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	<title>Nazione Indiana &#187; futuro</title>
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		<title>Il perfetto scrittore progressista</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 10:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>(post rem)</strong></p>
<p>Il perfetto scrittore progressista Walter Veltroni, autore di un romanzo intitolato <em>Noi</em> ha lasciato cadere, in una recente intervista, alcune perle. La prima è che, al di là di ogni facile lamento, «la letteratura ha ancora un peso enorme… Anche oggi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/10/il-perfetto-scrittore-progressista/">Il perfetto scrittore progressista</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>(post rem)</strong></p>
<p>Il perfetto scrittore progressista Walter Veltroni, autore di un romanzo intitolato <em>Noi</em> ha lasciato cadere, in una recente intervista, alcune perle. La prima è che, al di là di ogni facile lamento, «la letteratura ha ancora un peso enorme… Anche oggi. Non a caso, i regimi danno fuoco ai libri». La seconda è che «Le parole hanno sempre cambiato il mondo e lo faranno ancora». La terza è che «La letteratura è democrazia».<br />
Mi chiedo che idea della letteratura abbia il perfetto scrittore progressista. Ma soprattutto quale sia la sua idea di democrazia.<span id="more-25565"></span><br />
Io ho sempre pensato che la creazione letteraria sia elitaria. E che una democrazia è tanto più forte quanto più è in grado, attraverso un sistema educativo aperto a tutti, di sradicare l’ignoranza (con la quale dobbiamo fare i conti nel corso di tutta una vita) in modo da rendere accessibili i romanzi di Sterne, di Joyce e di Kafka. Non è la letteratura che è democratica, è l’accesso ad essa che deve esserlo.<br />
La democrazia non è qualcosa che si ottiene in modo gratuito, assecondando la mediocrità, ma è al contrario uno sforzo costante, un atto esigente di lucidità e di immaginazione, qualcosa di molto simile alla stessa creazione letteraria.<br />
Pensare, perciò, come fa il perfetto scrittore progressista che la letteratura sia di per sé democratica significa inevitabilmente porla sotto il segno della sua accessibilità popolare, significa cioè avere un’idea populista della letteratura e della democrazia. Questa che sembra una contraddizione in termini – come può un progressista avere un’idea populista della democrazia? – è in realtà la concreta radice di uno dei mali nel nostro paese. E non solo del nostro paese.<br />
Certo, qualcuno, magari un progressista meno ragionevole ma più razionale, potrebbe addurre l’argomento che opere come l’<em>Ulisse</em> di Joyce o <em>I sonnambuli</em> di Broch non possono essere recepite da un pubblico di analfabeti di ritorno o di illetterati alle prese con l’ennesima rivoluzione tecnologica. La mia risposta è una domanda: che cosa leggeranno questi analfabeti e questi illetterati quando avranno smesso di esserlo? I romanzi di Veltroni e Veronesi o <em>I sonnambuli</em>?<br />
Al centro della questione, allo stesso tempo letteraria e politica, ci sono due modi di invitare il lettore a partecipare all’opera.<br />
Il primo parte dal presupposto che il lettore sia sempre identificabile e che i suoi gusti, giudizi e preferenze siano conosciuti in anticipo dall’autore, il quale prepara, con l’aiuto di probi editor, il perfetto piatto del perfetto scrittore progressista-populista con cui si nutrono le viscere del consumatore del presente.<br />
Il secondo cerca di identificare il lettore che ancora non c’è, il lettore che scopre se stesso attraverso la lettura. Quando questo lettore e l’opera si incontrano, quando l’uno e l’altra si creano reciprocamente, nasce l’opera davvero democratica, in grado cioè di rivolgersi non a un lettore-consumatore del presente, ma a un lettore-cittadino del futuro.<br />
Si capisce quindi come ogni apologia progressista dell’opera letteraria che deve essere accessibile a tutti, mistifichi tre deficit che il perfetto scrittore progressista non riesce a colmare, essendo la sua idea di democrazia minata alle basi da un pregiudizio populista. Un deficit di progetto politico: i suoi romanzi si rivolgono a un lettore-consumatore del presente. Un deficit educativo: egli pensa di sradicare l’ignoranza non elevando il tasso di cittadinanza della letteratura, ma innalzando il tasso della sua consumazione.<br />
Un deficit, infine, di immaginazione: i romanzi del perfetto scrittore progressista soggiaciono a un mediocre realismo sociologico, alla verosimiglianza psicologica e a un’idea della Storia concepita come una successione di eventi registrabili. I suoi romanzi sono privi cioè di ogni immaginazione temporale. Sono, oltre che populisti, anacronistici, in quanto costruiti con strumenti che hanno avuto il loro apogeo nel XIX secolo. E sono, per questo, nostalgici. Una nostalgia che nutre le viscere dei lettori-consumatori del presente.<br />
