian Luigi Bonelli e Aurelio Galleppini come personaggio di sostegno al fumetto di cappa e spada <em>Occhio Cupo</em>, ma presto prende una strada sua e diventa il più famoso e il più venduto in Italia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/18/60-anni-di-tex-intervista-a-lucio-filippucci/">60 anni di Tex: intervista a Lucio Filippucci</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/tex_seminoles.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-6150" title="tex_seminoles-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/tex_seminoles-450.jpg" alt="Indiani Seminoles - tavola di Lucio Filippucci" width="450" height="482" /></a><br />
<em>Tex compie sessant’anni. Esce lo Speciale n.22, intervista all’autore</em></p>
<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong><br />
<span id="more-6149"></span><br />
Sessant’anni di avventure, di sparatorie, di scazzottate. <a title="Tex su wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tex_(fumetto)">Tex</a> nasce nel 1948, inventato da Gian Luigi Bonelli e Aurelio Galleppini come personaggio di sostegno al fumetto di cappa e spada <em>Occhio Cupo</em>, ma presto prende una strada sua e diventa il più famoso e il più venduto in Italia. Fin dai primi numeri si caratterizza come il fumetto western che considera gli indiani americani non più come selvaggi assetati di sangue ma come un popolo degno di rispetto. Col nome di <em>Aquila della notte</em> è addirittura il capo dei Navajos. E’ un implacabile cacciatore di fuorilegge, strenuo difensore della Legge e della Giustizia, intese come norme superiori, sovraordinate rispetto alle consuetudini, che non esita a infrangere per raggiungere l’obiettivo. Crede, e difende, il rispetto reciproco tra i due popoli, anche se l’ordine costituito – il potere centrale dell’uomo bianco – non viene mai messo in discussione, e combatte con ogni mezzo chi sgarra, siano bianchi, giacche azzurre deviate, politici corrotti, banditi spacciatori di “acqua di fuoco” o indiani ribelli che passano alla lotta armata.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/tex_aggressione.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-6152" title="tex_aggressione-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/tex_aggressione-450.jpg" alt="tavola di Lucio Filippucci" width="450" height="205" /></a></p>
<p><em>(fai clic sull&#8217;immagine per vedere la tavola a dimensione originale)</em></p>
<p>Tex è un puro materialista, un pragmatico, un uomo d’azione. Questo suo razionalismo estremo è talvolta sfidato dal mistero e dalla magia nera, in battaglie campali con gli stregoni neri Mephisto e Yama, dove contrasta i trucchi, gli ipnotismi, i raggi della morte dei “tizzoni d’inferno” e dei “satanassi” con le pallottole della sua colt 45 e con l’impatto devastante dei suoi pugni. E’ infatti imbattibile nei combattimenti corpo a corpo, anche se i suoi avversari sono pugili o lottatori professionisti, o giganti.<br />
Ha sempre lo stesso look, immutato da sempre: il cappello Stetson, una camicia che sappiamo gialla dalle copertine – uniche concessioni al colore perché è rigorosamente in bianco e nero – pantaloni aderenti azzurri, foulard nero, cinturone con due colt. Qualche eccezione viene concessa quando è Aquila della Notte, con giacche a frange e una fascia di capo indiano intorno alla fronte, o un giaccone pesante in certi episodi ambientati nei climi freddi.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/tex_peste_pe.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-6157" title="tex_peste_pe-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/tex_peste_pe-450.jpg" alt="tavola di Lucio Filippucci" width="450" height="421" /></a></p>
<p>Agisce quasi sempre con alcuni fedeli <em>pards</em>, l’anziano ma scattante Kit Carson (Capelli d’argento), il “vecchio brontolone”, un caratterista ispirato all’eroe della frontiera realmente esistito, il silenzioso indiano Tiger Jack, suo fratello di sangue, il figlio Kit (Piccolo Falco), svelto e abile. Altri amici entrano saltuariamente in qualche episodio, il mago buono El Morisco, Gros-Jean, il massiccio trapper franco-canadese, grande alleato di gigantesche risse, il colonnello Brandon.</p>
<p>Tex è alto circa 1.80 per 80-85 kg, e ha un’età di 40-45 anni. Considerando i sessant’anni di attività, avrebbe oltre 100 anni. Ma è in gran forma, energetico più che mai, duro e in tiro nell’ultimo <a title="gli albi speciali di Tex su wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Albi_speciali_di_Tex">Speciale</a>, o <em>Texone</em>, l’albo gigante n. 22 in uscita il 20 giugno. E’ una storia ambientata nelle paludi della Florida, con campi lunghi sulle mangrovie, scene acquatiche, villaggi su palafitte, azione, avventure e storie nere. Questi albi, a cadenza annuale, dal 1986 vengono affidati a disegnatori diversi, spesso dei maestri come Buzzelli, De La Fuente, Ortiz, Kubert. Leggendario quello di Magnus, costato cinque anni di lavoro accanito, un classico del fumetto.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/tex_panoramica.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-6154" title="tex_panoramica-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/tex_panoramica-450.jpg" alt="tavola di Lucio Filippucci" width="450" height="363" /></a></p>
<p><em>(fai clic sull&#8217;immagine per vedere la tavola &#8211; <strong>splendida</strong> &#8211; a dimensione originale)</em></p>
<p>Per l’occasione Texone è tornato sull’Appennino. Dopo il n. 9 di <a title="Magnus - Roberto Raviola su wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Magnus">Magnus</a>, realizzato in parte a Castel Del Rio, il nuovo numero è stato affidato a <strong>Lucio Filippucci</strong>, bolognese (qui una sua <a title="profilo di lucio filippucci da Bonelli editore" href="http://www.bonellieditore.it/auto/componi_scheda_collaboratori?collaboratore=Lucio+Filippucci">scheda</a> e una sua <a title="Lucio Filippucci disegna Tex Willer" href="http://www.flickr.com/photos/justercolor/2446712883/">foto</a>), uno dei disegnatori di punta di <a title="Martin Mystere su wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Martin_Myst%C3%A8re">Martin Mystère</a>, che lavora in un piccolo fienile di sasso ristrutturato con vista sui boschi dell’Appennino bolognese, nei pressi di Loiano. L’abbiamo incontrato nel centro della cittadina, dove si è tenuta una mostra con le tavole originali del nuovo albo.</p>
<p><strong>Filippucci, com’è nata l’avventura dello Speciale?</strong></p>
<p>L’editore Bonelli continuava a chiedermelo, ma io tentennavo perché non sono mai stato un texiano. Non ero un lettore abituale, ero legato ad altri stili western, più moderni, come Ken Parker, o il Blueberry di Moebius. Anche nel cinema amavo il western anni Settanta, Soldato Blu, Un uomo chiamato cavallo. Tex è anni Cinquanta, John Ford.</p>
<p><strong>Alla fine perché hai accettato?</strong></p>
<p>Perché era una bella sfida. Tex è un personaggio impegnativo, con una lunga storia alle spalle, delle regole solide.</p>
<p><strong>Quali?</strong></p>
<p>E’ un uomo d’acciaio, ha un abbigliamento preciso, armi, un modo di cavalcare, di guardare. Anche i luoghi, gli arredi, gli oggetti, devono essere verosimili, esatti. E’ un western realistico, sporco, polveroso. Io, che vengo dalla fantascienza, dove c’è molta libertà di improvvisare, ho dovuto lavorare con disciplina; sono passato dal ritmo veloce a quello lento, dove ogni vignetta va lavorata a fondo. Credo di essermi adattato molto bene alla sua serialità, perché io in fondo sono un particolarista, amo i dettagli, la precisione, la nitidezza. Mi ci sono adattato talmente bene che ora disegnerò anche un albo “normale” di Tex.</p>
<p><strong>Ha influito il tuo stile di disegnatore di fantascienza? Come si è coniugato col western?</strong></p>
<p>Credo di avere lavorato sul ritmo, il dinamismo, l’azione, gli effetti speciali. Queste infatti sono le prerogative del disegnatore, che gestisce la regia.</p>
<p><strong>Puoi riassumere la storia?</strong></p>
<p>Potrà sembrare bizzarro, ma dopo tre anni di lavoro duro sulle singole vignette non la ricordo molto bene. E’ una sceneggiatura di Gino D’Antonio, uno dei più grandi sceneggiatori italiani, purtroppo scomparso di recente senza potere vedere l’opera finita. Tex e Carson hanno l’incarico di scortare un capo seminole ribelle, Ochala, a un processo per vari omicidi. Ma riesce a fuggire, aiutato dai suoi. Ochala è inseguito da un malvagio caijun, che, apprendiamo nei flashback, anni prima ha sterminato la sua famiglia. Scopriamo che Ochala è innocente, che ha sempre ucciso per difendersi, e Tex si mette sulle tracce di entrambi. E’ una storia avventurosa, con la complicazione di un burocrate malvagio e corrotto, uno dei nemici classici di Tex, che lotta contro la corruzione, la speculazione.</p>
<p><strong>Quindi abbiamo la coppia Tex/Carson, senza Tiger Jack?</strong></p>
<p>Sì, ma oltre la metà dell’albo vede Tex da solo, con un pard meno “pesante” di Carson. E’ stata una scelta della sceneggiatura, per l’economia della storia, i personaggi, l’intreccio, risultava troppo complesso far recitare entrambi i personaggi, con le loro caratterizzazioni, le personalità complesse, le solite idiosincrasie di Carson. Così a un certo punto Capelli d’argento si è infortunato ed è uscito di scena.</p>
<p><strong>Hai detto recitare, dunque sono personaggi/attori?</strong></p>
<p>Certo. Il fumetto ha una scansione cinematografica.</p>
<p><strong>Quindi, come in ogni film che si rispetti, hai fatto delle ricerche sugli scenari, gli oggetti, i costumi?</strong></p>
<p>E come. Le armi, i paesaggi delle paludi, e i cavalli, che costituiscono uno dei problemi più ardui da risolvere, per l’anatomia e soprattutto il dinamismo, difficile da restituire. Ho dovuto inventare molto sui costumi dei seminoles, perché c’è pochissimi materiale disponibile. Va detto che non tutti i disegnatori dei texoni hanno fatto la stessa cosa, alcuni hanno tirato via, ma io no. In questo ho seguito fino in fondo gli insegnamenti dei miei due maestri, Magnus e Romanini (Giovanni Romanini, bolognese, ha collaborato con Magnus alla Compagnia della forca e ha disegnato i cavalli del texone dello stesso Magnus ndr), grandi maestri della precisione.</p>
<p><strong>Aurelio Galleppini ha usato anche se stesso – il proprio autoritratto – per il personaggio. Tu pensi di avere inserito qualche componente di te stesso nel tuo protagonista?</strong></p>
<p>Direi che siamo molto diversi, a partire dall’aspetto fisico. Però ammiro certi lati del suo carattere, quella sua fede incrollabile nella Giustizia, e il non esitare a prendere a cazzottoni i malvagi che la infrangono.</p>
<p><strong>Il tuo Tex ha una faccia dura, spigolosa, spesso illuminata dal basso, con occhi stretti come fessure orizzontali. E’ una scelta solo tua? </strong></p>
<p>Assolutamente sì. La sceneggiatura non fornisce indicazioni di questo tipo. Gli occhi fessura derivano da Martin Mystère, che non li apre mai. Per tornare alla domanda precedente, forse ci ho messo la mia tensione iniziale, quando pensavo alla impresa che stavo affrontando.</p>
<p><strong>Secondo te oggi Tex voterebbe Obama o McCain?</strong></p>
