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	<title>Nazione Indiana &#187; Galileo</title>
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		<title>Morfologia della fiaba degli dèi</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jan 2009 09:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
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<p>C&#8217;è stato un tempo, remoto, quasi coevo delle <strong>stagioni circolari del mito</strong>, in cui dietro la fiaba degli dèi, protagonisti delle enigmatiche e spesso disinterpretate leggende al centro delle diverse tradizioni fondative, si celavano in realtà forze naturali e sociali che esulavano dal controllo &#8220;tecnico&#8221; dell&#8217;uomo, dal campo del fungibile, e si imponevano agli occhi dell&#8217;uomo stesso come manifestazioni della potenza della natura e della storia (<strong>cratofanie</strong>, per usare un termine caro a <strong>Mircea Eliade</strong>), e perciò venivano percepite, sul piano culturale, come espressioni fenomeniche di una realtà retrostante e numinosa, sacra (<strong>ierofanie</strong>).&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/02/morfologia-della-fiaba-degli-dei/">Morfologia della fiaba degli dèi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Il filologo classico traccia una breve storia del sacro fra ambiguità di termini e di ideali. D. P.]</em></p>
<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>C&#8217;è stato un tempo, remoto, quasi coevo delle <strong>stagioni circolari del mito</strong>, in cui dietro la fiaba degli dèi, protagonisti delle enigmatiche e spesso disinterpretate leggende al centro delle diverse tradizioni fondative, si celavano in realtà forze naturali e sociali che esulavano dal controllo &#8220;tecnico&#8221; dell&#8217;uomo, dal campo del fungibile, e si imponevano agli occhi dell&#8217;uomo stesso come manifestazioni della potenza della natura e della storia (<strong>cratofanie</strong>, per usare un termine caro a <strong>Mircea Eliade</strong>), e perciò venivano percepite, sul piano culturale, come espressioni fenomeniche di una realtà retrostante e numinosa, sacra (<strong>ierofanie</strong>). Entità dal recondito potere, dotate di intenzionalità, dunque vive, dunque dèi, erano i pianeti, che segnavano il passo alle stagioni, agli anni, ai secoli, alle ere (<strong>De Santillana</strong>); il divino agiva in ogni angolo dell&#8217;universo, a sancire e legittimare rapporti sociali e politici, rapporti di forza strutturanti la concreta realtà socioeconomica (<strong>Sebag</strong>, sulla scorta dell&#8217;antropologia marxiana); il linguaggio del mito, proprio di una <strong>cultura orale-aurale</strong>, formalizzava leggi cosmiche (come la precessione degli equinozi, ipostatizzata nella fiaba della ciclica, cataclismica distruzione del mondo per diluvio o conflagrazione) e interazioni politiche di vario genere (i rapporti fra gli ordinamenti delle città-stato e degli imperi, e la loro fondazione eroica), nell&#8217;unica maniera che in una cultura orale-aurale è possibile recepire: quella del racconto.<span id="more-13034"></span></p>
<p>Il linguaggio del mito, della parola primordiale che è narrazione orale (<strong><em>mythos</em></strong>, appunto), ma nello stesso tempo forza magica (<strong><em>Vāk</em></strong>), e potere creatore archetipico (<strong><em>Lógos</em></strong>), è la fiaba facile da memorizzare nella cui trama l&#8217;uomo arcaico, non inteso come primitivo, ma come vicino ai fondamenti della socialità e della culturalità umane, inscrive l&#8217;universo, in cui tutto è pieno di dèi, e in cui dio può perfino, all&#8217;occasione, circoscriversi nell&#8217;idolo senza esserne circoscritto, come ammonivano i mistici hinduisti, o può tranquillamente, a suo libito, assumere forma d&#8217;uomo o d&#8217;asse lignea, scriveva <strong>Guglielmo da Occam</strong>, e in cui il sacro, la cratofania-ierofania, si configura in ultima analisi come una categoria cognitivo-pratica onnipervasiva e onnipresente, come conclude, ancora con Mircea Eliade, l&#8217;antropologia culturale moderna, con il suo frasario specialistico astrattificante. <strong>Il mito era, in definitiva, il linguaggio con cui una cognizione scientifica o una norma giuridica potevano essere tramandati</strong>, e si imponevano come autorevoli, cioè legittimi e nel contempo capaci di <em>augere</em>, favorire la crescita, delle realizzazioni umane. Esso veicolava una cognizione &#8220;tecnico-scientifica&#8221; concreta, dalla formula-placebo alla <em>Phol ende Uuodan</em> per ammansire le fitte di una frattura, al serpe di <strong>Gilgamesh</strong>, simbolo della ciclicità del cosmo che, agli occhi di una civiltà agricola tesa alla sua materiale sopravvivenza, invecchia e si rinnova perpetuamente, preparando i semi della vita già nel momento in cui sembra spegnerli.</p>
<p>Esso imponeva altresì, in un mondo nato senza parola scritta, un atteggiamento di rispetto verso il <strong>numinoso drammatizzato</strong>, in una modalità talmente sistematica che per l&#8217;uomo antico non esiste pratica quotidiana, o tecnologia, che non sia accompagnata dal mito, perché né tecnica, né norma potevano essere trasmesse e ricordate altrimenti che in forma di racconto, poiché, per chi non ha scrittura e matematica avanzata, è più facile rammentare-tramandare una fiaba contesta di moduli formulari, piuttosto che un teorema tramato di idee-forme intellegibili astratte (<strong>Havelock</strong>). Ne discende in generale che il mito, come linguaggio, <em>anche se lo consideriamo al di là della condizione di &#8220;primitività&#8221; orale-aurale che lo inventa</em>, va di per sé concepito come una forma comunicativa efficace nel trasmettere una <em>Weltanschauung</em> olistica: il referente &#8220;duro&#8221; poeticizzato (norma giuridica, cognizione scientifica), si trasforma in messaggio dotato di forza pragmatica, che &#8220;colpisce basso&#8221; l&#8217;animo dell&#8217;uditore, lasciandovi un&#8217;impronta perpetua.</p>
<p><strong>Come protagonista del mito, il dio, o l&#8217;eroe</strong> (che poi, come personalità ierofanica, dio umanizzato o uomo divinizzato, fa lo stesso), <strong>è categoria cognitivo-pragmatica olistica per eccellenza</strong>: la sua presenza al centro del racconto di fondazione del cosmo naturale e umano è la forma con cui l&#8217;uomo percepisce-comunica l&#8217;estraneità del nucleo profondo del reale rispetto a quel campo del fungibile, tecnologico o normativo che sia, che egli direttamente controlla, e non importa quanto vasti siano i termini del campo del fungibile in una data epoca storica. Ciò che importa è che l&#8217;uomo, nel momento in cui parla di dio, definisce un rapporto rispetto a quel nucleo profondo del reale che in buona sostanza egli non controlla. Dio &#8220;regge tutte le cose non come anima del mondo, ma come signore dell&#8217;universo. E a causa del suo dominio suole essere chiamato Signore-Dio, <strong><em>pantokratōr</em></strong>. Dio infatti è una parola relativa e si riferisce ai servi: e la divinità è la signoria di Dio, non sul proprio corpo, come vien ritenuto da coloro per i quali Dio è l&#8217;anima del mondo, ma sui servi&#8230;&#8221;. Non è un passo, questo, del retrivo <em>Syllabus errorum</em> di <strong>Pio IX</strong>, né un <em>magnificat</em> pastorale wojtiłano di maniera, né tampoco uno dei troppi pistolotti ratzingeriani che i media ammanniscono alle nostre lasse orecchie in questi tempi di feste e di mercanti nel tempio: sono invece parole dello <em>Scholium generale</em>, che nel 1713 fu aggiunto da sir <strong>Isaac Newton</strong> alla seconda edizione dei suoi <em>Philosophiae naturalis principia mathematica</em>.</p>
<p>Se abbiamo presente che lo <em>Scholium generale</em> è la sede in cui Newton pronuncia il suo celeberrimo <strong><em>hypotheses non fingo</em></strong>, &#8220;ipotesi non ne invento&#8221;, alfa e òmega di ogni forma di ricerca di una conoscenza controllabile, trasparente ed obbiettiva, <strong>non possiamo liquidare questa dichiarazione come la semplice testimonianza di un&#8217;inerzia culturale</strong> di uno degli eroi dell&#8217;alba della scienza occidentale moderna, di uno scenziato in cui fideismo e sperimentazione si mescolano, e che nella seconda parte della sua vita si dette a chiosare l&#8217;<em>Apocalisse</em> di <strong>Giovanni</strong>. Nelle parole di Newton si riflette piuttosto l&#8217;idea (già tardo-platonica), che il nucleo dell&#8217;essere, coerenza ordinata, sottratta al controllo dell&#8217;uomo, si manifesta, in rapporto all&#8217;uomo, col volto del divino. Storicamente, nell&#8217;ambito delle culture antiche e medievali, quello della religiosità abramica, nel suo &#8220;dialetto&#8221; giudaico-cristiano, che condiziona culturalmente <strong>Copernico</strong>, <strong>Keplero</strong>, <strong>Galileo</strong> e Newton, è un caso particolare, estremo, di <em>reductio ad unum</em>. Nelle cosiddette religioni politeistiche, ogni forza naturale, entità astrale, o forza storico-sociale (e spesso le tre cose coincidono), è identificata come cratofania e ierofania, percepita come potere intenzionale e intelligente, e dunque come dio. <strong>Alla base del monoteismo giudaico-cristiano c&#8217;è essenzialmente una virata prospettica</strong>, in base alla quale tutte le cratofanie-ierofanie (segni miracoli presenze) del cosmo sono percepite e comunicate come riflessi riconducibili ad un unico, coerente, ordine fondativo, cratofania originaria, ierofania del fondamento, che nella sua profondità abissale trascende infinitamente l&#8217;universo fungibile che l&#8217;uomo può fruire sul piano del sensorio, controllare a livello tecnico.</p>
<p>Non è dunque un caso se due pensatori come <strong>Max Scheler </strong>e<strong> Max Weber</strong> instaurano l&#8217;<strong>equivalenza fra concezione giudaico-cristiana e fondazione della scienza occidentale</strong>. In questo senso, il concetto di dio come rapporto, e in seconda battuta il mito fondativo del monoteismo (si intenda qui mito nell&#8217;accezione forte del termine), sono orizzonti e categorie olistiche intrascendibili. Ciò è vero sia sul piano antropologico, in quanto <strong>l&#8217;uomo è permantentemente in rapporto con l&#8217;intrinseca alterità del reale</strong>, sempre in agguato al di là della pur munita e tecnologica cittadella del fungibile, sia sul piano epistemologico, in quanto l&#8217;aspettativa che alla molteplicità delle manifestazioni della natura soggiaccia un ordine unitario e coerente costituisce la metafisica (nel senso popperiano del termine) alla base di ogni forma di cosmologia scientifica.</p>
