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	<title>Nazione Indiana &#187; Genova</title>
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		<title>Memorandum su Genova</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jul 2011 09:33:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di <strong>Marco Rovelli</strong>
<em>[Dieci anni fa ero a Genova, e quei giorni sono stati uno spartiacque decisivo, generazionale. Non sono più mancato, a ogni luglio, in piazza Alimonda. Ogni volta era come rinnovare un patto, un impegno comune. Lo è ancora]</em>
<em>I.&#8230;</em><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/20/memorandum-su-genova/">Memorandum su Genova</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">di <strong>Marco Rovelli</strong></div>
<div><em>[Dieci anni fa ero a Genova, e quei giorni sono stati uno spartiacque decisivo, generazionale. Non sono più mancato, a ogni luglio, in piazza Alimonda. Ogni volta era come rinnovare un patto, un impegno comune. Lo è ancora]</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>I.  19 /20 luglio 2001</em></div>
<div><em> </em>E’ giovedì sera, sotto il tendone della piazza. Fuori diluvia, sono lievemente e felicemente ubriaco, e in questa calca ci sto bene. E’ come se fossimo insieme davvero. E per esserlo davvero basta saperlo. Prima sono rotolato sugli scogli mentre pisciavo alla luna, scogli appuntiti sotto la mia carne liquida, e neanche un graffio, forse perché le mie ossa sono più appuntite delle rocce. Allora continuo a bere, e a cantare.</div>
<div>Ritorno nella piazza alle sei del pomeriggio di venerdì. ‘Hanno ammazzato un ragazzo’ mi dice una compagna, ‘gli hanno sparato’.<span id="more-39547"></span> Ci guardiamo, e lo sguardo non vede più nulla. Continua a piangere. Vado verso gli scogli. Per vergogna, per necessità di un posto. Perché il pianto si fermi, ma sento uno strappo nella carne, avrei potuto esserci io al suo posto, e stavolta non è solo un modo di dire. Quel pianto mi sta ancora addosso, oggi che sono passati anni da quel venti luglio. Quando hanno ucciso mio fratello.</div>
<div id="_mcePaste"><em>II. 27 gennaio, giorno della Memoria. Un sogno: Genova che affiora</em></div>
<div id="_mcePaste">Oggi c’è solo Memoria al lavoro, una grande Macchina memoriale che, come dev’essere nell’Ultimo giorno, ricapitola il senso, il dispiegarsi del vissuto. La Macchina ha lavorato nel sonno, nel mio sonno pomeridiano, e ha ricapitolato i miei morti.</div>
<div id="_mcePaste">Quella da cui mi sono svegliato era una sorta di processione sul marciapiede di binario morto di una ferrovia, con candele e cartelli, aperta dall’icona criminale di tutto questo, Bush. Era lui ad aprire quella sorta di processione. La processione sul binario morto era accompagnata da un canto che metteva Bush sotto accusa, quasi dovesse espiare – senza che lui, però, lo sapesse. Lui guidava il corteo come fa il Capo, ma non si avvedeva che si trattasse di un rito espiatorio. Quel canto che risuonava tutt’intorno era una domanda: Che cosa avete fatto, così ripeteva incessantemente, Che cosa avete fatto. Era il Canto dei deportati– il suo senso più profondo. Io piangevo, a testa china, in silenzio, in solitudine. Procedendo sul marciapiede di binario morto di una ferrovia.</div>
<div id="_mcePaste">Poi, camminando, scontravo il volto di un carabiniere che stava ai margini del binario e controllava l’ordine della processione. Allora il mio sguardo si è sdoppiato. Rivivevo il passato, e di riviverlo ero consapevole. Rivivevo il passato, e mi guardavo da fuori mentre lo rivivevo. Quel passato aveva un nome: Genova. Dopo aver scontrato quel volto toccava scappare, e nello scappare gridavo, accusavo. Era, anche quella, una forma di domanda accusatoria. Avrei potuto non scappare, anche di questo ero consapevole: lo scontro era stato del tutto fortuito, infatti. Ma ciò che è fortuito è anche necessario, e così mi toccava rivivere il passato, e scappare, e gridare Bastardi. Mi allontanavo dalla processione, scappavo in avanti. E lì, da solo, un drappello di carabinieri veniva verso di me con spranghe e pugni di ferro.</div>
<div id="_mcePaste">Allora, nel cuore della rivisitazione, quella al mio lager, quello di Genova del luglio 2001, mi svegliavo, evitando il cuore di quel dolore. Che, sapevo, aveva un nome: Carlo &#8211; che era me.</div>
<div id="_mcePaste">Il pianto è nascosto, il senso è nascosto. Ed è tutto qui: viene alla luce, spezzando il circolo, strappando il copione, nel canto che purifica e rinnova.</div>
<div id="_mcePaste"><em>III. 20 luglio, ogni anno</em></div>
<div id="_mcePaste">Non sono più mancato a Genova, in quei giorni di luglio. In piazza Carlo Giuliani (già piazza Alimonda) si celebra il patto di non dimenticare. Non dimenticare non significa ricordare. Significa donare, donarsi. Lo si sente nello sguardo, uno sguardo comune, quasi circolare, un filo rosso che lega l&#8217;una all&#8217;altra le pupille. Lo si sente nel cerchio davanti alla cancellata incancellabile e resistente a ogni riverniciatura. Lo si sente nell’applauso di piazza Alimonda delle 17,27. Quell’applauso, nell’ora che moriva Carlo. Il dito che ci tocca tutti, e spreme la carne, e l’occhio. I tre bambini che danzano al centro dell’applauso, come saltassero fuori dallo schiocco delle mani. Haidi sfregata dai nostri baci. Qui stiamo ancora, in quest’anello incantatore, e quest’incanto non è illusione, ma una danza circolare che scuote il corpo, come la dea su Shiva dormiente, e il fiore di loto sono quei bambini che sanno, dall’alto della loro insipienza, il tremore del nostro contagio, sanno che il nostro non è un ricordo, ma un dono, un dono che noi tutti – noi quelli vivi e noi quelli morti – facciamo a noi stessi. E qui non c’è me.</div>
<div id="_mcePaste"><em>IV. L’aria di Genova</em></div>
<div id="_mcePaste">Ci sono fratture del tempo che non possono essere ricomposte. Non c’è gesso o ferro che tenga, per ricombinare ciò che è stato scardinato. E in quei giorni di luglio molti mondi sono stati scardinati. C’è un prima Genova e un dopo Genova, nel tempo e nella storia di molti. Eppure si direbbe che in quei giorni, a Genova, volessimo gettare all’aria il mondo. Ma quel mondo era già rovesciato, ed era già in aria. In aria, allora, gettavamo le nostre parole che volevano farlo tornare coi piedi per terra, quel mondo. Le lanciavamo come boomerang, e come bombe che facessero esplodere i castelli in aria che immobilizzano i popoli. Castelli circondati da zone rosse di silenzio e da fossati pieni di sabbie mobili, i castelli della finanza e dei rapaci divenuti déi, costruiti su segrete che scendono in profondità abissali. Volevamo farli esplodere quei castelli in aria, quell’immagine che rovescia il mondo come un’illusione ottica e ce lo fa credere vero, giorno dopo giorno. Volevamo farli esplodere quei castelli in aria, che recintano la vita e ne fanno moneta, e l’aria stessa è attinenza del castello, sua emanazione che inaliamo come i gas in quei giorni a Genova. Volevamo farli esplodere quei castelli in aria, che riempiono il mondo di lupi e di paura e fanno credere che solo in essi è la salvezza. Volevamo farli esplodere quei castelli in aria, così imponenti da soffocare la vista e irretire il desiderio, un desiderio che non libera ma asservisce.</div>
<div id="_mcePaste">Vogliamo farli esplodere, anche se non siamo certi del frutto delle nostre azioni. Ma siamo certi che cosa sarà del mondo senza le nostre azioni.</div>
<p><em>[Pubblicato nel libro </em>Per sempre ragazzo<em>, a cura di Paola Staccioli, ed. Tropea]</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/20/memorandum-su-genova/">Memorandum su Genova</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>ragazzo, 20 luglio 2001</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jul 2011 06:39:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gherardo bortolotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[A gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[20 luglio 2001]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><strong>1.7</strong> dalla sala, mentre gli altri sono in spiaggia, ed è luglio, ed il filo nero che fa da antenna della radio, come un rapporto precario che attraversa, e crepa, lo spazio della mia percezione, e della mia vita, parte dall’apparecchio appoggiato per terra, tra il posacenere e le pagine del manifesto e del corriere della sera, e raggiunge la spalliera della sedia, da dove riparte per il tavolo, su cui si appoggia la gruccia a cui si attorciglia, che amplifica il segnale, facendo correre le onde elettromagnetiche che raccoglie nella sezione tubolare delle proprie linee, e riesce a captare le emissioni di popolare network, mi affaccio alla finestra e, dal piano di sopra, avverto la zia della mia ragazza, che ci ospita in calabria, che a genova le cariche non sono motivate, che hanno ucciso un ragazzo, e che si chiama carlo giuliani.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/20/ragazzo-20-luglio-2001/">ragazzo, 20 luglio 2001</a></p>
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		<title>20 luglio 2001</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jul 2011 07:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco rovelli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Erri de Luca]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/131_15095.jpg"></a></p>
<p>di <strong>Erri De Luca</strong></p>
<p><em>[Dieci anni fa Genova. Uno spartiacque. Quest'anno molti scrittori hanno voluto ricordare quei giorni, e Carlo Giuliani che è diventato il "ragazzo" fratello di tutti noi, contribuendo a un libro, </em>Per sempre ragazzo<em>, edito da Tropea.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/13/20-luglio-2001/">20 luglio 2001</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/131_15095.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-39546" title="131_15095" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/131_15095-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Erri De Luca</strong></p>
<p><em>[Dieci anni fa Genova. Uno spartiacque. Quest'anno molti scrittori hanno voluto ricordare quei giorni, e Carlo Giuliani che è diventato il "ragazzo" fratello di tutti noi, contribuendo a un libro, </em>Per sempre ragazzo<em>, edito da Tropea. Pubblico la poesia di Erri De Luca. mr]</em>
</p>
<p>*
</p>
<p>
<div id="_mcePaste">Un proverbio persiano dice: «Se vuoi farti un nome,</div>
<div id="_mcePaste">viaggia o muori». Lui non voleva un nome,</div>
<div id="_mcePaste">quel mattino di luglio voleva andare al mare.</div>
<div id="_mcePaste">La strada era già un mare,</div>
<div id="_mcePaste">le ondate di migliaia dietro migliaia dentro le piazze,</div>
<div id="_mcePaste">i vicoli, nei viali, allagavano Genova città.</div>
<div id="_mcePaste">Pensò ch’era Venezia, liquida di canali.</div>
<div id="_mcePaste">Cercò di navigarla, però l’alta marea</div>
<div id="_mcePaste">di molta umanità se lo portava via nella corrente.</div>
<div id="_mcePaste">Più logico seguirla. Era lo stesso una giornata al mare.</div>
</p>
<p>
<div id="_mcePaste">Montava il terzo giorno di acqua alta, a Genova e di luglio,</div>
<div id="_mcePaste">tre giornate di onde di persone.</div>
<p><span id="more-39545"></span></p>
<div id="_mcePaste">C’era l’appuntamento di otto presidenti</div>
<div id="_mcePaste">con la scorta delle gendarmerie assortite,</div>
<div id="_mcePaste">pure le guardie forestali e di penitenziario.</div>
<div id="_mcePaste">C’erano i paracadutisti e i palombari.</div>
<div id="_mcePaste">A parte queste frotte, Genova conteneva</div>
<div id="_mcePaste">la formula migliore di popolo riunito dalla rosa dei venti.</div>
<div id="_mcePaste">Su qualunque mezzo, compreso nave, bicicletta e a piedi:</div>
<div id="_mcePaste">evviva i viaggiatori, sudati, intransigenti, lieti.</div>
</p>
<p>
<div id="_mcePaste">Quel giorno terzo il cretino al potere, incretinito appunto dal potere, scagliò la truppa addosso all’alta marea. Era marea di quelle che non possono defluire a mare. Nella città compressa tra la collina e il porto non aveva uscita, sfogo, scappamento. Aggredita, si riformava ovunque, scossa e scombinata dal suo stesso formato innumerevole. Sbatteva contro i muri, i manganelli, i calci in faccia e gli insulti della truppa arroventata dal sole e dal cretino.</div>
</p>
<p>
<div id="_mcePaste">Lui si mischiò dentro l’acqua agitata.</div>
<div id="_mcePaste">Pensò che il mare non andava preso a calci.</div>
<div id="_mcePaste">Il mare quando è fatto di persone, va ascoltato e basta.</div>
<div id="_mcePaste">Il mare quando è pieno di sale di ragione, va in salita</div>
<div id="_mcePaste">scavalca dighe e moli. Oggi io sono il mare,</div>
<div id="_mcePaste">pensò all’ingresso del piccolo slargo di piazza Alimonda,</div>
<div id="_mcePaste">nome che finisce con un’onda.</div>
<div id="_mcePaste">Gli venne il sorriso veloce di quando scorgeva</div>
<div id="_mcePaste">la strizzatina d’occhio di una coincidenza.</div>
</p>
<p>
<div id="_mcePaste">Amava il latino, traduceva Catullo stordito d’amore,</div>
<div id="_mcePaste">Ovidio spedito in esilio, Virgilio col biglietto</div>
<div id="_mcePaste">per visitare l’aldilà, il gran museo dei morti.</div>
<div id="_mcePaste">Amava il latino. Nel mazzo di carte da studio un ragazzo</div>
<div id="_mcePaste">ci vuole vedere in qualcuna il suo settebello.</div>
<div id="_mcePaste">Mare: in latino al plurale fa mària.</div>
<div id="_mcePaste">Decise quel giorno e quell’ora che avrebbe sposato</div>
<div id="_mcePaste">una di nome Marìa e le avrebbe spiegato perché.</div>
</p>
<p>
<div id="_mcePaste">Su piazza Alimonda il sole batteva a tamburo,</div>
<div id="_mcePaste">la luce bruciava negli occhi.</div>
<div id="_mcePaste">Un carabiniere coi calci</div>
<div id="_mcePaste">sfondò il vetro del suo quattroruotemotrici.</div>
<div id="_mcePaste">Di solito i vetri si rompono da fuori.</div>
<div id="_mcePaste">Quello si ruppe da dentro. Il carabiniere</div>
<div id="_mcePaste">tolse così l’ostacolo alla mira e la sicura all’arma.</div>
<div id="_mcePaste">Lui pensò di dover raccogliere i vetri,</div>
<div id="_mcePaste">non vanno lasciati sul fondo del mare.</div>
<div id="_mcePaste">Chinato a levarli, un estintore gli rotolò vicino.</div>
<div id="_mcePaste">Lo prese, gli venne l’impulso di gettarlo via,</div>
<div id="_mcePaste">s’accorse del carabiniere, del vetro sfondato, del braccio,</div>
<div id="_mcePaste">con l’arma, col dito. Che fai disgraziato?</div>
<div id="_mcePaste">Non vedi che io sono il mare?</div>
</p>
<p>
<div id="_mcePaste">Il mare lanciò l’estintore con tutta la forza</div>
<div id="_mcePaste">del braccio e dell’onda di piazza Alimonda.</div>
<div id="_mcePaste">In volo incrociò la pallottola calibro nove.</div>
