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	<title>Nazione Indiana &#187; george w bush</title>
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		<title>L&#8217;impero della vergogna</title>
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		<pubDate>Mon, 26 May 2008 11:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio sparzani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>intervista con <strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Jean_Ziegler">Jean Ziegler</a></strong><br />
<a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/jean_ziegler.jpg'></a><br />
[Il prossimo 6 giugno si terrà a Roma un vertice speciale della <a href="http://www.fao.org/">Fao</a>. per l'occasione Il Manifesto ha pubblicato il 23 maggio un'<a href="http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/23-Maggio-2008/art35.html">intervista</a> a <strong>Jean Ziegler</strong>, esperto internazionale dell'ONU; a complemento di questa riporto quest'altra, rilasciata nel 2005 al giornalista Giuseppe Accardo durante la presentazione del suo ultimo libro “L'impero della vergogna” al canale televisivo francese TV5.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/26/limpero-della-vergogna/">L&#8217;impero della vergogna</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>intervista con <strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Jean_Ziegler">Jean Ziegler</a></strong><br />
<a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/jean_ziegler.jpg'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/jean_ziegler-150x150.jpg" alt="" title="JEAN ZIEGLER" width="150" height="150" class="alignright size-thumbnail wp-image-5977" /></a><br />
[Il prossimo 6 giugno si terrà a Roma un vertice speciale della <a href="http://www.fao.org/">Fao</a>. per l'occasione Il Manifesto ha pubblicato il 23 maggio un'<a href="http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/23-Maggio-2008/art35.html">intervista</a> a <strong>Jean Ziegler</strong>, esperto internazionale dell'ONU; a complemento di questa riporto quest'altra, rilasciata nel 2005 al giornalista Giuseppe Accardo durante la presentazione del suo ultimo libro “L'impero della vergogna” al canale televisivo francese TV5. Mi sembra scavi molto di più nei problemi e sia comunque assai attuale, l'unico aggiornamento che richiede è quello di sostituire al nome di Sharon quello di Olmert, a.s.]</p>
<p>(Traduzione dal testo francese di Manuel Antonini)</p>
<p>D. <em>Il suo libro si intitola L&#8217;impero della vergogna. Qual è questo impero? Perché “della vergogna”? Qual è questa vergogna? </em></p>
<p>Nelle favelas del nord del Brasile, capita alle madri, la sera, di mettere dell&#8217;acqua nella pentola e di infilarci delle pietre. Ai loro figli che piangono per la fame, spiegano che “presto la cena sarà pronta&#8230;”, sperando che nel frattempo i ragazzi si addormentino.<br />
Provi a misurare la vergogna provata da una madre davanti ai suoi figli vittime della fame e che lei è incapace di nutrire.<br />
L&#8217;ordine omicida del mondo – che uccide attraverso la fame e l&#8217;epidemia 100.000 persone al giorno – non provoca solamente la vergogna tra le sue vittime, ma anche fra di noi, occidentali, bianchi, dominatori, che siamo i complici di questa ecatombe, coscienti, informati e, tuttavia, silenziosi, vigliacchi e paralizzati. <span id="more-5976"></span><br />
L&#8217;impero della vergogna? Ecco ciò che potrebbe essere questo impero generalizzato del sentimento di vergogna provocato dall&#8217;inumanità dell&#8217;ordine mondiale. Infatti, egli rappresenta l&#8217;impero delle multinazionali private, dirette dai cosmocrati [cosmocrates]. Le 500 più potenti tra queste l&#8217;anno scorso [2004 n.d.r.] hanno controllato il 52% del prodotto mondiale lordo, ossia di tutta la ricchezza prodotta sul pianeta. </p>
<p>D. <em>Nel libro lei parla di “violenza strutturale”. Che cosa significa? </em></p>
<p>Nell&#8217;impero della vergogna, governato da pochi ben organizzati, la guerra non è più episodica, è permanente. Non costituisce più una crisi, una patologia, bensì la normalità. Non equivale più all&#8217;eclisse della ragione, come <a href="http://www.ibs.it/code/9788806154370/horkheimer-max/eclissi-della-ragione.html">affermava</a> Horkheimer, ma è la ragione d&#8217;essere dell&#8217;impero.<br />