L’opera letteraria davvero democratica che si rivolge a un lettore-cittadino del futuro è sì un atto individuale, ma è allo stesso tempo un atto di memoria comune e porta in seno il progetto di una collettività che non ha nome. Per questa ragione essa deve essere in grado di far intravedere – come una carica inesplosa – un’altra Storia, una «seconda Storia», come ha detto una volta Carlos Fuentes, che non ha niente a che vedere con la Storia registrata negli archivi né con la verità “storica” in tempo reale che ci propina l’informazione.<br />
Lo scrittore davvero democratico non si accontenta quindi di ciò che gli è contemporaneo, ma si propone di compiere un’operazione che né gli storici né l’informazione possono compiere: rendere contemporaneo nella sua opera ciò che non gli è contemporaneo, accogliere in un unico spazio fittizio una coesistenza di tempi, fare di ogni passato presente.<br />
E’ evidente che per farlo, il codice realistico deve essere violato. E con questa violazione finisce il sogno nostalgico, allo stesso tempo progressista e populista, di un realismo universale in grado di identificare in ogni parte del globo il lettore-consumatore del presente.<br />
Questa «seconda Storia», che nell’opera fa brillare come un miraggio il nostro futuro senza nome, è ciò che ogni lettore-cittadino dovrebbe richiedere a uno scrittore davvero democratico.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/10/il-perfetto-scrittore-progressista/">Il perfetto scrittore progressista</a></p>
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		<title>Stili di vita alternativi. Nella Valle degli Elfi: intervista a Mario Cecchi (2° parte)</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Oct 2009 09:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Moretti</strong></p>
<p><em> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/18/stili-di-vita-alternativi-nella-valle-degli-elfi-intervista-a-mario-cecchi/"><strong>Qui</strong></a> la prima parte dell&#8217;intervista</em></p>
<p><strong> Parlaci di Avalon e della terra che vi sostiene (Avalon, è uno degli insediamenti degli Elfi in cui vive Mario). </strong></p>
<p>Avalon è difficile da definire perché è un miscuglio di tante cose, di tante attività che si intersecano dando la possibilità ad ognuno di esprimersi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/25/stili-di-vita-alternativi-nella-valle-degli-elfi-intervista-a-mario-cecchi-2%c2%b0-parte/">Stili di vita alternativi. Nella Valle degli Elfi: intervista a Mario Cecchi (2° parte)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Moretti</strong></p>
<p><em> <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/18/stili-di-vita-alternativi-nella-valle-degli-elfi-intervista-a-mario-cecchi/"><strong>Qui</strong></a> la prima parte dell&#8217;intervista</em></p>
<p><strong> Parlaci di Avalon e della terra che vi sostiene (Avalon, è uno degli insediamenti degli Elfi in cui vive Mario). </strong></p>
<p>Avalon è difficile da definire perché è un miscuglio di tante cose, di tante attività che si intersecano dando la possibilità ad ognuno di esprimersi. È chiaro, l’attività prevalente, quella che ci dà da magiare, è l’agricoltura.  Coltiviamo gli orti con tutte le orticole e le leguminose per il nostro fabbisogno: ci sono 30/40 bocche giornaliere fra adulti e bambini. Ci prendiamo cura degli ulivi, che sono la coltura più intensiva, ma che abbiamo già trovato quando abbiamo preso il podere: 1200 piante distribuite in 5 ha. di terreno, più 1 ha. di bosco. Ma non ci limitiamo a questo, quando le annate sono buone andiamo a raccogliere anche negli uliveti dei vicini, che non hanno manodopera, quindi arriviamo a cogliere anche 3000 piante. L’olio viene distribuito in tutta la valle degli Elfi in base alle necessità della famiglia o del villaggio. <span id="more-25104"></span>Facciamo la raccolta viene tutti insieme, fino a soddisfare il nostro fabbisogno, poi il raccolto viene proseguito da chi ha ulteriori bisogni: per regalare a parenti o amici, o vendere. Il ricavato viene poi suddiviso in base alle giornate lavorate e alla resa a quintale, tolte le spese. Al lavoro agricolo si dedicano tutti (…). Sugli ulivi oramai sono in molti che hanno fatto pratica e che sono in grado di potare o di impostare la raccolta, così, l’anno che ci sono olive si raccoglie e si pota contemporaneamente, grazie al particolare microclima che ci permette di fare le due operazioni contemporaneamente. Abbiamo anche una mucca, Macchia,  il cui latte giornaliero viene impiegato per fare yogurt e formaggi. Una mucca dolcissima, che viene portata al pascolo da chiunque e munta da chi è capace, alternandosi.<br />
