<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Nazione Indiana &#187; Gaza</title>
	<atom:link href="http://www.nazioneindiana.com/tag/gaza/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.nazioneindiana.com</link>
	<description>versione beta 3.0</description>
	<lastBuildDate>Sun, 12 Feb 2012 10:08:44 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator>
		<item>
		<title>Combattenti per la pace: un viaggio in Palestina (seconda parte)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/09/15/combattenti-per-la-pace-un-viaggio-in-palestina-seconda-parte/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/09/15/combattenti-per-la-pace-un-viaggio-in-palestina-seconda-parte/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2009 07:30:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[hebron]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo bernini]]></category>
		<category><![CDATA[muro]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[ramallah]]></category>
		<category><![CDATA[yasser arafat]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=21556</guid>
		<description><![CDATA[<p>Testo e fotografie di <strong>Lorenzo Bernini</strong>. La prima parte è stata pubblicata <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/08/combattenti-per-la-pace-un-viaggio-in-palestina-prima-parte">qui il l&#8217;8 settembre</a>.</p>
<p><br />
<em>l’enorme insediamento ebraico di Gilo circondato dal muro</em><br />
</p>
<p><br />
<em>un militare israeliano di guardia su un tetto a Hebron</em></p>
<p><br />
<em>bandiere palestinesi presso il mausoleo di Yasser Arafat a Ramallah</em></p>
<p>Come ti ho anticipato poco fa, l’impressione che ho tratto da questo viaggio in Palestina e Israele non è stata soltanto di una situazione estremente intricata, ma anche di una realtà inimmaginabile per un europeo, a cui io stesso stenterei a credere se non ne avessi fatto esperienza diretta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/15/combattenti-per-la-pace-un-viaggio-in-palestina-seconda-parte/">Combattenti per la pace: un viaggio in Palestina (seconda parte)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Testo e fotografie di <strong>Lorenzo Bernini</strong>. La prima parte è stata pubblicata <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/08/combattenti-per-la-pace-un-viaggio-in-palestina-prima-parte">qui il l&#8217;8 settembre</a>.</p>
<p><img class="size-full wp-image-21532" title="p1020715-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020715-450.jpg" alt="l’enorme insediamento ebraico di Gilo circondato dal muro" width="450" height="337" /><br />
<em>l’enorme insediamento ebraico di Gilo circondato dal muro</em><br />
<span id="more-21556"></span></p>
<p><img class="size-full wp-image-21531" title="p1020548-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020548-450.jpg" alt="un militare israeliano di guardia su un tetto a Hebron" width="450" height="338" /><br />
<em>un militare israeliano di guardia su un tetto a Hebron</em></p>
<p><img class="size-full wp-image-21533" title="p1020347-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020347-450.jpg" alt="bandiere palestinesi presso il mausoleo di Yasser Arafat a Ramallah" width="450" height="600" /><br />
<em>bandiere palestinesi presso il mausoleo di Yasser Arafat a Ramallah</em></p>
<p>Come ti ho anticipato poco fa, l’impressione che ho tratto da questo viaggio in Palestina e Israele non è stata soltanto di una situazione estremente intricata, ma anche di una realtà inimmaginabile per un europeo, a cui io stesso stenterei a credere se non ne avessi fatto esperienza diretta. Un’esperienza che mi ha costretto ad abbandonare ogni immagine stereotipata della guerra intesa – alla maniera dei teorici della guerra giusta della prima modernità – come combattimento tra eserciti regolari. Il conflitto israelo-palestinese non soltanto miete nella maggior parte dei casi vittime civili (come la maggior parte delle guerre asimmetriche contemporanee) ma è un conflitto combattuto in gran parte dai civili, che investe quotidianamente, “microfisicamente” la vita di uomini e donne qualunque, potenziali vittime in ogni momento della loro esistenza di soprusi e di violenze, oltre che di proiettili, ordigni esplosivi e attentati suicidi.</p>
<p>A sorprendermi sono state anche le divisioni che percorrono quello che nell’immaginario della sinistra italiana è rappresentato come un unico popolo palestinese: per tutta la durata del viaggio è sembrato che l’assedio di Gaza fosse una realtà presente soltanto nelle nostre menti. Nessuno (a eccezione di Mustafa Barghouti, di cui ti dirò tra poco), né i rappresentanti delle associazioni in difesa dei cittadini arabi israeliani, né le autorità governative e le organizzazioni non governative che abbiamo incontrato in West Bank, ha menzionato di propria iniziativa la condizione dei palestinesi di Gaza. È difficile azzardare previsioni su quale sarà il futuro della West Bank: la condizione attuale, di un territorio percorso dal muro, diviso da 93 checkpoint (75 permanenti e 18 temporanei) e da 97 cancelli, punteggiato da 48 basi militari israeliane e da 149 insediamenti abitati da 300.000 coloni, rende molto difficile immaginare uno Stato dotato di integrità territoriale. Però la speranza non deve morire: i sindaci e i governatori che abbiamo incontrato sono concordi nel sostenere che negli ultimissimi tempi, forse anche in virtù delle dichiarazioni di Obama, la pressione dell’esercito israeliano si è fatta meno violenta. Su un punto tuttavia mi sembra che Israele abbia già vinto: vittime di un’efficace politica del “divide et impera”, ognuno dei tre gruppi in cui si trova scomposta la popolazione palestinese – cittadini israeliani, abitanti della West Bank governati dal partito nazionalista laico Fatah e abitanti della Striscia di Gaza governati dal partito islamico integralista Hamas – sembra troppo occupato dai propri immediati problemi di sopravvivenza quotidiana per poter pensare alla causa di un unico popolo. Difficilmente sanabile sembra essere soprattutto il conflitto tra Fatah e Hamas, che nel 2007 – quando Hamas ha assunto con la forza il controllo delle Striscia di Gaza e in West Bank è stato espulso dal governo e messo fuori legge –  ha preso la forma di una vera e propria guerra civile tra gruppi dirigenti.</p>
<p><img class="size-full wp-image-21544" title="p1020383-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020383-450.jpg" alt="Salam Fayyad, Primo Ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese" width="450" height="337" /><br />
<em>Salam Fayyad, Primo Ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese</em></p>
<p>A Ramallah ci ha ricevuti il primo ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Salam_Fayyad">Salam Fayyad</a>, appartenente non a Fatah ma al partito centrista “La terza via”. A suo avviso dal 2007 la West Bank, o almeno i territori della West Bank che per gli accordi di Oslo sono amministrati dall’ANP, sta gradualmente rifiorendo: “Negli ultimi mesi abbiamo portato l’elettricità in alcuni villaggi tra Betlemme ed Hebron. A Nablus sono stati aperti un cinema e un centro ricreativo. Sono piccoli passi verso la fine dell’occupazione militare. Nei prossimi due anni il governo intende consolidare le istituzioni dell’ANP e progettare lo Stato palestinese: uno Stato progressista, culturalmente aperto al mondo, ispirato ai valori dell’uguaglianza e della tolleranza”. Anche Fayyad non fa cenno ad Hamas e ai palestinesi della Striscia di Gaza. Fino a quando non gli rivolgiamo una domanda diretta, a cui risponde: “L’occupazione israeliana deve finire, a Gaza come in West Bank. A Gaza 1.400.000 persone vivono in uno stato di prigionia. In seguito agli accordi di Oslo, l’ANP deve dimostrare la propria capacità di autogoverno e di costruzione di istituzioni, ed è quello che sta facendo. Israele invece non rispetta i propri impegni, in particolare quello di fermare gli insediamenti in West Bank. Occorre sperare nel processo diplomatico internazionale che sembra essersi aperto negli ultimi tempi, ma prima ancora è necessario che siano fermati gli insediamenti. Per quanto riguarda Hamas: il prossimo gennaio dovremmo avere nuove elezioni: è un diritto costituzionale che deve essere esercitato. Almeno su questo punto, spero, dovremo trovare un accordo”.</p>
<p>Parole di speranza, quindi. Che però non tutti condividono. Il giudizio di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mustafa_Barghouti">Mustafa Barghouti</a>, Segretario Generale del partito di sinistra <a href="http://www.almubadara.org/new/english.php">Al Mubadara – Palestinian National Initiative</a>, è ad esempio molto pessimista: “Vi assicuro che non mi sarei espresso con queste stesse parole venti anni fa: oggi il popolo palestinese – tanto in Israele, quanto in West Bank, quanto ancora nella Striscia di Gaza – vive sotto un feroce regime di apartheid e subisce violente pratiche di pulizia etnica a opera dello Stato di Israele, con la complicità di fatto della comunità internazionale. E oggi è complice di Israele anche l’ANP, che contribuisce a reprimere la resistenza palestinese. È una situazione paragonabile a quella del regime collaborazionista di Vichy, instauratosi nel 1940 in Francia sotto l’occupazione nazista”.</p>
<p><img class="size-full wp-image-21543" title="p1020352-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020352-450.jpg" alt="Mustafa Barghouthi, Segretario Generale di Al Mubadara" width="450" height="337" /><br />
<em>Mustafa Barghouthi, Segretario Generale di Al Mubadara</em></p>
<p>Anche la popolazione israeliana, del resto, è segnata da fratture e contraddizioni. All’atavica contrapposizione tra ebrei aschenaziti e sefarditi e alla tradizionale subordinazione sociale della minoranza degli ebrei etiopi, si aggiungono oggi nuovi problemi di integrazione conseguenti alla nuova massiccia ondata di immigrazione dalla Russia e nuove tensioni sociali causate dall’integralismo religioso (il 2 agosto, mentre a Gaza Hamas celebrava un matrimonio collettivo costringendo le giovani vedove dell’operazione Piombo fuso a riprendere marito, a Tel Aviv un uomo con il volto coperto, armato di una mitraglietta, ha fatto irruzione nella sede dell’associazione lesbica-gay-trans Agudah: ha ferito 18 persone e ucciso una ragazza di 17 anni e un ragazzo di 26. Già durante il gay-lesbian-transgender pride di Tel Aviv del 2005, del resto, tre manifestanti erano stati pugnalati da estremisti ebrei ultraortodossi). Dominata dalla paura del lancio dei razzi Qassam e degli attentati suicidi (l’ultimo dei quali è avvenuto nel 2005), secondo il giudizio di Paola Caridi, “la società israeliana ha oggi perso i propri cardini morali. Ma non dovremmo essere noi a stupirci dell’ampio consenso ricevuto dall’operazione Piombo fuso (approvata dal 91% dei cittadini israeliani). Gli israeliani hanno votato Netanyahu e Lieberman e sostengono le loro imprese militari, gli italiani hanno votato Berlusconi e Bossi e gradiscono le loro politiche sull’immigrazione. Ma in Israele come in Italia non si può costruire la democrazia sulla sicurezza”.</p>
<p>Dello stesso avviso è Zvi Shuldiner, intellettuale ebreo noto in Italia come corrispondente del manifesto: “Per analizzare il voto del popolo israeliano non si può prescindere dal sentimento della paura: il voto è determinato esclusivamente dalla questione palestinese, non dalle politiche economiche dei diversi partiti. L’attuale governo non è in realtà molto diverso dai precedenti, se non per il suo radicalismo anti-arabo, per il suo dichiarato razzismo. Come in Italia, in Israele è in corso una legittimazione culturale del fascismo. L’opinione pubblica è più avanzata della leadership politica, ma al tempo stesso è segnata da un’evidente schizofrenia: secondo i sondaggi un’ampia maggioranza di israeliani è favorevole alla soluzione ‘due Stati per due popoli’, ma al tempo stesso vorrebbe ‘allontanare’ il popolo palestinese dalla terra di Israele. La verità è che a nessuno è simpatico il proprio nemico, ma se si è in guerra e si vuole la pace è con il nemico che si deve trattare. Questo vale oggi anche per Hamas, che rappresenta una parte importante della società palestinese: non è pensabile una pace con Fatah che non coinvolga anche Hamas”. Al conflitto arabo-israeliano sono state applicate molte differenti letture in differenti momenti storici: negli anni della guerra fredda la Palestina/Israele è diventata anche una posta in gioco del tentativo di controllo del mondo arabo da parte del blocco liberale e del blocco socialista, dopo l’11 settembre 2001 ha acquisito un’importanza geopolitica centrale nel cosidetto “scontro di civiltà”. Tuttavia, come ci ha spiegato Morgantini, il conflitto arabo-israeliano resta innanzitutto un conflitto “locale”: “Il problema fondamentale è la mancanza di un reciproco riconoscimento. Palestinesi e Israeliani non si incontrano, non si conoscono. Ad esempio – a parte rare eccezioni, come Shuldiner – sono pochi gli accademici e gli intellettuali israeliani che studiano seriamente il mondo arabo. In generale sono pochi gli israeliani che dialogano con i palestinesi e i palestinesi che dialogano con gli israeliani. Sono pochi e rappresentano un punto di vista minoritario, ma esistono: e questo basta perché meritino tutta la nostra attenzione e il nostro sostegno”.</p>
<p><img class="size-full wp-image-21545" title="p1020622-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020622-450.jpg" alt="Yehuda Shaul, fondatore di Breaking the Silence. " width="450" height="338" /><br />
<em>Yehuda Shaul, fondatore di Breaking the Silence. </em></p>
<p>Lo stesso Shuldiner, ad esempio, appartiene all’associazione <a href="http://rete-eco.it/it/home/archivio/1085-israele-palestina-un-po-dottimismo.html">Taarabut (insieme)</a>, in cui arabi israeliani ed ebrei comunisti militano uniti contro le politiche economiche liberiste dello Stato di Israele, nella convinzione che “Netanyahu ha già realizzato in Israele uno Stato per due popoli: i ricchi e i poveri”. Esistono poi gruppi giovanili non violenti, associazioni di avvocati democratici, persino un gruppo di rabbini pacifisti, <a href="http://www.imamsrabbis.org/">Rabbis for Peace</a>, che dialoga con gli Imam moderati per favorire la pace, sfidando l’interpretazione delle Scritture data dai coloni ebrei ortodossi. Ebreo ortodosso, con barba e kippah, è però anche Yehuda Shaul, fondatore di Breaking the Silence, l’organizzazione di veterani israeliani che da cinque anni denuncia le violazioni dei diritti umani operate dal proprio esercito. Di recente Breaking the Silence ha pubblicato un opuscolo di <a href="http://www.shovrimshtika.org/index_e.asp">testimonianze</a> sull’operazione Piombo fuso in cui  54 soldati, per buona parte di leva e spesso tuttora impegnati nei territori palestinesi occupati, hanno rivelato le regole d’ingaggio ricevute durante l’offensiva condotta da Israele nella Striscia di Gaza: non fare differenza tra combattenti e civili, bombardare anche aree densamente popolate, utilizzare munizioni al fosforo bianco (bandite dalle convenzioni internazionali sulle armi chimiche), demolire abitazioni civili anche prive di importanza strategica. Denunce come queste, pur venendo screditate da una certa stampa israeliana per il carattere anonimo delle testimonianze, hanno una grande importanza per il consolidarsi del movimento dei refusnik, riservisti ma anche soldati di professione israeliani che scelgono il carcere piuttosto che il servizio nei territori occupati. Particolarmente significativa è poi l’esperienza di <a href="http://www.combatantsforpeace.org/">Combatants for Peace</a>, associazione nata nel 2004 anche grazie all’iniziativa di Morgantini. Attualmente è composta da 600 persone, in maggior parte refusnik israeliani ed ex combattenti palestinesi che hanno abbandonato le armi e ora lottano assieme per la pace, organizzando veglie di solidarietà per le vittime del conflitto, manifestazioni non violente, conferenze nelle scuole e nelle università. Due di loro, Bassam Aramin, uno dei fondatori palestinesi, e Avner Wishnitzer, attuale coordinatore della sezione israeliana, ci hanno raccontato le loro storie.</p>