I signori della guerra economica hanno messo il pianeta in scacco. Attaccano i poteri normativi degli stati, contestano la sovranità popolare, sovvertono la democrazia, devastano la natura, distruggono gli uomini e le loro libertà. La liberalizzazione dell&#8217;economia, la mano invisibile del mercato sono la loro cosmogonia; la massimizzazione del profitto, la loro pratica.<br />
Chiamo violenza strutturale questa pratica e questa cosmogonia. </p>
<p>D. <em>Parla anche di una “agonia del diritto”. Che cosa intende dire con questa espressione?</em> </p>
<p>Ormai la guerra preventiva senza fine, l&#8217;aggressività permanente dei signori, l&#8217;arbitrio, la violenza strutturale regnano senza ostacoli. La maggior parte delle barriere del diritto internazionale affondano. L&#8217;Onu stessa è esangue. I cosmocrati sono al di sopra della legge.<br />
Il mio libro è il racconto del crollo del diritto internazionale, citando numerosi esempi tratti direttamente dalla mia esperienza di consulente speciale delle Nazioni Unite per il diritto all&#8217;alimentazione. </p>
<p>D. <em>Lei considera la fame come un&#8217;arma di distruzione di massa. Quale soluzione suggerisce? </em></p>
<p>Con il debito internazionale, la fame è l&#8217;arma di distruzione di massa che serve ai cosmocrati per stritolare – e per sfruttare – i popoli, specialmente nell&#8217;emisfero Sud del mondo. Un insieme complesso di misure, immediatamente realizzabile e che descrivo nel libro, potrebbe rapidamente mettere un termine alla fame. E&#8217; impossibile riassumerle in una frase.<br />
Una cosa, però, è certa: l&#8217;agricoltura mondiale, nello stato attuale della sua produttività, potrebbe soddisfare il bisogno di cibo in un numero doppio rispetto all&#8217;umanità presente oggi nel mondo. Non esiste alcuna fatalità: la fame è una questione che riguarda l&#8217;uomo. </p>
<p>D. <em>Certi paesi sono oppressi da un debito che lei definisce odioso. Che cosa intende dire con la formula “debito odioso” e quale può essere una soluzione?</em> </p>
<p>Il Ruanda è una piccola repubblica di 26.000 km², posta sulla cresta dell&#8217;Africa centrale, che separa le acqua del Nilo e del Congo e coltiva tè e caffé. Da aprile a giugno del 1994, un genocidio terribile, organizzato dal governo hutu alleato alla Francia di François Mitterand, ha provocato la morte di oltre 800.000 uomini, donne e bambini tutsi [e hutu moderati n.d.r.]. I machete che servirono per i massacri sono stati importati dalla Cina e dall&#8217;Egitto, e finanziati, fondamentalmente, dal <em>Crédit Lyonnais</em>. Oggi, i sopravvissuti, dei contadini poveri come Job, devono rimborsare le banche e i governi creditori perfino dei crediti che sono serviti per l&#8217;acquisto dei machete degli autori del genocidio.<br />
Ecco un esempio di debito odioso. La soluzione passa per l&#8217;annullamento immediato e senza compromessi o, per cominciare, da un esame del debito, come suggerito dall&#8217;Internazionale socialista o come ha fatto in brasile il presidente Lula, per rinegoziarlo in seguito voce per voce. In ogni voce ci sono infatti elementi delittuosi – corruzione, eccesso di fatturazione, etc. &#8211; che devono essere ridotti. Delle società internazionali di esame, come Price Waterhouse Cooper o Ernst &#038; Young, possono farsene carico, come fanno ogni anno con le verifiche dei conti delle multinazionali. </p>
<p>D. <em>Lei cita più volte il presidente Lula da Silva come un modello. Che cosa della sua azione le inspira questa considerazione? </em></p>
<p>Provo a volte dell&#8217;ammirazione e dell&#8217;inquietudine considerando gli obiettivi politici e l&#8217;azione del presidente Lula: dell&#8217;ammirazione perché è il primo presidente brasiliano ad aver riconosciuto che il suo paese conta 44 milioni di cittadini gravemente e permanentemente malnutriti e ad aver voluto mettere un termine a questa situazione inumana; dell&#8217;inquietudine, perché con un debito estero di 235 miliardi di dollari Lula non ha i mezzi per porre fine a questa situazione. </p>
<p>D. <em>Nel suo libro parla anche di una “rifeudalizzazione del mondo”. Cosa vuol dire?</em> </p>
<p>Il 4 agosto 1789, i deputati dell&#8217;Assemblea Nazionale francese hanno abolito il regime feudale. La loro azione ha avuto un&#8217;eco universale. Bene, oggi, noi assistiamo a un formidabile ritorno indietro. L&#8217;11 settembre 2001 non ha solamente fornito a George W. Bush l&#8217;occasione di estendere l&#8217;impero degli Usa sul mondo, ma l&#8217;evento ha anche giustificato la messa in scacco dei popoli dell&#8217;emisfero Sud per conto delle grandi società private transcontinentali. </p>