Non c’è specializzazione del lavoro o suddivisione in ruoli, ognuno segue le proprie attitudini ed inclinazioni, basta darsi da fare e collaborare per il bene comune. Non c’è dunque una forma organizzata, non si procede per turni, si segue l’autodisciplina e la spontaneità &#8211; quando non funziona cerchiamo di parlarne per trovare di nuovo l’armonia, l’equilibrio tra il dovere ed il piacere, tra i bisogni individuali e collettivi, tra la spontaneità e l’organizzazione (…).     Questo è il bello della comune, ognuno è libero e spontaneo, ma deve sentirsi di appartenere alla comunità ed al luogo, dove impiegare parte della sua creatività ed energia per il benessere collettivo, per la crescita in tutti i sensi. Altrimenti non funziona. Altrimenti troppi sono i problemi da affrontare, se ognuno mette avanti i propri e non ascolta e non vede i problemi degli altri, non c’è il gruppo, ma l’individualismo, l’educazione, la cultura della società in cui viviamo, che ha uniformato le menti ed i bisogni rendendoli funzionali al suo sistema economico. Mentre, da noi, ciò che meno importa è il denaro: ognuno viene considerato non in base a ciò che porta, ma in base a ciò che è e dimostra. Il valore affettivo e la solidarietà umana, sono l’aspetto prevalente.<br />
In altre parole, ci vogliamo bene, siamo una famiglia senza vincoli parentali, dove i confini non sono ben definiti e non esistono regole sancite ufficialmente, ma esiste una regola superiore, che è il rispetto e l’amore per la terra, per la natura in tutte le sue manifestazioni, per la persona, per gli animali. Quando ognuno di noi avrà acquisito consapevolmente questa conoscenza, si accorgerà che la natura collabora e la terra è il paradiso a cui tanto agogniamo, che è già qui e non occorre andarlo a cercare altrove. Ho trascurato di parlare delle altre attività perché non ne sono direttamente responsabile, sono felice che ci siano e che altri si esprimono in quelle ma, io, ne ho già abbastanza, al momento non desidero dedicarmi altro che alla terra ( e alla politica per essa e per il sociale).<br />
C’è il laboratorio della tessitura, in cui Nicol crea prototipi di capi di abbigliamento che verranno poi fabbricati in serie; c’è il laboratorio del cuoio dove si fanno scarpe semplici, bisacce, portafogli, etc.;  c’è la falegnameria, che usano un po’ tutti: è il passatempo preferito dai bambini, ed è difficile da tenere in ordine per questo. C’è l’erboristeria dove vengono messe a seccare le erbe officinali, si fanno tinture, oleoliti, fiori di Bach, creme, saponi, oli essenziali. Sono Teresa ed Erika che se ne occupano, ma anche altre donne partecipano ogni tanto alla raccolta e alla preparazione dei prodotti.<br />
 Noi ci curiamo principalmente con esse, tranne nei casi in cui riconosciamo che non siamo capaci e ricorriamo al medico naturopata, o anche alle medicine allopatiche, se è il caso. L’ultima parola spetta al malato, è lui che deve decidere.<br />
E altri laboratori quali la danzaterapia, col metodo di Maria Fux. Barbara è una formatrice abilitata all’insegnamento. Altre attività sono la giocoleria, la meditazione, la pranoterapia etc., solo per citarne alcuni che riguardano la salute e la crescita interiore, ma ce ne possono essere mille, basta proporle, proporsi e trovare l’interesse del gruppo. </p>
<p>    <strong> Come siete organizzati con i bambini: quale educazione, quale comunicazione sociale e quale  futuro immaginate per loro? </strong></p>
<p>     Bella domanda che merita una risposta altrettanto bella.<br />
Proprio questo è il punto in cui ci misuriamo nel prossimo futuro; è un terreno ancora difficile da sviscerare poiché incontriamo ancora molte difficoltà. Una cosa è la teoria, un’altra la pratica. Sulla teoria siamo abbastanza chiari e consapevoli, nella pratica è difficile coniugare tutte le esigenze e mettersi alla pari con i bambini: ascoltare, rispettare i loro bisogni, mantenere vivo il loro interesse, la loro innata vivacità, la loro curiosità e sete di conoscenza.<br />
     Ogni genitore queste cose le sa, ma si scontra con le esigenze della vita quotidiana, con il lavoro nell’orto, gli animali, la preparazione dei pasti etc. Ogni giorno, ogni ora ci sono molte cose da fare:  relazionarsi tra adulti, visitatori, spettacoli, cerimonie, incontri… Insomma la vita non è assolutamente monotona. Ma i figli in tutto questo cosa c’entrano, non l’hanno mica chiesto loro. Quali sono le loro esigenze? Allora partiamo da lì: capire quello che ci stanno chiedendo.<br />
     I° segreto della relazione: l’ascolto, la nostra disponibilità. Quando c’è questo il bambino non fa i capricci, non piange per attirare l’attenzione, non si ribella, è contento.<br />
     II° segreto: segue il tuo esempio. Se dici una cosa poi ne fai un’altra, non capisce o, perlomeno capisce così. Non c’è identità tra quello che uno dice e poi fa, c’è schizofrenia. Questo succede tante volte ed è difficile ammetterlo, giustificare e dare spiegazioni.<br />