<p>Per aver tentato di aggredire un soldato israeliano, per 7 anni, dal 1985 al 1992, Aramin è stato in carcere: “È lì che ho maturato una posizione pacifista. Prima non conoscevo nulla del popolo ebraico. Ad esempio non sapevo nulla della Shoah: me ne hanno parlato i miei carcerieri israeliani. La prima volta che ho visto un film sui campi di concentramento nazisti ho provato un senso di rivalsa. Oggi invece comprendo il dolore degli ebrei, ma so anche che i palestinesi non ne hanno alcuna colpa. I palestinesi sono vittime di un popolo di vittime, ma il messaggio che voglio dare al mio popolo è che dobbiamo essere forti abbastanza per non essere più vittime di nessuno. L’8 febbraio 2007 mia figlia Abir è stata uccisa da un proiettile israeliano mentre usciva da scuola ad Anata (Gerusalemme Est). Aveva 11 anni. Mia moglie mi disse che per lei la politica della pace era morta assieme a nostra figlia. Non avrei potuto continuare a militare in Combatants for Peace senza il sostegno di mia moglie… Le ho chiesto, allora: ‘Che cosa devo dire ai nostri fratelli israeliani in veglia fuori dall’ospedale?’. La sua risposta è stata: ‘Hai ragione: loro sono nostri fratelli. Ma gli altri israeliani no’. Io so che quel soldato non voleva uccidere mia figlia: voleva uccidere un palestinese qualunque. Non voglio vendetta, perché so che se anche il colpevole fosse ucciso, la sua morte non avrebbe nulla a che vedere con il mio dolore. Non voglio vendetta: voglio giustizia”. Prosegue Wishnitzer: “Io ero lì, a vegliare per Abir. La sua morte è stata la nostra più grande sconfitta. Ma coltivare la sua memoria ora significa continuare a difendere le ragioni della pace. Sono cresciuto in un kibbutz, non avevo mai conosciuto persone palestinesi prima di aver compiuto 18 anni, quando ho fatto il servizio militare. Se allora avessi incontrato Bassam, avrei sparato. A lui, come a qualsiasi altro combattente palestinese. Semplicemente allora non pensavo, come la maggior parte degli israeliani non pensano e lasciano che la propaganda pensi per loro. Ma nel 2004, assieme a due mie amici, ho rifiutato di servire di nuovo nell’esercito nei Territori occupati. Mi sono reso conto allora che non si tratta di una situazione alla pari: i palestinesi sono vittime dell’occupazione israeliana, e gli israeliani sono incommensurabilmente più forti. Ma anche se sono vittime, non per questo i palestinesi non hanno responsabilità. So che molti israeliani mi considerano un traditore, ma io al contrario mi considero un patriota. Se milito in Combatants for Peace non è solo per altruismo o generosità: lo faccio per la mia società. Combatants for peace non è un gioco a somma zero”. Gli fa eco Aramin: “Non schieratevi con un popolo o con l’altro. Non prendete parte per gli israeliani o per i palestinesi. Prendete parte per l’umanità. E per la Palestina libera”.</p>
<p><img class="size-full wp-image-21546" title="p1020377-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020377-450.jpg" alt="Bassaam Aramin, tra i fondatori di Combatants for Peace." width="450" height="337" /><br />
<em>Bassaam Aramin, tra i fondatori di Combatants for Peace.</em></p>
<p>L’appello a un comune senso di umanità ci è stato rivolto più e più volte dai pacifisti palestinesi e israeliani e dai volontari internazionali che abbiamo incontrato. “Restiamo umani” è anche il titolo di una <a href="http://guerrillaradio.iobloggo.com/1789/restiamo-umani-di-vittorio-arrigoni">raccolta di articoli di Vittorio Arrigoni</a>, volontario dell’International Solidarity Movement e corrispondente da Gaza per il manifesto durante l’operazione Piombo fuso, che molti di noi avevano letto per prepararsi alla missione. “Prendiamo parte per l’umanità”, dunque, “restiamo umani”: questi sono stati gli imperativi che hanno accompagnato il nostro viaggio. Imperativi di cui mi è chiaro il significato, ma sulla cui forma ho qualche dubbio. Che cosa significa infatti essere umani? È sufficiente preservare la propria umanità per operare una scelta pacifista? La storia dell’umanità, di cui il conflitto israelo-palestinese è uno dei tanti dolorosi capitoli, non è forse da sempre una storia di guerre? E in fondo quale carattere è specifico dell’umano, se confrontato agli altri animali, più della capacità di organizzare lo sterminio sistematico dei propri simili? La vendetta, la volontà di sopraffazione, il sadismo perfino, non sono forse sentimenti propri dell’umano?</p>
<p>Al tempo stesso l’umano è anche quell’essere dotato di senso morale che, di fronte ai propri simili, si pone la domanda “che cosa è giusto che io faccia?”. Umana è quindi anche la possibilità della giustizia: non solo della giustizia intesa coma “riparazione di un torto” – quella a cui pensavano i teorici cristiani della guerra giusta – ma anche di quella giustizia che mai potrebbe prendere la forma della guerra, perché consiste nell’astenersi dalla violenza sull’altro, e addirittura nel dedicarsi alla cura dell’altro. L’umano è un essere fragile e vulnerabile, esposto alla ferita dell’altro e assieme capace di ferire l’altro, potenzialmente soggetto e oggetto di omicidio. Proprio per questa ragione ogni essere umano è chiamato a una scelta tra violenza, indifferenza o cura ogni volta che incontra la vulnerabilità dell’altro. Ad esempio quando è in corso una guerra ogni singolo deve scegliere se negare l’umanità del suo nemico e godere delle sue sofferenze, oppure compiangere la perdita di ogni vita umana, superando la distinzione tra amici e nemici, come è stato capace di fare Avner vegliando Abir e portando conforto a Bassam e a sua moglie. Operare una scelta radicalmente pacifista (come Avner, come Bassaam, come Luisa e Barbara e molti altri e altre che abbiamo incontrato nel nostro viaggio) significa attribuire valore all’esistenza di ogni essere umano, ritenerlo meritevole della nostra cura non solo e non tanto quando ci è facile riconoscerlo uguale a noi, ma soprattutto quando lo riconosciamo diverso da noi, non solo e non tanto quando proviamo per lui un’istintiva simpatia, ma soprattutto quando suscita in noi un’istintiva diffidenza (l’antipatia verso il nemico di cui ci ha parlato Shuldiner). A caratterizzare l’umano sono, quindi, tanto la violenza, quanto l’indifferenza, quanto ancora la cura. La domanda sulla giustizia (“che cosa è giusto che io faccia”?) si pone a ogni essere umano ogni volta che incontra un suo simile, ma la storia insegna che la scelta della giustizia, soprattutto nelle situazioni estreme di conflitto, non è affatto comune tra gli umani. Optare per un’etica pacifista, fare della non violenza e della cura delle regole di condotta non equivale quindi semplicemente a “restare umani”, ma significa al contrario rinunciare a parte della propria umanità, attribuendo un valore aggiunto a ciò che ne resta.</p>
<p>Nel XVI secolo, quando gli ebrei furono perseguitati dall’Inquisizione cattolica e cacciati dalla Spagna, il rabbino Isaac Luria, rileggendo le Scritture, sostenne che la creazione del mondo fu un evento traumatico che turbò l’ordine dell’infinito. Esito del trauma fu l’avvento del male. Secondo la tradizione (cabala) inaugurata da Luria, il popolo ebraico sarebbe stato scelto da Dio appunto per riparare l’ordine dell’infinito: non nel senso di riparare i torti subiti dal popolo ebraico nella storia, ma nel senso di riparare tutto il male della storia umana, di cogliere nella persecuzione del popolo ebraico l’occasione per superare il male nella direzione di un’evoluzione spirituale. Nel XX secolo, dopo la Shoah, il filosofo ebreo Emmanuel Lévinas affermò che ogni essere umano è massimamente responsabile non solo del male che compie, ma anche e soprattutto di quello che subisce: la vittima è sempre responsabile della scelta tra vendetta e giustizia. Il messaggio universale contenuto in quell’eresia dell’ebraismo che è il cristianesimo non mi sembra poi molto diverso: il cristianesimo invita l’intero genere umano a “porgere l’altra guancia”, a seguire l’esempio di Gesù, morto per riparare il male, “in remissione dei peccati”. Analogamente l’islam prescrive a ogni fedele nel mondo lo sforzo (il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Jihad">jihad</a>, nel suo significato originario) verso la perfezione morale: entrambe le religioni hanno quindi esteso a ogni essere umano uno degli insegnamenti che la tradizione ebraica riservava ai soli appartenenti al popolo eletto. Come sa ogni fedele, le tre grandi religioni monoteiste, che hanno offerto e continuano a offrire mille pretesti per la guerra, contengono in verità un comune imperativo di pace. Per chi crede in Dio, si tratta di riconoscere l’elemento divino presente nella propria umanità, di assecondarlo nel tentativo di divenire “giusti” o “santi”. Ma io non credo in Dio. E tuttavia ritengo che a chi voglia comprendere lo scenario politico contemporaneo, soprattutto se è uno studioso di filosofia, occorra prendere le ragioni della fede molto sul serio. Con serietà posso allora dirti che da sempre, e ancora di più in seguito all’11 settembre 2001, anche se non credo in Dio, quell’imperativo di pace ha risuonato in me nella sua immediatezza e universalità ogni volta che ho incontrato un volto umano. Astenersi dal male, fare il bene. Di fronte alla vulnerabilità dell’altro, non assecondare la propria umanissima pulsione al sadismo o all’indifferenza, ma adoperarsi piuttosto per la cura. Di fronte alla violenza subita, non assecondare la propria umanissima pulsione alla vendetta, ma trasformare l’indignazione in desiderio di giustizia. Riconoscere l’altro anche a costo di mettere in discussione parti importanti di sé – l’appartenenza a un popolo, l’adesione all’educazione ricevuta, l’obbedienza a quelle che si riconoscono come le proprie autorità.</p>
<p>Agli albori della filosofia occidentale, Aristotele definì l’umano come “animale politico”: a partire dalla nascita, infatti, gli esseri umani hanno bisogno della cura dei propri simili, sono coinvolti in relazioni di potere, dipendono per la loro sopravvivenza da una comunità politica che li protegga dalle altre comunità politiche. Per Aristotele non gli esseri umani, ma solo le bestie brute, oppure gli dei, possono fare a meno di un’appartenenza politica. Per Aristotele non gli esseri umani, ma soltanto gli esseri impolitici – in questo caso, gli dei – possono fare a meno della logica di guerra che sembra essere iscritta come un destino nella storia dell’umanità. Su questo punto filosofia e religioni possono quindi trovare un accordo: ai fini della pace non è sufficiente restare umani, ma occorre essere disposti a sacrificare parte della propria umanità: sforzarsi, ogni volta, di diventare “altro-che-umani” pur sapendo di non essere altro che umani. È un compito arduo, e tuttavia possibile: questo mi ha insegnato chi, in Palestina, nonostante tutto, con coraggio e determinazione “combatte” per la pace. E questo, cara lettrice, caro lettore, è il messaggio che sentivo l’urgenza di portare anche a te.</p>
<p><img class="size-full wp-image-21552" title="p1020488-450" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/p1020488-450.jpg" alt="Un aquilone con i colori della pace, un simbolo di speranza per le strade di Hebron." width="450" height="338" /><br />
<em>Un aquilone con i colori della pace, un simbolo di speranza per le strade di Hebron.</em></p>
<p>fine</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/lorenzo-bernini">Altri articoli</a> di Lorenzo Bernini su Nazione Indiana</p>
<p>Link:</p>
<p><a href="http://www.assopace.org/">www.assopace.org</a></p>
<p><a href="http://www.ochaopt.org/">www.ochaopt.org</a></p>
<p><a href="http://www.combatantsforpeace.org/">www.combatantsforpeace.org/</a></p>
<p><a href="http://www.shovrimshtika.org/index_e.asp">www.shovrimshtika.org/index_e.asp</a></p>
<p><a href="http://www.imamsrabbis.org/">www.imamsrabbis.org/</a></p>
<p><a href="http://guerrillaradio.iobloggo.com/1789/restiamo-umani-di-vittorio-arrigoni">http://guerrillaradio.iobloggo.com/1789/restiamo-umani-di-vittorio-arrigoni</a></p>
<p><a href="http://www.cpt.org/work/palestine">www.cpt.org/work/palestine</a></p>
<p><a href="http://www.operazionecolomba.com/">www.operazionecolomba.com/</a></p>
<p><a href="http://www.humansupporters.org/">www.humansupporters.org</a></p>
<p><a href="http://www.mossawacenter.org/">www.mossawacenter.org/</a></p>
<p><a href="http://coalitionforjerusalem.blogspot.com/"><span lang="de-DE">http://coalitionforjerusalem.blogspot.com/</span></a></p>
<p><a href="http://www.standupforjerusalem.org/">www.standupforjerusalem.org/</a></p>
<p><a href="http://www.icahd.org/eng">www.icahd.org/eng</a></p>
<p><a href="http://palsolidarity.org/">http://palsolidarity.org/</a></p>
<p><a href="http://www.hebronrc.org/">www.hebronrc.org</a></p>
<p><a href="http://www.almubadara.org/new/english.php">www.almubadara.org/new/english.php</a></p>
<p><a href="http://rete-eco.it/it/home/archivio/1085-israele-palestina-un-po-dottimismo.html">http://rete-eco.it/it/home/archivio/1085-israele-palestina-un-po-dottimismo.html</a></p>
<p><a href="http://invisiblearabs.blogspot.com/">http://invisiblearabs.blogspot.com</a></p>
<p><a href="http://www.reteblu.org/adesso/pezzi/SOCIETA%27%20E%20CHIESA/INTERVISTA%20PADRE%20IBRAHIM.htm">www.reteblu.org/adesso/pezzi/SOCIETA&#8217;%20E%20CHIESA/INTERVISTA%20PADRE%20IBRAHIM.htm</a></p>
<p><a href="http://www.rachelcorrie.org/">www.rachelcorrie.org/</a></p>
<p><a href="http://www.geocities.com/dr_b_goldstein/kever.htm">www.geocities.com/dr_b_goldstein/kever.htm</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/09/15/combattenti-per-la-pace-un-viaggio-in-palestina-seconda-parte/">Combattenti per la pace: un viaggio in Palestina (seconda parte)</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/09/08/combattenti-per-la-pace-un-viaggio-in-palestina-prima-parte/' rel='bookmark' title='Combattenti per la pace: un viaggio in Palestina (prima parte)'>Combattenti per la pace: un viaggio in Palestina (prima parte)</a> <small>Testo e fotografie di Lorenzo Bernini Dove ti trovavi l’11...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/07/23/la-storia-degli-altri/' rel='bookmark' title='La storia degli altri'>La storia degli altri</a> <small>[Da sempre ritengo che il conflitto tra lo stato d'Israele...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/01/17/michele-santoro-e-gaza-la-televisione-tra-narrazione-e-conversazione/' rel='bookmark' title='Michele Santoro e Gaza, la televisione tra narrazione e conversazione'>Michele Santoro e Gaza, la televisione tra narrazione e conversazione</a> <small>[Questo articolo è apparso su Giornalismo partecipativo] di Gennaro Carotenuto...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/israele-boicottaggio-ritiro-degli-investimenti-e-sanzioni/' rel='bookmark' title='Israele: boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni'>Israele: boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni</a> <small>[pubblichiamo un testo che riteniamo importante - Andrea Inglese, Mattia...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/04/02/variazioni-meridiano-7-andrea-raos/' rel='bookmark' title='Variazioni Meridiano &#8211; 7: Andrea Raos'>Variazioni Meridiano &#8211; 7: Andrea Raos</a> <small> “L’entytà maffiosa”. Una storia da ridere. (KarmaRoma remix) (Questa...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2009/09/15/combattenti-per-la-pace-un-viaggio-in-palestina-seconda-parte/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>7</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La storia degli altri</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/07/23/la-storia-degli-altri/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/07/23/la-storia-degli-altri/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 23 Jul 2009 06:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[campi profughi]]></category>