<div id="_mcePaste">Cadendo pensò che il mare così abbatte le sue ondate</div>
<div id="_mcePaste">addosso alla scogliera e quando si sollevano gli spruzzi</div>
<div id="_mcePaste">vengono giù e l’onda non c’è più.</div>
<div id="_mcePaste">Il mare nell’urto da azzurro si rompe nel bianco.</div>
<div id="_mcePaste">Gridarono le ali e le lenzuola stese,</div>
<div id="_mcePaste">gridò lo zucchero, la farina, il sale,</div>
<div id="_mcePaste">il marmo, la pagina e la schiuma delle onde vicine,</div>
<div id="_mcePaste">gridò il bianco dell’uovo e delle voci.</div>
</p>
<p>
<div id="_mcePaste">Pensò: non è così che sposerò Maria.</div>
<div id="_mcePaste">Un accento si sposta e si scombina il legittimo destino,</div>
<div id="_mcePaste">può darsi che c’entri il latino,</div>
<div id="_mcePaste">o un giorno violento di luglio, lo scambio di un mare per l’altro.</div>
<div id="_mcePaste">Pensò ch’era arrivato a riva,</div>
<div id="_mcePaste">dove il mare riabbraccia la sua onda schiantata</div>
<div id="_mcePaste">e la riassorbe. Pensò al respiro di sua madre, il mare.</div>
<div id="_mcePaste">Poi scivolò sul fondo, senza peso di vita.</div>
</p>
<p>
<div id="_mcePaste">Dice il proverbio persiano: «Se vuoi farti un nome,</div>
<div id="_mcePaste">viaggia o muori». Dieci anni più tardi il suo nome viaggia</div>
<div id="_mcePaste">insieme alle onde che sono la maggioranza del mondo.</div></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/07/13/20-luglio-2001/">20 luglio 2001</a></p>
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		<title>Roma e Decimo Quaderno a Succursale mare</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2010/06/03/roma-e-decimo-quaderno-a-succursale-mare/</link>
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		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 14:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca matteoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Venerdì 4 giugno, ore 21</p>
<p>alla Galleria Studio 44 &#8211; Vico Colalanza 12r, Genova</p>
<p>nell&#8217;ambito della seconda edizione di <strong><a href="http://www.galleriastudio44.it/index_file/Page354.htm">&#8220;Succursale mare&#8221;</a></strong> a cura di <strong>Luciano Neri</strong></p>
<p>interverranno</p>
<p><strong>Franco Buffoni </strong>- &#8220;Roma&#8221; (Guanda, 2009)</p>
<p><strong>Italo Testa, Francesca Matteoni, Gilda Policastro, Andrea Breda Minello </strong>e <strong>Corrado Benigni</strong> &#8211; &#8220;Decimo quaderno italiano di poesia contemporanea&#8221; (Marcos y Marcos, 2010)</p>
<p>Conduce <strong>Luciano Neri</strong><br />
<br />
Si conclude la II edizione della rassegna di poesia SUCCURSALE MARE sul rapporto tra poesia e prosa nell’ambito della scrittura poetica in Italia.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/03/roma-e-decimo-quaderno-a-succursale-mare/">Roma e Decimo Quaderno a Succursale mare</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Venerdì 4 giugno, ore 21</p>
<p>alla Galleria Studio 44 &#8211; Vico Colalanza 12r, Genova</p>
<p>nell&#8217;ambito della seconda edizione di <strong><a href="http://www.galleriastudio44.it/index_file/Page354.htm">&#8220;Succursale mare&#8221;</a></strong> a cura di <strong>Luciano Neri</strong></p>
<p>interverranno</p>
<p><strong>Franco Buffoni </strong>- &#8220;Roma&#8221; (Guanda, 2009)</p>
<p><strong>Italo Testa, Francesca Matteoni, Gilda Policastro, Andrea Breda Minello </strong>e <strong>Corrado Benigni</strong> &#8211; &#8220;Decimo quaderno italiano di poesia contemporanea&#8221; (Marcos y Marcos, 2010)</p>
<p>Conduce <strong>Luciano Neri</strong><br />
<span id="more-35193"></span><br />
Si conclude la II edizione della rassegna di poesia SUCCURSALE MARE sul rapporto tra poesia e prosa nell’ambito della scrittura poetica in Italia. Ospiti d’eccezione dell’ultimo appuntamento sono Franco Buffoni e alcuni autori del Decimo quaderno italiano di poesia contemporanea, edito dalla casa editrice milanese Marcos y Marcos. Oltre a tracciare un bilancio sul tema della rassegna, si parlerà dell’ultimo libro di poesia di Franco Buffoni pubblicato per Guanda nel 2009 e del quaderno pubblicato all’inizio di quest’anno. </p>
<p>Il libro di Franco Buffoni racconta della “ri-scoperta” di Roma da parte dell’autore, lombardo di nascita, evidenziando della Città Eterna i suoi aspetti simbolici e storici, contemporanei e civili, e riunendo insieme, attraverso una lente formale attenta, passato e presente. Roma diventa quindi un teatro temporale in movimento, uno scenario di lotte, l’appendice ultima di un presente critico, registrata così dal suo visitatore. </p>
<p>Con il Quaderno italiano di poesia contemporanea, Marcos y Marcos dal 1991 dà voce alle esperienze più significative e originali della poesia emergente in Italia. La formula, fin dalle origini del progetto, caso unico nell’editoria italiana, è quella di selezionare, circa ogni tre anni, i 7 giovani ritenuti più interessanti dal comitato di lettura (che annovera, oltre a Buffoni, poeti quali Fabio Pusterla e Umberto Fiori e alcuni tra i più autorevoli esponenti della critica contemporanea). L’iniziativa consolidata negli anni, ha consentito la pubblicazione di oltre 60 poeti, costituendosi per le nuove generazioni poetiche come un passaggio indispensabile ed ambito anche per l&#8217;accurata presentazione critica che accompagna ogni silloge.</p>
<p>**********</p>
<p>Alla fine della serata è previsto un rinfresco per salutare e ringraziare tutti coloro che hanno seguito questa edizione della rassegna. </p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/06/03/roma-e-decimo-quaderno-a-succursale-mare/">Roma e Decimo Quaderno a Succursale mare</a></p>
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		<title>Radio Kapital &#8211; Sergio Bologna</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Mar 2010 06:30:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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<p><em>Marx è uno straordinario pensatore, a saperlo leggere, peccato che sia stato rovinato dai marxisti.</em> <strong>S.B.</strong></p>
<p>Intervista, che potete trovare anche <a href="http://www.lumhi.net/">qui</a><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/29/radio-kapital-sergio-bologna/#footnote_0_32278" id="identifier_0_32278" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="LIBERA UNIVERSITA&#38;#8217; DI MILANO E DEL SUO HINTERLAND
&#171;Franco Fortini&#187;">1</a>  a <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/13/a-gamba-tesa-sergio-bologna/">Sergio Bologna</a> su Le multinazionali del mare. Letture sul sistema marittimo-portuale.<br />
Egea Editore, Milano 2010, pp. 325</p>
<p> <em>Nella raccolta di scritti “Ceti medi senza futuro?” parlavi della tua esperienza di consulente per il Piano Generale dei Trasporti e della Logistica.</em>&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/29/radio-kapital-sergio-bologna/">Radio Kapital &#8211; Sergio Bologna</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p> <a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna2.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna2-300x298.jpg" alt="" title="bologna2" width="300" height="298" class="aligncenter size-medium wp-image-32285" /></a></p>
<p><em>Marx è uno straordinario pensatore, a saperlo leggere, peccato che sia stato rovinato dai marxisti.</em> <strong>S.B.</strong></p>
<p>Intervista, che potete trovare anche <a href="http://www.lumhi.net/">qui</a><sup><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/29/radio-kapital-sergio-bologna/#footnote_0_32278" id="identifier_0_32278" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="LIBERA UNIVERSITA&amp;#8217; DI MILANO E DEL SUO HINTERLAND
&laquo;Franco Fortini&raquo;">1</a></sup>  a <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/13/a-gamba-tesa-sergio-bologna/">Sergio Bologna</a> su Le multinazionali del mare. Letture sul sistema marittimo-portuale.<br />
Egea Editore, Milano 2010, pp. 325</p>
<p> <em>Nella raccolta di scritti “Ceti medi senza futuro?” parlavi della tua esperienza di consulente per il Piano Generale dei Trasporti e della Logistica. Questo tuo nuovo libro, “Le multinazionali del mare. Letture sul sistema marittimo-portuale”, ha a che fare con quella esperienza? </em></p>
<p>Direi di no, la parte dedicata ai porti italiani è una parte marginale. Per ritrovare dei collegamenti con la mia attività di ricerca si dovrebbe risalire piuttosto agli Anni 70, alle inchieste sul settore trasporto merci di “Primo Maggio” – la rivista che dirigevo allora e la cui collezione completa tra poco sarà disponibile su CD presso Derive&#038;Approdi. In un numero del 1976 già si tentava di abbozzare una “Storia del container”. Un altro mio saggio di quei tempi, la cui impostazione in un certo senso anticipa quella delle multinazionali del mare, è “Petrolio e mercato mondiale”, pubblicato su “Quaderni Piacentini” nel 1974 sull’onda del primo shock petrolifero. </p>
<p><em>Nel senso che tra la crisi attuale e la crisi petrolifera del 1973 tu trovi delle analogie?</em></p>
<p>Nel senso che si tratta di fenomeni globali, la cui portata si avverte in ogni angolo del mondo. Il settore dello shipping è per sua natura un settore globale, anzi è una delle forze motrici della globalizzazione. La novità, che io cerco di analizzare in questo libro, è che questa caratteristica si è estesa anche all’attività portuale, che per sua natura invece ha un carattere municipale.  Oggi esistono grandi organizzazioni che controllano terminal portuali in tutto il mondo. E’ un fenomeno assai recente, esploso negli Anni Novanta.<br />
<span id="more-32278"></span><br />
Non c’è un solo porto italiano di rilievo che non sia controllato da queste organizzazioni, da Gioia Tauro a Genova, da Trieste a Taranto, da La Spezia a Napoli. Sono cinesi, tedesche, di Singapore, di Dubai, vere e proprie multinazionali che impiegano le tecnologie più avanzate e portano quindi un livellamento degli standard di servizio e delle pratiche organizzative in qualunque parte del globo. L’area maggiormente interessata da questi investimenti oggi è l’Africa Occidentale. L’altra novità, anch’essa assai recente, è che le compagnie marittime, tradizionali clienti dei porti, hanno cominciato ad investire anche loro in terminal portuali, quindi è saltata la secolare divisione del lavoro tra chi trasporta la merce (il vettore marittimo) e chi fa il carico e lo scarico nei porti. La nave e il porto sono sempre stati in un certo senso antagonisti: la nave voleva fare in fretta, il porto cercava di rallentare. Oggi i porti, soprattutto nei terminal container, lavorano secondo tempi ed esigenze della nave, là dove il porto e la compagnia marittima fanno parte dello stesso gruppo c’è una perfetta integrazione tra le due fasi principali del ciclo.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna-214x300.jpg" alt="" title="bologna" width="214" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-32279" /></a></p>
<p><em>Ma quando dici che queste organizzazioni multinazionali, queste società, controllano un porto o un terminal portuale, vuoi dire che ne sono proprietarie, come funziona la cosa?</em></p>
<p>Nella grande maggioranza dei casi sono concessionarie, ottengono cioè la possibilità di gestire in esclusiva per un lungo numero di anni una determinata banchina in cambio di un canone annuo. L’infrastruttura però rimane di proprietà dello Stato o della municipalità, le quali consegnano al concessionario delle infrastrutture che corrispondono agli standard richiesti e spesso ne sostengono i costi della manutenzione. Man mano però, visto che gli Stati, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, non avevano risorse, le multinazionali si sono impegnate anche a sostenere una parte dei costi per portare a standard l’infrastruttura portuale, cioè per fare una banchina in grado di sopportare certi pesi, per approfondire i fondali, per consolidare le opere marittime. In genere lo fanno secondo il sistema pubblico-privato del project financing, che coinvolge quindi istituzioni finanziarie private e organismi internazionali come la Banca Mondiale che forniscono i capitali o le garanzie bancarie allo Stato povero di risorse. In questo caso il canone può essere ridotto a una cifra simbolica, si tratta di vedere chi sopporta i costi della manutenzione, alla fine della concessione tutto ritorna allo Stato. Ma ci sono anche casi, la Gran Bretagna è quello più famoso, dove la multinazionale diviene proprietaria dell’infrastruttura portuale. </p>
<p><em>Il ruolo della finanza, i modi di operare dell’investitore, pubblico o privato, mi sembrano aspetti importanti del tuo libro. Come mai questa forte attenzione al fenomeno finanziario</em>?</p>
<p>Sono contento che tu l’abbia colto, questo aspetto, perché lo considero il filo conduttore del mio libro, non solo nel capitolo dedicato esplicitamente alla finanza dello shipping. Intanto distinguiamo la finanza che si occupa di navi e quella che si occupa di porti. La prima raccoglie e convoglia i capitali necessari alla costruzione delle navi. Capitale mondiale di questo settore della finanza è la Germania. Quindi mi è parso opportuno dedicare un intero capitolo allo straordinario sviluppo di questo settore, ma anche alle follìe che ha commesso durante l’ultima fase del ciclo economico mondiale, quella che precede la crisi, con dei comportamenti che sono stati molto simili a quelli sui derivati e con conseguenti crolli che hanno dato un severo colpo alla stabilità del mondo bancario tedesco nel suo insieme, pubblico e privato. La massima parte di questi investimenti sono stati realizzati per costruire navi portacontainer di dimensioni sempre maggiori. Con la crisi, una parte di queste navi sono state bloccate nei cantieri, un’altra, appena varata, è stata messa in disarmo. Si valuta che l’11,6% della flotta mondiale di navi portacontainer sia ferma per mancanza di carico. “Le navi come titoli tossici”, recita infatti uno slogan di noti analisti finanziari. </p>
<p><em>Quindi questo mercato finanziario si è fermato? Le banche sono state risanate dagli Stati, sono fallite? Oppure gli investimenti si sono diversificati?</em></p>