     III° segreto: non sentirsi in colpa, non abbassare la propria autostima. Sì, è vero, se ho sbagliato l’ho fatto per rabbia, per errore, per distrazione, per… E’ sempre un motivo che il bambino può capire, che fa parte della relazione tra umani, dell’intimità, della solidarietà, della complicità, della sincerità. Lui queste cose le ha ben chiare e le accetta. Ammettere il proprio errore è un atto di umiltà che lo fa sentire importante.<br />
     IV° segreto: manifestarsi per quello che si è, in modo autentico e naturale. Non atteggiarsi e non modificare la propria voce perché si è in presenza di un bambino. E’ una persona come noi, capace in tutti i sensi, più sviluppato nell’introspezione, nel percepire interiormente al di là delle parole e dei gesti; capisce qual è il tuo reale sentimento, se condividi, accetti o se fai il contrario, capisce il tuo animo. Non fingere perché gli insegni a non essere vero, gli insegni la falsità.<br />
     V° segreto: l’umiltà, lo spazio per il dubbio. Non dire sempre è così o si fa così, senza ombra di dubbio, con una determinazione e risolutezza che non ammette repliche. Riceve come messaggio la presunzione, l’arroganza, l’intolleranza verso la diversità. Il mondo non è unipolare, è multiforme, multicolore, è un arcobaleno di ideali, ognuno possiede una parte di verità, bisogna imparare ad accettare e a rispettare anche quella degli altri.<br />
     VI° segreto: non pretendere che egli diventi come te, come tu vorresti, che abbracci quella filosofia, quella religione, quella tendenza. Egli è se stesso e sa cosa scegliere. Se cerchi di influenzarlo lo spingi verso l’opposto di quel che vorresti, gli neghi o metti in dubbio la sua capacità-dignità. Devi dargli informazioni nel modo più neutro possibile, lasciarlo libero di scegliere.<br />
     Allora, organizzarsi per “educarli” a modo nostro in base a questi principi, non richiede l’ufficializzazione del momento scuola, né l’intervento della supposta autorità, il maestro che si accolla tale incarico. Ogni momento è valido ed è nel rapporto quotidiano con la vita, con l’esperienza, con gli adulti, con gli altri bambini. E’ creare opportunità per l’apprendimento, è farlo crescere sano e felice in un ambiente che riflette queste condizioni, è fargli vivere relazione umane, affettive degne di questo nome, è volergli bene come si è capaci di fare, spontaneamente, ma anche restando critici verso se stessi.<br />
     Educare il bambino significa in primo luogo educare se stessi, i genitori. Egli assorbe ogni parola, ogni gesto, ogni silenzio, ti mette alla prova, ti stimola fino a farti perdere la calma, vuol provare i tuoi limiti. A volte ti senti impotente, incapace, non hai l’energia, non ce la fai. Sono tutte prove che ognuno deve attraversare per affermare che: “adesso so come comportarmi, ho capito il suo messaggio, sono pronto al dialogo senza perdere la calma”, riconoscendo il suo bisogno di affetto, tenerezza, e intimità, di un suo spazio nella relazione dove entrare dolcemente, per sentire la sua gioia. Penso che tutto questo sia la cosa più incoraggiante per un genitore, di simili momenti dovrebbe essere piena la vita, di questo cibo ci dovremmo nutrire ogni giorno, noi e i bambini.<br />
 Poi viene l’istruzione, imparare a leggere e scrivere, la matematica, la storia, la geografia, l’arte, la musica… Non sono cose morte che gli devono entrare per forza in testa, non richiedono l’imposizione coercitiva, di essere rinchiusi dentro quattro mura scolastiche, non sono soltanto un dovere. Bisogna comprendere che si possono trasformare, che possono essere gradevoli come un gioco, tutto dipende dal modo in cui le poniamo.<br />
     Avere la capacità di renderle vive ed attuali, coniugandole con la vita reale, la praticità di tutti i giorni. Così si impara a contare i semi, la distanza tra una fila e l’altra, ad aggiungere o togliere, a moltiplicare; si imparano le figure geometriche: il quadrato, la forma del campo, il lato, il perimetro etc. Si impara che un popolo, una nazione ha una storia, che esistono diversi popoli, che tutti ci cibiamo dei frutti della terra … Partendo da semplici cose si arriva ai grandi concetti, per diletto non per dovere. Se si è costretti ad imparare si dimentica subito o si nutre una parte sola del nostro essere, il cervello. L’esperienza rimane relegata ad un ambito teorico. Noi non facciamo scuola da tal ora a tal ora, facciamo scuola sempre, da quando il bambino è nato a quando si confronta con l’istituzione scuola-società-lavoro fino a raggiungere l’autosufficienza sia materiale che psicologica. Ogni tanto capita di formalizzare il momento scuola, di sedere intorno ad un tavolo per scrivere, disegnare, fare i laboratori d’arte, cartapesta, argilla… Ma lo si fa senza interrompere la vita quotidiana. Cerchiamo di dare loro le nostre conoscenze, ciò che ognuno di noi conosce meglio ed è in grado di trasmettere. Tutta la comunità è coinvolta, siamo padri e madri di tutti i bambini, la loro crescita e l’armonia dipendono da tutti. Se un padre o una madre sono stressati faranno ricadere anche sugli altri il loro umore ed allora il problema diventa di tutti. Comprendere queste cose e trovare gli strumenti per relazionarsi fa parte della crescita del gruppo, forgia la comunità, unisce nello spirito. I problemi materiali diventano secondari e si risolvono certamente se si riescono a risolvere quelli relazionali.<br />