<p>(Pausa) Obama. Ha un’anima solida di democratico.</p>
<p><strong>Un’ultima domanda. Perché tanti disegnatori se ne vanno in Francia? Penso a Liberatore, Mattotti, Igort.</strong></p>
<p>In Francia il fumetto ha lo spazio e l’attenzione che merita. E’ considerato un linguaggio al pari della letteratura, il cinema. In Italia invece, anche se vi sono ottimi autori, è un sottogenere, una sottocultura buona per l’evasione. In fondo restiamo legati alla concezione del fumetto come illustrazione delle favole per bambini.</p>
<p><em>Le tavole di questo articolo sono pubblicate per gentile concessione dell&#8217;autore Lucio  Filippucci. Tex è una pubblicazione di <a title="il sito dell'editore sergio bonelli" href="http://www.sergiobonellieditore.it/auto/cpers_index?pers=tex">Sergio Bonelli Editore</a><br />
</em></p>
<p><em>fine</em></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/tex_copertina.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-6156" title="tex_copertina-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/tex_copertina-450.jpg" alt="disegni di Sergio Filippucci" width="450" height="583" /></a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/06/18/60-anni-di-tex-intervista-a-lucio-filippucci/">60 anni di Tex: intervista a Lucio Filippucci</a></p>
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		<title>Della materia di cui son fatti i sogni</title>
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		<pubDate>Tue, 13 May 2008 06:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>I capolavori di McCay e la vita onirica del fumetto</strong></p>
<p></p>
<p>di <strong>Michele R. Serra</strong></p>
<p><em>Winsor McCay</em><br />
DREAM OF THE RAREBIT FIEND, Ulrich Merkl, pagg. 464, € 106<br />
DREAM OF THE RAREBIT FIEND – SOGNO DI UN MANIACO DEI CROSTINI GALLESI, Free Books, pagg.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/13/della-materia-di-cui-son-fatti-i-sogni/">Della materia di cui son fatti i sogni</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I capolavori di McCay e la vita onirica del fumetto</strong></p>
<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/nemo21.jpg' alt='nemo21.jpg' /></p>
<p>di <strong>Michele R. Serra</strong></p>
<p><em>Winsor McCay</em><br />
DREAM OF THE RAREBIT FIEND, Ulrich Merkl, pagg. 464, € 106<br />
DREAM OF THE RAREBIT FIEND – SOGNO DI UN MANIACO DEI CROSTINI GALLESI, Free Books, pagg. 208, € 50</p>
<p>Ma è vero, che a mangiar pesante poi si fanno gli incubi?<br />
Per molti, le conseguenze di una cena pantagruelica si riducono a un sonno pesante e del tutto privo di sogni, o almeno del loro ricordo cosciente. Zenas Winsor McCay era invece convinto che un piccolo, angoscioso delirio notturno fosse l&#8217;inevitabile contrappasso del godimento alimentare: al peccato di gola segue una punizione comminata in forma onirica, che provoca un soprassalto risveglio e un immediato quanto effimero pentimento da parte del reo. <span id="more-5874"></span><br />
Tale schema (un filo moralista, a dire il vero) costituisce l&#8217;intelaiatura narrativa comune a <em>Dream of the rarebit fiend </em>e <em>Little Nemo in Slumberland</em>, i capolavori di questo cartoonist nato nel 1871 fra i laghi del Michigan. Due fumetti che hanno mostrato all&#8217;America dei primi del Novecento – per la precisione fra il luglio 1904 e lo stesso mese del 1914, un decennio esatto di meraviglie &#8211; le incredibili potenzialità racchiuse nel medium, tramite tavole stupefacenti per organizzazione del layout, ricchezza immaginifica del disegno, ritmo, colore. Fiumi di inchiostro sono stati versati allo scopo di magnificare questi capolavori: Benoît Peeters, sceneggiatore e grande appassionato di arte sequenziale, è arrivato a dichiarare che McCay ha <em>inventato </em>il fumetto, punto. </p>
<p>Stupisce dunque, che solo negli ultimi anni edizioni degne delle sue opere abbiano fatto capolino fra gli scaffali, se si eccettua una notevole edizione Garzanti risalente al 1969, con corposa introduzione di Oreste Del Buono. Al di là dell&#8217;oceano, <em>Little Nemo</em> è stato recentemente glorificato con il gigantesco <em>So many splendid sundays!</em>, curato da Peter Maresca e pubblicato da Sunday Press.<br />
Per quanto riguarda Dream of the rarebit fiend, invece, due volumi imprescindibili. Il primo è stato curato e stampato direttamente da Ulrich Merkl, intellettuale e storico dell&#8217;arte tedesco, e viene distribuito a partire dal mese corrente nelle librerie italiane dalla 001 Edizioni di Torino. Si tratta di un&#8217;edizione pazzesca: centinaia di tavole riprodotte nel formato originale, corredate di note approfondite; vari saggi brevi sull&#8217;opera, due dei quali scritti da Alfredo Castelli; un Dvd che contiene la raccolta integrale degli oltre ottocento episodi conosciuti, più alcuni rari frammenti di <em>Gertie the Dinosaur</em>, creatura animata nata nel 1914 dall&#8217;instancabile pennino di McCay. Da ordinare tramite internet, se non volete perdere tempo in caccia fra le librerie, all&#8217;indirizzo ordini@001edizioni.it oppure sul sito www.rarebit-fiend-book.com. Per chi ha problemi con l&#8217;inglese, è disponibile in italiano <em>Dream of the rarebit fiend &#8211; Sogno di un maniaco di crostini gallesi </em>della perugina Free Books, che contiene una selezione di quasi 200 tavole, ben più di un semplice assaggio in una confezione sontuosa. Su www.free-books.it.</p>
<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/nemo1.jpg' title='nemo1.jpg'><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/nemo1.thumbnail.jpg' alt='nemo1.jpg' /></a> (<em>cliccateci sopra</em>)</p>
<p>Non è facile parlare dei sogni. Materia oscura e sfuggente per definizione, proprio negli anni a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo si trovava al centro del dibattito scientifico, grazie alla pubblicazione dell&#8217;<em>Interpretazione dei sogni</em> di Sigmund Freud. Lo psichiatra francese Serge Tisseron, all&#8217;interno del volume <em>Little Nemo &#8211; un secolo di sogni </em>(Coconino Press), ha ricordato come McCay abbia fatto costante uso dei quattro processi che compongono il &#8220;lavoro onirico&#8221; descritto da Freud: nei suoi fumetti c&#8217;è lo spiazzamento; la drammatizzazione delle storie messe in scena; la trasformazione di idee astratte in simboli visivi; infine la condensazione, che riunisce in una stessa immagine più idee, ossessioni diverse. Tuttavia Freud sembra giocare – incredibile a dirsi &#8211; un ruolo secondario, rispetto alle molteplici influenze narrative e visive che ispirano i sogni disegnati da McCay: classici della letteratura per ragazzi come <em>Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie</em>, <em>Il mago di Oz</em>, <em>Peter Pan</em> e <em>Pinocchio</em>, ma anche i romanzi e racconti di Stevenson e H.G. Wells, di cui Winsor sembrava particolarmente innamorato; visto il periodo storico, inevitabile citare anche il cinema di Georges Méliès, nei confronti del quale le influenze sembrano essere reciproche. </p>
<p>L&#8217;importanza capitale dell&#8217;opera di McCay &#8211; forse la luce più splendente dell&#8217;ipotetica Santa Trinità del fumetto statunitense, al fianco di George Herriman e Lyonel Feininger – è diventata sempre più evidente con il passare degli anni. Dopo <em>Dream of the rarebit fiend</em>, il tema del sogno (anche ad occhi aperti) è diventato luogo comune, dal Frank King vintage di <em>Bobby make believe</em> (1915) al moderno Bill Watterson di <em>Calvin &#038; Hobbes </em>(1985). Estremo è invece l&#8217;esperimento condotto da cartoonist come Rick Veitch (<em>Roarin&#8217; Rick&#8217;s rare bit fiends</em>) e Aleksandar Zograf (<em>Ipnagogic review</em>), che hanno tentato di fissare sulla carta i loro deliri notturni, disegnando quotidianamente piccoli diari onirici poi resi pubblici.<br />
Dare sostanza all&#8217;inafferrabile rimane un traguardo irraggiungibile per l&#8217;uomo. Se mai ci riusciremo, dovremo ringraziare anche Winsor McCay e i suoi numerosi discepoli.  </p>
<p>[<em>precedentemente pubblicato su </em>Linus<em>, gennaio 2008</em>]</p>
<p>Cliccate qui di fianco:<a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/winsor_mccay_indian_city.png' title='winsor_mccay_indian_city.png'>winsor_mccay_indian_city.png</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/13/della-materia-di-cui-son-fatti-i-sogni/">Della materia di cui son fatti i sogni</a></p>
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		<title>Fun home</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Apr 2008 09:46:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/funhome.jpg' title='funhome.jpg'></a>  di <strong>Michele R. Serra</strong></p>
<p><strong>Alison Bechdel</strong>, <em>Fun home. Una tragicommedia familiare</em>, Rizzoli, 236 pag, 2007, € 18,00</p>
<p>Romanzo biografico, storie minimali, ricordi del passato. Quale che sia la forma scelta, il racconto di vita sembra essere diventata ossessione per il fumetto d&#8217;autore.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/08/fun-home/">Fun home</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/funhome.jpg' title='funhome.jpg'><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/funhome.thumbnail.jpg' alt='funhome.jpg' /></a>  di <strong>Michele R. Serra</strong></p>
<p><strong>Alison Bechdel</strong>, <em>Fun home. Una tragicommedia familiare</em>, Rizzoli, 236 pag, 2007, € 18,00</p>
<p>Romanzo biografico, storie minimali, ricordi del passato. Quale che sia la forma scelta, il racconto di vita sembra essere diventata ossessione per il fumetto d&#8217;autore. Quanti autori e quante opere con queste caratteristiche, negli ultimi anni? Linda Barry, Harvey Pekar, Craig Thompson, Adrian Tomine, Gipi&#8230; l&#8217;elenco potrebbe continuare per chilometri. Proprio quando pensavamo di essere sazi – già si rimpiangeva il buon vecchio fumetto di genere, avventuroso, fantascientifico, horror – ecco apparire un nuovo <em>graphic novel </em>autobiografico, subito incensato dalla critica letteraria americana. <span id="more-5477"></span><br />
Nonostante <em>Fun Home</em> di Alison Bechdel fosse stato premiato come miglior libro dell&#8217;anno da <em>Time </em>– dopo aver sbaragliato la concorrenza di scrittori non certo di secondo piano come Dave Eggers e Cormack McCarthy – eravamo un po&#8217; prevenuti: un&#8217;altra autrice che racconta la sua adolescenza, che noia! Sarà la solita storia, qualche tragedia familiare condita con la scoperta del sesso&#8230;<br />
In effetti, la storia è questa: il padre di Alison muore, proprio mentre lei sta prendendo coscienza della sua identità sessuale di lesbica; ma la noia, quella non ci ha toccato nemmeno per un secondo. Perché questa autrice quarantenne originaria della Pennsylvania ha costruito un&#8217;opera sorprendentemente coinvolgente: mettendo in gioco tutta se stessa, spogliandosi di ogni pudore e intessendo il suo racconto di riferimenti letterari, l&#8217;autrice riesce a colpire allo stesso tempo cuore e cervello.<br />