<p>Esattamente. Assistiamo a un fenomeno interessante di diversificazione, che ho cercato di analizzare nel capitolo “non si vive di solo container”. Le navi portacontainer sono una delle tante tipologie di navi in circolazione e non sono state le uniche ad essere colpite severamente dalla crisi, per esempio le car carrier, specializzate nel trasporto di veicoli, sono state investite dalla crisi del settore dell’auto in maniera ancora più pesante, così come le bulk carrier per il trasporto di rinfuse solide (carbone, altri minerali). Invece gli investimenti oggi si orientano verso le navi multipurpose che possono trasportare prodotti di ogni genere, ma anche container, stivati su ponti diversi, oppure sulle navi per il trasporto di pesi eccezionali, le cosiddette heavy lift autoaffondanti. Dal punto di vista del mercato della logistica si dice che questo è il segmento del project cargo, molto remunerativo. Lo spostamento dell’interesse dell’armamento e della finanza verso questo settore è simboleggiato dalla costituzione, nella primavera del 2009, del cosiddetto Heavy Lift Club, un’Associazione, a fini di lobbying evidentemente, cui partecipa una dozzina di compagnie marittime specializzate in questo tipo di traffici. Analoga diversificazione si verifica anche negli investimenti portuali ed io ho dedicato un’analisi particolare a un caso specifico, quello del fondo d’investimenti Babcock&#038;Brown, giunto sull’orlo del fallimento, che ha dovuto cedere i suoi asset portuali a una grande società finanziaria canadese, la Brookfield Asset Management, specializzata nelle energie alternative e nella costruzione di pubbliche utilities. Il criterio dell’investimento è stato quello di scegliere terminal portuali non di container, ma bensì terminal specializzati nelle rinfuse o nel cargo tradizionale, nella filiera della carta e così via. In conclusione, sia la finanza specializzata nella costruzione di navi, sia l’armamento, sia la finanza specializzata negli investimenti in utilities sta abbandonando il settore del container e si orientano decisamente verso il settore del general cargo cosiddetto “tradizionale”, che nel frattempo però ha avuto uno straordinario sviluppo d’innovazione tecnologica nel disegno delle navi, per cui chiamarlo “tradizionale” è un modo con cui si rischia di falsificare la realtà. I porti italiani, che invece sono ossessionati dal container e progettano tutti investimenti faraonici in banchine dedicate al container, dovrebbero tener conto di questa tendenza e non percorrere la strada suicida della monocultura del container.</p>
<p><em>Mi sembra che nel tuo libro ci sia anche il tentativo di dare una spiegazione a questo fenomeno della diversificazione. In particolare tu parli di un possibile spostamento dei flussi di traffico dalle rotte est-ovest verso le rotte nord-sud a seguito della crisi. La relazione tra questi due fenomeni non è chiara immediatamente, per chi non è addentro nel settore. Potresti provare a spiegarla in modo che sia percepibile anche al lettore non specializzato?</em></p>
<p>La sequenza del ragionamento a me pare assai limpida, mi dispiace di non esser riuscito nel libro, evidentemente, ad essere chiaro. Primo passaggio: lo sviluppo del traffico container è stato trainato dai consumi delle società avanzate (Nordamerica ed Europa) di prodotti fabbricati in Cina o in altri Paesi del Far East. I volumi sulle direttrici est-ovest hanno avuto una crescita spettacolare tra il 2002 e il 2007, il cosiddetto “super ciclo”. La crisi è stata determinata dalla caduta dei consumi nel Nordamerica e ingigantita dall’avventurismo della finanza. Secondo passaggio: i Paesi avanzati (Nordamerica ed Europa) forse non raggiungeranno mai più i livelli di consumo di questi anni, la Cina ha cambiato il suo modello di sviluppo, non più export oriented ma tutto concentrato sullo stimolo della domanda interna. Quindi il mercato del container sulle rotte est-ovest è destinato a restare stagnante per molti anni a venire, Drewry valuta che nel Sudeuropa solo nel 2013 si raggiungeranno di nuovo i volumi del 2008, per crescere poi a tassi molto meno elevati che nel periodo 2002-2007. Terzo passaggio: quali sono invece le prospettive positive dei traffici? Quelle generate dalla domanda dei Paesi dell’Asia (India in primo luogo), dell’America Latina (Brasile soprattutto) e dell’Africa, una domanda non tanto di beni di consumo ma soprattutto di beni d’investimento nella ingegneria civile, nella ricerca di fonti energetiche, nell’impiantistica, tutte merci che vengono trasportate su navi multipurpose o heavy lift su rotte nord-sud. A questo si aggiungono nicchie di mercato che sono tutt’altro che secondarie, la sostituzione delle piattaforme off shore divenute obsolete, per esempio. Intendiamoci, questo mercato non avrà la forza sostitutiva per riempire il buco del container, però sarà una grande occasione di business per operatori logistici, compagnie marittime e investitori. L’armamento italiano tra l’altro dispone di due specialisti del settore: Grimaldi per le multipurpose e Messina per le rotte nord-sud, mentre nel settore heavy lift l’industria italiana dispone di un grande operatore logistico come Fagioli. Mancherebbero all’appello solo i porti italiani, che non vedono altro che container e crociere.</p>
<p><em>Conoscendoti, i tuoi lettori si sarebbero aspettati un libro focalizzato più sul lavoro portuale che sulla finanza.</em></p>
<p>E’ vero, è un libro che guarda al capitale più che al lavoro. Tuttavia mi pare di aver lanciato qua e là degli spunti di riflessione. Innanzitutto nel porre l’interrogativo se un terminal portuale può essere ridotto alla logica della catena di montaggio. Ho risposto di no, il lavoro in un terminal portuale è sottoposto a tante incognite che non sarà mai possibile averne la certezza del funzionamento quanto in una catena di montaggio. Attenzione: questa imprevedibilità, che richiede quindi decisioni prese al momento da parte del fattore lavoro, persiste anche in presenza di una forte automazione del ciclo di sbarco e imbarco. Amburgo e Rotterdam oggi presentano dei terminal container con il massimo di automazione possibile allo stato attuale della tecnologia eppure l’incognita quotidiana richiede sempre un intervento umano decisivo. L’altro spunto che ho offerto riguarda proprio il settore multipurpose e dei carichi eccezionali. Nel presentarsi alla stampa, il Club Heavy Lift appena costituito, ha lamentato apertamente che nei porti, a causa della monocultura del container, siano andate perdute molte professionalità specializzate nello stivaggio di navi “tradizionali”. Anche i capitani delle navi ormai hanno perduto questa capacità, abituati al fatto che nel container tutto è programmato da un piano di carico fatto al computer. Infine uno spunto è stato proposto nella parte riguardante i costi operativi delle navi portacontainer. Il costo dell’equipaggio è ancora la voce più importante (sul 35% in media del totale) ma la voce di costo che è andata aumentando di più negli ultimi anni è quella maintenance and repair. Perché il prezzo dell’olio lubrificante è andato alle stelle? Non prendiamoci in giro: perché la forza lavoro sulle navi è sempre meno qualificata e non sa effettuare operazioni anche elementari di manutenzione e riparazione, ma soprattutto perché le tabelle d’armamento sono ridotte all’osso, il numero di marinai presente sulla nave è il minimo richiesto, non ha nemmeno il tempo di effettuare operazioni di manutenzione e riparazione. Negli anni del “super ciclo” lo sfruttamento in termini di ritmi di lavoro è stato davvero pesante e altrettanto la sollecitazione cui sono stati sottoposti i motori e le apparecchiature ausiliarie. Tra l’altro, le tecnologie impiegate sulle navi sono sempre più sofisticate e quindi la forza lavoro dovrebbe essere all’altezza di questi progressi. Purtroppo spesso accade il contrario.</p>
<p><em>Nel primo capitolo, memore della tua passata attività di storico, ti sei concesso un divertimento sul passato di Trieste, oppure è solo un omaggio alla tua città natale?</em></p>
<p>Né l’uno, né l’altro. Ho voluto sottolineare l’importanza della finanza nello sviluppo delle grandi infrastrutture di trasporto. Bene o male sia Genova che Trieste sono nate come porti moderni grazie a due uomini di finanza. Il Canale di Suez e le linee ferroviarie dell’Ottocento sono state finanziate grazie a delle operazioni bancarie azzardate ma innovative. La banca d’affari moderna nasce dal Crédit Mobilier dei fratelli Péreire, le società per azioni nascono in quel contesto. Anche qui c’è un collegamento con la mia attività di ricerca degli Anni 70 ed in particolare con il mio saggio sugli articoli di Marx per la “New York Daily Tribune”, fondamentali per comprendere la sua teoria del credito e illuminanti sulla natura delle crisi finanziarie moderne. Marx è uno straordinario pensatore, a saperlo leggere, peccato che sia stato rovinato dai marxisti.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/29/radio-kapital-sergio-bologna/">Radio Kapital &#8211; Sergio Bologna</a></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_32278" class="footnote">LIBERA UNIVERSITA&#8217; DI MILANO E DEL SUO HINTERLAND<br />
«Franco Fortini»</li></ol><hr/><p>Related posts:<ol>
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		<title>Against Nature</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/against-nature/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/against-nature/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 04 Nov 2008 16:02:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franco buffoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[against nature]]></category>
		<category><![CDATA[diversità]]></category>
		<category><![CDATA[festival della scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
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		<category><![CDATA[regno animale]]></category>

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		<description><![CDATA[<p align="center"></p>
<p>Per chiunque creda che l&#8217;omosessualità sia contro natura, consigliamo vivamente di visitare la mostra <em>Against Nature?</em>, dove il tema trattato è l&#8217;omosessualità e i comportamenti omosessuali nelle specie animali.</p>
<p>La mostra, proveniente da Oslo, è ospitata dal Museo di Storia Naturale Doria di Genova all&#8217;interno del <a href="http://www.festivalscienza.it/">Festival della Scienza</a>.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/against-nature/">Against Nature</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/small443895a-i101.jpg"/></p>
<p>Per chiunque creda che l&#8217;omosessualità sia contro natura, consigliamo vivamente di visitare la mostra <em>Against Nature?</em>, dove il tema trattato è l&#8217;omosessualità e i comportamenti omosessuali nelle specie animali.</p>
<p>La mostra, proveniente da Oslo, è ospitata dal Museo di Storia Naturale Doria di Genova all&#8217;interno del <a href="http://www.festivalscienza.it/">Festival della Scienza</a>. </p>
<p>Sono riportate le storie delle balene maschio che si comportano vistosamente da femmina per evitare i combattimenti, dei trichechi che si coinvolgono in giochi erotici omosessuali e dei pinguini reali, dove un maschio su cinque preferisce un partner dello stesso sesso. A livello sociale troviamo, invece, i fenicotteri che si organizzano in coppie di maschi per allevare il doppio dei cuccioli, i cigni che creano coppie fedeli nel tempo sia etero che omo, le scimmie bonobo presso le quali i rapporti omosessuali tra maschi servono anche ad abbassare il livello di aggressività.<br />
<span id="more-10475"></span><br />
La mostra è partita in sordina, ma è arrivata alla cronaca quando le organizzazioni cattoliche hanno protestato perché il progetto è stato inserito nel catalogo didattico per le scolaresche.<br />
La rassegna colleziona gli studi dei comportamenti omosessuali di circa 1.500 specie animali, dagli invertebrati ai mammiferi. Il curatore del museo genovese, Giuliano Doria, ha dichiarato: <em>Oslo ha posto al Festival della Scienza, come condizione per prestare la mostra, che essa fosse allestita in un museo di Storia Naturale e noi ci siamo offerti. E&#8217; il nostro contributo al tema della <strong>diversità</strong> scelto dal Festival quest&#8217;anno. Nessuno scandalo</em>. L&#8217;approccio all&#8217;argomento è scientifico. Non c&#8217;è nulla di osceno o di offensivo. Magnus Enquist, etologo dell&#8217;Università di Oslo, ricorda che: <em>Ci sono cose che vanno contro natura molto più dell&#8217;omosessualità, cose che soltanto gli umani riescono a fare, come avere una religione o dormire in pigiama</em>.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>AGAINST NATURE?</strong> Museo di Storia Naturale <em>G. Doria</em><br />
Aperta fino al 07 Gennaio 2009 &#8211; h 09:00 -19:00 Biglietto &#8211; Euro 4.00- Ridotto &#8211; € 2.80 [Gratuito fino a 18 anni].</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/11/04/against-nature/">Against Nature</a></p>
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		<title>Tortura di Stato</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/03/17/tortura-di-stato/</link>
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		<pubDate>Mon, 17 Mar 2008 15:23:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em>(Dal <a href="http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/g8-genova-2/notte-democrazia/notte-democrazia.html">sito di &#8220;Repubblica&#8221;</a>)</em><br />
<strong><br />
Le violenze impunite del lager Bolzaneto</strong></p>
<p>di <strong>GIUSEPPE D&#8217;AVANZO</strong><br />
C&#8217;ERA anche un carabiniere &#8220;buono&#8221;, quel giorno. Molti &#8220;prigionieri&#8221; lo ricordano. &#8220;Giovanissimo&#8221;. Più o meno ventenne, forse &#8220;di leva&#8221;. Altri l&#8217;hanno in mente con qualche anno in più.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/17/tortura-di-stato/">Tortura di Stato</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Dal <a href="http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/g8-genova-2/notte-democrazia/notte-democrazia.html">sito di &#8220;Repubblica&#8221;</a>)</em><br />
<strong><br />
Le violenze impunite del lager Bolzaneto</strong></p>
<p>di <strong>GIUSEPPE D&#8217;AVANZO</strong><br />
C&#8217;ERA anche un carabiniere &#8220;buono&#8221;, quel giorno. Molti &#8220;prigionieri&#8221; lo ricordano. &#8220;Giovanissimo&#8221;. Più o meno ventenne, forse &#8220;di leva&#8221;. Altri l&#8217;hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di &#8220;sospensione dei diritti umani&#8221;, ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell&#8217;amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere &#8220;buono&#8221; diceva ai &#8220;prigionieri&#8221; di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell&#8217;acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.<br />
<span id="more-5520"></span><br />
Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato &#8211; contro i 45 imputati &#8211; che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 &#8220;fermati&#8221; e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.</p>