     E’ lì che la comune si evolve, cresce, sperimenta, non c’è altro modo, poiché le dinamiche sono interpersonali, ed è importante la specificità di ognuno. Come il bambino, anche l’adulto ha la sua esperienza, il suo vissuto (…) per potercisi relazionare profondamente va accettato com’è per poi trasformare insieme quel che c’è di contorto, se possibile, piano, piano.<br />
     Quindi, ognuno di noi applica il proprio metodo, insegna quel che gli piace sapendo che gli altri hanno fiducia in lui-lei, ma sono anche vigili nello stesso tempo affinché non si infliggano al bambino punizioni che non si merita. Spesso il bambino non fa altro che dimostrare il suo disappunto quando non viene ascoltato e non viene preso in considerazione. Bisogna stare attenti a non scaricare su di lui il nostro stato d’animo, il nervosismo, la rabbia, il  malessere di cui lui non ha colpa. In quel caso gli altri interverranno per farci capire la nostra proiezione e si relazioneranno con l’adulto con amore capendo il bambino ferito che c’è in lui, non mortificandolo a sua volta com’era stato da parte dei suoi genitori, o dalla maestra o autorità.<br />
     Quindi, la scuola è la vita, fa parte del processo di crescita, di presa di coscienza del rapporto non solo tra l’adulto e il bambino, ma tra l’individuo e l’intera società, da cui poi dipenderà il comportamento dell’individuo futuro (…). Abbiamo l’intelletto per questo, non per divorare gli altri, diventare aguzzini, carnefici o vittime impotenti. Per cui, se siamo concentrati sulla crescita equilibrata di mente-corpo-psiche e spirito, non avremo (e non avranno i nostri figli) paura di affrontare la società, non avremo (avranno) paura di affrontare il futuro perché saremo (saranno) coscienti delle nostre (loro) azioni (…).<br />
Quale futuro per i nostri figli? Quello che loro vorranno. Sapranno farsi valere nella vita. Molta strada l’abbiamo già percorsa assieme, la nostra aspirazione è che vadano oltre. Un genitore può solo accompagnare il figlio fino a che lui non è sicuro di se stesso, poi lo deve lasciare andare per la sua strada. Deve sperimentare, deve sbagliare per poi capire e correggersi. Più cerchi di influenzarlo, più lui farà l’opposto di quel che desideri. Va lasciato libero di percorrere la sua strada, qualunque essa sia &#8211; bisogna accettarla.<br />
Dudu, uno dei nostri figli, un giorno ci ha detto: “Voi ci avete insegnato l’amore, noi ce lo portiamo con noi ovunque andiamo”. Penso sia la cosa più bella che un genitore può sentirsi dire da un figlio. </p>
<p>  <strong>Infine, cosa manca al Movimento per essere più presente e incisivo in questa società al pre-collasso? </strong></p>
<p>     Non sono un traumatologo che sa dare delle ricette per ogni male. Istintivamente mi viene da rispondere niente. Quello che possiamo fare facciamo. I risultati non si vedono immediatamente. Il problema della società che sta collassando è dovuto al sistema di vita basata sulla rapina e sullo sfruttamento delle risorse naturali ed umane. Ormai siamo giunti al termine, si è finalmente capito che questo porta all’autodistruzione. Quindi si sta formando una nuova coscienza, una nuova (antica) visione del mondo, della vita, delle relazioni, rispettosa di se stessi e dell’ambiente. Questa coscienza da sola è in grado di trasformare il mondo perché comporta proprio il cambiamento dello stile di vita, non più <em>energivoro</em>, che dissipa le risorse in nome di un benessere fittizio ed irresponsabile (e che ha come conseguenza un’alienazione sempre maggiore). Una nuova visione elastica, di interdipendenza di tutte le cose, nutrita dalla consapevolezza che le risorse sono limitate e dalla condivisione: siamo tutti uniti dallo stesso destino e siamo figli della stessa Madre Terra. Lei non ci appartiene, siamo noi che apparteniamo a lei.<br />
       La nuova rivoluzione è culturale, appartiene alla coscienza, è politica, ma non si fregia di alcun potere, è necessario che raggiunga le masse, ma che non diventi una moda. Come è stato per il biologico: all’inizio era solo espressione di alcuni visionari, poi è diventato patrimonio della maggioranza. Acquistando i prodotti biologici si è creata una tale richiesta da influenzare il mercato e la produzione, tant’è vero che oggi anche le multinazionali fanno il biologico, per questo ha perso il suo valore intrinseco, che era legato allo stretto rapporto con l’ambiente e quindi alle produzioni su piccola scala. Oggi, la stessa rivoluzione va fatta acquistando solo prodotti locali, direttamente dal produttore se possibile, per questo sono nati i gruppi di acquisto. La loro espansione produrrà il cambiamento sociale perché ci farà tornare al localismo e quindi alla coscienza del luogo in cui abitiamo e alle relazioni connesse.<br />