Il sottotitolo recita: &#8220;una tragicommedia familiare&#8221;. Iniziamo dal secondo elemento: più che di famiglia, si tratta di un padre e una figlia, del loro rapporto. O meglio, non-rapporto; infatti il padre di Alison, Bruce, insegnante di lettere, è uomo bipolare, introverso, incapace di comunicare fisicamente le sue emozioni. Più che per la sua famiglia, vive per le sue ossessioni: i vestiti, la letteratura, soprattutto l&#8217;arredamento; tratta &#8220;i mobili come figli, e i figli come mobili&#8221;, nelle parole dell&#8217;autrice. Così come è rappresentato sulla pagina, il suo volto appare sempre straordinariamente calmo, nonostante alcuni improvvisi scoppi di ira. La tranquillità di facciata nasconde però un tormento interiore: l&#8217;uomo è segretamente gay, ma la piccola città della provincia americana in cui si trova a vivere non gli permette di ammetterlo; dunque, continua a vivere nella menzogna e nella paura, incatenato mani e piedi alla sua vita bugiarda e alla sua micro-comunità omofobica.<br />
La situazione inevitabilmente si riflette sulla piccola Alison: cresciuta in preda a ansie e frustrazioni, finisce per collezionare un campionario completo di psicosi, poi superate nel corso dell&#8217;adolescenza. Lo stesso, cruciale periodo della vita in cui la protagonista, finalmente lontana dalla casa paterna, giunge alla piena consapevolezza, come donna e lesbica. La scoperta della sua omosessualità potrebbe essere il punto di contatto capace di annullare la distanza con il padre, ma proprio poco dopo le prime, reticenti confessioni reciproche, lui muore, forse suicida. Dunque il nodo finisce per non essere mai sciolto del tutto: fioriscono, inevitabili, ricordi e rimpianti.<br />
I toni tragici non prendono però mai il sopravvento, perché di tragicommedia si tratta, come ricorda il sottotitolo sopra citato; nella vita le cose non sono mai bianche o nere, gli opposti sfumano e si fondono fra loro, e le apparenze ingannano. Il tema della contraddizione è sempre costantemente presente nel romanzo della Bechdel, a partire dal titolo: <em>Fun Home</em> è in realtà l&#8217;abbreviazione di <em>Funeral Home</em>. Già, perché il secondo mestiere del signor Bruce Bechdel era quello di becchino, e i suoi figli sono cresciuti fra bare e cadaveri. <em>Fun</em>, divertimento; <em>funeral</em>, funerale. Si possono immaginare due parole più distanti? Contraddittoria è anche la figura di Bruce, sempre sospesa tra assenza e presenza: un padre sempre lontano, inderogabilmente in altre faccende affaccendato; ora, da morto, è invece straordinariamente presente nel ricordo.<br />
La forma scelta dall&#8217;autrice è molto adatta a un percorso tortuoso attraverso la memoria: ogni vignetta – già di per sé estremamente curata, ricca di particolari grafici &#8211; è spiegata nei minimi dettagli da onnipresenti didascalie, ogni fatto commentato da lunghe chiose, forse frutto dell&#8217;ansia che il lettore possa perdersi qualcosa, che i passaggi non siano sufficientemente chiari. In questo modo, il testo finisce per pesare inevitabilmente più dei disegni, a volte perfino troppo: più che a un fumetto, alcune tavole sembrano appartenere a un racconto illustrato; ma nonostante la tendenza allo spiegone, la lettura rimane sempre piacevole, mai faticosa.<br />
<em>Fun Home</em> spinge, inevitabilmente, a riflettere sull&#8217;idea di normalità: già dalle prime pagine l&#8217;autrice dichiara quanto la irritasse, da bambina, l&#8217;idea che la sua famiglia fosse &#8220;strana&#8221;, pur ammettendo che indubitabilmente lo era. La domanda sorge dunque spontanea: come possono essere &#8220;anormali&#8221; dei personaggi tanto realistici, vivi, incorreggibilmente umani? </p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Linus, <em>luglio 2007</em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/04/08/fun-home/">Fun home</a></p>
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		<title>Black Hole</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Mar 2008 07:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/blackholeunico.jpg' title='blackholeunico.jpg'></a>  di <strong>Michele R. Serra</strong></p>
<p><strong>Charles Burns</strong>, BLACK HOLE, Coconino Press, pagg. 368, € 19,00</p>
<p>Sesso e sangue. La sinossi più breve che si possa fare del primo vero romanzo grafico di Charles Burns, autore statunitense di nascita ed europeo d&#8217;adozione, con un importante passato di militanza – parola piuttosto appropriata – all&#8217;interno del gruppo Valvoline.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/24/black-hole/">Black Hole</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/blackholeunico.jpg' title='blackholeunico.jpg'><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/blackholeunico.thumbnail.jpg' alt='blackholeunico.jpg' /></a>  di <strong>Michele R. Serra</strong></p>
<p><strong>Charles Burns</strong>, BLACK HOLE, Coconino Press, pagg. 368, € 19,00</p>
<p>Sesso e sangue. La sinossi più breve che si possa fare del primo vero romanzo grafico di Charles Burns, autore statunitense di nascita ed europeo d&#8217;adozione, con un importante passato di militanza – parola piuttosto appropriata – all&#8217;interno del gruppo Valvoline.<br />
Sesso e sangue sono argomenti che non passano mai di moda, dalla letteratura alle prime serate televisive, tant&#8217;è vero che molti li usano come scorciatoie per un facile successo. Per evitare fraintendimenti, diciamo subito che Burns è al riparo da qualsiasi insinuazione riguardo a eventuali calcoli commerciali: la sua opera è quanto di meno <em>mainstream </em>possa esserci, costruita per spiazzare, non certo per titillare gli istinti bassi del lettore. Per quello, meglio rivolgersi a BrunoVespa. <span id="more-5474"></span><br />
Ci troviamo in una piccola città della provincia americana nel corso degli anni Settanta. Un gruppetto di adolescenti è dedito più o meno invariabilmente alla noia, spezzata dal consumo di sostanze stupefacenti e dalla goffa ricerca di sesso. Roba già vista, certo.<br />
Ma ecco la brusca sterzata verso l&#8217;horror: una terribile malattia li minaccia. Poco viene spiegato riguardo a essa, eccetto la sua trasmissibilità per via sessuale e i sintomi. Le vittime vedono il proprio corpo trasformarsi in modo mostruoso: c&#8217;è chi sviluppa piccole escrescenze sui fianchi, chi una coda, chi è costretto a cambiare pelle tutti i giorni come un rettile, chi addirittura si trova una bocca supplementare sul collo. Burns a volte sembra voler suggerire che il virus dia forma concreta ai tormenti interiori dei personaggi, ma questa rimane solo un&#8217;ipotesi. Di sicuro, non c&#8217;è il dolore fisico fra le conseguenze di queste mutazioni, solo una definitiva, inappellabile esclusione sociale. Come nella migliore tradizione, alcuni <em>freak </em>finiranno per creare una microcomunità isolata dal resto del mondo, perduta nel fitto dei boschi, protetta in fondo dalla stessa natura matrigna che ha prodotto il virus causa di tante disgrazie.<br />
Facile, e già ampiamente rilevato, il parallelo con l&#8217;epidemia di Hiv degli Ottanta. Burns va però ben oltre questa metafora: la riflessione è sul sesso <em>tout court</em>, un&#8217;entità capace di portare gioia e sofferenza, catalizzatore dei processi di crescita dei personaggi, motore della narrazione di quello che spesso assume i tratti di un vero e proprio romanzo di formazione. Di più, il sesso sembra impregnare in profondità l&#8217;intero mondo di <em>Black Hole</em>, ogni tavola straordinariamente ricca di simboli maschili e femminili, di metafore grafiche più o meno esplicite che martellano il lettore. Inevitabilmente, chiudendo il volume, viene da chiedersi quante ne abbiamo viste coscientemente e quante ne abbiamo recepite in modo quasi subliminale. Fumetto freudiano, potrebbe dire qualcuno. Nel complesso, l&#8217;opera dimostra in maniera lampante la sua natura di narrazione a dominante visuale, in cui le immagini sono destinate a pesare inevitabilmente di più rispetto alla parte letteraria.<br />
Detto del sesso, passiamo al sangue. La violenza è l&#8217;altra forza primigenia protagonista di <em>Black Hole</em>: subita dai giovani infetti e mutati, è psicologica prima che fisica; il disprezzo e l&#8217;odio nei confronti del diverso sono sentimenti tipici dell&#8217;adolescenza, limpidamente descritti da Burns. Solo nella seconda parte del racconto la violenza prende forma concreta, inevitabilmente legata a doppio filo alla pulsione sessuale. Ecco, senza volerlo siamo tornati a Freud&#8230;<br />
Burns ha dichiarato più volte che il romanzo ha fondamenta autobiografiche; nella fattispecie si tratta di esperienze adolescenziali trasfigurate in chiave horror, filtrate nel fantastico grazie alla mediazione della cultura popolare americana dell&#8217;ultimo mezzo secolo: dai <em>college movie</em> ai capolavori di Lynch e Cronenberg, passando ovviamente per la letteratura e il fumetto di genere (i classici anni Cinquanta della Ec Comics, <em>Tales from the crypt</em> su tutti).<br />
<em>Blach Hole</em> è un Amarcord oscuro, in cui non c&#8217;è spazio per la nostalgia né per il compiacimento, in continua tensione fra realismo e orrore, che attraversa il libro come corrente elettrica.<br />
L&#8217;ultima evoluzione dello stile grafico di Burns, abbandonati retini e mezze tinte, vira decisamente verso un bianco e nero estremamente netto e altrettanto inquietante, splendido e adattissimo alle atmosfere del racconto.<br />
Un buco nero non accetta i colori, perché assorbe e annulla perfino la luce che li crea. Charles Burns e Stephen Hawking avrebbero molto su cui discutere.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Linus, <em>dicembre 2007</em>] </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/24/black-hole/">Black Hole</a></p>
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		<title>Il vangelo del Coyote</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jan 2008 08:59:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[autori italiani]]></category>
		<category><![CDATA[fumetto]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Morozzi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Gianluca Morozzi &#8211; Giuseppe Camuncoli &#8211; Michele Petrucci</strong>, <em>Il Vangelo del Coyote</em>, pag. 128, Guanda.</p>
<p>Gianluca Morozzi è un autore straordinariamente prolifico, con un talento narrativo rutilante, acceso, vitale. Ma il suo pregio più grande, secondo me, è la capacità di infischiarsene di tutta una letteratura nazionale che vuole lo scrittore preso dai soliti seriosi riti scribatori.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/18/il-vangelo-del-coyote/">Il vangelo del Coyote</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/ggmorozzi_g.jpg' alt='ggmorozzi_g.jpg' /> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Gianluca Morozzi &#8211; Giuseppe Camuncoli &#8211; Michele Petrucci</strong>, <em>Il Vangelo del Coyote</em>, pag. 128, Guanda.</p>
<p>Gianluca Morozzi è un autore straordinariamente prolifico, con un talento narrativo rutilante, acceso, vitale. Ma il suo pregio più grande, secondo me, è la capacità di infischiarsene di tutta una letteratura nazionale che vuole lo scrittore preso dai soliti seriosi riti scribatori. Morozzi narra, del resto se ne infischia. <span id="more-5090"></span></p>