<p>Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista&#8230;). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che &#8220;soltanto un criterio prudenziale&#8221; impedisce di parlare di tortura. Certo, &#8220;alla tortura si è andato molto vicini&#8221;, ma l&#8217;accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.</p>
<p>Il reato di tortura in Italia non c&#8217;è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo &#8211; né avvertito il dovere in venti anni &#8211; di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell&#8217;Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d&#8217;uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l&#8217;abuso di ufficio, l&#8217;abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell&#8217;indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).</p>
<p>Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa &#8220;degli altri&#8221;, di quelli che pensiamo essere &#8220;peggio di noi&#8221;. Quel &#8220;buco&#8221; ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che &#8211; per tre giorni &#8211; ci è già appartenuta.</p>
<p>Nella prima Magna Carta &#8211; 1225 &#8211; c&#8217;era scritto: &#8220;Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese&#8221;. Nella nostra Costituzione, 1947, all&#8217;articolo 13 si legge: &#8220;La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà&#8221;</p>
<p>La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un&#8217;accorta gestione, si sono voluti cancellare i &#8220;luoghi della vergogna&#8221;, modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l&#8217;idea di farne un &#8220;Centro della Memoria&#8221; a ricordo delle vittime dei soprusi. C&#8217;è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i &#8220;carcerieri&#8221; accompagnavano l&#8217;arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come &#8220;Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!&#8221;, cori di &#8220;Benvenuti ad Auschwitz&#8221;.</p>
<p>Dov&#8217;era il famigerato &#8220;ufficio matricole&#8221; c&#8217;è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come &#8220;Morte agli ebrei!&#8221;, ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.</p>
<p>Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l&#8217;ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l&#8217;ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).</p>
<p>A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: &#8220;Allora, non li vuoi vedere tanto presto&#8230;&#8221;. A un&#8217;altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l&#8217;avvocato. Minacciano di &#8220;tagliarle la gola&#8221;. M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: &#8220;Vengo a trovarti, sai&#8221;. Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti &#8211; gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra &#8211; e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni &#8220;per accertare la presenza di oggetti nelle cavità&#8221;.</p>
<p>Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i &#8220;prigionieri&#8221; di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono &#8211; 55 &#8220;fermati&#8221;, 252 &#8220;arrestati&#8221; &#8211; sono approssimativi. Meno imprecisi i &#8220;tempi di permanenza nella struttura&#8221;. Dodici ore in media per chi ha avuto la &#8220;fortuna&#8221; di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia &#8220;media&#8221; &#8211; prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera &#8211; è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all&#8217;ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.</p>
<p>È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le &#8220;posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa&#8221;. La &#8220;posizione del cigno&#8221; &#8211; in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro &#8211; è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell&#8217;attesa di poter entrare &#8220;alla matricola&#8221;. Superati gli scalini dell&#8217;atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della &#8220;posizione&#8221; peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella &#8220;posizione della ballerina&#8221;, in punta di piedi.</p>
<p>Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato &#8220;entro stasera vi scoperemo tutte&#8221;; agli uomini, &#8220;sei un gay o un comunista?&#8221; Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: &#8220;viva il duce&#8221;, &#8220;viva la polizia penitenziaria&#8221;. C&#8217;è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un &#8220;trauma testicolare&#8221;. C&#8217;è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza. A.</p>
<p>D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella &#8220;posizione della ballerina&#8221;. Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano &#8220;di rompergli anche l&#8217;altro piede&#8221;. Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. &#8220;Comunista di merda&#8221;. C&#8217;è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di &#8220;non picchiarlo sulla gamba buona&#8221;. I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.</p>
<p>Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: &#8220;Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?&#8221;. S. D. lo percuotono &#8220;con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi&#8221;. A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: &#8220;Troia, devi fare pompini a tutti&#8221;, &#8220;Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte&#8221;. S. P. viene condotto in un&#8217;altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e &#8220;a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania&#8221;. J. S., lo ustionano con un accendino.</p>
<p>Ogni trasferimento ha la sua &#8220;posizione vessatoria di transito&#8221;, con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C&#8217;è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.</p>
<p>In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l&#8217;altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: &#8220;I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone&#8221;. Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni. P.</p>
<p>B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: &#8220;E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci&#8221;. Poi un&#8217;agente donna gli si avvicina e gli dice: &#8220;È carino però, me lo farei&#8221;. Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell&#8217;unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all&#8217;accompagnatore. Che sono spesso più d&#8217;uno e ne approfittano per &#8220;divertirsi&#8221; un po&#8217;.</p>
<p>Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, &#8220;arrangiandosi così&#8221;. A. K. ha una mascella rotta. L&#8217;accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto &#8220;se è incinta&#8221;. Nel bagno, la insultano (&#8220;troia&#8221;, &#8220;puttana&#8221;), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: &#8220;Che bel culo che hai&#8221;, &#8220;Ti piace il manganello&#8221;.</p>
<p>Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché &#8220;puzzano&#8221; dinanzi a medici che non muovono un&#8217;obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato &#8220;strattonato e spinto&#8221;.</p>
<p>Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con &#8220;questo è pronto per la gabbia&#8221;. Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di &#8220;trofei&#8221; con gli oggetti strappati ai &#8220;prigionieri&#8221;: monili, anelli, orecchini, &#8220;indumenti particolari&#8221;. È il medico che deve curare L. K.</p>
<p>A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un&#8217;iniezione. Chiede: &#8220;Che cos&#8217;è?&#8221;. Il medico risponde: &#8220;Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!&#8221;. G. A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All&#8217;arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c&#8217;è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due &#8220;fino all&#8217;osso&#8221;. G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede &#8220;qualcosa&#8221;. Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare.</p>
<p>Per i pubblici ministeri, &#8220;i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria&#8221;.</p>
<p>Non c&#8217;è ancora un esito per questo processo (arriverà alla vigilia dell&#8217;estate). La sentenza definirà le responsabilità personali e le pene per chi sarà condannato. I fatti ricostruiti dal dibattimento, però, non sono più controversi. Sono accertati, documentati, provati. E raccontano che, per tre giorni, la nostra democrazia ha superato quella sempre sottile ma indistruttibile linea di confine che protegge la dignità della persona e i suoi diritti. È un&#8217;osservazione che già dovrebbe inquietare se non fosse che &#8211; ha ragione Marco Revelli a stupirsene &#8211; l&#8217;indifferenza dell&#8217;opinione pubblica, l&#8217;apatia del ceto politico, la noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si sono macchiate di quei crimini appaiono, se possibile, ancora più minacciose delle torture di Bolzaneto.</p>
<p>Possono davvero dimenticare &#8211; le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato &#8211; che per settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la &#8220;dimensione dell&#8217;umano&#8221; di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre &#8220;con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l&#8217;etica, con l&#8217;identica allergia alla coerenza&#8221;?</p>
<p><em>(17 marzo 2008)</em></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/17/tortura-di-stato/">Tortura di Stato</a></p>
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		<title>&#8220;eppur si muore&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Mar 2008 19:33:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/05/eppur-si-muore/5462/" rel="attachment wp-att-5462" title="beghelli.jpg"></a><br />
di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong><br />
Io non credo che interventi legislativi o misure organizzative (come ad es. la creazione di un pool di magistrati specializzato) possano produrre effetti di una qualche rilevanza nella lotta agli incidenti mortali sul lavoro. Com’è possibile prescrivere una terapia quando non si conoscono le condizioni del paziente?&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/05/eppur-si-muore/">&#8220;eppur si muore&#8221;</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/05/eppur-si-muore/5462/" rel="attachment wp-att-5462" title="beghelli.jpg"><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/beghelli.jpg" alt="beghelli.jpg" /></a><br />
di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong><br />
Io non credo che interventi legislativi o misure organizzative (come ad es. la creazione di un pool di magistrati specializzato) possano produrre effetti di una qualche rilevanza nella lotta agli incidenti mortali sul lavoro. Com’è possibile prescrivere una terapia quando non si conoscono le condizioni del paziente? Posso peccare di presunzione, ma sono quasi certo che le istituzioni non hanno presente la mappa del mercato del lavoro in Italia, nemmeno a grandi linee. E quindi non hanno la più pallida idea della mappa del rischio. Cominciamo da un dato: il differenziale di circa 2,4 punti percentuali tra l’incidenza dei morti sul lavoro in Italia rispetto al resto dell’Europa è dovuto al fatto che da noi si muore “in itinere”, cioè mentre ci si sposta per lavoro o per andare o tornare dal luogo di lavoro. Quindi “il luogo” di lavoro di per sé, concepito come luogo fisico, non sarebbe più rischioso in Italia di quanto sia quello di altri Paesi europei. E’ lo spazio della mobilità quello più rischioso. Perché?<br />
<span id="more-5460"></span><br />
La rivoluzione postfordista ha agito in due direzioni: 1) ha man mano “dissolto” il luogo di lavoro come spazio fisico separato mischiandolo sempre più al luogo di vita privata e lo ha dilatato nello spazio (despazializzazione del rischio), 2) ha – come in nessun altro Paese d’Europa – affidato la gestione del rischio a un’entità particolarissima, quella che forma la caratteristica più tipica dell’Italia, cioè la microimpresa. E quando intendo microimpresa intendo un’entità talmente piccola che stento a riconoscere in quella le caratteristiche istituzionali di un’impresa – cioè di qualcosa che ha bisogno almeno di tre ruoli sociali, il capitale, il manager e l’operaio. Io vorrei prendere per mano il Ministro Damiano, il dottor Epifani e il dottor Guariniello e metterli di fronte a quella semplice tabella ISTAT che sono solito riprodurre in tutte le mie presentazioni. Da cui risulta che più di 6 milioni di persone – su un totale di 24 &#8211; lavora in unità impropriamente chiamate “imprese” la cui dimensione media è 2,7 addetti. Ma c’è qualcosa di più recente. Il 29 ottobre 2007 l’ISTAT pubblicava una nuova serie di dati, cito: “Nelle microimprese (meno di 10 addetti), che rappresentano il 94,9 per cento del totale, si concentra il 48,0 per cento degli addetti, il 25,2 per cento dei dipendenti, il 28,3 per cento del fatturato ed il 32,8 per cento del valore aggiunto. In esse il 65,1 per cento dell&#8217;occupazione è costituito da lavoro indipendente”. Perché questa assurda miniaturizzazione dell’impresa in Italia? Per ottenere flessibilità, minori costi del lavoro ma anche per trasferire sui più deboli il rischio. Paradossalmente ha ragione la Confindustria quando protesta contro i decreti d’inasprimento delle sanzioni. Le sue imprese, quelle che hanno firmato gli accordi sindacali, quelle dove vige ancora l’art. 18, il rischio lo hanno esternalizzato da vent’anni, non è roba loro, ma dei loro fornitori, dei subappalti, delle cooperative di lavoro, degli autonomi, in una parola, è roba scaricata sulla microimpresa! Pertanto il rischio ha cambiato sede, si è trasferito sui percorsi della mobilità (morti “in itinere”) e si è annidato nei piccolissimi organismi della microimpresa, là dove padrone e operaio stanno a galla per miracolo e dove il padrone muore assieme all’operaio (vedi Molfetta). Il caso Thyssen è un caso anomalo, non bisogna prenderlo a misura delle cose. Le maggiori sanzioni previste nei decreti non colpiranno mai le piccole, medie, le grandi imprese – colpiranno sempre, state sicuri, quei poveracci che se la cavano in mezzo a mille difficoltà. Ma sono quelli che mandano avanti questo Paese, sono quelli che garantiscono la tenuta occupazionale, sono quelli che per vent’anni si sono assunti sulle spalle la responsabilità del rischio! Senza poter dettare le condizioni del loro lavoro ma subendo i ritmi voluti dai committenti. E sono questi ritmi ad uccidere, malgrado tutte le attrezzature antinfortunio. Che te ne fai dei tuoi fottuti caschi, scarponi, cinture, occhiali, della tua fottuta segnaletica quando devi scaricare da una nave 37 container all’ora e invece di otto ore ne devi lavorare dodici, perché senza gli straordinari non arrivi a fine mese?<br />