<p><strong>Non si vuole però affermare che Dio è una semplice finzione teorico-pratica, un <em>als ob</em>, un &#8220;come se&#8221; kantiano</strong>: Dio è in primo luogo l&#8217;espressione antropologica di un rapporto che si viene progressivamente chiarendo nella storia, fra ogni essere cosciente e gli aspetti escatologici del reale, dell&#8217;esistente (la rischiosità strutturale dell&#8217;esperienza di esistere, di conoscere, di agire); in particolare, Dio, si presenta, nel suo senso originario, come il volto che l&#8217;ordine coerente del cosmo assume spontaneamente agli occhi dell&#8217;uomo e insieme come il modo in cui l&#8217;uomo si rapporta a quest&#8217;ordine coerente del cosmo, nella sua trascendenza, nel suo essere estraneo alla dimensione del fungibile. Ciò implica anche una conseguenza poco lusinghiera, per una certa forma che la cultura laica assume, quando, nell&#8217;opposizione polemica ai cleri storicamente determinati, indossa la maschera dell&#8217;oltranzismo.</p>
<p>Per rimanere alla &#8220;provincia&#8221; cristiana del linguaggio mitico-religioso abramico, sottolineare ed evidenziare i rapporti di derivazione fra la narrazione evangelica della verginità di Maria o della resurrezione di Cristo con analoghi miti di altre religioni mediterranee, semitiche o pre-semitiche, o rilevare la coincidenza fra il Natale e la festa del solstizio d&#8217;inverno, o i rapporti fra la Pasqua e il momento del risorgere della vita della terra alla fine del tempo invernale, ha una fortissima importanza sul piano antropologico. È del tutto illuminante, ed è un momento di maturazione culturale imprescindibile, constatare che <strong>il cristianesimo cattolico-romano, affermatosi in opposizione al pensiero delle varie correnti della gnosi tardo-antica, è in realtà esso stesso una particolare forma di gnosi, amalgama peculiare di religiosità semitica rinnovata e substrato precristiano</strong>. Allo stesso modo è essenziale sottolineare che la Bibbia, fra Antico e Nuovo Testamento, riflette una processualità storica del precisarsi del concetto di dio, dal plurale politeistico arcaico <em>Elohim</em> all&#8217;<em>Ego sum</em> singolare monoteistico della religiosità mosaica del Dio geloso, e allo stessa maniera dal Gesù dei protovangeli, che si schermisce e non vuole essere chiamato &#8220;buono&#8221;, attributo degno solo di Dio, e così afferma la propria natura di profeta squisitamente umano (e da principio squisitamente israelita), alla sistemazione del metafisico Vangelo di Giovanni, che fa di Gesù il Logos incarnato, non meno di quanto il buddhismo ipostatizzi la figura di <strong>Siddharta</strong> in una dimensione trascendente, al di là delle sue determinazioni storiche.</p>
<p>Questo percorso di disamina antropologica ci permette, sul piano filosofico, di leggere i testi sacri come totalità in fase di accrezione e sviluppo, sia nelle forme sia nei contenuti, in un cammino che in prima battuta, dal politeismo originario, giunge all&#8217;idea di un ordine cosmico unitario, adombrato dal monoteismo; in un secondo momento, dal monoteismo, dalla scoperta della ierofania del fondamento, giunge ad assumere la prospettiva della <strong>coessenzialità dell&#8217;uomo con il divino</strong>: una cratofania dell&#8217;essere cosciente, una ierofania della coscienza, che pur soverchiata dalla potenza dell&#8217;universo, è in grado di porsi in rapporto con essa e in definitiva di comprenderla, ed è, in ultima analisi, la <strong>fonte del sacro</strong>, l&#8217;essere che heideggerianamente si interroga sul senso dell&#8217;essere.</p>
<p>La consacrazione dell&#8217;essere cosciente avviene, nel Mediterraneo antico d&#8217;età imperiale, con la particolare figura mitico-storica di Gesù, re sacro universalizzato latore di un messaggio etico al di là degli interessi politici di parte e delle differenze culturali, per seguire la prospettiva accennata da <strong>R. B. Onians</strong> nel suo <em>Le origini del pensiero europeo</em>. Ma analoghe situazioni si rinvengono tranquillamente in altre realtà religiose e spirituali: abbiamo già parlato dell&#8217;ipostatizazzione del Buddha, che nella sua dimensione storica è addirittura un filosofo promulgatore di una dottrina che il pensiero braminico definisce <em>nastika</em>, cioè non ortodossa, ostile alla religiosità superstiziosa tradizionale. Potremmo allo stesso modo ricordare, nella religione hinduista, la figura di <strong>Sri Krshna</strong>, la conclusione sarebbe invariata: nella prospettiva basilare di questa, certo prolissa, abbozzata <strong>morfologia della fiaba degli dèi</strong>, al centro delle più avanzate forme della religiosità umana, al di là delle differenze locali, si pone un mito di fondazione di cui sono protagonisti la ierofania del fondamento e la ierofania della coscienza.</p>
<p align="center">***</p>
<p>Esiste tuttavia un altro aspetto del problema, non meno articolato. Finora abbiamo cercato di delineare l&#8217;idea del <strong>Dio come rapporto</strong>, in relazione al racconto originario della ierofania del fondamento e della ierofania della coscienza. Da un punto di vista strettamente ontologico, <strong>il conflitto fra la modernità e la sua scienza da un lato, e la concezione di Dio propria dei cleri storicamente determinati dall&#8217;altro, insorge non tanto dall&#8217;intrinseca insufficienza cognitiva e pragmatica del mito stesso; nemmeno la volontà di potenza dei vertici delle gerarchie ecclesiastiche basta a spiegarla <em>in toto</em></strong>. La colpa storica delle gerarchie religiose, nella contemporaneità, è frutto dell&#8217;intersezione fra la volontà di potenza che le anima e le asservisce, e l&#8217;inadeguatezza rispetto al cambiamento culturale. È dunque una colpa tanto più grave, nella misura in cui si ingenera dal misconoscimento dello spirito del messaggio dei fondatori, e dall&#8217;<strong>idolatria della lettera</strong>.</p>
<p>Il tema dell&#8217;ateismo, o delle &#8220;<strong>false luci del mondo</strong>&#8220;, secondo una formula ipocrita cara, fra noi, ai vertici della chiesa cattolica, non è semplicemente una questione di negazione del fondamento, o di ricorso a forme di pensiero debole, in opposizione a un pensiero che si presume forte e capace di indicare all&#8217;uomo la via; non è nemmeno un problema di acquisizione di una visione matura e libera, in opposizione all&#8217;oscurantismo, secondo il grido di una laicità che in Italia appare irreversibilmente assediata e in crisi, anche per la definitiva defezione politica di coloro che dovrebbero farsene assertori e difensori, ed esprimono spesso solo una residuale forma di generico, e gerioneo, salutismo sociale, sposato all&#8217;obliqua prassi egemonica delle reti di comando dell&#8217;alta burocrazia e della tecnostruttura bancaria.</p>
<p>L&#8217;inerzia della chiesa nei confronti di Galileo (tardivamente riabilitato in una ridicola e falsa ostentazione di modernità) e di <strong>Darwin</strong> (a cui si sostituisce la <strong>putida teoria del disegno intelligente</strong>), ci pongono di fronte alla sfrontata negazione del mito originario, sostituito con un <strong>surrogato monco e penoso di dio</strong>. L&#8217;ateismo di coloro che non ritengono esista un dio fondamento dell&#8217;universo, è al massimo un <strong>ateismo teoretico</strong>, o se si vuole epistemologico e ontologico. Ma fin troppo banale è la stigmatizzazione dell&#8217;ateismo pratico di coloro che, pur dichiarando a gola spiegata la propria <em>intemerata fides</em> nel Dio cristiano, ne contraddicono <em>matter-of-factly</em> gli insegnamenti etici: che dire dei sacerdoti pedofili, che la gerarchia promuove-rimuove a più alte cariche, preoccupata solo del proprio buon nome, o dell&#8217;affarismo del clero in fatto di immobili non tassati, finite locazioni e otto per mille trafugato di soppiatto col silenzio-assenso, in uno Stato che già è in travaglio per il degrado della sua classe politica e imprenditoriale? Di recriminazioni analoghe sono pieni i media e la rete.</p>
<p>Quello che resta, nella gerarchia cattolica che nega diritti a <strong>coppie di fatto</strong>, <strong>divorziati</strong> e <strong>omosessuali</strong>, nei vertici aggressivi e ademocratici di certo protestantesimo fondamentalista, nell&#8217;estremismo di certi coloni ebraici, nell&#8217;estremismo degli hinduisti che bruciano sul rogo del marito morto una vedova di sedici anni, nell&#8217;integralismo wahhabita, nel radicalismo becero dei profeti del conflitto fra le civiltà, è in definitiva soltanto un&#8217;idolatria del segno. <strong>Una volta che ha perso contatto col mito originario che consacra l&#8217;universo e la coscienza dell&#8217;uomo in una grande narrazione cosmico-storica che li vede coessenziali, ogni singola casta sacerdotale storicamente determinata non vede altro che la propria, particolaristica, lettera morta</strong>, <strong>impressa sul suo proprio, particolaristico, libro sacro, ingiallito dalla forza corrosiva della storia</strong>. Sul piano filosofico accusano la modernità di relativismo; ma che dire del loro <strong>isolazionismo antropologico</strong>? Sul piano della morale sessuale, accusano di materialismo edonista il mondo secolarizzato: ma si ricordi che il precetto della castità, nel mondo antico, nasce da una visione arcaica, estremamente materiale e organicistica, del rapporto anima-corpo, per cui &#8220;non disperdere il seme&#8221;, dalla Bibbia al sesso tantrico, significa risparmiare la propria <em>psyché</em> per consacrarla al divino; ma anche la maniera  più ludica e irresponsabile di vivere la sessualità appare essere meno materiale ed esteriorizzata di norme che nascono da errori prospettici di una psicofisiologia arcaica, incrociati con le determinazioni socioeconomiche delle società preindustriali in cui le antiche religioni nacquero.</p>