<p>E ogni occasione è valida: racconti, romanzi, canzoni, saggi, sceneggiature cinematografiche. E fumetti. Come questo <em>Vangelo del Coyote</em>, dove la sua prorompente capacità affabulatoria ci regala una storia in bilico fra tragedia, horror, commedia; con personaggi crudeli e indimenticabili e due storie (una coppia di adolescenti legate da un rapporto perverso, e un insegnate folle che porta con sé un segreto indicibile) all’apparenza slegate fra loro, ma, di pagina in pagina, sempre più serrate dal colpo di scena finale che rimette in gioco tutta la lettura. Le due storie sono disegnate &#8211; come è giusto dal punto di vista della resa grafica &#8211; con stili profondamente differenti da Giuseppe Camuncoli e Michele Petrucci, che danno ossigeno a una gloriosa tradizione fumettara italica di questi tempi colpevolmente un po’ dimenticata (ma non all’estero, dove i nostri disegnatori hanno il giusto rilievo che meritano).</p>
<p>Favola brutale, all’apparenza immorale, in realtà profondamente etica, <em>Il vangelo del Coyote </em>è un libro violento, spietato, doloroso, alla disperata ricerca di una eco di umanità in un mondo tratteggiato con un bianco e nero che non dà scampo. </p>
<p>Sembra quasi che il fumetto sia la dimensione ideale per Morozzi: da una parte perché obbliga l’autore a una gabbia che blinda certi suoi eccessi ridondanti, asciugando al meglio la sua scrittura, e dall&#8217;altra per la capacità che il mezzo espressivo ha di ibridarsi col cinema, col romanzo di genere, con la fiction tv, permettendo all’autore di usare al meglio tutto l’armamentario pop del suo immaginario, donandoci, con questa grafic novel, una delle sue prove migliori e mature.<br />
Per ora (che molto ancora, so, ci saprà regalare).</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Cooperazione, <em>n° 52 del 24 dicembre 2007</em>]</p>
<p>[<em>una tavola di Giuseppe Camuncoli, cliccateci sopra</em>] </p>
<p><a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/camuncoli1.jpg' title='camuncoli1.jpg'><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/camuncoli1.thumbnail.jpg' alt='camuncoli1.jpg' /></a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/18/il-vangelo-del-coyote/">Il vangelo del Coyote</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Go Nagai alla Sapienza!!!</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/23/go-nagai-alla-sapienza/</link>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2007 04:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Raos</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo Sud e Nord, Go Nagai accontenta anche i fan del Centro Italia con un incontro presso il prestigioso ateneo! Non capita tutti i giorni di avere Go Nagai in Italia e per l’occasione gli staff di Comicon e di d/visual hanno voluto farsi in tre per accontentare tutti i fan della penisola! E questa volta lo fanno grazie alla partecipazione di un nome d’eccezione, quello dell’Università degli Studi di Roma che ha offerto il prestigioso spazio dell’Aula Magna per l’incontro col Maestro!<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/04/23/go-nagai-alla-sapienza/">Go Nagai alla Sapienza!!!</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="250px-fanart-goldrake.png" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/04/250px-fanart-goldrake.png" alt="250px-fanart-goldrake.png" align="top" /></p>
<p>Dopo Sud e Nord, Go Nagai accontenta anche i fan del Centro Italia con un incontro presso il prestigioso ateneo! Non capita tutti i giorni di avere Go Nagai in Italia e per l’occasione gli staff di Comicon e di d/visual hanno voluto farsi in tre per accontentare tutti i fan della penisola! E questa volta lo fanno grazie alla partecipazione di un nome d’eccezione, quello dell’Università degli Studi di Roma che ha offerto il prestigioso spazio dell’Aula Magna per l’incontro col Maestro! Merito anche delle radici “fumettistiche” della facoltà di Studi Orientali dell&#8217;ateneo: la prof. <a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/05/19/aspettando-genji/">Maria Teresa Orsi</a> è una delle massime autorità italiane sul manga sin dai tempi in cui la maggior parte degli italiani credeva che fossero una sorta di frutto tropicale; in particolare il suo studio sul fumettista Yoshiharu Tsuge rimane una pietra miliare della saggistica relativa ai fumetti giapponesi.<span id="more-3657"></span><br />
Inoltre, Gianluca Di Fratta, che presenterà una relazione in testa all’incontro, oltre ad essere ricercatore presso la facoltà, vi tiene anche lezioni su manga e anime. La schiera degli autorevoli presentatori dell’incontro si completa con Matilde Mastrangelo, professore associato di lingua e letteratura giapponese, e Federico Colpi, responsabile anime e manga di Granata Press e Dynamic Italia prima e di d/visual oggi. L&#8217;incontro si terrà martedì 24 aprile nell&#8217;Aula Magna della Facoltà di Studi Orientali dell&#8217;Università degli Studi di Roma &#8211; La Sapienza (Via Principe Amedeo, 182/b) dalle 14.00 alle 16.00. Il tavolo dei relatori sarà composto, oltre che dal maestro Nagai su cui sarà incentrato l&#8217;incontro sia dal punto di vista dei contenuti sia dal punto di vista formale, dai già citati conferenzieri:<br />
- Maria Teresa Orsi (La Sapienza &#8211; Università di Roma): presentazione<br />
- Matilde Mastrangelo (La Sapienza Università di Roma): moderatrice<br />
- Gianluca Di Fratta (La Sapienza &#8211; Napoli COMICON): relazione<br />
- Federico Colpi (d/visual inc.): relazione</p>
<p>Nel cordo della medesima giornata è anche in programma una conferenza stampa di Go Nagai con alcune autorità italiane, che sarà confermata nei dettagli durante i giorni immediatamente precedenti l’avvenimento. Si comunica che, come per l’incontro veneziano, Go Nagai NON concederà autografi. Chi desideri un autografo del Maestro è pregato di visitare il sito <a href="http://www.comicon.it">www.comicon.it</a> per scoprire i dettagli delle due sessioni di autografi che si terranno a Napoli.<br />
Ulteriori informazioni sull’avvenimento possono essere richieste all’organizzazione del Comicon, mediante l’home page sopra indicata.<br />
Informazioni relative alla conferenza stampa possono essere richieste a d/visual all’indirizzo goldrake@d-world.jp.<br />
L’Aula Magna può essere raggiunta a piedi dalla Stazione Termini uscendo sul lato di Via Giolitti. Via Principe Amedeo è la seconda laterale di Via Giolitti dopo Via Turati. A chi viene da Roma città in metropolitana, consigliamo di scendere a Vittorio Emanuele, sul lato di Via Napoleone III. Via Principe Amedeo è la prima laterale e l’Aula Magna si trova tra Via Mamiani e Via Ricasoli.</p>
<p>D/VISUAL INC. &#8211; TAKADANOBABA 1-25-34, SHINJUKU KU, 169-0075 TOKYO<br />
<a href="http://www.d-world.jp">WWW.D-WORLD.JP</a></p>
<p>immagine: wikipedia</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/04/23/go-nagai-alla-sapienza/">Go Nagai alla Sapienza!!!</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;anarchia transgender di Alan Moore: V per vendetta</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/12/10/lanarchia-transgender-di-alan-moore-v-per-vendetta/</link>
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		<pubDate>Sun, 10 Dec 2006 06:14:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p><strong>Recensione di Nadia Agustoni</strong></p>
<blockquote></blockquote>
<blockquote><p><em>Lear: Dai del matto a me, ragazzo?</em></p>
<p>Matto: Tutti gli altri titoli li hai dati via. Ma con questo ci sei nato. (1)</p>
<p>William Shakespeare</p></blockquote>
<p>Le suggestioni di <strong><em><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/V_for_Vendetta">V per Vendetta</a></em></strong> a più di vent&#8217;anni dalla pubblicazione in Inghilterra e a una quindicina d&#8217;anni dall&#8217;uscita in Italia, non sono venute meno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/12/10/lanarchia-transgender-di-alan-moore-v-per-vendetta/">L&#8217;anarchia transgender di Alan Moore: V per vendetta</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/220px-v_for_vendettax.jpg" id="image2883" alt="V for Vendetta cover by Alan Moore" align="left" hspace="5" /></p>
<p><strong>Recensione di Nadia Agustoni</strong></p>
<blockquote></blockquote>
<blockquote><p><em>Lear: Dai del matto a me, ragazzo?</em></p>
<p>Matto: Tutti gli altri titoli li hai dati via. Ma con questo ci sei nato. (1)</p>
<p>William Shakespeare</p></blockquote>
<p>Le suggestioni di <strong><em><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/V_for_Vendetta">V per Vendetta</a></em></strong> a più di vent&#8217;anni dalla pubblicazione in Inghilterra e a una quindicina d&#8217;anni dall&#8217;uscita in Italia, non sono venute meno. Il fumetto di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Alan_Moore">Alan Moore</a> e <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/David_Lloyd_%28comic_artist%29">David Lloyd</a>, pubblicato in una nuova edizione da Rizzoli Libri (marzo/ aprile 2006, edizione economica in b/n, 300 pagine a. 17 euro, altre edizioni sono quella a colori, 21 euro, e quella di lusso a 25 euro, in b/n, della Magic Press) si presta quindi a ravvivare una lettura non facile che non può sottrarsi agli angoli ventosi, a quei corridoi di senso e citazioni che permeano il testo e si rincorrono per tutta la trama di <strong><em>V.</em></strong><br />
<span id="more-2882"></span></p>
<p>Dirò subito che <strong><em>V per Vendetta</em>,</strong> fu e rimane un testo forte, poco conciliante rispetto al potere e men che meno consolatorio sui riti della violenza, pur essendo collocato nel panorama degli anni Ottanta, che nel caso dei fumetti ci ha offerto molte visioni alternative. (Ricordo qui: <strong><em>Electra assassin</em> di</strong> Frank Miller, la saga degli <strong><em>X Man</em></strong> tuttora in corso, la <strong><em>Solange</em></strong> di Cinzia Ghigliano, per arrivare infine a un western <em>cult</em> come <strong><em>Ken Parker</em></strong>, che in certi frangenti si fa portavoce di istanze socialiste, come nell&#8217;albo n. 100, <em>Sciopero</em>. O ancora la breve serie di <strong><em>Spray Liz</em></strong> di Luca Enoch, un fumetto peraltro già degli anni Novanta, che metteva in scena antagonismo giovanile e sessualità non normativa, ma per una volta al femminile) .</p>
<p>In un&#8217;intervista a &#8220;Warrior Magazine&#8221; (n. 17) nel1983, Alan Moore dice che:</p>
<blockquote><p><em>&#8220;V per Vendetta&#8221; ebbe inizio in parte su <strong>&#8220;Hulk Weekly&#8221;</strong> della Marvel uk e in parte da un&#8217;idea che avevo presentato a un concorso per sceneggiature per la DC Thomson alla tenera età di 22 anni. La mia idea trattava di un anomalo terrorista col volto truccato di bianco che operava col nome di <strong>The Doll</strong> e faceva guerra a uno stato totalitario attorno alla fine degli anni 80. La DC Thomson decise che un terrorista transessuale non era proprio ciò che cercava&#8230;</em> (2).</p></blockquote>
<p>Il nucleo dell&#8217;idea però permane, e Moore, dopo svariati tentativi, riuscirà a creare <strong><em>V</em></strong>.</p>