		<category><![CDATA[Christian Elia]]></category>
		<category><![CDATA[Cisgiordania]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Grossman]]></category>
		<category><![CDATA[hamas]]></category>
		<category><![CDATA[Ilan Pappe]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Netanhiau]]></category>
		<category><![CDATA[Olp]]></category>
		<category><![CDATA[Oz]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[shoah]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=19400</guid>
		<description><![CDATA[<p>[Da sempre ritengo che il conflitto tra lo stato d'Israele e il popolo Palestinese non avrà fine finché gli scolari israeliani impareranno a scuola che i palestinesi sono brutti e cattivi e reciprocamente gli scolari palestinesi impareranno a scuola che gli israeliani sono brutti e cattivi.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/23/la-storia-degli-altri/">La storia degli altri</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[Da sempre ritengo che il conflitto tra lo stato d'Israele e il popolo Palestinese non avrà fine finché gli scolari israeliani impareranno a scuola che i palestinesi sono brutti e cattivi e reciprocamente gli scolari palestinesi impareranno a scuola che gli israeliani sono brutti e cattivi. Dovrei dire "a scuola e in famiglia", naturalmente, ma già se a scuola sentissero una storia diversa qualcosa cambierebbe. Con questo tema inizia questa breve intervista, pubblicata sul numero di giugno 2009 di <em>Peace Reporter</em>, la rivista di <em>Emergency</em>. La cartina sottostante l'ho copiata io da <a href="http://storiadiierioggidomani.blogspot.com/">questo</a> sito. <em>a.s.</em>]</p>
<p>di <strong>Christian Elia</strong><br />
<div id="attachment_19403" class="wp-caption aligncenter" style="width: 546px"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/cartina-palestina_israele.jpg" alt="perdita progressiva di territorio palestinese dal 1948 al 2000." title="cartina-palestina_israele" width="536" height="509" class="size-full wp-image-19403" /><p class="wp-caption-text">perdita progressiva di territorio palestinese dal 1948 al 2000.</p></div></p>
<p><strong>Ilan Pappé</strong> è uno storico israeliano che insegna all&#8217;Università di Exeter, in Inghilterra. Insegnava a Haifa, ma non gli è stato rinnovato il contratto. I suoi libri, in particolare <em>La pulizia etnica in Palestina</em> del 2007 edito in Italia da Fazi, hanno suscitato tante polemiche. Viene ritenuto il principale esponente dei cosiddetti <em>nuovi storici</em>, impegnati nel riesame della storia israeliana e del conflitto palestinese.</p>
<p><em>Lei ha dichiarato di essersi imbattuto nella questione palestinese solo quando si è recato a Oxford per il dottorato. Quale storia studiano i ragazzi in Israele?<br />
</em></p>
<p>Tanti israeliani sono stati istruiti a pensare che i palestinesi hanno abbandonato volontariamente le loro terre nel 1948 e che all&#8217;epoca il governo israeliano ha fatto di tutto per convincerli a restare. Nella storiografia ufficiale passa una tragica farsa: Israele è nato su una terra che non era di nessuno prima. Ma allora come si spiega la vulgata che invitava i palestinesi a restare? In questa versione Israele non ha alcuna responsabilità storica e politica. I giovani israeliani vengono istruiti a pensare che oggi come nel 1948 combattono un nemico barbaro. Non gli vengono dati gli strumenti per capire per quale motivo un palestinese si fa esplodere,<span id="more-19400"></span> perché l&#8217;Olp combatteva Israele o perché Hamas lancia i razzi Qassam. Senza un&#8217;analisi dei fatti, tutto quello che accade viene percepito dai giovani israeliani come una gratuita aggressione, si sentono odiati solo per il fatto di essere ebrei.</p>
<p><em>Il risultato delle ultime elezioni ha premiato Avigdor Lieberman, in odore di xenofobia verso gli arabi israeliani. Ritiene che si corra il rischio di una nuova pulizia etnica?<br />
</em></p>
<p>Dopo il 1948 i palestinesi sono stati dispersi: Cisgiordania, Gaza, dentro Israele e i campi profughi. Il problema demografico resta una priorità strategica assoluta per Israele. Per Gaza e Cisgiordania la soluzione è sotto gli occhi di tutti: creare delle grandi prigioni dove rinchiudere i palestinesi con la forza. Rimane da decidere cosa fare dei palestinesi in Israele. Su questo tema Lieberman ha costruito la sua popolarità e la maggior parte degli israeliani è stata convinta a guardare ai cittadini arabi con sospetto. L&#8217;unica soluzione possibile è una pulizia etnica. Avverrà in maniera graduale ed è una politica che è già iniziata. Il governo chiede agli arabi israeliani attestazioni di fedeltà, gli impone limitazioni economiche e commerciali, mette in discussione la loro cittadinanza.<br />
Si creano le circostanze che ti spingono ad andare via. Questa è la strategia dell&#8217;attuale governo verso gli arabi israeliani. Bisogna&#8217; vigilare con la massima attenzione.</p>
<p><em>In passato ha dichiarato che il memoriale dell&#8217;Olocausto è costruito sulle. macerie di un villaggio palestinese. Ritiene che l&#8217;orrore della </em><em>Shoah</em> venga strumentalizzato?</p>
<p>La memoria dell&#8217;Olocausto, per il governo d&#8217;Israele, è importante per giustificare la sua politica néi confronti dei palestinesi. Nel nome della memoria dell&#8217;Olocausto si dice al mondo di tacere. E&#8217; come uno scudo tattico contro qualsiasi critica. I palestinesi vengono dipinti come i nuovi nazisti, un pericolo per la sopravvivenza d&#8217;Israele. Rispetto alla percezione e alla strumentalizzazione della Shoah va fatto poi un discorso a parte per gli Stati Uniti e l&#8217;Europa. In particolare nel Vecchio Continente, è come se l&#8217;Olocausto avesse generato un&#8217;apertura di credito illimitata. Ogni personaggio politico deve ribadire di non essere antisemita, per lavare la coscienza sporca, rispetto a quello che è successo agli ebrei. Ecco, verso Ue e Usa la manipolazione consiste nel far passare il messaggio che quello che è accaduto allora e quello che accade oggi siano fenomeni collegati.</p>
<p><em>Tanti intellettuali israeliani, negli ultimi anni, hanno mutato punto di vista sul conflitto. Non è più di moda criticare la politica dello Stato d&#8217;Israele? </em></p>
<p>Personaggi come Grossman e Oz finiscono per rappresentare un pericolo maggiore per i palestinesi degli stessi Netanhyau e Lieberman. Rappresentano un sionismo rassicurante. Sono gli esponenti di un sionismo tattico, che punta a raccontare una realtà particolare, fatta di convivenza e condivisione, un sionismo che fa cominciare tutti i problemi con l&#8217;occupazione del 1967. Questa visione rimuove il problema principale, il sionismo ideologico, che ha generato il sistema vigente di apartheid. Il problema d&#8217;Israele è l&#8217;ideologia stessa che è alla base della sua nascita. Un&#8217;ideologia etnica, che vuole un Paese solo di ebrei.</p>
<p><em>Non crede che la sua posizione sul boicottaggio accademico sia rischiosa? Ci sono tanti intellettuali israeliani nell&#8217;ambiente universitario che rappresentano voci critiche.<br />
Perché non ha boicottato anche quest&#8217;edizione dedicata all&#8217;Egitto,che molti ritengono complice d&#8217;Israele rispetto all&#8217;ultimo conflitto a Gaza?</em></p>
<p>Il mondo accademico israeliano è parte del sistema di occupazione. Il boicottaggio vuole essere uno stimolo per questi intellettuali, non una chiusura verso di loro. L&#8217;idea è quella di fare in modo che il boicottaggio spinga queste persone a ribellarsi, non è un modo per isolarli. Non penso che il boicottaggio accademico sia la soluzione a tutti i mali, ma credo che possa essere una spinta anche per i personaggi critici, invitandoli a prendere posizioni più nette contro l&#8217;occupazione. Per quel che riguarda l&#8217;Egitto, nessuno lo ritiene una democrazia. Tanti, invece, sono convinti che Israele lo sia. I presupposti, come vede, sono completamente differenti dall&#8217;edizione dello scorso anno. Il boicottaggio della Fiera era un segnale, per promuovere una riflessione sull&#8217;occupazione e la democrazia.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/07/23/la-storia-degli-altri/">La storia degli altri</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/01/19/ipotesi-per-la-tonnara-di-gaza/' rel='bookmark' title='Ipotesi per la tonnara di Gaza'>Ipotesi per la tonnara di Gaza</a> <small>di Lorenzo Galbiati Il 17 settembre 1948, mentre era in...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/09/17/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper/' rel='bookmark' title='I Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (1)'>I Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (1)</a> <small> [Invito tutti coloro che s'interessano alla questione israelo-palestinese a...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/01/17/michele-santoro-e-gaza-la-televisione-tra-narrazione-e-conversazione/' rel='bookmark' title='Michele Santoro e Gaza, la televisione tra narrazione e conversazione'>Michele Santoro e Gaza, la televisione tra narrazione e conversazione</a> <small>[Questo articolo è apparso su Giornalismo partecipativo] di Gennaro Carotenuto...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/01/11/caro-bimbo-ti-penso/' rel='bookmark' title='Caro bimbo ti penso'>Caro bimbo ti penso</a> <small> Molto di quel che c&#8217;è da sapere è nelle...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/01/08/finestre-e-prospettive-su-gaza/' rel='bookmark' title='Finestre e prospettive su Gaza'>Finestre e prospettive su Gaza</a> <small>Serve avere una finestra su Gaza, ora? Questo fatale divenire...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2009/07/23/la-storia-degli-altri/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Non c&#8217;è modo d&#8217;essere bambini</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/04/25/non-ce-modo-dessere-bambini/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/04/25/non-ce-modo-dessere-bambini/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2009 11:01:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[londra]]></category>
		<category><![CDATA[mohamed altawil]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[trauma]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=17104</guid>
		<description><![CDATA[<p></p>
<p>di <a href="http://psydb.herts.ac.uk/staff_list/FMPro?-db=staff_list_email&#038;-format=recorddetail.html&#038;-lay=details&#038;-sortfield=surname&#038;-max=2147483647&#038;-recid=33642&#038;-findall="><strong>Mohamed Altawil</strong></a></p>
<p>Sono un palestinese la cui famiglia è vissuta per generazioni nel villaggio di Al-Maghar. Sessant’anni fa, durante la <strong><a href="http://www.nakbah1948.org/">Nakbah</a> </strong>(catastrofe), i miei nonni furono espulsi con tutta la loro famiglia da Al-Maghar, sradicati e mandati tra le capanne e le stradine di un campo profughi distante 100 miglia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/25/non-ce-modo-dessere-bambini/">Non c&#8217;è modo d&#8217;essere bambini</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://farm4.static.flickr.com/3384/3475735121_36eb9904bd.jpg" alt="" /></p>
<p>di <a href="http://psydb.herts.ac.uk/staff_list/FMPro?-db=staff_list_email&#038;-format=recorddetail.html&#038;-lay=details&#038;-sortfield=surname&#038;-max=2147483647&#038;-recid=33642&#038;-findall="><strong>Mohamed Altawil</strong></a></p>
<p>Sono un palestinese la cui famiglia è vissuta per generazioni nel villaggio di Al-Maghar. Sessant’anni fa, durante la <strong><a href="http://www.nakbah1948.org/">Nakbah</a> </strong>(catastrofe), i miei nonni furono espulsi con tutta la loro famiglia da Al-Maghar, sradicati e mandati tra le capanne e le stradine di un campo profughi distante 100 miglia. A tutt’oggi assaporano l’amarezza di quella perdita e restano a guardare inermi mentre le fiamme di quella tragedia bruciano ancora. Quando ero molto piccolo ero abituato a vivere in una delle capanne del campo, ma non appena crebbi e compresi l’infelicità della mia famiglia iniziai a tempestare mio padre di domande:<br />
<span id="more-17104"></span><br />
Perché non abbiamo un giardino?</p>
<p>Perché dal tetto piove in continuazione durante l’inverno?</p>
<p>Perché andiamo a scuola senza la colazione o qualche spicciolo in tasca?</p>
<p>Perché dormiamo tutti e dieci nella solita stanza?</p>
<p>Perché non abbiamo riscaldamento né a casa né a scuola?</p>
<p>Perché nella nostra classe ci sono 50 studenti costretti in uno spazio minimo?</p>
<p>Perché non abbiamo un cortile per giocare?</p>
<p>Dove posso avere dell’acqua pulita?</p>
<p>Perché non andiamo mai in viaggio da nessuna parte?</p>
<p>Perché sentiamo rombi e suoni d’esplosioni tutta la notte?</p>
<p>Oggi il ruggito dei bulldozer ci raggiungerà?</p>
<p>Chi è stato ucciso oggi?</p>
<p>Perché lasciate che i soldati ci umilino ai checkpoint?</p>
<p>Tutti gli esseri umani vivono come noi?</p>
<p>Perché il nostro paese è stato cancellato dalla mappa in biblioteca?</p>
<p>Spesso mi rispondeva con le lacrime agli occhi: “Siamo le vittime di un’occupazione violenta. Si diffonde come un cancro su tutti gli aspetti della nostra vita.  Figlio mio, stai attento! Non provocare la violenza altrimenti ti ricadrà addosso.”</p>
<p>Sono nato nel 1973 e gradualmente ho preso coscienza di tutta la sofferenza dei vicoli stretti del mio campo. A quattordici anni non sopportavo più che i soldati che ci occupavano portassero una distruzione tremenda nella mia terra natia. Ignorai i consigli di mio padre e cercai vendetta per la nostra umiliazione.<br />
Così presi l’abitudine di tirare pietre ai bulldozer che rombavano lungo la strada. Con i miei fratelli ed i miei amici davamo la caccia alle auto corazzate e ai soldati da un posto all’altro, illudendoci, in quel modo. di espellerli dalla nostra terra. Non appena sentivamo il rombo dei loro motori raccoglievamo pezzi di macerie e li impilavamo in varie parti del campo. Poi ci nascondevamo e quando i soldati arrivavano uscivamo di corsa, aggredendoli con le pietre. </p>
<p>Questo era il nostro gioco preferito. Non avevamo nessun luogo dove organizzare giochi e giocare a pallone per la strada era troppo pericoloso. I membri più anziani della nostra famiglia ed i vicini ci ricordavano continuamente che loro non erano in grado di proteggerci dai pericoli dell’occupazione. “Non abbiamo una polizia o un esercito nazionale”, dicevano. Allora nelle nostre menti, diventammo noi l’esercito nazionale; eravamo “I Bambini delle Pietre” che proteggevano il campo e resistevano ai soldati dell’occupazione. Eravamo come Robin Hood che combatteva per la giustizia, o i Nativi Americani che difendevano la frontiera dagli invasori bianchi. Non era soltanto un gioco; era a tutti gli effetti un Gioco Mortale, che dava sfogo alla nostra rabbia e ci dava il brivido e l’orgoglio di sentire che stavamo proteggendo la nostra comunità mentre la generazione precedente non ci riusciva. Ero troppo giovane per comprenderne le conseguenze, sebbene alcuni miei amici venissero uccisi o feriti o rimanessero invalidi per il resto della vita.</p>