<p>Problematiche come l&#8217;<strong>eutanasia</strong> o l&#8217;<strong>aborto</strong> sono affrontate con prese di posizione equivoche e ambivalenti: si dichiara di voler difendere la vita, ma si definisce vita la semplice, elementare attività biochimica di qualche gruppo tessutale, in un organismo che per il resto ha cessato di essere supporto di quella vita relazionale che è l&#8217;essenza della persona o che non può ancora avere nemmeno un embrione di vita relazionale. Sul piano <em>stricto sensu </em>filosofico, il &#8220;Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, e non dei filosofi e dei sapienti&#8221;, di cui si fa apologia e che funge da supporto alla primazia delle cosiddette religioni positive, appare gravato, nelle sue caratteristiche essenziali, di una <strong>selva di contraddizioni <em>in adiecto</em></strong>. La definizione coerente di un fondamento infinito in potenza e in atto è in sé e per sé <strong>incompatibile con il concetto di persona</strong>, inteso nel senso ordinario del termine.</p>
<p>Se la personalità può essere coessenziale con il divino sul piano del rapporto storico fra l&#8217;essere cosciente e l&#8217;ordine coerente dell&#8217;universo, centrando il problema sul fondamento per come esso è, per quel poco che possiamo affermarne, le cose prendono un&#8217;altra veste. In presenza di un fondamento infinito in potenza e in atto, <strong>espressioni del linguaggio religioso come &#8220;progetto, piano di dio&#8221; (che hanno un senso nel linguaggio figurale del mito), o teorie pseudoscientifiche come l&#8217;<em>intelligent design</em>, suonano obbrobriose</strong>. Veramente c&#8217;è da ridar voce al disprezzo ironico di <strong>Voltaire</strong>: è come attribuire al divino una dimensione di volubilità e impotenza assolutamente inammissibili,<strong> fare di Dio, per citare Bonhoeffer, un volgare tappabuchi</strong>: un tappabuchi del campo del fungibile, a cui l&#8217;infinita maestosità dell&#8217;universo è implicitamente ridotta.</p>
<p>Il fondamento, se coerentemente concepito come infinito in potenza e atto, si esprime, sul piano ontologico, con un atto di creazione infinita. La difficoltà di certi ambienti religiosi ad accettare il <strong><em>Big Bang</em></strong>, e ad ammettere la possibilità che il nostro universo sia solo una regione locale dell&#8217;infinito <strong>multi-verso delle cosmologie contemporanee</strong>, cade automaticamente, di fronte all&#8217;idea che l&#8217;ordinamento fondamentale delle leggi fisiche esprima strutturalmente una creazione sempre in atto dall&#8217;eternità e per l&#8217;eternità, come accade ad esempio negli scenari descritti dall&#8217;inflazione infinita di <strong>Andrej Linde</strong>, nella teoria degli universi neonati formulata da <strong>Stephen Hawking</strong>, dal concetto di paesaggio cosmico che anima le teorie di <strong>Lee Smolin</strong>. La stessa radicalità del concetto di creazione, come posizione di qualcosa di totalmente altro e autonomo rispetto al fondamento, implica poi strutturalmente l&#8217;idea di evoluzione: una creazione totalmente autonoma sarà infatti destinata a compiere il suo cammino con le proprie gambe, dalle strutture più semplici all&#8217;emersione auto-organizzata della complessità, dal caos all&#8217;ordine, secondo le dinamiche illustrate da scienziati come <strong>Paul Davies</strong> e <strong>Ilya Prigogine</strong>.</p>
<p>Per tornare al racconto fondativo originario, e alla drammatizzazione di quel numinoso che è a fondamento dell&#8217;ordine coerente dell&#8217;universo, l&#8217;idea di concepire l&#8217;atto creativo di Dio come dono radicale, incondizionato, infinito di essere, implica strutturalmente l&#8217;alterità totale della creazione, la sua positività pur nel condizionamento e nella finitudine; implica, inoltre, la necessità di un cammino evolutivo irto di errori e di drammi, di vicoli ciechi, di deviazioni e di scoperte casuali, di svantaggi e opportunità nascenti da dinamiche accidentali, feroce di ingiustizie e di sofferenze, ma proprio perciò tanto più vero e bello e ontologicamente &#8220;forte&#8221; e coeso.</p>
<p><strong>Il problema, in definitiva, non è dunque l&#8217;opposizione banale fra teismo e ateismo</strong>, che in realtà sussiste solo su un piano superficiale ed esteriore, fatto di equivoci e travisamenti. Il problema reale è, per dirla con <strong>Levinas</strong>, nella <strong>lotta fra totalità e infinito</strong>, cioè nell&#8217;opposizione fra l&#8217;idea di una realtà che si appiattisca nella dimensione totalmente fungibile della tecnica e della ragione amministrata dalle <strong>burocrazie del trascendente e dell&#8217;umano</strong>, <em>routine</em> della pura e semplice fatticità anonima, e la reale accettazione che l&#8217;esistente appare gravido di rischi e opportunità imprevedibili, al di là della tracotanza degli apparati burocratici, della aridità della scienza normale cristallizzata nell&#8217;accademismo retrivo, al di là dell&#8217;amministrazione dell&#8217;archivio dello spirito che con ingiustificabile arbitri i cleri storicamente determinati si arrogano il diritto di esercitare.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/02/morfologia-della-fiaba-degli-dei/">Morfologia della fiaba degli dèi</a></p>
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		<title>Etere 3: in Hollandia Christianus Hugenius natus est</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/05/12/etere-3-in-hollandia-christianus-hugenius-natus-est/</link>
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		<pubDate>Mon, 12 May 2008 05:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/christiaan_huygens.jpg" title="Christiaan Huygens"></a></p>
<p>Le prime due puntate dell&#8217;eterea vicenda le trovate <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/28/etere-1-l%e2%80%99antichita/">qui</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/13/etere-2-i-secoli-bui-e-anche-no/">qui</a>.<br />
Dopo i diafani sogni degli antichi e le speculazioni del Medioevo e del Rinascimento, ecco le riflessioni e le fantasie del secolo dei lumi, che tutto illuminava con nuovi punti di vista e con nuove prospettive.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/12/etere-3-in-hollandia-christianus-hugenius-natus-est/">Etere 3: in Hollandia Christianus Hugenius natus est</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/christiaan_huygens.jpg" title="Christiaan Huygens"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/christiaan_huygens.thumbnail.jpg" alt="Christiaan Huygens" hspace="20" vspace="15" /></a></p>
<p>Le prime due puntate dell&#8217;eterea vicenda le trovate <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/28/etere-1-l%e2%80%99antichita/">qui</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/13/etere-2-i-secoli-bui-e-anche-no/">qui</a>.<br />
Dopo i diafani sogni degli antichi e le speculazioni del Medioevo e del Rinascimento, ecco le riflessioni e le fantasie del secolo dei lumi, che tutto illuminava con nuovi punti di vista e con nuove prospettive.<br />
I lumi però vanno preparati e nel Seicento, l’epoca del vituperato e splendido barocco, molte acque si mossero.</p>
<p>Un po’ più seriamente che con le battute di Galileo, la questione dell’etere venne affrontata e trattata da due dei maggiori scienziati dell’era moderna, Huygens e Newton.</p>
<p>Era olandese <strong>Christiaan Huygens</strong> (talvolta Huyghens, l&#8217;Aia, 1629 – 1695), crebbe in una terra che stava diventando nazione tra mille turbolenze, tra alleanze variabili e tentativi di autonomia, il che non gli impedì di dedicarsi a studi e faccende scientifiche, scoprendo e inventando numerose interessanti applicazioni, come potete leggere ad esempio <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Christiaan_Huygens">qui</a>. Divenne amico e corrispondente di Descartes, Pascal, Leibniz e Newton, ed elaborò complessivamente una propria posizione scientifica originale, più vicina al continentale cartesianesimo che alle idee che venivano d&#8217;oltre Manica.</p>
<p>Un grande mistero per gli uomini, e una grande fonte di vita e di gioia è sempre stata la luce.<span id="more-5883"></span><br />
Quella realtà dalla quale tutti gli esseri viventi (tranne forse misteriose creature che soggiornano negli abissi oceanici) traggono la possibilità di essere vivi, di evolvere, di avere un importantissimo canale (anche se non l’unico, abbiamo almeno cinque sensi) di comunicazione con il proprio ambiente nonché di dare e ricevere informazioni, nel senso più generale del termine. Noi umani non crediamo, ma in verità non sappiamo, se le querce o le antilopi si siano mai interrogate sulla natura della luce, ovvero se abbiano mai cercato di connettere il fenomeno luce con altri fenomeni naturali, perché riteniamo di essere gli unici depositari di una facoltà che chiamiamo ‘razionalità’ e che risponde al bisogno, che con l’evoluzione si è formato nella nostra mente, di incasellare in un qualche modo, che chiamiamo ordinato, tutto quanto avviene attorno a noi.</p>
<p>Insomma la luce è stata oggetto d’indagine, oltre che di meraviglia e di gioia, da tempo immemorabile. Se poi ci sono qui dei figli delle tenebre, non vadano avanti a leggere, che a loro non interessa.</p>
<p>Huygens è soprattutto noto per essere stato il primo, e sfortunato, assertore di una teoria ondulatoria della luce; teoria a quel tempo avversata e quindi offuscata sia dall&#8217;autorità teorica di Newton (che proponeva una propagazione corpuscolare: la luce consiste di piccole particelle) sia dalla sua nota e arrogante intolleranza. Teoria però che doveva poi esser riscoperta e rivalutata nei primi decenni dell&#8217;Ottocento.</p>
<p>Nel suo <em>Traité de la lumière</em>, pubblicato in francese a Leida nel 1690, ma scritto fin dal 1678 a Parigi e ivi comunicato all&#8217;Accademia delle Scienze (la data è importante perché nel 1687 esce la prima edizione dei Principia di Newton), Huygens si propone di spiegare la natura e la propagazione della luce a partire da cause di tipo meccanico.</p>
<p>Questa idea che quel che può essere spiegato, può esserlo a partire da un qualche modello meccanico, è un&#8217;ipotesi molto forte che sta alla base della filosofia scientifica di Huygens e di molti ancora dopo di lui. È il cuore del <em>meccanicismo</em>, quell’atteggiamento, che si può dire vada oltre la scienza e diventi una filosofia, che è sempre consistito, e consiste, nel ritenere che <em>tutto quanto avviene è riconducibile a movimenti di cose</em>, eventualmente piccole piccole o grandi grandi, che si muovono sotto l’azione delle varie reciproche forze. È un atteggiamento che corre spesso parallelo al determinismo e ad altri più o meno simpatici compagni di viaggio.</p>