<p>D. <em>Nel testo fa molto spesso riferimento alla Rivoluzione francese e a certi suoi protagonisti (Danton, Babeuf, Marat&#8230;): in cosa crede questa possa avere ancora qualcosa da apportare, due secoli dopo e in un mondo molto differente? </em></p>
<p>Basta leggere i testi! Il “Manifeste des Enragés” di <a href="http://jccabanel.free.fr/th_jacques_roux.htm#_ftnref1">Jacques Roux</a> fissa l&#8217;orizzonte di qualsiasi lotta per la giustizia sociale planetaria. I valori fondatori della repubblica, o meglio, della civilizzazione tout court, risalgono all&#8217;epoca dei Lumi. Oggi l&#8217;impero della vergogna distrugge persino la speranza di concretizzare questi valori. </p>
<p>D. <em>Accusa anche la guerra globale contro il terrorismo di togliere le risorse necessarie ad altri combattimenti più importanti, come quello contro la fame. Lei pensa che il terrorismo sia una falsa minaccia, coltivata da qualche stato? Se sì, che cosa glielo fa credere? Pensa inoltre che questa minaccia non sia reale o meriti un trattamento differente? </em></p>
<p>Il terrorismo di stato di Bush, Putin, Sharon è altrettanto detestabile del terrorismo dei gruppi jihadisti o di altri pazzi sanguinari di questo tipo. Sono due facce di una stessa barbarie. E sono reali sia l&#8217;una che l&#8217;altra, poiché sia Bush che Ben Laden uccidono. Il problema è sradicare il terrorismo: non può avvenire che con uno sconvolgimento totale dell&#8217;impero della vergogna. Solo la giustizia sociale planetaria potrà tagliare ai jihadisti le loro radici e privare i lacchè dei cosmocrati dei pretesti fondanti le loro risposte. </p>
<p>D.<em> Nel 2002, lei è stato nominato consulente speciale dell&#8217;Onu per il diritto all&#8217;alimentazione. Quali riflessioni le ha ispirato questa missione? </em></p>
<p>Il mio mandato è appassionante: in totale indipendenza – responsabile davanti all&#8217;Assemblea generale dell&#8217;Onu e alla Commissione dei diritti dell&#8217;uomo – devo rendere valido giuridicamente, attraverso il diritto statutario o consuetudinario, un nuovo diritto dell&#8217;uomo all&#8217;alimentazione. E&#8217; un lavoro di Sisifo! Avanza millimetro dopo millimetro. Il luogo centrale di questa lotta è la coscienza collettiva. Per molto tempo la morte degli esseri umani a causa della fame è stata tollerata in una sorta di normalità congelata. Oggi, è considerata intollerabile. L&#8217;opinione pubblica fa pressioni sui governi e sulle organizzazioni (WTO, FMI, Banca Mondiale etc.) affinché misure elementari siano prese per sconfiggere il nemico: riforme agrarie nel terzo mondo, prezzi adeguati pagati per i prodotti agricoli del Sud, razionalizzazione dell&#8217;aiuto umanitario in caso di improvvise catastrofi, chiusura della Borsa delle materie prime agricole di Chicago (che specula sui principali alimenti), lotta contro la privatizzazione dell&#8217;acqua etc. </p>
<p>D. <em>Nel suo libro appare come un difensore della causa altermondialista, come un portavoce di questo movimento. Come mai interviene raramente nelle manifestazioni “alter” e che il movimento non vi considera generalmente come un intellettuale altermondialista? </em></p>
<p>In che senso? Ho parlato davanti a 20.000 persone al &#8220;Gigantino&#8221; di Porto Alegre nel gennaio del 2003. Mi sento come un intellettuale organico della nuova società civile planetaria, dei suoi molteplici fronti di resistenza, di questa formidabile fraternità della notte. Ma resto fedele ai principi dell&#8217;analisi rivoluzionaria di classe, a Jacques Roux, Babeuf, Marat e Saint-Just. </p>
<p>D. <em>Sembra che lei attribuisca tutti i drammi del mondo alle multinazionali e ad una manciata di stati (Russia, Usa, Israele&#8230;): non è un po&#8217; riduttivo?</em>              </p>
<p>L&#8217;ordine del mondo attuale non è solamente omicida, è anche assurdo. Uccide, distrugge, massacra, ma senza altra necessità che la ricerca del massimo profitto per qualche cosmocrate ossessionato dal potere e da un&#8217;avidità illimitata.<br />
Bush, Sharon, Putin? Dei lacchè, degli ausiliari. Aggiungo un post-scriptum su Israele: Sharon non è Israele. E&#8217; la sua perversione. Michael Warshavski, Lea Tselem, i “Rabbini per i diritti dell&#8217;uomo” e tante altre organizzazioni di resistenza incarnano il vero Israele, il suo avvenire. Meritano tutta la nostra solidarietà. </p>