<p>Accadde così che durante una di queste azioni giornaliere di bombardamento di pietre, i soldati iniziarono a darmi la caccia. Li avevo bersagliati e grazie alla pratica avevo una buona mira. A quel punto mi voltai e fuggii, tentando di evitare sia i proiettili che la cattura. In un attimo fui colpito alle spalle e alla schiena in diversi punti. Avevano sparato un proiettile di plastica che, per fermarmi, si era poi frantumato per ferirmi senza uccidermi. Caddi, ma mi rialzai immediatamente. Continuai a correre nonostante sentissi la camicia impregnarsi del sangue che mi usciva dalla schiena e dalla testa. Non sentivo dolore, la paura e l&#8217;orgoglio mi costringevano a resistere e così corsi verso il recinto di una fattoria che si trovava al limitare del nostro campo. Saltai e mi arrampicai, ma la mia gamba rimase intrappolata nello steccato di legno e filo spinato grossolanamente assemblato. Una mano mi afferrò la camicia, fui tirato fuori e gettato per terra. Urlai e scalciai ma i soldati mi picchiarono con violenza. Le mie ferite peggioravano, ma loro continuavano a colpirmi. Ero debole e la rabbia delle mie proteste si affievolì in un gemito. Stavo per perdere coscienza ma a quel punto le mie braccia vennero strattonate verso l’alto,  un soldato mi tirò per le mani, mi trascinò  dall’ufficiale in carica che stava di guardia. Nel frattempo la gente nel campo guardava impotente. Alcuni gridavano oltraggiati da quello che stava accadendo e questa rabbia mi aiutò a smettere di piangere ed urlare di dolore mentre le mie caviglie sbattevano e si scorticavano lungo la strada dissestata.  All’improvviso, uomini, donne e bambini iniziarono a tirare pietre tentando di costringere i soldati a rilasciarmi. Fui gettato nel mezzo del campo e colpito ancora per scoraggiare quella sassaiola. Ma le donne della mia famiglia prima e tutto il vicinato poi si fecero avanti e attaccarono i soldati a mani nude. Alcune donne raggiunsero l’ufficiale e gli gridarono: “Rilascia il ragazzo! Rilascialo! Se non lo fai morirà e sarà tutta colpa tua!” Questo sortì l’effetto desiderato perché i colpi e le botte cessarono all&#8217;improvviso e poco dopo mi ritrovai in ospedale. </p>
<p>Guarii in qualche settimana e quando tornai al campo i miei amici mi trattavano da eroe. Mio padre, tuttavia, non era contento. Gli avevo disubbidito, avevo ignorato i suoi avvertimenti. Quando, più tardi, i miei fratelli maggiori uscirono per tirare le loro pietre ai soldati, mio padre mi chiuse a chiave in una stanza di sopra. Mi rendevo conto che lo faceva perché mi amava e temeva per la mia incolumità, ma nonostante questo scavalcai la finestra, scivolai lungo la grondaia e corsi ad unirmi ai miei fratelli per la strada. Quella notte quaranta persone furono ferite e durante il coprifuoco strisciai per le vie attraverso l’oscurità evitando di essere arrestato. Dato che ero minorenne se fossi stato catturato avrebbero multato mio padre. Quando tornai a casa, mi arrampicai fino all’apertura sopra la porta e mi gettai dentro silenziosamente, sperando che tutti stessero dormendo. Ma mio padre e mia madre erano rimasti svegli  ad aspettarmi. Non erano andati a letto. Proteggere me e i miei otto fratelli per loro era diventato un lavoro a tempo pieno. Avevo ignorato i loro consigli durante le ore del coprifuoco. Quella notte mi dettero un ultimo, severo avvertimento. Quando riprovai ad uscire per unirmi agli attacchi con le pietre mio padre mi trattenne e poi, per la prima e unica volta nella sua vita, mi picchiò. </p>
<p>Crescendo iniziai a stancarmi dei nostri giochi. Inoltre ero bravo a scuola e più imparavo più capivo che il sapere era un altro tipo d’arma. Mi faceva sentire forte. Rinforzava la mia identità. L’aumento della mia comprensione delle cose mi faceva vedere la possibilità di aiutare la nostra gente e di resistere all’occupazione in modi più sottili ed efficaci del tirare sassi. Tuttavia non posso biasimare quei bambini che ancora tirano sassi. La loro rabbia e le loro azioni costituiscono una qualche forma di terapia e in tutto il mondo sono diventati il simbolo della rivolta degli innocenti contro l’ingiustizia. La radice del problema non è nel tirare sassi, ma nell’occupazione che ha rubato loro l&#8217;infanzia. </p>
<p>Iniziai a studiare con impegno e trovai la strada che mi avrebbe permesso di svolgere un ruolo attivo per aiutare il popolo palestinese a rimanere integro nonostante l’umiliazione e l’oppressione.  La conoscenza della storia e la ricerca nella disciplina della psicologia hanno già prodotto dei risultati materiali a Gaza. Così intrapresi questo lavoro e continuai per molti anni a venire. </p>
<p>Dato che avevo raggiunto risultati eccellenti nella scuola superiore e poiché la mia famiglia non aveva molto denaro, mi fu conferita una borsa di studio dall’<a href="http://www.un.org/unrwa/">UNRWA</a> per poter diventare un insegnante. La mia speranza era che in seguito avrei potuto avere abbastanza denaro per sostenere i miei genitori. Per completare i miei studi avrei dovuto trasferirmi a Ramallah sul versante occidentale, ma a causa dell’Occupazione, ogni volta che decidevo di partire incontravo una serie di ostacoli. Viaggiare tra Gaza e il versante occidentale è sempre stato difficile e durante la prima Intifada (la rivolta tra il 1987 ed il 1993) non riuscii a lasciare Gaza. </p>
<p>Spostarsi è una delle principali restrizioni che dobbiamo affrontare in Palestina. A causa del muro, delle recinzioni, i checkpoint e l’infinita burocrazia per ottenere un pass, c’è una barriera tra Gaza ed i nostri parenti o amici che vivono nella parte ovest. Si può arrivare ad attendere un’ora o un giorno,  una settimana o  un mese o un anno per ottenere il permesso di viaggiare in un’altra regione o nel nostro stesso paese. Un soldato può fermare migliaia di persone che attraversano un checkpoint. Ad un solo soldato viene dato il controllo sulle vite giornaliere di migliaia di persone che devono recarsi al lavoro o raggiungere un ospedale o andare a scuola. Una volta vidi un vecchio che stava morendo ad un checkpoint poiché era fermo nella calura e aspettava il permesso di attraversare per far ritorno a casa. Un’altra volta vidi una donna incinta partorire di lato alla strada dopo che un soldato si era rifiutato di lasciar passare chiunque tra il nord e le zone mediane della Striscia di Gaza.</p>
<p>Non fui sorpreso, quindi, che l’occupazione rallentasse i miei studi. In seguito, quando superai gli esami a Ramallah nel 1993, non  riuscii ad ottenere il permesso di rientrare a casa. Così provai ad attraversare il checkpoint con il documento d’identità di un amico. Il piano fallì e mi arrestarono. Quando mi presero in custodia, cercarono di farmi firmare qualcosa scritto in ebraico. Dissi loro che non sapevo leggere l’ebraico. Mi dissero, “Firma comunque”. Risposi, “No!” perché pensavo che fosse probabilmente una confessione. Allora uno di loro mi colpì sulla testa e mi disse di firmare. Rifiutai e mi colpì di nuovo. Ancora oggi ho problemi all’orecchio sinistro a causa di questa aggressione. Trascorso un mese in prigione, dissero che avrebbero potuto rilasciarmi per una cauzione di 500 dollari. Sapevo che la mia famiglia avrebbe dovuto vendere molti dei nostri beni per accumulare questa somma. Non permisi che ciò accadesse e rimasi dentro altri due mesi.</p>
<p>Il periodo che seguì fu molto duro. Lavoravo come insegnante presso le scuole dell’UNRWA per mantenere sia me che i miei genitori mentre, allo stesso tempo, portavo avanti i miei studi post-laurea in salute mentale ad un&#8217;università egiziana. Dovevo imparare il più possibile sulla psicologia perché i ragazzi a cui insegnavo a Gaza avevano terribilmente sofferto a causa dell’Occupazione, volevo essere in grado di aiutarli. Durante il mio impiego di consigliere scolastico nella Striscia di Gaza, vidi molti bambini palestinesi esposti quotidianamente ad esperienze traumatiche dall’inizio della seconda Intifada nel 28 Ottobre del 2000. Soffrivano chiaramente di disturbi psicologici, sociali ed educativi quali insonnia, paura del buio, fobie varie, depressione, incontinenza, isolamento, interazioni sociali distruttive, comportamento aggressivo, disturbi cronici della memoria e assenze ingiustificate da scuola. Questi erano tutti indicatori allarmanti delle difficoltà che si hanno in un’infanzia normale attualmente in Palestina e che il futuro benessere psicologico dei bambini palestinesi era compromesso dal protrarsi dei traumi di una simile realtà. </p>
<p>Cominciai a studiare per lunghe ore dopo la scuola e durante le vacanze estive mi recavo in Egitto per incontrare il mio supervisore. Una volta completato il Master, iniziai anche a lavorare come lettore part-time in un’università di Gaza. La mia vita era così piena di impegni che non avevo più tempo per incontrare gli amici; loro mi vedevano così raramente che spesso pensavano mi fossi trasferito.</p>
<p>Nel 2001 iniziai il dottorato. Ma la mia famiglia era preoccupata. Avevo quasi 28 anni e loro pensavano che per me fosse giunta l&#8217;ora di sposarmi. Cercai di dir loro che non avevo tempo per questo. Stavo ancora seguendo il mio sogno di imparare il più possibile per riuscire a sanare almeno in parte quelle ferite causate dall’Occupazione. Era come se la rabbia che mi aveva fatto gettare sassi si fosse trasformata nel bisogno di studiare. Non avevo tempo di guidare la macchina, figuriamoci di sposarmi – la mia situazione avrebbe gravato in modo ingiusto su mia moglie. Tuttavia,  gradualmente, realizzai che la mia vita non doveva essere solo lavoro e, avendo incontrato la persona giusta con l’aiuto della mia famiglia, mi sposai nell’agosto del 2002. Nel settembre del 2003, verso mezzanotte intrapresi il cammino fino all’ospedale dove era nata mia figlia, attraversando il fuoco delle sparatorie durante gli ultimi due chilometri.</p>
<p>Il Programma Internazionale della <a href="http://www.fordfound.org/">Fondazione Ford</a> garantisce poche borse di studio ma io fui fortunato: dopo un lungo e difficile periodo di selezione, fui una delle dieci persone a cui venne offerta una borsa nel 2004. Questa mi servì per fare un altro dottorato, stavolta in psicologia clinica, una qualifica rara e necessaria a Gaza. Certo, ora dovevo prendere una decisione gravosa. Dovevo andare a studiare all’estero, lasciando mia moglie e mia figlia a casa con la famiglia di lei. Inoltre sapevo che sarebbe stato duro per i miei genitori, specialmente per mia madre che era malata. Pensai, tuttavia, che sarei riuscito a tornare di tanto in tanto a farli visita e che, quando mia moglie avesse completato il suo corso di studi, la mia famiglia sarebbe stata in grado di raggiungermi in Inghilterra. Ma gli sviluppi della situazione di Gaza avrebbero presto reso impossibile questa speranza.</p>
<p>Dalla <a href="http://www.nakbah1948.org/">Nakbah</a> del 1948 ad oggi nel mio paese sono passati solo nove anni senza una guerra o un conflitto o una rivolta. Nel 2000, dopo l’attacco dei soldati dell’Occupazione alla sacra moschea di Al-Aqsa, si diffuse nella popolazione palestinese una seconda Intifada che spinse i soldati israeliani a creare ancora più ostacoli e difficoltà. Così, sebbene fossero stati stipulati accordi per permettere a tre studenti della Fondazione Ford di lasciare Gaza attraverso l’AMIDEAST (America-Mideast Educational and Training Services), gli Israeliani si rifiutarono di rispettarli. A causa dell’Intifada la Striscia di Gaza si trovava adesso sotto un blocco militare. Fu uno shock per tutti e tre. Il valico di Rafah era l’unico punto che univa la popolazione di Gaza al resto del mondo. Non avevamo più un aeroporto. Il blocco fermava le navi in mare. Una recinzione di filo spinato, un muro alto e torri di controllo ci ingabbiavano dividendoci da Israele. Nel 2004 a Rafah ci tennero fermi per tre settimane, dormimmo sul pavimento di una casa costruita per metà e poi abbandonata. Non aveva  tetto né porte o finestre. Tornare a Gaza avrebbe molto probabilmente significato perdere l’eventuale apertura del confine e quindi  dormimmo lì per 21 giorni aspettando il momento in cui, a seconda del capriccio di un giovane soldato israeliano, ci avrebbero lasciato passare. Quell&#8217;attesa indegna ci riempì di rabbia. Venivamo trattati peggio delle bestie. Dov’erano rispetto e decenza? Non c&#8217;è da stupirsi se molti diventano violenti di fronte a umiliazioni simili. Per via dei ritardi avevo quasi perso la speranza  di ricevere la borsa di studio: dovevamo essere a Londra nel settembre 2004, ma fino a novembre ci fu impossibile.</p>
<p>Alla fine, comunque, riuscimmo a volare dall’aeroporto del Cairo fino a Londra. A Gaza veniva recapitata pochissima posta e l’accesso a internet era limitato, quindi avevo scarse informazioni riguardo all’università in cui sarei entrato. Riuscii a raggiungerla comunque e, appena arrivato all’Università dell’Hertfordshire cambiai il mio argomento di ricerca: non più da uno studio generale  sulla depressione ma una ricerca specifica su i traumi e le ripercussioni della guerra sui bambini palestinesi. In questo modo avrei potuto sviluppare dei programmi da applicare immediatamente per venire in soccorso ai bambini di Gaza. </p>
<p>Negli uffici per l’iscrizione dell’università ebbi uno shock: mi avevano registrato come cittadino israeliano. Feci le mie rimostranze e mostrai il passaporto che mi identificava chiaramente  palestinese. Si scusarono, ma tutto ciò che poterono fare fu sostituire “Israele” con “Nazionalità o Nazione Sconosciuta”. E così è ancora oggi. La ragione è che il sistema informatico non include la Palestina. Incontrai il solito problema quando aprii un conto in banca e mi resi conto ancora una volta che un paese chiamato Palestina sembrava proprio non esistere. Il nome del mio paese e la mia nazionalità erano stati cancellati. Riferii ad un compagno d&#8217;università quanto tutto ciò fosse frustrante e lui mi dette un mappamondo in cui la parola Palestina era scritta a chiare lettere. Per un attimo me ne rallegrai, ma poi lui mi disse: “È un mappamondo vecchio ed è per questo  che c’è ancora scritto Palestina.”</p>
<p>Per venire a studiare in Inghilterra avevo abbandonato mia moglie e la mia bambina di appena un anno. Per un breve periodo riuscii  ad andarli a trovare solo durante le vacanze.  Ma nel giugno del 2006 il soldato israeliano Gilad Shalit fu catturato dai militanti palestinesi ed il blocco fu intensificato. Non potevo più recarmi in visita. Mio figlio nacque nel gennaio del 2007, ma riuscii a vederlo solo un anno più tardi. </p>
<p>Nel frattempo la mia famiglia mi diceva che la vita a Gaza era diventata ancora più dura di prima e che non sembrava esserci via di fuga: in farmacia non si trovavano più medicine neanche se si era in grado di pagarle. Mancavano frutta e latte per i bambini. C’erano continui problemi e tagli energetici, spesso c’erano solo quattro ore di elettricità al giorno, a volte nessuna. Gli ammalati morivano apettando il permesso di passare ai checkpoint israeliani per raggiungere l’ospedale. Quando qualcuno moriva, diventava spesso impossibile procurargli una bara o il cemento per la tomba. Il personale dei servizi medici scarseggiava. I bambini giocavano sulle macerie di case demolite. Nuotavano in spiagge dove il mare era inquinato da scorie e liquami. Imitavano gli scontri usando armi reali fatte in casa e spesso si facevano del male. La vita a Gaza si stava trasformando in un&#8217;agonia. </p>