<p>Alle molte ambiguità di <strong><em>V</em></strong> non è improbabile aggiungere anche quella della dimensione sessuale, che la maschera di <strong>Guy Fawkes</strong> (personaggio storico inglese, che tentò di far saltare in aria il Parlamento il 5 novembre 1605) non cancella, ma semmai altera ulteriormente.</p>
<p>Nel gioco di scatole cinesi che <strong><em>V</em></strong> costruisce per mettere in scacco la dittatura fascista del <em>Leader,</em> una moltiplicazione e proliferazione di <em>non identità</em> (3) fa da filo conduttore per un puzzle surrealista, scandito da ombre e frasi che si rincorrono in un crescendo, traumatico prima che drammatico, proprio perché nel libro assumono l&#8217;aria innocua di stornelli canticchiati.</p>
<p><strong><em>V</em></strong> non smette mai di accennare a un farsi che è sempre in atto, e che nel compiersi altro non rivela che l&#8217;aprirsi di un&#8217;altra scatola, l&#8217;aggiungersi di un altro tassello a una storia che si tesse con complicati disegni.</p>
<p>La Storia &#8220;<em>in minuscolo&#8221;</em> di <strong><em>V</em></strong> inizia nel &#8220;campo di assistenza&#8221; cioè di concentramento e sterminio di <strong><em>Larkhill,</em></strong> dove il regime ha fatto deportare le persone scomode: ribelli, socialisti, anarchici, lesbiche, gay, e popolazioni non bianche, &#8220;non ariane&#8221; o detto altrimenti razze e tipi &#8220;inferiori&#8221;.</p>
<p>Questo &#8220;campo di assistenza&#8221; è l&#8217;effetto della Storia &#8220;<em>in maiuscolo</em>&#8220;.</p>
<p>Il periodo in cui avviene la vicenda è dopo il 1992. Nella sceneggiatura di Moore (che scriveva nei primi anni Ottanta, riferendosi a un futuro prossimo) nel 1988 una guerra nucleare ha distrutto quasi del tutto il mondo che conosciamo, e l&#8217;Inghilterra si è salvata per trovarsi in balia di un susseguirsi di crisi (mancanza di cibo, leggi, istituzioni, politiche ecc.) e di una guerra di bande e partiti che producono solo insicurezza e violenza. Da questa situazione emerge il partito fascista, che prende il potere con una marcia su Londra e lo tiene poi grazie alla sistematica eliminazione delle opposizioni e soprattutto dei cittadini comuni dal passato non in linea con le nuove direttive.</p>
<p>Il nuovo fascismo ha forti tratti orwelliani e <em>1984</em> è con <em>Fahrenheit 451</em> di Ray Bradbury, uno dei libri ispiratori per Alan Moore<em>.</em></p>
<p>Significativo è che la frase scolpita su un frontale dell&#8217;Abbazia di Westminster: <em>la forza con la</em> <em>purezza e la purezza con la fede,</em> sia la stessa che compare nel campo di <strong><em>Larkhill,</em></strong> e che subito evoca l&#8217;altra frase infame dei campi di sterminio nazisti: <em>Il lavoro rende liberi.</em></p>
<p>Del resto l&#8217;universo concentrazionario appare fin dalle prime sequenze di disegni con le telecamere di sorveglianza puntate sui lavoratori che escono dalle fabbriche. E le stesse telecamere, <em>l&#8217;occhio</em>, saranno una costante nel susseguirsi degli eventi.</p>
<p><strong><em>La voce del fato</em></strong> è il primo tassello che <strong><em>V</em></strong> fa saltare. Con la forza della ripetizione, ad ore stabilite e che non cambiano mai, e con la reiterazione dei discorsi, <em>la voce</em> assume nella vita del popolo non solo un carattere normativo, ma diviene quasi <strong><em>un&#8217;essenza</em></strong>, qualcuno che ti parla perché sa ciò che tu sei/vuoi e ciò che dovrai fare. Il suo improvviso mancare crea una crepa, come in una diga che da quel momento non sarà più sicura.</p>
<p>Proprio a partire dalla distruzione della <em>voce del fato,</em> <strong><em>V la maschera sorridente</em></strong> inizia a spiegare ad Evey (la ragazzina che ha salvato da uno stupro ad opera della polizia), che</p>
<blockquote><p>&#8220;<em>ti hanno fatto diventare una vittima, Evey, una statistica, ma non sei davvero così, dentro di te non sei così</em>&#8221; (4).</p></blockquote>
<p>È in questo modo che Moore introduce, con lentezza e determinazione, il primo accenno a un discorso anarchico e a una ripresa dei temi umanistici che ci hanno accompagnato nel XX secolo e che tuttora ci provocano con le loro domande, e con le loro non risposte.</p>
<p>L&#8217;uccisione della dottoressa <em>Delia Surridge</em> svela alcuni segreti sulla storia, tramite il <strong>Diario</strong> che Delia lascia su un tavolo e che racconta quello che in realtà è accaduto nel campo di <strong><em>Larkhill.</em></strong> È qui infatti che la dottoressa aveva sperimentato sui prigionieri cavie qualcosa di letale. Il 75 per cento di loro era morto subito e tra i pochi, sopravvissuti più a lungo, c&#8217;è <strong><em>V,</em></strong> allora <em>detenuto nella camera n. 5.</em></p>
<p><em>Delia Surridge</em> annota scrupolosamente nel suo <strong>Diario</strong> che le pare di aver a che fare con non persone, e di loro a lei importa pochissimo. Conduce a buon fine il suo lavoro scientifico e le resta solo l&#8217;impressione di un vago rimorso, di un errore di fondo.</p>
<p>Sarà invece il poliziotto che legge il suddetto <strong>Diario</strong> ad avere una crisi di coscienza, che portandolo al campo ormai in disuso di <strong><em>Larkhill</em></strong> lo metterà di fronte alla propria complicità con il regime e con i crimini commessi per difendere la supremazia razziale dell&#8217;Inghilterra.</p>
<p>È l&#8217;ispettore in questione ad ammettere, in una sequenza di forte impatto emotivo, che quei ragazzi, uomini e donne di tutte le tendenze e colori che una volta erano anche amici suoi, gli mancano. Gli manca quel calore umano delle piazze riempite per i gay pride e i sapori, gli odori e le facce di gente che veniva da altri luoghi e che aveva tanta gentilezza.</p>
<p><strong><em>V,</em></strong> fuggito dal campo, ricrea nella <em>galleria dell&#8217;ombra</em> uno spaccato del mondo che fu, con tutta la cultura che gli riesce di salvare: film, libri, musica, manifesti, teatro, canzoni&#8230; e li darà ad <em>Evey</em> senza esitare, nel renderla cosciente di sé, a farle rivivere in una finzione diabolica per realismo quello che lui ha vissuto nel campo. In questo frangente, quando crede di essere in mano ad aguzzini e quindi si sente perduta, <em>Evey,</em> trova una lettera scritta su carta igienica. In 5 pagine una donna racconta a qualcuno che non conosce e che come lei è un/una prigioniero/a la sua storia <em>in minuscolo.</em></p>
<p><em><strong>Valerie Susan Page</strong></em> sa di scrivere su quel pezzo di carta la sua unica autobiografia e sa che sta per morire. Affida la sua storia e il suo amore a qualcuno che come lei morirà, perchè vuole dar voce a quel centimetro di dignità a cui non ha rinunciato. Giovane liceale, <em>Valerie</em> si scopre lesbica, <em>di quelle</em> <em>che non guariscono,</em> e fa i primi passi per non rinunciare alla propria personalità. Vive in provincia, e per seguire la propria vocazione teatrale e cinematografica va a Londra. Durante la lavorazione di un film incontra <em>Ruth</em>, la donna della sua vicenda, con cui vivrà i suoi tre anni di felicità.</p>
<p><em>Ruth,</em> catturata dai fascisti e torturata, farà il nome di <em>Valerie</em>, ed entrambe finiranno a <strong><em>Larkhill.</em> Ruth,</strong> non perdonandosi, si uccide. <em>Valerie</em> è nella <em>camera n. 4,</em> nella n. 5 c&#8217;è la persona che diventerà <strong><em>V</em></strong> e che dopo aver letto la sua lettera deciderà di scappare e salvarsi.</p>
<p>Gli esperimenti della dottoressa <em>Delia</em> hanno reso questo prigioniero &#8220;completamente pazzo&#8221; e &#8220;magnetico&#8221; in modo strano.</p>
<p>La sua fuga sarà l&#8217;inizio di altre storie che intersecandosi daranno il via al naufragio del regime.</p>
<p><strong><em>V</em></strong> non persegue solo la vendetta: la sua visone del mondo, la sua etica anarchica lo pone come distruttore, ma non si dà continuità, non per sé: infatti è alla ragazzina Evey, che si rifiuta di imparare ad uccidere, che trasmetterà la propria eredità perché costruisca e scelga senza imposizioni la strada da percorrere.</p>
<p>Nella <em>galleria dell&#8217;ombra,</em> la maschera sardonica di <em>Guy Fawkes,</em> celebra la memoria di <em>Valerie</em> e da questo ricordo, che è ricordo di un amore mai espresso e ricordo dell&#8217;amore reale tra due donne, nasce una salvezza che ha nel divenire, nel momento, la sua ragione d&#8217;essere. Il racconto di Alan Moore, va detto, non ha mai toni enfatici, ma scorre con parole che rimangono espressione della nuda quotidianità di cui ognuno potrebbe essere parte.</p>
<p>I personaggi femminili di <strong><em>V per Vendetta</em></strong> sono molti e fanno il racconto. Moore li tratteggia con sapienza e misura nella loro forza, fragilità e tragicità. <em>Rose,</em> casalinga, puritana e affiliata al partito, rimasta vedova e scoperto l&#8217;inganno a cui non si è sottratta, ormai ridotta a donnina da cabaret (anche in questo caso forti sono gli echi del cinema, nella fattispecie <strong><em>Cabaret</em></strong> ), compra una pistola e compie l&#8217;attentato finale al <em>Leader,</em> che ormai pazzo non riesce che a farfugliare di una pulizia compiuta contro uomini &#8220;<em>nudi a letto che si sfregano tra di loro</em>&#8221; (5).</p>
<p>Il gioco di scatole cinesi è nel fumetto in questione efficace fino alla fine. Ogni episodio si incastra nell&#8217;altro aprendo squarci su personaggi e vicende che solo nelle ultime pagine sembrano risolversi, per poi di nuovo aprirsi e lasciarci in sospeso.</p>
<p>Io confesso di non sapere ancora chi è <strong><em>V</em></strong>. Moore nella postfazione ci dice chi <strong>non</strong> è, e poi ci consiglia di arrangiarci. Forse è più che giusto. Ci ha dato una fantastica storia (da cui è stato tratto anche il film omonimo dei fratelli Wachowski).</p>
<p>In <strong><em>V per Vendetta</em></strong> il piccolo gioiello che è la biografia in forma di lettera di <em>Valerie Susan Page</em>, ci regala in quel sommesso raccontarsi, un momento di lucidità e forza ma ci ricorda che nell&#8217;Inghilterra degli anni Ottanta fu una leader donna ed il suo governo che con le parole di Moore</p>
<blockquote><p>&#8220;<em>ha espresso il desiderio di estirpare l&#8217;omosessualità, persino come concetto astratto, e si possono solo fare ipotesi su quale sia la prossima minoranza contro ci si scaglierà la legge</em>&#8221; (6).</p></blockquote>
<p>La speranza è comunque che le minoranze non si sottraggano a un confronto. Trovare quanti più testi, libri e film possibili che raccontino altre storie e rileggerli, ri-raccontarli a nostra volta, può essere la goccia che farà piccoli laghi, fiumi e poi forse oceani.</p>
<p><strong>Note</strong></p>
<p><strong>1)</strong> William Shakespeare, <em>Re Lear,</em> in: <em>I capolavori, volume secondo,</em> Einaudi, Torino 1997.</p>
<p><strong>2)</strong> Alan Moore, <em>V per Vendetta,</em> p. 276. Edizione Rizzoli, Milano 2006.</p>
<p><strong>3) <em>V</em></strong> pare sfuggire ad ogni identità prima che ad ogni identificazione. Non è raro nei fumetti imbattersi in personaggi dall&#8217;identità frammentata, che andrebbero riletti in molti casi con attenzione alle nuove teorie del genere.</p>