<p>D. <em>Crede che la morale abbia il suo posto nelle relazioni internazionali, che sono attualmente piuttosto dettate dagli interessi economici e geopolitici?</em> </p>
<p>Non c&#8217;è scelta. O si sceglie per lo sviluppo e l&#8217;organizzazione normativa o si sceglie per la mano invisibile del mercato, la violenza del più forte e l&#8217;arbitrio. Potere feudale e giustizia sociale sono radicalmente antinomici.<br />
“In avanti verso le nostre radici” esige il marxista tedesco Ernst Bloch. Se noi non restauriamo con tutta urgenza i valori dei Lumi, la repubblica, il diritto internazionale, la civilizzazione come noi li abbiamo costruiti negli ultimi 250 anni sono destinati a essere ricoperti, inghiottiti dalla giungla. </p>
<p>D. <em>Da quando i talebani sono hanno lasciato il governo dell&#8217;Afghanistan, il Medio Oriente sembra essere attraversato da un&#8217;ondata di democratizzazione più o meno spontanea (elezioni in Afghanistan, in Iraq, in Palestina, apertura delle presidenziali ad altri candidati in Egitto&#8230;). Come giudica tutto questo? Crede che la democrazia possa essere esportata in questi paesi? O ritiene piuttosto che siano condannati ad avere regimi dispotici? </em></p>
<p>Non si tratta di esportare la democrazia. Il desiderio di autonomia, di democrazia, di sovranità popolare è consustanziale all&#8217;essere umano, quale che sia la regione del mondo dove egli è nato. Il mio amico e grande sociologo siriano Bassam Tibi vuole vivere in una democrazia e ne ha diritto. Ora, da oltre trent&#8217;anni, vive in Germania , esiliato dalla dittatura terribile che imperversa nel suo paese.<br />
Elias Sambar, scrittore palestinese, un altro mio amico, ha diritto a una Palestina libera e democratica, non a una Palestina occupata, né ad una vita sotto la ferocia dei fondamentalisti islamici.<br />
Tibi, Sambar ed io vogliamo la stessa cosa e ne abbiamo diritto: la democrazia. Il problema: la guerra fredda, la strumentalizzazione dei regimi al potere da parte delle grandi potenze ed infine la vigliaccheria dei democratici occidentali, la loro mancanza di solidarietà attiva e reale, fanno in modo che i tiranni del Medio Oriente, dell&#8217;Arabia Saudita, dell&#8217;Egitto, della Siria, dei paesi del Golfo, dell&#8217;Iran hanno potuto durare fino ad oggi. </p>
<p>Fine intervista. Ecco a voi una eloquente mappa della fame nel mondo: vengono indicate le proporzioni delle persone sottonutrite (1998-2000)<br />
<a href='http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/famenelmondo.jpg'><img src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/famenelmondo.jpg" alt="" title="famenelmondo" width="500" height="340" class="aligncenter size-full wp-image-5978" /></a></p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/05/26/limpero-della-vergogna/">L&#8217;impero della vergogna</a></p>
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		<title>Un calcio alla guerra</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Mar 2003 14:41:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>tiziano scarpa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di <strong>Tiziano Scarpa</strong></p>
<p>L’unico giornale che ho comprato ieri, all’indomani dello scoppio della guerra in Iraq, è stato La Gazzetta dello Sport. Volevo vedere fino a che punto la realtà riusciva a non lasciare traccia su queste pagine che diffondono la peggiore ideologia della nostra epoca in mezzo milione di copie al giorno.&#8230;</p><p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/03/23/un-calcio-alla-guerra/">Un calcio alla guerra</a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tiziano Scarpa</strong></p>
<p>L’unico giornale che ho comprato ieri, all’indomani dello scoppio della guerra in Iraq, è stato La Gazzetta dello Sport. Volevo vedere fino a che punto la realtà riusciva a non lasciare traccia su queste pagine che diffondono la peggiore ideologia della nostra epoca in mezzo milione di copie al giorno.<br />
<span id="more-6"></span><br />
Il titolo principale in prima pagina della Gazzetta dello Sport di ieri 22 marzo 2003 era: “Notte da grandi”. L’aggettivo era da intendersi al femminile: “le” grandi erano le squadre del Milan e della Juventus, che stavano per affrontarsi quella sera stessa. A sinistra, in posizione di editoriale, sotto l’occhiello con la dicitura “Tempo di guerra” e il piccolo titolo “Lasciateci il giocattolo”, un quadratino ospitava l’inizio di un articolo del giornalista e romanziere Gianni Riotta.</p>