<p>Mia moglie aveva bisogno di cure per un problema all&#8217;occhio. Presentai una richiesta per farla venire a Londra da Gaza per motivi umanitari. Né l&#8217;autorità palestinese né la Croce Rossa riuscirono a persuadere gli israeliani a concedere il permesso. Allora chiesi aiuto all’UNRWA e mi dissero che avevo bisogno di ottenere un’approvazione per passare attraverso la Giordania. Dopo un&#8217;attesa di due mesi ricevemmo il permesso dalla Giordania, ma ancora una volta Israele rifiutò la nostra richiesta. Come ultima speranza mi misi in contatto con l&#8217;ambasciata israeliana a Londra, spiegando la situazione di mia moglie, ma ancora una volta l’aiuto fu rifiutato. La situazione sembrava senza speranza-</p>
<p>A quel punto successe qualcosa che avrebbe cambiato tutto. Sentii al notiziario che la rabbia della gente di Gaza era infine esplosa. Non potevano più sopportare fame e privazioni. Nessuno stava offrendo alcun tipo di aiuto &#8211; neppure i paesi arabi limitrofi, che se ne stavano senza far nulla mentre la gente moriva. In preda alla disperazione le persone avevano iniziato a scavare buche nel muro di confine tra Gaza e l&#8217;Egitto. Per prima cosa fecero esplodere parecchie bombe per creare delle crepe; più tardi impiegarono i bulldozer per ingrandirle in modo che la gente potesse attraversarle. Crearono molte aperture lungo una parete di dodici chilometri così da impedire agli egiziani di ripararla velocemente. Fu come la fine di una maledizione. Diecimila palestinesi rifluirono inarrestabili nelle città egiziane di Rafah e di Al-Arish lungo la frontiera per comprare medicine e beni essenziali.</p>
<p>Questo accadeva il 23 gennaio del 2008. Era notte, ero nel mio ufficio all’università dell’Hertfordshire e stavo lavorando al computer quando giunse la notizia. E d’improvviso ecco la mia opportunità – dovevo  partire e, se tutto fosse andato bene avrei rivisto mia moglie e mia figlia dopo diciotto mesi,  avrei potuto finalmente conoscere mio figlio ad un anno dalla sua nascita. Ascoltai le notizie di radio di Al Jazeera tutta la notte e la mattina contattai mia moglie dicendole di andarsene al più presto, di lasciare Gaza e dirigersi in Egitto, come tutti gli altri. Era importante che lo facesse immediatamente perché l’America e Israele insistevano nel richiudere il confine. </p>
<p>Fui fortunato visto che avevo una Visa valida e trovai subito un posto su un volo per l’Egitto. Mi misi in contatto con la mia famiglia, che si era fatta strada con grande difficoltà attraverso le macerie del confine, camminando insieme ad alte migliaia di persone fin dove avessero potuto prendere un’auto che avesse potuto portarli fino ad Al-Arish. </p>
<p>Giunsi nell’aeroporto del Cairo la sera stessa. Non osai rischiare e non dissi alle autorità il vero motivo del mio viaggio. Dissi che viaggiavo come studente, ma nonostante questo mi trattennero per oltre due ore. Alla fine riuscii a raggiungere un hotel del Cairo e parlai con i miei familiari che si trovavano al sicuro nella casa di un parente ad Al-Arish, incredibilmente affollata. Con tre ore di macchina avrei potuto raggiungerli. Ma non era così facile.</p>
<p>Non appena s&#8217;era aperta una breccia nei confini, erano stati istituiti più di quindici checkpoint controllati dalle forze di sicurezza egiziane lungo la strada che va dal Cairo a Al-Arish, per impedire ai rifugiati di Gaza di raggiungere la capitale. Chiunque veniva scoperto in quel tratto sarebbe stato arrestato. Ed era ugualmente difficile viaggiare nella direzione opposta. Come avrei potuto raggiungere la mia famiglia? Le autorità palestinesi del Cairo mi dissero che era impossibile passare, ma io non avevo nessuna intenzione di tornare indietro.</p>
<p>Pensai a diverse possibilità per superare i checkpoint. Avrei potuto sfruttare la malattia di mia moglie per avere un’autoambulanza che mi portasse da lei, ma si rivelò inattuabile – a nessun palestinese era permesso viaggiare per incontrarsi con un parente profugo, per nessuna circostanza. Passarono tre giorni ed ero sempre più arrabbiato e depresso soprattutto quando seppi che ad Al-Arish le condizioni di mia moglie stavano peggiorando. C’era un tale affollamento che le persone dormivano per le strade nonostante l&#8217;inverno fosse freddissimo. Anche mio figlio si era ammalato. Mia moglie era scoraggiata e preoccupata e stava pensando di tornare a Gaza. Non avevo più idee per risolvere la situazione, ma riusciì a convincerla a restare per un’altra notte – se non avessi trovato una soluzione entro il giorno seguente, avrebbe potuto lasciar perdere tutto e tornare indietro.</p>
<p>Fino a quel momento ero stato onesto e avevo dichiarato la mia nazionalità palestinese. Ora capii che dovevo provare un’altra via: presi la metropolitana per raggiungere una stazione di minibus fuori dal Cairo, calcolando che, se volevo che il mio piano funzionasse, dovevo viaggiare su un autobus affollato per tutta la notte. Avrei finto di essere un egiziano, avrei dovuto parlato il meno possibile per evitare che il mio accento mi smascherasse, e avrei dovuto sedermi in mezzo alla moltitudine di gente così che potessero solamente dare un&#8217;occhiata veloce al documento falso che avevo intenzione di usare. fosse possibile lanciare solo un’occhiata al documento falso che volevo usare (si trattava del mio cartellino dello staff dell’università dell’Hertfordshire).</p>
<p>Ci fermarono a sette checkpoint e, miracolosamente, il mio piano sembrava funzionare. Gli altri palestinesi furono identificati e fatti scendere, ma in qualche modo io ce la feci. Poi raggiungemmo l’ultimo e più rigido dei checkpoint e inorridii quando ci fu chiesto di uscire dall’autobus per   una perquisizione e identificazione  individuale. Il mio falso documento di identità ‘egiziano’ non avrebbe superato un controllo attento, dovevo inventarmi qualcosa. Avrei tentato di dichiararmi cittadino britannico, sfruttando il mio amato cartellino universitario. Gli ufficiali accettarono di buon grado il documento, ma mi dissero che avevano bisogno di un passaporto. Così mostrai loro velocemente il mio permesso di soggiorno inglese e mi lasciarono passare. Ce l’avevo fatta! Delle undici persone che erano partire con quell’autobus ne erano rimaste solo sette, sei delle quali erano davvero egiziane. </p>
<p>Quando arrivai ad Al-Arish, capii in che condizioni si trovava mia moglie. I campi profughi erano affollati come non avevo mai visto prima. Decisi di affittare una stanza d’albergo o un appartamento ancora prima di contattare la mia famiglia. In quei giorni nessuno avrebbe mai affittato una camera ad un palestinese, così continuai a fingermi inglese e alla fine trovai un posto dove nascondere i miei familiari e trascorrere alcuni giorni in pace mentre sbrigavamo tutte la carte di cui avevano bisogno per andarcene. I prezzi erano aumentati vertiginosamente da quando era stata aperta la breccia nel confine. Un giorno in una stanza costava quanto tre mesi.</p>
<p>Alla fine mi misi in contatto con la mia famiglia.  Chiesi loro di venire a piedi nella piazza della città dove poi ci saremmo incontrati. Come ogni altro posto la piazza era così affollata che non riuscivo a vederli. Aspettai. Dopo tutti questi ostacoli, li avrei finalmente ritrovati. Che aspetto avrebbero avuto ora?  Come mi avrebbero salutato? La mia bambina si era rifiutata di parlarmi al telefono per tutto il tempo che ero stato via – non riusciva a capire perché suo padre non si fosse fatto vedere per così tanto tempo. Ed il figlio che no avevo mai incontrato – la mia mente fantasticava su come mi sarei sentito nel tenerlo in braccio. Ma per lui sarebbe stato come essere tenuto da un estraneo. </p>
<p>Ebbi l&#8217;impressione di scorgerli attraverso la folla mentre incontro. Poi ne fui certo: erano loro. Iniziai a correre pieno di gioia. Presi il mio bambino dalle braccia di mia moglie e lo strinsi come desideravo fare da tanto tempo. Fu un momento di grande felicità, ma anche di tristezza e rabbia bruciante. Non mi era stato possibile andare da loro per diciotto mesi ed ora mio figlio non mi conosceva e non voleva che lo abbracciassi; la mia bambina era intimidita dalla mia presenza e mia moglie era stanca e malata.</p>
<p>La tradizione voleva che trascorressimo una notte nella casa affollata dei miei parenti prima di andare nel nostro appartamento. La cosa migliore di quel giorno avvenne più tardi quando potei uscire per una piccola passeggiata con i miei figli che avevano iniziando ad accettarmi. Parlai con loro, comprai dei regali e gradualmente iniziai a sentirli più vicini. Ma questo mi ricordò anche di un viaggio ancora più importante che dovevo compiere – non avevo visto i miei genitori per diciotto mesi; erano entrambi troppo fragili per viaggiare e questa avrebbe potuto essere l&#8217;ultima occasione di vederli.</p>
<p>Mia moglie e tutti i parenti erano contrari alla mia decisione di andare a Gaza – entrarci sarebbe stato abbastanza facile, ma  c’era una presenza massiva di soldati egiziani sul confine ad impedire che altri palestinesi uscissero da Gaza. Dalla frontiera arrivavano storie di violenze ed omicidi. La situazione era rischiosissima: dovevo considerare ogni imprevisto, ogni rischi. Sarebbe stato orribile se mia moglie e la mia famiglia fossero fuggiti da Gaza ed io fossi poi rimasto intrappolato là, ma sarebbe stato ugualmente terribile arrivare così vicino a Gaza senza rivedere mia madre e mio padre.</p>
<p>Dovevo percorrere a piedi gli ultimi due chilometri fino alla frontiera tra la polvere e le macerie,  in mezzo alle folle di persone che tornavano con pecore e cibo e lattine di petrolio e medicine. Al confine vidi qualcosa a cui non avevo mai assistito in tutta la mia vita: il buco nel muro si era talmente allargato che le macchine lo attraversavano in entrambe le direzioni. Per la prima volta dal 1967, e per solo due giorni, le auto furono in grado di superare la frontiera. Camminai oltre il buco nel muro e toccai di nuovo la terra del mio paese. Avrei voluto baciare il suolo, ma non ce n’era né il tempo né lo spazio per farlo in mezzo a quella massa di persone. </p>
<p>Mentre procedevo per raggiungere il campo dei miei genitori la presenza della gente diminuiva – il luogo era quasi deserto – chiunque fosse giovane e robusto sembrava essersene andato in Egitto – erano rimasti soltanto i vecchi. L’incontro con i miei genitori fu felice e triste allo stesso tempo. Avevamo così tanto da dirci e così poco tempo per farlo. Nessuno sapeva per quanto la frontiera sarebbe rimasta aperta e per ogni ora che restavo per me aumentava il rischio di non poter tornare dalla mia famiglia.  Così dopo due ore, con le lacrime agli occhi, mio padre mi disse che era arrivato il momento di andarmene. E questa volta fui fortunato: la frontiera era ancora aperta e le macchine stavano ancora viaggiando. Così, con grande sollievo di mia moglie, riuscii a rimediare un’auto e tornare sano e salvo ad Al-Arish.</p>
<p>Andai a vivere con mia moglie ed i miei figli nell’appartamento che avevo affittato e nel frattempo cercai un modo per portarli via dall’Egitto. Il confine di Gaza, che era rimasto aperto per una settimana, era stato chiuso  e le forze di sicurezza stavano arrestando ogni palestinese trovato nelle città di frontiera, indipendentemente dalle circostanze. Potemmo restare nell’appartamento solo per un giorno o due perché la proprietaria sospettava che non fossimo egiziani e aveva paura della polizia. Così ci chiese di andarcene. Ci spostammo in un altro appartamento, ma, durante la prima notte le forze di sicurezza vennero a bussare alla nostra porta. Mia moglie ed i miei bambini erano molto spaventati e, se fossero stati scoperti, sarebbero stati rimandati a Gaza. Mi preparai a nasconderli cercando di non allarmarli, ma mentre aspettavamo nel buio sentimmo la polizia che se ne andava credendo che l’appartamento fosse vuoto. Così ora non avevamo scelta. Dovevamo tornare a nasconderci nella casa dei miei parenti, che era meno affollata, dato che molti palestinesi erano stati costretti a far ritorno a Gaza.</p>
<p>Avevo registrato i nomi di mia moglie e dei bambini alla Direzione della Sicurezza di modo che i loro passaporti fossero pronti e validi per il viaggio dall’Egitto alla Gran Bretagna. Ma visto che dopo tre settimane non c’era stato nessun progresso, decisi di usare ancora una volta il mio cartellino identificativo dell’università e i miei visti inglesi ed egiziani. Adattai i miei metodi a seconda di chi controllava i checkpoint e di quanto erano in grado di capire l’inglese scritto di alcuni dei documenti. Fu un’altra grande avventura – a volte fingevo di essere un egiziano del luogo e altre di essere un cittadino britannico che lavorava in Inghilterra. Alla fine riuscimmo a raggiungere Il Cairo e prima di ottenere il permesso di lasciare l’Egitto trascorsero altre due settimane.</p>
<p>Erano passate cinque settimane da quando ero arrivato in Egitto a quando tutti e quattro partimmo. Finalmente alla fine del febbraio 2008 lasciammo Il Cairo alla volta di Londra. Avemmo qualche problema nel far salire la mia bambina sull&#8217;aereo. Tutto ciò che lei sapeva degli aeroplani era che lanciavano bombe e uccidevano le persone. Non fu affatto semplice  convincerla che questo aereo non portava nessuna bomba. Da quando siamo arrivati in Inghilterra lei ha ancora paura di cose come i fuochi d’artificio, le luci abbaglianti delle auto e anche della posta lasciata cadere attraverso la nostra buca delle lettere nella porta. È proprio una di quei bambini traumatizzati che sono stati l’oggetto della mia tesi di dottorato.</p>
<p>Quando lasciai Gaza per venire a studiare in Inghilterra, mi lasciai tutto alle spalle, ma le persone sono rimaste incise nel mio cuore e nella mia memoria. Nonostante sia lontano da casa, non ho mai dimenticato la bandiera del mio paese ed il dolore dei suoi bambini che si rinnova specialmente quando vedo le aree verdi ed i campi da gioco di questo paese dove i bambini giocano senza paura dei cecchini o  dei carri armati o delle restrizioni del blocco. Non invidio ai bambini di qui i loro giocattoli. Semplicemente vorrei che anche quelli del mio paese avessero qualcosa di simile a questo, o per lo meno la metà, o anche solo una parte. Sono uno dei bambini della Palestina e nessuno di noi ha avuto un’infanzia. Siamo tutti nati adulti e la nostra infanzia ci è stata rubata davanti agli occhi del mondo libero. Per quanto a lungo questa sofferenza, questa tragedia continuerà? Dove sono le persone di coscienza? Dov’è davvero il mondo libero? Dove sono giustizia e libertà?</p>
<p><em>Traduzione di Francesca Matteoni e Marco Simonelli</em></p>
<p>Versione originale: ‘No Space to Be a Child’ in  <em>Children in War. The International Journal of Evacuee and War Child Studies </em>(Feb.2009, Vol. 1, No.6): pp. 57-63</p>
<p>Immagine di <a href="www.banksy.co.uk">Banksy</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/04/25/non-ce-modo-dessere-bambini/">Non c&#8217;è modo d&#8217;essere bambini</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/03/27/diritto-allo-studio-e-liberta-accademica-in-palestina/' rel='bookmark' title='Diritto allo studio e libertà accademica in Palestina'>Diritto allo studio e libertà accademica in Palestina</a> <small>Lettera aperta ai docenti universitari italiani sulla discriminazione universitaria e...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/07/23/la-storia-degli-altri/' rel='bookmark' title='La storia degli altri'>La storia degli altri</a> <small>[Da sempre ritengo che il conflitto tra lo stato d'Israele...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/07/15/la-volpe-15-luglio-1997-15-luglio-2009/' rel='bookmark' title='La volpe (15 luglio 1997-15 luglio 2009)'>La volpe (15 luglio 1997-15 luglio 2009)</a> <small> di Francesca Matteoni a S. Tulse Hill, dicembre 2007...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/01/17/michele-santoro-e-gaza-la-televisione-tra-narrazione-e-conversazione/' rel='bookmark' title='Michele Santoro e Gaza, la televisione tra narrazione e conversazione'>Michele Santoro e Gaza, la televisione tra narrazione e conversazione</a> <small>[Questo articolo è apparso su Giornalismo partecipativo] di Gennaro Carotenuto...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/01/08/finestre-e-prospettive-su-gaza/' rel='bookmark' title='Finestre e prospettive su Gaza'>Finestre e prospettive su Gaza</a> <small>Serve avere una finestra su Gaza, ora? Questo fatale divenire...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2009/04/25/non-ce-modo-dessere-bambini/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>14</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Better</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/19/better/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/19/better/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 19 Jan 2009 12:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara valerio</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[anna nadotti]]></category>