<p>Huygens è di formazione cartesiana, come la maggioranza degli scienziati continentali dell’epoca (Cartesio, René Descartes, era morto cinquantaquattrenne a Stoccolma nel 1650, a causa della polmonite che l’esigente regina Cristina di Svezia, gli aveva causato facendolo sistematicamente uscire di casa nelle gelide albe svedesi per andare a darle lezione), anche se modifica in più occasioni le teorie di Cartesio per adattarle alle proprie necessità e sostiene proprio, in un famoso passo dell&#8217;opera citata, che chi non voglia rinunciare ad ogni speranza di capire qualcosa in fisica deve concepire la causa di tutti gli effetti naturali mediante ragionamenti di meccanica (<em>par des raisons de mechanique</em>). Nel primo capitolo del <em>Traité</em> Huygens discute a lungo della velocità della luce, supera l&#8217;ipotesi cartesiana della propagazione istantanea, da pochi anni smentita dalla misurazione di Rømer[1] e passa a discutere del meccanismo della propagazione.</p>
<p>Caratteristica della sua discussione è la continua analogia che mantiene tra la propagazione della luce e quella del suono nell&#8217;aria: questa analogia porta buoni frutti in quanto, ad esempio, convince Huygens che la propagazione della luce non può avvenire per spostamento di materia, ma per onde causate da una perturbazione che si sposta, nel tempo, da strato a strato della materia eterea, ma lo conduce anche all&#8217;errore, che impedirà una pronta accettazione della teoria, di concludere che anche le onde della luce, così come quelle del suono nell&#8217;aria, sono <em>longitudinali</em>, mentre, come poi si scoprì nella prima metà dell&#8217;Ottocento, alcune caratteristiche della propagazione della luce sono tipiche di una propagazione ondulatoria <em>trasversale</em>.[2]</p>
<p>Venendo ora alla materia che sostiene queste onde, Huygens scrive:<br />
“<em>Se ora si esamina quale può essere questa materia nella quale si estende il movimento che viene dai corpi luminosi, materia che chiamo eterea [etherée], si vedrà che non è la stessa che serve alla propagazione del suono. Poiché si trova che quest&#8217;ultima è propriamente l&#8217;aria che sentiamo e che respiriamo: e se anche la si toglie da un recipiente, non se ne toglie l&#8217;altra materia che serve alla luce. Il che può provarsi racchiudendo un corpo che suona in un recipiente di vetro, dal quale si elimina l&#8217;aria mediante la macchina che il signor Boyle ci ha fornito, e con la quale ha fatto così tante belle esperienze.</em>&#8221;</p>
<p>E, potremmo aggiungere noi, se al centro di un recipiente chiuso e trasparente poniamo una lampadina accesa, non c’è nessun procedimento che, togliendo qualcosa dal recipiente, permetta di  eliminare la visione della lampadina dall’esterno. La lampadina rimane visibile: non si riesce a togliere un ‘fluido’ che ‘trasporti’ le onde luminose che la lampadina emana e che colpiscono la nostra retina.<br />
La proposta di Huygens procede ora con i seguenti passi:<br />
<strong>i.</strong> lo spazio è pieno di particelle di etere che sono molto più piccole di quelle dell&#8217;aria;<br />
<strong>ii.</strong> queste particelle sono estremamente dure ed elastiche; (“nulla impedisce che noi valutiamo che le particelle di etere siano di un materiale tanto vicino alla durezza perfetta e di una elasticità tanto pronta quanto vogliamo ”);<br />
 <strong>iii.</strong> se si mettono in fila tante biglie dure, a contatto tra loro, un urto sulla prima delle biglie si manifesterà alla fine in uno spostamento in avanti dell&#8217;ultima (come ben sa chiunque abbia giochettato con l&#8217;attrezzo qui mostrato), restando sostanzialmente ferme tutte le altre, e questo processo non è istantaneo perché ogni biglia intermedia deve avere il tempo, piccolo quanto si vuole ma non nullo, di comprimersi e ri-espandersi elasticamente trasmettendo così la sollecitazione alla successiva;<br />
<a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/bigliedihuygens.JPG' title='bigliedihuygens.JPG'><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/bigliedihuygens.JPG' alt='bigliedihuygens.JPG' /></a><br />
<strong>iv.</strong> la luce si propaga per l&#8217;appunto così, con urti iniziali, prodotti dai materiali emittenti sulle piccole biglie che compongono l&#8217;etere, e questi urti si trasmettono ad una velocità tanto più alta quanto più valutiamo alta la durezza e la risposta elastica di queste biglie.</p>
<p>Il tocco finale che Huygens aggiunge sulla costituzione dell&#8217;etere suona così:<br />
“<em>Dirò tuttavia, di passaggio, che si può pensare che queste particelle di etere, nonostante la loro piccolezza, siano a loro volte composte di altre parti e che la loro elasticità consista nel movimento molto rapido di una materia molto sottile che le attraversa da tutti i lati, e che costringa il loro tessuto a disporsi in maniera tale da lasciare un passaggio a questa materia fluida il più aperto e il più facile che si possa. [...] E non bisogna immaginarsi che vi sia alcunché di assurdo né di impossibile in ciò: essendo anzi del tutto credibile che proprio di questa progressione infinita di corpuscoli di differente grandezza, e con differenti gradi di velocità, la natura si serva per produrre sì tanti meravigliosi effetti.</em>”È un quadro complesso e originale quello che Huygens offre della costituzione della misteriosa “materia del cielo”. Anche sulle cause della gravità il nostro autore si spende in un tentativo di spiegazione che, invece di ricorrere ai grandi vortici cartesiani, fa uso di un numero molto grande di piccoli vortici, sempre della ‘materia celeste’, aria più etere, che circondano la Terra. Ma di questo vi parlerò quando parlerò di Newton e del codazzo di suoi seguaci fin nella medicina del Settecento.</p>
<p>[1] <strong>Ole Rømer</strong> (Arhus, 1644 – Copenhagen, 1710) fu il geniale astronomo danese che, dopo quattro anni di lavoro all&#8217;Osservatorio Reale di Parigi, peraltro proseguendo osservazioni suggerite dall’astronomo italiano Giovanni Domenico Cassini, dal 1671 direttore dell’Osservatorio di Parigi, annunciò di aver potuto spiegare gli osservati ritardi nelle occultazioni dei satelliti di Giove (i famosi ‘medicei’, scoperti da Galileo) dietro l&#8217;ombra di Giove stesso mediante l&#8217;ipotesi che la luce si propagasse nello spazio tra la Terra e Giove ad una velocità assai elevata, ma finita, che egli stimò in circa 225.000 Km/s; stima ottima, tenuto conto che fu la prima e che, rispetto al valore oggi considerato corretto di circa 300.000 Km/s, comporta un errore per difetto di appena il 25%.<br />
[2] <em>longitudinale</em> significa che l’oscillazione dell’onda avviene lungo la stessa direzione della propagazione (es.: le onde del suono nell’aria), mentre <em>trasversale</em> significa che l’oscillazione ha luogo in direzione perpendicolare alla direzione di propagazione (es.: le onde alla superficie del mare).</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/12/etere-3-in-hollandia-christianus-hugenius-natus-est/">Etere 3: in Hollandia Christianus Hugenius natus est</a></p>
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		<title>17 febbraio 1600, rogo a Campo dei Fiori</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Feb 2008 06:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/duchampbruno.jpg" title="duchampbruno.jpg"></a><br />
d u c h a m p d e i f i o r i (cortesia di effeffe)</p>
<p>Il 20 gennaio 1600 Ippolito Aldobrandini, eletto papa della chiesa di Roma dal conclave del gennaio 1592 col nome, che poco gli convenne, di Clemente VIII, ordinò che l’imputato eretico “impenitente”, “pertinace” e “ostinato”, Giordano Bruno, nativo di Nola, fosse consegnato al braccio secolare.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/17/17-febbraio-1600-rogo-a-campo-dei-fiori/">17 febbraio 1600, rogo a Campo dei Fiori</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/duchampbruno.jpg" title="duchampbruno.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/duchampbruno.thumbnail.jpg" alt="duchampbruno.jpg" /></a><br />
d u c h a m p d e i f i o r i (cortesia di effeffe)</p>
<p>Il 20 gennaio 1600 Ippolito Aldobrandini, eletto papa della chiesa di Roma dal conclave del gennaio 1592 col nome, che poco gli convenne, di Clemente VIII, ordinò che l’imputato eretico “impenitente”, “pertinace” e “ostinato”, Giordano Bruno, nativo di Nola, fosse consegnato al braccio secolare. Frase che indicava il delizioso <em>escamotage</em> con il quale la suddetta chiesa si lavava le mani (la formula era “Ecclesia abhorret a sanguine”) dalla necessità di eseguire la sentenza già pronunciata su un condannato, affidandone invece l’esecuzione materiale al “braccio secolare”, cioè alle istituzioni dello stato che prevedevano appunto il reato di eresia.<br />
Il giorno 8 febbraio dello stesso anno Giordano Bruno ascoltò la pubblica lettura della sentenza, alla presenza dei testimoni e della congregazione del S. Uffizio, nella casa del cardinale Madruzzi.<br />
Giovedì 17 febbraio esattamente 408 anni fa, Giordano Bruno venne arso vivo in piazza Campo dei Fiori, con l’ovvia precauzione della “lingua in giova”, bavaglio o blocco, dato che diceva &#8220;bruttissime parole&#8221;, e invano gli porsero da guardare l&#8217;immagine del Crocefisso, dalla quale “volse fieramente lo sguardo.”<br />
<span id="more-5370"></span><br />
&#8220;Giovedì mattina – si leggeva nell&#8217;<em>Avviso di Roma</em> due giorni dopo – in Campo di Fiore fu abbrugiato vivo quello scelerato frate domenichino di Nola&#8230;: heretico ostinatissimo, et havendo di suo capriccio formati diversi dogmi contro nostra fede, et in particolare contro la Santissima Vergine et Santi, volse ostinatamente morir in quelli lo scelerato; et diceva che moriva martire et volentieri, et che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo in paradiso. Ma hora egli se ne avede se diceva la verità.”<br />
Tutte le sue opere furono poste all&#8217;<em>Indice</em> [1]  con un decreto del 1603 e tuttavia circolarono  abbondantemente per gli ambienti della cultura europea in tutto il &#8217;600 e nei secoli successivi.</p>