<p>Ne riporto le prime righe, giusto il pezzo che appariva in prima pagina:</p>
<p>“Il calcio al tempo della guerra. Come occuparsi del litigio tra Hector Cuper e Bobo Vieri quando la polemica tra il presidente americano George W. Bush e il suo collega francese Jacques Chirac lacera il nostro mondo? E’ possibile concentrarsi sulla rivalità sportiva tra Marcello Lippi e Carlo Ancelotti, mentre la coalizione angloamericana si impegna per liberare l’Iraq dalla dittatura di Saddam Hussein?”</p>
<p>Domande retoriche, Riotta: quaranta pagine di Gazzetta dello Sport dimostrano che è possibile eccome concentrarsi su Milan e Juve mentre la coalizione angloamericana “si impegna” eufemisticamente a “liberare l’Iraq”.</p>
<p>Riassumo la parte centrale del pezzo: Riotta rileva che gli appassionati di calcio, abituati agli schemi di gioco, in questi giorni vedono lo stesso genere di disegnini impiegati per indicare non dribbling e azioni di gioco ma manovre territoriali degli eserciti. Termini come “attacco, difesa, vittoria e sconfitta” non sono più metafore. Non si combatte più per guadagnare tre punti in classifica, la posta in gioco è “la vita di innocenti civili irakeni, la sorte dei figli di mamma adolescenti americani, la libertà di Bagdad, la scelta unilaterale degli americani, il prezzo di un barile di petrolio, il destino dei rifugiati, la stabilità del mondo.” Riotta è disturbato dal fatto che alcuni commentatori politici incitano al combattimento come se esortassero una squadra di calcio a vincere. La guerra fa rimpiangere le polemiche da bar, le discussioni sulla moviola, le liti scherzose fra tifosi.</p>
<p>Trascrivo la parte finale del pezzo di Riotta:</p>
<p>“La nostra vita quotidiana, di cui lo sport è tanta gagliarda parte, si ferma davanti al rischio della morte, dei massacri, dei bombardamenti, del terrorismo. Ricordiamocene. Ricordiamo come le piccole cose che diamo per scontate, gridare gol!, accendere la tv, comprare un giornale, siano ancora negate in tanta parte del pianeta. Molto giocatori irakeni hanno raccontato di essere stati imprigionati e torturati da Uday, il figlio di Saddam Hussein che presiede il comitato olimpico in Iraq, per una partita perduta. Questo è il mondo che non vogliamo.<br />
Nello stadio di Santiago del Cile, 1973, il dittatore Pinochet rastrellò gli oppositori. Nello stadio di Kabul, pagato con i soldi di noi europei, i Talebani fucilavano alla nuca le donne. Un mondo in cui negli stadi si giochi solo al pallone ci pare, ogni lunedì, normale, ed è invece straordinario. Ricordiamocene, in attesa di una prossima partita Usa-Iraq, con applausi e scambi di maglia tra giocatori”.</p>
<p>Cari menefreghisti che non volete che una guerra guasti la vostra serata di calcio, state tranquilli: il calcio è il simbolo della libertà, nei paesi liberi si gioca a calcio, nelle dittature si torturano i calciatori. Anche stasera iniettatevi con la coscienza pulita la vostra dose di calcio, che è dose quotidiana di civiltà. Non sentitevi in colpa, oggi, nel leggere le quaranta pagine di questo giornale, perché un giornale come questo si trova solo nelle edicole dei paesi liberi. Vi si parla per 24 pagine di calcio, 3 di ciclismo, 4 di automobilismo, 1 di basket, 6 di altri sport, e, a pagina 39, la penultima, sopra il prospetto dei programmi televisivi, si dedicano 133 righe alla situazione bellica in Iraq.</p>
<p>A me pare che impiegare tali callide argomentazioni per giustificare il totalitarismo monoteista calcistico del lettore della Gazzetta sia uno degli esempi più clamorosi di prostituzione dell’intellettuale.</p>
<p>Che cos’è lo sport, oggi?<br />
Se nelle cose che accadono distinguiamo fra eventi e prodotti, lo sport fa parte degli eventi che vengono regolamentati e prodotti. Per capirci: è un evento cinematografico il fatto che sia girato e proiettato nelle sale un capolavoro, mentre è un prodotto che ogni anno siano assegnate le statuette degli Oscar, gli Orsi d’argento, i Leoni d’Oro. Per spiegarmi ancora meglio: anche se ogni anno in Italia vengono comunque assegnati i premi Strega, Viareggio e Campiello, non è detto che ogni anno in Italia vengano pubblicati capolavori.</p>
<p>Lo sport sostituisce gli eventi del mondo con una serie di eventi-prodotti, eventi che vengono prodotti da una serie di regole ludiche e da una macchina economico-spettacolare che li rende visibili e li commercializza.</p>