		<category><![CDATA[atul gawande]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[con cura]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[medici]]></category>
		<category><![CDATA[medicina militare]]></category>
		<category><![CDATA[ospedali]]></category>
		<category><![CDATA[prestazione]]></category>
		<category><![CDATA[statistiche]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=13466</guid>
		<description><![CDATA[<p><br />
di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Scrivete qualcosa. Non vuol essere un suggerimento intimidatorio. Non fa differenza se scrivete cinque paragrafi per un blog, un articolo per una rivista di settore o una poesia per un gruppo di lettura. Ma scrivete. Non c’è bisogno che scriviate qualcosa di perfetto.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/19/better/">Better</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/medici-300x300.jpg" alt="" title="medici" width="300" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-13467" /><br />
di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Scrivete qualcosa. Non vuol essere un suggerimento intimidatorio. Non fa differenza se scrivete cinque paragrafi per un blog, un articolo per una rivista di settore o una poesia per un gruppo di lettura. Ma scrivete. Non c’è bisogno che scriviate qualcosa di perfetto. Serve solo per aggiungere qualche piccola osservazione sul vostro mondo</em>. Il mondo di Atul Gawande è fatto di uomini. Ma non come quello di tutti. Di più. Il mondo di Atul Gawande è <em>Ci sono più cose in terra che stelle nel cielo</em>. Perché è un medico.<br />
<span id="more-13466"></span><br />
<em>Con cura</em> è una raccolta di osservazioni e prestazioni il cui corretto dosaggio consente a chi legge di avvicinarsi a una disciplina che seduce per fascino e missione, allontana per responsabilità e sangue versato, irrigidisce per senso di impotenza e galvanizza per istanti superomistica coscienza di sé. Poi nega tutto, luoghi comuni e <em>credo</em>, e posiziona al centro l’uomo. In piedi, in una corsia di ospedale, intubato o in fin di vita, corretto da protesi o ricucito, adulto o bambino, maschio o femmina in un paradiso terrestre in cui non ci sono più frutti proibiti ma solo possibilità e prove. <em>Le scelte di un medico sono comunque imperfette, ma cambiano la vita delle persone</em>. Perché Gawande è un empirista curioso e capace, forte dei propri limiti di medico e di uomo. Comincia dal chiedersi quanti medici non si lavino le mani e a raccontare con le statistiche alla mano e con le orecchie alla commissione di controllo di un grande ospedale americano, quante malattie ospedaliere potrebbero essere evitate. E quante vite salvate. Fugge dalla città e corre in India, per una campagna di antipolio che somiglia più, per toni e numeri, alla mappatura di un formicaio. Poi prende il taccuino, il ricettario, le competenze e una irriverenza sempre fanciulla, e studia i progressi e le difficoltà della medicina di guerra. <em>Nella chirurgia civile si parla di una Golden Hour, un’ora d’oro durante la quale la maggior parte delle vittime se sottoposte a trattamento possono essere salvate. Ma le ferite di guerra sono talmente più gravi che i soldati feriti hanno sol cinque minuti d’oro</em>.</p>
<p><em>Nella sua complessità la medicina è una fatica più fisica che intellettuale. E poiché è anche una attività a dettaglio, dal momento che i medici prestano la loro cura a una persona per volta, può stritolarti</em>. Almeno quanto capire come gestire la nudità di un paziente, diagnosticare senza violare l’intimità di nessuno, o riconoscere i propri errori, dichiarare serenamente i propri guadagni senza rispondere alla domanda sugli introiti col tono di chi ha un <em>cracker tra i denti</em>, capire quando curare è sinonimo di accanirsi, e chiedersi se <em>lottare sempre</em> significa necessariamente <em>fare di più</em>, e ancora, riconoscere quando l’esperto uso delle competenze contrasta con l’uso corretto. <em>Capita di sbagliare come a mio avviso hanno fatto i medici e gli infermieri che hanno usato le loro competenze privilegiate per rendere possibili, finora, ottocentosettantasei esecuzioni mediante iniezione letale</em>. </p>
<p>La lingua di Atul Gawande trasmette serenità, coinvolge, inquieta tanto è limpida. Parla di uomini con i numeri e di prestazioni mediche con curve gaussiane senza togliere singolarità a ciascun individuo e senza disperdere il senso di un intervento in un outlier o in una media. Innamora e intristisce, restituisce coscienza e regala, in un modo laico e competente, spensieratezza. <em> Questo è un libro sulle prestazioni in medicina. Si entra nella professione convinti che sia tutta una questione di acume diagnostico, di bravura tecnica, di una qualche capacità di simpatizzare con la gente. Me non è così, e lo si scopre presto. In medicina, come in qualunque professione, bisogna vedersela con i sistemi, le risorse, le circostanze, le persone – e anche i nostri limiti</em>. </p>
<p><strong>A. Gawande, Con cura, diario di un medico deciso a fare meglio, [traduzione di Anna Nadotti] Einaudi (2008), pp. 242, € 18,00. </strong></p>
<p><strong>A latere</strong><br />
<em>Con cura </em>è un libro che ho letto alla fine dello scorso anno. Non so nemmeno perché mi sia capitato in mano. So che non sono riuscita a smettere di leggerlo, fino alla postfazione. Perché è un catalogo di uomini rotti e ricostruiti, morti e sopravvissuti, mutilati o rinnovati. <em>Con cura </em>è scritto con parole umane e imperfette, e riguarda una specie, la mia e la vostra, che ha fatto dell’imperfezione e della approssimazione strumento di seduzione e di conoscenza. Se non recensissi qualsiasi cosa, per me stessa e per esigenze di completezza che sarebbe lungo e assai noioso spiegare, forse non mi sarei azzardata a commentare con le mie parole asciutte e asettiche queste righe di Gawande. Però adesso sono contenta. Perché io che non sono donna da barricate, che sono incapace di ideologie e di segnare scriminature di bene e male, di giusto e sbagliato, di fragola e cioccolato, ho pensato ai medici e agli infermieri che stanno cercando di fare meglio, di fare il possibile nella striscia di Gaza. In mezzo alla guerra, all’odio e alla polvere, al sangue e ai visceri che brillano come pietre preziose e durano molto di meno. Specialmente scoperte come in una ceroplastica. E questo.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/19/better/">Better</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/08/31/i-don%e2%80%99t-believe-in-god-i-believe-in-wallace-stevens/' rel='bookmark' title='I don’t believe in God. I believe in Wallace Stevens'>I don’t believe in God. I believe in Wallace Stevens</a> <small> [The truth about me. The weather and the world....</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/05/06/appunti/' rel='bookmark' title='Tradurre ASByatt'>Tradurre ASByatt</a> <small> di Anna Nadotti [Reading and Translating ASByatt: From a...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/03/09/carta-strampalata-n-40/' rel='bookmark' title='carta st[r]ampa[la]ta n.40'>carta st[r]ampa[la]ta n.40</a> <small> di Fabrizio Tonello Mercoledi 2 marzo, commentando un articolo...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2010/09/06/ad-aziendam/' rel='bookmark' title='ad aziendam'>ad aziendam</a> <small> [continua il dibattito iniziato con Pubblicare per Berlusconi di...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/08/30/le-cavalle-sanguinarie-eracle-7/' rel='bookmark' title='Le cavalle sanguinarie [Eracle #7]'>Le cavalle sanguinarie [Eracle #7]</a> <small> di Ginevra Bompiani Perché nessun dio si accontenta di...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/19/better/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>3</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Michele Santoro e Gaza, la televisione tra narrazione e conversazione</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/17/michele-santoro-e-gaza-la-televisione-tra-narrazione-e-conversazione/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/17/michele-santoro-e-gaza-la-televisione-tra-narrazione-e-conversazione/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 17 Jan 2009 21:34:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico pinto</dc:creator>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[annozero]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Gennaro Carotenuto]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[michele santoro]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Rai]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=13433</guid>
		<description><![CDATA[<p><em>[Questo articolo è apparso su <a href="http://www.gennarocarotenuto.it/5528-michele-santoro-e-gaza-la-televisione-tra-narrazione-e-conversazione/" target="_blank">Giornalismo partecipativo</a>]</em></p>
<p>di <strong>Gennaro Carotenuto</strong></p>
<p>Giovedì sera è andata in scena ad “Anno Zero”, in una trasmissione dedicata ai giovani e Gaza, una rappresentazione chiara del bivio di fronte al quale si trova il più di massa dei media, la televisione.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/17/michele-santoro-e-gaza-la-televisione-tra-narrazione-e-conversazione/">Michele Santoro e Gaza, la televisione tra narrazione e conversazione</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Questo articolo è apparso su <a href="http://www.gennarocarotenuto.it/5528-michele-santoro-e-gaza-la-televisione-tra-narrazione-e-conversazione/" target="_blank">Giornalismo partecipativo</a>]</em></p>
<p>di <strong>Gennaro Carotenuto</strong></p>
<p>Giovedì sera è andata in scena ad “Anno Zero”, in una trasmissione dedicata ai giovani e Gaza, una rappresentazione chiara del bivio di fronte al quale si trova il più di massa dei media, la televisione. Non è in questa sede <a href="http://valentini.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/01/16/fra-santoro-e-annunziata/" target="_blank">importante</a> <a href="http://news.google.it/nwshp?client=firefox-a&amp;rls=org.mozilla:it:official&amp;hl=it&amp;tab=wn&amp;ncl=1271641867&amp;topic=h" target="_blank">riprendere</a> <a href="http://mosquitofsky.wordpress.com/2009/01/16/tivu-di-pupu/" target="_blank">le</a> <a href="http://ilbuoncaffe.blogspot.com/2009/01/viva-santoro.html" target="_blank">polemiche</a> <a href="http://solleviamoci.wordpress.com/2009/01/16/fini-su-annozero-superata-la-decenza-santoro-indecente-e-chiedere-censure-palermi-pdci-uno-splendido-e-commovente-anno-zero/" target="_blank">e</a> <a href="http://sorvegliato.wordpress.com/2009/01/16/quel-porco-di-santoro/" target="_blank">giudicare</a> <a href="http://linotype.wordpress.com/2009/01/16/santoro-sei-un-cretino/" target="_blank">il</a> <a href="http://arciprete.ilcannocchiale.it/post/2144342.html" target="_blank">plotone</a> <a href="http://www.articolo21.info/4791/editoriale/annozero-su-gaza-solidarieta-allannunziata.html" target="_blank">di</a> <a href="http://www.articolo21.info/4792/editoriale/il-problema-non-e-lucia-annunziata-o-michele.html" target="_blank">esecuzione</a> <a href="http://lapennachegraffia.blogspot.com/2009/01/faziosit.html" target="_blank">schierato</a> <a href="http://www.tvblog.it/post/12234/bufera-su-annozero-santoro-litiga-con-la-annunziata-che-si-va-israele-protesta-e-il-mondo-politico-attacca" target="_blank">in</a> <a href="http://spaziamente.blogspot.com/2009/01/politicatelevisiva.html" target="_blank">queste</a> <a href="http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2009/01/17/spettacoli-indecenti" target="_blank">ore</a><a href="http://zerovirgolaniente.blogspot.com/2009/01/santoro-e-le-polemiche-su-israele.html" target="_blank">contro</a> <a href="http://lapulcedivoltaire.blogosfere.it/2009/01/con-lucia-annunziata-contro-santoro.html" target="_blank">Michele</a> <a href="http://4mfnews.blogspot.com/2009/01/pcknews-annozero-sul-massacro-di-gaza.html" target="_blank">Santoro</a> e gli arcangeli e i serafini in fila a santificare Lucia Annunziata. Ma è importante fare un altro tipo di riflessione che concerne il medium.</p>
<p>Chi va in televisione può fare tre tipi diversi di cose. Può <strong>performare</strong>, ovvero dimostrare cosa sa fare o cosa conosce, ballare, cantare, far ridere, rispondere a quiz come a “Lascia o Raddoppia”. Può <strong>narrare</strong>, raccontando fatti reali o inventati, in un reportage o in una telenovela. O infine può <strong>conversare</strong>, dei massimi sistemi, in maniera aulica o del più e del meno, giù giù fino a “Porta a porta”.<span id="more-13433"></span></p>
<p>L’imbarbarimento della vita televisiva è dato dal disequilibrio tra questi tre grandi filoni. La performance è di fatto scomparsa. Nell’impoverimento culturale della società i quiz sono diventati idioti perché è fastidioso e controproducente far vincere dei soldi a qualcuno <em>solo</em> perché sa. Per far ridere poi in genere bastano quattro parolacce e qualche allusione sessuale. Perfino nelle vecchie tribune politiche si performava, si sciorinavano dati, si mostrava un eloquio da retori oggi sostituito dalle torte in faccia.</p>
<p>Anche la narrazione in tivù è in crisi. I documentari sono confinati sul satellite e i reportage li fa solo quel comunista di Riccardo Iacona. D’altra parte anche le storie ce le siamo finite e non si può fare una nuova edizione di “Guerra e pace” o “I promessi sposi” ogni 10 anni. Del resto “il pubblico non capirebbe”. Le soap poi sono un surrogato di conversazione tanto che molti format e reality sono delle soap camuffate.</p>
<p>La conversazione quindi trionfa in tutte le sue forme. Chiacchiere più o meno vuote nelle isole dei famosi, chiacchiere rigorosamente vuote nei programmi di approfondimento giornalistico, Porta a porta, Ballarò eccetera. Oramai i politici vanno in tivù (probabilmente imbottiti di stupefacenti) aspettando solo il momento di alzare la voce e avventarsi sulla controparte perché è sul wrestling che ritengono che il popolo bue li giudichi.</p>
<p>In questo modo tutto può passare, si può far passare come esperto un fanatico destinato al girone degli iracondi come Edward Luttwak, oppure trattare come statisti personaggi con condanne gravi come Marcello dell’Utri. Basta far sparire i fatti, anche se si parla di argomenti serissimi. In questo modo una ragazza messa lì ad accavallare le gambe può essere chiamata a parlare (sic) di genetica o di Resistenza e il suo punto di vista essere anteposto a quello di Rita Levi Montalcini o Claudio Pavone che hanno dedicato ai rispettivi campi di studio tutta la vita.</p>
<p>Il meccanismo è perverso. Per poter far credere ai telespettatori che la guerra è bella, che la precarietà è un bene, che gli immigrati sono cattivi o che la mafia non esiste devono sparire i fatti, la narrazione dei fatti. Solo così possono essere contrapposte su un piano di parità tesi che pari non sono.</p>