<p>Aggiungo solo la notizia che la personale ferocia del sunnominato Aldobrandini era già tristemente nota dalla recente vicenda di Beatrice <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Beatrice_Cenci">Cenci</a>, la quale, vittima di stupri paterni e accusata di parricidio dal tribunale ecclesiastico, fu fatta appunto giustiziare, per esplicita volontà dello stesso, pochi mesi prima, l’11 settembre 1599. Di lei così scrive Stendhal nelle <em>Cronache italiane</em>: &#8220;Il mio unico dispiacere è di dover parlare, ma così vuole la verità, contro l&#8217;innocenza della povera Beatrice Cenci, adorata e rispettata da tutti coloro che l&#8217;hanno conosciuta, quanto il suo orribile padre era odiato ed esecrato.”</p>
<p>Desidero qui semplicemente proporvi, al fine di ricordare ancora e ostinatamente sempre Bruno, che, come molti altri, subì dalla chiesa di Roma, ingiustizia gravissima, sia un paio di testi suoi, sia un passo di un libro su di lui che ritengo tra i più belli che io abbia visto (Frances A. Yates, <em>Giordano Bruno e la tradizione ermetica</em>, Laterza, Bari 1969, ed. orig. 1964) sia, come puro omaggio a questo straordinario personaggio, l’elenco delle sue opere, che furono molte e dedicate agli argomenti più vari, fisica compresa. In molti sensi infatti egli fu un precursore di Galileo, cui quest’ultimo assai probabilmente si ispirò per scrivere il suo <em>Dialogo sopra i due massimi sistemi del  mondo, Tolemaico e Copernicano</em>, senza poi citarlo, come suo deplorevole costume era.</p>
<p>[1]  <em>Indice dei libri proibiti</em>, creato da Paolo IV nel 1559 ed eliminato solo nel 1966 da Paolo VI; sopravvive tuttavia, aggiornato al 2003, sotto forma di guida bibliografica, da parte dell&#8217;<em>Opus Dei</em>, prelatura personale della chiesa cattolica.</p>
<p>Passi da opere di Giordano Bruno:<br />
Il primo passo è tratto dall’opera <em>De l’infinito, universo e mondi</em>, e mostra una notevole coscienza della relatività del moto:</p>
<p>«Fracastoro: Vorrei sapere se, dopo ch&#8217;arrete ben considerato, giurareste questo corpo unico (che tu intendi come tre o quattro corpi, e non capisci come membri di medesimo composto) non esser mobile cossì come gli altri astri mobili, posto che il moto di quelli non è sensibile perché ne siamo oltre certa distanza rimossi, e questo, se è, non ne può esser sensibile, perché, come han notato gli antichi e moderni veri contemplatori della natura e come per esperienza ne fa manifesto in mille maniere il senso, non possiamo apprendere il moto se non per certa comparazione e relazione a qualche cosa fissa: perché, tolto uno che non sappia che l&#8217;acqua corre e che non vegga le ripe, trovandosi in mezzo l&#8217;acqui entro una corrente nave, non arrebe senso del moto di quella. Da questo potrei entrare in dubio ed essere ambiguo di questa quiete e fissione; e posso stimare che, s&#8217;io fusse nel sole, nella luna ed altre stelle, sempre mi parrebe essere nel centro del mondo immobile, circa il quale tutto il circostante vegna a svolgersi, svolgendosi però qual corpo continente in cui mi trovo, circa il proprio centro. Ecco come non son certo della differenza di mobile e stabile.»</p>
<p>Secondo passo tratto da <em>La Cena de le ceneri</em>; parla Teofilo, che con un’immagine davvero efficace, spiega (prima di Galileo e di Cartesio) in che consista l’inerzia:</p>
<p>«Or, per tornare al proposito, se dunque saranno dui, de&#8217;quali l&#8217;uno si trova dentro la nave che corre, e l&#8217;altro fuori di quella, de&#8217; quali tanto l&#8217;uno quanto l&#8217;altro abbia {\rm la mano circa il medesmo punto} de l&#8217;aria, e da quel medesmo loco nel medesmo tempo ancora l&#8217;uno lascie scorrere una pietra e l&#8217;altro un&#8217;altra, senza che gli donino spinta alcuna, quella del primo, senza perdere punto n\&#8217;e deviar da la sua linea, verrà al prefisso loco, e quella del secondo si trovarrà tralasciata a dietro. Il che non procede da altro, eccetto che la pietra, che esce dalla mano de l&#8217;uno che è sustentato da la nave, e per consequenza si muove secondo il moto di quella, ha tal virtù impressa, quale non ha l&#8217;altra, che procede da la mano di quello che n&#8217;è di fuora; benché le pietre abbino medesma gravità, medesmo aria tramezzante, si partano (e possibil fia) dal medesmo punto, e patiscano la medesma spinta. Della qual diversità non possiamo apportar altra raggione, eccetto che le cose, che hanno fissione [l'esser fissate] o simili appartinenze nella nave, si muoveno con quella; e la una pietra porta seco la virtù del motore il quale si muove con la nave, l&#8217;altra di quello che non ha detta participazione. Da questo manifestamente si vede, che non dal termine del moto onde si parte, né dal termine dove va, né dal mezzo per cui si move, prende la virtù d&#8217;andar rettamente; ma da l&#8217;efficacia de la virtù primieramente impressa dalla quale dipende la differenza tutta. E questo mi par che basti aver considerato quanto alle proposte di Nundinio.»</p>
<p>Altri testi di Bruno <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/13/etere-2-i-secoli-bui-e-anche-no/">qui</a>.</p>
<p>Da: Frances A. Yates, <em>Giordano Bruno e la tradizione ermetica</em>, Laterza, Bari 1981, pp. 384-85:</p>
<p>“Poiché Bruno nel suo rifiuto finale di ritrattare alcunché comprese tutto ciò che aveva detto o scritto, la sentenza finale probabilmente tenne conto delle molte e svariate questioni sollevate in tutti gli interrogatori succedutisi negli anni di prigionia, oltre che degli otto punti, qualunque essi fossero. Gaspare Scioppio, che fu testimone della morte di Bruno e che probabilmente udì pronunciare allora la sentenza, fornisce un elenco molto eterogeneo di capi per cui Bruno venne condannato: esistono mondi innumerevoli; la magia è cosa buona e lecita; lo spirito santo è l&#8217;anima mundi; Mosè compì i suoi miracoli grazie alla magia in cui era più esperto degli Egiziani; Cristo era un mago. Ci sono inoltre altre affermazioni, ugualmente incoerenti. Il fatto è che non abbiamo prove sufficienti (il processo essendo andato perduto) sulla cui base ricostruire la vicenda giudiziaria e la condanna di Bruno.<br />
Se il movimento della Terra fu uno dei punti per cui Bruno venne condannato, da questo punto di vista il suo caso è completamente diverso da quello di Galileo, anch&#8217;egli costretto a ritrattare l&#8217;affermazione circa il movimento della terra. Le opinioni di Galileo erano basate su genuini studi matematici e meccanici; egli visse in un diverso clima intellettuale rispetto a Giordano Bruno, in un clima in cui le «intenzioni pitagoriche» e i «sigilli ermetici» non entravano affatto e in cui lo scienziato raggiungeva le sue conclusioni su un terreno genuinamente scientifico. La filosofia di Bruno non può essere separata dalla sua religione. Essa era la sua religione, la «religione del mondo», che egli vedeva in questa forma dilatata dell&#8217;universo infinito e dei mondi innumerevoli, come una gnosi più vasta, una nuova rivelazione del di¬vino nelle «vestigia». Il copernicanesimo fu un simbolo della nuova rivelazione che doveva significare un ritorno alla religione naturale degli Egiziani, ed alla sua magia, entro un contesto che Bruno così stranamente suppose di poter identificare con quello del cattolicesimo. [Firpo (nell’opera <em>Il processo di Giordano Bruno</em>, Napoli, 1940, p. 112) osserva in Bruno, alla fine, un grave senso di ingiustizia, come se le sue intenzioni non fossero state capite. Dobbiamo rammentare che in questa <em>fin de siècle</em> era diffuso un senso generale di vasti e imminenti cambiamenti religiosi; quando questa situazione storica sarà stata più compiutamente ricostruita il problema di Bruno potrà essere compreso più a fondo. Troppo spesso si fa l'errore di giudicare gli uomini del XVI secolo come se essi fossero a conoscenza di ciò che solo noi sappiamo, che cioè non sarebbe avvenuto nessun grande e generale cambiamento religioso].</p>
<p>Perciò la leggenda secondo cui Bruno venne perseguitato come pensatore filosofico e venne messo, al rogo per le sue temerarie opinioni sui mondi innumerevoli o sul movimento terrestre non regge più. Questa leggenda è già stata compromessa dalla pubblicazione del <em>Sommario</em>, [resoconto sommario del processo] in cui si mostra quanta poca attenzione venisse dedicata negli interrogatori a questioni di carattere filosofico o scientifico, oltre che dagli scritti di Corsano e di Firpo in cui viene posto l&#8217;accento sulla missione religiosa di Bruno. È mia speranza che questo studio abbia messo in evidenza ancor più chiaramente questo aspetto di missione e la sua natura e che abbia altresì sottolineato come la filosofia di Bruno, ivi compreso il supposto eliocentrismo copernicano, rientrasse nella missione. Completamente assorbito com&#8217;era nell&#8217;ermetismo, Bruno non era in grado di concepire una filosofia della natura, il numero, la geo¬metria, un diagramma, senza infondervi significati divini. Egli è perciò veramente l&#8217;ultima persona da prendersi come rappresentativa di una filosofia distinta dal divino. [. . .]<br />
Tuttavia, sul piano morale, la posizione di Bruno resta incrol¬labile. Egli fu infatti il discendente dei Magi rinascimentali e si batté per la dignità dell&#8217;uomo nel senso della libertà, della tolle¬ranza, del diritto dell&#8217;uomo a difendere le proprie idee in qua¬lunque paese e a dire ciò che pensa, senza riguardo verso alcuna barriera ideologica. E Bruno, come mago, si schierò per l&#8217;amore, in contrasto con ciò che i pedanti di ogni specie avevano fatto del Cristianesimo, la religione dell&#8217;amore.”</p>
<p>La bibliografia su Bruno è vastissima, segnalo, oltre al libro della Yates, Hilary Gatti, <em>Giordano Bruno e la scienza del Rinascimento</em>, Raffaello Cortina, Milano 2001; e Michele Ciliberto, <em>Giordano Bruno</em>, Laterza, Bari 1992, con ampia bibliografia.</p>
<p>Opere pervenuteci di Giordano (Filippo) Bruno, nato presso Nola nel 1548.<br />
(Alcune opere, da lui in seguito menzionate sono andate smarrite).<br />
1582. De umbris idearum; Ars memoriae; Cantus Circaeus; De compendiosa architectura et complemento artis Lulli; il Candelaio<br />
1583: Ars reminiscendi; Explicatio triginta sigillorum; Sigillus sigillorum<br />
1584: La cena de le ceneri; De la causa, principio et uno; De infinito, universo et mondi; Spaccio de la bestia trionfante<br />
1585: Cabala del cavallo pegaseo con l’aggiunta dell’asino cillenico; De gl’eroici furori.<br />
1586: Figuratio aristotelici physici auditus; Dialogi duo de Fabricii Mordentis salernitani prope divina adinventione ad perfectam cosmimetriae praxim; Idiota triumphans; De somnii interpretatione; Centum et viginti articuli de natura et mundo adversus peripateticos.<br />