<p>Nella Gazzetta dello Sport e nei giornali sportivi il mondo è “non pervenuto”. E’ molto divertente (è molto tragico) confrontare la prima pagina dei giornali con quella della Gazzetta ogni giorno: alluvioni al sud?, crescita dell’inflazione?, una ragazza ha fatto fuori la sua famiglia?, gli Usa attaccano l’Iraq? “Non mi risulta”, dice la Gazzetta dello Sport, “a me risulta che stasera il Milan deve giocare contro la Juve”.</p>
<p>Si potrebbe obiettare che è ingenuo scandalizzarsi, perché questo fa parte della regola del gioco dell’informazione, che si specializza in settori e generi di eventi, al punto che la Gazzetta stessa dichiara con molta onestà la sua natura tutta peculiare, addirittura stampando le sue notizie su una carta di colore diverso. Vorrei far notare tuttavia che mentre in tutti i giornali generalisti lo sport occupa ormai una notevole quantità di pagine quotidiana, il contrario non avviene: in altre parole: per i giornali lo sport fa parte del mondo, per la Gazzetta dello Sport, quotidiano diffuso ogni giorno in mezzo milione di copie e presente capillarmente nelle edicole e nei locali pubblici di tutta Italia, il mondo non fa parte dello sport.</p>
<p>Tutto questo può sembrare irrilevante. Può darsi.<br />
Il nostro capo del governo ha basato una parte della sua popolarità sui successi sportivi come presidente del Milan, e continua a riferirsi ancora oggi al suo ingresso nella politica partitica con la metafora calcistica “sono sceso in campo”, e ha dato il nome al suo partito con un sintagma esortativo preso dagli striscioni che si espongono negli stadi: “Forza Italia!”</p>
<p>Vuole la leggenda che quando l’industriale automobilistico statunitense Henry Ford venne in visita a Torino, Giovanni Agnelli senior lo portò allo stadio a vedere una partita della Juventus: gli operai, gli immigrati, gli impiegati della fabbrica tifavano con tutta la loro passione per la squadra del padrone. Ford trovò questa tattica populistica geniale, e la esportò negli Stati Uniti fondando squadre di basket e baseball.</p>
<p>La retorica calcistica mi ha sempre interessato. Mi concedo il permesso di ricopiare qui un paragrafo che faceva parte di una vecchia versione di un mio racconto. Il narratore protagonista a un certo punto se ne usciva con questa sparata:</p>
<p>“Io ho capito perché la gente legge la Gazzetta dello Sport. Quando gioca la nazionale, il giorno dopo sulla Gazzetta ci sono delle parole mai viste. Per esempio eroismo, storico, leggenda, epico, gloria, se ha vinto. Disperazione, vergognoso, disastro, farabutti, disgrazia, se ha perso. Queste parole sono in coma per tutto l’anno, sono depresse, nessuno le usa mai, di rado, pochissimo. Poi un giorno gioca la nazionale, arriva il direttore della Gazzetta e fa entrare nei discorsi queste parole che nessuno ha il coraggio di usare, mai. Certe volte le mette grandi come tutta la pagina, grassissime, con l’inchiostro obeso, i punti esclamativi, perfino. È come fare una festa dove inviti un re o una principessa, ma non vestiti in giacca e cravatta o in tallieur, proprio con lo scettro e la corona di brillanti. A proposito, lo scettro e la corona di brillanti sarebbero i punti esclamativi. Alle feste aziendali non si possono invitare un re o una principessa. D’accordo che non verrebbero loro per primi, ma non andrebbe bene anche se venissero, è esagerato. Ci sono queste popolazioni aristocratiche di parole depresse, ma la gente ha bisogno di queste parole nella vita. Sono le belle addormentate delle parole, o anche le brutte addormentate, e solo la Gazzetta dello Sport le fa svegliare, sa qual’è il momento giusto per dare il bacio anti-sonnifero. Io nella mia vita non le ho incontrate spesso, e non so se vorrei una vita dove ce ne sono molte di parole così. Ma ogni tanto sì, ce n’è bisogno.”</p>
<p>In uno scatolone dove conservo un fascio di giornali c’è la Gazzetta dello Sport del 19 giugno 2002.<br />
Il titolo recita: “Vergogna!” a caratteri enormi. Il 18 giugno 2002 l’Italia era stata eliminata dai Mondiali perdendo con la Corea del Sud, anche grazie al fazioso arbitraggio dell’arbitro ecuadoriano Aldemar Byron Ruales Moreno.</p>
<p>Trascrivo l’incipit dell’articolo in prima pagina di Candido Cannavò, intitolato “L’infamia e il peccato”:</p>
<p>“Alla fine della storia, dopo aver sfogato ira, collera, sdegno, dopo aver gridato all’ingiustizia, alla vergogna e coperto d’insulti questa porca organizzazione mondiale fondata sull’affarismo, dopo esserci liberati di tutti i rospi….”</p>