Misure legislative, azione repressiva della magistratura, diavoleria dell’antinfortunistica – tutta roba inutile. Bisogna rovesciare i rapporti sociali che hanno creato questa infame e incivile condizione del lavoro oggi in Italia, per cui sui più deboli economicamente si è scaricato non solo tutto il rischio fisico ma anche tutta la responsabilità civile e penale del medesimo. Non è un caso, è la riprova di quanto sto dicendo, che sia a Genova che a Molfetta la colpa degli incidenti è stata attribuita o alle vittime (“non hanno indossato le mascherine”) o ai compagni delle vittime. Malvolere di magistrati? No, il rischio è stato strutturato in modo che la colpa sia sempre delle vittime. Postfordismo all’italiana. Uscire da questa condizione è una strada lunga, lo so, ma questa è la realtà, questo il risultato di aver messo in soffitta per più di vent’anni il problema del lavoro.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/03/05/eppur-si-muore/">&#8220;eppur si muore&#8221;</a></p>
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		<title>Genova non è finita 3</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Dec 2007 14:06:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><br />
di <strong>Blicero</strong></p>
<p>Seguire i processi che riguardano i fatti del G8 di Genova del 2001 è un buon viatico per non dimenticare mai quanto ordinaria sia l&#8217;ingiustizia e quanto quotidiana sia la necessità di prendere posizione e di agire sui piccoli istanti che ogni giorno mettono su un piatto della bilancia la tua dignità e sull&#8217;altro l&#8217;opportunità.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/17/genova-non-e-finita-3/">Genova non è finita 3</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/12/genova_g8.JPG' alt='genova_g8.JPG' /><br />
di <strong>Blicero</strong></p>
<p>Seguire i processi che riguardano i fatti del G8 di Genova del 2001 è un buon viatico per non dimenticare mai quanto ordinaria sia l&#8217;ingiustizia e quanto quotidiana sia la necessità di prendere posizione e di agire sui piccoli istanti che ogni giorno mettono su un piatto della bilancia la tua dignità e sull&#8217;altro l&#8217;opportunità. Ogni giorno a Genova capita che tu ti renda conto di quanto falsi siano i giornali, e prima ancora i giornalisti, di quanto repellente sia la logica teatrale e superficiale che gli attori di un tribunale interpretano nella loro vita &#8211; con alcune pregevoli e ammirevoli eccezioni &#8211; o di come la realtà venga distorta durante l&#8217;esercizio della cosiddetta giustizia.<span id="more-4973"></span><br />
So che i miei <a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/01/genova-non-e-finita-1/">precedenti </a><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/26/genova-non-e-finita-2/">interventi </a>su Nazione Indiana hanno cercato di essere meno estremisti e più democratici &#8211; come si ama dire oggi &#8211; ma esistono dei momenti, io penso, in cui una persona deve scegliere da che parte stare, perché è evidente a tutti che le cose non sono tutte equivalenti, che, come dice anche il Papa, il relativismo è un male incurabile della modernità, e un valore spesso abusato per giustificare ciò che non si ha il coraggio di indicare come sbagliato.</p>
<p>Non fraintendetemi: non è solo frustrazione e fastidio, esistono anche dei momenti di obiettivo tripudio. Quando dopo immani sforzi di mediazione e dopo aver ingoiato giganteschi rospi pur di garantire una partecipazione di massa di 80.000 persone che arrivano con ogni mezzo a Genova per dimostrarti che non l&#8217;hanno dimenticata, e che non hanno intenzione di dimenticarsi che poche persone &#8211; 25 per la precisione, ma presto sapremo esattamente quanti &#8211; sono nelle mire della magistratura come capro espiatorio da offrire alla storia per spiegare Genova, non puoi che gioire.<br />
Non puoi che sorridere e guardare il fiume di persone scendere di nuovo nelle strade di Genova, e lasciarti confondere da quell&#8217;inebriante oppioide che è la speranza. Per un attimo pensi che anche i magistrati hanno occhi e cervello e cuore, addirittura lasci sorgere in te il dubbio che il buon senso per una volta abbia la meglio sulla ragione di stato e sulle necessità del potere e della Storia che lo rappresenta. Ti basta tornare in aula due giorni dopo per scoprire che non è così. Ti bastano le facce contratte in una smorfia di disgusto dei pm che chiedono 225 anni di carcere per 25 persone, o il viso rilassato a arrogante di chi difende macellai e aguzzini, ti bastano i dialoghi tra i primi e i secondi che senti di sfuggita fuori dalle aule di tribunale. Ti basta vedere due avvocati che si scannano insultandosi come fossero i peggiori nemici e poi si fumano una sigaretta insieme. Ti basta ascoltare un avvocato che difende un tuo fratello dare del delinquente a un altro tuo fratello, con la famosa logica che racconta che vendersi il proprio vicino di casa è un buon modo per allontanare la propria fine quanto basta per non farsi scrupoli di coscienza.<br />
Perché forse voi non siete abituati a stare in tribunale e allora forse non vi rendete conto di quello che significa: ognuno in un&#8217;aula interpreta un ruolo, definito e definibile, che ha i suoi margini anche di eccesso, non solo di moderazione: come se quello che viene deciso da un tribunale non abbia in palio la vita di una o più persone, come se la storia non fosse piena di decisioni e assoluzioni e condanne che fanno ribollire il sangue. L&#8217;unico antidoto a tutto questo è quello che ha chi come me, con estremo cinismo o forse con medio realismo, non crede nella giustizia, non crede nei teatrini, e crede che a pochi di quelli che sono protagonisti in quelle aule freghi nulla del senso di quello che fanno.</p>
<p>Ma a voi forse interessa poco questo mio sfogo, anche se, a ben guardare un poco capire come funzionano alcuni dei luoghi determinanti per l&#8217;esercizio e il mantenimento del potere, non dovrebbe esservi completamente indifferente, se siete persone intelligenti. E se non siete persone intelligenti mi sono sbagliato e passate pure al prossimo articolo  :)<br />
Un breve aggiornamento sui processi è fondamentale. E&#8217; giusto che voi sappiate due o tre cose: settimana prossima il processo più importante per Genova e per noi giungerà al termine. 25 persone verranno condannate o assolte dal reato di devastazione e saccheggio, un reato desueto e ripescato dalle cantine del diritto dai pm Canepa e Canciani per giustificare una richiesta di pena spropositata &#8211; 225 anni &#8211; e un&#8217;operazione terroristica contro la fondamentale libertà di manifestare il proprio pensiero e il proprio dissenso. I giudici Devoto, Gatti e Realini dovranno decidere se pavidamente accettare le scelte dei pm in cerca di visibilità e di libri di storia, o se, coraggiosamente, rispettare non tanto le mie posizioni estremiste, quanto la Costituzione e il buon senso. Basterebbe quello.<br />
Nel frattempo l&#8217;unico poliziotto condannato per lesioni nei processi genovesi, l&#8217;ispettore della DIGOS di Milano Giuseppe De Rosa, è stato assolto al processo di appello. Era stato condannato a 20 mesi di reclusione per aver partecipato all&#8217;arresto illegale e al pestaggio di alcuni ragazzi sabato pomeriggio, tra i quali il minorenne con lo zigomo fuori dalla testa e la maglietta rossa che tutti dovremmo ricordare. La corte di appello lo ha assolto perché la sua identificazione non è certa, perché non basta il riconoscimento che un suo coimputato ha fatto per essere sicuri che quello che manganella nella foto sia proprio De Rosa. Provate a pensare se c&#8217;eravate voi al posto suo, quanto ci voleva per condannarvi, e avrete presto fatto i conti con l&#8217;emergenza democratica che il nostro sistema sta vivendo giorno dopo giorno.</p>
<p>Nonostante la moralis interruptus dei pm del processo contro i manifestanti, che si augurano che gli eccessi delle forze dell&#8217;ordine siano portati a processo e puniti, ma in sei anni si sono guardati bene dal fare alcunché, i processi contro i tutori dell&#8217;ordine per le torture di Bolzaneto e i massacri della Diaz vanno avanti, tra mille insidie, piccole scorrettezze e operazioni mediatiche. Seguire i giornali sul processo Diaz, per esempio, rende facile capire come sia tutta una questione di immagine, e che della salute delle 93 persone arrestate &#8211; di cui 61 ferite &#8211; non interessa a nessuno. Così alle indagini del pm per falsa testimonianza contro ex capo della polizia De Gennaro, ex questore di Genova Colucci e ex capo della DIGOS di Genova Mortola, corrispondono le operazioni speciose degli avvocati delle difese, con telefonate già ampiamente note di vicini di casa terrorizzati dai black bloc che mangiano un panino nella piazza poco sopra la Diaz passati alle radio come dispettuccio da bambino dell&#8217;asilo.<br />
Ci vorrà ancora più di un anno per sapere come finiranno anche questi processi, nonostante un anno sia il margine ragionevole per vedere anni e anni di udienze svanire nel nulla con la scusa della prescrizione. E a quel punto, quale sarà la verità se un tribunale non ce la sancirà? Saremo costretti tutti, anche i paladini delle istituzioni a riscoprire il senso delle parole storia sociale e organizzazione dal basso? Speriamo di sì.</p>
<p>à la prochaine.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/12/17/genova-non-e-finita-3/">Genova non è finita 3</a></p>
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		<title>Genova non è finita 2</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Oct 2007 13:20:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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<p>di <strong>Blicero</strong></p>
<p>Sapevo che ottobre non sarebbe stato un mese entusiasmante per seguire i processi genovesi, ma saperlo non aiuta a reprimere le emozioni che ascoltare ogni martedì e ogni venerdì i pubblici ministeri Anna Canepa e Andrea Canciani mi provoca.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/26/genova-non-e-finita-2/">Genova non è finita 2</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/genova.jpg" /></p>
<p>di <strong>Blicero</strong></p>
<p>Sapevo che ottobre non sarebbe stato un mese entusiasmante per seguire i processi genovesi, ma saperlo non aiuta a reprimere le emozioni che ascoltare ogni martedì e ogni venerdì i pubblici ministeri Anna Canepa e Andrea Canciani mi provoca. Il mese di ottobre è stato il mese che i pm si sono presi per rileggere i fatti di Genova a modo loro, per riuscire a presentare al mondo la loro versione della storia, la loro versione della verità, dei torti e delle ragioni. Non c&#8217;è bisogno di dire che non è la stessa che ho vissuto io. O voi.<span id="more-4675"></span><br />
Le loro conclusioni sono più eloquenti di ogni altra cosa: &#8220;chiamiamo genova per quello che è stata, devastazione e saccheggio.&#8221; In termini di richiesta di condanna vuol dire pene dai 6 ai 16 anni per le 25 persone che l&#8217;accusa di Genova ha ritenuto responsabili di tutto ciò che è accaduto a Genova. Vuol dire che persone che sono ritratte in decine di foto mentre non fanno nulla o tutt&#8217;al più lanciano due sassi dovrebbero essere condannate secondo l&#8217;accusa di Genova a tanti anni quanto la Franzoni per aver ammazzato suo figlio piccolo. Il bello è che mentre parlano i pm si vede che si sentono i portatori di una nuova morale nelle lande devastate e saccheggiate della storia italiana.<br />
Una nuova interpretazione del diritto che si riassume nella frase: &#8220;la responsabilità morale in questi casi è più importante della responsabilità materiale&#8221;. Quanti di voi si sentono &#8220;moralmente&#8221; responsabili di Genova? o anche solo &#8220;politicamente responsabili&#8221;? Ecco, tutti noi, tutti, secondo questi pm dovremmo essere imputati di un reato che risale all&#8217;anteguerra e che dovrebbe portarci anni in galera. Tanti anni.<br />
Una nuova interpretazione della storia e del buon senso quando Canepa e Canciani si soffermano su quei giorni: &#8220;le persone hanno deliberatamente scelto di proseguire gli scontri. Dopo la prima carica contro le tute bianche, ad esempio, che comunque e&#8217; stata breve e non particolarmente violenta, potevano sempre tornarsene indietro e eventualmente denunciare le violenze di cui sono stati testimoni&#8221;. Oppure: &#8220;le forze dell&#8217;ordine possono aver sbagliato a decidere la carica, ma quando hanno deciso, hanno agito coerentemente e non particolarmente male&#8221;. E ancora: &#8220;alla fine dobbiamo ricordare che i cassonetti le persone li hanno messi in strada ben prima che i blindati caricassero a folle velocità, cosa che comunque è avvenuta solo due o tre volte&#8221;. I pm, gli uomini nuovi della verità e della giustizia, stanno minimizzando tutto quello che hanno combinato le forze dell&#8217;ordine in una delle loro più note e più terribili debacle.<br />
Il colmo lo raggiungono quando per lavarsi la coscienza, i pm si auspicano che &#8220;la medesima severità che stiamo chiedendo sia usata nei confronti dei massacri compiuti dalle forze dell&#8217;ordine e che vanno condannati&#8221;. Penso che il problema sia di intendersi sul termine massacro, e forse anche sul termine ordine. Perché secondo i pm quelli compiuti sotto i portici di via Gastaldi a Genova, o nel cortiletto della Metalfer, o durante la carica di via Tolemaide, o il sabato pomeriggio sul lungo mare, non sono massacri, ma legittime cariche per disperdere i facinorosi. E sempre secondo i pm &#8220;tutela dell&#8217;ordine pubblico&#8221; vuol dire anche quello che si è fatto a genova, &#8220;forse era meglio lasciare tutto in mano ai manifestanti, qualcuno ci vorrà dire!&#8221; &#8211; ha gridato Canciani. Io penso per un&#8217;istante che se fosse stato lasciato fare ai manifestanti ci si sarebbe limitati a un po&#8217; di reati contro il patrimonio. E continuo a pensare che qualche vetrina spaccata, qualche auto bruciata, non valgano la vita di una persona.<br />
Perché continuo ad arrovellarmi e non riesco a capire come si possa mettere le cose sullo stesso piano. Come sia possibile che i pm che hanno raccolto la testimonianza di Placanica, continuino a ritenere legittimo quell&#8217;atto e non la resistenza di centinaia di migliaia di persone. Come sia possibile che uno dei pm chiamati mentre si stava procedendo alla operazione alla Diaz, abbia il coraggio di chiedere giustizia per quella notte. Perché poi il vero problema è che questi pm sanno benissimo che i reati con cui si stanno imputando i poliziotti nel processo Diaz si prescriveranno nel 2009, come anche quelli del processo di Bolzaneto, mentre il reato dell&#8217;articolo 419 del codice penale, devastazione e saccheggio, si prescriverà nel 2024. E sanno anche che non esiste il reato di massacro, o anche solo la volontà di trasformare delle condanne in qualcosa di realistico e politicamente significativo.<br />