1587: De lampade combinatoria lulliana; De progressu et lampade venatoria logicorum; Artificium perorandi; Animadversiones circa lampadem lullianam; Lampas triginta statuarum.<br />
1588: vari commenti ad Aristotele, pubblicati poi sotto il titolo complessivo: Libri physicorum Aristotelis explanati; De lampade combinatoria R. Rullii; De lulliano specierum scrutinio; Articuli centum et sexaginta adversus huius tempestatis mathematicos atque philosophos.<br />
1589: De magia; De magia mathematica; Theses de magia; De rerum principiis et elementi et causis; Medicina lulliana.<br />
1590: De triplici minimo et mensura ad trium speculativarum scientiarum et multarum activarum artium principia libri V; De monade, numero et figura liber consequens quinque de minimo magno; De innumerabilibus, immenso et infigurabili, seu de universo et mundis libri octo.<br />
1591: Summa terminorum philosophicorum; Praxis descensus seu applicatio entis; De imaginum, signorum et idearum compositione ad omnia inventionum, dispositionum et memoriae genera libri tres; De vinculis in genere; Praelectiones geometricae; Ars deformationum.</p>
<p>Il 23 maggio 1592 Bruno venne arrestato su denuncia per eresia del patrizio veneziano Giovanni Mocenigo, che lo ospitava.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/17/17-febbraio-1600-rogo-a-campo-dei-fiori/">17 febbraio 1600, rogo a Campo dei Fiori</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Etere 2: i secoli &#8220;bui&#8221; e anche no.</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Feb 2008 06:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di  <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/campodeifiori.jpg" title="campodeifiori.jpg"></a></p>
<p>Dopo un <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/28/etere-1-l%e2%80%99antichita/">inizio</a> all’insegna della poesia, l’etere s’inoltra proteiforme nelle tenebre dei cosiddetti secoli bui, che bui non furon poi tanto,  intrufolandosi negli scritti degli scienziati e dei filosofi, parole a quei tempi davvero equivalenti. Questi secoli vanno dall’ottavo al quattordicesimo, molto approssimativamente dico, perché distinguere il buio dalla luce non è agevole per nessuno, con quella retina poi così limitata che abbiamo tutti.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/13/etere-2-i-secoli-bui-e-anche-no/">Etere 2: i secoli &#8220;bui&#8221; e anche no.</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di  <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/campodeifiori.jpg" title="campodeifiori.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/campodeifiori.thumbnail.jpg" alt="campodeifiori.jpg" /></a></p>
<p>Dopo un <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/28/etere-1-l%e2%80%99antichita/">inizio</a> all’insegna della poesia, l’etere s’inoltra proteiforme nelle tenebre dei cosiddetti secoli bui, che bui non furon poi tanto,  intrufolandosi negli scritti degli scienziati e dei filosofi, parole a quei tempi davvero equivalenti. Questi secoli vanno dall’ottavo al quattordicesimo, molto approssimativamente dico, perché distinguere il buio dalla luce non è agevole per nessuno, con quella retina poi così limitata che abbiamo tutti. Limitata realmente perché mentre è in grado di percepire i meravigliosi colori dell’iride, è invece del tutto cieca a tutte le altre radiazioni elettromagnetiche, infrarosso, ultravioletto, e su su fino ai raggi X, raggi gamma, e, d’altra parte, alle onde radio di tutte le frequenze possibili. Del resto pensate che spavento se la retina “vedesse” le onde radio, le UHF e tutto il resto, non vivremmo più – la televisione in diretta continua. Ma ancor più limitata metaforicamente, perché come facciamo a percepire le sconosciute latitudini dei pensieri di uomini così lontani da noi, se già facciamo così fatica a percepire quelli di chi ci sta a due passi.<span id="more-5337"></span><br />
Vi ricordate che l’etere, in qualche modo era la materia del cielo, fin dai tempi del vecchio macedone, Aristotele – maestro di Alessandro Magno, giova non dimenticarlo – era quell’impalpabile rugiada che riempiva della sua opalescenza tutti i cieli, qualcosa che nessuno vedeva, ma della cui esistenza ognuno era certo.  Ed essendo una questione sulla quale Aristotele s’era appunto affannato, è naturale che i commentatori medioevali si siano dati pena di chiosare e precisare.</p>
<p>Nicole d’Oresme fu l’intellettuale prediletto da Carlo V il Saggio, re di Francia dal 1364 al 1380, che gli fece avere svariati uffici e cariche, da ultimo quella di vescovo di Lisieux, ma soprattutto gli impose di tradurre in francese, spiegandole esaurientemente, le opere più importanti di Aristotele, tra le quali appunto il <em>De Cælo</em>. Oresme  si mise d’impegno e scrisse <em>Le livre du ciel et du monde</em>, opera nella quale accennò anche all’etere, non dandogli però questo nome, ma chiamandolo semplicemente “ciel”: guardate qua cosa scrisse: <em>C’est le ciel que l’en apelle la quinte essence, qui est plus divine et plus precieuse pour ce qu’elle est plus haut que les elemens</em>, vedete dunque, ancora la quintessenza, tanto più divina e preziosa in quanto sta più in alto degli altri elementi.</p>
<p>Ma il testo più interessante è forse quello di un altro dei “fisici di Parigi”, Jean Buridan, sì, Buridano – quello dell’asino che non sapeva decidersi tra due mucchi di fieno identici e morì quindi di fame – , che  scrisse nelle <em>Quaestiones super libris quattuor De caelo et mundo</em>, aderendo all’interpretazione averroista di Aristotele, queste parole: <em>Ritengo che esprima il pensiero di Aristotele e di Averroè, e che corrisponda a verità, l’assunto secondo il quale il cielo non possiede materia, di modo che non è una sostanza composta di materia e di forma sostanziale inerente a quella materia. Essi fondano questa conclusione sulla considerazione che il cielo non è generabile, né corruttibile, mentre tutto ciò che è dotato di materia è generabile e corruttibile, perché la materia che esiste sotto una forma è per sua natura in potenza ad altre forme e le desidera naturalmente</em></p>
<p>Vedete dove siamo arrivati: il cielo non possiede materia, un modo elegante per non aver da spiegare di che tipo di materia si trattasse, e di non dover poi spiegare come mai essa non fosse corruttibile. Il che non significa, attenzione, che l’etere non c’è, ma che la sua natura non è assimilabile a quella della materia: comincia così a manifestarsi  una nuova linea teorica nell’interpretazione della natura dell’etere: questo qualche cosa che riempie i cieli comincia a rivelare una natura intermedia, <em>inter-media</em>: d’ora in poi svariati saranno i tentativi di utilizzare l’etere come ente mediatore tra realtà assai differenti.</p>
<p>Alcuni decenni prima il padre Dante, che certo non può mancare in questa medioevale carrellata, aveva scritto il Paradiso, si direbbe il luogo naturale dell’etere, anzi, dell’<em>etera</em>: è il canto XXVII, quello dell’invettiva dell’apostolo Pietro contro la chiesa tesa ad arricchirsi e a perseguitare (<em>né che le chiavi che mi fuor concesse, / divenisser signaculo in vessillo / che contra battezzati combattesse; / né ch&#8217;io fossi figura di sigillo / a privilegi venduti e mendaci,</em>), nel quale lo stesso Pietro invita Dante, una volta tornato nel mondo, ad “aprir la bocca” e denunciare tutta quella corruzione. Ma appena finita l’invettiva, Dante si dà a contemplare il panorama, e vede questo:</p>
<p><em>Sì come di vapor gelati fiocca<br />
in giuso l&#8217;aere nostro, quando &#8216;l corno<br />
de la capra del ciel col sol si tocca,<br />
in sù vid&#8217; io così l&#8217;etera addorno<br />
farsi e fioccar di vapor trïunfanti<br />
che fatto avien con noi quivi soggiorno.</em></p>
<p>Non è proprio male questa similitudine che paragona il fioccare della neve all’in giù nell’atmosfera invernale (la <em>capra del ciel</em> è ovviamente la costellazione del Capricorno), con il fioccare dei beati che si erano trattenuti intorno a Dante e Beatrice, all’in su, adornando così l’etera (che in altro passo del Paradiso è detto poi tondo, come conviene al suo ruotare attorno alla Terra). E del resto Dante poco dopo ascenderà anch’egli alle più alte sfere, verso l’Empireo, attirato in su, in una delle sue migliori prestazioni, dallo straordinario potere dello sguardo di Beatrice (<em>E la virtù che lo sguardo m&#8217;indulse,/ del bel nido di Leda mi divelse, / e nel ciel velocissimo m&#8217;impulse.</em>).</p>
<p>Facciamo ora un bel salto fuori da questi secoli come si vede per nulla bui, fino a Giordano Bruno, che dal 1889 – Leone XIII regnante e recalcitrante – ci guarda dall’alto, tutte le volte che ci sediamo ai tavolini di piazza Campo dei Fiori; la piazza dove fu arso il 17 febbraio di 408 anni fa. Fu lui che propose ai suoi contemporanei una assai innovativa cosmologia, che per la prima volta con tale forza annuncia un universo infinito, nel quale l’elemento chiamato etere assume un ruolo fondamentale. Nel <em>De l&#8217;infinito, universo e mondi</em>, scritto durante il soggiorno londinese di Bruno, nel 1584, l&#8217;etere è nominato fin dalla <em>proemiale epistola</em>, ma è meglio definito e spiegato nel seguito dell&#8217;opera. Ecco un passo che aiuta a capire l&#8217;ampiezza della concezione cosmologica di Bruno: è tratto dal quinto dialogo, entra nel merito della natura di un tale elemento, rivelandone aspetti che verranno in varie occasioni ripresi dalla scienza del secolo che a Bruno non fu dato di vedere. Guardate che la prosa di Bruno non è accattivante come quella di Galileo, è aspra, come il suo carattere poco pieghevole, bisogna conoscerla un po’ alla volta, con calma.</p>