     Non si può essere alternativi solo a parole, è la pratica quotidiana di ogni singola persona che fa l’insieme, la società in cui viviamo. Non ci si può lamentare di come vanno avanti le cose, se poi con i nostri acquisti alimentiamo il sistema, ne siamo complici.<br />
     Questa rivoluzione non appartiene a nessun partito, a nessuna ideologia, poiché è patrimonio di tutta l’umanità, ed appartiene alla sfera intima di ogni persona, al suo rapporto con la natura, con la Madre e quindi può nascere solo dalla consapevolezza che a lei dobbiamo tutto e che dobbiamo esserle riconoscenti, amarla, rispettarla. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/25/stili-di-vita-alternativi-nella-valle-degli-elfi-intervista-a-mario-cecchi-2%c2%b0-parte/">Stili di vita alternativi. Nella Valle degli Elfi: intervista a Mario Cecchi (2° parte)</a></p>
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		<title>Se qualcosa è accaduto&#8230;.</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Jun 2009 08:12:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
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<p>(incontro con i ragazzi dell’istituto di detenzione minorile di Palermo «Malaspina»)</p>
<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p>Scrivo queste riflessioni, qualche ora dopo l’incontro, con una stanchezza addosso che non avevo sentito mentre mi trovavo lì, davanti a quei venti ragazzi circa, seduti nel laboratorio.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/04/se-qualcosa-e-accaduto/">Se qualcosa è accaduto&#8230;.</a></p>
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<p>(incontro con i ragazzi dell’istituto di detenzione minorile di Palermo «Malaspina»)</p>
<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p>Scrivo queste riflessioni, qualche ora dopo l’incontro, con una stanchezza addosso che non avevo sentito mentre mi trovavo lì, davanti a quei venti ragazzi circa, seduti nel laboratorio.</p>
<p>Torno con il pensiero oltre i cancelli, oltre le serrature a doppia mandata. Alcuni ragazzi se ne stanno muti, immobili, in fondo alla stanza, altri, i più vicini, hanno le facce atteggiate a una proterva spavalderia. Alle pareti, le domande e le riflessioni emerse durante la lettura di alcuni brani del mio ultimo romanzo, <em>Senzaterra</em>.</p>
<p>Non so bene da dove cominciare, adesso che mi trovo lì dentro (mai ho percepito la preposizione dentro con una tale evidenza, e concretezza) con quei ragazzi che non lasciano trapelare granché.<br />
«Incontri ravvicinati tra extraterrestri», mi viene da pensare, mentre fatico alla ricerca delle parole che possano intanto colmare la distanza che all’improvviso sento crescere tra me e loro.<span id="more-18184"></span><br />
«Anche io sono di Palermo», dico. Mi sembra che questo sia un punto importante da chiarire (forse più a me stessa che a loro) per riuscire a gettare un ponte su cui tentare di instaurare un’ipotesi o almeno una parvenza di dialogo.</p>
<p>«Anche io sono di Palermo, siciliana, come voi, e questa storia mi riguarda, come riguarda forse anche voi. Tutti&#8230; molti siciliani infatti spesso si ritrovano a chiedersi se sia meglio restare in questa terra o andarsene&#8230; come è accaduto a chi è arrivato qua da altre terre». Dico questa frase tutto d’un fiato. Guardo i ragazzi siciliani. Guardo i ragazzi stranieri. Qualcuno sorride, qualche altro scherza con il vicino, incurante, altri mi osservano in silenzio.<br />
Sono lì, anzi, lì dentro, eppure ho la sensazione precisa di non esserci, o meglio di essere ignorata, intenzionalmente ignorata. Non è che mi stiano mancando di rispetto, no.  È come se ci sia una pellicola tra me e loro, un di qua e un di là, e in mezzo un confine insormontabile.<br />
È questa la prima sensazione. Nettissima. Come se fosse una questione delicata di equilibri, che non possono rompersi, che non devono rompersi. Come se la rottura potesse avere esiti irreparabili.</p>
<p>Silenzio. Poi qualcuno inaspettatamente alza la mano, apre uno spiraglio. È un ragazzo straniero che, lottando con quel suo italiano stentato, comincia a parlare. Gli altri ridono, sghignazzano. Lui però se ne frega, dice quello che pensa. «Il padre di Gaetano ha ragione. Lo fa per il figlio. E il figlio lo deve seguire&#8230; deve ascoltare il padre&#8230;».<br />
Si capisce che quelle parole lo riguardano più di quanto non sembri, ma non è il solo a pensarla così. Nessuno però ha ancora intenzione di parlare.</p>