<p><strong>4)</strong> <em>V per Vendetta,</em> p. 35.</p>
<p><strong>5)</strong> <em>Ibidem,</em> p. 238</p>
<p><strong>6)</strong> <em>Ibidem,</em> p. 6 <em>Prefazione</em> di Alan Moore, del 1986.</p>
<p><em>Questo articolo è stato pubblicato su <a href="http://www.culturagay.it/cg/recensione.php?id=11587">Cultura Gay</a></em><br />
Illustrazione di David Lloyd per una copertina del fumetto. Fonte: <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Image:V_for_vendettax.jpg">Wikipedia</a>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/12/10/lanarchia-transgender-di-alan-moore-v-per-vendetta/">L&#8217;anarchia transgender di Alan Moore: V per vendetta</a></p>
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		<title>Schiuma hard-core</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Jul 2006 04:32:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/necron450.png"></a><strong>di Mauro Baldrati<br />
</strong><br />
C’era un tipo – lo chiamavano Faustone – che conoscevo al paese, prima di emigrare a Roma per lavorare al giornale. Era un uomo di circa trent’anni, altissimo, sarà stato due metri e dieci, con una grande testa di capelli neri voluminosi e due mani enormi, due mazze che avrebbero atterrato un bue.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/07/14/schiuma-hard-core/">Schiuma hard-core</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/necron450.png"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/necron225.png" alt="una tavola del Necron di Magnus " hspace="2" vspace="2" align="right" /></a><strong>di Mauro Baldrati<br />
</strong><br />
C’era un tipo – lo chiamavano Faustone – che conoscevo al paese, prima di emigrare a Roma per lavorare al giornale. Era un uomo di circa trent’anni, altissimo, sarà stato due metri e dieci, con una grande testa di capelli neri voluminosi e due mani enormi, due mazze che avrebbero atterrato un bue.<br />
Era un personaggio mitico, era stato sposato con una ragazza bellissima, molto alta anche lei (circa un metro e novanta), magra, nervosa, atletica. In un paese dove l’altezza media delle persone era di un metro e sessantacinque, loro due formavano una coppia che suscitava sconcerto, e, forse, ammirazione e invidia. Il matrimonio comunque durò meno di sei mesi, perché lei, un giorno, fu ricoverata in ospedale per le percosse ricevute. Almeno così si diceva, e la cosa mi stupì, perché ho sempre considerato Faustone un tipo generoso, un buono, sempre disponibile verso gli altri.<br />
<span id="more-2303"></span><br />
Con Faustone talvolta andavo in una vecchia casa abbandonata sperduta nella campagna a sparare con una 44 Magnum, la gigantesca pistola dell’ispettore Callaghan. Non so dove avesse trovato quel cannone, né quale uso intendesse farne, a parte il tiro a segno con bottiglie, sagome di legno, angurie (che colpite dalle grosse pallottole camiciate in rame esplodevano come bombe tra schizzi di semi e polpa rossa); chi non ha mai provato a impugnare e a premere il grilletto di un’arma simile non può neanche immaginare la potenza dello sparo, e il rinculo che rischia di scaraventarti la pistola sul petto, se non viene stretta a due mani, con forza e concentrazione.<br />
Poi mi trasferii a Roma e ne persi le tracce. Quando tornavo al paese però, circa una volta ogni due mesi, mi capitava di vederlo in giro per il viale alberato. O meglio, non in giro, ma sulle panchine, seduto con qualche altro perdigiorno come lui (era un operaio in cassa integrazione perenne), oppure sdraiato su una panchina, troppo corta per lui, coi piedi fuori, addormentato, indicato a dito dai cittadini che dicevano che era diventato un drogato e uno spacciatore.<br />
Un giorno che passeggiavo per il viale sentii il suo inconfondibile vocione che mi apostrofava. Mi girai e lo vidi, seduto a gambe larghe sul marciapiede che correva lungo il palazzo della ferramenta. Mi chiamava agitando un braccio. Mi avvicinai, gli tesi la mano e mi sedetti accanto a lui.<br />
“Oi sei te” disse, “è da un po’ che non ti si vede”.<br />
“Già” dissi, e intanto scrutavo il suo volto: gli occhi erano infossati in due profonde occhiaie scure e la pelle era come incartapecorita. I capelli erano scarmigliati, in disordine sulla fronte lucida, e gli abiti sporchi e stazzonati. Sì, erano segni inequivocabili della deriva nell’eroina.<br />
“Be’, dimmi una cosa, è vero che lavori là in quel giornale di scoppiati?”<br />
Nella parola scoppiati c’era un che di ironico, dubito che avesse mai letto la rivista. Probabilmente ne sentiva parlare in giro. “Sì” confermai.<br />
Seguì un silenzio. Ci guardavamo intorno con aria distratta, osservavamo i cittadini, sempre gli stessi da una vita intera, che transitavano sul viale, a piedi, in moto, in bicicletta, in auto.<br />
“E tu?” domandai. “Spari ancora con quel pistolone?”.<br />
Faustone sospirò. “Uh. L’ho venduta”.<br />
Aveva venduto la Magnum. Sull’uso del denaro ricavato non avevo dubbi.<br />
“Bah” disse con tono spavaldo, “comunque adesso uso un altro pistolone, ah-ah”, e si portò la mano al cavallo dei pantaloni. Lo guardai con aria interrogativa. “Sì, questo pistolone qui” disse, toccandosi l’inguine.<br />
“Buon per te” dissi.<br />
“L’hai detto. Lo ficco tra le gambe delle azdore sposate”.<br />
“Ah” dissi, sorpreso. Non avevo mai sentito Faustone parlare di sesso. “Così hai delle amanti sposate?”<br />
Scoppiò a ridere e si perse per qualche secondo in un accesso furioso di tosse. “Amanti?” disse, quando la tosse si fu calmata. “Diciamo pure amanti. Io me le sbatto mentre il marito è lì che guarda”:<br />
“Ma no” dissi, sempre più sbalordito.<br />
“Oi! Tu non immagini. C’è tutto un giro, a Lugo, a Ravenna, a Faenza, di coppie depravate che cercano degli stalloni. Dicono proprio così gli annunci: cercasi stallone, massimo quarantenne di bell’aspetto. E io non sono di bell’aspetto? Argh-argh! Poi ci sono alcuni mariti che lo vorrebbero prendere nel sedere mentre lo fanno con la moglie. Insistono, mi pregano ma io quella cosa lì non la faccio”.<br />
La mia mente aveva già iniziato a lavorare alacremente. Ero sempre alla ricerca di spunti per qualche servizio, e già qualcosa si stava configurando. C’era una rubrica, inventata dal direttore, che si chiamava Schiuma. Era un contenitore onnivoro dove inserire qualunque storia strana, storie pesanti, storie perverse, ritratti di personaggi. Io avevo fotografato nuda Jo Squillo e il servizio – corredato da una intervista – aveva avuto un successo clamoroso: un mese dopo la rock-spaghetti in topless era finita in copertina a Stern. La vicenda di Faustone sembrava perfetta. Mi chiesi, ma una sola volta, senza angosciarmi, se era tutto vero. In realtà il problema non si poneva. In Schiuma i personaggi parlavano in prima persona, il giornalista non faceva che trascrivere il testo (era uno stile che in seguito venne copiato da alcuni grandi giornali per le interviste). Era dunque un racconto, e la responsabilità era tutta di chi raccontava. Non da un punto di vista giuridico, ovviamente, ma a noi non importava un fico secco dell’aspetto giuridico.<br />
Gli chiesi di raccontarmi tutto, con dovizia di particolari. Faustone, che sembrava non aspettare altro, si lanciò in una lunga storia che aveva come asse portante un sistema di annunci – espliciti sulle riviste specializzate e in codice sui quotidiani – coi quali le coppie comunicavano con gli “stalloni”. Si vedevano nelle case, parlavano, bevevano, alcuni avevano anche della coca; poi la moglie si spogliava, e così via.<br />
“Ma ti pagano?” chiesi.<br />
Faustone rovesciò indietro la testona, ma il gesto fu troppo brusco e sbatté violentemente contro il muro. Bestemmiò a lungo, massaggiandosi la nuca.<br />
“Delle volte. Dipende. Se la moglie è buona lo faccio anche gratis, però voglio un po’ di roba”.<br />
Non indagai sulla “roba”, se intendeva coca o ero. Comunque la storia era già scritta nella mia testa. Non ho mai registrato le interviste, perché non ero bravo in questa attività, mi confondevo; però mi imprimevo a fondo nella mente il parlato del soggetto ed ero in grado di restituire con precisione le frasi. E poi in Schiuma c’era grande libertà di stile, se necessario si modificava, si riscriveva.<br />
Stavo per proporgli l’idea dell’intervista, ma prima volevo parlarne col direttore, perché c’era un aspetto importante da chiarire.<br />
“Faustone, ti va una birra?” chiesi. “Vado al bar e ne prendo un paio.”<br />
“Volentieri” disse.<br />
“Allora aspettami qui. Non ti muovere, d’accordo?”<br />
“E chi si muove?”<br />
Attraversai il viale ed entrai nell’enorme bar della sezione del P.C.I., che a quell’ora del pomeriggio era semivuoto. C’erano solo un paio di tavolini occupati da pensionati che giocavano a carte. Andai verso la cabina del telefono e chiamai il direttore. Per fortuna lo trovai in redazione. Quella storia andava definita subito, chissà che fine avrebbe fatto Faustone l’indomani. Il direttore mi ascoltò attentamente, poi, a racconto ultimato, restò qualche secondo in silenzio a meditare. “Uhm, si può fare” disse.<br />
“Però c’è un problema” dissi.<br />
“Che problema?”<br />
“La foto. Non credo che accetterà di farsi fotografare.”<br />
Altro silenzio meditativo. “Be’, questo è vero. Allora perché non gli fotografi&#8230; vediamo&#8230; il bacino?”<br />
Geniale! Non ci avevo pensato. Non mi sarebbe mai venuta un’idea simile. Era forte, mentre un ritratto del viso in fondo sarebbe stato banale. Dissi che ci avrei provato. Stabilimmo la lunghezza massima del testo, lo salutai e riattaccai. Poi comprai due lattine di birra e raggiunsi Faustone, che intanto si era addormentato con la testa appoggiata al muro.<br />
Stappammo le lattine e bevemmo una lunga sorsata. Quando la birra terminò Faustone era un po’ rinvigorito. La birra è sempre stata la bevanda preferita dei tossici, perché “tira su” l’ero quando inizia il terribile calo che fa cadere le palpebre e ciondolare la testa. Allora gli proposi l’idea: un’intervista sulla sua storia, e una foto. “Ma non una foto non del viso, perché&#8230; non ti andrebbe, giusto?”<br />
“Oh” disse, guardandomi con tanto d’occhi. “Guarda, non me ne fregherebbe proprio un cazzo. Che me ne frega di questi qua?” e indicò con una mano il viale. “Che me ne frega di questo branco di contadini sfigati pieni di soldi? Però c’è mia madre che&#8230; insomma diventerebbe matta.”<br />
“Appunto” dissi. “Allora ho quest’idea: ti fotografo il pistolone”.<br />
Glielo dissi con assoluta nonchalance, come se fosse la cosa più normale di questo mondo. D’altro canto per noi tutto era normale, non esisteva nulla di troppo hard, nulla di sconveniente. Avevamo addirittura pubblicato un Manuale del killer professionista che insegnava come uccidere un uomo, un’iniziativa ironica e provocatoria che aveva provocato furiose polemiche e anche una denuncia con relativo sequestro delle copie.<br />
Faustone scoppiò a ridere. “Cosa? Vuoi dire che mi fotografi&#8230; l’uccello?”<br />
“Proprio così”.<br />
Continuò a ridere, ed io ero un po’ preoccupato, perché quell’eccessivo uso di energia della risata poteva accelerare un calo micidiale della droga e farlo crollare.<br />