<p>Cosa c’entra con tutto ciò Michele Santoro?</p>
<p>Michele Santoro, nella trasmissione di giovedì sera non fa bella figura e forse non ha nemmeno il pieno controllo sull’evoluzione della stessa. Fa un errore marchiano dicendo all’Annunziata “stai acquisendo dei meriti nei confronti di qualcuno”, ha ragione ma la fa passare da vittima, ma soprattutto commette (il secondo probabilmente in maniera preterintenzionale) due peccati capitali.</p>
<p><strong>Il primo peccato capitale</strong> è che ha proposto dei frammenti di narrazione giornalistica in un contesto che è percepito come destinato solo alla conversazione. Ha mostrato le immagini. E le immagini parlano, non sono neutre. Se i fatti narrano, come ha dimostrato il <a href="http://www.gennarocarotenuto.it/5440-gaza-se-guardano-vedono/" target="_blank">reportage</a> di Lorenzo Cremonesi sul “Corriere”, o il <a href="http://www.gennarocarotenuto.it/5518-nellultimo-mese-il-blog-di-vittorio-arrigoni-da-gaza-il-pi-letto-ditalia/" target="_blank">successo</a> del blog di Vittorio Arrigoni da Gaza, ipotecano il dibattito che non può più prescindere da esso. A quel punto non esistono più due realtà virtuali contrapposte per par condicio. Ci sono i fatti che pendono da un lato, piuttosto che dall’altro. Non puoi più cambiare argomento, alzare la voce, tergiversare. Devi commentare quello che vedi senza eluderlo. Questo per lo stato attuale dell’informazione in Italia è intollerabile.</p>
<p>Di cosa è accusato Santoro? Di strumentalizzazione. Di cosa? Dei fatti. Come se si potesse prescindere da essi. Come ha calcolato <a href="http://www.agoravox.it/Annozero-prove-tecniche-di-censura" target="_blank">Elia Banelli</a> su Agoravox gli ospiti di Santoro giovedì erano perfettamente in equilibrio tra pro-israeliani e filo-palestinesi. Nel paese della par condicio è indispensabile che così sia anche se si parla di calcio. Nello specifico, se si mostra come ha fatto Santoro il fatto che i morti in Medio oriente sono in una proporzione di cento palestinesi per ogni israeliano e che un terzo di tali morti sono bambini si viene accusati di fare un’operazione di propaganda filopalestinese o addirittura filo-Hamas (che non è lo stesso ma tutto serve per estremizzare i toni). In realtà i palestinesi in trasmissione, a partire da Rula Jebreal, erano contro Hamas o agnostici.</p>
<p>Il problema allora non era nel dibattito; era nei fatti con i quali i politici e (quel che è peggio) i giornalisti non sono più abituati a fare i conti. Se i fatti, la proporzione di 100 morti contro uno, pendono a favore di una parte, i fatti stessi sono considerati una intollerabile deviazione rispetto alla par condicio che serve a dire tutto e il contrario di tutto. Quando crollò l’Argentina neoliberale l’unica maniera di difendere le politiche del Fondo Monetario Internazionale era prescindere dai fatti: sul dilagare della povertà, sulle morti per fame, sulla disoccupazione strutturale in un paese abituato alla piena occupazione, su un paese deindustrializzato dal modello bisognava glissare. Anche allora i fatti infastidivano chi voleva negare l’evidenza. Oppure leggete le dichiarazioni degli avvocati difensori dei manager della Thyssen Krupp su cosa pensano del “clamore mediatico”, ovvero dei fatti?</p>
<p>Con i fatti, i bambini morti, diviene impresentabile un Andrea Nativi che magnifica la straordinaria efficacia delle bombe a frammentazione o al fosforo o che ci vuol convincere che è normale per chi guida un elicottero d’assalto far tante vittime civili. Chi ha visto la trasmissione ha osservato la stizza di Nativi stesso ogni volta che veniva mostrato un frammento di narrazione su quello che si vede che è successo a Gaza, i fatti.</p>
<p>Sembrava dire, Nativi, “ma se mostrate i fatti le mie chiacchiere perdono peso, nessuno crede più che le armi siano bellissime. Non è giusto, se narrate i fatti allora il dibattito non è più equilibrato”. Squilibrato dai fatti. Nessuno infatti ha messo in dubbio gli effetti nefasti e criminali dei razzi sul Neghev. Il problema è che i razzi su Sderot o Ashkelon restano intollerabili solo fino a che non vengono paragonati a quanto sta accadendo a Gaza, fino a quando una narrazione artificiosa dei fatti fa credere che i tre (3) morti causati dai razzi di Hamas in tre settimane siano equivalenti (o addirittura più gravi) agli oltre mille causati da Tsahal.</p>
<p><strong>Il secondo peccato capitale</strong> di Michele Santoro è di aver sostituito per la conversazione i soliti navigati politici, giornalisti, docenti universitari, pronti a mettere in scena il solito teatrino stando alle regole del gioco, con dei ragazzi. Dei ragazzi italo-israeliani e dei ragazzi italo-palestinesi. Dei ragazzi, soprattutto le due ragazze, che hanno scatenato la reazione di Lucia Annunziata, che hanno usato i mezzi conversazionali del XXI secolo: hanno strillato come matte.</p>
<p>Entrambe presentabili, parlando un ottimo italiano, sufficientemente colte, carine, sicuramente entrambe in buona fede, hanno sbattuto l’una sulla faccia dell’altra gli argomenti di un conflitto irrisolvibile con le armi, dove non tutto è bianco né nero (come sostengono la Annunziata o Claudio Pagliara o in maniera speculare i fan italiani di Hamas, “intifada fino alla vittoria”).</p>
<p>A quel punto, con quelle due oneste ragazze, l’italo-israeliana e l’italo-palestinese, completamente fuori controllo a rinfacciarsi l’una all’altra 60 anni di conflitto e di pregiudizi il re era nudo. Il re della televisione. La tivù, quando sostituisce la narrazione con la conversazione, quando si mostra equidistante, in realtà sta solo prendendo le parti di chi è più distante dai fatti, per farsi strumento di dominio e di falsificazione della realtà stessa.</p>
<p>Il palesamento di questa realtà, per una ex-presidente della RAI come l’Annunziata, non era accettabile: “Michele, questo conflitto in mano a due ragazze non si può mettere”. L’unica conversazione possibile è un minuetto tra cicisbei che urlano, strepitano ma stanno al gioco. Se si sostituiscono con due ragazze in buona fede il castello di carte cade. E, di nuovo, restano i fatti.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/17/michele-santoro-e-gaza-la-televisione-tra-narrazione-e-conversazione/">Michele Santoro e Gaza, la televisione tra narrazione e conversazione</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/09/15/combattenti-per-la-pace-un-viaggio-in-palestina-seconda-parte/' rel='bookmark' title='Combattenti per la pace: un viaggio in Palestina (seconda parte)'>Combattenti per la pace: un viaggio in Palestina (seconda parte)</a> <small>Testo e fotografie di Lorenzo Bernini. La prima parte è...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/07/23/la-storia-degli-altri/' rel='bookmark' title='La storia degli altri'>La storia degli altri</a> <small>[Da sempre ritengo che il conflitto tra lo stato d'Israele...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/israele-boicottaggio-ritiro-degli-investimenti-e-sanzioni/' rel='bookmark' title='Israele: boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni'>Israele: boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni</a> <small>[pubblichiamo un testo che riteniamo importante - Andrea Inglese, Mattia...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/09/26/solution-196-213-united-states-of-palestine-israel/' rel='bookmark' title='Solution 196-213. United States of Palestine-Israel'>Solution 196-213. United States of Palestine-Israel</a> <small>di Lucia Tozzi Se non fosse il sesto volume della...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/09/17/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper/' rel='bookmark' title='I Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (1)'>I Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (1)</a> <small> [Invito tutti coloro che s'interessano alla questione israelo-palestinese a...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/17/michele-santoro-e-gaza-la-televisione-tra-narrazione-e-conversazione/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>30</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Israele: boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/israele-boicottaggio-ritiro-degli-investimenti-e-sanzioni/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/israele-boicottaggio-ritiro-degli-investimenti-e-sanzioni/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 07:09:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jan reister</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[apartheid]]></category>
		<category><![CDATA[BDS]]></category>
		<category><![CDATA[boicottaggio]]></category>
		<category><![CDATA[disinvestimento]]></category>
		<category><![CDATA[embargo]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[naomi klein]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[sanzioni]]></category>
		<category><![CDATA[sudafrica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=13266</guid>
		<description><![CDATA[<p><ins datetime="2009-01-15T18:57:39+00:00">[pubblichiamo un testo che riteniamo importante - Andrea Inglese, Mattia Paganelli, Domenico Pinto, Jan Reister, Marco Rovelli, Antonio Sparzani, Maria Luisa Venuta]</ins><br />
di <strong>Naomi Klein</strong> &#8211; <a title="l'articolo originale in inglese" href="http://www.thenation.com/doc/20090126/klein">the Nation</a> &#8211; via <a title="la traduzione intaliana originale" href="http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&#38;op=viewarticle&#38;artid=8517">Megachip</a></p>
<p>È ora. Un momento che giunge dopo tanto tempo. La strategia migliore per porre fine alla sanguinosa occupazione è quella di far diventare Israele il bersaglio del tipo di movimento globale che pose fine all&#8217;apartheid in Sud Africa.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/israele-boicottaggio-ritiro-degli-investimenti-e-sanzioni/">Israele: boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><ins datetime="2009-01-15T18:57:39+00:00">[pubblichiamo un testo che riteniamo importante - Andrea Inglese, Mattia Paganelli, Domenico Pinto, Jan Reister, Marco Rovelli, Antonio Sparzani, Maria Luisa Venuta]</ins><br />
di <strong>Naomi Klein</strong> &#8211; <a title="l'articolo originale in inglese" href="http://www.thenation.com/doc/20090126/klein">the Nation</a> &#8211; via <a title="la traduzione intaliana originale" href="http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&amp;op=viewarticle&amp;artid=8517">Megachip</a></p>
<p>È ora. Un momento che giunge dopo tanto tempo. La strategia migliore per porre fine alla sanguinosa occupazione è quella di far diventare Israele il bersaglio del tipo di movimento globale che pose fine all&#8217;apartheid in Sud Africa.</p>
<p>Nel luglio 2005 <a href="http://www.bdsmovement.net/?q=node/52#Italian">una grande coalizione di gruppi palestinesi</a> delineò un piano proprio per far ciò. Si appellarono alla «gente di coscienza in tutto il mondo per imporre ampi boicottaggi e attuare iniziative di pressioni economiche contro Israele simili a quelle applicate al Sudafrica all&#8217;epoca dell&#8217;apartheid». Nasce così la campagna “Boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni” (<a href="http://www.bdsmovement.net/">Boycott, Divestment and Sanctions</a>), BDS per brevità.<span id="more-13266"></span></p>
<p>Ogni giorno che Israele martella Gaza spinge più persone a convertirsi alla causa BDS, e il discorso del cessate il fuoco non ce la fa a rallentarne lo slancio. Il sostegno sta emergendo persino tra gli ebrei israeliani. Proprio mentre è in corso l&#8217;assalto, circa 500 israeliani, decine dei quali artisti e studiosi rinomati, hanno inviato una <a href="http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&amp;op=viewarticle&amp;artid=8516">lettera</a> agli ambasciatori stranieri di stanza in Israele. La lettera chiede «l&#8217;adozione immediata di misure restrittive e sanzioni» e richiama un chiaro parallelismo con la lotta antiapartheid. «Il boicottaggio del Sud Africa fu efficace, Israele invece viene trattato con guanti di velluto&#8230;. Questo sostegno internazionale deve cessare.»</p>
<p>Tuttavia, molti ancora non ci riescono. Le ragioni sono complesse, emotive e comprensibili. E semplicemente non sono abbastanza buone. Le sanzioni economiche sono gli strumenti più efficaci dell&#8217;arsenale nonviolento. Arrendersi rasenta la complicità attiva. Qui di seguito le maggiori quattro obiezioni alla strategia BDS, seguita da contro-argomentazioni.</p>
<p><strong>1. Le misure punitive alieneranno anziché convincere gli israeliani.</strong> Il mondo ha sperimentato quello che si chiamava “impegno costruttivo”. Ebbene, ha fallito in pieno. Dal 2006 <strong>Israele accresce costantemente la propria criminalità</strong>: l&#8217;espansione degli insediamenti, l&#8217;avvio di una scandalosa guerra contro il Libano e l&#8217;imposizione di <strong>punizioni collettive</strong> su Gaza attraverso un blocco brutale. Nonostante questa escalation, Israele non ha dovuto far fronte a misure punitive, ma anzi, al contrario: armi e <strong>3 miliardi di dollari annui in aiuti</strong> che gli Stati Uniti inviano a Israele, tanto per cominciare. Durante questo periodo chiave, Israele ha goduto di un notevole miglioramento nelle sue relazioni diplomatiche, culturali e commerciali con moteplici altri alleati. Ad esempio, nel 2007, Israele è diventato il primo paese non latino-americano a firmare un accordo di libero scambio con il Mercosur. Nei primi nove mesi del 2008, le esportazioni israeliane verso il Canada sono aumentate del 45%. Un nuovo accordo di scambi commerciali con l&#8217;Unione europea è destinato a raddoppiare le esportazioni di Israele di preparati alimentari. E l&#8217;8 dicembre i ministri europei hanno “rafforzato” <strong>l&#8217;Accordo di Associazione UE-Israele</strong>, una ricompensa a lungo cercata da Gerusalemme.</p>
<p>È in questo contesto che i leader israeliani hanno iniziato la loro ultima guerra: fiduciosi di non dover affrontare costi significativi. È da rimarcare il fatto che in sette giorni di commercio durante la guerra, l&#8217;indice della Borsa di Tel Aviv è salito effettivamente del 10,7 per cento. Quando le carote non funzionano, i bastoni sono necessari.</p>
<p><strong>2. Israele non è il Sud Africa.</strong> Naturalmente non lo è. La rilevanza del modello sudafricano è che dimostra che tattiche BDS possono essere efficaci quando le misure più deboli (le proteste, le petizioni, pressioni di corridoio) hanno fallito. Ed infatti permangono <a title="da The Indipendent, Israeli occupation reminiscent of apartheid" href="http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/civil-rights-group-claim-israeli-occupation-is-reminiscent-of-apartheid-1056546.html">reminiscenze dell&#8217;apartheid</a> profondamente desolanti: documenti di odentità con codici colorati e permessi di viaggio, case rase al suolo dai bulldozer e sfollamenti forzati, strade per soli coloni. Ronnie Kasrils, eminente uomo politico sudafricano, ha detto che l&#8217;architettura della segregazione da lui vista in Cisgiordania e a Gaza nel 2007 è “<a title="Israeli occupation in 2007 worse than apartheid" href="http://www.mg.co.za/article/2007-05-21-israel-2007-worse-than-apartheid">infinitamente peggiore dell&#8217;apartheid</a>”.<strong></strong></p>
<p><strong>3. Perché mettere all&#8217;indice solo Israele, quando Stati Uniti, Gran Bretagna e altri paesi occidentali fanno le stesse cose in Iraq e in Afghanistan?</strong> Il boicottaggio non è un dogma, è una tattica. La ragione per cui la strategia BDS dovrebbe essere tentata contro Israele è pratica: in un paese così piccolo e così dipendente dal commercio potrebbe effettivamente funzionare.<strong></strong></p>