<p>In seguito, l’articolo metteva in fila termini come: “famigerata, mostro, paura, killeraggio, popolo ferito, fiume dell’infamia, ammorba, diritto di verità, di cronaca e di storia” eccetera. Mi sono limitato a raccogliere queste parole dalle righe in prima pagina, anche se il climax retorico raggiunge il suo orgasmo nella continuazione dell’articolo, a pagina 13: “In una visione biblica, il nostro calcio ha scontato, dinanzi al mondo, i suoi tanti anni di peccati: arroganza, immoralità, superficialità, odi e risse tra dirigenti, squallidi tradimenti, congenite incapacità”.</p>
<p>Niente di sorprendente, si dirà, questi sono giornalisti che fanno il loro mestiere. Ma gli intellettuali tout court prestati al giornalismo, e i giornali non specializzati in cose sportive, come si comportano quando parlano di calcio?</p>
<p>Nei miei vecchi file c’è uno sfogo, una lettera non inviata alla redazione dell’Unità, scritta quasi un anno fa in seguito a un articolo del critico letterario Massimo Onofri che commentava il derby Roma-Lazio. Ve la ricopio:</p>
<p>Scusa, Massimo Onofri, ma ho letto su “l’Unità” di lunedì 29 aprile 2002 “La partita delle partite si approssima all’epica”, questo articolo di un tuo omonimo, e mi è venuto spontaneo segnalartelo perché tu andassi a leggerlo.</p>
<p>A dire la verità, la prima cosa che ho pensato è che fosse ironico, ma è chiarissimo che non lo è: non sei mai stato così serio e letterale. La seconda cosa che ho pensato è che esistono pirati informatici che riescono a entrare nei computer dei giornali e a inserire nell’impaginazione di un quotidiano “di sinistra” articoli di sabotaggio, un po’ come si diceva succedesse al quotidiano “La Notte” che, poche settimane prima di chiudere, usciva in edicola con un sacco di parolacce infilate a caso tra le frasi. Poi mi sono rassegnato all’evidenza, e la altre cose che ho pensato te le scrivo.</p>
<p>Probabilmente succede così: l’essere umano in certi campi si trattiene. Il superego e i doveri professionali gli impediscono di lasciarsi andare (nella critica letteraria, per esempio). Lo stesso essere umano, però, appena fa una gita fuori dai suoi soliti discorsi professionali, getta la maschera, si mette a nudo e balla scosciato dimenando tristissimi scroti.</p>
<p>Lo spurgo mitografico che sei riuscito a farti pubblicare dall’“Unità” sul derby Roma-Lazio è più enfatico persino dei pensierini naif di Candido Cannavò: candido davvero, al tuo confronto, il Cannavò, un innocuo bassotuba scoreggione. Nei suoi editoriali sulla “Gazzetta”, Cannavò mette furbescamente in fila flatulenti folate di parole che in altri contesti sono ritenute impronunciabili: “gloria”, “eroismo”, “epopea”.</p>
<p>Quando leggo Cannavò sulla Gazzetta dello Sport, mi sembra di capire che il calcio è soprattutto questo: ha la capacità di produrre discorsi magniloquenti, è una zona iperretorica, eroga paroloni. Nel Discorso-Calcio hanno corso parole che si ha pudore a usare altrove. Addirittura si gridano, parole che in altri contesti ci si vergognerebbe a sussurrare, si scrivono in corpo tipografico enorme parole che altrove si metterebbero fra mille virgolette.</p>
<p>Non c’è più eroismo, non c’è più gloria, non c’è più epopea: che ci sia almeno nel campionato più bello del mondo: questo è l’avvilito dogma che predicano e razzolano gli ideologi del calcio, i talebani del pallone gonfio dei loro fetidi miasmi. Cupa antropologia: presuppone un’idea di essere umano che necessiti di idoli, e che questi idoli sia disposto a vederli e costruirli a qualsiasi costo, impastandoli di nulla. Presuppone una vita di merda, cieca all’eroismo, alla gloria, all’epopea dell’esistenza reale.</p>
<p>Complimenti per la tua apologia dell’ineluttabile violenza tribale ematospermatica, congratulazioni per la tua broda mitologica in cui (ti cito) “l’odio fratricida è più forte di tutto”.</p>
<p>“La logica del calcio &#8211; e del derby &#8211; è bellica, non può che odorare di polvere da sparo” scrivi: sembri uno dei peggiori fautori della “bella morte” ritratti da Furio Jesi in <em>Cultura di destra</em>.</p>