<p>«Se uno non parla, non esiste», azzardo. «Lui ha avuto il coraggio di parlare, di dire cosa pensa. Se uno non dice cosa pensa e non si sforza di trovare le parole per dirlo, è come un fantasma. Non esiste. Se voi state qui davanti a me in silenzio, non esistete. Io sono qui e parlo. Ci vuole coraggio, a parlare», dico, non sapendo bene dove finirò per arrivare in questa sfida tra il loro silenzio e la mia ostinazione a voler trovare le parole per gettare questo benedetto ponte, per quanto precario, tra me e loro.<br />
Certo, sono un po’ sconcertata da quelle mie stesse parole, dal loro tasso di provocatorietà, che però non mi sembra susciti reazioni.<br />
Chi ha deciso di stare in silenzio, se ne rimane in silenzio. Chi non l’ha deciso, però, finalmente parla.<br />
«È una storia vera?»<br />
«Un poco sì e un poco no. Ho cercato di raccontare tanti pezzi di storie di tante persone».<br />
«Una specie di riassunto di tante persone», interviene un ragazzo.<br />
«Sì».<br />
«Così uno&#8230; tutti si possono rivedere in questa storia», interviene un altro.<br />
«Sì», dico. Non ho detto mai tanti sì a raffica come adesso.<br />
Qualcuno cerca di capire quanto mi riguarda. Parlotta con il compagno vicino.<br />
«Che c’è?» chiedo.<br />
«Niente. Ma&#8230; parlavo della storia. Davvero. Secondo me la sente dentro, perché&#8230; si vede da come parla».<br />
Mai mi è stata posta una domanda del genere in modo così diretto. Mai ho risposto in modo così netto, senza pensarci. «Sì».<br />
«Si vede», fa il ragazzo annuendo.<br />
Sembra che questo, il fatto che si veda, dia credibilità a tutto quello che ho scritto.</p>
<p>Guardo i ragazzi in fondo, che continuano a rimanere in silenzio. Non ci provo neanche ad arrivare fino a loro. Provo però con quelli più vicini, quelli delle prime file, i più turbolenti, i più recalcitranti, i più esibizionisti forse, e dunque anche i più reattivi.<br />
«E voi&#8230; cosa pensate di Gaetano? Del ragazzo che non vorrebbe andarsene&#8230;»<br />
«Che sbaglia».<br />
«Che deve seguire il padre», fa il ragazzo straniero.<br />
«Ma Gaetano, – dico, – non è che non vuole andarsene, dopotutto, vuole solo provare a restare, chiede solo di poter vivere nella sua terra con dignità, studiando, lavorando come si deve, con tutti i diritti riconosciuti&#8230; Vuole provare. Magari poi se ne andrà, ma prima&#8230;»<br />
«Lo capisco. Lo capisco, – dice un ragazzo, uno dei più loquaci. – Ma se uno qui non si trova, è meglio che se ne va. Che significato ha stare qui e protestare. Protestare per fare cosa&#8230; Io, per esempio, me ne vado. Che sto qua io! Che m’interessa di stare qua».</p>
<p>Tento un accenno al fatto che ognuno di noi è parte di una comunità, che se lui potrà andare in un posto migliore, come dice, è perché la gente, tutti coloro che ci abitano, hanno contribuito a renderlo migliore. Dico che una città, un paese è anche fatto da chi ci vive. Mi guardano muti.<br />
È evidente che espressioni come «essere parte di una comunità», «essere cittadini», «essere responsabili tutti»&#8230; non significano granché per nessuno di loro, indistintamente.<br />
Allora provo un’altra strada. «Il padre di Gaetano, – dico, – non se ne è andato perché in Sicilia non trovava lavoro, se ne è andato perché sapeva che la sua dignità sarebbe stata calpestata se avesse accettato di lavorare in nero, alle condizioni di qualche mafioso della zona, perché ci sono leggi uguali per tutti che regolano il lavoro&#8230; È una questione di dignità&#8230;. Per questo ha preferito andarsene».<br />
Quelli che hanno deciso di parlarmi annuiscono, come se avessi detto la cosa più sensata del mondo. Tutti loro sanno che cos’è «la messa in regola» e me lo dicono con convinzione. Questa «messa in regola» però non sembra la precisa espressione di un «diritto» sacrosanto, il riconoscimento minimo della dignità del lavoro. Annuiscono, sì, ma nessuno sembra convinto che questo possa davvero accadere, in Sicilia almeno.<br />
«Se uno la pensa così, è meglio che se ne va».</p>
<p>Qualcuno pronuncia anche la parola «futuro». L’ha scritta pure sul cartellone delle riflessioni: «Il padre vuole dare un futuro al figlio».<br />
«E cosa vuol dire per te futuro?» Lo dico così, senza pensarci. E quando mi rendo conto è già troppo tardi. Il ragazzo rimane in silenzio, la bocca sigillata, lo sguardo sfuggente.<br />
Così questa parola, «futuro», rimane sospesa, ad aleggiare nella stanza come un oggetto misterioso, un simulacro di una cosa importante che però non si sa bene cos’è. Solo dopo un po’, quando torna a intervenire il ragazzo loquace, quella parola si fa espressione di una voglia rabbiosa non tanto di riscatto, ma di «levarsi da qui», da una terra dove, «non c’è niente da fare, le cose vanno come devono andare&#8230;»<br />
«Perché vanno come devono andare?» chiedo.<br />
«Perché qui è così».<br />