<p><em>“Oltre gli quai quattro elementi che vegnono in composizion di questi, è una eterea regione, come abbiam detto, immensa, nella qual si muove, vive e vegeta il tutto. Questo è l&#8217;etere che contiene e penetra ogni cosa; il quale, in quanto che si trova dentro la composizione (in quanto, dico, si fa parte del composto), è comunmente nomato aria, quale è questo vaporoso circa l&#8217;acqui ed entro il terrestre continente, rinchiuso tra gli altissimi monti, capace di spesse nubi e tempestosi Austri ed Aquiloni. In quanto poi che è puro, e non si fa parte di composto, ma luogo e continente per cui quello si muove e discorre, si noma propriamente etere, che dal corso prende denominazione. Questo benché in sustanza sia medesimo con quello che viene essagitato entro le viscere de la terra, porta nulla di meno altra appellazione; come oltre, si chiama aria quello circostante a noi; ma, come in certo modo fia parte di noi o pur concorrente nella nostra composizione, ritrovato nel pulmone, nelle arterie ed altre cavitadi e pori, si chiama spirto. Il medesimo circa il freddo corpo si fa concreto in vapore, e circa il caldissimo astro viene attenuato, come in fiamma; la qual non è sensibile, se non gionta a corpo spesso, che vegna acceso dall&#8217;ardor intenso di quella. Di sorte che l&#8217;etere, quanto a sé e propria natura, non conosce determinata qualità, ma tutte porgiute da vicini corpi riceve, e le medesime col suo moto alla lunghezza dell&#8217;orizonte dell&#8217;efficacia di tai principii attivi trasporta.”</em></p>
<p>Vedete dunque, nella complessa concezione bruniana, che molteplicità di ruoli l’etere riveste a seconda del contesto in cui si trova, sono questi i registri che verranno in seguito ripresi e approfonditi sia sul versante più propriamente cosmologico sia su quello medico &#8211; anatomico.</p>
<p>Dal canto suo, poche decine d’anni più tardi, Galileo, nella Prima giornata del <em>Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo</em>, prende le mosse, come i fisici di Parigi di cui s&#8217;è detto prima, da una discussione degli argomenti impostati nella prima parte del <em>De Caelo</em> aristotelico, tra cui, naturalmente la questione della ‘materia del cielo’:</p>
<p>“<em>E perché, collocando il Copernico la Terra tra i corpi mobili del cielo, viene a farla essa ancora un globo simile a un pianeta, sarà bene che il principio delle nostre considerazioni sia l&#8217;andare esaminando quale e quanta sia la forza e l&#8217;energia dei progressi peripatetici nel dimostrare come tale assunto sia del tutto impossibile; attesoché sia necessario introdurre in natura sustanze diverse tra di loro, cioè la celeste e la elementare, quella impassibile ed immortale, questa alterabile e caduca.</em>”</p>
<p>La discussione occupa in vario modo gran parte della prima giornata del Dialogo, e fornisce tra l’altro spunti per argomentare su parecchie questioni di cinematica. Ma, per cominciare, l&#8217;opinione (aristotelica) di Simplicio sull&#8217;incorruttibilità della materia del cielo viene – come d’uso – ridicolizzata così:</p>
<p><em>SIMPL.: [...]convengo con voi in una parte, e nell&#8217;altra dissento; convengo nel giudicar il corpo della Luna solidissimo e duro, come la Terra, anzi più assai, perché se da Aristotile noi caviamo che il cielo sia di durezza impenetrabile, e le stelle parti più dense del cielo, è ben necessario che le siano saldissime ed impenetrabilissime.<br />
SAGR.: Che bella materia sarebbe quella del cielo per fabbricar palazzi, chi ne potesse avere, così dura e tanto trasparente!<br />
SALV.: Anzi pessima, perché sendo, per la somma trasparenza, del tutto invisibile, non si potrebbe, senza gran pericolo di urtar negli stipiti e spezzarsi il capo, camminar per le stanze.<br />
SAGR.: Cotesto pericolo non si correrebbe egli, se è vero, come dicono alcuni Peripatetici, che la sia intangibile; e se la non si può toccare, molto meno si potrebbe urtare.<br />
SALV.: Di niuno sollevamento sarebbe cotesto; conciosiaché, se ben la materia celeste non può esser toccata, perché manca delle tangibili qualità, può ben ella toccare i corpi elementari; e per offenderci, tanto è che ella urti in noi, ed ancor peggio, che se noi urtassimo in lei. Ma lasciamo star questi palazzi o per dir meglio castelli in aria, e non impediamo il signor Simplicio.<br />
</em><br />
Lasciamo star questi palazzi, direi ironicamente anch’io, con Galileo, che, quando si trattava di sostenere le proprie posizioni, non risparmiava ironia ad alcuno, soprattutto se, come in questo caso, le sue argomentazioni non avevano in sé una forza irresistibile. Con ben diverso spessore il problema etere sarà infatti affrontato dagli scienziati e dai medici dei due secoli successivi. Per lo che dovete però attendere la prossima puntata.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/02/13/etere-2-i-secoli-bui-e-anche-no/">Etere 2: i secoli &#8220;bui&#8221; e anche no.</a></p>
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		<title>Chi gira intorno a cosa</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jan 2008 16:30:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/sistema-solare1.jpg" title="sistema-solare1.jpg"></a></p>
<p class="MsoNormal">Le recenti vicende centrate attorno alla mancata visita del Papa all’Università La Sapienza di Roma hanno toccato anche questioni scientifiche centrate sulla figura di Galileo e sulla sua decennale vertenza con il Santo Uffizio dell’epoca. E hanno anche riguardato la posizione del noto epistemologo contemporaneo Paul Karl Feyerabend, da non molto scomparso, accreditandogli un po’ frettolosamente una posizione di incondizionato appoggio alla famosa condanna di Galileo.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/19/chi-gira-intorno-a-cosa/">Chi gira intorno a cosa</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/sistema-solare1.jpg" title="sistema-solare1.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/sistema-solare1.thumbnail.jpg" alt="sistema-solare1.jpg" /></a></p>
<p class="MsoNormal">Le recenti vicende centrate attorno alla mancata visita del Papa all’Università La Sapienza di Roma hanno toccato anche questioni scientifiche centrate sulla figura di Galileo e sulla sua decennale vertenza con il Santo Uffizio dell’epoca. E hanno anche riguardato la posizione del noto epistemologo contemporaneo Paul Karl Feyerabend, da non molto scomparso, accreditandogli un po’ frettolosamente una posizione di incondizionato appoggio alla famosa condanna di Galileo.<o> </o></p>
<p class="MsoNormal">Non intendo offrire qui alcuna valutazione complessiva sulla vicenda, che se mai ho già detto in altri luoghi, ma non riesco a trattenermi dal cercare di dire qualcosa che contribuisca a chiarire dal punto di vista della fisica queste problematiche, che non sono certo esauribili negli slogan purtroppo più diffusi, tipo “la chiesa oscurantista voleva fermare il progresso della scienza”, oppure “è ormai risaputo che è la Terra che gira intorno al Sole e non viceversa”. Purtroppo, per ragioni storiche che non sono qui in grado di indagare e di mostrare, si è affermata nell’immaginario collettivo dei non addetti ai lavori, ma talvolta anche nel loro, una formulazione facile e sbrigativa della questione che appunto viene riassunta nei due slogan ora citati.<span id="more-5187"></span></p>
<p class="MsoNormal">La verità, pardon, quella che al momento la fisica ritiene essere una posizione corretta sull’argomento, è, come sempre, meno sbrigativa, richiede più parole e qualche momento di riflessione e di disponibilità mentale per seguirla; ma credo che dovrebbe formare un patrimonio di conoscenze comuni a tutti gli umani della nostra epoca, e se non è così, lo dico subito, la colpa è principalmente dei fisici che non sono interessati a divulgare (nel senso migliore del termine) il proprio patrimonio di conoscenze, accumulate attraverso trasformazioni talvolta assai radicali nel corso dei secoli e dei millenni. Da parte mia, che sono un fisico e quindi partecipe di questa grave responsabilità, ho cercato di fare qualcosa pubblicando qualche anno fa su questi argomenti un libro, che troverete citato in fondo a questo scritto, inteso a trovare ponti e punti di contatto tra la cultura umanistica e la cultura scientifica, aggettivi entrambi che trovo tra l’altro largamente inadeguati.<o> </o></p>
<p class="MsoNormal">Premetto anche che parlo della scienza dell’Occidente che conosco, perché ignoro quasi tutto quel che riguarda cosmogonie e fisiche di pur cospicue parti del mondo degli uomini, certamente altrettanto importanti di quelle che sono state elaborate qui da noi.<o> </o></p>
<p class="MsoNormal">Andiamo con i piedi di piombo. Chiunque guardi nel corso della giornata il cielo, supponiamo non oscurato da troppe nuvole, fa l’esperienza del Sole che sorge il mattino a oriente, gira nel cielo e tramonta la sera a occidente, e questa è un’esperienza fondamentale di cui tutti sono <span> </span>partecipi e coscienti, dal più ferrato relativista al personaggio più alieno da qualsiasi riflessione o istruzione anche debolmente ‘scientifica’. Da questa esperienza, e naturalmente da numerosissime altre relative ai punti luminosi che si muovono nel cielo, ecc., è cominciata la riflessione degli antichi astronomi caldei, degli scienziati egizi e greci e di quanti hanno ritenuto di dedicare del tempo a farsi un ‘modello’ di come è fatto il mondo, per così dire, visto dall’esterno, voglio dire visto come un tutto.<o> </o></p>
<p class="MsoNormal">Il modello più diffuso nell’antichità – ma non l’unico, ci sono esempi illustri di alternative eliocentriche già nell’età antica, ma lasciatemele trascurare, se no non finiamo più – fu quello cosiddetto geocentrico, che poneva la Terra al centro di tutto e tutto il resto – Sole e pianeti – a ruotare, con vari e articolati moti, attorno ad essa. La teorizzazione di questo modello fu esposta mirabilmente nell’opera – largamente fondata sui lavori del grandissimo Ipparco di Nicea, vissuto tre secoli prima – di Claudio Tolomeo (II secolo d. C.) nota come <em>Almagesto</em> (dal greco <em>megiste</em>, grandissima, passato attraverso l’arabo), libro sul quale si fondarono astronomi e navigatori per più di un millennio: l’Almagesto forniva previsioni astronomiche di notevole correttezza.<o> </o></p>
<p class="MsoNormal">Schematizzando molto, e quindi tralasciando dettagli ognuno dei quali meriterebbe una storia, diciamo che nella prima metà del Cinquecento apparve l’opera <em><span lang="LA">De Revolutionibus Orbium Coelestium</span></em>, di Niccolò Copernico, che cambiò radicalmente la prospettiva. Qui non sto a sottolineare le differenze, pur notevoli, tra i modelli di Copernico, Keplero, Galileo e Newton e chiamerò modello eliocentrico quello, emerso dalle opere degli studiosi ora nominati, secondo il quale il Sole sta al centro di un sistema di pianeti che gli ruotano intorno, il terzo dei quali, in ordine di distanza, è la nostra Terra.</p>