<p>Ti invito a rileggere le graziose espressioni che hai ammassato in una sequenza vertiginosa: “atroce fraticidio”, “Roma, caput mundi”, “una folta schiera di popoli”, “eroi del passato”, “il derby ci sospinge nel pantheon delle sacre memorie”, “s’approssima all’epica”, “e più fulgidamente risplendono nel cielo del mito le imprese del tempo che fu”, “ogni saga di dei e di semidei ha le sue liturgie di sangue, i suoi ganimedi strappati alla vita e alla gloria nel fiore dell’età, le sue morti attonite e illacrimate, tanto furono atroci e improvvise” … Sono appena a metà del tuo articolo, ma le mie dita si rifiutano di ricopiare oltre.</p>
<p>Ci credo che per il calcio valga la pena di sgozzare e stuprare, spargere sangue e sperma: se il calcio è quello che tu decanti, e alla quale entusiasticamente aderisci, perché non si dovrebbe sprangare, spaccare, ammazzare e violentare per un mito così lussureggiante?</p>
<p>Non è innata la logica tribale del calcio. Non è irrelato il suo paesaggio antropologico e sociale. Non è un irrimediabile e fatale surrogato “là dove tutte le ideologie latitano, là dove i valori declinano”.</p>
<p>Oggi più che mai, il calcio è uno strumento di propaganda e manipolazione delle masse, sfrutta la debolezza del sistema simbolico individuale e collettivo ormai completamente fottuto da decenni di pseudocultura pop (prevalentemente anglofona) e di idolatrie dell’effimero, titilla il suo godimento perverso, incita le sue oscene leggi non scritte, blandisce l’immoralità del maschio occidentale, sistematicamente e scientificamente reso immorale dal pieno (non dal vuoto!) di valori occidentali nazipoptelevisivi: il conflitto di classe traslocato e mascherato nel conflitto fra tifoserie, negli scontri tra ultrà e carabinieri, il mito del successo, i compensi folli a calciatori, i giornalisti sportivi televisivi esperti di puttanate (i nuovi intellettuali organici!), le fighette di contorno felici di leggere la classifica del campionato per guadagnarsi un’inquadratura e un ingaggio senz’altro più succulento di una coetanea professoressa di matematica: la nuova nomenklatura di facce di culo.</p>
<p>Altro che “logica tribale”! Sveglia, intellettuale Onofri! A ritroso, devo essere io a strofinarti sul muso le pagine di Zizek, Foucault, Adorno, Canetti, Arendt, Bataille, Weil, Gramsci, Simmel? Il calcio non è il rigurgito gutturale di una tribù di fratricidi, è un raffinatissimo leviatano.</p>
<p>Il calcio è sommamente funzionale al potere. Gli fa gioco, è il suo gioco. Devo ricordarti io i nomi dei presidenti delle squadre di serie A di tutta Europa e le loro carriere politiche? Devo ricordarti io quanto pervade ogni giornata, ogni serata dei palinsesti esistenziali europei? Quanti milioni di dollari e di anime fattura?</p>
<p>Qualsiasi manifestazione “politica” viene repressa con ben maggiore severità dei pazzeschi scontri fra tifosi che mettono a ferro e fuoco interi quartieri, e che il giorno dopo lasciano tante graziose tracce, fra le quali ci sono le simpatiche scritte che ti fanno sorridere col compiacimento del critico letterario che plaude alla loro sagacia aforistica.</p>
<p>Il calcio è talmente epico ai tuoi occhi che fa diventare epici, per magia di contatto, anche la letteratura, anche scrittori che in sede di critica letteraria non sembravano procurarti altrettanto godimento. Ecco infatti che Aurelio Picca, in quanto racconta di calcio, nel tuo articolo improvvisamente appartiene alla “nobiltà volsca”. Incredibile: se si tratta di calcio, il critico Massimo Onofri gode persino con la letteratura contemporanea!</p>
<p>Così si chiudeva la mia lettera mai inviata alla redazione dell’Unità.</p>
<p>Per chiudere questo mio intervento, invece, riferisco una cosa che mi hanno detto l’anno scorso in uno dei miei giri di letture di poesia. Dove? In Italia.</p>
<p>“Qui siamo circa sessantamila abitanti, tutto sommato questa non è una città piccolissima. Alle ultime elezioni comunali si sono trovati con questo giovane di ventisette anni che aveva avuto uno sproposito di voti, i pezzi grossi del partito erano in imbarazzo, gli hanno dovuto dare per forza una carica nella giunta, lo hanno fatto Assessore alla Cultura con la delega allo Sport e ai Giovani. Sai com’è, con la Cultura fai meno danni, è un assessorato secondario… Il problema è che qualche incarico glielo dovevano pur dare, questo qua aveva fatto il pieno di preferenze, era il capo della curva degli ultrà della squadra di calcio”.</p>
<p>Questo &egrave; un articolo pubblicato su <a href="http://www.nazioneindiana.com">Nazione Indiana</a> in:<br/><br/><a href="http://www.nazioneindiana.com/2003/03/23/un-calcio-alla-guerra/">Un calcio alla guerra</a></p>
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