Per settimane ho passato e ripassato questi pensieri, accorgendomi che tutti intorno a me continuano a pensare che un delitto contro una cosa è peggio di un delitto contro una persona, e che per questo 25 persone, prese a caso tra 300.000 manifestanti paghino per tutti.<br />
Chiamiamo Genova per quello che è stata: una rivolta; qualcosa che ha gelato il sangue nelle vene del potere. E l&#8217;acrimonia dei pm nella loro requisitoria finale, la loro voglia di passare alla storia e di punire severamente chi sono riusciti a trovarsi per le mani, è la testimonianza più efficace della voglia di vendetta che anima chi si sente il cuore e il guardiano di un sistema che chi era a Genova voleva combattere.<br />
Non è ancora troppo tardi per far sentire la nostra voce e dimostrare che Genova non è finita.</p>
<p>[<em>un appello <a href="http://www.supportolegale.org/?q=node/1164">qui</a></em>]</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/26/genova-non-e-finita-2/">Genova non è finita 2</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Genova non è finita 1</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Oct 2007 11:03:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>[<em>ho chiesto a Blicero, di</em> <a href="http://supportolegale.org">Supportolegale</a>, <em>un aggiornamento (più o meno) settimanale sui processi che si stanno svolgendo a Genova sui noti fatti del G8. Questo è il suo primo dispaccio. G.B.</em>]</p>
<p></p>
<p>di <strong>Blicero</strong></p>
<p>Sono passati sei anni dal G8 di Genova, e ogni volta parlarne per cercare di dare un&#8217;idea di quello che ha significato e di quello che significa ancora oggi diventa sempre più difficile.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/01/genova-non-e-finita-1/">Genova non è finita 1</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>ho chiesto a Blicero, di</em> <a href="http://supportolegale.org">Supportolegale</a>, <em>un aggiornamento (più o meno) settimanale sui processi che si stanno svolgendo a Genova sui noti fatti del G8. Questo è il suo primo dispaccio. G.B.</em>]</p>
<p><img src='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/pestaggio.jpg' alt='pestaggio.jpg' /></p>
<p>di <strong>Blicero</strong></p>
<p>Sono passati sei anni dal G8 di Genova, e ogni volta parlarne per cercare di dare un&#8217;idea di quello che ha significato e di quello che significa ancora oggi diventa sempre più difficile. I giorni di Genova e le loro conseguenze sono un evento estremamente complesso, dai chiaroscuri ancora tutti da definire, un pezzo di storia ancora poco digerito sia da chi lo ha vissuto sia da chi vorrebbe assumersi la responsabilità di includerlo o escluderlo dalle storiografie ufficiali.<br />
Genova è ancora viva, non solo nella nostra memoria, che dimentica fin troppo in fretta, ma anche nel lavoro quotidiano che diverse persone &#8211;  sempre troppo poche – svolgono quotidianamente seguendo i processi che rappresentano una delle responsabilità più gravose di quei giorni.<br />
I processi stanno arrivando alla loro conclusione (intorno a questo inverno). Questo primo dispaccio vuole essere un modo per familiarizzare i lettori di questo blog con la densità che gli eventi di Genova ancora hanno nella nostra vita di tutti i giorni.  Genova è tutti i giorni. <span id="more-4537"></span></p>
<p><em>Lunedì</em>.<br />
Mi sveglio alle sei e mezza, prendo il treno da Milano per Genova alle sette e dieci, in mezzo a pendolari con l&#8217;aria stralunata, e gente che torna da una notte insonne di lavoro più o meno legale e disperato. Nonostante la tratta sia di soli centoventi chilometri, ogni volta chi prende quei vagoni deve subire la frustrazione di venti minuti minimo di ritardo all&#8217;arrivo, inspiegabili e inspiegati dagli addetti delle ferrovie dello stato. Litigare non ha più neanche senso quando capisci che è un problema strutturale. Almeno ho l&#8217;abbonamento, penso con rassegnazione.<br />
Arrivato a Principe prendere il 35 e scendere in De Ferrari o farsi a piedi tutta via Balbi fino all&#8217;Annunziata, via Cairoli e Fontane Marose, fino a sfruttare il passaggio pedonale dietro il teatro, sono più o meno equivalenti dal punto di vista cronometrico. Alla fine la decisione ha sempre una forte componente gastrometereologica. Per le nove e trenta entro in Tribunale a Genova, di fronte alla statua del Balilla che lancia un sasso contro le soverchianti forze della repressione, e scendo negli inferi dell&#8217;aula bunker, praticamente prenotata in pianta stabile per i processi del G8.<br />
Oggi c&#8217;è la prima udienza del processo sui fatti di Bolzaneto, dopo i due mesi di ferie di giudici e avvocati: 45 persone tra poliziotti, agenti della DIGOS, agenti della penitenziaria, medici, infermieri, generali dell&#8217;Arma dei Carabinieri (e all&#8217;elenco solo per la solita solidarietà di casta manca anche un magistrato) sono chiamati a rispondere di lesioni, abuso d&#8217;ufficio, falso ideologico e tortura, se il codice penale italiano avesse recepito le richieste europee per l&#8217;istituzione di questo reato. Nella caserma di Bolzaneto trecento persone, fermate in molti casi senza un reale motivo – le testimonianze del processo raccontano di persone rastrellate mentre camminano lungo un marciapiede – sono state sottoposte a sevizie mentali e fisiche per ore, in alcuni casi per quasi un giorno intero: pestaggi gratuiti, minacce di violenze sessuali, gente a cui è stata lacerata una mano tirando da parti opposte medio e anulare, organizzazione di cori sui motivetti del Duce per rieducare le “zecche rosse”. Ovviamente i singoli agenti che hanno commesso questi delitti non sono mai stati identificati e le persone che sono chiamate a processo denunciano di non aver visto, di non aver sentito, di non aver ordinato. Altrettanto naturalmente nessuno degli indagati è stato sospeso per accertamenti, o punito in alcun modo, ma ha continuato la sua serie di promozioni senza alterazioni nell&#8217;iter burocratico.<br />
L&#8217;udienza finisce subito, perché uno degli imputati (un poliziotto) si rifiuta di rispondere. Come se avesse qualcosa da nascondere. Come se si vergognasse. Sarebbe già un passo avanti rispetto alla boria con cui altri affrontano le accuse che gli vengono mosse. Intanto io sono a Genova, scrivo il comunicato stampa, lo passo a uno dei miei soci per spammarlo a mille giornalisti che non scriveranno manco una riga. Passo nella segreteria legale, per vedere come va avanti il lavoro di consulenza per il processo Diaz, poi alle tre riprendo il treno e torno a Milano. Arrivo alle sei tra un ritardo e l&#8217;altro. Vado a casa, mangio, e poi ho tutta la sera per lavorare. </p>
<p><em>Martedì</em>.<br />
Altra sveglia alle sei e mezza. Altro treno alle sette e dieci. Altro ritardo. Altra corsa per arrivare in tempo in aula. Oggi non è nell&#8217;aula bunker sotterranea, ma al quinto piano (che in realtà è il primo, ma vai a capire come hanno numerato i pianerottoli del Tribunale di Genova). D&#8217;altronde nel processo contro 25 manifestanti non ci sono trecento parti civili e relativi avvocati come nel caso dei processi contro le forze dell&#8217;ordine: i danni li chiede il comune e un paio di poliziotti, pochi altri. Tutti i negozianti disperati che riempirono i tg nei giorni subito successivi non si sono curati di seguire il processo: hanno fatto le loro testimonianze retoriche e qualunquiste, e si sono fatti dare i soldi dalla provincia. Mi siedo dietro i nostri difensori, accendo il pc e inizio a trascrivere fedelmente quello che si dice in aula, anche le frasette a mezza voce che non entrano nel verbale ufficiale dell&#8217;udienza, ma che fanno capire il clima. Il processo ormai aspetta solo le arringhe di accusa e difesa, e l&#8217;atmosfera è molto più distesa. I pm sentono avvicinarsi il momento in cui si potranno gloriare di aver condannato 25 persone a 10 anni di carcere per un reato chiamato “devastazione e saccheggio” che è stato pensato per frenare i saccheggi durante la seconda fase della seconda guerra mondiale e che ora viene usato per poter punire persone che si ritengono presenti a una manifestazione che degenera in scontri, senza avere l&#8217;onere di accusare ognuno di loro di quello che hanno esattamente fatto o meno. “Compartecipazione psichica e morale all&#8217;evento criminoso”: in pratica eri lì, mentre succedeva il delirio, mentre un ragazzo moriva per strada, mentre diecimila persone venivano caricate, mentre la porta di un carcere prendeva fuoco dopo che i coraggiosissimi carabinieri a difesa della struttura erano scappati a gambe levate davanti a qualche decina di persone a volto coperto. Eri lì e quindi eri d&#8217;accordo. Eri lì e quindi meriti di fare la galera. Poco importa che questa sentenza sia antistorica rispetto al senso di Genova, alla sua simbologia come possibilità di resistenza a un mondo che sta andando a rotoli. Poco importa. Hai fatto il tuo mestiere, pm, hai trovato la tua verità e vuoi che il tribunale la santifichi.<br />
Ogni volta che trascrivo le udienze di questo processo assurdo guardo gli imputati e ascolto le parole dei testimoni dell&#8217;accusa, ripasso mentalmente le sensazioni dei giorni di Genova, e mi viene voglia di spaccare tutto. Poi mi fermo e ricomincio a colpire i tasti del portatile, nella speranza che quello che facciamo riesca a fare emergere il senso tutto politico di questi processi.<br />
L&#8217;udienza ci delizia con un quinto della requisitoria del pm. Sono le sei di sera e si rinvia al venerdì per continuare. Esco, corro verso una connessione a Internet. Intanto telefono a uno dei miei soci di supportolegale per dirgli cosa mettere nel comunicato stampa che va spammato al più presto a giornalisti che non scriveranno una riga, se non per citare qualche nome famoso o per accondiscendere alla richiesta dell&#8217;avvocato di questo o quel poliziotto molto conosciuto. Gli dico di telefonare anche all&#8217;avvocato B. oppure a D. della segreteria legale per sapere come è andata l&#8217;altra udienza che c&#8217;è il martedì, quella di Bolzaneto. Finalmente collego il pc a Internet, pubblico la trascrizione sul sito di supportolegale, mando mail a destra e a manca per avvisare della cosa, scarico le mail e mi viene da piangere a pensare alle altre quattromila cose che dovrei fare. Mangiamo qualcosa al volo e poi chiamo A. per farmi ospitare stanotte a dormire. Alle dieci e mezza sono uno straccio e svengo nel suo letto. </p>
<p><em>Mercoledì</em>.<br />
Mi alzo felice che non siano le sei e mezza, ma le otto e mezza. Colazione, giornale, Tribunale. Di nuovo aula bunker. Però oggi è il turno del processo Diaz. La notte del 21 luglio, quando ormai era tutto finito, e la disfatta della gestione da parte delle forze del (dis)ordine era evidente, i dirigenti più capaci della polizia italiana decidono di fare una perquisizione nelle scuole dove c&#8217;erano gli uffici del Genoa Social Forum, degli avvocati, di indymedia, e dei sanitari. A chiunque non abbia le fette di salame sugli occhi è evidente che si tratta di una vendettina schiumante rabbia, nel tentativo di raddrizzare la situazione da un punto di vista comunicativo: andiamo lì, arrestiamo i capi del black bloc, dimostriamo che erano tutti culo e camicia con Agnoletto, e facciamo andare un po&#8217; le mani che così facciamo sfogare i ragazzi. Peccato che: l&#8217;operazione finisce per sfuggire di mano e si ritrovano decine di televisioni e radio che riprendono le scene di violenza e terrore su un centinaio di ragazzi e ragazze che dormivano pacifici dentro una delle due scuole, la Diaz-Pertini; tutti notano immediatamente che la perquisizione del media center non ha fondamento legale e che serve solo a impedire che qualcuno filmi l&#8217;irruzione – anche se almeno un paio di persone di indymedia riescono a farlo lo stesso dal tetto &#8211; e a rastrellare le testimonianze dei pestaggi avvenuti nei giorni precedenti e degli avvocati disposti a curarne le denunce; nel giro di pochi giorni le accuse contro tutti e 93 i fermati di resistenza aggravata e associazione sovversiva finalizzata alla devastazione e saccheggio vengono archiviate.<br />
Comincia così il processo contro 29 poliziotti equamente divisi tra dirigenti di un nucleo speciale di Roma del Reparto Mobile accusati di non aver evitato che i propri uomini massacrassero persone inermi, e alti dirigenti della polizia italiana tra cui il capo delle squadre mobili Francesco Gratteri, il catturatore di Provenzano Calderozzi, il capo di tutte le DIGOS Luperi accusati di aver falsificato le prove che nel verbale di arresto accusato i 93 fermati. Le armi trovate sono in realtà attrezzi da cantiere, nessuno ha potuto rilevare una resistenza che i poliziotti hanno usato come scusa per i pestaggi, uno degli agenti che ha affermato di essere stato aggredito con un coltello viene smentito dai RIS, e &#8211; dulcis in fundo &#8211; due bottiglie molotov trovate alla Diaz si scoprono essere reperti sequestrati il pomeriggio dai poliziotti stessi in Corso Italia: in un video si vedono tutti i dirigenti che con in mano il sacchetto con le molotov si apprestano a posizionarle nella scuola Diaz per poi accusarne i fermati.<br />
L&#8217;indagine di questo processo e il suo svolgimento sono il paradigma di Genova: non si sa quali agenti hanno partecipato all&#8217;operazione, non si sa chi la dirigeva, non si riescono a ottenere le foto dei partecipanti, le dichiarazioni di tutti i poliziotti si contraddicono e si autoaccusano, tanto che il capo della polizia Gianni De Gennaro e l&#8217;ex questore Colucci vengono iscritti nel registro degli indagati per aver indotto e aver reso falsa testimonianza, rispettivamente.<br />
Il clima in aula è forse il peggiore: gli avvocati delle forze dell&#8217;ordine sono solidali con i propri assistiti e non si risparmiano il sarcasmo e l&#8217;ironia di fronte alle testimonianze della gente massacrata e all&#8217;evidenza di quello che i propri assistiti hanno combinato. In assenza di altro se la prendono con pm e avvocati delle parti civili, insultandoli e denigrandoli ricordandomi i collaborazionisti nei film sulla resistenza. E&#8217; molto difficile resistere alla tentazione di spaccare tutto. Ma resisto.<br />
L&#8217;udienza finisce alle quattro, solita corsa per pubblicare la trascrizione, solita corsa per scrivere un comunicato stampa che non servirà a molto, soprattutto dopo che durante tutte le ore passate in tribunale vedi i giornalisti di ansa, secolo xix e via dicendo che tubano con gli avvocati delle forze dell&#8217;ordine, una faccia, una razza. Quella dell&#8217;establishment a tutti i costi.<br />