«Gaetano, il protagonista del romanzo, – insisto, – è uno che cerca di capire come è fatta la sua terra, cos’è che non va, per questo vuole studiare, per  conoscere le cose, per capire, ma anche per avere le parole e farsi ascoltare. Se uno non sa niente, se uno non dice cosa pensa, se uno non ha le parole per dire le cose, come può far valere le sue ragioni&#8230;»<br />
Mi guardano, poi fanno spallucce.</p>
<p>Se fatalismo, indifferenza per le sorti collettive, non-speranza, irredimibilità avessero un volto, credo che quel volto avrebbe un’espressione molto simile a quella impressa sulle facce di alcuni di questi ragazzi, mentre parlano della Sicilia, dove le cose vanno così e basta&#8230;  dove si può rimanere solo alle condizioni imposte&#8230; non si sa bene da chi o da che cosa&#8230; alle condizioni «connaturate» a questa terra. Nessuno dice «connaturate», certo, ma è evidente che è questa la parola più vicina al sentimento che cercano di esprimere con i gesti e le facce.<br />
E allora: «Meglio farsi i fatti propri». La frase arriva puntuale. Però detta da quel ragazzo ha qualcosa di diverso, di più radicale dentro. Un senso di rabbiosa solitudine e dissimulata disperazione. È come se attorno a quella frase, ripetuta, ci fosse solo vuoto, una mostruosa solitudine. «Uno da solo che può fare, va’!»<br />
«Ma non sei da solo&#8230;» dico.<br />
«Sì, invece. E poi&#8230; che m’interessa, a me&#8230; Di nessuno, mi interessa&#8230;»</p>
<p>Mi giro verso il cartellone. Leggo qualcosa del tipo: «A me, Palermo mi piace». L’ha scritto uno dei ragazzi in fondo, che lo ribadisce impassibile: «A me Palermo mi piace. È il posto migliore».<br />
«L’unico posto dove vivere?» chiedo.<br />
«Sì».<br />
«Qui&#8230; non si può rimanere, – insiste un ragazzo straniero. – Qui non c’è futuro&#8230;» Ma lo dice senza nessuna intenzione di contrastare il pensiero di nessun altro, come una cosa che pensa lui. E infatti nessuno ribatte. Così le sue parole rimangono anch’esse sospese ad aleggiare sopra le nostre teste come quel «futuro» che non si sa bene cos’è.</p>
<p>«Vorrei leggere un passo del libro che mi piace molto,  – dico, – perché qui il padre abbraccia il figlio e il figlio si lascia abbracciare, anche se la pensano in modo diverso&#8230; Qualcuno mi aiuta?»<br />
Dinieghi. Imbarazzo. Poi un ragazzo all’improvviso si alza. Senza dire una parola, decide di darmi una mano. Prende il libro. Comincia a leggere. Con tutta la fatica del mondo. Come se dovesse conquistarsi ogni singola parola. Come se stesse combattendo una guerra.</p>
<p>Non mi è mai capitato prima, ma in quel momento, mentre lo aiutavo a pronunciare qualche espressione più difficile, mi rammaricavo di una cosa insensata&#8230; mi rammaricavo di aver usato parole così difficili appunto&#8230; parole che sembravano tutte sbagliate, assurde, inerti, mentre uscivano smozzicate dalle labbra di quel ragazzo.<br />
È una sensazione davvero straniante percepire l’inerzia delle parole, delle proprie parole. Eppure, in quella lettura c’era qualcosa di diverso, qualcosa che aveva a che fare con lo sforzo straordinario che il ragazzo stava facendo per leggere delle parole. E il fatto straordinario era che quello sforzo rendeva assolutamente irrilevante che le mie parole, in quel momento, venissero decifrate, comprese. Era come se quella fatica insomma bastasse da sé a colmare tutto il resto.</p>
<p>Ecco, io non lo so cosa resterà di questo incontro ai ragazzi stranieri e italiani con cui ho trascorso un paio di ore oltre quei cancelli azzurri, oltre le doppie mandate delle serrature.</p>
<p>Se qualcosa è accaduto, è accaduto non certo mentre spiegavo come Gaetano guardasse i tetti pieni di serbatoi di Eternit&#8230; e pensasse come fosse spaventoso quel paesaggio punteggiato di amianto&#8230; anche questo, per tutti loro, rientra nelle cose che devono andare così, secondo un cieco determinismo, che è un carcere dentro il carcere. Il vero, inconsapevole carcere che nessuna parola, per molti di loro, potrà spezzare.</p>
<p>Se qualcosa è accaduto, è accaduto prima probabilmente, mentre leggevano quei pezzetti di una storia che raccontava di un ragazzo che voleva tanto una cosa che si chiama «futuro»&#8230; non altrove, ma lì&#8230; in quella che è anche la loro terra&#8230;</p>
<p>Se qualcosa è accaduto, è accaduto oltre l’ingombro delle parole abissali, quando un ragazzo cui probabilmente non importava granché di trascorrere due ore a parlare con la sottoscritta, si è alzato, ha preso un libro e, fregandosene del giudizio di tutti, me compresa, si è messo a leggere parole impossibili senza che si levasse una risatina, né un applauso di scherno o di sufficienza.</p>
<p>Se qualcosa è accaduto, ha a che vedere con quel gesto finale di alcuni che, senza applaudire, si sono avvicinati a darmi la mano tra mezze parole di compiacimento.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/06/04/se-qualcosa-e-accaduto/">Se qualcosa è accaduto&#8230;.</a></p>
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