“Oi, ma allora è vero, siete proprio una manica di scoppiati!”<br />
“Scoppiatissimi” dissi.<br />
Forse questa battuta gli piacque, oppure lo intrigava l’idea provocatoria, un sasso nello stagno culturale del paese. “Tanto lo sapranno tutti che sono io, ah-ah!” Accettò.<br />
“Bene, allora andiamo. La facciamo a casa mia”.<br />
“Ma come, adesso?”<br />
“Certo. Perché rimandare? E poi domani devo tornare a Roma”. Era vero, ma il motivo era un altro: uno come Faustone si sarebbe perso dopo poche ore, oberato dai problemi della roba, dall’astinenza eccetera. Impossibile stabilire un appuntamento per il giorno dopo. O subito o mai più.<br />
Ci alzammo e andammo verso la mia vecchia Reanult 4.<br />
“Hai ancora quella cinquecento?” chiesi. Lui, un gigante, affermava di trovarsi bene solo con la macchina più piccola del mondo.<br />
“L’ho venduta” disse.<br />
“Ah. E il vespino?” Era buffo Faustone in sella a quel piccolo scooter, sembrava un enorme cavaliere mongolo in groppa a un pony.<br />
“Ho venduto anche quello. Che me ne faccio? Abito a cento metri da qui, e non c’è nessun altro posto dove andare”.<br />
Arrivammo alla mia casa semidiroccata, dove al piano terra, in una stanzona, viveva la mia vecchissima nonna. Salimmo al primo piano, nell’appartamento quasi privo di mobili dove avevo vissuto quando abitavo al paese, e lo feci piazzare di fianco alla finestra del piccolo soggiorno. Presi la Polaroid SX 70, una macchina di gran moda a quei tempi (tutti gli artisti di tendenza si esaltavano e scattavano centinaia di foto con la SX 70) e mi piazzai a circa due metri da lui, in ginocchio. “Ok” dissi. “Allora giù i pantaloni e le mutande”.<br />
Forse ebbe un breve attimo di incertezza, ma se ciò avvenne lo dissimulò perfettamente. Invece lanciò un’occhiata preoccupata alla finestra e disse: “tira ben giù la tapparella, che se ci vedono i vicini ci prendono per due culattoni”.<br />
Ecco un pensiero che non avrebbe mai attraversato la mia mente. Ero unicamente concentrato sulla foto. Finché la polaroid non usciva dal carrello della macchina il servizio sarebbe stato inutile.<br />
“Dai, sono pronto” dissi quando ebbi abbassato la tapparella e inserito i piccoli flash a torcia sulla SX 70. Allora Faustone, con gesto deciso, si calò i pantaloni e le mutande e rimase col batacchio che dondolava tra le cosce pelose. E qui, mentre inquadravo il suo organo genitale, fui assalito da una tremenda, irresistibile crisi di riso. Vidi me stesso chino con una macchina fotografica di fronte a un gigante tossico coi pantaloni calati e mi venne in mente la sua frase: “siete proprio una manica di scoppiati”. Chi era più scoppiato, io o lui? Nascondendomi dietro la macchina riuscii a non esplodere in una risata che sarebbe stata molto imbarazzante, perché l’avrebbe fatto sentire ridicolo, preso in giro; in realtà non volevo affatto prenderlo in giro, mi stava semplicemente offrendo una storia strana, un storia forte, estrema, che era ciò che cercavo. Però vedevo la scena da fuori, come se fossi un insetto che volava nella stanza: io inginocchiato, lui col batacchio a penzoloni, era impossibile resistere. Scattai cinque foto tutte uguali, con l’unico scopo di ripararmi dietro la macchina e reprimere la risata che mi toglieva il respiro.<br />
Alla fine riuscii a calmarmi e guardammo le foto. Erano abbastanza inquietanti. Perfette.<br />
“Certo che se era un po’ duro era meglio” disse Faustone prendendosi in  mano l’arnese e squadrandolo con aria critica. “Solo che qui&#8230; non ce la faccio mica a indurirlo. Non ce l’hai un giornale porno?”<br />
Dissi che non l’avevo. “Vanno bene così” dissi.<br />
“Se lo dici te” disse.<br />
Ci sedemmo al vecchio tavolo rotondo, che proveniva dalla sede della radio libera che avevamo fondato cinque anni prima, e rollai una canna di ganja romagnola coltivata in un luogo segreto sull’argine del fiume Reno. Faustone fece un paio di tiri, ma senza entusiasmo. I tossici sono indifferenti al fumo. Erba ed eroina appartengono a razze diverse, non hanno nessuna interazione. Un tossico neanche la sente l’erba. L’eroina richiede l’alcool, il parente stretto che la rinvigorisce quando perde potenza.<br />
“Devo andare” disse Faustone alzandosi. Ebbi la netta sensazione che stesse diventando nervoso. Probabilmente aveva bisogno della dose serale. “Devono passare a prendermi per andare a Ravenna per un  certo businness”.<br />
Riposi le polaroid in una busta e scendemmo le scale. Non staccai il contatore della luce. Quando tornavo al paese non dormivo nella mia casa, perché c’era polvere e abbandono, ma dai miei genitori. E poi la mia vecchia nonna la notte svalvolava da matti, gridava, imprecava, sferrava bastonate sui mobili e non mi faceva dormire. Quella sera, però, volevo scrivere il testo dell’intervista, perché infuriava nella mia mente, e premeva per uscire.<br />
Lo accompagnai sul viale, di fronte alla sua panchina preferita. Il tramonto si annunciava con la sua luce rossastra.<br />
“Hai una sigaretta?” chiese, guardandosi intorno con insistenza.<br />
“Aspetta qui” dissi. Andai alla tabaccheria, comprai una stecca di sigarette e gliele porsi.<br />
“Vuoi che&#8230; stia con te?” chiesi, spinto da un improvviso senso di malinconia all’idea di mollarlo da solo su quel viale desolato.<br />
“Che?” esclamò, guardandomi sorpreso. Gli occhi si erano arrossati, ed erano più stretti. La crisi iniziava a farsi sentire. “Ma no, tra un po’ arriva quel soggetto che mi porta a Ravenna. Be’, ti saluto” disse, e uscì di getto dalla macchina.<br />
Lo guardai allontanarsi con passo frettoloso, la testa ciondolante sul grosso collo e la stecca di sigarette sotto il braccio. Dopo due secondi era sparito dalla mia vista. Chissà dov’era finito, in quel viale deserto privo di nascondigli.</p>
<p>Nell&#8217;immagine, una tavola del <em><strong>Necron</strong></em> di <strong>Magnus</strong> per gentile concessione degli eredi Raviola</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/07/14/schiuma-hard-core/">Schiuma hard-core</a></p>
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		<title>Nantonaku</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2004 12:38:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Viola]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Fabio Viola</strong></p>
<p> </p>
<p>Scrive il critico Kato Shuichi della letteratura contemporanea giapponese: “Un fenomeno singolare degli anni Ottanta fu senza dubbio l’emergere di un nuovo tipo di romanzo best-seller, come <em>Nantonaku kurisutaru </em>(<em>Quasi simile a cristallo</em>, 1980) di Tanaka Yasuo, <em>Noruwei no mori </em>(<em>La foresta norvegese</em>, 1987, noto in Italia come <em>Tokyo blues</em>) di Murakami Haruki, <em>Kicchin</em> e <em>Shirakawa yofune </em>(<em>Kitchen</em>, 1987, e <em>Sonno profondo</em>, 1989) di Yoshimoto Banana.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/07/12/nantonaku/">Nantonaku</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Fabio Viola</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/1700090.jpg" alt="1700090.jpg" border="0" height="182" width="130" /> <align =left></align></p>
<p>Scrive il critico Kato Shuichi della letteratura contemporanea giapponese: “Un fenomeno singolare degli anni Ottanta fu senza dubbio l’emergere di un nuovo tipo di romanzo best-seller, come <em>Nantonaku kurisutaru </em>(<em>Quasi simile a cristallo</em>, 1980) di Tanaka Yasuo, <em>Noruwei no mori </em>(<em>La foresta norvegese</em>, 1987, noto in Italia come <em>Tokyo blues</em>) di Murakami Haruki, <em>Kicchin</em> e <em>Shirakawa yofune </em>(<em>Kitchen</em>, 1987, e <em>Sonno profondo</em>, 1989) di Yoshimoto Banana. Questi libri acquistati da milioni di persone hanno dei tratti comuni. Diversi dai personaggi dei precedenti romanzi popolari, i protagonisti sono tutti giovani, non hanno legami familiari né preoccupazioni economiche, si muovono in uno spazio astratto, quasi artificiale, senza sentimentalismi, <em>senza restare coinvolti con il destino di altri </em>(questo corsivo è mio). Uomini e donne egocentrici, spesso intelligenti, spesso emotivi, e quasi sempre melanconici, che vivono una vita senza scopo. Si appassionano alle novità, alle cose che vanno di moda: vestiti, musica, vitto, località, e infine il rapporto tra uomo e donna; non fanno che andare a far spese, telefonare, incontrare gli amici, e andare a letto assieme. Né passione d’amore, né odio, né una forte personalità. I personaggi fanno questo, fanno quello, <strong>a casaccio, ‘nantonaku’, senza sapere perché</strong>, come l’ha definito Tanaka Yasuo. Sono ‘nantonaku storie’. […] Sembra proprio che, dovunque, la società consumistica porti le masse a ciò che una volta Carlos Fuentes chiamò <strong>‘un torpore spirituale mascherato da beatitudine’”.</strong><br />
<span id="more-532"></span><br />
Il processo cui fa riferimento Kato è attribuito a personaggi di libri usciti negli anni Ottanta, e al di là del leggero stupore provato nel leggere un esplicito attacco alla società consumistica su un libro di testo di storia della letteratura giapponese, lo sguardo è bloccato su anni in cui, malgrado tutto e malgrado Kato, la letteratura nipponica fermentava e dava segni di vitalità. Con il tempo e il lavorio incessante della disumanizzazione liberista l’intuizione di Kato sboccia, ciò che era in nuce si fa evidenza palese. Ben oltre, in realtà, le meno rosee aspettative.<br />
Negli anni Sessanta lo scrittore Abe Kobo, comunista fino all’espulsione dal partito nel 1961 per divergenze di vedute, pubblicò un romanzo intitolato <em>L’uomo scatola </em>(da noi uscito per Einaudi). Un uomo fabbrica una scatola in cui vivere e “se l’appoggia” sopra a mo’ di cabinotto. Pratica dei fori per vedere, dota l’interno di accessori e nega se stesso al mondo, diventa come invisibile. Osserva, si muove, riduce le interazioni al minimo indispensabile. Si unisce a un mondo di uomini scatola che piano piano scopre, persone che non riescono più a vivere in comunità, per le quali esistere nella scatola è non preferibile ma uguale a viverne fuori. In Abe l’alienazione dell’individuo postmoderno è resa provocazione e paradosso; la negazione dell’integrazione è segnalata e sottolineata, diviene insomma una metafora politica, forte e chiara.<br />
Con gli anni, come faceva notare Kato, l’impulso critico e partecipativo (= cosciente e libero) verso la cosa comune si è affievolito, si è smussato, si è trasfigurato e nebulizzato. E alla fine è scomparso. L’impegno politico ha ceduto il passo all’individualismo più caricaturale, all’assenza di volontà e desideri, alla miopia globale.</p>
<p><strong>Il percorso di involuzione compiuto nell’immediata contemporaneità non tanto dalla letteratura quanto forse dallo spirito del paese intero, dal Giappone come realtà complessa, è tutto sbriciolato negli ultimi libri tradotti e proposti in Italia dai nostri solerti editori</strong>. Un paese che non è stato in grado di gestire (nel privato più colpevolmente che nel pubblico) l’immenso benessere che ha conosciuto; che ha assistito al suo inesorabile e pauroso – per la sua ineluttabilità – smottamento economico; che adesso è paralizzato di fronte all’incertezza per il futuro, un’instabilità “tettonica” (anche fuor di metafora) contrapposta all’irruenza passata della propria crescita. Tutto ciò si è riflesso ampiamente negli scrittori.<br />