Alle sei prendo il treno e torno a Milano. Ho un&#8217;altra assemblea. Corro per arrivare in tempo. Poi non ho testa per seguirla, e mi perdo metà delle discussioni. Poi vado a letto. Mi aspettano ancora giovedì e venerdì.</p>
<p><em>Giovedì</em>.<br />
Sveglia alle sei e mezza. Treno, ritardo, corsa, entrata in tribunale. Oggi c&#8217;è il processo Perugini, ma anche quello per la Diaz continua. Dato che il processo Perugini ha un&#8217;udienza ogni due mesi decido di saltare l&#8217;altro: mi farò dare gli audio dai ragazzi di Radio Radicale e poi in qualche modo trascriveremo le testimonianze. Poi al massimo chiamo gli avvocati per sapere come è andata e fare il comunicato stampa.<br />
Il processo Perugini è il primo per il quale si è avuta una condanna contro le forze dell&#8217;ordine: Giuseppe De Rosa, un DIGOS di Milano, ha patteggiato l&#8217;accusa di lesioni ed è stato condannato a 20 mesi di carcere con la condizionale e 10.000 euro di multa. Oltre a lui ci sono altri 5 funzionari DIGOS di Genova (tra cui l&#8217;ex vicecapo dell&#8217;ufficio Alessandro Perugini) che attendono la sentenza. Queste sei persone sono indagate come responsabili del pestaggio di una decina di ragazzini che sabato pomeriggio al margine della manifestazione di trecentomila persone erano seduti in terra e canzonavano le forze dell&#8217;ordine: avete presente la scena in cui c&#8217;è un ragazzino (minorenne all&#8217;epoca) che grida in una telecamera mostrando il proprio zigomo spostato qualche centimetro fuori dalla sua faccia? Ecco quella scena lì. Fortunatamente in questo caso nessuno ha dubbi su come finirà il processo. Però è interessante sentire cosa dicono i poliziotti coinvolti: “secondo noi stavano resistendo perché erano seduti al di qua della zona che noi interpretavamo come proibita”; “un poliziotto come me che ha partecipato alla liberazione del generale Dozer sa che non si va per il sottile, stavano resistendo e li abbiamo arrestati; non ho mai avuto così tanta paura come in quei giorni” (di un quattordicenne disarmato e seduto in terra?). Bella figura la polizia italiana.<br />
L&#8217;udienza è rapida e fastidiosa, ma il processo è quasi finito. Faccio in tempo a scendere nell&#8217;aula bunker e trascrivere anche un pezzo dell&#8217;udienza Diaz.<br />
Alle quattro finito tutto, altra girandola: Internet, doppio comunicato stampa, pubblicazione sul sito, quattro chiacchiere in segreteria legale e con gli altri di supportolegale. Alle otto riesco a prendere il treno e tornare a Milano.</p>
<p><em>Venerdì</em>.<br />
Di nuovo: sei e mezza, sette e dieci, nove e venti, nove e trenta. I tempi del mio calvario di prima mattina. Oggi dovrei andare a sentire l&#8217;altra udienza del processo contro i 25 manifestanti per devastazione e saccheggio, ma decido di farmi aggiornare dagli avvocati e dalla segreteria legale sui processi per i cosiddetti “fatti di strada”: in pratica centinaia di persone sono state fermate nei giorni di genova e picchiate; alcune di esse hanno sporto querela per arresto illegale e lesioni. In molti casi il processo contro i fermati è ancora in corso, mentre la causa civile per chiedere i danni per l&#8217;illegalità della condotta delle forze dell&#8217;ordine è ancora in alto mare. Ultimamente ci sono stati un po&#8217; di casi confortanti in questo senso: tre persone hanno ottenuto dei risarcimenti dallo Stato per i pestaggi subiti ingiustamente. Speriamo si continui così. Finito di farmi aggiornare chiamo a Cosenza, che oggi c&#8217;è anche quel processo lì: un processo contro 13 persone avviato dopo che i carabinieri hanno questuato in tutte le procure italiane un pm che credesse alla serie di panzane che avevano messo insieme i militari per accusare gli imputati di associazione sovversiva. Anche qui la compartecipazione psichica, anche qui messaggi ironici via mail scambiati per piani di battaglia, telefonate in diretta alla radio interpretate come forma organizzata di coordinamento tra manifestanti. Una farsa che farebbe molto ridere se i 13 imputati non rischiassero vent&#8217;anni di galera. Ma si sa, i carabinieri e i pm a loro compiacenti hanno un senso dell&#8217;umorismo tutto loro.<br />
Oggi finisco presto. A mezzogiorno mangio un&#8217;insalatona a tre euro e mezzo in piazza delle cinque lampade e faccio addirittura in tempo a meravigliarmi per la differenza del costo della vita tra la città ligure e Milano, dove l&#8217;avrei pagata tra i sette e gli otto euro. Prendo il treno e torno su. Ritarda e arrivo a casa alle cinque.<br />
Quasi non ci credo che ho il venerdì per bermi una virgin colada e stare tranquillo.</p>
<p><em>Sabato. Domenica</em>.<br />
Riposo? Dipende. A volte c&#8217;è una presentazione. A volte c&#8217;è una trasmissione radio. A volte c&#8217;è un&#8217;emergenza anche per processi a Milano, un corteo, una scadenza politica. A volte c&#8217;è la vita di tutti i giorni, a volte c&#8217;è la sfiga. A volte invece tutto bene. Non sempre però. Il problema è l&#8217;atterraggio, no?</p>
<p><em>Supportolegale era un gruppo di lavoro della rete di Indymedia Italia, ora è un collettivo autonomo da altre strutture che si è sempre occupato, da quando è nato nel 2004, di raccogliere fondi per le spese legali relative ai processi per il G8 di Genova e per altri processi importanti per i movimenti, nonché di offrire supporto tecnico e comunicativo a tutti coloro che sono coinvolti nella lunga coda di eventi legali e repressivi del G8 di Genova. Inoltre Supportolegale vorrebbe dare una prospettiva politica diversa sulle operazioni di repressione e controllo che quotidianamente dominano la vita dei movimenti italiani e non solo. Unico principio: si difendono tutti i manifestanti, senza alcuna distinzione. Tutti coloro che a Genova hanno resistito e lottato meritano di essere difesi e sostenuti: Genova non sono 25 sovversivi o 29 mele marce nella polizia. Genova sono trecentomila sovversivi che possono oliare il meccanismo collettivo della memoria e rivelare le menzogne con cui la storia sociale che ci appartiene vorrebbe essere coperta da chi ha organizzato l&#8217;operazione Genova-G8</em>.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/10/01/genova-non-e-finita-1/">Genova non è finita 1</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Genova senza poesia</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jul 2007 17:23:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>Nel luglio 2001 stava morendo mio nonno. Non andai a Genova. Avevo altre ragioni per andare e altre per non andare. Paura, pigrizia, obblighi civili. Un mio amico scrittore quarantenne cercava di convincermi: &#8220;Andiamo, si rimorchierà che non hai idea&#8221;.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/07/20/genova-senza-poesia/">Genova senza poesia</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>Nel luglio 2001 stava morendo mio nonno. Non andai a Genova. Avevo altre ragioni per andare e altre per non andare. Paura, pigrizia, obblighi civili. Un mio amico scrittore quarantenne cercava di convincermi: &#8220;Andiamo, si rimorchierà che non hai idea&#8221;. La sera della Diaz ero nel retro di una macchina, alla radio parlavano confusamente di quello che succedeva. Mi venne una strana paura, e un principio di quel senso di improvvisa caduta dall&#8217;astrattezza di giorni noiosi alla preganza di un evento storico. Mi sentii, come poche altre volte, forse più di ogni altra volta, <em>italiano</em>. <span id="more-4217"></span>Non saprei dirlo meglio, mi percepii parte di una comunità ferita con violenza, e per questo compattata. Ma già la sera stessa questo senso istantaneo di appartenenza, di comunità, di fratellanza, era scemato. Molte delle cose che dicevano coloro che parlavano a nome di tutti non mi trovavano d&#8217;accordo. Da un istante d&#8217;indistinzione si riaffacciavano prosasticamente le differenze, emotive, di idee. I protagonismi, le reazioni giustamente isteriche, le bugie buttate là.<br />
Per questo i memoriali mi sembrano sempre celare una contraddizione: così quello di oggi, la solennità del giorno, dell&#8217;ora, le 17 e 27, del nome della piazza, porta come gli altri memoriali un rischio di ineffabilismo, in cui ci si pensa accomunati &#8211; senza le difficoltà della mediazione &#8211; da quello che in realtà è un inno a non dimenticare e basta: a ridurre le differenze di reazione a un dovere di omaggio. E l&#8217;unica cosa con cui ci si sente affratellati diventa un dato privo di qualsiasi connotato: un&#8217;ora, un giorno, una piazza. Descrivere il dolore vuol dire non ripeterlo nella sua forma originaria, non affidarlo a una memoria cristallizzante, ma dimenticarlo un po&#8217;. Confonderlo, spezzarlo, demistificarlo, mischiare, ripetere, inventare, modificare metaforicamente: tutto questo su Genova continua a non avvenire. I libri, i film che sono usciti dal 2001 in poi risentono di questo sovraccompito di precisione che non dice nulla di più di quello che i processi purtroppo ancora non dicono.<br />
Ma se la verità della giustizia e della politica ha dinamiche tortuose, menzognere, strumentali, quella della letteratura non deve pensare di sostituirsi con un &#8220;eccesso di memoria&#8221; al &#8220;difetto di interesse&#8221; politico per una vicenda come quella di Genova centrale non solo per la storia d&#8217;Italia recente.</p>
<p>E poi oggi, come sei anni fa, fa un caldo indicibile.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2007/07/20/genova-senza-poesia/">Genova senza poesia</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Processo contro la tortura</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/01/26/processo-contro-la-tortura/</link>
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		<pubDate>Wed, 26 Jan 2005 08:40:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p></p>
<p>Cari amici,<br />
<strong>sabato 19 febbraio</strong> al <strong>Teatro i</strong> di <strong>Milano</strong> (in Conca del Naviglio) Nazione Indiana organizzerà un incontro dal titolo <strong>Giornalismo e verità</strong>, (a cura di Carla Benedetti, Jacopo Guerriero e Roberto Saviano; vedi <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000952.html#more">qui</a>), invitando alcune voci libere e tenaci del giornalismo d&#8217;inchiesta.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/01/26/processo-contro-la-tortura/">Processo contro la tortura</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/giornaver%20copia.jpg" border="0" alt="giornaver copia.jpg" width="535" height="72" /></p>
<p>Cari amici,<br />
<strong>sabato 19 febbraio</strong> al <strong>Teatro i</strong> di <strong>Milano</strong> (in Conca del Naviglio) Nazione Indiana organizzerà un incontro dal titolo <strong>Giornalismo e verità</strong>, (a cura di Carla Benedetti, Jacopo Guerriero e Roberto Saviano; vedi <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000952.html#more"><span style="text-decoration: underline;">qui</span></a>), invitando alcune voci libere e tenaci del giornalismo d&#8217;inchiesta.<br />
Avvicinandoci a questo appuntamento, continueremo a segnalare iniziative, riviste, libri, comitati, associazioni che si battono per un&#8217;informazione obiettiva o, se volete, detto più semplicemente, per la ricerca e la diffusione della verità.<br />
Oggi ho ricevuto da <strong>Enrica Bartesaghi</strong>, presidente del <strong>Comitato verità e giustizia per Genova</strong>, questo messaggio sull&#8217;imminente processo ai torturatori del G8. (T.S.)<br />
____________________________</p>
<p><strong>PROCESSO CONTRO LA TORTURA</strong><br />
luglio 2001, caserma di <strong>Genova Bolzaneto</strong>, Italia:</p>
<p><strong>TORTURATA N° 81</strong><br />
subiva minacce anche a sfondo sessuale da persone che stavano all&#8217;esterno<br />
&#8220;entro stasera vi scoperemo tutte&#8221;; subiva percosse al suo passaggio nel corridoio da parte di agenti; colpita con violenza con una manata alla nuca; costretta a firmare i verbali relativi al suo arresto, che la stessa non voleva firmare; mostrandole le foto dei suoi figli, prospettandole che se non avesse firmato non avrebbe potuto rivederli.<br />
<span id="more-881"></span><br />
<strong>TORTURATO N° 11</strong><br />
percosso con calci e pugni alla schiena e insultato, costretto a stare coricato a terra prono con gambe e braccia divaricate e testa contro il muro; ingiuriato con frasi, ritornelli ed epiteti a sfondo politico (&#8220;comunisti di merda&#8221; &#8220;vi ammazzeremo tutti&#8221;); percosso al passaggio nel corridoio e insultato anche con sputi; costretto a stare a carponi da un agente che gli ordinava di abbaiare come un cane, e di dire &#8220;Viva la polizia italiana&#8221;.</p>
<p><strong>TORTURATA N° 21</strong><br />
percossa nel corridoio durante l&#8217;accompagnamento ai bagni, le torcevano il braccio dietro la schiena nonché colpita con schiaffi e calci; insultata con epiteti rivolti a lei e alle altre donne presenti in cella: &#8220;troie, ebree , puttane&#8221;,  ingiuriata con sputi al suo passaggio in corridoio; minacciata di essere stuprata con il manganello e di percosse; costretta a rimanere, senza plausibile ragione, numerose ore in piedi.</p>
<p>Questi sono solo alcuni esempi di quanto hanno dovuto subire centinaia di persone, italiani e stranieri, costretti per molte ore a sottostare ad ogni genere di violenze e torture nella caserma di <strong>Genova Bolzaneto</strong>, durante il <strong>G8</strong>, a Genova.</p>
<p>In quei giorni furono calpestati e negati tutti i diritti che la nostra costituzione sancisce a tutela dei fermati e degli arrestati. Nessuno di loro, italiano o straniero, poté contattare avvocati, parenti, consolati. A nessuno di loro fu comunicato il motivo del fermo o dell&#8217;arresto, dove si trovassero, dove sarebbero stati condotti in seguito. Nonostante molti di loro fossero feriti (68 di loro provenivano dalla Scuola Diaz) non furono curati,  furono costretti a firmare falsi verbali di arresti, a dichiarare di non voler contattare legali o consolato.</p>
<p>Nessuno di loro ebbe diritto a cibo, acqua, sonno, furono costretti per molte ore a rimanere in piedi con le braccia alzate contro al muro.</p>
<p>I giorni <strong>27 e 29 gennaio 2005</strong> a <strong>Genova</strong>, ci sarà l&#8217;<strong>udienza preliminare</strong> a carico di 47 funzionari ed agenti delle forze dell&#8217;ordine e del corpo delle Guardie Carcerarie, medici ed infermieri:</p>
<p>12 carabinieri, 14 agenti di polizia, 16 guardie penitenziarie, 5 tra medici e infermieri accusati delle violenze commesse ai danni degli arrestati e dei fermati, da venerdì 20 alla domenica 22 luglio 2001, nella caserma di Genova Bolzaneto.</p>