<p class="MsoNormal">La prima e fondamentale differenza tra i due modelli, quello geocentrico e questo eliocentrico, detti anche rispettivamente tolemaico e copernicano, è che essi descrivono lo stesso sistema (il Sistema Solare) da due punti di osservazione diversi, il primo descrive quello che si vede stando sulla Terra e il secondo quello che si vedrebbe stando sul Sole.<o> </o></p>
<p class="MsoNormal">Fin qui naturalmente non mi sembra ci sia alcun problema, che invece comincia a presentarsi quando ci si fa la fatidica domanda: <em>qual è il modello vero</em>?</p>
<p class="MsoNormal">Per gli antichi, diciamo già per Aristotele, non c’era dubbio che il modello vero fosse il primo, quello geocentrico, per l’ottima ragione che <em>l’unico punto di osservazione che Aristotele concepiva</em> era la Terra, <st1 productid="la Terra-suolo" w:st="on">la Terra-suolo</st1>, come avrebbe detto Husserl più di due millenni dopo in un contesto assai interessante per questo discorso.<o> </o></p>
<p class="MsoNormal">Quando Galileo sostenne con la sua grande capacità e forza argomentativa il secondo punto di vista, quello eliocentrico, ritenne con altrettanta sicurezza che il punto di osservazione giusto per giudicare la realtà fosse quello del Sole, e quando gli si suggerì sommessamente di dire che il suo era soltanto un modello matematico possibile egli – così vuole la tradizione – pronunciò il famoso ‘eppur si muove’, frase che, se anche non effettivamente pronunciata, ben descrive il suo atteggiamento complessivo: <em>è vero</em> che la Terra si muove intorno al Sole, che invece sta fermo, e non il contrario.<o> </o></p>
<p class="MsoNormal">Ora, mi chiederete voi, sì, ma la fisica oggi cosa pensa di ciò, darà ben ragione a Galileo contro Tolomeo, vero? Ora io non vorrei deludere gli strenui difensori del <em>vero</em> ad ogni costo, mi tocca però dirvi che la fisica non crede più che questa domanda abbia molto senso.<o> </o></p>
<p class="MsoNormal">Calma: la fisica insegna del tutto in generale che <em>gli stessi fenomeni</em> possono essere descritti e studiati e se ne possono scrivere le equazioni matematiche – cioè quegli strumenti che permettono di prevederne quantitativamente le evoluzioni –<span>  </span>in diversi sistemi di riferimento, <em>l’importante è </em>che questi sistemi di riferimento siano tra loro confrontabili e che si abbiano delle regole per trasformare le equazioni scritte in ognuno di essi in quelle scritte nell’altro (questo è il nocciolo di qualsiasi teoria della relatività). Se io conosco le equazioni del movimento del Sistema Solare visto dalla Terra, possiedo un sistema sicuro per sapere come trasformarle in maniera da ottenere quelle valide nel sistema di riferimento centrato sul Sole (del resto per fortuna è così, mica occorre andare sul Sole per saperlo!).<o> </o></p>
<p class="MsoNormal">Da quando si è capito e visto che l’universo è quell’enorme guazzabuglio di oggetti dei tipi più vari di corpi celesti, la frase “la tal cosa si muove” <em>è completamente priva di qualsiasi significato</em> finché non si specifica <em>rispetto a cosa</em>, cioè finché non si dichiara da quale sistema di riferimento la stiamo guardando e misurando. Se questo vi fa piombare in un’apparente perdita di terreno sotto i piedi, in un generale e disperante relativismo, orrore, orrore, vi rialzate subito se riflettete che la cosa importante non è se una cosa si muove o non si muove ma se si muove rispetto a voi e rispetto a tutto quanto il resto che vi sta attorno, <em>che è l’unica cosa che potete esperire</em>. L’importante sono i comportamenti relativi tra gli oggetti non quelli assoluti, che sono privi di significato perché non abbiamo alcun senso da attaccare alla locuzione “spazio assoluto”, peraltro di newtoniano conio. Però.<o> </o></p>
<p class="MsoNormal">Però, in tutta la meccanica, cioè quella parte della fisica che si occupa di queste cose, da Galileo e Newton in poi (esclusa la cosiddetta teoria della relatività generale einsteiniana per la quale tutti i sistemi di riferimento concepibili sono assolutamente equivalenti), vige un fatto fondamentale. C’è tutta una vasta classe di sistemi di riferimento che sono “più belli degli altri”, in un senso molto chiaro e semplice, e cioè nel senso che se ci si mette in uno di questi, le equazioni che si scrivono sono di gran lunga più semplici da scrivere e da risolvere, e quindi da maneggiare. I sistemi di riferimento di questa classe così privilegiata si chiamano <em>sistemi di riferimento inerziali</em> e quando si vuole risolvere un problema di meccanica invariabilmente si sceglie di mettersi in uno di questi. Posso descrivere il moto di un grave che cade a terra stando fermo sulla terra accanto ad esso o posso anche studiarlo osservandolo da una giostra che sta ruotando allegramente lì vicino. Posso farlo tranquillamente e legittimamente, solo che nel secondo caso faccio più fatica, devo scrivere equazioni più complicate e la traiettoria del grave sarà una curva complicata più difficile da descrivere quantitativamente, anche se, vista da me sulla giostra, sarà quella curva.<o> </o></p>
<p class="MsoNormal">Bene, il sistema di riferimento centrato sul Sole – ancorché sia appunto meglio soltanto immaginarlo e non situarvisi veramente – appartiene a questa classe di riferimenti speciali, cioè è <em>inerziale</em>, mentre quello sulla Terra no, non è inerziale, per cui tutti i fenomeni e i movimenti del Sistema Solare descritti dalla Terra sono più complicati, mentre descritti dal punto di vista del Sole sono assai più semplici (ricorderete forse le famose “ellissi di cui il Sole occupa uno dei fuochi” della prima legge di Keplero). Invece la descrizione fatta dalla Terra è ben più complicata, ci vogliono gli eccentrici, gli epicicli, gli equanti e tutta la mercanzia dell’Almagesto. Perché il sistema del Sole è inerziale e quello della Terra no? Perché il Sole è molto <em>più grosso</em> della Terra, più di trecentomila volte, questa è la banale ragione; per come è costituita la meccanica, essendo la sua massa così enormemente maggiore di quella della Terra il baricentro del sistema Terra-Sole sta addirittura dentro il Sole e il baricentro è un elemento cruciale per stabilire dove può stare un sistema di riferimento inerziale. In questo senso e soltanto in questo si può affermare che “è la Terra che gira intorno al Sole e non viceversa”, un senso come si vede non di verità ontologica, ma di (grande) convenienza descrittiva.<o> </o></p>
<p class="MsoNormal">Galileo naturalmente, di queste circostanze ancora nulla sapeva, la meccanica stava cominciando, Newton<span>  </span>nacque l’anno della morte di Galileo, e poi Galileo già tanto aveva trovato e scoperto e analizzato, mica poteva fare tutto lui, insomma! Lasciatemi dire, hegelianamente, che Galileo rappresentava l’antitesi alla tesi tolemaica, non la sintesi, che venne dopo, alla fine dell’Ottocento per una piena consapevolezza: Galileo, pur essendo uno di quelli che ha davvero aperto una strada, non ne vedeva ancora chiaramente lo sbocco. Manteneva l’atteggiamento fortemente realista sul moto, la Terra si muove, eppur si muove. E forse è così che diede uno scossone decisivo.</p>
<p class="MsoNormal">È in questo senso che già dai tempi di Duhem, per non arrivare a Feyerabend, si è detto che la chiesa, soprattutto nella persona del gesuita cardinale Roberto Bellarmino, aveva la sua parte di ragione formale a sostenere che quello di Galileo era un modello e non una affermazione di verità indubitabile. Bellarmino era uomo di grande cultura e acutezza e fu per lungo tempo in amichevoli rapporti con Galileo, fu lui che gli suggerì appunto, con notevole lungimiranza, e ovviamente grande senso di “opportunità”, dato il contesto, di proporre il suo sostegno alla tesi copernicana come a un modello di spiegazione possibile. Lasciatemi citare un passo della lettera che Bellarmino scrisse al padre carmelitano Paolo Antonio Foscarini, amico e corrispondente di Galileo, il 12 aprile 1615: “Vostra Paternità e il signor Galileo agiranno prudentemente accontentandosi di parlare <em>ex suppositione</em>, e non assolutamente come credo abbia sempre fatto Copernico; in effetti è giustissimo dire che, supponendo la Terra mobile e il Sole immobile, si rende conto assai meglio di tutte le apparenze di quanto non si potrebbe con gli eccentrici e gli epicicli; ciò non presenta alcun pericolo ed è sufficiente al matematico”.<o> </o></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>Di fronte al rifiuto di Galileo di assumere questo atteggiamento, e soprattutto pressato dal papa Paolo V (Camillo Borghese), non poté far altro che imporgli, con quella forza del potere che pur non aveva piegato Giordano Bruno, che pagò con la vita il 17 febbraio del 1600, la famosa abiura.<o> </o></p>
<p class="MsoNormal">Se adesso provate a pensarci con calma, vi rendete conto che i fatti sono sempre poco riassumibili in slogan, non si può più semplicemente riassumere dicendo: allora Tizio aveva ragione. Quando si va a guardare il dettaglio, non è quasi mai così, soprattutto in queste faccende di storia della scienza.<o> </o></p>
<p class="MsoNormal">Certo che la chiesa romana non aveva la prospettiva fisica relativistica qui descritta e tendeva piuttosto a frenare qualsiasi novità, la conservazione è sempre stata il suo strumento principale di sopravvivenza, adoperato talvolta con grande sprezzo delle vite altrui e della dignità dell’uomo, certo che il pensiero comune che tutti abbiamo oggi è che la Terra gira intorno al Sole, perché anche per noi è così più semplice questo che pensare che poi Marte debba fare un’orbita così complicata come quella che appunto fa se vista dalla Terra, con il “moto retrogrado” e tutto il resto, ma, in questo caso come in altri, vi prego di andare a guardare dentro le cose, se ne guadagna in chiarezza mentale e in contentezza personale. Mi limito ad aggiungere quindi, a proposito della vicenda che ha dato origine a tutto questo, che trovo poco sensato che i fisici romani abbiano tirato in ballo Galileo, anche loro con una certa leggerezza.<span> </span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman'">Chi fosse interessato a riferimenti più specifici sugli autori che ho menzionato, Husserl, Duhem, Feyerabend, eccetera me li chieda nei commenti e sarò felice di darglieli. Il libro che ho citato all’inizio è: Antonio Sparzani, <em>Relatività, quante storie</em>, Bollati Boringhieri, Torino 2003.</span></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/01/19/chi-gira-intorno-a-cosa/">Chi gira intorno a cosa</a></p>
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