La distanza dalla vita dei nuovi autori nipponici che Kato ha evidenziato ha avuto negli anni seguenti un’inevoluzione, un incancrenimento. Se in Murakami Haruki e Yoshimoto Banana, due tra gli “altri autori” di cui hanno rappresentato il riscontro internazionale se non altro in visibilità, l’urgenza individualistica si è manifestata in uno straniamento dalle dinamiche “di sostentamento” delle persone comuni, ciò è poi degenerato nello scollamento definitivo dello scrittore (di successo, e ciò è maggiormente inquietante) dalla vita stessa, così come la intendono le persone che quantomeno lavorano e sono coscienti di stare vivendo.<br />
Anche il sesso, in questa landa brulla ma colorata che sembra essere l’animo giapponese contemporaneo, è diventato l’opposto di ciò che, forse qualunquisticamente o per impervi gap culturali, è o è stato il sesso dei giapponesi agli occhi degli occidentali: un’ossessione morbosissima. Anche in questo si è invertita la tendenza.</p>
<p>C’è questo <em>Platonic sex</em> di Iijima Ai (Rizzoli), che come opera letteraria, peraltro, vale poco o nulla. La prosa è sciatta e qualunque, le descrizioni umano-ambientali che l’autrice fa (ex “accompagnatrice” nei locali di Roppongi, un quartiere dei divertimenti a Tokyo, ex regina dell’hardcore, ora popolarissimo personaggio televisivo) sono vaghe e stereotipate, le situazioni banali (forse proprio perché sciattamente vere, non filtrate da un’autorialità cosciente). Ciò che più colpisce, e per cui vale la pena citarla, oltre al clamoroso successo che ha avuto in patria e fuori, è che, a dispetto del packaging, dei contenuti generali e delle intenzioni sicuramente scandaloseggianti, <strong>Iijima Ai ha scritto un libro non morale ma moralista, in cui le azioni della protagonista sono soggette a una valutazione di ordine etico e personale, a posteriori, da parte della protagonista stessa</strong>. In più occasioni, ripercorrendo le varie fasi della sua vita, Iijima le scansiona con gli occhi di una ragazza che è cosciente di stare percorrendo una sorta di (dis)educazione sessual-sentimentale, una corsa cieca e involuta di autodistruzione morale che, proprio in quanto non fondata né supportata da uno straccio di motivazione ideologica (non è una punk, non è anti-borghese, non è certo un’oltranzista filo-borghese, non è nemmeno niente, è solo un’iperconsumista gratuitamente ribelle, il cui tenore di ribellione è non proporzionale ma esponenziale rispetto alle vaghe “colpe” dei genitori cui fa riferimento, a loro volta in qualche modo vittime [ma colpevoli di pochezza come la figlia] di un esterno aggressivo e alienante), e si rivela essere nient’altro che soggiogamento a logiche di tipo esteriore (estetico in senso deteriore) e monetario. <strong>Iijima difatti non riesce, proprio perché non può farlo, non ne ha gli strumenti né i presupposti, a dipingere delle circostanze esterne a sé sufficienti a giustificare le sue “scelte”. </strong>Oscilla tra un desiderio (meglio: impulso) consumistico primordiale (per lei comprare e possedere equivale a mangiare o respirare), e un impulso moralistico retroattivo quasi inconsulto che la fa essere cosciente di essere vuota. Solo che, ed è il vero dramma del libro, anche il suo accorgersi di se stessa come oggetto tra gli oggetti non è né codificato né articolato, per cui il moralismo di cui sopra ha l’effetto di un riflesso condizionato, come se Iijima dicesse di sé ciò che una morale generica dovrebbe dire di chi si comporta come lei. Il sesso poi nel libro è una componente marginalissima. Non è altro che un modo di fare soldi (e narrativamente tutt’altro che sovraesposto o esibito, nemmeno come riscatto esistenziale del povero di spirito), e ha una connotazione sempre sublimata, davvero mai morbosa, forse proprio per questo ancora più agghiacciante.<br />
Stesso discorso per <em>Father fucker </em>di Shungiku Uchida (Marsilio). Il libro, come quello di Iijima Ai, vuole essere un racconto scandaloso delle vicende di vita dell’autrice/protagonista, qui però rielaborate e narrativizzate in misura più consistente, con apporti non necessariamente autobiografici. Il romanzo dipinge un vissuto infantile e adolescenziale di una ragazza che è del tutto priva (come il libro del resto) di partecipazione emotiva. Ogni abuso e violenza subiti dal padre prima e dal patrigno poi sono cubetti di ghiaccio sulla neve. La ragazza subisce reiterati attacchi gratuiti alla sua persona dalla sua stessa famiglia e dall’incuranza del suo milieu (basso), stupri paterni (poco o mai descritti, continuamente citati, diabolicamente rievocati a ogni passo); non è accettata non in quanto persona sgradevole o sgradita, ma in quanto essere umano che esiste lì, in quel momento. Ciò, invece di suscitare in lei qualsiasi cosa, un desiderio di riscatto profondo o affermazione di sé anche blanda, suscita solo niente, accettazione totalmente passiva di tutto e, anche qui, una ripetizione pappagallesca di morali estemporanee e comunitarie, da chiacchiera al mercato. Ciò che le capita, in definitiva, è senza un motivo, senza uno scopo ed è privo di conseguenze profonde. Le sue azioni sono irrilevanti e irrilevate. Ciò che la distingue dalla ragazza del libro di Iijima Ai è l’ambizione da velina estrema di quest’ultima e la totale assenza di desideri dell’altra, che non può desiderare nulla perché non sa di esistere, o meglio non è cosciente che esistere comporti un riconoscimento da parte dei propri referenti umani.<br />
(Nel fumetto poi, ma proprio per inciso ché anche qui il discorso sarebbe lungo, arte indiscussa in Giappone, pure c’è stato un movimento analogo. Che abisso di intenti e spirito esiste tra l’incanto proletario e gioioso di Maison Ikkoku di Takahashi Rumiko e Paradise kiss o il Gokinjo monogatari di Yazawa Ai? Che scarto di incoscienza? Com’è che anche la più semplice storia sentimentale serializzata, tipica di certo manga, diventa una gara di consumismo e apparenza nevrotizzata? Perché e come fantasia e incanto si trasformano in moda e superficie?)<br />
<strong>Quindi in conclusione, dov’è (andato) il Giappone? Dove sono le ossessioni carnali ma soprattutto esistenziali di Mishima, Tanizaki o Kawabata?</strong> Ma anche solo l’estatico isolazionismo di Yoshimoto Banana e il realismo magico ante litteram di Murakami Haruki (tanto sminuiti da Kato Shuichi)? E pure, nella letteratura di qualche anno fa, l’annullamento cosciente del sé di Hiruma Hisao (il bellissimo e toccante <em>Yes, yes, yes</em>, Marsilio)? O l’esotismo post-femminista di Yamada Eimi (<em>Bad mama jama </em>o <em>Occhi nella notte</em>, Marsilio, meno belli ma almeno antropici, coscienti, sensoriali), in cui il desiderio sessuale, l’esuberanza della donna letteralmente si impalavano sull’altare dell’altro-da-sé (in questo caso l’uomo afroamericano: il corpo primordiale). <strong>Perché il Giappone oggi non riesce a creare una coscienza di sé, individuale prima che nazionale, che giustifichi l’assurda distanza delle persone dalla vita (vita oggi e solo oggi, a dispetto dei detrattori del paese, veramente alienata)?</strong> Perché tutto ciò che resta è il vuoto gadgettizzato di chi o non cerca nulla o si bombarda di oggettuncoli, sms, griffes, macchine e sesso a un livello tale e così compulsivo da non accorgersi neanche di stare chiedendo aiuto? O di averne un disperato bisogno?</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/07/12/nantonaku/">Nantonaku</a></p>
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		<title>Fumetto</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Feb 2004 20:56:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dario voltolini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Ricevo e pubblico (Dario Voltolini)</p>
<p></p>
<p><strong>WORKSHOPS CON IGORT E DAVID B.</strong></p>
<p>All&#8217;interno di <strong>BilBOlbul</strong>, progetto di divulgazione del fumetto, Hamelin<br />
Associazione Culturale in collaborazione con l&#8217;Accademia di Belle Arti di<br />
Bologna organizza due laboratori pratici di 12 ore ciascuno con due tra i<br />
maggiori autori del fumetto contemporaneo internazionale: IGORT il 27 e 28<br />
febbraio e DAVID B.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/02/02/fumetto/">Fumetto</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ricevo e pubblico (Dario Voltolini)</p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/bilbolbul.jpg" border="0" alt="bilbolbul.jpg" width="355" height="90" /></p>
<p><strong>WORKSHOPS CON IGORT E DAVID B.</strong></p>
<p>All&#8217;interno di <strong>BilBOlbul</strong>, progetto di divulgazione del fumetto, Hamelin<br />
Associazione Culturale in collaborazione con l&#8217;Accademia di Belle Arti di<br />
Bologna organizza due laboratori pratici di 12 ore ciascuno con due tra i<br />
maggiori autori del fumetto contemporaneo internazionale: IGORT il 27 e 28<br />
febbraio e DAVID B. l&#8217;1 e il 2 marzo.<br />
<span id="more-277"></span><br />
Igort, nome d&#8217;arte di Igor Tuveri, pubblica negli anni Ottanta fumetti e illustrazioni per le più prestigiose riviste internazionali (&#8220;Linus&#8221;, &#8220;Alter&#8221;, &#8220;Frigidaire&#8221;, &#8220;Metal Hurlant&#8221;,<br />
&#8220;L&#8217;echo des Savanes&#8221;, &#8220;Vanity&#8221;, &#8220;The Face&#8221;). Dagli anni Novanta pubblica in<br />
Giappone con Kodansha e Hon Hon do. Ha fondato numerose riviste tra le quali<br />
&#8220;Pinguino&#8221;, &#8220;Dolce vita&#8221;, &#8220;Fuego&#8221;, &#8220;Due&#8221;, &#8220;Black&#8221;. <strong>5 è il numero perfetto </strong>è<br />
il suo ultimo capolavoro tradotto in dieci paesi in tutto il mondo e<br />
premiato nel 2003 come miglior libro a fumetti in Germania. Attualmente<br />
dirige la <strong>Coconino Press</strong>, vive a Parigi e si occupa di animazione. David B.<br />
abita a Parigi ed è il maestro del racconto esoterico francese nonché tra i<br />
membri fondatori dell&#8217;<strong>Association</strong> gruppo d&#8217;artisti indipendenti che negli<br />
anni Novanta ha rivoluzionato il fumetto d&#8217;oltralpe: <strong>Il grande male </strong>il suo<br />
capolavoro assoluto che lo ha affermato internazionalmente è ora candidato<br />
come miglior libro al Festival di Angoulême 2004. La quota di partecipazione<br />
per un workshop è di 60 ? per gli studenti dell&#8217;Accademia di Belle Arti e di<br />
100 ? per tutti gli altri.</p>
<p>Programma:</p>
<p>25 febbraio ore 18, lezione di Igort su Munoz</p>
<p>27 e 28 febbraio: workshop di Igort</p>
<p>1 e 2 marzo: workshop di David B.</p>
<p>2 marzo: inaugurazione mostra di David B. presso Hamelin</p>
<p>3 marzo: ore 18, Igort e David B. incontrano il pubblico</p>
<p>Informazioni: Hamelin Associazione Culturale, via Zamboni 15, 051/233401,<br />
bilbolbul@hamelin.net</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/02/02/fumetto/">Fumetto</a></p>
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