<p><strong>4. Il boicottaggio allontana la comunicazione, c&#8217;è bisogno di più dialogo, non di meno.</strong> A questa obiezione risponderò con una mia storia personale. Per otto anni i miei libri sono stati pubblicati in Israele da una casa editrice commerciale chiamata Babel. Ma quando ho pubblicato “Shock Economy” ho voluto rispettare il boicottaggio. Su consiglio degli attivisti BDS, ho contattato un piccolo editore chiamato <a title="Andalus publishing" href="http://www.andalus.co.il/">Andalus</a>. Andalus è una casa editrice attivista, profondamente coinvolta nel movimento anti-occupazione ed è l&#8217;unico editore israeliano dedicato esclusivamente alla traduzione in ebraico di testi scritti in arabo. Abbiamo redatto un contratto che garantisce che tutti i proventi vadano al lavoro di Andalus, e nessuno per me. In altre parole, io sto boicottando l&#8217;economia di Israele, ma non gli israeliani.</p>
<p>Mettere in piedi questo programma ha comportato decine di telefonate, e-mail e messaggi istantanei, da Tel Aviv a Ramallah, a Parigi, a Toronto, a Gaza City. A mio avviso non appena si dà vita ad una strategia di boicottaggio il dialogo aumenta tremendamente. D&#8217;altronde, perché non dovrebbe? Costruire un movimento richiede infinite comunicazioni, come molti nella lotta antiapartheid ricordano bene. L&#8217;argomento secondo il quale sostenendo i boicottaggi ci taglieremo fuori l&#8217;un l&#8217;altro è particolarmente specioso data la gamma di tecnologie a basso costo alla portata delle nostre dita. Siamo sommersi dalla gamma di modi di comunicare l&#8217;uno con l&#8217;altro oltre i confini nazionali. Nessun boicottaggio ci può fermare.</p>
<p>Proprio riguardo ad ora, parecchi orgogliosi sionisti si stanno preparando per un punto a loro favore: forse io non so che parecchi di quei giocattoli molto high-tech provengono da parchi di ricerca israeliani, leader mondiali nell&#8217;Infotech? Abbastanza vero, ma mica tutti. Alcuni giorni dopo l&#8217;assalto di Israele a Gaza, Richard Ramsey, direttore di una società britannica di telecomunicazioni, ha inviato una e-mail alla ditta israeliana di tecnologia MobileMax. «A causa dell&#8217;azione del governo israeliano degli ultimi giorni non saremo più in grado di prendere in considerazione fare affari con voi né con qualsiasi altra società israeliana.»</p>
<p>Quando è stato interpellato da The Nation, Ramsey ha affermato che la sua decisione non è stata politica. «Non possiamo permetterci di perdere neppure uno dei nostri clienti: è stata pura logica difensiva commerciale.»</p>
<p>È stato questo tipo di freddo calcolo che ha portato molte aziende a tirarsi fuori dal Sud Africa due decenni fa. Ed è proprio questo tipo di calcolo la nostra più realistica speranza di portare giustizia, così a lungo negata, alla Palestina.</p>
<p>Traduzione di Manlio Caciopo per <a href="http://www.megachip.info">Megachip</a> 10 gennaio 2009<br />
Articolo orginale del 7 gennaio 2009: <a href="http://www.thenation.com/doc/20090126/klein">http://www.thenation.com/doc/20090126/klein</a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/israele-boicottaggio-ritiro-degli-investimenti-e-sanzioni/">Israele: boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/09/24/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper-2/' rel='bookmark' title='Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (2)'>Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (2)</a> <small> [La prima parte di questa intervista è apparsa qui]...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/09/17/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper/' rel='bookmark' title='I Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (1)'>I Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (1)</a> <small> [Invito tutti coloro che s'interessano alla questione israelo-palestinese a...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/07/23/la-storia-degli-altri/' rel='bookmark' title='La storia degli altri'>La storia degli altri</a> <small>[Da sempre ritengo che il conflitto tra lo stato d'Israele...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/01/17/michele-santoro-e-gaza-la-televisione-tra-narrazione-e-conversazione/' rel='bookmark' title='Michele Santoro e Gaza, la televisione tra narrazione e conversazione'>Michele Santoro e Gaza, la televisione tra narrazione e conversazione</a> <small>[Questo articolo è apparso su Giornalismo partecipativo] di Gennaro Carotenuto...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/04/02/variazioni-meridiano-7-andrea-raos/' rel='bookmark' title='Variazioni Meridiano &#8211; 7: Andrea Raos'>Variazioni Meridiano &#8211; 7: Andrea Raos</a> <small> “L’entytà maffiosa”. Una storia da ridere. (KarmaRoma remix) (Questa...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/israele-boicottaggio-ritiro-degli-investimenti-e-sanzioni/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>31</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Finestre e prospettive su Gaza</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/08/finestre-e-prospettive-su-gaza/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/08/finestre-e-prospettive-su-gaza/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 08 Jan 2009 06:08:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[blog]]></category>
		<category><![CDATA[dissidenza israeliana]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Ilan Pappe]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Jura Gentium]]></category>
		<category><![CDATA[palestinesi]]></category>
		<category><![CDATA[Raya Cohen]]></category>
		<category><![CDATA[Territorio]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=13150</guid>
		<description><![CDATA[<p>Serve avere una finestra su Gaza, ora? Questo fatale divenire testimoni oculari dell&#8217;ingiustizia, ci rafforza? Guardando quel poco di ciò che si può o si <em>riesce</em> a guardare – corpi a brandelli di bambini, donne, vecchi, “miliziani” – diventeremo più efficaci, reattivi, o più intorpiditi?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/08/finestre-e-prospettive-su-gaza/">Finestre e prospettive su Gaza</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Serve avere una finestra su Gaza, ora? Questo fatale divenire testimoni oculari dell&#8217;ingiustizia, ci rafforza? Guardando quel poco di ciò che si può o si <em>riesce</em> a guardare – corpi a brandelli di bambini, donne, vecchi, “miliziani” – diventeremo più efficaci, reattivi, o più intorpiditi? Leggere l&#8217;elenco delle bombe cadute sugli edifici di Gaza, elenco che troviamo nel<a href="http://www.gazatoday.blogspot.com/ "> blog del ventitreenne <strong>Sameh Habeeb</strong></a>, ci rende più consapevoli? Non lo so. Voglio solo inserire qui, su NI, delle finestre su Gaza, o forse solo delle feritoie&#8230; Ma anche delle prospettive, come l&#8217;articolo di <a href="http://www.juragentium.unifi.it/it/surveys/palestin/pappe.pdf "><strong>Ilan Pappe</strong> <em>Israele e la pace</em></a>, apparso su “Lo straniero” nel 2005, e quello di <a href="http://www.juragentium.unifi.it/it/surveys/palestin/guerra.htm "><strong>Raya Cohen</strong> <em>Israeliani, palestinesi. Guerra, politica fondiaria e identità</em></a>, apparso nel 2007 sul sito “Jura Gentium”. E&#8217; uno sguardo strabico che viene richiesto, ancora una volta, oggi: che sappia non sottrarsi all&#8217;orrore, ma che sappia anche porre a distanza, analizzare, definire il disegno politico che da così tanti anni legittima l&#8217;occupazione, da parte israeliana, dei territori palestinesi.<br />
A. I.</p>
<p>[Ilan Pappe è docente di Storia mediorientale all´Università di Haifa; Raya Cohen è docente di Storia alle Università di Tel Aviv e "Federico II" di Napoli. Queste due "prospettive" riportano l'attenzione sulla dissidenza intellettuale israeliana, come già avvenuto in NI con <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/21/laltra-faccia-di-israele/ ">L'altra faccia di Israele</a>, un post elaborato da un gruppo di indiani e non.]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/08/finestre-e-prospettive-su-gaza/">Finestre e prospettive su Gaza</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/07/23/la-storia-degli-altri/' rel='bookmark' title='La storia degli altri'>La storia degli altri</a> <small>[Da sempre ritengo che il conflitto tra lo stato d'Israele...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2008/03/19/dossier-israele-paese-ospite-della-fiera-del-libro-di-torino/' rel='bookmark' title='Dossier: Israele paese ospite della Fiera del libro di Torino'>Dossier: Israele paese ospite della Fiera del libro di Torino</a> <small> Il post, cui seguiranno altri nei giorni a venire,...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/01/17/michele-santoro-e-gaza-la-televisione-tra-narrazione-e-conversazione/' rel='bookmark' title='Michele Santoro e Gaza, la televisione tra narrazione e conversazione'>Michele Santoro e Gaza, la televisione tra narrazione e conversazione</a> <small>[Questo articolo è apparso su Giornalismo partecipativo] di Gennaro Carotenuto...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/israele-boicottaggio-ritiro-degli-investimenti-e-sanzioni/' rel='bookmark' title='Israele: boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni'>Israele: boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni</a> <small>[pubblichiamo un testo che riteniamo importante - Andrea Inglese, Mattia...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/01/10/gaza-chi-ha-iniziato/' rel='bookmark' title='Gaza, chi ha iniziato?'>Gaza, chi ha iniziato?</a> <small>[Ieri sul Corriere della Sera ho letto la risposta di...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/08/finestre-e-prospettive-su-gaza/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>167</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Luglio, agosto, settembre, ott&#8230; (nero)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/03/luglio-agosto-settembre-ott-nero/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/03/luglio-agosto-settembre-ott-nero/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 03 Jan 2009 09:20:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[area]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=13082</guid>
		<description><![CDATA[<p></p>
<p><strong>Luglio, agosto, settembre (nero)/AreA </strong>*</p>
<p><em><br />
Mio amato<br />
Con la pace ho depositato i fiori dell’amore<br />
davanti a te<br />
Con la pace<br />
con la pace ho cancellato i mari di sangue<br />
per te<br />
Lascia la rabbia<br />
Lascia il dolore<br />
Lascia le armi<br />
Lascia le armi e vieni<br />
Vieni e viviamo o mio amato<br />
e la nostra coperta sarà la pace<br />
Voglio che canti o mio caro “ occhio mio “ [luce dei miei occhi]<br />
E il tuo canto sarà per la pace<br />
fai sentire al mondo,<br />
o cuore mio e di’ (a questo mondo)<br />
Lascia la rabbia<br />
Lascia il dolore<br />
Lascia le armi<br />
Lascia le armi e vieni<br />
a vivere con la pace.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/03/luglio-agosto-settembre-ott-nero/">Luglio, agosto, settembre, ott&#8230; (nero)</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="480" height="295"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/BGLtSnB-srU&#038;hl=it&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/BGLtSnB-srU&#038;hl=it&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="295"></embed></object></p>
<p><strong>Luglio, agosto, settembre (nero)/AreA </strong>*</p>
<p><em><br />
Mio amato<br />
Con la pace ho depositato i fiori dell’amore<br />
davanti a te<br />
Con la pace<br />
con la pace ho cancellato i mari di sangue<br />
per te<br />
Lascia la rabbia<br />
Lascia il dolore<br />
Lascia le armi<br />
Lascia le armi e vieni<br />
Vieni e viviamo o mio amato<br />
e la nostra coperta sarà la pace<br />
Voglio che canti o mio caro “ occhio mio “ [luce dei miei occhi]<br />
E il tuo canto sarà per la pace<br />
fai sentire al mondo,<br />
o cuore mio e di’ (a questo mondo)<br />
Lascia la rabbia<br />
Lascia il dolore<br />
Lascia le armi<br />
Lascia le armi e vieni<br />
a vivere con la pace.</em><br />
(trad. dell’introduzione dall’arabo)<br />
<span id="more-13082"></span></p>
<p>Giocare col mondo facendolo a pezzi<br />
bambini che il sole ha ridotto già vecchi</p>
<p>Non è colpa mia se la tua realtà<br />
mi costringe a fare guerra all’omertà.<br />
Forse un dì sapremo quello che vuol dire<br />
affogare nel sangue con l’umanità.</p>
<p>Gente scolorata quasi tutta uguale<br />
la mia rabbia legge sopra i quotidiani.<br />
Legge nella storia tutto il mio dolore<br />
canta la mia gente che non vuol morire.</p>
<p>Quando guardi il mondo senza aver problemi<br />
cerca nelle cose l’essenzialità<br />
Non è colpa mia se la tua realtà<br />
mi costringe a fare guerra all’umanità.</p>
<p>I<strong>l testo della canzone e le note a riguardo sono prese dal sito:</strong></p>
<p>http://www.prato.linux.it/~lmasetti/antiwarsongs/canzone.php?lang=it&#038;id=320</p>
<p>Luglio, agosto, settembre (nero)<br />
degli<br />
AreA<br />
Parole di Frankestein<br />
Musica di Patrizio Fariselli (ispirata a una canzone popolare macedone)<br />
Sotto lo pseudonimo di Frankestein si cela Gianni Sassi, produttore degli AreA<br />
Dall’album Arbeit macht frei (1973)<br />
Versione italiana di Ammar dell’introduzione in arabo<br />
La traduzione è stata inviata da Gianni Costa.</p>
<p>* <strong>Si tratta di un vecchio post. Repetita iuvant?</strong></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/01/03/luglio-agosto-settembre-ott-nero/">Luglio, agosto, settembre, ott&#8230; (nero)</a></p>
<hr/><p>Related posts:<ol>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2011/02/10/una-piccola-nota-sulla-distribuzione/' rel='bookmark' title='Una piccola nota sulla distribuzione'>Una piccola nota sulla distribuzione</a> <small>[Mi piacerebbe che questo intervento sulla distribuzione fosse letto tenendo...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/09/15/combattenti-per-la-pace-un-viaggio-in-palestina-seconda-parte/' rel='bookmark' title='Combattenti per la pace: un viaggio in Palestina (seconda parte)'>Combattenti per la pace: un viaggio in Palestina (seconda parte)</a> <small>Testo e fotografie di Lorenzo Bernini. La prima parte è...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/07/23/la-storia-degli-altri/' rel='bookmark' title='La storia degli altri'>La storia degli altri</a> <small>[Da sempre ritengo che il conflitto tra lo stato d'Israele...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/04/25/non-ce-modo-dessere-bambini/' rel='bookmark' title='Non c&#8217;è modo d&#8217;essere bambini'>Non c&#8217;è modo d&#8217;essere bambini</a> <small> di Mohamed Altawil Sono un palestinese la cui famiglia...</small></li>
<li><a href='http://www.nazioneindiana.com/2009/01/14/israele-boicottaggio-ritiro-degli-investimenti-e-sanzioni/' rel='bookmark' title='Israele: boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni'>Israele: boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni</a> <small>[pubblichiamo un testo che riteniamo importante - Andrea Inglese, Mattia...</small></li>
</ol></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.nazioneindiana.com/2009/01/03/luglio-agosto-settembre-ott-nero/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>31</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

<!-- Dynamic page generated in 1.834 seconds. -->
<!-- Cached page generated by WP-Super-Cache on 2012-02-12 15:26:16 -->
<!-- Compression = gzip -->