<p><strong>Non essendo previsto nel nostro ordinamento uno specifico reato di tortura</strong>, la Procura della Repubblica ha chiesto il rinvio a giudizio per i reati di abuso d&#8217;ufficio, lesioni, percosse, ingiurie, violenza privata, abuso di autorità contro gli arrestati, minacce, falso, omissione di referto, favoreggiamento personale.</p>
<p>Noi chiediamo ai media, ai parlamentari democratici, alla società civile, di essere presenti, di sostenere quanti furono torturati  in quei giorni e che, nonostante ancor oggi soffrano le conseguenze degli abusi subiti, hanno avuto il coraggio di denunciare quanto accadde a Bolzaneto.</p>
<p>Nessuno dei presunti responsabili delle torture è stato nel frattempo rimosso o almeno sospeso dai propri incarichi.</p>
<p><strong>Enrica Bartesaghi</strong><br />
Presidente del <strong>comitato verità e giustizia per Genova</strong></p>
<p><strong>link utili</strong>:</p>
<p><a href="http://www.veritagiustizia.it/comunicati_stampa/bolzaneto_caro_amico_cara_amica.php"><span style="text-decoration: underline;">qui</span></a> una versione più ampia del comunicato;<br />
<a href="http://www.veritagiustizia.it/docs/bolzaneto_pett.pdf"><span style="text-decoration: underline;">qui</span></a> un <strong>dossier</strong> (in formato pdf) sulle <strong>torture a Genova Bolzaneto</strong>.</p>
<p>_____</p>
<p><strong>INIZIATIVE PROMOSSE<br />
DAL COMITATO VERITA&#8217; E GIUSTIZIA PER GENOVA<br />
E DAL COMITATO PIAZZA CARLO GIULIANI</strong></p>
<p>IN OCCASIONE DELLE UDIENZE PRELIMINARI DEL <strong>27 E 29 GENNAIO 2005</strong><br />
PER LE VIOLENZE E LE TORTURE INFLITTE AI MANIFESTANTI DURANTE IL G8<br />
ALLA CASERMA DI GENOVA-BOLZANETO:</p>
<p>-  mercoledì 26 gennaio, ore 11, conferenza stampa nella sala di rappresentanza<br />
di Palazzo Tursi;</p>
<p>-  giovedì 27 gennaio, ore 10, presidio all&#8217;esterno del tribunale;</p>
<p>-  giovedì 27 gennaio ore 20, cena di solidarietà con le parti offese;</p>
<p>-  venerdì 28 gennaio ore 21 incontro con testimonianze a sala Cambiasio;</p>
<p>-  sabato 29 gennaio, ore 10, presidio all&#8217;esterno del tribunale;</p>
<p>seguirà programma dettagliato</p>
<p><strong>per informazioni</strong>:</p>
<p>Enrica Bartesaghi  335 568 13 14<br />
Antonio Bruno  339 344 20 11</p>
<p>Comitato Verità e Giustizia per Genova – <a href="http://www.veritagiustizia.it"><span style="text-decoration: underline;">www.veritagiustizia.it</span></a><br />
Comitato Piazza Carlo Giuliani – <a href="http://www.piazzacarlogiuliani.org"><span style="text-decoration: underline;">www.piazzacarlogiuliani.org</span></a></p>
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		<title>Nel deserto della città blindata</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/06/04/nel-deserto-della-citta-blindata/</link>
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		<pubDate>Fri, 04 Jun 2004 07:10:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
		<category><![CDATA[tiziano scarpa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Tiziano Scarpa</strong></p>
<p>“Idioti!”, gridavo allo schermo, mentre veniva inquadrata una ragazzina di tredici anni in lacrime, con un braccio ingessato appeso al collo. “A Roma dovevate andare, a Bruxelles, sul cratere dell’Etna, dal Papa, da Maradona, da qualsiasi altra parte, ma non lì!&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/06/04/nel-deserto-della-citta-blindata/">Nel deserto della città blindata</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tiziano Scarpa</strong></p>
<p><img src="http://www.nazioneindiana.com/archives/3.jpg" alt="3.jpg" align="left" border="0" height="273" hspace="4" vspace="2" width="206" />“Idioti!”, gridavo allo schermo, mentre veniva inquadrata una ragazzina di tredici anni in lacrime, con un braccio ingessato appeso al collo. “A Roma dovevate andare, a Bruxelles, sul cratere dell’Etna, dal Papa, da Maradona, da qualsiasi altra parte, ma non lì! Avreste dovuto fare un enorme raduno, in quegli stessi giorni, ovunque fuorché a Genova!” La mia voce faceva a gara con l’urlio degli uccelli esaltati dal crepuscolo. Nel televisore un pensionato ancora incredulo mostrava la benda chiazzata di sangue intorno alla testa. “Dovevate lasciarli nel deserto della città blindata, a fare la loro sceneggiata! A far spiccare le loro opposte menzogne!”, inveivo. “Da una parte i coglioni in giacca e cravatta e i loro mastini in divisa, dall’altra i non meno coglioni teppisti con la faccia fasciata di nero! E voi a milioni, da tutt’altra parte, a fare un festoso casino alla faccia loro! Allora mi sarei unito a voi, testoline di minchia! Vi avrei portato un po’ di intelligenza e tanta fica fresca!”</p>
<p>da <strong>Kamikaze d&#8217;Occidente</strong>, Rizzoli, 2003. La vignetta di <strong>Altan</strong> è tratta da <strong>repubblica.it</strong> di oggi.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/06/04/nel-deserto-della-citta-blindata/">Nel deserto della città blindata</a></p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Non con voi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/19/non-con-voi/</link>
		<comments>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/19/non-con-voi/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 19 Nov 2003 11:22:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Bolzaneto]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Dite: “Ora è il momento della solidarietà, il momento di essere tutti uniti, in quanto italiani, al di là delle divisioni e delle polemiche, il momento di rendere onore alle nostre istituzioni, all’Arma e all’Esercito. Ora siamo un paese solo, ora piangiamo assieme i nostri morti, ora rendiamo omaggio al dolore dei parenti.”<br />
Vi rispondo semplicemente che <strong>il paese non è unito</strong>, gli italiani non sono solidali tra di loro, gli italiani si disprezzano tra di loro, non si riconoscono, non hanno più linguaggi e valori comuni.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/11/19/non-con-voi/">Non con voi</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Dite: “Ora è il momento della solidarietà, il momento di essere tutti uniti, in quanto italiani, al di là delle divisioni e delle polemiche, il momento di rendere onore alle nostre istituzioni, all’Arma e all’Esercito. Ora siamo un paese solo, ora piangiamo assieme i nostri morti, ora rendiamo omaggio al dolore dei parenti.”<br />
Vi rispondo semplicemente che <strong>il paese non è unito</strong>, gli italiani non sono solidali tra di loro, gli italiani si disprezzano tra di loro, non si riconoscono, non hanno più linguaggi e valori comuni.<br />
<span id="more-207"></span><br />
Ma possono sempre fingere che non sia così, possono rimuovere i traumi che li dividono, possono ignorare le ferite non sanate che si sono inflitti. Possono dire di volersi bene, in fondo, e commuoversi assieme. Ma non serve a nulla. Non sono le emozioni che ci potranno avvicinare. Non quelle di oggi almeno. Tutto l’orrore che io ho e tanti altri abbiamo covato dentro dopo Genova, chi è stato capace di condividerlo con noi? E quanti gli orrori che diversi gruppi di italiani sono stati costretti a covare da soli, in silenzio, senza che pubblicamente si dicesse una parola per loro? Quanti morti, in Italia, sono stati seppelliti senza il giusto omaggio, quello della <strong>verità sulla loro morte</strong> e quello della <strong>giustizia nei confronti dei colpevoli</strong>?<br />
Prendiamo fiato allora, prima di piangere ora questi morti, prima di seppellirli in fretta, prima di confondere tutti i nostri morti in un unico pianto liberatorio. Prima di rendere omaggio a questi morti, a queste sepolture, ognuno faccia il conto degli altri, di quelli sepolti male, nell’ignoranza dei loro carnefici, nell’assoluzione dei loro carnefici. Ognuno faccia il conto delle stragi, il conto degli italiani morti sul lavoro, a causa del lavoro, il conto di tutte quelle vittime innocenti che nessuno di noi ha mai pianto pubblicamente, ma in privato, ma in gruppo chiuso, come fosse una questione di <strong>alcuni</strong> e non di tutti.<br />
Pensate voi che piangendo assieme ora, su queste vittime, tutte le vecchie ferite, tutto ciò che ci divide e allontana, ci potrà miracolosamente riunire? Io non lo credo.<br />
Ogni volta che un trauma irrompe nella nostra vita collettiva, ogni volta che ci ritroviamo divisi, nemici, ogni volta che scorre tra di noi del sangue, è l’inchiesta giudiziaria che si propone di cicatrizzare, con i suoi tempi lunghi, spingendo le scorie del nostro essere verso un limbo indifferenziato, verso quelle sentenze tarde, incomprensibili, inutili, assolutorie. Ma li abbiamo davvero elaborati assieme i nostri traumi, siamo riusciti a ritrovarci dopo la divisione, o abbiamo solo dimenticato tutto, e ci siamo semplicemente incrociati per strada, indifferenti ed educati?<br />
Dovremmo rendere <em>pubblicamente</em> omaggio alle nostre istituzioni?<br />
Ma quante volte ci siamo sentiti <strong>traditi</strong> da esse?<br />
Quante volte siamo stati traditi dalle istituzioni che dovrebbe difenderci (polizia, carabinieri, esercito, servizi segreti)?<br />
Le nostre istituzioni non hanno chiesto scusa quando Carlo Giuliani è stato ucciso, non hanno chiesto scusa per quei gruppi di poliziotti o carabinieri che in cinque o sei prendevano a calci manifestanti isolati, caduti a terra, a Genova, non hanno chiesto scusa per quella ragazza ha cui hanno rotto i denti a calci nella scuola Diaz, non hanno chiesto scusa per le sevizie di Bolzaneto. Non hanno neppure chiesto scusa per le finte bombe molotov, piazzate nella Diaz, per il finto taglio sul giubbotto, per tutte le bugie e le mezze verità.<br />
E ha chiesto scusa il governo di questo paese per aver irriso pubblicamente coloro che hanno manifestato contro la guerra? Ha chiesto scusa per aver trattato coloro che lo contestano in modo non violento e civile da fiancheggiatori del terrorismo?<br />
E vi domando, l’Esercito ha chiesto scusa alle famiglie di quei soldati giovani che sono già morti, in seguito alla loro missione in Serbia e Kosovo? Ha chiesto scusa di non aver preteso dalle autorità statunitensi di conoscere i luoghi contaminati? E ha chiesto scusa per quelli che sono tornati ammalati, a causa dei vaccini, o dell’uranio impoverito, e che sono condannati a morte, come lo sono stati diecimila reduci della Prima Guerra del Golfo, negli Stati Uniti?<br />
E infine, abbiamo cuore per piangere questi nostri morti, dopo che non abbiamo pianto per i tanti morti degli altri, che sono sparsi nei nostri mari, per quelle sagome scure già sbranate dai pesci, sparse per i fondali, oppure scaricate a Lampedusa o in Sicilia? Abbiamo ancora la capacità di piangere sui dei morti, dopo tanti mesi, anni, di impassibilità nei confronti di altri morti, ugualmente vicini, prossimi, malgrado non siano in divisa, non parlino italiano, e non abbiano la pelle bianca?<br />
Questi ultimi morti, questi carabinieri, soldati e civili uccisi a Nassiriya, non li piangerò in pubblico, assieme a voi, né renderò omaggio alle istituzioni per le quali lavoravano. Li conterò assieme agli altri, assieme anche a Carlo, a quelli nella funivia che precipitarono grazie alle bravate di un pilota statunitense, e a tanti altri, mal sepolti, pianti in privato. Se li piangessi con voi, credereste che io abbia di nuovo fiducia nelle istituzioni, nei mie concittadini, nelle persone che ci governano, nello loro scelte politiche internazionali. Ma non è vero. Io vi temo, mi fate paura. Non abbasserò la guardia ora. Non smetterò di vigilare adesso, di guardarmi le spalle. E solo quando sarete in grado di contare <strong>tutti</strong> i morti, di seppellirli degnamente, in giustizia e verità, allora potremmo condividere queste emozioni, questo dolore.</p>
<p>Mi trovavo ad agosto in una piccola caletta di Cefalonia. A luglio c’era stata Genova. Ora l’incubo era lontano. Non svanito, ma lontano. Nella caletta si giungeva attraverso una strada ripidissima e nascosta. Oltre a me e alla mia ragazza, vi erano solo un paio di greci, che abitavano nel paesino in cima al monte. Giunse un piccolo motoscafo, condotto da due cinquantenni. Erano italiani. Penetrarono dentro la caletta, fermandosi a pochi metri dalla riva. Uno dei greci li apostrofò, indicandogli un grande cartello, che proibiva alle barche di avvicinarsi a riva. Il cartello era visibile e chiaro. Gli italiani gli risposero male. Ricordo che dissero “Ma non è mica tuo il mare!”. Poi però si spostarono, allontanandosi sufficientemente dalla spiaggia. Appena i due greci se ne andarono, accesero il motore e si diressero nuovamente verso riva. Il fondale era profondo e gli consentiva di penetrare nella caletta. Ce ne stavamo andando anche noi. Io avevo in testa un cappellino dalla foggia araba. Anch’io li apostrofai. Urlai, fingendomi greco, in un miscuglio di lingua inventata e di parole dal suono assimilabile a quello di “polizia”. Si innervosirono e mi risposero male, in un inglese stentato. Poi mi ignorarono. Io insistevo nel mio gergo e facevo gesti col braccio, indicando loro la via che dovevano prendere. Si fecero minacciosi, e si avvicinarono ancora di più a riva. Stavolta mi insultavano in italiano. Passai anch’io all’italiano allora. Era inevitabile. “È vietato entrare qui in motoscafo, dovete allontanarvi.” Dissi anche che non me ne sarei andato, finché non si fossero decisi e che altrimenti avrei avvisato la guardia costiera. Prima mi chiesero che cosa poteva fregarmene a me di quello che loro facevano. Poi cercarono di spaventarmi, passando e ripassando con il loro motoscafo sempre più vicino a riva. Avevano l’aria di due imprenditori del nord, un veneto e un lombardo, una perfetta caricatura. Abbronzati, con i loro occhiali da sole costosi e le innocue canne da pesca. Ma non c’era nulla da ridere. Uno dei due, guardandomi bene disse: “Tu devi senz’altro essere uno di quelli che sono stati a Genova. Sì, sì, dì la verità che ci sei stato! E vi hanno fatto un bel culo, eh! Hanno proprio fatto bene.”<br />
Alla fine sacramentando se ne andarono. Questi sono i miei concittadini. Anche questi. Questi che siccome hanno il motoscafo nuovo, si sentono fuorilegge, padroni del mondo. Questi per cui le norme sociali non valgono nulla, appena entrano in contrasto con il loro più estemporaneo capriccio. Questi che ridacchiavano a casa loro, vedendo le facce insanguinate di manifestanti che avevano la loro età o l’età dei loro figli più giovani. Che non si sono neppure per un attimo sentiti a disagio di fronte a quello che era successo in quei giorni. Con questi signori io dovrei venire, oggi, a piangere i carabinieri di Nassiriya?</p>
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